Note sparse da una passeggiata sull’isola
di Paolo Repetto, 8 gennaio 2023
Numquam tam mal est Siculis quin aliquid facete et commode dicant
… quod esset acuta illa gens, et controversa natura
(Cicerone, In Verrem e De oratore)
Ho deciso di vedere la Sicilia giusto in tempo. In tempo per me, che ho ormai toccato i tre quarti di secolo e avrò sempre meno voglia e forze per viaggiare, ma anche per la Sicilia. Già dall’estate prossima, infatti, calerà probabilmente sull’isola un’orda di americani e di inglesi, ammaliati da una serie televisiva che è andata in onda nei paesi anglosassoni la scorsa stagione (The white lotus) e ambientata a Taormina. Questo significherà prezzi alle stelle e impossibilità di trovare sistemazioni. A breve, poi, se il mutamento climatico procede con questo ritmo, sparirà anche l’ultima parte del ghiacciaio dall’Etna, modificando irrimediabilmente l’immagine più iconica del paesaggio siciliano. Infine, non meno grave, c’è il rischio che Salvini venga preso sul serio e si cominci a costruire il famigerato ponte sullo stretto (che nessun indigeno, a quanto ho potuto appurare, vuole). Per fortuna in questo caso possiamo sperare in tempi assai più dilatati, e tecnicamente non cambierebbe granché: ma nell’immaginario a quel punto la Sicilia non sarebbe nemmeno più un’isola.
Non sono stati comunque questi timori a farmi decidere. Prima di partire, di queste cose o non sapevo o non mi importava nulla. Ero invece infarcito di pregiudizi, di quelli correnti e anche di alcuni miei particolari, e se non avevo mai voluto visitare quella parte del nostro paese era proprio per il timore di vederli confermati. Per l’occasione non li ho lasciati a casa, ciò che potrebbe sembrare mentalmente più ecologico: li ho invece messi nello zaino, e ne sono contento, perché così ho potuto liberarmene per strada.
Prima di muovermi non mi sono documentato su guide o su narrazioni altrui: non ho nemmeno progettato un itinerario. È una scelta che faccio sempre, scientemente. Ciò che davvero m’interessa preferisco scoprirlo in loco; di norma arriva da dove meno te lo aspetti. Ho dunque girato per una decina di giorni a naso e ho comprato una carta stradale della Sicilia solo prima di venir via, ma più che altro per verificare cosa mi ero perso (e anche perché in precedenza non ne avevo trovato una decente, pur cercandola in più di una edicola o libreria: a quanto pare non usano più, sono state sostituite da Google Map, ed è un modo completamente diverso di programmare e di compiere i percorsi).
Anche stavolta sono riuscito comunque a fingere per il viaggio una motivazione e una giustificazione più “alte”, a tradurlo in una sorta di pellegrinaggio. Doppio, in questo caso, perché includeva una ricognizione delle terre di Verga (e di De Roberto e di Pirandello) e quattro passi sulle orme di J. G. Seume. Volevo vedere dove avevano scritto i primi e dove aveva camminato l’altro. Sono partito quindi per andare non a conoscere, ma a riconoscere: che non è un bel modo di viaggiare, e mette a rischio di delusioni, ma è quello cui sono condannati coloro che hanno viaggiato troppo sui libri.
Infine: malgrado sia stato e sia tuttora un divoratore di narrativa di viaggio, non ho mai raccontato un viaggio mio. Intanto perché mi sono sempre limitato a esperienze piuttosto banali, se valutate secondo i parametri dell’avventura e della scoperta, ma soprattutto perché non possedendo doti di narratore renderei banale anche ciò che magari tale non è. Mi limito dunque a mettere in fila qualche estemporanea considerazione che il viaggio mi ha suggerito.
Il paesaggio eterno. Accennavo sopra al bagaglio di pregiudizi sulla Sicilia e sui siciliani che mi sono portato appresso. In realtà, per quanto concerne la “fisicità” dell’isola, più che di pregiudizi si trattava di immagini desunte da Verga, dalle sue novelle ambientate “fra le stoppie riarse dei campi immensi, che si perdevano nell’afa, lontan lontano, verso l’Etna nebbioso”, quei campi sui quali si erano spezzati la schiena Mastro don Gesualdo e Mazzarò, mentre la Lupa affastellava manipoli, senza fermarsi nemmeno “allorquando i muli lasciavano cader la testa penzoloni, e gli uomini dormivano bocconi a ridosso del muro a tramontana”. L’impressione che ne avevo tratto era quella dell’aridità afosa, il colore quello dai campi bruciati dal sole, con una vegetazione rada e stentata, qualcosa di simile alle savane semidesertiche dell’Africa o della parte centrale dell’Asia. Certo, erano rappresentazioni estive, e immagino veritiere. Io ho però girato l’interno dell’isola in pieno inverno, godendo di una sequenza ininterrotta di giornate di sole, e mi sembrava di essere in Irlanda (con la differenza appunto che qui non pioveva). Sono transitato per valli e colline dai profili dolcissimi, per la massima parte coltivate a grano, nelle quali le spighe precocemente spuntate, di un verde brillante, creavano immensi tappeti ondulati. E appena la linea delle colline si drizzava un poco il colore sfumava nel verde opaco degli uliveti, e a interromperlo c’erano solo a tratti le macchie geometriche rosso-brune dei vigneti spogli. Mi è apparsa una terra incredibilmente ricca, laddove sino a ieri l’avevo immaginata povera e avara. Le nostre colline, al paragone, devono abbassare la testa.
L’elemento fondamentale del paesaggio, sbarcando come ho fatto io a Catania, è naturalmente l’Etna. Come metti piede a terra te lo trovi lì, e continui ad averlo davanti sempre, dovunque ti sposti. Eppure l’impressione immediata è tutt’altro che di imponenza. Sulle prime il vulcano mi ha dato l’idea di non essere molto più alto del Tobbio, mentre in realtà lo è tre volte di più. Inganna per la pendenza lieve dei suoi fianchi, per il rapporto tra l’altezza e l’area della base. Per questo sembra sempre vicinissimo, anche quando ci sono di mezzo decine di chilometri. E comunque l’impressione rimane tale anche quando sei alle pendici o lo risali sino a qualche centinaio di metri dalla vetta. Insomma, quello che colpisce è la sproporzione tra le dimensioni percepite e gli effetti delle eruzioni, che riscontri sino a distanze incredibili.

Il paesaggio odierno. Era uno dei temi dolenti. Da quanto avevo appreso dai conoscenti o dalla narrazione televisiva mi aspettavo strade disastrate, non finite, a perdersi nel nulla. Al contrario. Ho viaggiato quasi costantemente su fondi stradali molto migliori di quelli delle nostre provinciali, orientandomi grazie a una segnaletica efficace. Per chi ami guidare, la Sicilia offre percorsi straordinari. La differenza rispetto al Nord è che sono raramente intervallati da paesini: si incontrano quasi sempre agglomerati piuttosto consistenti, e questo è il retaggio di campagne rimaste semifeudali sino al secolo scorso, nelle quali la piccola proprietà contadina non esisteva.
Nelle città maggiori, ma anche nei centri più piccoli, il traffico è costantemente intenso. Avendo pernottato in più di un’occasione a Giarre, che è un centro di media grandezza piuttosto anonimo, privo di richiami turistici e di una vocazione economica specifica, ho continuato a chiedermi verso cosa si affrettassero tutti quegli automobilisti che transitavano ad ogni ora per la via principale. Non è comunque un traffico caotico. E questo a dispetto del fatto che siano in funzione pochissimi semafori: due terzi sono fuori uso, o sono stati addirittura rimossi, eppure la circolazione scorre fluida. Sempre a proposito di rimozioni, in tutto il viaggio non ho pagato una sola volta il parcheggio: le macchinette distributrici dei biglietti sono state sapientemente neutralizzate o asportate ovunque. Il problema sono piuttosto i bordi delle strade. In molte località, soprattutto quando si procede verso la parte occidentale dell’isola, le aree di emergenza sono utilizzate come vere e proprie discariche. Era una delle cose che temevo di vedere, e purtroppo l’ho verificata. Ma non sono riuscito a darmene una spiegazione. Mi sembra impossibile che una popolazione per altri versi così civile e orgogliosa della propria terra non si renda conto del danno di immagine che questa sconcezza provoca. D’altro canto, in diversi centri la raccolta avviene ancora porta a porta, col risultato di cumuli di sacchi dell’immondizia che spesso ostruiscono i marciapiedi e che non offrono certamente uno spettacolo decoroso. Questo, e il fatto che il fenomeno delle discariche stradali sembra localizzato a macchia di leopardo, in alcuni comuni e non in altri, induce il sospetto che al di là dell’incuria delle amministrazioni ci sia dietro qualche giro d’affari poco chiaro.
Un’altra peculiarità è costituita dal numero spropositato di viadotti. Non trattandosi di un paesaggio andino, e nemmeno appenninico, molto spesso le bretelle sopraelevate di cemento vanno a livellare pendenze molto dolci, che si sarebbero potute affrontare con percorsi che seguissero le inclinazioni del terreno, un po’ come accade in Francia. Un amico malizioso mi ha suggerito che i viadotti servono, più che per ciò che passa sopra, per ciò che può essere occultato nei piloni. Al di là della battuta, lo spreco di denaro pubblico qui salta veramente agli occhi.
Uno stereotipo che avrei voluto invece vedere confermato riguarda il costo minore della vita. Almeno per quanto concerne la ristorazione è falso. Ho mangiato benissimo, ma con un livello medio di spesa pari se non superiore (tra i venticinque e i trenta euro, limitandomi a un primo ed un secondo) a quello che avrei incontrato al Nord. E questo non soltanto nelle località più gettonate, in riva al mare o nelle città d’arte, ma anche all’interno. Non ho trovato menù turistici, pur essendo uno che a queste cose ci bada, e ho constatato che non è diffusa neppure l’offerta del “pranzo di lavoro”, quella che dalle nostre parti consente di pranzare decentemente, se non si hanno pretese particolari, con dodici o quindici euro (persino in Liguria, che è tutto dire). In compenso i ristoratori ti sfilano i soldi con una simpatica e sincera cortesia, caratteristica questa che ai liguri e ai piemontesi non appartiene. La battuta immediata del solito amico è stata che giustamente dove non si lavora i pranzi di lavoro non sono contemplati. Fino a quindici giorni fa l’avrei sottoscritta, ma dal poco che ho potuto vedere i siciliani mi sono parsi molto attivi. Evidentemente hanno abitudini prandiali diverse dalle nostre.

Il paesaggio storico. Sapevo che avrei incontrato in Sicilia molta architettura barocca, e non è stata certo questa la molla che mi ci ha portato (il barocco non gode delle mie preferenze). Non immaginavo però tanta opulenza ostentata. Quando a Noto, a Scicli, a Modica e nella stessa Catania ti riscuoti dal primo stordimento, quello prodotto dal susseguirsi uno di fianco all’altro di sontuosi palazzi che rivaleggiano in decori e volute, o dalle imponenti facciate di decine di chiese che testimoniano la passata potenza delle confraternite e degli ordini religiosi più mal noti, non puoi non provare una sensazione di disagio. Realizzi che questa terra deve essere stata un tempo davvero molto ricca, e che questa ricchezza era scandalosamente maldistribuita, molto più di quanto non lo fosse altrove. E viene spontaneo associare immediatamente tale sperequazione alla decadenza di cui proprio quegli edifici sono per contrasto testimoni. Non ho mai provata un’impressione del genere a Genova, a Torino, a Milano, dove pure i palazzi signorili non mancano, ma non trasmettono così sfacciatamente l’idea dell’esibizione del potere e della ricchezza. Il risultato è che per quanto mi riguarda non ho potuto separare per un attimo quelle immagini dal pensiero di quanto sudore e quanta miseria ci fosse dietro. Non sono l’unico: coloro cui ho confidato questa impressione mi hanno confermato di aver provato una identica malinconia, e persino rabbia, anziché uno stupore ammirato.
Lo stesso discorso vale per le meraviglie architettoniche e decorative di epoca romana. La villa del Casale di piazza Armerina, ad esempio, ti lascia sulle prime stupefatto, poi, di mano in mano che scopri gli incredibili mosaici e l’idea di lusso che dovevano veicolare pensi sempre più a chi quelle opere le ha realizzate e a chi a questo lusso era completamente sacrificato. Se un’idea mi ha percorso la mente è quella della freddezza inumana di chi ci abitava.
Un po’ diversamente stanno le cose per i resti greci di Siracusa e della Valle dei Templi. Non che dietro non si percepisca altrettanta spietatezza e sofferenza, ma il fatto che i teatri e i templi erano destinati all’uso pubblico rende un po’ più accettabile l’idea. Questo vale tanto più, e mi rendo conto che si tratta di una reazione puramente emozionale, per gli innumerevoli castelli coi quali il potere svevo-normanno, personificato soprattutto da Federico II, ha segnato il territorio. Anche in questo caso entra in gioco l’idea di un uso di difesa pubblico, che corrisponde solo in parte al vero: i castelli, quelli federiciani in primis, avevano in realtà lo scopo di far percepire la presenza di un potere superiore a quello dei baroni e delle tante famiglie nobiliari che amministravano il territorio.
Di fatto, l’imbattermi costantemente in queste formidabili costruzioni (ne ho visti solo una dozzina, e visitati solo una metà, ma in tutta la Sicilia ci sono più di duecento castelli medioevali), per la gran parte in qualche modo riferibili allo “stupor mundi”, mi ha portato a riflettere su cosa avrebbe potuto significare per il nostro paese la realizzazione del sogno di Federico di un unico regno, e l’uscita dalla soggezione al potere della chiesa. Avremmo avuto ottocento anni per diventare una vera nazione, e per sviluppare quel minimo di senso civico che può tenerla assieme.
Ho anche scoperto un personaggio del quale avevo forse già avuto qualche sentore in passato, ma che non ho mai approfondito: Riccardo da Lentini, l’architetto il cui nome si trova in calce a tutti i progetti di edificazione, di urbanistica e di fortificazione voluti da Federico. Forse di alcuni non ha realizzato personalmente il disegno, ma è indubbio che tutti recano il segno del suo zampino. Lo si può considerare una sorta di Ministro dei lavori pubblici nell’amministrazione federiciana (oggi quel ruolo è affidato a Salvini!). Ognuna delle costruzioni ha una pianta e una struttura diversa, il che è anche comprensibile, trattandosi non di villette a schiera ma di opere destinate alla difesa, che dovevano adeguarsi all’orografia e alla natura di luoghi già naturalmente predisposti: eppure un’idea architettonica di fondo le accomuna tutte, ed è immediatamente percepibile. Ora, sarà ignoranza mia, e forse è un nome che nella storia dell’architettura ha un grosso rilievo, ma in una veloce indagine effettuata al ritorno su cinque o sei manuali di storia dell’arte e allargata poi a opere più specifiche e di maggiore consistenza non ne ho trovato traccia. In Francia, in Germania o in Inghilterra sarebbe una star. Da noi è pressoché ignorato. Ho identificato in tutta la Sicilia solo quattro vie a lui intitolate, tante come quelle dedicate a Fabrizio de André.

Enna. Se racconti a qualcuno che sei stato ad Enna, ti guarda ironico e ti chiede cosa cavolo ci sei andato a fare. Non c’è nulla ad Enna, dicono. Non un’attrazione che giustifichi la visita, puoi capitarci solo se ci vive qualche parente. Del resto, provate anche a documentarvi su internet; più o meno, se non incappate nella guida dell’ufficio turistico locale, ricaverete la stessa impressione. Enna è al centesimo posto (su centosette) nella graduatoria della qualità della vita. Tra le città siciliane precede solo Caltanisetta. È l’ombelico della Sicilia, ma in un’isola questo significa essere il punto più lontano dal mare, e non è in genere motivo di pregio. Persino le cronache criminali sono reticenti: pare che non vi accada mai nulla, che i loro morti, se ce ne sono, li facciano sparire come i cinesi.
Tutto questo era più che sufficiente per motivarmi ad andarci. Volevo vedere il nulla, penetrare la barriera di mistero che circonda la città, capire come possa esistere un posto tanto sfigato. Perché naturalmente la immaginavo come un luogo desolato, piatto, sonnolento, completamente anonimo. Bene, nulla di più sbagliato. Intanto Enna, come l’Everest, merita di andarci già solo perché è lì. Si arrampica su un’altura, arriva quasi ai mille metri di quota, non c’è un metro di strada in piano, e dalla cima domina a trecentosessanta gradi le bellissime vallate a grano di cui parlavo sopra, per l’occasione ammantate di un tappeto di velluto verde. Le domina con l’autorità del castello normanno-federiciano, tanto imponente quanto elegante, eretto su fondamenta già greche e poi romane. E di lassù capisci tutto. Lì sotto c’è quello che per secoli, anzi, per millenni, prima della globalizzazione, è stato il granaio d’Italia (e se le cose in Ucraina continueranno così potrebbe tornare ad esserlo). Si spiega così il lusso quasi urtante e scandaloso di reperti romani come la Villa del Casale di Piazza Armerina, a pochi chilometri di distanza.
In compenso Enna (e questo l’ho scoperto naturalmente solo dopo) è tra le prime tre città del meridione per consuetudine con la lettura (è uno degli indici con i quali si valuta la qualità della vita), la prima in Sicilia. Dovevo aspettarmelo, non sono mai attratto dai luoghi senza un qualche motivo.
A deludermi invece sotto questo aspetto è stata Siracusa. In pratica sono andato in Sicilia con un’unica meta obbligata, la fonte Aretusa presso la quale Johann Gottfried Seume voleva andare a leggere i versi di Teocrito (e per farlo percorse tutto solo, a piedi, nel 1802, duemiladuecento chilometri in quattro mesi, partendo da Lipsia, e altri tremila e passa per tornare a casa facendo un salto anche a Parigi). Bene, la fonte Aretusa è ancora lì, ma nessuna statua, nessuna targa ricorda questo gesto incredibile di devozione alla poesia, di coraggio e di resistenza fisica. E già questo è grave. Ma il peggio viene quando si prova ad indagare tra i librai siracusani. Nessuno conosce l’esistenza di “L’Italia a piedi 1802”, l’unica traduzione italiana (uscita per Longanesi nel 1976) di Spaziergang nach Syrakus im Jahre 1802. (Una passeggiata a Siracusa nell’anno 1802), ma nessuno soprattutto sa nulla di Seume e del suo viaggio. La stessa cosa si ripete poi con i librai di Catania e di Agrigento (forse avrei dovuto provare ad Enna, ma ci sono capitato in un giorno festivo). Ora, non pretendo che tutti condividano le mie passioni, in genere ne sono anzi piuttosto geloso, ma pensavo che il viaggio e il personaggio potessero prestarsi, se vogliamo, se non altro ad uno sfruttamento biecamente turistico, potessero magari rappresentare un richiamo per allodole tedesche. Invece, il nulla.
Un’esperienza quasi simile me l’ha procurata Bronte. Anche in questo caso, ci sono andato a bella posta per testare quale memoria fosse rimasta dei fatti dell’agosto 1860, quelli raccontati da Verga nella novella Libertà. Mi ha incuriosito ulteriormente il trovare in ognuna delle città siciliane visitate una via intitolata a Garibaldi, in genere addirittura la principale, o in alternativa a Vittorio Emanuele II, e persino in un paio di casi a Nino Bixio. Non pensavo che questi personaggi fossero così popolari in Sicilia. A Bronte ho capito. Ho interrogato un giovane barista, nativo del paese, chiedendogli se ci fosse qualche monumento, qualche iscrizione a ricordo dei fatti, e mi sono sentito rispondere: “Di queste cose non so nulla, a scuola non me ne hanno mai parlato”. E la sua non era omertà, perché ha tentato di rimediare alla mia sorpresa parlandomi del castello di Nelson a Maniace, sperando magari c’entrasse in qualche modo. Un paio di avventori molto più anziani, possibili nipoti dei fucilati o dei deportati da Bixio, ma altrettanto ignari, hanno confermato la totale cancellazione della vicenda dalla storia del paese.
Queste sono le impressioni a caldo, almeno quelle di cui ho ricordo al momento. Magari capiterà in seguito di riprenderle e integrarle e organizzarle in maniera più approfondita. Per ora rimangono solo quelle immediatamente successive al ritorno, al rientro nella “normalità” piovigginosa dell’altra Italia. Una decina di giorni volutamente senza giornali e tivù mi hanno tagliato fuori da un sacco di grandi Eventi, primi tra tutti i funerali e le beatificazioni in tempo reale dei personaggi più disparati, da Lando Buzzanca a Pelè all’ex-papa Ratzinger. Ne ho colto solo gli ultimi stanchi strascichi, e segno in positivo tra le cose che il viaggio mi ha offerto anche l’avermi risparmiato gli stomachevoli compianti delle prefiche televisive.
E arrivo all’inevitabile domanda finale. Vale la pena alla mia età girare ancora il mondo, quando quello che ti interessava lo hai già visto, e se non lo hai visto non ti interessa più? Più in generale, ha ancora senso girare per un mondo globalizzato, che ha azzerato le differenze? Sia pure facendolo al di fuori dei circuiti organizzati, nella speranza di collezionare non solo foto e cartoline che si potrebbero benissimo scaricare da internet, ma incontri ed emozioni più profonde? La risposta parrebbe ovvia: vale comunque la pena. Ma non sono così convinto.
Quanto al discorso dell’età, credo che arrivi un momento nel quale si è più inclini a guardarci indietro, disseppellendo ricordi e cercando di riportarli in vita, che a guardarci attorno. Quanto invece al mondo globalizzato, so bene che, a saper guardare, qualcosa di nuovo e di diverso lo si trova sempre: ma il nuovo e diverso, ammesso che ancora esistano, sono davvero tali e possono condizionarti la vita solo quando ti capitano, non quando li vai a cercare.
Detto questo, sto comunque cominciando a fare un pensierino alla Calabria (altra terra incognita). Si vede che tanto vecchio ancora non sono.






Come nascono dal nulla star della musica, così succede con gli scrittori cult, specie negli USA. In Italia è diverso? non lo so, onestamente, ma facciamo un esempio: prendete Le Otto Montagne di Cognetti. Ditemi voi, che l’avete letto, cosa c’è di nuovo, interessante, curioso, originale in questa storia. C’è poco, molto poco. La storia è trita e ritrita, non sto a ricordarla, chi l’ha letto lo sa. Un rapporto umano che abbiamo già incontrato cento volte nelle nostre letture. Cognetti, nel frattempo, passava da una televisione all’altra, da una intervista all’altra. Diventa un’icona della montagna, da del tu a grandi alpinisti, si confronta con loro come fosse una marmotta nata sul Gran Paradiso. Provate anche a leggere un paio dei suoi libri precedenti, poi ditemi se siamo di fronte a dei capolavori. Accetterò con piacere il vostro punto di vista, e se mi accorgerò di aver avuto torto, mi cospargerò il capo di cenere.
All’opposto, La Montagna Vivente, di Nan Shepard; una donna (!!) scrive il suo libro verso la fine della seconda guerra mondiale; racconta le sue escursioni sulle montagne (montagne?) dell’altipiano del Cairngorm in Scozia negli anni 30’ e 40’ del secolo scorso, con la scalata di straordinarie vette alte ben mt. 1307! Eppure, è una zona freddissima, pericolosa e complessa.












Come vivere? Allora questa domanda ce la dobbiamo porre non soltanto alla fine di un millennio, di un secolo, di un anno, ma tutti i giorni, e tutti i giorni svegliandoci, si dovrebbe dire: “Oggi che cosa ci aspetta?”. Allora io considero che si dovrebbero fare le cose bene, perché non c’è maggiore soddisfazione di un lavoro ben fatto. Un lavoro ben fatto, qualsiasi lavoro, fatto dall’uomo che non si prefigge solo il guadagno, ma anche un arricchimento, un lavoro manuale, un lavoro intellettuale che sia, un lavoro ben fatto è quello che appaga l’uomo. Io coltivo l’orto, e qualche volta, quando vedo le aiuole ben tirate con il letame ben sotto, con la terra ben spianata, provo soddisfazione uguale a quella che ho quando ho finito un buon racconto. E allora dico anche questo: una catasta di legna ben fatta, ben allineata, ben in squadra, che non cade, è bella; un lavoro manuale quando non è ripetitivo è sempre un lavoro che va bene, perché è anche creativo: un bravo falegname, un bravo artigiano, un bravo scalpellino, un bravo contadino. E oggi dico sempre quando mi incontro con i ragazzi: voi magari aspirate ad avere un impiego in banca, ma ricordatevi che fare il contadino per bene è più intellettuale che non fare il cassiere di banca, perché un contadino deve sapere di genetica, di meteorologia, di chimica, di astronomia persino. Tutti questi lavori che noi consideriamo magari con un certo disprezzo, sono lavori invece intellettuali.





















L’albero genealogico dei Viandanti è fittissimo e composito. Risalendo di due secoli (non abbiamo voluto andare oltre, era già abbastanza complicato così) si incontrano un po’ tutte le tipologie e le varietà umane: scrittori, artisti, esploratori, viaggiatori, rivoluzionari, filosofi, storici, fumettisti, ecc…). In un modo o nell’altro coloro che abbiamo rintracciato hanno contribuito a indicare percorsi, a suggerire svolte, a portare ristoro e a orientarci nella nebbia. Non sono gli unici, naturalmente, perché la nostra è una famiglia molto allargata. Potremmo citarne almeno altrettanti, e anzi, quella dei gradi meno prossimi di parentela potrebbe già essere un’idea per una strenna futura.




Ho impugnato il fucile per tutta la vita, eppure, il mio popolo è stato distrutto, la mia sposa torturata a morte…
Garantire la libertà ai lupi significa condannare a morte le pecore.
L’anarchismo è il viandante che va per le vie della Storia, e lotta con gli uomini quali sono e costruisce con le pietre che gli fornisce la sua epoca. Egli si sofferma per adagiarsi all’ombra avvelenata, per dissetarsi alla fontana insidiosa. Egli sa che il destino, che la sua missione è riprendere il cammino, additando alle genti nuove mete.
Questa storia è finita come doveva, con dei vincitori e dei vinti … il mio guaio è che non appartengo né agli uni né agli altri.
Perché un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime. Bisogna che si cambi in esempio.
Quando giunge l’ora in cui la morte comincia a guardarci negli occhi con una certa continuità, e quindi noi lei, se non vogliamo distogliere lo sguardo e far finta che tutto è come prima e non c’è niente da cambiare, la domanda che per pri-ma ci si articola nella mente è: Che cosa rimane?… Rimane, se rimane, quello che si è, quello che si era: il ricordo d’esser stati “belli”, direbbe Plotino… Rimane, se rimane, la capacità di mantenere che ciò che è bene è bene, ciò che è male è male, e non si può fare che sia diversa-mente (e non si deve fare che appaia diversamente).
Le auguro due cose che spesso ostacolano il successo esteriore e hanno tutto il diritto di farlo perché sono più importanti: l’amore e la libertà.
Nella lunga storia del genere umano (e anche del genere animale) hanno prevalso coloro che hanno imparato a collaborare ed a improvvisare con più efficacia.
Tutti sanno che gli animali hanno emozioni e sentimenti, e che prendono decisioni simili alle nostre. Gli unici a fare eccezione, sembrerebbe, sono alcuni universitari. 
La televisione è puro terrorismo. La parola scompare, e con la parola ogni possibilità di riflessione.
Una magica pace vive nelle rovine dei templi greci. Il viaggiatore si adagia tra i capitelli caduti e lascia passare le ore, e l’incantesimo gli vuota la mente di ansie e pensieri molesti e a poco a poco la riempie di un’estasi tranquilla.
Non si parte per andare da nessuna parte senza aver prima di tutto sognato un posto. E viceversa, senza viaggiare prima o poi finiscono tutti i sogni, o si resta bloccati sempre nello stesso sogno.
L’unica vera sorgente dell’arte è il nostro cuore, il linguaggio di un animo infallibilmente puro. Un’opera che non sia sgorgata da questa sorgente può essere soltanto artificio.
Perché, mi son sovente domandato, scegli sì spesso a oggetto di pittura la morte, la caducità, la tomba? È perché, per vivere in eterno, bisogna spesso abbandonarsi alla morte.
Il fascismo è il governo che si merita un’Italia di disoccupati e di parassiti ancora lontana dalle moderne forme di convivenza democratiche e liberali, e che per combatterlo bisogna lavorare per una rivoluzione integrale, dell’economia come delle coscienze.
Quando parlo con un uomo, non ho bisogno di guardarlo per seguire esattamente quello che dice; sento subito se egli mi dà a bere qualche cosa o me ne nasconde qualche altra; la voce, credetemi, è un apparecchio pericoloso
Provo un sentimento d’amicizia verso i maiali in generale, e li considero tra le bestie più intelligenti. Mi piacciono il temperamento e l’atteggiamento del maiale verso le altre creature, soprattutto l’uomo. Non è sospettoso o timidamente sottomesso, come i cavalli, i bovini e le pecore; né impudente e strafottente come la capra; non è ostile come l’oca, né condiscendente come il gatto; e neppure un parassita adulatorio come il cane. Il maiale ci osserva da una posizione totalmente diversa, una specie di punto di vista democratico,
Ci sono popoli più acculturati, avanzati e nobilitati dall’educazione di altri, ma non esistono razze più valide di altre, perché sono tutte egualmente destinate alla libertà.
L’evoluzione non è lenta e uniforme come si vuol sostenere. Evoluzione e rivoluzione si alternano, e le rivoluzioni – i periodi cioè di evoluzione accelerata – appartengono all’unità della natura esattamente come i periodi in cui l’evoluzione è più lenta.
La cultura in cui prevale una religione della morte o anche una religione dei morti esemplari. La cultura in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola, innanzitutto Tradizione e Cultura ma anche Giustizia, Libertà, Rivoluzione. Una cultura insomma fatta di autorità e sicurezza mitologica circa le norme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire. La maggior parte del patrimonio culturale, anche di chi oggi non vuole essere affatto di destra, è residuo culturale di destra.
Il problema è che i socialisti hanno sempre nutrito una fiducia incondizionata nella razionalità degli uomini.
Lo Stato non è qualcosa che si può distruggere con una rivoluzione, dato che esso esprime una condizione, una certa relazione tra gli esseri umani, una modalità del comportamento umano; lo possiamo distruggere solo contraendo altri tipi di relazioni, assumendo altri tipi di comportamento.
Passeggere: Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?”
Non era della loro tribù, non poteva parlare il loro gergo, non poteva far finta di essere come loro. La maschera sarebbe stata scoperta e, per altro, le mascherate erano estranee alla sua natura.
Noi non possiamo vivere soltanto per noi stessi. Le nostre vite sono connesse da un migliaio di fili invisibili, e lungo queste fibre sensibili, corrono le nostre azioni come cause e ritornano a noi come risultati. 

La via più difficile alle cime più difficili è sempre la cosa giusta da tentare, mentre i pendii di sgradevole pietrisco vanno lasciati agli scienziati. Il Grépon merita di essere salito perché da nessuna altra parte l’alpinista troverà torrioni più arditi, fessure più selvagge, precipizi più spaventosi.
Sapere dove andare e sapere come andarci sono due processi mentali diversi, che molto raramente si combinano nella stessa persona. I pensatori della politica si dividono generalmente in due categorie: gli utopisti con la testa fra le nuvole, e i realisti con i piedi nel fango.
Quelli che sognano ad occhi aperti sono pericolosi, perché non si rendono conto di quando i sogni finiscono.
L’Anarchia è la più alta espressione dell’ordine. 
I ricordi sono come il vino che decanta dentro la bottiglia: rimangono limpidi e il torbido resta sul fondo. Non bisogna agitarla, la bottiglia.
Domando tante volte alla gente: avete mai assistito a un’alba sulle montagne? Salire la montagna quando è ancora buio e aspettare il sorgere del sole. È uno spettacolo che nessun altro mezzo creato dall’uomo vi può dare, questo spettacolo della natura.
Il tempo, nella vita di un uomo, non si misura con il calendario ma con i fatti che accadono; come la strada che si percorre non è segnata dal contachilometri ma dalla difficoltà del percorso.
Mio caro Mandibola – diceva quasi sempre Farandola terminando – abbandono definitivamente ogni idea di riforma sociale, e mi lancio con tutte le vele spiegate, nella più vasta industria. Gli affari, il commercio, ecco ciò che mi occorre; e dal momento che le grandi imprese sono necessarie alla mia salute, avanti con le gigantesche speculazioni commerciali! 
Io sono una specie di paranoico alla rovescia. Sospetto le persone di complottare per rendermi felice.
La più spiccata differenza tra la felicità e la gioia è che la felicità è un solido e la gioia è un liquido.
Se potessi promettere qualcosa
Il mondo è una sintesi delle nostre sensazioni, delle nostre percezioni e dei nostri ricordi. È comodo pensare che esista obiettivamente, di per sé. Ma la sua semplice esistenza non basterebbe, comunque, a spiegare il fatto che esso ci appare.
Camminare è l’attività più libera e indipendente, niente vi è di peggio che star seduti troppo a lungo in una scatola chiusa. 

Tutta la metafisica è un ramo della letteratura fantastica.
Non chiedo ricchezze, né speranze, né amore, né un amico che mi comprenda; tutto quello che chiedo è il cielo sopra di me e una strada ai miei piedi.
Non c’è valore nella vita eccetto ciò che scegli di mettere in essa e nessuna felicità in nessun posto eccetto ciò che gli apporti tu.
Scrivere significa svolgere un ragionamento che deve servire a illuminare un problema e a convincere delle intelligenze. Senza esibizioni, senza narcisismi, senza trucchi o effetti speciali. Seguendo la logica e le procedure della ragione, senza gli orpelli della retorica e senza gli appelli alle emozioni. Chi scrive offre al lettore la propria coerenza di ragionamento e lo invita ad analoga coerenza.
Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente all’infanzia; ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi. Non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere?


Questa progressione, per piccoli passi, in varie direzioni, ma sempre controllata ed equilibrata dalle condizioni necessarie, soggette alle quali solo l’esistenza può essere preservata, può, si crede, essere seguita in modo da concordare con tutti i fenomeni presentati da esseri organizzati, la loro estinzione e successione nelle epoche passate, e tutte le straordinarie modificazioni di forma, istinto e abitudini che esibiscono.


