sentieri in utopia

VIENI A TROVARCI

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Perché una “vetrina”

sentieri in utopia copertinaDal 3 all’11 dicembre i Viandanti usciranno dalle nebbie (che sono state sino ad oggi il loro naturale habitat, e lo saranno ancora per il futuro) per proporre una testimonianza del loro operato in cinque lustri di esistenza. Non è una vetrina promozionale: non siamo depositari di verità, non imbandiamo sapienza, non cerchiamo adepti, non chiediamo finanziamenti. Semplicemente, dal momento che il sodalizio esiste da oltre un quarto di secolo, ci teniamo a far sapere a chi già ci conosce che è ancora vivo, e a chi ancora non ci conosce che ci siamo anche noi.

È una scelta che parrebbe contraddire quella che è stata sinora la nostra discrezione: ma essere discreti non significa agire nell’ombra come una società segreta. L’accesso ai nostri scritti e alle nostre immagini è sempre stato libero (e gratuito), le nuove collaborazioni sono sempre state ben accette: uniche pregiudiziali, l’uso del buon senso e la capacità di autoironia.

La mostra va letta quindi con questo spirito. Se dopo un giro completo della sala vi sarete incuriositi o divertiti, potrete già considerarvi viandanti ad honorem.

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Riproponiamo di seguito il vecchio biglietto da visita dei Viandanti. Sotto una patina di retorica che oggi può anche far sorridere, e a dispetto delle situazioni diverse che gli oltre venticinque anni trascorsi hanno creato, i propositi professati all’epoca non solo sono rimasti validi, ma hanno acquistato un’attualità ancora maggiore. Viandanti per sempre, dunque.

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Io sono un viandante, uno scalatore, disse egli al proprio cuore; io non amo le pianure e, a quanto pare, non posso starmene a lungo tranquillo. E qualunque destino o esperienza mi tocchi, – in essi sarà sempre un peregrinare e un salire sulle montagne: alla fine non si esperimenta che se stessi.
FRIEDRICH NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra

Chi sono i Viandanti delle Nebbie?

Si fa prima a dire “cosa” non sono. I “Viandanti” non sono un partito politico, ma oppongono una resistenza politica ad ogni forma di omologazione istupidente; non sono un gruppo sportivo, ma praticano la disciplina sportiva più pura, quella che richiede solo buone gambe, volontà e fantasia; non sono un’agenzia di viaggi, ma promuovono una conoscenza non utilitaristica del territorio; non sono un’associazione ecologica, ma si battono da bravi indigeni per la difesa del “loro” ambiente; non sono un’accademia culturale, ma coltivano ogni manifestazione non istituzionalizzata del sapere; non sono un ordine mendicante, ma rifiutano la mercificazione di ogni idealità.

In breve, non rispondono ai requisiti di visibilità imposti dal dominio dell’insignificanza virtuale. Sono invece un’esperienza, anzi tante, diverse, continue esperienze di (r)esistenza extra-catodica e post-cellulare, cioè di vita degna di questo nome, di amicizie, di letture, di escursioni, di convivi, di scoperte, che non vogliono essere consumate in un arcadico distacco, ma vanno trasmesse nelle forme più semplici, dirette e genuine, attraverso le quali è possibile esprimere sogni, idee ed emozioni, ed invitare gli altri ad esserne partecipi (e non spettatori).

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Wanderers forever

cropped-tobbio4.jpgC’era una volta, tanti e tanti … beh, insomma, una ventina d’anni fa, un gruppo di amici, di quelli messi assieme dalle circostanze della vita e dalle passioni in comune anziché dall’anagrafe, che si ritrovavano sempre più spesso a frugare tra gli scaffali di una caotica libreria ovadese, a camminare lungo i sentieri del Parco di Marcarolo o a cenare in un capanno sperduto nella campagna. Era un’allegra brigata, a metà strada tra il cenacolo intellettuale e la compagnia del calcetto …

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Storia del logo

cropped-vianda-300-ppi-png.pngLa storia del logo dei Viandanti merita di essere raccontata. Dunque: siamo nel novembre del novantacinque e i Viandanti delle Nebbie hanno organizzato in Ovada una mostra su Il West nel fumetto italiano, che ospita tra le altre cose una sezione dedicata alle illustrazioni di Renzo Callegari. In occasione della chiusura provo a contattare, (senza molte aspettative ma nemmeno cerimonie, una semplice telefonata da uno sconosciuto) il maestro, che sembra incuriosito e si presenta in effetti puntuale, accompagnato da un paio di allievi della sua scuola di fumetto di Rapallo. Chiusa la mostra, li invitiamo a cenare con noi al Capanno, già all’epoca sede ufficiale dei Viandanti …

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Come è nato il Capanno

Capanno 2018 10 06 01 seppiaCredo che anche la storia del Capanno, come quella del logo, meriti di essere raccontata.
È andata così. Quando ancora erano in vita i miei genitori avevo l’abitudine di trascorrere tutte le sere, subito dopo cena, una mezzoretta con loro (abitavano al piano inferiore). Si commentava la giornata, si programmavano i lavori, a volte semplicemente seguivo assieme a loro il telegiornale. All’epoca (parlo di venticinque e passa anni fa) ero affetto da una sorta di compulsione a disegnare, cosa che mi portavo dietro sin dall’infanzia. Era probabilmente un modo per isolarmi dagli altri e per evadere nei miei mondi fantastici …

la foresta, paesaggio, 1901 01

Istruzioni per l’uso del sito, della mostra, della mappa

I materiali prodotti dai Viandanti in tutti questi anni sono ospitati nel sito https://viandantidellenebbie.org/. Ma è sufficiente digitare “Viandanti delle Nebbie” per trovarci. Una volta entrati nella home appaiono sulla destra del monitor una serie di voci che aprono altrettante sezioni. Sempre sulla destra, scendendo, trovate gli elenchi di quanto è stato pubblicato anche in formato cartaceo. Sulla sinistra potete aprire direttamente gli interventi più recenti. Nella parte bassa della home scorrono infine immagini tratte dagli album. Non troverete cookies o messaggi promozionali di alcun genere.
Tutti i materiali sono consultabili e scaricabili gratuitamente.
La mostra prevede alcuni pannelli iniziali di presentazione del sodalizio, per passare poi a proporre le copertine di tutti i volumetti editi dai Viandanti. I codici QR presenti su ciascuna copertina aprono direttamente alla consultazione integrale dei libretti. Sono esposte anche le locandine delle mostre curate dai Viandanti, oltre ad una serie di pannelli tratti dalle stesse. Gli esemplari delle pubblicazioni cartacee sono disponibili per una presa di visione, ma comprensibilmente non per l’asporto.

La mappa che potete consultare nelle pagine seguenti è stata costruita per suggerire ai visitatori del sito e della mostra una serie di itinerari percorribili attraverso le nostre pubblicazioni. In effetti i percorsi avrebbero potuto essere molti di più, o essere tracciati tenendo conto di direzioni diverse: ma preferiamo siano eventuali visitatori o estimatori del sito a riconoscerli e a costruirli. Le “stazioni” non rispettano un ordine cronologico di pubblicazione, ma un semplice gioco di rimandi. In alcuni casi sono poste all’incrocio di diverse linee, in quanto fruibili lungo più itinerari: ma in realtà la cosa potrebbe valere per quasi tutte le pubblicazioni. Come potrete constatare, nessuna linea prevede stazioni terminali. Il cammino di un Viandante è sempre aperto.

sentieri in utopia - mappa a mano 2la prima versione della mappa

Mappa dei sentieri in utopia

sentieri in utopia - mappa download

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Parole in cammino

Diable_à_Paris_fronstispice (2)Durante il periodo di apertura della mostra sono previsti tre incontri pubblici, mirati a presentare il lavoro del sodalizio dei Viandanti, a giustificarne per quanto possibile lo spirito e a suggerire ai visitatori alcune possibili modi per gustarlo e per trarne, se non briciole di sapere, almeno un po’ di piacere.
Con queste premesse è evidente (ma lo era già dai titoli) che gli argomenti proposti saranno solo dei pretesti per spaziare in lungo e in largo, come facciamo abitualmente nei nostri testi, tra natura e cultura, realtà e fantasia, quotidianità e storia.
Abbiamo immaginato questi incontri non come conferenze o, peggio ancora, come “dibattiti”, ma come amichevoli conversazioni dalle quali tutti i partecipanti escano possibilmente con la voglia di rivedersi ancora. Come uno scambio non pedantesco di esperienze, tale magari da indurre qualcuno ad andarsi a leggere ciò di cui ha sentito parlare, a riflettere sui temi che sono stati toccati, a rassicurarsi sul fatto che il regime dei social e dei talk show non ha ancora occupato tutti gli spazi.
Le titolazioni assegnate agli incontri riflettono naturalmente, sia pure in maniera molto sommaria, gli interessi comuni ai curatori e ai visitatori del sito. Ma chi appunto il sito già lo conosce sa che questi interessi non sono mai “specialistici” e vengono coltivati in campi aperti e con metodi tutt’altro che canonici. E chi non lo conosce potrà verificarlo integrando gli incontri con qualche incursione nel nostro catalogo. Sarà il benvenuto.

Comunque, per fingere un minimo in più di informazione, negli incontri saranno (grosso modo) trattati i seguenti temi:

  • Viaggi e peregrinazioni | Perché si viaggia. Storia dei viaggi e storie di viaggio. Pensare con i piedi. Tipologie della letteratura di viaggio.
  • Biografie e bibliografie | L’importante è non nascere adatti. Vizi privati e pubbliche virtù.  Confessioni di un bibliopatico. Perché si mente dicendo di aver riletto un libro.
  • Natura e cultura | Siamo un tragico errore della selezione naturale? Le storie che ci siamo raccontati. La memoria e il piagnisteo. Quattro salti nella cultura (in offerta).

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I Quaderni dei Viandanti

sentieri in utopia Uomo x Quaderni (2)I Quaderni sono nati con l’intento di raccogliere in volumetti e rendere disponi-bili per eventuali estimatori (?)i materiali pubblicati su Sottotiro review. E così è stato, almeno per i primi due o tre libretti. Poi la cosa ha ci preso la mano, e si è tra-sformata in una vera e propria impresa editoriale …

Quaderni logo

Gli Album dei Viandanti

sentieri in utopia x Album Viandante - Pietro Morando2Un viandante non è un viaggiatore. Non si limita a superare occasionalmente delle distanze, ma percorre degli itinerari, connota degli spazi. E dal momento che nemmeno è un pendolare, questi spazi, questi itinerari sono sempre diversi. Il viaggio è la sua vita, lo spostamento è la sua meta …

Album logo

Gli sguardistorti

UNASOS~1È il proseguo di Sottotiro review in modalità digitale, per quel che possiamo fare noi restii al digitale. Ci autorizziamo a lanciare degli sguardi nella rete che hanno la presunzione di proiettare delle occhiate “ostinate e contrarie” verso ciò che il quotidiano ci offre. Sono sguardistorti verso un mondo di cui dichiariamo la nostra difficoltà a comprenderne i meccanismi autodistruttivi, ma che ci stupiamo a scrutare per indagarne le distopie …

Nuovi sguardistorti2 - Bottone

La sottotiro review

sentieri in utopia x sottotiroSottotiro è una rivista nata nei primi anni novanta dello scorso secolo in Toscana. Dopo un paio di numeri e un lungo letargo è rinata in Piemonte, nelle colline ovadesi. L’intento era quello di costituire, nel suo piccolo, un tramite e un luogo di contatti, di scambi culturali, di amicizie e (magari!) anche di discussioni. Per un certo periodo lo è anche stata, e non solo a livello strettamente locale: non avrà inciso sull’opinione pubblica, ma ha senz’altro contribuito, tramite il comune impegno, le discussioni redazionali, gli incontri necessari per costruirla materialmente, a creare o a rinsaldare amicizie …

Sottotiro review

La Biblioteca del Viandante

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La Biblioteca raccoglie diverse opere attinte dalle fonti più disparate, che potrebbero riuscire interessanti per altri frequentatori del nostro sito. Avremmo potuto fornire semplicemente le indicazioni per rintracciarle, ma ci sembra di offrire un servizio utile proponendole in PDF, che consente di scaricarle direttamente in formato stampa. Si tratta in genere di testi di pensatori pochissimo conosciuti, o sconosciuti del tutto, difficilmente reperibili in commercio, oppure di antologie …

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Amici

La mostra è dedicata agli amici che in questi venticinque anni hanno percorso coi Viandanti un ultimo tratto della loro strada. Poi si sono congedati, ma il loro cammino non si è interrotto. Gli amici ci lasciano, ma non scompaiono: e oggi sono presenti con noi in questa sala.
Non vogliamo raccontarli, l’hanno già fatto loro stessi, ciascuno a modo suo. Chi volesse conoscerli meglio può trovarli sul sito (per Mario Mantelli, oltre ai suoi libri – Di cosa ci siamo nutriti e Viaggio nelle terre di Santa Marta e San Rocco – e ai quattro Quaderni di prose e di poesie pubblicati dai Viandanti, si possono leggere: Una raccolta di silenzi; Arrivederci, maestro!; Visite guidate nei giardini della memoria; Che belle figure!. Per Armando Cremonini, Il collezionista. Per Gianmaria Olivieri Un viandante parte in sordina. A Piero Jannon è dedicato l’Albo A spasso con Piero, Per Gianni Martinelli parlano le immagini de Il West nel fumetto italiano: sono quasi tutte tratte dalle sue raccolte).

Quelli che dormono sulla montagna

Quelli che dormono sulla montagnaQuando i Viandanti delle Nebbie si misero alla ricerca di riferimenti ideali si imbatterono quasi per caso negli Yamabushi. I riferimenti ideali sono importanti, soprattutto se sono abbastanza lontani nel tempo e nello spazio da rimanere ideali. Per noi gli Yamabushi erano perfetti: stavano dall’altra parte del globo ed erano praticamente spariti dalla circolazione da almeno un secolo e mezzo. In più, anche in piena New Age li conosceva nessuno (tanto che per un attimo l’idea di riesumarli ci ha sfiorato, e resto convinto che avremmo trovato adepti) e i loro rituali erano impegnativi solo sul piano fisico. Adoravano come noi le montagne, le salivano come noi, come noi le rispettavano, senza provare alcun bisogno di domarle e di sconfiggerle. Non c’era da cambiare una virgola nel nostro atteggiamento e nei nostri comportamenti. Gli Yamabushi sono quindi …

Passati prossimi e futuri imminenti

di Stefano Gandolfi, 10 ottobre 2022

Coincidenze

di Stefano Gandolfi, 5 ottobre 2022

Che “il mondo sia piccolo” è una delle più banali e scontate frasi fatte, tanto banale che nessuno vorrebbe mai usarla se non in caso di estrema necessità…come quando viaggi per un po’ di tempo e scopri che ovunque tu vada, e soprattutto qualunque tentativo tu faccia di scegliere una meta poco banale, poco appetibile per l’orda di “italiani erranti” in Lacoste e Timberland, non solo ti ritrovi fianco a fianco, in coda al check-in, in sala d’attesa, sull’aereo, sul traghetto, sul pulmino scassato nel posto più improbabile del mondo, un connazionale agguerritissimo pronto a spiegarti tutto, ma proprio tutto su ciò che stai per visitare, mangiare, comprare, fotografare, ma, spesso e volentieri, il connazionale è anche un concittadino, e, se le circostanze sono favorevoli (?), magari lo conosci pure.. e non è detto che ti stia particolarmente simpatico, forse anche ricambiato, e comunque sia ti ritrovi al primo scambio di convenevoli ri-immerso in una realtà che faticosamente pensavi di riuscire ad abbandonare per qualche giorno, una realtà da cui non cerchi di fuggire, beninteso, perché senno tu stesso saresti una patetica controfigura di Puerto Escondido, ma semplicemente desideri abbandonare per un po’ di tempo per far emergere energie vitali, positive, per cambiare prospettiva e punto di vista sulle cose, per il solo piacere di sintonizzarti su quanto ti circonda e con la curiosità di confrontarti con qualche cosa di diverso, e magari, perché no, anche con un discreto desiderio di mettere in discussione abitudini e consuetudini della vita quotidiana, metterti alla prova per vedere quanto sei in grado, anche solo per gioco e per poco tempo, di modificare il tuo comportamento.

C’è sicuramente un velato atteggiamento aristocratico e presuntuoso nel desiderio di non imbatterti in un tuo connazionale o concittadino in un viaggio importante, ma non tanto per l’orgoglio “ferito” di non essere l’unico “dei paesi tuoi” ad avere scelto quella meta e con quelle determinate modalità, perché oggi è ridicolo pensare che chiunque non possa, se vuole, raggiungere qualsiasi posto in qualsiasi momento: l’era degli esploratori è finita da un pezzo e, tutt’al più, solo la personale motivazione può spingere il viaggiatore verso mete relativamente meno battute..

No, non è questione di orgoglio e presunzione aristocratica, e non è nemmeno una questione legata agli italiani: probabilmente se fossi inglese, americano, giapponese, penserei la stessa identica cosa dei connazionali; la questione è un’altra.

Probabilmente il fatto di incontrare all’estero un connazionale, un compaesano, uno che parla la sua stessa lingua, per molte persone costituisce uno stimolo irrefrenabile a fare ciò che in patria non farebbe mai, ovvero attaccare bottone con uno sconosciuto, quasi come se fosse Stanley che incontra Livingstone, sicuramente con il sollievo di trovare un volto amico in una terra sconosciuta…e fin qui non ci sarebbe ancora (quasi) niente di male, perché, ripeto, qui non si parla di snobismo; il fatto è: di che cosa ti parla il tuo connazionale? Del suo approccio psicologico al viaggio? Delle emozioni che gli hanno fatto vibrare i neuroni di fronte ad un tramonto nella savana? Dello smarrimento provocato dall’immensità del vuoto pieno di vento della steppa patagonica?

No, il tuo connazionale ti esibisce trionfante davanti al muso il suo nuovo telefonino quadri-band col quale è riuscito a telefonare agli amici del bar (in Italia) e in anteprima assoluta, perlomeno per quanto riguarda l’altopiano tibetano, ti mette al corrente del nuovo centravanti acquistato dall’Inter e dell’aerodinamica del prototipo di Ferrari per la prossima stagione di Formula 1; se sei fortunato ti comunica anche il colore della nuova capigliatura di Valentino Rossi. Poi ti chiede se a Lhasa c’è un buon ristorantino dove mangiare gli spaghetti all’amatriciana, perché è da ben quattro giorni che mangia da far schifo, nient’altro che cucina tibetana (e già perché in Tibet capita di mangiare cucina tibetana!), alla fine, un po’ deluso perché non te ne frega niente né del campionato di calcio né del Motomondiale, si allontana sbiascicando qualcosa del genere: “che strani individui che si incontrano in giro per il mondo, non vedo l’ora di tornare dagli amici del Bar Sport!”

Il tuo connazionale all’estero (e, ripeto, non vorrei essere troppo severo verso gli italiani, probabilmente direi le stese cose di chiunque) è pervaso costantemente da una spasmodica necessità di riprodurre in ogni dettaglio, nei limiti del possibile ma spesso ben oltre questi limiti, tutti gli aspetti della sua quotidianità: il caffè ristretto alla mattina, la pausa-pranzo a mezzogiorno con abbiocchino e relativa pennica, la doccia prima di cena col rituale cambio d’abito che fa tanto chic a prescindere da dove ti trovi, la ricerca della Gazzetta dello Sport, anche se vecchia di giorni, non appena entra in un centro abitato.

Sembra quasi che il viaggio esalti, paradossalmente, ancora di più la ricerca del quotidiano, del familiare, del rassicurante e che ogni minimo cambiamento, ogni dettaglio diverso, ogni alimento e sapore differente dai nostri costituisca un fastidio, un peso che non si va ricercando, quasi un impiccio, un fardello da pagare e non un arricchimento, una scoperta…

Per taluni addirittura costituisce un ostacolo insormontabile che preclude totalmente il viaggio stesso: “io non posso partire perché sto male se non mangio la pastasciutta tutti i giorni a pranzo, se non bevo il caffè all’italiana, se non dormo nel mio letto, se non posso leggere la Gazzetta dello Sport, se non posso vedere il campionato di calcio (o, a scelta, il Motomondiale o il Festival di Sanremo o le ultime puntate di qualche serie televisiva).

Quello che decide di non partire tutto sommato dimostra ancora buon senso e fa un’efficace autoanalisi dei propri limiti e del proprio carattere, ma quello che parte??

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Primi anni novanta, vacanze di Natale, Wurzburg, Germania appena riunificata, al termine della Romantichestrasse, la bellissima strada “romantica” di Baviera e Franconia che attraversa alcuni dei meglio conservati paesi medievali tedeschi nel paesaggio fatato invernale, percorsa in auto con gli abituali compagni di viaggio dell’epoca, i due amici Antonio e Katia.

Grande freddo, poca neve, l’inverno nordico che cala come una mannaia alle tre di pomeriggio e ti fa assimilare subito la consuetudine locale di fiondarti in un pub, all’uscita dal lavoro e prima del rientro a casa: appena dentro ti immergi in una sorta di sauna, caldissima, quasi soffocante, trovi a stento un tavolino, ti spogli di tutti gli abiti indispensabili per girare a piedi per ore a otto-dieci gradi sotto zero, quindi via il piumino, il pile o il maglione di lana, ti rimbocchi le maniche della camicia, sudi, ti senti tutti gli sguardi addosso, poi cominci a rilassarti, ti guardi attorno e vedi che ognuno fa gli affari suoi, tutti bevono enormi boccali di birra, tamponano i succhi gastrici con spuntini locali a base di wurstel, salsicce, omelettes di varia fattura, ogni tanto sostituiscono la birra con un bicchiere di vino, poi riempiono di nuovo il boccale … passano mezz’ora, un’ora così, uomini e donne, poi escono nel buio da notte fonda della giornata cortissima e si dirigono a casa, attrezzati a sostenere l’urto del clima gelido di gennaio.

A quel punto o ordini un succo di frutta e due noccioline … oppure ti adegui alle usanze locali, vagamente preoccupato per il carico calorico di questa merenda alla quale seguirà dopo alcune ore la cena, che oltretutto sarà il pasto principale della giornata.

Dopo una sosta in albergo, di nuovo per strada, a cercare un ristorante; nessuno in giro, i locali sono tutti a casa o al pub, turisti ben pochi, praticamente solo noi, o forse no.

Nel buio della notte invernale di Wurzburg incontriamo dei ragazzi di Modena:

– Sapete dove possiamo trovare un ristorante italiano?
– Veramente no, noi stiamo cercando un ristorante locale…
– Siete pazzi? All’estero si mangia così male!
– Forse, ma è anche vero che in un ristorante locale sanno cucinare bene i loro cibi, mentre se vi ostinate a chiedere lasagne o pizza, è molto probabile che non li sappiano preparare bene.
– Siete pazzi! Buona serata!
– Bè … buona serata a voi!

Finalmente troviamo un ristorante che ci suscita simpatia, entriamo, cominciamo a scrutare il menù, escludiamo le cose italiane, Augusta, Antonio e Katia si impegnano nella lettura per ordinare qualche buon piatto di carne e patate, io sono più fatalista e dopo pochi secondi decido di mangiare una misteriosa “chef salade”: la mia ordinazione sembra scatenare un grande entusiasmo nei camerieri, esce anche il cuoco dalla cucina per vedere in faccia colui che mangerà la sua specialità, sembra quasi commosso, forse non gliela ordina mai nessuno: fatto sta che mi arriva un monumentale piatto con tutto ciò che, alla rinfusa, rientra nella categoria “frutta e verdura di stagione” con aggiunta di fette di formaggio e di diversi tipi di affettati locali; superata la leggera inquietudine di accostare al palato simultaneamente prosciutto, fette d’arancio, emmental, kiwi, pomodori e quant’altro, il piatto è buono (qualcuno potrebbe contestarmi il fatto che comunque per me qualunque piatto sarebbe buono), gli ingredienti sono freschi e gustosi, la birra è fredda al punto giusto, tutto è OK, anche gli altri tre piatti sembrano soddisfacenti.

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Appena ci apprestiamo a mangiare, entrano nel locale i ragazzi di Modena, non hanno trovato un ristorante italiano (o forse non ne hanno trovato uno di loro gradimento?), sono un po’ abbacchiati:

– Cosa mangiate?
– Io una chef salade, gli altri qualcosa di tipico …
– Siete pazzi!
– Non ci sembrano male …
– Siete pazzi, speriamo che facciano qualcosa di buono.

Si siedono rassegnati, quando noi siamo alla fine della cena li vediamo già alzarsi per uscire, ci passano accanto e ci salutano:

– Avevamo ragione noi, all’estero non sanno cucinare, le lasagne facevano veramente schifo!!

Per loro fortuna, dopo pochi giorni sarebbero tornati in Italia.

Per nostra fortuna, non li abbiamo più incontrati.

A spasso con Pietro

A spasso con Pietro copertinaa cura del C.A.I. di Ovada, 30 novembre 2014
Questa pubblicazione è stata curata da: Giorgio Bello, Angelo Cardona, Diego Cartasegna e Paolo Repetto.
Impaginazione a cura dei Viandanti delle Nebbie.

Si ringraziano per la collaborazione: tutti  gli amici della sezione CAI di Ovada, il Comune di Ovada, Mauro e Claudia Cavalleri.

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Introduzione

A spasso con Pietro Dipinti (1)Sono già trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Pietro Jannon. Scomparsa è in questo caso il termine più appropriato, perché Pietro improvvisamente si è eclissato alla vista degli amici e ha compiuto l’ultimo tratto del suo percorso in solitudine. Come, del resto, aveva sempre fatto: spariva a metà di una escursione o di un’ascesa, e te lo ritrovavi poi alla meta. Oppure non dava notizie per due mesi, e rivelava al ritorno di essere stato in Alaska. Ma la sua ricerca di solitudine non era misantropia: tutt’altro. Aveva solo un altissimo senso della discrezione, la praticava nei confronti degli altri e la chiedeva per sé. Alla fine ha voluto rimanere nel cuore e nella memoria di tutti coloro che avevano goduto della sua amicizia come il grande, inossidabile Pietro. Testardo com’era, è riuscito anche in questo. Ognuno di noi ha condiviso con lui alcune delle esperienze alpinistiche o escursionistiche più belle, o semplicemente splendide salite al Tobbio in qualsiasi stagione e da qualsiasi versante, e quelle si porta dentro. O ha in casa qualche sua opera, che lo dice lì, ancora presente.
Questa mostra e questo opuscolo vorrebbero contribuire, attraverso le immagini e le testimonianze degli amici, non solo a conservarne la memoria in chi lo ha conosciuto, ma anche ad accendere la curiosità nei suoi confronti in chi, più giovane, non ha avuto questa fortuna. Pietro è stato un’ottima persona, prima ancora che un singolare personaggio: un modello umano del quale i nostri ragazzi hanno oggi più che mai bisogno.

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Ci risiamo!

A spasso con Pietro08Ci risiamo. L’ho perso un’altra volta. Rallento e mi volto a cercarlo, ma già imma­gino cosa sta facendo: è parecchio indietro, si è fermato a scat­tare una foto. In una setti­mana ha fatto andare tre dozzine di rullini, ha fotografato ogni albero della Foresta Nera, ogni fontana, ogni casolare. Una volta a casa, se met­terà in fila tutte le dia scattate potrà ri­fare il per­corso per intero.
Poso lo zaino, mi siedo su un ceppo e accendo una sigaretta, mentre lo guardo cammi­nare a ritroso, fermarsi ancora, catturare un altro scorcio. La sta prendendo comoda. Siamo fuori di un’ora e mezza rispetto alla ta­bella concor­data, e la cosa si ripete immancabil­mente da otto giorni. E’ il primo trekking che facciamo assieme, ma credo sarà anche l’ultimo.
Adesso è nuovamente uscito dal sentiero. E’ scomparso nel bosco.
Quando rispunta sono alla terza sigaretta. Mi vede e fa cenno col brac­cio. Non ri­spondo. Continuo a fumare e a guardarlo. Non so se essere più irritato o sconfortato. Quasi due ore di ritardo dopo sole quattro di marcia.
Avanza tranquillo, si ferma, traffica con la Nikon, sostituisce il rul­lino. Se mi capita tra le mani, quella macchina, finisce in orbita. Final­mente mi rag­giunge, scarica lo zaino e siede lì vicino. Dev’essere foderato d’amianto, perché il mio sguardo non lo ustiona.
– C’era una piattaforma su un albero, laggiù. Penso la usino per os­ser­vare gli uccelli. Sono salito a scattare un paio di foto.
– Potevi aspettare un altro po’, magari avvistavi qualche tordo – ri­spondo acido.
Nemmeno se ne accorge. Inossidabile.
– No, c’era una vista magnifica, il bosco da sopra, le cime degli alberi.
Schiaccio con cura la cicca, ma non accenno ad alzarmi. Mi accorgo con sor­presa che la rabbia è già sbollita. Sto pensando a quanto deve essere bello que­sto bosco, visto da sopra. Io la piattaforma non l’avevo notata. Guar­davo avanti, e quando buttavo lo sguardo ai lati del sentiero i tronchi mi sembravano più o meno tutti uguali. Siamo in ritardo di due ore, ma su cosa? Mica abbiamo un appuntamento. Dobbiamo solo arrivare alla Ga­sthaus, che non si muove, è là da decenni, ci aspetta. Cambia niente ar­ri­vare alle cinque, alle sette o alle otto. E’ una giornata splendida, limpida, calma.
Osservo Pietro. Sta scartocciando una barretta di cioccolato. E’ tran­quillo e sod­di­sfatto, mi sta ancora raccontando della piattaforma. E mentre parla capisco finalmente la differenza. Pietro si muove come un uomo li­bero, come chi ha nes­suno che lo aspetti, e sce­glie quando e cosa vedere e chi incontrare. Io mi muovo sempre per arrivare in qualche posto. La parte più importante dello sposta­mento per me è la meta, non il viaggio. Per lui è esattamente il contrario.
E questo fa la differenza tra il viaggiatore e uno che cammina.

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A spasso con Pietro Dipinti (2)

DI SPALLE E CON LO ZAINO

Pietro Jannon 2Ogni volta che salgo il Tobbio trovo un pezzo di Pietro Jannon. Non ossa o brandelli di equipaggiamento, ché purtroppo non è morto dove gli sarebbe pia­ciuto, ma spezzoni di memoria, fotogrammi di sentieri percorsi assieme. È capi­tato anche ieri, quando a metà percorso mia figlia, senza nem­meno allungare troppo, mi ha lasciato ad ammirarne le spalle e il passo deciso e a meditare me­sto sul trascorrere del tempo. Ero chiaramente orgoglioso di lei, ma non na­scondo che ero anche un po’ avvilito, sia pure considerando il mezzo secolo che ci separa.
È proprio lì che all’improvviso, per una qualche recondita associa­zione d’idee, certamente non giustificata dal cielo terso e dal sole tiepido, mi sono rivi­sto salire nella nebbia di un umidissimo novembre di trent’anni fa.
Negli anni eroici del CAI ovadese per un intero autunno ci ritro­vammo ogni sabato, nel primo pomeriggio, al valico degli Eremiti, per tra­sferire in vetta sabbia, calce, cemento, taniche d’acqua, latte di impermea­bilizzante per il tetto del rifugio. Ciascuno si caricava in base alle sue forze e alla sua buona volontà: qualcuno aveva anche in più una motivazione “spor­tiva”. Come sempre, tra me e Pietro si era ingaggiata una tacita gara: caricavamo lo zaino con una latta ed un sacchetto di sabbia, per un peso dai trenta ai trentacinque chili. Pietro però aveva scovato per l’occasione delle staffe di ferro, che non si capiva bene a cosa potes­sero servire e che in effetti poi non servirono a nulla, ma facevano comun­que zavorra e fu­gavano ogni dubbio su chi portasse il carico maggiore.  Si par­tiva in una lunga colonna, che dopo dieci minuti era già sgranata, e si saliva per il ver­sante orientale, la via “classica”. Tutti, ma non Pietro. Non ho mai capito che percorso seguisse. Riusciva sempre a rimanere in coda e dopo i primi tre­cento metri era scomparso. Non credo intendesse accorciare, perché con trenta chili sulle spalle la direttissima è altamente sconsigliata, e comunque in genere arrivava contemporaneamente a noi. Solo, faceva un’altra strada.
Ecco, quando prima ho parlato di sentieri percorsi assieme mi sono allar­gato un po’ troppo. Potevi percorrere lo stesso sentiero, raggiungere lo stesso rifu­gio, ma non eri mai completamente “assieme” a Jannon. Diciamo che mante­neva le distanze, e non solo in senso metaforico. Senza alcuno snobismo, per carità: ma aveva bisogno di uno spazio suo. Possibilmente tanto.
Come camminatore, Pietro mi pativa. Non fisicamente, perché era due volte più forte di me, ma perché io avevo capito certe sue manie, certi suoi punti scoperti, e mi divertivo a spiazzarlo, a scombinargli i programmi, a stargli sul collo, ciò che lo costringeva a dimostrare qualcosa anche quando non aveva granché vo­glia e non era il caso: e dal momento che il gioco lo conducevo io, a volte si imponeva degli sforzi inutili. Credo che per certi versi fosse persino un po’ in soggezione.
Fino a quel giorno, quando, deposto il carico e cambiata la maglietta fradi­cia, ho buttato lì: Quasi quasi, torno giù di corsa e faccio un altro vi­aggio. Gli altri mi hanno mandato giustamente a stendere, ma Pietro no. Si è rimesso la cami­cia a quadri e senza battere ciglio mi ha fregato: Dai, che se ci muoviamo siamo nuovamente qui prima di notte.In effetti è andata così. Per stargli dietro quella volta ho dovuto mor­dere le rocce, perché davvero a metà salita non ne avevo più. Una volta in cima, dove per fortuna ci attendeva la stufa ancora accesa, ci siamo seduti uno di fronte all’altro, aspettando che arrivassero anche le nostre anime. Poi lui ha alzato gli occhi, mi ha guardato serio ed ha sbottato: Dì, ma noi due, saremo furbi?
Credo di aver riso per cinque minuti di seguito senza potermi tratte­nere, tanto ero stanco: e anche lui era scoppiato in una risata liberatoria. L’ho visto ri­dere così poche altre volte, e devo dire che rideva bene (io bado molto a queste cose: c’è gente che non sa nemmeno ridere).
E adesso capisco anche l’associazione d’idee. Io in fondo Pietro lo ri­cordo così: di spalle e con lo zaino. Mi pare giusto, perché tutti lo ab­biamo sempre vi­sto così, e non solo mentre salivamo Tobbio, ma anche quando lo incrociavamo al Posta, in libreria o al mercatino. C’era imman­cabilmente un impegno che lo chiamava da un’altra parte, una cornice, un libro, un pezzo di lamiera raccattato per strada che urgeva di essere portato altrove.
Mi manca, Pietro. Ci sono persone che toccano la tua vita apparente­mente solo di striscio, camminano ai suoi margini: però ti ci abitui, sono un riferi­mento, sai che se ti giri le trovi là. Anche se nel suo caso magari sarebbe meglio dire “sono appena passate di là”. Era quello che ti suggeri­vano le tracce improv­vise nella neve fresca, lungo il sentiero degli Eremiti, quando pensavi di essere il primo: o gli amici che lo avevano incontrato un attimo fa in via San Paolo, o la sera precedente al CAI. Poco alla volta que­sta inafferrabilità era en­trata nella sua leggenda, insieme alle sue manie e ad un fisico e un carattere egualmente roc­ciosi. Per un certo periodo, quando lo conoscevo meno, ho an­che pensato che la coltivasse voluta­mente. Invece era timidezza genuina, o se si vuole amore della solitudine.
Ci si vedeva raramente: per le mostre, per qualche ascensione, per un trek­king. Non mi andava di disturbare la sua riservatezza, probabilmente perché il mio riferimento era proprio quello. Non ero mai io a cercarlo. Però sapevo che c’era, con tutte le sue stranezze, eppure solido, affidabile. Forse un po’ lo invi­diavo, in positivo. Mi piaceva l’idea che qualcuno sa­pesse vivere come viveva lui, pur rimanendo consapevole che quello non era il mio stile. Pietro era una delle proiezioni nelle quali ambientavo le mie vite parallele. Probabilmente l’ho anche un po’ coltivato, come per­so­nag­gio, e sono sicuro che non gli spiacesse quando epicizzavo le sue av­ven­ture. Anzi, qui era lui a condurre il gioco, e al ri­torno dai suoi viaggi, quando mi telefonava o ci incontravamo in sede, mi but­tava lì dei trailers risicatissimi del futuro racconto, che rimandava immancabil­mente alla se­rata delle diapositive. Naturalmente le serate poi non c’erano, per­ché do­veva scegliere tra diecimila scatti per ogni viaggio, e io sono rimasto con frammenti di tête à tête con orsi grizzly, di discese dello Yukon in canoa e di ponti sospesi nelle Ande mai legati in una narrazione coerente.
Ciò che però ci ha avvicinato maggiormente, all’inizio, era il suo la­voro arti­stico. Per quella che è la mia concezione dell’arte Pietro era un arti­sta vero.
Era geloso delle sue opere. Le mostrava con riluttanza, e se ne staccava ancor più a malincuore. Salvo poi regalarti qualcosa per cui avevi manifestato un inte­resse particolare, quando sapeva che quell’opera sa­rebbe andata a vivere bene. Sarà una concezione minimalista, ma è una conce­zione genuina, così come minima­lista e genuino era anche l’approccio materico e segnico di Pietro. Pochi segni, ridotti all’osso, e quindi tanto più significativi ed evidenti. Ho alcune crea­zioni sue che non scambierei con un Van Gogh, e noto che tutti coloro che le vedono per la prima volta ne rimangono incantati. Non ci sono messaggi nelle sue opere: ci sono delle semplici constatazioni, ma tanto immediate ed evi­denti che ti chiedi come hai fatto a non renderti conto prima. Sul piano dell’arte, anzi­ché patirmi, mi cercava invariabilmente. Era sorpreso da quello che ve­devo in quadri che teneva ben riposti nel suo studio, nascosti dietro cu­muli di tele e compensati e cornici, e che riuscivo ad ammirare solo perché mi infischiavo tranquillamente dei suoi “meglio di no, è roba vecchia”. Li ri­pren­deva, li rigirava e rimirava, poi diceva: però, magari ritoccando, ag­giun­gendo…: ma era ben felice quando gli intimavo di non azzardarsi a rimet­terci mano. Dopo aver letto la prima presentazione che avevo scritto per una sua mo­stra mi telefonò la sera e disse semplicemente: “Io … gra­zie!” Non mi lasciò nem­meno il tempo di rispondergli: prego.
Avrei voluto fosse con noi, ieri. Avrebbe sorriso divertito, a vedermi in af­fanno dietro Elisa. E poi lo avrebbe raccontato, solo a quelli giusti: Ve­dessi la figlia di Paolo. Ci ha mollati a metà salita. E sarebbe stato or­goglioso, come se la figlia fosse sua.
Paolo Repetto, 2014

A spasso con Pietro09

A PIETRO

A spasso con Pietro10Quando penso a Pietro non posso fare a meno di ricordare l’inverno del 2000. Da parecchi fine settimana con il solito gruppo di amici del CAI di Ovada si or­ganizzavano gite domenicali, solitamente sull’appennino li­gure, comunque non lontano da Ovada, onde evitare, il mattino, il viaggio di avvicinamento. È noioso viaggiare la mattina presto nella cattiva sta­gione, specialmente se sei con la tua macchina, con ancora un po’ di sonno addosso, e i compagni appena saliti sono già riaddormentati, e tu, tra l’incazzatura della mancanza di compa­gnia e tutte le idee che circolano per la testa in queste occasioni, navighi per raggiun­gere la meta. Una volta arri­vato doverli svegliare ad uno ad uno e sen­tirti dire che hai posteggiato nel posto sbagliato, in quanto c’era un posteggio più vicino, là dietro l’angolo, che ci hai messo troppo tempo, che prendevi le curve troppo ve­loci, che la macchina è rumorosa e il riscaldamento non era sufficiente, op­pure era troppo alto, e altro ancora.
Un venerdì sera di metà gennaio come sempre ho raggiunto la sede del CAI per incontrare Beppe, la Susy, Angelo, Rinaldo, Rolando, ecc… Come sem­pre cer­cavo di arrivare tardi, per essere sicuro che ci fossero già tutti, aves­sero già de­ciso la meta, che a me sarebbe andata sicuramente bene, l’ora e il luogo della partenza: così potevo salutare e dirigermi al bar per il solito tarocco.
Quella sera, dopo aver concordato la salita al Tobbio per la domenica suc­ces­siva, motivata dal fatto che il tempo sarebbe stato buono, che il per­corso era ancora innevato, probabile la vista dei laghi del Gorzente, e forse anche del mare, arriva Pietro.  Saluta e chiede cosa abbiamo deciso per il week end.
“È Tobbio”, risponde qualcuno di noi, “è un pezzo che non andiamo”.
“Ah, bellissimo”, commenta. “Però il tempo sarà meraviglioso, ho sen­tito il meteo poco fa”.
“Appunto”, rispondo io, “così ci godiamo la vista dal Tobbio”.
“Si, però, la riviera… Portovenere dovrebbe essere bellissima, l’aria lim­pida ti­pica del periodo invernale, la chiesa di San Pietro con la isole di Palmaria e del Tino, i corbezzoli maturi, il profumo del timo…”
“Hai ragione”, ribatto, “però c’è da sbattersi”.
“Ma no” dice lui, “in macchina sino a Sestri Levante, in treno sino a La Spe­zia, pullman sino a Portovenere, tutto in coincidenza. Si, si deve par­tire un po’ pre­sto, però … Poi a piedi tutte le Cinque Terre. Di buona lena in 7 ore fac­ciamo tutto.”
Qualcuno di noi osa lamentare il disagio do­vuto alla lontananza e ai tempi di trasferi­mento, nonché il ritorno con la stanchezza accu­mulata.
“Ma no” taglia corto, “sarà una passeg­giata. Allora ci vediamo domenica mat­tina alle 6.00. Carlo, se siamo più di cinque vieni con la macchina”.
Ci guardiamo negli occhi, tutti, uno ad uno, con uno sguardo che va dall’incredulo al sorpreso. Tutti rispondiamo contemporanea­mente “Va bene”. Altri sguardi allibiti. Con quale facilità ci siamo fatti convincere.
Macché Tobbio: gita semplice, percorso breve, con ritorno nel primo pomerig­gio, ah.
Inutile dire che fu veramente uno spetta­colo, ci divertimmo un sacco, il cielo terso con il mare calmo sotto il nostro avido sguardo. Erano tre mesi e più che il cielo di Ovada quando era al meglio risultava grigio. Arri­vammo a casa stra­volti ma soddisfatti. Ancora una volta aveva vinto, negli sguardi si poteva co­gliere la gratitudine per Pietro. Averlo come compagno e seguirlo voleva dire essere avanti. Nei confronti di tutto. Scelte, esperienze, viva­cità e anche racco­gli­mento. Erano tipiche durante i trekking le sue fughe per restare solo e go­dere la natura come a lui piaceva. Nessuno, se non pro­vando, senza riuscirci, ad interpre­tare i quadri che dipingeva, sapeva esatta­mente cosa vedeva e cosa cer­cava. Avremmo voluto imparare da lui, ma era troppo avanti: non eravamo buoni discepoli, solo ottimi compagni. Grazie, Pietro.
Carlo Risso

A spasso con Pietro12

ORIZZONTI

A spasso con Pietro18Dice che va in Equador, ma poi depista e prende la corriera per Sil­vano d’Orba. Si prenota per un pellegrinaggio a Lourdes, poi segue i cante­rini della S.O.M.S a Riva Trigoso. A Vicenza si confonde con gli al­pini al raduno nazio­nale, partecipa ad una gara non competitiva e rag­giunge Bolzano, dove, per via della barba, lo scambiano per Messner e gli propongono un ottomila in apnea. A Francoforte, con un sorriso selvaggio, seduce una hostess della Lufthansa, che gli trova un posto sull’ala di un DC9 per un volo a Lisbona, poi Amsterdam e, finalmente, Quito. Qui, in canoa, scende le rapide del Napo, incontra gli in­dios che gli of­frono ba­nane e da lui impa­rano a dire “Ciao”. A Riobamba prende il trenino della Cordigliera Real (quello del caffè che suona la samba) e cono­sce tanti riobam­biti. Gli offrono la testa di un ne­mico surgelata, col lea­sing; rifiuta cor­tese­mente, insegna a dire “Ciao a tutti” e scende a Guayaquil.
Intanto prende appunti, e con un gruppo di stranieri d’assalto si im­barca per le Galapagos dove non mangia zuppa di tarta­ruga. Qui insegna dire “Arrive­derci”. Ri­torna sul continente, mangia ba­nane, mar­cia, perde chili, si brucia la barba, prende an­cora appunti.
Infine, dopo oltre un mese, capita, dome­nica otto, in Bunkerplatz Cere­seto, dove sono esposti i quadri sulla ricerca dell’oro. Si sente male, si adagia sulla pan­china e sospira: “Indios è meglio”. Per­ché lui arriva con la testa piena di cose, case, casini, sensazioni, suggestioni, graffiti, graffia­ture, affreschi, rinfre­schi, burra­sche, bonacce, imbarchi, approdi, decolli, atterraggi, albe, tramonti, conchi­glie, muretti, orizzonti.  Lui è uno di quelli che partono e tornano. Poi, solo, perfettamente solo come sa stare, lavora di segno e di materia. E poi trovi tutto appeso in galleria. Io penso siano ancora meglio dei B.O.T.

C. Pola

A spasso con Pietro Dipinti (7)

A spasso con Pietro14

A spasso con Pietro15Pietro Jannon potrebbe essere definito, con un riferimento di carattere lettera­rio, il pit­tore delle isole. Uno di quegli stravaganti personaggi dei ro­manzi di Conrad, che innamo­rato dei mari in bonaccia e delle brevi esili terre che qua e là vi galleggiano come immobili relitti di un naufragio, passano la loro vita vagabonda spostandosi di spiaggia in spiaggia, irretiti ogni volta di più, e ogni volta di più prigionieri, di un gioco di luci e di orizzonti altrove irreperibili. Erano, quelli di Conrad, personaggi alla ricerca della smemoratezza, i quali, lasciatisi alle spalle una civiltà non congeniale, solo sui mari e tra isole del Sud, a contatto con gli aspetti più elementari e violenti di una natura incontaminata dell’uomo, sembravano riacquistare il senso della propria esistenza. Che era un’esistenza vissuta epidermicamente, rinunciataria, talvolta fallimentare e consapevolmente condotta al di fuori di quegli schemi e imposizioni, e soprattuitto impegni, che le società costituite comportano. Ma al contrario di essi, dei vagabondi conradiani, Piero Jannon, pur manifestando anch’egli la vocazione a itinerari insulari e marini, non muove dalla stessa necessità di dimenticanza e di fuga: va anzi alla ricerca della nostra più antica memoria, là dove la civiltà mediterranea conobbe il punto più alto e irripertibile della propria espressione; dove ancora oggi, a distanza di millenni, le pietre e i colori ce ne conservano testimonianza, e l’aria e il paesaggio ce ne tramandano il clima. Il suo è infatti un viaggio che si ripete puntualmente sui mari greci dell’Egeo, tra Patmos e Samos, tra Rodi e Creta: e se, materialmente parlando, rispetta i ritmi lenti della vecchie navi a vapore o il respiro sonnolento delle risacche deserte, la sua cadenza vera, interiore, è sincronizzata su qualcosa di più di quanto l’occhio non consenta di abbracciare: procede all’indietro, verso le origini di ciò che fummo e che ancora oggi, grazie ad allora, siamo.  Alla scoperta, cioè, della nostra stessa identità. Su queste terre battute e inaridite dal sole, sprofondate in un silenzio da tragedia consumata, già crocevia di popoli e campi di battaglia, terre finalmente restituite alla quiete della stanchezza e del destino compiuto: su queste terre, Piero Jannon, ritornato alle radici della storia, sembra potercene interpretare – attraverso le immagini di superficie – le pieghe più riposte e segrete.

A spasso con Pietro Dipinti (8)

Non a caso, soffermando lo sguardo sui pastelli che oggi ci offre, proviamo la curiosa sensazione come di un incontro già avvenuto altrove e in altre epoche. Perché, dietro i rossi cremisi delle sue sabbie, o dietro il grigio scuro delle sue acque, noi riascoltiamo vicende di intelligenza e di poesia, di amore e di morte, che sono parte di noi.

A spasso con Pietro Dipinti (4)A due anni di distanza dalla sua ultima mostra ovadese, Piero Jannon torna dunque a riconfermare la propria validità di pittore che, superando i limiti di un calligrafismo fine a se stesso, riesce a penetrare la sostanza medesima della materia. Il suo linguaggio, da allora, ha acquistato in essenzialità e, contemporaneamente, in spessore. Le sue isole desolate, i suoi mari cupi, le sue brucianti visioni, vengono a restituire anche a noi – insieme alla percezione fisica delle canicole e dei tramonti – il significato più vasto e più impalpabile del tempo: il significato, vale a dire, del nostro dramma quotidiano; la consapevolezza di ciò che è destinato a finire e di ciò che è destinato a sopravviverci. La supremazia di una natura che, in uno splendore di luci e di ombre, già racchiude in sé la compiutezza degli eventi stabiliti.

Marcello Venturi, Maggio 1978

A spasso con Pietro Dipinti (6)

Ovada, 27 Ottobre

Non sarà mai! Non sarà mai che di Jannon (tanto aperto quanto misterioso nella sua splendida prigione di meridiani e paralleli), dall’infinita serie di arrivi e partenze, non sarà mai che si veda qualcosa di quel “tirato giù” a cui tanti arti­sti si adattano…. No, il mattino si è chiuso con la gioia di un incontro cordiale, un po’ scherzoso, in Piazza Assunta: ho palpeggiato la tua spalla sinistra e tu, di colpo, ti sei volto a destra e con  naturalezza, mi hai salutato come niente fosse. Tutto qui? Eh no, c’è  ben altro! Il discorso è andato lungo di ricordi, richiami, progetti – di mostre fatte e da farsi…. Per l’appunto: un concertino di battute e affollate immagini di cose e casi da chiacchierare fino a mezzanotte…. e – at­torno a noi – la gente che va e viene tra il “Piaso” e via Cairoli, a fare incrocio con la strada dei Borghi e la “tua” Strada; rondine di lunghi percorsi che non conta né stagioni, né anni: sempre irrequieto, inaspettato, sempre nuovo.
Ed ecco che – come si voleva dimostrare – chi c’era c’è.
C. Pola

A spasso con Pietro Dipinti (9)

LE VIE DI PIETRO

Sono convinto che i due si siano incrociati, da qualche parte. Per tipi come loro il mondo non è poi così grande. Magari si sono urtati nella calca di un suk, o si sono scambiati uno sguardo distratto, mentre stavano foto­grafando da sedici an­golazioni diverse uno stupa; oppure hanno viaggiato schiena contro schiena, im­mersi nella lettura e nei progetti di nuovi itine­rari, su un trenino delle Ande, stipato all’inverosimile di umanità varia, pol­lame e ortaggi. Insomma, opportu­nità di in­contrarsi ne hanno avute, in un trentennio di vagabondaggi paralleli su e giù per i cinque continenti. E comunque, se anche si fossero “fisicamente” man­cati, era inevitabile che prima o poi la loro prossimità spirituale si manife­stasse.
L’occasione arriva adesso, attraverso una serie di opere nelle quali Pietro Jan­non fonde la sua esperienza della varietà e dell’unicità del mondo con le sug­ge­stioni derivate dalla lettura di Bruce Chatwin. Il che non signi­fica, e meno che mai in questo caso, rileggere alla luce della pro­pria sensibi­lità le emozioni altrui, ma al contrario pescare dal proprio ba­gaglio sensazioni, stupori, nostalgie e smar­rimenti, e ravvivarli e riordi­narli nel confronto con un itinerario che viene sentito, pur nella sua diver­sità, come fortemente affine. Certo, un bagaglio oc­corre averlo, meglio se ha la forma e le dimensioni di uno zaino, e meglio an­cora se zeppo di giac­che a vento fradice, di calzini sudati e di scarponi pieni di polvere: e in quanto a scar­poni e giacche a vento e calzini e zaini non c’è dub­bio, Pietro ne ha consu­mati più di chiunque altro, Chatwin compreso. I dipinti di Jan­non non costitui­scono dunque un omaggio né un tributo (e questo, per chi ha con lui una certa con­suetudine è scontato), non ha nulla a che vedere con la forma di devozione po­stuma praticata nei confronti del grande viag­gia­tore in­glese da troppi orfani dell’avventura.  Pietro non è orfano né de­voto di nessuno: l’avventura l’ha sempre vissuta in proprio, con le sue formida­bili gambe, sulle sue spalle infaticabili e con la sua (durissima?) te­sta. Nel suo rapportarsi a Chat­win non c’è alcun sospetto di subalterna ri­verenza (subal­terno, Pietro?!): c’è in­vece un’attestazione di simpatia (in­tesa quest’ultima, letteralmente, come affi­nità del sentire), il saluto ad un coe­ta­neo riconosciuto come tale non solo per ra­gioni anagrafiche, ma per l’identità delle scelte, delle esperienze e soprattutto dell’interpretazione di quella metafora della vita che è il viaggio.
Il viaggio, appunto, il perenne movimento, la curiosità e il rispetto per il diverso: sono le stigmate di un’elezione, di un’irrequietudine che nel loro caso ha saputo positivamente disciplinarsi, come molla alla cono­scenza, invece di inaci­dirsi a pretesto per la fuga o per l’arroccamento. È una con­dizione, questa, che può talvolta trovare espressione anche in forme sti­molanti, e i libri di Chatwin e i dipinti di Jannon sono lì a testi­mo­niarlo, ma non può essere trasmessa, e meno che mai acquisita. Perché muo­versi, es­sere irrequieti, provare una curio­sità intelli­gente sono condi­zioni necessa­rie, ma non sono ancora sufficienti per individuare un per­corso originale, naturalmente proprio e al tempo stesso iscritto nella memo­ria più recondita della specie. Ciascuno a suo modo, Chatwin e Jannon hanno rin­tracciato i segni di questo percorso, l’hanno intrapreso e lungo esso si sono incon­trati. En­trambi hanno infatti seguito le loro “vie dei canti”, quei tracciati invisi­bili e pur così evidenti (almeno per chi ha occhi e orecchi per riconoscerli, e cuore e gambe per affrontarli) che cor­rono il globo in lungo e in largo, e se intersecano le rotte turistiche e commer­ciali è solo per lasciarle subito, e lungo i quali si muo­vono da sem­pre i depositari di un nomadi­smo ancestrale, istintivo e non condizio­nato da mode o necessità.
A spasso con Pietro Dipinti (10)Pietro Jannon appartiene a pieno titolo a questa categoria di nomadi, impre­vedibili, schivi, fieramente gelosi della propria indipendenza. Puoi incon­trarlo sul Tobbio, tra le rovine dell’Acropoli o sulla via di Katmandu e non ti dirà mai “sono venuto sin qui”, ma “stavo passando di qui”, e già solleverà lo zaino, di­retto da un’altra parte. Il suo viaggio è sempre in corso: non contempla punti d’arrivo, così come non suppone luoghi da cui fuggire. Non ne ha biso­gno, e non perché si so­stanzi dello spostamento in sé, ma perché in quest’ottica ogni luogo è altrettanto significativo nel rag­giungerlo come nel lasciarlo.
Nel corso dei suoi viaggi Jannon raccoglie immagini (tante!) e ricordi, di cui peral­tro fa partecipi solo pochi eletti, e con parsimonia: ma riporta soprattutto frammenti di segni, flash di colori o di profili, e anche di odori, o di suoni. Li cova nella memoria, li seleziona, lascia dapprima che reagi­scano al contatto con gli agenti esterni o interni più disparati (letture, im­magini, reminiscenze di altri viaggi già fatti o aspettative per quelli in pro­gramma) e poi ne leviga ogni connotazione spaziale e temporale, sino a tra­durli in simboli. Solo a questo punto li riversa infine sulla carta, sul le­gno o sulla tela. Quel che ne sortisce sono emozioni essenziali, rarefatte ma profonde, sedimentate e tuttavia mai fredde; perché i segni ritornano in se­rie di approssimazioni, appena leggermente variate, che producono un ef­fetto di mobilità, un percorso, appunto. Nessuna delle sue opere vuole chiudere in sé, fermare per intero il ricordo; tutte si iscrivono in sequenze, e pur riuscendo autoconclusiva ognuna già allude alle varia­bili e alle pos­sibilità altrove esplorate. Come i suoi piedi, anche la pittura di Jannon non può mai essere in quiete; rifiuta la staticità del reportage, i divani dell’introspezione e gli specchi dell’autocompiacimento, per esprimere in­vece una primordiale meraviglia al cospetto del mondo, e la voglia di rin­novarla costan­temente. Per questo, appena la mostra chiuderà i battenti, o forse anche prima, non perdete tempo a cercare Pietro. Sarà già altrove, lungo le vie dei canti, con uno zaino da duecento litri stipato di magliette, calze e suggestioni.
Paolo Repetto, 1998

A spasso con Pietro Dipinti (11)


ORIZZONTI

A spasso con Pietro Dipinti (12)Gli itinerari hanno sempre oriz­zonti. Brevi o ampi, sono il confine imma­gina­rio che si muove con noi. Le li­nee sono dunque il termine ed il pro­lunga­mento, ad un tempo, delle proie­zioni fantastiche, dei desideri, delle ambizioni. Spesso, tracce ap­pena percepibili tra cielo e terra, tra cielo e mare. Il mondo sensi­bile e il mondo celeste trovano l’effimera e mute­vole unione nel segno trac­ciato.
Jannon nel suo procedere scopre sempre nuovi orizzonti, cancella con­fini e al­tri ne costruisce. Nella sua opera più recente il segno non divide, non lacera, ma unisce due sistemi che, veritiera immaginazione, sono ele­menti dalla co­mune origine. I co­lori hanno il compito di accorparsi. Svani­sce la rappresenta­zione e ri­mane il profondo desiderio di repli­care il segno, di ripetere eterna­mente l’essenza che il ricordo tramanda. Oriz­zonti mobili spingono la mano di Jannon a lavorare per piani, per acco­stamenti. Nella ricerca dell’idea il se­gno va mutando, il desiderio si ap­paga e si ricrea.
Un peregrinare dolce e soffe­rente è la ragione di tutto, del tutto.
Vittorio Baretto

A spasso con Pietro Dipinti (5)

Nazca. Cinquemila anni. Forse più. Un uomo con le sue mani volta pie­tre nel deserto per tracciare linee interminabili e disegni fantastici che mai potrà ve­dere. Perché? Pietro non lo sa, come non lo sa nessuno.“Bisogna solo guardare”, mi dice. Come oggi io guardo senza chie­dermi nulla i suoi tratti e il suo modo “intuitivo” di tracciarli fantasti­cando quello che mi pare.
Angelo Maria Cardona

A spasso con Pietro20

DECLINO, CADUTA E NOSTALGIA DEL REGIME DEI DIVIETI

A spasso con Pietro Dipinti (20)In un’opera di Pietro Jannon, una delle più recenti, appartenente al ci­clo dei “divieti”, è possibile leggere la perfetta metafora della nostra attu­ale con­di­zione. Probabilmente la metafora non è del tutto consapevole, ma proprio que­sto è il bello e il mistero dell’arte: la capacità di dire parole non pronun­ciate e di trasmettere idee non pensate.
La composizione è rettan­go­lare, si estende in orizzontale e si presenta come un assieme unitario, ma a ben guar­dare risulta articolata in tre sezioni. La tec­nica è quella del col­lage su una su­perficie piana di materiali diversi, legno, car­tone e soprat­tutto vec­chi segnali direzionali o divieti di caccia e di raccolta, quelli bian­chi, di latta, con simboli o scritte in nero, che si trovavano una volta in­chiodati ai tronchi degli alberi o appesi a solitari paletti nelle campagne, quasi sempre sghembi e ricamati da rose di pallini. Le frecce, appena visi­bili, occu­pano il riquadro centrale, in un gioco di sovrapposizioni con altri brandelli di la­miera arrugginita e di cartone ruvido. I divieti, o quel che ne rimane, com­paiono invece nelle due sezioni laterali, anch’essi soffocati da strati irrego­lari di altri mate­riali, e consentono stentatamente di risalire all’autorità ema­nante: a sinistra la provincia di Ge­nova, a destra la Regione Piemonte. Nel riquadro di sinistra, in basso, mime­tizzata in un mosaico di vecchi fo­gli stampati o manoscritti, quasi ci sfugge la riproduzione di una rudimen­tale porticina lignea, chiusa, che reca stampigliata in lettere da im­ballaggio la scritta “nomade”. La tonalità domi­nante del trit­tico va dal gri­gio sporco all’ocra. L’insieme è, per chi vuol an­dare al di là dell’impatto visivo, deso­lante e ed inquietante.
È desolante perché questa rottamazione di ogni palinatura, questa disca­ri­ca aperta di regole e di segnali, è l’unico panorama spirituale (ma anche mate­riale) che questi anni ci offrono. È inquietante perché, al di là del casuale riferi­mento geografico, ma certamente con la sua complicità, sentiamo che ci ri­guarda molto da vicino. Nella rugosa terra di nessuno del pannello di centro, da quell’ideale spartiacque cancellato che guardava un tempo alle alpi e al mare, le frecce non indirizzano più da alcuna parte. Si spuntano contro la rug­gine, sbiadi­scono sotto i catramosi sedimenti del tempo. Assieme ai suggeri­menti, alle indicazioni, agli obblighi si stempe­rano, nella monocromia grigia­stra e marron­cina, anche i divieti, butterati da una foruncolosi endogena. Non è quell’ideale spartiacque cancellato che guardava un tempo alle alpi e al mare, le frecce non indirizzano più da alcuna parte. Si spuntano contro la rug­gine, sbiadi­scono sotto i catramosi sedimenti del tempo. Assieme ai suggeri­menti, alle indicazioni, agli obblighi si stempe­rano, nella monocromia grigia­stra e marron­cina, anche i divieti, butterati da una foruncolosi endogena. Non è valsa più nemmeno la spesa di impal­linarli, sono chimicamente scaduti dal pe­rentorio al patetico. Ma la loro estin­zione non prelude ad una nuova e con­sape­vole li­bertà, non è il segno di una maturità raggiunta. È solo il simbolo di una scon­fitta. Anzi, di una duplice sconfitta.
A spasso con Pietro Dipinti (13)La prima riguarda lo sforzo di edificazione di un sistema normativo uni­ver­sali­stico di diritti e di doveri (in contrapposizione a quello particola­ristico e consue­tudi­nario), e di un corredo etico, di imperativi e finalità ( in sostitu­zione di quello morale e religioso), prodotto nei secoli della moder­nità dalla cultura laica occidentale, e mirante in ultima analisi a uniformare a livello globale i com­porta­menti. Questa potrebbe in apparenza sembrare addirittura una vittoria, dal momento che tale sistema è nato e si è svilup­pato in funzione degli interessi dei gruppi o delle classi dominanti, e la sua sudditanza al po­tere non è in discus­sione: ma in realtà ci troviamo di fronte soltanto alla rimo­zione dell’impalcatura che è servita ad innalzare il pa­lazzo della cultura e del mercato (soprattutto del mercato) globali. L’impalcatura nascondeva l’oscenità architettonica e struttu­rale di quel la­ger immenso che si estende ormai su tutto il pianeta, ma in qual­che modo garantiva anche ai detenuti delle sicurezze, a volte delle vie di fuga. Ga­ran­tiva il riconoscimento della indivi­dualità, se non altro esortando all’assunzione di una responsabilità indivi­du­ale, o sanzionandola.
L’obsolescenza dei divieti testimonia invece la rag­giunta perfezione del si­stema di controllo: non è più necessario vietare, quando si è in grado di persua­dere, e non vale la pena sanzionare i singoli, badare ai miliardesimi, quando i conti si fanno all’ingrosso. La mia spiacevole sensazione è quella di aver combat­tuto con­tro qualcosa che oggi vorrei difen­dere, perché an­che una gabbia, quando il modello è quello della libera volpe in libero pol­laio, può offrire un rifu­gio a chi volpe non vuole essere: e che sia ormai troppo tardi anche per barri­carsi su que­ste posizioni di retroguardia.
L’altra sconfitta concerne le alternative. E questa è più cocente ancora, in­tanto perché ce la siamo costruita con le nostre mani, e poi perché ha az­ze­rato le speranze, ha tagliato le gambe ad ogni idealità. Per quanto sia duro ammetterlo, nessuno dei sistemi di pensiero antagonisti al modello capitali­stico è stato in grado di andare oltre la critica e di offrire alternative economi­che, politiche e so­ciali credibili. Un peccato d’origine le ha viziate tutte, e prime tra le altre quelle più marcatamente umanistiche: una pervi­cace presun­zione di ecceziona­lità e di uniformità della natura umana, dalla quale è di­sceso l’illusorio convinci­mento della origine sociale di ogni squili­brio. Oggi dobbiamo accet­tare, a denti stretti, l’idea che l’uomo è un animale sociale per convenienza, egoi­sta per istinto naturale; che i rischi della democrazia totali­taria non sono mi­nori di quelli del totalitarismo espli­cito; e soprattutto, che quelle istituzioni che bene o male costituivano un avversario visibile, un obiettivo contro il quale dirigere gli sforzi, non rappresentano più nulla, sono soltanto detriti lasciati dal capitale sul suo percorso di autonomizzazione.A spasso con Pietro Dipinti (14)
Questo si può leggere nell’opera di Jannon. Naturalmente è possibile leg­gervi qualunque altra cosa, magari di segno opposto, ed è probabile che lo stesso autore trovi una simile interpretazione fuorviante e forzata; ma è fuor di dubbio che qualcosa quei brandelli di segnaletica corrosi e sbiaditi ci vo­gliono comunicare, che una storia, o la fine di una storia, la vogliano raccon­tare. Io l’ho intesa così, come una storia malinconica. Perché quando viene meno, non­ché la volontà, anche ogni opportunità di tra(n)sgredire; quando non ci sono più luoghi, della terra e dello spirito, nei quali cercare un altrove ed un oltre; quando ogni illusorio nomadismo si spegne sulla soglia di una la­trina maleodo­rante (e segregazionista ): allora non rimane che l’immota so­spensione del limbo. E non è il caso di sgomi­tare: ci siamo già dentro
Paolo Repetto, 2000

A spasso con Pietro21

A spasso con Pietro Dipinti (16)Se dovessimo formulare una definizione di Pietro Jannon, diremmo che è un pittore mediterraneo; e non nel senso che la sua produzione trae alimento, in prevalenza, da un determinato paesaggio: ma nel senso che essa sembra racchiu­dere quasi naturalmente, di tale paesaggio, gli ele­menti più intimi e se­greti: quegli elementi contradditori e drammatici che soltanto una vocazione ed un’affinità riescono ad avvertire al di là dell’apparenza superficiale.  Eppure Jannon è un pittore del Nord, nato precisamente a Venasca, in provincia di Cu­neo (anno 1936), e vissuto tra le domestiche colline del Monferrato ovadese, che furono oggetto dei suoi primi tentativi fin dall’età di quindici anni.  Nato e vissuto, cioè, in un am­biente in cui i termini dello scontro non sussistono più, sussi­stono più, da quando l’uomo – sia pure attraverso anni di fatica – è riu­scito col lavoro a plasmare la materia a sua immagine e somiglianza. Ma forse fu proprio per questo, per questa insufficienza di contrasti, ch’egli si spinse a ricer­care altrove ciò che il suo temperamento di artista richiedeva per meglio esprimersi. E lo trovò lontano dalle pianure e dalle colline dei suoi luoghi di ori­gine, nelle isole: là dove – come lo stesso Jannon ricorda – le cose, so­spese tra terra e mare, tra mare e cielo, sembrano vivere più raccolte in se stesse, incon­taminate da fattori meccanici, e affidate nella loro vicenda, oggi come ieri, alla legge violenta delle stagioni.
Fu nel rapporto con gli scarni paesaggi di Lampedusa, di Stromboli o delle coste siciliane, dove le immagini e i colori appaiono evidenziati da un an­tico silenzio, che Jannon scoperse la parte più autentica di se stesso. Fu in que­sti elementi ridotti all’essenziale, pura forma priva di storia, impa­sto di atmo­sfera e di segni, che finalmente individuò una corrispon­denza al suo modo di es­sere e di sentire. Da allora egli ci viene propo­nendo, come variazioni sul tema, lo stesso discorso ininterrotto; dando­cene, ogni volta, un aspetto nuovo e diverso, più completo e profondo.
Marcello Venturi

A spasso con Pietro Dipinti (17)

RICORDO DI UN AMICO: PIETRO JANNON

A spasso con Pietro22Grande commozione nella sezione del CAI di Ovada per la scomparsa di Pietro Jannon, che ha avuto un ruolo determinante nella gestione della sede e dell’attività sociale negli ultimi vent’anni. Grande appassionato di ambienti naturali, pittore, fotografo, viaggiatore prima che il viaggio diventasse una moda, ti portava a scoprire l’Appennino con l’esperienza di chi ha visto il mondo: dall’Islanda alle Galapagos, dall’Alaska al Tibet.
La gita della domenica precedente, vista attraverso le sue “dia”, era un’altra gita, che faceva percorrere lo stesso itinerario scoprendo particolari che erano sfuggiti. Era totale l’impegno che metteva nel fare ogni cosa: partecipare ad una Marcialonga piuttosto che occuparsi dei lavori di ristrutturazione della sede, accompagnare gli amici nella sua Val di Susa o preparare quei magnifici “funghidipinosottolio”. Nulla era lasciato al caso. Le “Grandi Montagne” per Pietro non erano lontane, sulle Alpi o in qualche angolo del mondo da lui visitato. Erano quelle che poteva salire ogni giorno, appena un po’ di tempo libero glielo concedeva: il Tobbio, la Colma, che puoi vedere dalla finestra di casa e arrivarci sotto in mezz’ora. La sua presenza in sezione o alle gite sociali negli ultimi tempi s’era fatta sempre più rara, rendendo forse meno doloroso quel suo andarsene in punta di piedi.
Ma per chi lo ha conosciuto, il vuoto lasciato da un tipo “speciale” come Pietro rimarrà sempre incolmabile.
Alpennino, 2004

A spasso con Pietro26

A spasso con Pietro28Pietro Jannon era nato nel 1936 a Venasca, in Val Varaita. ed è approdato nell’ovadese nell’immediato dopoguerra, seguendo gli spostamenti della fami­glia. In Ovada ha frequentato le secondarie inferiori e un corso di disegno decorativo presso il maestro Resecco e ha successivamente lavorato come decora­tore per la Cristalvetro e come designer presso la LAI.
La sua attività artistica ha avuto inizio negli anni dell’adolescenza, quella alpi­nistica anche prima. Molto presto ha iniziato a viaggiare, accumulando col tempo un considerevole curriculum di globe-trotter: dalle Isole greche, dello Io­nio e dell’Egeo alla Palestina, dall’Alaska al Perù, con un salto alle Galapa­gos, dall’Islanda al ai parchi degli Stati Uniti, dalla Foresta Nera al Tibet. Il tutto debitamente documentato da migliaia di foto.
Negli anni settanta ha partecipato dapprima a mostre collettive di pittori ovadesi, ed ha tenuto la sua prima personale in Ovada (Dodecaneso – Grecia) nel 1978. Ad essa ne sono seguite altre nel 1985 (Orizzonti), nel 1998 (Le vie di Pietro) e nel 2000 (Divieti). Ha esposto anche a Brescia, sia in una personale che in diverse collettive, a Gardone e all’Arsenale di Iseo.
È stato una colonna del CAI di Ovada per decenni. Ha valicato il suo ul­timo colle nel marzo del 2005.

A spasso con Pietro31

51 vedute del Monte Tobbio

iconografia e storia di una montagna sacra
catalogo essenziale di una mostra per amanti della natura, della montagna e della fatica

in ricordo di Piero Jannon

51 vedute del Monte Tobbio copertina

Introduzione

Perché una mostra dedicata al monte Tobbio?

Percorsi

Dati essenziali

Visibilità

Montagne sacre

Escursioni letterarie

Appunti di geologia sul Monte Tobbio e dintorni

Gli ambienti

La realtà attuale

Fauna

Flora

Qualche proposta per camminare

Il vento del Tobbio

Il piccolo santuario sul Tobbio  in onore della B.V. di Caravaggio

I registri, ossia, la scrittura del viandante

Tutti insieme, appassionatamente

La corsa 1971 – 1980

Bibliografia

Ringraziamenti

02 Tobbio Disegno da lontano

Introduzione

C’è qualcosa di nascosto. Va e trovalo.
Va, e cerca dietro le montagne.
C’è qualcosa di smarrito dietro le montagne.
È smarrito, e ti aspetta. Vai.
RUDYARD KIPLING

Questo catalogo è stato realizzato, con diciassette anni di ritardo, da Paolo Repetto e da Fabrizio Rinaldi. La mostra sul Tobbio venne ideata dai Viandanti delle Nebbie nella primavera del 1996, e fu allestita per la prima volta nel dicembre dello stesso anno presso la sala espositiva della Biblioteca di Ovada, in Piazza Cereseto. Era costituita da trentacinque tabelloni (di dimensioni 1 x 0,70) a sfondo nero. Al primo allestimento ne seguirono altri tre, a Lerma, a Novi Ligure e a Campo Ligure.

Nel Catalogo compaiono alcune immagini che non erano presenti nei tabelloni originali, in sostituzione di altre che sono andate perdute. Il riferimento “colto” della titolazione è naturalmente alle 101 vedute del monte Fuji, la splendida serie pittorica di Hokusai. Eravamo perfettamente consapevoli allora della distanza negli esiti, ma siamo ancora oggi convinti della prossimità negli intenti e nello spirito.

Le fotografie sono state scattate tutte dai Viandanti, da quelli ufficiali e da quelli in pectore. Anche i disegni, con l’eccezione di un paio di illustrazioni relative alla fauna, sono opera nostra. Sono state inserite inoltre alcune riproduzioni di dipinti che hanno per soggetto proprio il Tobbio: un piccolo assaggio di un’auspicabile futura mostra sul tema.

Per correttezza segnaliamo che già nei primi anni Novanta era stata organizzata quasi clandestinamente in Alessandria una rassegna pittorica dedicata al Tobbio (non un excursus iconografico sul tema, ma una sorta di estemporanea a tema, interpretata secondo le tecniche più diverse) Sino a qualche tempo fa, e segnatamente all’epoca della nostra iniziativa, non ne eravamo al corrente. Di quella rassegna non esiste un catalogo, ma dopo aver visionato alcuni dei materiali rimasti dobbiamo confessare che non ci sembra una gran perdita.

Infine, una dedica. Mentre la mostra era dedicata ad Andrea Longhetti, unica vittima per quanto ne sappiamo della passione per il Tobbio, questo catalogo è intitolato a Piero Jannon, proprio colui che ritrovò il corpo del giovane Andrea e che della passione per il Tobbio è stato e rimarrà l’interprete più genuino.

Perché una mostra dedicata al monte Tobbio?

La domanda suonerà superflua per chi il monte lo ha già salito, una o innumerevoli volte: o anche solo per chi è stato affascinato, nelle occasioni e dalle angolazioni più svariate, dall’inconfondibilità del suo profilo. Ma una spiegazione è dovuta a coloro che non hanno provato né l’una né l’altra emozione. Il Tobbio è diverso, è speciale: e intento della mostra, attraverso l’insistenza sulla sua immagine, è di celebrare una diversità da sempre avvertita, che ha rivestito di un’aura di sacralità e di leggenda una vetta accessibile e modesta.

L’eccezionalità del Tobbio è connessa ad un particolare rapporto tra la sua morfologia e la sua collocazione. La conformazione vagamente piramidale e l’escursione altimetrica tra le pendici e la vetta gli conferiscono un’estesa visibilità, pur in mezzo ad altre formazioni di altitudine pari o addirittura superiore. E questo nitido stagliarsi, sulla direttrice ideale che raccorda il mare alla pianura dell’oltregiogo, lo ha eletto a riferimento geografico, meteorologico e simbolico per eccellenza per le popolazioni di entrambi i versanti dell’appennino.

Incursioni nell immaginario2 Tobbio

AVVERTENZA: Il presente catalogo raccoglie integralmente i contributi e le documentazioni scritte che accompagnano la mostra in oggetto. L’iconografia è ripresa invece solo parzialmente, per le oggettive difficoltà tecniche.

Percorsi

Tobbio Paolo

Lo sviluppo perimetrale della mostra propone, a grandi linee, due diversi itinerari, che possono essere percorsi in parallelo o attuando costanti intersezioni. Il primo ci accompagna in una escursione iconografica a trecentosessanta gradi attorno al Tobbio, colto nei differenti abiti stagionali e meteorologici, e prosegue poi con un ribaltamento del punto di osservazione, trasferito sulla vetta stessa. Il secondo abbozza un excursus storico-scientifico sulle caratteristiche geologiche e naturalistiche del monte, e sul “culto” ad esso tributato. Ciascun pannello offre pertanto una sequenza di immagini corredate di riflessioni generali sul rapporto con la montagna o specifiche su quello col Tobbio, ed una sezione scientifico-documentaria, sviluppata orizzontalmente lungo l’intera mostra.

Noi ci permettiamo un paio di suggerimenti extra. Intanto, quello di percorrere questi itinerari non con il fardello di pignolerie fotografiche, naturalistiche, alpinistiche o che altro, ma in assetto leggero, per ritrovare quella fusione tra reale e fantastico che costituisce la particolare magia di ogni ascensione al Tobbio. Ma, soprattutto, quello di regalarsi un’appendice esterna alla mostra, guadagnando l’altura più vicina e godendosi, se la visibilità lo permette, il soggetto dal vero; o meglio ancora, facendo una puntatina in vetta, per ripercorrere queste immagini dopo aver rotto il fiato, col ritmo giusto per la salita.

Dati essenziali

Coordinate: 8° 48’ 00’’ Long. Est; 44° 35’ 30’’ Lat. Nord
Altitudine: mt. 1092 s.l.m.
Area complessiva: Km2 4.9
Ampiezza massima:   Nord – Sud (Eremiti – Nespolo) Km 3.1
Ovest – Est (Gorzente – P. Daiola) Km 1.8
Escursione altimetrica:        Dagli Eremiti (Nord) m. 533
Dalla Casc. Nespolo m. 587
Toponimo:        molto incerto. È possibile una derivazione dall’antico ligure (tribù dei Mentovini) togisonus (luogo impervio), da cui anticamente Toggio.

Visibilità

Caratteristica precipua del Tobbio è senz’altro la visibilità. Il suo profilo si distingue nettamente, provenendo da nord-est, sin dalle piane o dalle basse colline del pavese. Verso settentrione la sua visibilità non incontra ostacoli lungo tutta la larga fascia pianeggiante che arriva sino al gruppo del Rosa e alle Lepontine, da Ivrea al lago di Como. Da occidente è riconoscibile dai rilievi di tutto l’arco alpino, sino alle Marittime. Meno visibile risulta dal versante appenninico, tra sud-sud-ovest e sud-sud-est, dove il suo dominio trova un limite prossimo nella cresta del Figne, e si frange contro l’altitudine superiore della corona della Val Borbera. In condizioni di eccezionale limpidezza, però, anche chi bordeggi lungo la costa ligure può coglierlo, in uno scorcio ristretto, allineato a nord sulla direttrice del santuario della Guardia.

Appennino - Sergio Fava
Appennino (Sergio Fava)

Montagne sacre

La sacralità di una montagna non è proporzionale alle sue dimensioni, alla sua altitudine o alla sua inaccessibilità, ma piuttosto al significato che essa riveste per le popolazioni che vivono alla sua ombra o nel raggio della sua visibilità, o per gli individui che la salgono.

In questo senso, fatte le debite proporzioni e, soprattutto, assunto il termine con la dovuta “ironia”, la sacralità del Tobbio non ha nulla da invidiare a quella del Kailas o del Meru. E il difetto di esotismo è pienamente compensato dalla paterna confidenza, mista al senso di rispetto, che spira dai suoi costoni, e che ci infonde, ad ogni risalita, una rinnovata serenità.

Escursioni letterarie

Cosa si vede dalla vetta del Tobbio
“Sulla vetta, finalmente, se le nebbie o neri nuvoloni non ti fanno eventuale impedimento, il tuo occhio […] vede lontano lontano, e può contemplare un panorama vario e grandioso, dalla porpora dorata di uno splendido sorger di sole, o di un tranquillo tramonto, alla gradevole vista delle lontane e vaste pianure dell’Alessandrino e Tortonese, nonché delle ridenti colline di Torino, dell’Astigiano, del Monferrato […].

Taccio dei contrafforti dell’Antola, del Penna, della Polcevera; taccio del colle di Masone, della Bocchetta, dei Giovi, che se partitamente non si scorgono, di leggieri però col pensiero si abbracciano nella loro posizione geografica. Taccio del magnifico lago delle Lavezze, che ti fa illusione bella e grandiosa del mare. Taccio del vasto panorama delle Alpi lontane, che ora si levano al cielo in guglie acute come quella del Monviso e monte Bianco, ora si rompono in giogaie […], ora torreggiano come immense piramidi di ghiaccio, ora si disegnano in rupi merlate, in creste capricciose che le nevi intatte adornano di argentea corona. E cento e mille altre cose taccio che non potranno nascondersi ad ogni sguardo scrutatore, degna ricompensa della fatica sopportata per arrivare alla vetta.”
Sac. ERNESTO PITTO

04 Paolo viandante 100

Sì, tutto ci appare sommamente meraviglioso, quando per la prima volta lo abbracciamo con lo sguardo dall’alto del Brocken; da ogni lato il nostro spirito riceve nuove impressioni che, varie fino a contraddirsi, si combinano nella nostra anima in un sentimento grande, ancora confuso, ancora non compreso. Se riusciamo a coglierlo in un concetto, allora abbiamo capito qual è il carattere del monte.
HEINRICH HEINE

05 Tobbio da Campi della marca100

Una faticosa arrampicata simboleggia in primo luogo l’ascesi e la finale liberazione. Di fatto un’arrampicata strappa alle ugge, disperde le ossessioni, infrange il comune regime dalla mente. In cima si arriva emendati e si presterà quindi ascolto ad un succedersi di eventi tutto particolare: giochi di nebbie e schiarite; terse apparizioni del sole, della luna, delle stelle fiammeggianti; corse di sizze e nuvolaglie; paesaggi sottostanti che la prospettiva dall’alto sembra stia per capovolgere e far ruotare e infine, intime al punto che la mente se ne sente aggirata, vertigini che ghermiscono le viscere improvvisamente allo svelarsi di uno strapiombo. Momenti di fraseggio che le parole non saprebbero riferire.
ELEMIRE ZOLLA

Siamo stati ingannati dalle nuvole
Furenti nella fatica della salita
Nessun mare che brilli oltre i crinali
Di sassi che ignorano ormai ogni canto
di pernici e di altri miti lontani.

Ho portato con me le poche cose
Essenziali nella fatica in cui
Volontario mi affretto ad immolare
L’avanzo di questo giorno urbano
Urbanizzato, meglio, da cento vizi
Inutili come, lo so, sarà questa salita.

Di là guarderò i miei mille pezzi
Sparsi nella collina e nelle pianure
Uniti dal filo di un tempo sconosciuto.

Da sempre e per sempre.
EGIDIO GOLA

 Quando gli fu chiesto perché voleva scalare il monte Everest, George Mallory diede un’inconsueta risposta, che è diventata la più famosa e citata motivazione per scalare le montagne: “perché è lì”.
EDWIN BERNBAUM

09 Tobbio Sagoma

Il Tobbio è lì, lo vedo mentre leggo, mentre lavoro, persino quando riposo. Lo cerco tornando dalle vacanze estive; si distingue anche da lontano. Dal paese dove son nato appare, forse per la distanza, maestoso, con un grumo nero in vetta: non da moltissimo ho saputo che è la chiesa – rifugio.
Mi ci sono avvicinato lentamente, a tappe; sono, quasi, le tappe della mia vita. Ora lo conosco, da vicino; e mi piace, è un bel monte: fa parte delle cose buone, come le formidabili sudate per salire e per discendere, sempre all’inseguimento di qualcuno o qualcosa che sta davanti, come gli intensi, stratificati ricordi a lui legati. Ricordi …
Una sera d’autunno, nebbiosa e fredda, superammo l’ultimo costone; tra brandelli di nebbia la chiesa appariva e scompariva; dappresso due o tre ombre di muovevano. Ci avvicinammo; erano tre ragazzi; uno di loro, legato ad uno strano farfallone, un parapendio, prese silenziosamente la rincorsa sul costone e si lanciò nel vuoto …
O quella volta che, dopo una stentata nevicata, eravamo convinti di essere i primi a calpestare la neve, e non un’orma umana o divina appariva intorno alla chiesa. Eppure all’interno, la stufa accesa, un essere angelico sorridente, atletico, ci accolse …
Un monte di ricordi.
FRANCO VALLOSIO

Soprattutto, non perdete la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata … ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati … Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.
SØREN KIERKEEGAARD

21 Tobbio Chiesetta tra neve e nubi

È un generale impulso che tutti gli uomini provano, benché non tutti lo notino, che sulle alte montagne, là dove l’aria è pura e sottile, si sente maggior facilità nella respirazione, maggiore leggerezza nel corpo, maggior serenità nello spirito; i piaceri vi sono meno ardenti, le passioni più moderate. Le meditazioni vi assumono non so qual carattere grande e sublime, proporzionato agli oggetti che ci colpiscono, e non so quale tranquilla voluttà che nulla ha di acre e di sensuale. Sembra che elevandosi al disopra delle abitazioni degli uomini, si lascino tutti i sentimenti bassi e terreni, e che man mano ci si avvicina alle regioni eteree l’anima assuma qualche cosa della loro purezza inalterabile.
JEAN JACQUES ROUSSEAU

Percorrendo la Direttissima, ad un certo punto ci si trova di fronte ad una cresta ripida, superata la quale la pendenza diminuisce, addolcendosi sino alla vetta del Tobbio; sicuramente questo è il tratto più impervio del sentiero. Mentre arranco sbuffando, un unico pensiero mi ronza in testa: vorrei che fosse già visibile il campanile. Continuo a camminare, un passo dietro l’altro: vorrei vederlo ORA, subito.
Questo desiderio di vedere ciò per cui fatichiamo, riguarda in questo caso la montagna e la vetta: ma non è raro che si riferisca ad altri ostacoli, ben più ardui, nei quali troppo spesso ci imbattiamo: alcuni la chiamano sindrome del “Sole nero”. È un male che morde dentro, un malessere dell’anima che non lascia tregua, per il quale non esiste cura se non la volontà di uscirne: ma il rischio di riammalarsi è sempre lì, basta niente per ricascarci. Mi piacerebbe sapere cosa sto affrontando, distinguerlo, guardarlo negli occhi.
Camminare, così come leggere, non offre la soluzione, ma è almeno un modo per non precipitare. Percorrere sentieri più o meno impervi ci aiuta a non farci sopraffare dalla pigrizia, ci induce a fissare delle mete.
Leggendo, poi, ci si rende conto che altri stanno soffrendo le nostre stesse angosce, che altri provano le stesse emozioni. È una consolazione relativa, anche amara, ma ci fa sentire meno soli.
Dall’anticima vedo finalmente stagliarsi il profilo del rifugio; ma è solo un attimo, il tempo di una folata di vento che alza la nube. Quando ci si porta dentro questo male oscuro, a volte la si intravvede appena la meta; poi torna la nebbia.
FABRIZIO RINALDI

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Le montagne dimorano sempre in pace e sempre camminano. Esaminate attentamente questa qualità delle montagne … Se dubitate della qualità camminatrice delle montagne, non conoscerete il vostro stesso camminare … Non sono né senzienti né insenzienti le verdi montagne, voi non siete né senzienti né insenzienti. A questo punto non potete dubitare che le montagne camminino.
DOGEN

08 Tobbio Nebbie

Ho capito che salire il Tobbio stava diventando per me un atto rituale quando ho cominciato ad amare la discesa. Lo confesso, ormai salgo al Tobbio soprattutto in funzione del piacere di tornare a valle. Scendo appagato, con la coscienza di chi ha compiuto il suo dovere e può vivere più serenamente quel che resta del giorno, o della settimana. Mi piace calarmi dalle nuvole, recuperare ai piedi l’asfalto, agli occhi ed alla mente gli orizzonti angusti della quotidianità. Mi piace perché scendo ogni volta dal Tobbio con una rinnovata carica di genuina intolleranza, di quella sana cattiveria che rimane l’unico antidoto per sopravvivere ai miasmi e ai tafani dell’imbecillità stagnante a fondovalle.
PAOLO REPETTO

Per la sua natura primordiale, per la sua elementarità, per la sua lontananza da tutto ciò che è piccolo mondo, dai pensieri e sentimenti dell’uomo moderno addomesticato e razionalizzato, la montagna invita anche spiritualmente ad un ritorno alle origini, ad un raccoglimento, alla realizzazione in sé di qualcosa che rifletta la semplicità, la grandezza, la forza pura e l’intangibilità del mondo delle vette gelate e lucenti. Che quasi ogni antica tradizione abbia conosciuto il simbolismo della montagna, concependo le altezze montane come la sede o di forze divine ed olimpiche, o di eroi e di uomini trasfigurati, questa è la conferma per il potere evocatorio or ora attribuito alla montagna.
JULIUS EVOLA

19 Tobbio sagoma e nebbie

Ecco, sono ai piedi del monte; metto in moto il mio corpo e comincio a salire. Passo dopo passo, respiro dopo respiro, pensiero dopo pensiero salgo. Aumentando la frequenza dei passi aumenta la frequenza dei respiri e diminuisce la frequenza dei pensieri: non è anche per questo che ascendo il monte? Aumentando ulteriormente il ritmo, corpo e mente si plasmano in funzione della roccia, diventano funzionali ad essa; il pensiero scompare.
Arrivo in vetta; rifiato. Il pensiero, come accade ad un ruscello in un fenomeno carsico, ricompare, sgorgando dai meandri più reconditi della mente dove si era rifugiato, più puro e più forte.
GIUSEPPE SCHEPIS

Non so come dovrei esprimermi perché ho quasi l’impressione che i pensieri s’arricchissero di grandezza, di sublimità, armonizzandosi con quanto l’occhio scorgeva vagando, quasi respirando una sicura gioia tranquilla, lontana da qualsiasi passione, da ogni sensualità.
È come se d’un tratto ci si sollevasse al di sopra delle dimore dei mortali, abbandonando ogni volgare sentimento terreno; è come se l’anima, avvicinandosi alle regioni eteree, assorbisse dalla loro sempre immutabile purezza. Un sentimento austero s’impadronisce di noi, senza mutarsi in malinconia; un sentimento di pace tuttavia alieno da ogni molle rilassatezza ci pervade e siamo felici di esistere, felici di pensare, felici di sentire. La veemenza delle passioni si smorza, perdono quel loro affilato aculeo che le rende dolorose, lasciando nel cuore una tenue e piacevole commozione. In tal modo le passioni, che altrimenti sono fonte di pena per l’uomo, si trasformano in fonte di felicità.
JEAN JACQUES ROUSSEAU

10 Tobbio tra la nebbia

Ci sono montagne nascoste nelle gemme; ci sono montagne nascoste nelle paludi e montagne nascoste nel cielo; ci sono montagne nascoste nelle montagne. C’è un’infinità di montagne nascoste nel nascosto.
DOGEN

Immaginate una bella giornata d’agosto. Due amici che decidono di salire sul Tobbio. Di questi, uno non c’è mai stato e l’altro è orgoglioso di accompagnarcelo, perché questo è il suo monte. Immaginate nessuno sul monte, non solo, neanche un alito di vento (ce ne vuole per immaginarlo!) I due siedono di faccia al sole di mezzogiorno. Parlano della vita, seduti sulla pietra calda. Sono nudi, la pelle arrostita dal sole, gli occhi socchiusi. E parlano, parlano. Potrebbe durare così mille anni. Il tono sarebbe sempre lo stesso, quello che hanno i sognatori.
Ora stanno lì, immobili, come fossero di pietra. Due uomini di pietra. Una leggenda boliviana narra che Dio, la montagna, creò i primi uomini così. Poi, perché non si sgretolassero come sabbia al vento, diede loro anche un cuore, un tenero cuore di pietra. Per alcuni istanti i due amici lo sentono palpitare nei crepacci segreti del monte, e vorrebbero tornare al tempo in cui dentro ogni uomo c’era una montagna. Scendono, i due amici, e i loro passi rimbombano giù nella valle, come ad annunciare un messaggio. Ma all’improvviso si fermano e si guardano in faccia, dubbiosi: chi potrà mai credere alla loro storia? Da troppo tempo gli umani non hanno più teneri cuori di pietra.
GIAN LUIGI REPETTO

Riflessioni sul monte Tobbio 01

E dovete camminare come il cammello, l’unico animale, così si dice, che rumina mentre cammina. Un viaggiatore una volta chiese alla domestica di Wordsworth di mostrargli lo studio del suo padrone, e lei rispose: “Questa è la biblioteca, ma il suo studio è là fuori, oltre la porta”. 
HENRY DAVID THOREAU

Nelle circostanze difficili della vita, vi parrà di essere ad una difficile salita. Un istante di viltà, di imprevidenza perde tutto. Il coraggio, la previdenza, la costanza, la lealtà può farvi vincere ogni cosa. Vi accorgerete allora del grande valor morale educativo dell’alpinismo.
Non vi accade mai che un pensiero non nobile venisse ad oscurarvi l’animo sopra una vetta alpina. Non vi hanno ivi che generose aspirazioni verso il buono, la virtù, la grandezza. Io non so se un quadro di grande artista, lo scritto di un sapiente, il discorso di un eloquente oratore possa produrre nell’animo umano impressioni così profonde e così elevate quanto lo spettacolo della natura sulle vette.
QUINTINO SELLA

11 Tobbio alba neve

Per il fatto che montagne si stagliano contro il cielo e l’ambiente circostante, richiamando l’attenzione sulle loro eccelse sommità, le visioni tendono a radunarsi e a modificarsi intorno a loro come le nubi intorno alle vette. Essendo l’aspetto più imponente del paesaggio naturale, quello che ci è possibile vedere e cogliere come un tutto unico, si prestano a giustapposizioni con immagini di unità e di completezza che in numerose tradizioni sono associate al concetto del sacro.
EDWIN BERNBAUM

[…] la luna stava nuda nei cieli, ad altezza
immensa sopra la mia testa, e sulla sponda
mi trovai di un grande mare di nebbia,

che, mite e silenzioso, giaceva ai miei piedi.
Cento colline alzavano i dorsi oscuri
per tutto il quieto oceano; più oltre,
molto più oltre, i vapori balzavano,
con forme di capi, lingue, promontori,
entro il mare, il mare vero […]

WILLIAM WORDSWORTH

Il seguire un percorso dal principio alla fine dà una speciale soddisfazione sia nella vita che nella letteratura (il viaggio come struttura narrativa) […]. La necessità di comprendere in un’immagine la dimensione del tempo insieme a quella dello spazio è all’origine della cartografia. Tempo come storia del passato […] tempo al futuro: come presenza di ostacoli che s’incontreranno nel viaggio, e qui il tempo atmosferico si salda al tempo cronologico […]. La cartografia insomma, anche se statica, presuppone una idea narrativa, è concepita in funzione di un itinerario, è Odissea.
ITALO CALVINO

Luna piena. Aria fredda che brucia la pelle, e anche sotto.
Per poter salire senza accendere le torce ci spostiamo sul versante opposto agli Eremiti. Lo spettacolo rimarrà nella nostra memoria per un bel po’. La luce lunare fa risaltare particolari che altrimenti non percepiremmo. Ogni albero, ogni pietra, ogni canalone della montagna hanno una forma distinguibile e delineabile. Tutto viene percepito dai nostri occhi come una singolarità, non come un “complesso”.
A Giuseppe tornano in mente versi del “Canto notturno”. Un posticino nello zaino della nostra immaginazione Leopardi lo occupa sempre.
“Sorgi, la sera, e vai,
contemplando i deserti […]”
Paolo ci invita a fermarci, e al silenzio; stiamo camminando, anzi fluttuando in un sogno latteo. Il paesaggio che ci circonda avrebbe mandato in delirio qualsiasi poeta o pittore romantico.
Mi ritrovo a recitare silenziosamente la preghiera che i fedeli pronunciano mentre salgono al monte Fuji: “Sii pura … Conserva il tuo splendore, o montagna!”. E mentre proseguo mi abbandono al sogno, e lo popolo degli esseri fantastici che abitano la montagna: un unicorno mi passa accanto, talmente veloce che quasi mi fa cadere. Dalla cresta di una roccia un lupo bianco mi fissa con i suoi occhi luccicanti, poi ulula alla luna. Un brivido mi percorre la schiena.
Mi risvegliano le parole di Paolo: dalla vetta indica le luci a valle. Anche la realtà della pianura può essere bellissima, vista da quassù.
FABRIZIO RINALDI

14 Tobbio e Figne

Mi pongo questo problema. Il Tobbio, e la montagna in genere, la letteratura, e la cultura in genere, sono dunque solo dei compensativi, falsi scopi rispetto ad un’esistenza che si rivela man mano più vuota ed arida? Me lo pongo proprio mentre sto salendo al Tobbio, con calma, e discuto di letteratura con Franco. La risposta che mi do è che probabilmente le cose stanno così.
Pur tuttavia, dice Franco … (Franco non dice mai “pur tuttavia”, ma è come lo dicesse sempre). Dopo un altro paio di tornanti conveniamo che un senso tutto questo ce l’ha comunque, perché consente di trascorrere il tempo, riempiendolo bene o male, anziché lasciarlo passare, subendolo (patior). Trans-currere, correre attraverso, usato come transitivo, implica che mentre scalo, cammino, leggo, sono io ad agire, magari per interposta persona, o per spazi evocati: è un ex-sistere, sottrarsi all’immobilità omologante dell’essere, e non un ad-sistere, e meno ancora un recitare nello spettacolo. Non sono dunque tutti assimilabili i comportamenti dell’uomo: perché alcuni, quelli “attivi”, producono una consapevolezza (o ne sono frutto, il che è lo stesso) che si traduce in buona disposizione sociale, comprensione, ecc.: gli altri producono solo antagonismo e asocialità.
PAOLO REPETTO

Paolo e il Tobbio

È vero, siamo dei crociati miserabili, e lo sono anche quei camminatori che, ai giorni nostri, non affrontano imprese tenaci e di lunga durata. Le nostre spedizioni non sono altro che gite, e ci ritroviamo, la sera, accanto al vecchio focolare da cui siamo partiti. Per metà del cammino non facciamo che tornare sui nostri passi. Dovremmo avanzare, anche sul percorso più breve, con imperituro spirito di avventura, come se non dovessimo mai far ritorno.
HENRY DAVID THOREAU

19 Tobbio sagoma e nebbie

Scorrendo vecchie fotografie mi accorgo di una costante che ritorna, in primo piano, sullo sfondo, come un piccolo particolare: è il monte, il monte Tobbio a farla da padrone in quelle immagini incorniciate.
Molti volti lì impressionati sono ormai scoloriti nei miei ricordi, molte persone sono approdate su altri versanti, hanno raggiunto nuove vette. Chissà se sono tutte migliori di questa. Ma il Tobbio è sempre lì, sempre quello: immobile sacra collina dove ad ogni angolo credi (e speri) di incontrare un vecchio sciamano o un sacro portale aperto sul vuoto. Ed è salendo in questo vuoto che ritrovi te stesso e ritrovi anche gli altri, quelli “scoloriti”.
Forse perché – ma è solo un’idea – il Tobbio, come il cuore, conserva le orme di chi è passato anche una volta sola sui suoi sentieri. E a noi spetta (solo) il compito di ritrovarle e di saperle leggere, le orme. Troppo facile – ed inutile – sarebbe a questo scopo incamminarsi in pianura …
ANTONIO CAMMAROTA

16 Tobbio tra gli alberi

[…] Questa montagna è tale,
che sempre al cominciar di sotto è grave,
e quanto uom più va su, e men fa male.
Però quand’ella ti parrà soave
tanto, che il su andar ti fia leggiero,
come a seconda giuso andar per nave,
allor sarai al fin d’esto sentiero:
quivi di riposar l’affanno aspetta […]
DANTE (Purgatorio, 4)

Segnali di fumo 06 Tobbio nella nebbia

Resta un filo di fiato ferito
dove il passo è pensiero
tra il profilo del cuore
e lo sguardo che s’ impietra
e salendo per l’erta
che altera il sangue ineguale
lasci le parole, finalmente,
e il di più, e il chi e il quale,
come se fosse niente.
MARCELLO FURIANI

Comincio a camminare cercando di non impantanarmi nelle pozzanghere. Gli amici scelgono di salire per la Diretta. Come un mulo rassegnato li seguo, ma in un attimo le gambe diventano rigide, le ginocchia sembrano esplodere. Il fiato prima mi manca, poi si trasforma bruciandomi i polmoni.
No, io mollo, chi me lo fa fare? Torno giù, al bar, a bere, con gli altri, i sedentari, magari a sparlare di chi ama le assurde faticate.
Ma questi salgono senza lamenti, anzi, si scambiano battute. È una sfida, con loro, con il mondo, con me stesso.
Immagino d’essere qui, cinquant’anni fa, braccato dagli uomini in nero.
Lentamente il fiato si spezza, le gambe si fanno elastiche. Comincio persino a guardare oltre a dove poso i piedi. L’Inferno ha lasciato il posto al Purgatorio. Cammino riflettendo, faccio mille propositi. Dovrei cambiare vita, smetterla di sputtanarmi. Cerco nella nebbia della mia mente altre possibilità, immagino diverse situazioni. Gli occhi s’allargano negli orizzonti che mi trovo davanti, convincendomi che posso scalare anche altre cime.
In vista della Chiesetta, l’aria pare disegnarmi un paio d’ali. Le gambe scappano dai calzoni, ho voglia di correre.
Mi guardo attorno, respiro da ogni poro della pelle, mentre il cielo mi entra negli occhi … eccomi in Paradiso.
MAURO OLIVIERI

21 Tobbio Chiesetta tra neve e nubi

… E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicità fungendo al viver mio!
GIACOMO LEOPARDI

Insomma, se non riuscite a capire che vi è qualcosa nell’uomo che raccoglie la sfida lanciata da quella montagna e va ad affrontarla, che la lotta è la lotta della vita stessa verso l’alto, sempre più in alto, allora non capirete mai perché ci andiamo. Quello che otteniamo da un’avventura come questa è soltanto gioia pura. E la gioia, in fin dei conti, è il fine della vita. Non viviamo per mangiare e per far soldi. Mangiamo e facciamo soldi per godere della vita. Ed è questo il significato della vita ed è per questo che è fatta la vita.
GEORGE MALLORY

Il Tobbio è misura degli spazi dell’immaginario, diaframma tra i mondi nei quali sono cresciuto. Da ragazzino vivevo a Genova e il Tobbio era il luogo oltre il quale c’erano la campagna, i giochi sulla ghiaia con i cugini, le pentole fumanti della nonna. A sedici anni mi sono trasferito in cascina, ed era il Tobbio a nascondere la città con le sue luci, i “caruggi” strettissimi, l’università, le ragazze. Era allora la materializza­zione di uno spazio mentale capace di dividere le due realtà che, per diversi motivi, fuggivo ed anelavo confusamente, con un’incertezza determinata forse da quelle nuvole che così spesso annebbiano, con la cima del monte, anche i miei pensieri.
GIACOMO GOLA

Ho sempre pensato che una montagna non possa che essere splendidamente indifferente: ho sempre guardato alle credenze locali come a superstizioni da rispettare, e ho sempre cercato di fuggire alla tentazione di attribuire facoltà umane ad una montagna. Ma questa volta comincio a rendermi conto che nel rapporto fisico con una montagna molto dipendeva dalla disponibilità mentale.
PETER BOARDMAN

Salire la Montagna da soli procura sicuramente emozioni differenti dal farlo in compagnia. Anzitutto bisogna vincere la paura di non farcela che coglie coloro che, come me, non sono particolarmente allenati. Il Tobbio è una montagna imprevedibile, come ogni monte che si rispetti a volte ci spiazza con i suoi cambiamenti repentini. I sentieri che lo salgono sono impervi, impervi come quelli della vita. E l’amor proprio, l’orgoglio, quei fattori “propulsivi” che quando si sale con altri ci fanno tener duro, per non essere i primi a cedere, non servono a nulla. La decisione di mollare o proseguire spetta unicamente alla nostra volontà e testardaggine. La forza per vincere queste paure, gli stimoli per andare avanti quando le gambe tremano, si possono trovare solamente dentro, attingendo magari alla fantasia, immaginando avventure più o meno verosimili. Si può fingere di scalare montagne ardue e immense: oppure sfidare la tramontana come fosse un vento gelido del Polo Nord. O ancora, quando il sole cocente secca le labbra, possiamo trasferirci nel deserto cinese di Takla Makan.
Fantasie, che ci spingono avanti … avanti fino alla cima. Fino a guadagnare il “tetto del mondo”. (Insomma…!)
FABRIZIO RINALDI

Nelle montagne troverete il coraggio per sfidare i pericoli, ma vi imparerete pure la prudenza e la previdenza onde superarli con incolumità. Uomini impavidi vi farete, locché non vuol dire imprudenti ed imprevidenti. Ha gran valore un uomo che sa esporre la propria vita, e pure esponendola sa circondarsi di tutte le ragionevoli cautele.
QUINTINO SELLA

22 Tobbio Chiesa cielo azzurro e nubi

[…] la luna stava nuda nei cieli, ad altezza
immensa sopra la mia testa, e sulla sponda
mi trovai di un grande mare di nebbia,
che, mite e silenzioso, giaceva ai miei piedi.
Cento colline alzavano i dorsi oscuri
per tutto il quieto oceano; più oltre,
molto più oltre, i vapori balzavano,
con forme di capi, lingue, promontori,
entro il mare, il mare vero […]
WILLIAM WORDSWORTH

 Fluttuando al di sopra nelle nubi, materializzandosi fuori dalla nebbia, le montagne sembrano appartenere a un mondo totalmente differente da quello che conosciamo, facendoci percepire il sacro come l’assolutamente diverso.
EDWIN BERNBAUM

07 Tobbio Chiesetta

Le cose più degne di ammirazione sono quelle che non si possono esprimere, i ricordi indimenticabili non fanno esprimere epitaffi …”, così scriveva Herman Melville nel 1850, ripensando ai viaggi negli oceani effettuati per “scacciare la tristezza e regolare la circolazione”!
Quante volte, nella mente non estranea alla “dimensione sognante”, l’ansia di trasmettere emozioni vissute sulla propria pelle si risolve in un inutile affanno! Il pensiero sembra restare sospeso, come in un lampo magico che trascende parole scritte o dette. È questo il segnale più vivo, che dà la misura dei momenti magici. Come quelli che porti dentro da quando, come un vecchio mohicano incallito, lasci dietro le spalle percorsi frenetici e folli, costretti fra troppi “artifici” inutili e finti, per inseguire il richiamo antico e saggio che conduce alla “tua” Vetta. L’allusione iniziale apparirà, così, un po’ meno paradossale: in fondo, sono parole di chi ha saputo trovare il proprio “rifugio” personale – non importa poi tanto se fra gli orizzonti dei mari o fra i sassi di valichi e pendii. O, forse, volersi riprendere il giusto ritmo del tempo e dello spazio appartiene ormai soltanto al sogno? (il sogno è a due passi … ed esiste un linguaggio – proprio dei sogni che va al di là delle parole).
ENZO CAPELLO

La Montagna insegna il silenzio, la castità della parola e dell’espressione. Disabitua dalla chiacchiera, dalla parola inutile, dalle inutili, esuberanti effusioni. Essa semplifica ed interiorizza. Il segno, l’allusione sono qui più eloquenti di un lungo discorso.
JULIUS EVOLA

Fabrizio Bruzzone - Il Tobbio 100x105
Il Tobbio (Fabrizio Bruzzone)

Trovammo in una valletta del monte un vecchio pastore, che cercò di dissuaderci dal salire, narrandoci che cinquant’anni fa, preso dal medesimo nostro ardore giovanile, egli era salito sulla cima, e non ne aveva riportato che delusione e fatica … Mentre egli così si scalmanava, in noi – com’è nei giovani, restii ad ogni consiglio – cresceva per quel divieto il desiderio.
FRANCESCO PETRARCA

Salendo il Tobbio si ha una diversa percezione delle durate. Il tempo dell’ascesa e del ritorno non lo si quantifica nelle consuete ore d’auto, ma in inusuali ore di cammino. Così come leggere, camminare aiuta a prendere coscienza di una diversa scansione ed estensione temporale.
In un mondo nel quale è possibile sapere se in Cina, in questo preciso istante, fa caldo o freddo, il Tobbio esce dal computo. Lì il tempo si misura in passi, in soste per guardarsi attorno. Bisogna avere l’umiltà di rallentare la corsa. Chi sale sul Monte sa che trascorrerà del tempo prima che egli torni in valle, e questo tempo lo trascorrerà camminando, trascinato avanti solamente dalla sua volontà.
FABRIZIO RINALDI

Tobbio nelle nebbie da Grillano 01_11 _2012 01 3

Io sono un viandante, uno scalatore, disse egli al proprio cuore; io non amo le pianure e, a quanto pare, non posso starmene a lungo tranquillo.
E qualunque destino o esperienza mi tocchi, – in essi sarà sempre un peregrinare e un salire sulle montagne: alla fine non si esperimenta che se stessi.
FRIEDRICH NIETZSCHE

Secondo un mio vecchio chiodo l’alpinismo è cultura, è attività perfetta dell’uomo, dove l’uomo è uguale a Dio, perché è l’unica dove conoscere e fare sono una cosa sola.
MASSIMO MILA

Le montagne, l’aspetto eccelso e il più spettacolare del paesaggio naturale, possiedono lo straordinario potere di evocare il sacro. L’etereo sorgere di una cresta nella foschia, lo scintillio del chiarore lunare su una parete di ghiaccio, un bagliore dorato su una vetta lontana: questi istanti di trascendente bellezza possono rivelarci che il mondo in cui viviamo è un luogo di misteri e splendori inimmaginabili. Nella furiosa schermaglia degli elementi naturali che turbinano intorno alle loro vette – tuoni, folgori, venti e nubi – le montagne sono anche la personificazione di possenti forze ben al di fuori del nostro controllo, sono le espressioni fisiche di una realtà che ci può sopraffare con sentimenti di meraviglia e timore.
EDWIN BERNBAUM

Tobbio con nuvole

Se appartenessimo a culture diverse, lontane nello spazio e nel tempo, non avremmo osato violarne la cima: l’avremmo considerata sacra, abitata da divinità inaccessibili. Purtroppo (o per fortuna) il nostro atteggiamento dissacratorio nei confronti della natura, erede del cristianesimo e di Voltaire, fa sì che non esista più alcuna vetta vergine, alcun fazzoletto di terra sacro e inviolabile.
Proprio per questo, spenta ormai ogni sete di conquista e di record, possiamo riscoprire nell’ascesa al Tobbio, ai tanti Tobbio che esistono sulla terra, una dimensione diversa, più vera; possiamo cercare quella catarsi che il nostro tempo ci nega, e insieme ci impone.
Sono soprattutto i percorsi inventati sul momento, lungo le rughe del Tobbio, a farci scoprire dimensioni sempre nuove. Tra le asperità, le polle d’acqua sgorgano dal sottosuolo come da un impossibile fenomeno carsico, diventando talvolta tramite di involontari riti di purificazione. Poi, giunti alla vetta, è il vento ad accoglierci e a penetrarci: quel vento che, se ci volgiamo a sud, porta l’odore di salso che arriva dal mare.
FABIO MARCHELLI

I monti stanno immobili: ma noi, dove ci fermeremo?
FRIEDRICH HÖLDERLIN

Sali sulla montagna e cogline i doni. La pace della natura fluirà in te come il sole si infiltra tra gli alberi. Il vento ti infonderà tutta la sua freschezza, e la tempesta la sua energia, mentre gli assilli si staccheranno da te come foglie d’autunno.
JOHN MUYR

Basta un colle, una vetta, una costa. Che fosse un luogo solitario e che i tuoi occhi risalendolo si fermassero in cielo. L’incredibile spicco delle cose nell’aria oggi ancora tocca il cuore. Io per me credo che un albero, un sasso profilati nel cielo, fossero dei fin dall’inizio.
CESARE PAVESE

Il Tobbio è un illusionista. Il suo fascino consiste nel far credere ciò che non è. La sua massa rocciosa, un po’ discosta dai “fratelli” dell’Appennino Ligure, illude sulla sua altezza. I suoi dirupi sono un miraggio di Alpi, la Chiesetta alla sua sommità poi da il tocco finale … In questi giochi d’immagini, non si finisce mai di conoscerlo.
DIEGO CARTASSEGNA

Il Tobbio - Francesco Pendibene
Il Tobbio (Francesco Pendibene)

 Il potere di una simile montagna è così grande eppure così sottile che gli uomini se ne sentono istintivamente attratti, da vicino e da lontano, come dalla forza di un’invisibile calamita; e saranno disposti a sopportare difficoltà e privazioni nel loro inesplicabile anelito di avvicinare il centro di quel sacro potere. Nessuno ha conferito tale sacralità a quella montagna, eppure tutti gliela riconoscono; nessuno deve difenderne la rivendicazione in quanto non c’è nessuno che ne dubiti; nessuno deve organizzarne il culto, perché chiunque si sente sopraffatto dalla mera presenza di una simile montagna e non è in grado di esprimere i propri sentimenti altro che con la venerazione.
GOVINDA

A chi ama cercare funghi, andare per more o semplicemente passeggiare per i nostri boschi, è sicuramente già capitato di smarrirsi, di perdere l’orientamento, anche per un solo istante.
In tale occasione ha alzato gli occhi dai suoi passi e ha cercato all’orizzonte l’inconfondibile profilo del Tobbio. È un gesto istintivo, non cerchiamo il Figne, il Tugello, la Colma, ma il Tobbio, proprio perché costituisce da sempre “il” punto di riferimento, perché sovrasta gli altri per imponenza e riconoscibilità. È lo Uluru dell’ovadese (Uluru è la definizione aborigena dell’Ayers Rock, in Australia, immenso monolite che i nativi considerano il tramite tra il mondo dei sogni e quello degli uomini).
Fin da bambini, quando col padre o col nonno ci si avventurava nei boschi, e invece di cercare funghi e raccogliere castagne, ci si perdeva nella scoperta dell’orizzonte, abbiamo fatto conoscenza con la Montagna, prima ancora che qualcuno ce ne dicesse il nome.
FABRIZIO RINALDI

Il Tobbio - Anselmo Carrea
Il Tobbio (Anselmo Carrea)


Appunti di geologia sul Monte Tobbio e dintorni

Vediamo di capire quali sono gli eventi geologici che nel corso di milioni e milioni di anni hanno interessato la zona su cui sorge oggi il Monte Tobbio.
La zona del Parco delle Capanne di Marcarolo, benché geograficamente sia inserita per intero nell’Appennino Ligure, geologicamente si trova nella zona di contatto tra le Alpi e l’Appennino. Proprio in quest’area, infatti, passa la linea Sestri-Voltaggio, che separa complessi rocciosi di tipo alpino, di cui il Tobbio fa parte, da rocce appartenenti alla zona appenninica. Il Monte Tobbio appartiene alla formazione alpina del Gruppo di Voltri, e più precisamente al gruppo Erro-Tobbio, che di questa formazione fa parte.
All’inizio del Triassico (225 milioni di anni fa), nella zona più o meno corrispondente alle attuali Liguria e Piemonte si estendeva un mare relativamente poco profondo, che si stava lentamente ampliando e approfondendo; favorite dalla profondità modesta delle acque e dal clima caldo di quel periodo si svilupparono scogliere analoghe a quelle delle attuali barriere coralline. Il graduale e progressivo sprofondamento dei bacini marini era dovuto alla separazione dell’antica crosta continentale in due blocchi divergenti che si muovevano in direzione opposta.
La separazione e l’allontanamento dei due blocchi, causati dai movimenti del Mantello (lo strato più denso, sul quale “galleggiano” le rocce più leggere della Crosta Continentale), era accompagnata dalla risalita di rocce profonde e di magmi dovuti a processi di fusione del mantello stesso. Le rocce che risalivano come frammenti solidi del mantello sono di natura prevalentemente lherzolitica, di cui troviamo esempi sul nostro Monte Tobbio.
Queste masse rocciose erano giunte a formare il pavimento di quello che era ormai un vero e proprio oceano, la cui larghezza massima al passaggio Giurassico-Cretaceo (150-120 milioni di anni fa) è stimata di circa 250-500 km. Possiamo immaginare una situazione simile a quella che si sta verificando nelle zone del Mar Rosso, che prelude all’apertura di un bacino oceanico.
All’inizio del Cretaceo superiore (160 milioni di anni) i blocchi continentali che si erano precedentemente separati invertirono la direzione del loro spostamento ed iniziarono un movimento che li avrebbe portati a collidere. Sotto l’azione compressiva dei blocchi continentali la crosta oceanica subì uno sprofondamento che la fece scorrere sotto la crosta continentale (subduzione). Durante lo sprofondamento le rocce subirono un lento progressivo riscaldamento (fino oltre 450° C), accompagnato da un rapido aumento della pressione (circa 10 Kbar, pari ad una profondità di 30 Km); le rocce vennero inoltre deformate dalle energiche spinte conseguenti al movimento dei blocchi. Con il procedere delle fasi orogenetiche anche le rocce subdotte a grandi profondità vennero coinvolte nelle fasi di ripiegamento e sollevamento che portarono alla formazione delle catene alpine, di cui il Gruppo di Voltri fa parte.
L’unità Erro-Tobbio risulta quindi costituita quasi esclusivamente da peridotiti tettoniche. Le rocce peridotitiche di questa unità sono non di rado profondamente serpentinizzate ed interessate da eventi deformativi. Sul Monte Tobbio e nei suoi dintorni possiamo trovare esempi di queste rocce sotto forma di lherzoliti.
A partire dall’Eocene superiore (circa 40 milioni di anni) le rocce coinvolte nelle complesse vicende tettoniche e metamorfiche sopra descritte affiorarono a costituire terre emerse.
Con l’Oligocene inferiore (circa 35 milioni di anni) il mare iniziò ad avanzare sulle terre emerse per formare un bacino che corrispondeva in gran parte all’attuale versante padano, mentre verso l’attuale versante tirrenico predominavano le terre emerse.
Quindi, immaginando ipoteticamente di trovarci sulla cima del Tobbio circa 30 milioni di anni fa, con lo sguardo rivolto verso Nord, dove oggi vediamo la pianura avremmo ammirato il mare.
Gli eventi tettonici sopra descritti hanno generato le rocce che oggi costituiscono il Tobbio. Queste rocce, avendo subito intensi processi deformativi, risultano intensamente fratturate, e tale frantumazione la possiamo sperimentare quando, accingendoci a brevi arrampicate sulle sue asperità, ci troviamo spesso di fronte al venir meno di appigli che poco prima avevamo creduto sicuri.
Fabio Marchelli

Tobbio aaa

Gli ambienti

Le nostre montagne e le nostre valli dovevano apparire, al viaggiatore che le avesse attraversate secoli orsono, magari in epoca pre-romana, certamente molto diverse da come noi, oggi, le vediamo. Cerchiamo di immaginare una vastissima foresta che ricopra gran parte dell’Europa, un bosco immenso che colleghi il Mare del Nord con le tiepide acque del Mediterraneo, non conoscendo altri ostacoli al di fuori di quelle zone – al di sopra di una certa altitudine – in cui le condizioni ambientali fossero troppo difficili per permettere la vita degli alberi. Niente città, solo minuscoli villaggi di poche case, campi coltivati più simili a piccoli orti che alle estese coltivazioni cui oggi siamo abituati. Un viandante che fosse passato nei pressi del Monte Tobbio, avrebbe dovuto attraversare l’esteso bosco di rovere che ne ricopriva le pendici, sfumando a faggio solo nelle zone più alte e ad esposizione più fresca del monte, e ad altre essenze – orniello, ciliegio, olmo, farnia – man mano che ci si avvicinava alla pianura: forse avrebbe ricevuto ospitalità presso qualche cascina, probabilmente avrebbe incontrato il lupo, l’orso, la lontra, la lince o il cervo. Tale situazione non si è protratta a lungo. In ragione dell’aumento della popolazione umana, è stato giocoforza nel corso dei secoli cercare nuovi spazi da colonizzare, ove aprire radure, coltivare, costruire villaggi, permettere il pascolo agli animali domestici. Il bosco assunse al contempo un’importanza fondamentale: da esso l’uomo ricavava nutrimento, legname per costruire le case, per riscaldarsi, strame per il bestiame. L’introduzione del castagno, avvenuta presumibilmente in età romana, rappresentò un momento cruciale, divenendo ben presto tale pianta il fulcro stesso dell’economia rurale. Più tardi le esigenze di Genova, potenza navale che veniva proprio in queste zone a rifornirsi di legname per costruire la propria flotta, e delle nascenti attività protoindustriali – ferriere e vetrerie – dei fondovalle, contribuirono non poco all’impoverimento definitivo della risorsa “bosco” locale.
All’inizio del XX secolo questi luoghi appaiono profondamente diversi da come li avevamo conosciuti all’inizio del nostro viaggio. Ampi pascoli e zone brulle si sono sostituiti alla foresta ed il bosco, ove è riuscito a sopravvivere, è ridotto ad un insieme deperiente di alberi ceduati per fornire legna da ardere, spesso tagliati ad intervalli troppo brevi. La minaccia del dissesto idrogeologico, più che mai concreta, suggerisce di tentare di ricostruire la copertura boschiva perduta: ecco iniziare le opere di rimboschimento, che, a partire dai primi anni del secolo, ricoprono intere pendici dei monti con specie del tutto estranee alla nostra realtà, quali il pino nero ed il pino marittimo.
Il resto è storia dei nostri giorni: tutti abbiamo sentito parlare di spopolamento dei monti, di abbandono delle attività agricole; del dissesto idrogeologico del nostro territorio abbiamo invece menzione solo in occasione di qualche alluvione…

Tobbio da Moglioni - Fabri

La realtà attuale

Come già sottolineato, gli ambienti che il monte sa offrire al suo visitatore appaiono profondamente segnati dall’impronta dell’uomo. La cessazione – ormai da qualche decina di anni – di ogni attività antropica permette peraltro la continua evoluzione degli ecosistemi che, spontaneamente, tendono a rinaturalizzarsi, a divenire cioè ecologicamente stabili, con un processo che dura diverse decine di anni.
Il principale fautore di tali trasformazioni è il cosiddetto “bosco pioniero”, formato cioè da alcune specie di alberi ed arbusti che, per primi, in virtù delle proprie ristrette esigenze ecologiche, riescono ad occupare un terreno. Ricordiamo, tra tali specie, il sorbo montano (Sorbus aria), per queste zone di estrema importanza e diffusione e la frangola (Frangula alnus).
Tale bosco costituisce il presupposto per l’insediamento di un’altra formazione, detta “climax”, che risulta la più stabile ed equilibrata in rapporto alle potenzialità del sito. Essa è, di fatto, un ecosistema in grado di perpetuarsi e continuamente rigenerarsi all’infinito, caratterizzato, in genere, da un’elevata biodiversità, da un gran numero cioè di specie animali e vegetali, tra le quali assume predominanza, per queste zone, la già citata rovere (Quercus petraea). Relativamente al Monte Tobbio, tale essenza ne ricopre le pendici occidentali, ove è presente in boschi un tempo ceduati ed ora non più tagliati, ove, di fatto, è in via di conversione naturale alla fustaia.
Inoltriamoci ora nella pineta che ricopre la porzione orientale del versante nord del monte. Come ricorderemo, l’origine di tale bosco è artificiale, essendo il frutto di rimboschimenti effettuati in prevalenza con essenze – pino marittimo (Pinus pinaster) e pino nero (Pinus nigra) – da noi estranee. Non mancheremo di notare come tale formazione forestale, apparentemente in buone condizioni, in realtà non riesca a riprodursi, a dar vita ed avvenire cioè ad un numero sufficiente di nuove piantine che possano rimpiazzare quelle mature, man mano che queste moriranno. Comprenderemo facilmente che tale bosco non può avere avvenire e che il suo destino è, da qui a qualche decina di anni, segnato; ammiriamo però l’avanzata del bosco pioniero, che, in talune zone, tende ad occupare gli spazi disponibili.
Così come per la pineta, anche l’origine delle zone aperte che ammantano le pendici più alte del monte, è da far risalire alla mano dell’uomo. Nel passato, la necessità di terreni ove far pascolare il bestiame e di legname ha portato infatti alla creazione di radure e pascoli sempre più ampi. Ora non più pascolati, tali terreni tendono ad essere invasi da essenze pioniere, costituite in una prima fase da rose e rovi, poi da arbusti più consistenti, sorbo, frangola, spinocervino. Se lasciata a se stessa, tale evoluzione porterà, anche se in tempi piuttosto lunghi, alla ricostituzione del bosco climax, cioè della fustaia di rovere.
Di grandissima importanza fu, in passato, la presenza del castagno (Castanea sativa), il quale rappresentò per il sapere contadino una fonte inesauribile di risorse: castagne, legname, fogliame, tutto era utilizzato dai nostri avi. Tale essenza era governata prevalentemente a fustaia, costituita da alberi innestati con varietà di gran pregio alimentare, che raggiungevano negli anni dimensioni monumentali. Alcune epidemie funginee cui possiamo attribuire vere e proprie stragi, ridussero nel corso del nostro secolo in modo drastico le estensioni a castagno da frutto e consigliarono la conversione degli alberi al ceduo, più resistente alle malattie. Questa storia può essere facilmente letta nella zona circostante le cascine Nespolo e Tobbio, ove ai resti di antichi castagni da frutto, ora simili a familiari fantasmi, si affiancano estese zone a ceduo, di futuro davvero incerto.

Tobbio Fauna 1

Fauna

27 Biancone

Tra gli animali che vivono in montagna, i grossi mammiferi come il capriolo, la volpe ed il cinghiale, per sfuggire alla persecuzione che da secoli l’uomo esercita nei loro confronti, si sono adattati ad una vita seminotturna. Per questo motivo, quando si fanno delle camminate, si potranno trovare impronte lasciate sul terreno, giacigli di riposo e resti di pasti, ma difficilmente si avrà la fortuna di incontrare una di queste specie selvatiche. Gli uccelli, invece, possono essere osservati con più facilità, e spesso, grazie al canto, possono essere individuati anche dai meno esperti. Si è pensato allora di presentare quelle specie che, con un po’ di attenzione, si possono con buone probabilità incontrare durante un’ascesa al Tobbio.
Il prispolone (Anthus trivialis) è un piccolo uccelletto dalle dimensioni di un passero, che trova l’ambiente di elezione nelle zone aperte con alberi radi. Ha un piumaggio marrone chiaro sul dorso e biancastro punteggiato nelle parti inferiori. Il nido viene costruito sul terreno intrecciando sottili erbe. Passa l’inverno al di là del Mediterraneo e torna in Europa per nidificare a primavera inoltrata. Il suo arrivo è segnalato dalle manifestazioni amorose che compie sin dai primi giorni. Canta prima dalla cima di un albero per qualche secondo, poi si alza in volo di alcuni metri, sempre cantando, ed infine si lascia cadere verso il terreno con le ali e la coda spiegate a mò di paracadute, emettendo dei ripetuti fischi acuti “… fiu … fiu … fiu …”.
La cincia dal ciuffo (Parus cristatus) è un grazioso uccello di piccole dimensioni che deve il suo nome alle caratteristiche penne rialzate del capo. Ha un mantello grigio-marrone sul dorso e più chiaro nelle parti inferiori. È legata in modo particolare ai pini, ed a seguito dei rimboschimenti che sono stati fatti sull’Appennino con questa essenza arborea, ha ampliato il suo areale anche al di fuori dell’arco alpino. Non essendo migratrice può essere osservata anche in inverno. È gregaria e nidifica sui rami degli alberi nei quali può essere individuata grazie al richiamo che emette in modo ripetitivo “… crrr … crr …”.
Il luì bianco (Phylloscopus bonellii) è un piccolissimo uccello del peso di pochi grammi e dal caratteristico ventre che alla luce diretta del sole appare chiarissimo. Nelle giornate di maggio può essere osservato mentre è intento a cantare dalla cima di un pino.
Il codirossone (Monticola saxatilis) è un coloratissimo uccello delle dimensioni di un merlo. Per evitare i rigori dell’inverno migra in Africa, al pari della gran parte dell’avifauna che nidifica nell’Appennino. È ormai diventato molto raro e il Tobbio è uno degli ultimi suoi rifugi. Il maschio ha una livrea rosso-blu molto intensa. Vive nelle zone rocciose nelle quali, sul terreno, depone il nido. Ha un canto flautato molto particolare, simile a quello dell’affine passero solitario.
La tottavilla (Lullula arborea) è una specie strettamente imparentata con l’allodola con la quale può essere confusa, essendo di aspetto molto simile e condividendo con essa gli stessi ambienti aperti. Il canto, costituito da una cascata di melodiose frasi “… lulu … lulu …”, permette di distinguerla con certezza. Viene emesso durante i voli che compie al di sopra del territorio di nidificazione, e a volte canta da tanto in alto da non consentire all’occhio umano di individuarla.
Il biancone (Circætus gallicus) è un grosso uccello da preda (l’apertura alare della femmina può arrivare fino a 180 cm.), specializzato nella cattura dei rettili, ed in particolar modo, dei serpenti. Pratica una particolare tecnica di caccia detta “spirito santo”, che consiste nel perlustrare da una posizione immobile a mezz’aria, il terreno sottostante. Da marzo a settembre, i versanti aperti del Tobbio, sono spesso frequentati da questo eccezionale predatore che giunge dall’Africa dove trascorre l’inverno.
Il gheppio (Falco tinnunculus) è un piccolo falco (spesso viene indicato col nome di falchetto comune) che non supera gli 80 cm. di apertura alare. Come il biancone è un rapace, anche se non così specializzato. Si ciba infatti di piccoli mammiferi ed insetti che cattura sul terreno. Nidifica nelle zone rocciose in una cavità. È molto frequente durante tutto l’anno.

Flora

29 Astro alpino

Il Monte Tobbio è uno dei luoghi del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo ove, per ragioni legate alla natura delle rocce e dei suoli (quindi del tipo di substrato sul quale si trovano a dover crescere i vegetali) e delle particolari condizioni climatiche che lo interessano, si sono da tempo concentrate le attenzioni di quei botanici che hanno fatto di queste zone appenniniche il loro campo di studi. Una trattazione sistematica delle specie vegetali che s’inerpicano sulle falde di questa massiccia piramide montuosa risulterebbe, tuttavia, alquanto noiosa e specialistica, risolvendosi in un lungo elenco floristico. Si è scelto perciò di illustrare le caratteristiche di alcune specie fiorifere particolarmente belle e facilmente visibili all’escursionista che si avventurasse per questi sentieri, munito di macchina fotografica per catturarne l’immagine o semplicemente animato dal desiderio di godere di scorci “fioriti” di grande impatto emotivo.
Le specie descritte sono tutelate dalla L.R. n. 32 del 2 novembre 1982, che ne vieta la raccolta, la detenzione ed il danneggiamento, e godono anche del regime di protezione che interessa tutte le specie vegetali, senza eccezioni, derivante dall’istituzione del Parco (L.R. n.52 del 31 agosto 1979). Al di là degli aspetti normativi, tuttavia, sembra quasi superfluo ricordare che il semplice rispetto per gli ambienti naturali che si visitano e per i viventi che li popolano dovrebbe già costituire un freno sufficientemente forte alla raccolta di erbe e fiori. Forse un piccolo, innocente mazzolino, può non apparire come un danno, ma bisogna sempre pensare che non siamo soli e provare a moltiplicare il mazzolino per il numero dei visitatori (e sono tanti!) che potrebbero essere tentati di imitarci.
L’astro alpino (Aster alpinus L.) è una pianta perenne erbacea, appartenente alla famiglia delle Composite, alta 6-15 cm, che caratterizza con la sua fioritura assai vistosa i pascoli alpini e le zone sassose montane. I fusti sono striscianti e legnosi, terminanti in rosetta, gli scapi (i “gambi” del fiore) ascendenti sono leggermente pelosi, così come, ma più fittamente, sono pelose le foglie basali, di forma lanceolata-spatolata. Ogni scapo porta un fiore chiamato, in termini botanici, capolino e costituente, in realtà, un’infiorescenza, cioè un insieme di più fiori. In questo caso si parla di fiori ligulati (a forma di linguetta dentata all’estremità), disposti esternamente e di colore violetto, e di fiori tubulosi (a forma di piccolo tubicino), di colore giallo-aranciato, disposti al centro del capolino, a formare una sorta di morbido cuscinetto dorato. Ne risulta un singolare contrasto di colori. Di particolare pregio, dal punto di vista estetico, risultano individui dallo scapo ramificato, con 2-5 capolini, nei quali il botanico Brügger credette di identificare una nuova specie; si tratta, in realtà, dell’effetto della variabilità casuale nella morfologia di una stessa specie, così come tra gli esseri umani, ad esempio, variano il colore dei capelli o la statura.
Sul Monte Tobbio si verifica una condizione molto particolare, comune anche ad altre piante di ambito alpino che vegetano nel territorio del Parco: l’abbassamento della quota minima alla quale è possibile rinvenire esemplari di questa specie, dai 1.500 m. mediamente riscontrati in Italia agli 800 m.
La dafne o cneoro (Daphne cneorum L.) è chiamata anche Dafne odorosa, a cagione dell’intenso e dolcissimo profumo che emanano i suoi piccoli fiori, avvertibile anche ad alcuni metri di distanza dalla pianta. Questo è il motivo per il quale, purtroppo, questo grazioso arbusto è stato oggetto di intense raccolte a scopo commerciale e della sua progressiva rarefazione, che ne ha motivato l’inclusione nella lista delle specie a protezione assoluta. La famiglia alla quale questa specie appartiene, quella delle Timeleacee, è caratterizzata dal fatto che i suoi fiori vengono impollinati esclusivamente ad opera delle farfalle. Si presenta come un arbusto dal portamento strisciante, alto 10-20 cm, con getti giovani resi vellutati da una morbida peluria e getti vecchi dalla corteccia bruna. Le foglie sono lineari, a forma di spatola, con una nervatura centrale molto evidente, coriacee; i fiori, profumatissimi, sono di colore rosso-porporino e crescono riuniti in fascetti di 8-12. La diffusione di questa specie riguarda le pinete ed i pendii aridi delle zone montuose dell’Italia settentrionale, molto raramente la si rinviene anche in pianura. Come serpentinofita preferenziale (cioè come specie ben adattata ai substrati costituiti da rocce serpentinose) risulta perfettamente “a suo agio” sui ripidi ed erosi pendii del Monte Tobbio.

Tobbio 1974 (pastello su carta) di Pietro Jannon 06_09 _2013 09 bis
Il Tobbio (Piero Jannon)

Qualche proposta per camminare

La sommità del Monte Tobbio è raggiungibile percorrendo 4 diversi itinerari, tutti a carattere escursionistico. Solo alcuni degli itinerari proposti sono stati segnalati a cura del F.I.E. con segnavia geometrici di colore giallo; nel corso del 1996, il Parco Naturale si farà carico del completamento della segnaletica. Ricordiamo ancora la possibilità di acquistare la cartina 1:25.000 ed il libro “Il Parco Naturale Capanne di Marcarolo”, editi dallo S.C.I. di Genova.

… dal Valico Eremiti

Due percorsi tra quelli presentati partono dal Valico Eremiti, posto alla quota di m. 559 s.l.m. ed importante crocevia tra la valle del Rio Eremiti, che scende verso il Gorzente e quella del Rio Morsone, che invece va ad immettersi nel Lemme, nei pressi di Voltaggio. Al valico è presente una piccola Chiesetta edificata nel XIX secolo e vi è limitata possibilità di parcheggio (occorre spesso, nelle giornate affollate, posteggiare lungo la strada).
La località è raggiungibile, con auto privata, da:

  • Voltaggio, seguendo la S.P.166 in direzione Capanne di Marcarolo (Km 5,2 da Voltaggio);
  • Bosio, seguendo dapprima la S.P.170 in direzione Mornese/Lerma ed arrivati al bivio, immettendosi sulla S.P. 165 in direzione Capanne di Marcarolo (Km 11,1 da Bosio);
  • Lerma, seguendo la S.P. 170 in direzione Bosio e, oltrepassata Mornese, imboccando la S.P. 165 in direzione Capanne di Marcarolo (Km 16,0 da Lerma);
  • Capanne di Marcarolo, seguendo la S.P. 165 in direzione Bosio (Km 10,8 da Capanne di M.).

Itinerario A1: Valico Eremiti / P.sso Dagliola
Segnavia: al momento inesistente, in futuro tratto e 2 punti
Quota partenza: Valico Eremiti, m. 559 s.l.m.
Quota arrivo: P.sso Dagliola, m. 856 s.l.m.
Dislivello totale in salita: 297 m.
Principali toponimi toccati: Valico Eremiti, Passo della Dagliola
Caratteristiche: itinerario molto frequentato; si svolge su mulattiera piuttosto rovinata dall’erosione, a pendenza sempre modesta. È sicuramente consigliabile per gli scorci paesaggistici sulle valli circostanti e sulla pianura alessandrina; dal passo è consigliabile proseguire, con il sentiero percorso dagli itinerari A2 ed L1, fino alla cima del Monte Tobbio.
Descrizione dell’itinerario: da località Valico Eremiti, si segue la vecchia pista forestale, ora mulattiera, che parte a sinistra della Chiesetta; dopo il primo tornante, il sentiero si unisce, per un tratto di 50 m. circa, con l’itinerario A2, con relativo segnavia. Tralasciato il percorso A2, che prosegue sulla destra, si continua lungo il sen­tiero, a tratti decisamente sconnesso, che si inerpica, con larghi tornanti, sul versante settentrionale del Monte Tobbio sino ad incrociare l’itinerario L1 proveniente da Voltaggio (m. 740 s.l.m. – 0 h 25’ dalla partenza) con il quale si unisce.
Ancora qualche tratto in salita e, con un ultimo lungo traverso, si perviene al Passo della Dagliola (m. 856 s.l.m. – 0 h 45’ dalla partenza), ampia insellatura erbosa tra la valle del Rio Lavezze ed i bacini del Rio Vergone / Gorzente.
Discesa: La discesa può avvenire lungo l’itinerario A1 di salita (0 h 40’ dal passo al Valico Eremiti), oppure, dalla cima del Tobbio, lungo l’itinerario A2

Itinerario A2: Valico Eremiti / Monte Tobbio
Segnavia: cerchio sbarrato giallo
Quota partenza: Valico Eremiti, m. 559 s.l.m.
Quota arrivo: Monte Tobbio, m. 1092 s.l.m.
Dislivello totale in salita: 533 m.
Principali toponimi toccati: Valico Eremiti, Monte Tobbio
Caratteristiche: l’itinerario si svolge sull’ampio e severo versante settentrionale del Monte Tobbio attraversando, sempre con larghi tornanti, dapprima l’estesa pineta a pino nero e marittimo ed in seguito aspre zone di prateria intervallate da balze rocciose.
Descrizione dell’itinerario: dalla cappelletta del Valico Eremiti, seguire il sentiero di destra (guardando la costruzione) il quale, dopo un amplissimo tornante, va a congiungersi per un tratto di circa 50 m. con l’itinerario A1. Tralasciatolo sulla sinistra, il sentiero si inerpica sul versante nord del monte, attraversando la pineta. Verso gli 800 m. di quota la vegetazione arborea tende a cedere il passo ai pascoli ed alle zone rocciose che rendono, in questo tratto, l’ambiente quanto mai suggestivo. Con un ultimo traverso verso est, l’itinerario si congiunge alfine con il sentiero percorso dall’itinerario L1, che congiunge il Passo della Dagliola con la cima del Tobbio (m. 985 s.l.m. – 1 h 20’ dalla partenza). Seguendolo si perviene, con ancora qualche tornante, sulla cima del monte (m. 1092 s.l.m. – 1 h 35’ dalla partenza).
Discesa: si può discendere lungo il medesimo itinerario (1 h 10’ dalla cima alla cappelletta del Valico Eremiti), oppure seguire l’itinerario L1 fino al Passo della Dagliola e, da qui, scendere per l’itinerario A1.

La Direttissima
La via più breve alla vetta, non segnalata ma decisamente segnata dalla costante frequentazione, cavalca il costolone che si diparte da nord-nord est, e che può essere guadagnato salendo in verticale dalla cappelletta degli Eremiti. È la via preferita da chi sale in assetto sportivo (tempi di percorrenza da 35’ a 50’), ma anche, decisamente, la più dura.

… dal Ponte Nespolo

Un altro interessante itinerario si diparte dal Ponte Nespolo, posto sulla S.P. 165 al suo incrocio con il torrente Gorzente, ad una quota di m. 488 s.l.m. Luogo estremamente frequentato durante il periodo estivo dai numerosi bagnanti, ritrova la propria dimensione “naturale” da metà settembre fino a giugno. Nelle immediate vicinanze non sono disponibili parcheggi: occorre pertanto posteggiare lungo la strada (facendo attenzione ai divieti di sosta presenti) oppure usufruire dei parcheggi posti in prossimità della Casc. Merigo, ad una distanza di Km 1,9. La località è raggiungibile, con auto privata, da:

  • Voltaggio, seguendo dapprima la S.P. 166 fino al Valico Eremiti, poi la S.P. 165 in direzione Capanne di Marcarolo (Km 10,1 da Voltaggio);
  • Bosio, seguendo la S.P. 170 in direzione Mornese/Lerma, poi immettendosi sulla S.P. 165 in direzione Capanne di Marcarolo; oltrepassare il Valico Eremiti e, con una lunga serie di curve, pervenire alla località (Km 16 da Bosio);
  • Lerma, seguendo la S.P. 170 in direzione Bosio e, oltrepassata Mornese, immettendosi sulla S.P. 165 in direzione Capanne di Marcarolo, in comune con il percorso da Bosio (Km 20,9 da Lerma);
  • Capanne di Marcarolo, seguendo la S.P. 165 in direzione Bosio (Km 5,9 da Capanne di M.).

Itinerario B1: Ponte Nespolo / Casc. Nespolo / P.sso Dagliola
Segnavia: 2 rombi pieni gialli
Quota partenza: Ponte Nespolo, m. 507 s.l.m.
Quota arrivo: Passo della Dagliola, m. 856 s.l.m.
Dislivello totale in salita: 351 m.
Principali toponimi toccati: Ponte Nespolo, Casc. Nespolo, Casc. Tobbio, Passo della Dagliola
Caratteristiche: itinerario completamente esposto a meridione, dunque sconsigliabile nel periodo estivo. Se percorso in inverno, esso risulta al contrario gradevolissimo. Dal passo è consigliabile proseguire, con il sentiero percorso dagli itinerari A2 ed L1, fino alla cima del Monte Tobbio.
Descrizione dell’itinerario: da Ponte Nespolo traversare il Gorzente e risalire lungo la S.P. 165; percorse poche decine di metri dal ponte, girare sulla destra per accedere alla piccola area attrezzata. Traversata l’area, salire lungo il costolone del monte, accedendo allo sterrato che conduce alla Casc. Nespolo (m. 625 s.l.m. – 0 h 30’ dalla partenza). Passare a sinistra della cascina, ammirando i suggestivi resti dei castagni secolari, e, arrivati ad un bivio, tralasciare il sentiero che si inoltra in piano, per inerpicarsi a sinistra nel casta-gneto. Arrivati ai resti della Casc. Tobbio (m. 685 s.l.m. – 0 h 40’ dalla partenza), la si lascia sulla destra e si esce poco dopo dal bosco. Da qui, la vista si apre improvvisamente sull’alta Valle del Gorzente e sul Monte Figne. Con percorso in leggera salita, traversare lungamente il versante sud-est del Monte Tobbio e pervenire, infine, al Passo della Dagliola (m. 856 s.l.m. – 1 h 15’ dalla partenza).
Discesa: dal passo, riprendere l’itinerario si salita che, in 1h 05’ riporta al Ponte Nespolo.

… da Voltaggio

L’ultima delle proposte parte da Voltaggio, importante centro della Val Lemme, posto ad una quota di m. 353 s.l.m. e raggiungibile sia con auto privata, che con mezzi pubblici, con partenze da Novi Ligure o Busalla, entrambe servite da linee ferroviarie.
Il punto di partenza dell’itinerario è posto in Piazza Garibaldi.

Itinerario L1: Voltaggio / Monte Tobbio
Segnavia: triangolo pieno giallo
Quota partenza: Voltaggio, m. 353 s.l.m.
Quota arrivo: Monte Tobbio, m. 1092 s.l.m.
Dislivello totale in salita: 739 m.
Principali toponimi toccati: Voltaggio, Bric Brughé, Costa Cravara, Passo della Dagliola, Monte Tobbio
Caratteristiche: percorso particolare, che si diparte dalla piazza di Voltaggio per inoltrarsi, man mano, in zone meno affollate e sempre più selvagge. Molto belli, nella parte alta dell’itinerario, gli scorci che si godono sui valloni del Rio Lavezze e del Rio Morsone.
Descrizione dell’itinerario: da Piazza Garibaldi seguire in direzione sud per circa 350 m. Via S. Giambattista de Rossi e Via C. Anfosso, sino a raggiungere la Chiesetta, in corrispondenza di Piazza De Ferrari. Davanti alla Chiesetta, svoltare a destra e proseguire sulla stradina asfaltata fino a Villino Stagno: qui a destra si imbocca il sen­tiero, all’inizio alquanto ripido. Dopo poche decine di metri si perviene ad un bivio e si segue il sentiero che, sulla destra, va ad attraversare il bosco misto, con pendenza costante. Si raggiunge in breve una strada sterrata sulla quale è collocato un percorso ginnico (m. 445 s.l.m. – 20’ dalla partenza), che segue la strada in costante salita, per un tratto costeggiando una recinzione. Trascurata una prima diramazione sulla sinistra, si prosegue dritti e, ora con tratti in piano, si attraversa il versante settentrionale del Bric Brughé. Sulla sinistra, una radura indica il luogo ove è sita Cascina. Colletta, ora abbandonata; qui ha termine la strada sterrata e si dipartono due sen­tieri (m. 580 s.l.m. – 45’ dalla partenza). Trascurare quello sulla destra e continuare diritti, seguendo il tracciato che riprende ora a salire, mantenendosi sul versante meridionale della costa, pochi metri sotto la cresta. Un breve tratto in piano permette di raggiungere il confine del Parco (m. 635 s.l.m. – 1 h dalla partenza), lungo il quale si proseguirà ora per un buon tratto. Una breve discesa permette di avvicinarsi al Pulpito del Diavolo, caratteristica formazione rocciosa davvero severa. Sempre continuando a costeggiare il confine del Parco, il sentiero corre lungo la Costa Cravara, mantenendosi perlopiù sul suo versante settentrionale, alternando tratti in salita ad altri pressoché piani. Ancora un tratto sul filo dell’ampia cresta e si giunge al punto di unione con l’itinerario A1, proveniente dal Valico Eremiti (m. 740 s.l.m. – 1 h 35’ dalla partenza); lungo questo si prosegue fino al Passo della Dagliola, che si raggiunge con ancora qualche tratto in salita (m. 856 s.l.m. – 1 h 55’ dalla partenza). Dall’insellatura del passo l’itinerario prosegue effettuando un lungo traverso in direzione nord, fino a raggiungere il punto di unione con il sentiero A2. Da qui, ancora qualche ampio tornante permette di raggiungere la sommità del Monte Tobbio (m. 1092 s.l.m. – 2 h 30’ dalla partenza).
Discesa: il ritorno segue il percorso di salita, in circa 2 ore.
I Guardiaparco Giacomo Gola, Giampaolo Palladino, Cristina Rossi

Il vento del Tobbio

Alessio Franzone è il partigiano “Arrigo”, ma anche – e nello stesso tempo – il cacciatore, il gran camminatore, colui che ha ben presente in sé, per esperienza diretta, la puntuale geografia del territorio dell’Oltregiogo su cui va organizzandosi, all’indomani dell’8 settembre 1943, il movimento di Liberazione. È così che il libro di Arrigo ci restituisce, accanto a una serie di importanti avvenimenti legati alla lotta partigiana, il quadro di un ambiente che egli ama e conosce come pochi altri. Con lui si percorrono fiumi e ruscelli, boschi e sentieri pieni di vita e di bellezza.
Ciò che forse risulta straordinario per un libro di memorie della Resistenza è che l’orrore di quegli accadimenti, inevitabili e presenti in tutte le pagine, non riesce tuttavia a prevalere sul forte senso di vita e speranza che Arrigo probabilmente trae, anche nei momenti più drammatici, dal profondo rapporto con questi monti.
Gli eventi della lotta partigiana che hanno per teatro l’area circostante al Tobbio sono tristemente noti. La Benedicta con i suoi giovani trucidati dai nazisti e i molti deportati è la tragica testimonianza del prezzo pagato alla lotta di Liberazione.
Una eco angosciosa di quei giorni si reperisce tra le carte che riguardano la Cappelletta del Tobbio. Colpisce l’espressione usata in una lettera della Curia genovese al parroco di Voltaggio, per riferirsi al drammatico evento appena compiuto. La data è quella del 17 aprile 1944, pochissimi giorni dopo la strage: “… in seguito agli ultimi avvenimenti dato lo stato miserando della cappella [si dispone] […] che la festa, solita a farsi nella Cappella del Monte Tobbio, sia quest’anno sospesa”.
Eugenia Fera e Massimo Angelini

Claudio Balostro, giovane scrittore nativo di Arquata Scrivia. La sua memoria non è più quella del testimone diretto ma è filtrata dalle immagini dei parenti più prossimi. Uno zio, “lo zio G.”, è un sopravvissuto della Benedicta il cui nome di battaglia è proprio quello di “Tobbio”: «Rimanemmo lì a combattere, fino alla fine. Mi chiesero un nome di battaglia, perché venivo dal Tobbio dissi quello. Mi piacque, perché è grande e asciutto, duro e ardente d’estate, bianco e soffice di neve d’inverno. Dissi quello e c’è ancora in giro chi mi chiama così», da Lo strano dell’idea di cavalli, romanzo inedito.
Alessio Franzone

Il piccolo santuario sul Tobbio in onore della B.V. di Caravaggio

Così recita il titolo dell’opuscolo stampato nel 1917 in “San Pier D’Arena”, presso la scuola tipografica Don Bosco, a cura del sacerdote Ernesto Pitto, già Prevosto di San Remigio di Parodi e membro dell’amministrazione dello stesso santuario.
Il volumetto è stato ristampato in anastatica nel 1988 dall’Associazione “Amici del Tobbio”, in occasione dei centodieci anni di ricorrenza della “prima idea di erigere un tempio mariano sull’alto e impervio monte”.
Il Pitto è noto autore di diversi volumi dedicati alla storia dei santuari liguri, compilati secondo un modello di storiografia didascalica tardo-ottocentesca, in cui la storia diventa pretesto per celebrare la devozione di coloro che si sono adoperati per l’erezione dei santuari e per stimolare i fedeli a continuare a mantenere in vita l’opera dei predecessori.

4 settembre 1899: inaugurazione della Cappella sul Tobbio in onore della N.S. di Caravaggio

Secondo l’autore, l’idea del santuario del Tobbio ha origine nel 1878 quando un sacerdote di Mornese, don Rocco Mazzarello, in occasione di una visita a Spessa Parodi (attuale comune di Bosio) propone l’impresa ad alcuni conoscenti, senza però riceverne la sperata adesione.

Solo diciotto anni, dopo la medesima proposta, ripetuta ancora da don Mazzarello nello stesso luogo, riceve la fattiva adesione di “Lombardo Giovanni della villa di Spessa di condizione contadino” che proprio nel 1896 comincia a raccogliere fondi per la realizzazione dell’impresa.

In undici mesi di lavoro veniva ultimata la strada carrabile aperta per collegare la località Eremiti alla cima del Tobbio: “trovati operai fra i quali molti gratuitamente […] e non furono soltanto i buoni figli di S. Pietro e Marziano (Parrocchia di Spessa Parodi) a prestare l’opera loro gratuita, ma anche parecchi delle Capanne e di Voltaggio”.
Nel 1897 cominciano i lavori per la costruzione della cappella inaugurata il 4 settembre 1899, il giorno seguente il trasporto della statua di N. S. di Caravaggio a cui sarà dedicata: “… malgrado il cattivo tempo si fece festa per tre giorni consecutivi con un crescendo consolante di divoti pellegrini, e con entusiasmo indescrivibile”.

Cappella con attiguo rifugio, di cui ora rimangono solo i riduri

La cappella sarà “soggetta alla giurisdizione del M. R. Parroco pro-tempore dei SS. Pietro e Marziano di Spessa Parodi”, ma verrà amministrata dall’arciprete di Gavi, dai parroci di Voltaggio e di Capanne di Marcarolo, dal prevosto di S. Remigio di Parodi e del “Sig. Lombardo Giovanni di Spessa Parodi”. Nel 1909 si decide di ingrandire l’edificio della cappella poiché essa “risultò subito insufficiente al bisogno perché numerosi erano i pellegrini che nella solennità si portavano sull’alta vetta, ma pochi tutto al più una cinquantina potevano stare nella Cappella [che ora] […] è capace di contenere oltre trecento persone, è provvista di sacrestia, è fiancheggiata da un robusto campanile […] insomma parmi che nulla manchi da poter essere chiamato: un piccolo santuario”.
Da allora, ogni, anno, sulla vetta del Tobbio vengono celebrati – prima con grande “concorso di popolo”, adesso meno solennemente – il 26 maggio, ricorrenza dell’apparizione di N. S. di Caravaggio e il 4 settembre, giorno dell’inaugurazione della cappella.
L’edificio conoscerà vicende alterne e più volte, a partire dai primi anni Trenta, si dovrà provvedere a opere di restauro eseguito con l’intervento della Curia e, soprattutto, il volontario contributo dei fedeli. Grazie agli assidui interventi dei volontari, la cappella oggi è ancora agibile, è invece scomparso il rifugio costruito agli inizi del secolo nelle sue vicinanze e ancora aperto agli inizi degli anni Quaranta.

I registri, ossia, la scrittura del viandante

Immaginare una salita e quanto ci si porta appresso: la fatica dei muscoli, la sete, la fame, il caldo il freddo, le zanzare, i fiori, l’amore lasciato a casa o perduto, gli amici attorno a sé, l’uomo o la donna da conquistare, l’amico da stupire, il bimbo da trasportare a spalle, la sfida con i propri anni o la malattia, la gara con se stessi, la rabbia, la gioia, Dio nel cuore o da bestemmiare oppure, semplicemente, solo il proprio nome. Tutto questo e ancora molto altro viene trasportato da chi sale al Tobbio e riversato nei quaderni che si presentano a chi arriva sulla vetta come un grande orecchio in cui depositare il proprio fardello per poi liberi, finalmente, ridiscenderne un po’ più leggeri.
Vero zibaldone di umani sentimenti e di stili narrativi, genere non riducibile alla corrente tipologia letteraria, i quaderni restituiscono a chi li scorre una straordinaria mescolanza di generazioni, classi sociali di appartenenza, quindi di gusti, passioni – stili insomma – diversamente inconciliabili tra loro e tuttavia per una volta uniti in maniera forte (non fosse altro per il pezzo di carta che li contiene) dalla comune condivisione di un’esperienza – unica per ciascuno questo è certo – ma anche universale perché a tutti gratuitamente si propone la stessa strada, perché tutti si partecipa di un’unica volontà di ascesa.
Portofranco di letterati e illetterati, di guastatori e costruttori, di moralisti e goliardi, di folli e di saggi, il quaderno posto sulla cima del Tobbio potrebbe anche se parzialmente essere accostato agli scritti carnascialeschi, là dove il mondo finalmente si rovescia e il principe, per un momento, può diventare bifolco e il bifolco re. Luogo liberatorio, dunque, come appunto si addice a ogni intento di ascesi.
Ma i quaderni ci propongono anche molto altro come, per esempio, lo scambio di messaggi malinconici tra amici che in essi ormai soltanto si rincontrano; il diario di bordo che annota le condizioni climatiche attraverso cui gli esperti di montagna e di mare non mancano di ostentare la conoscenza della qualità dei venti e della loro forza; sfoghi di amanti delusi o inappagati, di mogli e mariti che per evitare risse famigliari sono venuti di corsa in cima al Tobbio a placare gli istinti più violenti. C’è chi non scrive ma disegna. I bimbi, in genere, amano segnalare la loro età e il sesso: “siamo tre femmine e due maschi …”, le suore ringraziano Dio per il creato, altri non esitano, poche righe sotto, quasi senza soluzione di continuità, di bestemmiarlo come se, provocati all’argomento dalle lodi precedenti, si ricordassero che anche loro ogni tanto pensano a Dio. Anche questo, più in generale, è un aspetto ricorrente nei quaderni: spesso accade che un argomento, specie se provocatorio, di­venti per persone diverse comune occasione di considerazioni e divagazioni, una sorta di filo rosso che ritroviamo per più pagine, segno eloquente che la provocazione ha raggiunto il segno.
I quaderni reperiti cominciano nel maggio 1985. Anni non privi di vuoti lasciati dalle pagine strappate forse per la necessità assoluta di accendere un fuoco, forse per puro vandalismo o forse per il più comprensibile gesto di chi ha trovato in esse l’ultima traccia di un amico o un parente poi prematuramente scomparso.

Tutti insieme, appassionatamente

Dopo la fatica della salita, bere e mangiare, scherzare, giocare a carte, conoscere chi è arrivato prima o poco dopo è corollario quasi inevitabile di ogni gita che abbia escluso la scelta della “solitaria” assoluta.
I registri del Tobbio abbondano di minuziose descrizioni di menù, più o meno raffinati, di citazioni dei vini consumati, di lazzi giochi ed elenchi più o meno reverenti di partecipanti, ma tutti, allo stesso modo, desiderosi di comunicare il benessere provato nello stare assieme.
Le processioni che portavano al Tobbio i fedeli a celebrare due volte all’anno le solennità del piccolo santuario si chiudevano con un’allegra mangiata. Per l’occasione il parroco di Voltaggio, alla fine degli anni Venti, chiedeva la dispensa alla Curia di Genova per poter permettere il consumo di cibi di grasso, nonostante il consueto divieto dei giorni solenni, anche a ragione del notevole sforzo fisico chiesto ai partecipanti.
Oggi, le occasioni di convivialità ritrovano al Tobbio diverse espressioni: al Tobbio per Capodanno, per Natale, per il primo maggio, per celebrare i compleanni (magari anche quello del nonno), ma c’è anche chi al Tobbio sale per sposarsi. Due i matrimoni fino ad oggi celebrati lassù. Il primo nel giugno del 1970 di due sposi dell’Alta Val Lemme, il secondo, vent’anni dopo nel 1992, di due giovani di Ovada.
Ritrovarsi insieme dopo la comune fatica, condividere la soddisfazione di aver raggiunto la meta, guardare per un momento al mondo dall’alto, e il piacere di stare insieme sono gli ingredienti forti che garantiscono ai partecipanti delle feste sul Tobbio la felice scoperta della gioia davvero non sempre facilmente raggiunta dai convivi di fondovalle.

La corsa 1971 – 1980

Ma al Tobbio non si va solo per passeggiare e chiacchierare amabilmente con gli amici. Al Tobbio si va anche di corsa e non necessariamente per placare umori iracondi.
La polisportiva di Voltaggio ha organizzato per dieci anni, sempre nel mese di settembre, un’appassionante gara aperta ad atleti e a semplici amatori e, a partire dal 1976, riservata ai soli soci FIDAL. Nelle primissime edizioni essa proponeva un percorso di circa otto chilometri, allungato poi nell’edizione del 1977 a dieci, con un dislivello di 766 metri. Sempre a partire dal 1977 la manifestazione assume carattere nazionale e da allora è stata dichiarata prova selettiva di campionato italiano di corsa in montagna.
L’organizzazione, curata dalla Polisportiva di Voltaggio, ha raccolto per anni l’adesione del volontariato giovanile del paese e ha ricevuto l’aiuto del CAI sezioni di Ovada e Novi Ligure: nel solo 1979 circa novanta persone. Segnalare il percorso con le bandierine, allestire e gestire i diversi punti di servizio, questi ed altri sono gli oneri assunti dai volontari, nonostante le condizioni climatiche spesso, considerata la stagione, affatto clementi. Uno dei responsabili evocava tra le situazioni particolarmente stressanti ma non prive di divertimento che caratterizzavano il lavoro, la “corsa dei volontari” che dovevano provvedere a destinare sulla cima del Tobbio le tute tolte dagli atleti pochi minuti prima del via, precedendo, è ovvio, il loro arrivo. Le tute venivano trasportate a gran velocità in auto fino alla località Eremiti dalla quale, sempre di corsa, si procedeva a piedi, con le tute nello zaino, fino alla vetta. Il 1980 è l’ultimo anno della corsa del Tobbio. Dal 1981 infatti non si corre più verso la montagna ma gli atleti si cimentano in una prova di corsa individuale podistica, il “circuito di Voltaggio”, che prevede 11.480 chilometri di corsa attorno al paese. E il Tobbio resta ancora a guardare …
Eugenia Fera e Massimo Angelini

Bibliografia

Anche il Tobbio vanta una sua, pur modesta, bibliografia. Gli sono stati dedicati libri, opuscoli, articoli vari. Si fregia addirittura di un omaggio in tedesco, redatto da un gruppo di giovani escursionisti teutonici. Abbiamo raccolto solo il materiale più facilmente rintracciabile, ma vorremmo fosse questa l’occasione per aggiornamenti e integrazioni. Se conoscete pubblicazioni o articoli inerenti in qualche modo il Tobbio, segnalatele nel “libro di vetta”: ve ne siamo anticipatamente grati.

Libri e opuscoli:

  • FRANZONE ALESSIO – Vento del Tobbio – Genova, 1952
  • PITTO Sac. ERNESTO – Il Piccolo Santuario sul “Tobbio” – Sampierdarena, Don Bosco, 1917
  • VV. – Pfingstfahrt Im Regen Monte Tobbio 1992 – Gengenbach, 1992

Articoli:

  • BASSIGNANA ENRICO – Un sentiero sul Tobbio – su TUTTO CITTÀ’ 95 – Alessandria e Provincia – STET 1995, Torino
  • CARREGA MARIO – Il Monte Tobbio e la sua flora – su IL NATURALISTA, giugno 1989, Museo Civico di Storia Naturale – Stazzano
  • LEARDI ERNESTO – Lontani ricordi, istanze recenti a proposito della chiesa-rifugio sita sul Monte Tobbio – su ALPENNINO n.3/1994, Casale Monferrato
  • MASSONE ENRICO – Sul Tobbio con vista sul mare – su PIEMONTE PARCHI 25, settembre/ottobre 1988 – Torino
  • MASSONE ENRICO – È il Tobbio il misterioso monte sul quale sorgeva l’abbazia del Nome della Rosa – su LA PROVINCIA DI ALESSANDRIA, 1 tri. 1989 – Alessandria

Non riteniamo inutile, infine, un rimando alle opere concernenti la montagna alle quali si è attinto nella scelta delle citazioni:

  • BELTRAMI VANNI – Breviario per nomadi – Biblioteca del Vascello, Roma 1995
  • BERNBAUM EDWIN – Le montagne sacre del mondo – Leonardo, Milano 1991
  • BOARDMAN PETER – Montagne sacre – dall’Oglio, Milano 1983
  • DAUMAL RENÉ – Il monte analogo – Adelphi, Milano 1968
  • EVOLA JULIUS – Meditazioni delle vette – Ed. Del Tridente, La Spezia 1974
  • GOETHE W.G. – Viaggio in Italia – Rizzoli, Milano 1991
  • HEINE H. – Il viaggio nello Harz – Marsilio, Milano 1994
  • MILA MASSIMO – Scritti di montagna – Einaudi, Torino 1992
  • MOTTI GIAN PIERO – La storia dell’alpinismo – Vivalda, Torino 1994
  • THOREAU H.D. – Camminare – Mondadori, Milano, 1991
  • ZOLLA ELEMIRE – Lo stupore infantile – Adelphi, Milano 1994

Ringraziamenti

Hanno ideato e concretamente realizzato la mostra i Viandanti Delle Nebbie. Hanno collaborato: Eugenia Fera e Massimo Angelini del Centro di Documentazione della Storia e della Cultura Locale; CRISTINA ROSSI, GIACOMO GOLA e GIANPAOLO PALLADINO del Parco Naturale Capanne di Marcarolo.

Non potendo elencare tutti gli appassionati che hanno contribuito alla realizzazione, riteniamo di dover far giungere loro il nostro ringraziamento attraverso le organizzazioni e i gruppi di riferimento, dal CAI di Ovada agli Amici del Tobbio. Un grazie particolare lo dobbiamo però a Pietro Jannon, autore della maggior parte delle immagini utilizzate, e praticante indefesso del culto del Tobbio. Vorremmo infine che in questo omaggio al monte fosse implicito un tributo alla memoria di Andrea Longhetti, che dell’amore per il Tobbio è rimasto tragicamente vittima.

La verità, vi prego sui cavalli

di Paolo Repetto, 30 giugno 2018

1 Prima

La verità vi prego sui cavalli QuadernoCerco di convincermi che è solo un po’ di stanchezza, lo scotto da pagare all’età. Perché a settant’anni, checché ne dicano i pensionati in fregola e la pubblicità che li titilla, è naturale che la voglia di viaggiare lasci il posto ad abitudini più pantofolaie. Ma la verità è un’altra: la depressione pre-partenza l’ho sempre sofferta, anche quando gli anni erano meno di un terzo di quelli attuali. All’avvicinarsi del giorno fatidico saltavano fuori i dubbi: cosa vado a cercare, ne vale poi la pena, avrei un sacco di cose da fare a casa (il che era anche vero), ecc … A quanto pare non ho mai avuto la natura del vero viaggiatore. Forse stavo bene dov’ero, abbastanza almeno da non desiderare altro.

Eppure ho continuato a partire, appena possibile (che significa, comunque, non troppo spesso). A differenza dei dubbi, sempre gli stessi, le motivazioni erano ogni volta diverse. Non ho mai tenuto un elenco delle destinazioni da raggiungere (o delle montagne da scalare) per poterle poi depennare. Mi sembrava, e mi sembra tuttora, una cosa stupida. Le mete nascevano lì per lì, sull’onda di un’occasione: muovermi con mio fratello o con un amico, rispondere all’invito di un altro, verificare una lettura o una notizia che mi avevano colpito, a volte semplicemente togliermi per un po’ dai piedi. Non nego che in qualche caso si sia trattato di veri e propri pellegrinaggi, ma anche questi condotti con criteri variabili: ho rispettato ad esempio la “sacralità” del castello di Tegel, dove nacque e trascorse l’infanzia Humboldt, o della tomba di Leopardi, mentre ho poi cercato nella New Forest la lapide in pietra di Alice Liddell, l’ispiratrice di Lewis Carroll, e ho visitato il cottage di Wordsworth e la casa di Thomas Mann a Lubecca.

Adesso arriva l’Islanda. Inaspettata, ormai. Era in programma una dozzina d’anni fa, dovevo attraversala in diagonale con Roberto Bruzzone, uno che divora distanze e pendenze con una gamba artificiale. Poi tutto è saltato, e le avevo messo una croce sopra. Ci ha pensato mia figlia Chiara: ha proposto una cosa molto meno sportiva ed epica, ma deve avere realizzato che per me poteva essere l’ultima occasione, e di questo le sono grato.

27389911203_435f65554b_oI dubbi tuttavia ci sono lo stesso. Perché poi, in sostanza, che ci va a fare uno in Islanda, a meno che non abbia appunto un carnet da riempire? Quando un amico me lo chiede a bruciapelo non ho pronta una spiegazione convincente (per lui, ma prima ancora per me, che già mi stavo interrogando per conto mio). Per quanto ne so c’è forse un albero per chilometro quadrato (e all’interno nemmeno quello), piove trecentosessanta giorni l’anno, a luglio, se va bene, la temperatura è sui tredici gradi, non ci sono musei e città d’arte e gli unici animali un po’ esotici sono le foche. Certo, l’aurora boreale e i geyser, ma per chi non è più in vena di trekking, non ha mai messo piede fuori dall’Europa e ha a disposizione per viaggiare ancora pochissimi anni, ci sarebbero teoricamente altre mete ben più interessanti.

Invece no. Una risposta c’è. L’Islanda ha la precedenza (e mi sa che non sia solo un “precedente”, ma anche un definitivo) perché l’aspettavo da anni: da almeno sessanta, da quando ho letto il Viaggio al centro della terra. Pur non figurando tra i miei libri preferiti, questo ha lasciato il segno. Non per la trama o per i protagonisti, proprio per l’ambientazione. All’epoca sapevo già benissimo che non è possibile scendere più di tanto nel cratere di un vulcano dormiente, ma per come Verne metteva la faccenda si poteva dare libera uscita alla fantasia e lasciarla sfogare appena sotto la crosta terrestre, perché poi è lì che svolge la storia. Soprattutto, però, a colpirmi era stata la parte “realistica”, quella dell’avvicinamento alla bocca dello Snæfellsjökull. Verne descrive una terra povera e ostile, ma al tempo stesso magnetica, e comunque traccia un percorso che chiunque può immaginare di fare. Non c’è nulla di eroico nella prima parte dell’itinerario dei nostri eroi, gli unici incontri sono quelli con i contadini che li ospitano per le tappe notturne: ma l’atmosfera è comunque strana, si carica mano a mano che ci si avvicina al cratere e che il paesaggio diventa se possibile più spoglio e lunare. Non ho impiegato molto ad aggregarmi al trio degli avventurosi.

Un’impressione altrettanto indelebile me l’ha procurata solo la descrizione che delle montagne dell’Atlante faceva Salgari: ma questa forse è più comprensibile, perché piazzava foreste lussureggianti in mezzo al deserto. (e infatti proprio quella potrebbe essere una prossima meta, sempre che alla fine mi trascini sino all’Islanda).

Verne descrive così il paesaggio islandese: “Uscendo dalla casa parrocchiale, il professore imboccò una via diritta, la quale, attraverso un’apertura della muraglia di basalto, si allontanava dal mare. Giungemmo quasi subito in aperta campagna, se così si può chiamare l’immensa massa di detriti vulcanici. Il paese sembrava come soffocato da una pioggia di enormi pietre, di trapps, di basalto, di granito e d’ogni tipo di rocce pirosseniche. Da ogni parte vedevo salire vapori verso il cielo; quei vapori bianchi detti reykir in lingua islandese, provenienti dalle sorgenti termali, confermavano, con la loro forza, l’attività vulcanica del terreno”.

14752137062_ed99faff3c_oNon credo che Verne sia mai stato in Islanda, ho fatto qualche ricerca e non risulta. Ma era uno che si documentava accuratamente, e deve aver letto le descrizioni dell’isola lasciate a partire da Olao Magno (che a sua volta non ci aveva mai messo piede) in poi. Erano disponibili quella di John Stanley, redatta alla fine del Settecento, e soprattutto quella di George Mackenzie, che aveva percorso l’isola in lungo e in largo nel 1810, entrambe comparse nelle Annales des Voyages: ma probabilmente aveva consultato anche opere più recenti. Insomma, il materiale di prima mano non gli mancava e l’ambiente che dipinge, sia pure a grandi tratti, dovrebbe essere abbastanza realistico.

Non era questa comunque la mia preoccupazione quando leggevo il Viaggio al centro della terra (anche se già allora su queste cose ero piuttosto pignolo). Alla prima menzione dell’Islanda ero andato a cercarmela sull’unica, minuscola carta geografica dell’Europa disponibile nel sussidiario, e la lampadina si era accesa lì, davanti alla posizione assolutamente sperduta dell’isola e alla sua forma frastagliata, da perfetta isola del tesoro.

La mia Islanda è rimasta dunque quella di Verne fino all’incontro col più famoso dei suoi abitanti, l’islandese eternamente fuggiasco che si confronta con la natura nel dialogo leopardiano. Qualche dettaglio in più lo avevo però ricavato nel frattempo dal primo atlante scolastico e dalla Storia Universale di Cesare Cantù, che nella prima adolescenza costituì per me un testo sacro, essendo l’unica opera di storia presente in casa. Nello specifico della geografia dell’isola Cantù era meno documentato dello stesso Verne (parla delle “pompe di una rigogliosa vegetazione” e non cita i vulcani), ma quanto alla storia costituiva una vera miniera. Pur essendo un conservatore e un terribile bigotto manifestava per gli islandesi e per la loro democrazia, della quale dimostrava di conoscere bene il funzionamento, un’ammirazione incondizionata: “in quell’asilo di libertà e indipendenza … l’Islanda diventò un’altra Scandinavia, quasi la Provvidenza avesse voluto mantenere colà il tipo originale del nordico mondo … leggi chiare e precise, ed un ordine meraviglioso per repubblica piantata sotto il circolo polare da gente cui fu unica ragione la forza. ..”. Soprattutto ne apprezzava la singolarità e l’indipendenza culturale”… la favella antica, chiamata danese, poi lingua del nord, trasferita in Islanda coll’eleganza conveniente alla nobiltà dei migrati, fu mantenuta con gelosa purezza, mentre le comunicazioni con altri popoli la alteravano in Danimarca e in Norvegia …” ( cito da un taccuino di appunti presi almeno cinquantacinque anni fa: segno che l’argomento, in mezzo a quella mole infinita di notizie, mi aveva particolarmente intrigato)

20405617315_071a17008b_oLeopardi all’Islanda ci era invece arrivato di terza mano, attraverso la lettura della Storia di Jenni, o il saggio e l’ateo, di Voltaire (1775), dove si dice che “Sempre minacciati, gli islandesi si vedon la fame davanti, cento piedi di ghiaccio e cento piedi di fiamme a destra e a sinistra sul monte loro Hekla, poiché i maggior vulcani son tutti posti su tali orrende montagne”. E anche Voltaire parlava per sentito dire. Nello Zibaldone non ho trovato cenno ad altre fonti, e non risulta che Leopardi abbia mai letto Han d’Islanda di Hugo, che pure era uscito un paio d’anni avanti la stesura del Dialogo della natura e di un islandese, e che comunque non gli avrebbe fornito alcuna notizia, perché con l’Islanda reale non ha niente a che vedere.

Leopardi non ha mai conosciuto un islandese – anche oggi dalle nostre parti pochi ne conoscono uno – così come non ha mai conosciuto un pastore kirghiso: eppure poche altre figure letterarie risultano azzeccate come le sue. Non per aderenza alla realtà ma, al contrario, per la valenza simbolica universale che assumono proprio in virtù della loro indeterminatezza. Anche se ho incontrato il suo “geografo del male” a quindici anni, quando si è pieni di sogni e di belle speranze, mi sono immediatamente identificato, e la cosa paradossale è che ho fatto miei sia il primo proposito (“deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando in alcun modo di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessun bene al mondo, vivere una vita oscura e tranquilla) che quello finale (mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire). Ancora oggi, non avendone mai conosciuto uno, l’islandese per me rimane quello.

Dopo quelli propiziati da Verne, Cantù e Leopardi (Olao Magno è arrivato molto più tardi) non ho avuto altri contatti significativi con l’Islanda fino ai primi anni novanta, quando mi sono imbattuto nell’ironico e disincantato resoconto di viaggio (Estremo Nord) di un americano, Lawrence Millman. Millman non indulge a immagini idilliache della società e della popolazione islandesi (la notte del sabato a Reykjavik è raccontata come un vero incubo), e non fa sconti nemmeno al paesaggio: “La desolazione dei campi di lava, degli altipiani, delle montagne brulle e delle morene sembra essere stata ufficialmente definita off limits per il genere umano dagli dei dell’era terziaria. Non ci sono cartelli a indicare questo divieto, ma i cartelli sono da sempre proibiti in Islanda, perché fanno apparire sgraziata quella desolazione.”: ma alla fine il risultato è che vorresti comunque essere con lui sull’isola, anche se a volte descrive ambienti da girone infernale.

Questo risultato lo ottiene soprattutto attraverso particolari gettati lì quasi per caso, come quando racconta che nel faro di Hornbjarg, nel Jökulfiördur (Fiordo del ghiacciaio), in uno dei punti più deserti e desolati di quella mano di terra che sembra salutare dal nordovest dell’isola, ci sono 16.000 volumi. Sapevo che l’Islanda è un paese di forti lettori, mi sembra naturale, come per tutti paesi nordici, visto il clima: ma ora so che è il paese in cui si leggono più libri in assoluto. O almeno, si leggevano, perché già Millman allude alla rivoluzione innescata nell’ultimo decennio dello scorso secolo dalle videocassette. Senz’altro rimane comunque il paese con la più alta percentuale di scrittori, e di buona levatura (conta anche un Nobel per la Letteratura, Halldór Laxness, nel 1955). Un islandese su dieci ha pubblicato almeno un libro. Da noi uno su dieci forse lo ha letto. Leopardi sarebbe sconcertato (o forse no). È comunque un altro ottimo motivo per andare a conoscere l’Islanda da vicino. Vederli in faccia, questi formidabili lettori e scrittori.

Il primo serio progetto di attraversamento a piedi dell’isola era nato proprio dall’incontro con Millman, avvenuto tra l’altro in una fase piuttosto disordinata e irrequieta della mia vita. È rimasto, come dicevo sopra, un progetto. Ora che sembra in procinto di concretizzarsi, sia pure in una versione banalmente turistica, scopro che la letteratura di viaggio in proposito si è largamente arricchita. Non corro a divorarla, così come non cerco anticipazioni nel copioso contributo dato dagli islandesi al boom della letteratura poliziesca scandinava, perché preferisco sempre scoprire le cose con i miei occhi, seguendo semmai le mie suggestioni adolescenziali, e confrontami solo a posteriori con le impressioni degli altri: ma non posso fare a meno di sfogliare, e di apprezzare, un libro di Claudio Giunta, Tutta la solitudine che meritate. Lo consiglierò a tutti i miei conoscenti che volessero spingersi sin lassù.

C’è infine un ultimo aspetto, se non bastassero quelli che ho elencato, che fa dell’Islanda una meta ideale per chiudere la stagione dei viaggi: è la patria della democrazia moderna. Un omaggio lo merita. Parlo di qualcosa di molto diverso dalla democrazia greca, perché quella islandese si fondava sul presupposto che tutti gli uomini fossero liberi. Anche senza mitizzarlo troppo, il sistema politico adottato dai colonizzatori nel nono secolo dopo Cristo non poteva che essere tale, come già notava il Cantù, trattandosi di esuli che fuggivano dal dispotismo dei sovrani norvegesi e che per conservare la propria libertà affrontavano un ambiente naturale ostile e una vita da strappare tutti i giorni con i denti. Già a quell’epoca (la data precisa è il 930) misero in piedi un modello rozzamente parlamentare (con un’assemblea generale, l’Alþingi, che si riuniva ogni estate nella piana di Þingvellir); e quel modello ha poi retto bene o male per gli undici secoli successivi a dominazioni straniere e a lotte intestine, istillando negli isolani un fortissimo sentimento civico, un senso di appartenenza che, questo senz’altro, sconcerterebbe ulteriormente Leopardi.

La verità vi prego sui cavalli 03

2 Durante

Lo stordimento ha inizio prima ancora di atterrare, quando uscito dalle nubi inizio a distinguere i colori del terreno. Non sono i verdi o i marroni consueti ma tinte da tuta mimetica, molto vive, un giallo-verde o un giallo-marrone, alternati al nero, che non ho mai visto altrove. Dall’alto l’aeroporto ricorda quelle stazioni polari che un po’ tutti i paesi occidentali, anche noi, hanno in Antartide, e non si sa bene a cosa servano. È solo immerso in un deserto di lava scura, anziché di neve e ghiaccio.

Ma è una volta fuori che comincio ad inquietarmi sul serio. L’impressione è di essere atterrato sulla Luna. Ho sentito dire che gli americani hanno effettuato proprio in Islanda le simulazioni dell’allunaggio (qualcuno sostiene che non si siano limitati alle simulazioni, ma a smentirlo basterebbe un particolare: qui non c’è un filo di polvere), e adesso capisco perfettamente il perché: mentre guido verso Rejkiavik ho davanti a me e ai miei fianchi solo una distesa piatta di pietrame nero ricoperto di muschio giallastro che corre fino all’orizzonte: non un albero, nemmeno un filo d’erba. Sullo sfondo, appena percepibili, grandi coni nerastri.

Ora, che non ci fossero molti alberi lo sapevo, ma qui per scorgere il primo devo attendere quarantacinque chilometri, all’ingresso della città. Sono reimpianti palesemente recenti, lunghe file dritte e isolate di piante che sembrano posticce, così come sembra artificiale la prima erba che comincio ad intravvedere in qualche aiuola. E artificiale pare anche la città: dà l’idea di essere cresciuta di botto (in effetti è così, la popolazione è quadruplicata in ottant’anni), senza seguire alcuna progettazione urbanistica, anche se la presenza di ampi spazi ha evidentemente consentito uno sviluppo non soffocante (anzi, di primo acchito parrebbe sin troppo dispersivo).

Il nostro alloggio è in pieno centro storico, in una traversa della via principale, a un centinaio di metri dal mare. Ma scopro che un centro storico vero e proprio non c’è, e che la via principale della capitale è grande come via Cairoli in Ovada.

La prima reazione dunque (non dico “a caldo” perché fuori c’è un vento gelido che martella naso e orecchie, malgrado sia uscito il sole) è di perplessità. Sarà stata una buona idea? Ho il tempo di rimuginarci, aspettando la notte, perché poi la notte non arriva. Anche qui, uno si aspetta il buio un po’ più tardi, invece il buio non c’è proprio. Niente alberi, niente buio, niente centro storico. Sono perplesso, ma anche affascinato.

Questo stato d’animo perdura nel secondo giorno, mentre percorriamo la pianura costiera che porta verso sud-est. Nella parte più interna si infittiscono i timidi tentativi di rimboschimento. Incontro persino un paio di “cittadine” importanti, completamente anonime, distribuite in largo, senza il minimo accenno a un centro, a una piazza, a un qualsiasi motivo che possa indurti a fermarti se non quello del rifornimento alimentare o di combustibile. Non si capisce dove la gente possa incontrarsi, stanti anche i prezzi proibitivi dei ristoranti e dei pub. Per il resto, trecento chilometri di deserto, punteggiato qui e là da fattorie isolate, con rare pecore che non è chiaro di cosa si nutrano. La differenza rispetto a ieri è che sulla sinistra corre oggi una catena ininterrotta di alture, naturalmente del tutto spoglie, striate dal bianco dei residui nevai, verso le quali ogni tanto si diparte una strada. E dietro le alture ad un certo punto comincia ad occhieggiare un ghiacciaio.

L’impressione più forte rimane quella della solitudine. Quella delle fattorie lontane da tutto, ma anche dell’intera isola. Penso mi sarebbe impossibile trascorrere una vita intera lì, a tre ore d’aereo dalla terra abitata più vicina. Mi sentirei soffocato, prigioniero, anche se poi in sostanza non sono uno che si sposta molto. Viene fuori tutta la natura del provinciale che non ha mai acquisito una consuetudine disinvolta con gli spostamenti aerei. La sera (sarebbe più esatto dire “più tardi”) mi ritrovo a pensare agli abitanti di luoghi come Sant’Elena o Tristan de Cunha, che vivono tutta l’esistenza in un fazzoletto di terra in mezzo all’oceano. Me ne andrei a nuoto, e ho un moto di solidarietà per Napoleone (ma anche per i Repetto che costituiscono la maggioranza dei duecento abitanti dell’isola di Tristan).

Il giorno successivo l’acclimatazione è completata e vedo tutto con occhi diversi. La perplessità lascia il posto a una fascinazione crescente.

Non voglio però raccontare il viaggio. Non l’ho mai fatto con gli altri e non comincerò adesso. Mi limito quindi a elencare le impressioni, in ordine sparso, così come sono arrivate.

20217637408_1ec52d5aa6_oInnanzitutto la luce. La luce e di conseguenza i colori, quelli della terra, del cielo, dei laghi. È probabile che ne abbia una percezione alterata, perché godiamo di otto giorni consecutivi di bel tempo, cosa che qui non accadeva forse da un paio di secoli. Diversamente non si capirebbe la cupezza della pittura scandinava in genere. I colori hanno la purezza assoluta di quelli base della tavolozza, ma la tavolozza sembra essere qui incredibilmente più ampia, e accogliere tonalità e sfumature impensabili altrove. Forse c’entra il fatto che l’inquinamento atmosferico è dieci volte inferiore a quello dell’Europa continentale, salvi i momentanei periodi di attività vulcanica.

Decisamente straniante è anche il persistere della luce nelle ore notturne. Nella mia guida il tramonto è indicato dopo le 23.30 e l’alba verso le 3.00: in realtà tra l’una e l’altra ora c’è la luce tipica di un crepuscolo. Non è mai notte. Questo, per chi ha ritmi biologici regolari, nel senso che dorme secco per otto ore di fila, non disturba più di tanto. Ma chi si alza un paio volte per notte ne esce parecchio scombussolato.

L’abbondanza di acqua. A intervalli, in mezzo al deserto di pietre, si incontrano dei corsi d’acqua piuttosto ricchi, che saltano dalle alture alla piana costiera con spettacolari cascate. I ghiacciai dell’interno sono un’ottima riserva. E non c’è solo quella. C’è l’acqua che sgorga un po’ dovunque dalle viscere della terra, bollente e fortemente solforosa, e che viene incanalata nei termosifoni e nelle docce. Gli islandesi (perlomeno quelli di Reykjavik e dintorni, quindi almeno i due terzi) si scaldano e si lavano con quella. Anche farsi una doccia in questo paese è un’esperienza avventurosa e interessante. Se incautamente apri sull’acqua calda, che arriva direttamente da sottoterra, senza filtri, a novanta gradi, ti porti via la pelle. E se alla fine non ti risciacqui due o tre volte con quella gelida di superficie, che scende dai ghiacciai pochi chilometri più in là, ti rimane addosso un puzzo fortissimo di uova marce, un alone a prova di ripetute insaponature. Il primo giorno l’idea è fastidiosa, poi ti abitui, pensi che è così per tutti e non senti più l’odore.

La viabilità. L’Islanda un paradiso per chi ama guidare. Proporrei di inviare lì per una settimana tutti i neopatentati, a macinare tre o quattrocento chilometri al giorno senza ansie e incazzature. Le strade extraurbane sono praticamente deserte e quelle cittadine, tranne nelle due ore di punta, quasi. L’unico rischio che si corre è quello di incantarsi a guardare il panorama, e uscire sulla prima curva che si incontra dopo trenta chilometri. I lunghissimi rettilinei attraversano scenari incredibili. Si supera un dosso arrivando da un paesaggio lunare e si entra in una valle timidamente verdeggiante, con qualche isolata casetta a ridosso delle alture, mentre quella successiva è nuovamente una distesa di pietre nere che paiono eruttate il giorno prima.

Il piano stradale è perfettamente liscio (insieme ai neopatentati bisognerebbe mandare in Islanda anche le nostre imprese appaltatrici) ed è sempre sopraelevato rispetto al terreno circostante: sembra una striscia d’asfalto gettata su una superfice extraterrestre, soprattutto quando il rettilineo taglia immagini da Valle della Morte, con i crateri sullo sfondo, al posto delle mesetas. Mi vengono in mente i cartoons del Vilcoyote.

Chiara riassume ancor meglio l’impressione. Pare di essere davanti ad un video-gioco, di quelli di una volta, tipo Super Mario: la strada ti viene incontro, segnata ogni trenta metri da paletti gialli che assieme al piano sopraelevato la separano da tutto il resto. La differenza è che qui non compaiono ostacoli all’improvviso, anche le rarissime pecore in fuga dai recinti se ne stanno tranquille ai bordi. Ho percorso in sette giorni più di duemila chilometri, e non mi sono minimamente stancato.

Dell’isolamento ho già detto. È la sensazione immediata più forte, anche se poi si attenua. Rimane invece quella della solitudine, che è cosa diversa (l’isolamento è un dato reale, la solitudine è una condizione percepita). Credo sia tutta questione di abituarsi ad una scala diversa delle distanze. In Islanda si accorciano. Ti rendi conto molto presto che potresti girare tutta l’isola in meno di due settimane (almeno, la parte costiera, quella antropizzata), malgrado la superficie sia un terzo di quella dell’Italia. All’epoca del progetto di traversata a piedi avevamo messo in conto un massimo di dieci o dodici giorni, per un percorso di circa trecento chilometri. Non sono dunque le distanze in sé a creare quella sensazione, ma “le distanze da cosa?” Se si escludono la capitale e a Akureyri, che sta all’estremo opposto dell’isola, non c’è un solo centro abitato degno di questo nome, che valga la pena raggiungere guidando per ore. Ma i parametri di chi vive in mezzo a duecento persone per chilometro quadrato non sono applicabili ad un luogo dove la densità è di tre persone per chilometro. Dubito che i tribunali islandesi siano oberati dalle liti tra “vicini” di casa: con tutta probabilità ogni volta che questi si incontrano è una festa. Cantù osservava: “Ivi non essendo città dove concentrarsi gli uomini e la cultura, gli uni appartati dagli altri abitanti, e rari e difficili i mezzi di comunicazione, manca ogni attrito”.

I vulcani. Sono andato per salire sullo Snaefel, e neppure l’ho visto da vicino. Ho anche affrontato un tratto di sterrato, nei primi contrafforti, contravvenendo da buon italiano alle raccomandazioni degli addetti al noleggio-auto, ma sopra i quattrocento metri si entrava in una nube fittissima e non si vedeva più un accidente. Tornarci in una giornata serena, ammesso che si presentasse, significava affrontare altri cinquecento chilometri. L’ho intravisto invece da Rejkiavik, da oltre cento chilometri di distanza, piuttosto piatto e tutto imbiancato nella parte superiore.

Crateri, cascate e ghiacciai rappresentano lo stereotipo paesaggistico islandese. Al di là di questo, effettivamente suggeriscono l’idea di uno stato primordiale del pianeta. La terra prima dell’uomo, ma anche pressoché priva d’ogni altro segno di vita animale e vegetale. E ancor più questa immagine la ispirano le distese di pietrame lavico nero. La terra com’era prima, ma come potrebbe tornare ad essere dopo. Ciò che Leopardi vedeva eccezionalmente nello “sterminator Vesevo” per il suo islandese era la quotidianità.

I cavallini. In apparenza ci sono in Islanda più cavalli che pecore. In realtà si notano solo maggiormente, perché fanno branco, mentre le pecore sono molto disperse. Sono cavalli bassi, quasi dei pony, e vantano una linea di sangue di purezza assoluta, più che millenaria. Mi hanno spiegato che una legge emanata dall’assemblea del libero stato di Islanda nel 982 (non nel 1982: proprio prima del Mille), e rimasta da allora ininterrottamente in vigore, vieta l’importazione nell’isola di qualsiasi cavallo. Persino quelli che escono dal paese per le competizioni o per qualsivoglia altro motivo non possono più rientrare. Questo si chiama preservare la limpieza. Originariamente il provvedimento fu adottato dopo che il tentativo di incrocio con altre razze aveva dato pessimi risultati, animali non compatibili con le condizioni ambientali estreme: oggi viene mantenuto perché dopo tanto isolamento questi animali non hanno sviluppato alcuna immunità contro le malattie equine esistenti al di fuori dell’isola, e ne sarebbero falcidiati.

Quando ho chiesto il perché della diffusione di questi animali, molto superiore ad esempio a quella delle mucche da latte, che pure ci sono, e costituiscono anch’esse, come i cavalli e le pecore, una razza a parte, non incrociata per un millennio, mi è stato risposto che gli islandesi amano molto i cavalli, li hanno sempre utilizzati per il lavoro e oggi li utilizzano per il divertimento. L’ho presa per buona, Chiara mi conferma che nei menù che abbiamo visionato la carne di cavallo non compare mai: ma mi è rimasto qualche dubbio.

Il numero incredibile di turisti: già a maggio, che è considerata ancora stagione mezza invernale, l’isola ne è invasa. Sono quasi tutti orientali, cinesi, coreani, giapponesi e giù di lì. Ti trovi a riflettere sul fatto che se non fossimo il popolo di idioti che siamo potremmo noi stessi vivere solo di questa risorsa. Ma ti rendi anche conto che l’impatto dei turisti non è poi così “ecologicamente” compatibile. Per cavalcare questa opportunità infatti, che è diventata davvero significativa solo negli ultimissimi anni, gli islandesi stanno stravolgendo le loro abitudini. Vedi girare per Reykjavik enormi Hammer cabinati, con ruote grandi come quelle dei trattori sovietici del secolo scorso, impiegati in settimana per portare gli orientali sin sui ghiacciai e la sera del sabato per lunghe sfilate presbronza nella Laugavegur (la via principale). Di questo passo neanche i ghiacciai islandesi avranno vita lunga.

Credo che chi pensa di andare prima o poi in Islanda debba farlo subito. Forse è anzi già tardi. Certamente i vulcani, i crateri, i ghiacciai, le cascate restano, forse rimarrà anche qualche pecora (ma sono già in diminuzione), ma l’invasione turistica minaccia di essere devastante, e già sul breve periodo.

La tipologia antropologica. Gli islandesi dovrebbero essere vichinghi puri, più degli scandinavi, e forse lo sono. Ma a differenza ad esempio dei danesi, o anche degli svedesi, sono piuttosto grossolani e ordinari, tutt’altro che belli. Colpa forse dell’endogamia protrattasi per secoli, che alla lunga non seleziona i tratti migliori (un po’ come a Mornese)

È senz’altro vero che sono i più forti lettori del globo, lo dicono le statistiche, ma a vederli non si direbbe. Non che esista una morfologia caratteristica che consente di identificare il lettore, però ti aspetteresti di trovare qualcuno che legge al tavolino di un caffè, magari all’interno, stante la temperatura (ma per bersi una birra sembra andar bene anche il dehors): e soprattutto, di incontrare qualche libreria in più oltre l’unica che visto nel centro della capitale. Evidentemente quella della lettura è un’abitudine molto domestica, e funzionano bene le biblioteche. In compenso nell’appartamento che ci ospitava a Reykjavik ho trovato una copia (in inglese) della “Breve storia della vita privata” di Bryson. Questo mi pare un buon indizio.

Il costo della vita. È la prima delle informazioni che verifichi: e ti chiedi subito come facciano a reggerlo. Il reddito medio per abitante è superiore di un quarto rispetto a quello degli italiani, ma i prezzi lo sono di tre volte. Probabilmente i servizi essenziali davvero funzionano. Anche in questo caso però, dopo pochi giorni, fatta l’abitudine al cambio e usciti da Reykjavik, l’impressione si ridimensiona. Si consolida invece quella di un popolo che non bada molto all’ornamentazione superflua (leggi: moda) e che organizza i propri capitoli di spesa in modi molto diversi dai nostri.

L’alimentazione. Della cucina islandese abbiamo conosciuto solo le zuppe. Per il motivo di cui sopra: una cena al ristorante ti prosciuga la carta di credito. Ma credo che non ci siamo persi molto. Ho invece trovato interessante il pesce essiccato “da viaggio”. Sembra fosse un tempo l’alimento da portare appresso quando si affrontavano lunghi spostamenti, che in un luogo come l’Islanda significava impossibilità di trovare cibo per diversi giorni. Qualcosa come il lardo per i nostri contadini e il pemmicam per gli indiani d’America e per i trappers. Ancora oggi viene usato come alimento energetico dai giovani e dagli sportivi. Dicono sia altamente proteico. La caratteristica fondamentale, prima ancora del gusto, è l’odore: puzza in una maniera inimmaginabile. Naturalmente mi ha subito conquistato. Al gusto dopo un po’ ci si abitua, e non è male, ma il vero piacere sta nel mettere quelle scaglie sotto i denti e strapparle. Ho fatto provvista per tutto il viaggio. Le confezioni già di per sé ermetiche erano avvolte in strati successivi di borse di plastica, ma quando si apriva il portellone posteriore dell’auto durante le soste si era investiti da una terrificante zaffata di vecchio angiporto. Volevo contrabbandarne un po’ nel continente, ma mia figlia mi ha fatto giustamente rilevare che ci avrebbero cacciati immediatamente dall’aereo, magari mentre era in volo.

La povertà dell’arte. Ho visitato a Reykjavik quello indicato dalla guida come il museo più significativo dell’arte islandese. Era un’indicazione errata, si tratta di un museo creato negli ultimissimi anni in un tentativo anche un po’ patetico di offrire un panorama delle “tendenze recenti”, e che ospita in realtà cose un po’ pacchiane, rimasticature delle sperimentazioni che hanno infestato il mondo artistico negli ultimi cinquant’anni. Non ho invece visto il museo ufficiale, che dovrebbe essere più ricco, e dove forse avrei potuto trovare echi di quella pittura romantica del nord che tanto mi appassiona. Non c’era più tempo, ma ho anche considerato che non dovevo aspettarmi più di tanto in un paese che fino a pochi anni fa aveva una popolazione inferiore a quella della provincia di Alessandria.

Mi fermo qui. Ho trascurato, certo, di decantare le cascate, i crateri e i ghiacciai, ma quelli si trovano descritti e raffigurati in qualsiasi guida turistica e in centinaia di siti di viaggi e blog di viaggiatori. Sono belli come li raccontano, ma appaiono deturpati ormai dalla presenza costante e sempre più massiccia della specie homo turisticus (noi compresi). Non si tratta di deprecare l’invasione turistica facendo finta o presumendo di essere “viaggiatori” diversi. Ci confondiamo anche noi nella folla, partecipiamo della dissacrazione. Ma questo non mi impedisce di immaginare egoisticamente quanto più belle potrebbero apparirmi queste cose se fossi il solo a goderne la vista. O quanto lo sarebbero se non ci fossi neppure io.

Ps. Un’ultimissima considerazione, che c’entra nulla con l’Islanda ma molto col clima attuale. Sia durante i voli di andata e ritorno, effettuati tutti con la British Airways, che negli aeroporti, ho constatato come le hostess non corrispondano più affatto all’immagine della categoria diffusa dalla filmografia balneare e dalle commedie all’italiana degli anni cinquanta-settanta. Sono tutte signore piuttosto attempate, rispetto allo standard corrente, e nemmeno direi che conservano tracce di un passato rigoglio. Chiara mi ha poi spiegato che si tratta di una politica inaugurata appunto dalla British (ma a quanto pare fatta propria anche dalle altre compagnie) non per offrire pari opportunità a fasce d’età svantaggiate, ma per risparmiare sensibilmente sui costi (paghe ridotte, zero pericoli di maternità, ecc …). Trovo che la cosa sia a suo modo significativa del radicale cambiamento in atto.

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  1. Dopo

Cosa rimane di un viaggio in Islanda?

Di concreto rimane senz’altro una bellissima carta fisica dell’isola, datata agli anni cinquanta del secolo scorso, in scala 1: 400.000: di quelle appese un tempo alle pareti delle aule, e che ora campeggia sopra una delle mie librerie. Non è naturalmente un originale, è una copia molto ben fatta: ma trovo bello che sia proposta come souvenir per turisti. Non ho mai visto nei nostri negozi di souvenir una carta dell’Italia, né fisica, né tantomeno politica. Qualcosa deve pur significare, in termini di orgoglio e di senso di appartenenza.

Rimangono anche alcune curiosità, alle quali mi sono affrettato a cercare risposta. Ad esempio: che fine fanno tutti quei cavallini? Ho risolto il mistero. Vengono allevati per la macellazione, ma la loro carne non rientra ufficialmente nei piatti tradizionali islandesi (al contrario di quella di pecora). È esportata quasi tutta verso l’estremo oriente, soprattutto in Giappone, dove pare ne siano particolarmente ghiotti. Temo però che ora, con l’enorme afflusso di turisti orientali, anche i menù dovranno essere aggiornati.

E ancora: ci sono tanti cavalli in Islanda, mentre ci sono in compenso pochissimi immigrati. Gli islandesi li amano meno. O almeno, così era fino a qualche anno fa, quando gli stranieri non arrivavano all’un per cento della popolazione. Adesso sfiorano il dieci per cento, sono soprattutto polacchi e baltici, e rimangono comunque stranieri. Niente ius soli.

Ora, è evidente che in Islanda non si approda direttamente dall’Africa o dall’Oriente col gommone, ma si direbbe sia difficile arrivarci, per chi non è un turista, anche con altri mezzi. Un paio d’anni fa è stata però firmata da un buon numero di cittadini una petizione per l’apertura controllata delle frontiere ai richiedenti asilo provenienti dalla Siria. Probabilmente molti tra i firmatari sono abitanti delle fattorie isolate, i cui figli stanno fuggendo verso la capitale e le opportunità offerte dal boom turistico. Il governo sta valutando la cosa con molta calma, favorito dal fatto che l’isola non è tra le mete ambite nemmeno dai disperati. Vulcani permettendo, le cose dovrebbero però pian piano sbloccarsi.

E a proposito di vulcani: come ho già detto, sono andato in Islanda per salire lo Snæfellsjökull, e l’ho appena intravisto (ho persino iniziato il mio viaggio il 24 maggio, la stessa data nella quale ha inizio il racconto di Verne).

Nemmeno la democrazia ho visto direttamente in azione, se non negli scarni resoconti dei telegiornali, che dedicavano alla politica interna circa trenta secondi: ma l’ho respirata profondamente. Non ho trovato per strada una cicca o una lattina, neppure dopo i famigerati sabati sera alcoolici di cui parla Millman, e non solo a Reykjavik, ma nemmeno in mezzo ai più remoti deserti di lava: e non mi è capitato di incrociare un solo poliziotto. Se la democrazia è anzitutto senso di responsabilità, in Islanda l’ho incontrata.

Sembra invece che molti riescano a viaggiare con degli speciali occhiali deformanti. Mi spiego. Il senso civico degli islandesi si è espresso qualche anno fa in una decisa reazione alle traversie economiche che avevano condotto l’isola alla bancarotta. In pratica è accaduto questo: le tre maggiori banche del paese, che avevano attirato investimenti di capitali stranieri (soprattutto inglesi, olandesi e svedesi) garantendo rendite altissime, sono fallite, e la comunità internazionale ha chiesto allo stato islandese di rifondere il debito spalmandolo attraverso un’imposta applicata a tutti i cittadini. Questi ultimi naturalmente hanno risposto picche, con un referendum dagli esiti quasi bulgari. Lo stato ha allora concordato di sanare il debito pescando dalle riserve, ciò che ha evitato all’Islanda di essere messa al bando dalla comunità internazionale. In pratica i cittadini hanno pagato lo stesso, e un debito privato è stato rifuso comunque con denaro pubblico, né più né meno di come è accaduto in Italia o in Germania: con l’unica differenza che i manager delle banche là sono finiti in galera.

Quella reazione referendaria ha scatenato però (e questo solo in Italia) la fantasia dei soliti cretini del web, che senza capire nulla di quanto stava accadendo ne hanno diffusa una loro versione. È stata creata in pratica la favola di una rivoluzione con la quale il popolo islandese avrebbe mandato a quel paese i grandi poteri politico-finanziari, rifiutando il debito e cancellandolo unilateralmente. Solo dopo il viaggio, per un interesse di ritorno, sono capitato su blog come “Il cambiamento” e “L’Italia che cambia” che da qualche anno titolano “Islanda, quando il popolo sconfigge l’economia globale” oppure “In Islanda la rivoluzione è tornata”, e incitano gli italiani a mobilitarsi e a seguire l’esempio islandese. Ho capito da dove arrivano le sparate fatte proprie dalla Lega e dai Cinque Stelle durante l’ultima campagna elettorale, che hanno senz’altro contribuito al loro successo. Al vero esempio islandese che andrebbe seguito, quello della responsabilizzazione e del senso civico, nessuno fa cenno.

Ma ho trovato anche di peggio, e questo peggio è perfettamente riassunto nel brano che segue, che riporto per intero perché è una vera summa dello stereotipo. “Notando la prevalenza dei paesi del nord ai primi posti della classifica (della qualità della vita, n.d.r.) mi sono chiesto: “Ma non sono anche quegli stessi paesi in cui c’é il numero più elevato di suicidi ogni anno?” Si perché sembra che i paesi freddi del nord esporrebbero gli abitanti ad un maggiore rischio di depressione. Sarà il sole che in alcuni mesi splende tutto il giorno e in altri non sorge neppure, sarà il freddo, sarà il silenzio e la perfezione del sistema statale, il livello di occupazione alto, la ricchezza. Fatto sta che anche se hai la scuola perfetta o la sanità impeccabile poco importa se poi ti butti da un ponte. Reykjavik oltre ad essere la capitale dell’Islanda è anche l’unica città presente in quella landa desolata, con i suoi 100 mila abitanti ospita praticamente tutta la popolazione dell’intero Stato. Isolati dal mondo civile, chiusi in un paese deserto, i ragazzi islandesi non possono neanche “cambiare” zona; o prendono un aereo o stanno li a morire di freddo. Cosa faranno tutto il giorno? Chiusi nei pub ad ubriacarsi o dentro i gaiser a farsi il bagno!! Si divertiranno? Non posso dirlo non conosco gli islandesi e se si pensa che l’unico contatto che hanno avuto con il resto del mondo è Bjork, si capisce quanto è difficile stilare un loro profilo psicologico. Anyway, sarà il paese più vivibile del mondo e tutto quanto ma preferisco la disastrosa disorganizzazione italiana con i suoi pessimi servizi pubblici se alla fine regala un sorriso in più. Meglio gustare un espresso napoletano nel caos italiano che ritrovarsi nel “perfetto splendore” di ghiaccio di un’Islanda incantata.

Non fosse che l’autore di questa profonda riflessione certamente non ha mai letto Leopardi (gli sbreghi sintattici e grammaticali peggiori li ho corretti io: per una deformazione professionale non sopporto nemmeno di trascriverli) la sua si direbbe una posizione leopardiana, anche per l’indicazione finale del caffè in quel di Napoli (almeno ci ha risparmiato la pizza). Invece è, beninteso, solo una posizione renzarboriana – non da Renzi, ma da Renzo Arbore, che è super partes rispetto alle collocazioni politiche e rappresenta al meglio il sentire comune del nostro paese.

Sulle preferenze, ovviamente, non discuto. Ognuno ha le sue ed è libero di esprimerle – anche se sarebbe opportuno farlo in un italiano corretto e dopo aver conosciuto, almeno un po’, entrambe le realtà che si mettono a confronto. Ad irritarmi è invece il pressapochismo, la pigrizia mentale. Perché all’estensore di questo elogio del caos vivificante sarebbe bastato, con un semplice clic, accedere al sito dell’organizzazione mondiale della sanità per constatare che stava ripetendo un sacco di banalità orecchiate. Nella graduatoria dei tassi di suicidio la Finlandia è solo al ventunesimo posto, la Svezia e la Norvegia si piazzano al trentacinquesimo e al trentasettesimo, ben dopo la Francia, gli Stati Uniti e la Germania, per non parlare del Giappone e di tutti gli stati dell’ex blocco sovietico. L’Islanda, guarda un po’, è solo quarantaduesima, vicina alla Svizzera e subito prima di Trinidad e Tobago. Dopo viene tutta una serie di paesi, compresi la Siria e il Messico e chiusa in bellezza da Haiti, nei quali non è neanche il caso di affannarsi a suicidarsi, ci pensano gli altri o la natura stessa a toglierti il pensiero. L’Italia in questa macabra graduatoria è al sessantaquattresimo posto, ma sappiamo come va dalle nostre parti: un inveterato perbenismo di matrice cattolica induce a rubricare come morti accidentali molti casi di suicidio.

Bene. Avevo già archiviato con un sano rimpianto, puramente turistico, il mio breve soggiorno islandese: ma leggere queste cose mi induce ora ad un ripensamento. Non è che l’imbecillità possa essere considerata un fattore persecutorio, e l’assedio degli idioti possa giustificare una richiesta d’asilo? So guidare un trattore, potrei trovare impiego in una piccolissima fattoria vicino all’Hekla, farmi arrivare con un cargo i miei libri e qualche pacco di caffè, e dare un’occhiata ogni tanto al vulcano, aspettando la prossima eruzione.

Sarei molto più tranquillo di quanto non mi senta qui.

La verità vi prego sui cavalli 05

In pancia alla balena

di Paolo Repetto, 8 novembre 2021

La ricognizione nelle letture della scorsa estate mi sta prendendo la mano. Davvero non mi ero accorto che la stagione fosse stata così ricca. Ero distratto dai nostri successi sportivi (la raccolta continua: ori mondiali nel ciclismo su pista, nella ginnastica a corpo libero e in quella ritmica e nel nuoto: uno persino in matematica; manca più solo il rugby), dall’uscita allo scoperto dei neo-squadristi e dall’epidemia di coming out televisivi.

Riparto dunque dall’acquisizione più recente, quel Balene nella pancia che è comparso poco tempo fa sul sito. Non voglio mettere il becco dappertutto, ma la lettura mi ha intrigato “attivamente”, mi ha indotto a spingere un po’ più in là lo sguardo, e credo fosse ciò che chi lo ha scritto si augurava. L’ho fatto a modo mio, senza scendere in profondità e limitandomi a cercare altri esempi letterari di soggiorni più o meno prolungati nelle pance di mostri marini: il che magari non risponde esattamente agli intenti dell’autore, ma soddisfa piuttosto la mia maniacale sindrome dei repertori. E tuttavia, qualcosa è venuto fuori anche da questa scorribanda in superficie. Le considerazioni che seguono non sono quindi riservate solo a chi è affetto dalla stessa mia malattia.

Per cominciare, ho verificato che la condizione dalla quale il saggio prende spunto, la prigionia nel ventre di un mostro, di un pesce o di un cetaceo, è talmente ricorrente da costituire un vero e proprio tòpos, le cui costanti sono una situazione iniziale negativa, l’essere ingoiato, e una soluzione finale positiva, l’uscirne vivo (e la singolarità sta proprio nel fatto che i protagonisti rimangono incolumi, passano per la bocca senza essere triturati dai denti, scivolano senza essere soffocati in gola e non sono bruciati dagli acidi dello stomaco). Non voglio inseguirne qui tutte le diverse fenomenologie, perché una cosa del genere porterebbe solo ad un elenco arido e inutile: le narrazioni mitologiche e le letterature di tutti i popoli del mondo sono piene di mostri marini di dimensioni immani e dalle forme più fantasiose, balene-isola, serpenti di mare, piovre giganti, draghi, ecc…. Mi limito pertanto a ricordare alcune delle più famose (dando per scontate naturalmente le storie di Giona, di Pinocchio e della balena bianca, che sono già state ampiamente rievocate in Balene nella pancia), cercando di lasciar parlare il più possibile i testi. Credo che anche quelli che ai fini dell’indagine sulla “leviatanologia” paiono irrilevanti possano in realtà diventare rivelatori.

Ciò che veramente importa è infatti quel che accade alle vittime, una volta dentro. La condizione e il tipo di reazione possono variare, ma sono tutte riconducibili grosso modo a due filoni: uno che potremmo definire mistico-biblico (anche se la storia di Giona non è affatto un archetipo, riprende miti mesopotamici molto più antichi) e un altro di matrice greco-razionalistica. Nel primo caso l’incidente è vissuto come occasione di riflessione, di espiazione e di redenzione rispetto ad una colpa originaria, il pesce è uno strumento di Dio e la soluzione arriva dall’esterno, per volontà appunto divina; nel secondo è sofferto come prigionia soffocante da cui evadere, il pesce-mostro è ucciso dall’interno, e la liberazione è frutto della intelligenza e dello spirito di sopravvivenza umani.

In pancia alla balena 02In sostanza, la vicenda viene usata spesso come metafora di una condizione di disagio psicologico, talvolta come simbolico passaggio di rigenerazione, di norma come espediente fantasioso per insaporire l’avventura.

Un esempio di reazione “razionale” (le virgolette qui ci stanno tutte) è offerto, nella letteratura classica, dalla Storia Vera di Luciano di Samosata. Di vero nella Storia di Luciano c’è in effetti ben poco, anzi, proprio nulla, e quindi andrebbe gustata esclusivamente per l’abilità nel tenere sempre alta la curva dell’iperbole, senza pretendere significati reconditi. Ma il confronto con il trattamento biblico della stessa situazione diventa inevitabile.

Vedo di riassumere. L’autore e i suoi compagni, che si sono messi per mare in cerca di avventure, ne trovano più di quante vorrebbero, tanto da finire addirittura sulla luna. Di ritorno dal nostro satellite (dove peraltro le cose vanno esattamente come da noi, tra guerre continue) scendono sulla Terra, o meglio planano sull’oceano, e quasi subito la loro nave viene inghiottita da un’enorme balena. All’interno del cetaceo trovano un grande mare, e in mezzo ad esso un’isola abitata da tribù cannibali e primitive. Lasciamo però la parola al protagonista:

Due soli giorni navigammo con buon tempo, al comparire del terzo dalla parte che spuntava il sole a un tratto vediamo un grandissimo numero di fiere diverse e di balene, e una più grande di tutte lunga ben millecinquecento stadi venire a noi con la bocca spalancata, con larghissimo rimescolamento di mare innanzi a sé, e fra molta schiuma, mostrandoci denti più lunghi dei priapi di Siria, acuti come spiedi, e bianchi come quelli d’elefante. Al vederla: – Siamo perduti –, dicemmo tutti quanti, e abbracciati insieme aspettavamo; ed eccola avvicinarsi, e tirando a sé il fiato c’inghiottì con tutta la nave; ma non ebbe tempo di stritolarci, ché fra gl’intervalli dei denti la nave sdrucciolò giu.

Come fummo dentro la balena, dapprima era buio, e non vedevamo niente; ma dipoi avendo essa aperta la bocca, vediamo una immensa caverna larga e alta per ogni verso, e capace d’una città di diecimila abitanti. Stavano sparsi qua e là pesci minori, molti altri animali stritolati, e alberi di navi, e ancore, e ossa umane, e balle di mercanzie. Nel mezzo era una terra con colline, formatasi, come io credo, dal limo inghiottito; sovr’essa una selva con alberi d’ogni maniera, ed erbe e ortaggi, e pareva coltivata; volgeva intorno un duecento quaranta stadi, e ci vedevamo anche uccelli marini, come gabbiani e alcioni, fare i loro nidi su gli alberi.

Allora venne a tutti un gran pianto, ma infine io diedi animo ai compagni, e fermammo la nave. Essi battuta la selce col fucile accesero del fuoco, e così facemmo un po’ di cotto alla meglio. Avevamo intorno a noi pesci d’ogni maniera, e ci rimaneva ancora acqua di Espero. Il giorno appresso levatici, quando la balena apriva la bocca, vedevamo ora terre e montagne, ora solamente cielo, e talora anche isole, e così ci accorgemmo che essa correva veloce per tutte le parti del mare.

Poiché ci fummo in certo modo abituati a vivere così, io presi sette compagni e andai nella selva per scoprire il paese. […] Affrettato il passo giungemmo a un vecchio e un giovinetto, che con molta cura lavoravano un orticello, e l’annaffiavano con l’acqua condotta dalla fonte.

In pancia alla balena 03Compiaciuti insieme e spauriti, ci fermammo; e loro, come si può credere, commossi del pari, rimasero senza parlare. Dopo alcun tempo il vecchio disse: Chi siete voi, o forestieri? forse geni marini o uomini sfortunati come noi? ché noi siamo uomini, nati e vissuti su la terra, e ora siamo marini, e andiamo nuotando con questa belva che ci chiude, e non sappiamo che cosa siamo diventati, ché ci par d’essere morti, e pur sappiamo di vivere.

A queste parole io risposi: Anche noi, o padre, siamo uomini, e siamo arrivati poco fa, inghiottiti l’altro ieri, con tutta la nave. Ci siamo inoltrati volendo conoscere com’è fatta la selva, che pareva grande e selvaggia […] Ma narraci i casi tuoi: chi sei tu, e come qui entrasti.

Quando fummo sazi, ci domandò di nostra ventura, e io gli narrai distesamente ogni cosa della tempesta, dell’isola, del viaggio per l’aria, della guerra, fino alla discesa nella balena.

Egli ne fece le meraviglie grandi, e poi a sua volta ci narrò i casi suoi, dicendo: Fino alla Sicilia navigammo prosperamente, ma di là un vento gagliardissimo dopo tre giorni ci trasportò nell’Oceano, dove abbattutici nella balena, fummo uomini e nave inghiottiti; e morti tutti gli altri, noi due soli scampammo. Sepolti i compagni, e rizzato un tempio a Nettuno, viviamo questa vita coltivando quest’orto, e cibandoci di pesci e di frutti. La selva, come vedete, è grande, e ha molte viti, dalle quali facciamo vino dolcissimo; ha una fonte, forse voi la vedeste, di chiarissima e freschissima acqua. Di foglie, ci facciamo i letti, bruciamo fuoco abbondante, prendiamo con le reti gli uccelli che volano, e peschiamo vivi i pesci che entrano ed escono per le branchie della balena; qui ci laviamo ancora, quando ci piace, che c’è un lago non molto salato, di un venti stadi di circuito, pieno d’ogni sorta di pesci, dove nuotiamo e andiamo in una barchetta che io stesso ho costruito. Son ventisette anni da che siamo stati inghiottiti, e forse potremmo sopportare ogni altra cosa, ma troppo grave molestia abbiamo dai nostri vicini, che sono intrattabili e selvatici.

A sistemare i vicini ci pensano Luciano e i suoi compagni. Secondo un costume che già all’epoca era consolidato l’equipaggio stermina tutti i selvaggi, ma si ritrova poi ad assistere ad una battaglia tra giganti che combattono stando su isole lunghissime, che spostano a remi come fossero piroghe. I greci capiscono allora che la faccenda può diventare delicata e cominciano a studiare come filarsela.

Da allora in poi, non potendo io sopportare di rimanere più a lungo nella balena, andavo mulinando come uscirne. In prima ci venne il pensiero di forare nella parete del fianco destro, e scappare. Ci mettemmo a cavare; ma cava, e cava quasi cinque stadi, era niente: onde smettemmo, e pensammo di bruciare il bosco, e così far morire la balena. Riuscito questo, ci sarebbe facile uscire. Cominciando dunque dalle parti della coda vi mettemmo fuoco, e per sette giorni ed altrettante notti non sentì bruciarsi; nell’ottavo ci accorgemmo che si risentiva, ché più lentamente apriva la bocca, e come l’apriva la richiudeva. Nel decimo e nell’undecimo era quasi incadaverita, e già puzzava. Nel dodicesimo appena noi pensammo che se in un’apertura di bocca non le fossero puntellati i denti mascellari da non farglieli più chiudere, noi correremmo pericolo di morir chiusi dentro la balena morta: onde puntellata la bocca con grandi travi, preparammo la nave, vi riponemmo molta provvigione d’acqua, e destinammo Scintaro a fare da pilota. Il giorno appresso era già morta, noi varammo la nave, e tiratala per l’intervallo dei denti, e ad essi sospesala dolcemente la calammo nel mare.

Usciti a questo modo, salimmo sul dorso della balena, e fatto un sacrificio a Nettuno, ivi rimanemmo tre dì, ché era bonaccia, e il quarto ci mettemmo alla vela. (Luciano di Samosata, Storia vera, libri I e II)

Al di là degli intenti di Luciano, che cerca solo di catturare e mantenere viva la meraviglia del lettore con gli effetti speciali, e quindi usa toni e modi che con la vicenda biblica di Giona hanno niente a che vedere, vengono fuori dei particolari che segnano una differenza significativa. Il luogo buio ma ricco di pesci, relitti di navi e ossa umane, piuttosto che a un loculo dove giacere per tre giorni in attesa della rinascita (che è il caso di Giona, a cui si rifarà poi dichiaratamente quello di Cristo) somiglia molto ad un possibile aldilà, abitato da uomini cui “pare d’essere morti, e pur sanno di vivere”. Anche se non è lecito leggere nella narrazione romanzesca di Luciano troppi significati simbolici, è pur vero che presso le culture classiche la tomba è un luogo ricco di oggetti e cibo, corredo necessario ad accompagnare il defunto nella sua nuova condizione. Come a dire che di qui o di là, non c’è poi molta differenza. Non è certo quello che pensavano gli eroi omerici, a giudicare dalle interviste che Ulisse realizza durante la discesa nell’Ade, ma si attaglia invece perfettamente all’epicureismo che Luciano professa. I tempi eroici sono finiti da un pezzo, e questo è lo specchio del mondo in cui Luciano vive.

In pancia alla balena 04Anche lui fa però riferimento ad una preesitente mitologia classica che di mostri acquatici ne propone a bizzeffe, o che propone lo stesso con fattezze diverse (è quello che viene denominato kētos; da cui successivamente, nella tradizione cristiana, il cetaceo per eccellenza, identificato nella balena). Perseo, ad esempio, lo combatte per salvare Andromeda (e in alcune versioni del mito lo uccide dopo essersi fatto ingoiare. In altre è invece Eracle ad uccidere ketos).

Particolarmente temuti sono poi i serpenti marini e le piovre. Nel secondo libro dell’Eneide sono proprio due serpenti usciti dal mare ad aggredire sulla spiaggia di Troia Laocoonte ed i suoi due figli. Riporto l’episodio, facendolo però raccontare non da Virgilio, ma da un autore leggermente più tardo, Petronio, perché nella sua narrazione c’è un interessante parallelo tra due tipi di mostruosità, quella naturale rappresentata dai serpenti che ingoiano i figli di Laocoonte e dilaniano il padre accorso in loro aiuto, e quella artificiale, rappresentata dal cavallo, (che tale appare subito ai Troiani, un mostrum, come dice Enea), nella cui pancia si nascondono i Greci per riuscire a penetrare in Troia.

Laocoonte ministro di Nettuno fende urlando la folla, vibra la lancia, la scaglia nel ventre del mostro, ma il volere dei numi gli fa debole il braccio, e il colpo rimbalza attutito, e dà credito all’inganno. Ma ancora egli chiede vigore alla mano spossata e saggia con l’ascia i concavi fianchi. Trasalgono i giovani chiusi nel ventre panciuto, e al loro sussurro la mole di quercia palpita d’estranea angoscia. Quei giovani presi andavano a prendere Troia, finendo per sempre la guerra con frode inaudita. Ma ecco un altro prodigio là dove Tenedo sorge dal mare, i flutti si gonfiano turgidi, rimbalzano le onde, si gonfiano di schiuma che la spiaggia ribatte, quale un tonfo di remi arriva nel cuore sereno della notte, quando solca una flotta le acque del mare che fervide gemono sotto l’impeto delle chiglie. Là noi volgiamo gli occhi e vediamo due draghi, che torcendosi spingono l’onda agli scogli, e coi petti impetuosi vorticano schiume intorno ai fianchi, come alte navi. Il mare percuotono con le code, le sciolte criniere lampeggiano come gli occhi, un bagliore di folgore incendia il mare e le onde sono tutte un tremolio di fremiti. Ogni cuore è sgomento. Cinti di sacre bende e con addosso il costume frigio i due figli gemelli di Laocoonte stavano lì sulla spiaggia. A un tratto li avvinghiano nelle loro spire i due draghi di fiamma, e quelli protendono ai morsi le piccole mani. Ciascuno non sé ma il fratello aiuta, e pietà si scambiano, finché morte li coglie in un mutuo terrore. Alla strage si aggiunge anche il padre, ben debole aiuto, che i due draghi già sazi di morte assalgono e trascinano sul lido. Giace vittima il sacerdote tra le are e il suo corpo percuote la terra. Cosi venne profanato il sacro e Troia affacciata sulla rovina perse per prima cosa gli dèi. (Satyricon, 88.9.4)

In pancia alla balena 05

Anche in questo caso lo scotto per il successo è la permanenza nel ventre buio di un animale. Quasi una forma di iniziazione. Ma, come dice Petronio, quella che si compie qui è una dissacrazione. E la dissacrazione vera è quella operata attraverso la téchne, la capacità di artificio degli umani. Il cavallo è una macchina: non è la prima, esistono altre macchine da guerra, ma questa nasconde uomini nella sua pancia. Prelude a mostri di altro tipo.

In pancia alla balena 06Le creature marine mostruose diventano una presenza fissa nelle mappe tardo-medioevali del mondo, soprattutto in quelle nordiche. Ma perdono per strada la loro valenza simbolica, per assumere invece sempre più una funzione narrativa o decorativa. Non esistono per punire chi si è macchiato di qualche colpa o dubita della giustizia divina, ma rientrano nel folklore paesaggistico e nei rischi dell’avventura. Sono significative in questo senso le immagini di draghi marini che corredano la Storia dei popoli settentrionali di Olao Magno (una delle perle della mia biblioteca: In Vinegia, appresso Francesco Bindoni, MDLXI) o la Carta Marina realizzata dallo stesso tra il 1527 ed il 1539, immagini che sono poi state trasferite pari pari nelle carte di Ortelio agli inizi del secolo successivo. I mostri sono rappresentati nel loro rapporto con gli umani, che rimane sempre ambiguo: nell’immagine di fianco, ad esempio, i naviganti hanno agganciato con l’ancora una creatura mostruosa, scambiandola per un’isola, e sono poi scesi tranquillamente dalla nave per accendere un fuoco sulla sua schiena. In questo caso nella situazione paradossale è evidente la linea di discendenza da Luciano: nelle caratteristiche fisiche attribuite al mostro c’è invece quella dalle antiche mitologie norrene, che al mare, e nella fattispecie all’oceano, associavano pericoli di ogni tipo, e quei pericoli li traducevano e li ibridavano visivamente nelle figurazioni più bizzarre.

In pancia alla balena 08Una vera balena in grasso ed ossa la ritroviamo invece nella letteratura cavalleresca tra Quattrocento e Cinquecento. Nel quarto dei Cinque Canti che Ariosto aggiunse e poi ritolse all’Orlando furioso, a finire nel suo ventre è Ruggero, perseguitato dalla maga Alcina.

Avea Ruggier lasciato poche miglia
Tariffa a dietro, e dalla destra sponda
Vede le Gade, e più lontan Siviglia,
E nelle poppe avea l’aura seconda;
Quando a un tratto di man, con maraviglia,
Un’isoletta uscir vide dell’onda:
Isola pare, ed era una balena
Che fuor del mar scopría tutta la schiena.

Nel panico che segue la nave prende fuoco, e Ruggero tra il morire bruciato e l’annegare sceglie la seconda opzione e si butta in mare con tutte le armi. Ma

Qual suol vedersi in lucida onda e fresca
Di tranquillo vivaio correr la lasca
Al pan che getti il pescatore, o all’esca
Ch’in ramo alcun delle sue rive nasca;
Tal la balena, che per lunga tresca
Segue Ruggier, perché di lui si pasca,
Visto il salto, v’accorre, e senza noja
Con un gran sorso d’acqua se lo ingoja.
Ruggier, che s’era abbandonato e al tutto
Messo per morto, dal timor confuso,
Non s’avvide al cader, come condutto
Fosse in quel luogo tenebroso e chiuso;
Ma perché gli parea fetido e brutto,
Esser spirto pensò di vita escluso.
Era come una grotta ampia e capace
L’oscurissimo ventre ove era sceso (…)
Brancolando, le man quanto può stende
Dall’un lato e dall’altro, e nulla prende.
Un picciol lumicin d’una lucerna
Vide apparir lontan per la caverna.

In pancia alla balena 09Chi sopravviene è un vecchio dalla lunga barba bianca, che alla domanda di Ruggero: sono vivo o sono morto? risponde:

Figliuol, rispose il vecchio, tu sei vivo,
Come anch’io son; ma fôra meglio molto
Esser di vita l’uno e l’altro privo,
Che nel mostro marin viver sepolto.
Tu sei d’Alcina, se non sai, captivo;
Ella t’ha il laccio teso, e al fin t’ha côlto,
Come côlse me ancora, con parecchi
Altri che ci vedrai, giovani e vecchi.

Tra questi altri, presso i quali il vecchio conduce Ruggero, e che si sono organizzati come in un camping, c’è anche Astolfo.

Tosto che pon Ruggier là dentro il piede,
Vi riconosce Astolfo paladino,
Che mal contento in un dei letti siede,
Tra sè piangendo il suo fiero destino.
Lo corre ad abbracciar, come lo vede:
Gli leva Astolfo incontra il viso chino:
E come lui Ruggier esser conosce,
Rinnôva i pianti, e fa maggior l’angosce.

I due si confidano vicendevolmente le proprie sventure, e poi si mettono a tavola, per un banchetto imbandito dai compagni di Astolfo. Come siano alla fine usciti dal ventre della balena non lo sappiamo. Ariosto li liquida così:

Ma di Astolfo e Ruggier più non vi sego:
Diròvvi un’altra volta i lor successi.
Finch’io ritorno a rivederli, ponno
Cenare ad agio, e di poi fare un sonno.

In pancia alla balena 10

Non ce lo dirà mai perché nella versione definitiva dell’Orlando l’episodio che ho appena raccontato non compare: compare sì la balena, ma Astolfo viaggia sul suo dorso accanto ad Alcina, della quale è follemente innamorato. Ruggero si lancia inutilmente in mare per sottrarlo all’incantesimo amoroso, ma è respinto dalle onde. La differenza tra le due versioni è sostanziale: quella da me riportata è stata elaborata da Ariosto in un momento di ripensamenti morali e religiosi (siamo nella fase più calda della riforma protestante), e si fondava sulla possibilità di riscatto dalla pazzia umana attraverso la fede. Sono propenso a credere che non sia estraneo l’influsso dell’Elogio della follia di Erasmo. Questo spiega la riesumazione del modello biblico, declinato alla luce dell’etica cavalleresca, per cui i due eroi, prigionieri della follia umana e redenti dalla follia della Croce, diventano soldati di Cristo.

Il motivo per il quale i cinque canti non sono stati inseriti è comunque evidente. Ripensamenti o no, Ariosto si è reso conto che non c’entravano affatto con lo spirito e con la temperie del poema, e ce li ha risparmiati.

Esistono però, se non nella mitologia almeno nella tradizione popolare, anche dei pesci buoni, come quello che nella quinta giornata del Pentamerone di Giovan Battista Basile sottrae la giovane Nennella all’annegamento, ingoiandola, e la risputa poi fuori dopo averla condotta in salvo. Nennella e il fratello Ninnillo sono stati lasciati nel bosco per volontà di una matrigna cattiva (un pescecane maledetto, la definisce Basile), Dopo varie vicende finiscono separati, e mentre Ninnillo è adottato da un principe, Nennella, rapita da un corsaro, è coinvolta nel naufragio dell’imbarcazione di quest’ultimo, nel quale tutti muoiono tranne lei.

In pancia alla balena 11Solo Nennella […] scampò questo pericolo perché proprio in quel momento si trovò vicino alla barca un grande pesce fatato, che, aprendo un abisso di bocca, se l’inghiottì. E quando la ragazza credeva di avere finito i suoi giorni proprio allora trovò cose da trasecolare nella pancia di questo pesce, perché c’erano campagne bellissime, giardini deliziosi, una casa signorile con tutte le comodità, dove se ne stava da principessa.

Ora accadde che quel pesce la portasse di peso a uno scoglio, dove […] il principe era venuto a prendere il fresco. E Ninnillo s’era posto a un verone del palazzo. Nennella lo vide attraverso le fauci aperte del pesce e gridò: “fratello mio, fratello mio”. […]

Il principe gli disse di accostarsi a pesce e vedere che cosa fosse […] E Ninnillo si avvicinò al pesce e quello, poggiata la testa sopra uno scoglio e aperti sei palmi di bocca, ne fece uscire Nennella, così bella che sembrava proprio una ninfa che, in un intermezzo, usciva, per incanto di qualche mago, da quella bestia. (Pentamerone, V giornata, favola VII)

Per completezza di informazione, c’è il lieto fine: il principe combina per entrambi dei matrimoni da favola, mentre la matrigna finisce sfracellata dentro una botte fatta rotolare giù da una rupe.

Quasi due secoli dopo un altro eroe letterario fa quest’esperienza: è il barone di Münchausen (a proposito: andando a sfogliare per l’ennesima volta il libro delle sue avventure ho ritrovato l’episodio della trombetta da postiglione che si era congelata e che una volta al caldo della stufa si scongela ed emette le sue note. Qui l’autore si è chiaramente ispirato all’episodio di Gargantua che ho riportato ne L’estate tra i ghiacci). Il barone, o meglio, il suo biografo, Rudolf Erich Raspe, pesca a piene mani dai racconti di Luciano e dell’Ariosto, compreso il viaggio sulla luna, e non può certo mancare di fare la sua esperienza col cetaceo. Anzi, è quasi un habitué degli incontri molto ravvicinati con balene o con pesci comunque enormi. Li racconta ad una maniera che sarà un secolo dopo quella di Mark Twain, perentoria ed essenziale, quasi a non lasciare il tempo al lettore di riprendersi dallo stupore. Come a dire: se non mi credi, cosa stai a fare qui, puoi andare a bere da un’altra parte.

Ma è anche il modello sul quale si fondano i cartoni animati del Vicoyote e di Silvestro, di un mondo paradossale, opposto a quello razionale e reale, nel quale l’inverosimile sconfigge di continuo il verosimile, le situazioni sono rovesciate, i rapporti distorti. In fondo questo cumulo continuo di frottole non fa che anticipare la tecnica persuasiva della pubblicità e del dibattito politico moderni. Procede per accumulo di enfatizzazioni, iperboli, pure invenzioni ed esasperazioni, fino a farci accettare la menzogna come norma. Ma almeno, nella bocca del barone tutto il racconto è simpaticamente surreale, le fanfaronate si susseguono come fuochi d’artificio, esplodono a raffica senza accampare alcuna pretesa di credibilità.

Riporto quasi per intero i passi, che traggo da una vecchia traduzione per Marzocco a cura di Giuseppe Fanciulli, perché difficilmente potrete trovare nelle edizioni moderne una versione così fedele all’originale di Raspe (oggi circolano solo “adattamenti”, e tremo a pensare a cosa succederà quando i “politicamente corretti” si ricorderanno del barone).

Errammo per oltre tre mesi senza sapere dove andavamo, non avendo bussola, finché ci trovammo in un mare che appariva tutto nero. Ne assaggiammo l’acqua e scoprimmo con grandissimo stupore che era ottimo vino, così che ci volle tutta la nostra autorità per impedire ai marinai di ubriacarsi. Purtroppo il nostro pensiero fu presto distolto da questa inezia, perché ci trovammo circondati da immense balene e da altri mostri marini smisurati, uno dei quali era talmente lungo che non riuscii a vederne la coda, neanche con l’aiuto dei migliori cannocchiali.

Per disgrazia ci accorgemmo della sua presenza quando gli eravamo già troppo vicini, e in men che non si dice tutta la nostra nave con le vele spiegate e gli alberi ritti passò nella sua gola.

Là dentro errammo per qualche tempo, finché, avendo il mostro inghiottito una prodigiosa massa d’acqua, la nave seguì la corrente, e ci trovammo in un momento nello stomaco della bestia. L’aria per la verità, era laggiù piuttosto calda, e tuttavia gettammo l’ancora in un sicuro porto e ci guardammo in giro. Vi era un gran numero di ancore, gomene, scialuppe e di navi cariche e vuote inghiottite dal mostro. L’oscurità profonda ci costringeva all’uso continuo delle torce: due volte al giorno galleggiavamo e due eravamo a secco: quando il mostro beveva era il flusso e quando risputava l’acqua era il riflusso. Secondo i nostri calcoli l’acqua immessa era ordinariamente in quantità maggiore di quella contenuta nel lago di Ginevra, che ha trenta chilometri di circonferenza.

Il secondo giorno della nostra prigionia volli tentare, col capitano e gli altri ufficiali, un’escursione durante il periodo del riflusso. Muniti di torce scoprimmo tanta altra gente che si trovava nelle stesse condizioni nostre. Ve n’era di ogni nazione: saranno state più di diecimila persone, che si disponevano appunto a tener consiglio per decidere sul mezzo migliore per uscire da quella prigione.

Vi erano persino dei bambini che non avevano mai visto il mondo, essendo nati là dentro […]

Proposi subito un tentativo di salvataggio con l’introdurre due alberi maestri legati insieme nella gola del pesce, in modo che non potesse più chiudere la bocca. (…) Il mostro sbadigliò, e l’asta lunghissima venne subito piantata nella sua gola, quindi il passaggio rimase per noi definitivamente aperto, e non appena giunse l’ora del reflusso disponemmo un ottimo servizio di scialuppe per rimorchiare tutte le navi fino alla luce del sole.

Potete immaginare con quale gioia lo salutammo dopo quindici giorni di prigionia e di tenebre. […] dopo molte profonde osservazioni io potei riconoscere che ci trovavamo nel Mar Caspio. Come mai potevamo essere giunti a questo mare che è come un gran lago chiuso da ogni parte? … il mostro che ci aveva ospitato nel suo stomaco per due settimane doveva averci trascinato fin là traversando qualche passaggio sottomarino.

In pancia alla balena 12

Ci ha preso gusto, perché nella seconda parte del libro, quella dedicata alle avventure di mare, Münchhausen racconta della collisione con una balena addormentata lunga ottocento metri, una botta talmente violenta che un marinaio che stava ammainando la vela maestra è sbalzato in aria di quindici chilometri, e riesce a tornare sulla nave solo aggrappandosi alla coda di un gabbiano. La balena, giustamente risentita, prende in bocca l’ancora e trascina la nave a velocità folle per un sacco di tempo, fino a quando la catena si spezza. Ma il bello viene dopo.

Mentre è al comando di una guarnigione a Marsiglia, il barone decide di concedersi una bella nuotata in mare. Ma:

Ad un tratto, veloce come un lampo, vidi venire verso di me un pesce enorme che mostrava già la bocca spalancata intenzionato a divorarmi. Non avevo via di scampo: fuggire era impossibile. Dovevo escogitare una soluzione al più presto possibile. Impulsivamente mi feci il più piccino possibile, cacciando la testa fra le spalle e stringendo più che potevo le braccia contro il corpo. Mi fu così possibile passare tra le ganasce del pesce e scivolare nel suo stomaco senza finire maciullato dalla sua affilata dentatura.

Puoi immaginare l’oscurità nella quale piombai una volta all’interno di quel corpo, ma ciò che mi risultò veramente insopportabile fu il calore. Di lì a poco sarei morto soffocato. Presi, dunque, una decisione drastica: provocare un tale dolore alle viscere del pesce da indurlo a una qualsiasi reazione! Iniziai, infatti, a ballare, ad agitarmi e a dimenarmi come un pazzo furioso lungo tutto il ventre dell’animale.

L’animale, a sua volta, fece la stessa cosa. Poi cominciò a urlare e a gemere in un modo spaventoso; infine si alzò, emergendo per metà dall’acqua. L’equipaggio di un bastimento mercantile italiano, che usciva allora dal porto, rallentò per ammirare quello spettacolo curioso e mai visto prima. I marinai si armarono di ferri e uncini e attaccarono il pesce, che in pochi minuti fu ucciso. Quindi la preda venne condotta a riva e io udii distintamente quegli uomini che si consultavano su come farla a pezzi per ottenere la maggiore quantità possibile di olio pregiato. II pericolo che stavo correndo era veramente grande. Rischiavo di essere squartato assieme all’animale. Cercai di non farmi prendere dal panico e di ragionare. Avrei atteso pazientemente che i ferri affondassero nella carne del pesce e avrei poi calcolato la direzione del taglio, nascondendomi altrove.

Dapprima i marinai lacerarono il ventre dell’animale cosicché, appena intravidi la punta dell’arpione bucare le viscere, andai a rifugiarmi nella coda dell’animale. Poi, quando la luce naturale illuminò la cavità, presi a gridare con tutta la forza dei miei polmoni. Mi è impossibile descriverti la meraviglia che si dipinse su tutti i volti nel momento in cui la mia voce si fece strada fra le viscere del pesce. Quella meraviglia fu anche più grande quando videro uscire un uomo vivo e completamente nudo come il nostro primo padre Adamo.

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Il topos dell’ingoiamento torna con frequenza nella letteratura romantica e tardo-romantica, sia pure sotto spoglie rinnovate. Può rientrarci infatti anche la vicenda raccontata da Edgard Allan Poe in Una discesa nel Maelström, così come Le avventure di Gordon Pym, che ci fanno incontrare un altro essere mostruoso, la sfinge dei ghiacci.

In pancia alla balena 14Nel primo racconto una violenta tempesta sospinge tre pescatori norvegesi, tre fratelli, verso un enorme vortice: il maelström. La loro imbarcazione è risucchiata in un abisso che si apre a cono rovesciato e viene attirata verso il fondo. Alla fine uno solo dei tre si salva, aggrappandosi ad un barile vuoto che è risputato fuori. Le correnti lo spingono a questo punto verso la riva, e lì può raccontare la terribile esperienza che ha vissuto: ma ne è uscito trasformato, i suoi capelli si sono completamente sbiancati e il suo equilibrio psichico è distrutto.

Qui dominante è il tema della potenza distruttiva della natura, dalla quale nella sua fragilità l’essere umano viene divorato. Ma, al di là dello sgomento, c’è una certa rassegnata identificazione:

“Ora che eravamo in mezzo al gorgo, mi sentivo più calmo … Avendo compreso che oramai non avevamo più alcuna speranza, mi ero liberato di gran parte del terrore … Penso che fosse la disperazione a distendere i miei nervi.”

che può diventare addirittura attrazione:

“Trovavo fosse una cosa meravigliosa morire in quel modo e folle dare tanta importanza alla mia vita personale di fronte a quella manifesta ne della potenza di Dio.”

Un Poe decisamente biblico, così come biblico è il suo contemporaneo Melville. C’è però anche qualcos’altro. L’orrore viene dall’abisso, e l’abisso sul quale ci affacciamo può essere anche quello degli strati più profondi del nostro animo, nel quale albergano sentimenti che non vorremmo conoscere e che escono allo scoperto nei momenti estremi. Due dei fratelli, ad esempio, si ritrovano a disputarsi l’unico appiglio per la salvezza:

“… Si lanciò verso l’anello dal quale, nella sua agonia di terrore, cercò di strappar via le mie mani, non essendoci posto per due.”

Si torna ai mostri nella pancia di cui parla il saggio dal quale siamo partiti. Ma per prendere subito un’altra direzione, meno intimista.

In pancia alla balena 15Infatti: dove conduce l’abisso? Non necessariamente all’inferno, malgrado le due immagini siano strettamente associate. È possibile che Poe si sia ispirato per questi due racconti alla teoria della “terra cava”, diffusa nella prima metà dell’ottocento da alcuni esploratori, che si cimentarono anche in improbabili spedizioni polari. La versione più fantasiosa di questa teoria postulava che una razza umana abitasse nella pancia della terra, in qualche caso disputandola a residuali mostri preistorici. Anche se Poe non ne fa mai menzione esplicita, direi che la cosa era senz’altro nelle sue corde, e che proprio attraverso la sua opera sia stata trasmessa a diversi autori da lui fortemente influenzati.

A Poe si rifà infatti esplicitamente Verne in Ventimila leghe sotto i mari, facendo inghiottire il Nautilus da un gigantesco maelström (ma il sottomarino riesce a salvarsi, e lo ritroveremo poi in una grotta de L’isola misteriosa.) Il richiamo è ancora più esplicito ne La sfinge dei ghiacci, concepito come un seguito de Le Avventure di Arthur Gordon Pym.

I mostri marini in Verne sicuramente non mancano, ma direi che il più interessante è proprio il Nautilus. Tale appare all’opinione pubblica, visto che i superstiti delle navi da esso affondate raccontano “di avere visto una ‘cosa enorme’, strana, lunga, fusiforme, talvolta fosforescente, infinitamente più grande e più veloce di una balena”, che lancia sbuffi d’acqua a grandi altezze; ma in un primo momento appare tale anche al professor Aronnax, che lo scambia per un enorme narvalo. In effetti il Nautilus è un mostro: un mostro artificiale, che ha un lontano progenitore nel cavallo di Troia. Nel suo ventre dimorano e viaggiano per ottantamila chilometri i tre protagonisti, incontrando calamari giganti ed esplorando foreste sottomarine. Ma hanno anche modo di meditare, confrontandosi col capitano Nemo, che ritorce le conquiste del progresso contro la coscienza sporca della società del profitto. Ed anche loro escono dal soggiorno nella pancia del mostro molto cambiati.

A Verne l’idea di cacciare i protagonisti delle sue storie in caverne, cunicoli, anfratti del sottosuolo piace parecchio (così come quella di farli volare nello spazio: anche lui li manda sulla Luna). Non vuole lasciare spazi inesplorati, si picca dare una spiegazione razionale di tutto (la Sfinge dei ghiacci si rivela alla fine del suo romanzo essere una montagna ghiacciata) ma un gusto particolare lo prova quando può uscire dal binario del verosimile e aprire alla scoperta paesaggi totalmente inediti. Il Viaggio al centro della terra è un’esplorazione dell’abisso che strizza l’occhio alla teoria della terra cava. Tradotto nel linguaggio usato per queste riflessioni, il titolo potrebbe essere Nella pancia del mondo.

Cos’hanno in comune tutte queste vicende? Più di quanto non si pensi. L’unica differenza tra il calarsi nelle viscere della terra e l’entrare nello stomaco di una balena sta nel fatto che nel secondo caso di norma non si sceglie. Non è una differenza da poco, ma l’esito è lo stesso. È la vertigine creata dall’ignoto, dal non sentire sotto i piedi la terra (“sente che sotto i piedi arena giace,/ Che cede, ovunque egli la calchi, al peso” scrive Ariosto), dal roteare e precipitare nel vuoto. Racconta più il disagio della civiltà che non l’epopea del progresso. Come del resto hanno fatto, in maniere diverse, tutti i suoi predecessori.

Per chiudere almeno momentaneamente il cerchio dovrei parlare ora di altri epigoni di Poe, di Edward Bulwer-Lytton e del suo Vril (ne La razza ventura), ad esempio, o di Lovecraft, che ne Il tumulo immagina l’esistenza da tempi remotissimi nel sottosuolo terrestre di un mondo abitato da esseri terribili: ma sono cose di cui ho già trattato più o meno diffusamente altrove, e non voglio ripetermi.

L’impressione rimane quella: che in ogni epoca (anche in quelle nelle quali nasceva o si affermava la fiducia nel progresso) la letteratura abbia espresso, più che i timori per le incognite negative del futuro, i rimpianti per la perdita progressiva di dimensioni misteriose e inesplorate, della possibilità di essere sorpresi o di trovare in esse rifugio. Di qui l’ambiguità. Gli uomini a temono ma al contempo amano tanto il mistero quanto i pericoli che esso può celare: non possono fare a meno di una certa dose di adrenalina, e in un mondo totalmente disvelato e per la gran parte messo in sicurezza il rischio se lo vanno comunque a cercare, come testimoniano gli sport estremi. Oppure cercano i surrogati della vertigine, sulle montagne russe o nel bungee jumping ,

Concludo con una vicenda sulla cui autenticità lascio libero di decidere il lettore, e che in caso positivo non può non produrre qualche riflessione.

Il fatto sembra essere accaduto nel 2019, ed è stato raccontato da un sub che nuotava al largo delle coste sudafricane (pare comunque che esista anche una documentazione fotografica esterna, per quanto confusa). Era intento ad osservare il comportamento degli squali che gli nuotavano attorno (questo la dice già lunga sul personaggio), per cui troppo tardi si è reso conto di quello che gli stava accadendo:

[…] improvvisamente intorno è diventato buio. Ho capito che ero stato inghiottito da qualche animale. Ho trattenuto il respiro perché pensavo che si sarebbe immerso e mi avrebbe liberato molto più profondamente nell’oceano, era buio pesto dentro. Ovviamente poi l’animale si è reso conto che non ero quello che voleva mangiare, quindi mi ha sputato fuori. Una volta che sei preso da qualcosa che pesa oltre 15 tonnellate e si muove molto veloce nell’acqua, ti rendi conto che in realtà sei solo così piccolo in mezzo all’oceano. Ho sentito una pressione pazzesca ai fianchi ed è stato quando la balena si è accorta di aver sbagliato boccone. Lentamente ha spalancato le fauci per liberarmi e sono stato letteralmente spazzato via, insieme a quello che mi è sembrato una tonnellata d’acqua.

Ho confrontato questo racconto con quello di Münchausen. Quand’anche la si accetti come vera, la vicenda in definitiva non ci trasmette nulla. Semmai conferma quel che scrivevo prima a proposito del pericolo volutamente rincorso. Non è nemmeno spettacolare, e neppure lo sarebbe se fosse stata integralmente ripresa in soggettiva dal protagonista: senza i relitti, la possibilità di incontri straordinari, i banchetti a base di pesce e frutta, l’interno di questo pesce è solo una scatola buia e stretta. La dissacrazione delle paure e delle fantasie ancestrali ha lasciato il posto solo a quelle virtuali e artificialmente indotte. Il risultato è che non sappiamo più di cosa davvero dovremmo aver paura, e abbiamo paura di tutto.

P.S. In realtà non è finita qui. Rimane in sospeso il confronto con chi ha scritto un saggio intitolato “Nella pancia della balena”, ovvero George Orwell. Ma Orwell, come Cervantes, non può essere liquidato nelle poche righe di una rassegna come questa. Anche per lui do quindi appuntamento ad una prossima puntata.

Mi arriva notizia nel frattempo che siamo anche campioni d’Europa nel Football americano. Adesso il rugby non ha più scusanti. E io nemmeno.

Ma non sono così sicuro di voler davvero uscire dalla balena.

In pancia alla balena 16

Per strada senza ombrello

di Paolo Repetto, 13 ottobre 2021

Rievocare a puntate i vagabondaggi letterari estivi (cfr. L’estate tra i ghiacci) è senz’altro più pratico per me e probabilmente meno faticoso per chi mi legge, ma rischia di diventare anche ingombrante. Una volta avviata l’operazione di ripescaggio, dal pozzo della memoria torna su qualsiasi cosa, e riesce difficile ributtarla, o stabilire se davvero conservi un qualche interesse. L’idea di avere a disposizione uno spazio teoricamente illimitato mi spinge a salvare in maniera indiscriminata impressioni, intuizioni, riscoperte e reminiscenze, da depositare poi su carta per sottrarle alla scopa del tempo.

Finisce però che questo accumulo, a fronte di una capacità mnemonica e di un rigore archivistico sempre più ridotti, anziché giovare alla manutenzione del ricordo aumenta solo la confusione. E allora il modo migliore per garantire un minimo di ordine mentale è viaggiare sul sicuro, passando da un classico all’altro. Avevo chiuso la puntata precedente con Cervantes (semplicemente rimandando il discorso ad altra occasione): riprendo ora con Stevenson.

Di Robert Louis Stevenson credevo di aver letto, o almeno di conoscere, praticamente tutto, romanzi, novelle, saggi letterari e più ancora i libri di viaggio. Invece qualche settimana fa, nel corso di una delle ultime incursioni a Borgo d’Ale, mi è capitata tra le mani una Filosofia dell’ombrello della quale non avevo notizia. Sono stato anche incerto se prendere il libretto, dubitavo si trattasse di una raccolta di pezzi ritagliati qui e là e assemblati sotto un titolo d’occasione. Ho dovuto ricredermi. È sì un’opera giovanile, composta negli anni universitari, ma contiene già tutto quel che di Stevenson mi piace, l’ironia, l’immediatezza, Calvino direbbe la “leggerezza” (che non è mai banalità).

Per strada senza ombrello 02È anche uno Stevenson precursore: il breve pezzo che dà il titolo alla raccolta, ad esempio, anticipa di almeno vent’anni La teoria della classe agiata di Tornstein Veblen. Anziché nella cravatta, come faceva Veblen, Stevenson identifica il simbolo della rispettabilità borghese tardo-ottocentesca nell’ombrello. L’ombrello è al tempo stesso una barriera opposta alla natura e lo strumento per mantenere in ogni situazione un certo decoro. Risponde ad un’etica dell’attivismo che nulla, nemmeno la pioggia, può fermare: ma al pari della cravatta di Veblen non è compatibile col lavoro manuale. È diventato “l’indice riconosciuto della posizione sociale”, perché “il suo insito simbolismo s’è sviluppato nel modo più naturale”. Un vero e proprio sigillo di classe. D’altro canto, fa notare Stevenson, non è un caso che in alcuni paesi come il Siam l’uso ne sia riservato solo al re e agli alti dignitari. Non ci avevo mai pensato: eppure poco tempo fa, leggendo la storia del rientro del Negus in Etiopia durante la seconda guerra mondiale, ho scoperto che il dubbio sollevato dai suoi alleati inglesi sull’opportunità che si presentasse ai sudditi con l’ombrello reale (quello che gli inglesi stessi gli avevano regalato, coperto di medaglie e fregi d’oro) aveva quasi indotto l’imperatore a rinunciare al loro aiuto.

Anche un altro breve saggio, Una difesa dei pigri, è precorritore. Arriva dieci anni prima de Il diritto alla pigrizia di Paul Lafargue. Per Stevenson però l’ozio non è semplicemente l’opposto della “strana malattia” delle società capitalistiche, quella “passione per il lavoro” che per il genero di Marx è causa di degenerazione intellettuale e delle peggiori miserie individuali e sociali. Lo scrittore inglese rifiuta l’ideale stesso di una vita che deve essere per forza “attiva”, e le oppone non lo studio, che anzi, soprattutto nelle Università produce a suo parere solo degli “utili idioti”, ma l’otium come inteso dagli antichi: qualcosa che va dalla contemplazione della natura al vagare senza mete precise con la mente (e magari anche con le gambe). “L’attività frenetica, che sia a scuola o all’università, in chiesa o al mercato, è sintomo di mancanza di vitalità; mentre il saper oziare implica un appetito universale e un forte senso d’identità personale

Certo, presi così possono sembrare puri esercizi retorici, nemmeno troppo originali e animati dalla giovanile presunzione di avere già capito tutto. Ma è la schiettezza a fare in Stevenson la differenza. Non pretende di scuotere le coscienze, si limita a constatare come la frenetica attività umana, tutto questo sforzo (e segnatamente, nella sua epoca, quello inglese) per conquistare e dominare e trasformare il mondo, sia privo di senso.

Persino chi come me l’etica del lavoro l’ha succhiata col latte (ma non quella borghese, pastorizzata e sterilizzata, che punta al successo, bensì quella contadina mirata alla sopravvivenza), si rende conto che le argomentazioni di Stevenson sono piene di buon senso. E soprattutto sa che sono state poi tradotte coerentemente in pratica dall’autore in ogni momento della sua vita, che peraltro è stata attivissima, ma sempre in una direzione opposta rispetto a quella che da lui ci si attendeva.

Per strada senza ombrello 03Questo è il punto. Stevenson non rivendica la “passività”, come farà ad esempio alla sua paradossale maniera Jerome K. Jerome (che nei Pensieri oziosi di un ozioso ne erige a simbolo la pipa), ma ritiene che tutto il nostro attivismo vada incanalato nella costruzione di noi stessi, anziché di imperi politici o di fortune economiche. E questo lo ribadisce ovunque in questi saggi, quale ne sia l’argomento, e, a rileggerla bene, in tutta la sua opera successiva. In Pulvis et umbra ad esempio chiama Darwin a sostegno della constatazione che la vita umana non ha uno scopo, una finalità, un destino che la sottraggano alla legge naturale. Al contrario di molti darwiniani della sua e anche della nostra epoca aveva capito benissimo dove non va a parare l’evoluzione.

Mi chiedo allora perché, pur sentendo che queste idee sono fondate, non riesco a farle mie fino in fondo. Credo che la differenza stia nel fatto che Stevenson coglieva l’irrilevanza dell’esistenza umana attraverso una lente terribilmente potente: l’infermità da cui era affetto riduceva drasticamente le sue aspettative di vita e stroncava sul nascere ogni possibilità di sognare. Hai voglia a dire che teoricamente questo vale per tutti, ma il peso è ben diverso quando si è costretti a rimanerne costantemente consapevoli. Attraverso quella lente si leggono anche l’esperienza sociale, i rapporti con gli altri, e l’ipocrisia che in genere li caratterizza (e che in una società come quella vittoriana assurgeva a norma) è ancor meno sopportabile. È comprensibile allora come a questo sguardo ogni sforzo dell’essere umano per “fare il bene” apparisse vano, e venisse meno anche quel lumicino di speranza, quella volontà di crederci, che persino Leopardi cercava di tenere acceso.

Io, che so le stesse cose che sapeva Stevenson, mi rendo conto di aver potuto continuare a ribellarmi a questa consapevolezza, sia pure senza mai perderla, proprio perché il mio corpo mi ha consentito ogni tanto di distrarmi. Tanto più ammirevole e straordinaria trovo dunque la capacità di Stevenson di trasmetterci il gusto del sogno e dell’avventura.

È comunque singolare che, pur avendo costantemente davanti agli occhi una percezione tanto lucida della precarietà del suo stato, uno poi giri il mondo come ha fatto Stevenson. In genere i viaggiatori sembrano essere immuni dal tarlo della consapevolezza ultima: tendono ad immergersi il più possibile nel presente senza darsi troppo pensiero del futuro e del perché. Il fatto è che Stevenson non era un viaggiatore, ma un fuggiasco. Tutto il suo vagabondare non è in fondo che un continuo disperato inseguimento della salute perduta. E infatti, più che raccontarci mondi reali ci restituisce mondi immaginari, le isole del tesoro che tutti abbiamo sognato.

Che la sua fosse sostanzialmente una fuga, con tutto il bagaglio di rimpianti che ciò comporta, lo dimostra un altro saggio compreso nel volumetto, dal titolo: Come apprezzare i luoghi sgradevoli. Non è affatto un omaggio agli stereotipi del sublime cari alla letteratura romantica, perché rivela una sensibilità molto originale per i paesaggi nordici. Stevenson non parla infatti di ambienti spettacolari, montagne, dirupi, foreste, cascate, ma dei panorami piatti, spogli e spazzati dal vento delle coste o delle isole scozzesi. Questi luoghi temprano alla fatica e alle intemperie le persone che li abitano, ma offrono a suo dire anche una sensazione di pace, quella che si prova nel sentirsi al riparo e al caldo dentro un’abitazione, o al sicuro in una cala protetta. Lo stesso concetto avevo trovato tempo fa in una sua opera più tarda, Gli accampati di Silverado, dove scrive: «Non c’è alcuna speciale gradevolezza in quella terra grigia, con il suo arcipelago vessato dalla pioggia e dal mare: le sue catene di montagne scure; i suoi luoghi inospitali neri come il carbone […] Io non so neppure se mi piacerebbe vivere lì. Eppure mi par di sentire di lontano una voce familiare che canta: “oh, perché ho lasciato la mia casa?”» E lo scrive nel bel mezzo del racconto di un luna di miele (la sua) durante la quale il rapporto con una natura solare, piena di luci, suoni e profumi, lontana dal mondo civilizzato, fa sentire i due sposi come vivessero una fiaba, in un regno incantato.

Lo ribadirà anche in seguito, pur continuando a dichiararsi innamorato della natura e degli abitanti dei mari del Sud. Sarà sempre in preda a quell’irrequietezza che nasce dal “non sentirsi a casa”. Le isole del tesoro si incontrano solo fuori della realtà: e alla lunga, annoiano.

Non è dunque a Stevenson che dobbiamo rivolgerci se vogliamo intraprendere ancora qualche viaggio di pura esplorazione e di scoperta, magari retrodatato ai tempi pretelevisivi in cui la scoperta era ancora possibile. Io di viaggi di questo tipo durante l’estate ne ho fatti un paio, affidandomi a due guide molto diverse e tuttavia accomunate dalla capacità di non riflettersi costantemente su ciò che li circonda come fosse uno specchio.

Per strada senza ombrello 05Il primo è una vecchia conoscenza, Patrick Leigh Fermor, del quale davvero posso dire a questo punto di aver letto tutto, o almeno tutto ciò che è stato pubblicato in italiano, perché finalmente è stato edito anche da noi Rumelia. Non credo che gli estimatori di Fermor, che nel frattempo si sono moltiplicati, saranno affascinati da questo libro come lo sono stati da Tempo di regali. Rumelia si situa piuttosto sul solco di Mani, l’opera che ha inaugurato la riscoperta di Fermor in Italia (erano già stati tradotti, alla fine degli anni cinquanta, L’albero del viaggiatore e I violini di Saint Jacques, ma non avevano suscitato alcuna attenzione: erano gli anni della letteratura “impegnata”). A dispetto della notorietà ormai raggiunta dall’autore credo che anche questo libro sarà apprezzato in una nicchia piuttosto ristretta. In termini di settima arte Rumelia non sarebbe un film, ma un documentario, sia pure avvincente. Fermor non racconta infatti un’avventura, un pellegrinaggio iniziatico, come nella sua trilogia più famosa, ma una esplorazione culturale: e se la forza della sua narrazione rimane pur sempre negli incontri, gli incontri si vivono molto diversamente quando diversa è la condizione del narratore.

A metà degli anni cinquanta Fermor è ormai un uomo più che scafato, ha alle spalle esperienze straordinarie, già trasposte addirittura in un film, è considerato dai greci un eroe nazionale, e non si muove alla ventura ma ha in mente un obiettivo preciso. Questo non è un libro di scoperta, ma di conferma. Dopo aver raccontato in Mani il mondo ancora arcaico del Peloponneso, l’autore si inoltra stavolta nella parte più sconosciuta della Grecia continentale, quella del confine – molto incerto – con l’Albania e con la Macedonia: e ci porta a conoscere le ultime sopravvivenze di una cultura nomade sopravvissuta sino a metà del secolo scorso, riuscendo a farcela cogliere attraverso una profonda capacità empatica.

L’intento è immediatamente chiaro: «La Grecia [quella da lui conosciuta venti anni prima, quando i monasteri delle Meteore spuntavano dalle nuvole “come avamposti in una landa polare”] sta cambiando velocemente, e anche il più aggiornato resoconto è, in una certa misura, superato al momento stesso della sua pubblicazione. Il racconto di questi viaggi, compiuti ormai qualche anno fa e tutti ispirati da astrusi motivi personali, sarebbe una guida ingannevole. Comode corriere hanno rimpiazzato gli sgangherati torpedoni di campagna, ampie strade fendono il cuore dei più remoti villaggi e sono spuntati alberghi in quantità. Monasteri e templi che praticamente ieri si potevano raggiungere solo con impegnative scarpinate solitarie sono ora mere occasioni di una breve sosta per un turismo di massa organizzatissimo e privo di difficoltà. Per la prima volta dai tempi di Giuliano l’Apostata si innalzano fumi tra le colonne, e il viaggiatore deve addentrarsi nei recessi dell’entroterra per sfuggire alle radiolina».

Per strada senza ombrello 06Quel che resta della Grecia d’anteguerra, che era poi rimasta la stessa negli ultimi dieci o quindici secoli, viene fermato con una accuratezza quasi etnologica. E il racconto parte subito, senza ulteriori preamboli. Non abbiamo nemmeno il tempo di curiosare un po’ in quegli “astrusi motivi personali”, dobbiamo correre appresso a Patrick per non perderci nulla dei suoi incontri.

In questo caso è mancato poco perché il percorso letterario si traducesse in un itinerario reale. Avevo già programmato un viaggio “sulle tracce di”, ma il tutto è stato vanificato dalle emergenze sanitarie, dalle mie più ancora che da quella pandemica. Il che mi fa dubitare possano esserci probabilità anche in futuro di dargli corso. Dovrò tenermi caro Rumelia, e rileggerlo con calma.

Per strada senza ombrello 07

Un’autentica scoperta (ahimè, molto tardiva) è venuta invece con La polvere del mondo. Nei primi anni Cinquanta due ragazzi poco più che adolescenti, Charles Bouvier e Thierry Vernet, si mettono in viaggio da Belgrado alla volta dell’Afghanistan (in realtà, alla volta di un imprecisato Oriente), a bordo di una Topolino. Ora, è vero che oggi c’è gente che fa il giro del mondo in monopattino, e la cosa nemmeno fa più notizia, ma la situazione rispetto a settant’anni fa è molto diversa, e così pure il significato che un viaggio simile assume.

Non voglio dire che oggi le cose siano più facili. All’epoca senza dubbio i confini erano meno impenetrabili, si potevano attraversare tutta la zona del Caucaso e l’Asia Minore senza troppi impedimenti di carattere politico: e anche sulla fattibilità pratica c’erano precedenti illustri, perché addirittura mezzo secolo prima l’Itala di Barzini e Borghese, appartenente alla generazione preistorica dell’automobile, aveva portato a termine percorrendo più o meno le stesse strade un raid da Pechino a Parigi. Ma nella maniera in cui i due lo hanno intrapreso, senza un minimo di organizzazione logistica e senza avere idea dei percorsi (ma neppure della meta), il viaggio era comunque un salto nel regno assoluto dell’imprevisto, con possibilità di comunicare e di ricevere soccorso praticamente nulle. In una condizione del genere, e in barba a tutti gli intoppi e agli incidenti, i nostri eroi la spuntano. Non celebrano una performance, non hanno stabilito alcun primato, ma hanno fatto un’esperienza che li segnerà per sempre, che cambierà la loro vita. In questi casi si fa presto a dire che non è la meta a contare quanto piuttosto il viaggio, ma ciò diventa vero solo quando il viaggio è affrontato con una libertà di spirito incondizionata.

Fermor e Bouvier sono la dimostrazione di quanto dicevo poco sopra: l’uno e l’altro sono totalmente immersi nel presente, con una differenza: Fermor sa in partenza cosa sta cercando, e lo trova proprio perché lo sa, oserei quasi dire che ce lo porta lui: Bouvier non ha la minima idea di dove la sua avventura lo possa condurre, e questo lo rende aperto a tutto, tutto concorre alla sua meraviglia, al suo stupore. In qualche modo realizza il modello di Stevenson, fa qualcosa che in superficie, secondo i parametri produttivistici, è perfettamente inutile, mentre in profondità incide un’esperienza irripetibile e totale.

“È la contemplazione silenziosa degli atlanti, a pancia in giù su un tappeto, tra i dieci e i tredici anni, che mette la voglia di piantare tutto. Pensate a regioni come il Banato, il Caspio, il Kashmir, alle musiche che vi risuonano, agli sguardi che vi si incrociano, alle idee che vi aspettano … Quando desiderio resiste anche oltre i primi attacchi del buonsenso, si inventano ragioni. E ne trovate, ma non valgono niente. La verità è che non sapete come chiamare quello che vi spinge. Qualcosa in voi cresce e molla gli ormeggi, fino al giorno in cui, non troppo sicuri, partite davvero.

Un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che basta a se stesso. Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito è il viaggio che vi fa, o vi disfa.”

Non aggiungo altro. Non è un libro che si possa raccontare, occorre entrarci dentro. Ovvero leggerlo.

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Per il consueto gioco associativo, il viaggio verso Oriente di Bouvier e del suo sodale mi hanno fatto riandare ad Hermann Hesse: non perché abbia riscontrato delle affinità, ma perché avevo appena trovata su una vecchia rivista una convincente stroncatura, o almeno un ridimensionamento, dell’opera dello scrittore tedesco (era tedesco, non svizzero), scritta proprio all’epoca della sua assunzione a guru della new-age. Fresco della gioiosa semplicità de La polvere del mondo ho provato a riprendere in mano il suo Dall’India, semplicemente per verificare quanto fosse mutato in quarant’anni, e con due guerre devastanti di mezzo, l’atteggiamento di fondo nei confronti sia del viaggio che dell’oriente. É chiaro che si tratta di esperienze non comparabili, svoltesi in epoche diverse, con differenti modalità di svolgimento. Hesse viaggia via mare, Bouvier si muove lungo le strade del continente. In comune hanno solo il fatto che entrambi viaggiano in compagnia di un pittore, e che nessuno dei due in India poi ci arriva). Ma qualcosa ci possono dire.

Per strada senza ombrello 09Infatti. Quando si imbarca per l’India, nel 1911, Hesse vagheggia un ritorno alle radici, perché sia il nonno che il padre, ministri del culto pietisti, avevano esercitato proprio lì la loro missione, e di quella esotica esperienza avevano riportato in Europa e trasmesso ai familiari un ricordo pieno di fascinazioni. Ma anche perché un significativo settore della cultura tedesca, da Herder a Goethe, a Schlegel e a Schopenhauer, aveva guardato nel corso dell’Ottocento all’India come alla culla della civiltà occidentale (non a caso, anche Gozzano, in fuga come Stevenson dalla tisi, titolerà il diario del suo breve viaggio della speranza sulle coste indiane Verso la cuna del mondo).

Hesse non è affatto in fuga, se non dalle crisi depressive della moglie. Il suo è un pellegrinaggio. Le cose girano però da subito per il verso sbagliato. Lo scarno diario di viaggio parla costantemente di inconvenienti, insonnie, caldo tremendo, disturbi alimentari, mal di mare, nonché della scarsa igiene e dei prezzi sorprendentemente alti. ecc… Non stupisce che i due amici ad un certo punto abbiano deciso di lasciar perdere l’esotismo e rientrare al più presto a casa (credo che il più intollerante fosse comunque proprio Hesse). Il viaggio si risolve pertanto in una veloce toccata e in un ancora più veloce dietrofront. Dura meno di tre mesi, compresi l’andata e il ritorno dall’oceano indiano, e tocca Ceylon, Sumatra e l’arcipelago malese: sull’India continentale, cancellata senza troppi rimpianti dal programma, Hesse non mette piede.

Quel che ha visto gli è però sufficiente per capire qualcosa di importante. La rivelazione arriva naturalmente dall’alto, dalla cima della vetta più elevata di Ceylon, il Pedrotallagalla (uso il toponimo che usava Hesse: ma è più noto come Picco d’Adamo), al momento del congedo.

Per strada senza ombrello 10

Tutto era senz’altro molto bello, però non era proprio ciò che mi ero intimamente immaginato, e temevo già che alle non poche delusioni indiane oggi se ne dovesse aggiungere un’altra (…) Questo grandioso paesaggio primordiale parlò al mio animo più forte di qualsiasi altra cosa io abbia visto in India. Le palme e gli uccelli del paradiso, le risaie e i templi delle ricche città costiere, le vallate dei bassopiani tropicali trasudanti fertilità, tutto questo, e persino la foresta vergine, era bello e magico, ma mi è sembrato sempre estraneo e singolare, mai del tutto vicino e mio. Solo quassù, nell’aria fredda e tra i banchi caotici delle nubi, mi resi conto con chiarezza di come tutto il nostro essere e la nostra civiltà nordica affondino le loro radici in paesi più rozzi e più poveri.

Noi veniamo al Sud e in Oriente spinti da un presagio oscuro e grato di patria, e qui troviamo il paradiso, la ricchezza e la dovizia di tutti i doni della natura, troviamo gli uomini del paradiso semplici, schietti, infantili. Ma noi stessi qui siamo diversi, siamo stranieri e senza diritto di cittadinanza, abbiamo perduto da tempo immemorabile il paradiso, e quello nuovo che possediamo e vogliamo costruire non si trova all’equatore e nei caldi mari d’Oriente, ma è dentro di noi e nel nostro futuro di uomini nordici.

Solo qualche anno dopo, commentando in Ricordo dell’india i quadri del suo compagno di viaggio Hans Sturzenegger, riaggiusta il tiro: “Mi è rimasta l’esperienza di un viaggio favoloso nella terra appartenuta a lontani progenitori, di un ritorno alle mitiche condizioni di fanciullezza dell’umanità e un profondo rispetto per lo spirito dell’oriente che, nelle sue caratteristiche indiane e cinesi, da allora mi sarebbe parso sempre più affine sino a diventare uno spirito consolatore e profetico. A noi figli invecchiati dell’Occidente non sarà mai concesso di riacquisire la primigenia umanità e l’innocenza paradisiaca dei popoli primitivi …

Ne traggo un paio di considerazioni spicciole. Intanto, alla luce di queste righe, gli estasiati lettori di Siddharta parrebbero non aver capito granché. La transumanza verso gli ashran indiani degli anni settanta e ottanta, le cantilene degli Hare Krishna, la medicina ayurvedica, erano bollate da Hesse per quel che sono, capricci modaioli o palliativi per dipendenze identitarie, già nel 1911: siamo stranieri a quella cultura, dice chiaramente, a quel modo di pensare. Il nostro è un futuro di “uomini nordici”.

Questo induce però a riconsiderare anche tutto l’armamentario di filosofia e di misticismo indiano del quale trasudano i suoi scritti. A me ricorda la suppellettile che ha ornato per qualche tempo, negli ultimi decenni del secolo scorso, certi salotti progressisti (elefantini di varie misure, pagode miniaturizzate, gong, cineserie, ecc). Paccottiglia, per essere chiari. Ma questa paccottiglia è stata presa sul serio da un sacco di maîtres à penser che l’hanno spacciata per modelli di vita e di pensiero alternativi a quello occidentale. O, peggio, è stata anche usata, e ancora lo è, per miscele tossiche che vanno dall’esoterismo nazista agli integralismi alimentari al complottismo.

Dalle notazioni del diario balza inoltre evidente che gli “abitanti del paradiso”, per quanto semplici e schietti, a Hesse fanno un po’ schifo (al contrario di Stevenson, che con gli abitanti di Upolu strinse un’amicizia profonda, ed era da quelli addirittura venerato). Non rispondono a ciò che si era “intimamente immaginato”. É quel che accade un po’ a tutti coloro che scendono dai piani alti per mescolarsi al “popolo” (e possibilmente per guidarlo): un popolo dal quale si attendono genuinità, spirito solidale, rifiuto dei lustrini del consumismo, e che naturalmente li delude. Hesse è fuggito velocemente dall’India (e non c’è mai più tornato) per poter mantenere intatta l’immagine idealizzata che gli era stata trasmessa da bambino, e coltivarla senza essere disturbato dalla realtà.

E infine, a proposito della circolarità della memoria, per cui alla fine tutto in un modo o nell’altro ritorna e si tiene lungo un filo unico, mi viene in mente che anche Hesse ha scritto su L’arte dell’ozio. A modo suo, naturalmente.

Lo sfondo di quell’arte orientale che ci avvince con tanta magia, è semplicemente l’indolenza orientale, vale a dire l’ozio che si è sviluppato fino a diventare arte, dominato e goduto con piacere. […] Proviamo di continuo un senso di desiderio e di invidia: questa gente ha tempo! Un mucchio di tempo! Sono milionari per quanto riguarda il tempo, vi attingono come da un pozzo senza fondo, senza darsi pensiero per la perdita di un’ora, di un giorno, di una settimana. […] Da noi, nel povero occidente, abbiamo sminuzzato il tempo in piccole e piccolissime parti, ognuna delle quali ha però ancora il valore di una moneta.

In sostanza è quel che diceva già Stevenson a poco più di vent’anni, in maniera più semplice e senza tirare in ballo l’Oriente. Solo che il modello Stevenson poteva essere fatto proprio in fondo da chiunque fosse disponibile a rinunciare a una qualsivoglia forma di successo, mentre per Hesse “noi artisti che in mezzo alla grande bancarotta della civiltà abitiamo in un’isola in cui le condizioni di vita sono ancora sopportabili, dobbiamo seguire, ora come in passato, leggi diverse. […] Gli artisti hanno avuto sempre bisogno, sin dalle origini, di momenti d’ozio, sia per chiarire a se stessi nuove acquisizioni e portare a maturazione il lavoro inconscio, sia per avvicinarsi ogni volta, con dedizione disinteressata, al mondo della natura, per ridiventare bambini, per sentirsi di nuovo amici e fratelli della terra, della pianta, della roccia, della nuvola”.

Non ricordavo più perché Hesse non mi avesse mai entusiasmato. Ora mi è chiaro.

A questo punto però devo constatare che si sta avverando proprio quello che temevo: il flusso dei ricordi, una volta avviato, tende a non fermarsi più. Per seguirlo avrò bisogno di altre pagine, e dovrò ulteriormente rimandare il faccia a faccia con Cervantes. Per questo chiudo ancora una volta con un (continua)

 

P.S. Nel frattempo – lo scrivo per completezza di informazione – l’estate del riscatto nazionale si è ulteriormente arricchita: abbiamo vinto nella pallavolo e persino nella Parigi-Roubaix. Ma non è tutto: si chiude con un Nobel per la Fisica, come a dire che non corriamo solo con le gambe. Siamo uno strano popolo: non facciamo miracoli, anzi: ma i miracoli ogni tanto ci accadono.

Sono arrivate, dopo cinque mesi di siccità, pure le piogge, ma qui la cosa prende un’altra piega, perché sono state subito rovinose. Le piogge no, ma le rovine che portano ce le siamo cercate. Ormai andiamo a bagno al primo stormire dell’autunno.

Dimenticavo. In attesa di celebrare il centesimo anniversario della marcia su Roma i fascisti hanno fatto outing e si sono portati avanti, riappropriandosi delle piazze e assaltando le Camere del Lavoro. Ma questo non sorprende, perché non erano mai scomparsi. La vera sorpresa è che ancora esistessero le Camere del lavoro.

 

Due brevi appendici

  1. Ho citato nel testo Jerome K. Jerome. É stato in assoluto il primo “saggista” che io abbia letto. Mi sembra simpatico offrire un assaggio dell’incipit del suo panegirico dell’ozio.

L’ozio
Questo è un argomento che mi vanto di conoscere profondamente.
Il buon uomo che, quand’ero giovane, mi abbeverò alla fonte della sapienza per nove ghinee all’anno (senza straordinari), soleva dire che in vita sua non aveva mai conosciuto un ragazzo che in maggior tempo riuscisse a fare meno lavoro; e ricordo che la mia povera nonna mi fece una volta osservare incidentalmente, durante l’istruzione sull’uso del libro di preghiere, che era assai improbabile che in avvenire avrei fatto molte cose che non avrei dovuto fare, ma che era convintissima, senza il minimo dubbio, che avrei lasciato da fare quasi tutte le cose che avrei dovuto fare.
Temo di avere smentito metà della profezia di quella cara vecchia. Il Cielo mi aiuti! Ho fatto molte cose che non avrei dovuto fare, a dispetto della mia infingardaggine; ma è certo che ho pienamente confermato l’esattezza del suo giudizio in quanto ho trascurato di fare molte cose che avrei dovuto fare.
L’ozio è sempre stato il mio punto forte. Non me ne faccio un merito: è un dono di natura. Pochi lo possiedono. Vi sono milioni di fannulloni, una quantità di pigroni, ma un ozioso genuino è una rarità. Egli non è un uomo che se ne sta tutto il giorno con le mani in tasca. Al contrario, la sua precipua caratteristica è quella di essere sempre occupatissimo. È impossibile godersi completamente l’ozio quando uno non ha niente da fare. Non c’è piacere a far niente quando non si ha nulla da fare. Perdere il tempo diventa allora un’occupazione non indifferente.
L’ozio, come i baci, perché sia dolce dev’essere rubato.
                                                                            (Da “I pensieri oziosi di un ozioso”)

  1. Parlando di Stevenson ho detto che fu “sempre in preda a quell’irrequietezza che nasce dal non sentirsi a casa”. In realtà, forse più per necessità che per scelta, in prossimità della morte finì per sentirsi a casa nelle isole Samoa. O almeno, così volle fosse scritto sulla sua tomba:

Under the wide and starry sky
Dig the grave and let me lie
Glad did I live and gladly die
And I laid me down with a will
This be the verse you grave for me
Here he lies where he longed to be
Home is the sailor, home from the sea
And the hunter home from the hill

(Sotto il cielo ampio e stellato
Scava la tomba e lasciami giacere
Ho vissuto felice e felicemente muoio
E mi sono sdraiato di buon grado
Questo sia il verso che incidi per me
Qui egli giace dove desiderava essere
A casa è il marinaio, a casa dal mare
E il cacciatore a casa dalla collina)

 

L’estate tra i ghiacci

di Paolo Repetto, 4 ottobre 2021    [1]

Allora. Siamo campioni del mondo anche nella pesca d’altura al tonno rosso, e stracciamo gli inglesi persino nel cricket. L’estate del 2021 rimarrà negli annali per i successi colti dagli azzurri in ogni immaginabile disciplina sportiva, olimpica, paralimpica e post-olimpica. Sono piovute tante medaglie che se fossero tutte d’oro massiccio, anziché placcate, avrebbero sanato il debito pubblico.

Purtroppo però non è piovuto altro: la trascorsa stagione sarà ricordata principalmente per una siccità che ha portato alle stelle i prezzi delle verdure e spinto nel panico i vegani (già si sussurra di un complotto dei padroni del clima), e per gli incendi che hanno carbonizzato mezza penisola, mandando in fumo i residui di un patrimonio boschivo già al lumicino. A tutto questo, al contrario che per le medaglie, il cui favoloso raccolto difficilmente si ripeterà, dovremo purtroppo abituarci. Anzi, direi che già ci siamo abituati.

Nel frattempo sono rimasto vittima anch’io dell’arsura estiva, assieme ai kiwi, ai cocomeri e al granoturco. Per mesi non c’è stato verso di buttare giù quattro righe. In questo caso il danno culturale oggettivo non è grave, e infatti nessuno giustamente se n’è accorto: ma per me la cosa stava diventando seria, perché ho vissuto la perdurante afasia come se la vita avesse cessato di riservarmi sorprese, le piccole scoperte che poi mi divertivo a condividere con gli amici. Fino a pochi giorni fa, il bilancio di uno sguardo indietro era che di questa estate non mi sarebbe rimasto nulla (o peggio: che avesse definitivamente certificato l’avvio di una stagione di decadenza).

E invece no. Per fortuna (almeno, per la mia) non è così. È bastato scrollarmi di dosso per un attimo il torpore da afa e distrarmi dai segnali di resa che il corpo mi invia per rendermi conto che anche in mezzo alle stoppie bruciacchiate si può raccogliere qualcosa. L’ho fatto, e ora provo a raccontarlo, accorgendomi tra l’altro che è già scattato l’effetto ciliegia (una tira l’altra, come sa bene Salvini), e che rischio addirittura di appesantire il bagaglio. Credo che sarà opportuno cavalcare l’onda dei ricordi in almeno un paio di puntate, per non esserne travolto.

Dunque, cominciamo. Nei giorni della canicola più arrabbiata, attorno alla metà di agosto, ho cercato refrigerio in un libro che sembrava scritto ad hoc: L’Idea di Nord di Peter Davidson. In effetti il saggio onora diligentemente la promessa del titolo: esplora cioè il posto occupato nell’immaginario antico e moderno dall’idea di un nord favoloso, misterioso, minaccioso. Dell’impero dei ghiacci, insomma, che nell’immaginario mio è entrato prepotentemente da subito, da quando bambino vedevo all’orizzonte le Alpi innevate e leggevo La regina delle nevi di Andersen o Lo zio di Svezia. Nel libro ho trovato molte cose che conoscevo, il che non manca mai di gratificarmi, ma moltissime di più che invece ignoravo: e me ne sono venute non rivelazioni epocali ma senz’altro alcune suggestioni che potrebbero essere considerate “leggere”, di quelle che non ti cambiano il modo di guardare alla vita ma lo insaporiscono (stavo per dire che sono le uniche possibilità che abbiamo di darle autonomamente un senso, perché per il resto siamo condizionati dalla natura, dal caso e dalle risposte altrui. È un po’ forte, ma sostanzialmente è vero).

L'estate tra i ghiacci 02

Ad esempio: nella sua analisi delle immagini letterarie Davidson cita il prodigioso fenomeno nel quale si imbatte Pantagruele nel corso di una delle sue avventure, mentre sta navigando nel mare del Nord, oltre il circolo polare artico.

Il gigante e i suoi compagni cominciano a percepire ad un certo punto rumori di fondo e voci che sembrano parlare nell’aria, dapprima flebili, poi sempre più distinti, senza che ci sia alcuno in vista. Sono naturalmente spaventati, ma il pilota della barca su cui viaggiano offre loro una strabiliante spiegazione:

— Non vi spaventate di nulla, Signore, rispose il pilota. Qui è il confine del Mar Glaciale, sul quale al principio dell’inverno scorso fu combattuta grossa e cruda battaglia tra gli Arimaspii e i Nefelibati. Le parole e le grida degli uomini e delle donne, il cozzo delle mazze, l’urto dell’armature e delle bardature, i nitriti dei cavalli e ogni altro fracasso del combattimento gelarono allora per aria. Ora, passato il rigore dell’inverno, sopravvenendo la serenità e il tepore del buon tempo, essi fondono e sono uditi.
— Per Dio, così dev’essere! disse Panurgo. Ma non si potrebbe vederne qualcuna? Mi ricordo aver letto che a piè della montagna dove Mosè ricevette la legge degli Ebrei, il popolo vedeva le voci sensibilmente.
— Ecco, ecco, disse Pantagruele, vedetene qui che non sono ancora sgelate. E ci gettò sul ponte parole gelate a piene mani, che sembravano confetti perlati di colori diversi. Tra esse vedemmo parole di gola, di sinopia, d’azzurro, di sabbia e d’oro. E stando un po’ tra le mani si riscaldavano e fondevano come neve, talché le sentivamo realmente; ma non le comprendevano, ché erano in lingua barbara. Un confetto tuttavia, abbastanza grosso, che Fra Gianni aveva riscaldato fra le mani, scoppiò come fanno le castagne gettate sulle bragie senza essere castrate, e ci fece trasalire di paura. — Fu a suo tempo, un colpo di falconetto, disse Fra Gianni. Panurgo ne chiese ancora a Pantagruele, ma questi gli rispose che dar parole era costume d’innamorati.
— Vendetemene dunque, disse Panurgo.
— Vender parole: costume d’avvocati, rispose Pantagruele. Vi venderò silenzio piuttosto, come talvolta ne vende Demostene mediante la sua argentangina.
Ciononostante ne gettò sul ponte tre o quattro manate. Fra le quali vidi parole pungenti, parole sanguinose, che, disse il pilota, talora ritornavano là dond’erano partite, ma colla gola tagliata, parole orribili, e altre assai disgustose a vedere. E fondendosi insieme udimmo: hen, hen, hen, hen, his, tic, torc; lorgn, brededen, brededoc, frr, frrr, frrr, bu, bu, bu, bu, bu, bu, bu, tracc, tracc, trr, trr, trr, trrr, trrrrrr! On, on, on, on, on, uuuuon! got, magot e non so quali altre parole barbare. Egli diceva che erano grida d’assalto e nitriti di cavalli nell’ora dell’attacco; poi ne udimmo altre grosse che sgelando davano suono, talune come di tamburi o pifferi, altre come di buccine e trombe.
Ci divertimmo assai, credetelo. Io volevo mettere in conserva nell’olio qualche parola di gola, come si conserva la neve e il ghiaccio, e dentro feltro ben pulito. Ma Pantagruele non volle, dicendo esser follia conservare ciò di cui non v’è mai difetto e che si ha sempre sottomano, come sono le parole di gola fra tutti i buoni e allegri pantagruelisti.

L'estate tra i ghiacci 03Non ricordavo l’episodio (è difficile ricordare qualcosa nel mare magnum di stramberie che farcisce il capolavoro di Rabelais: o forse non ero mai arrivato a leggerlo), e Davidson vi fa giusto un cenno, per cui sono immediatamente andato a verificare. È così che ho pescato questa perla.

Parole e suoni ibernati. È un’immagine fantastica. Parole e suoni che arrivano dal passato, e scongelano al ritorno della primavera o a contatto col calore delle mani. Che vincono insomma le leggi del tempo, e in qualche misura lo fermano. Rabelais era davvero geniale, e la sua trovata non era affatto peregrina: anche senza metterle sott’olio come propone il narratore, gli uomini hanno trovato il modo di conservare le parole. Ci sono riusciti dapprima con la scrittura, con un processo che potremmo definire di trasposizione sensoriale e di essicazione, poi conservandole in tutta la loro pienezza espressiva, attraverso la registrazione magnetica.

Quando leggiamo un libro, quando ascoltiamo una voce o un brano musicale registrati, noi scongeliamo le parole e i suoni, vinciamo, sia pure momentaneamente, sul tempo. Sarà anche una vittoria effimera, ma sono comunque soddisfazioni.

Il Nord però riserva altre sorprese. In un altro punto, parlando de Il senso di Smilla per la neve, Davidson fa notare come la seconda parte del romanzo ricalchi pari pari un’avventura di Tintin, quella dell’albo L’Isola Misteriosa. Sarò anche malato, ma sono queste le cose che mi mandano in pressione. È seguito l’immediato ripescaggio di Smilla (e, naturalmente, di Tintin). Non era però Smilla ad intrigarmi davvero, ma il suo autore, Peter Høeg. All’epoca in cui Høeg inaugurava la moda del triller nordico, negli anni novanta, mi ero letto anche I quasi adatti, che mi era piaciuto moltissimo, e La storia dei sogni danesi, che invece mi aveva lasciato perplesso. Non certo per il tema. Il romanzo tratta infatti dell’archetipo di tutte le utopie, il sogno della cancellazione del tempo. Nel racconto questo sogno viene perseguito e persino apparentemente realizzato nel XVI secolo da un aristocratico danese seguace di Paracelso, che isola dal resto del mondo se stesso, la sua famiglia e le sue proprietà, bandisce tutti gli orologi e semplicemente ignora il passare dei giorni, dei mesi, degli anni, fino ad arrivare a dimenticarsene. La diga eretta ad esclusione del tempo regge per secoli, fino a quando un outsider non la incrina e avvia il processo di disgregazione, per cui il muro crolla e il tempo torna a trascorrere inesorabile.

Quando lessi il libro, più di vent’anni fa, mi diede l’impressione di un tentativo in sostanza poco riuscito, a dispetto dell’assunto e di pagine bellissime: mi ero perso in un gioco di metafore che mi pareva eccessivo. Ora mi rendo conto che quel sogno, e persino le modalità della sua realizzazione (le mura altissime erette attorno alla proprietà, l’isolamento totale nei confronti dell’esterno), li ho ritrovati recentemente, ma senza realizzare la connessione, nella vicenda di Charles Waterton (cfr. L’inventore dei capelli a spazzola). Sono dunque tentato di rileggerlo, magari rimandando a possibili e purtroppo probabili recrudescenze del Covid, con le conseguenti quarantene.

L'estate tra i ghiacci 04Tintin invece l’ho riletto subito, e sì, sono convinto anch’io che Høeg l’avesse in mente mentre scriveva Smilla. Immagino che io e Høeg abbiamo letto le storie di Hergé più o meno nello stesso periodo (in Italia hanno cominciato a circolare solo verso la fine degli anni Sessanta), ma avendo lui dieci anni di meno. Per me era stato come trovare un riassunto di tutti i sogni dell’infanzia e dell’adolescenza, per lui era il bacino cui attingere per cominciare a sognare. I risultati, infatti, si vedono.

L’isola misteriosa racconta una delle più belle avventure del mini giornalista belga, seconda solo a Tintin in Tibet. E ha innescato la mia ennesima re-immersione in quel mondo assieme straordinariamente reale e fantastico, nel quale la cosiddetta “linea chiara”, il segno grafico che caratterizza il fumetto francofono e quello belga in particolare, proietta scenari e vicende e personaggi assolutamente verosimili, curati nei minimi dettagli, in una dimensione alla quale hanno accesso gli spiriti avventurosi di tutto il globo.

L'estate tra i ghiacci 05A proposito di verosimiglianza. Ho scoperto che l’ispirazione per il personaggio Tintin è arrivata dalla vicenda di un boy scout quindicenne danese, Palle Huld, divenuto famoso a livello internazionale per aver compiuto nel 1928 un viaggio intorno al mondo da solo, come inviato di un giornale. Il berretto, il cappotto e i pantaloni alla zuava che esibisce nella foto sono esattamente gli stessi indossati in genere da Tintin, la cui prima avventura (Tintin au pays des Soviets) uscì esattamente un anno dopo (ed era ambientata nello scenario che fa da sfondo alla foto di Palle).

En passant: cinque anni dopo un altro ragazzo, questi diciottenne, Patrick Leigh Fermor, partiva da Londra per raggiungere a piedi Costantinopoli, da solo, attraversando nell’inverno del ‘33, giusto all’epoca dell’ascesa al potere di Hitler, un mondo germanico e slavo che ancora respirava aria asburgica. Un Tintin giramondo non era quindi affatto così inverosimile, o almeno, era l’incarnazione dei sogni della gioventù dell’epoca.

Non solo di quelli di viaggio. Hergé venne accusato dopo la guerra di personale connivenza con il nazismo, e il suo eroe di essere portatore di una mentalità fascista e di atteggiamenti razzisti (né più né meno come Tex, negli anni Sessanta). Sono accuse che possono arrivare solo da chi il fumetto non lo ha mai amato, e non sa quindi che il significato assunto (e trasmesso) dall’eroe prescinde per il lettore da ogni ideologia e da ogni contingente appartenenza di parte. Tintin incarna il coraggio che ogni adolescente – ma non solo – vorrebbe avere, e il suo coraggio è messo al servizio della giustizia. Che poi questa giustizia possa essere diversamente intesa a seconda delle epoche, delle circostanze e persino delle disposizioni individuali, questo è un altro discorso. E si spera che il giovane non si affidi solo alla lettura di Tintin per approfondirlo.

L'estate tra i ghiacci 06Beninteso. Hergé era davvero un simpatizzante della destra cattolica vallona, scriveva e disegnava per un giornale reazionario, professava idee fasciste e razziste, finanche antisemite, ed era amico del fondatore del fascismo belga, Léon Degrelle. Ma a dispetto del fatto che quest’ultimo abbia scritto (in Tintin mon ami) di essere stato lui l’ispiratore del personaggio, la verità è che come ogni eroe di carta che si rispetti l’intrepido ragazzino ha cominciato a vivere da subito, e già nella mente del suo ideatore, un’esistenza autonoma. Comunque, la situazione che Hergé racconta in Tintin au pays des Soviets non è molto lontana dai resoconti di altri visitatori che si erano recati nell’URSS in quegli stessi anni, partendo dal preconcetto opposto: e gli stereotipi razziali di Tintin au Congo erano quelli correnti in Europa negli anni Trenta, mentre la politica sudamericana descritta in Tintin e i picari, con i suoi caudillos e i sedicenti rivoluzionari, è esattamente quella con la quale la sinistra si è confrontata per anni tra entusiasmi e delusioni, da Castro a Sandino a Maduro, senza mai capirci nulla.

Se una colpa Tintin ha è quella di aver aiutato molti della mia generazione, e di quella precedente, a credere che per riportare un po’ di giustizia in questo mondo fosse sufficiente armarsi di coraggio e di determinazione: ma allora deve spartire la responsabilità con Tex, con Capitan Miki, con i supereroi della Marvel e persino con Corto Maltese, oltre che con i cavalieri solitari o i mucchi selvaggi del cinema western. Io non gliene voglio, né a lui né agli altri: so che non è così, ma mi piace sperare che continueranno a crederci anche le generazioni future.

L'estate tra i ghiacci 07Visto che ci stiamo aggirando in territorio di utopia, e nella provincia semiautonoma del fumetto, una naturale associazione di idee mi fa tornare in mente che in un mercatino estivo ho scovato una copia seminuova del Paperino don Chisciotte, quello disegnato nel 1956 da Pier Lorenzo de Vita (uno dei disegnatori di Pecos Bill, tanto per restare in tema di utopia). Ho l’impressione di averlo letto già all’epoca, anche se Topolino non era tra mie letture fumettistiche preferite, e soprattutto era una pubblicazione cui avevo accesso raramente. Senz’altro l’ho conosciuto dopo, quando mi sono divertito a recuperare tutti i classici della letteratura della Disney, da I promessi paperi alla Paperodissea e alla Paperopoli liberata. Comunque, è una trasposizione in chiave moderna delle avventure dell’hidalgo, che rimane abbastanza fedele al plot originale. Rileggerla ha però suscitato il ricordo di altre immagini, quelle che per prime mi avevano fatto incontrare il cavaliere della Mancia: il Don Chisciotte di Benito Jacovitti, uscito nel 1953 come supplemento a Il Vittorioso. Un po’ come Tintin, Il Vittorioso ha sofferto nelle valutazioni postume l’essere la rivista a fumetti dei circoli cattolici, schierata decisamente sul versante anticomunista: e questo ha fatto sì che se ne siano a lungo misconosciuti i meriti. In realtà, cattolico o meno, Il Vittorioso vantava fior di sceneggiatori e di disegnatori, e ha comunque proposto un modello etico positivo alla generazione dell’immediato secondo dopoguerra, soprattutto negli anni Cinquanta. Uno dei punti di forza del periodico era appunto Jacovitti, che come Hergé si è portato dietro la patente di reazionario, ma alla stessa maniera di Hergé non ha mancato di imporre i suoi personaggi al di là di ogni lettura ideologica, per la loro intrinseca vis comica, da Cocco Bill a Pippo, Pertica e Palla e alla signora Carlomagno.

L'estate tra i ghiacci 08Anche il suo Don Chisciotte era riletto in chiave moderna: si reincarnava in un pronipote del cavaliere e si imbarcava nelle stesse imprese disastrose, solo attualizzate (ad esempio, anziché contro i mulini a vento si lanciava contro i treni): finiva poi però per combattere le mire di un palazzinaro e, proprio in forza dei suoi proclami deliranti, veniva eletto sindaco di una piccola città. Cosa, quest’ultima, davvero molto attuale. Ma, come accadeva per tutti i fumetti di Jacovitti, l’interesse non era tanto nella storia quanto nell’umorismo delle singole vignette, straripanti di particolari assurdi. Per questo la mia non fu all’epoca una vera conoscenza col personaggio: avevo conosciuto il protagonista di una storia di Jacovitti, piuttosto che di quella di Cervantes.

L'estate tra i ghiacci 09Dopo quelle di Jacovitti e di De Vita ci sono state altre innumerevoli trasposizioni del Chisciotte a fumetti: io ricordo solo quella di Lino Landolfi (1968/69), sempre per Il Vittorioso, e quella di Toni Pagot e Gino Gavioli per il Giornalino. La prima, sebbene arrivata molto tardi, quando i fumetti erano ormai diventati per me una passione collezionistica e non esercitavano più una fascinazione etica, mi ha indubbiamente colpito: tra quelle che conosco è la più fedele allo spirito di Cervantes, anche nella regia. Mi aveva stupito a suo tempo la presenza di una parte introduttiva nella quale l’autore, inteso in questo caso proprio come Landolfi (c’è una sua foto) raccontava i propositi dell’opera, e di una sorta di poscritto nel quale era Don Chisciotte stesso a uscire dalla storia e a polemizzare contro le interpretazioni errate della sua figura.

Mi sono chiesto a chi potesse essere rivolta un’operazione del genere, nella quale tra l’altro la caratterizzazione fisica del personaggio era del tutto difforme da quella classica dettata da Cervantes (il Chisciotte di Landolfi ha un gran naso a patata, e un profilo tutt’altro che aquilino): difficile immaginare un pubblico, a meno di pensare che i destinatari fossero proprio i donchisciottomani patologici come me.

Il recupero della versione disneyana mi ha dato anche modo di realizzare che il Don Chisciotte è uno dei pochissimi classici di cui non ho mai posseduto una riduzione per ragazzi. Ho controllato sulle vecchissime liste dei desiderata, quelle che stilavo direttamente sugli elenchi riportati nelle quarte di copertina delle edizioni Carroccio-Aldebaran, dai quali spuntavo ogni nuova acquisizione. Queste riduzioni esistevano, alcune comparivano proprio nelle mie collane di riferimento, ma il Don Chisciotte non l’ho mai selezionato. Si vede che le versioni a fumetti non mi avevano convinto molto.

Qui però, come ho promesso sopra, mi interrompo, perché su Cervantes e sul suo alter ego avrei da dire parecchie cose: me lo riprometto da un pezzo e non voglio bruciarmi l’occasione. Vale la pena riservare loro una puntata apposita. Ma non è finita: l’estate non è stata attraversata solo dal Cavaliere dalla triste figura. Procedendo a ritroso la memoria ha iniziato a snebbiarsi, e ho in serbo tante perle che nemmeno in un romanzo di Salgari. Quindi (continua).

L'estate tra i ghiacci 01[1] Come al solito, il titolo non è originale. L’ho preso in prestito da un libro di Sally Carrigar, edito da Longanesi nel 1956, che possiedo nell’edizione rilegata, con una splendida sovracopertina. È stata una scelta apotropaica, viste le notizie che arrivano dai luoghi in cui il romanzo era ambientato: le acque e le terre che circondano il Polo Nord, l’Alaska, il Mare di Bering e lo stretto omonimo. Oggi, a soli sessant’anni di distanza, i ghiacci la Carrigar non saprebbe quasi più dove trovarli.

Mai oramai, ma ora!

di Fabrizio Rinaldi, 10 luglio 2021

Si girò e, deciso, s’incamminò verso casa. Non sapeva cosa era successo ma di qualunque cosa si trattasse sapeva di avere ormai speranza e che quel che era stato poteva tornare a essere.
Hubert Selby Jr., Canto della neve silenziosa, Feltrinelli 1994

Nel suo ultimo libro “Il calamaro gigante” , Fabio Genovesi definisce l’avverbio “oramai” come “assassino” perché “non passa mai di moda, e ora come allora serve a non partire, non fare, non provare mai a cambiare le cose intorno a noi. È una parola corta, ma basta a riempire una vita di scontento, giorno dopo giorno, fino all’ultimo, raccontandoci che per essere felici è troppo tardi, ormai”.

Questa parolina contradditoria, nata dall’unione di un avverbio indicante il tempo presente (ora) e della sua negazione (mai), stronca ogni velleità di immaginare un mutamento. È vero che la si può usare anche nell’accezione positiva (“oramai hai vinto”, “ormai è fatta”), ma non ha eguale peso, è meno efficace.

La usiamo invece un po’ troppo spesso per negarci la possibilità di provare strade apparentemente precluse, di azzardare soluzioni alternative, di scavallare i muri che noi stessi ci costruiamo attorno. Insomma, di tentare, quando ci rimane solo quello.

Eppure il nostro istinto di homo ci indurrebbe al cambiamento, ad evolvere per migliorare le nostre e le altrui condizioni. Questa spinta è però riferibile soprattutto alle situazioni economiche e lavorative: su altri aspetti, come quelli sentimentali e relazionali (famiglia, affetti e amicizie), siamo molto meno inclini all’innovazione, tendiamo a considerarli immodificabili. Perché più delicati, ma anche – e forse principalmente – per non rischiare di scompaginare ciò che oggi conta di più: il ruolo lavorativo, la sicurezza e la pace sociale che ne derivano.

Mai oramai, ma ora 02E allora tiriamo avanti così, fingendo di viaggiare verso un mondo più equo, social, solidale, bio, eco, rincorrendo insomma tutti i suffissi di moda oggi, ma in realtà usiamo queste parole per illuderci di credere ancora in un fantomatico progredire, per non guardare negli occhi il mostro marino che con i suoi tentacoli ci avvolge e ci trascina nell’abisso dei nostri convincimenti. “E naufragar m’è dolce in questo mare”, direbbe Leopardi. Tanto, “oramai”, cosa possiamo farci?

Da un lato sta dunque l’apparentemente quieta superficie delle “certezze” che diamo per acquisite; ma dall’altro c’è il nostro personale Pequod, la nostra irrequietezza, con le vele spiegate in direzione del cambiamento e gonfiate dal vento che spira da una società sempre più “liquida”, che i vecchi convincimenti se li lascia alle spalle.

Non so se a scuotere la nave delle nostre certezze sarà la caccia a Moby Dick, la scelta di salpare, o saranno i tentacoli di Kraken (il calamaro gigante), la resa all’“oramai”; ma certamente prima o poi i conti con le creature dell’abisso toccherà farli. È bene quindi essere sempre preparati al momento in cui comparirà un’ombra oscura sotto la chiglia del nostro Pequod.

Mai oramai, ma ora 15

Mai oramai, ma ora 03 Francesco_NegriCosa significhi essere preparati lo testimonia la vicenda di Francesco Negri, un placido curato quarantenne della Ravenna del Seicento. La sua avventura è ricordata anche nel libro di Genovesi, portata ad esempio di come si può non accettare l’“oramai” imposto dal comune sentire. Negri avrebbe potuto continuare a crogiolarsi nelle sue sicurezze perseguendo una carriera ecclesiastica già ben avviata: preferì invece non affogare in quella palude di consuetudini per incamminarsi in un viaggio ai confini del mondo, incurante di chi lo sconsigliava ritenendolo “oramai” troppo vecchio per un’esplorazione che lo avrebbe portato in terre ignote e inospitali e dava per certo che non sarebbe sopravvissuto.

Mentre la moda dell’epoca celebrava e favoriva i viaggi nel medio e nell’estremo oriente, lui divenne il primo esploratore a spingersi fino all’estremo nord dell’Europa mosso semplicemente dalla sete di conoscenza e di ignoto.

Mai oramai, ma ora 04 Itinerario dei viaggio di NegriImpiegò tre lunghi anni (dal 1663 al 1666) per risalire tutto il continente e raggiungere Capo Nord, e durante il viaggio raccolse dati inediti su quelle terre estreme, la Svezia, la Norvegia e la Lapponia, dove “nessun frutto vi può rendere per l’estremo freddo al testimonio de’ scrittori; e pure vi si sostenta il genere umano. Non si trova altra terra abitata, che si sappia, sotto il suo parallelo, e la zona glaciale artica è totalmente ignota. Dunque è forza che quel paese abbia qualità agli altri non comuni, ma singolari; dunque sarà la più curiosa parte del mondo per osservarsi”.

Mai oramai, ma ora 05 sciNel suo peregrinare imparò dai locali lo sci di fondo e sicuramente fu il primo italiano a praticarlo: “Hanno due tavolette sottili, che non eccedono in larghezza il piede, ma lunghe otto o nove palmi, con la punta alquanto rilevata per non intaccar nella neve. Nel mezzo di esse sono alcune funicelle, con le quali se le assettano bene una ad un piede e l’altra a l’altro, tenendo poi un bastone alla mano, conficcato in una rotella di legno all’estremità, perchè non fóri la neve; ovvero anche senza tal bastone camminano sopra la neve, in tempo che non è agghiacciata, nè atta a sostentar un uomo”. Naturalmente, trattandosi di un viaggiatore atipico, la sua relazione non suscitò alcuna attenzione, tanto che fino alla fine dell’Ottocento in Italia nessuno praticò lo sci, neppure sulle Alpi.

Mai oramai, ma ora 06 Francesco_NegriUsava il latino come lingua franca con i pastori protestanti che presidiavano il lontano territorio, e questi divenivano suoi mediatori con le popolazioni locali. A differenza di altri “turisti dell’esplorazione” venuti dopo, aveva grande considerazione del popolo Sami, delle sue pratiche quotidiane e religiose. Annotava ogni particolare, insieme alle storie, alle leggende e alle minuziose descrizioni di animali artici. Aveva poi un approccio molto pragmatico rispetto all’evangelizzazione dei Sami: liquidava le pratiche sciamaniche come marginali e sottolineava invece la spontanea generosità di quel popolo.

Mai oramai, ma ora 07 Viaggio settemtrionaleUna volta rientrato a Ravenna si dedicò ad una puntigliosa revisione dei dati raccolti nel suo peregrinare parlando con pescatori, contadini e curati di quella parte del continente ancora in gran parte inesplorata, a verificare la correttezza dei dati e l’attendibilità delle fonti. Tre anni di viaggio e trent’anni per ponderare e redigere il volume “Viaggio settentrionale”, che non fece neppure in tempo a veder pubblicato, poiché morì nel 1698. Gli eredi riuscirono a stamparlo solamente nel 1700.

La cura dei testi durata per ben tre decenni ci fa immaginare quanto abbia voluto tornare sugli anni della sua peregrinazione, rivivendo almeno in parte le emozioni provate. Ciò gli permetteva probabilmente di sopportare la monotona quotidianità della vita di curato di campagna, intento a recitar messa, assolvere i peccatori da atti e pensieri impuri e predicare i sacramenti. La sua era stata decisamente un’ottima soluzione per sottrarsi all’“oramai”. Aveva dato sfogo alla sua natura più intima, che così descriveva: “Mi stimolò sempre sin da’ primi anni il genio curioso, inseritomi dalla natura, a far qualche gran viaggio per osservar le varietà di questo bel mondo; mi s’accrebbe poi col tempo questo desiderio”. Dopo, non c’era tempo per i rimpianti, doveva sistemare i dati raccolti.

Negri è un esempio di come si possa reagire ad una vita di comode certezze per intraprendere un viaggio dall’esito incerto, ma che faccia rivivere le emozioni provate in gioventù o viverle per la prima volta in assoluto. In fondo tutti invidiamo i bambini, non tanto per la loro giovinezza, ma per la gioia e la paura che vediamo nei loro occhi quando provano qualcosa di nuovo; che sia reggersi dritti in piedi, le prime simpatie, i sapori dei cibi, gli esami scolastici o le paure di cadere. Mi piace immaginare gli occhi di Negri come quelli di un bambino, spalancati su sempre nuove meraviglie.

Mai oramai, ma ora 08 polpo-colossaleMai oramai, ma ora 09 tutto-chiaro-troppo-tardiArrivato alla soglia dei cinquant’anni, posso affermare di essermi costruito la mia (credo) solida Pequod che naviga su un oceano tranquillo, fatto di famiglia, amici, lavoro e certezze. Al momento non vedo l’ombra oscura sotto la chiglia: ma temo comincino ad aggrapparsi ad essa alcuni tentacoli degli “oramai”, riferiti a ciò che non ho fatto, provato e visto. Dovrò premunirmi per tempo, per abbozzare almeno una risposta adeguata, prima che mi ghermiscano. Levigare l’arpione e controllare le vele per tentare una fuga, quando il Kraken mostrerà il suo occhio ammaliante.

Gli ’“oramai” infatti si avvinghiano silenziosi al corpo e alla mente per neutralizzare ogni pulsione a uscire dal consueto, dalle abitudini lavorative, comportamentali e sentimentali, per convincerti che è troppo tardi per nuove scelte. Suggeriscono la rassegnazione.

Mai oramai, ma ora 10 incazzatureNon sto dicendo che si debba invece correre dietro ad ogni nostro sogno: nella vita occorre anche essere realisti, consapevoli delle nostre reali capacità, sapendo apprezzare quel che la stessa ci ha già dato, senza stare sempre sul piede di partenza per una prossima tappa. In caso contrario si va incontro ad una insoddisfazione perenne e davvero infantile. Ma nemmeno credo che sia tranquillamente praticabile la via della rassegnazione. Non è nella natura della nostra specie sentirsi appagata: e allora il problema sta semmai nel capire a cosa realisticamente aspira: e una volta che lo ha capito, non rinunciare a coltivare quel sogno. Questo implica necessariamente la messa in discussione delle certezze già raggiunte, che non significa buttare all’aria tutto, ma nemmeno permettere a ciò che ci circonda di diventare un vincolo paralizzante. In fondo, solo il mutamento ci aiuta a progredire nella conoscenza dei nostri limiti, e a volte è necessario intraprendere una strada differente anche solo per constatare che non porta da nessuna parte. Perlomeno vivremo, dopo, senza quel rimpianto.

Se invece ci lasciamo avvolgere dai tentacoli dell’“oramai”, di rimpianti ne accumuleremo un sacco. Scegliere è esplorare, per non arrivare alla fine della vita recriminando su tutte le occasioni che ci siamo negati.

Mai oramai, ma ora 13 Corto Maltese

Di rammarichi ce ne sono di infiniti esempi. Mi concedo di ignorare i viaggi evaporati, le carriere lavorative o politiche gettate alle ortiche, le mancate avventure sportive e persino culturali, ma non si può non dar voce al principe degli “oramai”: quello verso gli amori impossibili. Ogni tanto – ad ognuno, anche chi lo nega – il vento comincia a soffiare verso di essi, ma l’abbraccio della quotidianità costringe alla bonaccia. Che sia giusto o sbagliato rimanere fra i tentacoli non sta a me dirlo (anche perché rischierei il ben servito …), ma alcune constatazioni si possono azzardare.

Mai oramai, ma ora 11 uomo&donnaNell’epoca della precarietà lavorativa, dei costanti mutamenti di idee, convinzioni, ideologie e credi, restiamo ancorati ad un modello di rapporto sentimentale monogamo, figlio di secoli di letteratura romantica e decenni di televisione sdolcinata. Probabilmente è una contraddizione. Rischiando il linciaggio, affermo un’idea non originale: l’amore è il sentimento più sopravvalutato, a discapito di altri più fedeli e liberi (amicizia). I tentacoli della consuetudine, anziché trattenerci, potrebbero spingerci lontano dalla bonaccia, verso gli amori irrealizzati, ma poi sapremmo davvero compiacerci di aver raggiunto l’agognata “meta” o avremmo il rammarico di aver svelato ciò che è bene che resti nei nostri più intimi pensieri, al fine di preservarne l’illusoria speranza? Per non rischiare, ancora una volta di ripete anche qui l’ennesimo “oramai”.

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Un “oramai” che non accetto riguarda la possibilità di assistere a ciò che Francesco Negri ha descritto, senza peraltro riuscire a dargli un nome: “Un’altro effetto ho veduto, che è ordinario in questa zona glaciale, e non l’ho mai veduto, nè inteso esser seguito al mio tempo in Italia; e qui si vede la notte serena l’inverno, e in varie figure. Una volta io vidi come una lunga nuvola, che cominciava a tre gradi in circa sopra l’orizzonte, e ascendendo al zenit, o punto verticale, andava a terminare all’altra parte, quasi in altrettanta lunghezza. Era così chiara e trasparente, che rendeva qualche poco di lume fino a terra: si piegava in tante forme, ora di arco, ora di corona, ora di serpe e d’altro. […] Stimo dunque che sia un corpo di sua natura rilucente nelle tenebre senza fiamma, e non nell’alto etere, ma nelle regioni dell’aria; poichè non si vede da paesi remoti”.

Quel diavolo d’uomo aveva visto l’aurora boreale. Il bello è che nemmeno l’aveva cercata, gli si è presentata lì. Ma lì c’era anche lui: con la sua scelta “scriteriata” si era messo nella condizione di vederla. E allora, posso e devo vederla anch’io, cascasse il mondo.

Ma più in là. “Oramai” siamo fuori stagione.

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