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Lode alle relazioni futili

di Fabrizio Rinaldi, 23 agosto 2020

Sul piazzale di casa un’enorme personaggio di Botero è sdraiato a prendere il sole e a guadarmi ogni volta che apro la porta d’ingresso.

In realtà è una catasta di legna, che avendo la forma di un annoiato grassone mi rammenta l’urgenza della sua messa a dimora in legnaia; dovrò farlo certamente prima delle piogge autunnali, ma sino ad ora l’estate afosa ha fiaccato ogni volontà.

L’inerzia dura già dalla primavera scorsa, quando la pandemia imponeva lo stare rinchiusi in casa. Inizialmente ero inebetito dalla situazione, dai dati del contagio e delle allarmanti immagini del coprifuoco, cui si aggiungeva un entusiasmo un po’ cinico per l’inaspettato e obbligatorio riposo. Lo stesso stato d’animo, in misura e in forme diverse, credo si sia diffuso un po’ in tutti.

Le attività lavorative consuete sono riprese dopo le prime settimane, anche se in modalità differenti (come nel mio caso), o si sono definitivamente chiuse per l’impossibilità di reggere situazioni economiche già precarie e rese definitivamente disastrose dalla pandemia. Per certi versi era quindi un esito già pronosticabile: la società odierna si fonda sull’equilibrio tra domanda e offerta, se uno dei due eccede, prima o poi il meccanismo s’inceppa.

Faccio un esempio: Ovada è una cittadina che si regge in piedi sulle pochissime piccole industrie non ancora affossate dalle ripetute crisi e dalla globalizzazione, su una campagna relativamente arretrata e su ben poco altro. Eppure, a fronte di circa 11 mila abitanti, nel 2019 contava ancora una sessantina di bar: un numero esagerato in proporzione agli abitanti. Ovada non è la Venezia del Piemonte.

Dopo tre mesi di chiusura forzata, molti non hanno rialzato la saracinesca, perché sconfitti dagli immutati costi d’esercizio o per l’insostenibilità economica delle nuove norme sanitarie. La stessa cosa è avvenuta per alcuni negozi di abbigliamento, in particolare per quelli più ambiziosi, che offrivano prodotti e praticavano prezzi alla portata delle sole star cinematografiche o dei super-manager. (Credo che l’ultima “celebrità” approdata ad Ovada sia stato Umberto Smaila, al tempo in cui facevano furore le tette delle conigliette di “Colpo grosso”, negli anni Ottanta). Questo mentre nessun imprenditore degno di nota si sognava di vedere questo territorio come una risorsa.

Ma anche molti artigiani hanno subito la stessa sorte. D’altro canto, non serviva essere fini economisti per capire che al primo scossone il castello costruito sull’illusione di un perpetuo benessere sarebbe crollato. Purtroppo la realtà ovadese non è riuscita nei decenni d’oro – e non riuscirà certamente ora, con i chiari di luna che ci attendono – a trovare una nuova identità, o a ritrovare quella antica. I nostri sembrano luoghi destinati al transito, placide colline dove trascorrere al massimo una notte (ma non di più) prima di approdare alla Liguria o alle Langhe.

Sta di fatto che cessato l’iniziale sbigottimento per il rapido diffondersi del virus, e venuta meno anche l’euforia per l’inattesa possibilità di oziare o realizzare ciò che da tempo si rimandava, sembra ora insorgere una generale inerte apatia, indotta dalla consapevolezza che questa situazione andrà avanti per un bel po’. La maggioranza si sta piano piano abituando a seguire gli accorgimenti per rallentare la diffusione del Covid, mascherina e distanziamento in primis, sia pure con diversa convinzione, ma non ha comunque testa per progetti che vadano oltre il giorno dopo. Molti hanno già optato per una fatalistica convivenza col virus, sperando che non li becchi o che lo faccia almeno in forma leggera. Qualcuno poi nega l’esistenza del problema o se ne frega, ma di questi non vale nemmeno la pena parlare, sono lo scotto (pesante) da pagare all’imperfezione e alla specificità umana: solo gli uomini possono essere stupidi.

Per quanto mi riguarda personalmente, constato che l’esigenza del distanziamento ha accentuato in me – ma credo di essere in buona compagnia – una preesistente difficoltà nello stare con gli altri. In effetti, non è che fino a mesi fa fossi un trascinatore di folle, che emergessi per acume o simpatia e che mi trovassi a mio agio nei momenti conviviali: ma sicuramente tolleravo meglio lo stare in mezzo agli altri (a piccole dosi, e in situazioni mediate sapientemente da mia moglie, che catalizzava su di sé le attenzioni). Ora avverto invece quanto sforzo mi costi il riannodare le relazioni con parenti, amici e colleghi: come se l’interesse fosse scemato, lasciando il posto ad una fatica – quasi fisica – a dialogare e manifestare un coinvolgimento.

Prima della clausura una constatazione del genere l’avrei risolta convincendomi che se quelle relazioni si erano concluse un motivo c’era, e che si trattava in fondo di una liberazione. Oggi, alla luce di questo forzato isolamento, devo invece ricredermi sulla loro importanza: in fondo sono esse a creare quell’humus sociale cui attingere nei momenti di solitudine, frustrazione e tedio, quelli appunto che l’attuale stato ci impone. Anche se si tratta perlopiù di legami utilitaristici, di circostanza o di sangue, tutti assieme intessono una sia pur fragile rete di sicurezza, all’interno della quale emergono poi – per dimensioni e resistenza – le poche ma solide funi principali dei rapporti profondi, quelli che davvero rendono la vita sensata.

Le relazioni “futili” riguardano, ad esempio, il fruttivendolo che ti mette una pesca in più nella borsa; il sino a ieri ignorato vicino, che ora mi parla del suo nuovo pavimento in cucina; il sorriso del pizzaiolo che non vedevo da mesi, in quanto anche la pizza mensile familiare era preclusa; la collega che dimostra interesse per le vacanze delle mie figlie, magari mentre sta pensando a come chiedermi le ferie o quale futuro lavorativo avremo (come se fossi un indovino). Bene, tutte queste effimere interazioni plasmano continuamente la personalità, in quanto generano esperienze.

Negli ultimi mesi anche queste relazioni apparentemente inutili si erano rarefatte, così come quelle importanti, in ragione del distanziamento. Purtroppo non hanno trovato in quel periodo adeguate sostitute che garantissero pari appagamento: non c’è social, media o videochiamata che possano rimpiazzare lo sguardo diretto, la postura dei corpi o il contatto fisico, in fin dei conti “la carne” dei nostri simili. Sia chiaro, non sono un caso Weinstein, ma ho aperto necessariamente gli occhi (come molti) su quanto esprimiamo di noi stessi con una stretta di mano, con lo sfiorare una spalla; persino nell’abbracciare e baciare diciamo molto di più di quanto potrebbero fare le parole.

Ci ho riflettuto. Fin da neonati capiamo come gira il mondo attraverso i sensi, in particolare con il tatto, e con quelli cerchiamo di stare al passo. Si sa che la sua privazione ha gravi conseguenza sulla salute, specie per gli infanti. Diventati adulti, escogitiamo altri linguaggi per comunicare le nostre intenzioni, riservando quello fisico solo alle persone più intime. Ebbene: questi mesi di privazione ci hanno dimostrato che siamo sì cresciuti, ma rimaniamo dei lattanti deprivati di un bisogno primario: il contatto fisico con i nostri simili.

Oggi abbiamo imparato che il virus infetta proprio attraverso queste interazioni, fisiche o sociali che siano. E lo si vede dall’incremento dei contagi di questi giorni, causato dalla spensieratezza (leggi “idiozia”) vacanziera. Quindi, senza relazioni il virus morirebbe, ma lo seguiremmo a ruota pure noi, poiché da esse dipendiamo e proprio esse ci caratterizzano. Dobbiamo inventarci una misura di mezzo.

Inoltre, la comparsa della pandemia ha sconvolto non solo i modi dello stare assieme, ma anche la percezione dello scorrere del tempo. Ne impieghiamo molto di più per realizzare ciò che fino a pochi mesi fa sbrigavamo velocemente, fagocitati in una corsa continua: dalla fila per fare la spesa alle interminabili call lavorative, dal cercare di metter giù due idee (come sto facendo ora) al sistemare la legna per l’inverno.

Le restrizioni esterne e lo smarrimento interno ingenerano, come dicevo all’inizio, l’apatia: una non-volontà che ci attanaglia perché le certezze sedimentate nelle nostre vite (e nelle generazioni precedenti) sono state spazzate via. Alla faccia di chi plaude incondizionatamente al rallentamento, però, questa non è una forma di serena tranquillità: nell’apparente stasi fisica e mentale, il nostro cervello cerca in realtà incessantemente una via d’uscita dal pantano, vorrebbe individuare differenti ed originali sicurezze. È vero che non sapendo quando e come ne usciremo viviamo in uno stato di perenne apprensione, e nella speranza di una veloce soluzione (il vaccino?) cui affidarci. Ma sappiamo ormai che una iniezione assolutoria non risolverà i problemi che ci portavamo dietro anche prima, e che hanno condotto a questa attualità.

Forse il grassone spiaggiato sul piazzale non è lì a spronarmi per la sistemazione della legna, ma semplicemente si gode il sole (e i ceppi si seccano), nella consapevolezza quasi mistica dello scorrere placido del tempo: ci attende un inverno lunghissimo, prima del ritorno della primavera. Le rondini non le porterà certamente il vaccino: ma almeno ora abbiamo la consapevolezza (coloro che ce l’hanno, naturalmente) che quello di prima non era il modo ideale di vivere. Forse è ora di assumerci la responsabilità di qualche significativo cambiamento.

Cambiare è sano, inevitabile e funzionale alla vita stessa. Possiamo negare l’evidenza della mutazione, ma avverrà comunque.

Quindi, caro grassone, goditi il sole perché, al primo temporale, ti sistemo io …

I buoni e i cattivi maestri

Questo pezzo necessita di una presentazione, perché arriva a metà di un dialogo che si è svolto sino ad oggi via Whatsapp e si è nutrito soprattutto di reciproche segnalazioni di testi e articoli dedicati al Covid 19, alle sue origini, al suo decorso e alle prospettive più o meno immediate e ottimistiche di uscirne: segnalazioni che andavano a sostegno di due letture non sempre coincidenti del fenomeno e dei suoi risvolti politici, economici e sociali.
Ad un certo punto però il confronto ha preso un’altra strada, che ritengo molto più interessante, visto che dell’epidemia è tornato a parlare in televisione persino Sgarbi. Con Stefano abbiamo analizzato, e diversamente valutato, gli atteggiamenti che l’Europa in generale, e quella “nordica” in particolare, hanno tenuto durante questa crisi verso dell’Italia, così come le modalità con le quali hanno affrontato l’emergenza pandemica. E infine siamo approdati a considerazioni relative alla nostra maggiore o minore empatia nei loro confronti. Bene, credo che l’ultima mail di Stefano (che ha giustamente ritenuto fosse arrivato il momento di andare un po’ più in profondità) costituisca un ottimo esempio di quello che considero il modo civile di affrontare e discutere gli argomenti, e vada senz’altro proposta sul sito, perché ne incarna perfettamente lo spirito e gli intenti. E ci tornerò su a stretto giro, per non interrompere un dialogo che potrebbe riuscire di un qualche interesse anche per altri amici.

 

di Stefano Gandolfi, 20 aprile 2020

Ciao Paolo,
ti scrivo una mail ritenendola più adatta di un wahtsapp ove si è costretti a sintetizzare. Poi ovviamente avremo modo di parlarne a voce … giusto per riordinare le idee. Lo scambio di opinioni sull’ Olanda è significativo per almeno una considerazione, ovvero che ognuno di noi possiede una componente razionale che deriva dalla propria cultura, dall’intelligenza, dal bagaglio professionale acquisito in una vita ecc., ma è mosso poi anche da una componente emotiva che compensa e talvolta condiziona l’altra parte in modo non diciamo giusto, ma senz’altro inevitabile: altrimenti saremmo degli automi (dei tedeschi? se mi permetti la battuta!), prerogativa che al di là delle battute non attribuisco nemmeno ai tedeschi stessi… Nella mia (in)competenza medica e scientifica mi picco di un po’ di (in)competenza anche a livello di psicologia e psicoanalisi, soprattutto per la parte più nobile e organica, ovvero quella che descrive come reazioni chimiche, neuromediatori a livello di sinapsi ecc. determinano il modo in cui il sistema nervoso centrale ci fa agire, parlare, comportare.

Ognuno di noi ha delle simpatie, innate o più verosimilmente mediate dalle nostre esperienze e dall’ ambiente in cui viviamo; queste simpatie tendono a farci dare un giudizio non sul merito di un valore assoluto, ma sulla scorta di un valore misurato in base alla simpatia stessa, quindi più soggettivo che oggettivo.

Questo vale per tutti, a prescindere dal numero di libri letti, dalla esperienza professionale ecc. Poi è ovvio che se per una persona quello è l’unico metro di giudizio, non si va oltre le chiacchiere da bar, i proclami da “leoni da tastiera” e tutte le ben note e nefaste conseguenze… amplificate dai social. La percentuale di prevalenza della parte oggettiva su quella umorale, come tu ben sai, determina il risultato finale di un giudizio, un’opinione, uno schieramento ideologico, politico, sportivo, letterario …

Quante volte abbiamo parlato di bravissimi scrittori, poeti, musicisti, artisti ecc. dei quali non condividevamo assolutamente l’atteggiamento ideologico, e ci chiedevamo come potessero menti così brillanti e elevate avere idee di quel genere? Io tantissime volte, con sgomento e rammarico enormi, se si trattava persone amate, rispettate e magari anche venerate … Ma è giusto così, le divergenze fanno parte del gioco, anche se vorremmo riscrivere le regole!

 

Parlando di svizzeri, tedeschi, olandesi, scandinavi, è giocoforza arrivare in breve alle differenze antropologiche fra noi e loro, ed iniziare a camminare su un terreno minato. Quanto ho amato la Norvegia, l’ Olanda, la stessa Germania nel corso dei nostri viaggi europei prima di varcare gli oceani, quanto sono stato “nordico” e poco italiano, apprezzando il senso civico, l’educazione sociale, il rigore mentale di questi popoli, sia pure a fronte degli aspetti negativi noti da sempre, quali il maggior tasso di depressione e di alcolismo, l’altissimo tasso di suicidi in Norvegia, la pervicacia ancora oggi nel contribuire all’estinzione delle balene … Nulla di nuovo, nulla è cambiato, quello che cambia è la rilevanza che si attribuisce agli aspetti che ci piacciono rispetto a quelli che non ci piacciono; ma oggettivamente un popolo vale per quello che vale, a prescindere che mi piacesse di più venticinque anni fa piuttosto che adesso. E non c’ entra per niente Salvini o chi per esso …

C’ entra, magari, il fatto che ho poi viaggiato ad altre latitudini, geografiche e antropologiche, e ho conosciuto anche a casa loro popoli e paesi che da un punto di vista razionale fanno rabbrividire per i loro comportamenti politici, religiosi, ambientali … ma che poi ti lasciano dentro qualcosa in termini spirituali, affettivi, amicali … Qualcosa di assolutamente irrazionale, magari anche correlato al fatto che invecchiando si sgretola la barriera razionale e rigida con cui ci si è comportati fin lì (sicuramente non è il tuo caso!!! vabbe’ …): certo, gli indiani tengono le loro donne segregate, le picchiano e a volte le sgozzano … bruciano per le strade i rifiuti tossici, sono pigri, corrotti, indolenti … Certo, gli africani perpetuano nel tempo la loro indole peggiore, quella coltivata in loro dai colonizzatori in merito alla gestione dello stato, all’arricchimento personale … Certo, i sudamericani sono delle simpatiche canaglie, chi più chi meno senza generalizzare … poi magari queste sono le persone che, se ti rimane un solo neurone che funziona, ti restano per sempre nella memoria e nelle emozioni.

E allora magari ti ricordi (negativamente) di quei 4 ragazzi norvegesi completamente ubriachi e armati di bottiglie rotte che ci hanno inseguito in macchina per 50 km sulle strade deserte della Norvegia per un presunto sgarro di precedenza o di sorpasso (ma queste cose non dovrebbero succedere solo al sud?), di quella brava coppia di gestori di un B&B tedesco che al momento di pagarli ci hanno detto “per essere degli italiani sembrate quasi delle brave persone”, (e potrei citarne altri. documentati, in Austria, in Alto Adige, ecc): cito volutamente questi aneddoti proprio perché sono totalmente arbitrari, soggettivi e non espressivi in alcun modo di un giudizio globale su un popolo, potrei citarne altrettanti positivi di bei ricordi, questo a dimostrazione del fatto che poi alla fine quello che conta sono le emozioni e i sentimenti soggettivi, anche mutevoli nel corso degli anni. Tutto ciò non è né giusto né sbagliato, in ogni giudizio, ricordo, esperienza personale, c’è del vero ma anche dello sbagliato perché si omette tanto altro, e sono la simpatia o l’antipatia a pelle a far fa prevalere l’uno o l’altro aspetto.

A cosa voglio arrivare con tutti questi sproloqui? A dire che, a mio parere, è ben difficile esprimere un giudizio su un popolo, su una nazione, sulla base di esperienze aneddotiche o di mozioni di simpatia o di antipatia, e questo vale innanzitutto per me, perché mai vorrei lanciare il sasso e tirare indietro la mano, ogni cosa detta agli altri e per gli altri deve valere innanzitutto per me.

Allora come giudichiamo una nazione, ammesso che sia possibile? conosciamo tutto? Quello che succede nei piani alti della politica, dell’economia, delle banche? noi o chiunque altro possiamo avere una minima possibilità di conoscere la verità su tutto? forse in parte sì … I tedeschi stanno risolvendo meglio e prima la crisi sanitaria, sono forse gli unici al mondo ad avere predisposto, e poi attuato, come mi hai detto, un piano di emergenza … Tanto di cappello, non discuto, nutro se mai invidia e rabbia perché non hanno nulla più di noi per riuscirci, senz’altro nulla a livello di capacità professionale medica, sicuramente sì a livello organizzativo e logistico, che d’altra parte è il loro classico punto di forza.

Su tutto il resto. forse sì, ma forse anche no. Atti criminosi economici perpetrati dalle loro banche, bond tossici, malefatte a livello industriale (pensiamo al settore auto …): purtroppo non ho la competenza né il metodo per archiviare e riportare in modo giusto tante notizie periodicamente ricevute da amici e conoscenti del settore, persone consultate professionalmente e quindi non chiacchiere da bar. Ho il vizio di non archiviare in nessun modo i dati, diciamo pure che non mi interessa, quindi automaticamente non ho il diritto di andare oltre perché non posso documentare ciò che dico; però in questi giorni di inattività forzata seguo molto più della norma le notizie, cercando di scremare i siti attendibili e seri da quelli da quelli che non lo sono (e in questo, forse per la mia forma mentis di medico, penso di essere abbastanza bravo: lascia perdere quello dell’ Olanda, ti ho già spiegato perché te l’ho inviato …) Ora, continuando nell’errore di non salvare quasi nulla, leggo e apprendo cose che non corrispondono propriamente all’immagine limpida e pulita che ufficialmente compete all’Europa, intesa come U.E., e ai paesi del nord-Europa che dovrebbero essere i “campioni” di tale immagine. Mea culpa, non posso, ripeto, oggettivare nulla, mi sforzerò di farlo, di salvare dati, ma so già che non lo farò. In realtà, preferisco farmi due ore di ginnastica in casa, di cyclette o di tapis-roulant, lavorare le mie foto, fare cioè ciò che mi piace di più e dà un minimo di senso alla mia vita in questo momento. Quindi… mi autodichiaro sconfitto per K.O. tecnico! O per mancata volontà di documentarmi adeguatamente per il dibattito!

Al termine di questo sproloquio, ti confesso comunque che questo scambio di opinioni è di altissimo livello, e qui mi devi credere ciecamente, perché non essendo tu su Facebook ti perdi il brivido del clima da arena di gladiatori e da Bar Sport che vi domina!

Riflessioni dalla quarantena

di Marco Moraschi, 19 aprile 2020

Di riflessioni sulla quarantena ne avrete probabilmente lette già di ogni sorta, d’altronde non è che ci sia poi molto da fare in casa per far passare il tempo: un po’ si fanno le pulizie, un po’ si guarda la televisione e un po’ ovviamente si legge, con alcune varianti in mezzo per chi, per esempio, abita in campagna e può dedicarsi, oltre alle pulizie della casa, anche a quelle del giardino. E di riflessioni ne ho lette molte anche io, sensate e meno sensate, le più belle le riporto al fondo di questo articolo nei link, ma prima vorrei contribuire anche io in qualche modo a evidenziare alcune cose. Ecco quindi le mie riflessioni in ordine sparso:

UNO. Per molti la medicina rischia di essere peggiore della malattia. L’isolamento forzato che stiamo vivendo da più di un mese inizia già a produrre i primi evidenti effetti sullo stato d’animo delle persone: ansia, depressione, paura, aumento delle violenze domestiche. Dove non ha colpito la malattia, rischia di colpire la “cura”. Coloro che non sono stati infettati dal coronavirus rischiano di essere afflitti da una malattia dell’anima forse con conseguenze ben peggiori: il distanziamento sociale colpisce indiscriminatamente giovani e anziani, sani e malati, ricchi e poveri. Speriamo che nella stanza dei bottoni prendano in considerazione anche gli effetti sulla mente, oltre a quelli sul corpo. Effetti sul corpo che peraltro sono presenti anche nelle persone sane in quarantena: attività fisica ridotta ai minimi sindacali (dal bagno alla cucina, dalla cucina al letto più tutti gli altri possibili percorsi tra le varie stanze) che si somma a un approvvigionamento calorico sicuramente superiore al necessario, visto che ci stiamo riscoprendo mastri pizzaioli, panettieri e pasticceri. I medici avranno da lavorare anche dopo l’emergenza coronavirus.

DUE. I medici e gli infermieri sono gli “eroi” di questo periodo. Come in ogni situazione di difficoltà sentiamo l’esigenza di trovare “eroi” e “nemici” che alimentino la trama del nostro romanzo. Il nemico è stato facile individuarlo e naturalmente è il “coronavirus”, tanto che si sprecano le metafore televisive sulla “guerra” che stiamo combattendo. Tutto d’un tratto sono stati dimenticati i migranti contro cui ci siamo scagliati in tempi “di pace”, buon per loro. Resistono saldamente invece altri “nemici pubblici” che abbiamo individuato: “la troika”, “l’Europa cattiva”, i “poteri forti”. Incredibilmente sta scalando le classifiche anche Bill Gates, per alcuni “mano sinistra” dietro la pandemia. Si accettano scommesse sui prossimi cattivi, le candidature potranno essere inviate con modalità che saranno rese note sul sito dell’INPS.

TRE. Abbiamo scoperto cos’è la noia, quella che prima sperimentavamo solamente in coda alle poste o in attesa in altri uffici, e che pensavamo si potesse facilmente riempire tirando fuori lo smartphone. Ora ci rendiamo davvero conto di quanto tempo abbiamo a disposizione ogni giorno e pur avendone molto, probabilmente ne sprechiamo più di prima, tra programmi televisivi scadenti e catene di whatsapp. Ah se avessi tempo “finirei di scrivere quel libro che avevo iniziato”, “raderei al suolo quella pianta in mezzo al giardino”, “imparerei il cinese che mi interessa proprio”. Ecco, ora avete tutto il tempo che desideravate, come mai non lo state (stiamo) sfruttando?

QUATTRO. Abbiamo anche scoperto quante cose avevamo prima senza saperlo. Un caffè al bar, una pizza con gli amici, una maglietta nuova comprata passeggiando per le vie del centro. Piccole cose, molto poco importanti nel complesso di una vita, ma che riempiono e arricchiscono lo scorrere del tempo con piccoli piaceri fondamentali. Ricordiamocene in futuro, perché purtroppo ci accorgiamo di ciò che abbiamo solamente quando lo abbiamo perso. Vale anche per le persone. Un genitore lontano, un figlio, un amico, persone cui prima (e ancora adesso) eravamo legati sentimentalmente, ma che magari ogni tanto ci facevano innervosire per dei piccoli gesti e che ora non possiamo più avere vicino. Mai come in futuro apprezzeremo di nuovo il calore di un abbraccio.

CINQUE. Ci serviva davvero tutto quello che avevamo prima?

SEI. E’ incredibile come serva una situazione di emergenza per tirare fuori il meglio da noi stessi. Ci siamo accorti di quante persone generose e disponibili ad aiutare gli altri ci sono nel mondo. Nonostante le brutte notizie in televisione, ogni giorno emergono gesti e segni di speranza dagli altri esseri umani che condividono con noi questo passaggio. Il pianeta Terra non è probabilmente un posto così brutto in cui vivere. Ricordiamocene.

SETTE. Stiamo finalmente imparando a usare gli strumenti digitali. Alla buon ora, dai che se ci impegniamo riusciamo a colmare il divario digitale del e nel nostro Paese.

OTTO. Siamo impreparati: giornalisticamente, politicamente, economicamente. A tutti i livelli si procede in ordine sparso. Viviamo nella dimostrazione del principio di incompetenza di Peter.

NOVE. Non abbiamo più una classe politica. Roba che Giuseppe Conte sembra perfino un grande statista in questa marmaglia. Fine della parentesi politica.

E’ tutto, per questa volta sono stato breve. Alla prossima lettera dalla quarantena. Buona permanenza in casa e mangiate responsabilmente.

Link:
https://medium.com/@bariccoale/virus-è-arrivato-il-momento-dellaudacia-4cba63fcb77d

https://viandantidellenebbie.org/2020/04/09/camera-con-vista-sul-futuro/

https://viandantidellenebbie.org/2020/03/12/effetti-collaterali/

 

La sai l’ultima?

di Marco Moraschi, 17 giugno 2019

La tendenza naturale che cerco di combattere quotidianamente è quella della polemica costante. Forse l’eliminazione dei social che ho descritto nella riflessione precedente [(A)Social] è parte di questo disegno interiore che porto avanti da un po’ di tempo, il tentativo di allontanarmi dalla mia comfort zone per osservare il mondo da una prospettiva diversa, che mi aiuti a interpretarlo meglio evitando che mi si atrofizzi il cervello con l’autoreferenzialità. La polemica costante è quell’innata qualità che possediamo tutti, a volte mitigata dalla timidezza o dalla buona educazione, ma che tutti coltiviamo nel profondo e difendiamo ritenendo che sia parte inscindibile del nostro essere. La polemica è una reazione volontaria o involontaria allo status quo e va da sé che non è detto che sia positiva, anzi.
Tuttavia, se non prestiamo attenzione, cresce selvaggiamente in noi trasformandosi da mattone della vita in arma di distruzione di massa, che falcia indiscriminatamente qualunque erbaccia osi interporsi sul suo cammino. Il rischio della polemica, cioè, è che se non la utilizziamo correttamente, anziché portare beneficio, risulti invece dannosa per i nostri stessi scopi. Naturalmente ci sono sempre buone ragioni per protestare: in questo momento della storia, per esempio, è ottima cosa inveire contro questo governo di fascisti improvvisati, ma come noterete dopo aver letto questa frase, la polemica fa scaturire sempre una vena d’odio e di repliche che generalmente fanno degenerare la discussione in frasi sconnesse e accuse reciproche tipo “e allora il piddì?”, che non aiutano ad analizzare il problema. Ma non è di politica che voglio parlare, ma di polemica! È fin troppo facile rivoltarsi contro ciò che non ci va giù, che sia la politica, l’università (un esempio a caso?), il lavoro o in generale qualsiasi cosa che non sia sotto il nostro controllo. E al contempo è giusto farlo, perché se viene meno la polemica viene meno il principio di qualsiasi sistema democratico di condivisione delle idee. Ma perché la polemica funzioni deve essere corredata in equa misura di critiche e proposte di cambiamento, come in genere richiesto in qualunque questionario sulla qualità. Evidentemente è una banalità, ma non è sempre scontata o applicabile. La tendenza generale è infatti quella di una pura rassegnazione agli eventi del mondo, un’onda cieca che travolge ogni cosa sul suo percorso.

Recentemente, facendo zapping fra i canali (non lo faccio quasi mai, guardo pochissima TV), sono capitato su una trasmissione di Real Time che descriveva la storia di Jeanne, una donna di 39 anni di 319 kg che non riesce a smettere di mangiare. È facile per lei lamentarsi che la sua vita così non va bene, che deve perdere peso altrimenti morirà molto presto, che non c’è più tempo. Salvo poi cedere a ogni pranzo, mangiando bacinelle di porcherie americane piene di formaggio e salse di dubbio gusto. Non è certamente una questione semplice, chi è affetto da una patologia del genere non dubito che soffra molto per la propria disabilità e necessiti dell’aiuto di uno psicologo per uscire da questa impasse. Ma Jeanne mi ha ricordato che, in fondo, siamo un po’ tutti come lei: ci lamentiamo del governo ladro, del lavoro che è stressante o del caldo (già, é arrivato quel periodo dell’anno in cui il servizio di apertura di molti telegiornali riguarda la temperatura in tutta Italia), salvo poi tornare alla stessa tavola a mangiare lo stesso pasto. E quindi? Che si fa? Niente più polemiche? Ciò che non è sotto il nostro controllo, per definizione, non possiamo controllarlo. La scoperta sorprendente, però, è che in realtà molte poche cose non sono sotto il nostro controllo, magari in minima parte, ma una piccolissima influenza alla storia la portiamo tutti. Tolstoj diceva che la storia è l’integrale delle esperienza e delle vite di tutti gli uomini. Ogni tanto arriva un grande condottiero, un politico, un innovatore che sembra portare grossi contributi, e in effetti è così, ma la storia è fatta anche da tutti i civili e i soldati che non si sono arresi a lamentarsi del pericolo senza combattere. Per quanto sia piccolo il nostro contributo, ciò che possiamo e dobbiamo fare, per vivere e non lasciarci vivere, è intervenire nel nostro giardino, nel nostro quotidiano, modificando i deboli equilibri che ci circondando e contribuire così al cambiamento (dopo che l’hanno usata i grillini, questa parola mi fa paura, scusate non la userò più, ma ecco che ricomincia la polemica …).

L’obiettivo della polemica dev’essere quello di distinguerci da ciò che combattiamo, non deve portarci invece ad assomigliare sempre più al nostro nemico. In una saga fantasy che sto rileggendo in questo periodo, il protagonista, Eragon, si chiede più e più volte se le atrocità che commetterà in nome della libertà saranno giustificate dall’obiettivo di sconfiggere il crudele tiranno Galbatorix. È un dubbio autentico e umano, che ci riporta alla “nostra” polemica: combattere, resistere, disobbedire, in alcuni casi, possono essere l’arma migliore che abbiamo da contrapporre allo status quo, motivando la nostra polemica con azioni concrete atte a migliorare questo piccolo angolo di universo. E ora scusatemi, ma tornerò a imprecare contro i libri dell’università … ah, se solo fossi il rettore …


Link: https://www.wittgenstein.it/2019/06/16/domenica-mattina/

(A)Social

di Marco Moraschi, 12 giugno 2019

Il primo social che ho utilizzato è stato l’ormai defunto MSN, famoso più di dieci anni fa, un precursore di WhatsApp che permetteva di contattare i propri amici grazie alle prime nascenti ADSL domestiche, che andavano a sostituire il modem blu 56K. Chi si ricorda queste cose può forse farsi prendere da un momento nostalgia, quando le madri infuriate ti dicevano di scollegarti da internet perché altrimenti loro non potevano telefonare! Queste cose oggi fanno sorridere e sembrano appartenere a un’altra era geologica, l’analogicene (l’era dell’analogico?), ma è quasi impressionante riportarle alla memoria ricordandosi che avvenivano poco più di dieci anni fa, forse quindici. Insomma, “panta rei” direbbero gli antichi, o “sembra che all’improvviso il mondo abbia una gran fretta” direbbe invece il buon vecchio Brooks, il vecchio bibliotecario della prigione di Shawshank nel film “Le ali della libertà”. Il mondo corre davvero e dopo MSN è scoppiata l’era del digitale e dei social, con l’arrivo di YouTube, Facebook, Twitter, WhatsApp, Instagram eccetera. Ora, non mi ritengo un esperto in nulla, anzi, credo che nessuno possa mai ritenersi davvero esperto di qualcosa; di conseguenza, prendete queste mie riflessioni come chiacchiere dettate dalla noia, giusto uno spunto per imbarcarsi verso altri testi di persone ben più competenti di me in materia. Insomma, scusatemi per la banalità. Tutto questo per dire che, nell’era dei social, ho tolto i social. No, non li ho distrutti hackerando i sistemi di raffreddamento dei loro server, ho semplicemente cancellato i miei profili dalle principali piattaforme social, ovvero Instagram, Twitter e Facebook. Dietro alla rimozione ci sono certamente delle motivazioni etiche, per esempio gli scandali sulla privacy, ma, diciamoci la verità, non penso che si possa credere veramente alla tutela della propria privacy su Facebook o un altro social, quando ci si iscrive si dovrebbero già conoscere i limiti di queste piattaforme instaurando quindi un rapporto consenziente. È inutile gridare al lupo a posteriori dopo averlo invitato a cena, non so se mi spiego. E poi certo, dietro alla rimozione ci sono altre questioni, come la diffusione delle fake news, ma di nuovo, le fake news sono sempre esistite, propinate dai media tradizionali (basta vedere i siti internet o le versioni cartacee di molti quotidiani, che ora si ergono a difensori della verità) o dagli idioti che prima erano al bar e ora sono invece su Twitter. E sì, si può togliere Instagram per “dare un segnale”, ma per aziende che hanno miliardi di dollari in tasca da spendere e investire i “segnali” equivalgono al debole fumo di una candela accesa sull’isola di Sant’Elena. E allora, diamine, perché hai tolto i social? In minima parte, come detto, per le ragioni elencate sopra, ma soprattutto, perché ero banalmente stufo. Se la risposta ti ha deluso mi dispiace, puoi correre a guardare Netflix.

Il problema che riscontro io nei social è che sono un’ottima trappola per noi stessi, come la frase “Io sono il peggior nemico di me stesso” che non so chi l’abbia detta per primo, o, meglio, come ha detto Woody Allen “a volte vado in overdose di me stesso”. I social, cioè, ci permettono di esercitare un controllo enorme sulla realtà virtuale che ci circonda, un controllo che nella realtà analogica non abbiamo e che ci aiuta a rimanere vigili e in allerta. I social sono un immenso parco giochi pieno dei nostri giochi preferiti, dove ogni cosa è al suo posto perché ce l’abbiamo messa noi e se ogni tanto arriva un intruso non ce ne accorgiamo, intenti come siamo a spingerci sull’altalena. Gli amici di cui leggiamo sui social, le notizie che ci raggiungono, i video che guardiamo, sono tutti stati messi lì da noi stessi e questo non fa che chiuderci in una bolla dorata in cui non entriamo in contatto con ciò che non ci appartiene, radicalizzandoci sulle nostre posizioni. Ho tolto i social perché ero in overdose di me stesso, per fortuna il mio sistema immunitario è ancora vigile (lo so che droga e sistema immunitario non c’entrano nulla l’una con l’altro, ma è un esempio, no?). Ero stufo di leggere sempre le stesse polemiche su Twitter, tutte cucite addosso alle mie stesse opinioni, d’accordo, ma che non fanno altro che rifocillare la tenia della polemica e del dito puntato che c’è dentro ognuno di noi. Ho bisogno di prendere aria e tornare a respirare, confrontarmi con persone vere che mi aiutino a riflettere sui problemi e non solo additarli scrivendo IN MAIUSCOLO PER ATTIRARE LA MIA ATTENZIONE IN 280 CARATTERI. Ho bisogno di leggere libri, che sono ciò a cui dedico gran parte del mio tempo libero, perché hanno la capacità analogica di mantenere viva l’attenzione e affrontare un argomento alla volta. Ho bisogno di concentrare la mia attenzione su cose più lunghe e complicate, perché la realtà è sempre più lunga e complicata di come appare, perché la percezione della realtà non prevalga sulla realtà stessa. E ho bisogno anche di liberare la mente, lasciandola viaggiare senza meta per le praterie del mio cervello, senza imbrigliarla continuamente in catene frammentarie, che sia in coda alle poste o mentre faccio benzina. È proprio nei momenti in cui la nostra mente è libera di vagare che nascono le idee migliori. Se in questo viaggio mi perderò, se finirò per rinchiudermi in un eremo o sulla cima di una montagna, venite a chiamarmi o tiratemi un sasso sulla testa, perché vorrà dire che l’overdose di sé stessi si può raggiungere anche senza i social.



2. Il filo di Arianna

di Marco Moraschi, 28 settembre 2018, da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Al di là di un eventuale futuro distopico in cui sia possibile salvare la propria “coscienza” (qualunque cosa essa sia) sul cloud, come nel caso del libro citato da Edoardo, le implicazioni del ricambio delle parti che costituiscono un “tutto”, e che ne determinano il suo essere “originale”, sono forse più attuali di quanto possa sembrare in prima istanza. Mi vengono infatti in mente due condizioni normalissime della natura umana: la crescita e il ricambio cellulare. Quando guardiamo una foto di noi da bambini, stiamo guardando la foto di un organismo totalmente diverso da noi, nell’aspetto, nella composizione e nell’interazione delle sue parti. Il nostro corpo cambia forma e sostanza più volte nel corso della vita, l’Io bambino è diverso dall’Io adolescente, così come l’Io adulto è diverso dall’Io vecchio. È per questa ragione che, a mio avviso, non esiste una definizione univoca di morte (evidentemente non intesa in senso medico), in quanto un individuo muore più volte nel corso della sua vita e l’ultimo passo, quello definitivo, quando cioè ogni sospiro di vita cellulare svanisce, non è altro che un ulteriore gradino di un naturale processo che giunge a compimento e che si è in realtà verificato più e più volte. Il mio Io bambino, pestifero e agitato, è svanito ormai da molto tempo e, seppure non sepolto in qualche luogo, è certamente morto e defunto, senza che nessuno ne senta la mancanza come si fa con la perdita definitiva di una persona cara. Osservate che è morto non solo in senso “allegorico”, ma anche in senso fisico. Come spiega il professor Paolo Piton, docente di patologia generale all’Università di Ferrara: “In un essere umano adulto ogni giorno muoiono dai 50 ai 100 miliardi di cellule. In un anno la massa delle cellule ricambiate è pari alla massa del corpo stesso. Ma in un organismo, non tutte le cellule hanno la stessa durata di vita: in un corpo umano le cellule della pelle vivono in media 20 giorni, quelle dell’intestino 7 giorni, i globuli rossi 120 giorni, quelli bianchi 2 giorni e le cellule neuronali e muscolari per tutta la vita. […] Ogni giorno si ha quindi un ricambio cellulare perpetuo, con cellule giovani che vanno a sostituire quelle vecchie”.

Ogni traccia di ciò che ero 15 anni fa o più è pressoché svanita, in un ricambio delle parti che ricorda quello della nave di Teseo. Si può dire che io sia la stessa persona? Il Marco dei 4 anni è lo stesso di quello dei 24 anni? Si potrebbe obiettare che, come fa notare il professore, le cellule nervose e cognitive ci accompagnano per tutta la vita. In realtà, però, se ci pensate bene, un organismo è una cooperazione di cellule specializzate che lavorano insieme per un fine comune. Se pensate a un computer forse può essere più semplice capire ciò che intendo. Il PC sul quale sto scrivendo è composto da milioni di celle di memoria, da varie parti, dalla tastiera allo schermo, che lavorano insieme sotto la guida (pessima) di Windows 10. Se io decidessi di installare un altro sistema operativo, per esempio Ubuntu, il mio computer sarebbe formato dalle stesse parti di prima, che collaborano in maniera simile, ma differente rispetto a quanto facevano con il sistema operativo di casa Microsoft. Il mio computer, in quel caso, sarebbe lo stesso di prima? Così i miei neuroni sono connessi da sinapsi che permettono lo scambio di informazioni sotto forma di impulsi elettrici. Gran parte delle sinapsi presenti nel mio cervello all’età di 4 anni sono ormai mutate: alcune sono svanite, altre si sono rinforzate e altre ancora sono invece nate. Se quindi, come ha detto bene Edoardo, la coscienza altro non è che “un modo di reagire agli stimoli esterni determinato, in modo molto prosaico, da una combinazione di sostanze chimiche in varie proporzioni, e dalla presenza di una struttura che ha molto più in comune con la meccanica di quanto non abbia con la concezione cristiana dell’anima”, del mio Io bambino non solo non è rimasto più il corpo, ma nemmeno la coscienza. Sono quindi già morto almeno una volta, senza rendermene conto. Cos’è che fa di me sempre me stesso? Non lo so, Saramago diceva “dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo”. Voi cosa siete?

Fuori garanzia

di Paolo Repetto, dicembre 2017, da sguardistorti n. 01 – gennaio 2018

La settimana scorsa mi sono recato al magazzino di Media Word per far riparare un elettrodomestico in garanzia. Naturalmente non ero riuscito a rintracciare lo scontrino d’acquisto – era già molto che avessi ancora l’elettrodomestico – quindi le speranze di sistemarlo gratis erano decisamente poche. E invece è accaduto il miracolo. Essendo titolare di una tessera, attraverso la matricola sono riusciti a recuperare il giorno d’acquisto e a rifarmi lo scontrino che avvalora la garanzia. Non sono stati veloci come i CSI di New York, che da un ritaglio d’unghia risalgono in trenta secondi all’identità di un assassino, ma insomma, in poco più di un quarto d’ora hanno risolto il problema. Anche perché poi l’elettrodomestico non era guasto: avevo solo attivato contemporaneamente due funzioni incompatibili (si chiedono ancora oggi come ci sia riuscito), mandando in confusione la centralina. Sono uscito comunque contento, perché probabilmente senza garanzia il costo della consulenza sarebbe stato superiore al valore dell’oggetto, acquistato in un’offerta lancio di quelle epocali. Ma ero anche un po’ inquieto, senza capirne il perché. Una volta a casa, e cessato l’effetto della soddisfazione, l’inquietudine è aumentata, mano a mano che ne capivo l’origine. Avevo appena avuto l’ennesima riprova di quanto siamo ormai invischiati nella rete di controllo.

È ancora vivo lo scandalo scoppiato negli USA per le rivelazioni di un militare che ha mostrato come un terzo della popolazione sia soggetto ad un controllo costante e capillare (non so se sia ancora vivo anche il militare). Lo scandalo a mio giudizio sta piuttosto nel fatto che ci si meravigli, che si finga di non averlo mai saputo. In un paese dove senza la carta di credito puoi morire di fame in un supermercato e senza tessera sanitaria puoi crepare dissanguato sui gradini di un ospedale, e dove ogni negozio, da Tiffany alla pizzeria, ti rilascia una tessera a punti, mi sembra difficile non avere il sospetto che la propria vita sia come una vaschetta per pesci rossi, senza il minimo cono d’ombra. E non è certo lo spionaggio governativo quello più efficiente e capillare.

Sto parlando dell’America, ma quel paese è ormai quasi tutto il mondo, compresa l’Italia, sia pure con un leggero ritardo che stiamo velocemente recuperando. Il conto è facile. Siamo sessanta milioni, ma i telefoni portatili in circolazione sono circa ottanta milioni. Lasciando fuori gli infanti, Mirco Marchelli e gli ultracentenari possiamo calcolare che ogni italiano possieda in media un telefonino e mezzo. Ora, il cellulare lascia una traccia ben precisa dei movimenti di chi lo usa, anche quando è spento: è come se ciascuno di noi muovendosi disegnasse una mappa con tanto di coordinate. E non sto parlando del pericolo che vengano intercettate le conversazioni, del quale sinceramente mi importerebbe ben poco, al di là del fatto che continuo a confidare nella approssimazione e nell’incompetenza di chi dovrebbe farlo. Mi riferisco solo al fatto che i movimenti sono tracciati.

In realtà ogni nostra azione produce migliaia di input informativi. Il tom tom, i rilevatori di velocità, le telecamere dei parcheggi e i caselli autostradali raccontano i nostri viaggi, mentre le timbratrici e varie specie di auditel certificano i tempi morti (soprattutto quelli di lavoro). Se paghiamo con la carta di credito rimane traccia di ogni nostro acquisto, e quindi del nostro tenore quantitativo e qualitativo di vita. Se strisciamo le carte fedeltà la mappa si arricchisce e si colora di tutte le nostre preferenze: vengono fuori la dieta, i vizi più o meno innocenti, le debolezze. Se acquistiamo delle medicine o fruiamo di prestazioni mediche, cosa che si può fare solo con la tessera sanitaria, ci sottoponiamo ad un check up ininterrotto, e dichiariamo il nostro stato di salute ad assicuratori, datori di lavoro, consulenti matrimoniali. Tra qualche anno, col sequenziamento del DNA, non avranno più nemmeno bisogno di fare tutta questo fatica. Ma già oggi sono sul mercato dei microprocessori sottocutanei che monitorano costantemente le funzioni vitali e trasmettono i referti ad una centrale di controllo. Tempo qualche anno diverranno obbligatori, come le scatole nere sulle automobili: e con ogni probabilità potranno ricevere anche input in ingresso. Esattamente come previsto cinquant’anni fa da Bruno Bozzetto in Vip, mio fratello superuomo.

Chi è in possesso di questi dati (e sappiamo che praticamente sono disponibili per chiunque, anche quando in teoria sono classificati sensibili e dovrebbero essere tutelati) può incrociarli e ricavarne una radiografia completa della nostra personalità: ad esempio, se siamo conservatori (io vado da trent’anni dallo stesso dentista, dallo stesso parrucchiere e dallo stesso benzinaio, e da cinquanta acquisto solo auto della Fiat) innovatori o gregari, se ci affezioniamo ad un prodotto o cerchiamo la novità, o invece corriamo dietro a ogni offerta. Ma anche senza andare troppo sul sofisticato, i dati più comuni, quelli che compaiono sulla carta d’identità, data di nascita, peso, altezza, stato civile, segni particolari, attivano un’attenzione asfissiante. Dopo la mia visita a Media Word ho cominciato a ricevere per telefono e nella posta elettronica promozioni di stimolatori cerebrali e integratori per la memoria, che vanno ad aggiungersi a quelle di apparecchi acustici e montascale comparse con sempre maggior frequenza dopo il compimento dei sessantacinque anni. Aspetto ora di veder comparire quelle dei pannoloni o delle dentiere.

Questo concerne solo le informazioni che ci vengono carpite più o meno a nostra insaputa. Perché la mecca è invece rappresentata dai social network. Quello che il meccanismo di controllo rileva in modo sommario siamo poi noi a dettagliarlo spontaneamente. Milioni di persone sembrano non aver di meglio da fare che raccontare la loro vita in diretta, candidandosi a ricatti, blandizie e fregature.

Queste cose le sappiamo tutti, ma ci comportiamo tranquillamente come non le sapessimo. E almeno fino ad un certo punto è un atteggiamento comprensibile. In fondo il controllo sociale è sempre esistito: prima delle telecamere c’erano le comari, prima dei social c’erano la piazza e i confessionali. Quanto al tenore di vita e agli acquisti non erano necessarie tessere a punti per renderli visibili. Sono però cambiate le modalità e la forza pervasiva. Il controllo è diventato capillare, non basta più cambiare paese o continente per eluderlo, e allora ci rassegniamo e ci adeguiamo. Eppure, squarci improvvisi di consapevolezza come quello arrivato a me lasciano il segno.

L’inquietudine infatti non se ne è andata. Ho cominciato a innervosirmi per le mail, che continuano ad arrivare malgrado tutti i filtri attivati, a sussultare ogni volta che squilla il telefono, a evitare, se appena possibile, i percorsi autostradali, a pagare solo in contanti. Sto variando anche le abitudini alimentari, per depistare gli invii di degustazioni, e non ho esaurito un buono libri per la Feltrinelli che è lì da mesi e che una volta avrei bruciato in due giorni. Mi sono persino accorto che quando arrivo in un luogo nuovo guardo attorno nervosamente, per individuare eventuali telecamere di sorveglianza. Prima o poi finirò arrestato per atteggiamento sospetto. Insomma, sono stato sfiorato dalla sindrome del complotto, e se non fosse intervenuto qualcosa di nuovo avrei finito per votare cinque stelle.

Per fortuna gli squarci viaggiano a volte anche nella direzione opposta: una cosa banalissima può aprirti ad una angosciante rivelazione, ma una altrettanto banale può aiutarti a reggere quest’ultima e ad ammorbidirla. Così è capitato a me. Ieri sera stavo distrattamente seguendo il telegiornale. Era appena terminata una trasmissione dalla quale avevo appreso che Lenin è morto nel 1951 e che il Danubio sfocia nel mar Baltico, per cui, sapendo che si possono costruire ordigni artigianali con della semplice farina, stavo valutando se fosse il caso di usare o meno il Bimby per miscelarla meglio. Ad un certo punto, dopo la sfilata delle esternazioni di tutto lo schieramento politico, passa la notizia dell’arresto di una gang mafiosa sulla quale le indagini e le intercettazioni erano in corso da cinque anni. Nulla di diverso dal solito, ma nel mio stato di infastidita allerta un campanellino ha squillato. Cinque anni? Con tutti i cellulari, le carte di credito, le tessere-punti che costoro avranno usato, le telecamere in funzione ovunque giorno e notte e i tabulati bancari, i catasti digitalizzati e i controlli incrociati, ci sono voluti cinque anni per incastrare quattro delinquenti che si raccontavano addirittura su Facebook. Ma non era finita. La notizia successiva riguardava un caso di malasanità che se non fosse tragico parrebbe tolto da un film di Totò: ad un malcapitato è stata amputata la gamba sbagliata. Immagino che prima di arrivare sul tavolo operatorio sarà stato sottoposto a decine di esami e radiografie, che la storia della sua gamba malata fosse narrata in centinaia di pagine di referti. Gli hanno tagliata l’altra.

Ho spento il televisore. Ma, cessati l’orrore e lo sgomento iniziali, ho cominciato a combinare tutti quei segnali, grandi e piccoli. Erano indubbiamente allarmanti, eppure su di me hanno avuto un effetto rassicurante. Ho avuto per un attimo perfettamente chiaro il quadro, pauroso ma anche miserabile, della cialtroneria nella quale siamo immersi: e ho realizzato che per quanto capillare sia il controllo e vasta la messe dei dati disponibili, l’imponderabilità dell’agire umano rimane sempre il fattore decisivo. La rete ha delle falle. Ci saranno sempre idioti che per negligenza, per ignoranza, per interesse o per cattiveria pura (esiste anche questa, alla faccia di tutte le teorie sull’origine ambientale dei nostri comportamenti) vanificheranno ogni incrocio di dati, ogni aspettativa di “normalizzazione”. È stato così sempre, e non è affatto scontato che la nuova pervasività del controllo riesca ad eliminare i difetti di funzionamento. In Italia poi, è proprio fuori discussione. È anche vero che gli imbecilli sono di norma funzionali al sistema, che anzi ci campa sopra: ma lo sono fino a quando hanno comportamenti prevedibili, quelli in fondo tollerati o addirittura indotti dal sistema stesso. Se appena vanno un po’ oltre, salta tutto.

Questa, soprattutto per chi è in attesa di essere operato, è una soddisfazione piuttosto magra. È solo però la faccia brutta della medaglia, anche se è l’unica che si vede, come accade per la luna. A volerla immaginare (con una buona dose di fantasia e di ottimismo) ce n’è anche un’altra: se il sistema è vulnerabile dalla non prevedibilità, possono evitare il cablaggio integrale tutti coloro che accettano lo sforzo e la responsabilità di pensare con la propria testa. So che è una tautologia, ma è meno banale di quanto sembri, perché c’è di mezzo lo sforzo, ed è una cosa cui non siamo più molto abituati (soprattutto a quello intellettuale).

Voglio dire, in parole povere, che non basta fare gli strani o gli antagonisti o i barboni per sfuggire alla rete. Bisogna avere in testa una direzione alternativa: ma sia per individuarla che per seguirla occorre dotarsi degli strumenti giusti e di mappe credibili. Al centro di controllo non importa come arrivi dove ti vuol mandare, ma che ci arrivi comunque, e i margini apparenti di libertà che può concederti nella scelta dei modi e dei mezzi sono amplissimi. Il rifiuto, la ribellione e la protesta generiche e generalizzate gli fanno un baffo, sono posizioni assolutamente sterili e spettacolari, buone giusto per l’apertura del telegiornale o per il dibattito che segue. Se ti autoelimini gli risparmi una fatica, se ti spettacolarizzi fai esattamente il suo gioco. Quello che gli crea inciampo è invece l’autonomia di pensiero, e questa la si difende solo attraverso la conoscenza. Parrebbe del tutto scontato, lo avevano capito già duemilacinquecento anni fa i primi filosofi greci, ma oggi, dopo un secolo di sospetti e di attacchi contro ogni forma di sapere razionale e “borghese”, il concetto non va più di moda.

Pensare con sforzo non significa essere un po’ ritardati ma, al contrario, cercare di capire, di indagare, di conoscere con la propria testa, rifiutando le pappe precotte che ci vengono quotidianamente imbandite dalla mensa del sistema, anche (e soprattutto) quelle travestite da ricette alternative o esotiche. E significa poi essere conseguenti con quanto si è capito.

Gli ultimi esami del sangue mi hanno confermato ciò che sospettavo da tempo: non sono allergico a pollini o farine di alcun tipo, ma ad ogni manifestazione di ignoranza. Che è poi un problema, perché questo tipo di allergia non ha una cadenza stagionale e non si può mitigare cambiando alimentazione, ma neppure evitando le autostrade o spegnendo il cellulare. Si può farlo solo adottando una sana e rigida intolleranza nei confronti dell’analfabetismo storico ed etico, della cafonaggine, della becera arroganza degli incompetenti. Naturalmente ciò equivale quasi ad isolarsi o a girare con la mascherina come i giapponesi, perché l’ignoranza non sta nel non conoscere qualcosa, ma nel parlare di cose che non si conoscono: e se un tempo c’era un pudore “intellettuale” che frenava, c’era la paura di dire stupidaggini e di fare delle figuracce, oggi questi tabù sono caduti e tutti viaggiano a ruota libera, fornendo al sistema nuova e crescente energia. Ci sono anche i rischi di effetti collaterali, come in ogni terapia o regime salutistico, e vanno dall’esasperazione del problema alla perdita di elasticità mentale, o alla miopia nell’autovalutazione: ma vale la pena correrli. Non esistono alternative o cure omeopatiche.

Un atteggiamento totalmente conseguente non sposterà il mondo di un millimetro, ma cambierà almeno il mio modo di sentirmi nel mondo. Mi eviterà di perdere tempo con gente che vuole deviare il corso del Danubio e che fa sopravvivere Lenin (in stato semi-vegetativo?) fino al secondo dopoguerra, ma anche, e soprattutto, con chi lo crede vivo ancora oggi, con chi vede complotti massonici e plutogiudaici da ogni parte e con i piazzisti che cercano di vendermi merce politica, culturale, artistica contraffatta. Mentre sto scrivendo queste cose, alla radio (prima rete) sta passando una composizione di Luigi Nono (anno 1964, vendemmia epocale) dedicata al fronte di liberazione vietnamita, considerata tra le sue opere più importanti: gli strumenti sono lastre di rame sfregate con chiodi, immagino arrugginiti, e nastri magnetici, come quelli che avevo io nel Geloso, fatti scorrere manualmente per produrre sibili e scricchiolii. Ci sono anche voci che intervengono a sacramentare in sette o otto lingue diverse in perfetto stile brechtiano, oltre a quella del curatore dell’evento che spiega diligentemente cosa cavolo sta accadendo e perché sia tanto importante. Credo che la cosa andrà avanti per un’ora: non lo so, non mi interessa, perché ho tacitato immediatamente la radio, dicendo tra me e me: “Ma per favore!”

Compiendo questo gesto non sono scomparso dagli schermi radar e non mi sono sottratto alle promozioni e al controllo: ma alla soggezione nei confronti dei falsi idoli del teatrino contemporaneo, a quella si. La prossima mossa però sarà chiudere alla veloce, prima di scoprirmi a mia volta cialtrone e allergico a me stesso. Perché queste incompatibilità non le sistemano nemmeno a Media Word: non rientrano nella garanzia.


Osservazioni sulla morale catodica

di Paolo Repetto, 2008

Non si scappa, anche stasera è televisione. Solo che invece di guardarla ne parleremo, e non so cosa sia peggio. Da parte mia posso solo assicurare che non voglio dispensare prediche o immunizzare alcuno contro la dipendenza: saranno quattro chiacchiere in libertà, come consentito dalla formula di queste conversazioni, anche perché di vaccini siamo già pieni.

Per fingere una parvenza di sistematicità ho comunque concepito questo discorso come un viaggio à rebours, che parte dal monitor, e prima ancora da chi gli sta di fronte, e approda poi all’etere, per campionare quello ci che fluttua e decifrare la filosofia che lo sorregge.

 

Partiamo dunque dallo spettatore, ma immaginandolo in un ruolo rovesciato. Vi siete mai visti in tivù? Certo, non come ospiti a Porta a Porta. Diciamo in immagini rubate durante una scampagnata, in una serata tra amici o magari in un’occasione come questa, che vi hanno comunque sorpresi fuori posa o delle quali addirittura eravate ignari. Bene, se vi è capitato, non raccontate storie: non vi è affatto piaciuto. Peggio: vi siete a stento riconosciuti. Il tizio goffo e disarmonico che vedete muoversi e sentite parlare è una persona diversa da quella che pensate di essere. Non ne riconoscete la voce, e meno che mai i profili, la postura o i movimenti. E dopo la prima sorpresa, e una leggera sensazione di disagio, vi assale terribile la percezione che gli altri vi vedono come apparite lì, e non come credete di essere o di essere visti.

 

Non è lo stesso effetto prodotto dalla fotografia. In genere neanche in fotografia ci si piace, ma c’è sempre un appiglio: non siamo fotogenici, impressioniamo male la pellicola, dovremmo essere ripresi dall’altro lato. Possiamo continuare a pensare di essere diversi, fuori della foto. E persino i vecchi filmini girati in superotto, quelli col cane e con i bambini, suscitavano una sensazione differente: i costi, la laboriosità delle riprese e l’idea che sarebbero rimaste impressionate sulla celluloide condizionavano a priori le scelte dei soggetti e delle inquadrature, imponevano in qualche modo un taglio “artistico”, mentre le immagini traballanti e il rituale stesso della proiezione creavano un effetto retrò, di straniamento. Col video invece non ci sono storie. La conferma viene da tutte le angolature, dalle inquadrature in primo piano o in campo lungo, da dietro o di fianco, e il contesto è realistico: non abbiamo scuse.

 

Sto parlando naturalmente della reazione di persone normali, ovvero di una ristretta minoranza. Esiste poi, certo, una miriade di esibizionisti che si affannano a comparire almeno per un attimo e si prestano a qualsiasi pagliacciata pur di poter dire ad amici e vicini: guardami in tivù. Ma non fanno testo: sono persone che giustamente devono rivedersi in video per avere la prova di esserci, dal momento che hanno la consistenza bidimensionale degli abitanti di Flatlandia; ed è quindi più che naturale che si piacciano.

Perché invece noi non ci piacciamo, anche se poi per una sorta di morboso masochismo torniamo magari a far scorrere più volte le immagini, quasi ad abituarci a vedere quello che gli altri vedono? (è pur vero che ci si affeziona rapidamente a tutto). Credo di poter rispondere che non ci piacciamo perché ci rendiamo conto che quella dimensione ci inscatola e ci appiattisce. Che ci ruba l’anima, come dicevano gli indiani ai primi fotografi del West.

 

Qualcuno comincerà a questo punto a chiedersi cosa c’entra un discorso del genere con il titolo della conversazione, con la “morale catodica”. C’entra eccome. È la più lampante dimostrazione che ciò che ci ritorna dal teleschermo, anche nelle situazioni più banali, noi che camminiamo, che arrampichiamo, che parliamo e ci muoviamo, non è vero. Mi si potrebbe obiettare che semmai è il contrario, che quella è la realtà oggettiva, la realtà che tutti percepiscono, mentre ciò che noi crediamo di conoscere è invece la nostra realtà soggettiva. Ma non è affatto così. Quelle immagini stanno a noi come il Bignami sta ai Promessi Sposi, o una lastra radiografica a Scarlet Johansonn. Ci ossificano, ci liofilizzano, ci imprigionano come pesci rossi in una vaschetta, cancellando dalla nostra storia ogni significato che non sia l’apparire. E a differenza delle immagini fotografiche, che fissano degli attimi come gli entomologi facevano con le farfalle, e che dichiarano lealmente il loro valore collezionistico, ciò che scorre sul video ci inganna perché pretende di essere accettato come realtà, anzi, come l’unica realtà. Dobbiamo sempre tenerlo presente, quando parliamo di televisione: così come scopriamo falsa la nostra immagine, sarà certamente falsato anche tutto il resto.

 

Detto dello spettatore, anzi, del telespettatore, passiamo al nostro oggetto d’indagine. Una filippica antitelevisiva oggi può sembrare addirittura patetica, perché contro la televisione è già stato detto tutto da parte di tutti. Ma credo sia proprio questo il problema: a conti fatti si è creata una sorta di assuefazione al negativo, che ci fa dire infastiditi “lo sappiamo già, lo abbiamo già sentito”, e tirare dritti, senza più nemmeno la capacità di indignarci. Anzi, viene esibito come segno di anticonformismo un ironico compiacimento del trash, la frequentazione di telenovelas o dei contenitori quotidiani di gossip e di “approfondimento”. Tendiamo a fingere che ormai la televisione sia innocua, e che in dosaggi contenuti se ne possa fare un uso non pericoloso, anzi, divertito e superiore, che non ingenera dipendenza. Oppure ad accettare l’idea che l’evoluzione culturale l’abbia resa parte del nostro corredo genetico, insieme a quegli altri aspetti della “seconda” natura che abbiamo creato negli ultimi due secoli e in mezzo ai quali ci muoviamo sempre meno consapevoli di vivere nell’artificio. Questo atteggiamento ci frega: impegnati a difenderci da altri distrattori, telefonini multifunzionali, I-pad, ecc…, che ci stanno traghettando alla terza natura, quella virtuale, diamo per scontato che la televisione sia ormai un nemico impotente, relegato in secondo piano da pericoli ben più urgenti. Dimentichiamo che gli schermi televisivi si sono moltiplicati nelle case come metastasi, regnano in ogni camera, cucina, salotto, sala da bagno, sempre più grandi, sempre più rimpiattati contro le pareti, sempre accesi, trasformati da suppellettile d’arredo in elemento di struttura. E che il novanta per cento delle persone il mattino, prima di uscire, non guarda fuori dalla finestra ma si sintonizza sulle meteo-rubriche televisive.

 

La televisione ruba davvero l’anima, oltre che il cervello, e lo fa in cento maniere diverse. Lo fa sia come strumento che come contenitore. Lo fa perché è televisione e lo fa perché propone merce falsa. Provo dunque a mettere in fila una serie di considerazioni, senza alcuna pretesa di arrivare a tracciare un quadro esauriente. Non un vaccino, ma almeno un richiamo.

Cominciamo intanto col chiederci se la televisione è un mezzo neutro. Poniamoci la stessa domanda che per la scienza: è negativa in sé, o lo è solo per il cattivo uso che se fa? Si può quindi fare, in seconda battuta, una distinzione tra programmi televisivi decisamente demenziali e programmi intelligenti? Ovvero, per dirla tutta, è compatibile una forma positiva di intelligenza con la televisione?

 

Partiamo dallo strumento. Ovviamente, la mia risposta alla prima domanda è no. Ritengo che la televisione sia già negativa in sé, come puro e semplice medium. Per i seguenti motivi:

  1. Le modalità stesse della fruizione inducono nello spettatore, quali che siano i contenuti, un atteggiamento totalmente passivo e disarmato. La passività è totale perché vengono impegnati nella ricezione entrambi i sensi ai quali affidiamo normalmente la maggior parte della nostra esperienza conoscitiva. A differenza della radio, che ne lascia libero almeno uno, e della lettura, nella quale la vista non è trascinata a rincorrere immagini in movimento, e siamo noi a decidere le pause, le sospensioni, gli eventuali “riavvolgimenti” e ritorni sul testo, la televisione “occupa” per intero i nostri ricettori. Allo stesso tempo non è avvolgente come il cinematografo, che con l’ausilio del grande schermo, del buio in sala, della sacralità del silenzio e degli effetti speciali (cinerama, sensorround, occhiali per la visione tridimensionale, profumi, ecc…) può arrivare a coinvolgerli tutti e cinque (se ci mettiamo anche il gusto del popcorn): ma paradossalmente è molto più subdola. In una sala cinematografica si è “avvolti” dalle immagini che scorrono sullo schermo, e il buio e l’auspicabile assenza di distrazioni rendono unico quel mondo al quale, se il film è appena decente, consapevolmente ci consegniamo. Ma appunto, siamo consapevoli di farlo. Abbiamo scelto per un’ora e mezza di cavalcare, di sparare, di amare per interposta persona, abbiamo pagato un biglietto per farlo, per evadere dalla realtà per una frazione del nostro tempo. Sappiamo di vivere per quel tempo in un altro mondo, aiutati anche dal fatto che siamo usciti di casa e siamo entrati in uno spazio “consacrato” all’evasione. Quando lo spettacolo finisce ci togliamo il cinturone e rientriamo in noi stessi (insomma, quasi sempre e quasi tutti).
    La fruizione televisiva è invece una fruizione domestica e distratta: il mondo passa dentro uno schermo ridotto, che rimpicciolisce la realtà, allontanandola spazialmente, e che può coesistere con la caffettiera che soffia, col telefono che squilla, con lo sciacquone del bagno, con i vicini che litigano. Ciò che passa lì sopra rimane confinato in una dimensione “quotidiana”, per quanto drammatico sia il reportage, avvincente il serial poliziesco o struggente il documentario sulle foreste canadesi. Si pone come un mondo che interagisce con quello della nostra casa, con i suoi odori e rumori e con le sue distrazioni: e che si insinua, sino ad essere inconsapevolmente recepito come un ospite e un interlocutore, quasi fosse la suocera o il cognato scapolo. Lo si lascia distrattamente parlare, scorrere, qualche volta si reagisce con moccoli o commenti, si perde la consapevolezza della sua “alterità”, della sua virtualità. È un altro, ma un altro che ti entra in casa e non si schioda più, un ospite che ti parassita come il verme solitario.
  2. La televisione induce comunque una dispersione disordinata dell’interesse, che sul lungo periodo diventa indifferenza. I contenuti sono spalmati in mezzo ad una sequela di altri e tutto diventa pappina. Anche nei canali tematici vengono proposte cose assolutamente disomogenee tra loro (penso ad esempio ai canali dedicati alla storia, nei quali un documentario sul fascismo succede ad uno dedicato ai Maia e ne precede uno sui Templari), perché è necessario che l’offerta sia molto diversificata. Il livello di approfondimento, per bene che vada, è comunque superficiale, non produce memorizzazione, confronto e riflessione critica. La profondità è sacrificata all’ampiezza e alla velocità.
  3. La televisione attiva una memoria visiva legata all’immagine, e non al concetto. L’immagine viene assorbita e archiviata, e nel migliore dei casi, quando un qualsivoglia concetto le è sotteso, instaura con esso un legame forte: ma questo significa appunto che lo vincola a sé. Quello che non viene mai fuori è il concetto puro, applicabile ad altre immagini, che viene elaborato dalla mente quando la ricezione avviene per altre vie (attraverso le immagini statiche, ad esempio). In sostanza, proprio per quell’occupazione totale dei sensi di cui si parlava sopra, non induce all’astrazione.

Sin qui abbiamo però parlato di caratteristiche che in varia misura sono proprie anche di altri media (riproduttori, internet, ecc…). È un discorso che riguarda più il passaggio ad una particolare modalità di cultura visiva che lo specifico della televisione. È materia per semiologi, più che per due note in libertà.

Veniamo invece a quella che è la realtà della programmazione televisiva, della quale potrà anche importarci un fico secco, se non ne siamo fruitori, ma che non possiamo comunque ignorare, perché di essa si nutre la stragrande maggioranza della popolazione. Chiediamoci dunque cosa vedono i nostri vicini di casa (la risposta non è difficile, stante in genere il livello dell’audio), evitando di proposito di fare distinzione tra reti pubbliche e private, perché in sostanza le differenze sono minime e il discorso si sposterebbe su un piano di meschinità politica che non mi interessa.

Ad andare per la maggiore, di questi tempi, sono i programmi gastronomici. Dovrebbero testimoniare la riscoperta dei valori primari, fondamentali, nella fattispecie quello del gusto, inteso come senso e non come sensibilità, da coltivare in tempi di crisi in luogo di quelli prettamente voluttuari. Solo che quando la crisi si fa nera, e la proposta non è quella delle patate bollite, diventa di per sé una sorta di schiaffo alla povertà. E anche quando la crisi non è così nera, i messaggi trasmessi sono comunque in contraddizione costante con quelli salutisti e igienisti, con le campagne contro l’obesità dai quali siamo costantemente bombardati. La contraddizione riguarda però anche altri aspetti: per tre quarti della giornata la televisione ci propina l’immagine dominante, modello “libera, bella e snella”, declinata anche al maschile, per l’altro quarto ci sono donne e uomini chini costantemente sui fornelli, generalmente di taglia forte, impegnati in preparazioni complicatissime. Quasi a dire: se non sei bella e snella, impara almeno a cucinare, e sfogati con sane abbuffate. Davvero liberatorio.

La parte del leone, quanto a tempi di programmazione, la fanno però ancora i contenitori-salotto. Sono programmi a basso costo (ma comunque di gran lunga superiore al valore), per i quali vengono raccattati figli di attori e di cantanti, ospiti di professione, vallette per un giorno, ex brigatisti ed ex protagonisti di reality, astrologi e tuttologi rigorosamente omosex, e nei quali si pepineggia per ore dissertando di delitti insoluti, psicologia criminale, maternità eccellenti e paternità incerte, preti pedofili e papi che pagano l’albergo (ma non le tasse); il tutto in un’atmosfera che gronda partecipazione accorata e amarcord, in un circuito autoreferenziale che fagocita e include chiunque abbia goduto di un qualsiasi passaggio televisivo, fosse anche per aver sgozzato i figli, e sia stato così immatricolato nel mondo virtuale. Assenti illustri, naturalmente, l’intelligenza e l’ironia.

Che morale ci propongono i contenitori? Primo: siamo una grande famiglia, e in famiglia si deve discutere di tutto, partecipare di tutto, fare gossip sui vicini di casa o sui parenti, ma mai parlare di cose concrete come il lavoro (a meno di inscenare brevi sceneggiate con disoccupati che si capisce subito perché siano tali) o come la scuola (a meno che non ci sia stato un attentato, o non sia disponibile il solito ripugnante filmato postato su internet da un branco di mentecatti). Secondo: non c’è alcuna differenza, alcuna gerarchia di gravità e di rilevanza (e infatti i toni sono sempre gli stessi) tra un omicidio brutale e la scomparsa del gatto della cantante, tra un premio Nobel magari catturato a tradimento e lo stilista gay che si consegna del tutto spontaneamente alla telecamera, tra una raccolta di fondi per la lotta al cancro e quella di firme contro il terzo bottone della giacca. Tutto diventa, come avrebbe detto Jerome, un minestrone olandese. Terzo: nulla ha senso se non riceve l’unzione televisiva. Esiste una realtà ed una sola, ed è quella inquadrata, appiattita, filtrata, ritinta, ritoccata o addirittura rifatta dalla televisione.

Quel che resta del giorno (e della notte) se lo spartiscono in ordine sparso i serial americani, tedeschi e francesi, gli improbabili poliziotti, carabinieri, finanzieri o forestali italiani, le rubriche sportive, i talk dedicati all’informazione e al dibattito politico e quelli giocati sui “personaggi” che vanno a far marchette per i loro libri o i loro film, i patetici telecabaret e le trasmissioni più o meno serie di contro-informazione.

Partiamo proprio da queste ultime. Di norma a condurle sono dei dementi che girano per strada conciati proprio come tali, indossando tute fosforescenti e sturacessi a mo’ di papaline, e che ficcano i loro microfoni in bocca ai politici per coglierli in contraddizione. Se una speranza può ancora nutrire la classe politica italiana è quella di essere perseguitata da simili inquisitori, al cui confronto persino Bondi sembra sprizzare un qualche barlume di intelligenza. Il messaggio è: la salvezza, l’aiuto, la difesa arrivano dalla tivù. Per raddrizzare i torti non è più necessario (anzi, il sottinteso è che sia del tutto inutile) rivolgersi alla magistratura, a una qualsiasi autorità o a un santo: la giustizia la porta il Gadano, lo strumento è la gogna mediatica. Che poi lo sputtanamento televisivo possa essere orientato, magari da chi le televisioni le possiede, non ha alcuna importanza: perché l’altro messaggio, quello più importante e più sottile, è che comunque tutto è spettacolo e recita, e che è meglio farsi quattro risate che incavolarsi. Le inchieste naturalmente sono sommarie, condotte con uno stile incalzante che tiene i tempi dello spettacolo e non consente repliche: delle quali peraltro, o di come stiano veramente le cose, una volta fatto lo scoop non importa più niente a nessuno.

Ci sono, è vero, anche rubriche d’indagine serie, che mettono a nudo un’incredibile sequela di malaffari. Ma è proprio la quantità, in questo caso, a sortire un effetto di straniamento. Non si ha il tempo di indignarsi per una porcheria, di intravvederne i contorni e le conseguenze, che già ne viene servita un’altra, e si è forzati a distogliere l’attenzione dalla prima. Alla fine non si riesce più a tenere il passo: si lascia mestamente che ci scorrano sopra, rassegnati a vivere in un paese dove come si posa piede si calpestano degli escrementi.

E a questo proposito, veniamo ai dibattiti politici. Il dibattito è per tradizione un confronto d’idee. Dove idee non ce ne sono, dove stanti i protagonisti non è nemmeno pensabile che l’intelligenza e il buon gusto possano trovare una qualche ospitalità, è naturale che scada a caciara. Il fatto grave è però che la caciara non nasce da una degenerazione del dibattito, ma ne è una modalità nuova e già consacrata, eletta a metodo e insegnata nei seminari per comunicazione manageriale. Non consentire all’interlocutore di esporre le proprie idee, dargli sulla voce, ripetendo ossessivamente le stesse domande, risposte o accuse mentre l’altro parla, e quindi non ascoltarlo ostentatamente, sembrano i modi dello scemo del paese di quando eravamo ragazzini, e invece sono vere e proprie tecniche insegnate da trainer specializzati e assorbite con estrema facilità ed evidente profitto dai nostri politici e dal loro variopinto corteggio di scagnozzi e gazzettieri. Il risultato è uno spettacolo indegno, una squallida lezione di cretinismo e di prepotenza maleducata, il cui potere diseducativo è tale da minacciare in pochi anni secoli di affinamento delle buone maniere e di allenamento al civismo. Qui il messaggio è più esplicito ancora che negli altri casi. Non importa quello che dici, ma il tono di voce che usi: nessuno ti ascolta per capire, vogliono solo veder correre il sangue nell’arena. Le idee hanno lasciato il posto all’immagine, e l’immagine colpisce solo se truculenta.

Il dibattito politico televisivo riassume quindi in sé, e moltiplica in maniera esponenziale, tutta quanta la morale catodica. Non è nemmeno il caso a questo punto di prendere in considerazione anche i serial polizieschi o le rubriche sportive, che trasmettono solo la loro parte del messaggio. È già compreso tutto lì, nella maleducazione, nella violenza, nel protagonismo di ospiti e conduttori, nella sensazione continua che si tratti solo di un teatrino; è nell’autoreferenzialità assoluta di una classe politico-giornalistica che guarda alla “gente”, a quelli che stanno fuori dello studio, con condiscendenza paternalistica o con democratica degnazione, e che vede solo quelli che si assiepano attorno all’inviato, a mendicare una inquadratura e a delegittimare anche la migliore delle cause dandola in pasto alle telecamere. Tanto da convincersi che non esista altro che il “pubblico”, la massa amorfa, stupida e influenzabile degli spettatori, e che solo di esso vada tenuto conto.

Forse dal suo punto di vista la variegata lobby televisiva ha anche ragione: ma questo non fa che confermare quanto era implicito nella terza delle domande che avevo posto, anzi, a dire il vero già anche nelle prime due. E cioè che nessuna forma di intelligenza libera (ma l’aggettivo è pleonastico, perché la vera intelligenza non può che essere libera) è compatibile con la televisione.

Questo ci conduce finalmente al nocciolo della nostra conversazione, ad un tema che ho sinora volutamente lasciato da parte, anche se è legato al discorso sulla televisione, perché ci porta molto più in là. Mi scuserete quindi se la prenderò un po’ larga.

Parlavo di intelligenza. Ora, l’intelligenza umana è strettamente connessa allo sviluppo del linguaggio: evolvendo da una funzione puramente denotativa ad una comunicativa il linguaggio ci ha portati a cogliere il mondo all’interno di una logica spazio-temporale, a darne una lettura causale e consequenziale; presiede quindi sia alla nascita della tecnica che a quella della socialità, oltre che a quella della coscienza. Noi siamo animali tecnologici e politici perché pensiamo e comunichiamo nei termini di un linguaggio simbolico e complesso. Il tema dell’origine dell’intelligenza è tanto affascinante quanto controverso, perché ha sotteso l’irresolubile quesito se venga prima l’uovo o la gallina, ovvero quali abilità favoriscano l’insorgere di altre: ma non conviene spingerci oltre. Per il nostro discorso direi che possiamo prescindere dalle precedenze e badare invece ai risultati. Di certo c’è che l’acquisizione di una competenza comunicativa così eccezionalmente ricca ha segnato il discrimine netto tra noi e gli altri primati, e che quindi va prestata molta attenzione agli effetti di qualsivoglia azione, conclamata o sotterranea, guidata o apparentemente “spontanea”, che vada a concernere il linguaggio; ivi comprese appunto le ricadute della modalità di comunicazione televisiva .

In 1984 Orwell descrive una società nella quale la televisione (che pure nel 1948, quando il romanzo apparve, esisteva solo a livello sperimentale) è lo strumento fondamentale per la creazione del consenso e per l’esercizio del potere. Essa viene utilizzata da un lato per effettuare un vero e proprio martellamento propagandistico, dall’altro per garantire al regime un controllo capillare e invasivo dei comportamenti privati, dal momento che i monitor piazzati in ogni casa e in ogni ufficio funzionano in entrambe le direzioni, in entrata e in uscita, come schermi e come telecamere. Direi che è un quadro abbastanza prossimo a quello della realtà odierna: le telecamere sono ormai quasi onnipresenti negli spazi pubblici, per quelli privati provvedono i social network, face book e lo streaming alla messa in piazza volontaria. Tra l’altro, con esiti molto più soddisfacenti di quelli che si potrebbero ottenere attraverso la coazione.

La propaganda si basa sull’uso sistematico della menzogna, non solo in funzione del presente, ma esteso retroattivamente anche al passato: quindi su una riscrittura, peraltro sempre rinnovata, della storia, che viene piegata di volta in volta alle esigenze politiche del momento. Uno slogan del partito unico al potere recita: “La menzogna diventa verità e passa alla storia”, il che purtroppo è stato vero quasi sempre, anche prima dell’avvento dei regimi totalitari, lo è oggi quanto mai ed ha il suo perfetto corollario in “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”.

Per ottenere questo risultato alla martellante campagna televisiva si accompagna una riforma radicale del linguaggio (la costruzione della neo-lingua); quest’ultimo da un lato viene ridotto all’essenziale, dall’altro è privato di significato, attraverso un totale stravolgimento (sulla facciata del Ministero della Verità di Oceania, uno dei tre megastati che si spartiscono il mondo, campeggiano le scritte la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza). È un’operazione articolata e complessa, per la quale il regime si avvale di numerosi “filologi”. Uno di questi spiega a Winston, il protagonista: “Guarda che noi non inventiamo parole nuove. Noi le parole le distruggiamo, a dozzine, a centinaia. Giorno per giorno stiamo riducendo il linguaggio all’osso”.

Orwell dimostra di aver capito perfettamente, vent’anni prima di McLuhan e di Pasolini, come funziona il meccanismo della colonizzazione televisiva: in fondo ha già visto lo stesso meccanismo operare tra le due guerre, nei regimi totalitari, attraverso la radio, il cinema e i manifesti. L’applicazione televisiva ne moltiplica ora le potenzialità di condizionamento e favorisce ulteriormente le derive demagogiche, anche nei regimi “democratici”. Ma Orwell va poi ancor più in profondità, perché sottolinea la fondamentale importanza del controllo del linguaggio, e soprattutto le conseguenze del suo impoverimento.

La distruzione del linguaggio è stata da sempre la premessa per ogni “rifondazione” politica e morale. E il primo atto di distruzione del linguaggio è costituito dall’eliminazione fisica dei supporti, dei documenti o addirittura dei testimoni viventi che possono perpetuarlo. Ogni regime dispotico o totalitario ha provveduto in qualche modo ad accendere roghi di libri. Tre secoli prima di Cristo l’imperatore Qin Shi Huang, per liquidare ogni possibile contestazione alla legittimità della sua investitura, ordinò la bruciatura dei libri e la sepoltura degli eruditi. Non era un’espressione metaforica: quasi mezzo migliaio di intellettuali furono allegramente sepolti vivi. Da allora i falò letterari non si contano, a partire dall’incendio della biblioteca di Alessandria sino ad arrivare alla distruzione di quella di Sarajevo, passando per roghi cristiani e musulmani, sovietici e nazisti e ancora cinesi, durante la rivoluzione culturale: ed anche gli intellettuali non hanno avuto di che stare allegri. Il rogo dei libri significa fare piazza pulita del passato, cancellare la memoria, per poter edificare un nuovo ordine il cui controllo parte proprio dal controllo dalla parola. Ma mentre in passato (e in un passato nemmeno troppo lontano) i libri venivano bruciati fisicamente, oggi questo non è più necessario: possono essere resi obsoleti con tecniche più “morbide”, e la più dolce e letale è proprio l’impoverimento della sostanza di cui sono fatti.

Ad accendere i moderni roghi virtuali ha contribuito significativamente proprio la cultura italiana. Marinetti e i Futuristi sono stati tra i primi sperimentatori dell’attacco al linguaggio come bordata d’approccio per destrutturare la democrazia. Se non avete presente il Manifesto Tecnico della letteratura futurista vi rinfresco la memoria: “Bisogna distruggere la sintassi … Si deve abolire l’aggettivo … L’aggettivo avendo in sé un carattere di sfumatura, è inconcepibile con la nostra visione dinamica, poiché suppone una sosta, una meditazione. … Si deve abolire l’avverbio … Bisogna dunque sopprimere il come, il quale, il così, il simile a. …. Abolire anche la punteggiatura …  Si deve usare il verbo all’infinito … bisogna fondere direttamente l’oggetto coll’immagine che esso evoca”.

Orwell avrebbe potuto benissimo copiare di qui il manuale operativo dei filologi del Ministero della Verità. E forse almeno in parte lo ha fatto. Via gli avverbi, i modi verbali, gli articoli, gli aggettivi, via tutto quello che consente la complessità, le sfumature, l’arricchimento concettuale. Solo parole-immagine, parole-rumore. Ora, la riduzione del linguaggio a mimesi onomatopeica, a suono denotativo anziché a concetto connotativo, rappresenta un salto indietro di ere, non di secoli: e questo salto è stato davvero compiuto, in pochi decenni. Al di là degli aspetti puramente provocatori e delle sparate futuriste, ciò che ha preso l’avvio in quell’attacco è proprio la riduzione della comunicazione a slogan, dei concetti a puri loghi che rimandano meccanicamente a contenuti elementari prestampati nella memoria. I risultati che Marinetti auspicava sono esattamente gli stessi cui punta il Grande Fratello: “Poeti futuristi! lo vi ho insegnato a odiare le biblioteche e i musei, per prepararvi a odiare l’intelligenza, noi prepariamo la creazione dell’uomo meccanico dalle parti cambiabili. Noi lo libereremo dall’idea della morte, e quindi dalla morte stessa, suprema definizione dell’intelligenza logica”. Non si sta parlando di biomeccanica, di cyborg indistruttibili come Terminator: le parti cambiabili sono le schede linguistico-concettuali inserite nel cervello. E la liberazione dalla morte altro non è che la cancellazione dell’idea di futuro, quindi di ogni possibilità e responsabilità di scelta tra diverse prospettive, a favore di un eterno presente per il quale siamo “liberati” da qualsiasi angoscia decisionale.

Così funzionano i roghi linguistici. Nei nuovi linguaggi, siano quello futurista o quello di Oceania, i termini sono impoveriti sino ad un significato unico, preciso, secco, che non lasci spazio a sfumature interpretative, che elimini qualsiasi complessità. In questo modo diventa impossibile concepire un pensiero critico individuale: ogni termine “marchia” un significato, evoca una sola immagine, rimanda ad un unico concetto, e quindi ad un’unica realtà possibile. Un linguaggio povero non consente né dialogo né dibattito: non serve a cercare la verità, perché la verità è già implicita nel significato univoco delle parole. Il discorso si rattrappisce a slogan.

Ed è qui che torna in scena, e diventa protagonista, la televisione. La televisione eredita un ruolo che solo entro certi limiti poteva essere affidato alla carta stampata (quest’ultima possiede degli anticorpi che la rendono parzialmente immune), che solo fino ad un certo punto poteva essere interpretato dalla radio e dal cinema, e che ora trova invece l’applicazione più efficace. Il paradosso è che in un primo momento la televisione era sembrata coprire un ruolo radicalmente diverso, di alfabetizzazione delle masse (si pensi a “Non è mai troppo tardi”, al maestro Manzi): in realtà quello era una sorta di corso accelerato per far uscire le masse dall’uso del solo dialetto, per abituarle a recepire un linguaggio più universale, nel quale possono essere diffusi, semplificandoli al massimo, i messaggi promozionali dell’economia e quelli propagandistici della politica. Quindi la televisione ha svolto un duplice mandato, di svezzamento preliminare, nel senso della omogeneizzazione linguistica, e di successiva omologazione, nel senso della “semplificazione all’osso” del linguaggio.

Nell’odierna era digitale, nella quale il definitivo predominio delle immagini sulla parola ha reso obsoleta anche l’alfabetizzazione (tanto che si assiste, dopo aver toccato il traguardo dell’alfabetizzazione di massa, ad un prepotente avanzare dell’analfabetismo di ritorno), la televisione ha i requisiti perfetti per assolvere al ruolo che Orwell assegnava ancora ai “filologi” (e già il definire così coloro che hanno il compito di distruggere il logos è ironicamente significativo) impegnati a riformare il vocabolario. Di per sé, come mezzo che ambisce ad una utenza indiscriminata e la più larga possibile, abbiamo già visto che non può che adottare una semplificazione massima del linguaggio. Per il suo crescente uso “commerciale”, connesso all’enorme potere di persuasione e di spinta al consumo che ha dimostrato di possedere, e per la conseguente necessità di favorire una identificazione del pubblico con i “testimoni” dei prodotti, porta in video un numero sempre più grande di partecipanti con scarsissime competenze linguistiche. Infine, come strumento che esige un apparato di produzione e di diffusione estremamente complesso e costoso, e quindi grosse disponibilità finanziarie, finisce per essere gestito esclusivamente da gruppi di potere o da privati che possono arrischiare investimenti sul lungo periodo, e che lo utilizzano a salvaguardia o a supporto dei loro interessi (come è clamorosamente evidente nel caso italiano), secondo un progetto articolato di persuasione e di distrazione.

Non c’è dunque più alcun bisogno dei plotoni d’esecuzione filologici immaginati da Orwell: sono sufficienti i calciatori, gli allenatori, i cantanti e gli altri saltimbanchi di passaggio che rispondono sempre alle stesse domande, sempre egualmente cretine, con le stesse formulette standardizzate; i politici che liquidano ogni contraddittorio con un vaffa o con gli insulti, e che mutuano la terminologia sportiva per farsi meglio capire “dalla gente”; i conduttori specialisti nell’aiutino e quelli che riducono la polivalenza semantica, l’espressione più raffinata del gioco linguistico, a beceri doppi sensi; i cuochi e gli stilisti che affettano un linguaggio specialistico dal quale è abolito ogni congiuntivo, ecc… Si badi che l’abolizione del congiuntivo non denuncia solo difficoltà nell’apprendimento e nella coniugazione dei verbi: è significativa della estrema semplificazione nella visione del mondo, per cui le cose sono (anche se poi sono solo virtuali) o non sono: ciò che esclude ogni dimensione della possibilità, o della auspicabilità. Esclude l’idea che le cose sono ma potrebbero essere anche in altro modo, e forse varrebbe la pena di sforzarsi per cambiarle: esclude il sogno utopico, quello che spinge a cercare di cambiare, per fare posto invece alla realtà virtuale, che è quella che ti neutralizza, dandoti l’impressione di vivere già l’utopia realizzata.

Per colmo di paradosso la semplificazione linguistica viene gabellata come processo di democratizzazione: ed è stata interpretata come tale (e continua ad esserlo tutt’oggi) anche da una parte del pensiero “progressista”, in base all’argomento che la “complicazione” alza una di barriera contro la possibilità di capire, e quindi anche contro lo smascheramento dei trucchi del potere. L’argomentazione è senz’altro corretta se si pensa al burocratese, a certi linguaggi tecnici o a idiomi elitari utilizzati per alzare altre barriere, quelle di classe (un caso storicamente esemplare è quello dell’uso “politico” del latino da parte degli umanisti quattrocenteschi, per tenere lontana dalle cariche pubbliche la borghesia mercantile): ma è vero il contrario se a crescere non è la complicazione, ma la complessità.

Noi siamo in presenza appunto non di uno snellimento delle complicazioni ma di un attacco portato alla complessità. La semplificazione in atto, che passa attraverso l’adozione di un linguaggio stereotipato e modulare, va in direzione esattamente opposta a quella di uno sviluppo o di una manutenzione del pensiero e della conoscenza. Sfoltisce i termini, perché questo ne facilita il controllo, e ad ognuno di essi attribuisce un valore univoco: ciò che riduce il lavoro del pensiero ad un automatismo di riconoscimento, di accettazione e di incolonnamento dei significati attribuiti da chi ha in mano il potere.

Questa semplificazione prelude quindi alla riscrittura della realtà e della storia. Nel mondo di Orwell “tutti i documenti sono stati distrutti o falsificati, tutti i libri riscritti, tutti i quadri dipinti da capo, tutte le statue, le strade e gli edifici cambiati di nome, tutte le date alterate, e questo processo è ancora in corso, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. La storia si è fermata. Non esiste altro che un eterno presente nel quale il Partito ha sempre ragione”. E allo stesso modo le nuove opere d’ingegno, poesie, saggi e romanzi sono “prodotti” realizzati automaticamente da sofisticati macchinari elettromeccanici (i versificatori), né più né meno che odierni computer, che agiscono sulla base della composizione modulare predefinita.

 

Le cose vanno esattamente allo stesso modo nel nostro mondo. Se non si bruciano i libri si imputano però al “peso” materiale della cultura le scogliosi che deformano giovani schiene ineducate a qualsiasi corretta postura, e si auspica quindi (o si impone) la loro sostituzione con supporti digitali portatili (tablet e compagnia). Ora, il passaggio da un supporto “rigido” ad uno “aperto”, sia quest’ultimo un monitor o un video o un display o quel che cavolo si vuole, ha delle profondissime implicazioni psicologiche. Sulla carta le parole sono impresse, rimangono lì, sotto la piena responsabilità di chi le ha scritte: su un monitor sono di passaggio, convivono e si confondono con mille altre cose, o addirittura possono essere modificate, riscritte, falsificate Quando lo stesso supporto mi dà accesso tanto a Guerra e pace che al gossip di Chi?, e mi offre la possibilità di passare dall’uno all’altro in una frazione di secondo, qualsiasi contenuto diventa volatile, leggero e intercambiabile. E questo è solo un aspetto del problema, ma è fondamentale, perché attiene al peso specifico delle parole.

Le parole sono pietre recita il titolo di un libro di Carlo Levi, e fino a quando si ha questa coscienza, a meno di essere degli idioti o dei criminali, si fa attenzione al loro uso. Si cerca di farle corrispondere a dei concetti, a delle idee, a delle cose. Ma se si pensa che l’una valga l’altra, e che i versi de l’Infinito non siano qualcosa di diverso dai testi dell’ultimo rapper di tendenza, visto che scorrono sullo stesso supporto, il peso va a farsi benedire e le parole possono essere gettate per aria senza farsi troppi problemi. Non ti ricadranno in testa e, quand’anche lo facessero, sganciate dalle idee saranno piume, potranno essere smentite, rivoltate, stravolte ad altri significati, utilizzate comunque in funzione di un effetto immediatamente spettacolare, al fine di segnare un punto nei confronti di un competitore o del pubblico. Che è esattamente ciò che accade in televisione.

E anche, purtroppo, in libreria. Perché a dispetto di tutto i libri ancora si moltiplicano, ma sempre più appunto come prodotto volatile, di consumo veloce e di peso culturale insignificante: hanno le loro fiere, le loro campagne promozionali con lo sconto, come qualsiasi prodotto, dai tartufi alla carta igienica, ed hanno naturalmente la scadenza: come gli alimentari, sono destinati ad una brevissima permanenza sugli scaffali. E non è nemmeno più importante, visto il basso tenore proteico, che siano almeno insaporiti da una forma corretta e lessicalmente ricca, che gli ingredienti siano genuini, perché il loro apporto nutritivo nei confronti della forma corrente della comunicazione è pari a zero.

 

La comunicazione passa oggi attraverso le “reti sociali”. Facebook vanta oltre un miliardo di utenti, Twitter pochi meno. La prima gioca fondamentalmente sulle immagini, la seconda concede al pensiero un massimo di centoquaranta caratteri, l’equivalente esatto di due righe di questa pagina. È una misura che i “filologi” di Oceania avrebbero considerata perfetta. L’impossibilità eretta a norma di formulare una qualsiasi riflessione compiuta avrebbe persino reso superfluo il lavoro della psicopolizia.

E infatti. Nella nostra realtà essa ha rappresentato un vero invito a nozze per gli idioti, visto che a trarre il maggiore vantaggio dall’icasticità sono gli insulti. Un’enorme massa di minorati mentali, quella che per motivi tecnici non poteva essere accolta in video e che sino a ieri era frenata almeno dal timore per una certa sacralità della parola, ha scardinato le porte di Gog e Magog e si è riversata in rete, inverando tutte le peggiori profezie.

 

Non sto esagerando, e non sono in depressione da andropausa. Patisco solo una memoria ipertesa. Marinetti nel suo Manifesto proclamava “L’uomo completamente avariato dalla biblioteca e dal museo, sottoposto a una logica e ad una saggezza spaventose, non offre assolutamente più interesse alcuno” e subito dopo aggiungeva: “Dunque, dobbiamo abolirlo nella letteratura, e sostituirlo finalmente colla materia”. Fu preso sin troppo alla lettera. Nel maggio del 1933 il via ai roghi dei libri che illuminarono sinistramente le piazze tedesche venne dato per radio da queste parole di Hitler: “La democrazia fa schifo. La libertà fa schifo. La libertà d’opinione fa schifo”. Qualche anno dopo altri roghi, quelli dei cadaveri degli uomini avariati gettati nei forni crematori, portavano a compimento l’operazione.

 

Mi ero ripromesso di non ammannire prediche: non ce l’ho fatta, e me ne scuso, ma è più forte di me. Sono uno dei pochissimi italiani che ammirano Savonarola (e dei pochi che lo conoscono). La verità è che sono seriamente preoccupato. Recentemente, dopo cinque giorni di silenzio ho inviato dall’estero a mia figlia un messaggio, chiedendole: “Allora, come stai?” Ha risposto: “bn”.

Non è un refuso: era scritto proprio “bn”.

È già avanti, ha surclassato Marinetti e la televisione: ha eliminato anche le vocali.