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​Ariette 5.0

di Maurizio Castellaro, 2 ottobre 2021

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

​Nel vortice

Ariette 5 01Durante il mio recente viaggio a Napoli all’inizio ho fatto fatica a risintonizzarmi sulle frequenze della mia città del cuore. Poi mi hanno riassestato certi incontri al Quartiere Sanità, certi occhi al Rione Forcella, certi Caravaggio e Gentileschi al Museo di Capodimonte. Inutile sforzarsi di tenere separati alto e basso, miseria e nobiltà, sublime e sordido. Inutile tentare di difendersi dal disagio con la spada del Giudizio. Giudica l’occhio del colonialista, che sa già in anticipo cosa si aspetta di trovare. Il senso del viaggio è forse altro, e ce lo ricorda il primo esule Dante/Ulisse, quando afferma che a ripartire da Itaca lo spinse “l’ardore / ch’i ebbi a divenir del mondo esperto, / e delli vizi umani e del valore”. Vizi e valore sullo stesso piano dell’esperienza. Allora, in questo breve viaggio che è la vita, meglio sentirsi esuli su questo pianeta rotante e fragile. Meglio assumere il rischio che anche la nostra nave si perda nel vortice incomprensibile della complessità di ciò che è. Può darsi che alla fine ci sarà dolce naufragare in questo mare.

Leggero

Ariette 5 02Ma insomma cosa vogliono da noi gli dei della Grecia? Perché li ritroviamo dappertutto, cos’hanno ancora da dirci questi meravigliosi fiori recisi dalla loro terra, dal loro tempo? Per anni mi sono chiesto il motivo di questa inspiegabile passione per la mitologia greca, cresciuta quasi a dispetto della mia formazione kantiana. Solo da poco i pezzi del puzzle sono andati a posto. Esistono, spiega Aristotele, i philòsophos, gli amanti della sapienza. E poi ci sono i philòmythos, gli amanti dei miti. La differenza? I primi partono dallo stupore, raggiungono filosofando le vette della sapienza e a quel punto si stupiscono solo del fatto che si possa dubitare di ciò che è. Anche gli amanti dei miti partono dallo stupore, ma nello stupore permangono. Sembrerebbero non esserci dubbi su quale sia il livello di conoscenza più alto. Ma Nietzsche il dionisiaco ci ha spiegato “come il mondo vero finì per diventare favola”, nel meriggio di Zarathustra che ha spazzato via in un colpo solo il mondo “vero” e il mondo “apparente”. Cosa resta allora, dopo oltre un secolo di relativismo e nichilismo? Restano gli dei della Grecia e le loro storie, che sono metamorfosi, natura, eros, festa del presente. Presenze ancora vive e reali attorno a noi, che si manifestano attraverso la grande arte, che in infiniti tempi e forme si è nutrita dei loro segreti. Resta, per fortuna, la possibilità di permanere nello stupore di fronte a tutto ciò, di permanere in questa saggezza bambina che profuma di felicità.

​Ariette 4.0

di Maurizio Castellaro, 16 agosto 2021

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

​Al fondo

Ariette 4_1“Essere o non essere”? Il dubbio amletico si incide nella nostra pelle davanti ai resti del teschio di nostro padre, o di nostro nonno. Non uno dei mille anonimi teschi “memento mori” dei quadri napoletani o dei sotterranei siciliani: un teschio che aveva nome e cognome, che apparteneva a chi abbiamo amato. Penso ai nostri progenitori che, nel buio delle grotte, oltre al resto, dovevano imparare a gestire anche questa assurdità della scomparsa dei corpi. Nessuno mi leva dalla testa che la nascita dell’arte e di ogni forma di platonismo possibile nasca dalla necessità di elaborare in qualche modo questo scandalo originario, affrontato e risolto brillantemente da buddhismo e cristianesimo con le due opzioni obbligate della reincarnazione e della resurrezione integrale. Qualcosa era, e poi non è mai più. Tutte le meraviglie della cultura, della spiritualità e dell’arte sono forse state costruite in migliaia di anni per occultare questa semplice verità, o per provare a spiegarla. Soli, di fronte a quelle ossa, queste maestose impalcature del pensiero e dell’azione tradiscono le loro strutture di sostegno. Armati di un milione di risposte possibili, restiamo al fondo senza risposte, ancora e sempre atterriti, nel buio della nostra grotta. E allora? L’arte, ancora e sempre: “Dormire, forse sognare”.

​ A Roberto

Ariette 4_2Calasso, il Grande Elleno che da poco ha smesso di scrivere, ci ricorda che la scrittura è stata donata agli uomini da Cadmo, il fenicio che aveva salvato Zeus, e sembra questione che ci riguarda poco, se dimentichiamo che l’Italia del Sud a quei tempi si chiamava Grecia. La prima colonia in Italia l’hanno fondata a Ischia nell’VIII secolo a.C. i greci dell’Eubea. Il loro alfabeto era una variante di quello attico, e le loro lettere si sono poi diffuse in Lazio, fornendo il modello per l’alfabeto etrusco, per quello latino, e poi a seguire per quello italiano e inglese, insomma in realtà parliamo sempre di noi. Tutto questo per arrivare alla “Coppa di Nestore”. L’hanno trovata in una sepoltura ad Ischia, ed è il messaggio più antico nella “nostra lingua” finora riemerso dagli abissi della storia. Raccomanda i valori della poesia, della convivialità e dell’amore: “Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona”. Forse Cadmo l’ha voluta salvare dalle ingiurie del tempo per avvisarci, per salvarci ancora.

L’onor del mento

Appunti per una storia sociale della barba

L'onor del mento Copertinadi Paolo Repetto, 30 luglio 2021

Prologo
Lanugine residua?

L’antichità: Barbe antiche; Barbe bibliche; Barbe classiche; Barbe latine; Barbe cristiane
Tavola 1 – Barbe antiche; Tavola 2 – Barbe classiche (I); Tavola 3 – Barbe classiche (II); Tavola 4 – Barbe latine; Tavola 5 – Barbe cristiane; Tavola 6 – Barbe monastiche; Tavola 7 – Barbe Pontificie; Tavola 8 – Barbe diaboliche

Il medioevo: Barbe monastiche; Barbe pontificie; Barbe diaboliche; Barbe ereticali; Barbe barbare; Barbe regali
Tavola 9 – Barbe ereticali; Tavola 10 – Barbe barbare; Tavola 11 – Barbe regali

L’età moderna: Barbe rinascimentali; Barbe controriformiste; Una temporanea eclisse
Tavola 12 – Rasature umanistiche; Tavola 13 – Barbe rinascimentali; Tavola 14 – Sbarbati illustri; Tavola 15 – Barbe protestanti; Tavola 16 – Barbe controriformiste; Tavola 17 – Barbe missionarie e conquistatrici; Tavola 18 – Volti illuminati

L’Ottocento: Barbe romantiche; Barbe rivoluzionarie
Tavola 19 – Barbe di transizione; Tavola 20 – Barbe letterarie; Tavola 21 – Barbe d’artista; Tavola 22 – Barbe anarchiche; Tavola 23 – Barbe comuniste; Tavola 24 – Barbe evoluzioniste
Barbe d’artista; Barbe borghesi; Barbe coloniali; Barbe d’oltreoceano
Tav. 25 – Barbe d’Oltreoceano (I); Tav. 26 – Barbe d’Oltreoceano (II); Tav. 27 – Barbe Sioniste (e non)

L’età contemporanea; No Barba!
Tavola 28 – Barbe antisemite; Tavola 29 – No Barba
Abbarbicati
Tavola 30 – Abbarbicati

Appendici: La barba di Freud; … e quella di Platone

Bibliografia

 

Prologo

Le idee migliori mi vengono al mattino,
mentre mi faccio la barba.
Da ciò deduco che gli uomini con la barba
non possono avere buone idee. (Dennis Gabor)

Qualche tempo fa, un mio intervento dal titolo La scimmia è l’essenza nasceva da una domanda apparentemente oziosa: perché mi rado la barba? Alla fine in quel pezzo parlavo un po’ di tutto, ma nel frattempo avevo perso di vista la domanda originaria, e quindi non mi davo una risposta. O forse la risposta era implicita nelle considerazioni cui mi ero abbandonato, che riguardavano il rapporto natura-cultura nei comportamenti umani. Questo non ha comunque soddisfatto la mia curiosità, e anzi, ha suscitato il desiderio di approfondire un po’ la cosa.

Ho così innanzitutto verificato che la domanda era meno peregrina di quanto poteva sembrare. Un sacco di gente si è interrogata su questo tema già a partire dall’antichità, tanto che esiste in proposito persino una branca specifica di studi, la pogonologia (dal greco pôgòn, che indica appunto la barba). Non esiste invece, o almeno non l’ho trovata, una trattazione che riesca insieme sintetica e sufficientemente esauriente: e già premetto che non saranno certo queste pagine a colmare il vuoto. L’argomento richiederebbe infatti un approccio ben più serio e ordinato di quello che avevo in mente io: ma a me a questo punto interessava solo mostrare come anche un quesito in apparenza piuttosto futile possa riservare piacevolissime sorprese. Nel mio caso il coinvolgimento è poi cresciuto quando ho deciso di approfondire la ricerca iconologica, che a sua volta ha spalancato ulteriori possibili campi di indagine. Insomma, come al solito la curiosità è sfuggita al controllo e mi ha portato a spasso nel tempo.

Questo scritto non ha dunque la minima pretesa “scientifica” o sistematica. Procede più sull’onda delle suggestioni dettate dalla documentazione cui mi sono affidato che da un’analisi rigorosa della stessa. Mi sono limitato quasi esclusivamente a giocare con lo sterminato repertorio delle immagini, e nella fattispecie dei ritratti e degli autoritratti, che è eloquentissimo ma del quale conosco anche le incertezze e le ambiguità, soprattutto per quanto concerne le epoche più lontane. Solo in qualche caso ho fatto ricorso alle fonti scritte, storiche o letterarie.

A proposito dei ritratti, che costituiscono la quasi totalità dell’apparato iconografico, questa lunga galleria di volti potrà apparire pleonastica, e forse ai fini dell’argomento che volevo trattare lo è davvero: assicuro però che non si tratta di un espediente per mascherare dietro la quantità dei dati la scarsa rilevanza qualitativa della trattazione. In realtà la cosa mi ha preso la mano quando, dopo una prima sommaria ricerca, mi sono reso conto che di buona parte dei personaggi che intendevo chiamare a testimoni delle vicissitudini della barba non mi ero mai preoccupato di conoscere l’aspetto fisico, e di altri davo per scontata un’immagine che non corrispondeva a quella reale. Per uno che ha maturato una sua personalissima teoria fisiognomica è grave. Sono così arrivate delle sorprese (ad esempio, il ribaltamento delle fattezze che attribuivo a Guicciardini e a Machiavelli) e alla luce di sembianti inattesi ho dovuto rimettere in discussione diverse mie convinzioni. Insomma, alla fine è diventato un gioco a sé, che mi ha sin troppo coinvolto.

A conti fatti, comunque, scontando le dovute tare, credo di aver colto le linee essenziali di questa particolare “storia”: le considerazioni che alla fine ne traggo vanno naturalmente accolte come frutto di una lettura molto personale. Ho aggiunto per una volta anche delle note, ma solo per chiarire alcuni passaggi senza appesantire ulteriormente il testo: e le note hanno di positivo che volendo le si può saltare a piè pari.

Se qualcuno poi trovasse che il discorso si è trascinato troppo per le lunghe, sappia che il testo che ha di fronte è forse un terzo di quello originario. Gli è già andata bene così.

02

Lanugine residua?

Ammetto subito che la domanda, pur non essendo così stupida, era senz’altro mal posta, perché la questione non riguarda solo me: tocca in un senso o nell’altro (magari nella formulazione al negativo, “perché non mi rado?”) tutti gli umani. In fondo in tutto il regno animale noi siamo l’unica specie che si rade. E questa non è una gran rivelazione: siamo anche l’unica che accende fuochi, che cuoce i cibi, che scrive e legge libri, che si muove in auto, che fa insomma cose che parrebbero extra o contro natura, e la spiegazione di tutte queste singolarità si chiama genericamente “cultura”[1]. Quindi, il dato da cui partire è che il radersi o meno la barba, come la stragrande maggioranza dei comportamenti umani, soprattutto di quelli attuali, non ha a che fare – almeno direttamente – con la natura, ma con la cultura. Almeno direttamente, ripeto, perché al di là delle mode, e in molti casi degli obblighi, anche l’usanza di portare barba e baffi risponde a istanze naturali originarie di competizione, di sopravvivenza e di successo riproduttivo.

Prima di vedere in che termini si manifesti questa “cultura” va dunque considerato ciò che le sta a monte: ovvero il fatto che noi umani siamo singolari già quanto a “natura”, perché tra i mammiferi, e più in particolare tra i primati e più specificamente ancora tra le antropomorfe, siamo gli unici la cui superfice corporea non è protetta dai peli. Siamo cioè una specie “nuda”: e non siamo tali da sempre, ma abbiamo perso la nostra naturale pelliccia nel corso dell’evoluzione. A dire il vero, non siamo nemmeno completamente spogli: salvo pochissime zone (labbra, palmi, ecc…) la nostra pelle è coperta interamente da una sottile lanugine, che è troppo rada e fine per assolvere a una funzione protettiva nei confronti del freddo, ma sufficiente a ricordarci da dove arriviamo.

A quanto sembra la nostra mutazione è avvenuta in conseguenza del passaggio dalle foreste alle savane, passaggio che ha comportato anche la trasformazione della dieta alimentare: da prevalentemente vegetariani siamo diventati per forza di cose onnivori, con una forte preferenza per le carni. L’uomo ha dunque cominciato a cacciare, e per procurarsi il cibo in spazi aperti e assolati – ma anche per sfuggire a sua volta alla caccia delle altre specie che dominavano questi spazi – ha dovuto imparare a correre sulle lunghe distanze. Tra i grandi predatori è in effetti quello in grado di mantenere il passo di corsa per intervalli di tempo più prolungati.

In questo tipo di attività una folta pelliccia lo avrebbe penalizzato, procurandogli un surriscaldamento, mentre la perdita del pelo ha favorito lo sviluppo di ghiandole sudoripare, e sudare è il modo più efficace per disperdere il calore. Questo “vantaggio” ha permesso all’uomo di assumere più calorie spendendo meno energie, condizioni necessarie per alimentare l’attività di un cervello sovradimensionato e particolarmente dispendioso. Non è un caso che nei film di fantascienza gli extraterrestri in visita sulla terra, naturalmente intelligentissimi (altrimenti non sarebbero arrivati sin qui), siano rappresentati con teste enormi e tronco e membra completamente glabri. E ciò a dispetto del fatto che non abbiano assolutamente più bisogno di correre e sudare per procacciarsi il cibo.

È presumibile comunque che l’epidermide dei nostri progenitori fosse ancora molto villosa, e che la selezione che ci ha portato ad essere scimmie nude abbia lavorato diversamente, ad esempio, nelle fasce tropicali e in quelle più lontane dall’equatore. Se l’origine della nostra specie è davvero da situarsi in Africa, è ipotizzabile che per i gruppi che hanno colonizzato latitudini più fredde i fattori naturali che hanno guidato quella selezione, tanto quelli interni come quelli esterni, siano stati un po’ differenti[2].

Butto lì queste cose a spanne, perché chi desidera approfondire ha a disposizione una vastissima letteratura scientifica. Ma a noi qui interessano i peli che fanno “ornamento” al volto, e di quelli voglio occuparmi.

Ho realizzato solo in un secondo tempo che prima ancora di interrogarmi sul perché li stavo tagliando avrei dovuto chiedermi perché crescono, che funzione hanno. Quando l’ho fatto, però, mi sono reso conto che persino la scienza è in proposito abbastanza vaga. Le spiegazioni offerte sono diverse, molto condizionate dall’angolatura disciplinare dalla quale arrivano: la nostra fisionomia è singolare anche sotto questo aspetto,per cui differiamo dai nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé e i bonobo, che in pratica non hanno mento[3] e il cui muso è quasi totalmente glabro. È probabile comunque che nell’uomo la peluria facciale avesse a che fare originariamente con la protezione dal freddo, associata anche ad altre funzioni, ad esempio quella di nascondere certe reazioni emotive (l’arrossire) che possono evidenziare uno stato d’ira o di paura[4]. Sulla sua persistenza può poi aver agito anche quella che già Darwin chiamava selezione per scelta sessuale: ovvero è possibile che le femmine abbiano privilegiato le guance e i menti più irsuti perché la barba (così come gli altri peli residui), comparendo solo dopo la pubertà, era naturalmente associabile alla raggiunta virilità. Più barba, più ormoni[5]. Una selezione dello stesso tipo, ma di segno contrario, potrebbe aver agito invece nei loro confronti. Si tratta, ripeto, di ipotesi, ma sembrano abbastanza fondate.

La sostanza comunque rimane quella. La barba ce la troviamo, e questo attiene alla natura. Sta poi a noi decidere che farne: ciò che invece attiene alla cultura. Per cui, qui lasciamo la natura ed entriamo nello specifico “culturale”.

03 Dalla scimmia all'uomo l'evoluzione umana in pochi secondi

L’antichità

Barbe antiche

05È facilmente comprensibile come, proprio per la sua immediata associazione con la mascolinità, con una virilità matura, la barba abbia sempre goduto di un enorme prestigio presso tutte le popolazioni arcaiche (in particolare quelle “occidentali”), e sia stata esplicitamente investita di significati di “segnaletica” sociale, rispetto non solo al genere ma anche all’appartenenza a gruppi o classi particolari. Ma il carico simbolico di cui è stata oggetto, unito certamente a scelte di opportunità pratica, ha fatto sì che una semplice caratteristica naturale potesse diventare molto presto anche un problema. Pare infatti che sin dalla preistoria non sia stata considerata assolutamente intoccabile: diversi paleontologi interpretano come arnesi per la rasatura alcune pietre particolarmente affilate del paleolitico, e soprattutto certe lame dell’età del bronzo: ciò che farebbe risalire molto indietro nel tempo la pratica della rasatura. Senza dubbio comunque essa era presente ai primordi dei tempi storici, e i nostri più lontani antenati già si trovavano di fronte a una di quelle scelte che nel loro assieme hanno fatto di noi dei sapiens sapiens.

Gli affreschi tombali e le stele egizie, ad esempio, presentano figure maschili appartenenti a tutte le classi sociali, anche a quelle più umili, sempre perfettamente sbarbate. Dietro questa usanza c’erano senz’altro motivazioni religiose, oltre a quelle pratiche o igieniche che possiamo cercare di immaginare: ma è anche da supporre che quello egizio fosse un popolo piuttosto glabro per natura, e che proprio per questo motivo la barba rivestisse in quella cultura un forte valore simbolico, fosse un attributo connesso all’autorità. In effetti nelle varie espressioni iconografiche i faraoni, e solo loro e le loro consorti, sono spesso raffigurati con barbe posticce, simbolicamente raccolte in cilindri aurei appesi sotto il mento.

Sembra che anche i Sumeri si accorciassero i capelli, ostentando però una barba molto curata e priva di baffi. In quanto segno di saggezza questa era riservata a pochi eletti, soprattutto nel periodo protodinastico (il terzo millennio a.C.). Anche nel loro caso, infatti, nelle stele e nelle tavolette d’argilla lavorate a bassorilievo popolani e servi sono rappresentati con la testa e il mento rasati. Solo più tardi l’uso accadico di portare la barba arricciata e tagliata quadrangolare si diffuse ai ceti non nobiliari e divenne un costume comune, quantomeno nelle classi dominanti. Venne poi ripreso da tutte le popolazioni che in ondate successive si riversarono lungo tre millenni nella Mezzaluna fertile, ed è andato a fissare un modello di rappresentazione iconografica arrivato sino a noi. Nei “peplum” che andavano di moda negli anni cinquanta e che seguivo da ragazzino bulimico di storia non avevo difficoltà alcuna a riconoscere immediatamente assiri, fenici, babilonesi e persiani dal taglio particolare delle loro barbe (e ad associare queste, da ideale combattente alle Termopili, all’idea della slealtà e del tradimento). (tav. 1)

 

Barbe bibliche

06 AronneUn’attenzione ancor più particolare veniva riservata alla barba dagli ebrei. Nel loro caso la testimonianza delle immagini non ci soccorre granché, visto che in quanto popolo a vocazione nomade ne ha prodotte pochissime, e anche quelle sono andate per la gran parte distrutte o disperse nel corso di una storia tragicamente movimentata. Ma, soprattutto, il divieto iconoclasta di rappresentare o di provare anche soltanto ad immaginare le fattezze divine ha impedito la nascita di un modello “superiore” di riferimento. Occorre quindi affidarci piuttosto alle testimonianze scritte, queste decisamente abbondanti. Già nel Levitico, ad esempio, all’interno del cosiddetto “codice di santità” si fa espressa proibizione di radere la barba. In realtà la prescrizione riguarderebbe certi eccessi nelle manifestazioni del lutto, come appunto lo strapparsi barba e capelli, considerati di origine “pagana”: e trae giustificazione dall’idea che l’uomo, creato ad immagine di Dio (ecco come si aggira il divieto di rappresentare la divinità!), non debba in alcun modo intervenire sul proprio corpo. Naturalmente poi la casta sacerdotale ne ha imposto l’interpretazione più restrittiva e a lei più conveniente, quella che assegna alla barba, acconciata secondo particolari regole, il ruolo di segno distintivo (tanto del popolo ebraico nei confronti degli altri quanto delle caste al suo interno). E in tal senso si può dire che gli Ebrei lo scopo lo hanno perfettamente raggiunto: purtroppo, però, in negativo, perché col tempo quel segno è stato convertito nello stereotipo della barba caprina.

Con la rasatura comunque gli ebrei non hanno mai avuto un buon rapporto, neppure per quanto concerneva i capelli. Secondo alcuni commentatori della Torah i capelli erano in grado di attrarre forze superiori, che davano capacità sovrumane. Sansone, la cui forza eccezionale dipendeva proprio dalla lunga capigliatura, diceva: “Se fossi rasato la mia forza si ritirerebbe da me, diventerei debole e sarei come un uomo qualunque”.

Sansone in realtà non era affatto uno qualunque: era un nazireo, ovvero un “consacrato”, e questo status comportava appunto la proibizione di radersi capelli e barba, oltre ad una serie di tabù alimentari. Nazirei erano anche gli Esseni, quelli dei rotoli del mar Morto. E l’appellativo di nazareno attribuito a Gesù ha probabilmente origine da questa appartenenza, piuttosto che dal presunto luogo di nascita.

Proprio un nazireo, Giovanni il Battista, fu il tramite di passaggio del culto ebraico della barba ai futuri cristiani, prima ancora che Cristo iniziasse la sua predicazione. Le più antiche testimonianze iconografiche, quelle bizantine, ce lo rappresentano con barba e capelli incolti e vestito di pelle di dromedario, in linea con la tradizione letteraria (soprattutto col vangelo di Marco).

07

Barbe classiche

Per tutti i popoli antichi la barba era insomma a vario titolo simbolo di potere, o quanto meno di autorevolezza: sia di quella intrinseca all’essere maschi che di quella che si acquisisce con l’età. Ciò valeva naturalmente anche per i Greci.

I ritratti che ci sono pervenuti dall’epoca della grandezza ellenica (attraverso busti, statue, bassorilievi, vasi o crateri, maschere mortuarie, monete, ecc.) mostrano tutti uomini barbuti. Tali erano già immaginati gli eroi omerici, e in epoca storica come tali sono stati poi rappresentati i filosofi (Platone, Socrate e Aristotele), gli uomini politici e i condottieri (Temistocle, Milziade, Leonida, Aristide, Pericle), nonché i letterati (Eschilo, Sofocle, Aristofane, Demostene, ecc). (tav. 2) Allo stesso modo gli dei maggiori della prima fase olimpica (Zeus, Kronos, Poseidone) esibiscono sempre una folta barba. (tav. 3) La stessa viene attribuita in alcune occasioni persino ad Atena, segno inequivocabile della sua potenza (anche oggi, ad una femmina vengono riconosciuti attributi maschili. Di altro tipo.)[6].

Plutarco testimonia che l’associazione tra barba e virilità, quest’ultima da misurarsi in valore militare e coraggio, era tale che a Sparta coloro che si fossero macchiati di codardia erano condannati a radersi solo un lato del viso, in modo da essere facilmente riconoscibili[7]. E i ritratti dicono anche che alla barba veniva dedicata una certa cura, non era lasciata incolta ma veniva fatta crescere e pettinata e acconciata in fogge molto diverse. L’unico busto “sbarbato” che mi risulti, relativo a un personaggio di questo periodo, è quello di Alcibiade: ma trattandosi di copie romane e di una figura particolarmente “discussa” è possibile che l’immagine sia stata falsata o reinventata.

A partire però da un periodo abbastanza precisamente databile, la seconda metà del quinto secolo, e dall’opera di Fidia, assistiamo a una svolta. Gli artisti iniziano a raffigurare eroi o atleti, ma anche alcune divinità maschili, come giovani sbarbati, e ad affidare piuttosto alla muscolatura il compito di evidenziarne la virilità. È probabile, ad esempio nel caso di Apollo o di Dioniso, visti i campi d’azione ai quali queste divinità erano riferibili (l’arte e la poesia per l’uno, la sfrenatezza e la sensualità per l’altro) che si volesse sottolinearne l’immortalità, l’eterna giovinezza, la vigoria sessuale, prima ancora che la potenza. Ma è anche possibile, come si può desumere ad esempio dai fregi del Partenone, che la particolare immagine giovanile e pulita fosse scelta in contrapposizione a ciò che di arcaico e di barbaro minacciava la cultura ellenica, come zavorra del passato dall’interno e come aggressione dell’ignoto dall’esterno. I greci uscivano dallo scontro pluridecennale con una civiltà orientale che al culto della barba era particolarmente legata, e dalla quale occorreva in tutti i modi prendere le distanze: anche attraverso la creazione di una propria immagine fisica diversa. Questo riesce evidente nelle metope in stile dorico che raccontano le guerre contro i giganti o contro i centauri, o la lotta mitica tra Atena e Poseidone per il predominio sull’Attica, con la quale si celebra la vittoria della civiltà sulla barbarie: ma soprattutto nel fregio ionico della cella interna, quello rappresentante le Panatenaiche, dove tutte le figure maschili risultano sbarbate. Comincia insomma a delinearsi un nuovo concetto di virilità, che ha a che fare con la ragione, con l’ordine, col “disciplinare” sotto ogni aspetto il corpo, anziché con la sua libera e individualistica espressione. Mirone e Policleto anticipano o accompagnano con la loro scultura il modello umano che Socrate suggerisce nei suoi estemporanei “seminari”.

08

La vulgata diffusa da alcuni storici, tra i quali il solito Plutarco[8], vuole che il nuovo modello maschile sia stato introdotto in realtà verso la fine del quarto secolo, nel mondo ormai ellenistico, da Alessandro Magno. È molto più probabile, a mio parere, che nella propria autorappresentazione Alessandro abbia voluto ispirarsi proprio alla statuaria greca tardo-classica, per trasmettere di sé una immagine che rimandasse a origini divine. Ed è altrettanto plausibile che avendo iniziato la sua carriera di conquistatore molto giovane, ancora imberbe, o forse essendo piuttosto glabro di natura, abbia fatto di necessità virtù, scegliendo di imporre un modello, anziché conformarsi a quello tradizionale.

La cosa interessante è però che Alessandro obbligò anche tutti i suoi ufficiali e soldati a radersi, almeno prima di ogni battaglia, motivando l’imposizione con ragioni militari (la barba poteva dare agli avversari un appiglio cui aggrapparsi per disarcionarli, o per costringerli al combattimento ravvicinato, cosa che in condizioni di costante inferiorità numerica risultava estremamente svantaggiosa): quel che voleva indurre nei suoi uomini, in realtà, era la percezione anche fisica di una differenza nei confronti dei nemici, di una superiorità che si manifestava anche nella cura di sé. E, soprattutto, l’abitudine al rispetto delle regole e della disciplina. I vantaggi furono dunque parecchi: in questo modo il condottiero mitigò l’attacco di zecche, pulci e pidocchi che potevano dimorare nelle lunghe, calde e umide barbe; fece in modo che, nel momento dello scontro, il nemico non potesse usare la barba del soldato greco per trattenerlo e trafiggerlo con più facilità; diede ai suoi guerrieri una diversa impronta di appartenenza, e quindi un ulteriore stimolo al cameratismo.

Dopo Alessandro la moda di radersi si diffuse rapidamente in tutto il mondo ellenistico, a dispetto delle resistenze che possiamo immaginare si siano levate in difesa della tradizione e delle simbologie di privilegio connesse alla barba. Non erano però solo le autorità, espressione delle vecchie classi dominanti, a promulgare – a quanto pare, inutilmente – leggi e divieti: l’opposizione più forte veniva quasi ovunque dai filosofi. Naturalmente, da quelli di scuola non socratica. Per gli stoici, per i cinici e per gli epicurei radersi era un gesto contro natura, dettato dalla vanità e da una cura eccessiva rivolta al corpo[9]. La barba cominciò così ad essere uno specifico connotato della militanza filosofica, così come i capelli lunghi: mantello, barba e chioma incolta divennero i simboli distintivi del pensatore, quasi contrassegni abituali, al punto che nel suo Manuale Epitteto ammoniva a non considerare uno come filosofo per come porta il mantello e barba e capelli lunghi, ma a giudicarlo per il comportamento[10].

Non radersi stava diventando ormai una scelta non solo estetica, ma di vita. Equivaleva ad una ostentazione di resistenza nei confronti della tirannide, singola o collettiva che quest’ultima fosse. E non era intesa come una resistenza solo metaforica. Il vero filosofo si sarebbe fatto tagliare la testa piuttosto che soggiacere all’imposizione della rasatura.

 

Barbe latine

Quando cominciarono a intensificare i contatti col mondo ellenistico anche i Romani adottarono la moda “alessandrina”. Durante il periodo della monarchia e nei primi secoli della repubblica la barba aveva goduto in Roma della stessa considerazione e dello stesso significato che aveva presso gli altri popoli. Tito Livio racconta che dopo la presa della città i Galli Senoni entrarono anche in Campidoglio, dove trovarono solo anziani senatori che ostentavano lunghe e onorate barbe e li guardavano in sdegnoso silenzio. Lo sgarbo di uno dei Galli, che tirò la barba di un senatore per accertarsi che fosse vivo, provocò la reazione stizzita di quest’ultimo, e conseguentemente il massacro di tutti i notabili.

Duecento anni dopo quel guerriero irrispettoso non avrebbe più trovato nell’Urbe una barba da tirare: con Scipione Africano era penetrata anche a Roma l’usanza di farsi radere, adottata persino dal suo avversario politico giurato, Catone il Censore. Ed erano stati mutuati anche i significati della rasatura: per i romani radersi significava riconoscere l’importanza della disciplina e conferire al loro aspetto un tocco particolare di “romanità”, ciò che li distingueva dai “barbari”: per i loro comandanti ribadire l’autorità. Cesare si faceva la barba ogni mattina, i suoi soldati lo imitavano, ma non per questo – come lui stesso sottolineava – erano meno temibili e coraggiosi in battaglia. Scipione non aveva la barba, e Annibale si. Alla fine vinse Scipione.

Al taglio della barba si cominciò anche a dare un significato rituale. La “depositio barbae” divenne il rito di passaggio dall’età puerile a quella da adulto. Andare dal barbiere era considerato diventare uomo. E il rito assumeva particolare rilevanza quando si occupavano in giovane età certe cariche pubbliche. Dopo la prima rasatura Augusto andò a depositare solennemente i suoi peli (la “lanugo”) nel tempio.

L’usanza della rasatura del mento divenne nella Roma del periodo tardo repubblicano e nei primi secoli di quella imperiale un vero e proprio obbligo sociale (persino per gli schiavi, che naturalmente si rasavano da soli o a vicenda), tanto da essere abbondantemente citata nella letteratura, soprattutto in quella satirica. Da Orazio a Marziale e a Giovenale è tutto un gioco di ammiccamenti, vuoi alla bravura o alla malagrazia dei tonsores, vuoi ai vezzi, alle manie e alle sofferenze del loro clienti. Il tonsor era un personaggio chiave della quotidianità romana: quelli alla moda accumulavano delle vere fortune, altri campavano più modestamente, male botteghe degli uni e degli altri, le tonstrinae, erano comunque i luoghi deputati per gli incontri, gli scambi di notizie, i pettegolezzi: veri salotti per i quali transitava, o nei quali sostava, una moltitudine di persone. È rimasto celebre, a testimonianza del rilievo sociale assunto da questa occupazione, un epitaffio dedicato da Marziale al tonsor Pantagato:

Terra, sii (a lui) propizia come è giusto, appagata e leggera,
(ma) non potrai esser più lieve della (sua) mano d’artista[11].

Ed altrettanto significativa è la stigmatizzazione che fa invece Seneca dei clienti delle tonstrinae nel De brevitate vitae: “Tu chiami liberi da impegni questi, affaccendati tra pettine e specchio?

La sterminata ritrattistica scultorea romana non lascia alcun dubbio. Tutti i ritratti dei personaggi più eminenti, dal citato Scipione giù attraverso Mario, Silla, Cesare, Cicerone, e quelli degli imperatori sino ad Adriano, ci mostrano volti perfettamente sbarbati (con l’eccezione di Nerone: ma di lui gli storici malevoli dicono che fosse particolarmente brutto, e che la barba serviva a coprire un sottogola deforme). (tav. 4) Per questo le sporadiche ricomparse della barba sono estremamente significative dei mutamenti di atmosfera che caratterizzarono le vicende dell’impero.

Agli inizi del secondo secolo, quando ancora il cristianesimo a Roma non era particolarmente diffuso, a fare opinione negli ambienti più intellettualmente sofisticati erano le dottrine di matrice stoica. Il già citato Manuale di Epitteto predicava il ritorno alla naturalezza, la rinuncia ad ogni abbellimento in contrasto con le leggi naturali, ivi compresa la rasatura. Adriano era un seguace dello stoicismo: dopo di lui lo sarà Marco Aurelio. Entrambi si fecero ritrarre con la barba. La cosa strana è che i loro rimanessero casi isolati, anche perché l’esercito romano era reclutato ormai in gran parte tra i barbari, gli imperatori arrivavano anche dalle province più periferiche e la disciplina e la romanità che il taglio della barba significavano per i legionari di Cesare erano svaniti da un pezzo. Dopo il trionfo del cristianesimo, però, portare la barba assumerà anche un altro significato di non conformità: Giuliano l’Apostata esibisce nei busti che lo ritraggono e nelle monete coniate durante il suo breve impero una barba superba, interrompendo solo momentaneamente una lunga sequenza di sbarbati che data da Costanzo Cloro e si protrarrà sino a Romolo Augusto.

09

Barbe cristiane

Il rapporto del Cristianesimo con la barba è sin da subito molto controverso. La tradizione iconografica, segnatamente quella bizantina, attribuisce a Gesù la barba intera e i capelli lunghi: ma nei primi tempi della cristianizzazione sono ancora rintracciabili delle eccezioni. Nei mosaici del Buon Pastore del Duomo di Aquileia e in quello del mausoleo di Galla Placidia, ad esempio, Cristo non ha affatto la barba. È possibile che ciò dipenda dal fatto che gli artisti del tardo periodo imperiale tendevano ad adeguare i volti dei personaggi sacri alla moda occidentale, raffigurandoli talvolta sbarbati. Ma è anche vero che nel cristianesimo delle origini su questo tema si apre un accanito dibattito, che vede schierati da un lato i cultori della continuità con l’ebraismo, intenzionati a mantenerne vive la gran parte delle tradizioni e delle prescrizioni (è la chiesa di Giacomo, a Gerusalemme), nonché delle esclusioni, e dall’altro gli ellenizzanti, guidati da san Paolo, aperti al proselitismo presso i gentili. Paolo non a caso prende posizione in una lettera ai Corinzi contro le lunghe capigliature maschili: ha nel mirino soprattutto i nazirei, coloro che hanno abbracciato l’insegnamento di Cristo ma ne fanno una questione interna al popolo ebraico, e adeguano il nuovo credo alle pratiche e alle attese messianiche tradizionali. Riferendosi a Giacomo, ad esempio, uno storico dell’epoca riferisce che “la forbice non scese mai sulla sua testa”, e nelle fonti più antiche la descrizione fisica degli apostoli si rifà sempre al modello gerosolimitano, barbe e capelli inclusi.

In quelle più tarde, e soprattutto dopo il passaggio dall’Alto al Basso Medioevo, l’immagine andrà invece cambiando. La barba verrà concessa solo al Cristo e ai pochi fedelissimi. Più complessa è la vicenda di Giuda, che Giotto raffigura sbarbato, ma che in genere è contraddistinto da una folta barba tendente al rossiccio, o addirittura al rosso vivo. Questi caratteri, una pelosità in genere irsuta e il colore, conferiscono al personaggio una connotazione diabolica, coerente con uno stereotipo della malvagità che la teologia dualistica medioevale va elaborando.

Quanto a Paolo, la sua scarsa simpatia per i nazirei non lo porta sino a rifiutarne completamente il modello. Sa di non poterlo fare e tenta di mediare. Vuole piuttosto moderarne gli eccessi, “razionalizzarlo”, ma soprattutto tende a riservarlo come segno distintivo al clero, creando una netta distinzione nei confronti dei laici. E comunque, aprirsi al mondo dei gentili implica anche accettarne o tollerarne, almeno in parte, i costumi.

Proprio la vicenda della rappresentazione iconografica della figura di san Paolo rispecchia esemplarmente questo lavoro di mediazione, proseguito poi nell’organizzazione della nuova chiesa, quando ormai il contrasto originario si era composto, non per un compromesso ma per la sparizione, dopo la distruzione di Gerusalemme, della fazione più giudeofila. Un affresco scoperto pochi anni fa nelle catacombe romane di Santa Tecla, risalente al IV secolo, ci offre probabilmente la più antica raffigurazione di san Paolo giunta fino a noi: e i connotati fisici più significativi che gli sono attribuiti, destinati poi ad essere ripresi in tutta l’iconografia sacra successiva, sono la barba lunga e nera e il capo calvo. Dando per scontato che a tre secoli dalla sua scomparsa nessuno ricordasse più le fattezze del santo, quell’immagine non può essere casuale, ha un preciso significato.

In effetti rappresenta una soluzione salomonica, che concilia perfettamente le due istanze, e al tempo stesso conferisce al vero fondatore del cristianesimo moderno una patente di filosofo, avvalorata tra l’altro dalla straordinaria somiglianza con taluni busti di Socrate (ma anche con quelli di Plotino). La barba è la componente fideistica, il capo calvo quella razionale. Per uno cresciuto nella cultura dell’ellenismo, la sintesi ideale. (tav. 5)

10 Duccio di Boninsegna - Il patto di Giuda

 

Tavola 1 – Barbe antiche

tav 01 Barbe antiche

Tavola 2 – Barbe classiche (I)

tav 02 Barbe classiche (I)

Tavola 3 – Barbe classiche (II)

tav 03 Barbe classiche (II)

Tavola 4 – Barbe latine

tav 04 Barbe latine

Tavola 5 – Barbe cristiane

tav 05 Barbe cristiane

Tavola 6 – Barbe monastiche

tav 06 Barbe monastiche

Tavola 7 – Barbe Pontificie

tav 07 Pontefici

Tavola 8 – Barbe diaboliche

tav 08 Barbe diaboliche

Il medioevo

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Barbe monastiche

La questione però, come prevedibile, non è affatto chiusa: trova anzi costante alimento nel proliferare di interpretazioni le più svariate del messaggio cristiano. In oriente e in occidente si sviluppano ben presto due tradizioni monastiche molto dissimili. Il monachesimo che fiorisce nella Tebaide o alle pendici del Sinai, così come il proliferare di eremiti, stiliti, anacoreti nel Fayun, in Siria o in Palestina, nasce dalla necessità di sfuggire alle persecuzioni più pesanti (quella di Domiziano, in particolare, o quella di Teodosio), e si caratterizza subito come una scelta radicale di fuga dalla società. È un monachesimo molto individualistico, che non guarda al proselitismo o all’organizzazione religiosa ma all’ascesi e alla salvezza individuale e pratica un rifiuto radicale di tutto ciò che crea vincoli con la vita terrena, ereditando ed esasperando la tradizione nazirea. In alcuni casi chi lo abbraccia arriva addirittura agli estremi di rifiutare gli abiti, per coprirsi solo con la barba e i capelli lasciati totalmente incolti. I peli vanno a costituire in fondo una barriera, uno scudo che isola dal contatto con gli altri.

Questa tradizione sarà conservata, sia pure moderandone un po’ gli eccessi, dalle chiese ortodosse di osservanza greco-orientale. Nella Filocalia dei padri Nepticiad esempio le barbe maestose e le chiome fluenti degli antichi padri d’Egitto o del Sinai sono citate a segno di una grande esperienza spirituale.

 

Anche il modello monastico rimarrà prevalentemente quello. Già i primi esperimenti orientali di vita cenobitica, come quello di san Pacomio nella Tebaide, hanno alla base, più che l’ideale di una vita comunitaria, quello di una zona franca nella quale, in assenza di regole, è possibile dedicarsi individualmente all’ascesi. Nell’oriente bizantino il controllo della vita sociale rimane ancora saldamente nelle mani dell’autorità secolare; la vita religiosa ha, almeno nel primo millennio, un suo percorso collaterale, individualistico, indirizzato alla salvezza personale ed estraneo alla sfera politica.

Le cose vanno diversamente in occidente, dove la chiesa viene presto investita dei ruoli organizzativi che spettavano in precedenza all’autorità civile. Per supplire al venir meno dell’impero essa deve darsi un’organizzazione più centralizzata. Diventa importante unificare il messaggio, dare corpo ad una dottrina coerente: e quando si tracciano e si impongono delle linee dottrinali e dei comportamentali comuni si finisce ogni volta per tagliare fuori grosse fette degli adepti. In tal senso, è più che mai necessario disciplinarne in qualche modo anche la visibilità e il riconoscimento. Già nei primissimi secoli, ad esempio, le battaglie contro i “deviazionisti”, i marcioniti e i circumcellioni, si disputano a colpi di interdizioni relative anche all’aspetto fisico. Il monachesimo stesso ha qui origini più tarde, e prende immediatamente un’altra connotazione. Lo spazio per le pratiche di ascesi individuale è molto più ristretto: occorre supplire al disfacimento della vecchia amministrazione imperiale, porsi in alternativa e spesso in contrapposizione ad essa, e quindi guadagnarsi la fiducia e il rispetto della popolazione.

Quali che siano gli scenari, nei primi secoli, quando già il verbo cristiano è diffuso in tutto l’occidente ma l’apostolato interessa aree e gruppi pur sempre limitati, ed è ancora ben lontano dall’aver conquistato le comunità rurali più disperse, la barba continua comunque ad avere un ruolo simbolico e distintivo importante. Per san Girolamo barba e capelli lunghi e trascurati sono il segno distintivo di una vita consacrata. San Colombano, l’irlandese che percorse mezza Europa fondando monasteri, e tutti i discepoli che ne seguirono l’esempio, erano immediatamente riconoscibili per le lunghe barbe e i capelli lasciati incolti sulle spalle. Nelle più antiche miniature cassinesi i monaci di San Benedetto, e il santo stesso, appaiono con la barba, anche se in segno di umiltà praticano già la tonsura dei capelli. La distinzione non veniva meno anche quando si rivestivano i ruoli istituzionali più alti: san Gregorio Magno, papa e benedettino, portava una lunga barba.

In alcuni casi questa andava anzi a sottolineare ancor più nettamente il nuovo status. Alcuni episodi sono paradigmatici. Ad esempio: l’elezione a vescovo di san Martino di Tours, quello del taglio del mantello, fu molto 0steggiata da una parte del clero per via del suo aspetto trasandato e della barba e dei capelli incolti. Eppure Martino arrivava dai ranghi della guardia imperiale, per la quale vigeva la rasatura del volto, e la scelta di trascuratezza era legata proprio alla crisi che lo portò alla conversione e poi alla fondazione di un monastero. Stessa vicenda per Ambrogio, che prima dell’elezione vescovile era un magistrato dell’Impero romano, e quindi si radeva. Quando fu eletto vescovo dal popolo milanese (a quanto pare contro la sua volontà: sembra infatti non fosse nemmeno battezzato), si fece immediatamente crescere la barba per adeguarsi alla tradizione apostolica.

In difesa della scelta “naturista” vengono poi elaborate le più sottili interpretazioni allegoriche delle sacre scritture. Da Cassiodoro, da Alcuino, da Rabano Mauro la barba è intesa come simbolo della chiesa stessa, del collegio apostolico, delle sue diramazioni e dei suoi legami (e tagliarla significa quindi recidere questi legami, togliere efficacia e legittimità al ruolo sacerdotale). Mentre per san Pier Damiani, qual è il significato dalla barba “se non la fortezza della divinità?” Per Anselmo d’Aosta, infine, “l’assenza di giustizia in una società è indecorosa come l’assenza di barba in un uomo”.

La barba può avere però anche altre insospettabili funzioni: può costituire ad esempio una corazza a difesa della virtù. Ciò vale segnatamente per le donne. Nella penisola iberica Dio arriva addirittura ad eccepire alla natura, aiutando alcune giovani come santa Paula di Avila o a santa Liberata a sfuggire a pretendenti o aggressori col far loro crescere una bella barba fluente. Il fatto che siano state santificate come vergini certifica il buon esito dell’espediente divino. Fa comunque riflettere il fatto che, prima di essere destinate dalla società dello spettacolo ai circhi e alle fiere, le donne barbute godevano degli onori degli altari[12]. (tav. 6)

 

Barbe pontificie

Per tutto il periodo classico non è dunque certamente questione di mode, quanto di “modi” d’essere. Nel caso della chiesa occidentale la novità è che il portare o meno la barba non ha più solo un forte risvolto religioso e sociale, ma ne assume anche uno politico.

Tutto ciò di cui ho parlato sopra vale infatti fino a quando l’egemonia della chiesa romana in occidente non è consolidata. Quando però dalla fase dell’evangelizzazione si passa a quella dell’organizzazione, per il clero secolare, destinato ad essere lo strumento operativo della nascente struttura, le cose poco alla volta cambiano. La barba rimane il marchio di una scelta eminentemente contemplativa. Ho provato a scorrere alcuni elenchi di papi, da san Pietro a Francesco, corredati anche dai ritratti ufficiali, e li ho messi a confronto. Bene, fino alla fine del settimo secolo non c’è un pontefice senza barba, ed entro la fine del millennio i menti e le guance scoperti si contano ancora sulle dita di una mano. Il rapporto si inverte invece a partire dal XII secolo, con una netta prevalenza di papi sbarbati. Si tornerà alla barba solo dopo la metà del ‘500, con Paolo III, ma sarà un intermezzo di meno di un secolo. Nel ‘600 sopravvive qualche raro pizzetto, poi la barba sparisce, e non compare più. (tav. 7)

I papi sbarbati cominciano ad apparire quando la Chiesa, a partire dai tempi di Carlo Magno, si confronta in maniera apertamente conflittuale con l’autorità imperiale, su un livello ormai paritario: in palio c’è l’eredità dell’autorevolezza discendente dall’impero romano. A quel punto i suoi funzionari, il clero secolare nella fattispecie, devono sottolineare anche nell’aspetto esteriore la continuità con quella istituzione; inoltre devono distinguersi dal clero regolare, che mantiene le sue tendenze centrifughe e autonomistiche, e di lì a poco anche dai riformatori interni, gli eretici, che vagheggiando il ritorno alla chiesa primitiva tendono a rivestirne letteralmente i panni. Già nel 1073 Gregorio VII fa divieto al clero secolare di portare barba e baffi (e raccomanda di radersi anche ai laici). Nel 1096 l’arcivescovo di Rouen irroga la scomunica a coloro che portano la barba: e un provvedimento simile viene adottato anche a Venezia dalle autorità ecclesiastiche nel 1102[13].L’appartenenza deve essere chiaramente testimoniata ed evidenziata già nell’aspetto immediato.

 

Barbe diaboliche

Il calo digradimento della barba all’interno della Chiesa è fedelmente documentato nelle immagini di ammonimento o di esemplarità che dall’inizio del secondo millennio cominciano ad apparire nei luoghi di culto. In esse non compaiono più soltanto simbologie identitarie, ma fa la sua comparsa anche il nemico, il diavolo. Ha prevalso infine nel cristianesimo occidentale l’opzione dualistica, quella che vede contrapposti in una lotta eterna il bene e il male, e mutua direttamente da una tradizione pagana mai del tutto soffocata, attraverso una sofisticata operazione di riciclaggio, tutto un pantheon di santi e di figure intermedie, funzionale a rendere più agevole la comunicazione con un dio unico, lontano e tremendamente indaffarato. Inoltre, il cattolicesimo romano, dopo aver sconfitto i diretti rivali almeno nella gran parte del mondo occidentale, serra le fila volgendosi al nemico interno, identificabile di volta in volta in ogni forma di dissidenza e di devianza.

Ora, Checché ne pensassero i padri della chiesa e gli apologeti provenienti dal mondo monastico, la barba, che pure viene attribuita allo stesso creatore, a suo figlio e ai primi apostoli, non è concepibile per le figure angeliche, che stanno a rappresentare una natura umana trascesa e dominata: mentre si presta benissimo a caratterizzare l’esatto contrario, la materialità e la natura animale, o meglio ancora bestiale, che ha prevalso sullo spirito. Finisce dunque tra i connotati fissi attribuiti al demonio e a tutti i suoi accoliti. La troviamo infatti già nei mosaici antecedenti il Mille, a Torcello, e torna immancabilmente in ogni raffigurazione del demonio dei successivi Giudizi Universali, e più tardi in quelle dedicate alle tentazioni portate direttamente a Cristo o ai vari santi e anacoreti (di fronte a resistenze particolarmente ostinate l’offerta assume carattere sessuale, e allora il tentatore assume le sembianze di una bella fanciulla – o di un baldo cavaliere, se ad essere tentata è una santa. Ma anche in questi casi qualcosa che gira storto, e provocalo smascheramento e la fuoruscita della barba, c’è sempre).

L’apparentamento diabolico alla barba – o anche più genericamente alla pelosità – è destinato ad una grossa fortuna nell’immaginario occidentale, e attraverserà anche le stagioni dei revival piliferi. Sarà successivamente trasferita nelle versioni laiche del “male”, nei cattivi delle fiabe, nei sovversivi, negli ebrei, o semplicemente riproposta in termini sempre più raffinati nella letteratura (dal Mefistofele di Faust al Mephisto di Tex Willer). E fin da subito verrà accreditato ai nemici esterni (islamici, vichinghi, mongoli), e a quelli interni (gli eretici) della cristianità. (tav.8)

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Barbe ereticali

Non esistono raffigurazioni dei Bogomili e dei Catari che possano essere considerate attendibili, ma essendo il rifiuto di ogni cura del corpo uno dei precetti fondamentali del loro credo è presumibile che non perdessero affatto tempo a rasarsi. Lo stesso vale per tutte le altre sette ereticali. I ritratti che rimangono di Pietro Valdo e di fra Dolcino ce li mostrano infatti provvisti di barbe foltissime, e sottolineano una netta contrapposizione rispetto ai loro persecutori, a partire da Bernardo di Chiaravalle fino a san Domenico. Paladini strenui del modello “viso pulito” sono proprio i domenicani, i cacciatori di eretici più zelanti e i più convinti fautori della struttura dottrinale e gerarchica che contribuiscono in buona parte a definire (vedi Tommaso d’Aquino).

L’altro ordine creato da Innocenzo III in funzione antiereticale, quello francescano, mantiene invece in proposito posizioni più sfumate. In fondo il poverello di Assisi è stato recuperato all’ortodossia in extremis, con alcune concessioni bilanciate da altrettante limitazioni, e rimarrà sino alla fine dei suoi giorni ai margini di ciò che per la chiesa è tollerabile. La barba cortissima con la quale Giotto lo raffigura è una soluzione di compromesso paragonabile alla pelata di san Paolo. Dopo la sua morte, nel conflitto che scoppierà all’interno dell’ordine tra conventuali e spirituali, le barbe torneranno ad infoltirsi, fino a diventare d’uso comune presso i successivi ordini minori di figliazione francescana, primo tra tutti i cappuccini (anche questi, non a caso, ripescati per il bavero all’epoca della riforma protestante da Clemente VII – che tra l’altro si era fatto crescere la barba dopo il sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi, e la sfoggiò in occasione dell’incoronazione di Carlo V). Riesce un po’ strana invece l’immagine completamente sbarbata che Paolo Uccello ci ha tramandato di Jacopone da Todi. L’autore delle Laudiera apertamente schierato con gli spirituali, ed è quindi probabile che portasse la barba: ma a quanto pare per accoglierlo tra i beati si imponeva una “normalizzazione” del suo aspetto. (tav. 9)

 

Il declino dell’uso della barba nella chiesa è legato però anche ad altre contrapposizioni. La prima è naturalmente quella col cristianesimo orientale. Nel 1054 il patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario, andando anche contro il volere dell’imperatore Costantino IX, rompe definitivamente i rapporti con la Chiesa latina. A provocare lo scisma ci sono annosi problemi di carattere teologico e dottrinario, ma c’è anche la questione della barba. Gli ambasciatori inviati da Leone IX per tentare di comporre il dissidio non vengono neppure ricevuti dal patriarca perché sono sbarbarti, segno interpretato come una manifestazione di disprezzo nei confronti del clero orientale, che portava la barba lunga per imitare Cristo (il Cristo tramandato dall’arte bizantina, perché nei vangeli non si fa mai cenno al suo aspetto fisico). La risposta è immediata: in occasione dell’anatema pronunciato nel luglio 1054 contro Michele si afferma: “portando barbe e capelli lunghi voi (i cristiani di rito orientale) rifiutate il legame di fratellanza con il clero romano, dal momento che questo si rade la barba e si taglia i capelli”. Non tutto, evidentemente, dal momento che come abbiamo già visto qualche anno dopo Gregorio VII ritiene necessario emanare in proposito un esplicito precetto sulla rasatura: ma ormai i due modelli sono chiaramente fissati, e continueranno a pesare per il futuro. Quasi quattro secoli dopo il cardinale Bessarione, un ortodosso convertitosi alla confessione romana, si vede sbarrata la strada al pontificato dal fatto di portare la barba, cosa che suscita sospetti sulla sincerità della sua conversione (in realtà, alle spalle di questa preclusione ci sono l’eccezionale intelligenza del cardinale, pericolosa in contesto di faide interne che aveva già portato all’elezione in contemporanea di tre diversi papi, e la sua volontà di tentare una riappacificazione con la chiesa orientale, invisa soprattutto al clero francese. Al suo posto viene eletto Callisto III Borgia, spagnolo, sbarbato e grande tessitore di intrighi).

 

Il confronto è aperto però anche con un ennesimo e sempre più temibile nemico, l’Islam, che la barba la impone a prescindere a tutti i suoi fedeli. Non a caso, a marcare la differenza, durante le crociate le milizie cristiane sfoggiano di preferenza volti perfettamente rasati.

Tra i costumi ispirati al presunto esempio di Maometto e raccolti nella sunnah c’è quello di una barba accorciata fino alla lunghezza di una spanna, al più sfoltita, ma mai rasa. Naturalmente anche tra il clero musulmano c’è chi affida ad una barba lunga e folta la propria autorevolezza e la testimonianza di fedeltà al presunto costume originario (e non a caso questa particolare immagine è riproposta con insistenza ed enfatizzata dall’effetto mediatico negli attuali rigurgiti di integralismo).Il precetto islamico ha in realtà radici molto antiche,che affondano nella tradizione delle popolazioni arabe e mediorientali, piuttosto che in caratteristiche o esigenze religiose particolari: ma dal momento in cui è entrato nel canone scritturale non lascia spazio a scelte alternative. La storia musulmana della barba è quindi molto più lineare di quella cristiana.

 

Barbe barbare

Torniamo però in Occidente, e andiamo finalmente a vedere cosa accade nel frattempo nel mondo laico, cercando di raccapezzarci in una documentazione ricca, ma spesso assai contraddittoria.

Dopo il crollo dell’impero romano le cose si sono complicate anche per quanto riguarda il “decoro” facciale. L’irruzione delle popolazioni “barbariche” ha rimescolato i costumi. Per i Germani la barba aveva grande importanza, la sua lunghezza segnava in pratica l’appartenenza alle diverse gerarchie sociali, la sua assenza era segno di schiavitù. Ma l’incontro con i romani, nei confronti dei quali un certo senso di inferiorità le popolazioni d’oltralpe continuavano a provarlo, non aveva tardato a influenzare anche i loro costumi. E questo torna ad accadere di volta in volta per tutti i popoli che vengono a contatto con l’impero, arrivino essi dal nord o dalle pianure pannoniche.

Non abbiamo immagini d’epoca relative ad Attila, ma uno degli ambasciatori inviati da Teodosio II ad incontrarlo lo descrive così: “Basso di statura, con un largo torace e una testa grande; i suoi occhi erano piccoli, la sua barba sottile e brizzolata; e aveva un naso piatto e una carnagione scura”. Un profilo chiaramente mongolico, nel quale la barba non ha in fondo grande rilevanza. Per Alarico invece disponiamo di un’unica raffigurazione frontale su un sigillo, e in essa il sovrano visigoto compare perfettamente sbarbato e presenta quei “tratti gentili” dei quali gli storici dell’epoca lo accreditavano. In effetti, a quanto risulta Alarico non voleva affatto contrapporsi al costume romano, ma ambiva anzi ad essere riconosciuto come un ufficiale dell’esercito imperiale, e le sue vicende e la sua ferocia nacquero proprio dal rifiuto di questo riconoscimento. Di Teodorico rimane invece un ritratto con barba (peraltro anche questo smentito poi dalla numismatica). La cosa mi sembra significativa, perché da parte del re dei Goti la contrapposizione nei confronti del potere imperiale (di Bisanzio) è già esplicita, e va ad infrangere una continuità di immagine che bene o male, sia pure solo formalmente,sino ad allora persisteva[14].

Anche gli invasori successivi, i Longobardi e i Franchi, sono in genere raffigurati con la barba. I primi dalle loro lunghe barbe pare prendessero addirittura il nome. Il loro codice prevedeva pene specifiche per chi osasse tirare la barba ad un guerriero (a quanto pare era un divertimento in voga), e anche dopo la conversione al cattolicesimo il costume in proposito rimase invariato, come testimonia il ritratto barbuto del loro ultimo re, Desiderio. I Franchi invece in genere non portavano la barba, ma amavano piuttosto i baffi sottili, anche se i sovrani della dinastia Merovingia sono ancora ritratti con barbe e chiome fluenti. C’è una formella rappresentante un barbuto Clodoveo che si converte al cattolicesimo nella quale è esemplificato perfettamente il processo di “normalizzazione” dei barbari. Attorno al sovrano, immerso nella fonte battesimale, gli ecclesiastici e i dignitari sono tutti rigorosamente sbarbati. Il capitolo successivo sembra dunque essere inevitabilmente l’adozione del costume romano, con la rinuncia alla barba, o almeno col suo disciplinato contenimento.

Non sarà tuttavia un passaggio immediato: nelle raffigurazioni di Carlo Magno la barba ricompare spesso (non sempre: ad esempio, in una moneta d’argento coniata nell’812 l’imperatore appare completamente sbarbato, e piuttosto in carne, e questa immagine corrisponde a quella tramandata dal suo biografo Eginardo). Nei suoi successori, a partire da Ludovico il Pio, appare però sempre più sottile e curata. La “romanizzazione” corre.

Lo stesso vale più tardi per i Normanni. Come i Longobardi[15], questi portavano la barba ad imitazione del loro dio guerriero e barbuto, Odino. Malgrado la conversione al cristianesimo e l’incontro con la cultura latina, che avviene soprattutto nell’Italia meridionale, conservano immutati molti aspetti del loro costume. Tanto che ancora a metà del XII secolo Ruggero II d’Altavilla promulga delle leggi che favoriscono chi porta la barba e multano chi la taglia. (tavola 10)

Contemporaneamente, nel mondo bizantino, per il quale possiamo fare riferimento ad una iconografia musiva abbastanza ricca e credibile, i laici, primi tra tutti dignitari, funzionari imperiali e ufficiali dell’esercito, hanno seguitato a conformarsi al modello latino. Le ragioni sono quelle accennate sopra: la necessità di una distinzione del mondo religioso da quello laico e di contrapposizione alle popolazioni non latine che premono da nord-est prima e da sud est poi. Giustiniano compare nei mosaici di Ravenna perfettamente sbarbato. Ma a partire dal VII secolo e dal regno di Eraclio si realizza una sempre maggiore “grecizzazione” dell’impero, accompagnata dalla riscoperta di un particolare valore identitario della barba. Uno dei successori di Eraclio, Costante II, viene addirittura soprannominato il “Pogonato”, ovvero il barbuto. Questo modello verrà adottato ininterrottamente, e segnatamente dopo lo scisma del 1054, da tutte le dinastie successive, fino ai Lascaris e ai Paleologi. Tra i nemici cui contrapporsi figurano infatti ormai anche gli eredi dell’impero occidentale.

 

Barbe regali

Non voglio forzare troppo l’interpretazione dei dati iconografici, ma come in quello dei papi, anche nel caso delle diverse dinastie che danno vita alle moderne monarchie occidentali le sequenze dei ritratti si rivelano molto eloquenti, fanno intravvedere linee e curve di tendenza abbastanza uniformi e significative.

Il passaggio al secondo millennio segna in Europa e nella fattispecie in Italia il definitivo prevalere dei volti sbarbati anche ai vertici del potere civile. I sovrani stranieri per le cui mani passa il potere sulla penisola sembrano via via adeguarsi. Ad esempio, mentre il Barbarossa porta con orgoglio addirittura nel soprannome il carattere maggiormente distintivo del suo aspetto, e il figlio Enrico VI ne segue con minor fortuna le tracce, già il nipote, Federico II, costruisce perfettamente la sua immagine di stupor mundi facendosi effigiare negli affreschi e nel dritto degli augustali perfettamente sbarbato.

L’imperatore italo-svevo aveva ben compreso già ottocento anni fa l’importanza dell’immagine quale mezzo di governo. In ogni raffigurazione risalente all’epoca, e di conseguenza poi in tutte quelle successive, il suo potere non appare più associato alla forza, ma all’intelligenza, alla sapienza. Alla forza ci si può contrapporre, all’intelligenza non ci si può che inchinare e tributarle omaggio. Con la proposta di un volto pulito, sereno, il sovrano si accredita di una compostezza e di un equilibrio che hanno qualcosa di sacrale: non vuole incutere timore (quando è il caso, sa usare altri mezzi) ma conquistare la fiducia e la devozione quasi religiosa del suo popolo. E chiede ai suoi baroni e ai dignitari di conformarsi al suo stile.

Federico fa scuola: anche i suoi successori, compresi gli avversari, come Carlo d’Angiò, ne adottano il modello, e lo perpetueranno poi sino agli albori del Rinascimento. E ciò che vale per l’impero vale naturalmente anche per le diverse monarchie nascenti.

Ripetendo l’operazione già compiuta per papi e imperatori e facendo scorrere ad esempio l’elenco dei sovrani francesi, si constata che tra i merovingi e i primi venti capetingi, a partire da Meroveo sino a Luigi VII, solo un paio presentano il volto rasato: mentre dopo la metà del XII secolo, da Filippo II Augusto in poi, sino ad arrivare a Francesco I, a Cinquecento ormai inoltrato, non ce n’è più uno che porti la barba. E anche la concessione a quella che sarà la moda rinascimentale dura pochissimo: dopo il 1560, e fino alla caduta della monarchia, si torna al modello sbarbato (con la sola eccezione di Enrico IV di Navarra: forse dovuta al fatto che proveniva dal mondo protestante). (tav. 11)

Un quadro pressoché analogo lo si ottiene d’altronde facendo scorrere altre dinastie, ad esempio quelle inglesi e quelle iberiche.

12 Il battesimo di Clodoveo (496) – Museé de Picardie, Amiens2 

Tavola 9 – Barbe ereticali

tav 09 Barbe ereticali

Tavola 10 – Barbe barbare

tav 10 Barbe barbare

Tavola 11 – Barbe regali

tav 11 Barbe regali

L’età moderna

14 Paolo Uccello, Cnque maestri del Rinascimento fiorentino2

Barbe rinascimentali

La moda “rinascimentale” cui accennavo fa riadottare la barba nell’Europa occidentale anche dai vertici politici e religiosi: e la definisco una “moda” perché a partire dal Cinquecento la presenza o meno della barba appare sempre più sganciata dagli originari significati simbolici e legata invece a fluttuazioni dettate da scelte estetiche e da un diverso tipo di appartenenze.

13 cappella Tornabuoni Agnolo PolizianoLa ricomparsa nel Rinascimento dei volti incorniciati della barba non ha motivazioni politiche. Nasce piuttosto dal rinnovamento del pensiero che si produce in seno all’umanesimo, a partire da quello italiano. Si potrebbe parlare in proposito di una secolarizzazione, e più ancora di una personalizzazione individualistica, del modello di virilità. In altre parole: nel corso del medioevo la società laica ha costantemente cercato di conformarsi all’immagine della classicità: in maniera più o meno consapevole e voluta era prigioniera della pesantissima eredità della civiltà romana, nei confronti della quale provava un complesso di inferiorità. Con l’umanesimo questa soggezione viene meno: i nani sono saliti sulle spalle dei giganti, e guardano oltre. Ma per farlo devono liberare e riabilitare anche ogni espressione di naturalezza, di diversità e di individualità dei singoli corpi, ivi compresa la barba: ciò che invece era sacrificato, nel modello latino (e nel suo adattamento cristiano), al primato della “civitas”, della appartenenza ad un superiore contesto nel quale l’individuo si riconosceva e si annullava.

Il passaggio è come sempre perfettamente scandito dall’iconografia. Lungo tutto il periodo che potremmo definito pre-umanistico (grosso modo, il XIV secolo) e in quello che ha visto fiorire l’umanesimo fiorentino (XV secolo), i volti dei maggiori letterati, da Dante a Petrarca, a Boccaccio, fino a Poliziano, quelli degli artisti, da Giotto a Botticelli, ma anche quelli dei filologi e dei pensatori, da Marsilio Ficino a Leon Battista Alberti a Pico della Mirandola, appaiono perfettamente rasati. (tav. 12)

Nel Giudizio universale dipinto da Giotto per la cappella degli Scrovegni il pittore si auto ritrae in mezzo a persone nella quasi totalità sbarbate (le sole eccezioni sono costituite dal Cristo stesso e da alcuni apostoli). Danno il loro contributo all’immagine di politezza e di uniformità anche le schiere angeliche, che sembrano uscite da una pubblicità di lamette da barba. Non meno significativo in questo senso appare il Corteo dei Magi di Benozzo Gozzoli, e persino gli anacoreti che popolano la Tebaide del Beato Angelico sono per la stragrande maggioranza accuratamente sbarbati. Il tardo-gotico interpreta liberamente e con molta fantasia le situazioni e i costumi, ma i volti puliti rimangono evidentemente quelli della quotidianità, o almeno, ne rispecchiano una ideale. Li ritroviamo poi tali ancora agli albori del Rinascimento, ad esempio nella cappella Tornabuoni affrescata da Domenico Ghirlandaio in Santa Maria Novella, nella Camera degli sposi del Mantegna e nei ritratti di Antonello da Messina.

Con Masaccio però le cose già cambiano. L’Adamo della Tentazione nella Cappella Brancacci ha la barba: e come lui quasi tutti gli apostoli che compaiono ne Il tributo, o i carnefici della Decapitazione di san Giovanni. È difficile stabilire quanto questo cambiamento sia da attribuire ad una sorta di realismo “ricostruttivo” e quanto invece ad una presa diretta: di fatto, nell’immaginario iconografico la barba sta rientrando.

Di questo ritorno Masaccio è però solo un sintomo, e piuttosto precoce, perché i maggiori protagonisti della politica italiana del secondo Quattrocento, da Lorenzo de’ Medici a Federico di Montefeltro, da Ludovico il Moro ai Gonzaga, continuano poi ad essere rappresentati con volti perfettamente puliti, sia nei grandi affreschi celebrativi o allegorici, sia nei ritratti su tela o su tavola. Anche i loro oppositori, come il Savonarola, rimangono conformi al modello latino. Modello che ritroviamo ancora, nei primi decenni del secolo successivo, nei ritratti di intellettuali come Machiavelli e Guicciardini. Questi ultimi però già appaiono in ritardo rispetto alla moda sopraggiunta nel frattempo: in entrambi evidentemente ancora la vince un attaccamento profondo alla civiltà romana. (tav. 14)

Già attorno alla metà del Quattrocento tuttavia altri personaggi cominciano ad ostentare barbe importanti. La prima categoria sociale ad adottare il nuovo stile è naturalmente quella degli artisti. Paolo Uccello, ad esempio, nella tavola del Louvre (Cinque maestri del Rinascimento fiorentino, del 1450) che lo vede in compagnia di Giotto, Donatello, Manetti e Brunelleschi, sembra tornare direttamente al modello ebraico (d’altro canto, proprio in questo periodo si diffonde l’interesse per la lingua ebraica antica, fino ad allora praticamente sconosciuta in Europa, che darà vita alla revisione delle traduzioni bibliche e soprattutto agli studi sulla qabbalàh e all’esoterismo alchemico). L’unico suo collega barbuto in questo caso è Donatello.

Poi, agli inizi del Cinquecento, la nuova moda esplode. L’abbracciano sia gli artisti (Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano) che i letterati (Boiardo, Ariosto), ma è oltremodo significativo il fatto che lo facciano anche coloro che dettano le nuove regole del costume (Castiglione, Bembo, Della Casa). Immediatamente a seguire vengono poi, come abbiamo già visto, imperatori, principi, papi. (tav. 13)

Da dove nasce questa trasformazione? È accaduto che dopo la metà del XV secolo (ma il fenomeno era iniziato già almeno un trentennio prima) la caduta di Costantinopoli e la fine dell’impero bizantino hanno spinto in occidente un gran numero di filologi e pensatori legati alla cultura greca, che portano con sé la lingua ma anche un patrimonio di opere preziose e praticamente sconosciute, assieme a un grande repertorio di immagini. Una cosa analoga avviene, a fine secolo, con la cacciata degli ebrei dalla penisola iberica, che produce una straordinaria migrazione intellettuale. La nuova attenzione alla grecità e all’ebraismo, il rapporto stesso con persone che praticano il modello orientale, diffondono anche un diverso approccio estetico: alla razionalità pratica romana si sostituiscono la pensosità filosofica greca e il messianismo esoterico. Platone e Aronne hanno la meglio su Tommaso d’Aquino, anche nell’immagine.

Il fenomeno dilaga, ma (almeno nella prima metà del ‘500) non si lega alle contrapposizioni politiche e religiose. La barba non rientra nelle rivendicazioni dei maggiori riformatori, né di quelli laici come Erasmo o né di quelli religiosi come Lutero[16], Melantone e Zwingli, che continuano ad essere tutti perfettamente sbarbati (l’unica eccezione è rappresentata da Calvino): questi ultimi l’hanno addirittura in sospetto, visto che era stata caratteristica, tra i loro precursori, delle correnti più libertarie (Wycliff e Huss), e che viene ora adottata prontamente dall’ala più estremista (Socino, Giovanni di Leida). (tav. 15)

La barba non rappresenta più comunque un inequivocabile simbolo distintivo. Durante le guerre di religione in Francia, ad esempio, la troviamo equamente distribuita tra le due fazioni contrapposte. Enrico IV di Borbone sfodera una barba fluente, così come molti altri esponenti degli Ugonotti, ma questo vale anche per i Guisa, per gli Angiò e per i Lorena, che appartengono al partito del cattolicesimo intransigente. Allo stesso modo in Inghilterra la portano sia l’anglicano Enrico VIII che il cattolico Thomas More. Pare che quest’ultimo, fatto condannare dal re alla pena capitale, un attimo primo di essere decapitato abbia sollevato il capo dal ceppo e abbia raccolto la folta barba avanti a sé, in modo che non fosse sfiorata dalla scure, dicendo: “This hath not offended the king” (“Questa non ha tradito il re”)[17].

15 Claudius Jacquand Thomas More nella Torre di Londra

Barbe controriformiste

Il processo di “domesticazione” della barba occupa il secolo che va dalla metà del Cinquecento a quella del Seicento. Accompagna la reazione agli sconvolgimenti “rivoluzionari” di quello precedente. È un moto di assestamento, ma al tempo stesso è la spia di una importante novità: il diverso rapporto con la natura. Testimonia infatti visivamente, in maniera straordinariamente immediata, che persino una delle manifestazioni più evidenti del potere di quest’ultima sull’uomo, sul suo aspetto, può essere disciplinata, irreggimentata, costretta in schemi geometrici. È una cosa diversa dalle barbe squadrate dei mesopotamici o dalle finte barbe cilindriche degli egizi: diversa sia per ciò che sta a simboleggiare che per i modi in cui lo fa. Il paradosso è che, almeno sul piano fisico, la resistenza più forte a questo processo di razionalizzazione sembra venire proprio da coloro che su quello spirituale lo stanno portando avanti.

Ancora una volta possiamo infatti constatare come, quando la moda della barba comincia a tramontare, negli decenni finali del XVI secolo, gli ultimi a rimanerle fedeli siano gli uomini di scienza e i filosofi (Bernardino Telesio, Giovanni Keplero, Giordano Bruno, John Dee, Francesco Bacone, Galileo Galilei). Quasi che la “filosofia della natura” che in un modo o nell’altro tutti quanti professano trovi un riscontro nella “naturalezza” dell’aspetto. E infatti quest’ultimo sembra inquietare, al pari delle loro idee, le istituzioni religiose ufficiali, siano esse quella cattolica, quella luterana o quella anglicana: ragion per cui le istituzioni corrono ai ripari. Mezzo secolo dopo nessuno tra i maggiori filosofi e scienziati, da Cartesio a Spinoza, a Pascal, a Newton, porterà la barba. E i letterati li hanno preceduti nel riallinearsi: la barba di Tasso è già molto più timida e curata, a confronto con quelle di Ariosto e Boiardo, e in Giovanbattista Marino è ridotta alla combinazione “essenziale” di baffi e mosca sul mento. (tav. 16)

In che modo la Chiesa della Controriforma corra ai ripari è noto per le vicende di Bruno e di Galilei: ma lo si evince altrettanto bene, per quel che concerne il nostro specifico discorso, da una vicenda particolare, quella del cardinale Carlo Borromeo, titolare della gigantesca statua di Arona (e parente del Federico manzoniano). Il Borromeo, che aveva sempre portato la barba, comincia a raderla in segno di penitenza negli ultimi anni della sua vita, a seguito dell’ennesima epidemia di peste: ma non si limita a questo. In qualità di arcivescovo di Milano emana nel 1576 una lettera pastorale, De barba radenda, con la quale impone il volto rasato a tutti i sacerdoti della sua diocesi. Le motivazioni addotte sono le più diverse (il vino e il pane consacrati che possono essere dispersi, ecc), ma la sostanza è che occorre educare ex novo una classe di sacerdoti dai quali l’abdicazione al “comune ornamento del volto” sia vissuta come rinuncia ad ogni ostentazione, vanità mondana e superbia. C’è soprattutto il convincimento che “con l’habito differente da gl’altri habbiamo sempre una singolar conversatione di vita, che sia degna del stato, et professione nostra”. L’iniziativa di Carlo Borromeo suscita scarso entusiasmo, e anzi, incontra una decisa presa di distanza nella curia romana: ma non viene ufficialmente smentita, e poco alla volta verrà adottata da tutte le diocesi dell’Italia settentrionale e d’oltralpe.

C’è però un’eccezione, ed è costituita come sempre dagli ordini regolari, anche da quelli che nascono proprio dallo spirito controriformista, a partire dai Gesuiti, dagli Scolopi e dai Teatini: tutti i fondatori di questi ordini (Ignazio di Loyola, Giuseppe Calasanzio, Gaetano Thiene) sfoggiano la barba (Thiene la manterrà anche quando sarà nominato papa) e lo stesso faranno i loro confratelli. Nel caso dei gesuiti l’eccezione riguarda quasi esclusivamente coloro che svolgono opera missionaria in Asia o nelle Americhe, come Francesco Saverio o Matteo Ricci. Operando in mezzo a popolazioni naturalmente molto glabre, sono in qualche modo autorizzati a sfruttare il fascino e il timore che la barba ha esercitato su queste sin dai primi contatti con gli europei (come del resto fanno gli esploratori e i conquistadores, da Vespucci a Magellano, da Cortés a Pizarro, con la sola eccezione di Colombo) per la sua naturale associazione alla saggezza e alla virilità ma, in questo caso, soprattutto per quella alla potenza e alla superiorità tecnologica (tav. 17).

Questi ordini, così come quelli che nascono dalla riforma di altri preesistenti – vedi i cappuccini – non sfuggono affatto al controllo: dimostrano al contrario quanto la Chiesa sappia essere duttile di fronte all’insorgere di situazioni nuove, come già aveva saputo esserlo tre secoli prima con i francescani. Sono camere di decompressione che permettono di non disperdere energie riformatrici altrimenti poco disciplinabili. Se poi queste energie possono essere incanalate in paesi lontani, tanto di guadagnato.

16 G. Ceruti – Soldati che giocano a carte 

Una temporanea eclisse

Ordine e disciplina sono caratteristiche che cominciano ad essere richieste nella seconda metà del XVI secolo non solo ai sacerdoti, ma anche ad un’altra categoria, quella dei militari. Oltre a rinnovare le modalità di addestramento delle milizie e a rivoluzionare le strategie, lo statolder Maurizio di Nassau impone per primo alle sue truppe (pressappoco negli stessi anni in cui Carlo Borromeo lo fa coi suoi sacerdoti) l’adozione di una divisa uguale per tutti e l‘uniformazione delle acconciature, riproponendo e adeguando alle nuove tecnologie quello che già era stato l’intento di Alessandro Magno. Uomini che vestono tutti allo stesso modo e presentano tutti lo stesso aspetto saranno uniti non più in una solidarietà di banda, ma nella compattezza di un esercito. In questa prospettiva di irreggimentazione e di modernizzazione il problema della barba non è secondario (anche se poi il riformatore stesso esibisce una bella barba rossiccia). Entrano in ballo le innovazioni tecnologiche. L’uso di armi da fuoco che funzionano con meccanismi di accensione ad acciarino, a miccia o a pietra focaia rende la barba non solo ingombrante ma anche pericolosa, per il rischio costante che vada a fuoco.

Per le fanterie della guerra moderna la rasatura diventa in pratica una necessità, che verrà tradotta immediatamente in obbligo: e l’obbligo verrà poco alla volta esteso a tutti quanti i corpi in tutti gli eserciti (con strane eccezioni: presso l’esercito borbonico, ad esempio, i militari del genio erano tenuti a portare la barba). Se verso la metà del Seicento i soldati de La ronda di notte di Rembrandt mostrano ancora pizzetti e in qualche caso barbe, sia pure molto curate e tagliate corte, quelli raffigurati da Pieter van Bloemen alla fine del secolo sono completamente sbarbati. Agli inizi del Settecento i Soldati che giocano a carte di Giacomo Ceruti ci confermano che il look è ormai cambiato, e la splendida ricostruzione ambientale operata da Kubrick in Barry Lyndon, filologicamente accuratissima e basata sulla pittura dell’epoca, ci mostra quale effettivamente era l’aspetto dei militari settecenteschi.

17 Cavelier de la SallePiù ancora di qualsiasi obbligo vale però stavolta il dettame della moda, nel quale giocano fattori che davvero rientrano nell’imponderabile (e creano forti dubbi sulla possibilità di iscrivere i fenomeni sociali entro schemi razionali di lettura, e quindi sul lavoro stesso che sto facendo). Così come erano tornate, nel volgere di un secolo le barbe spariscono: e sono sostituite, a partire dalla metà del Seicento, dal trionfo delle parrucche. Sembrerà paradossale, ma la nuova svolta estetica non è in contraddizione con quanto dicevo sopra. Il XVII secolo è infatti particolarmente inquieto, e la situazione di continua belligeranza educa a uno stile militaresco e mascolino anche nell’aspetto: come racconta Manzoni nell’episodio del duello dell’Innominato, la litigiosità non è prerogativa solo delle grandi dinastie, ma è diffusa nella quotidianità da piccoli o grandi potenti e prepotenti, e questo atteggiamento impone di esibire un particolare phisique du role. Negli abiti prevale il cuoio, con grossi cinturoni cui vengono appese lunghe spade e con stivali pesanti a gamba alta e a tacco rialzato, abbondano i mantelli, che ingrossano la figura, e riesce opportuno a questo punto enfatizzare anche le dimensioni del capo con enormi cappelli a larga tesa e con una abbondante peluria, a minaccioso segnale di grande virilità.

Non tutti però questa “virilità” sono in grado di esibirla: la sifilide, arrivata dalle Americhe nel secolo precedente e diffusasi in un baleno in tutto il continente, si manifesta anche con la caduta a chiazze dei capelli. È il meno tragico dei suoi effetti, anche se è uno dei più evidenti e imbarazzanti: ed è possibile ovviarvi solo adottando una parrucca.

La moda secentesca è agli inizi prevalentemente maschile, e presenta anche degli aspetti di praticità. Consente ad esempio di difendersi meglio dalla invadenza dei pidocchi (una coabitazione trascurata in genere dalla storiografia, ma che ha fortemente condizionato la vita quotidiana sino a meno di un secolo fa), le cui uova posso essere più facilmente rimosse da una parrucca che dai capelli naturali, e contribuisce paradossalmente a migliorare una igiene personale che pativa ancora diversi tabù rispetto agli effetti e alle frequenze dei lavacri. Naturalmente, le parrucche, quelle confezionate con capelli naturali (il che tra l’altro crea un vero e proprio mercato, e assicura un piccolissimo cespite anche alle fanciulle più povere) sono costose, se le possono permettere solo i nobili e i benestanti, e questo ne fa un altro segno di distinzione. I più poveri devono accontentarsi infatti di toupet confezionati con peli di capra, crine di cavallo o code di bue.

18 Henry de TontiLa barba però non si combina affatto con l’uso delle parrucche: ne evidenzia clamorosamente l’artificiosità, rendendole grottesche, un po’ troppo persino per un gusto come quello barocco che il grottesco lo apprezza. Indossare la parrucca comporta quindi la rasatura completa e costante del viso, che al più lascia spazio al vezzo di un paio di baffi e di un pizzetto sottili (il modello reso famoso dai tre moschettieri). Il cambiamento di modello trova riscontro persino nell’uso linguistico: l’antico “barbiere” diventa il moderno “parrucchiere”.

A traghettare la parrucca da rimedio di fortuna a vera e propria moda è la corte parigina. Già Luigi XIII ne aveva adottata una in tarda età: il figlio, il Re Sole, deve ricorrervi già a diciassette anni, dopo che una malattia lo ha lasciato totalmente calvo. Uno dei suoi primi atti, una volta salito al trono, è l’approvazione di una cinquantina di licenze per artigiani parigini creatori di parrucche. Naturalmente i cortigiani si adeguano, soprattutto quelli che a Versailles convivono quotidianamente col sovrano: ma non solo loro. I miei eroi delle prime guerre indiane, ad esempio, Robert De La Salle e Henri de Tonti, si fanno ritrarre con fluenti cascate di riccioli (nel secondo abbinate alla mano di ferro che lo rese famoso tra gli Irochesi). Non credo girassero così conciati per le foreste dei Grandi Laghi o sulle rive del Mississippi, ma certamente sfoderavano le loro parrucche in occasione degli incontri con i capi delle nazioni indiane. Dalla Francia, all’epoca considerata arbitra del costume, la moda si diffonde poi velocemente in tutta l’Europa. Lo stesso sovrano Carlo II se ne fa promotore, per motivi analoghi a quelli di Luigi XIV, in Inghilterra.

19 Hyacinthe Rigaud – Ritratto di Luigi XIV, 1702 

Tavola 12 – Rasature umanistiche

tav 12 Rasature umanistiche

Tavola 13 – Barbe rinascimentali

tav 13 Barbe rinascimentali

Tavola 14 – Sbarbati illustri

tav 14 Sbarbati illustri 

Tavola 15 – Barbe protestanti

tav 15 Barbe protestanti

Tavola 16 – Barbe controriformiste

tav 16 Barbe controriformiste

Tavola 17 – Barbe missionarie e conquistatrici

tav 17 Barbe missionarie e conquistatrici

Tavola 18 – Volti illuminati

tav 18 Volti illuminati
Nel diciottesimo secolo però l’affermazione della virilità lascia il posto alla ricerca della stravaganza, della raffinatezza. L’effetto cui si mira non è più quello del guerriero ma quello del cicisbeo. Le parrucche si coprono di cipria, si colorano, si ingentiliscono. Diventano un normale capo d’abbigliamento, e quindi sono soggette al variare del gusto, anziché a quello delle situazioni. Mozart e Marivaux ne vanno pazzi, e ne cambiano una al mese. Ma nemmeno filosofi e pensatori professionisti della trasgressione (intendo: che sulla trasgressione hanno costruito le loro fortune) come Voltaire e Rousseau vi rinunciano. Non mi sembra un caso che ad apparire in tutti i ritratti sempre a capo nudo sia Diderot, che dalla trasgressione guadagna invece la galera. Ad apprezzare le parrucche sono in realtà ormai soprattutto le donne, ma ciò non toglie che anche i maschi continuino a farne uso per tutto il secolo, fino a quando la rivoluzione francese le spazzerà via assieme alle teste che le indossano, senza che alcun ghigliottinato possa ripetere il gesto di sir Thomos More.

 

Tra obblighi, divieti e mode, nel corso del Seicento e del Settecento la ripulitura dei volti è quindi pressoché totale. Persino i rivoluzionari rinunciano a quello che per tutto il medioevo e oltre era rimasto un segno distintivo delle dissidenze: tra i protagonisti delle rivoluzioni inglesi seicentesche non ce n’è uno, nemmeno tra i Livellatori e i Diggers, che porti la barba (si concedono al più i soliti curatissimi baffetti); tra quelli delle rivoluzioni settecentesche (compresa quella americana) le guance rasate saranno la regola fissa. Del resto, il riferimento storico ideale dei rivoluzionari francesi è ancora la repubblica romana, alla quale si ispirano direttamente, ad esempio, anche i modelli istituzionali: consoli e tribuni non ricompaiono a caso. Persino gli estremisti dell’egualitarismo, come Saint-Just prima e poi Babeuf e Filippo Buonarroti, rimangono su quella falsariga. Così come lo sono, all’altro estremo, gli alfieri della reazione: Wellington, Constant, De Maistre, Chateaubriand, hanno il volto rasato come Robespierre, come Danton e come Napoleone. (tav. 15)

La barba rimane piuttosto un tratto distintivo degli “esclusi”, dei marginali e degli irregolari. Sia quella letteraria di Robinson Crusoe, siano quelle reali (il terribile Barbanera) raccontate dallo stesso De Foe nelle Vite di Pirati, o dai viaggiatori del Gran Tour che percorrono remote vallate alpine e incappano nei briganti calabresi, dai rarissimi temerari che si inoltrano nei Balcani o nel Caucaso, dai disgraziati naviganti abbordati dai corsari barbareschi (come accade a Cervantes), l’abbinamento è comunque sempre a mondi selvaggi e ad una umanità semi-primitiva o degenerata.

In queste categorie rientrano anche i barbuti delle fiabe, che conservano una più o meno ravvicinata parentela con l’immagine diabolica. Sono rappresentati con barbe ispide e malauguranti gli orchi delle fiabe nordiche, i malvagi tenebrosi come Barbablu, la gran parte dei protagonisti negativi: e continueranno ad esserlo anche dopo, sia nella letteratura per l’infanzia, come il Mangiafuoco di Collodi, che in quella popolare, come il Fagin di Dickens.Il messaggio trasmesso tanto ai bambini che agli adulti è: diffidate dell’uomo con la barba.

Questo messaggio rimarrà invariato sia nel corso dell’Ottocento, quando le quotazioni della barba torneranno decisamente a salire, che nel secolo successivo, quando scenderanno ai minimi storici, e quando i cattivi delle fiabe saranno sostituiti da quelli dei fumetti o del cinema[18]. Probabilmente sull’immaginario popolare pesa, oltre retaggio delle paure religiose, il ricordo di lontane terribili esperienze, gli antichi popoli invasori, o quello più recente delle soldataglie che imperversano a margine di ogni guerra, o delle prepotenze e nefandezze nobiliari: e su questi ricordi fa leva l’ostracismo decretato alla barba dalla modernità. Ma va anche tenuto presente che, si tratti di un reverenziale timore o di una minacciosa paura, è in fondo questo l’effetto che chi porta la barba intende suscitare.

Con l’ingresso nell’età moderna l’ornamento pilifero del viso ha perso dunque le sue tradizionali valenze simboliche e lascia spazio alla funzionalità. Il volto sbarbato è funzionale in primo luogo al nuovo modo di produzione. Nel XVIII secolo il decollo della rivoluzione industriale e il trasferimento di quelle che erano attività artigianali in grandi opifici, pieni di macchinari complessi, di ingranaggi e di cinghie di trasmissione, di polvere e di fumo, rende prioritario il problema della sicurezza e dell’igiene. La barba può rappresentare un pericolo, e costituisce comunque un impedimento, oltre ad essere associabile ad un sospetto di scarsa disciplina. Inoltre, dopo che van Leeuwenhoek ha scoperto l’esistenza dei batteri, si fa sempre più pressante il sospetto che i peli ne costituiscano il naturale ricettacolo, e quindi siano decisamente insalubri.

La rasatura poi è funzionale anche allo spirito dell’emergente stato nazionale, nel quale tanti cittadini devono ottemperare alle stesse leggi, parlare la stessa lingua, condividere le stesse tradizioni, magari create ex novo. Torna il modello latino, riadattato ai tempi e alle nuove circostanze. Il riferimento non è più quello verticale, ad un sovrano, ma quello orizzontale ad un patto sociale, ad una convenzione di coesistenza. E più i contraenti sono simili anche nell’aspetto, più si “uniformano”, maggiore sarà la probabilità che si riconoscano, si fidino e si rispettino reciprocamente.

C’è anche, senza dubbio, nelle guance pulite l’affermazione di un significato simbolico che aveva cominciato a circolare già con Cartesio (ma molto prima ancora, in termini più sfumati, con Socrate): la razionalità che trionfa sulla natura, lo spirito di geometria, come l’avrebbe definito Pascal, che diventa la chiave di lettura del mondo: e la geometria postula superfici lisce, tratti lineari e scoperti. Lichtenberg affermava che “È impossibile portare la fiaccola della verità tra la folla senza bruciare qua e là una barba o una parrucca”.

Infine, come abbiamo visto, ha un peso ben più significativo che non nelle epoche precedenti l’esigenza di conformarsi alla “moda”. L’assolutismo propone modelli di riferimento forti, e crea centri che dettano le regole del costume, mentre la nascita di una nutrita pubblicistica provvede a diffondere queste ultime. La rasatura è entrata a far parte del codice di buone maniere dei gentiluomini. Quella che era una scelta etica diventa una questione di etichetta. E come tale, per una serie di ricadute che non sono ostacolate da differenze di ceto e di educazione, si diffonde più facilmente e più universalmente.

Ecco perché nelle opere di Joshua Reynolds e in quelle di William Hogarth, alle quali Kubrick si è rifatto per le ricostruzioni ambientali, non compare mai alcun personaggio con la barba: e se il primo ritrae il mondo aristocratico e alto borghese, più sensibile ai dettami della moda, il secondo ci offre dei realistici spaccati di vita popolana nei quartieri operai: eppure, anche dove regna la miseria più nera, i volti appaiono tutti più o meno accuratamente sbarbati.

Insomma: riforme religiose, rivoluzione militare, rivoluzione scientifica, rivoluzione industriale, nascita dell’igiene, rivoluzioni politiche e sociali, i grandi rivolgimenti che segnano l’ingresso del mondo occidentale nella modernità, sono tutti accomunati da un progressivo rifiuto delle lanugini ornamentali.

Dove poi questi cambiamenti tardano a realizzarsi spontaneamente, per l’esistenza di una tradizione radicata, provvede il potere ad accelerarli. Alla scadenza del XVII secolo lo zar Pietro, reduce da un lungo e istruttivo viaggio per l’Europa, decide di dare inizio ad un’era di modernizzazione del suo paese, e comincia simbolicamente proprio dalla barba (che sino a quel momento lui stesso portava). A pochissimi giorni dal suo rientro, nell’agosto del 1698, emette un ukaz dal titolo “Sull’uso dell’abito tedesco, sulla rasatura delle barbe e dei baffi e sulla circolazione degli scismatici con l’abito per essi indicato”, col quale impone ai sudditi, tra le altre cose, la rasatura completa[19]. Affinché il concetto sia chiaro riunisce a corte gli esponenti delle più importanti dinastie nobiliari e provvede personalmente a sbarbarli con un paio di forbicioni.

È l’inizio di un braccio di ferro violentissimo, al termine del quale la nobiltà si troverà non solo sbarbata ma inquadrata disciplinatamente nei nuovi ranghi voluti dal monarca. I costi umani sono altissimi: sommosse, migliaia di arresti, torture, esecuzioni. Pietro ci va giù con mano pesante. Una volta affermato il principio vengono poi concesse delle esenzioni, ma a prezzo di una pesante penale pecuniaria, che dal 1705 si trasforma in una vera e propria tassa sulla barba. La reazione più dura arriva naturalmente dal clero (che è comunque tra i soggetti esentati, a pagamento), perché la barba è il segno dell’appartenenza all’Ortodossia: obbedire a questo ordine equivale a un ripudio della fede dei padri. Ma non obbedire significa perdere tutti i propri averi o addirittura la testa: per cui il popolo russo, con l’eccezione dei Vecchi Credenti, si sottomette abbastanza rapidamente alla legge del rasoio.

Ancora una volta sono i ritratti e gli autoritratti a riassumere nella maniera più eloquente le tappe della trasformazione. Tra gli artisti dell’età barocca Caravaggio, Velazques, Rembrandt, Salvator Rosa, ma anche Bernini e Borromini, esibiscono ancora un accenno di baffi e pizzo, mentre nel secolo successivo Goya, Fragonard, De la Tour, Hogarth e Reynolds sono già completamente sbarbati, e lo saranno ancora, agli inizi dell’800, William Blake, Turner e David. Pochissimi azzardano scelte diverse: Friedrich si concede vistosi favoriti, Delacroix solo i baffi (ma in qualche autoritratto neppure quelli), Gericaul è l’unico che prima di morire prematuramente (a 34 anni) si autoritrae con la barba.

Nemmeno i filosofi offrono più resistenza. Con l’esclusione di Hobbes, che porta baffi e pizzo, si radono completamente Pascal, Cartesio, Spinoza, Newton, e nel secolo successivo non ce n’è uno che mostri un filo di barba: Locke, Hume, Vico, Lessing, Montesquieu, D’Alembert, Voltaire e Rousseau, naturalmente, Kant, e addirittura, nella prima metà dell’800,Fichte, Hegel e Schelling, sono tutti clienti quotidiani del barbiere, e nella sua bottega potrebbero incrociare letterati come Metastasio, Parini, Goldoni e Alfieri e musicisti come Vivaldi, Haydn, Bach, Mozart e Beethoven.Non è un caso che il personaggio forse più famoso di questo periodo sia Figaro, il barbiere di Siviglia inventato da Beaumarchais e reso universalmente celebre da Rossini[20]. (tav. 18)

17 William Hogarth, Intrattenimenti elettorali 

L’Ottocento

18

Barbe romantiche

Almeno dagli scrittori e dei poeti del primo Romanticismo (e qui sconfiniamo nel secolo successivo) ci si attenderebbe un look più trasgressivo. Sono quelli che raccontano di spiriti liberi e tormentati, di eroi solitari, di ribelli, di individualisti che cercano di sottrarsi all’omologazione crescente. E invece da Walter Scott a Lamartine, da Merimée a Nerval, da Coleridge a Wordsworth, su su fino a De Vigny e agli antesignani del decadentismo come Baudelaire, continuiamo a trovarevolti rasati, dai quali sono scomparsi anche i baffi.

Per non parlare di Leopardi, che anche volendo avrebbe avuto difficoltà a ornare le guance, il labbro o il mento. Ma che non ne ha affatto a cogliere i segni del suo tempo. Proprio Leopardi, infatti, segnala sarcasticamente come il vento stia ancora una volta cambiando. Nella Palinodia al marchese Gino Capponi, del 1835, scrive che:

“giá, della nova
felicitá principio, ostenta il labbro
de’ giovani, e la guancia, enorme il pelo”.

Nell’Ottocento barbe e baffi tornano in auge, stavolta come labari del fermento sociale. La prima metà del secolo vede la fase aurorale di un credo liberal-progressista che promette che “Universale amore, / ferrate vie, moltiplici commerci, / vapor, tipi e cholèra i piú divisi / popoli e climi stringeranno insieme”. E i suoi profeti indossano, come sottolinea con malizia il poeta, i costumi di scena, a partire dalla mascheratura pelosa del volto.

Il ritorno di barbe e baffi annuncia una nuova felicità dal sapore ancora messianico: è in fondo la buona novella cristiana secolarizzata. A partire dagli anni venti, con i “socialisti utopisti” alla Saint-Simon e Fouriero come Robert Owen, il sogno illuministico di una emancipazione dalle leggi della natura diventa sogno romantico di emancipazione dai vincoli, dall’oppressione e dalla iniquità delle leggi umane. Questo sogno si esprime dapprima in termini politici, attraverso massonerie e sette carbonare, come nascita di una “coscienza” nazionale, di una appartenenza identitaria forte (patria, unità nazionale, indipendenza): si colora poi di istanze più genericamente “liberali” e costituzionaliste (democrazia, repubblicanesimo): e assume infine una valenza spiccatamente sociale, con la nascita dei movimenti dei lavoratori (giustizia sociale, egualitarismo). Anche in questa versione più radicale non viene però messa in discussione l’idea di progresso, quanto piuttosto il suo risolversi nel modo di produzione capitalistico, in un asservimento totale sia del lavoro umano che delle risorse naturali.

Nel Romanticismo si mescolano tuttavia, e a volte in maniera assai contradditoria, svariate altre componenti. Per alcuni la critica al progresso si spinge oltre, sottende un richiamo nostalgico alle epoche del passato, in particolare, quando è coniugata alla ricerca di una identità forte, al medioevo, età nella quale hanno cominciato a delinearsi (o a essere inventati) i tratti delle culture nazionali, soprattutto di quelle nordiche. Per altri la nostalgia identitaria ha un carattere soprattutto religioso, e si rifà ad un cristianesimo di stampo germanico, piuttosto che latino, claustrale piuttosto che ecclesiastico. Per altri ancora, soprattutto nell’ambito della cultura anglosassone, e segnatamente in quella d’oltreoceano, che non ha alle spalle una tradizione cui appellarsi e ne sta giusto inventando una con il mito del West, la riscoperta riguarda una concezione della natura tutt’altro che leopardiana: la natura benigna, accogliente, garante di libertà. Una natura che va quindi difesa dall’invadenza industriale, e della quale dobbiamo tornare a sentirci parte. Infine c’è una istanza più generalizzata alla valorizzazione dell’individualità, che si esprime o nella volontà virile dell’autoaffermazione o nel rifiuto dei valori borghesi, del perbenismo e dell’omologazione. Il modello latino-illuministico, quello ancora propugnato dai pensatori che al romanticismo avevano aperto la strada, come Goethe, non ha risposte per nessuna di queste nuove domande di senso.

Nessuno dei socialisti utopisti torna però alla barba. Sono ancora molto legati allo spirito dell’Illuminismo. La constatazione di Leopardi riguarda piuttosto i “patrioti”, coloro che ragionano in termini di “nazione”, piuttosto che di “umanità”. Il “pelo enorme” sulla guancia assurge ancora una volta a manifesto di una rottura, ma questa avviene prima di tutto con il quadro politico uscito dal congresso di Vienna. È la resistenza alla restaurazione dell’ancien règime, che assumerà poi, soprattutto presso i popoli che non hanno problemi di dominazione straniera, significati più ampi: ritorno alla natura, rifiuto dell’omologazione, espressione di rinnovata virilità (in contrasto con il settecento “effeminato”). E infine, dal momento che per sua natura la barba è anche democratica, perché cresce a tutti, essa diverrà anche un emblema del rinnovamento sociale.

Al solito, il ritorno procede per gradi. Primi a comparire sono i favoriti, la grande novità dell’800, adottati anche dal Foscolo e da Manzoni. E ben presto i favoriti si uniscono sotto il mento in barbe a collare, quelle che caratterizzano i giovani carbonari e i militari “progressisti” (i modelli sono Gioacchino Murat e Guglielmo Pepe in Italia, Piotr Wysocki in Polonia, i decabristi in Russia, ecc… In Francia uno dei primi ad adottarla è Stendhal). Sono barbe che incorniciano il volto, ma lasciano scoperte le guance. Marcano una differenza contenuta: sono indipendentiste o costituzionaliste, ma non ancora pienamente rivoluzionarie. Sono già comparse sulle barricate in Francia nel 1830, al fianco de La Libertà che guida il popolo, e per tutto il successivo ventennio andranno infoltendosi di pari passo con la radicalizzazione delle idee. (tav. 19)

È emblematica l’evoluzione dell’immagine dei mazziniani. Gli esponenti di maggiore spicco della Giovane Italia portano tutti orgogliosamente barbe complete, inizialmente più disciplinate, ispirate a quella del fondatore (Aurelio Saffi, i fratelli Ruffini), poi sempre più folte mano a mano che gli affiliati assumono posizioni più autonome (i Bandiera, Garibaldi, Felice Orsini), fino ad arrivare alla rottura e al modello più radicale (Carlo Pisacane).

Nel frattempo anche i moderati si adeguano timidamente alla moda. Mentre i neo-guelfi come Gioberti e Cesare Balbo rimangono ostinatamente rasati (l’uno in omaggio alla sua condizione sacerdotale, l’altro alla sua formazione illuministica), Cattaneo, D’Azeglio, Ricasoli e Rattazzi si concedono già i baffi, e Cavour la barba a collare. Persino i sovrani, sia Carlo Alberto che Vittorio Emanuele II si accodano. E lo stesso avviene in tutta Europa: Nicola I, Napoleone III, Alberto di Sassonia-Coburgo (il marito di Vittoria), non disdegnano l’ornamento del labbro. Poco alla volta però i baffi, soprattutto se educati a manubrio, diventano simbolo di conservazione, mentre la barba, tanto più se lasciata incolta, almeno fino agli anni settanta è sinonimo di spirito rivoluzionario. Non è un caso che l’unico a portarla sul trono del secondo reich tedesco sia lo sfortunato Federico III, imperatore per soli cento giorni, di spiriti liberali: attorno a lui in terra germanica si coltivano solo mustacchi (quelli di Bismarck e di Guglielmo II) o asburgici favoriti (Guglielmo I e Francesco Giuseppe).

Rapidamente però, soprattutto verso il volgere del secolo, anche la barba viene “normalizzata”, tanto da essere orgogliosamente adottata dai più reazionari tra i sovrani, dallo zar Alessandro II a Leopoldo II del Belgio e ad Edoardo VII d’Inghilterra. (tav. 19)

19

Barbe rivoluzionarie

Carlo Pisacane, come abbiamo visto, ci traghetta direttamente in un’altra area, quella della rivoluzione sociale, intesa sia nella versione anarchica, più libertaria, che in quella socialista, più egualitaria. Il confronto tra le barbe di Marx e di Bakunin è eloquente: imponente, ma curata, la prima: incolta e trascurata la seconda, in perfetta coerenza non solo con altre componenti del sembiante dei due quali ci sono state tramandate dai biografi, ma anche e soprattutto con le loro idee.

Quello della barba, e più in generale dell’aspetto trasandato, diverrà uno stereotipo nella raffigurazione ottocentesca del militante anarchico (e in qualche misura è sopravvissuta sino ad oggi). È l’immagine che meglio si giustappone a quella dell’efficientismo produttivistico, alla omologazione spersonalizzante che passa anche per la lama del rasoio. Bakunin ne è il prototipo esemplare, col suo fisico e col suo barbone giganteschi incute paura ai borghesi persino nell’aspetto: ma proprio la sua figura si presta anche a cogliere le contraddizioni di un radicalismo per molti versi di superfice, che guarda sin troppo alla propria spettacolarizzazione. Non è comunque il primo: già Proudhon aveva aperto la strada, seguito da Cipriani e dai fratelli Reclus: a seguire Kropotkin, Cafiero, Malatesta.

Verso la fine del secolo però la tendenza muta. La generazione degli attentatori individuali (Bresci, Pietro Gori) preferisce i baffi, anche per garantirsi un certo anonimato e per non esporsi ad una facile identificazione. La tradizione della barba persiste, dopo la prima guerra mondiale, solo tra gli anarchici “resistenti”, quelli più propensi a predicare una redenzione piuttosto che una rivoluzione (Landauer, Muhsam), mentre quelli “combattenti”, votati comunque all’azione diretta e impegnati in prima fila, ad esempio nella guerra civile spagnola, di preferenza si rasano (Buenaventura Durruti, Camillo Berneri). Nel caso di Berneri, come di tutti gli altri fuorusciti dall’Italia fascista, c’è evidentemente una motivazione di sicurezza, la necessità di passare il più possibile inosservati: ma ci sono anche ragioni di praticità e di riconduzione all’ordine della congerie ideologica che sta sotto l’anarchismo[21]. (tav. 22)

Per le barbe socialiste il discorso è diverso. Si parte da quella di Marx e di Engels, che per tutto l’ultimo quarto dell’Ottocento sono imitate dai seguaci e anche dagli oppositori interni alla Seconda Internazionale, da Kautsky a Bernstein, da Turati a Plechanov: ma nel nuovo secolo e col trasferimento in Russia si ridimensionano nei baffi e pizzo di Lenin, Trotsky, Bucharin, Kamenev, sfumano nei baffoni di Stalin e di Gorkij e spariscono con Zinoviev, per non tornare mai più in auge nel socialismo reale o nei partiti comunisti occidentali (nessuno dei fondatori del partito comunista italiano, né Gramsci, né Bordiga né Togliatti, porta barba o baffi). (tav. 23)

Le barbe andranno invece a caratterizzare, con una forte valenza simbolica, le lotte rivoluzionarie fuori d’Europa: già le annunciano i baffi a manubrio di Zapata e quelli di Pancho Villa, ma poi esplodono nel look leninista di Ho-Chi-Min, in quello dei “barbudos” per eccellenza, Fidel Castro, e Che Guevara, nella lanugine mal rasata di Arafat. Di lì torneranno, come vedremo, in Occidente, nel periodo della contestazione giovanile.

20 da Marx a Stalin21 Putin

In sostanza, non appena si polarizzano le due nuove categorie politiche tipiche della modernità, la destra e la sinistra, guance e mento più o meno pelosi assumono nuovi significati di appartenenza, apparentemente confusi, in realtà abbastanza interpretabili e tutto sommato in continuità con quelli delle epoche precedenti. La barba diventa elemento distintivo tanto delle destre (se “scolpita”) quanto delle estreme sinistre, che hanno in comune, anche quando si presentano come rivoluzionarie, l’idea della conservazione e la critica del progresso: il viso pulito indica invece una appartenenza moderata o liberal-progressista, riformista, fiduciosa nel progresso scientifico e nella sua influenza su quello sociale. Queste connotazioni si definiranno, sia pure con tutte le varianti del caso, nel corso del Novecento.

A partire dai primi anni quaranta dell’Ottocento, inoltre, entra in gioco un nuovo fattore: la fotografia. Ciò comporta naturalmente un aumento esponenziale della documentazione ritrattistica, ma anche un radicale cambiamento nella sua qualità. I ritratti fotografici vanno letti in maniera diversa da quelli dipinti.

Almeno inizialmente, per quanto concerne la resa realistica, la “veridicità” dell’immagine, cambia poco (salva naturalmente la maggiore possibilità di “addolcire” certi tratti o certi difetti, che i pittori avevano). I primi ritratti fotografici che possediamo non sono mai delle istantanee, sono il corrispettivo di quelli dipinti, frutto di scelte studiate di luce e di posture, con tempi di posa che riescono di poco inferiori a quelli necessari per lo schizzo preparatorio di un quadro e con costi quasi analoghi. Si tratta pur sempre di immagini per le quali i soggetti si preparano accuratamente, scegliendo di farsi ritrarre nell’aspetto più “pulito” possibile: allo stesso modo in cui si preparavano per posare nello studio di un pittore.

Nella seconda metà del secolo, invece, con i rapidi progressi della tecnica fotografica nasce anche una ritrattistica “di servizio”, più diffusa, meno accurata, alla quale accedono anche i ceti meno abbienti. In alcuni casi addirittura è tutt’altro che gradita ai soggetti rappresentati: ad esempio quella introdotta dalle autorità di polizia a fini identificativi. Ora, soprattutto quest’ultimo caso riguarda elementi che hanno tutto l’interesse a non essere riconoscibili, per cui si verifica che gli stessi soggetti compaiano a breve distanza di tempo in foto segnaletiche con la barba o senza, e comunque con volti molto meno rasati. Questo ha poco a che vedere con le mode o con i significati simbolici, ma mi obbliga a riflettere sul fatto che quasi tutte le immagini che sino ad ora ho preso in considerazione avevano un carattere “ufficiale”, e narravano non la quotidianità, ma l’immagine che di sé volevano lasciare i soggetti. Non è un particolare irrilevante. Voglio dire che al di là del mutare delle tecniche, del passaggio dalla scultura alla pittura alla fotografia, quella che i ritratti raccontano, e che io ho cercato attraverso essi di ricostruire, è pur sempre la storia dei vincitori, o quanto meno di coloro il cui nome compare nei titoli di coda.

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Tavola 19 – Barbe di transizione

tav 19 Barbe di transizione

Tavola 20 – Barbe letterarie

tav 20 Barbe letterarie

Tavola 21 – Barbe d’artista

tav 21 Barbe d'artista

Tavola 22 – Barbe anarchiche

tav 22 Barbe anarchiche

Tavola 23 – Barbe comuniste

tav 23 Barbe comuniste

Tavola 24 – Barbe evoluzioniste

tav 24 Barbe evoluzioniste

Barbe d’artista

Assieme alle barbe rivoluzionarie si infittiscono tra la metà e la fine dell’Ottocento anche quelle letterarie e artistiche, alle quali soprattutto continuo a fare riferimento perché mi sembrano particolarmente significative. In Francia le adottano già prima della metà del secolo i Romantici, come Gautier, De Musset eHugo, e successivamente i positivisti come Verne e i naturalisti come Zola. In Inghilterra a farne sfoggio sono poeti come Alfred Tennyson e Robert Browning, o saggisti come W. H. Hudson e Leslie Stephen. Vanno molto di moda tra i sociologi, Émile Durkheim, Max Weber e Ferdinand Tonnies, mentre lo sono meno, e la cosa mi ha sorpreso, tra gli antropologi. In Italia quella più famosa, una vera barba cattedratica, e temutissima dagli studenti, orna il viso d Carducci, mentre gli scapigliati, Tarchetti e Arrighi in testa, imitano piuttosto quella di Giuseppe Rovani. (tav. 21)

Insomma: dopo la metà del secolo tra i letterati è difficile trovare visi spogli. La preferenza in assoluto va però ai baffi, coltivati in varie fogge e dimensioni da Nievo, Verga, Capuana, Pascoli, De Amicis, Maupassant, Flaubert, Dumas padre[22], Jules Renard, e qualche volta abbinati al pizzo (Collodi, D’Annunzio).

Una particolare attenzione meritano però le barbe russe. Nell’impero zarista, dove, verrebbe da dire “in barba” a Pietro il Grande, nel clero ortodosso la tradizione è sopravvissuta, i volti degli scrittori tornano a riempirsi di pelo molto precocemente. Pusckin coltiva enormi favoriti, e se Lermontov e Gogol azzardano solo un po’ di peluria sotto il naso, i grandi del secolo, Turgenev, Dostoevskij, e Tolstoj esibiscono barbe importanti, così come Leskov (in una versione però più coltivata). Ma anche in Russia con la fine dell’Ottocento si torna alle guance pulite. Gorkij si allinea a Stalin anche nello spessore dei baffi, Bulgakov e Pasternak già presentano un volto completamente rasato.

I tedeschi, c’era da aspettarselo, sono più “disciplinati”. Schiller, Holderlin, Heine, Novalis, Kleist, Buchner, Grimm sono ancora perfettamente rasati: solo nella seconda metà del secolo Fontane e Wedekind adottano i baffi, così come Burckardt e Nietzsche.Per trovare barbe autorevoli occorre arrivare a fine Ottocento, col filosofo Franz Brentano, o sconfinare oltre, con Husserl e Freud. (tav. 19)

La stessa parabola troviamo tra i musicisti. Mentre i volti di Bellini, Rossini, Schumann, Schubert, Brahms, Mendelssohn, Lisz erano levigati dal rasoio, appena superata la metà del secolo ci imbattiamo in quelli incorniciati dal pelo di Verdi, Debussy, Dvořàk e Gounod, o nei vistosi favoriti di Wagner e di Offenbach.

Per i pittori va fatta una ulteriore considerazione. Adottano immediatamente il nuovo stile sia i realisti (Courbet, Millet) che gli impressionisti (Monet, Manet, Renoir) e i post-impressionisti di varia scuola (Cezanne e Van Gogh, Segantini e Pellizza, fino a Modigliani). Ma le barbe trovano spazio in genere solo negli autoritratti.

Ciò si spiega senz’altro col fatto che gli impressionisti si dedicano prevalentemente alla rappresentazione paesaggistica, e poco alla ritrattistica: ma anche la pittura realistica di un Millet, che predilige scene di vita rurale, non ci mostra mai contadini barbuti. Allo stesso modo, nei dipinti dei preraffaelliti, anche in quelli a soggetto biblico, o medioevale, o sociale, dove pure dovrebbero avere spazio, le barbe non compaiono mai: mentre adornano copiosamente i volti degli autori, di Dante Gabriel Rossetti, di William Hunt e di William Morris. Persino il loro mentore, John Ruskin, dopo l’ingresso nella terza età si converte. Per trovare volti non rasati anche nei dipinti occorre attendere l’inizio del nuovo secolo, e Pellizza da Volpedo. (tav. 21)

23 Max Weber

Barbe borghesi

Eppure nella quotidianità il ritorno della barba lo si registra molto prima. Quando l’implicazione sovversiva che le era attribuita viene meno, dopo il fallimento delle rivoluzioni del Quarantotto e della Comune parigina, il suo uso non rimane più riservato agli eccentrici o ai rivoluzionari, ma torna a voler significare e sprigionare autorevolezza. Tra l’ultimo quarto del secolo e la prima guerra mondiale fioriscono pertanto le barbe professorali e quelle dirigenziali. Si trincera dietro la barba chi vuol marcare una differenza di status (un po’ come avviene secondo Veblen per la moda della cravatta), e afferma visivamente non solo il proprio ruolo dirigente, ma anche l’autorevolezza che lo giustifica. Nel mondo scolastico, ad esempio, a farne sfoggio sono, oltre gli accademici, soprattutto direttori didattici, presidi, i temutissimi ispettori ministeriali, che propendono in genere per il pizzo d’ordinanza, quello che verrà poi definito “alla Balbo” (ma quando vogliono far sospettare, sotto l’aspetto burbero, una vena artistica, o sono davvero convinti di possederla, adottano anche barbe fluenti). Nei piccoli centri saranno le figure “di prestigio”, il medico, il farmacista, l’avvocato. Portare la barba in un contesto nel quale essa caratterizza anche gli irregolari (lingere, vagabondi, anarchici) o più semplicemente gli originali, è un lusso che ci si può permettere solo se il proprio ruolo “superiore”, la propria rispettabilità sono ben definiti e universalmente riconosciuti. Anche se poi, alla lunga, quando la moda si diffonde troppo, può rovesciarsi in un vezzo stucchevole

La barba borghese può essere letta in realtà come la reazione ad un disagio serpeggiante nell’universo maschile ma più specificamente avvertito dai maschi appartenenti ai ceti medio-alti. L’ordine sociale scaturito dall’età napoleonica, nel quale grandi e piccoli borghesi avevano trovato una collocazione e una stabilizzazione gerarchica, è già messo in discussione dalle rivendicazioni sociali dei lavoratori e da quelle di genere dei primi movimenti femministi. A questo disagio contribuisce in maniera ambigua, e più ancora alla reazione che innesca, la rivoluzione darwiniana. La selezione del “più adatto”, accolta nella formulazione di Herber Spencer piuttosto che in quella di Darwin, sembra trovare nei peli del volto una foresta di simboli: quello di una autonomia decisionale in una società sempre più propensa al controllo, quello della naturalezza in un mondo sempre più artificiale, e soprattutto quello di una innegabile evidenza della superiorità maschile: una superiorità non solo fisica, ma anche spirituale, dal momento che la barba era tradizionalmente associata all’idea della virilità, della forza, ma anche a qualità mentali superiori. Essa afferma dunque visivamente una ‛naturale’ forza d’animo che conferisce all’uomo l’autorità in famiglia (e, per estensione, a certi uomini – o a certe razze –il diritto di costruire imperi).

Tutto ciò tradisce la crescente preoccupazione riguardo l’aumento del potere delle donne (o perlomeno, della loro richiesta di partecipazione), ma spiega anche come mai l’uso della barba si diffonda quasi esclusivamente presso i ceti urbani e borghesi, e non invece nelle campagne. Nelle famiglie contadine il diritto assoluto del maschio al potere domestico non è ancora in discussione. Millet riproduceva davvero fedelmente la realtà rurale.

24 Darwin

Barbe coloniali

Sino ad orami sono volutamente limitato a parlare della storia europea della barba, e continuerò a farlo. Ma nell’Ottocento gli europei viaggiano più che mai, e dopo aver scoperto ogni angolo del globo si dedicano ora a conquistarlo. Si portano appresso le armi, la religione, la tecnica: e la barba. Come già accadeva nella prima età delle scoperte, agli avventurieri e ai missionari che partono alla conquista di terre, di ricchezze e di anime fuori d’Europa la barba offre dei vantaggi. Intanto sembra tornare liberamente a crescere appena ci si stacca dal patrio suolo, dalla famiglia, dalla cerchia delle conoscenze. Ci sono ovvie esigenze di carattere pratico, perché le condizioni in cui nell’ottocento ancora si viaggia, si esplora, si fa apostolato non sono certo favorevoli ad una cura particolare dell’aspetto: toccati tutti i possibili approdi, ora si penetra all’interno, tra disagi, pericoli e malattie, e radersi è l’ultimo dei pensieri.

Giocano però anche motivazioni psicologiche, perché indubbiamente fuori dalle mura e dalle convenzioni domestiche trova più facilmente sfogo ogni sorta di rifiuto, e gli esploratori sono in genere personaggi in fuga, per motivi diversi e spesso inconfessati, dal conformismo rigido della società vittoriana. Infine rimane ancora rilevante l’impatto che barbe fluenti hanno sulle popolazioni, asiatiche, africane e americane, in genere molto più glabre. Anche quando tale impatto è negativo, e genera sospetto e rifiuto, non è mai disgiunto da un timore reverenziale per la potenza che alla barba è associata.

I viaggiatori ed esploratori europei che si muovono per il mondo nei primi decenni dell’Ottocento arrivano tuttavia ancora da una formazione illuministica, e sembrano attraversare mari e continenti senza rinunciare alla pulizia del volto: Humboldt, Mungo Park, Franklin appaiono perfettamente sbarbati (anche se, almeno per gli ultimi due, è da dubitare che abbiano sempre potuto fare toeletta durante le loro avventure: per Humboldt invece è certo. Non avrebbe rinunciato a radersi neppure in mezzo al deserto). Livingstone e Stanley già si concedono, almeno nelle foto ufficiali, dei semplici baffi, mentre Burton, Speke e Grantostentano folte barbe. Tra gli esploratori italiani, Giovanni Miani, Carlo Piaggia e Romolo Gessi sarebbero da ricordare non fosse altro per le loro barbe incredibili: e l’immagine tradizionale è ricalcata anche dai più “coltivati” Pellegrino Matteucci e Giacomo Bove.

Al ritorno dalle loro spedizioni gli scienziati-viaggiatori adottano volentieri quelle che potremmo definire barbe “evoluzionistiche”. Sono autorizzati dal loro passato. Darwin e Wallace lasciano libero corso alla natura (e offrono il destro alle caricature), creando quasi uno stile specifico. Il traduttore di Darwin in Italia, Michele Lessona, ne adotta oltre che le idee anche il look. Ernst Haeckel, che è tedesco, lascia invece crescere la barba, ma la tiene sempre disciplinatamente sotto controllo. Spencer e Thomas Huxley, più sedentari ed accademici, esibiscono invece incredibili favoriti, supporto visivo di convincimenti che non ammettono contradditorio. Anche nel secolo successivo la barba incornicia volentieri i volti degli studiosi della natura umana (Lorenz, Levi-Strauss, J.P. Gould). (tav. 24)

Lontano dalla madrepatria la prescrizione del viso rasato viene meno anche per gli uomini in divisa. Sulle riviste illustrate di viaggi, o nelle illustrazioni dei libri di Melville e di Verne, compare sempre più spesso la barba da lupo di mare, quella oggi tanto amata dalle pubblicità di surgelati, e colonizza velocemente l’immaginario avventuroso dei salotti borghesi. Le più famose sono quelle di Nemo e del capitano Achab. Mi riesce invece più difficile spiegare con motivi di praticità immediata perché gli alpinisti continuino a propendere per il viso rasato (Wymper, Mummery, Mallory, Preuss).

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Barbe d’oltreoceano

Ma non sono solo i marinai a infrangere i tabù della moda settecentesca. Sull’estrema frontiera occidentale, al di là dell’Atlantico, i militari sembrano considerare la barba un complemento indispensabile della loro divisa e della loro autorità. Non troviamo un solo protagonista della guerra civile americana sbarbato: Lincoln, Grant, Lee, “Stonewall” Jackson, ostentano tutti barbe importanti. Un generale unionista, Ambrose Burnside, ha addirittura dato il suo nome ad un particolare modello di acconciatura dei basettoni. I loro omologhi europei sono invece più conservatori. Negli stessi anni della guerra di secessione gli stati maggiori degli eserciti che combattono la seconda e la terza guerra italiane d’indipendenza danno spazio al massimo al pizzo, ma in generale prediligono i baffi (fa eccezione solo lo sventurato Massimiliano I d’Asburgo, che non a caso va a morire fucilato in America).

Non so quanto le barbe delle alte cariche militari americane rispecchino il costume popolare diffuso: dalle numerosissime foto rimaste (la guerra civile americana è la prima ad essere testimoniata fotograficamente) si direbbe che anche nella truppa le barbe fossero decisamente tollerate. Non credo sia casuale: i combattenti per il nord e per il Sud erano tutti volontari, inquadrati in milizie regionali, ciascuna con le proprie tradizioni e i propri costumi, spesso addirittura con le proprie divise. I combattenti erano quindi meno vincolati che non quelli europei al rispetto di una disciplina ferrea.

Quegli uomini venivano da frontiere aperte su territori immensi, da minuscoli insediamenti dispersi in mezzo a boschi, praterie e montagne, e coltivavano una filosofia particolare della libertà consentita loro dallo spazio e dall’isolamento. Quella di essere “socialmente presentabili” era l’ultima delle loro preoccupazioni, ma non solo: si trattava di gente che aveva volutamente tagliato i ponti con la società europea e con le sue convenzioni. I suoi eroi erano personaggi come Jim Bridger e John Fremont, i suoi cantori poeti come Walt Whitman, narratori come Melville, proto-ecologisti come Thoreau o John Muir, pittori come John Singer Sargent. (tav. 26)

Eppure, anche in America la barba come modello virile si afferma solo a Ottocento inoltrato. Il più famoso dei trapper, Jedediah Smith, il cantore delle guerre indiane, James Feminore Cooper, David Crockett, filosofi come Ralph Waldo Emerson, si fanno ancora ritrarre sbarbati. Sfoggiano invece i baffi Nathaniel Hawthorne, Mark Twain, Albert Bierstad, Kit Carson, Amboise Bierce. Il famosissimo William Cody (Buffalo Bill) oltre ai baffi ha il pizzo. Ma con lui già si varca il secolo. (tav. 25)

Agli inizi di quello successivo sarà Jack London, sempre sbarbato, a incarnare il nuovo americano. La barba sopravvive solo nei suoi libri, sui volti de “Il lupo dei mari” o dei cercatori d’oro di “Zanna bianca”.

Anche nella successiva costruzione della mitologia western, operata dal cinema hollywoodiano sin dai suoi esordi, la barba sparisce. Soprattutto tra gli anni trenta e la fine dei cinquanta del Novecento gli eroi di celluloide sembrano vaccinati contro la crescita del pelo sulle guance (ma anche nel resto del corpo). Attraversano deserti e foreste e sopportano agguati, assedi e sparatorie sempre perfettamente sbarbati. Le poche volte che li sorprendiamo a radersi lo fanno con le lame dei coltelli da caccia, ma sui loro volti non compaiono mai cicatrici (del resto, nemmeno quando fanno a cazzotti).

Le prime lanugini facciali sono introdotte dal western all’italiana, da Leone e da Clint Eastwood: in breve diverranno istituzionali, e saranno riprese in grande stile dai western americani del tramonto, quelli di fine secolo. In linea perfetta con la ricomparsa della barba del nuovo millennio, e probabilmente anche corresponsabili della sua promozione.

I protagonisti di questa stagione crepuscolare sono “uomini veri”, “uomini duri”, lontani dai dubbi, dai rimorsi e dalle crisi di coscienza che travagliavano i loro predecessori: e soprattutto lontani da ogni sudditanza nei confronti del genere femminile. Dei prototipi di virilità pelosa.

Le locandine cinematografiche parlano davvero da sole. Scompaiono non solo gli accostamenti guancia a guancia con l’eroina co-protagonista, ma addirittura i volti femminili. Come vedremo, qualcosa significa.

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Tav. 25 – Barbe d’Oltreoceano (I)

tav 25 Barbe d'Oltreoceano I

Tav. 26 – Barbe d’Oltreoceano (II)

tav 26 Barbe d'Oltreoceano II

Tav. 27 – Barbe Sioniste (e non)

tav 27 Barbe sioniste (e non)

L’età contemporanea

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No Barba!

Se il XIX si può considerare il secolo della barba per antonomasia, il XX è uno dei più sbarbati della storia. Almeno sino alla fine degli anni sessanta dominano i volti puliti. Per un sacco di motivi.

Intanto, c’è una grossa novità di ordine pratico. Nel 1904 King C. Gillette brevetta il rasoio di sicurezza, dando il via a una rivoluzione nella cura dell’aspetto che verrà portata a compimento un quarto di secolo dopo con la comparsa del rasoio elettrico. Tutti possono accedere ora ad un livello di cura personale che in precedenza era riservato solo ai nobili o all’alta borghesia. Non è più necessario recarsi dal barbiere, radersi diventa un’operazione semplice e veloce.

Nel frattempo è mutata anche la considerazione della barba sotto il profilo igienico-sanitario. Dopo la scoperta che i microrganismi causano malattie (Pasteur), scienziati e medici tornano a indicare il pelo sul volto come un possibile rifugio di batteri, riprendendo le posizioni settecentesche e ribaltando l’opinione corrente nel XIX secolo, secondo la quale barba e baffi aiutavano a proteggere la pelle dal sole e dal freddo, e a filtrare la polvere e l’aria.

Questo cambiamento di attitudine è poi strettamente connesso alla “rivoluzione igienica”[23] di fine Ottocento, che vede affermarsi, dopo secoli di ostracismo e le sempre più frequenti esplosioni di devastanti epidemie coleriche, un rapporto nuovo con le pratiche di pulizia personale. La scienza produce le giustificazioni sanitarie di questo rapporto: le istituzioni lo promuovono e dove possibile lo impongono, con massicci interventi sull’igiene pubblica e con forti pressioni su quella privata (si pensi ad esempio al ruolo svolto dalle scuole nell’educazione al “pulito”). Dietro l’una e le altre si muovono poi naturalmente enormi interessi economici.

Il tutto è improntato ad una concezione del mondo che già Ernst Bloch indicava come caratteristica della nuova era, quella della levigatezza e della lavabilità[24], rappresentate simbolicamente dalla stanza da bagno e dal gabinetto, “opere d’arte che determinano tutte le altre”. E la stanza da bagno è il luogo nel quale, e a misura del quale, si levigano anche i volti. Trionfa insomma il motto “pulito è bello”, coniato dalla scienza medica e fatto immediatamente proprio dalla politica e dall’economia.

La pressione sociale viene esercitata sia attraverso l’imposizione di regole d’igiene personale in tutti gli ambiti lavorativi, sia promuovendo attraverso ogni possibile veicolo di persuasione dei modelli di mascolinità tirati perfettamente a lucido.

Si vogliono educare lavoratori sempre più adatti all’impiego aziendale e professionale, efficienti e dinamici, affidabili e disciplinati, e soldati sempre più obbedienti, perfettamente inquadrati e uniformi nell’aspetto, facilmente manovrabili. Nei regolamenti aziendali come in quelli scolastici e in quelli delle caserme si insiste sulla pulizia del volto, sul taglio ordinato dei capelli, sulla cura nell’abbigliamento. Quando non vengono direttamente e brutalmente puniti, come ancora accadeva nell’Ottocento nei college inglesi, le stravaganze o gli eccessi di originalità sono soffocati istigando la messa al bando da parte del gruppo. La rasatura si dimostra un’utile pratica culturale nel definire su parametri completamente nuovi l’identità maschile.

Questo progetto di condizionamento è infatti a sua volta connesso alla svolta “giovanilistica” che ha luogo a cavallo del secolo, e che determina un cambiamento nel concetto e nell’immagine della virilità. La “gioventù” viene riconosciuta non più semplicemente come una condizione transitoria, di apprendistato, ma come “classe sociale”: e dietro questa attenzione tutta nuova c’è sì la risposta all’effettivo emergere di uno spontaneo attivismo giovanile che caratterizza il primo decennio del Novecento, ma c’è soprattutto la corsa ad incanalare tale fermento in una direzione “produttiva” e ad irreggimentare gli adolescenti in quella politica nazionalistica che nei due conflitti mondiali ne farà strage, dopo aver fornito loro simbologie e rituali in cui riconoscersi (Giovinezza! Giovinezza!) e modelli cui ispirarsi.

Il modello giovanilistico ha però anche un valore retroattivo, nel senso che finisce per condizionare le scelte di autorappresentazione di ogni classe d’età. I maschi europei del XX secolo abbracciano lo sport e il culturismo per le stesse ragioni per cui in quello precedente si facevano crescere la barba, per affermare una propria immagine virile: ma affidano questa non più all’autorevolezza della maturità, quanto piuttosto alla freschezza e alla forza della gioventù. Se in precedenza volevano apparire più anziani, ora aspirano a sembrare eternamente giovani. A supporto e in conseguenza di questo atteggiamento sono riesumate le competizioni olimpiche, si affermano gli sport, individuali e di gruppo, dal rugby al calcio, al ciclismo, al tennis, al nuoto, al pugilato. E in tutti questi sport, più o meno tacitamente, la barba non ha spazio, costituisce solo un ostacolo.

La virilità non è dunque più testimoniata dalla barba, ma da una muscolatura elastica, potente e armoniosa e dalle guance pulite. Il testimonial più formidabile di questa concezione è il cinema, anch’esso un prodotto degli inizi del nuovo secolo; e agli standard proposti dal cinema si adegua immediatamente ogni altro strumento di persuasione, prima tra tutte la pubblicità. Hollywood bandisce la barba[25], che fino agli anni sessanta è presente sullo schermo solo in funzione antagonistica e malvagia. John Wayne, tra le icone massime della settima arte, non l’ha mai esibita in nessuno degli oltre centocinquanta film interpretati, e diceva: “Il solo vantaggio della barba è che si vede meno viso”. (Tav. 29)

La trasgressione massima consentita sono baffi curatissimi e sottili, alla Clark Gable o alla Errol Flinn, che non a caso interpretano sempre personaggi compostamente ribelli(Rhett Butler e Zorro), in lotta con le convenzioni sociali, ma tutt’altro che rivoluzionari.

Ancora una volta la ritrattistica è lì a testimoniare questo disamore per la barba. Gli attori più famosi (John Wayne, Gary Cooper, Humprey Bogart, Glenn Ford, Alain Delon, Marcello Mastroianni) e gli sportivi più amati (Piola, Meazza, Coppi, Bartali, Carnera, Rivera) sono tutti rigorosamente sbarbati, gli intellettuali e gli scrittori (Montale, Pavese, Calvino, Sartre, Camus) lo sono nella stragrande maggioranza (le eccezioni si contano sulle dita di una mano: Hemingway, Ezra Pound, Pirandello, oppure gli ebrei, Freud, Martin Buber, Sholem), e anche gli artisti, che pure si dividono (Picasso, Dalì, Kandinski, Chagall, Pollock sbarbati – Klee, Klimt, Matisse con barba), in genere si attengono al modello liscio.

Più significativo ancora appare il quadro della politica. Nella nomenklatura sovietica i volti hanno cominciato a ripulirsi fin dai tempi di Stalin, e a dispetto dei suoi baffoni: in quelle occidentali, dopo la dissoluzione degli imperi centrali barbe e baffi scompaiono rapidamente. I dittatori tra le due guerre (Hitler, Mussolini, Salazar) e quelli postbellici (Tito, Franco) si radono, così come i leader delle democrazie (Roosveelt, Churcill, Adenauer, De Gaulle, Kennedy). Nei manifesti elettorali, sino alla fine del XX secolo difficilmente compariranno visi barbuti.

Qualche concessione viene fatta, ad esempio dal fascismo, a barbe d’ordinanza (Balbo, De Bono, Gentile) simili a quelle borghesi di inizio secolo, o a baffi ottocenteschi (De Vecchi). Il nazismo è più rigido: fatta eccezione per le mosche sotto il naso di Hitler e Himmler, per gli altri, e in ispecie per le SS, vige l’obbligo della rasatura completa.

Non è affatto casuale che gli ideologi principali del razzismo (e dell’antisemitismo) adottino tutti, sin dalla fine dell’Ottocento, un look perfettamente pulito. Se si eccettua De Gobineau, che è un pre-darwiniano, tutti gli altri, da Huston Chamberlain a Rosenberg, da Evola a Giovanni Preziosi e a Celine, sembrano considerare la barba un elemento distintivo delle razze inferiori. E questa convinzione si traduce poi nell’iconografia di propaganda dei regimi totalitari. Dai manifesti balzano fuori mascelle perfettamente levigate, forgiate nell’acciaio. Il cinema di Louis Trenker e di Leni Riefenstahl propone atleti dal corpo scultoreo e assolutamente glabro. Persino i colonizzati vengono adeguatamente ripuliti. (tav. 28)

D’altro canto, nel linguaggio stesso sono ormai associati all’immagine dalla barba soprattutto significati negativi. Il senzatetto o il vagabondo sono identificati come barboni, una persona anziana mezzo rimbambita e brontolona è un vecchio barbogio (ma si usa anche barbagianni, da barba nel significato di zio), un interlocutore prolisso e monotono è barboso, un barbassore è un saccente, uno che si dà un sacco di arie, il marito violento è un barbablu, una persona gretta, meschina, o una brutta figura, è barbina. Abbarbicarsi significa mettere radici, ma nell’accezione figurata implica in genere una stolida ostinazione. Anche i modi di dire, come fare la barba al palo, o farla in barba a qualcuno, o servire di barba e capelli, mantengono sempre un significato ambiguo, connesso a un rischio, a una rivalsa, a un fallimento o a un raggiro. 

Tavola 28 – Barbe antisemite

tav 28 Barbe antisemite

Tavola 29 – No Barba

tav 29 No Barba

Abbarbicati

E arriviamo finalmente all’ultimo mezzo secolo. Dove tutto per un verso si complica, ma per un altro si semplifica. Si complica perché in sostanza le barbe cessano di simboleggiare una appartenenza, politica, religiosa, di classe o più genericamente culturale. Ne Il pendolo di Foucault (1988), Umberto Eco scrive: “Ancora all’inizio degli anni sessanta la barba era fascista − ma occorreva disegnarne il profilo, rasandola sulle guance, alla Italo Balbo – nel sessantotto era stata contestataria, e ora stava diventando neutra e universale, scelta di libertà. La barba è sempre stata maschera (ci si mette una barba finta per non essere riconosciuti), ma in quello scorcio d’inizio anni settanta ci si poteva camuffare con una barba vera. Si poteva mentire dicendo la verità, anzi, rendendo la verità enigmatica e sfuggente, perché di fronte a una barba non si poteva più inferire l’ideologia del barbuto […]. La barba risplendeva anche sui volti glabri di chi, non portandola, lasciava capire che avrebbe potuto coltivarla e vi aveva rinunciato solo per sfida”.

Il brano riassume molto bene, sia pure alla maniera di Eco, sempre un po’ sibillina, il veloce ed effimero percorso di rientro della barba nel costume occidentale a partire dalla metà degli anni Sessanta (con qualche anticipazione nel mondo della beat generation – Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti – e col traino dei gruppi musicali – Beatles, Nomadi, ecc.).

Il decennio successivo è dunque caratterizzato da due tipi di barbe, quelle genericamente libertarie (con una preminente attenzione alla liberazione sessuale – gli hippies) e quelle politicizzate. Le prime hanno alle spalle negli USA, dove il fenomeno nasce e si esaurisce (gli echi europei sono solo patetiche imitazioni), una tradizione ormai secolare, che risale a Muir, agli hobo e al proto-ecologismo, e che si è tramandata lungo il Novecento attraverso innumerevoli sette e comunità para-religiose. Le barbe terzomondiste prendono invece a modello principalmente la rivoluzione cubana, e i barbudos che ne sono protagonisti (Guevara, Castro). Negli altri focolai di guerriglia latinoamericani, alimentati soprattutto da combattenti di origine india, prevalgono i volti glabri. Questo secondo modello ha un qualche seguito nella fase iniziale, quella eminentemente teorica, della contestazione, ma trova poi pochi riscontri negli anni di piombo, per gli stessi motivi che consigliavano un look il più possibile anonimo ai terroristi anarchici di fine ottocento. Le barbe compaiono o si infoltiscono soprattutto dopo le catture, nelle galere. Salvo poi sparire nuovamente all’inizio degli anni Ottanta. (tav. 30)

Segue infatti un altro ventennio di pausa. La moda yuppie impone un aspetto efficientista, visi tirati a lucido, plastificati dalle creme e dai lifting, e rassicuranti. Sopravvivono in questo periodo solo alcune barbe intellettuali. Poi, al volgere del secolo e del millennio, c’è il ritorno in grande stile delle guance pelose, enfatizzato dall’esplosione dell’integralismo islamico (la barba di Bin Laden). Dopo l’undici settembre è tutto un fiorire contradditorio di barbe che partono come messaggio identitario e finiscono come fenomeno modaiolo. E diventa assai difficile tenere distinte le due dimensioni.

28In realtà, il gioco si semplifica se assumiamo che ormai a dettare l’acconciatura del volto è solo il capriccio della moda (che è poi un capriccio per modo di dire, in quanto è guidato a creare sempre a nuove tipologie di consumo). Ma nemmeno questo è del tutto vero, perché i dettami della moda a loro volta intercettano bisogni, paure e disagi collettivi diffusi (e li alimentano, quando addirittura non li creano). Quindi, come in passato, ma attraverso un filtro diverso, sui volti degli uomini, e dal fatto che siano sbarbati o meno, si può leggere la condizione dei nostri tempi. O almeno, come sarà nel mio caso, se ne possono trarre alcune considerazioni.

La prima delle paure di cui sopra riguarda la spersonalizzazione. È un problema squisitamente moderno. Gli uomini dell’antichità e del medioevo si percepivano come parte di una comunità “organica”, strutturata su vari livelli, all’interno della quale ciascuno ricopriva il ruolo che la nascita gli aveva assegnato: si riconoscevano in una identità collettiva, teoricamente magari molto ampia (la grecità, l’ebraismo, il cristianesimo …), in realtà ristretta al gruppo, alla tribù, al villaggio. La modernità ha disgregato questa identità, ha affermato la convenzionalità dei rapporti, ha sostituito l’organizzazione all’organismo, ha atomizzato il tessuto sociale in una miriade di individui. Non ci si riconosce più in una identità, ma se ne cerca a tutti i costi una, che sia il più possibile rassicurante ma offra allo stesso tempo l’impressione di una certa esclusività. In altre parole: ciascuno di noi diventa sempre più invisibile e irrilevante mano a mano che cresce la massa di individui coi quali almeno virtualmente entra in relazione, e in mezzo ai quali si confonde. Questo spinge a cercare conforto e solidarietà e sicurezza in gruppi di consimili coi quali si condivida un qualsivoglia valore, dal tifo per una squadra di calcio alla particolare militanza politica o all’infatuazione per un gruppo musicale: e contemporaneamente la visibilità, l’uscita dall’anonimato cui si aspira pare resa possibile solo dalla trasgressione.

In un contesto del genere, portare la barba può dare l’illusione di una appartenenza e al tempo stesso di una trasgressione, come già accadeva nella prima metà dell’Ottocento. Si trasgredisce in fondo alle regole novecentesche di pulizia del volto, si rivendica la naturalezza in un mondo reso asettico e levigato, ci si sente solidali con altri che stanno maturando la stessa ribellione. Le cose però non stanno affatto così. Il potenziale significato trasgressivo della barba, quello di cui potevano essere accreditati per il passato filosofi o monaci che resistevano ad una immagine in qualche modo imposta loro con la coercizione diretta o con una forte pressione morale, è venuto meno (semmai vale il contrario). Nel mondo islamico, ad esempio, la barba è un segno di allineamento. Le popolazioni soggette alle dittature dei Talebani o dell’Isis ne sanno qualcosa: e non a caso appena queste sono cadute si sono riaperte le barberie e c’è stata la corsa a radersi. Ciò vale anche per l’emisfero occidentale. Il ritorno alla barba nelle comunità islamiche, soprattutto tra gli immigrati di seconda o terza generazione, è tutt’altro che spontaneo. Chi non si adegua ai modelli predicati dagli iman più radicali è emarginato dal gruppo, e al tempo stesso trova enormi difficoltà ad integrarsi in una società già di per sé disintegrata e resa sempre più diffidente. L’imitazione occidentale di questa acconciatura, poi, è addirittura patetica. Fatti salvi i casi di menti fuori controllo che aderiscono in maniera incondizionata alla jihad, è solo la dimostrazione di quanto può la moda. Anche se, almeno in una primissima fase, non si può negare che inconsciamente entri in gioco una sorta di invidia, la nostalgia per un mondo che conserva certezze tali da rendere giustificabili la lotta o il martirio.

Sotto questa adesione si nasconde tuttavia a mio giudizio soprattutto un’altra paura, quella riguardante la presenza sempre più “ingombrante” e arrembante delle donne. Nel corso della storia dell’umanità, in fondo, ogni segnale di riscossa da parte femminile è stato seguito da una forte reazione negativa. È accaduto nella Grecia classica, poi agli esordi del cristianesimo, quindi alla fine del Rinascimento, persino durante la Rivoluzione francese, e da ultimo nella seconda metà dell’Ottocento. In ciascuno di questi frangenti la rivendicazione di uno spazio diverso, se non addirittura della parità, da parte femminile è stata soffocata immediatamente e duramente (si pensi al teatro di Aristofane, alle lettere di San Paolo, alla caccia alle streghe, alla decapitazione di Olimpia de Gouges, ecc…). E ogni volta a fianco degli interventi politici o religiosi o delle giustificazioni teoriche del patriarcato sono scattati atteggiamenti, scelte estetiche, intesi a marcare la differenza e la superiorità maschile, a sottolineare la virilità. In tal senso la barba è da sempre uno degli elementi più palesemente identificativi. E vien da pensare che il bisogno di affermare questa appartenenza forte nasca prima ancora che dalla paura delle donne dalla paura della parte femminile che ogni uomo porta in sé, e che di norma, per carattere o per condizionamenti culturali, non vuole riconoscere e non vuole lasciare trapelare.

29Nel ritorno alla barba si può però anche leggere semplicemente la riproposta di un antico richiamo sessuale, quello che fa leva sull’equivalenza “volto peloso-testosterone alto”, e quindi virilità matura. Il che si ricollega a quanto dicevo prima, perché la differenza ostentata dalla barba implica anche l’affermazione di una gerarchia tradizionale nella coppia. Come a dire: se mi vuoi virile, poi mi riconosci come dominante. Il fatto comunque che le femmine prediligano gli uomini barbuti, proprio in ragione di quanto sopra, è in realtà piuttosto controverso. Studi diversi hanno dato risultati del tutto opposti. Probabilmente esiste una correlazione tra il numero di uomini che la portano e la percentuale di donne che ne sono attratte[26]. Non appena questo numero divenisse maggioritario, la tendenza si invertirebbe.

Credo poi che per molti valga l’associazione della barba con la creatività, probabilmente desunta dal fatto che gli artisti e i filosofi, ma anche molti scienziati, ne hanno fatto spesso una divisa. È un concetto di creatività stiracchiato un po’ in tutte le direzioni e applicato alle sfere più assurde, per cui ha perso ogni significato: ma in assenza di altri titoli specifici di merito essere un “creativo” e indossarne almeno l’uniforme serve a riempire un poco il vuoto. In questo caso poi la barba si associa in genere ad un look finto trasandato, a gusti musicali e artistici di nicchia, a scelte alimentari rigidamente salutiste, a una sensibilità ecologica ostentata (nei mezzi di trasporto, ad esempio). È un modo di essere cool muovendosi in controtendenza: il conformismo dell’anticonformismo.

C’è infine, ed è questo oggi il fenomeno dilagante, quello che balza agli occhi, la barba più esplicitamente modaiola, da rivista patinata, che si associa a giacca e cravatta o ai capi firmati, e viene curata in barberie rifiorite a nuova vita o nei centri benessere. La barba trendy, per rimanere negli anglicismi. Qui le simbologie tradizionali, le appartenenze o le trasgressioni, non c’entrano assolutamente più. La trasvalutazione dei valori è compiuta. Mentre nelle epoche che abbiamo fatto scorrere la barba rappresentava comunque un concetto, un’idea, e non semplicemente un vezzo, e portarla o meno definiva dei ruoli o segnava la demarcazione tra membri dello stesso gruppo sociale, e addirittura il suo trascolorare diveniva espressione di saggezza acquisita con l’esperienza, oggi è ridotta ad accessorio in una autorappresentazione di tipo solo spettacolare. Quella natura che i peli volevano assecondare (e che con la loro rimozione si voleva controllare e trascendere), è negata piuttosto dalle creme, dai balsami, dagli unguenti, dai coloranti, dalle bizzarrie del taglio.

30Venuto meno il valore simbolico, rimane solo quello documentario. È evidente che i maschi, quanto meno quelli occidentali, sono in questo momento in gran confusione. Si sta sgretolando sotto i loro occhi tutto un mondo di convinzioni e di convenzioni, e non ce n’è in vista un altro pronto a sostituirlo. Essendo venute meno le autorità culturali uniche che un tempo definivano i parametri della mascolinità per tutti, e in assenza di qualsivoglia indicazione univoca su cosa implichi essere un uomo, gli uomini si sbizzarriscono a rappresentare se stessi sotto sempre nuovi mascheramenti. A dispetto della sua naturalezza, in fondo la barba è sempre stata in qualche modo anche una maschera: raderla significava strapparsela di dosso, mettersi a nudo.

Di per sé, in questa affermazione non c’è alcun giudizio di valore: ho portato barba e baffi per più di cinque lustri, senza mai chiedermi in realtà perché lo facessi, che significato particolare intendessi dare al mio aspetto, cosa volessi trasmettere. Non stavo rispettando convenzioni legate alla religione, alle idealità politiche, al mio ruolo o alla mia posizione nella scala sociale: semplicemente, mi andava così. Mi riusciva comodo, ma allo stesso modo in cui oggi mi sembra naturale e non mi costa alcuno sforzo radermi ogni mattina. Ciò non toglie che dietro le mie scelte ci siano magari state motivazioni recondite, che non ho mai indagato, ma mi induce anche a pensare che si possa decidere di portare o meno la barba per un semplice capriccio, per pigrizia, per noia. La cosa è un po’ diversa, però, quando l’acconciatura della barba o dei baffi diventa un impegno, quando il significante diventa esso stesso unico significato. Perché dietro, allora, c’è davvero il nulla.

In definitiva, credo che per la storia della barba valga quello che penso della storia dell’arte. In fondo la barba, come i tatuaggi, il culturismo, la Body art, o come certe manipolazioni chirurgiche, di lifting, è una forma di “artificio” esercitata su un supporto straordinario, in questo caso il proprio corpo, e l’artificio consiste nel raderla, o nell’acconciarla in un certo modo. Comunque, come per l’arte credo si possa individuare una linea evolutiva, che va dalle grotte di Lascaux all’impressionismo, così per la barba ce n’è una che va dagli egizi, dagli ebrei e dai greci fino alle barbe ottocentesche, rivoluzionarie o borghesi, e fino all’invenzione del rasoio di sicurezza da parte di Gillette. Lungo questa linea la barba ha mantenuto primordiali significati o ne ha acquisiti col tempo di nuovi, ha rappresentato l’ostentazione visibile di particolari scelte, ha costituito un elemento identificativo o un fattore identitario. Si può dire che i suoi apologeti abbiano grosso modo fatto sempre riferimento ad una immagine maschile basata sulla fisicità. Erano il corpo maschile, sostenevano, e le forze mentali e morali latenti al suo interno, a giustificare la rivendicazione maschile dell’autorità e del dominio. L’alternativa a questa idea era la nozione opposta per cui la vera virilità si basa su idealità che trascendono il sé, siano queste di volta in volta Dio, la comunità, la nazione o l’azienda. Rasare via la barba significava pertanto cancellare simbolicamente il peccato originale, la debolezza e la corruzione della nostra natura fisica. Il rasoio era la razionalità.

Il confine tra questi due atteggiamenti si è spostato poi più volte nel corso del tempo, è diventato sovente molto confuso, come dimostra il rapporto ambiguo con la barba maturato dal cristianesimo, o dal pensiero libertario. Ma anche quando non ha corso linearmente, in linea di massima lo spartiacque ideologico è rimasto visibile. O almeno, io ho creduto in questo pasticciatissimo excursus di poterlo identificare.

Di fronte al panorama attuale ciò non è più possibile. Quel che viene dopo è Novecento: è trionfo della società dello spettacolo su ogni altra motivazione. Bacone direbbe che gli idòla fori e gli idòla theatri hanno prevalso sugli idòla tribus e su quelli specus. O, se si vuole, è postmodernità, nella sua versione più elementare di dissacrazione e decontestualizzazione spettacolarizzata di ogni portato della cultura umana precedente, e nella fattispecie di qualsivoglia esito della “civilizzazione” occidentale.

La linea che bene o male consentiva di interpretare i fenomeni risulta interrotta, e assistiamo all’esplosione di supernove che appaiono in maniera del tutto indipendente (o quasi), e poi collassano altrettanto velocemente.

Per questo, se state coltivando l’onor del mento, non buttate via lamette e rasoi: già domani potrebbero tornare di moda.

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Tavola 30 – Abbarbicati

tav 30 Abbarbicati

Appendici

Aggiungo un paio di appendici, tratte dal materiale raccolto per questa storia e poi scartato (a questo punto, dopo sessanta pagine, penso di potermi permettere tutto).

 

La barba di Freud …

Freud dà della barba una singolare interpretazione[27]. Lui stesso ne è un cultore, e quella che esibisce nei suoi ritratti, soprattutto in quelli della tarda maturità, è una barba molto ebraica, che sembra crescere dal profondo, come riemersione dell’inconscio. Ma non è della sua barba che parla, quanto di quella del Mosè michelangiolesco. Nella statua il profeta viene mostrato mentre volge il capo a sinistra, ma la sua mano, quella del braccio dal quale sono rette le tavole della legge, sembra tirare a sé la barba, che infatti non cade perpendicolare al mento. Secondo Freud Mosè si è girato di scatto, mosso da un impeto d’ira (ha appena constatato che il popolo ebraico ha cominciato a venerare un vitello d’oro, e i suoi occhi e i suoi muscoli tesi trasmettono tutta la sua rabbia), e si sta tirando la barba per domare il proprio sentimento (la propria libido) e per salvaguardare le tavole con i Comandamenti. In realtà sembra che questi ultimi stiano già scivolando lentamente dalla sua presa, e il loro destino sarà comunque quello di andare in frantumi. La barba avrebbe quindi un ruolo nella rimozione della libido: come a dire che la cura, il disciplinamento dei nostri aspetti naturali, ci permette di avere il controllo delle nostre passioni senza ricorso all’artificio (la psicanalisi vuole essere alternativa alle cure farmacologiche). Il finale della storia però lo contraddice: nella versione originale le tavole sono fatte a pezzi da Mosé scagliandole contro una roccia. La barba non basta.

… e quella di Platone

Qualche volta, anzi, è di troppo. In un suo famoso saggio il filosofo Willard Quine, esponente di spicco della filosofia analitica, contrappone alla barba di Platone al rasoio di Occam, che dovrebbe limitarne la crescita scomposta. Il “rasoio di Occam” è il principio metodologico che indica di scegliere, tra più ipotesi per la risoluzione di un problema, a parità di risultati, quella più semplice. È quindi in grado di tagliare la barba a Platone, ovvero di riportare il dibattito filosofico all’essenziale, cancellando con un sol colpo le complessità introdotte da una teoretica troppo arzigogolata e futile.

In tempi recenti il rasoio è stato rispolverato da alcuni filosofi italiani (tra i quali Carlo Augusto Viano e Maurizio Ferraris) per dare un taglio alle elucubrazioni nelle quali è scaduto il “pensiero debole” dei post-modernisti. In sostanza, il tema è l’esistenza o meno di una realtà oggettiva. Esiste il mondo? C’è qualcosa qui fuori di me? Ferraris lo dimostra con l’esperimento della ciabatta. Immaginiamo, dice, che un uomo, dopo aver visto un paio di ciabatte poggiate sopra un tappeto, chieda ad un altro di passargliele. L’altro lo fa senza difficoltà e senza necessità di ulteriori spiegazioni. “Banale fenomeno di interazione, che però mostra come, se davvero il mondo esterno dipendesse anche solo un poco, non dico dalle interpretazioni e dagli schemi concettuali, ma dai neuroni, la circostanza che i due non possiedano gli stessi neuroni dovrebbe vanificare la condivisione della ciabatta”.

Cosa c’entra tutto questo con la barba? Più di quanto crediamo, e magari va anche a mettere in forse tutte (o almeno in parte) le interpretazioni che ho cercato di dare e di darmi di un aspetto della nostra quotidianità col quale facciamo i conti da sempre. L’unica certezza, ma fondamentale, è che la barba cresce a tutti noi maschi, chi più chi meno. Sulle interpretazioni, come abbiamo visto, ci sarebbe molto da discutere.

E il problema dovremmo semmai porcelo il giorno in cui dovessimo renderci conto che non ci cresce più.

 

Bibliografia

Non essendo questo uno studio scientifico non mi sento in obbligo di fornire una bibliografia ragionata sull’argomento, Mi limito dunque a ricordare alcune tappe significative degli studi pogonologici, a partire dall’età moderna.

Nel 1513 l’umanista bellunese Pierio Valeriano pubblica un libretto intitolato Defensio pro Sacerdotum Barbis (che viene tradotto persino in inglese). In linea con la svolta rinascimentale, giustifica il diritto del clero all’adozione della barba.

Quasi un secolo dopo, nel 1603, Marco Antonio Olmo, professore di medicina all’Università di Bologna, pubblica Physiologia Barbae Humanae. Propone una spiegazione medico-teologica della barba. Se scopo del corpo è servire l’anima, così anche i peli, che del corpo sono parte, hanno questo scopo. Forniscono infatti un segno esterno degli ‛spiriti genitali’ e della maturazione virile dell’anima maschile.

Anche Jean Baptiste van Helmont fisiologo fiammingo, considera barba e baffi una questione morale o teologica, in Ortus medicinae, vel opera et opuscula omnia (1668).

Nel 1690 Samuel Theodor Schönland, pastore luterano di Lommatzsch, pubblica un discorso sul positivo contributo della barba alla virtù maschile, e nel 1698 un professore dell’Università di Wittenberg, Georg Caspar Kirchmaier, denuncia gli “odiatori di barbe” affermando che la natura ha dato agli uomini la barba come segno di onore e supremazia.

L’illuminista Giuseppe Valeriano Vannetti presenta nel 1759, in Barbalogia. Ragionamento intorno alla barba, un’esplorazione accurata delle consuetudini di ebrei, greci, macedoni, romani e uomini medievali, condizionati dal loro credo, dal potere, dal contesto sociale, e quindi intenti a sbarbarsi oppure a fare sfoggio di abbondante peluria.

Sei anni dopo, il gesuita francese Francis Oudin pubblica Recherches sur la barbe (sul Mercure de France) e nel 1774 l’erudito abate Augustin Fangé scrive Mémoires pour servir à l’histoire de la barbe de l’homme. Nel 1786, Jacques Antoine Dulaure, storico e politico, pubblica Pogonologie, ou Histoire philosophique de la barbe.

Thomas S. Gowing sviluppa nel 1854, in Filosofia della barba, una divertente e informata apologia di questa caratteristica del corpo maschile.

Infine Christopher Oldstone-Moore, professore di storia alla Wright State University, in un suo recentissimo libro (Of Beards and Men, del 2017) ha studiato le ragioni evolutive per cui gli uomini hanno la barba.

 

In italiano esistono comunque pochissime opere specifiche sull’argomento qui trattato. Fondamentale, documentatissima e dettagliata rimane la voce BARBA, redatta da Ugo Enrico Paoli, Carlo Alberto Petrucci e Carlo Cecchelli per l’Enciclopedia Italiana Treccani (edizione 1930). L’avessi consultata prima, probabilmente mi sarei risparmiato tutto questo lavoro.

Tra le opere più recenti, interessante, almeno per quanto concerne le implicazioni religiose, La barba di Aronne. I capelli lunghi e la barba nella vita religiosa, scritto da un monaco, Guidalberto Bormolini, ed edito da Libreria Editrice Fiorentina nel 2010.

 

Note

[1] Philippe Meyer, ne I progressi del progresso (1998) indica altre caratteristiche peculiari: “L’uomo si distingue dagli animali da parecchi tratti notevoli. Paga le tasse, ascolta rock and roll, si rade i peli del viso e cucina buona parte del suo cibo”.

[2][2] I “criteri” dell’azione selettiva sono particolarmente complessi. Ad esempio, il minore tasso di villosità che caratterizza molte popolazioni dell’estremo oriente è stato recentemente spiegato con la scoperta di una mutazione, verificatasi circa 35.000 anni fa in Cina, del gene EDAR 370A, Questo gene, comune anche agli Europei e agli Africani, nella maggior parte degli individui asiatici orientali e nei nativi americani presenta delle variazioni, che determinano delle caratteristiche fisiche diverse. Oltre che del diverso spessore e della diversa densità di peli facciali, peli corporei e capelli, è ritenuto infatti anche il responsabile determinante della diversa conformazione dentale, di un numero maggiore di ghiandole sudoripare e di un minore sviluppo del seno nelle femmine.

[3] Così come non lo avevano i Neanderthal e l’Homo erectus. La biologia evolutiva non ha ancora dato una risposta sull’esistenza di questo carattere particolare.

[4] Il più celebre medico della tarda antichità, Galeno, nel De Usu partium (II secolo d.C.) ne dà questa interpretazione: “I peli che crescono sulle guance non soltanto le riparano, ma le completano accorciandole in modo ordinato. Essi infatti danno un tocco di veneranda mascolinità all’individuo, soprattutto con il passare degli anni e soprattutto se ricoprono tutte le guance in ogni loro punto e per bene. Per lo stesso motivo la natura ha lasciato privi di peli e spogli i cosiddetti pomi e il naso. Diversamente, il volto dell’uomo assumerebbe un aspetto selvatico e ferino, e dunque per niente appropriato a un essere mansueto e socievole”.

Con largo anticipo su Darwin, e con la sua consueta delicatezza, Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819) la spiega invece così: “La barba degli uomini: io ne suppongo la causa finale in ciò, che i caratteri patognomici, cioè il rapido mutamento dei tratti del viso che rivela ogni intimo moto dell’animo, divengono visibili principalmente sulla bocca e nella parte circostante; per sottrarre quindi queste alterazioni, in quanto spesso pericolose, nelle trattative o negli avvenimenti improvvisi, allo sguardo indagatore della controparte, la natura (che sa che homo homini lupus) ha dato la barba all’uomo. Invece la donna ha potuto farne a meno, dato che la dissimulazione e la padronanza di sé sono in lei innate”.

[5] Un proverbio africano recita: “Quando compare la barba scompare l’infanzia”.

[6] È testimoniato nell’isola di Cipro (da Pausania e da Macrobio), un culto di Afrodito, divinità raffigurata con una forma femminile e vestiti come quelli di Afrodite, ma anche con un fallo e con una lunga barba.

[7] È uno dei casi, in realtà abbastanza rari, nei quali, se acconciata in un determinato mo-do, la barba suggerisce una colpa o un vizio di cui si è macchiato colui che la porta. Con significato ben diverso questo uso è stato ripreso da un atleta italiano, il saltatore in alto Gianmarco Tamberi.

[8] Che fa dire ad Alessandro: “Forse non sai che nelle battaglie non esiste nulla di più comodo che afferrare gli avversari per la loro barba?”.

[9] Col diffondersi del modello macedone nasce anche una categoria di artigiani specializ-zati nell’uso del rasoio, per gli usi più diversi (anche chirurgici), e i negozi di barberia diventano naturalmente luoghi di scambio di opinioni e informazioni, collegati, ma an-che contrapposti, in qualche modo alternativi, al pubblico dibattito che si svolge nell’agorà. Per questo sono particolarmente invisi alla classe intellettuale.

[10] Il suo contemporaneo Aulo Gellio, nelle Notti attiche, scriveva: “Vedo la barba e il mantello, ma non il filosofo”. (Video barbam et pallium; philosophum nondum video). E anche Plutarco, nelle Opere Morali, ribadiva che “La barba non fa il filosofo”. Un altro loro coetaneo, Luciano di Samosata, ci andava giù pesante: “Se i filosofi si misurassero in base alla barba, il primo posto spetterebbe alle capre.” (Dialoghi)

[11]Sis licet, ut debes, tellus, placata levisque, Artificis levior non potes esse manu.

[12] Steinbeck osservava che “Al giorno d’oggi, farsi crescere la barba è l’unica cosa che una donna non può fare meglio di un uomo, e se può, il suo successo è assicurato solo in un circo”.

[13] In questo caso l’intreccio con la politica è immediato. Venezia è l’antagonista dell’impero bizantino per l’egemonia sul mediterraneo orientale (finanzia la quarta cro-ciata, che porterà al sacco di Costantinopoli) e usa l’arma religiosa offerta dallo scisma per combattere l’avversario.

[14] L’uso dei profili sbarbati impressi sulle monete ha però forse una giustificazione emi-nentemente pratica, data dalla estrema difficoltà di scolpire le barbe in matrici di conio così piccole.

[15] Che secondo alcuni storici portavano lunghi baffi e una folta barba come segno di ve-nerazione verso il dio della guerra Wotan.

[16] Che anzi, in Degli ebrei e delle loro menzogne da antisemita viscerale l’associa a “questi velenosi vermi avvelenati”.

[17] I ritratti ufficiali di More, quelli a lui contemporanei, ce lo mostrano in realtà accura-tamente sbarbato. Pare abbia iniziato a farsi crescere la barba nella Torre di Londra.

[18] Oggi però, i protagonisti di moderne epopee fiabesche come Gandalf, Obi Wan Kenobi e Albus Silente hanno ribaltato l’immagine negativa dell’uomo con la barba.

[19]Io desidero trasfigurare i caproni civili, ossia i cittadini, e il clero, ossia i monaci e i pope. I primi, affinché essi se ne vadano in giro senza barba come fanno gli europei, e i secondi, affinché essi, ancorché con la barba, insegnino ai parrocchiani le virtù cristiane, così come io ho udito fare dai pastori in Germania”.

[20] A questo proposito, è da notare che dopo i fasti dei tonsores romani la considerazione per l’attività dei barbieri ridiscende molto nel medioevo, anche se ad essa continua ad essere associata una rudimentale licenza chirurgica (nel palo che un tempo era tipico delle barberie, la fascia rossa sta a rappresentare il sangue venoso e quella bianca le fasciature usate per chiuderlo) Ancora nel Galateo Monsignor Della Casa li accomuna sprezzantemente a cavadenti e castraporci. Il suo disprezzo è spia dell’irritazione degli intellettuali per il ruolo “culturale”, a livello popolare, che le botteghe di barbiere svolgono. Non è un caso che Cervantes affianchi al curato un barbiere nel tentativo di far rinsavire Don Chisciotte dalle sue ossessioni: e che il nostro eroe, in mancanza di un elmo, si calchi sul capo proprio la sua bacinella professionale. Nel ‘700 poi il barbiere rappresenta una vera autorità laica, spesso contrapposta a quella religiosa del curato, e la sua bottega diventa luogo di libera discussione, di lettura del giornale e di diffusione delle nuove idee laiche e illuministiche, al pari delle caffetterie. Questa autorevolezza sociale dei barbieri suscita l’ironia di Foscolo: “Suonatori di corni e di trombo-ni, / Comici, cavadenti, parrucchieri, / Birri, gendarmi, sindaci, lenoni, / Si chiamano per burla cavalieri” (epigramma attribuito).

Eppure il loro ruolo sociale è ormai talmente riconosciuto che il più antico giornale francese (tuttora in pubblicazione) nasce nel 1826 col titolo “Le Figaro”, e si impone come il giornale politico e letterario per eccellenza.

[21] Soprattutto, la barba resiste, in forza di una tradizione, ma con significato rivoluzionario, nell’ambito dell’ebraismo. Portano barbe foltissime ad esempio, i maggiori rappresentanti del movimento sionista, da Theodor Herzl a Martin Buber a Max Nordau. (tav. 27)

[22] Ne “Il conte di Montecristo” compaiono però grandi barbe associate alla giustizia e alla vendetta, quelle dell’abate Faria e di Edmond Dantes. Il romanzo esce quasi contemporaneo all’edizione definitiva de “I promessi sposi”, dove il giusto per eccellenza è l’unico protagonista con la barba, padre Cristoforo.

[23] Da non confondersi con l’“igienismo”, che è una filosofia dell’osservanza delle leggi naturali che arriva a negare la teoria batterica.

[24]Oggi regna sovrana la lavabilità. È come se l’acqua scendesse dovunque lungo le pareti e l’incanto dei moderni impianti sanitari entra impercettibilmente, come apriori della mente meccanica finita, negli odierni prodotti industriali più pregiati ed accurati.” (Ernst Bloch, Spirito dell’Utopia)

[25] E non si tratta solo di una tacita convenzione. Ancora nei primi anni settanta la Disney ha vietato rigorosamente barba e baffi ai propri impiegati (cosa abbastanza paradossale, visto che il fondatore aveva sempre portato i baffi) e ha allentato le sue regole solo nel 2012, permettendo di farsi crescere delle barbe “pulite e professionali”.

[26] Un gruppo di scienziati australiani ha scritto che più uomini portano la barba, minore è la percentuale di donne che dice di esserne attratta. Attualmente, secondo questi scienziati, è stato raggiunto un “picco delle barbe”: il numero di donne che le apprezza sta diminuendo e la maggior parte di loro dice di preferire gli uomini che si radono.

[27] Opere di Sigmund Freud (OSF) Vol 7. Totem e tabù e altri scritti 1912-1914, Torino, Bollati Boringhieri, 2000

 

Dalla parte di Creonte

di Nicola Parodi, 22 gennaio 2021

Sui giornali di questi ultimi giorni spiccano (insomma, compaiono in sesta pagina, dopo le interviste a Mastella) le notizie riguardanti le donne e la politica. Si parte dall’incarico di governo conferito in Estonia ad una donna, che porta il numero dei paesi nordici retti al femminile a sei su otto; si prosegue con la discussione in corso presso la Corte Costituzionale sulla costituzionalità della legge che assegna ai figli il cognome del padre; e si finisce con le richieste di nominare finalmente anche da noi delle donne alle cariche di Presidente della repubblica o del Consiglio, ciò che a molti appare come una possibile panacea per l’Italia.

Questi interventi mi spingono a trarre spunto da un articolo di Mauro Fornaro, “DONNE AL POTERE! Ragioni psicologiche dell’accesso femminile a ruoli dirigenziali”, pubblicato su Cittàfutura, per qualche breve considerazione. Nel suo articolo Fornaro inizia la riflessione sostenendo che “La letteratura greca ci ha consegnato un classico momento delle differenze di genere: Antigone, nell’omonima tragedia di Sofocle, onorando con le esequie funebri il fratello Polinice benché la sepoltura fosse interdetta ai traditori della patria, rappresenta le istanze degli affetti e della famiglia; mentre lo zio Creonte, dittatore di Tebe, rappresenta l’impersonale legge della polis, che non fa sconti a nessuno, fino a imprigionare a vita la pietosa Antigone. Queste due diverse attitudini, il primato dato agli affetti familiari di contro al primato dato alla ragion di Stato, sono state assunte a paradigma della differenza psicologica e sociale tra donne e uomini, favorendo lo stereotipo per cui la donna è domina entro le mura domestiche, l’uomo è dominus nelle attività pubbliche …” Il resto dell’argomentazione e le conclusioni che ne conseguono credo siano facilmente immaginabili (e se non lo sono andate a scoprirle in questo link).

Ora, mi chiedo, tralasciando per questa volta il problema delle differenze di genere: servono dei sondaggi per avere la certezza che nella attuale società italiana Creonte venga considerato dalla grande maggioranza il “cattivo” della situazione? Direi proprio di no. Sono meno sicuro invece che la simpatia o l’antipatia discendano da una contrapposizione “razionale” tra le due istanze.

E cerco di spiegarmi: ma prima di proseguire credo opportuna una premessa. In natura non esiste il “bene/giusto” o il “male/sbagliato”: esiste soltanto qualcosa che “funziona” o “non funziona”. Noi umani rappresentiamo un aspetto della natura un po’ particolare, perché dotati di una “coscienza” formatasi attraverso un processo evolutivo che potremmo definire anomalo: quindi i nostri modelli di pensiero non sono esattamente ricalcati sulla “morale naturale”. Ragioniamo anche per contrapposizioni tra buono e cattivo, ed è difficile prescindere da termini di raffronto cosi istintivi: cerchiamo però almeno di capire se è accettabile il giudizio su un Creonte “cattivo”.

Sofocle scrive le sue opere quando ormai i persiani non sono più un grosso pericolo. Le flotte e le falangi oplitiche hanno bloccato quasi mezzo secolo prima i tentativi di invasione. Questo va tenuto presente, perché la morale di un’opera non può essere quella del periodo in cui è ambientata, ma è sempre quella corrente all’epoca in cui è stata scritta. D’altro canto, il modo stesso in cui i valori morali erano concepiti non prevedeva che potessero essere considerati mutevoli o mutati nel tempo.

La legge che all’epoca era considerata “divina”, quella che imponeva di dar sepoltura ai morti e alla quale Antigone si appella, ha radici antiche (si pensi alle pire funebri di Omero), che affondano non solo nei riti di sepoltura praticati dai Sapiens e anche dai Neanderthal, ma anche nei comportamenti particolari di alcuni animali in caso di morte dei conspecifici, in particolare delle femmine. Si può dedurne quindi che la pietà per i morti ha sicuramente lasciato tracce nella genetica. Ed è buona regola che le leggi “positive”, quelle elaborate dai diversi sistemi di potere e rispondenti a diversi modelli di convivenza, non contraddicano i comportamenti che hanno radici genetiche. Se però insorgono altre esigenze, necessarie per salvaguardare la struttura sociale (o la salute pubblica), può allora essere indispensabile fare leggi che contrastano con tale regola. E questo ci porta al nostro caso.

Fermo restando che Creonte fosse un tiranno, ha fatto bene o male a proibire la sepoltura di chi tradiva la propria città? La rigidità, al limite della disumanità, nel far rispettare le regole, è da considerarsi in modo positivo o negativo per il bene della comunità?

Non mi pare un caso che Sofocle abbia trattato il problema in termini interlocutori. Sapeva che la simpatia degli spettatori sarebbe andata alla donna (a dispetto del fatto che le donne greche all’epoca fossero considerate meno di zero – qui però non era in discussione la donna, ma il gesto), e personalmente era piuttosto portato a rimpiangere l’ordinamento morale di un tempo: ma sapeva anche che il rispetto inflessibile delle leggi è un dettame “pratico” della ragione, qualcosa che funziona, anche se entra in contrasto con emozioni e sentimenti.

Siamo in Grecia, nel V secolo, con le varie polis in perenne conflitto tra di loro e quindi a rischio di aggressione continua: la prima fondamentale necessità è quella della difesa, per salvaguardare la vita e la libertà degli abitanti: e ciò esige una compattezza interna, spontanea o imposta che sia, fondata sul comune rispetto delle leggi. Fossi l’avvocato di Creonte direi: può non piacere, risponde ad una logica perversa, ma la situazione è questa. Se avete altre soluzioni realisticamente praticabili fatevi avanti. Antigone è una brava ragazza, tosta e coraggiosa, ha un sacco di buone ragioni (che non sono necessariamente quelle attribuitele lungo venticinque secoli nelle innumerevoli reincarnazioni letterarie successive), ma per la sua comunità rappresenta oggettivamente un pericolo. Rendiamoci conto che oggi sarebbe una no-vax, probabilmente starebbe in parlamento con i cinque stelle.

Il discorso affrontato da Sofocle era comunque già aperto da tempo. Proprio per rispondere alla necessità difensiva (o offensiva, a seconda dei casi e delle situazioni) a partire dal VI secolo a.C. si erano sviluppate armi e tattiche “oplitiche”. Nella formazione della falange ogni oplita era protetto dal commilitone vicino, e del comportamento di quest’ultimo doveva fidarsi ciecamente. Ora, per fidarmi devo sapere che per il mio commilitone nulla è più importante del rispetto delle regole del gruppo, del dovere di non abbandonare la posizione. A chi domandava perché solo l’abbandono dello scudo comportasse l’atimia (l’esclusione dal rango di cittadino), e non quello dell’elmo o della corazza, il re spartano rispondeva che quell’armatura era preposta alla difesa del singolo soldato, mentre lo scudo valeva τῆς κοινῆς τάξεως, a proteggere il gruppo, la comunità. Chi milita in uno schieramento così concepito, nel quale la compattezza degli scudi corrisponde alla compattezza dei valori riconosciuti, non può non introiettare e trasferire nella vita pubblica queste modalità di comportamento. Allo stesso modo, chi esercita il potere non può, spinto da emozioni e sentimenti, mettere in dubbio i principi su cui si fonda la “morale oplitica”, e conseguentemente la compattezza dell’esercito da cui dipende la sicurezza della città.

C’è però un paradosso. Il raggiungimento di un certo livello di potenza della città fa venir meno la “paura”, e questo induce ad ammorbidire la rigidità nel rispetto dei principi. In tal caso spesso chi governa cede (per interesse?) alle sollecitazioni di chi vuole il prevalere dei sentimenti sulla ragione, che invece imporrebbe l’indispensabile mantenimento del concetto di prevalenza della legge. È il rischio che corriamo nella situazione attuale, con l’appello continuo, e generalmente molto ipocrita, a motivazioni che confondono l’egoismo individuale con la libertà.

La “morale oplitica” viene anche considerata uno degli elementi che creano le condizioni per la nascita della democrazia; se si è uguali nella falange non si può essere diversi nella vita politica cittadina: repubblica e democrazia sono il risultato. All’obiezione che Sparta, dove la morale oplitica vigeva ferrea, non era una democrazia, si può rispondere evidenziando che quando il mestiere delle armi è monopolio di una casta di militari o di professionisti più o meno mercenari non si danno le condizioni per la nascita di società con un qualche livello di partecipazione democratica. In questo caso (che è anche quello del feudalesimo giapponese o europeo) è più facile che il risultato sia la comparsa di un re/imperatore, più o meno sacralizzato, con il ruolo di fonte della legalità dei diritti che la casta si arroga. E il processo può anche innescarsi in senso inverso, come possiamo riscontrare nella storia dei comuni medioevali. Si potrebbe comunque ipotizzare che anche a Roma il passaggio da monarchia a repubblica si sia originato come conseguenza dell’organizzazione militare.

Tornando a Creonte, il giudizio non dovrebbe basarsi sulla valutazione se il suo potere fosse più o meno tirannico, ma sul fatto che la sua scelta fosse o meno funzionale al mantenimento della coesione della comunità; una comunità in disfacimento non sarebbe nemmeno stata in grado di provvedere alla propria difesa. Quindi, Creonte ha contravvenuto ad una legge che potrebbe essere ritenuta naturale, ma nel nome di un concreto beneficio per la collettività. Naturalmente questa aveva difficoltà a comprenderlo, soprattutto nella sua componente femminile, che anche fra i primati si dimostra più emotivamente coinvolta quando muore qualche componente del gruppo. Ma questo aprirebbe un’ulteriore digressione che per il momento vi risparmio.

Ciò che mi chiedo invece, in conclusione, è se si debba per forza tornare a fare la guerra in falange per educare cittadini responsabili e non allevare bambini viziati. L’ipotesi è meno peregrina di quanto appaia, perché di questo passo c’è il rischio di una regressione rapidissima e tutt’altro che incruenta, e gli scenari che si prospettano per le generazioni immediatamente a venire sono tragici. Possiamo raccontarcela come vogliamo, ma se non saremo in grado alla veloce di recuperare il senso delle regole e la capacità di farle rispettare da tutti, non solo nelle emergenze ma nella quotidianità dei rapporti, ci ritroveremo presto a guardare ai concittadini come a commilitoni o, all’inverso, come avversari. Ma senza alcuna compattezza di scudi a proteggerci.

Endogenesi delle cause o eterogenesi dei fini

di Nicola Parodi, 21 dicembre 2020

Ho letto le riflessioni di Carlo Prosperi esposte ne “La luce fredda dell’Utopia”. Condivido in gran parte le sue osservazioni, in particolare quando parla delle “aberrazioni della cancel culture, quella che, per political correctness, pretende di correggere la storia”. Per una sorta di reazione istintiva mi sento tuttavia in dovere di difendere il valore della razionalità come strumento di conoscenza. Carlo sostiene che quelle aberrazioni sono i frutti perversi dell’Aufklärung. E aggiunge: “È ben vero che il sonno della ragione produce mostri, ma non meno mostruosi sono i parti dell’insonnia della ragione”. Qui non riesco a seguirlo, e mi sembra strano che ci arrivi per un percorso che in realtà almeno fino ad un certo punto è esattamente il mio, quando ad esempio afferma: “La razionalità non può sostituirsi a ciò che è frutto, in gran parte inconscio, di millenni di tentativi, per prove ed errori; non può impunemente sovvertire la tradizione (che non è un fossile) e pretendere di fare tabula rasa dell’esistente nella presunzione di costruire un mondo perfetto”. Sono d’accordo su tutto, tranne che sul soggetto iniziale della frase, o meglio, sull’uso che Carlo fa dei termini “ragione” e “razionalità”: quindi, mentre faccio mio il drastico giudizio sul sorgere di una nuova religione laica, che come le altre religioni ha la pretesa di definire ciò che è bene e ciò che è male, vorrei chiarire che le aberrazioni cui giungono gli adepti di questa neo-religione non sono il frutto di una fredda analisi razionale, il più scientifica possibile, ma sono generati e guidati dalle emozioni e dai sentimenti,  e soprattutto sono condizionati dalle mode culturali.

Vorrei partire da alcune idee proposte da Richard Dawkins[1] (*). Prendendo spunto dalla convinzione di Lorenz che un modello di comportamento può essere trattato come un organo anatomico, Dawkins propone la teoria del fenotipo esteso. Con il termine fenotipo si intende la forma che assume un organismo sviluppato; in questa accezione il concetto di fenotipo viene esteso, oltre che alla forma dell’organismo, anche ai prodotti delle sue azioni nell’ambiente esterno (azioni che sono indotte dai geni).

Faccio un esempio. La trappola a forma di buca conica scavata dal formicaleone[2] è l’espressione di un comportamento determinato geneticamente, così come lo sono tutte le varie tipologie delle ragnatele. Tutto questo lo diamo ormai per scontato, perché quando esaminiamo il comportamento degli insetti sociali siamo psicologicamente disponibili a riconoscere che è determinato geneticamente. Allo stesso modo, con un minimo sforzo intellettuale in più realizziamo che anche le dighe costruite non da un singolo castoro, ma da un gruppo, rispondono ad analoghi criteri e quindi rientrano nella definizione di fenotipo esteso (*).

Continuando a salire di livello nella scala della complessità animale, riusciamo ancora ad accettare, sia pure con un po’ di difficoltà, che persino la “cultura” e l’organizzazione sociale dei primati possa rientrare nella definizione di “fenotipo esteso”. Ma quando facciamo un passo ulteriore, saliamo di un altro gradino, ecco che nasce il problema. L’idea di considerare la cultura umana e le sue realizzazioni tecnologiche ed artistiche come fenomeni rientranti nel concetto di “fenotipo esteso” urta la sensibilità di quanti ritengono l’uomo qualcosa di speciale. Diciamo che di primo acchito la reazione è comprensibile: in fondo sembra esserci una bella differenza tra chi è riuscito ad andare sulla luna e chi continua a salire e scendere dagli alberi. Eppure, se accettiamo come valida la definizione di cultura data da Luigi Luca Cavalli Sforza, per il quale “la cultura va intesa come insieme di conoscenze che acquisiamo e comportamenti che sviluppiamo durante la nostra vita; questi due elementi (conoscenze e comportamenti) creano la cultura sulla base dell’azione congiunta della nostra eredità biologica, cioè il programma genetico di istruzioni del DNA che dirige il nostro sviluppo, e dei numerosissimi contatti individuali e sociali di qualunque natura vissuti da qualunque gruppo sociale”, dovrebbe essere più facile accettare le realizzazioni della società umane come espressioni del “fenotipo esteso”[3].

Anche se Cavalli Sforza non è affatto entusiasta della cosa, ultimamente in assonanza al termine “gene” è stato coniato (*) il termine “meme”, che sta ad indicare un’unità di trasmissione culturale o un’unità di imitazione. Nelle società umane la diffusione dei memi è molto rapida, in virtù delle molteplici modalità di trasmissione che abbiamo escogitato, e con l’avvento di internet si rischia addirittura che la loro trasmissione, pressoché immediata, sfugga a quella sorta di selezione naturale che ne misura la capacità di funzionare positivamente per la sopravvivenza della società in cui si diffondono. Vale a dire che tendono a circolare liberamente, fuori controllo, sia gli input positivi che le stupidaggini e le bufale: il che comporta una gran confusione, e il rischio (molto concreto, per quanto è dato vedere oggi) che le false informazioni, in genere più facilmente “digeribili” da spiriti pigri, finiscano per prevalere e mettere a repentaglio tutto ciò di buono che sino ad oggi si è costruito.

Vedo di spiegarmi meglio. Il fatto che le culture evolvano comporta l’esistenza un qualche meccanismo di selezione darwiniana. Questo permette la sopravvivenza delle culture (e quindi delle società che quella determinate culture esprimono) che meglio rispondono alle esigenze di riproduzione degli individui che ne fanno parte, in determinati luoghi e periodi; inoltre ci costringe a prendere atto che il “valore” che attribuiamo al modello culturale a cui apparteniamo è, nelle migliori delle ipotesi, valido per un più o meno breve lasso di tempo.  Ora, ogni cervello animale tratta le informazioni servendosi di moduli mentali che sono frutto di un’evoluzione durata centinaia di milioni di anni: ha insomma un programma di risposte già pronte, adattabili alle singole situazioni, e in questo modo risolve i problemi che l’individuo si trova ad affrontare, aumentando le sue probabilità di sopravvivere e riprodursi. In questa operazione la rapidità nella risposta agli stimoli esterni è un requisito essenziale, anche se va a scapito della precisione. I moduli mentali che utilizziamo noi umani sono dunque quelli che si sono dimostrati più efficaci alla luce dei meccanismi evolutivi, anche se, in base al principio di precauzione, a volte ci facevano fuggire di fronte a un pericolo non concreto.

Il discrimine sta qui. Per una serie di processi che non possono essere approfonditi in questa sede i membri della specie Homo sapiens sapiens hanno finito per ritrovarsi dotati, oltre che di moduli cognitivi automatici, anche di un processo cognitivo più lento ma più riflessivo[4]. Ovvero, noi non reagiamo in base al puro istinto, ma a seguito di una ponderata riflessione. Questa modalità di trattare le informazioni implica naturalmente la possibilità di errori di sistema, e anche il nostro modello riflessivo può essere soggetto a condizionamenti emozionali e culturali. Quindi la cautela è d’obbligo. Se è vero che, come abbiamo visto sostenere da Cavalli Sforza, gli aspetti più importanti del nostro sviluppo risultano da una complicata interazione fra il nostro DNA e la nostra cultura, per capire qualcosa di come ci comportiamo e come funzionano le società di cui facciamo parte è indispensabile una analisi razionale di questi aspetti. L’eterogenesi dei fini di cui parla Carlo è solo frutto, a mio parere, di una nostra insufficiente capacità di condurre a fondo questa analisi.

Proviamo a trasporre tutto questo sul piano dell’agire sociale e politico. Giustamente diffidiamo delle pretese di chi vuol costruire un mondo migliore sulla base di convinzioni religiose o ideologiche, al fondo delle quali c’è la certezza dell’esistenza di un vero e di un giusto assoluti. Non siamo in grado di conoscere con sufficiente dettaglio i meccanismi sociali per progettare riforme con la certezza che i risultati corrispondano alle aspettative. Nemmeno la scienza è in grado di dare risposte certe a problemi di tale complessità: ci ha provato sinora solo la fantascienza, con Asimov, inventando la “psicostoria”.

È pur vero però che se in un gruppo di cacciatori-raccoglitori non è necessario intervenire per modificare ciò che regola i rapporti fra gli individui,  stante la sostanziale “immobilità” sociale, in una società complessa, le cui principali regole non sono ormai più quelle selezionate dall’evoluzione e codificate geneticamente, ma quelle di origine culturale definite storicamente, di fronte a modifiche dell’equilibrio sociale,  per degrado intrinseco o al presentarsi di condizioni socio/economiche nuove,  si rendono indispensabili interventi che modifichino l’organizzazione tradizionale. E dovendo agire è necessario farlo con la maggiore razionalità possibile, che consiste anche nel cercare di modificare il minimo indispensabile. Soprattutto, nessuna riforma può funzionare se le regole nuove contrastano con i dettami morali codificati geneticamente.

Insomma, voglio dire che se alcuni grandi riformatori del passato sono riusciti (magari solo parzialmente) nel loro intento, sono sicuramente molti di più i tentativi di riforma che non hanno funzionato. E i fallimenti sono venuti di norma da una voluta o colpevole ignoranza degli effetti di quella complessa interazione fra il nostro DNA e la nostra cultura di cui parla Cavalli Sforza.  Ovvero dal fatto che quei progetti non erano sufficientemente razionali. Sarebbe semmai poi da aprire un dibattito su ciò che intendiamo per “razionale”, perché troppo spesso trovo l’aggettivo è usato nella sola valenza di “efficace, efficiente, capace di produrre risultati”, ma il suo significato non può certo esaurirsi in questo. Se così fosse, Himmler avrebbe realizzato una delle operazioni più razionali della storia. Per quanto mi riguarda, è razionale ciò che “funziona” tanto nella prospettiva individuale che in quella della specie (e non sempre le due cose coincidono: posso fare un sacco di soldi e moltiplicare le mie possibilità di sopravvivere e riprodurmi producendo scorie inquinanti, ma per la specie sono solo un danno): ciò quindi che riesce a mantenere un equilibrio tra le mie pulsioni egoistiche istintuali e la mia disposizione altruistica acquisita. Sono d’accordo con Carlo quando rievoca i Terrori generati dall’idolatria della Ragione, dai sogni degli utopisti, dalla forzatura radicale di Marx, ma mi sembra dimentichi quali altri terrori sono stati ingenerati da chi ad esempio si è fatto “interprete” monopolistico e ufficiale dell’insegnamento cristiano. Ora, la lettera del Vangelo detta ben altro che le stragi degli eretici o degli infedeli, allo stesso modo in cui la Ragione non prevede i campi di sterminio e la ghigliottina. La Ragione è uno strumento, come lo è la Religione: e come ogni strumento può capitare nelle mani sbagliate, ed essere usato malamente.  Ma questo può valere anche per una padella, o una forchetta: significa che dovremmo mangiare cibi crudi, e con le mani?

Per il resto, sono d’accordo (almeno in parte) sulla lettura in negativo delle rivoluzioni. Diciamo che sono piuttosto un tiepido riformista, anche se può sembrare una brutta cosa, perché “Occorre fare le riforme” è purtroppo lo slogan di moda fra la classe dirigente attuale. Non sono pregiudizialmente contrario alle riforme se e quando necessarie, ma mi  piace  ricordare quanto sostiene Montesquieu nelle Considerazioni sulle cause della grandezza e decadenza dei Romani:   “Quando il governo ha una forma stabilita da tempo e le cose sono disposte in un certo modo, è quasi sempre prudente lasciarle come sono, perché le ragioni, spesso complicate e ignote, per cui una tale situazione si è mantenuta, fanno si che essa duri ancora; ma quando si cambia il sistema totale, si può rimediare soltanto agli inconvenienti che si presentano nella teoria, tralasciandone altri che solo la pratica può far scoprire”.

NOTE

[1] (*) Richard Dawkins, Il fenotipo esteso, Zanichelli 1986 – Il gene egoista, Mondadori 2017

[2]Per il formicaleone scavare trappole è ovviamente un adattamento per catturare le prede. I formicaleoni sono insetti, larve neuroptere, con l’aspetto e il comportamento di mostri spaziali. Sono predatori pazienti che scavano nella sabbia soffice trappole con le quali catturano formiche e altri insetti terricoli. La trappola ha una forma quasi perfettamente conica, con le pareti talmente inclinate che la preda non può arrampicarsi per uscire, una volta caduta dentro. Tutto quello che fa il formicaleone è di stare sul fondo della trappola, dove con le sue mandibole stritola, come in un film dell’orrore, qualsiasi cosa gli capiti a tiro” da Richard Dawkins, Il fenotipo esteso

[3] Cavalli Sforza aggiunge anche “Purtroppo nella maggior parte dei quotidiani e dei settimanali le pagine dedicate alla cultura limitano il loro interesse quasi esclusivamente a film, romanzi e in genere agli spettacoli. Intendiamoci, sono anche loro importanti, in quanto contribuiscono in modo non indifferente ai piaceri della vita, ma vi sono molti aspetti del nostro sviluppo che sono ancora più importanti e che risultano da una complicata interazione fra il nostro DNA e la nostra cultura, intesa nel senso più vasto su cui quest’opera è basata” (Luigi Luca Cavalli Sforza, L’evoluzione della cultura, Codice ed. 2010)

[4] Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori 2020

Raccontare storie a colori

di Paolo Repetto, 21 maggio 2020

La storia non è soltanto ciò che è stato,
ma anche ciò che se ne è fatto
Marc Bloch, Apologia della storia

Durante una delle interminabili passeggiate alessandrine con Mario Mantelli, di ritorno dall’appuntamento rituale delle sedici al Libraccio (accadeva quasi sempre che mi accompagnasse sin sotto casa, e fossi poi io a riaccompagnare lui alla sua, perché non si poteva lasciare il ragionamento a metà) sentii parlare per la prima volta di Michel Pastoureau, del quale fino a quel momento ignoravo persino il nome (non aggiungo “colpevolmente” perché, insomma, non si può pretendere di conoscere tutto). Il tema quella sera era il significato simbolico dei colori, e in effetti su quell’argomento il suo “Medioevo simbolico” è oggi una Bibbia. Ma io, ripeto, non lo sapevo, e a non saperlo mi sentivo in quel momento davvero un po’ colpevole, perché sulle simbologie medioevali più di quarant’anni prima avevo fatto approfondite ricerche (dopo la scoperta del Medioevo fantastico di Jurgis Baltrušaitis mi si era aperto tutto un mondo, nonché un modo diverso di pensare la storia). Mi sono assolto solo quando ho verificato che gli studi di Pastoureau sono apparsi attorno all’inizio del nuovo secolo, quando ormai i miei interessi viaggiavano in altre direzioni.
L’importanza che Mario attribuiva a questi studi e l’ammirazione che tributava a Pastoureau mi hanno però spinto a tornarci su: in sostanza, sono andato a leggermi prima “Nero. Storia di un colore”, e poi “Medioevo simbolico”. Con enorme diletto, devo dire, e con altrettanto profitto. Ora, però, non ne farò qui la recensione: conviene che leggiate gli originali, se già non lo avete fatto. Ne prendo spunto, invece, per alcune riflessioni sull’insegnamento della storia, su quello “che se ne è fatto”, come scriveva Marc Bolch, e su quello che attualmente se ne fa. E parto necessariamente dalla mia esperienza didattica e più in generale dalle mie velleità di divulgatore.
Ho insegnato Storia (uso sempre la maiuscola quando mi riferisco alla disciplina di studio) per trentadue anni, ho scritto di Storia entro quello che potremmo definire il circuito “ufficiale” per un breve periodo, ho raccontato Storia (o storie) per il resto della mia vita. Lo sto facendo anche adesso. Questa esperienza mi ha lasciato la convinzione che la storia dalle nostre parti sia conosciuta poco o male perché coloro che dovrebbero raccontarla lo fanno in genere nella maniera sbagliata (non che altrove sia conosciuta molto meglio, ma questo avviene per altri motivi).
Questa affermazione potrebbe sembrare quanto meno opinabile: esiste oggi un’offerta ricchissima, addirittura esorbitante, di divulgazione storica, e quest’ultima viene praticata con tutti gli strumenti e su tutti i supporti possibili, dalla conferenza al racconto per immagini, documentario, cinematografico o informatizzato. Ma non è una questione di quantità: “quella” storia trattata come una “merce” culturale qualsiasi, venduta a pezzi come il muro di Berlino, truccata, imbellettata, sia pure, nel migliore dei casi, coi “documenti d’archivio”, insomma condita e precotta e confezionata per il pronto consumo come i quattro salti in padella, non è la stessa cosa di cui parlo io. Io parlo di “senso” storico, inteso naturalmente come sensibilità educata nel soggetto conoscente, e non di un significato intrinseco all’oggetto conosciuto.
Ho scritto sensibilità “educata” perché il primo approccio serio con la storia si ha a scuola: è lì che nasce, o muore, l’imprinting, e la nostra scuola in tal senso non è affatto attrezzata a preservarlo. Ne ho già trattato a più riprese altrove. Non che manchino gli strumenti didattici, anzi, ce ne sono a mio parere sin troppi, e si fa troppo affidamento sul loro ruolo. Ma paradossalmente questi strumenti, anziché contribuire a creare una atmosfera “speciale”, a coltivare un apprendimento che entri sottopelle e circoli in vena, adattano e livellano questo apprendimento ai modi della quotidianità, ad una percezione confusa e indistinta della realtà. Col risultato che la narrazione storica finisce per confondersi e assimilarsi alle altre infinite narrazioni che passano attraverso schermi, teleschermi e monitor.
Faccio un esempio banalissimo. Le scelte iconografiche che corredano oggi i libri di testo delle elementari, giustificate con l’intento di educare gli allievi ad un rapporto e a una dimestichezza precoci con le “fonti documentali”, ottengono l’effetto opposto. Il valore evocativo di un dagherrotipo d’epoca che ritrae Nino Bixio è infinitamente minore rispetto a quello che aveva un tempo la figurina disegnata di un garibaldino, o di Bixio stesso, con la sua brava camicia rossa: illustrazione che avrebbe potuto essere trasposta di sana pianta in uno dei fumetti di capitan Miki o di Tex, o presa da esso, e che rimandava alla dimensione dell’avventura (alimentando peraltro la voglia di andare più tardi a scoprire che faccia aveva davvero quel garibaldino, e di cercare quindi il dagherrotipo). È evidente che oggi le stesse immagini non evocherebbero più nulla, perché nessun ragazzino legge più Miki o Tex, ma ciò che è andato a sostituirle non ha assolutamente un altrettale potere di suggestione, e non potrebbe averlo anche se usato nel migliore dei modi: semplicemente perché su quel versante la mente dei ragazzini è già colonizzata da ben altri effetti speciali.
Il discorso deve dunque spostarsi sul fattore umano. Occorre riscoprire finalmente la centralità della famigerata “lezione frontale”. E qui il problema si presenta nel suo vero aspetto. Ciò che davvero manca sono gli insegnanti, i narratori capaci di trasmettere quel senso di “pervasione del tutto” che solo giustifica e rende possibile la vera conoscenza storica. Mancano perché coloro che si confrontano oggi con i ragazzi a loro volta la storia non la conoscono, o la conoscono male, o ne hanno una conoscenza parziale in termini quantitativi e partigiana in quelli qualitativi. La loro impreparazione è frutto di quarant’anni di improvvisate e raffazzonate riforme dei piani di studio, che hanno sconvolto la tradizionale scansione delle tappe dell’apprendimento per sostituirla con modelli completamente sganciati dalla realtà. La sgrossatura che un tempo era affidata alla scuola elementare, e che con tutti i suoi limiti offriva quantomeno l’idea di un percorso “storico”, di una cavalcata attraverso i tempi, ha lasciato il posto ad una pretesa approfondita “immersione” (l’intero terzo anno dell’odierna primaria dedicato alla preistoria, i due successivi alle civiltà classiche) che rompe i ritmi e ingenera nella mente dei ragazzini – abituata per altri versi ai tempi rapidi di comunicazione degli spot o a quelli frenetici dei videogiochi – un senso di saturazione e un sostanziale disinteresse. Contemporaneamente, il preteso ribaltamento del punto di vista eurocentrico, la pregiudiziale messa sotto accusa della civiltà occidentale e l’ambizioso proposito di trattare sullo stesso piano tutte le civiltà (delle quali chi insegna sa naturalmente ancor meno che della nostra) ha creato un approccio disordinato, velleitario e inversamente “negazionista”.
Chi si è formato in una babele didattica di questo genere non può non essere confuso e inadeguato. Intendiamoci: non sto dicendo che “un tempo” tutti gli insegnanti di storia fossero bravi a raccontarla, o obiettivi nella trattazione, e nemmeno che lo fosse la maggioranza: io stesso ho incontrato nel mio percorso scolastico dapprima una esposizione arida, noiosa e nozionistica, e successivamente una “imposizione” fortemente ideologizzata e altrettanto nozionistica, e ho anche pagato, in termini di valutazioni, i miei timidi tentativi di rendere il tutto un po’ meno insipido aggiungendo qualche grano di sale. Ma quegli insegnanti avevano comunque di fronte degli allievi che il nozionismo, per forza d’abitudine, erano in grado di digerirlo, e di cavarne quindi alimento anziché tossine. Anche quello meno bravo, se appena appena faceva un po’ il suo dovere, qualche plinto di fondazione riusciva a gettarlo. Poi ciascuno, in base alle sue capacità e alle sue disposizioni, ci costruiva sopra l’edificio che voleva. Oggi l’utenza è diversa, e non è certo con i giochini spettacolari offerti da nuovi media, coi quali gli allievi hanno una consuetudine ben superiore a quella dei loro docenti, che si conquista la loro attenzione. Con quelli, quando va bene, li si tiene buoni per qualche mezz’ora. Quindi non si scappa: o si reimpara a narrare, pur con tutti gli ausili e i supporti che si vuole, o si condannano le nuove generazioni all’ignoranza storica.
Naturalmente non mi sto riferendo alle capacità affabulatorie: quelle o si possiedono o no, anche se un buon allenamento può dirozzare o ammorbidire la tecnica di esposizione. Parlo invece di una disposizione mentale che in parte può essere un regalo di natura, ma per il resto va costruita. Ciò che maggiormente difetta, infatti, è la capacità di fare storia con tutto, e quindi di far comprendere ai ragazzi che tutto fa storia. Per rimanere nella metafora gastronomica di cui sopra, manca la capacità che aveva mia madre di costruire piatti appetitosi partendo sempre dagli stessi quattro ingredienti poveri di cui disponeva. Il che significa non essere onniscienti, ma avere la capacità di cogliere in qualsiasi ambito un potenziale di indagine, di chiarimento o di spiegazione storica. Che equivale a dire: di divertirsi e di abituare a un divertimento intelligente chi ti segue.
Conviene però a questo punto passare immediatamente agli esempi, per evitare di girare a vuoto tutto attorno e di strangolarmi da solo. E anche per spiegare il riferimento iniziale. Pastoureau entra in questo discorso perché i colori hanno fatto la loro parte di storia (e lui l’ha raccontata), ne sono stati testimoni e ne sono a loro modo anche motori. Vediamo come. Senza riassumere Pastoureau, ma sviluppando le indicazioni di metodo che ha fornito.
Quando si racconta agli allievi la vicenda della Riforma protestante è difficile appassionarli al dibattito teologico, al problema del libero arbitrio, della grazia o non grazia, della validità o meno dei sacramenti, ecc… Il che non significa che non si debba parlarne, al contrario: ma occorre farlo portandoli a toccare con mano le conseguenze tangibili, immediatamente visibili, delle diverse scelte. Questo lo si può ottenere, ad esempio, comparando la diversa presenza dei colori in un’opera fiamminga della seconda metà del cinquecento e in una del seicento: Brueghel e Rembrandt, tanto per andare sul sicuro. Credo non ci sia nulla che faccia immediatamente percepire il salto di mentalità meglio del passaggio dagli abiti variopinti e chiassosi de la Danza nuziale a quelli neri, uniformi, rigidi della Lezione di Anatomia. Il nero è negazione della varietà dello spettro cromatico, della diversità, della possibile coesistenza di differenti concezioni del mondo: quindi spiega la caccia alle streghe, le guerre di religione, le intolleranze reciproche, ecc … L’uniformità stessa del colore degli abiti rimanda immediatamente all’idea di “uniforme”, nelle accezioni sia sostantivale che aggettivata, e quindi all’operazione di intruppamento dei corpi e delle menti perseguita tanto dai riformatori come dai controriformisti, gli uni e gli altri avendo alle spalle i nascenti stati moderni. E l’associazione nella cultura occidentale del nero col demoniaco, con il pericolo, con la violenza, con il lutto, può magari anche aiutare a far comprendere fenomeni come quello del razzismo.
Allo stesso modo, un piccolo excursus sulle simbologie negative del rosso o del giallo può diventare intrigante, e al tempo stesso, se ben pilotato, sgombrare il terreno da pregiudizi popolari radicati. Quando è associato a tratti morfologici, come il colore dei capelli o della pelle, il rosso connota tradizionalmente una disposizione negativa. Sono rossi i capelli e la barba di Giuda, ad esempio, così come ricorrono nella pittura medioevale (e sopravvivono in quella successiva), ma anche quelli di numerosissimi personaggi biblici o mitologici, o dei reprobi dei poemi cavallereschi, fino a quelli della letteratura romantica, e oltre (il Rosso Malpelo di Verga). Ora, questa valenza simbolica negativa ha un’origine facilmente identificabile: presso quasi tutte le etnie del mondo, con la parziale eccezione dei popoli scandinavi, gli individui di pelo rossiccio rappresentano delle esigue minoranze, e sono quindi percepiti immediatamente come dei “diversi”, alla stessa stregua ad esempio dei mancini. Non a caso, nella rappresentazione iconografica (ancora Giuda) e letteraria i due attributi marciano spesso di conserva. Il rosso diventa quindi per antonomasia il colore che connota, in progressione negativa, una differenza, una anomalia, un pericolo, il male. Diventa il colore di Satana. E l’identificazione simbolica finisce alla lunga per prescindere dal suo movente originario, al punto da imporsi anche presso quelle culture (le nordiche di cui sopra) nelle quali la motivazione della differenza morfologica non ha senso.
Altrettanto intriganti e rivelatori sono poi i risvolti attuali di questo simbolismo. Perché ad un certo punto quello dei reprobi da simbolo infamante diventa invece vessillo di riscatto ed è adottato come bandiera, e questo malgrado il rosso rimanga convenzionalmente associato al pericolo e alla devianza (la bandiera rossa sulle spiagge, il segnale rosso dei semafori, la sottolineatura degli errori su questo computer, le zone rosse dei contagi, ecc). Anzi, è proprio il messaggio di pericolosità connesso al simbolo ad essere rivendicato (le camicie rosse dei garibaldini, l’Armata rossa – cui la reazione oppone naturalmente quelle bianche), e usato come un monito minaccioso da mandare ai nemici. Nello stesso modo in cui viene fatto proprio, e ribaltato nelle sue valenze etiche e politiche, il simbolismo connesso a tutto ciò che concerne la “sinistra”.
Anche qui, una passeggiata nell’iconografia, in particolare in quella sacra, si rivela particolarmente istruttiva. Si considerino ad esempio le trasformazioni avvenute nell’abbigliamento della madonna, nel quale a partire dalla Controriforma il rosso tende a cedere sempre più il posto al bianco, sino alla definitiva affermazione di quest’ultimo dopo il dogma dell’immacolata concezione. La madonna pellegrina che io stesso ho visto nei primi anni cinquanta transitare per Lerma, nel corso di un pellegrinaggio preelettorale che coprì palmo a palmo tutto il territorio nazionale, per esorcizzare il pericolo del fronte popolare, era rigorosamente ammantata di bianco e azzurro: il rosso campeggiava solo nei manifesti che proponevano l’immagine terrificante dell’orso bolscevico.
Dal canto suo, anche il giallo ha conosciuto una associazione simbolica negativa, solo appena più sfumata. Nell’iconografia medioevale, ma anche in quella successiva, è il colore del tradimento e della menzogna, come tale identificato non tanto nei tratti morfologici (ché, anzi, dopo le conquiste normanne il colore biondo dei capelli diventa il tratto distintivo della nuova nobiltà di spada) quanto nell’abbigliamento (dietro il quale, appunto, ci si nasconde). La veste di Giuda è spesso gialla, così come gialla è la stella identificativa degli ebrei, e tali sono molti capi di abbigliamento degli ebrei stessi, o dei buffoni di corte e dei saltimbanchi. In questo caso ad essere sottolineata è una diversità non “naturale”, ma sociale e culturale.
Come si vede, le potenzialità di sviluppo di un discorso di questo tipo sono infinite. Il filo principale può essere svolto, per esempio, partendo dai colori primari, pieni e nitidi, usati da Giotto e nella pittura francescana, passando per quelli opulenti del Beato Angelico e di Benozzo, risalendo a quelli più sfumati della pittura rinascimentale, che coincidono con la liberazione del pensiero da contorni troppo netti e marcati; e si dipana poi, dopo il barocco, con un ritorno al cromatismo vivace, alle tinte pastello nel Settecento, e successivamente con l’utilizzo di tonalità più cupe, e il ritorno al nero degli abiti, nel Romanticismo. Insomma, la storia della nostra civiltà può essere riassunta anche attraverso il filtro cromatico.
Per inciso, in un discorso di questo genere rientrano, naturalmente su un piano diverso, proprio le escursioni storico-antropologiche di Mario Mantelli nel mondo delle impressioni infantili: sia pure circoscritte apparentemente a un microcosmo provinciale, e ad un periodo molto particolare, ma allargate oltre che alle immagini e ai colori anche ai sapori e agli odori, raccontano l’educazione “sensoriale” prima che sentimentale di una intera generazione (tema sul quale Mario è tornato anche recentemente): e questo racconto vale più di qualsiasi dotta indagine o dissertazione per spiegare le scelte ideologiche o esistenziali dei nostri coetanei.

Ma la storia non è solo colorata: può essere anche “colorita”. E qui entra in gioco l’uso dell’aneddotica. Tutti i miei studenti ricordano ancora oggi che Cavour voleva prendere a calci nel sedere Vittorio Emanuele II dopo l’armistizio di Villafranca (storico: testimoniato da Costantino Nigra). Magari ricordano solo quello, e non le date di san Martino e Solferino, ma almeno sanno chi erano Cavour e Vittorio Emanuele, e che rapporti intercorrevano tra i due, e che è stato stipulato un armistizio a Villafranca, e che quindi in precedenza c’era stata una guerra, e perché questa guerra era stata combattuta. Sarei curioso di fare oggi un test a campione sugli studenti usciti dalla scuola secondaria da un paio di anni, per verificare che conoscenza hanno di quei personaggi e di quelle vicende. Lo stesso valore di chiodini nel muro della memoria possono assumere un sacco di altre informazioni, al limite del pettegolezzo, che riescono ad accendere l’attenzione per la loro curiosità e a mantenerla poi desta anche sui fatti essenziali cui sono collegate. Non si tratta di “banalizzare” la storia, cosa che accadrebbe se si raccontassero solo i pettegolezzi, ma di vivacizzarla un po’, di farla uscire dal recinto sacro della disciplina di studio e farla entrare in quelli dell’interesse e del divertimento.
Un discorso analogo vale per la proposta di approcci un po’ sfalsati e marginali rispetto a quello canonico e rituale. La Storia può essere raccontata ad esempio passando attraverso l’esame delle risorse, a partire da quelle alimentari per arrivare alla disponibilità di materie prime indispensabili al processo industriale. Sapere che nell’area mediterranea e mediorientale erano presenti in natura trentadue delle cinquantasei specie erbacee domesticabili ad uso alimentare, contro le undici delle Americhe, le sei dell’Africa subsahariana e dell’Asia orientale e le due dell’Australia, aiuta i ragazzi a capire le ragioni dei diversi tempi di sviluppo di queste zone, e il conseguente fenomeno della dominazione europea, molto più della conoscenza in dettaglio dei rapporti internazionali, o perlomeno consente di spiegare molto meglio questi ultimi. E così, un minimo di storia dell’alimentazione, quel tanto sufficiente a far comprendere che senza l’introduzione in Europa del mais e delle patate forse non ci sarebbe nemmeno stata la rivoluzione industriale, o sarebbe avvenuta in altri luoghi e con altri tempi, rende molto più semplice e chiara la situazione. Allo stesso modo, la sostituzione del petrolio al carbone come fonte energetica primaria spiega la decadenza dell’Europa, e la presenza solo in Africa di elementi come il litio o il coltan ci fa immediatamente intuire perché quel continente non abbia pace.
In definitiva: io credo che la strategia per riaccendere nei giovani, o almeno di una parte di essi, l’interesse per la storia passi in primo luogo per la segnalazione di diversi possibili percorsi: una segnalazione che, se gestita con criterio, scegliendo i momenti e profittando degli agganci opportuni, non confonde affatto le idee dei ragazzi, ma al contrario, apre le loro menti alla curiosità e all’autonomia di pensiero. Il resto, l’apertura agli “eventi”, la ricognizione dei “luoghi storici”, le conferenze dei professionisti della divulgazione, i supporti multimediali, tutto lo strumentario al quale oggi sembra affidarsi e ridursi la didattica, ha valore solo in quanto usato all’interno di questo piano, né più né meno di come lo avevano le carte geografiche appese ai muri delle nostre aule. Ma fin qui credo di non dire in fondo nulla che almeno teoricamente non sia già contemplato nelle linee di indirizzo periodicamente diffuse anche nella nostra scuola. Di nuovo, anzi, a dire il vero, di antico, c’è che questo progetto di riscatto presuppone da un lato, negli allievi, un sostrato essenziale ma solido di conoscenza degli eventi (leggi: nozioni, date, nomi, luoghi) e di competenze nel loro inquadramento cronologico; dall’altro, nei docenti, la capacità di non ridurre il tutto ad imbonimenti autoreferenziali o a pappine precotte. I percorsi possibili vanno suggeriti, assistiti, esemplificati quanto basta, ma lasciati poi aperti e incompiuti. Con le stesse cautele possono anche essere azzardati degli schemi interpretativi che consentano agli studenti non soltanto di guardare alla storia con occhiali diversamente colorati, ma anche di scegliersi particolari postazioni di lettura. Cito, per fare qualche esempio, quelli relativi alla contrapposizione per il passato remoto tra popoli nomadi e popoli sedentari, o tra civiltà particolaristiche “democratiche” e civiltà idrauliche dispotiche; per quello più prossimo, tra popoli che guardano alla terra e popoli che guardano al mare.
Ecco, suggestioni di questo tipo sono, come dicevo, materia estremamente delicata, e vanno trasmesse assieme alla consapevolezza che si tratta di possibili modalità di lettura della storia, e non di chiavi magiche che aprono al suo senso: e che ogni angolo prospettico va confrontato con gli infiniti altri, non per contraddirli o negarli, ma anzi, per trarne conforto e ulteriori stimoli. È una cosa meno facile di quanto possa sembrare: le idee forti, i modelli interpretativi ad alto tasso di assertività esercitano un’indubbia attrattiva sulle menti adolescenziali (e non solo su quelle), che hanno bisogno di spiegazioni semplici, di un “senso” all’interno del quale e in funzione del quale collocare gli eventi storici. Ma d’altro canto queste suggestioni “integraliste” sono una tappa obbligata nel cammino di chi va alla scoperta della storia. Importante è che non rimangano l’ultima: cosa che invece accade quando le alternative offerte non sono altrettanto seducenti.
Per chiudere torno dunque al colore e al mio sussidiario di terza elementare. In esso anche gli opliti di Leonida o i legionari romani erano rappresentati con figurine coloratissime, quanto attendibili nella ricostruzione dell’abbigliamento non so, ma senz’altro capaci di colpire la fantasia, tant’è che ancora le ricordo. In quello di mio nipote le figurine sono state sostituite da fotografie di statue o di monumenti classici, molto belle, per carità, ma tendenti a indurlo a pensare che gli uomini dell’antichità fossero di marmo e che Atene e Roma fossero imbalsamate in un sudario bianco. E come tali, ben poco vivaci e interessanti. Allo stesso modo, per riallacciarmi a quanto dicevo sopra a proposito dell’aneddotica, sono scomparsi dalla narrazione Muzio Scevola e Attilio Regolo, col risultato che della divisione in tribù e in curie, meticolosamente descritta, e dei comizi curiati o centuriati non ricorda già ora nulla, e nemmeno gli è rimasta traccia di quegli episodi simbolici che trasmettevano comunque l’idea di un certo modo di concepire il rapporto tra individuo e stato.
Quindi? Quindi l’argomento è troppo complesso per essere affrontato e liquidato in quattro paginette. Ma anch’io, che pure adolescente non sono più da un pezzo, ho conservato alcune idee semplici e forti, e approfitto di ogni occasione per ribadirle. Non devo argomentare e giustificare l’utilità dello studio della Storia, lo hanno già fatto moltissimi altri, a partire almeno da tremila anni fa, da quando una rudimentale coscienza storica è comparsa a connotare in maniera ancor più netta la “diversità” del genere umano. E neppure intendo entrare nel merito di “cosa” della storia si è fatto, altro tema dai risvolti infiniti. No, semplicemente volevo esprimere la mia preoccupazione per l’uso che se ne farà una volta che nella stragrande maggioranza degli umani quella coscienza storica si sarà atrofizzata: perché questo è il processo in atto, non so dire quanto sapientemente guidato o quanto irresponsabilmente accettato. La riduzione della Storia a spettacolo, a merce culturale, ne rappresenta oggi l’aspetto più fastidioso, in quanto più immediatamente visibile: ma dietro ci sono la sostanziale cancellazione della conoscenza storica, la sua perdita di profondità, il suo appiattimento sul presente, il leopardiano (ma già omerico) “trascolorar del sembiante”, e quindi la sua continua possibile riscrittura su richiesta (on demand, si usa oggi) dei nuovi committenti: dietro c’è un futuro senza conoscenza, e quindi senza coscienza storica.
Non posso assistere inerte a questa deriva, anche se di quel futuro ne vedrò poco. Credo sia doveroso ostinarsi a chiarire, a sé e agli altri, che le colorazioni con filtri speciali, del tipo di quelle operate sui vecchi film western, rovinandoli e falsandone completamente l’aura, così come gli interventi di restauro radicale, che cancellano quella patina del tempo che della storia è segno distintivo, non sono affatto dei rimedi, e la deriva anziché arginarla l’accelerano. Ridare colore alla storia non significa cambiare l’ordine degli eventi o ricalibrarne la rilevanza. Significa molto più semplicemente ricaricare lo sguardo che ad essa rivolgiamo di quello stesso stupore e di quella curiosità che l’hanno originata.

Per favore, leggete Tony Judt

di Paolo Repetto, 3 marzo 2020

Di Tony Judt ho già scritto, anche recentemente (Sulle rimozioni), e so di aver indotto almeno un paio di amici a leggerlo. Spero magari qualcuno in più. Non c’è molto da aggiungere. O meglio, in realtà ci sarebbe moltissimo, ma lo stesso Judt insegna che a insistere troppo su un argomento si rischia di banalizzarlo, ed è un consiglio da seguire. Mi limito pertanto a segnalare che è stata edita in questi giorni da Laterza una raccolta di articoli suoi, “Quando i fatti (ci) cambiano”, inediti in Italia, sparsi lungo un arco di quindici anni (tra il 1995 e il 2010) e comprendenti gli ultimissimi, quelli lucidamente e caparbiamente dettati ad un assistente, quando già la malattia lo aveva ridotto all’immobilità totale, fino a pochi giorni prima della morte. È raro leggere oggi cose altrettanto chiare, altrettanto vere, altrettanto sentite, e scritte altrettanto bene. Direi che per chi ancora ama la verità, e crede che la cultura ci consenta di avvicinarla, la lettura di Judt non è soltanto un piacere, è quasi un dovere.

Judt era mio coetaneo. A voi può sembrare un dato irrilevante, forse lo è, ma a me spiega già in parte le incredibili consonanze che, ferma restando la distanza abissale tra le rispettive esperienze culturali e umane, scopro ogni volta che lo leggo. Potrei sottoscrivere tale e quale l’elenco che nella presentazione la moglie fa di quelli che Judt considerava i suoi maestri. Oggi poi mi sono ritrovato particolarmente in un articolo dedicato a “Il problema del male nell’Europa del dopoguerra”, scritto nel 2007, nel quale a proposito del culto della memoria della Shoah esprime esattamente gli stessi dubbi che avevo formulato un paio d’anni prima, in uno scritto dal titolo “La notte della memoria”. Naturalmente Judt lo fa alla sua maniera, con una scrittura pulita e semplice che va dritta al cuore dell’argomento. Ritengo allora valga la pena trascrivere l’ultima parte dell’articolo e proporvela, con la speranza che qualcuno non resista alla tentazione di leggersi tutti gli altri.

 

[…] “Abbiamo ancorato la memoria dell’Olocausto così saldamente alla difesa di un singolo paese –Israele – da rischiare di circoscrivere il suo significato morale. È vero, il problema del male, per citare di nuovo Hannah Arendt, nel secolo scorso ha assunto la forma di un tentativo tedesco di sterminare gli ebrei. Ma non si tratta soltanto dei tedeschi e non si tratta soltanto degli ebrei. Non si tratta nemmeno soltanto dell’Europa, anche se è successo lì. Il problema del male – del male totalitario, del male del genocidio, è un problema universale. Ma se viene manipolato in favore di interessi locali, ciò che accadrà (ciò che credo stia già accadendo) è che le persone in contesti distanti dal ricordo del crimine consumato in Europa – perché non sono europee o perché sono troppo giovani per ricordare il motivo per cui è importante – non capiranno perché quel ricordo le riguardi e smetteranno di ascoltare quando cercheremo di spiegarglielo.

In poche parole, l’Olocausto potrebbe perdere il suo potere evocativo universale. Dobbiamo sperare che ciò non avvenga e dobbiamo trovare il modo per mantenere intatta la lezione fondamentale che la Shoah può davvero insegnare: la facilità con cui le persone – un intero popolo – possono essere diffamate, disumanizzare e annientate. Ma a nulla approderemo se non riconosciamo che questa lezione potrebbe veramente essere messa in dubbio o dimenticata; il problema delle lezioni è che, come il gatto del Cheshire, tendono a sbiadire di giorno in giorno. Se non mi credete allontanatevi dall’occidente avanzato e provate a chiedere qual è la lezione di Auschwitz. Le risposte non saranno molto rassicuranti. Non c’è una soluzione semplice per questo problema. Ciò che oggi appare ovvio agli europei occidentali è ancora oscuro per molti europei dell’Est, proprio come lo era per gli europei dell’Ovest quarant’anni fa. Il monito morale di Auschwitz, proiettato a caratteri cubitali sullo schermo della memoria europea, è quasi invisibile per gli asiatici o gli africani. E, forse soprattutto, ciò che sembra lampante alle persone della mia generazione avrà sempre meno senso per i nostri figli e i nostri nipoti. Possiamo preservare un passato europeo che da memoria sta sfumando in storia? Non siamo condannati a perderlo, anche solo in parte?

Forse tutti i nostri musei, i nostri siti commemorativi e le nostre gite scolastiche obbligatorie non sono segno che oggi siamo pronti a ricordare, ma indicano che riteniamo di aver scontato le nostre colpe e di poter cominciare a lasciare andare il passato e dimenticare, affidando alle pietre il compito di ricordare al posto nostro. Non so: l’ultima volta che sono stato a Berlino e ho visitato il monumento alla memoria degli ebrei d’Europa assassinati, ragazzini annoiati in gita scolastica giocavano a nascondino tra le steli. Quello che so per certo è che, se la storia deve svolgere correttamente il ruolo che le spetta e conservare per sempre prova dei crimini del passato e di ogni altro evento, è meglio non scomodarla. Quando saccheggiamo il passato per profitto politico, scegliendo i pezzi che possono fare al caso nostro e reclutando la storia per impartire opportunistiche lezioni morali, ne ricaviamo cattiva morale e anche cattiva storia.

Nel frattempo, forse dovremmo tutti fare attenzione quando parliamo del problema del male. Perché non c’è un solo tipo di banalità. C’è la banalità tristemente nota della quale parlava Hannah Arendt: il male inquietante, normale, familiare, quotidiano negli esseri umani. Ma c’è anche un’altra banalità, quella dell’abuso: l’effetto di appiattimento e di desensibilizzazione che si produce quando si vede, si dice o si pensa la stessa cosa troppe volte, fino a stordire chi ci ascolta e a renderlo immune dal male che descriviamo. Questa è la banalità – o la “banalizzazione” – con cui ci confrontiamo oggi.

Cerchi e linee della Storia

di Paolo Repetto, 1 marzo 2020

Nella pagella di Leonardo spicca il dieci in Storia. Compare improvviso in mezzo ad altre valutazioni più che dignitose, ma che parlano in fondo di un interesse puramente scolastico. È un Everest che svetta tra tanti settemila, coronato dagli ottomila di Francese, Geografia e Italiano. Un po’ staccato, là sullo sfondo, il K2 del nove di Musica. Questo panorama disegna un profilo inequivocabile, sia pure facendo la tara alle maniche più o meno larghe degli insegnanti: Leonardo è un umanista. Quel dieci ci sta tutto, perché Leo ha una vera passione per la storia. E questa passione ha una spiegazione scientifica: c’è un gene particolare che ricompare nella mia famiglia ad ogni generazione, o almeno nelle ultime tre. Una volta, quando la genetica nemmeno esisteva, lo chiamavano bernoccolo, quasi a significare un’escrescenza maligna, una superfetazione del cervello, o la conseguenza di una botta in testa. Invece è questione di DNA. Elisa, mia figlia, studia Storia all’università. Leonardo è mio nipote.

La cosa più probabile è che si tratti di un fattore epigenetico: vivere in mezzo a migliaia di volumi che parlano di storia, che se ti muovi un po’ più bruscamente ti cadono in testa (di lì il bernoccolo), e che solo a vederli tutti assieme o ti sconfortano o ti danno l’idea di un universo sconfinato da scoprire, forse un po’ condiziona. Come che sia, l’interesse per la storia è ormai di casa, e suscita reazioni diverse. Nel mio entourage c’è chi lo reputa un viatico certo al disadattamento, oltre che alla disoccupazione. Io la penso diversamente. Quanto alla prima conseguenza, ne vado fiero: il mondo è sempre stato sottratto alla noia e al conformismo proprio dai non adatti (e resta ancora da stabilire chi davvero non lo è). Sulla seconda ho qualche dubbio. Se la passione è sincera, uno sbocco lo trova. E se non lo trova, rimane almeno la passione.

L’amore per la storia è la manifestazione più alta e nobile della curiosità. Posso sembrare partigiano (e lo sono, eccome), perché anche l’inclinazione per le scienze ne è una manifestazione elevatissima; ha però un retroterra di finalità pratica, quindi non è amore “puro”. E qui si potrebbe discutere all’infinito (col risultato poi che ciascuno rimarrebbe della sua idea), ma non è questo che mi interessa. Piuttosto, devo chiarire un paio di cose. La prima è che quando parlo di storia mi riferisco anche a quella naturale, e ci faccio rientrare quindi tutta la vicenda evoluzionistica. La seconda è che l’amore per la storia non può essere a mio parere settoriale, non può privilegiare un solo ambito, un’unica epoca particolare, singole aree o vicende. Sono senz’altro comprensibili le preferenze individuali per specifici campi di ricerca, ma se queste preferenze si spingono fino all’esclusività non hanno più a che vedere col genuino sentimento amoroso, ne sono una distorsione: sconfinano nel feticismo.

Quando Elisa decise di lasciare la facoltà di Design, dopo un anno di frequenza e dopo aver completato tutti gli esami con ottimi risultati, motivò così la sua scelta: “Mi piaceva, ma avevo l’impressione che sarebbe stato così” e disegnò con le mani un angolo che si chiudeva verso l’esterno. E aggiunse: “Ci sono un sacco di cose che non conosco, sento di non poter continuare ad ignorarle, e ho bisogno di uno sguardo così”, disegnando un angolo che si apriva e si allargava verso l’esterno. L’angolo visuale della Storia. Questo era sentimento genuino. Cosa potevo opporre, sempre che avessi voluto opporre qualcosa?

Lo studio della storia non risolve naturalmente il problema della conoscenza. Piuttosto, lo crea. È l’attività più socratica che si possa immaginare. Ed è un’attività che coinvolge alla stessa stregua tutte le nostre facoltà, tutte quelle che determinano la nostra condizione eccezionale di umani. Siamo umani proprio perché ci interroghiamo sul chi siamo e da dove veniamo, cercando magari anche di intravvedere dove andremo. Le altre conoscenze sono più o meno immediatamente necessarie alla sopravvivenza: quella storica rispetto a quel fine immediato è superflua, ma è indispensabile all’“esistenza”. Perché esistere (ex-sistere) significa chiamarsi fuori dal ritmo ciclico naturale, e amare la storia significa saper cogliere la progressiva “linearità” di questo distacco. Che non vuol dire pensare la storia come “progresso”, come una linea retta protesa in una sola direzione, ma interrogarsi sulle ragioni, positive o no, del nostro allontanamento dalla naturalezza, ripercorrerne le tappe, magari cercando di recuperare la memoria di opzioni che sono state scartate e che avrebbero potuto rendere diverso il nostro presente.

Queste cose però altri hanno saputo spiegarle molto meglio di quanto possa farlo io. Rientrano nelle motivazioni più consapevoli, razionali, allo studio della storia. A me qui interessa invece capire cosa c’è a monte: cosa può indurre la passione per una ricerca così apparentemente fine a se stessa, prima ancora di avvertire che tanto fine a se stessa poi non è. E posso farlo solo partendo da ciò che ha motivato me.

A differenza di Elisa, ho scoperto che avrei vissuto di storia e per la storia molto precocemente. Oserei dire che l’ho sempre saputo, molto prima di incontrarla come disciplina scolastica. L’ho scoperto principalmente attraverso le immagini. Ero affascinato dalle rappresentazioni di castelli, di ruderi, di velieri, di cavalli e cavalieri, di antiche città o di borghi medioevali, dalle divise settecentesche e dalle scene di battaglia all’arma bianca, da tutto ciò insomma che mi riportasse indietro nel tempo. Ma anche dalle favole e dalle epopee cavalleresche che lo zio Micotto raccontava la sera, impreziosite da una maniacale precisione nei dettagli ambientali e nei riferimenti temporali. E penso sia proprio questa la chiave: la scoperta di possibili tempi diversi da abitare (gli spazi sarebbero venuti dopo), ciò che suppone il non sentirsi totalmente in sintonia con quello in cui si vive. Più sopra l’ho chiamato “disadattamento”: ora devo precisare che non è il risultato dell’amore per la storia, ma, al contrario, ne è la causa.

Sentirsi fuori sintonia rispetto al proprio tempo non comporta comunque un rifiuto specifico. La sensazione di estraneità di cui parlo riguarda in realtà ogni tempo, e paradossalmente nasce proprio dal desiderio di abitarli o averli abitati tutti. E questo è reso tanto più possibile, sia pure a livello di fantasia, quanto più di quei tempi si conosce.

Abitare un’altra epoca non significa infatti fare del turismo temporale, andare a vedere un po’ come vivevano. Implica una partecipazione: si vorrebbe poter interferire, modificare qualcosa, segnare in qualche modo col proprio passaggio quel tempo. Magari, che so, riparando un torto, difendendo una causa, dando una piccola spinta a qualche cambiamento positivo che potrebbe avviarsi.

Il mio approccio alla storia è stato fin da subito di questo tipo. Ad ogni nuova situazione o vicenda o personaggio di cui venivo a conoscenza, seguiva l’immediata immersione. Cercavo lo spiraglio attraverso il quale, forte del senno di poi, avrei potuto inserire un piccolo cuneo. Diventavo il difensore di ogni oppresso, aiutavo la fuga di ogni perseguitato.

È chiaro che si trattava di una motivazione estremamente ambiziosa. Non mi identificavo nel dio che la storia la crea, perché ho sempre saputo che la storia la creano gli uomini, ma senz’altro nel demiurgo che con un piccolo gesto la modifica, che fa manutenzione per assicurare ordine, armonia ed equità.

Quindi, paradossalmente, l’amore per la storia è stato per me prima di tutto segreta ambizione di modificarla, di averne un qualche controllo. E questa ambizione, manifestatasi dapprima come un ingenuo sogno infantile (ma anche adolescenziale), si è tradotta poi ad un certo punto in una possibilità concreta. È avvenuto quando mi son reso conto che la storia con la quale mi confrontavo non era in realtà la somma neutra e inconoscibile e immodificabile degli accadimenti, ma una Storia con la maiuscola, consistente in ciò che è (o è stato) raccontato e in ciò che viene ricordato. Ed ecco allora rivelarsi la possibilità di intervento: la Storia si può leggerla in modi diversi, interpretarla e magari anche raccontarla da differenti punti di vista, riscattando dall’oblio protagonisti da tempo dimenticati o volutamente cancellati, riportando a galla vicende rimosse, redistribuendo ragioni e torti.

Non si tratta più dunque di usurpare il ruolo di Dio per far procedere la storia in un certo modo, ma di assumere responsabilmente quello di uomini nel dare un senso a come è andata, e una dignità a tutti coloro che ne sono stati protagonisti. Che poi, all’atto pratico, non è cosa molto diversa.

Confesso che la pagella di Leo mi ha euforizzato. Non è freddamente asseverativa come quelle fitte di soli nove e dieci, e non è appiattita sulla mediocrità pigra del sei. Parla, racconta. E quando ho chiesto a mio nipote come mai gli piaccia tanto la storia, lui mi ha guardato con espressione stupita e mi ha dato l’unica risposta possibile: “E come fa a non piacerti?

Storia della filosofia e filosofia della storia (articolo)

di Paolo Repetto, 30 dicembre 2017

Bentornati. Per l’ennesima volta, a costo di abusare della vostra pazienza, vorrei cambiare un po’ il programma e trattare un argomento diverso da quello annunciato. Di positivo c’è che ci muoveremo comunque sul terreno consueto: anzi, cercheremo di consolidarlo.

Spiego il perché. È nato tutto, come già altre volte, da una considerazione espressa qualche giorno fa da un amico. Stava ficcanasando tra libri e raccoglitori sparsi un po’ ovunque nel mio studio, e a un certo punto ha trovato una vecchia plaquette del Centro Universitario del Ponente nella quale risulto condurre un corso di Storia della Filosofia. “Mah!” ha commentato, “se ti conosco bene tu non fai Storia della Filosofia, ma Filosofia della Storia”.

Ero distratto, perché quando rovistano sulla scrivania divento nervoso e allora cerco di fare altro, ma la cosa mi ha colpito. Il pensatore che identifichiamo con la Filosofia della Storia è infatti Hegel, e dopo Sartre Hegel è in assoluto il filosofo che mi sta meno simpatico (anche se, a differenza che per Sartre, gli riconosco la genialità, e considero la Fenomenologia dello spirito un capolavoro). Ora, come criterio di valutazione della rilevanza filosofica di un autore la simpatia lascia senz’altro a desiderare, ma credo che sotto sotto condizioni tutti i docenti e gli studiosi della disciplina: e comunque, senz’altro condiziona me. Inoltre, ho sempre pensato che la mia attitudine fosse quella di uno storico conscio dei limiti del suo dilettantismo, e non quella di un aspirante filosofo. Ho quindi patito come una critica quella che invece era per lui solo una banalissima constatazione. Ne abbiamo un po’ discusso, naturalmente ciascuno è rimasto della propria idea, ma qualche dubbio si è insinuato. Non sto qui ora a ripercorrere la discussione: vi basti sapere che mi ha suggerito l’opportunità di chiarire meglio, a me per primo, la natura degli argomenti di questi incontri.

Il titolo scelto per la conversazione odierna non è infatti un semplice gioco di parole. L’amico ha tirato in ballo due termini molto pesanti, densi di significati: significati che però cambiano, come lui intendeva appunto rimarcare, a seconda della posizione che assegniamo loro nel chiasmo. Se cioè stanno per complementi oggetto o per complementi di specificazione. Insomma, non è uno di quei casi in cui invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia: qui cambia tutto.

I termini sono Storia e Filosofia, scritti in questo caso con la maiuscola. In genere quando li adoperiamo diamo per scontato di aver chiaro di cosa si sta parlando: e magari per noi, in quel particolare contesto, è così. Ma se li impieghiamo nella versione “nobile”, quella appunto con l’iniziale maiuscola, facciamo riferimento a significati che non dovrebbero valere solo per noi, andrebbero universalmente condivisi: e allora non è male verificare che davvero lo siano. Anche se la nostra è una trattazione alla buona, nella quale non si devono mettere in conto tutte le possibili declinazioni e sfumature, dovremmo supporre un accordo di massima almeno sull’accezione letterale, quella desumibile dall’etimologia. Di qui innanzi sarà più che sufficiente per intenderci.

Cominciamo con Storia. Deriva dal greco istorein, che significa raccontare. La Storia fa proprio questo: racconta dei fatti. Veramente, ad essere pignoli, a raccontare i fatti è la storiografia, la scrittura della storia, mentre la Storia sarebbe l’insieme dei fatti in sé: ma non complichiamoci la vita con distinzioni che ci porterebbero troppo lontano, fino a chiederci se i fatti esistono indipendentemente dall’essere raccontati (che sembra una domanda idiota, ma non lo è), e se la Storia riguardi il mondo nel suo complesso o solo quel breve attimo della sua età che vede la presenza dell’uomo. Accontentiamoci dell’accezione più elementare, scolastica. Nel nostro discorso assumeremo dunque la Storia come narrazione (orale o scritta) di eventi che sono considerati universalmente rilevanti dal narratore e accolti come tali dal lettore o dall’ascoltatore. Ciò significa ad esempio che se una vicina di casa mi fa il resoconto dettagliato dei suoi malanni o delle intemperanze sentimentali di una comune conoscente, per quanto le due cose siano al centro dei suoi interessi, non sta costruendo Storia, mentre lo fa se racconta della fame e della paura e della confusione vissute in Genova, e in tutto il nord-Italia, durante l’ultima guerra, sotto l’occupazione tedesca. In questo caso dà un piccolo ma significativo contributo alla trasmissione e conservazione della corretta memoria di un periodo cruciale per l’umanità intera.

La Storia è dunque la somma, e anche qualcosa di più, di tante narrazioni storiche, piccole o grandi che siano. E non solo ci sono tante storie, ma ci sono altrettanti modi per raccontarle, perché il racconto storico può essere organizzato secondo criteri diversi. In genere quello più seguito è il criterio cronologico, che ordina gli accadimenti in successione; ma può essere adottato anche un criterio analogico, che mette i fatti a confronto, cogliendo similitudini e differenze (per fare un esempio alto, le Vite parallele di Plutarco), oppure altri ancora. Con questo però mi sto già allargando troppo: magari ne faremo argomento di un’altra conversazione.

Piuttosto, è importante tenere a mente che anche sul merito dei fatti ci sono versioni diverse. Che cioè alle spalle del racconto c’è sempre un punto di vista, una chiave interpretativa applicata dal narratore più o meno consciamente, a volte addirittura in malafede: quindi il racconto può peccare non solo di omissioni, ma anche di volute falsificazioni. E già la scelta in sé degli eventi da considerare significativi, o del peso da attribuire loro, visto che non possono essere raccontati in un rapporto di scala di uno a uno, dipende dagli intenti dello storico e dalla sua collocazione, oltre che dalla sua onestà. L’obiettività assoluta nella ricostruzione storica non esiste e nemmeno può essere pretesa. Pensiamo ad esempio a come le vicende di un conflitto vengono raccontate dai vincitori o dai vinti (sapendo anche che in genere sono solo i primi a scriverne la storia). Questo non impedisce comunque che, con un po’ di accortezza nel consultare fonti diverse e di strumenti critici per vagliarle, si possa disporre di un quadro di massima passabilmente veritiero.

Ora, quel che vale per i fatti vale naturalmente anche per le idee. Anche le idee sono oggetto di narrazione, soprattutto quando si traducono in qualche modo in azione (ma non solo), e anche nel loro ambito ci sono vincitori e vinti (con una differenza: gli uomini, tutti, periscono definitivamente, le idee, anche quelle sconfitte, spesso sopravvivono, e magari tornano poi in circolo). Sarebbe però opportuno distinguere tra la Storia della Filosofia, di cui parleremo, e la Storia delle Idee, che indaga nello specifico come alcuni concetti (quello di giustizia, ad esempio, o di libertà) siano stati interpretati, e applicati, nel corso dei millenni.

Con la “narrazione” delle idee, comunque, siamo già ai margini del fare Storia, ci addentriamo in quella terra di nessuno (e di tutti) che confina con la Filosofia. Quindi ci tornerò, ma solo dopo aver trovato un denominatore comune anche per l’uso di questo secondo termine.

Philosophia significa letteralmente “amore (inteso come desiderio) del sapere”: un desiderio di sapere che si manifesta attraverso le domande che ci poniamo sul senso dell’esistenza, della nostra e di quella del cosmo: domande relative non a una situazione specifica e contingente, ma alla condizione generale dell’uomo. La filosofia esprime quindi degli interrogativi universali, aspira a quella conoscenza unificante che motiva e dà senso a tutte le conoscenze particolari. È evidente che riesce difficile tracciare i confini del suo ambito “disciplinare”, per il semplice motivo che la filosofia non è una “disciplina” nel senso che diamo comunemente al termine, ma un atteggiamento di fondo che sta a monte delle varie discipline e ne informa e orienta lo sviluppo e le applicazioni. Se le domande che mi pongo concernono il rapporto dell’uomo con la natura, cercherò la risposta nella scienza, se riguardano quello con gli altri uomini la cercherò nella politica, ecc. Ma saranno il modo in cui mi sono posto le domande e, aggiungerei, il motivo per cui l’ho fatto, a determinare la direzione in cui andrò a muovermi. In sostanza, non esiste un’applicazione pratica della filosofia, con essa non si costruiscono strumenti o stati o apparati conoscitivi di alcun genere, ma attraverso essa se ne identifica e se ne promuove la necessità e se ne giustifica o se ne contesta la creazione.

Per inciso, va detto che in origine il termine non aveva un valore intrinsecamente positivo. In Platone, ad esempio, denunciava una privazione: a fronte della sophia, la conoscenza perfetta, detenuta da pochissimi e attinta per vie mistiche o iniziatiche, la philo-sophia era un desiderio di conoscere che nasceva dalla coscienza di non sapere. Platone non lo dice chiaramente, ma pare che ritenesse questo desiderio destinato a rimanere inappagato. Tra l’altro associava il primo dei due livelli alla cultura orale e il secondo a quella scritta, sottolineando come quest’ultima trasmetta solo l’ombra della verità delle cose, una verità potremmo dire liofilizzata e omogeneizzata. È evidente che le cose non stanno così, che la trasmissione orale comporta gli stessi problemi di obiettività di quella scritta: ma se interpretiamo le parole di Platone come l’avvertenza che la verità è molto più ricca di sfumature di quante una trascrizione per forza di cose sintetica possa farcene cogliere, allora un qualche senso questa distinzione lo ha.

Torniamo però a noi. Da cosa origina il “desiderio di sapere”? Prescindendo dalle motivazioni pratiche, immediate, che comunque a loro volta sono conseguenti quella originaria, la disposizione che sta alle spalle della filosofia è la stessa avvertita come fondante da ogni cultura: è la sensazione di non essere in sintonia con la vita del cosmo, con la natura e con i suoi cicli, che l’uomo avverte non appena acquista coscienza della propria transitorietà. A questa sensazione l’umanità non risponde solo con la Filosofia, ma anche (e prima) con la religione. La differenza sta nel fatto che in quest’ultimo caso le risposte scaturiscono da un atto di fede, in pratica dalla rinuncia alla ricerca e dall’abbandono più o meno fiducioso ad una volontà esterna, mentre nel primo arrivano (quando arrivano) dal confronto insistito con se stessi e con il mondo. Fermo restando che le domande sono le stesse.

Tutti gli uomini si portano dentro la philo-sophia, lo stimolo a interrogarsi. Ma non tutti lo ascoltano, e quelli che lo fanno non lo fanno allo stesso modo. Il coglierlo o meno dipende, senza dubbio, anche da circostanze ambientali, storiche e culturali, l’educazione, ad esempio, o le frequentazioni; ma io credo sia soprattutto questione di attitudine mentale. C’è chi, come dice Montale, “l’ombra sua non cura” (sono un po’ meno convinto che costui sia anche “ad altri ed a se stesso amico”), viaggia cioè corazzato nelle sue certezze e restringe al minimo i propri orizzonti, e chi invece si guarda attorno alla ricerca di senso, o addirittura alza lo sguardo al cielo. Tra questi ultimi si guadagnano di norma la patente di philo-sophoi coloro che tentano anche di darsi delle risposte, e lo fanno in genere raffrontando le proprie esperienze conoscitive e le soluzioni individuate con quelle di altri pensatori che li hanno preceduti, in un colloquio che prosegue attraverso il tempo ormai da più di due millenni. Avrete già capito, però, dalle conversazioni precedenti, che non è la patente a fare il filosofo, e neppure il tipo di risposta, la sua complessità, la sua esaustività, la sua organizzazione in sistema. Leopardi e Montale, per citare due dei nomi che hanno continuato a ricorrere nei nostri incontri, non sono mai stati iscritti al club ufficiale, ma hanno testimoniato la philo-sophia, nella sua forma originaria interrogativa, meglio della gran parte dei pensatori in toga.

Ma quali sono in sostanza gli interrogativi “filosofici”? Come ho già accennato, sono le domande concernenti tutto ciò che è essenziale, che ha costituito motivo di curiosità e di indagine da quando l’uomo ha avuto consapevolezza di una sua condizione diversa rispetto a quella degli altri animali. Interrogativi profondi, dunque, del tipo: che senso ha il mio essere al mondo? Oppure: ci sarà un’altra vita dopo questa? O: da dove nasce il male? E ancora: su cosa si fonda la mia conoscenza? Per arrivare a: come mi devo comportare? Insomma: i fondamentali. Ebbene, ogni volta che ci poniamo domande di questo tenore, magari di fronte ad una esperienza particolarmente dolorosa, o alla percezione di una malvagità insensata, oppure stimolati dalla struggente presenza di una splendida luna, entriamo nella dimensione filosofica. Purché, ripeto, lo facciamo in termini universali. Per capirci meglio, e semplificando al massimo, se di fronte ad una disgrazia o ad una esperienza atroce ci chiediamo: perché proprio a me?, non siamo nella filosofia, mentre ci approssimiamo ad essa se ci chiediamo: come possono accadere cose di questo genere? e ci rientriamo se la nostra non rimane una domanda retorica, ma diventa lo stimolo a cercare una spiegazione di ordine universale. Abbassando ancora di più il livello, accede alla dimensione filosofica anche quella la moglie che di fronte al marito (o viceversa) si chiede: “perché mai l’ho sposato?”: sempre che si tratti di una vera domanda, e non solo di un’amara constatazione. È in fondo un interrogativo che concerne la natura più profonda dei nostri sentimenti, e risale anch’esso alla notte dei tempi, addirittura ad Adamo.

Non vorrei però dare l’impressione di banalizzare tutto, mettendo qualsiasi sciocchezza sullo stesso piano della riflessione di Kant. Semmai, l’intento è esattamente quello opposto: quando dico che la filosofia non abita solo al terzo piano non nego che i piani esistano, e che occorra tenerli distinti: sottolineo soltanto che il caseggiato è lo stesso, e che tra un piano e l’altro non ci sono delle porte blindate ma delle scale, che con un po’ di buona volontà possono essere salite.

In buona sostanza, dovremmo concordare per il momento almeno su questi punti:

  1. quello filosofico non è un sapere, ma un atteggiamento. Hanno un’importanza relativa le risposte, mentre sono fondamentali le domande;
  2. la Filosofia non ci dice nulla di come è fatto il mondo (questo è semmai compito della scienza). Può dirci qualcosa su che fare di quel che sappiamo del mondo, di come applicarlo alla nostra vita. Non ci propone quindi una verità, ma aiuta al più a porre le domande, e magari a porle nella maniera giusta.

Bene. Ammesso che i due termini ci siano ora un po’ più chiari, combiniamoli assieme e vediamo cosa succede. Cominciamo con la prima combinazione, quella che vede la Storia come complemento diretto e la Filosofia come oggetto della specificazione. Cosa significa fare Storia della Filosofia? Visto che la Filosofia è faccenda di domande, la Storia della Filosofia dovrà raccontare in quali modi diversi nel corso di quasi tre millenni queste domande sono state poste (e magari spiegare anche il perché), come si è svolto il dibattito a distanza e quali risposte significative ne sono scaturite. In linea di massima, come si diceva, le domande sono rimaste le stesse, ma in qualche caso ne sono sorte di nuove (sul nostro rapporto con la scienza, ad esempio), mentre altre sono state lasciare cadere (non si disputa più sul sesso degli angeli, al massimo su quello dei cantanti e dei calciatori). Ciò influisce sulle quotazioni dei vari pensatori: alcuni che sono rimasti in auge per secoli (è il caso ad esempio di Tommaso d’Aquino) rispetto agli interrogativi che ci poniamo oggi hanno ben poco da dirci, mentre se ne riscoprono altri che per millenni erano stati in pratica dimenticati. Il sapere come sono stati diversamente formulati nel tempo gli stessi interrogativi, e quali hanno retto, indipendentemente o a dispetto delle risposte, ci aiuta a capire cosa è fondamentale e cosa è invece solo ‘storicamente’ contingente.

Anche nel fare Storia della Filosofia si possono seguire criteri diversi: si possono mettere in sequenza cronologica i pensatori più significativi o più influenti (non necessariamente le due cose coincidono), per cogliere gli sviluppi delle loro teorie e identificare prestiti, ricorrenze o differenze tra una teoria all’altra, oppure si può scegliere un tema particolare e vedere come è stato affrontato da pensatori diversi. Ognuna delle opzioni ha i suoi pro e i suoi contro. Nel primo caso c’è il rischio di leggere la Storia della Filosofia come un crescendo verso risposte sempre più intelligenti ed esaustive (cosa che non è affatto) e magari di identificarla con la Filosofia stessa: nel secondo è facile perdere di vista le condizioni oggettive, materiali e spirituali, che nelle diverse epoche hanno condizionato l’approccio a un particolare tema. Naturalmente nel nostro particolare caso i rischi non riguardano l’elaborazione di una Storia della Filosofia, ma i modi della sua divulgazione. Per questo vorrei almeno in parte attenuarli esplicitando preventivamente gli intenti e i limiti dell’opzione che ho scelto.

Per me insegnare (o divulgare) la Storia della Filosofia non significa fare un elenco più o meno cronologico di pensatori e di sistemi di pensiero, o di risposte date ai grandi interrogativi di cui sopra, ma sottolineare come al piano nobile ci si sia in fondo sempre posti le stesse domande che ciascuno di noi si pone, se è sufficientemente umano. Perché ritengo così importante ribadirlo? Perché sapere che anche le speculazioni più profonde sono nate dalle stesse incertezze, dalle stesse paure, dallo stesso sconcerto che ciascuno di noi conosce, e spesso ritiene siano un problema suo particolare, una disfunzione del suo vivere, aiuta ad affrontare questo problema in maniera radicalmente diversa. Penso induca a condividere anche la ricerca di spiegazioni, se non di soluzioni, e a portarla avanti non in guerra con gli altri, ma assieme agli altri. A capire insomma che se la risposta non arriva, o se quella che arriva non è soddisfacente, non si tratta di un fallimento nostro, ma di una condizione universale.

Per questo ritengo sia importante la storia della filosofia: perché induce la consapevolezza di un comune destino di tutti gli uomini in tutte le epoche; ci aiuta a capire che stiamo tutti sulla stessa barca e che sgomitare non ha senso. Questa semplicissima verità i pensatori che considero davvero grandi l’hanno sempre predicata, sia pure in maniera e con strumenti diversi: è il presupposto e al tempo stesso lo sbocco della critica kantiana, sta nella poesia di Leopardi o dentro i romanzi di Camus. Può sembrare banale, ma proprio la storia della filosofia, che è soprattutto la storia dei tentativi di falsificare questa verità, è lì a dimostrare che tanto banale non è.

E questo ci porta finalmente all’altra possibile combinazione, quella che è all’origine della nostra riflessione odierna: la Filosofia della Storia. La Filosofia della Storia è l’applicazione delle idee ai fatti. Se fare Storia significa raccontare gli eventi, fare Filosofia della Storia significa interpretarli. Ufficialmente questa operazione dovrebbe essere compiuta a posteriori, le idee dovrebbero scaturire dai fatti stessi, ma abbiamo visto sopra come il modo stesso in cui essi vengono scelti prima e messi in riga poi sia già frutto di una interpretazione. Accade così anche nella quotidianità, ogni nostro più insignificante giudizio è almeno in parte preconcetto: qui però andiamo a parlare di veri e propri sistemi, di chiavi interpretative usate per ricondurre tutto a leggi che governano il divenire e a finalità ben precise che lo indirizzano.

Fare Filosofia della Storia significa infatti innanzitutto supporre che la Storia, quella catena o quell’ammasso di eventi che definiamo tale, abbia un senso, inteso propriamente come una direzione: che porti insomma da qualche parte, che persegua un fine che non è riconducibile solo alla continuità naturale, biologica, della specie. È ciò che si definisce una concezione teleologica. Non si dà semplicemente per scontato che la Storia esista, indipendentemente dal fatto di essere o meno narrata, ma si afferma che esiste per uno scopo, e che ad esso tutto è finalizzato. Non solo: interpretando la Storia questo fine noi possiamo riconoscerlo, e in qualche misura assecondarlo. La differenza nei confronti di una lettura teologica (quella che comporta la redenzione, il giudizio finale) è che in quella gli uomini hanno il ruolo di comparse, mentre della prima sono in qualche misura sempre protagonisti.

In realtà, ciò che sto dicendo non è del tutto corretto. Vale solo all’interno della semplificazione che ho dichiarata sin dall’inizio. Perché si fa Filosofia della Storia anche affermando che la Storia un senso non lo ha, che è governata totalmente dal caso. È una interpretazione come un’altra. Ciò sembrerebbe esaurire lo spettro delle attitudini possibili nei confronti della Storia, e dare in fondo ragione al mio amico: comunque ci si ponga, si esercita una lettura “filosoficamente” orientata. Vedremo come le cose non stiano proprio così. Ma per il momento concentriamoci sulla lettura teleologica.

 

Se si assume per buona l’ipotesi che ogni attività umana, volontaria ma anche involontaria o inconsapevole, contribuisca alla realizzazione di un fine, la prima domanda da porsi sarà: è proprio l’uomo a “fare” la storia, a dominare il proprio divenire storico? Sembrerebbe ovvio, ma non lo è affatto. Si può infatti pensare tanto che la storia sia fatta dagli uomini, quanto che sia subita, ovvero che gli uomini ne abbiano un controllo, e quindi una responsabilità, solo parziale, e non possano sottrarsi ad una determinazione, esterna (gli eventi naturali) o interna (la natura umana) che sia. Nel secondo caso la direzione, il fine, verrebbero impressi da un principio superiore: se questo principio lo si intende come immanente la natura, gli uomini ne sarebbero solo uno strumento, uno dei tanti; se lo si concepisce come trascendente, ne sarebbero l’oggetto. Come vedete, in tutti i casi non si scappa: ci sono una direzione e una finalità, e c’è una possibilità di riconoscere l’una e l’altra. Ora, nell’economia del mio discorso queste differenze sono in realtà poco rilevanti: ciò che importa è che comunque si postula un filo conduttore, un principio che produce gli eventi e ne dà una spiegazione.

La domanda successiva, a questo punto, potrebbe essere: siano o meno gli uomini interamente liberi di fare la Storia, lo svolgimento di quest’ultima dimostra un progresso dell’umanità? Qui dalla lettura si passa alla valutazione, e da letture anche completamente diverse può scaturire una valutazione simile. Negli ultimi tre secoli abbiamo avuto ad esempio l’interpretazione storicistica (Vico e i corsi e ricorsi), fatta propria poi da quella illuministica (“è in atto una razionalizzazione del mondo”) e da quella idealistica (la Storia narra il dispiegarsi dello Spirito assoluto), e quindi sviluppata in quella positivistica (la scienza è il motore del progresso) e in quella marxista (il materialismo storico), ecc…; e tutte concordavano sulla fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Attualmente queste concezioni mostrano un po’ la corda, e proprio i progressi della conoscenza, segnatamente di quella scientifica, mettono sempre più in forse la possibilità di una lettura teleologica della storia, e la rilevanza del ruolo della nostra specie. Ma anche le filosofie che si sono presentate come nichilistiche e negatrici del progresso, quel “pensiero debole” che si rifà a Nietzsche a Heidegger, continuano in realtà a “interpretare” la Storia.

 

A queste interpretazioni si è fatto spesso riferimento nelle conversazioni precedenti, e ovviamente si continuerà a farlo. Ognuna di esse è a suo modo rivelatrice delle angosce che hanno caratterizzato le diverse epoche, delle speranze, della considerazione dell’uomo e del suo posto nella natura. Ognuna propone nuove risposte: ma proprio questo ci dice che una risposta definitiva non c’è, che al più possono essere soluzioni momentanee e parziali.

 

Vorrei invece provare a leggere tutta la faccenda da un altro punto di vista. Quando parliamo di Filosofia della Storia l’oggetto d’interesse è la vicenda globale dell’umanità, ovvero la somma dei fatti come risulta dalle loro narrazioni. Si guarda ad essa come ad un fiume nel quale vanno a confluire infiniti rivoli, e in cui ogni goccia si confonde e si perde tra le altre: e si suppone che proprio come un fiume la Storia abbia una direzione e uno sbocco. La ricerca dell’uno e dell’altra non è un atto di presunzione da parte dell’uomo: sta nella sua natura. Il problema è però che la direzione e lo sbocco, veri o presunti che siano, “forzano” l’interpretazione, la condizionano e la sviano, e che quello da interpretare rimane pur sempre, e necessariamente, un riassunto: si guarda alla somma, trascurando i singoli addendi.

Gli addendi sono nel nostro caso gli individui che quella storia l’hanno fatta o la fanno, che di quegli eventi sono stati o sono protagonisti: i quali, nell’ottica di una finalità della Storia, diventano al più numeri, e nemmeno tanto precisi. Il computo viene fatto sommando per centinaia di migliaia i combattenti, i prigionieri, i caduti, per milioni le vittime di carestie, di genocidi, ecc… Badate: è inevitabile che sia così: non si possono certo ricostruire e “interpretare” le singole storie individuali, a partire dal primo sapiens: possono essere al più trattate come insiemi, e spesso neppure di questi insiemi, per quanto enormi, e per quanto sopravvissuti per secoli o per millenni, c’è memoria. Pensate alle civiltà dell’Africa precoloniale. Ma in una lettura della storia “finalizzata” l’agire di miliardi di individui scompare, dietro un risultato finale che tiene conto in buona sostanza solo dell’aspetto quantitativo. Alla fine prevalgono i grandi numeri, sono rilevanti solo le grandi trasformazioni, e l’apporto dei singoli diventa, paragonato agli spazi e alle durate, talmente infinitesimale da riuscire totalmente insignificante. Che è proprio ciò che ciascuno di noi in fondo pensa o teme di essere, sia che venga convinto di rappresentare solo una inconsapevole pedina dell’astuzia dello spirito assoluto, sia che si persuada di dover lottare per una futura “emancipazione” dell’umanità, o attenda che la redenzione giunga dall’alto, o si compiaccia per il manifesto progresso della specie umana.

Ora, io credo si possa anche convivere con la Storia senza forzarla ad avere un senso. Non sto parlando di nichilismo. Il nichilismo, come abbiamo visto, è comunque un’interpretazione. Parlo invece di un atteggiamento che definirei “agnostico”: quello per cui non so se ci sia un fine, direi piuttosto di no, ma non chiudo ad ogni altra possibilità, e comunque non mi interessa. Mi interessa piuttosto capire che ogni singola esistenza, svincolata dalla necessità o dalla casualità storica, è importante per sé, e che ogni singola azione lascia comunque un segno, incide sulla vita dell’universo, di chi ci sta attorno e di chi verrà nel futuro. Le tracce del nostro passaggio non si esauriscono e non si perdono in ciò che viene narrato e ufficialmente documentato: esiste una sorta di memoria dell’acqua, per cui il piccolo cerchio creato dalla nostra immersione nell’esistere si espande, sia pure impercettibilmente. Dopo, la superfice non è più la stessa. La nostra esistenza imprime comunque un suo segno nelle cose e nelle persone. Un segno che ci può sembrare impercettibile, o irrilevante: ma non è così.

 

Mi accade di pensarlo ogni volta che, girovagando per i boschi dell’Appennino dietro casa, mi imbatto in una vecchia cascina diroccata, che magari ancora non conoscevo. Il pensiero corre a tutti coloro che nei secoli l’hanno abitata, in molti casi sino a soli cinquant’anni fa, alla loro vita isolata, appartata dal mondo e dalla storia. Mi dico che per quegli uomini, quelle donne, quei bambini i grandi eventi, persino le guerre, per non parlare del succedersi dei governi e delle battaglie ideologiche, arrivavano come echi lontani, quando arrivavano, in una vita scandita dal semplice trascorrere delle stagioni e dei lavori, dai rari contatti con i vicini delle cascine più prossime, dalle sporadiche discese al paese per vendere legna e castagne e far macinare un po’ di grano, dalle serate trascorse ad ascoltare le lingere di passaggio, unici tramiti con il mondo la fuori. Ebbene, anche le loro tracce rimangono: sono impresse nei resti del sentiero che mi ha portato sin lì, nei ruderi delle case che resistono all’abbraccio dei rampicanti, nella sistemazione ancora ben visibile dei terreni attorno a ripiani e terrazze, nelle piante da frutta ancora verdeggianti.

Rimangono soprattutto nell’idea che una vita così è stata possibile, che potrebbe esserlo ancora, e che quella solitudine che ci spaventa non era affatto più spaventosa e drammatica di quella che intuisco dal terrazzo di casa osservando di sotto, nelle panchine dei giardini, gruppi di ragazzi e ragazze che trascorrono ore e ore ciascuno incollato al suo smartphone, senza scambiarsi una parola o uno sguardo. Alla fine, i primi hanno lasciato un segno della loro presenza ben più tangibile.

 

Non so, ripeto, se questo conduca a qualcosa, ma so per certo che nessuno di noi è irrilevante. Ogni vita vale. Alcuni producono cerchi più grandi, qualcuno delle vere e proprie onde, ma nessuno comunque passa su questa terra inavvertito. E credo che almeno questo ce lo dobbiamo concedere, se vogliamo sottrarci al disagio esistenziale che nell’età dell’abbondanza ha preso il posto della fatica di sopravvivere: un disagio che si manifesta nella paura dell’invisibilità, dell’insignificanza, e dal quale nasce l’ossessione di apparire, di ritagliarsi a qualsiasi prezzo un pur brevissimo momento di visibilità. Su questo è necessario insistere: sul fatto che non abbiamo bisogno di comparire per certificare, a noi stessi e agli altri, la nostra esistenza.

Non vorrei che la banalità di quanto sto dicendo fosse fraintesa, fosse letta come un modo ingenuo di cercare consolazione. Non lo è. Anzi, è esattamente l’opposto. È una assunzione di responsabilità. Se ogni nostro atto influisce, per la sua parte, sulla vita altrui, sul futuro, allora dobbiamo far si che sia un atto positivo per tutti gli altri. Dobbiamo semplicemente cercare di fare bene quello che facciamo, vivere “come se” ci fosse davvero un senso che tiene assieme il tutto: perché quel senso c’è, e non è nascosto. Solo, non sta fuori: non dobbiamo cercarlo in giro, lo creiamo noi, con ogni nostra scelta, anche minima.

Ecco, ad esempio: ci ritroviamo qui ormai da qualche anno ogni due settimane, e dietro la presenza di nessuno di noi c’è il minimo sospetto di un obbligo, di un qualche interesse economico, di una ricaduta di immagine, di un qualsivoglia motivo che non sia il semplice amore per la conoscenza, la genuina volontà di capire. Lasciamo perdere se poi il reale portato conoscitivo di questi nostri incontri sia davvero tale da giustificarli: in fondo, non è importante. Lo è invece lo spirito col quale gli incontri si svolgono, l’intenzionalità che ci muove, tutti quanti, voi ed io, così che siamo stimolati a confrontarci ad un livello che è il più alto e il più auspicabile nei rapporti umani. Voi mi state concedendo la vostra stima, io cerco di meritarla perché a mia volta ho stima di voi. Cosa rimarrà di queste conversazioni? Non lo so, spero almeno un piacevole ricordo in chi ha partecipato. Per ciò che mi concerne ho imparato molto, ho dovuto disciplinare le mie idee non solo per poterle esprimere, ma per dare loro una coerenza, ho esportato da questa sala scoperte, intuizioni, ripensamenti che hanno avuto una ricaduta su tutto ciò che ho continuato fuori di qui a pensare e a comunicare. Per me senz’altro questi incontri sono stati più che utili, oltre che piacevoli, perché sono stati alla fin fine anche esercizi “etici”.

 

E qui entra in gioco un altro convincimento, e necessita un’ulteriore precisazione. La mia idea di responsabilità non corrisponde esattamente all’etica della responsabilità di cui parla Hans Jonas, che abbiamo più volte citato. Jonas parla della responsabilità da assumere nei confronti degli altri, nella fattispecie di coloro che verranno dopo di noi, che erediteranno la terra nello stato in cui noi la lasceremo. Tutto questo ci sta, è fondamentale e si attaglia perfettamente con quanto detto sino ad ora. Se la specie umana adottasse tale principio, la gran parte dei suoi problemi sarebbero già risolti.

Ma c’è qualcosa di più. La prima responsabilità l’abbiamo nei confronti di noi stessi. Voglio dire che nel bilancio di come lasceremo la terra, e quindi di come la troveranno i nostri nipoti, deve entrare anche una soddisfazione che non prescinde da tutto questo, ma sta a monte, e riguarda cosa abbiamo fatto della nostra vita. Non mi riferisco naturalmente alla profondità dell’impronta, alle grandi realizzazioni, al successo, alla fama, tutte cose che in realtà ricadono semmai nella Filosofia della Storia, e che valgono zero se appena usciamo dal cortile di casa e ci rapportiamo ai tempi della natura. No, sto parlando di qualcosa che somiglia all’imperativo categorico kantiano, al “tu devi”, ma in realtà può essere meglio espressa col “tu puoi”.

Non c’entra nemmeno la volontà di potenza. Il “tu puoi” significa semplicemente che ciascuno di noi può scegliere tra il fare bene le cose, come dicevo sopra, e il farle male. Quale sia il modo di farle bene lo sappiamo istintivamente, perché le nostre scelte etiche sono guidate da un criterio estetico innato: è bello, ed è bene, ciò che è o che produce armonia ed equilibrio. Torno così su un tema che abbiamo già affrontato più volte, e lo faccio richiamando in causa proprio Kant e l’atmosfera filosofica che si respirava ai suoi tempi.

 

Aveva iniziato Edmund Burke, distinguendo tra una estetica del bello e una del sublime. La definizione che dava di quest’ultimo era:

(Il sublime è) tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in un certo senso terribile o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore”. Qualcosa di inequivocabilmente negativo: salvo poi aggiungere che quell’orrore è affascinante, ed è causa dell’emozione più forte che la mente sia in grado di provare. Kant aveva ripreso la cosa a modo suo: va bene, di fronte a spettacoli grandiosi come quelli offerti dagli oceani o dalle montagne, o a fenomeni spaventosi come gli uragani, è naturale che l’uomo si smarrisca e riconosca i limiti della propria ragione: ma poi interviene la coscienza della sua superiorità rispetto al mondo naturale, superiorità che consiste nell’agire morale, ed eccolo riconciliato col mondo e rinfrancato. Il buon Kant trovava sempre il modo di non consentire alibi alla resa: sei un uomo, perdio, e sforzati di pensare come tale. I suoi successori, invece, da Schiller a Schopenhauer, tiravano a virare l’esperienza del sublime nella direzione di un annichilimento della razionalità. Il sublime starebbe a testimoniare che non solo la ragione ha dei limiti, ma è essa stessa limitante rispetto alla pienezza della vita. Diamo piena cittadinanza allora anche alle passioni e alle emozioni.

Ora, nelle concezioni estetiche di cui ho parlato la valenza etica è implicita. Esistono cioè anche un’etica del bello e un’etica del sublime. Non me le sto inventando. Sono già lì, evidenti.

Noi consideriamo bello ciò che ci trasmette un senso di ordine, di armonia e di equilibrio appunto, e quindi di serenità. Lo consideriamo tale perché siamo in grado di comprenderlo, di spiegarlo, o perché almeno non ci inquieta. La preferenza per l’ordine rappresenta l’opzione razionale: essere razionali non significa infatti necessariamente presumere di capire tutto, ma prendere posizione di fronte al fatto che l’esistenza degli umani è soggetta all’azione di forze positive e di forze negative, esterne o interne. Esistono un bene e un male, non importa se assoluti, ma senz’altro riconoscibili per come incidono sulla vita dei singoli e della collettività, e tra essi bisogna scegliere.

A scanso di equivoci, questa preferenza non ha niente a che vedere col “razionalismo” hegeliano, che viaggia invece in una direzione totalmente diversa e pretende di includere tutto. La razionalità ha pretese più modeste. Per rimanere nel piccolo dell’esempio precedente, come si traduce l’opzione razionale nei nostri incontri? Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza, nelle idee espresse e prima ancora nel lessico attraverso il quale queste idee vengono formulate e trasmesse. Non sarà gran cosa, ma già mettere ordine nel linguaggio significa cercare una piattaforma comune di incontro, una definizione comune, per quanto parziale ed elementare, di verità. Che non vuol dire affatto omologare e appiattire le idee su un modello unico ma, al contrario, consentirne il confronto secondo regole di correttezza. In sostanza è una pratica di armoniosa convivenza. Una scelta estetica che assume un significato etico.

 

 

L’etica del sublime nasce invece da una frustrazione, da un mancato appagamento: perché l’ordine non riesce a spiegare tutto, e perché malgrado i nostri sforzi esso non riesce a trionfare. Ma soprattutto perché non soddisfa l’ambizione all’immortalità, la sete di un senso che vada oltre i ristretti confini di una singola esistenza.

Non lasciatevi ingannare dal termine. L’etica del sublime in luogo dell’armonia cerca lo scontro, in luogo dell’equilibrio la contrapposizione, e assume a principio la trasgressione: dimenticando spesso che l’unica vera trasgressione, in un mondo naturalmente soggetto alla violenza, è proprio quella praticata da una specie che per sopravvivere ha dovuto opporre al “disordine” naturale un ordine suo, culturale.

È inoltre un’etica individualistica, ed egoista. Non ci si confronta con gli altri sul piano delle passioni e delle emozioni, meno che mai su quello del risentimento. Quando va bene ci si mette in competizione, ma di norma gli altri si escludono o si rifiutano.

 

Forse rischio di semplificare eccessivamente: ma credo che la metafora alpinistica possa riuscire la più appropriata. L’etica del sublime corre su una cresta esile, affilatissima e pericolosa. Una cresta che conduce in alto, verso la vetta, e spesso è l’unica via per accedervi. Se si vuole salire, bisogna osare. Ma, ammettendo che sia proprio necessario farlo (non è detto che tutte le montagne siano fatte per essere scalate: stanno lì da centinaia di milioni di anni, e ci saranno anche quando non resterà più alcun uomo per salirle), lo si può fare in sia pur relativa sicurezza, procedendo in cordata, o buttandosi avanti in totale incoscienza. Ai lati c’è il rischio costante della caduta. Da una parte la ricerca delle emozioni forti fine a se stessa, dall’altra la giustificazione dei comportamenti insensati.

Le vette della cultura umana sono state raggiunte certamente da uomini che hanno saputo osare. Ma solo da quelli che hanno osato razionalmente, coniugando il coraggio col buon senso. L’etica del sublime non contempla però sempre una salita in sicurezza. Sovente si risolve in un atto di hybris, di superba tracotanza: e soprattutto, quando dall’empireo delle idee scende sulla terra, difficilmente conserva la sua valenza innovativa. Più spesso, anzi, quasi sempre, si traduce in apologia della “vita spericolata”, o in una tollerante indulgenza, quando non è addirittura connivenza, nei confronti dell’abbrutimento. L’elogio dell’ubriachezza, o del fare a cazzotti, così, tanto per sfogarsi un po’ e portare alla luce la parte peggiore di noi, è sotto sotto un modo per esorcizzare la presenza del male nel mondo assumendolo a propria componente, assimilandolo. Apparentemente ci si abbrutisce per smascherare la presunzione culturale dell’uomo, per ricordargli che anch’egli è natura, e che non può rinnegare questa sua appartenenza: in realtà questo significa farsi divini, non accettare la nostra limitatezza, che ci porterebbe invece a cercare di combatterlo il male, e proprio con la ragione. È, in sostanza, un farsi divini per viltà. Perché lasciar irrompere l’irrazionalismo è un alibi: se noi siamo tutto, se non c’è un antagonista, siamo sollevati da ogni impegno.

 

Ecco, io penso che la grande opposizione stia qui: tra chi ha un rapporto sereno con se stesso e razionale con il mondo, e quindi si assume con gioia la responsabilità di rendere o conservare quest’ultimo un po’ più bello, un po’ più vivibile, e chi invece vive costantemente risentito, e ritiene che il suo “credito” nei confronti dell’esistenza gli dia il diritto, il potere, di governare o di lasciarsi governare dal brutto.

Il poeta Novalis scriveva: “Noi vogliamo l’infinito, e troviamo sempre cose”. È vero, la condizione umana è proprio questa: ma una volta che l’abbiamo capito dobbiamo decidere se accettarle, e affrontarle, le “cose”, oppure rifiutarle sprezzanti, per alimentarci della nostalgia dell’infinito. Anche questa possibilità di scelta fa parte della condizione umana: direi anzi che è quella che meglio la caratterizza.

 

Allora, sto facendo Filosofia della Storia? Il mio amico forse direbbe di sì: io non lo credo. In realtà non credo nemmeno di fare della Filosofia. Per certo so che non ne avevo alcuna intenzione. Ciò che mi premeva, e che almeno in parte spero di aver ottenuto, era fare un po’ di chiarezza, ribaltando un’immagine che ha purtroppo preso piede, discendendo dalla speculazione filosofica, nella mentalità corrente. Ritenere che ciascuno di noi è significativo, e proprio per questo responsabile, non è affatto un atto di superbia: è al contrario un atteggiamento di profonda umiltà, che si manifesta nella coscienza della limitatezza del proprio tempo e delle proprie forze, e di grande dignità, che si esprime nel non voler buttare questo tempo e non sprecare queste forze.

Se orgoglio c’è, è quello di appartenere al genere umano. Il resto, il rifiutare questa appartenenza, il volersi dunque sentire Dio, quella è superbia.

 

Elisa nella stanza delle meraviglie

di Paolo Repetto, 21 giugno 2017 (edito nell’autunno 2005, aggiornato nel 2017)

Carissima Elisa,

trovo finalmente il tempo per scrivere queste pagine e dedicartele. L’idea c’era da un pezzo, ma continuavo a rimandare. Ora mi rendo conto di doverlo fare subito, prima che sia troppo tardi.

Non ti allarmare: non devo fare penose confessioni e non sono preoccupato per la mia salute. Sto bene e sono trasparente come l’acqua. È invece di te che mi preoccupo; stai crescendo troppo in fretta, e tra un paio d’anni non potrò più illudermi che tu abbia voglia di ascoltarmi. Perché voglio parlarti di libri, dei miei libri, e soprattutto di quella parte della mia vita che ho vissuto con e attraverso i libri. E allora capisci perché devo farlo ora, mentre ancora coltivo qualche speranza.

Quindi, tranquilla. I libri sono un pretesto. Ma lo sono fino ad un certo punto. La verità è che vorrei continuare a parlarti, non solo “dopo”, anzi, possibilmente “prima”, e credo di poterlo fare anche tramite loro. Avrei magari preferito parlarti attraverso libri scritti da me, ma non ne sono capace, sono pigro e al tempo stesso troppo esigente (con me come con gli altri), e nemmeno credo che tutti debbano scrivere libri. Così mi accontento di parlarti attraverso quelli che ho letto, e che spero tu leggerai. Qualcosa di me lo troverai senz’altro. Qualche sottolineatura, qualche punto esclamativo, a volte persino qualche commento. So per esperienza quanto sono rivelatori certi segni rispetto a chi ti ha preceduto nella lettura, dei suoi gusti, delle sue idiosincrasie, delle sue manie.

Il lascito è pesante. Forse non è nemmeno giusto caricare qualcun altro delle nostre passioni, soprattutto di quelle librarie. Forse, o senz’altro, sarebbe meglio consentire a ciascuno di farsi (o non farsi) la propria biblioteca, così come è accaduto a me. Ma i libri ci sono, ed egoisticamente vorrei che rimanessero e continuassero ad avere un senso. Quale, sta a te darglielo. Io posso solo raccontarti quale e quanto ne hanno avuto per me.

INDICE

1) RAGGUAGLIO SULLA FISICITÀ DEI LIBRI
Sulla consistenza
Sulle infrastrutture (leggi: scaffali)
Sui criteri di collocazione
Sulla manutenzione
Una riflessione

2) LETTERATURE
La cameretta
Lo studio
Letterature: gli Italiani
Letterature: iberici, latinoamericani, ebrei ed altri
Letterature: russi, scandinavi e tedeschi
Letterature: i francesi
Letterature: gli americani
Letterature: gli inglesi

3) ALTRE LETTERATURE
Moderni e postmoderni
Altre letterature: i classici

4) VIAGGI, SCALATE, ESPLORAZIONI

SAGGISTICA 1) La storia
Le civiltà extraeuropee
La storia sociale
La sociologia
Utopisti ed eterodossi
Extravaganti, maschi e femmine
Emarginati ed esclusi
Eretici ed esoterici
Ebrei

SAGGISTICA 2) Storia delle idee
Semiotica e storia dei linguaggi
Psicologia e psicoanalisi
Filosofia

SAGGISTICA 3) Storia della Scienza

RITORNO ALLA STANZA DELLE MERAVIGLIE (Appendice 2017)

Stipare
Viaggiare (a piedi e non)
Salire
Raffigurare
Indagare
Pensare
Ricordare

 

 Prima giornata

1) RAGGUAGLIO SULLA FISICITÀ DEI LIBRI

Sulla consistenza

In questo momento la mia biblioteca dovrebbe ospitare circa settemila volumi. Non lo so con esattezza, ho smesso di contarli anni fa. Non li ho mai catalogati (anche se ho intrapreso più di un tentativo) e riesco ad avere un’idea della quantità solo calcolando una media per scaffale. Credo comunque che oltre una certa cifra i numeri non abbiano più importanza. Sono già significativi del passaggio dall’amore per i libri alla bibliomania. Amare i libri comporta possederne tanti quanti se ne sono letti o si ha realisticamente l’intenzione di leggere, mentre la bibliomania è uno stato patologico, che sfocia in un accaparramento fine a se stesso, in una accumulazione molto “capitalistica”. Io sono un bibliomane, e te ne darò le prove.

 

Seimila volumi accumulati negli ultimi trent’anni (tra i quindici e i venticinque ero arrivato a circa un migliaio) significano una media di duecento libri l’anno. Calcolando che sono un lettore velocissimo, ma tenendo conto che nel frattempo ho anche lavorato – nella scuola e più ancora in campagna –, ho praticamente costruito un paio di case, ho scritto sui temi più disparati, ho scalato montagne e fatto cene con gli amici, e non ultimo ho avuto tre figli e due famiglie, posso aver letto tra i sessanta e gli ottanta libri l’anno. Almeno due terzi dei libri che possiedo, quindi, non li ho letti.

In compenso li conosco. Non ho mai riposto un libro negli scaffali senza averne assaggiato qualche pagina, oltre ad aver letto i risvolti di copertina, l’indice e qualche volta l’introduzione. Posso affermare di sapere, almeno per sommi capi, di cosa parla ciascun libro della mia biblioteca. E quindi posso fare ad esso riferimento in qualsiasi momento, quando se ne presenti l’opportunità.

Un caso a parte è costituito dai libri di saggistica (che sono la maggioranza). Spesso ne ho letto solo alcune parti, o passi specifici che potevano tornarmi utili per qualche ricerca. Quindi in fondo non è vero che non li abbia letti: ho letto quello che mi serviva.

Quanto alla sindrome dell’accumulo, che comunque esiste, ha anch’essa una parziale giustificazione, anzi, ne ha diverse. Ci sono libri che prendi in un momento nel quale non hai assolutamente tempo o disposizione per leggerli, ma che ti riprometti di leggere al più presto – e magari il tempo e la voglia non arrivano mai più. Altri ancora, specie quelli particolarmente ponderosi, li metti da parte “per l’inverno”, in vista di non augurabili ma possibili lunghe degenze o convalescenze, o addirittura detenzioni (non sto scherzando. Non del tutto, via. Secondo le statistiche nessuno legge quanto i ricoverati o i carcerati – per ovvi motivi. E personalmente ho il ricordo di un isolamento di trentadue giorni per epatite, negli anni sessanta, senza il quale non avrei mai letto “Guerra e pace”).

Ci sono infine quelli che “devi” avere per completezza. I nomi che ti si sono stampati nella mente studiando le storie delle diverse letterature hanno un’aura particolare: sai benissimo che non leggerai mai “La desinenza in A”, che pure ti aveva intrigato da studente, ma ritieni che la tua sezione di letteratura italiana non sarebbe sufficientemente completa senza quel volume. Questo vale naturalmente per le opere letterarie. Per la saggistica è più facile che il libro che acquisti ti intrighi davvero, anche se a breve non avrai il tempo di affrontarlo, perché ritieni possa rivelarsi utile in vista di possibili o probabili ricerche. In qualche modo cerchi di riempire la dispensa di saperi che siano a portata di mano per ogni evenienza.

A non avere spiegazioni di alcun tipo, se non connesse alla sindrome maniacale, sono invece quei titoli che possiedi in due o più edizioni, perché li avevi acquistati ed utilizzati magari in economica e li hai poi trovati in una veste più lussuosa, rilegata o comunque accattivante. Quando il numero delle edizioni possedute supera il tre conviene cominciare a preoccuparsi e pensare a qualche terapia (che non esiste).

Settemila volumi sono davvero tanti. Anche se si trattasse di sole edizioni economiche, con un peso medio (verificato) attorno ai tre etti, si arriverebbe ad un paio di tonnellate di carta. Dal momento che oltre la metà sono edizioni rilegate, con peso medio attorno agli otto etti, posso stimare un ordine di quattro-cinque tonnellate. Un bel carico, pure se distribuito perimetralmente. Non sarebbe male fare ogni tanto delle verifiche strutturali sui muri maestri e sulle solette.

Nella cifra – e nel peso – ho incluso quasi tutto il mio patrimonio librario, compresi i libri per la gioventù, l’antiquariato, i vari dizionari (una quindicina, per undici lingue – di cui tre morte e sette che non conosco) e le enciclopedie; ho escluso invece le raccolte di riviste storiche, antropologiche e scientifiche, e tutto il settore scolastico, che stante la mia professione è piuttosto consistente.

Questa mole di roba occupa anche un notevole spazio. Qui posso essere più preciso. Le scaffalature per i libri occupano circa cinquanta metri quadri di pareti, distribuiti su quattro locali. Altri otto metri sono occupati in un rustico che ho riattato in aperta campagna.

C’è infine un altro aspetto da considerare, quello patrimoniale. Ho provato a calcolare quanto ho speso in più di quarant’anni per i libri, e quale potrebbe essere il loro attuale valore, facendo le debite rivalutazioni dei prezzi. Ho tenuto conto di tutta una serie di variabili (acquisti scontati, metà prezzo, regalie, ecc…) e credo di poter arrivare a una valutazione credibile, senz’altro approssimata per difetto, tra i sessanta e gli ottanta milioni di vecchie lire (il prezzo medio di un economico, oggi, è attorno ai dieci euro, ventimila vecchie lire). Se dovessi buttare il tutto sul mercato dell’usato riuscirei a spuntare (data la qualità e lo stato di conservazione) venti milioni. A conti fatti, anche come investimento prettamente economico si è mostrato senz’altro superiore a quelli nei Bond argentini o nei titoli tecnologici.

Una spesa di due milioni l’anno in libri (non una tantum, ma per quarant’anni) può sembrare un tantino esagerata. In realtà, se ci si riflette, è nulla rispetto ai sette e passa milioni annui che mi è venuto a costare nello stesso periodo l’uso dell’auto, tra svalutazione, benzina, assicurazioni e accidenti vari, ed è pari a quanto ho buttato letteralmente in fumo per la disperazione dei miei polmoni. Senza contare i vantaggi collaterali, seme di ordine puramente economico, che ha comportato, come ad esempio il non dover investire in quadri o in mobili per riempire le pareti. Quel problema è stato infatti risolto con semplici scaffalature.

Bada che è un aspetto tutt’altro che secondario. Chi entra in una casa zeppa di libri, fosse anche la più pettegola delle amiche, deve sospendere i normali criteri di giudizio relativi all’arredo di interni. L’arredo dominante sono i libri stessi, quindi o li ama, e allora si immerge e gode, e non gli frega nulla se i mobili sono antichi e se c’è l’idromassaggio, oppure non li ama ma li teme, e capisce di essere in una dimensione altra, nella quale non ha alcun senso esibire megaschermi o divani in pelle di lucertola, e si arrende. Ma vallo a spiegare alle mogli che si lamentano per l’invadenza dei libri dei mariti (non conosco mariti che si lamentino per l’invadenza dei libri delle mogli).

 

Sulle infrastrutture (leggi: scaffali)

La storia della mia biblioteca può essere raccontata anche partendo dagli scaffali. Ne possiedo di diverse tipologie. Quella passata nel rustico è la prima scaffalatura seria che ho potuto permettermi, pressappoco attorno ai venticinque anni. In precedenza mi arrangiavo con trespoli del Postal Market, che si ordinavano via catalogo, erano in truciolato sottile rivestito di formica e assumevano ben presto le curvature più incredibili. Ricordo che dovevo rivoltare sottosopra i ripiani almeno una volta al mese. Ma il mio primo scaffale in assoluto era stato un pensile, realizzato da un falegname del paese che aveva in mente come unico modello una piattaia, e nessuna cognizione del suo uso. Avevo dodici o tredici anni. Lo riempii subito con tutto ciò che di cartaceo avevo a disposizione, giornalini compresi. Dopo pochi mesi cominciò ad essere abitato da un tarlo, anzi, da generazioni successive di tarli, che la notte mi facevano impazzire (era appeso in camera). Mi alzavo e pestavo sul legno con scarpe, libri, con tutto ciò che avevo a portata di mano. Taceva per dieci secondi e poi riprendeva. Tutto questo è andato avanti per anni, nella più assoluta inconsapevolezza di mio fratello, che continuava beatamente a russare, a volte in sintonia col tarlo. Oggi quello scaffale lo trovi appeso in magazzino. I tarli sono stati uccisi dal freddo.

I primi scaffali seri erano comunque assolutamente poco funzionali e ingombranti, alti solo due metri, profondi quasi mezzo, adatti per disporre i libri su tre file, con pianali fissati rigidi: ciò che di peggio può essere immaginato per un bibliofilo. Ma erano anche i più economici.

Il salto di qualità l’ho realizzato quasi quindici anni dopo, quando ho fornito lo studio di una scaffalatura dignitosa, con ripiani mobili e robusti. Ho risolto il problema della profondità con una complicata operazione di taglio e riassemblaggio di montanti e ripiani, che mi ha consentito di aumentare di un terzo la metratura quadrata.

Negli ultimi anni, a seguito anche delle disavventure familiari, ho potuto realizzare un doppio sogno: quello di invadere con i libri anche il “tinello”, partendo dalla copertura della parete di fondo, e quella di costruirmi personalmente anche gli scaffali, in legno massiccio. Ne vado particolarmente fiero. Ad uno sguardo attento non possono sfuggire le imperfezioni, ma il colpo d’occhio immediato è notevole, i pianali sono robustissimi, la profondità è quella giusta per risultare pienamente funzionale e non ingombrante.

Esiste infine una quarta scaffalatura, ereditata, che assomma ai difetti di dimensione dell’arredo da ufficio una fastidiosa lamella metallica a vista, e che quindi è stata relegata in una camera decentrata. Ed altri pezzi sparsi, tra i quali due pregevoli (per me, almeno) vetrinette, perfette per i libri d’antiquariato.

Non prevedo, al momento ulteriori acquisizioni strutturali. Non saprei dove metterle. Il corridoio è stretto, il bagno è microscopico, in camera tua non c’è più spazio. Se vorrai continuare nell’opera dovremo inventarci qualcosa.

 

Sui criteri di collocazione

I miei libri sono disposti secondo un ordine ben preciso. Per discipline la saggistica, per aree linguistiche la letteratura. Sono poi ordinati secondo diversi criteri di suddivisione. Per la letteratura ho adottato il criterio cronologico: per ogni area parto dalle origini e procedo per autori, in successione biografica (quindi non in base alle date di pubblicazione dei testi, ma a quelle di nascita degli autori). Per la saggistica mantengo il criterio cronologico per alcune discipline, mentre procedo per aree, per assonanze o per temi in altre, oppure combino assieme i vari criteri. Ad esempio: i testi storici e le biografie sono disposti in base al periodo storico di riferimento, ma in alcuni casi questo criterio si associa alla suddivisione per aree geografiche (popoli extraeuropei) o tematiche (biografie di rivoluzionari, di scienziati, ecc…). Lo stesso accade per Filosofia e per la Storia delle idee.

I criteri di collocazione dei libri possono essere svariati. Non tutti sono sensati, anche se danno l’impressione di riuscire funzionali. Trovo ad esempio irritante la collocazione per ordine alfabetico. Può andare bene in una biblioteca pubblica, o in una libreria, dove l’utenza va in cerca di un’opera ben precisa e deve poterla facilmente reperire. Ma è assurda in una biblioteca privata. La biblioteca privata non è una raccolta di libri. È un archivio della memoria che riveste funzioni ben diverse da quella pura e semplice del contenitore. Deve offrire un quadro ragionato delle possibilità, suggerire percorsi, raccontare storie. Se ho in mente un tema, e voglio approfondirlo cercando di sapere come lo hanno trattato autori diversi in diverse aree linguistiche, devo poter fare scorrere lo sguardo su titoli che seguono un certo ordine temporale, magari partendo da un preciso periodo o limitandomi ad un’area specifica. Una volta rintracciato in un autore il tema in questione, saranno le parole stesse di quest’ultimo a evocarmi il ricordo di altre pagine, a rimandarmi ad altri autori. Più che mai questo criterio è importante per la saggistica, storica, letteraria o scientifica che sia.

Naturalmente, una collocazione di questo tipo presuppone che si abbia un’idea piuttosto precisa, ad esempio, della biografia o almeno dei dati anagrafici degli autori. Ma questo, per chi possiede settemila volumi, è implicito.

Al di là comunque dei criteri generali di collocazione ne esistono altri, più particolari e più soggettivi, nei quali non ha molta importanza la funzionalità, ma entra in scena la rappresentazione. I libri che possiedi non solo sono una parte di ciò che sei, ma lo dicono anche. Parlano a te, ma parlano anche di te a chi è capace di ascoltarli. E allora è naturale che scattino anche malizie di depistaggio, che si cerchi cioè di farli parlare non solo di ciò che si è, ma anche di come si vorrebbe apparire. Esistono quindi criteri di collocazione che sono motivati in parte da ragioni estetiche, in parte da intenzioni comunicative.

La motivazioni estetiche possono riguardare ad esempio le dimensioni o il colore. Tomi piuttosto voluminosi ed alti stonano se collocati al centro del ripiano, magari stretti da ambo i lati da volumetti di formato più ridotto. Anche quando non lo suggeriscono ragioni di opportunità e di equilibrio nella distribuzione dei pesi, come non caricare al centro per evitare la deformazione del legno, dovrebbe intervenire il buon gusto. Lo stesso vale, quando è possibile, per gli accostamenti di colore. Non disturbano tre o quattro volumi della stessa collana, ma è piatto e orribile un intero ripiano riempito con volumi dalla stessa veste editoriale.

Le intenzioni comunicative creano equilibri e determinano scelte molto più complesse. Già nel loro assieme i libri esibiscono un nostro vero o presunto sapere, dispiegano la varietà e la molteplicità delle nostre conoscenze, o concentrano invece sulla loro specificità e profondità. Duemila volumi di psicologia ci qualificano in maniera ben diversa da quattromila sparsi su venti discipline: i primi parlano di uno specialista, i secondi di un enciclopedico dilettante. Nel primo caso il problema delle sub-collocazioni preferenziali evidentemente non si pone. Nel secondo è invece fondamentale. Su scaffalature di quasi tre metri di altezza, mediamente divise in sette-otto spazi orizzontali, bisogna considerare pienamente utili in termini comunicativi tre o quattro spazi, escludendo i due più alti e i due più bassi. È difficile che qualcuno si inginocchi per andare a sbirciare i titoli posti rasoterra, o salga su una sedia per decifrare quelli al soffitto. Si concentrerà su quelli ad altezza d’occhi, nelle due posizioni in piedi o seduto. Occorre quindi fare una prima scelta delle discipline o delle sezioni che si ritiene ci rappresentino poco o non ci rappresentino più, ed esiliarle negli spazi più decentrati (d’altro canto, è lo stesso criterio col quale vengono valutati i prezzi per i loculi cimiteriali: quelli delle file centrali sono più cari). In genere questo criterio ha anche delle motivazioni funzionali: se si ritiene che un determinato settore ci rappresenti poco è perché in quel momento lo frequentiamo poco, quindi abbiamo minore necessità di ricorrere alle “schermate” o di cercarvi titoli particolari.

Esempio pratico: nella mia libreria il settore dottrine politiche, dottrine economiche, marxismo ha goduto per lungo tempo di una collocazione centrale. Poi ha cominciato gradualmente a perdere posizioni, sospinto verso l’alto dall’ingresso di nuovi interessi e priorità. Ben prima della caduta del muro di Berlino o dell’abiura al comunismo della sinistra italiana era arrivato ad occupare l’ultimo ripiano in alto, nella posizione d’angolo. Credo di non avere più pescato un libro di lassù negli ultimi quindici anni. Li sposto solo per togliere la polvere (ma so di biblioteche dove è andata ancor peggio, e certe sezioni sono proprio scomparse). La stessa sorte è toccata alle sezioni di storia delle religioni, scivolata nei ripiani a terra, e di antropologia, esiliata in alto. In compenso hanno conquistato posizioni centrali le biografie (quelle degli “irregolari”, da Saint-Just a Camus), l’ebraismo, la letteratura di viaggio, la storia delle idee. Si potrebbe ricostruire la vicenda culturale di una generazione, seguendo questi spostamenti.

Esistono poi ulteriori e sottili malizie. Si possono riservare un paio di ripiani, quelli assolutamente centrali, più accessibili, maggiormente in luce, all’attualità (degli interessi). Agli ultimi libri che hanno suscitato entusiasmi o riflessioni, che si vogliono partecipare agli altri e condividere. Una sorta di vetrinetta delle novità, con i volumi non troppo pressati per essere facilmente estraibili dal visitatore curioso, che ti domanda di che si tratta e com’è. In questi spazi c’è posto naturalmente anche per le stravaganze, quelle chicche che è difficile trovare in circolazione e che tanto suggeriscono del tuo fiuto speciale e della tua appartenenza al gruppo iniziatico dei “veri conoscitori”. Questa vetrina deve essere un autentico fiore all’occhiello, va rinnovata con discrezione, con piccoli spostamenti, sporadiche rimozioni e oculati innesti. È fondamentale.

 

Sulla manutenzione

La vita fisica media dei libri editi dopo la seconda guerra mondiale non supererà, secondo gli esperti, il mezzo secolo. Responsabili di questo rapido degrado sono la pessima qualità della carta, che per lo più è riciclata o ricavata dagli stracci, gli inquinanti atmosferici, che agiscono sui libri come su tutto il resto, ma soprattutto l’idea stessa di merce di consumo che ha investito anche la cultura, e che porta a risparmiare al massimo sul materiale e sulla cura nella confezione. Si prospettano quindi visioni apocalittiche, intere biblioteche che andranno in polvere e patrimoni di sapienza che saranno dispersi al vento. Non so se le cose stiano veramente così, ho l’impressione che le previsioni siano un tantino allarmistiche e influenzate anche dalla voglia di informatizzare tutto, ma è certo che la durata di un libro non può essere indefinita, e che a differenza di quelli antichi, fatti con carta particolarmente resistente e curati nell’edizione, quelli attuali, compresi i miei, dureranno decisamente poco. Sono già costretto a constatare che gli economici tendono a scollarsi, a disfarsi e a perdere pagine, e temo che la malattia non tarderà ad aggravarsi.

Questo sta nel naturale destino delle cose, e noi non possiamo farci nulla, o quasi. Possiamo però evitare di accelerare lo sfascio con un’attenzione ed una manutenzione che non richiedono un grosso sforzo, adottando pochi ma essenziali accorgimenti. Cerca dunque di aprire bene le orecchie, se intendi continuare a frequentare il mio studio.

 

Il primo accorgimento riguarda le modalità fisiche della fruizione, per intenderci il modo in cui vanno maneggiati i libri. Un libro non lo si spalanca, le pagine non sono persiane: lo si apre. Ogni volta che sento un crack da apertura di libro provo un lancinante dolore fisico, come se mi schiacciassero una vertebra. Lo stesso vale per il lancio dei libri, sul tavolo, per terra o sul divano. I libri non si lanciano, si posano, e non spalancati, ma chiusi. Un libro va poi tenuto possibilmente con entrambe le mani, anche perché così si è impossibilitati a fare qualsiasi altra cosa, come mangiare o bere, col rischio di sporcarlo, e questa è la condizione unica e ideale per leggere.

Un altro accorgimento è quello di evitare assolutamente orecchie o piegoni vari per segnare le pagine. Esistono segnalibri di tutte le misure e per tutti i gusti, sulla scrivania ne trovi un’intera collezione, con pezzi anche pregiati; ogni volta che preleverai un libro da questi scaffali premurati di procurarti anche un segnalibro, e di riporlo poi a lettura ultimata. Un libro unto e spiegazzato ferisce la mia sensibilità come una bella ragazza trasandata, e contrasta con la mia idea di ordine cosmico.

Un malvezzo altrettanto abominevole, da scoraggiare e da stroncare sul nascere, è quella della sottolineatura, soprattutto quella di sottolineare i libri altrui. Mi obietterai che a me capita di sottolineare qualche parte, soprattutto nei libri di saggistica: ma accade raramente, per testi che uso per lavoro o che prevedo torneranno utili, e soprattutto lo faccio con i libri miei. La sottolineatura è come un tatuaggio, se la pelle è tua puoi decorarla come vuoi, quella degli altri no, e comunque sai che oltre un certo limite finisci per deturparla.

Più scellerata ancora è l’abitudine recentemente invalsa, soprattutto tra gli studenti, di evidenziare con colori fluorescenti. Purtroppo hai già perso l’innocenza e hai cominciato a farlo anche tu. Ora, a parte il controsenso di una pratica che porta in genere ad evidenziare tutto, il che equivale a non mettere nulla in evidenza e soprattutto a non aver capito affatto cosa meritava davvero di essere colto, quelle pagine sconciate da strisce o da interi quadrilateri gialli e verdi risultano illeggibili e ti respingono.

L’ultimo accorgimento è infine quello di dare in prestito i propri libri solo a persone fidate, o meglio ancora non darli in prestito affatto. In più di un’occasione per recuperarli ho dovuto sudare sette camicie, ricorrere alle minacce e rompere delle amicizie, e ciò nonostante molti non mi sono tornati, o troppe volte sono tornati disfatti, macchiati e sottolineati. In questo caso non si tratta di insana gelosia, ma di sacrosanto e conseguente senso del rispetto. Sono dell’idea che i libri esistano per essere letti, e quindi vadano fatti circolare: ma proprio per poter circolare debbono essere conservati integri.

 

Ancora una cosa. I libri tendono a raccogliere polvere, che date le modalità e gli spazi ristretti dello stoccaggio non è facile rimuovere. Si possono ripassare con una certa frequenza con il braccio snodato dell’aspirapolvere, o con gli appositi piumini, e già questo quando ne hai settemila è un lavoro, ma è necessario anche ogni tanto smuoverli uno per uno, magari con la scusa di un avvicendamento o di una revisione dei criteri di collocazione. È una prassi utilissima, intanto perché ravviva la confidenza fisica con i volumi e ti aiuta a ricordare cos’hai, o a scoprire magari che un libro tanto desiderato lo possedevi già, poi perché ti aggiorna sullo stato dei tuoi interessi e delle tue preferenze. Potresti magari iniziare ad allenarti sin da ora, sotto la mia supervisione, anche solo per acquisire la corretta manualità nel trattarli: hanno giusto bisogno di prendere un po’ d’aria.

 

Una riflessione

Cara Elisa, nel caso abbia avuto la costanza di leggere quello che precede ti starai chiedendo se vale la pena continuare e, soprattutto, se tuo padre è davvero quella persona seria che vorrebbe apparire. Diciamo che almeno in parte il dubbio è motivato. C’è in effetti una componente di gioco, o se vuoi una motivazione narcisistica, nel disporre una biblioteca.

E meno male, aggiungo. Sai che noia se tutti quei libri fossero lì solo per fasciarti in un involucro ovattato, per insonorizzare le stanze e permetterti di scegliere le aree e le ere nelle quali vivere. I libri sono lì anche per gli altri. Sono un tramite di comunicazione non solo tra chi scrive e chi legge, ma anche nella comunità di questi ultimi. I titoli, la loro disposizione, l’evidenziazione, gli accostamenti, sono altrettanti messaggi in cifra. Se qualcuno li raccoglie sai di avere trovato un interlocutore, forse un amico.

Tu questi libri li hai già visti, li hai visti talmente tante volte che forse ormai non li vedi nemmeno più. Forse per te fanno già parte delle pareti, tendono a diventare tappezzeria. È proprio questo che voglio evitare. Voglio richiamarli in vita ai tuoi occhi, presentarteli, almeno qualcuno, perché tu sappia che non sono ormai carta imbalsamata, ma sono vivi e sanno e possono parlare. E allora dammi la mano e accompagnami in questo viaggio attorno alla mia libreria. Forse sarà meno noioso di quanto tu tema.

2) LETTERATURE

La cameretta

Prima di penetrare nel sacrario, di immergerci nel mare di carta stampata dello studio, potremmo procedere a una graduale acclimatazione, magari partendo da un luogo che ben conosci: la tua cameretta. Non so quale ricordo potrai avere da adulta di questa camera, ma probabilmente sarà molto buono, perché legato all’estate o comunque a periodi di vacanza.

A me evoca invece l’idea del mistero, del proibito. Era la camera della zia Lina, sorella di mia madre, un personaggio piuttosto strano già di suo e reso ancora più misterioso dalla perpetua assenza (era “dama di compagnia” di una bisbetica baronessa tedesca, che viveva tra Nervi e Gressoney, e le aveva trasmesso molto del suo carattere sospettoso e misantropo – o forse s’erano semplicemente trovate). La camera era sempre chiusa, e anche le rare volte che mia zia si tratteneva per qualche giorno ci era severamente proibito accedervi. Sarebbe bastato molto meno per accendere la mia curiosità e la mia inventiva, e per farmi trovare una chiave che con un po’ di manovre riusciva a violare la porta. Anche se ufficialmente non ero molto sveglio (questa era almeno la versione che circolava per casa; intelligente ma imbranato), se qualcosa mi intrigava davvero non c’erano serrature capaci di fermarmi. Sono tornato quindi più volte in quella camera, affascinato dai bauli chiusi da marchingegni o da lucchetti che riuscivo miracolosamente ad addomesticare. C’era davvero di tutto, dagli orologi da taschino ai binocoli da teatro, e poi banconote da cinque marchi del periodo della grande crisi, con la stampigliatura “un miliardo”, e vecchie riviste e calendari tedeschi. Non ho mai sottratto niente, e me ne pento ancora oggi, perché dopo la morte della zia è sparito tutto. Mi è rimasto solo il ricordo della magia, (saranno stati gli abiti anni venti e le cappelliere, o le foto dei paesaggi innevati nei calendari) e dell’odore penetrante della naftalina.

Quella è rimasta comunque sempre, anche dopo, la camera delle ragazze, di mia sorella Francesca prima, poi di Chiara e Sara, ora la tua. Oggi in essa c’è un solo scaffale (lo avevo dimenticato! altro acquisto remoto) ormai zeppo, che contiene i libri di tre generazioni (anzi, di quattro). Ci sono i miei, quelli dei tuoi fratelli e i tuoi. Più quelli che io stesso ho ereditato da altri, con le più disparate provenienze. E forse è proprio la loro la storia più bella.

I tuoi nonni paterni, cara Elisa, non erano affatto benestanti. Anzi. Si erano sposati nell’immediato dopoguerra e prima dell’arrivo del boom avevano messo al mondo tre figli. Tiravano avanti in una dignitosa ristrettezza, e solo il fatto che all’epoca questa condizione fosse comune a tutti quelli che si conoscevano li manteneva un gradino al di sopra della povertà. Non ci è mai mancato nulla di indispensabile, ma nel bilancio non erano previste, né erano possibili, spese per i libri (anche se la nonna era stata una forte lettrice, nel periodo in cui era a servizio presso famiglie della borghesia genovese, e ancora leggeva tutto ciò che le capitava sottomano). Non ho ereditato quindi alcuna biblioteca, mentre in compenso mi è stata geneticamente tramandata una precocissima passione per i libri, e probabilmente anche lo struggimento per il fatto di non potermeli permettere. A pensarci bene l’amore per i libri ha preceduto in me persino quello per la lettura (e questo spiega forse molte cose).

Ho imparato a leggere all’età canonica, in prima elementare, ma avevo cominciato molto prima ad andare in trance di fronte a qualsiasi pezzo di carta che contenesse illustrazioni o parole stampate (i calendari tedeschi di trent’anni prima della zia Lina, le vecchie Domeniche del Corriere che ci passava un’altra zia, o la Famiglia Cristiana, unico investimento culturale della famiglia). Per questo quando mi sono trovato in mano i libri scolastici li ho subito amati. Li attendevo con ansia dal momento in cui li ordinavamo, e in genere prima che iniziasse l’anno scolastico avevo già ripassato al completo i testi di storia e di geografia e le antologie letterarie. La cosa si è ripetuta sino alla fine delle superiori.

Per fortuna il tam tam parentale, imbeccato da mia madre, aveva diffuso questa mia fama di lettore vorace ed onnivoro, e ho cominciato presto a ricevere libri di fiabe per Natale e per i compleanni. Andersen, i Grimm e Perrault sono stati i mentori della mia prima infanzia, con una preferenza spiccata per i secondi, probabilmente perché erano più suggestive le illustrazioni, ma anche perché le storie erano ambientate in foreste o manieri misteriosi. Le esigenze però non hanno tardato a farsi più serie. Alla fine della seconda elementare avevo divorato ormai fiabe di ogni tipo ed ero pronto al salto nei racconti lunghi. Sono passato in un anno da “L’acciarino magico” a “La capanna dello zio Tom”, attraverso “Pinocchio”, “Ciondolino”, “Fridolino tasso birichino” e “Cuore”.

Cara bambina mia, alla faccia di Umberto Eco e di tutta la dissacrazione di questi ultimi decenni, sono ancora convinto che questo fosse il migliore dei percorsi possibili. Non è assolutamente vero che si tratti di letture ipocrite, reazionarie e strappalacrime. Potranno apparire tali a chi non le ha fatte al momento giusto, o con lo spirito giusto, o a chi era già troppo smaliziato per lasciarsi prendere e trascinare. Non lo erano senz’altro per me, che smaliziato non lo sono nemmeno oggi, che non parteggiavo per Franti ma per i bravi ragazzi, che ho letto lo zio Tom col cuore che palpitava contro l’ingiustizia, la prepotenza e il razzismo, e che mi sono costruito lì sopra i primi rudimenti, quelli pure confusi ma solidi e destinati a segnare tutto il mio futuro, di coscienza civile. Non sono diventato un nazionalista per aver letto la piccola vedetta lombarda, né un moralista per colpa di Pinocchio. Mi hanno trasmesso un minimo di coscienza, un senso dell’onore e della dignità che sarà magari fuori moda, ma al quale tengo moltissimo. E sono rimasto innamorato dei tassi, anche senza averne mai visto uno vivo.

Poi è arrivato “Lo zio di Svezia”, di Nadal. Non lo troverai citato in nessuna storia della letteratura per ragazzi. Forse sono il solo a ricordarlo. Era edito in una collana della Salani, quella che oggi pubblica “Pippi Calzelunghe”, ne “La biblioteca dei miei ragazzi”. Arrivò per Natale. Ora, tu immagina un bambino sognatore com’ero io, che legge un libro nel quale si parla di tre orfanelli che lasciano l’Italia per raggiungere in Scandinavia uno zio mai visto né conosciuto. Si trovano immersi nella neve, tra foreste incantate, sono persino inseguiti dai lupi la notte di Natale, mentre con slitta e lanterne si recano alla chiesa del villaggio vicino per la messa di mezzanotte. Io leggevo e fuori nevicava, quell’anno cadde a metri, e immaginavo quella notte freddissima e bellissima, in un paese di sogno, con tutta la gente che arrivava con slitte e fiaccole e lanterne dalle lontane fattorie, e tutto attorno il silenzio della neve, rotto solo dall’ululato dei lupi. Ce n’era a sufficienza per restarne marchiati a vita, e così è stato: credo che di lì discendano il mio esotismo, la predilezione per gli ambienti freddi e nordici, per la neve e le foreste di pini, per i dipinti di Friedrich, e anche il fatto di non aver mai voluto visitare i paesi scandinavi. Voglio conservarne quella immagine, è uno dei ricordi più belli che ho (tra parentesi, temo che questo della costruzione di immagini, ambientali ma anche umane, desunte da fantasie librarie sia uno dei motivi del mio disagio costante a vivere la realtà – o viceversa).

Lo zio di Svezia mi ha introdotto ad un tipo nuovo di fruizione del libro: certo, anche Cuore e lo zio Tom mi avevano preso, mi ero sentito coinvolto, ma in fondo lì non potevo fare altro che seguire le vicende dei personaggi da spettatore (anche perché prevaleva l’ambientazione storica, e le descrizioni paesaggistiche vi avevano pochissimo spazio). Nella foresta scandinava ero invece diventato protagonista, fremevo per non poter essere accanto ai ragazzi (alla ragazzina, la maggiore dei fratelli, soprattutto) per difenderli. Avevo scoperto la lettura-immersione.

Ormai la diga era aperta, e la lettura era diventata una fiumana. Sarebbe stato difficile soddisfare la domanda, anzi, la fame, con i soli regali natalizi. Per fortuna mi è venuto in soccorso un cugino di città, di una decina d’anni più anziano, che in quanto figlio di una portinaia riusciva a raccattare dagli inquilini del palazzo un sacco di roba. E sono state rivelazioni, una dietro l’altra. Il Salgari di “Alla conquista di un Impero” ma soprattutto di “Alle frontiere del Far-West”, il Verne de “Al polo australe in velocipede” e di “Michele Strogoff”, e poi Stevenson, London, Kipling, “Saturnino Farandola” di Robida, la prima fantascienza con “Olimpiadi tra le stelle” e i primi resoconti di viaggi ed esplorazioni in ”Con Magellano attorno al mondo” .

Oggi confondo evidentemente la successione delle letture, ma tra gli otto e i quindici anni ho senz’altro dato una buona ripassata a tutta la letteratura giovanile in circolazione, comprese un sacco di riduzioni per ragazzi di classici come il “Robinson Crusoe” o “David Copperfield” (ciò che poi mi ha impedito di rileggerli nelle versioni integrali). Mi è comunque abbastanza facile ricostruire i percorsi e le trasformazioni nelle preferenze. È sufficiente andare a scorrere gli elenchi che sempre si trovavano in ultima o in penultima di copertina (“Sono già apparsi in questa collana:…”), pieni di segni e di rimandi, con le indicazioni dei libri che già possedevo e di quelli desiderati, con tanto di ordine di priorità (uno, due, tre puntini). Ci sono libri come “I misteri della Jungla nera” che ho potuto leggere solo dopo l’adolescenza, o addirittura dopo la laurea, e che ho continuato a sognare e ad “appuntare” per anni.

Spero che questo cumulo di ricordi non ti abbia già annoiato, Elisa. In fondo sto rispondendo a una tua probabile domanda. Già ora mi chiedi spesso com’ero da bambino, com’era la mia vita. Bene, te ne sto raccontando una metà, quella passata sui libri e con i libri. L’altra, quella trascorsa sui fumetti, la lasciamo per un’altra occasione. Ero così, un giorno Yanez e un giorno Josè il peruviano (in genere non mi identificavo con il protagonista, ma con il miglior amico del protagonista – e anche questo, a ben guardare, era già significativo –, e preferivo giocare in solitudine perché gli altri ragazzini non conoscevano niente dei miei eroi, e se anche li avessero conosciuti non avrebbero corrisposto all’idea, avrebbero rotto l’incantesimo dei mondi che mi costruivo. Era una dimensione sacra, e sacri erano i testi sui quali si fondava: non a caso li trovi lì, ancora oggi, sottratti all’incuria e allo scempio dei miei e dei tuoi fratelli.

Troverai anche, ma da un’altra parte, nella sezione viaggi ed esplorazioni, dei vecchissimi volumetti rossi, ancora eleganti nella loro semplice rilegatura, a dispetto della consunzione. Sono i libri della Romantica Mondiale Sonzogno, editi negli anni Venti e Trenta (e qualcuno forse anche dopo la guerra). Di alcuni non ricordo la provenienza, ma quattro o cinque erano scampati allo svuotamento di una casa gentilizia del paese, acquistata dal macellaio dopo la morte dell’ultimo discendente. Ho ancora davanti agli occhi il carro dello straccivendolo stracolmo di libri, finiti poi probabilmente al macero o in qualche discarica, io che corro a casa piangente e mia madre che si mette all’inseguimento e torna con una bracciata di volumi, tutti quelli che era riuscita a ramazzare. C’erano saggi storici dei primi dell’ottocento, un paio di classici e, soprattutto, gioielli come “Martin Eden” di London o “La foresta in fiamme” e “Il paese di là” di James Oliver Curwood.

London già lo conoscevo per “Il richiamo della foresta”, e di lì a poco mi avrebbe aperto ad un rudimentale socialismo con “Il tallone di ferro”: ma Curwood era una novità, e che novità. Il suo Canada ha costituito l’anello di congiunzione perfetto tra la Svezia di Nadal e le Langhe innevate di Fenoglio, le sue intrepide giubbe rosse erano già l’incarnazione di quell’ideale eroe solitario e nomade che avrei riamato di volta in volta nel partigiano Johnny, in Holden, in Kerouac e poi negli esploratori e negli alpinisti dell’ottocento. Prova a leggerli, ti prego: ci troverai un’immagine di forza e di dolcezza assieme che niente ha a che vedere con la vita che ci circonda e tanto invece con quella che vorremmo, e proprio per questo crea struggimento, insofferenza e ribellione per ciò che è stupido e volgare. Non ti sogno laureata o famosa o felicemente sposata: ti sogno schietta, curiosa e insofferente.

Ma adesso usciamo, lasciamo in questa camera i primi ricordi, facciamo un po’ di pausa e poi ripartiamo dal cuore pulsante della mia biblioteca.

 

Lo studio

Questo che oggi è lo studio è stato per venticinque anni la camera mia e di mio fratello. Nel corso del tempo l’avevamo tappezzata di manifesti cinematografici (da “Là dove scende il fiume” sino ad “Arancia meccanica”), di foto dei Beatles, di tavole fluorescenti tratte da “L’astronave corsara”, che di notte ci facevano navigare in mezzo a mondi e galassie lontani. Nel buio, quando taceva il tarlo, arrivavano le voci lontane dei cani dalle cascine della Colma, ad evocare distanze minori ma mondi non meno misteriosi: mentre durante il giorno il silenzio era rotto solo dai cori dei merli o dai colpi lenti dei contadini che martellavano i ferri. Le litigate che ti divertono tanto, il raglio dell’asino che ci fa sobbalzare il mattino, il cantiere edilizio perennemente aperto sono arrivati più tardi, con i nuovi vicini. Ogni epoca ha i suoi suoni, a te toccano questi.

Entrando nello studio abbiamo di fronte, nella parete opposta, perfettamente centrata, la finestra che dà sul giardino, sulle colline e poi sui monti. Guardando verso il Tobbio e la Colma non c’è traccia di case: solo boschi e prati, e poi altri boschi sulle colline, e infine l’Appennino. Da quella finestra rivolta a mezzogiorno entra per trecento giorni l’anno una luce intensa, gioia per gli occhi ma sottile pericolo per i libri che coprono tutte e quattro le pareti.

Gli scaffali si dipartono a destra della porta d’ingresso (la chiameremo da ora per comodità parete A), fanno angolo, corrono lungo l’intero muro laterale (parete B), girano ancora sino ad incontrare la finestra e ripartono poi oltre quest’ultima (parete C). Altro angolo, e infine la parete D, occupata per metà, al centro, da un caminetto, e ai lati di questo da altri scaffali. All’interno di questo spazio ci sono una scrivania grande, che dà le spalle alla parete B, e disposto ad angolo rispetto a questa un tavolinetto per il computer. Il tutto, scaffali compresi, in legno chiaro, solido e spesso, leggermente arrotondato agli angoli. Di fronte alla scrivania c’è una vecchia sedia a dondolo, molto apprezzata dagli amici in visita e per l’uso della quale io e te abbiamo ingaggiato sin da quando eri piccolissima epiche battaglie. La parete sopra il caminetto è coperta di foto e di quadri, e da una grande carta geografica dell’Europa vecchia di centocinquanta anni, che rappresenta forse il mondo in cui avrei voluto nascere.

E finalmente, i libri. Perché gli scaffali, la scrivania, persino il legno sopra il caminetto sono naturalmente zeppi di libri. Godiamoci un primo colpo d’occhio, poi passeremo ad un esame più sistematico. Tutto sommato non mi pare che l’assieme sia opprimente. Malgrado le pareti siano quasi interamente coperte, i libri non sembrano grondare, incombere sul malcapitato visitatore. Credo che la distribuzione sia abbastanza leggera, un po’ per l’uso degli spazi liberi, un po’ per la collocazione ordinata e riservata. Per come li vedo io, stanno tutti al proprio posto.

 

Letterature: gli Italiani

Consiglierei di partire dalla letteratura. È la naturale prosecuzione dell’itinerario intrapreso nella tua cameretta, cioè delle tappe di svolgimento del mio rapporto con i libri. Dobbiamo quindi guardare a sinistra. Lo scaffale che vedi, seminascosto dalla porta quando è aperta, è occupato per più della metà dalla letteratura italiana. Si parte dagli stilnovisti e si procede in ordine cronologico. Coi primi due ripiani dall’alto si arriva all’Alfieri, altri due sono riservati all’ottocento, due al ‘900. Gli ultimi tre verso il basso ospitano rispettivamente la letteratura ispanica, quella ebraica e orientale in genere e infine testi di critica letteraria. La gran parte della letteratura italiana del secolo scorso, e tutta quella più recente, si trova in un’altra sala.

L’ambizione che sta sotto a questa come a tutte le altre sezioni letterarie è quella della completezza: si traduce poi, più semplicemente, nell’avere rappresentati almeno tutti gli autori che hanno meritato di entrare in una storia della letteratura per licei (si parla naturalmente di autori non contemporanei). Un’altra ambizione, non necessariamente in subordine, è quella di aver rappresentati anche quelli che non ci sono entrati. Il peso specifico dei singoli autori, in termini di rappresentatività e quindi di presenza, lo decido io.

I maggiori qui ci sono tutti, almeno con le opere più importanti, e il primato per lo spazio occupato spetta naturalmente a Leopardi. Del conte non manca proprio nulla. Ma sono i minori il mio orgoglio. Ti assicuro che puoi trovare qui cose che difficilmente troveresti in una media biblioteca pubblica. Arcadi semisconosciuti, romanzi storici e libri di memorie dell’ottocento che nessuno legge più da un secolo, per la gran parte in edizioni ottocentesche.

Nella sezione novecentesca le preferenze saltano subito agli occhi. Ci sono autori presenti sin con i conti della spesa ed altri citati al più con un’opera, tanto per ricordare che esistono. Tra i primi senz’altro Fenoglio, Meneghello, Calvino, Levi, Rigoni Stern, Bianciardi. Poche le donne: ma checché se ne dica in giro, non è questione di misoginia. Il contributo femminile alla letteratura italiana è modesto.

Sono molti i libri di questa sezione che hanno una storia particolare, e che hanno segnato la mia storia. “Il partigiano Johnny”, ad esempio. L’ho acquistato subito dopo aver superato l’esame di latino, al primo anno di università. Avevo studiato per mesi, giorno e notte, rompendomi le palle sui “Remedia amoris” e volgendo in noia quel piacere che otto anni di studio del latino erano finalmente riusciti a risvegliare in me. Sentivo la necessità di togliermi di dosso il sentore di vecchiume e di inutilità che lo studio “filologico” in voga alla facoltà di Lettere mi aveva fatto percepire. Fenoglio fu una autentica rivelazione: mi sembrava finalmente di rientrare nel mondo, nella vita vera, nel tipo di esperienze che la letteratura deve trasmettere. Non avevo affatto capito che si trattava di una moderna versione dell’epica. O forse, l’avevo intuito senza capirlo, ed era proprio questo che mi piaceva tanto. Fu una di quelle letture appassionate, dodici, quindici ore filate, che ho riservato a pochi altri libri, in genere quando sentivo il bisogno di mostrarmi che avevo ripreso possesso del mio tempo – e il superamento di un esame è la situazione tipica.

Singolare è anche la storia del mio rapporto con Primo Levi e con ”Se questo è un uomo”. Possedevo il libro da tempo, sapevo tutto sulle sue origini e le sue traversie, e su quelle dell’autore, ma in realtà non lo avevo mai letto, anche se ero convinto di averlo fatto. Era finito ormai tra i libri che bisogna avere e conoscere, e che si danno per scontati. Poi, un anno, nei giorni precedenti le vacanze natalizie mi venne restituita da un allievo la copia in dotazione alla biblioteca scolastica. La misi in borsa e la dimenticai lì. Venne fuori la sera della vigilia, mentre mettevo un po’ d’ordine. Iniziai a leggerlo in tarda serata, mentre il resto della famiglia era alla messa notturna. Non riuscivo più a staccarmene. Quando gli altri rientrarono andai a dormire, ma non ci fu verso a prendere sonno. Dovetti tornare in cucina, riattizzare il fuoco e continuare a leggere sino alla fine. La rivelazione fu letteraria, più ancora che umana. Sapevo cosa raccontava, ma non immaginavo lo si potesse raccontare così. “Se questo è un uomo” è rimasto nella mia hit, e si è trascinato appresso tutte le altre opere di Levi. La scoperta mi ha anche spronato a leggere “Il sergente nella neve”, altro libro che avevo classificato nel reducismo senza degnarmi di scorrerlo, e che ho voluto invece andare a verificare. Un effetto valanga. Rigoni  si è portato dietro Revelli e tutti gli altri, io ho imparato ad essere più umile e rispettoso, almeno nei confronti dei libri.

La svolta revisionista nei criteri di lettura mi ha consentito di superare tutta una serie di pregiudizi che mi avevano accompagnato per anni. Ad essere sincero non ricordo cosa mi aspettassi dalla letteratura, ma senz’altro facevo una netta distinzione tra memorialistica e letteratura vera e propria, e la prima sembrava non interessarmi affatto. Forse per questo leggevo soprattutto autori stranieri e romanzi ottocenteschi: tutto ciò che riconoscevo come troppo vicino alla quotidianità, e all’esperienza negativa che ne avevo, non mi sembrava degno dell’Olimpo letterario. Chiedevo cose che mi portassero lontano nel tempo e nello spazio. Devo dire che l’incontro con Levi è stato davvero sconvolgente. Oggi non sono più in grado di leggere con piacere qualsiasi cosa che non abbia un fondo di realtà vissuta, e spesso il fondo non mi è nemmeno sufficiente. Mi si sono invece spalancati nuovi sentieri, ho scoperto dall’oggi al domani Meneghello, un outsider che mai avevo sentito nominare e che con “Libera nos a Malo” è balzato immediatamente in testa alle classifiche, ripetendosi subito dopo con “I piccoli maestri”. E più tardi la cosa si è ripetuta con Bianciardi. Conoscevo vagamente “La vita agra”, per via del film con Tognazzi che ne era stato tratto, e l’avevo derubricato tra i romanzi della generazione post-neorealista, quella che aveva dimenticato l’epica per fare assurgere il quotidiano più squallido agli onori letterari. Era una letteratura che non mi interessava, avevo bisogno di eroi. E poi c’era appunto il fatto del cinema. Storie interpretate da Tognazzi o da Sordi diventavano immediatamente commedie all’italiana, e io ne avevo fin sopra i capelli degli italiani, li pativo già tutti i giorni. E così niente Bianciardi, niente Mastronardi. Salvo poi leggerli, magari solo per effetto di trascinamento, e scoprire impensabili sintonie.

Lo scaffale degli italiani racchiude però anche altre storie. Sono quelle legate ai libri scovati in un preistorico Remainder’s, nel vicolo che scendeva da De Ferrari alla Kasbah di San Matteo, a Genova. Era un buco polveroso che riservava scoperte da favola, una sorta di caverna di Alì Babà guardata da un genio sdegnoso e tutt’altro che simpatico, stipata all’inverosimile, il che ti costringeva a contorsioni da circo equestre per leggere i titoli. Le novità, da una volta all’altra, erano poche, anche perché in certi periodi ci tornavo praticamente tutti i giorni: ma ad ogni passaggio usciva fuori la cosina strana, per due o trecento lire, quella che non leggerai mai, ma che hai voglia di possedere. Soprattutto certe edizioni semirilegate dei minori ottocenteschi, Rovani, Guerrazzi, ecc…

Quel Remainder’s è stato il primo di infiniti altri, scovati e battuti in tutte le città d’Italia (ma anche in Austria, in Francia, in Germania, persino a Praga) Appartiene ad una fase in cui la bibliomania era ancora funzionale alla lettura, anche se era già scattata la sindrome del possesso. Dalla frequentazione dei Remainder’s ho imparato molte cose. Il colpo d’occhio immediato, ad esempio. Riconoscere i dorsi delle varie case editrici, sapere al volo quali non presenteranno mai nulla che possa interessarti e quelle che invece riservano sorprese. Attivare il sensore che ti fa leggere un titolo che interessa in mezzo ad altri mille, sui quali lo sguardo scorre senza trasmetterti nulla. E poi la necessità di prendere subito quello che ti colpisce, perché se rimandi e non lo ritrovi ti rimane un vuoto che continua a tormentarti, e ritrovare quel titolo diventa quasi un’ossessione.

Tra le scoperte tardive divenute amori totali rimane ancora Augusto Monti. Attorno ai suoi “Sanssòssi” ho girato per qualche anno. Esisteva soltanto in un’edizione molto costosa e difficilmente reperibile – e ancora oggi è così – e la mancanza assoluta di citazioni in qualsiasi storia letteraria faceva nascere qualche dubbio sull’opportunità della spesa, malgrado l’autore fosse intrigante. L’ho poi reperito fortunosamente a metà prezzo, ed è partita immediatamente una caccia al tutto-Monti (Monti era l’insegnate di Lettere di Pavese e di un sacco di altri ragazzotti che sarebbero diventati di lì a poco il nerbo dell’antifascismo torinese). Da allora ne ho comprate e regalate almeno un altro paio di copie, e continuo a sognare studenti in grado di leggerlo e di apprezzarlo (anche se so che non sarà mai più possibile).

Un intero ripiano è occupato da raccolte di poesia del novecento. Forse non è giusto dire “un intero”: quaranta volumi di poesia, rispetto alla produzione italiana di questo secolo, non sono molti. Anzi, sono decisamente pochi. La verità è che io non sono un patito della poesia. O meglio, lo sono quando si tratta di Saba, di Gozzano, di Trilussa, di molto Montale, di Caproni o magari di Ernesto Ragazzoni: ma la sopporto bene solo quando sento l’ironia, il gioco. Non riesco a prendere sul serio i poeti che si prendono troppo sul serio (con qualche eccezione, naturalmente): almeno per quanto concerne l’ultimo secolo, e segnatamente per gli italiani. Provo una elementare reazione di fastidio di fronte a cose che vengono inutilmente complicate, quando potrebbero essere dette più semplicemente in prosa: una sindrome da ermetismo, direi. Ho il sentore di qualcosa di trombonesco, di falso: un po’ come di fronte al cinema italiano odierno, o agli sceneggiati televisivi: senti sempre lo sforzo della recitazione, la drammaturgia invece della drammaticità. È difficile a spiegarsi così, ma è sufficiente confrontare una poesia di Auden o di Robert Frost (che troverai in questa biblioteca) con una di Quasimodo (che non troverai, alla faccia del Nobel) per capire.

Nella speranza che un giorno tu legga Gozzano, Saba, Montale e Caproni (Trilussa lo amavi già quando avevi tre anni: ricordi “C’è un’ape che se posa/ su un bottone de rosa:/ lo succhia e se ne va…/ Tutto sommato, la felicità/ è una piccola cosa” – è sua), devo però dirti qualcosa di Ernesto Ragazzoni, che non troverai in nessuna antologia. Non è un “grande” poeta, anzi. Ma è quello che scrive cose come “Ben tappati dentro i poveri/ ma fidati lor ricoveri/ mentre, lento, sui tizzoni/ cuoce il lor desinaruzzo/ i pacifici Lapponi/ bevon l’olio di merluzzo”. Anche questa, la ricordi? È eccezionale. Non sto scherzando. È l’uso elementare del verso, anzi, della poesia, quello che facevamo anche noi nel costruire le nostre strampalate filastrocche, che ci ha stampato nella memoria “il rinoceronte/ passa sopra il ponte/ salta e balla/e gioca alla palla”, primo componimento in rima in assoluto cui riesco a riandare, e che ti ho immancabilmente trasmesso.

La letteratura è anche questo, Elisa. C’è un bel dire che ha il compito di testimoniare, di anticipare, di chiudere, di dire l’indicibile, ecc… Certo, sono tutte cose buone e giuste, ma la letteratura è favola. Leggi “Lo zio di Svezia” e vorresti essere lì con gli orfanelli, ti prende uno struggimento terribile. Leggi degli orsi bianchi che fuori “sono pallidi/ per il gran freddo”, e ti vien voglia di stare tra i Lapponi a mangiare e bere (olio di merluzzo) e dormire “in catasta attorno al fuoco”. Leggi “Il sabato del villaggio” e senz’altro c’è la metafora della vita umana, e della felicità che non esiste ma è solo speranza: ma c’è anche la piazzetta dove i ragazzini fanno un lieto rumore, c’è tuo padre che torna dalla vigna, c’è la tua infanzia lì dentro.

Questo vale più che mai per la poesia. Un tempo essa aveva anche una funzione comunicativa: costituiva lo strumento ideale, il più adatto alla memorizzazione, quando la cultura era trasmessa soprattutto oralmente, cioè in pratica fino all’introduzione della stampa. Ha poi mantenuto una valenza estesa, nel senso che si rivolgeva ad un uditorio ampio e aveva un vasto repertorio di utilizzo, almeno fino ai tempi di Leopardi e di Foscolo, quando esisteva ancora un pubblico educato a quel linguaggio per forza di cose allusivo, evocativo e zeppo di riferimenti. La poesia poteva raccontare, denunciare attraverso lo sdegno o l’ironia, infiammare di idealità, suscitare emozioni. Lo faceva evocando con immediatezza delle immagini, metaforiche o meno, da sostituire al lento processo del ragionamento. Oggi quel racconto, quella denuncia possono essere fatti direttamente attraverso le immagini, miste ai suoni, manipolate in tutti i modi: la cultura odierna ce le serve già pronte.

Che ruolo rimane allora alla poesia? Non sono in grado di darti una risposta precisa. Ma credo di poterti dire almeno ciò che per me non è (“…ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”: questo è poesia) con un esempio. Edoardo Sanguineti assembla in una sua composizione in versi tutte le scritte pubblicitarie e le insegne che si possono leggere percorrendo una particolare (ma potrebbe essere una qualsiasi) via cittadina. Una dietro l’altra, senza commento: farmacia, la bottega del pane, il sapone delle dive, ecc… Sono due strofe lunghe: la via è percorsa coscienziosamente avanti e indietro, su entrambi i marciapiedi. Ecco cosa intendo: con una telecamera si può fare la stessa cosa, e meglio. Si, certo, c’è l’effetto straniante del riportare queste scritte all’uniformità dei caratteri, fuori dal loro naturale contesto. C’è la possibilità mentale di paragonare questo elenco arido a quello vivace e animato che si otterrebbe da una passeggiata in campagna. Ma anche così, non sarebbero più efficaci e significative le immagini? E poi, soprattutto, questo ha davvero a che vedere con la poesia?

Io ritengo che oggi abbia senso ricorrere alla forma poetica solo per ciò che non può essere espresso del tutto, o meglio, in altra forma. La gioia spontanea e spensierata di una filastrocca, ad esempio. Il dolore e lo schianto di una perdita irreparabile (“…sei nella terra fredda, sei nella terra negra/ né il sol più ti rallegra/ né ti risveglia amor”). Il resto, lo straniamento, l’uso del verso a significare la frantumazione e la dissoluzione delle possibilità comunicative, mi sembrano pure operazioni cerebrali, l’equivalente delle sculture realizzate assemblando rottami. Esprimeranno anche con immediatezza il concetto, ma poi muoiono lì, non ti danno qualcosa da portarti dietro, o dentro, per sempre.

Nel dire queste cose, naturalmente, so di essere semplicistico, e ho anche paura di fare qualche danno. Non certo nei confronti della letteratura, queste sono opinioni mie e valgono come il due di briscola, ma nei tuoi confronti. Oggi la poesia e la letteratura tutta hanno già vita stentata, vista la concorrenza, e se a scuola le affronterai partendo da questi presupposti siamo fritti. E tuttavia sono convinto, anche se ti parrà paradossale col mestiere che faccio, che con il nostro discorso la scuola abbia poco a che vedere. Noi stiamo parlando di amore per la lettura e per i suoi supporti materiali, i libri. Ora, io non credo che la scuola possa fare più di tanto nel promuovere questo amore: può educarlo, fornirgli degli strumenti più raffinati, allargarne gli orizzonti (raramente). Ma l’amore, la passione, la disposizione sono fattori genetici, o ci nasci o puoi al più diventare un lettore diligente.

È sintomatico che in questo pellegrinaggio alle sorgenti delle mie passioni letterarie il ruolo della scuola non sia ancora venuto fuori. Eppure ho frequentato un Liceo classico di quelli ante-riforma, quando ti portavi alla maturità il programma di tre anni per tutte le materie, e l’Italiano prevedeva anche tutta la Divina Commedia, con i canti da riconoscere e commentare ad apertura di testo. Forse il motivo è proprio questo. La letteratura italiana, a scuola, rimaneva una materia di studio, non diventava un’occasione di piacere, di innamoramento. Non attribuisco colpe all’insegnante, una donna intelligente e di eccezionale umanità, che mi ha indubbiamente aiutato, non fosse altro per la rara capacità di farmi a volte sentire un imbecille senza offendermi e senza demoralizzarmi. Credo anche che quella disciplina nello studio, quell’addestramento a interminabili manovre di commento dantesco e di analisi semantica, fossero indispensabili per non buttarsi poi allo sbaraglio sui testi: lo erano soprattutto per me, che avevo bisogno di essere costantemente tenuto coi piedi per terra e guidato alla cavezza. Lei sapeva farlo con garbo, e le sono grato ancora oggi, ovunque sia, per certe benevole lezioni di ironia e chiarezza.

Penso però di doverle ben poco per quanto concerne le scoperte e gli amori letterari. Le ragioni sono in parte oggettive, perché all’epoca il programma di studi non arrivava nemmeno a Pirandello, quindi dei contemporanei non c’era occasione di parlare, e in parte soggettive, perché per i classici avevo già scovata un’altra fonte cui abbeverarmi, e giocavo sempre d’anticipo sulle presentazioni scolastiche.

Dal momento che soffro della sindrome di Woody Allen, secondo il quale se a qualcuno bisogna ispirarsi conviene scegliere direttamente Dio, io traevo ispirazione per le mie scelte e le mie interpretazioni niente che meno che dalla “Storia della Letteratura Italiana” di Francesco De Sanctis. Qualcosa di paragonabile al Vangelo, nel campo della critica letteraria, fino a cinquant’anni fa. Era stato il mio primo acquisto librario “adulto” dopo l’uscita dalle medie, giustificato dal conseguimento di una borsa di studio e soprattutto dal fatto che era edita in due volumi nell’Universale Feltrinelli per sole milleseicento lire. Come un vangelo l’ho letta, e credo di portarne ancora le conseguenze. Era quanto di più “romantico” si potesse desiderare, nell’ispirazione e nei criteri di lettura, e io desideravo proprio quello, e naturalmente cercavo poi di riversare nei temi e nelle interrogazioni tutto quel fervore. In seguito ho impiegato anni a liberarmi di certi stereotipi, soprattutto di quelli negativi, ma nella sostanza credo di aver sempre insegnato secondo il modello desanctisiano, con tutto ciò che nel bene e nel male la cosa comporta. I due volumi sono ancora lì, stranamente non li ho sostituiti con un’edizione rilegata: forse ci sono particolarmente affezionato, o forse non lo ristampano nemmeno più.

Devo dare atto comunque che il primo e il miglior antidoto alla mia intossicazione da De Sanctis me lo ha fornito proprio uno degli strumenti di supporto scolastici: non la storia letteraria del Sapegno, piuttosto barbosa, ma l’antologia di Gianni e Ballestrieri, che premetteva alle diverse epoche dei quadri introduttivi di incredibile lucidità, e ti faceva finalmente capire che la letteratura aveva anche a che vedere con la storia, con la politica, con l’economia. Non possiedo più l’originale, deturpato e ridotto in brandelli dall’uso sciagurato che ne ha fatto mio fratello, ma sono riuscito a procurarmene un’altra copia. Sono sei magnifici volumi rilegati: se starai buona, ogni tanto te li lascerò sfogliare.

 

Letterature: iberici, latinoamericani, ebrei ed altri

La sto tirando un po’ per le lunghe, quindi spostiamoci verso il basso, dove troviamo la letteratura in lingua spagnola. Ci sono cose interessanti, soprattutto tra gli ispano-americani. Dalle opere complete di Borges – un doppio Meridiano Mondadori: edizioni lussuosissime, care come il sangue, che si finisce per non utilizzare, un po’ per la paura di sciuparle, un po’ perché è proprio difficile leggere quelle pagine finissime e fittissime, in carta di riso, semi-trasparenti – a quelle di Garcia Marquez, uno dei molti casi in cui l’entusiasmo per la prima opera mi ha poi impedito di leggere le altre, per il timore e la quasi certezza di andare incontro a delusioni. Ma trovi soprattutto Osvaldo Soriano, altro grande amore, di quelli cui tengo particolarmente perché scoperto ben prima che diventasse un autore di culto. Avevo trovato “Triste, solitario y final” in una scassatissima edizione della Vallecchi, e mi aveva letteralmente conquistato. C’erano dentro Ollio e Stanlio e Philiph Marlowe, l’investigatore di Chandler di cui torneremo a parlare. C’era ironia, distacco, citazione, c’era quella meta-realtà che costituisce l’essenza stessa e la giustificazione ad esistere della letteratura. A Soriano è accaduto poi quello che accade invariabilmente ai miei grandi amori (letterari). Prima o poi li scoprono tutti, ci si buttano i media, ne fanno pappetta. Stanno riscoprendo persino il mio buon Humboldt (ma per fortuna c’è la fama del fratello linguista che crea un po’ di confusione e depista gli intrusi). Non ne sono così geloso da volerli tenere solo per me, anche se la tentazione è forte, ma vorrei poter scegliere io, trasmetterli solo a quelli fidati, quelli che ne faranno buon uso.

Nel ripiano della letteratura in lingua ebraica stranamente non troverai alcun libro che “debba” essere assolutamente letto. Stranamente, dico, stante la mia passione per tutto ciò che concerne l’ebraismo. Ma in realtà, almeno per quanto riguarda la letteratura, gli ebrei in quanto tali non riescono a trasmettermi molto. Sono eccezionali quando raccontano l’essere ebreo di fronte a qualcos’altro: allora vengono fuori Kafka, Roth, Heine, Levi ecc… La lucidità unica del loro sguardo si esercita soprattutto rispetto alle culture che hanno abbracciato, ma sempre conservando un certo distacco, e che li respingono: quando si raccontano come popolo, somigliano a tutti gli altri popoli.

 

Lo stesso vale per le letterature orientali o africane. Ho difficoltà a sentirmi partecipe di un certo modo di pensare, anche se magari mi interessa capire. Sono appunto interessanti, non entusiasmanti. Spero che ti renda conto che non c’entra per nulla il pregiudizio o, peggio, il razzismo. Il mio razzismo concerne solo gli italiani – dato che sono i più vicini. Quelle che entrano in ballo sono invece un’idea di letteratura e un’onesta accettazione della diversità. Nella letteratura cerco dei modelli, degli esempi di resistenza e di partecipazione a questa nostra società: e non voglio esempi che mi prospettino possibilità di fuga in una cultura che non è la mia, che come tutto ciò che è esotico ti affascina perché non ne conosci i retroscena.

L’unica “perla” esotica di questo ripiano è un’edizione rilegata de “Le mille e una notte”, in due volumi. Nulla di speciale, per carità, è un’edizione del Club degli Editori, il cui valore per il vero bibliomane è pari a zero, ma ha almeno due pregi: le splendide illustrazioni di Dulac, che sono l’equivalente di quelle di Doré per la Divina Commedia, e il fatto di essere uno dei tantissimi libri-regalo che sono riuscito a far sganciare al Club. Le modalità di iscrizione al Club degli editori, come quelle di tutti gli altri club consimili, del libro, dei lettori, ecc…, sono da sempre le stesse: al momento in cui ti iscrivi ricevi in regalo tre volumi a scelta in una rosa del catalogo, e ti impegni ad acquistarne almeno tre o quattro tra quelli proposti entro il primo anno. Ci sono tutta una serie di trucchi, ad esempio ti inviano automaticamente i libri in uscita ogni mese se non rifiuti entro un certo periodo, ma in realtà non c’è nulla di tassativo: penso che contino soprattutto sull’inerzia degli iscritti, sul fastidio di dover riportare in posta i pacchi ricevuti e cose del genere.

Una volta che hai capito l’antifona, può diventare un Eldorado. Io sono arrivato a iscrivere una ventina di persone, tutta la mia famiglia e poi, quando l’indirizzo cominciava a scottare, parenti vari fino al terzo grado, saccheggiando il catalogo delle opere più costose e prestigiose e riuscendo a non acquistare mai un solo libro. C’era gente come mia zia Rosetta che non aveva mai letto un libro in vita sua e che ha continuato per anni a ricevere inviti a presentazioni librarie, convegni, mostre e fiere del libro, e ne era lusingata. Credo che ad un certo punto abbiano ricostruito il mio albero genealogico con tutti i rami collaterali, perché agli ultimi tentativi di adesione non hanno nemmeno risposto. Tutti quei libri che vorrebbero sembrare elegantemente rilegati ma risultano un po’ pacchiani, e non portano l’indicazione dell’editore sul dorso, come quel doppio Pirandello che sta un paio di ripiani sopra, vengono di lì.

Nello scaffale di fondo invece, quello che ospita la saggistica letteraria, potrai pescare un sacco di cose interessanti, sempre che il tuo interesse per la letteratura scenda un pochino più in profondità. Ti confesso che a dispetto della mia professione e della devozione al De Sanctis io non amo molto la critica letteraria: non troverai alcun testo di esegesi testuale e filologica. Mi piacciono invece i grandi affreschi in cui la letteratura (ma anche la pittura, la musica) viene utilizzata per tratteggiare un’epoca, per ricostruire le modalità del sentire. Oppure per sottolineare le curiosità, le stranezze. Ti consiglio ad esempio un bellissimo libretto di Calvino, “Collezioni di sabbia”, una serie di brevi reportage sulle mostre più strane e meno conclamate, ma rivelatrici della incredibile capacità umana di costruirsi i sogni con qualsiasi materiale. Quando ti sarai fatta una bella scorpacciata di letteratura americana potrai poi leggere i saggi di Leslie Fielder, “Il ritorno del pellerossa” o “Amore e morte nel romanzo americano”, a volte più godibili delle opere stesse di cui trattano. Oppure, per capire qualcosa di come siamo noi occidentali, e perché, potrai farti aiutare da “L’amore e l’occidente” di Denis de Rougemont; e se maturerai la mia stessa insofferenza non per l’America ma per le americanate sarai confortata da “Nessuna passione spenta”, di George Steiner. Quello della critica letteraria è un mondo indubbiamente pieno di cialtroni, ma ci trovi anche delle menti sublimi, e qualcuna è ospitata in questo scaffale.

 

Letterature: russi, scandinavi e tedeschi

Conviene però tornare alla materia prima, alla letteratura, e per farlo dobbiamo scavalcare il caminetto e passare agli scaffali ad angolo tra le pareti C e D, a sinistra della finestra. Qui trovi da un lato tutta l’anglistica e dall’altro le letterature russa, tedesca, scandinava e francese. Questo settore potrei considerarlo “storicamente” (nel senso cioè della mia storia libraria) il più antico, e in esso puoi ancora trovare dei veri reperti archeologici. Sono quei libretti di piccolo formato, disposti orizzontalmente in antefila qua e là sui ripiani, collocati dove rimane una profondità sufficiente per non farli debordare. Qualcuno è ancora nudo nella sua copertina anonima e grigiastra, altri sono rivestiti di una sovracoperta cartonata che io stesso ho creato, per cercare di difenderli ma più ancora per dare loro maggiore dignità. Sono i libri della vecchia BUR, progenitrice dell’editoria economica del secondo dopoguerra, che ha consentito ad un sacco di gente come me di aprirsi alla lettura e al possesso dei classici. Li vedi, sono quanto di più spartano si possa immaginare, non concedono davvero nulla al piacere qualitativo del possesso: ma avevano prezzi favolosi, sessanta lire il volume unico, centoventi il doppio, e via così. Il costo di un gelato, all’epoca, o poco più. C’erano dentro le sette meraviglie, il meglio di ogni letteratura, e si avvalevano anche di introduzioni ben fatte, essenziali ed esaurienti. Sono arrivato a possederne qualche centinaio, poi spariti mano a mano che ero in grado di permettermi edizioni un po’ più ricche: ma ne ho un ricordo bellissimo. La soddisfazione materiale, ripeto, era poca, ma supplivi con la quantità. Uscire dalla libreria con dieci o quindici volumetti significava riempire un sacco di spazi vuoti nel tuo mosaico letterario.

E qui, giacché l’ho aperta, approfitto per allargare un po’ la parentesi sulle edizioni economiche, che sono poi uno degli argomenti che conosco meglio. La BUR esisteva dalla fine degli anni ’40, ma offriva un prodotto in qualche misura ancora di nicchia, nel senso che era reperibile solo in libreria e soprattutto si fermava alla letteratura di fine ‘800. Lo stesso valeva anche per gli economici di Feltrinelli, che pure spaziavano dalla letteratura alle scienze umane e a quelle naturali. Entrare in libreria semplicemente per “dare un’occhiata”, senza cercare qualcosa di preciso, non era consuetudine (almeno nelle librerie di provincia che conoscevo io).

La rivoluzione è arrivata col ’65, con la prima serie economica concepita per la vendita anche in edicola, gli Oscar Mondadori. Il formato, la veste erano più dignitosi, e l’ambito era più recente: in genere si trattava di “classici” del Novecento. Ma la novità più importante stava nel fatto che erano visibili, sapevi che erano usciti, potevi covarli con gli occhi, valutare, fare i tuoi calcoli. Tuttavia non furono gli Oscar a dare una svolta al mio percorso: quasi contemporaneamente cominciarono ad essere pubblicate altre collane, e il mio riferimento divenne quella dei “Grandi Capolavori” della Sansoni, che riproponeva in fondo quello che già si trovava nella Bur, ma in una veste decisamente più accattivante. Stendhal, Dostoevskij, Poe, Hoffman, li ho conosciuti tutti in quella collana, e come puoi vedere ancora li possiedo. La cadenza bisettimanale mi consentiva di mettere da parte quelle trecentocinquanta o quattrocento lire con le quali conquistare un nuovo territorio, e dal momento che nel frattempo uscivano altre cose, Hemingway negli Oscar, Conrad nella Mursia, ecc…, arrivavo anche a permettermi degli acquisti settimanali, qualche volta addirittura doppi.

La cosa funzionava così. A quei tempi frequentavo il liceo ad Acqui. Dovevo fermarmi due volte la settimana per i rientri pomeridiani di educazione fisica, con la necessità di pranzare fuori. La scuola aveva una sorta di convenzione con una trattoria, dove per trecentocinquanta lire ti servivano un primo ed un secondo. La sera precedente io aspettavo che tutti fossero a dormire, mi preparavo un bel panino con burro e zucchero e lo nascondevo nella sacca da ginnastica. Nell’intervallo di pranzo me ne andavo poi ai giardini oppure, se pioveva o nevicava o c’era un freddo boia, nella sala d’aspetto della stazione, dove sgranocchiavo il mio panino e mi coccolavo il libro acquistato all’edicola con i soldi destinati al pasto. Ho tirato avanti così per quasi un anno, poi mia madre ha scoperto i libri, che tenevo nascosti, mi ha fatto raccontare tutto e ha deciso, per l’anno successivo, di finanziare almeno un investimento librario settimanale. Il risultato fu che continuai a mangiarmi il panino e acquistai un libro in più per settimana.

Spero che questo ti aiuti a capire perché sono tanto attaccato ai miei libri, perché non sopporto che vengano maltrattati o che addirittura, dati in prestito, non tornino più. Non si tratta di fissazioni maniacali: i libri sono veri pezzi della mia pelle, e scriverci sopra, spiegazzarli, distruggerne i dorsi è come incidere nella mia carne.

Torniamo agli scaffali. Devi guardare in su, o salire sullo sgabello, perché i russi partono dall’alto. In questo caso non è un declassamento: da qualcuno bisognava cominciare (anche se è vero che li ho letti prima dei tedeschi e degli scandinavi, i quali occupano ora giustamente lo spazio centrale degli interessi più recenti). I titoli importanti ci sono tutti, con un monumentale “Guerra e pace” che troneggia in cofanetto (anche questo avrebbe una storia interessante, legata ad una brevissima e grottesca esperienza come venditore di enciclopedie della Mondadori: ma te la risparmio). Se trovi il tempo, e in questo caso te ne occorre tanto, dai loro un’occhiata. Ma un paio te li voglio segnalare, per ragioni diverse. Il primo, “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, semplicemente perché è bellissimo, è totalmente russo nelle atmosfere e magicamente surreale nell’impianto. Il secondo, “L’abisso” di Leonid Andreev, perché è incredibilmente inquietante e rivelatore, o almeno lo è stato per me (ma credo anche per altri. Io l’ho letto in una edizione della BUR che prendeva il titolo, “I sette impiccati e altri racconti”, dal racconto più lungo. L’edizione che vedi adesso, che è della nuova BUR e riporta gli stessi racconti e la stessa traduzione, titola invece “L’abisso e altri racconti”, segno che qualcosa nella valutazione dell’importanza o dell’impatto dei testi è cambiato). Rivelatore di cosa? Del lato oscuro che c’è dentro ognuno di noi, del quale non vorremmo ammettere l’esistenza ma che ci attrae morbosamente. Io confesso di esserne stato turbato, e di essere tornato più di una volta a rileggere quelle pagine, ufficialmente per verificare se la mia reazione cambiava, in realtà per riviverla: e si ripeteva infatti sempre identica.

Mentre ne parliamo e faccio scorrere lo sguardo sui dorsi, casomai mi fosse sfuggito qualche titolo tosto, mi rendo conto che i russi non stanno lì in alto per caso: li sento proprio lontani. O forse è solo lontano il tempo in cui ne ho fatto scorpacciate, riuscendo a digerire veramente di tutto, compreso “Oblomov”, e il ricordo si è un po’ annebbiato. Eppure sono certo di aver letto con passione “Delitto e castigo” e i romanzi di Tolstoj, con gusto le novelle di Cechov e le “Memorie di un cacciatore”, e poi più avanti con partecipazione i racconti di Gorkij, “Il dottor Zivago” e “Una giornata di Ivan Denisovic”. Mi incuriosiva quell’universo di personaggi strampalati e fuori misura, nel bene e nel male, pope, monaci ortodossi, pellegrini, ambulanti ebrei, ribelli e briganti che popolava le storie di Leskov e di Lermontov: e tuttavia se dovessi darti oggi delle ragioni speciali per leggerli, sarei in difficoltà. Evidentemente c’è una stagione per tutti gli amori, anche per quelli letterari.

 

Di un sentimento molto più fresco andiamo a parlare adesso. Scendendo di un paio di ripiani (e dallo sgabello) troviamo infatti gli scandinavi. Sono tutte acquisizioni piuttosto recenti, a dispetto dello zio di Svezia, anche perché recente è il risveglio di interesse per quella letteratura, pilotato egregiamente dall’editrice Iperborea, e quindi la possibilità di accedervi. Qui i pezzi pregiati sono Stig Dagermann e Lars Gustafsson. C’è ben poco nei loro libri della favolosa Scandinavia dei miei sogni. Si va in una direzione totalmente opposta. C’è tutto il peso di un luterano senso di colpa, l’angoscia di una vita inautentica (che Dagermann non ha retto, finendo per suicidarsi a trentun anni), ma nel contempo c’è quel sussulto privato di dignità oscura, antieroica e antispettacolare che già costituisce un riscatto (l’unico possibile?). Il mio recente entusiasmo per questi due autori è un’ulteriore riprova che nella letteratura, come in tutte le altre cose, trovi solo quello ci porti. Venti e passa anni prima avevo letto Strindberg e Ibsen e Hamsun, e avevo anche visto i film di Dreyer e di Bergman (all’epoca, quasi un obbligo), che dicevano né più né meno le stesse cose, rappresentavano le stesse atmosfere: e non avevo colto altro che i drammi sociali o familiari o di coppia, che c’erano anche, per carità, ma nascevano proprio da questa lacerazione interiore. A Dagerman e Gustafsson sono arrivato dopo una rilettura seria di Camus, e tutto mi è parso evidente e condiviso. Non vorrei che questa presentazione si rivelasse dissuasiva: guarda che i racconti de “Il viaggiatore” e le storie de “Il pomeriggio di un piastrellista” e “Morte di un apicultore” sono tra le cose più godibili che tu possa trovare qui dentro, nell’accezione di godimento che ho io della letteratura. Ti lasciano proprio secco, come direbbe Holden.

 

I tedeschi (ma c’è un po’ di tutto, austriaci, svizzeri, cechi, ungheresi, croati: tutta la mitteleuropa e dintorni, non sufficientemente rappresentata da poter ambire ad uno spazio proprio). Molto Ottocento, molta poesia, più contenuto il Novecento. Le preferenze anche qui sono visibili e marcate: tutto Boll, tutto o quasi Heine, tutto e doppio Enzensberger, molto Roth. Poi le chicche. Una te la consiglio da subito, anzi, per essere sicuro te la leggerò direttamente quanto prima, magari a puntate: è “Cristalli di rocca” di Adalbert Stifter, storia di due bambini sperduti tra i ghiacci di una montagna in una tempesta di neve, la vigilia di Natale (ma guarda un po’!). L’ho letto quando avevo quasi cinquant’anni e mi ha preso come se ne avessi cinque. Poi ci sono i “Racconti umoristici e satirici” di Boll e “La promessa” di Durrenmatt, entrambi piuttosto famosi, anche se non risaputi, e il meno conosciuto “L’italiano”, di Thomas Bernhard, tutti da leggere con un’avvertenza: piuttosto in là negli anni, quando sarai (o dovresti essere) abbastanza smagata.

Infine la chicca delle chicche, “La parete” di Marlen Haushofer, un’austriaca. Una donna rimane tagliata fuori dal mondo ed è costretta a confrontarsi con la natura. Sopravvive a una batosta dietro l’altra, ogni volta più svuotata ma ogni volta più dura, facendosi natura e applicandone le leggi essa stessa. Mi sembra una delle figure femminili più vere e forti della letteratura di ogni tempo, di quelle donne che non potrei mai amare perché potrebbero benissimo fare a meno di me, ma alla cui amicizia terrei immensamente. Anche questo, aspetta a leggerlo un po’ più tardi.

Quel libricino elegante dalla copertina verde ci porta invece in tutt’altra atmosfera. Racconta di “Mozart in viaggio verso Praga”, è stato scritto da Eduard Morike ed è una cosina graziosa ed elegante, non molto di più. Te lo segnalo perché possiedo anche l’edizione tedesca, e la possiedo perché è l’ennesimo libro sul quale mi sono proposto di imparare il tedesco. Quella del tedesco sembra la storia dell’ultima sigaretta di Zeno. Ogni tanto, a intervalli ormai regolari, mi assale la convinzione che per i miei interessi (tutti, in generale) la conoscenza del tedesco sia praticamente indispensabile, e decido di dedicarmici sul serio. Ho stabilito che il miglior modo per impararlo – visto che non ci sono problemi di pronuncia – è quello di passare direttamente alla lettura, con l’ausilio di un buon dizionario e un minimo di infarinatura grammaticale. E ogni volta scelgo un libro nuovo da cui partire. Una volta erano i “Reisebild” di Heine, quella successiva il “Cosmos” di Von Humboldt, un’altra ancora il “Viaggio in Italia” di Goethe. A questo punto ho già una discreta bibliotechina in lingua, e il giorno in cui mi deciderò sul serio potrò almeno svariare da un testo all’altro.

Quasi dimenticavo: Nadolny. Il libro è “La scoperta della lentezza”, una biografia romanzata dell’esploratore John Franklin. Non so quanto ti possa fregare di esplorazioni, ma qui si parla in realtà di qualcos’altro, di un modo particolare di prendere e di interpretare la vita, e questo, oltre ad una splendida scrittura, potrebbe intrigarti.

 

Letterature: i francesi

Ti intrigherà senz’altro la letteratura francese (senti che fiducia!). Oltre a “Madame Bovary”, che ti farò leggere, dovessi tenerti una pistola puntata alla tempia, i francesi si sono dati un gran daffare, soprattutto nell’ottocento, per garantire i piaceri della letteratura. Hai solo da scegliere, Stendhal, Balzac, Merimée, Rimbaud, Maupassant e mi fermo qui perché non finirei più. Più che da scegliere hai da metterti di buzzo buono e farli passare un po’ tutti, compreso quel simpatico libricino che reca il titolo “Viaggio attorno alla mia camera”. Se guardi poco oltre lo troverai nell’edizione francese, e questo illeggibile è invece il titolo dell’edizione svedese (Xavier De Maistre – Nattling rasa i min kammare). Cosa me ne faccio? Il “Viaggio” mi aveva conquistato, quando l’avevo scoperto nella BUR. È un pezzo di bravura delicato e straordinariamente schietto, per essere opera un romantico, e tra l’altro parla del godimento di libri e biblioteche. Avevo poi dato la caccia a lungo all’edizione francese, anche a Parigi, ma sembrava che i suoi compatrioti avessero dimenticato il più giovane dei De Maistre (e anche il più vecchio, a dire il vero). L’ho trovata finalmente pochi anni fa, e quasi contemporaneamente è arrivata l’edizione svedese, sottratta da uno scaffale all’IKEA, dove era ignominiosamente finita a fare la comparsa. Mi ero quasi convinto a imparare lì sopra lo svedese, e ho anche comprato il dizionario.

Un paio di edizioni le possiedo anche de “Il grande amico Meaulnes”, di Alain-Fournier, e almeno tre o quattro copie le ho regalate. Alain-Fournier è morto a soli ventotto anni, all’inizio della prima guerra mondiale: “Il grande amico” era il suo primo e rimane il suo unico romanzo. Come quasi tutti i primi romanzi è un racconto di iniziazione, del passaggio fanciullezza-adolescenza, e di rimpianto per una stagione perduta e irripetibile. Se si esclude Manzoni (e la cosa non è casuale), ogni autore dal pre-romanticismo in avanti ha prima o poi rievocato gli anni splendidi o terribili della propria giovinezza. Ma alcuni ci sono riusciti in modo particolarmente efficace, quelli soprattutto che dalla giovinezza non hanno voluto o potuto uscire, o che ne conservavano più fresca la nostalgia. Se dovessi compilare una classifica personale metterei al primo posto “Il giovane Holden”, ma Meaulnes sarebbe sul podio, a pari merito con i libri su Malo di Meneghello e subito prima di “Altre voci, altre stanze” di Truman Capote, del “Ritratto dell’autore da cucciolo” di Dylan Thomas e de “L’isola di Arturo” della Morante (a pensarci bene, però, il podio potrebbe essere anche più affollato).

Non mi vengono in mente libri di passaggio “al femminile”: o meglio, senz’altro ne ho in mente un sacco, da Jane Eyre in poi, fino allo splendido “Il cuore è un cacciatore solitario” della Carson Mc Cullers e a “I beati anni del castigo” di Fleur Jaeggy, ma mi sembrano tutti virati al triste. Voglio dire che per quanto malinconici i libri che trattano di infanzie e adolescenze maschili finiscono per mitizzarle in positivo: un’amicizia, un’esperienza, qualcosa insomma di cui avere nostalgia rimane (persino in Pavese, l’Anguilla rimpiange e cerca di rivivere gli anni di miseria più nera – solo il Fenoglio de “La malora” non pare d’accordo). In quelli al femminile mi sembra invece di avvertire quando va bene un sospiro di sollievo per essere uscite da quell’inferno, familiare o scolastico o che altro, quando va male l’astio per un periodo al quale si fa risalire la responsabilità per l’attuale infelice condizione. Probabilmente le donne sono più realiste nella memoria, o vivono davvero peggio la loro infanzia e adolescenza, oppure scrivono più facilmente sull’onda di una frustrazione. O forse è solo un’impressione mia, generata dai miei soliti pregiudizi o da esperienze con donne che sembrava avessero sempre e solo riserve da fare sul nostro rapporto. Spero che tu non sia tra queste, e se hai qualcosa da recriminare fallo subito, invece di scrivere poi libri pieni di amarezza.

Comunque ho qui pronto un esempio clamoroso di questa differenza di atteggiamento. Casca a fagiolo. Vedi che ci sono almeno una dozzina di volumi dei romanzi di Camus (i saggi sono in un’altra sezione). In realtà di romanzi Camus ne ha scritti solo tre: questo significa che qui trovi gli stessi in italiano e in francese, rilegati e in economica, accoppiati e spaiati. Una vera monomania. Bene, Camus non ha una visione particolarmente ottimistica della vita. È il più grande filosofo francese del Novecento, così come Leopardi è stato il più grande filosofo italiano degli ultimi due secoli (o forse l’unico). Ma a lui come a Leopardi l’essere anche un grandissimo scrittore ha precluso l’accesso alla storia della filosofia. Comunque, sta di fatto che, sempre come Leopardi, guarda dritto in faccia all’assurdità dell’esistenza, e la descrive. Il risultato sono “La peste”, “Lo straniero” e “La caduta”.

Nel primo si racconta una epidemia di peste vissuta attraverso le reazioni di coloro che la combattono, atei o laici, divisi dall’interpretazione dell’evento ma uniti in una solidale resistenza contro la condizione umana. Il secondo presenta un uomo talmente “autentico”, talmente consapevole dell’assurdo da apparire del tutto insensibile agli occhi degli altri, degli “ignari” (ma invece è capace di disobbedire a quelle ipocrite “regole del gioco” alle quali soggiace l’etica dei più). Ne “La caduta” è rappresentato l’uomo “inautentico”, cinico e nichilista, che volge al proprio fine persino la coscienza della propria inautenticità. Non c’è da stare allegri, mi diresti, se fossi già in grado di capire di cosa sto parlando. Per niente, ti risponderei: e tuttavia, bada che Camus non è banalmente “un pessimista”. I personaggi dei suoi libri ti affascinano, l’eroico medico Rieux come l’apparentemente stordito Meursault o il logorroico Clamence ti fanno complice perché non accettano supinamente la loro, e la generale, condizione. Reagiscono, in un modo o nell’altro. Altro che nichilismo. Questo lo si può dire dei personaggi di un Moravia, e più ancora di Moravia stesso. Ma Camus è ben altra cosa. Di lui e della sua immagine dell’uomo si potrebbe ripetere quel che diceva De Sanctis a proposito di Leopardi e della natura: “chiama la natura matrigna, e te la fa amare…” Capisci cosa intendo dire? Prova a cercare altrettanta passione, altrettanta voglia di ribellione, malgrado tutto, nella scrittura della Yourcenar e della Woolf (entrambe presenti qui in blocco).

Apparentabile a Camus, per qualità letteraria e per tematiche, è l’altro grande “resistente” della letteratura francese di questo secolo: Andrè Malraux. A differenza di quelli di Camus i suoi personaggi son sin troppo agitati, si muovono sempre nel cuore dell’avventura e della battaglia, e tuttavia vivono la stessa irriducibile umiliazione dell’uomo braccato dal suo destino. Forse ti sarà più difficile identificarti con loro, perché Malraux è scrittore piuttosto “macho”, alla Hemingway: ma come per Hemingway, se superi questa corazza trovi dietro esseri perennemente in lotta con le proprie debolezze, esseri umani, piuttosto che maschi.

Come ogni regola, tuttavia, anche quella del coraggio, dell’eroismo e della dignità ha le sue eccezioni. Esiste un nichilista assoluto nella letteratura francese, ed è Louis Ferdinand Céline. Assolutamente e disperatamente nichilista e assolutamente grande scrittore. Non so se sia giusto consigliarti il “Viaggio al termine della notte”, ho sempre avuto qualche dubbio con gli amici e più ancora con i miei studenti. Se lo leggi rendendoti conto che è tutto un urlo di disperazione, che quella di Céline è la cattiveria di chi non trova il coraggio di rialzarsi, e lo sa, e la rivolge quindi prima di tutto contro se stesso, allora è trascinante: ma se lo prendi troppo sul serio, e credi a quel che dice, allora è nauseante. Te lo lascio lì, non scappa.

Chiudiamo lo scaffale francese con qualcosa di più leggero, proprio quello da cui potresti partire. È un libretto forse nemmeno tanto estraneo alla nascita di questo scritto. Si intitola “Come un romanzo”, è dello scrittore Daniel Pennac. Pennac è diventato famoso per la saga interetnica di Belleville e della tribù Malaussène, portata avanti in una serie di romanzi divertentissimi, da “Il paradiso degli orchi” a “La fata carabina” (tutti presenti nella sezione umoristica), che potrai leggere con diletto già tra cinque o sei anni. In “Come un romanzo” spiega nella maniera più semplice e divertente perché leggere, come convincere gli altri a leggere e perché e come esercitare i propri diritti di lettore. Ha scritto il libro che avrei voluto scrivere da sempre, e gliene sono grato, perché non l’avrei mai scritto. Almeno lo leggo. E almeno puoi leggerlo anche tu.

 

Letterature: gli americani

Riprendi lo sgabello, perché lasciamo i francesi e passiamo agli americani, e occorre risalire. Più sopra ho parlato di insofferenza per l’”americanismo” o per le americanate. Adesso mi spiego. Io sono impastato di cultura di provenienza americana. Libri americani, cinema americano, musica americana, carte geografiche degli States, storia della colonie, della guerra civile, della frontiera. Non mi sogno nemmeno di rinnegare i John Ford e i John Wayne di “Sentieri selvaggi” e de “I cavalieri del Nord-Ovest”, o Paul Newman o Clint Eastwood, e meno che mai Walter Matthau o i fratelli Marx. La mia canzone di sempre, quella che vorrei accompagnasse il mio funerale è “Wanderi’n star” cantata da Lee Marvin, la musica che ascolto più volentieri viaggiando è quella di Jim Croce o di Johnny Cash, i film che ho rivisto più volte sono probabilmente Jeremy Johnson di Pollack e tutti quelli di Al Ashby. Voglio dire, è dura sospettare che abbia delle pregiudiziali anti-americane, come si dice dei no-global e di tutti quelli che non amano il presidente Bush. Anzi, non amo il presidente Bush proprio perché amo l’America, o una mia idea dell’America, e lui, insieme a circa duecentottanta milioni di suoi connazionali, me la rovina (come diceva Nicholson in “Easy Ryder”: “questo è un grande paese. Peccato che ci siano gli americani”). No, sul serio: amo l’America perché la mia America è quella che viene fuori da questo scaffale, da questi libri, da centinaia di film e da migliaia di canzoni, e quindi esiste e non me la sono inventata io, e anche se mi stupisce ogni giorno il miracolo di un popolo tanto idiota che produce cose tanto belle (anche quello italiano è idiota, ma si comporta più coerentemente), devo ammettere che è così.

Prendiamo i libri, appunto. Si parte da Washington Irving e da Cooper (ci sono le versioni integrali dei ridotti che abbiamo visto nella tua cameretta, “L’ultimo dei Mohicani” e “La prateria”, altre letture di sogno) per passare poi a Hawthorne e a Poe. Come dire, prendi a caso che va comunque bene, di qui sino in fondo. Mi limito quindi a qualche segnalazione speciale. Ti risparmio quei tomi enormi con su scritto Melville, ma in compenso richiamo la tua attenzione su questo piccolino, dello stesso autore, che ha per titolo “Bartleby lo scrivano”. È una storia assurda e spiazzante, quella di un uomo che ad un certo punto comincia a dire: no. A tutto. Non è un prepotente né una vittima, non è un ribelle né un eroe, ma è incredibilmente saldo nei suoi propositi: è anche molto educato, non urla, non piange, si barrica semplicemente dietro un cortese “preferirei di no”, fino alla morte. Ti sembra un po’ suonato? Tanto suonato? E allora cosa dobbiamo pensare di quelli che avrebbero preferito di no un sacco di volte, ma non l’hanno mai detto, per viltà, per malinteso senso del dovere, per cercare dei compromessi incruenti o per attendere la decorrenza dei termini? Prova a leggerlo, e poi mi saprai dire se continuerà a sembrarti così suonato.

Melville scrive questa storia a metà dell’ottocento. Per trovare un personaggio della letteratura italiana che faccia una cosa simile occorre arrivare sino al Bellodi di Pirandello, ne “Il treno ha fischiato”, che finisce in manicomio e torna praticamente lobotomizzato. Come faccio a non amare quel paese? Tanto più che in quel paese è nato Jack London, che a dire il vero se ne andava appena poteva, e che non ha scritto solo “Zanna bianca” ma anche quei quattro volumi di racconti del grande Nord e di mare, nonché tutti gli altri che vedi lì. E poi c’erano gli umoristi, da quelli caciaroni come Mark Twain a quelli “neri” come Amboise Bierce, che andavano in giro per il mondo e magari denunciavano anche lo sfruttamento bestiale degli abitanti del Congo, oppure sparivano nel nulla durante la rivoluzione messicana. Ti ho citato un solo umorista nella letteratura italiana dell’ottocento? Neanche l’ombra, e di andare un po’ in giro, poi, non se ne parlava. Cerca di capire. I ragazzi americani di cento e passa anni fa leggevano “Huckleberry Finn” e “Tom Sayer”, quelli inglesi “L’isola del tesoro” o “Un capitano di quindici anni”, mentre da noi il massimo della trasgressione era Pinocchio, debitamente castigato dalla vita ogni volta che si allontanava di casa. È andata avanti così da sempre, e questo spiega perché gli altri facevano il Gran Tour prima dei vent’anni e i nostri non vogliono andarsene di casa fino ai quaranta.

Ma torniamo agli umoristi, anzi, ad un particolare umorista che è legato nel mio ricordo ad uno straordinario film natalizio, “Racconti da O’Henry”. Nel film c’era la trascrizione cinematografica di tre o quattro racconti, lo avevo visto proprio una sera di vigilia da mia zia, tra le prime a possedere un televisore in paese. Avrò avuto dodici anni. Vent’anni dopo, quando uscì “Le memorie di un cane giallo”, corsi a cercare quei racconti, e non ne rimasi deluso. Uno di questi, “Il rapimento di Capo Rosso”, ho cercato anche di leggerlo in classe ai miei allievi, rimediando delle figuracce, perché ogni volta nei momenti clou scoppiavo a ridere e dovevo interrompermi. Anche questo te lo prometto per le serate di lettura invernali.

La “generazione perduta” te lascio scoprire da sola. Piuttosto mi piace raccomandarti Ring Lardner, che avevo incontrato casualmente da ragazzino sulle pagine di “Annabella” e ho ritrovato qualche anno fa con una antologia di racconti (“Il meglio di…”). Non è un autore da urlo, è leggero come la Vitasnella ma senz’altro più fresco, e in alcune pagine riesce delizioso. Ma soprattutto è uno degli scrittori di culto di Holden Caufield, e questo basterebbe a giustificarne la lettura.

Holden Caufield è il protagonista de “Il giovane Holden”, di J.D. Salinger. Qui ne trovi una copia, prima edizione italiana, di Einaudi, scovata nell’usato, ma di là ce ne sono altre due, e tre o quattro sono in giro (e probabilmente ci rimarranno). È il libro del quale ho posseduto più copie in assoluto, a parte le “Divine Commedie” rifilatemi dai rappresentanti, e probabilmente anche quello che ho letto più volte. Non so se sia un capolavoro, e francamente non mi importa: so che è stato e continua ad essere una rivelazione per milioni di ragazzi, sia per quelli che già amavano la lettura che per quelli che credevano di non amarla. L’ho usato come specchietto per le allodole con un sacco di studenti, e la percentuale di successi è stata altissima. Senz’altro lo userò anche con te, quindi non sto a raccontarti di più.

Invece voglio parlarti di quegli altri libri di Salinger che vedi in sua compagnia. Il mito di Salinger lo vuole autore di un solo libro, uscito esattamente a metà del secolo scorso con immediato ed enorme successo, e rimasto sino ad oggi figlio unico. Dico sino ad oggi perché Salinger è ancora vivo, anche se è letteralmente sparito dalla circolazione da più di cinquant’anni, e pare che per tutto questo tempo abbia continuato a scrivere senza pubblicare mai nulla. Il paradosso è dunque che oggi ci sono milioni di suoi fanatici ammiratori, me compreso, che non vedono l’ora che tiri le cuoia nella speranza di poter leggere qualcosa di suo. In verità, però, Salinger non ha scritto solo l’Holden: aveva pubblicato ancor prima i “Nove racconti”, che sono, questi si, un capolavoro. Vanno letti a mio giudizio dopo Holden, dopo aver fatto un po’ il palato alla scrittura del nostro, ma garantiscono un tasso di piacere spropositato. Ricordo una studentessa che mi è capitata in casa un paio d’anni dopo la maturità, in crisi di astinenza, scongiurandomi di trovarle qualcosa che le ripetesse una simile emozione. Gli altri due libri che vedi lì, “Franny e Zooey” e “Alzate l’architrave, carpentieri”, sono solo per salingeriani malati, stanno all’Holden come lo Zibaldone sta ai Canti.

 

Per arrivare a Salinger abbiamo però saltato un intero ripiano, quello che ospita la letteratura della prima metà del secolo. Qualche nome, da Fitzgerald a Hemingway, lo conosci o lo conoscerai senz’altro: ma la maggior parte ti rimarranno probabilmente ignoti. Vorrei che questo non capitasse per John Steinbeck, per più di un motivo. Uno dei motivi è di carattere oggettivo: Steinbeck scrive bene, è facile ed accattivante, ti aiuta a leggere. L’altro è decisamente soggettivo: è probabilmente il primo vero scrittore “adulto” che ho incontrato, o meglio il primo che ho letto con attitudine da “adulto”. London e Curwood, e persino Alain-Fournier, li ho letti in fondo come fossero i naturali proseguimenti di Verne e di De Amicis; ma Steinbeck, anche a quattordici o quindici anni, non lo puoi leggere così. Ti mette di fronte al mondo della realtà, anche se te lo racconta con magia. E magicamente ti fa passare dal divertimento picaresco di “Pian della Tortilla” alla denuncia sociale di “Furore” e de “La battaglia”, senza apparente soluzione di continuità.

Subito dopo Salinger, invece, trovi la sezione Kerouac, biografie comprese. Il rapporto che mi lega a Kerouac è complesso, ambiguo. L’ho scoperto l’ultimo anno di liceo, prestato da un compagno e arrivato sottobanco, come fosse un giornalino pornografico. Ho letto “Sulla strada” e ho realizzato che la mia vita era uno schifo, che uno non poteva trascorrere sui libri di scuola il novanta per cento del suo tempo, che ci si doveva muovere, viaggiare. L’estate successiva ero già in giro a fare l’autostop, e intanto mi ero letto “I sotterranei” e “Big Sur”, avevo conosciuto anche Allen Ginsberg e Ferlinghetti e avevo diffuso il verbo di Kerouac in famiglia (guadagnando l’adesione sin troppo entusiasta di tuo zio).

Ho creduto per un sacco di tempo che “Sulla strada” mi avesse cambiata la vita, ma in verità non è stato così. Non sono tipo da on the road, e non lo ero nemmeno quarant’anni fa. Non che non mi piaccia viaggiare, e non che non abbia viaggiato – e persino navigato – alla Kerouac: ma ho sempre avuto un posto dove tornare, non mi sentivo cittadino del mondo ma abitante di un luogo ben preciso, e se poi quello di cui si andava in cerca era la libertà di ubriacarsi o di farsi come cammelli, beh, a me quel tipo di libertà non interessava affatto. Al massimo poteva intrigarmi una certa disinvoltura sessuale (rigorosamente etero, per carità!), ma sotto sotto nemmeno quella, perché il vero sogno è sempre rimasto quello del Grande Amore. Quindi non mi ha cambiato la vita (mentre credo che altri libri lo abbiano fatto), anche se mi ha certamente aiutato a cercare un mio modo più autentico di vivere.

Ho provato anche a rileggerlo, e ti confesso che non ce l’ho fatta. Paradossalmente mi ritrovo di più in “Big Sur” o in altri libri collaterali, che un tempo avevano senso solo in funzione del primo. Mi ha dato l’impressione di qualcosa di datato, come tutto il movimento beatnik, di quelle feste dove tutti sono apparentemente felici e vitali perché pieni d’alcool, ma che il giorno dopo lasciano solo cocci e mal di testa. Finito l’effetto della benzedrina, Jack e Dean e i loro amici continuano a girare a vuoto e finiscono per annegare (letteralmente) in un bicchiere. Con questo, credo che senz’altro lo leggerai, e ti piacerà anche, se lo farai prima dei vent’anni.

Se però vuoi il meglio dello spirito degli anni sessanta non è ai beatniks che devi rivolgerti, ma a Ken Kesey. Il suo è uno strano destino. Dalla sua opera migliore hanno tratto un film talmente bello che ha fatto passare in second’ordine il libro stesso. Ma il libro è veramente strepitoso, si tratta di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, membro del ristretto club di quelli presi in mano e posati solo dodici ore dopo, a lettura terminata (sono quasi quattrocento pagine). Anche questo è da leggere presto, non per rischio di scadenza, ma per cibarsene il prima possibile.

Non darti scadenze nemmeno per gli ultimi libri di questo ripiano, quelli che chiudono la sezione di americanistica (in realtà parleremo ancora di altri romanzi americani, ma più in là, in sezioni speciali). Potrai goderli in qualsiasi momento. Questo piuttosto esile è “Canto della neve silenziosa”, di Hubert Selby jr, e raccoglie quindici racconti. Varrebbe la pena comunque, anche se i livelli sono piuttosto diseguali. Ma almeno tre, e soprattutto quello che dà il titolo al libro, sono degni del miglior Boll o del miglior Salinger. Subito accanto trovi “L’invenzione della solitudine”, di Paul Auster. Due racconti lunghi, il primo, “Ritratto di un uomo invisibile”, di perfezione assoluta, quasi imbarazzante (per me almeno, che non ho saputo scrivere nulla su mio padre). Infine c’è “In mezzo scorre il fiume”, di Norman MacLean. L’ho messo accanto a quello di Auster perché mi aiuta a mitigare un po’ l’imbarazzo, dal momento che l’autore l’ha pubblicato a settantaquattro anni, come opera d’esordio (e rimasta anche unica, perché è scomparso poco dopo). Mi aiuta a credere che in fondo ci sia sempre tempo, se uno ha voglia di raccontare qualcosa – il problema è: ce l’ho questa voglia?

Riflessione: mentre ti stavo presentando questi libri mi rendevo conto sempre più nitidamente che le americanate che non sopporto sono solo una degenerazione dell’americanismo che amo, non una cosa diversa. È che gli americani hanno bisogno di fare sempre le cose in grande, il loro è il regno della quantità, e quindi se fanno un viaggio coast to coast viaggiano per tremila chilometri, mentre se lo facciamo noi, Tirreno-Adriatico, nel punto più largo, non sono neanche trecento. Kerouac qui da noi sarebbe finito a Rimini, altro che Kansas city o San Francisco. Ora, fino a che tutto questo rimane nei confini già ampi delle dimensioni reali, è americanismo, prevalenza del senso dello spazio (e quindi della superficie e della quantità) su quello del tempo (che non hanno alle spalle, e che è profondità e qualità): quando viene invece ancora dilatato dagli effetti speciali, di tutti i tipi, compresa la mano sul cuore al canto dell’inno, allora è americanata. Non hai capito? Hai tempo, tu sei italiana; capirai, spero.

Letterature: gli inglesi

Lasciati gli americani rimangono, last, but not least, i loro cugini inglesi. Mi accorgo solo adesso che la letteratura inglese è quella che occupa il maggior numero di ripiani. Così su due piedi non saprei dartene una spiegazione. È evidente che gli inglesi hanno scritto molto di più rispetto ai rumeni o agli estoni, proporzionalmente e in assoluto: ma qui sono rappresentati in misura doppia anche rispetto ai francesi, ai russi, ai tedeschi e agli americani. E questo non è più un rapporto proporzionalmente oggettivo, dice di preferenze e di interessi soggettivi.

La mia consuetudine con la letteratura inglese è indubbiamente remotissima, dura ormai da cinquant’anni. Come già ti dicevo i classici per la gioventù me li sono fatti tutti (tranne Peter Pan, ora che ci penso: chissà perché nessuno ha mai pensato a regalarmelo. O forse ci hanno pensato, e poi han ripensato bene?) e probabilmente la spiegazione sta proprio lì. Nessun’altra letteratura offre tanti spunti e occasioni diverse per fantasticare (e per innamorarsi quindi dei libri) ai fanciulli e agli adolescenti. Ma c’è dell’altro. Con gli inglesi sei da subito in bilico tra la letteratura giovanile e quella adulta, anzi, entri immediatamente in quest’ultima perché leggi cose scritte per adulti ma facilmente riconducibili alla misura di un ragazzo. Uno dei primi libri che ho letto si intitolava “Racconti da Shakespeare”, erano riduzioni a novella delle sue tragedie. I contemporanei italiani di Shakespeare si chiamano Tasso e Marino: al di là del fatto che sfido chiunque a ridurre l’”Adone” per i ragazzi, se mai lo si fosse fatto per la “Gerusalemme liberata” (e comunque sarebbe risultato altrettanto difficile) si sarebbe gridato allo scandalo. Non parliamo poi de “I promessi sposi”!

Gli inglesi invece scrivono Kim e Alice nel paese delle meraviglie, che puoi leggere con eguale soddisfazione a dieci o a sessant’anni, o le storie dei cavalieri della Tavola Rotonda, o le avventure di Robinson Crusoe e di Oliver Twist. Sono libri che non ti senti in dovere di nascondere, appena accedi alla letteratura adulta, come accade invece con Salgari, perché non sono bollati come appartenenti a generi “minori” o marginali. Fanno parte integrante della letteratura di quel paese, ti accompagnano nella tua maturazione lungo un percorso ininterrotto sui sentieri della fantasia. Nelle scuole inglesi degli anni cinquanta e sessanta i miei coetanei leggevano Kipling, Conan Doyle, Stevenson: a me, se mi trovavano sotto il banco un romanzo di Scerbanenco, mi cacciavano dalla scuola.

Vedi Elisa, torna in ballo la questione che abbiamo già affrontato a proposito della poesia: ci sono popoli che hanno saputo coltivare il piacere della cultura, del farla come del consumarla, ed altri che ne hanno invece sempre riverito e sofferto il “peso”. C’entrerà la religione, o il clima e gli inverni lunghi, non lo so: sta di fatto che l’ultimo libro di poesie di Tom Hugues ha venduto in sei mesi seicentomila copie, mentre “Ossi di seppia” non le ha vendute in ottant’anni.

Nei confronti della letteratura inglese non c’è stata quindi una vera e propria “scoperta”, ma un passaggio graduale e conseguente. Forse potrei far coincidere l’ingresso nella fase totalmente “adulta” del rapporto con la lettura de “Il ritratto di Dorian Grey”, che mi ha preso a dispetto dell’inconsistenza della storia, per puro innamoramento dello stile e dell’arte del paradosso. Non so quanto abbia retto il romanzo a questi ultimi quarant’anni: ogni tanto c’è qualche studente che me lo chiede, forse perché intrigato dalla fama di libro un po’ “scandaloso”, ma quando lo riportano non vedo brillare nei loro occhi nessuna scintilla di entusiasmo. Io ormai non lo ricordo nemmeno più, ma ricordo che lo snobismo di Wilde, il suo culto dello stile, una qualche impressione deve avermela fatta, se mi ha spinto a leggere poi con gusto anche tutto il suo teatro, nonché i saggi (tra i quali è godibilissimo, e quanto mai attuale, “La decadenza della menzogna”).

Questa dello stile, di vita intendo, oltre che letterario, è una fissazione comune un po’ a tutti gli autori inglesi, non solo a Wilde. E forse questa è l’altra spiegazione del primato della presenza inglese nei miei scaffali. Vedi, io ho vissuta nella fanciullezza un’intensa militanza da chierichetto, precettata da tua nonna ma anche in parte sentita. Per cinque o sei anni ho sbaragliato la concorrenza nelle classifiche a punti del servizio, per poi, quando la superiorità era ormai manifesta e schiacciante, perdere inesorabilmente la fede. Non è stato facile, non tanto resistere alle pressioni materne, quanto imparare a convivere con principi che ormai si erano radicati, ma che non avevano più nessuna giustificazione in un quadro morale ben definito. Dovevo costruirmi un’etica, non mi bastava più De Amicis e non potevo certo chiedere soccorso a Pellico o Manzoni. Quelli giusti erano Conrad e Kipling, insieme magari a London. L’etica del dovere e della solidarietà, e l’orgoglio della solitudine. Guarda che non so scherzando: probabilmente sono state più che altro delle conferme, trovavo lì la perfetta corrispondenza con ciò che sentivo, ma è indubbio che hanno contribuito a rafforzare le mie inclinazioni (e diciamo anche le mie manie: dopo aver letto Lawrence d’Arabia spegnevo i cerini e le candele con i polpastrelli delle dita, per temprarmi a resistere alla tortura).

Sono molti, in effetti, gli autori inglesi che vale la pena conoscere: praticamente tutti quelli che trovi qui, più gli altri distribuiti nelle sezioni “speciali”. Messi assieme occuperebbero un intero scaffale, da cima a fondo (ma è anche da dire che quattro o cinque come Dickens o Conrad, o come Kipling e Stevenson, per non parlare di Shakespeare, portano via da soli tre quarti dello spazio, soprattutto se si ha la pretesa di raccogliere praticamente tutto quel che è stato tradotto). Non è certo il caso che te li presenti uno ad uno: quando arriverà il momento incontrerai quelli giusti, si faranno avanti da soli. Al più posso segnalarti qualche lettura particolare, di quelle meno scontate. Ad esempio questo libretto di Kipling, “Qualcosa di me”, dove viene rievocata un’infanzia prima favolosa (è nato in India) e poi tristissima (è stato spedito a sei anni a studiare in Inghilterra), ma dove si capisce soprattutto perché un poeta inglese che canta l’imperialismo rimane un poeta, mentre un italiano che fa altrettanto (pensa a D’Annunzio) diventa un trombone. Anche Stevenson ha scritto cose “minori” simpaticissime: il suo “Viaggio nelle Cevennes in compagnia di un asino” mi aveva quasi convinto a recuperare un mulo dell’esercito per farne un compagno di escursioni. E poi c’è Jerome, “Tre uomini in barca”. Una volta era considerato un classico dell’umorismo, oggi, per palati educati alla comicità demenziale, potrebbe avere un sapore di stantio. Ma non è così: prova a godertelo nelle condizioni giuste, sotto un albero in aperta campagna, lontano da televisione e walkmen, e riassaporerai il gusto perduto della finezza (anche qui, è questione di stile).

Naturalmente, le donne. Ci stavo arrivando. Nella letteratura inglese non si può prescindere dalla scrittura al femminile, nemmeno io ho il coraggio di farlo. Sono passato per la Mary Shelley, per le Bronte, per Jane Austen, per la Barrett, su su fino ad arrivare alla Mansfield e a Virginia Woolf (e poi basta, però. Le voci femminili importanti sembrano fermarsi agli anni venti. Deve essere accaduto qualcosa alle donne inglesi). Beh, queste devi leggertele tutte, non si scappa. Magari scegliendo, “Senso e sensibilità” ad esempio, o “Jane Eire”, se vuoi farti un’idea. E per entrare in argomento puoi iniziare con “Flush”, della Woolf, e proseguire subito dopo con “Una stanza tutta per me”, che della scrittura al femminile è un po’ il manifesto.

Io non credo di essere il lettore più adatto a cogliere tutte le sfumature di una sensibilità femminile (te n’eri già accorta? Meglio così), per cui se mi chiedi cosa mi attiri veramente in queste autrici temo di darti delle spiegazioni deludenti. Ho l’impressione che tutte queste storie, anche quelle apparentemente più pacifiche della Austen, siano in realtà tese come corde di violino, giocate su un minimalismo dei fatti e un massimalismo della loro interpretazione che nella scrittura maschile sono assenti. Le storie al maschile sono più piane, più distese, anche quando sono infarcite di massacri e violenze e peregrinazioni: in quelle femminili il massacro è continuo, sottile, apparentemente incruento, la tensione non cade mai. E questo mi piace, lo capisco fino ad un certo punto, cioè capisco fino ad un certo punto come si possa vivere e pensare così, ma letterariamente mi piace.

Per questo mi piace molto anche un autore come E.M. Forster, perché ha una sensibilità molto prossima a quella femminile, ed è uno dei pochi (assieme a Flaubert e ad Henry James) in grado di rappresentare uno sguardo femminile sul mondo (se poi ci riesca davvero, ripeto, non lo so. A me pare di si). Prova a leggere “Camera con vista”, tra qualche anno, e magari ne discuteremo. Ma mi rendo conto che sono le chicche quelle che aspetti. Allora, salta quei venti volumi di Conrad (nel senso non di scartali, ma di acquistali in blocco), mettendo magari da parte per un primo assaggio “I duellanti” (di là c’è anche la videocassetta del film che ne hanno tratto, può essere interessante, dopo) ed estrai quel libricino azzurro. Si, sono poesie, il titolo è “Grazie nebbia”, il poeta è W.H. Auden. Scegline una a caso, e prendi a metà: “Ma il Tempo, il dominio dei Fatti / richiede una Grammatica complessa / con molti Modi e Tempi / e in primo luogo l’Imperativo. / Noi siamo liberi di sceglierci la strada / ma scegliere dobbiamo, non ha importanza / dove conduca, e le storie che raccontiamo / del passato hanno da essere vere.” Hai capito? Via, non pretendiamo troppo, intendevo dire se hai capito perché mi piace: perché dice le cose più vere con le parole più semplici. Lì accanto ci sono gli altri volumi delle sue poesie “La verità, vi prego, sull’amore” e una raccolta antologica. Quando dovessi chiederti se esiste e cos’è la poesia, aprine uno.

Auden ha combattuto in Spagna, al tempo della guerra civile, nelle Brigate Internazionali. C’era anche Orwell in quelle brigate, come militante anarchico, mentre Auden era comunista. Orwell è famoso per “La fattoria degli animali”, che puoi leggere anche subito, e per “1984”, che ti consiglio di affrontare più in là. Ma qui ci sono anche i suoi saggi, “Sul leggere”, “Sullo scrivere”, “Sul chiedere e sul non chiedere”, “Sul vivere e sul morire”, raccolti sotto il titolo “Nel ventre della balena”. In realtà non sono veri e propri saggi, sono raccontini autobiografici di fattura squisita e di eccezionale sostanza etica, come l’autore, del resto.

Io in genere non riesco a fare distinzione tra l’autore e l’opera. Dicono che non è giusto, che occorre leggere senza condizionamenti biografici, che se la mettiamo così anche Leopardi era un golosone e Foscolo uno sciagurato e Salgari si perdeva se usciva da Verona: ma non è a queste stupidaggini che mi riferisco, anzi, le trovo gustose. Voglio coerenza nelle cose importanti. Se uno scrive l’”Emilio” e manda cinque figli a morire al brefotrofio, ho delle difficoltà a dargli credito. Se uno (come Sartre) che non ha mosso un dito per gli ebrei durante l’occupazione nazista si riscatta, dopo la guerra, con un saggio sull’antisemitismo, e dopo aver attaccato nella maniera più feroce Koestler e Camus perché antistalinisti si scopre libertario nel ’68, quale obiettività è possibile? Si salta a piè pari. Bene, Orwell è tra quelli che dimostrano che la coerenza è possibile, e che è quindi giusto pretenderla.

Un’eccezione però riesco a farla. Per Chatwin. Come uomo Chatwin doveva essere di un’antipatia unica, l’ultima persona che vorresti avere come compagno di viaggio. Ho dovuto interrompere la lettura di una sua biografia (tra l’altro, scritta da un certo Nicholas Shakespeare) per eccesso di avvilimento. Ma come scrittore, di viaggio e non, è superbo. “Utz” e “Sulle colline nere” sono due gioiellini, il secondo non sfigura accanto ai libri di Thomas Hardy. È possibile che io non sia granché obiettivo nel giudizio, ma in senso favorevole all’autore, perché c’è di mezzo anche un mio diritto di prelazione: credo di essere stato uno tra i primissimi a leggere in Italia il libro che lo ha reso famoso, “In Patagonia”, subito dopo l’editore e i correttori di bozze, e per qualche mese ne ho tenuto l’esclusiva. E sai quanto godo di queste cose!

Sono arrivato piuttosto tardi invece a “Il signore degli anelli”. Tardi, ma sempre con largo anticipo sulla cultura di sinistra, che per anni lo ha ostracizzato o ignorato e poi ne ha conteso il culto alla destra. Tardi, ma d’un fiato. Neppure tu, con le tue innate doti di pervicace rompiballe, saresti riuscita a distrarmi quando ho cominciato il viaggio con Gandalf e Frodo Baggin. Spero che l’aver visto il film non ti dissuada, come mi sembra stia accadendo ad un sacco di ragazzi. Sono millecinquecento pagine, ma quando arrivi in fondo avresti solo voglia che fossero il doppio.

Tra l’altro, sempre a proposito di coerenza, nello scaffale opposto, dove arriveremo più tardi, c’è un librone di Humprey Carpenter, “Gli Inklings”. È una sorta di biografia collettiva di un gruppo di amici, tra i quali lo stesso Tolkien, C. S. Lewis, Charles Williams, tutti docenti ad Oxford negli anni Venti e Trenta, raccolti in circolo informale sotto il nome appunto di Inklings, che invece di cacciarsi le dita negli occhi a vicenda come in genere avviene nell’ambiente universitario si trovavano tutti i giovedì sera per discutere, leggere ciò che avevano scritto in settimana, farsi qualche bicchiere di Porto o di scotch. Quando uno di loro doveva tenere qualche conferenza nelle città vicine era una festa collettiva: partivano a piedi nel week-end, arrivavano a farsi anche cento chilometri, con frequentissime soste nelle osterie sul cammino, tornavano alla stessa maniera e riprendevano il loro lavoro accademico. Dove sta la coerenza? Nell’amicizia Elisa, nella capacità di non sacrificare l’amicizia alla loro professione o alla loro vocazione di scrittori. Non sapevo nulla di tutto questo quando ho letto “Il signore degli anelli”, ma non potevo fare a meno di accorgermi che chi scriveva conosceva davvero il valore dell’amicizia.

Gli Inklings sono diventati anche il modello per un’esperienza personale di questo tipo. Per qualche anno, poco prima che tu nascessi, è esistito un gruppo di amici che si ritrovava a cenare ritualmente, quasi ogni settimana, al nostro capanno, e tirava tardi discutendo di cinema e di politica, facendo pettegolezzi e progettando escursioni, mettendo in cantiere mostre e redigendo riviste. L’unica cosa in comune con gli Inklings era probabilmente il tasso alcolico, ma i “Viandanti delle Nebbie” hanno corrisposto ad uno dei periodi più autentici della mia vita. Il gruppo, come motore di iniziative, non esiste più, ma gli amici sono rimasti: e a tenerli legati è, ancora e sempre, il comune amore per la letteratura.

E adesso chiudiamo, perché bisogna pur arrivarne ad una e perché ho bisogno di una pausa per il caffè. Non prima però di averti fatto notare questo libretto di racconti di Alan Sillitoe, “La solitudine del maratoneta”. Negli ultimi vent’anni credo lo abbiano letto solo i miei studenti, non lo trovo citato in alcuna antologia o bibliografia sulla condizione adolescenziale. Ma è perfetto, nella sua secchezza, nella capacità di evocare il peso di una condizione carceraria senza ricorrere a trucchi granguignoleschi, nel gesto finale autolesionistico di dignità e di coerenza. Malgrado il traino di un film altrettanto bello che ne è stato tratto, qui da noi non ha avuto una grossa fortuna nemmeno negli anni della contestazione. Troppo inglese, troppo elegante, troppo aristocratica come etica, evidentemente.

3) ALTRE LETTERATURE

Moderni e postmoderni

Per proseguire la ricognizione sulle letterature dobbiamo ora spostarci nel tinello. È il territorio più recentemente aperto all’inarrestabile invasione dei libri, fresco di conquista e di scaffali assemblati su misura. L’occupazione del tinello ha risolto un enorme problema logistico, perché nello studio era ormai diventato impossibile muoversi e raccapezzarsi, ma ne ha creato in compenso uno psicologico. Se è infatti piacevole ritrovarsi comunque in compagnia dei libri, passando da un locale all’altro, mi crea tuttavia un po’ di angoscia, quando sono qui, l’idea che la gran parte dei miei libri è di là, non averla sott’occhio e sotto diretto controllo. Non fare commenti, mi rendo conto benissimo che è una sindrome maniacale avanzata, e intravedo il rischio di trascorrere la mia vecchiaia deambulando da una stanza all’altra: ma sappi che c’è di peggio, perché coltivo da anni il progetto di abbattere un paio di muri e di unificare il tutto.

 

Per il momento mi limito ad applicare anche in questo ambiente le norme d’arredo spartane del bibliomane. Un paio di riproduzioni da Friedrich, un divano che arriva direttamente dall’arca di Noè, il grande tavolo centrale che usi per disegnare e quello più piccolo, contro il muro, che ingombri con le tue carabattole. Il resto dello spazio è occupato da due scaffalature a soffitto, una distesa lungo l’intera parete di fondo, l’altra sacrificata tra la porta d’ingresso e quella che immette nella cucina. Nella rimanente metà della parete, verso la finestra, ci sono due vetrinette contenenti libri antichi. L’unica concessione al superfluo è costituita da sei soldatini di gesso, come quelli che possedevo un tempo, indiani Abenaki o Penobscot, con l’acconciatura all’irochese, per intenderci, distribuiti qua e là a guardia degli scaffali. Li ho desiderati da quando avevo sei anni, pensavo in realtà che nemmeno esistessero, li ho trovati quasi a sessanta in un incredibile bazar del tipo “tutto a un euro”. Come dire, anche i sogni più assurdi a volte si avverano. O forse, solo quelli.

Il tutto risulta accogliente e funzionale, almeno per me; ma vedo che anche gli amici, quando vengono a cena, si trovano perfettamente a proprio agio e nell’attesa, invece di intralciare il mio lavoro ai fornelli, si dilettano a curiosare tra i titoli (e giocherellano con i soldatini).

 

I primi scaffali nei quali ci imbattiamo, vicino alla porta d’ingresso, ospitano gli autori italiani che non hanno trovato posto nello studio. È tutta letteratura del ‘900, in parte canonica (c’è persino Moravia), ma per lo più corrispondente a scelte e gusti molto personali. Non è una sezione particolarmente ricca, e non è certo una di quelle che caratterizzano la mia biblioteca. Negli ultimi tempi mi sono alquanto disamorato della letteratura in genere e di quella italiana in particolare, probabilmente per una saturazione indotta da trent’anni di insegnamento, ma anche perché trovo che offra poco di nuovo. Solo il tam tam degli amici mi consente di leggere ogni tanto le cose giuste: in mezzo alla straripante produzione letteraria attuale non è facile districarsi, e a differenza di quanto accade per la saggistica qui i percorsi non si impongono da soli.

Ciò non toglie che anche questo scaffale possa riservarti delle sorprese piacevoli: ci sono ad esempio dei piccoli classici “sempreverdi” come “Lessico familiare” di Natalia Ginzburg, “Le redini bianche” di Quarantotti Gambini, “L’isola di Arturo” della Morante, insieme ad altre cose che potrai leggere ed apprezzare già tra qualche anno. Oppure ci sono opere di Cassola, di Bigiaretti e di Bilenchi, anch’esse adatte ad una lettura precoce ma che vanno gustate al tempo giusto, possibilmente durante le vacanze estive, perché non meritano la reazione di rigetto che di solito la scuola induce. Sarei tentato di segnalarti anche i libri di Tondelli (non tutti, ma senz’altro “Un Week end postmoderno”) e poi narrazioni legate all’ambiente scolastico, come “Registro di classe” di Sandro Onofri e “Il supplente” di Fabrizio Piccinelli, o altre ancora accomunate dal ricordo nostalgico di luoghi, epoche e atmosfere di un passato più o meno prossimo, come le “Memorie lontane” di Guido Nobili, le “Cronache epafaniche” di Francesco Guccini o “La vita in campagna” di Bino Samminiatelli: ma nel mio gradimento gioca molto in questo caso la consonanza con esperienze personali, e ritengo quindi improbabile che queste letture possano trasmettere a te le stesse emozioni.

Lascia dunque che sia io a crogiolarmi nella nostalgia e goditi invece il divertimento allo stato puro garantito da Stefano Benni. Ci sono i suoi primi racconti, quelli di “Bar sport” e de “Il bar il mare”, che lo hanno consacrato tra gli autori di culto della generazione di mezzo tra la mia e la tua, assieme al romanzo “Terra” e alle poesie di “Prima o poi l’amore arriva” (cose tipo: “La giraffa ha il cuore/ lontano dai pensieri/ si è innamorata ieri/ e ancora non lo sa”). Ho cercato di diffonderlo tra gli studenti leggendo in classe i brani più spassosi, nella vana speranza che per qualcuno fosse fonte di ispirazione nonché di stile, perché ero stufo di correggere compiti banali e scorretti. Oggi non ci provo nemmeno più, un po’ per scoraggiamento, un po’ perché credo che anche lui abbia fatto il suo tempo. La verità è che non ho neppure letto i suoi ultimi libri, e forse sono io a non aver più testa a prendere il mondo troppo in ridere.

 

Questo dell’umorismo è un tema che merita un minimo di riflessione. Tu sei nata in un’epoca in cui non si sa più nemmeno ridere, giustamente, da un lato, perché con questi chiari di luna c’è poco da stare allegri, ma anche, all’opposto, perché c’è troppa voglia di divertirsi e di divertire a tutti i costi. Bada che non ho nulla contro l’umorismo, e che anzi considero la capacità di prendere le cose con ironia e distacco il primo e fondamentale segno di intelligenza. Ma è proprio per questo, perché associo la risata e il sorriso all’intelligenza, che non sopporto di vederli usurpati dall’imbecillità. L’umorismo nasce dallo stare al di sopra delle cose, il resto, lo sganasciamento compulsivo e forzato, scaturisce dall’esserne irrimediabilmente schiacciati. Vorrei che imparassi a distinguerli, e ho buone speranze, perché già dai l’impressione di preferire la comicità sottile delle parole, delle battute pungenti, magari più sarcastiche che ironiche, a quella sguaiata dei gesti o del linguaggio demenziale.

I titoli che possono soddisfare una voglia di umorismo intelligente li trovi sparsi qua e là, non li ho raccolti in una specifica sezione. Oltre i già citati Jerome, O’Henry e Pennac ci sono ad esempio Mark Twain e Amboise Bierce per l’ottocento, Wodehouse, Richard Powell e “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” per il novecento, tutte cose che puoi cominciare a leggere in pratica da domani. In una delle storie di Wodehouse c’è persino un gangster che si chiama Joe Repetto, incredibilmente imbranato e pasticcione. In “Vacanze matte” di Powell ci sono invece due terribili gemelli che sconfiggono sia il governo degli Stati Uniti che una banda di malviventi, sullo stile di “Mamma, ho perso l’aereo”. Più avanti, ma non molto, potresti dilettarti con “La zia Julia e lo scribacchino” di Vargas-Llosa, con l’esilarante “Comma 22” di Heller e con le storie strampalate di Woody Allen. Ci sono anche altri italiani, ad esempio Domenico Starnone, che in “Fuori registro” e “Ex cathedra” parla di scuola, ma in termini che senz’altro non ti annoieranno. Per dimostrarti che non sono prevenuto cito persino un’autrice, Carmen Covito, con “La bruttina stagionata”: magari da leggere un po’ più in là, quando sarai abbastanza matura da gustare anche i “Racconti umoristici e satirici” di Boll o “Il lavoro culturale” di Bianciardi, dei quali ti ho già parlato.

Infine, se imparerai il latino potrai assaporare la quinta satira di Orazio, quella del seccatore. Solo in latino, perché nella traduzione si perde il novanta per cento del gusto comico. L’estate dopo la maturità portavo Orazio anche al fiume, lo rileggevo e scoppiavo a ridere, alla faccia della lingua morta. Gli amici davano un’occhiata al libro, bagnavano un asciugamano e me lo avvolgevano attorno alla testa. Non sapevano cosa si stavano perdendo. Ma temo che non lo saprai nemmeno tu: quindici anni di riforme scolastiche hanno fatto più danni di venti secoli di storia.

 

Se invece non sei dell’umore e preferisci una via di mezzo tra il disimpegno e la serietà ci sono alcuni autori il cui successo è molto televisivo, non soltanto nel senso che compaiono più o meno frequentemente in televisione ma perché si sono conquistati un fascia di pubblico che ha un’educazione multimediale, l’abitudine ad un particolare linguaggio, magari anche colto, ma tagliato sui ritmi e sui modi della recitazione in telecamera. Ci metto dentro personaggi come Aldo Busi, o come Alessandro Baricco, la cui scrittura ricorda un po’ la cucina cinese, molto scoppiettante e accattivante, ma che quando esci ti lascia insaziato, e ti ritrovi a desiderare un panino. È un po’ la sensazione che patisco in tutta la letteratura contemporanea.

Baricco costituisce un caso a parte, perché comunque lo stimo una persona più intelligente dei libri che scrive. Dopo un’effimera fiammata nei primi anni ’90, con “Oceano mare” e “Castelli di rabbia”, è poi scaduto a parodia di se stesso, tanto da riverberare all’indietro, sulle sue prime opere, l’inconsistenza delle ultime. Ma di suo devi leggere almeno “Barnum”, una raccolta di scritti per una rubrica che compariva il mercoledì su “La stampa”, nei quali ha dato forse il meglio.

Visto che difficilmente ti porterai le “Satire” di Orazio al fiume, puoi portare questi. Sono letture balneari, consentono di leggere ogni tanto qualche battuta anche alle amiche e di essere sicura che la capiscano. In caso di depressione non grave, infine, da lettura un po’ più solitaria, c’è Andrea De Carlo. Non può fare danni, è omeopatico.

 

Spostandoci di un solo ripiano verso il basso cambiamo del tutto atmosfera e livello di consistenza, perché finiamo nella la memorialistica di guerra e concentrazionaria. L’accostamento non è granché appropriato, ma non penso ti disturbi più di tanto. Per questa sezione il problema potrebbe essere piuttosto quello dell’appartenenza o meno alla letteratura, se si tratti cioè di opere letterarie o di documenti storici, o di qualcosa che sta a metà. Io credo ci siano dei casi nei quali la pregnanza stessa delle cose raccontate liquidi ogni dubbio, sempre che abbia un senso porsi la questione. Se un libro mi trasmette delle emozioni, oltre che fornirmi delle conoscenze, sta di diritto nella letteratura. Si da poi il caso che quelli che trovi qui, anche se non arrivano tutti ai livelli letterari di Primo Levi, di Solzenicyn o di Jean Amery, sono scritti in maniera particolarmente efficace, perché quando hai da dire cose davvero importanti la forma è dettata direttamente dalla verità, perlomeno da quella delle tue emozioni. Tra i tanti mi limito a segnalarti Livio Bianco e Nuto Revelli. Bianco l’ho scoperto per via del rifugio a lui dedicato in val di Gesso, nelle Alpi Marittime, un luogo di sogno dove prima o poi ti porterò. Era un partigiano e un alpinista: ha salvato la pelle durante la Resistenza, l’ha poi lasciata in un incidente sulle sue montagne. Il suo “Guerra partigiana” è la riprova di quanto ti dicevo prima. Non c’è bisogno di molte parole per raccontare la guerra: bastano quelle giuste. Leggi un paio di poesie di Ungaretti, “Veglia” ad esempio, e ti ci trovi immersa dentro.

Il che non significa che, letto uno di questi libri, si possano dare gli altri per scontati. Al contrario, la guerra la combattono gli uomini e ognuno ci porta la sua umanità, la sua storia, i suoi affetti, le sue paure. Se riesce anche a riportarli a casa assieme alla pelle, dopo, la sua guerra l’ha vinta. È importante leggere e rileggere queste cose, viste e raccontate da angolazioni e da esperienze diverse, proprio per ricordare che sono uomini quelli che combattono e che soffrono, e non abituarsi all’arida contabilità delle cifre.

Durante uno degli ennesimi pellegrinaggi al rifugio intitolato a Livio Bianco ho avuto modo di incontrare personalmente Revelli, che già conoscevo come autore, e da allora credo di poter dire di essere stato onorato della sua amicizia. Era davvero un uomo formidabile, sdegnoso e intollerante nella misura giusta, ostinato nella verità e sincero negli affetti. È sufficiente che tu legga “La guerra dei poveri” per sincerartene, ma ho anche un paio di videocassette che ne trasmettono egregiamente il carattere e la determinazione.

 

So bene, Elisa, che non lo farai; so che non avrai mai il tempo, quand’anche ci fosse la voglia, per andare a ripescare tutti questi personaggi e le loro opere. Ed è proprio per questo che te ne parlo, che insisto a soffermarmi su di loro. Voglio che tu sappia, almeno, che ci sono stati, ci sono e si spera ci saranno ancora degli uomini capaci di giocarsi la pelle in nome della dignità, capaci di affermare senza grandi strombazzamenti, solo con la coerenza e la fermezza del loro comportamento, il valore prioritario della libertà. Tu sai che non mi piace la retorica e che tendo a ironizzare su tutto, sin troppo; ma su questi uomini, così come su Gobetti, sui Rosselli, su Leone Ginzburg, su tutti gli antifascisti e i resistenti di ogni tempo e paese le cui opere e biografie incontreremo tra poco nello studio, non tollero alcun tono leggero, alcun dubbio o, peggio ancora, la cortina di silenzio dietro la quale si tenta di farli sparire. Sono figure scomode, perché sono la dimostrazione concreta che ad ogni forma di oppressione, di violenza e di ingiustizia ci si può ribellare, e che non nessun alibi vale a giustificare la resa. La loro scelta si chiama eroismo, senza mezzi termini, e se pure non è necessario né pensabile che tutti debbano essere eroi, è almeno giusto che quelli che lo sono vengano riconosciuti come tali. E bada che il loro eroismo non è legato alla prigionia, alle torture, in molti casi al martirio, queste cose attengono ad una contingenza storica, ma alle motivazioni della scelta e alla determinazione nel portarla avanti. Di tutto questo tra un po’ riparleremo più diffusamente, ma voglio sperare ti sia accorta che in realtà ne stiamo parlando sin dall’inizio.

 

Adesso cambiamo invece addirittura scaffale e passiamo a quest’altro accanto, più largo e colmo di libri dai dorsi vivaci. Qui si trova quella che un tempo era classificata come letteratura d’appendice, che più recentemente è stata ribattezzata “di genere” e che infine è stata accolta ufficialmente nel giro che conta: ovvero la giallistica, l’horror e la fantascienza. Paradossalmente, a dimostrazione che non sono le patenti a fare la qualità, le cose migliori in tutti e tre i generi sono state scritte quando questi non avevano cittadinanza negli scaffali delle biblioteche serie, e chi leggeva i Gialli Mondadori o quelli Garzanti con la copertina rigida nera li teneva negli scatoloni o nel ripostiglio. I miei li trovi in un’altra camera, ma per motivi di spazio, sono centinaia, e perché le cose migliori sono state ristampate in altre collane.

Non ho mai nutrito una passione specifica per il gotico o per la fantascienza, né in letteratura né al cinema. Mi considero un minimalista della fantasia, non nel senso che ne ho poca, anzi, ma perché preferisco esercitarla sul concreto, sul piccolo. Questo non mi ha impedito naturalmente di raccogliere un buon numero di “classici” dei due settori e di apprezzare quelle opere che per le tematiche o per la qualità della scrittura uscivano dalla nicchia specialistica. Credo ad esempio che antologie come “Il breviario del brivido” e “Universo a sette incognite” raccolgano alcuni tra i più bei racconti mai scritti, da “Il giorno dei trifidi” a “Il terrore della sesta luna”.

La fantascienza mi ha intrigato comunque molto più per la sua parentela con la letteratura utopistica e per la capacità di leggere in profondo ciò che fermenta nel presente che per gli stilemi suoi propri. È la ragione per cui agli scrittori alla Asimov, che narrano cicli di fondazione e imperi galattici, preferisco quelli più inquietanti, come Ballard e Philiph Dick, che possono essere classificati tra i distopisti, i profeti di sventura. (Ballard ha anche scritto un romanzo bellissimo e amaro sulla sua detenzione in un campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale, “L’impero del sole”). Prova a leggere tra qualche anno, ad esempio, “Il vento dal nulla” o “Condominium” di Ballard, o ancora, un po’ più in là, “La svastica sul sole” di Dick e “I reietti dell’altro pianeta” di Ursula Le Guinn. Ti renderai conto che la fantascienza non ha a che vedere solo con i marziani, ma anche con i lunatici, i quali sono già qui e hanno invaso la terra, e non hanno la pelle verde ma bianca o rossa o nera o gialla, proprio come quella dei terrestri. Che gli alieni, in sostanza, e i peggiori nemici di noi stessi, siamo noi.

Per quanto riguarda invece l’horror o “romanzo nero”, potresti iniziare classicamente l’apprendistato con i racconti di Poe, oppure risalire ancora a ritroso, fino a “Il monaco” di Mattew Lewis e ai grandi romanzi gotici, e passare poi per “Frankenstein” di Mary Shelley. Qui sono raccolti anche tutta una serie di notevoli autori dell’ottocento, come Bram Stocker, quello di “Dracula”, o Artur Machen: ma c’è soprattutto Lovecraft.

Il mondo di Lovecraft non è certamente consigliabile per una fanciulla dal palato delicato, pieno com’è di creature viscide e puzzolenti, verdastre e impiastrate di mucillagini varie: ma conoscendoti una certa propensione per le schifezze e una notevole solidità di stomaco penso potresti esserne conquistata. Se devo confessarti la verità non ho mai trovato una lettura di questo tipo che mi procurasse qualche brivido, neppure quando giovanissimo leggevo i racconti dell’orrore di Poe: ripeto, mi fa molto più inorridire la quotidianità della cattiveria e dell’ignoranza, l’idea del male visibile e tollerato che circola alla luce del giorno.

Credo di essere stato vaccinato contro le paure del buio, dell’invisibile e del misterioso da un’efficace terapia d’urto infantile. Dall’età di sette anni ogni sera, dopo cena, mi sono trasferito dal retro-cucina della bottega di ciabattino del nonno Menego, al centro del paese, in questa casa vecchia, enorme, isolata e, tranne che da noi, totalmente disabitata. Salutavo i miei che si fermavano a lavorare sino a tardi, davo la mano a mio fratello, che aveva tre anni, percorrevo i cento metri che separavano le due abitazioni, passavo per il cortile deserto e salivo le quattro rampe di scale al buio, perché l’impianto elettrico risaliva all’ottocento e non ha mai funzionato, trattenendo letteralmente il fiato e aspettandomi ad ogni svolta qualche terribile apparizione. Una volta in camera ci infilavamo veloci sotto le coperte ed attendevamo che arrivasse mia madre, al buio, con gli occhi spalancati e le orecchie tese agli incredibili rumori che provenivano da quei muri secolari e dagli infissi fatiscenti, scivolando poi pian piano nel sonno a dispetto della paura. Ti assicuro che dopo un paio d’anni di questa cura ero in grado di dormire tranquillo anche in un cimitero. Questo spiega la mia scarsa sensibilità al sottile piacere del brivido: e tuttavia qualche inquietudine Lovecraft me l’ha creata, se non altro al pensiero che per immaginare esseri simili doveva vivere in una sorta di incubo costante, di effetto da delirium tremens.

Se dovessi assegnare nell’ambito del noir un premio per la qualità della scrittura, intesa come capacità di evocare perfidia e di far percepire sulla pelle la tensione, lo assegnerei comunque a Patricia Higsmith. Penso che solo una donna possa conoscere così perfettamente i meccanismi di questo gioco al veleno, e tu mi sembri in grado di apprezzarla. Se vuoi provarci ti consiglio soprattutto “Sconosciuti in treno” e “Il grido della civetta”.

Tra gli autori più recenti l’unico che conosco e qui rappresentato è Stephen King. Quello di King è un caso controverso. Viene accusato di fare della letteratura di puro consumo, prodotta con miscele in dosi industriali di pochi ingredienti di base e finalizzata a procurare artificiali scariche di adrenalina. Il che in parte è vero, perché è improbabile che un narratore riesca a sfornare un libro tra le seicento e le milleduecento pagine ogni anno se non dispone di una catena di montaggio, e quindi si tratta di una scrittura industrializzata: ma questo non toglie che la qualità rimanga quasi sempre piuttosto alta, e che almeno un paio di libri di King non possano essere ignorati. Uno è senza dubbio “Stagioni diverse”, una raccolta di racconti lunghi tutti ugualmente belli, che comprende tra gli altri il favoloso “Ricordo di un’estate”, quello da cui è stato tratto il film, altrettanto indimenticabile, “Stand by me” . Personalmente ho trovato coinvolgente anche un polpettone come “IT”, un caso clamoroso, l’unico libro di oltre mille pagine, insieme al “Signore degli anelli“, che ho visto leggere da un sacco di allievi, e anche da tuo fratello.

Resta comunque il fatto che il mio rapporto con la letteratura dell’orrore è piuttosto tiepido, e le motivazioni per le quali apprezzo alcuni degli autori di questo genere non hanno mai a che fare con il brivido, ma con aspetti collaterali, come l’ambientazione o la rievocazione di una particolare età della vita.

 

Di vera passione posso invece parlare per la letteratura poliziesca. Non è sempre stato così. Ho iniziato infatti con la giallistica classica, Edgard Wallace, Agatha Christie e Rex Stout, trovati in edizioni vecchissime, di prima della guerra (e sono ancora lì), e successivamente sono passato a Maigret e a Early Stanley Gardner, quello di Perry Mason, per via degli sceneggiati e delle serie televisive: ma era un interesse solo di testa, volevo misurarmi con l’autore e mettere alla prova le mie capacità di intuizione e di logica.

Poi è arrivato Chandler. Non riesco a ricordare come mi sia capitato di leggere il primo libro suo, forse per suggerimento di un amico. Era “Il lungo addio”. Un colpo di fulmine. L’investigatore di Chandler, Philiph Marlowe, sembrava pensato su misura dei miei sogni – ma evidentemente era della stessa taglia e dello stesso modello dei sogni di altra gente, perché è conosciutissimo e amatissimo. Marlowe è disincantato, scettico, sarcastico e solitario, gioca persino a scacchi da solo, ma ha dei valori e dei principi nei quali si ostina a credere e ai quali non vuol venire meno, primi tra tutti l’amicizia e la lealtà, e subito dopo la giustizia. Viene deluso negli uni e negli altri, sa di combattere una battaglia disperata, di essere un anacronistico donchisciotte, ma la sua etica non gli consente di mollare. È tutt’altro che un moralista, bada bene, perché la morale è quella dettata dalla società, o dal branco, e Marlowe è un lupo solitario, che agisce eticamente, cioè in base a ciò che gli detta il suo animo. Non è diverso dagli eroi di Camus, come loro si batte contro le pesti dell’ingiustizia e dell’ipocrisia, senza la presunzione di vincerle ma per affermare con la sua lotta che ingiustizia e ipocrisia non sono ancora i parametri unici dei rapporti umani.

È un eroe al tempo stesso pre e post-moderno; è anacronistico nel senso che sarebbe fuori sintonia in qualsiasi epoca, e questo gli consente di non rimpiangere un mondo che non c’è mai stato e di non sognarne uno che non ci sarà mai. Anch’io sono sempre un po’ fuori tempo, in tanti sensi. Lo dimostra il fatto stesso di scrivere queste cose, o la pretesa di far entrare Vico nelle zucche dei miei studenti. Ma vedi, sto appunto cercando di dirti che una camera come questa è magica, ti permette di sintonizzarti con tutti coloro che in ogni epoca si sono sentiti stranieri in terra straniera, e di sfondare la misera bolla temporale nella quale sei confinato. Se così non fosse, se davvero dovessi pensare che ha senso solo quello che vedo e sento quotidianamente, sarei già finito nei titoli del telegiornale per strage.

Chandler mi ha suggerito un primo punto d’arrivo per il mio concetto, letterario e non, di eroismo. Ero già passato per tutta una serie di eroi, storici, cinematografici, letterari e sportivi, da Sandokan a “Hurricane” Carter, immancabilmente accomunati dal segno della sconfitta, ma anche dalla speranza del riscatto. Con il malinconico Marlowe ho realizzato invece che il riscatto è già insito nella lotta, e che non è quindi necessaria, e nemmeno possibile, la vittoria: ho capito quello che prima avevo solo intuito, che essere sconfitti non significa essere dei perdenti, e l’ho applicato alla mia interpretazione della storia e dei comportamenti umani.

Proprio in fondo a questo scaffale ci sono due ripiani consacrati ai fumetti, che tra l’altro hai già iniziato a saccheggiare, dove trovi la testimonianza di quanto questo personaggio abbia influito sull’immaginario di almeno due generazioni, o lo abbia comunque impersonato. La gran parte dei protagonisti sono delle trasposizioni dell’investigatore di Chandler, a partire da Corto Maltese. L’eroe di Pratt è un Marlowe con tanto esotismo in più, gettato nella storia invece che nella quotidianità, sbalzato dai Caraibi alla Siberia, dal Sahara all’Irlanda, che attraversa guerre mondiali, rivoluzioni russe, belle époque e si infila negli interstizi tra i grandi eventi, incrociando tutti i relitti che il naufragio dei sogni lascia alla deriva. Assomma veramente tutte le caratteristiche che ho sempre attribuito all’alter-ego dei miei sogni, prima tra tutte la possibilità di vivere in un’epoca nella quale sono ancora possibili l’avventura e lo stupore della scoperta.

I discendenti di Marlowe nella narrativa a fumetti sono moltissimi, così come nel cinema. Cercherò di farti leggere appena possibile le storie di Ken Parker, sperando di incontrare lo stesso entusiasmo mostrato a suo tempo da tuo fratello. E, a seguire, un sacco di altri. Ma ho qualche dubbio. Credo che la grande stagione del fumetto sia ormai finita da un pezzo, uccisa dalla televisione e dai cartoni animati, e che sia onesto prenderne atto, senza pretendere che le generazioni odierne debbano e possano riviverla. Ma è una storia che conto di raccontare un’altra volta.

 

Torniamo invece alla letteratura poliziesca. Vale quello che ti ho detto poco fa, e cioè che le cose migliori sono state scritte da un pezzo. Tutto documentato: questi ripiani ti offrono un vero florilegio, dalle storie di Dashiel Hammett a “La fine è nota” di Holiday Hall, fino agli intrighi spionistici di John Le Carré. Negli scrittori polizieschi di qualità, e ti assicuro che sono moltissimi, a dispetto delle puzze sotto il naso con le quali sono stati a lungo liquidati, si ritrovano atmosfere che dicono di un’epoca molto più degli studi sociologici. Non è solo il caso di Simenon, o più ancora del Durrenmatt de “La promessa”: persino in Italia abbiamo avuto negli anni sessanta e settanta autori come Scerbanenco o piccoli gioielli come “La mazzetta” di Veraldi e “La donna della domenica” di Fruttero e Lucentini, che insaporivano il dramma e l’indagine con degli ironici e puntuali scorci d’ambiente. E prima ancora, negli anni quaranta, ci sono stati casi come quello del misconosciuto Augusto de Angelis. Sono tutti a tua disposizione.

Negli ultimi decenni l’uscita del triller dal ghetto ha invece un po’ complicato la faccenda. L’indagine è ormai diventata un luogo comune letterario, una sorta di scorciatoia per arrivare a parlare di qualsiasi cosa: e se a qualcuno, come ad esempio ad Umberto Eco ne “Il nome della rosa”, l’operazione è perfettamente riuscita, in molti casi si è invece rivelata solo pretestuosa. L’esplosione quantitativa del genere non ha comunque prodotto solo degli incroci sterili: su questi ripiani trovi tutta la saga di Pepe Carvalho, un Marlowe catalano, quindi più politicizzato e più buongustaio, che mi ha riacceso vecchi entusiasmi, e autori italiani come Camilleri e Lucarelli, che al di là del successo di pubblico si sono già ritagliati un posto nelle storie letterarie.

C’è rimasto, di questo scaffale, solo un ultimo ripiano: quello di centro. Secondo le regole di collocazione enunciate in apertura dovrebbe ospitare le scoperte e gli entusiasmi più recenti, e anche qualcuno di lunga durata. Infatti è così. Si tratta di autori molto dissimili, e non solo per le diverse provenienze, ma per temi e atmosfere. Il primo da sinistra è Hornby, inglese, ormai famosissimo dopo un poker di romanzi sempre in crescendo, da “Febbre a 90°” a “Come diventare buoni”, il meno conosciuto ma probabilmente il più bello. Solito discorso. In Italia la generazione dei trenta-quarantenni viene descritta nei film di Muccino o in romanzi che gli somigliano: viene fuori un gregge di psicopatici più o meno pericolosi, caciaroni e patetici, occupati in professioni e in storie sentimentali del tutto improbabili. Hornby li racconta invece con leggerezza ed ironia, e alla fine risultano più credibili, oltre che più divertenti, dei nostri yuppies sgangherati.

Altrettanto divertente, e molto più caustico, è Alan Bennett, l’autore di questi libricini dell’Adelphi, “La cerimonia del massaggio” e “Nudi e crudi”. Sono esempi magistrali di umorismo distillato, controllato e sotterraneo, e sono irresistibili. È sufficiente metterne a confronto la mole con quella dei romanzi di Paco Ignacio Taibo, che stanno poco più in là, per capire che arrivano da mondi diversi. Taibo racconta alla maniera sudamericana, straripante e grottesca, e le sue storie di rivoluzioni e complotti non riescono (perché non vogliono) ad essere tragiche nemmeno quando si concludono in un massacro. I protagonisti sembrano volersi prendere, almeno sulla pagina, la rivincita su una realtà che li ha sempre visti sconfitti.

Saltiamo questi altri, Mutis, Franzen, Tibor Fischer, Martin Amis, e andiamo agli ultimi in fondo, gli americani. Sono tutti e tre in qualche modo epigoni della letteratura western – ma in fondo lo è tutta la letteratura americana, compresi Hemingway e la beat generation. Il discendente più diretto e dichiarato è Cormac Mc Carty, l’autore di “Oltre il confine” e di “Cavalli selvaggi”. Siamo in piena storia del West, cavalli, fucili, lupi, Messico oltre il Rio Grande, solo ritardata agli anni trenta di questo secolo. Ogni libro è un incessante vagabondaggio, motivato da niente e che si risolve in niente: ma in mezzo ci sono pagine bellissime. Nelle prime centosessanta di “Oltre il confine” compaiono solo due personaggi, un ragazzo e una lupa, e succede poco o nulla, eppure si leggono al volo.

La stessa cosa capita con le storie di Jim Harrison, almeno con quelle che a me piacciono di più, altrettanto solitarie e lente ma ambientate sul confine opposto degli States, verso il Canada: “Un buon giorno per morire”, “Luci del nord” e “Lupo”. Harrison vive in una fattoria nel Michigan e se ho capito il personaggio immagino si stia rodendo il fegato ad essere rappresentato nel mondo da George Bush, padre e figlio. È stato più fortunato (ma mica tanto: è morto alla fine degli anni ottanta e si è beccato tutto Reagan) Edward Abbey, l’autore de “I sabotatori” e di un altro libro del quale parleremo. Mi piace chiudere questa scorribanda nelle letterature con Abbey. Nel corso del romanzo i suoi eroi fanno saltare in successione macchinari, strade, ponti, tutto quello che incide il marchio deturpante del profitto sulla natura. Sono arrabbiati e determinati, come Revelli, come il partigiano Johnny, come Sandokan. Penso che piaceranno anche a te.

 

Altre letterature: i classici

I contemporanei ci hanno fatto correre parecchio. Dobbiamo prendere un po’ di respiro. No, non pensavo ai cartoni animati: intendevo passare a cose più tranquille, o almeno, più classiche. In effetti, sinora non abbiamo quasi fatto cenno alle letterature che stanno all’origine di tutte le altre, quelle del mondo classico: ma è evidente che l’assenza di una sezione apposita sarebbe impensabile, soprattutto nella biblioteca di uno che ha studiato il latino per dieci anni e il greco per cinque, e alla maniera di una volta. Infatti la sezione c’è, e se ti volti la trovi proprio di fronte, nel primo scaffale a sinistra. Riempie tre ripiani, uno con edizioni moderne, gli altri con vecchi volumi che fanno parte del tesoro librario rinvenuto tra queste mura.

Già, perché è accaduto anche questo.

Vivo in questa casa da sempre. I miei avevano in affitto questo piano; il pianterreno e quello nobile erano riservati ai padroni, l’Ingegnere, l’Avvocato e la Signorina, tre fratelli torinesi usciti direttamente dagli anni e dai versi di Gozzano, che rispuntavano all’inizio di ogni estate su una microscopica Bianchina, caricata all’inverosimile. Impiegavano quasi una giornata per il trasferimento, perché evitavano l’autostrada per via del pedaggio e non superavano mai i cinquanta all’ora, e ripartivano poi ai primi di settembre, dopo giorni di discussioni per risistemare il carico.

In realtà non eravamo i soli affittuari: un paio di camere di questo piano sono state abitate durante la mia infanzia da una vecchietta quasi centenaria, che cucinava degli indimenticabili gnocchi, e da un personaggio un po’ losco, che trafficava nel porto di Genova e ci regalava ogni tanto intere balle di stoccafisso, e successivamente dai miei nonni paterni con la zia Rosetta, quella dei club letterari. Alcuni contadini avevano poi in uso la cantina, mentre altri utilizzavano la stalla e la cascina, ora scomparse. Questo andirivieni mi lasciava sconcertato, e non ho mai capito bene quali fossero i rapporti e i confini esistenti nell’edificio. Una cosa soltanto era certa e tassativa: durante l’estate sui due piani inferiori gravava un’aura quasi sacrale, al punto che davanti ai portoncini d’ingresso istintivamente ci zittivamo e rallentavamo la corsa per le scale. Anche il giardino e il cortile, che nelle altre stagioni erano il terreno di scontro di tutta la marmaglia del paese, diventavano tabù.

Col tempo, e col crescere della famiglia, abbiamo finito per occupare tutto il piano, una camera alla volta, e poi anche la cantina e le dipendenze. I miei erano diventati i fiduciari dei Filippa, che ormai prolungavano il più possibile il loro soggiorno, conquistati dalla devozione e dalle cure di mia madre, e che a metà degli anni settanta ci hanno venduto l’intero caseggiato per una cifra quasi simbolica (in rapporto al valore reale, non certo alle nostre possibilità finanziarie), conservandone l’usufrutto. I tabù a quel punto erano almeno in parte caduti: ma ho dovuto tenermi ancora per un pezzo, sino alla scomparsa dell’ultima superstite, una curiosità che si rinnovava ad ogni primavera, quando si ripeteva il rito della riapertura e del riassetto del piano nobile, e che riguardava un misterioso armadio a muro, perennemente ed ermeticamente chiuso. La lealtà di mia madre verso la sua Signorina non ammetteva deroghe, per accostarmi all’armadio avrei dovuto passare sul suo cadavere. L’attesa è stata comunque ripagata, e più di quanto avessi mai osato sperare. Dentro, assieme ad un paio di sciabole, c’erano centinaia di volumi, quasi tutti in ottimo stato di conservazione, i più recenti risalenti alla fine dell’Ottocento, i più antichi addirittura al Cinquecento. L’armadio non era stato più aperto da almeno un secolo. I pezzi migliori sono ora al sicuro, dietro vetri oscurati, in quella parte dello scaffale dello studio che tu chiami “la cabina telefonica”. Gli altri sono sparsi qui, nei ripiani più alti e nelle due vetrinette che occupano metà della parete opposta, sul lato della finestra.

Perché questa digressione? Perché la gran parte di quei volumi erano naturalmente edizioni o traduzioni di classici latini e greci, e oggi arricchiscono e impreziosiscono questo settore. Non ho intenzione di farti qui l’elogio dei classici. Per queste cose lascio la parola a gente molto più brava di me, e ti rimando direttamente a “Perché leggere i classici?” di Calvino o agli scritti di George Steiner e di Harold Bloom (ma se vorrai delle motivazioni potrai trovarne ovunque, partendo da Dante, in Petrarca, in Machiavelli, in Leopardi, ecc…). Per quanto mi concerne, non tengo autori greci e latini sul comodino. Ho perso quasi totalmente la consuetudine con entrambe le lingue, dopo essere arrivato a tradurle a vista, e soprattutto a capire perché quegli autori, a differenza dei contemporanei, abbiano un senso solo se letti nell’idioma originale. Tuttavia sono egualmente convinto di aver digerito e assimilato appieno quello studio. Il greco e il latino mi sono entrati sottopelle, hanno strutturato la mia ossatura linguistica e definito la mia muscolatura argomentativa. Sono strumenti che una volta acquisiti diventano d’uso, anche quando non li coltivi e non li lubrifichi costantemente.

Se ti raccontassi però che in gioventù ho letto i classici con quel piacere di cui parlano Machiavelli e Montaigne, e che mi aspetto sempre dalla lettura, sarei un ipocrita. Forse malgrado l’impegno il livello di padronanza linguistica non era ancora sufficiente, o forse più semplicemente non mi è mai stato consentito, neppure all’Università, di dissociarli da un uso scolastico e punitivo (traduzione letterale, analisi logica, declinazioni, coniugazioni, periodo ipotetico e così via). È un discorso già fatto.

Qualcuno da amare, però, oltre che da tradurre e da analizzare linguisticamente, l’ho trovato lo stesso. Ti ho già raccontato di Orazio. Se non fosse un latino Orazio sarebbe un inglese, lo zio di Swift e di un sacco di altri scrittori che guardano con disincanto ed ironia al proprio tempo e alla condizione dell’uomo in generale. C’è un filo che corre lungo la letteratura, attraverso le epoche e le lingue, anche quella italiana, e che unisce ad esempio idealmente Orazio con Ariosto, con Leopardi, con Porta, con Calvino. È il filo del buon senso e di una razionalità un po’ scettica ma non fredda, umana e in fondo benevola, e Orazio ne tiene senz’altro un capo. Potrei dire che riassume il mio rapporto maturo con la classicità.

Senofonte ha rappresentato invece a suo tempo il tramite per un appassionato rapporto adolescenziale. Più di Omero, che mescolava uomini e divinità e mi rendeva piuttosto problematica l’identificazione, e meglio di Cesare, che raccontava l’eterno trionfo dell’organizzazione e della forza, l’“Anabasi” era sinonimo di avventura. Dopo i primi timidi assaggi scolastici in lingua originale sono corso a cercare la traduzione della BUR, e l’ho letta d’un fiato. Non aveva nulla da invidiare a “La pattuglia sperduta” e a “L’assedio delle sette frecce”, e addirittura forniva quello schema narrativo ben preciso – avanzata, scontro, ripiegamento tra agguati e diserzioni, arrivo in salvo dei superstiti – che trovavo ripetuto puntualmente nei miei film di culto, da “Passaggio a Nord-Ovest” a “Tamburi lontani”, a “Obiettivo Burma”. Del fatto che Senofonte avesse creato l’archetipo più diffuso nella narrazione letteraria o cinematografica d’avventura mi sono reso conto in verità solo più tardi, dopo la visione de ”I guerrieri della notte”: ma evidentemente a livello inconscio l’avevo già percepito al momento della scoperta ginnasiale.

Quella di Plutarco è stata al contrario una scoperta tardiva, nel senso che le poche letture scolastiche non mi avevano lasciato un gran segno. L’ho riaccostato di recente arrivandoci di sponda, alla ricerca di un modello narrativo per delle mini-biografie comparate, e sia pure con grande fatica, usando a fronte due vecchie traduzioni, ho finalmente assaporato l’essenzialità e la forza dello stile. Mi intriga, al di là delle singole vicende, il concetto di esemplarità, l’idea di fondo che una vita, almeno nella interpretazione che ne dà il biografo greco, si giustifichi di per sé, non abbia bisogno di riscatti storici o religiosi. Credo che finirò per tenere Plutarco, debitamente tradotto, sul comodino.

Ultimo, e poi chiudo, viene Apuleio. Ho scoperto “L’Asino d’oro” attorno ai sedici anni, anche questo in una vecchia traduzione della BUR. Nelle antologie scolastiche era a malapena citato, ma quel poco, la fama di mago del suo autore, la definizione di “romanzo picaresco”, non potevano non incuriosirmi. Abituato alle tirate retoriche o moralistiche di Quintiliano o di Seneca, quando ho letto l’esordio non credevo ai miei occhi: “Me ne andavo dunque in Tessaglia in sella ad un cavallo dal mantello candido…”. Era piena atmosfera peplum, quella dei film storici italiani degli anni cinquanta, con Steve Reeves che faceva di volta in volta il gladiatore, il console romano o lo schiavo fuggiasco. Anzi, era meglio, perché evitava anche quel linguaggio paludato che nei peplum si metteva in bocca persino ai plebei. Era divertimento allo stato puro, con avventurieri, bricconi, maghi, vagabondi, un’autentica storia on the road catapultata duemila anni addietro, con intermezzi di sesso esplicito impensabili nel cinema e nelle letture di quegli anni. Che Apuleio fosse, o si piccasse di essere, anche un filosofo l’ho scoperto solo diverso tempo dopo, così come il fatto che le trasformazioni del giovane Lucio erano la metafora di un percorso mistico neo-platonico. A me interessavano i percorsi reali, le strade della Tessaglia, i vicoli malfamati delle città e la loro fauna, nonché naturalmente le grazie della calda Fotide. Scoprivo che il mondo classico raccontatomi dalla scuola, tanto remoto da sembrarmi appartenere ad un altro pianeta, era solo la versione patinata: come se si volesse capire la realtà quotidiana di una classe dalla foto ufficiale di fine anno.

Non ho letto una sola riga di Apuleio in latino e credo che non lo farò mai. Ci sono cose che hanno un linguaggio universale, che mentre leggi traduci comunque in immagini mentali tue, quali che siano i termini usati e l’ordine in cui vengono disposti. Se vuoi capire “un” mondo particolare devi conoscerne e usarne la lingua: ma se vuoi reinterpretare a tuo modo “il” mondo, qualsiasi idioma va bene.

4) VIAGGI, SCALATE, ESPLORAZIONI

Con storie di vagabondaggi abbiamo salutato (come sarebbe a dire, finalmente!?) sia la narrativa moderna che quella classica: con la letteratura di viaggio approdiamo all’unico settore della mia biblioteca che nutre ambizioni specialistiche. Per seguirmi non devi nemmeno cambiare posizione, puoi rimanere spaparanzata sul divano, perché guardiamo sempre alla parete di fondo. Questo settore ne riempie tutta la metà di destra, e occupa al momento sedici ripiani; ma se aggiungiamo il comparto alpinistico si arriva a venti. Qualcosa tra gli otto e i novecento volumi. Non svenire, prometto di essere breve. Consentimi solo qualche considerazione.

Una raccolta di tali dimensioni parrebbe suggerire l’immagine di un appassionato viaggiatore, carico di chilometri, di esperienze agli antipodi e magari di diapositive. Invece, come ti ho già detto, non sono nulla di tutto questo. Naturalmente anch’io mi sono mosso un po’, almeno in gioventù, sperimentando diversi modi di spostamento (soprattutto i più economici): ho vissuto letteralmente il mio “Senza un soldo a Parigi e a Londra”, ho navigato come mozzo, ho percorso a piedi la Corsica, mezza Italia e la Foresta Nera, ma tutto questo in maniera sempre episodica, con il tempo alla gola. Se volessi cercare degli alibi potrei accampare proprio la mancanza di tempo, la perenne urgenza dei lavori in campagna, nei periodi liberi dalla scuola, e la precocità dei miei impegni familiari. Potrei trovare un sacco di scuse.

Ma non mi sembra il caso: probabilmente ho viaggiato poco perché non ne avevo poi un così gran desiderio, o almeno non avevo voglia di muovermi alla maniera che mi sarebbe stata consentita, che era quella di un turismo veloce. Inoltre mi sono reso conto molto presto che nei viaggi cercavo piuttosto la conferma delle cose lette che non la scoperta di ciò che non conoscevo (e raramente la trovavo). Non ero del tutto libero, perché facevo in fondo dei viaggi di verifica, e allora tanto valeva inseguire libertà e soddisfazione sulla carta.

Con l’età sono diventato sempre più sedentario. A differenza dell’Ariosto non penso di aver già visto mondo a sufficienza; al contrario, ritengo di averne visto pochissimo. Ma credo che riuscirei a vederne poco anche se mi dedicassi d’ora in poi ad una vita errabonda, oppure che incontrerei ormai più o meno le stesse cose dovunque. Magari è solo la sindrome della volpe e dell’uva, ma arrivo persino a pensare che chi sente tutto questo bisogno di muoversi in lungo e in largo molto spesso stia solo cercando rassicurazioni – o giustificazioni – dell’essere vivo, abbia bisogno del vento in faccia per tenersi sveglio. Una cosa tipo “mi sposto, dunque esisto”. Ora, io non credo che lo spostamento sia indispensabile né al “vivere” né al “vedere”, se non in relazione alla quantità: chi ha girato tutti e cinque i continenti è probabile non abbia mai esplorato le colline dietro casa, non ne avrebbe avuto materialmente il tempo, e chi ha visto moltissime foreste difficilmente ha veduto crescere un albero. È questione di gusti. Il risultato è comunque che, in sintonia stavolta con l’Ariosto, anch’io preferisco viaggiare sulle carte, perché questo mi consente di scegliere e di muovermi nel tempo, oltre che nello spazio.

Se mi sono mosso poco ho in compenso riflettuto parecchio sul perché e sul come gli uomini viaggiano, e soprattutto su cosa li induce a raccontare i loro viaggi. Ho anche scritto un po’ di cose in proposito; per saperne di più potrai eventualmente leggerle. Qui ci occuperemo solo dei libri che hai di fronte, e per quanto ci sarà consentito dal numero e dalla varietà vedremo anche di non dilungarci troppo.

 

Questi scaffali raccolgono grosso modo ciò che di significativo è stato pubblicato negli ultimi trent’anni, oltre a quello che ho recuperato con una caccia serrata sulle bancarelle e nelle librerie antiquarie. Ti confesso che ultimamente l’impegno è diventato oneroso, anche finanziariamente, perché la letteratura di viaggio sta conoscendo un vero e proprio boom. Non era così fino a una ventina d’anni fa; i libri di viaggio non tiravano, e anche le opere più classiche erano rintracciabili solo in edizioni piuttosto vecchie. Poi è arrivato il successo di Chatwin, e la situazione è decisamente cambiata. Oggi rischiamo addirittura l’inflazione, con una conseguente caduta di valore di quello che circola.

Il tema del viaggio naturalmente non è affatto nuovo, anzi, è antico come la letteratura stessa. Lo ritrovi in tutte le epopee. È naturale che sia così: da un lato testimonia la memoria dei popoli per una primordiale condizione nomade, dall’altro si presta a diventare metafora dell’iniziazione alla vita o della vita stessa. Inoltre è un argomento che offre gli spunti narrativi ideali, perché determina le condizioni migliori per l’avventura e per il confronto con luoghi, usanze e persone diversi.

Ciò che ho raccolto in questo settore non concerne tuttavia il viaggio come tematica letteraria, ma la letteratura di viaggio, ovvero tutta quella produzione in cui il viaggio non è un pretesto narrativo, ma l’oggetto vero e proprio della narrazione. Per la collocazione ho adottato un criterio arbitrario, che garantisce tuttavia un certo ordine. In linea di massima ho distinto quattro sottosezioni: storia materiale e psicologica del viaggio (studi su modalità, motivazioni e simbolismo del viaggiare); storia generale delle esplorazioni; resoconti o diari di viaggio di esploratori o scienziati: resoconti o diari di viaggi a fini culturali, esotici, turistici.

 

Da cosa è giustificato questo cumulo di libri? Al solito: da una passione degenerata in mania. Per farla breve, la curiosità per i racconti di viaggio l’ho sempre avuta; è nata da un libro su Magellano e da un film favoloso, “I due capitani”, sulla spedizione di Lewis e Clark lungo il Missouri, si è consolidata nella prima giovinezza in compagnia del “Kon-Tiki” di Heyerdhal e di “I fiumi scendevano a oriente”, e da lì si è poi riversata su ogni tipo di esplorazione. La bibliomania specifica è esplosa però più tardi, quando per scrivere un breve saggio sulle scoperte geografiche tra Quattro e Cinquecento ho letto un sacco di studi in proposito, e ho cominciato ad essere attratto dalle fonti di prima mano, dai diari e dalle relazioni di viaggio – compresi quelli verso paesi immaginari, verso i luoghi geografici dell’Utopia. Solo dopo l’incontro con Alexander von Humboldt, comunque, il tutto ha cominciato ad assumere connotati maniacali.

 

Posso risparmiarti il resto, ma non Humboldt. D’altro canto, tu stessa hai già cominciato a farmi domande, quando tentavi di leggere quegli strani titoli in caratteri gotici che occupano un intero ripiano. Quelli sono i libri di e su Alexander von Humboldt, lo scienziato universale. Figurati che io l’ho scoperto come alpinista. Leggo di un tizio che alla fine del ‘700, nel corso di una traversata verso l’America fa tappa per tre o quattro giorni alle Canarie, vede il Pic de Tenerife, che non è esattamente una collina, sono tremilasettecento e passa metri, e decide di andare a dare un’occhiata di lassù. Così com’è, prende su e sale e scende in un giorno e mezzo: e quando poi lo racconta nel suo diario dice che ha misurato il cratere sommitale e analizzato i gas, e che si, in effetti tirava un po’ di vento e faceva freddino. L’ho capito subito che era il mio uomo. Quel viaggio in America doveva rivelarsi un’avventura scientifico-esplorativa entusiasmante, durata cinque anni, nel corso dei quali Humboldt ha girato a piedi, a dorso di mulo o in barca mezzo continente sudamericano, ha fatto rilevamenti mineralogici, botanici, meteorologici, topografici, tutto quel che era possibile fare con le strumentazioni dell’epoca, ha salito il Chimborazo, arrivando a 5900 metri, la massima altitudine raggiunta da un uomo ai suoi tempi e per quasi tutto il secolo successivo, ha studiato e criticato i sistemi economici, politici e sociali delle colonie spagnole. Dopo il suo ritorno ha vissuto ancora sessant’anni, facendo altri viaggi, riorganizzando la cultura tedesca, teorizzando un rapporto con la natura, di conoscenza e conseguentemente di rispetto, che ne fa il primo genuino ecologista in assoluto. Oggi non lo ricorda quasi nessuno, persino in Germania le sue opere sono praticamente introvabili, e quando le ho richieste ad un libraio di quelli autentici, ad Amburgo, si è commosso: ero il primo da anni che chiedeva quei titoli, e per giunta un italiano che non parlava il tedesco (ma si riprometteva di impararlo al più presto).

 

L’opera di Humboldt è immensa, ciò che vedi lì è quanto ho raccolto in trent’anni – compresa una prima edizione tedesca (1847) di un volume del “Cosmos”, portata via per dieci marchi in una libreria dell’usato a Costanza –, ma il solo epistolario riempirebbe venticinque o trenta tomi. Sono edizioni francesi e tedesche, persino una americana, oltre a quel poco che è uscito in italiano, e uno dei compiti che mi sono prefisso per la tarda maturità è proprio la prima traduzione italiana del “Cosmos” (per allora avrò imparato il tedesco, ma in realtà Humboldt stesso curò la stesura e la traduzione della versione francese, quindi potrò far base su quella).

Del valore dello scienziato, e del perché, dopo essere stato considerato (da Goethe!) lo studioso più colto e intelligente della sua epoca, sia stato così incredibilmente rimosso, non è qui luogo di parlare. Voglio aggiungere invece qualcosa dell’uomo, per aiutarti a capire questa monomania. Humboldt ha viaggiato per quattro anni in zone paludose, infestate di zanzare, di insetti e parassiti di ogni tipo, di sanguisughe e serpenti, ha traversato tutta la fascia equatoriale sudamericana, è salito sulle Ande, ha mangiato e bevuto quello che il convento passava, e non è mai stato male, non si è messo in mutua un solo giorno. Non ha lamentato un raffreddore, un mal di schiena, un’infezione, niente: una salute di ferro, a qualsiasi latitudine e altitudine. Il suo compagno, il pittore Bompland, che era un essere umano, e ogni tanto si ammalava, deve averlo anche odiato: quando si ritrovava talmente spossato da aver bisogno di qualche giorno o settimana di pausa l’altro ne approfittava per battere un po’ la zona e andare a cacciare il naso su qualche monte o nelle foreste o lagune circostanti. Indistruttibile, un caterpillar. Ma tutto questo non era solo frutto di una condizione fisica strepitosa, era anche il risultato di una determinazione e di un entusiasmo incredibili: Humboldt aveva sempre troppo da fare per ammalarsi, lo aspettavano ogni giorno nuove misurazioni, scoperte, problemi geografici, incontri ecc… E quell’entusiasmo della conoscenza lo ritrovi nelle sue relazioni: fa le cose più incredibili, come quando sale sul Chimborazo, sta compiendo un’impresa sportiva eccezionale, e desiste a un centinaio di metri dalla vetta solo perché gli altri, le guide locali per prime, sono distrutti e congelati, e rifiutano di proseguire di fronte all’ennesimo crepaccio, e racconta il tutto in otto righe commentando: “Peccato, ci tenevo a misurare lassù la pressione dell’aria!”

Humboldt era omosessuale, dicono. Sottolineo “dicono” perché a quell’epoca non si andavano a esibire le proprie preferenze sessuali in televisione, non se ne faceva spettacolo, soprattutto se erano un po’ fuori della norma, e nella fattispecie il nostro eroe era persona riservatissima, che non ha mai dato adito a pettegolezzi. E comunque, di per sé sarebbero stati un po’ fatti suoi. Lo rilevo invece come un dato statistico, come potrebbe essere il colore degli occhi o la statura, che diventa significativo quando ti accorgi che tale condizione era condivisa da almeno l’ottanta per cento dei grandi esploratori, soprattutto quelli tedeschi e inglesi dell’800. Allora ti viene da fare un ragionamento, ti chiedi se non ci sia qualche rapporto tra un disagio esistenziale, perché all’epoca dichiararsi omosessuali o comportarsi come tali significava essere messi al bando dalla società, e la spinta a lasciare il proprio paese, a volgere le spalle ad una cultura rigida e sessuofoba, per cercare nuovi lidi dove respirare più liberamente ed essere se stessi senza vergogna. È evidente che il legame tra le due cose c’è, e vale anche per le numerose figure di donne esploratrici, omo o eterosessuali che fossero, anch’esse alla ricerca di luoghi e situazioni nei quali lasciare finalmente briglia sciolta alla propria natura. È altrettanto significativo che questi personaggi arrivassero nella stragrande maggioranza da paesi luterani o puritani, nei quali vigeva una pressione morale fortissima, mentre erano pochissimi quelli provenienti dai paesi cattolici, dove i costumi erano decisamente più rilassati.

Ho fatto questa digressione, toccando un tema delicato, perché ho notato che ultimamente tiri spesso il discorso sui gay, e temo che l’impatto televisivo finisca per confonderti non poco le idee. Allora, Humboldt era probabilmente un gay, ma era prima di tutto un grande scienziato, che aveva come unico scopo quello di condividere il più possibile le sue conoscenze e le sue intuizioni, senza gelosie e senza rivalità, era un nobile prussiano che detestava l’assolutismo ed esaltava i sistemi democratici, era un bianco che si indignava di fronte al sistema schiavistico e considerava assurda ogni teoria razziale, era un uomo temprato fisicamente, psicologicamente ed eticamente da una inossidabile volontà di sapere. Queste sono le caratteristiche sulle quali si misura un “ essere umano” vero, uomo o donna che sia, e non le sue preferenze per la carne o le verdure o per il mare o la montagna. Chiaro? E lascia perdere per favore i buffoni televisivi, di ogni sesso e categoria.

 

Sotto il ripiano dedicato ad Humboldt c’è il settore della storia delle esplorazioni, nel quale campeggiano i cinque enormi tomi bianchi, elegantissimi, delle “Esplorazioni e Viaggi” di Giovabattista Ramusio. Devi sapere che quell’opera, compilata verso la fine del ‘500 raccogliendo tutti i resoconti delle spedizioni esplorative da Colombo in avanti, è per gli studiosi e gli appassionati dell’argomento una sorta di Bibbia, ed è rimasta a lungo per me un sogno proibito, dato il costo, soprattutto quando ne avevo realmente bisogno per i miei lavori di storia. Ne sono invece entrato in possesso solo recentemente, grazie ad un colpo fortunato (si fa per dire: anche ad un quarto del prezzo è già un bel investimento). Ho impiegato due giorni a decidere come collocare i volumi, per dare loro la giusta visibilità, e una volta soddisfatto della collocazione non li ho più aperti.

Ho notato con piacere che sei curiosa e ardimentosa, ed esplorare ti piace: tuttavia non mi spingo fino a sperare che avrai interesse anche per le esplorazioni altrui. Se invece così fosse, su questi scaffali trovi praticamente tutto, dai viaggi dei Fenici alla conquista dei poli, passando, per le Americhe, l’Asia, l’Africa e l’Oceania. Ti do un unico suggerimento, per evitare inutili elenchi di titoli: leggiti comunque, esploratrice o no, “Derzu Uzala” e dopo, ma solo dopo, vediti anche il film che ne è stato tratto. Me ne sarai grata.

 

Qualche dubbio ce l’ho anche su una possibile tua frequentazione dei ripiani più bassi, quelli dedicati alla letteratura alpinistica. Come si affrettano a puntualizzare gli esperti del settore, non esiste una letteratura dell’alpinismo: esistono resoconti di ascensioni, di successi e di fallimenti, sovente di tragedie. Ma io, come avrai ben capito, non ho molto rispetto per i “generi” letterari, classifico un libro in base al fatto che sia scritto bene o meno, che mi abbia spinto ad arrivare sino in fondo o no. Bene, esistono degli alpinisti che sanno scrivere e dei libri di alpinismo che ti affascinano letteralmente. È evidente che occorre essere almeno un po’ in sintonia con quello spirito particolare, e questo può accadere anche a chi, come me, ha avuto con la pratica alpinistica un rapporto sempre irrisolto e saltuario.

L’unico libro che ti segnalo in questo settore è fondamentale proprio per capire qualcosa di “quello spirito”. Si tratta di “Come le montagne conquistarono gli uomini”, di Robert McFarlane, recentissimo. Spiega come abbia potuto accadere che luoghi considerati sino a tre secoli fa inaccessibili, maledetti e assolutamente privi di interesse siano diventati poco alla volta l’oggetto del desiderio di un sacco di fanatici, disposti a rischiare la pelle e a patire i disagi più impensabili pur di cavalcare una vetta per pochi minuti. È uno dei famosi tre o quattro libri che avrei voluto scrivere io, e che sono contento abbia scritto un altro, perché l’ha fatto senz’altro meglio. Con il pregio ulteriore della giovanissima età dell’autore, una di quelle cose che impediscono ogni tanto di pensare che sia già in atto l’involuzione della specie umana. Se questo libro dovesse piacerti, credo che finiresti per divorare anche tutti gli altri.

Mi concedo ancora una segnalazione, ma questa non è per te: o meglio, spero magari che possa esserlo, ma la considero anzitutto doverosa per me, perché riguarda un uomo che mi ha colpito non tanto per i meriti alpinistici quanto per la statura etica. Si tratta di Ettore Castiglioni, uno dei più forti arrampicatori italiani tra le due guerre e un antifascista convinto – cosa abbastanza insolita nell’ambiente, in quel periodo. Qui trovi il suo diario, “I giorni delle Mesules”, ma la sua vicenda è magistralmente raccontata da Marco Ferrari ne “Il vuoto dietro le spalle”. Castiglioni è morto in montagna, come gran parte degli autori e dei protagonisti dei libri che vedi qui, ma non nel corso di un’ascensione, bensì durante un tentativo di fuga. Durante l’ultima guerra usava la propria esperienza di alpinista per far espatriare in Svizzera attraverso le montagne resistenti, perseguitati ed ebrei. Arrestato per l’ennesima volta dagli svizzeri e destinato ad un campo di concentramento, fuggì di notte, durante una tempesta di neve, senza abiti e senza scarpe, infagottato in una coperta e coi piedi fasciati da stracci. Lo hanno ritrovato tre mesi dopo, a primavera, rannicchiato sotto una roccia a tremila metri.

 

Approdiamo infine alla sezione del viaggio puro e semplice (culturale, turistico, di migrazione, ecc..), che occupa entrambi gli scaffali alla sinistra di Humboldt. Visto che si è parlato in precedenza del rapporto tra viaggio e “diversità” ti cito almeno altri due casi, inglesi questa volta. Il primo è quello di Chatwin. Lo abbiamo già incontrato tra i narratori, ma Chatwin è famoso soprattutto per i suoi libri di viaggio, “In Patagonia”, “Le vie dei canti”, “Che ci faccio qui?” e “Anatomia dell’irrequietezza”. Anzi, è lo scrittore di viaggio per eccellenza del secondo e forse di tutto il Novecento, quello che ha dato il via alla moda di cui ti ho già parlato ed è divenuto oggetto di un vero e proprio culto, favorito anche dalla morte precoce. Come tutti i culti, anche quello di Chatwin ha avuto una forte ricaduta consumistica. La Patagonia è diventata una meta turistica quasi di massa, almeno a livello di viaggiatori “culturalmente motivati”; e l’azienda che produce le “Moleskine”, gli imprescindibili taccuini dalla copertina nera sui quali il nostro annotava le impressioni di viaggio, sta diventando un colosso, dopo che a metà degli anni sessanta aveva addirittura chiuso i battenti. Paradossalmente come viaggiatore Chatwin non doveva essere granché, a giudicare almeno dalle testimonianze dei suoi occasionali compagni: ma sa vendere bene la sua merce, costruisce il suo racconto con ingredienti raffinati ma adatti anche al palato di un pubblico più vasto. Insomma, un po’ di new age, un pizzico di snobismo, un understatement da inglese alla Kipling: oltre, naturalmente, ad una classe indubbia. Leggilo, appena potrai, e ti piacerà: ma non pensare di capire qualcosa dei luoghi di cui parla. In effetti parla solo di sé.

Se invece cerchi uno sguardo da vero viaggiatore, anzi, in questo caso da viaggiatrice, devi rivolgerti a “Il più personale dei piaceri” di Vita Sackville-West. La Sackville-West è uno stravagante personaggio della cultura inglese del primo Novecento, romanziera in proprio ma soprattutto amica di Virginia Woolf e di tutti quelli che contavano nella cerchia artistico-letteraria. Ha viaggiato in Iran e in Afganistan a più riprese, senza la pretesa di scoprire e di rivelare alcunché di nuovo. Racconta semplicemente quello che vede, tenendosi fuori il più possibile dal quadro, e questo è già un grande merito, perché la maggior parte degli scrittori di viaggio, Chatwin in testa, tendono a muoversi in primo piano.

Mi azzardo a pensare che esista un particolare sguardo al femminile, perché la stessa attitudine l’ho trovata nelle altre viaggiatrici, da Margaret Fountaine a Freya Stark, dalla Swarzenbach ad Ella Maillart. A contatto con culture che appaiono ancor più “maschiliste” di quella occidentale la viaggiatrice sente più forte la sua estraneità, sa di essere un’intrusa, quindi si tiene in disparte e guarda: il viaggiatore tende invece a voler partecipare ed interagire. Il che, mi accorgo, fa un po’ a pugni con le considerazioni sulla “diversità” dei viaggiatori: ma non vorremo star qui a complicarci troppo la vita.

Per quanto concerne il nostro scopo, ovvero darti un’idea di ciò che trovi qui, possiamo anzi semplificarla. Diciamo che Chatwin getta una specie di ponte tra due epoche, tra due tipologie di scrittori di viaggio. Da un lato è l’epigono di una tradizione di grandi esploratori, tipo Thesiger (“Sabbie arabe”), Dougty (“Arabia deserta”), Monod (“Il viaggiatore delle dune”) e Sven Hedin (“Il lago errante”), o di “viaggiatori raffinati”, come Robert Byron (“La via per l’Oxiana”); dall’altro interpreta quel cambiamento che la scrittura di viaggio ha subito nell’ultimo quarto del secolo scorso, per adeguarsi al nuovo modello di mondo globalizzato. A partire dagli anni settanta l’attitudine del viaggiatore è radicalmente mutata. Non è rimasto angolo della terra o recesso marino che non sia stato frugato, scandagliato e riversato in mille documentari. Il viaggio è diventato professione, funzionale allo scriverci su libri o reportage o a girare video, per accontentare un mercato sempre più affamato e sempre più onnivoro. Ed è diverso proprio ciò a cui si guarda. Prima veniva privilegiata la sopravvivenza dell’antico, del tradizionale, oggi è messa a fuoco soprattutto l’irruzione del nuovo. È sufficiente confrontare Chatwin con quello che è unanimemente considerato il suo successore, William Dalrymple, o con Colin Thubron, per accorgersene. Nei diari di questi ultimi dall’India, dal Medio Oriente, dalla Cina o dalla Siberia viene fuori soprattutto l’immagine minacciosa di ciò che incombe, e non quella rassicurante di ciò che sopravvive.

Non vorrei tuttavia farti pensare che i resoconti di viaggio siano una lettura barbosa e pesante. Non è assolutamente così. C’è un po’ di tutto, ci sono quelli che si prendono sin troppo sul serio, ma ci sono anche dei viaggiatori simpatici e scanzonati. Bill Bryson, ad esempio, ha raccontato un esilarante trekking lungo la via degli Appalachi, percorsa in compagnia di un tizio ancor più sprovveduto di lui, in “Una passeggiata nei boschi”. Ed ha poi proseguito girando per gli Stati Uniti (“America perduta”), per L’Europa (“Una città o l’altra”), per l’Australia (“In un paese bruciato dal sole”), e ancora per l’Inghilterra e per l’Africa, sempre con lo stesso spirito, quello che sa unire conoscenza a divertimento.

 

Mi fermo qui, perché sono centinaia i nomi e i titoli che vorrei raccomandarti, e sento che se non ci do un taglio ti terrò qui sino a sera. Mi congedo con lo stesso autore col quale abbiamo chiuso la rassegna di letteratura: Edward Abbey. Abbey non è un viaggiatore, non almeno nel senso di tutti quelli dei quali ti ho parlato sino ad ora. Nel suo “Deserto solitario” non si raccontano viaggi, ma esperienze: mesi trascorsi come ranger in un deserto talmente bello da essere stato vincolato a parco, discese in canoa lungo affluenti del Colorado, nel Gran Canyon, in luoghi destinati a sparire sotto gli sbarramenti idrici, storie di cavalli, di indiani e di cercatori d’uranio. Al di là del suo fascino, e del valore letterario, il libro è un po’ la dimostrazione di quanto ti dicevo poco fa, a proposito dei diversi modi di viaggiare. Abbey viaggia “dentro” quel piccolo pezzo di mondo del quale è innamorato. Senti che per lui ogni pietra è importante, ogni ruscello che sfocia nel Canyon merita di essere risalito, perché a dispetto delle apparenze offre qualcosa di nuovo, di diverso. O semplicemente perché c’è.

 

E adesso chiudiamo davvero, almeno per oggi. Come dici? Che a te non piace viaggiare, che stai benissimo qui, che non vuoi andartene più?

È quello che temevo.

 

Seconda giornata

 SAGGISTICA 1) La storia

Coraggio, Elisa. Hai dormito come un ghiro e stamattina ti sei scatenata in giardino. Sei pronta per la seconda tappa. Ora torniamo nello studio, volgendo però le spalle alla letteratura e al caminetto. In questo modo inquadreremo tutto il settore della saggistica, che occupa per intero con quattro scaffali la parete B e si allarga con altri tre sulle due ali. Volendo puoi metterti comoda sulla dondolo, preferibilmente senza dimenarti troppo, ma soprattutto senza quella faccia da funerale. Non staremo qui una settimana.

Vediamo intanto come muoverci. I libri che hai di fronte sono collocati secondo un ordine, che tuttavia esiste più nella mia testa che sugli scaffali: per evidenziarlo non posso seguire la semplice continuità spaziale, come ho fatto con la letteratura. Proverò invece a rievocare i passaggi che hanno dato corpo nel tempo ai diversi settori, e in questo modo alla fine dovrebbe saltare fuori un percorso logico, o quanto meno una direzione. Ci tufferemo pertanto ancora una volta all’indietro, ripescando nella memoria.

La memoria ci ha raccontato ieri di un ragazzino che nei libri cercava una via di fuga, la possibilità di vivere un’esistenza parallela. Questo l’hai capito anche tu. Ma non chiedermene il motivo, perché non lo so. Penso di aver trascorso un’infanzia normale: abitavo in un paesino tranquillo, la famiglia era unita e numerosa, non ero vessato da fratelli maggiori e ho goduto per un po’ di qualche privilegio. I problemi sono semmai venuti dopo, nell’adolescenza, quando già ero un lettore accanito. Quindi l’ambiente c’entrava poco, la spiegazione è riconducibile più probabilmente a una patologia caratteriale. Diciamo che sono un sognatore nato ma, tanto per complicare un po’ le cose, anche un sognatore atipico.

Non ho mai proiettato infatti i miei sogni in mondi totalmente fantastici: viaggiavo con la testa nelle nuvole, ma i piedi li tenevo poggiati su “questo” mondo. Devo essere stato sin da bambino un bel rompipalle (a qualcuno dovevi pur somigliare), perché a dispetto della natura visionaria inclinavo decisamente allo scetticismo e allo spirito critico. Ero più affascinato dai ricordi di guerra o di caccia degli zii che non dalle favole della nonna, e facevo il palato a quei racconti, con la conseguenza che pretendevo poi “realismo” e una certa plausibilità anche dalle prime letture: amavo le storie con cavalieri, segrete di castelli, foreste notturne e battaglie, mentre tutto ciò che implicava fate e incantesimi e animali parlanti disturbava la mia immagine del mondo, perché introduceva delle presenze e delle pratiche improbabili. Qualche anno dopo, ad esempio, ero l’unico tra i miei coetanei a non entusiasmarsi per le prodezze televisive di Lassie, Campione e Rintintin, così come non mi piacevano i fumetti dei supereroi americani. Volevo situazioni verosimili ed eroi umani, capaci di risolvere tutto con armi e abilità accessibili anche a me.

Da allora non sono cambiato granché (confermi?), salvo il progressivo e naturale slittamento indotto dall’età, che mi ha reso sempre meno sognatore e sempre più critico. Il fatto poi che oggi mi diverta più di te con i cartoons del Vilcoyote e che mi sia appassionato dopo i trent’anni alla saga degli hobbit non mi sembra in contraddizione. In questi casi si tratta infatti di mondi fondati su una struttura logica diversa ma perfettamente conseguente, come le geometrie non euclidee. Voglio dire che mentre gli incantesimi delle tue fiabe preferite stravolgono la realtà naturale, e poi è sempre necessario scioglierli per ripristinarla, Bip Bip da questa realtà prescinde totalmente, non viola nessuna legge della natura, semplicemente se ne fa un baffo. Quanto a “Il signore degli anelli”, suppone un universo così perfettamente congegnato e definito in ogni particolare, con spazi, storie e tempi perfettamente autonomi, che non puoi fare altro che svestirti dei tuoi abiti, dei tuoi ruoli, della tua storia personale, per calarti completamente in quell’altra dimensione: ma senza per questo rinunciare ad un ordine e a una logica. Soltanto, si tratta di un ordine e di una logica diversi. Si, è un po’ complicato, ma non è di questo che adesso dobbiamo occuparci.

Ciò che mi preme invece farti capire è che non sempre l’atteggiamento di cui ti parlavo è positivo. Lo spirito critico unito alla disposizione a sognare può dar luogo ad una miscela micidiale: non rinunci a sognare, ma non consenti mai ai tuoi sogni di decollare. E c’è di peggio: infatti chi si immerge totalmente nel fantastico, se non è un idiota (ed è pur vero che ce ne sono tanti), rimane in genere cosciente di viaggiare in un’altra dimensione, e dà per scontato che il mondo reale sia diverso e destinato a rimanere tale; mentre chi sogna sforzandosi di tenere gli occhi aperti rischia di confondere un po’ le cose, e talvolta ha la pretesa di far coincidere la realtà con la sua fantasia. Esatto, come faccio io: ma anche tu, credimi, stai venendo su bene.

 

In un primo momento comunque la mia pretesa era un’altra: volevo conoscere il più possibile delle epoche e dei mondi nei quali i racconti e le letture mi trasportavano. Negli ultimi anni delle elementari ho cominciato a ricevere qualche risposta dai “sussidiari” scolastici, e poi alle medie dai manuali di storia: ma non mi bastavano. Trascuravano particolari che per me erano invece determinanti (com’era morto Giovanni delle Bande Nere? che fucili avevano i garibaldini?) e per i quali dovevo rivolgermi ad altre fonti, alle raccolte di figurine, ai fumetti de “Il Vittorioso” o alle rievocazioni della “Domenica del Corriere”. Ho continuato così, sempre giocando d’anticipo sulla scuola e sempre facendo viaggiare i miei interessi storici a rimorchio delle suggestioni letterarie. Per storia intendevo in pratica ciò che intendi tu quando mi chiedi di raccontartene una: la pura e semplice narrazione degli avvenimenti, il racconto di quel che era successo, piuttosto che la spiegazione del perché. Volevo fatti, date e nomi, e nulla mi sembrava ad esempio più concreto di una battaglia o di una guerra. Credo sia una curiosità naturale per un quasi-adolescente: traduceva in una forma più “adulta” lo spirito dei giochi collettivi che inscenavamo nei boschi attorno al paese, e più ancora di quelli individuali, nei quali mi divertivo a ricostruire le manovre e gli scontri con stati maggiori di soldatini (ne avevo pochi) e truppe di grette a buon mercato. Privilegiavo quindi la storia militare, che si tirava poi appresso quella politica: in definitiva il tipo di impostazione che ha caratterizzato il racconto storico da Erodoto sino alla metà del ‘900.

 

Il risultato lo vedi nei due scaffali di centro. Storie generali, storie di particolari periodi, storie di nazioni, di popoli, di dinastie, di ordini monastici e cavallereschi, di repubbliche e dittature, di rivoluzioni e restaurazioni, e poi storie di conflitti, dalle guerre del Peloponneso a quella del Vietnam; e anche un sacco di atlanti storici. Occupano quindici ripiani, ed hanno appendici negli scaffali laterali con le biografie dei maggiori protagonisti, da Pericle a Hitler. Se il gusto per la storia è un carattere ereditario avrai di che sbizzarrirti. Sono acquisti distribuiti nell’arco di quarant’anni; alcune storie nazionali specifiche le ho aggiunte solo pochi mesi fa. Il nucleo, il grosso, è stato però assemblato nel primissimo periodo, e il criterio è rimasto sempre lo stesso: riempire tutti i vuoti possibili.

Se dovessi suggerirti un percorso qui in mezzo mi troverei in difficoltà. Trattandosi di storia l’ordine delle letture parrebbe imporsi automaticamente, ma so che non è quasi mai così. Si procede per simpatie, per interessi del momento, che possono essere dettati da un romanzo, da un film, qualche volta persino dalla scuola. Agli inizi, poi, si attinge molto più semplicemente da ciò che si ha a disposizione.

 

Il mio rito di passaggio, ad esempio, il salto di qualità che mi ha trasformato da simpatizzante in adepto delle discipline storiche, è avvenuto tramite la “Storia Universale” di Cesare Cantù. È una delle perle di questa biblioteca, dodici volumi rilegati con dorso in pelle e titoli in oro, editi a Napoli nel 1859, che si trovano nella vetrinetta laterale, quella dei libri d’antiquariato. L’ho avuta in regalo attorno ai tredici anni da uno dei tanti viceparroci che hanno attraversato la mia fanciullezza e la mia adolescenza, come compenso per l’attività di proiezionista che svolgevo nel cinema parrocchiale. Non ho idea da dove arrivasse, forse dalla biblioteca della canonica, o da quella del santuario della Rocchetta, e penso comunque che nel suo spirito di redistribuzione evangelica don Nanni sapesse bene quel che stava facendo, perché mai dono è stato più gradito ed azzeccato.

Nel mio percorso Cantù ha rappresentato per la storia l’equivalente di De Sanctis per la letteratura. Ho lasciato gli occhi su quelle migliaia di pagine: passavano in rassegna tutte le civiltà del presente e del passato, quelle almeno conosciute all’epoca, e anche se infarcite di lacune e forzature davano l’idea di un’erudizione mostruosa. Il linguaggio, poi, era talmente arcaico da evocare tutta la profondità dei tempi. In quell’oceano di fatti avevo finalmente la sensazione di poter pescare nel profondo, di aggirare le reticenze dei miei manuali scolastici.

Da questa lettura ho sicuramente contratto il gusto per i recessi, per quelle vicende e quei personaggi che la storiografia più rigorosa nemmeno cita. Cantù in queste cose ci sguazzava. Trattava con eguale disinvoltura dinastie egizie e ribelli caucasici, procedendo inarrestabile dall’antichità biblica ai giorni suoi, anche se oggi sospetto che in qualche caso inventasse di sana pianta. Immagino avesse letteralmente conquistato i suoi lettori tardoromantici: dava loro quello che volevano, esotismo, storie bizzarre, oscuri protagonisti, che era poi esattamente ciò che cercavo anch’io.

Quel gusto mi è rimasto, e mi ha probabilmente impedito di diventare uno storico “serio”. Ancora oggi mi elettrizzano vicende semisconosciute come quella di padre Boetti, un frate domenicano che arrivò verso la fine del ‘700, nelle vesti del profeta Al Mansur, a costituire un effimero impero nel Caucaso, fondando una nuova religione e trascinandosi dietro folle entusiaste: o quella dei Kazari, la tredicesima tribù di Israele, che nemmeno si sa bene se sia esistita o meno. Allo stesso modo ho sempre preferito i comprimari ai grandi protagonisti: parteggiavo per Aiace Telamonio invece che per Achille ai tempi della lettura scolastica dell’Iliade, molto prima di conoscere i Sepolcri, e non ho mai letto una biografia di Napoleone, mentre so tutto su Gordon Pascià.

Non devi dunque pensare che la curiosità per i fatti d’arme fosse dettata da una natura prepotente e rissosa, o da un latente spirito di rivalsa: non sarò un pacifista ad oltranza, non offro volentieri l’altra guancia, ma non sono nemmeno mai stato un fanatico delle uniformi e delle carneficine. Certi conflitti, come ad esempio la guerra dei Trent’anni, avevano cominciato a intrigarmi soltanto perché era difficile saperne qualcosa; su quella vicenda ho raccolto un numero di studi che sarebbe sufficiente per una ricerca professionale, semplicemente perché nel mio testo di storia del liceo era liquidata in quattro righe. A me trent’anni di guerra sembravano un’eternità, era il doppio del tempo che avevo vissuto prima di sentirne parlare, e mi chiedevo quali eventi terribili ed esaltanti potessero starci dentro.

 

L’interesse per la guerra dei Sette anni data invece dalla lettura de “L’ultimo dei Mohicani” e dalla visione di “Passaggio a Nord-Ovest”, il film con Spencer Tracy. Era naturale che ne rimanessi affascinato. In questi scaffali la trovi raccontata per dritto e per traverso, soprattutto la fase americana, ma se davvero volessi un giorno saperne di più ti consiglio di partire dagli inquadramenti storici che Hugo Pratt premette ai suoi fumetti e, naturalmente, dalle sue storie e dai suoi disegni. Per me è entrata nell’epos, come l’Iliade o la guerra dei Sette contro Tebe.

C’erano infine le guerre “servili”, dalla rivolta di Spartaco alla guerra tedesca dei contadini, tutte accomunate da un esito disastroso per i rivoltosi. Non era tanto la componente di rivendicazione sociale a motivarmi, anche se indubbiamente l’idea degli oppressi che si sollevano mi entusiasmava, quanto l’ammirazione per una sfida disperata, portata contro avversari che avevano tutti i vantaggi e le probabilità di vittoria. L’interpretazione politica è arrivata dopo, come avremo modo di vedere, ma non ha mai scalzato la priorità dei fattori umani, del coraggio, dell’altruismo e della lealtà verso i compagni.

A dispetto della tua natura bellicosa dubito che le guerre o le vicende diplomatiche ti interesseranno molto. Il gradimento degli studenti per la storia è decisamente in calo. Volendo avresti tuttavia l’opportunità di scoprire come si possono raccontare la guerra dei Cento anni, il primo conflitto mondiale o la diplomazia della Restaurazione rendendoli più appassionanti di un romanzo, senza per questo sacrificare nulla dell’esattezza. Quando avrai terminato di leggere tutto il ciclo di Harry Potter, e a questi ritmi ci vorranno anni, quindi sarai nell’età giusta, tenterò di farti immergere in “Uno specchio lontano” o ne “I cannoni d’agosto”, di Barbara Tuchman. Esatto, una donna, che sa raccontare l’orrore della guerra proprio perché la detesta.

 

Le civiltà extraeuropee

L’interesse per le civiltà extraeuropee è nato allo stesso modo, da una insoddisfazione scolastica. Fino a qualche anno fa l’attenzione dei manuali per questo argomento era praticamente pari a zero. Raccontavano qualcosa sull’India, sulla Cina o sull’Africa solo in funzione del loro rapporto con l’Occidente. Che queste aree avessero visto prosperare civiltà sotto molti aspetti più avanzate della nostra sembrava un dato di scarsa importanza.

Ogni nuova scoperta in questo senso, proveniente dalla letteratura, dal cinema o dai fumetti (ma anche dalla televisione, dai telefilm mai più rivisti di “Jim della Jungla” o dei “Lancieri del Bengala”) apriva quindi spazi sconosciuti, che esigevano immediate esplorazioni. Per intanto mi costruivo delle mappe mentali accurate e minuziose, che spesso diventavano mappe cartacee vere e proprie, come quelle che ancora oggi disegno con te, con tanto di rosa dei venti e di bordi sfrangiati: poi, appena possibile, andavo a verificarle nel confronto con altre letture e con i testi storici, fino a che col tempo, passando attraverso motivazioni diverse, questo interesse è diventato dominante. Sono stato un cacciatore di suggestioni esotiche, poi un terzomondista piuttosto tiepido, e oggi coltivo il rimpianto coscientemente reazionario per un mondo nel quale le culture erano ancora tante e ben distinte. Una buona metà dei testi che trovi nel settore Storia riguarda infatti i popoli extraeuropei e le vicende del colonialismo, e possiamo aggiungere tutti quelli del settore Antropologia ed Etnologia, e la maggioranza di quelli del settore Viaggi ed Esplorazioni.

Scegliere tra questi titoli è anche più difficile che per la storia generale; a me sembrano tutti egualmente importanti, dipende da quel che si sta cercando. Se un giorno ad esempio vorrai godere di una prospettiva inedita sulla storia dell’Africa devi cercarla in opere come “Regni africani” di Lucy Mair o “L’antico regno del Congo” di W.G. Randles. Scoprirai che fino a quando non sono arrivati gli occidentali a mandare tutto all’aria in quel continente prosperavano forme originali di organizzazione economica, istituzioni, consuetudini sociali, che non sempre erano il massimo, ma almeno funzionavano. I documentari che passano in tivù ti hanno invece abituata a considerare l’Africa come una specie di paradiso degli animali e di inferno degli umani, con zebre ed elefanti e bambini scheletrici mangiati dalle mosche, e l’unica idea che puoi esserti fatta è quella di popoli che hanno perso il treno della storia e si trascinano mendicando gli aiuti umanitari. Non c’è dubbio che oggi la situazione sia questa, ma lo è per ragioni ben precise, la più importante delle quali è che quelle popolazioni sono state tirate a forza dentro un modello di sviluppo che non apparteneva loro e non era compatibile né con il loro ambiente né con il loro modo di concepire la vita e il mondo.

 

So di entrare in argomenti troppo complessi per la tua età, ma non importa; avrai tempo a tornarci su e a capire un’altra volta. Io li butto lì, e spero che un giorno ne germoglierà qualcosa. Anzi, ti segnalo anche un paradosso che ci consentirà di fare qualche riflessione su come si racconta la storia. Il paradosso sta nel fatto che, pur essendo opera di studiosi europei, i testi che ti ho segnalato colgono l’aspetto di fondo del problema molto meglio di quelli degli storici africani (ad esempio Hosea Jaffe per l’Africa meridionale ed Endre Sik per quella centrale). Vedo che la cosa non ti turba particolarmente: se le cose stanno in questo modo, ti stai dicendo, basta leggere i primi anziché i secondi. Invece non è così semplice. Secondo la logica, per sapere come è andata veramente in quel continente non dovrebbe esserci nulla di meglio che ricorrere ad uno sguardo “africano”, assumere cioè il punto di vista di chi è stato vittima degli eventi. Sono rimasto a lungo convinto della necessità di questo tipo di approccio, e la presenza di tanti prodotti della giovane storiografia africana sta a dimostrarlo. Col tempo ho dovuto però cambiare idea: ho realizzato che spesso questo punto di vista finisce per essere ancor più distorcente di quello occidentale.

Mi spiego: gli storici africani tendono a dimostrare che uno sviluppo “moderno” dell’Africa era già in atto ed è stato bloccato dal colonialismo, vale a dire che l’Africa era in corsa verso il modello sociale ed economico che poi è risultato vincente, ed è stata proditoriamente fermata. Questo atteggiamento nasce, a mio giudizio, non da un sentimento di fierezza, ma una sorta di complesso di inferiorità che gli intellettuali africani formatisi nelle scuole europee non potevano non maturare, ed è viziato alla base dalla volontà di cercare il riscatto nel confronto potenziale con l’Occidente, piuttosto che nel recupero di valori e percorsi autonomi.

Riflessione: non sempre il giusto risentimento degli oppressi e degli sconfitti è garanzia di una valutazione obiettiva, sul piano storico. Anzi, a dire il vero non lo è quasi mai. Quindi, un conto è comprendere le ragioni di una particolare interpretazione, altra cosa è assumere quest’ultima a verità legittimandola emotivamente.

Questi libri ti aiuteranno a capirlo, se vorrai: stanno nello scaffale centrale, in alto, assieme a testi classici come “Madre nera” di Davidson, sul commercio degli schiavi, o alla “Storia delle civiltà africane” di Frobenius, e alle opere della giovane storiografia africana.

 

Sotto c’è invece un intero ripiano consacrato all’Asia. Se ti avvicini e scorri i titoli ti renderai conto che la parte del leone la fanno l’India e la Cina, soprattutto la seconda. La cosa è giustificata dal peso demografico, oltre che culturale, di questi due paesi, ma torna anche il discorso di quanto valgano le simpatie, magari assolutamente irrazionali, nel determinare gli interessi. La storia giapponese è ad esempio scarsamente rappresentata, perché quella cultura non mi ha mai attratto in modo particolare, se non per la pittura di Hiroshige e Hokusai e per il culto religioso delle montagne. Quando ho provato a leggere Mishima l’ho sentito lontanissimo, non reggo il teatro Kabuki e quello No e arrivo all’intolleranza violenta nei confronti dei cartoni animati e dei manga. Provo in generale la sensazione di un formalismo vuoto, ma talmente radicato da essere divenuto sostanza. Per capirci, ho l’impressione che per un giapponese non sia importante il perché fare una cosa, quanto piuttosto farla bene. Questo non c’entra nulla con la storia, ma vale probabilmente a spiegare la mia scarsa disponibilità di testi sulla storia giapponese.

Ho problemi di sintonia anche nei confronti della mentalità cinese, ma il rapporto è diverso; l’ interesse è stimolato in questo caso dall’incredibile sequela di movimenti di rivolta che caratterizzano la storia della Cina, o dal contrasto tra il livello delle conoscenze e delle abilità scientifiche e tecnologiche raggiunto e la scarsa propensione alle innovazioni. Probabilmente però quello che soprattutto mi intriga è l’immensità e varietà territoriale, l’idea di un paese nel quale puoi trovare la cima più alta e la depressione più profonda della terra, e il fatto che pur essendo abitata da un miliardo e mezzo di persone, un quarto dell’umanità, risulta ancora in qualche modo una terra sconosciuta, una macchia bianca nel nostro atlante.

Non è dunque un caso se trovi qui tutta una serie di libri sulle società segrete e sulle rivolte (“Le società segrete in Cina”, “La rivolta dei Tai-Ping”, “La rivolta dei Boxer”, “La tragedia della rivoluzione cinese 1925-27”, ecc), e accanto ad essi quelli di Needham sulla scienza e sulla medicina cinese. Anche su queste curiosità hanno indubbiamente influito la letteratura e i film: la lettura adolescenziale dello straordinario “Tribolazioni di un cinese in Cina”, di Verne, e più tardi quella de “La condizione umana” e de “I conquistatori” di Malraux, nonché la visione, sempre nella prima adolescenza, di “Cinquantacinque giorni a Pechino”.

Non troverai invece studi specifici sulle misteriose sette dell’India, sui Tughs, per intenderci: preferisco conservarli nella memoria come me li ha raccontati Salgari, con i templi sotterranei ai quali si accede dagli alberi cavi. In compenso ci sono diversi testi sulle tappe della conquista e sull’organizzazione del dominio inglese, e naturalmente sulla lunga e tormentata marcia verso l’indipendenza. Mi fa però uno strano effetto leggere resoconti attuali sulla situazione indiana. Non riconosco più quel mondo. L’ho conosciuto attraverso Salgari, che non l’aveva mai visto, e soprattutto attraverso Kipling, che lo vedeva con gli occhi del sahib, e non c’è verso: la mia India è rimasta quella.

A differenza che per l’Africa, non possiedo studi di autori asiatici sulla storia del loro continente (tranne un classico, forse un po’ datato, di Kavalam Panikkar sulla “Storia della dominazione europea in Asia”). È senz’altro una lacuna mia, ma ho l’impressione che sia anche la situazione a presentarsi diversa. Nel caso dell’Africa infatti abbiamo un paio di generazioni di studiosi che si sono formati nelle università europee, inglesi e francesi soprattutto, ed hanno adottato un modello occidentale di interpretazione storica. La stessa cosa non è avvenuta per gli asiatici, che disponendo di scuole proprie e di una originale tradizione di scrittura della storia hanno conservato almeno in parte i loro modelli e criteri particolari. Quindi è probabile ci siano un sacco di storici asiatici, ma difficilmente vengono tradotti e diffusi in occidente, perché la loro impostazione, i loro metodi, il concetto stesso che hanno di storia non sempre sono compatibili con i nostri schemi. In altre parole, la storia che io ho studiato, e che tu studierai, è molto diversa da quella che conoscono o conosceranno i nostri rispettivi coetanei cinesi o giapponesi.

Il che ci conduce ad una ulteriore riflessione: quando si parla di storia occorre tenere presente che si tratta in realtà di una categoria eminentemente occidentale. E ancora: il concetto di storia, nell’accezione che comunemente oggi ne diamo, è entrato solo di recente anche nella cultura dell’occidente. Parlare di storia significa quindi parlare di una particolare concezione del tempo e degli eventi che lo abitano, che non è affatto uguale per tutti i popoli e per tutte le civiltà, e varia nelle diverse epoche.

Sono riflessioni, beninteso, che nascono da una consuetudine con l’argomento poco più che dilettantesca, e quindi valgono come un discorso da bar. Ma te le ho comunicate, anche se so che ti è ancora impossibile seguirmi, per farti capire che la lettura storica non va affrontata solo con buona volontà e curiosità, non è così asettica come potrebbe sembrare: necessita di strumenti appropriati e non facili da acquisire, di capacità di discernimento, di interpretazione e di collocazione. Quando si legge un testo storico occorre aver sempre la consapevolezza che quello che leggiamo non è la storia, ma il racconto della storia, fatto da uomini che sono motivati dalle ragioni e dalle finalità più diverse: e ancora, che quel racconto non è mai definitivo, ma costantemente aperto a nuove interpretazioni, e che nuove significa qualche volta più veritiere, ma altre volte no. Insomma, ciò che leggiamo va filtrato con una giusta dose di buon senso, di umiltà e di conoscenza. E bada che è meno ovvio di quanto sembri: io ho impiegato un sacco di tempo a capirlo davvero, a difendermi dalla riverenza e dalla suggestione di autorità che un testo storico induce, e ti garantisco che le sorprese ancora oggi non mi mancano.

Il problema di una incompatibilità delle letture non esiste in compenso per la storia americana. In questo caso abbiamo infatti solo le versioni dei vincitori, che magari negli ultimi tempi hanno recuperato anche le voci degli sconfitti, ma integrandole in un modello interpretativo collaudato. Lo spazio riservato in questi scaffali al continente americano è decisamente ampio. Ci sono soprattutto testi sulle civiltà precolombiane, sulle vicende della conquista spagnola e portoghese e sulla colonizzazione del Nord, perché la storia coloniale americana è un argomento attorno al quale ho lavorato parecchio. Rispetto a quanto è accaduto in Africa qui le vicende sono più conosciute, ma si tratta in genere di una conoscenza superficiale. È diffusa ad esempio l’idea di uno sterminio totale, di un continente desertificato dai conquistadores, il che, una volta espressa la dovuta esecrazione per costoro e tanta pietà per i vinti, in qualche modo autorizza considerare chiuso il capitolo delle popolazioni amerindiane. La realtà è ben diversa, e se vorrai capire perché l’America latina sia così instabile dovrai tenere presente che ha continuato ad esistere uno strato di popolazione, quello più consistente, assoggettata, sfruttata e tenuta fuori dalla storia da quell’altro, quello che la storia la faceva e la scriveva.

 

La storia sociale

Siamo passati dunque dalla storia delle guerre a quella delle conquiste, e poi a quella dei popoli conquistati. A questo punto abbiamo in mano il bandolo dal quale prendere le mosse: è chiaro che la storia è all’origine ed è rimasta al centro di tutti i miei interessi, ma anche che nel corso degli anni questi interessi hanno assunto direzioni e significati decisamente diversi.

Per forza, mi dirai: per quanto uno ami giocare coi soldatini e inscenare battaglie e parate, se proprio non è un idiota prima o poi dovrebbe cominciare a rendersi conto di quale sia la realtà della guerra. Dovrebbe capire che i buoni non schivano le pallottole e non vengono colpiti solo di striscio, e che dietro ad ogni eroe che torna vittorioso ci sono un sacco di poveri cristi che non tornano affatto, e che avrebbero anche fatto a meno di partire. In effetti è stato così. Ad un certo punto, essendo portato per natura e per educazione letteraria alla simpatia per gli sconfitti, e aiutato magari dalla visione di “Orizzonti di gloria” o dalla lettura di “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, l’ho capito anch’io. Mentre andavo accumulando testi su testi di racconto dei “fatti” ho cominciato a percepire il quadro storico come una tabella dei massacri, a passarlo ai raggi X e a scoprire le infinite metastasi dell’ingiustizia e della sopraffazione.

Stai sorridendo. Vedo che il mio accaloramento nel parlare di queste cose ti diverte. È vero, non è molto “scientifico”. Ma è difficile mantenere un atteggiamento neutrale sapendo quali e quanti orrori sono descritti in quei libri. Il distacco interpretativo è un conto, ma la non partecipazione mi sembrerebbe addirittura inumana. Forse è davvero ora di staccarci per un momento da questi scaffali, e di abbozzare un primissimo bilancio.

È piuttosto difficile da spiegare. Hai presente quel gioco che facevamo qualche anno fa, quando costruivamo un’immagine riempiendo uno spazio regolare, un quadrato, un rettangolo o un cerchio, con tante lineette verticali, tutte uguali e tutte perfettamente allineate in righe successive? Se l’allineamento era totale si otteneva un’immagine statica, mentre era sufficiente spostare una lineetta, al centro o di lato, mettendola in obliquo, perché l’insieme paresse muoversi, ruotare su se stesso, e risultasse comunque completamente squilibrato.

L’impressione è quella. La storia dell’umanità appare come un repertorio di massacri, carneficine, ingiustizie, che vengono ricordati perché si notano, costituiscono l’anomalia, e sono perpetrati da una parte infinitesimale degli uomini, ma ricadono su tutti, creando una squilibrio generale. La stragrande maggioranza degli umani vivrebbe in pace, ma è trascinata dagli egoismi, dalle ambizioni, dalla cattiveria vera e propria o dalla semplice stupidità di una minoranza in un inferno di sopraffazione e di orrori. Come in un castello di carte, è sufficiente che se ne muova una per fare crollare tutto.

Questo a mio giudizio non ha nulla a che vedere con le leggi della sopravvivenza, con le leggi naturali. E nemmeno può essere letto, come fa qualcuno, come il motore primario dello sviluppo della civiltà (quello per capirci che mette in moto tutto il quadro, che altrimenti rimarrebbe statico). L’umanità avrebbe già di per sé un sacco di problemi da affrontare e da risolvere nel suo rapporto con la natura, non avrebbe bisogno dei conflitti per essere stimolata a “migliorarsi”. Il conflitto, nella misura in cui va oltre quella che può essere considerata lotta per la sopravvivenza (che esiste in tutto il regno animale e vegetale), è un “disvalore aggiunto”, uno specifico umano che fa pensare talvolta che l’uomo sia davvero solo un tragico errore della selezione naturale. Su queste cose torneremo. Per ora mettiamo fine della parentesi e torniamo alla lettura ai raggi X.

La “radiografia” della storia è quel procedimento d’indagine che ce ne mostra gli aspetti meno superficiali e appariscenti. Quando è prevalentemente descrittivo, e si occupa ad esempio degli aspetti della produzione, dell’alimentazione e della cultura materiale, si chiama “storia della quotidianità”, mentre quando interpreta le persistenze e le trasformazioni prende il nome di “storia sociale”. Tutti i testi di autori francesi che trovi nei ripiani della storia medioevale e moderna, Bloch, Duby, Le Goff e compagnia, applicano questa modalità di lettura. L’hanno inventata loro. Gli inglesi e gli americani sono invece più portati ai grandi affreschi e agli eventi epocali, crociate e invasioni, i tedeschi alle biografie e agli studi sulle classi dominanti.

Poco alla volta, leggendo questi testi e adottando questo “sguardo”, ho spostato il mio interesse dai cavalieri ai contadini e agli artigiani, e poi agli operai; a quelle insomma che vengono definite classi subalterne, che lavorano per gli altri dietro le quinte della storia, che subiscono sempre, siano dalla parte dei perdenti o dei vincitori, e non hanno nemmeno il riscatto della memoria. Ho letto libri sulla schiavitù nel mondo antico, sui servi della gleba nel medioevo e sui proletari nell’età industriale, trovando conferma che tutti, in un modo o nell’altro, avevano cercato di scrivere una propria storia, di ribellarsi alle diseguaglianze e all’ingiustizia sociale. Era chiaramente questa parte, quella che rompeva la quotidianità dello sfruttamento, ad interessarmi.

Queste letture sono arrivate con l’inizio della frequentazione universitaria, quindi ad un certo livello di maturazione, ma si depositavano su un sostrato confuso, nel quale gli eroi di Plutarco convivevano con gli avventurieri di Salgari, gli orfanelli di Dickens con i giustizieri del West. Per molti aspetti non ero che un adolescente un po’ in ritardo, che si indignava perché nella storia reale i torti quasi mai vengono raddrizzati: e ognuno di questi torti lo vivevo come fosse stato fatto a me. Non credo le cose stiano ancora così – non mi riferisco all’ingiustizia, quella è sempre tale – che cioè gli adolescenti di oggi la mettano giù allo stesso modo: mi sembrano invece piuttosto rassegnati a convivere con le brutture del mondo, e soprattutto molto annoiati. Io almeno non mi annoiavo: avevo il mio daffare ad aggiornare l’elenco dei ribelli e andavo scoprendo gli utopisti. Era una storia iniziata con lo zio Tom, se ricordi, ed era poi passata attraverso Sandokan e London, per approdare infine a Spartaco e a Thomas Münzer. Ora però la passione per i ribelli stava diventando adulta: era arrivato il tempo dei rivoluzionari.

Come gli altri della mia generazione (loro però sembrava avessero già letto tutti il Capitale) a vent’anni avevo idee molto approssimative sulla dinamica dello scontro di classe e dello sfruttamento. In realtà non mi ponevo nemmeno seriamente la domanda (come ovviare all’ingiustizia?), convinto com’ero di conoscere già la risposta. Non c’erano santi: il nemico era il sistema capitalistico, il mezzo la rivoluzione, il fine una società egualitaria, o quantomeno più equa.

Per trarre queste conclusioni non avevo avuto bisogno di leggere né il Capitale né altro, mi bastava vedere in che stato tornava mio padre da una giornata di lavoro e sapere quanto gli costava permettermi di studiare; ma anche confrontare la mia situazione con quella dei miei compagni del Liceo, che invidiavo e disprezzavo ad un tempo. La coscienza di classe nasce in questo modo, si alimenta dell’esclusione più che del senso di appartenenza. Il resto, i testi che ti spiegano che è stato così sempre, ma da domani non lo sarà più, possono solo offrirti conforto e darti delle conferme. Quando scopri che non sei il solo a sentirti così pensi di poter unire la tua rabbia a quella degli altri e tradurla in azione. Almeno fino a quando non ti accorgi che tutti quelli che hanno teorizzato queste cose non provenivano dalla tua classe sociale, ma da quella dei tuoi compagni di liceo.

Comunque, questo spiega l’allargamento di interesse verso la storia sociale, e ci porta un altro po’ avanti col nostro filo. Ci sono, a lato degli scaffali riservati alla storia, almeno quattro ripiani interamente dedicati alla letteratura politica “rivoluzionaria”, da Marx a Kropotkin, da Gramsci ai Situazionisti: una parte di questa letteratura la trovi là in alto, confinata in una posizione di margine, mentre un’altra è invece qui in basso, ben visibile. Il perché di questa consistente presenza già lo sai, quello delle differenti collocazioni vedo ora di spiegartelo.

Per farlo devo aprire un’ennesima parentesi: ma ormai ti è chiaro che la biblioteca rappresenta solo un pretesto per raccontare altro. La mia maturazione politica ha coinciso con l’esplodere di un periodo piuttosto caotico, quegli anni della contestazione che sono poi passati direttamente nella leggenda, volutamente coltivata dai protagonisti. In sostanza la mia generazione, quella nata nell’immediato dopoguerra, ha avuto la percezione che tutto ciò per cui sembravano lottare i suoi padri, una sicurezza economica e un po’ di benessere, casa, macchina, lavatrice, non fosse sufficiente a giustificare l’esistenza, e soprattutto non fosse compatibile con il persistere di differenze sociali ed economiche che anziché ridursi andavano aumentando.

La contestazione dei valori della generazione precedente non era in sé una novità; ad ogni ricambio generazionale i figli ripudiano i padri, ed io e te stiamo già adesso costantemente a litigare su come ti comporti e come ti dovresti comportare. La novità era invece nel carattere “globale”, nel fatto cioè che fossero coinvolte nello stesso tipo di rifiuto tutte le classi sociali, i figli dei proletari accanto a quelli dei borghesi o dei padroni – e già questo avrebbe dovuto suscitare qualche diffidenza, sia sulla reale coesione dello schieramento contestatore che sulla reale consistenza degli obiettivi. Questa apparente unità di intenti era resa possibile dal fatto che per la prima volta in teoria tutti quanti potevano accedere agli stessi livelli di istruzione, e sembravano avere garantita almeno un’accettabile sopravvivenza.

Ora non sto qui a farti la storia di quegli anni, ne esistono già troppe, e se ti interessa puoi leggertela nei due libri di Ginsborg (“Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi” e “L’Italia del tempo presente”) o in altri testi sull’Italia contemporanea e sul Sessantotto che trovi lì in basso: ti basti sapere come li ho vissuti io, in bilico continuo tra la voglia di partecipare a manifestazioni, occupazioni, assemblee e tutto il folklore dell’epoca, e una sensazione di marcata estraneità nei confronti degli slogan, delle parole d’ordine, delle citazioni di Lenin e dei libretti rossi che vedevo sventolare. Ce la mettevo tutta per credere che con la rivoluzione mondiale e l’avvento del socialismo le cose sarebbero andate meglio, ma quando mi guardavo attorno e consideravo che il socialismo avrei dovuto farlo con “quelli”, beh, ti confesso che mi cadevano le braccia. Può sembrare presunzione, ma io preferisco considerarlo buon senso pratico: a dispetto della mia natura di sognatore credo di aver ereditato da tuo nonno almeno la capacità di valutare la credibilità e l’affidabilità della gente, con una certa tendenza al negativo.

Ecco allora come si spiegano le diverse collocazioni. Da un lato, anzi, lassù, ci sono i testi sacri, i libri canonici della dottrina rivoluzionaria: si va da Marx – tutto, da solo o in coppia con Engels, compreso naturalmente “Il Capitale”, nell’edizione più economica che mai sia apparsa, stampata in anastatica con doppia facciata: in pratica ad apertura di pagina ti trovi davanti quattro facciate, il che scoraggerebbe alla lettura anche il miglior intenzionato (e infatti…) – dall’opera omnia di Marx, dicevo, alle opere scelte di Lenin nell’edizione moscovita, quelle che vendevano sottocosto nei festival dell’Unità, ben rilegate ma tradotte in un italiano pittoresco, fino agli scritti di Trotzki e addirittura di Labriola, di Kautsky e di Lu Hsun. E poi i “Quaderni del Carcere” di Gramsci. Non ci sono invece, e soprattutto non ci sono mai stati, gli scritti di Stalin o quelli di Mao. Questi libri stanno a testimoniare che la volontà di credere c’era, così come una certa serietà nell’andare direttamente alle fonti, e lo dico senza vergognarmene e senza liquidare il tutto come ingenuità giovanile.

 

La sociologia

Che lo sforzo fosse serio lo confermano i volumi di Storia delle dottrine e dei movimenti politici che riempiono un intero spazio a fianco dei precedenti, ma più ancora quelli di Sociologia che stanno immediatamente sotto. Ci sono tutti i maestri di questa disciplina, appartenenti alle più diverse scuole di pensiero, da Durkheim a Weber, da Tonnies a Wright Mills e a Parson, nonché alcuni veri e propri capisaldi del mio personalissimo itinerario di coscienza socio-politica. Primo tra tutti, e direi anche insuperato, rimane “La teoria della classe agiata” di Thorstein Veblen, una lettura che ha profondamente inciso sulla mia formazione, offrendomi una spiegazione del perché si porti la cravatta e del come la cultura possa essere un consumo vistoso. Credo davvero che Veblen sia tra gli autori che mi hanno cambiato la vita: ha fatto nascere in me la passione per la sociologia, che in quanto disciplina di studio è rimasta poi confinata agli anni universitari, ma ha modellato il mio modo di percepire e di inquadrare ogni tipo di evento e di fenomeno, fornendomi degli schemi che applico automaticamente ancora oggi. E inoltre, non ho mai più portato la cravatta.

Devo dire che all’epoca chiedevo alla sociologia qualcosa di più degli schemi: chiedevo delle risposte, nella convinzione che i problemi dell’umanità fossero frutto semplicemente di una cattiva organizzazione sociale, e che sarebbe stato possibile risolverli individuando i modelli e i comportamenti sociali più giusti. Non ero il solo: gli anni sessanta-settanta hanno fatto registrare un boom degli studi sociologici e una polluzione delle facoltà universitarie di sociologia, dalle quali tra l’altro era partita la contestazione del Maggio francese e doveva uscire la maggior parte degli ideologi delle Brigate Rosse. L’equivoco mio, di confondere degli strumenti di studio per i fondamenti di una dottrina, era dunque comune un po’ a tutti.

Vedi quella serie di volumi, quasi tutti dell’Einaudi, che occupa un intero ripiano alle spalle della scrivania? Sono tutti autori collegati in qualche modo alla Scuola di Francoforte, o studi sulla scuola stessa. Si va da Adorno a Horkeimer, a Benjamin, a Marcuse, a Lowenthal, tutti nomi in auge fino ad una ventina di anni fa, che hanno prodotto analisi fondamentali della società contemporanea e della modernità in genere, ma hanno goduto di grande fama solo fino a quando sono stati travisati. Adorno, ad esempio, nella “Dialettica dell’illuminismo” critica a fondo i presupposti della società borghese, ma non certo in nome di un suo superamento rivoluzionario. Nel sessantotto prendeva ad ombrellate i contestatori che andavano a chiedergli lumi. Ciò che i francofortesi evidenziavano era il progressivo slittamento verso l’uniformazione delle idee, dei gusti, delle aspettative, dei comportamenti (“L’uomo a una dimensione”, di Marcuse), ciò che denunciavano erano i rischi di una democrazia nella quale l’omologazione si andava sostituendo al consenso, capitalistica o socialista che fosse. Forse dovrei rileggerli tutti con calma, invece di darli per scontati.

Utopisti ed eterodossi

Il fatto che le testimonianze di questo impegno ci guardino impolverate di lassù è comunque sintomatico: dalle aspettative di redenzione allargate a tutta l’umanità ho ben presto ripiegato su speranze di riscatto più modeste e più compatibili con la mia natura, quelle ristrette ai singoli individui.

Mi riferisco a questi ripiani più bassi, dove trovi la storia e la letteratura dell’anarchismo, inteso in senso molto lato, a comprendere tutti coloro che hanno pensato “contro” tenendosi al di fuori dell’ortodossia social-comunista. Qui ci sono quelli “storici”, da Goodwin a Bakunin, a Kropotkin soprattutto, su su fino a Malatesta, a Camillo Berneri e a Bookchin. Qui sotto invece stanno tutti gli altri irregolari del pensiero di sinistra, da Pisacane fino a Castoriadis e a Krippendorf. La simpatia per gli anarchici non implica che condividessi in pieno la loro analisi politica e il loro progetto (sempre che di un progetto si possa parlare). C’entra piuttosto, ancora e sempre, la simpatia per i perdenti, non fosse altro perché non avendo mai vinto non hanno mai potuto tradurre in “anarchismo reale” il loro sogno, e quindi farne un incubo: e c’entra soprattutto quel margine ampio concesso all’individualità al quale non ho mai saputo rinunciare. Solidale si, ma solitario, come dice Camus.

Della vicenda dell’anarchismo mi hanno in sostanza intrigato sempre più la personalità e le disavventure dei singoli che non gli esiti del pensiero (tranne nel caso di Kropotkin). Forse non ho sufficiente fiducia negli uomini per pensare che possano convivere senza una qualche autorità a tenerli buoni, anche se ritengo che debba comunque essere questo l’obiettivo di una educazione e di una crescita politica. Ma, ripeto, ad affascinarmi sono personalità come quella di Amilcare Cipriani, che esce dal carcere dopo otto anni di segregazione, inscena una manifestazione politica e torna in galera nella giornata stessa. Oppure episodi come quello del congresso di Vallombrosa, con i delegati che scappano da Firenze, dove sono braccati, provano a riunirsi a Scandicci, dove vengono immediatamente rintracciati, si spostano a Vallombrosa, dove la polizia fa irruzione nella locanda che li ospita, e tengono infine la loro assemblea, i pochi rimasti, nei boschi, a Novembre, per due giorni sotto un diluvio continuo. Lo capisci anche tu che non posso non sentirmi anarchico.

Nei quattro ripiani centrali, dal lato opposto, trovi infine le propaggini laterali di questo percorso, quelle che si sono sviluppate a destra e a sinistra. Uno è occupato per intero dai classici della letteratura utopistica, da Moro (Tommaso!) a Cyrano, a Etienne Cabet, a Butler (e ci sono anche le distopie, come “1984”, “Farheneit 451” e “Il mondo nuovo” di Huxley), e un altro da decine di saggi che trattano l’argomento per dritto e per traverso (almeno quattro “Storia dell’Utopia”, tre “L’Utopia”, e poi “I luoghi dell’utopia”, “Spirito dell’Utopia”, “Utopia e socialismo”, “Utopia e illuminismo”, “Utopia e Civilizzazione” e via di questo passo). Raccontano di un interesse quasi maniacale, protrattosi per tutta una vita.

Quella con i creatori di visioni utopiche era evidentemente un’affinità elettiva, per un ragazzo dalle caratteristiche di sensibilità (o suscettibilità?) sociale e, diciamolo, di immaturità qual ero io. Ho cominciato ad appassionarmi ai mondi utopici, alle società “possibili” sin da bambino. Credo ci fosse anche lo zampino di “Orizzonti perduti”, che avevo visto al cinema parrocchiale prima ancora dell’età scolare. Col tempo mi si è sviluppata un’antenna speciale, un sensore che si attivava immediatamente nei confronti di tutto ciò che avesse un vago sembiante di utopia, compresi i mondi arcadici di Virgilio o le repubbliche dei filosofi greci. Ho continuato a raccogliere materiale per quasi quarant’anni, coltivando il sogno di scrivere un giorno pagine definitive sull’argomento. Adesso vado avanti per inerzia, come penso accada prima o poi ad ogni collezionista. Ho partorito un paio di striminziti articoletti sul tema, e mi sembra di non aver altro da dire.

L’interesse nei confronti della letteratura utopistica ha assunto infatti poco alla volta un significato diverso: ho cominciato intanto a realizzare che di utopie, appunto, si trattava, quindi di ipotesi campate letteralmente per aria, e poi che forse quei mondi possibili non erano così auspicabili come inizialmente avevo creduto. Ho finito per leggere la letteratura utopistica come la spia di un certo sviluppo della modernità, quello che si risolve in massificazione e annullamento dell’individualità. Il che non significa che oggi non ci sia, e forse più che mai, bisogno di utopie. Soltanto, occorre riconsiderarne il significato: la meta degli utopisti “classici” era una società perfetta capace di rendere migliori gli uomini, la nostra dovrebbe essere quella di uomini migliori capaci di rendere più vivibile la società. E per ottenere questo risultato non si devono rincorrere modelli di società ideali, ma riscoprire e riproporre le figure e il pensiero di uomini esemplari.

Per esempio, quelle che vedi nel ripiano a fianco sono le opere e le biografie degli esponenti del pensiero liberal-democratico o liberal-sociale, da Benjamin Constant ai fratelli Rosselli e agli altri esponenti dell’antifascismo democratico, principalmente quelli di “Giustizia e Libertà”. Quanto ad esemplarità, non hanno nulla da invidiare alle figure più limpide dell’anarchismo, rispetto alle quali possono vantare senz’altro un maggiore realismo nell’analisi e nella progettualità politica. Non godono di una grossa popolarità nel dibattito (si fa per dire) politico odierno, né a destra né a sinistra. Vengono tirati in ballo raramente, e quelle poche volte a sproposito, oppure per prendere le distanze dal loro “integralismo” etico. In altre parole la loro onestà, intellettuale e personale, viene considerata obsoleta, pallosa, improponibile in un’età disinvolta e volgare come quella attuale.

Quanto a numero di testi ed evidenza dell’impatto in questo settore la fanno da padroni Alexis de Tocqueville e Piero Gobetti: accostamento singolare, ma che ha le sue ragioni. Tocqueville, al di là del suo pensiero, che mi ha affascinato per lucidità e concretezza, mi ha letteralmente conquistato attraverso una raccolta delle sue lettere, che già nel titolo aveva tutti i requisiti per diventare un breviario: ”L’amicizia e la democrazia”. Io non so se credo molto nella democrazia, devo crederci per forza perché è la migliore delle forme politiche possibili, ma non sono affatto entusiasta – come non lo era Tocqueville – di molte delle sue implicazioni, e ne temo le derive populiste e demagogiche.

Credo invece assolutamente nell’amicizia, forse perché ho avuto la fortuna di conoscerla, quella vera, e probabilmente anche la capacità di non caricarla di aspettative eccessive. Ho trovato in questo libro una sintonia totale, la meraviglia di scoprire un uomo che in mezzo ad incarichi altissimi di governo, a rivolgimenti politici fondamentali, allo sforzo di un’analisi lucidissima e insuperata delle trasformazioni in atto alla sua epoca nel vecchio e nel nuovo continente, ha saputo coltivare come valore fondamentale e irrinunciabile della sua esistenza quello dell’amicizia.

Nei confronti di Gobetti vale invece l’ammirazione per la genialità e la vitalità. Uno che a diciott’anni ha già fondato una rivista militante alla quale collaborano le teste più fini della cultura italiana, che a venticinque oltre a dirigere e in pratica a redigere da solo le uniche due riviste libere del tempo ha anche messo in piedi una casa editrice, e che nemmeno la brutalità riesce a far tacere, fino a quando non arriva all’assassinio, non può che meritarsi una nicchia speciale nel mio cuore e nella mia biblioteca.

Extravaganti, maschi e femmine

In quest’altro ripiano infine ci sono gli scritti di personaggi della cultura e della politica che definirei “extravaganti”, da Herzen a Orwell, a Camus, a Boll, a Isaiah Berlin, a George Steiner, ad Enzensberger (si, proprio quell’Enzensberger che già conosci, quello de “Il Mago dei numeri” e di “Ma dove sono finito?”): tutta gente accomunata dal coraggio delle proprie opinioni e dal rifiuto di conformarsi alle idee e alle ideologie dominanti. Dei saggi di Orwell, e della sua figura, ti ho già parlato, così come di Camus. Tutti gli altri qui ospitati meritano di essere conosciuti, sia per la statura etica che per il valore culturale, ma due in particolare te li raccomando.

Uno è Eric Muhsam, un anarchico ebreo tedesco morto tra i primissimi nei campi di concentramento nazisti, dopo essere stato sottoposto per mesi alle sevizie più atroci, e morto due volte perché bellamente dimenticato, in patria e fuori, dopo la caduta del nazismo. Muhsam era un non violento, ma di quelli che fanno paura davvero al potere, per la fermezza con cui praticano i loro principi e per l’implacabilità nella denuncia di ogni sopraffazione. Non a caso è stato preso a bersaglio immediatamente, e ha fatto incattivire in maniera bestiale i suoi aguzzini. Non ho mai sentito pronunciare né letto il suo nome nel revival pacifista e non violento di questi ultimi anni. Almeno tu, che tanto pacifista non sei, ora lo conosci.

L’altro è Furio Jesi. Una storia completamente diversa, una precocità intellettuale straordinaria, tanto che non ha nemmeno frequentato le scuole regolari e l’università, per non perdere tempo. C’è stato un periodo nel quale non potevo accostarmi ad un libro o ad un argomento che mi interessasse senza scoprire che l’aveva scritto o tradotto o curato lui. Mi rimane il rammarico di averlo mancato per un pelo. Era finito ad insegnare nell’università di Genova, all’inizio degli anni ottanta, ed morto per un banalissimo incidente nel momento in cui mi ero deciso a contattarlo. Mi sarei nuovamente iscritto e avrei frequentato i suoi corsi, imparando forse finalmente il tedesco.

Rimane Enzensberger. È un po’ una fissa della mia vita, assieme a quella di Humboldt. È la perfetta incarnazione di ciò che dovrebbe essere un intellettuale, secondo l’accezione che do io del termine. Ha un equivalente in Italia solo in Calvino. Non ha scritto romanzi, ma saggi e poesie, e alcune di queste ultime, come quelle di “Mausoleum” o de “La fine del Titanic”, sono dei saggi in poesia. Infatti li trovi qui, e non nella sezione letteraria. È di una puntualità impressionante nell’anticipare gli sviluppi ancora non visibili delle situazioni, nel vedere la faccia nascosta di tutte le mode culturali imperanti e nel metterle allo scoperto, sempre voce fuori dal coro, ma senza lo snobismo della controtendenza, per pura onestà intellettuale. A differenza di Salinger, spero viva almeno altri vent’anni, per continuare a leggere i suoi interventi.

Accidenti, stavo quasi per dimenticare Galois. Questo Elisa non te lo devi perdere, assolutamente. Stavo dimenticandomene perché non è classificabile sotto alcuna etichetta: non era anarchico, non era comunista, era un ribelle e basta. Evariste Galois è morto a vent’anni, in un finto duello da lui voluto e combinato con un amico per far esplodere una insurrezione. L’insurrezione non c’è stata e lui è morto inutilmente dopo due giorni di agonia. Era una mente matematica fuori dell’ordinario, un vero genio, e non è mai riuscito a far pubblicare i risultati delle sue ricerche: o glieli rifiutavano, perché non li capivano, o li perdevano per distrazione o per disgrazia. È comprensibile che a vent’anni fosse talmente esasperato contro tutto e tutti da cercare almeno un riscatto nella morte. Sta di fatto che gli unici scritti suoi rimasti sono stati buttati giù in tutta fretta la notte precedente il duello, e daranno lavoro ai matematici per altri duecento anni. Ci sono un paio di sue biografie nello scaffale specifico, ma c’è anche un romanzo, “Il matematico francese”, che è attendibile nei fatti quanto avvincente nella ricostruzione. È evidente che Galois non c’entra per nulla con la mia formazione, avevo quattro di matematica e comunque l’ho scoperto piuttosto tardi. No, te l’ho ricordato solo perché potrebbe darti un’idea dello stato mentale in cui mi trovavo a vent’anni, matematica esclusa.

 

Come dici? Se è un caso che non abbia citato nemmeno una donna? No, non è un caso, è una dimenticanza, e grave. Hai ragione. Sarei quasi tentato di risponderti che in fondo non ci sono state figure femminili di particolare rilievo nella mia formazione politica e culturale, ma non è affatto vero. Ne ho invece incontrate diverse, a varie riprese, e alcune di esse mi hanno letteralmente folgorato.

 

La prima è stata senza dubbio Simone Weil. Non poteva, del resto, essere che lei. Aveva tutti i requisiti giusti. Ebrea, ma vicina alla lettera del vangelo al punto da considerarsi cristiana, e al tempo stesso da non farsi battezzare per solidarietà con i propri correligionari perseguitati. Borghese colta e raffinata, ma capace di lasciare il lavoro di insegnante e di rompere con la sua famiglia e la sua classe sociale per immergersi nella condizione proletaria, andando a lavorare nelle officine della Renault. Volontaria in Spagna durante la guerra civile e militante sempre nella sinistra, senza mai legarsi ad alcun partito o movimento particolare. Emigrata in America, subito dopo la sconfitta francese, per sfuggire alle persecuzioni, ma capace di tornare quasi immediatamente in Europa per essere vicina ai connazionali e rendersi utile in qualche modo. Morta infine di stenti e di fatica a trentaquattro anni, per essersi prodigata fino allo sfinimento malgrado i gravi problemi di salute.

Come puoi immaginare, è stato amore a prima vista, tanto che ho scelto la sua figura e il suo pensiero per la mia prima ed unica esperienza di “docente” universitario, moltissimi anni or sono. I testi che commentavo per i miei quattro uditori erano “La prima radice” e “La condizione operaia”. Ma sai anche che non sono molto stabile con i miei amori. Proprio quel commento, quell’analisi approfondita mi hanno fatto percepire una distanza, l’impossibilità mia di credere tanto visceralmente in una causa, e quella sua di essere sufficientemente realista da non trasformarla in una fede. Credo sia nata proprio in quell’occasione la mia “sindrome di san Francesco”, quella che mi fa sempre irrigidire un po’ quando mi trovo di fronte a figure che hanno scelto volontariamente la povertà, e che riescono così esemplari, così eccezionali, perché hanno potuto scegliere, e perché scegliere in una certa direzione fa notizia. So di essere ingiusto, so che scegliere gli stenti quando si ha possibilità di vivere negli agi è semmai un doppio merito: ma mi rimane sempre l’impressione di una reversibilità che è negata agli altri, a quelli che non hanno la possibilità di scegliere e non avrebbero dove tornare. Mi spiego: in fondo la Weil, non avendo retto la sua salute all’esperienza operaia, è tornata a fare l’insegnante, ed è rientrata in Europa dopo aver sfruttato la possibilità di fuggire in America. Milioni di altri ebrei questa possibilità non l’hanno avuta. Non mi da fastidio che sia tornata, anzi: ma mi da fastidio il fatto che la radicalità di certe esperienze finisca poi per costituire un parametro esemplare ed inarrivabile, rispetto al quale non puoi non sentirti un po’ in colpa e in difetto. Con tutto questo, è evidente che ti spingerò appena possibile a leggere la Weil, e continuerò a leggerla io stesso.

 

Non ho provato le stesse emozioni contrastanti quando ho approfondito il pensiero e la personalità di Rosa Luxemburg. Non mi sono innamorato della Luxemburg come mi era accaduto con la Weil, ma proprio per questo, probabilmente, la mia devozione è rimasta immutata nel tempo. Sono convinto che l’analisi della società moderna che sviluppa ne ”L’accumulazione del capitale” sia in assoluto la più lucida tra quelle prodotte all’interno dell’ortodossia marxista (“all’interno” si fa per dire, anche se è poi vero che la sua posizione era molto più genuinamente marxista di quelle di Lenin e di tutti gli altri teorici della rivoluzione).

Ma non mi pare il caso di discutere con te di teorie del comunismo. Sappi soltanto che Rosa Luxemburg era un’intellettuale ebrea polacca, decisa sostenitrice di un coinvolgimento totale e continuo delle masse nel movimento rivoluzionario, anche a livello decisionale, e contraria a delegare a delle élites politicizzate la guida della rivoluzione e ad una burocrazia di partito la sua gestione. Era una insomma che voleva “fare” la rivoluzione, non “guidarla”. Quando la rivoluzione la lanciarono gli altri, il partito comunista tedesco filobolscevico, la Luxemburg oppose tutta una serie di argomentazioni di buon senso e di opportunità, ma quando il movimento fu sconfitto rimase al suo fianco, a differenza di coloro che lo avevano scatenato, e venne massacrata e giustiziata.

Vedo che la faccenda ti interessa. In effetti, con quella faccia e con quel carattere, mi sembri più in linea con la Luxemburg che con la Weil. E poi, a te la povertà decisamente non piace. Devo invece farti presente che la figura della Luxemburg non ha suscitato molti entusiasmi nel movimento femminile degli ultimi decenni (nemmeno quella della Weil, a dire il vero). Ho quasi l’impressione che sotto sotto le si rimproveri la stessa cosa che le rimproveravano molti maschi, quella di fare una parte da uomo. La Luxemburg non era un uomo con sembianze femminili: era una donna in tutto e per tutto (per quel che può voler dire) che affrontava i problemi e le scelte non con atteggiamento maschile o femminile, ma con intelligenza. E aveva anche ben chiaro il ruolo dell’intellettuale nella rivoluzione, senza fare troppe confusioni. Ognuno porta nella rivoluzione quello che sa fare, non è necessario travestirsi da proletari per avere l’abito di scena adatto. Il tempo ha dimostrato che le sue speranze rivoluzionarie erano infondate, ma questo non toglie nulla né alla sua statura etica, che non è mai stata in discussione, né ai suoi contributi teorici.

 

E arriviamo ad Hannah Arendt. Guarda la combinazione, è un’intellettuale ebrea tedesca, profuga prima in Francia e poi in America. Ha scritto opere fondamentali, come quei tre volumi in bella vista su “Le origini del totalitarismo” e quello verde, vicino, ”Vita Activa”. Altre sue cose sono sparse qua e là nelle diverse sezioni. Un’intelligenza superiore, di quelle di fronte alle quali uno non può nemmeno provare sentimenti, tanto le sente inarrivabili. Fin troppo, forse. È strano il mio rapporto con la Arendt. In questo periodo è senza dubbio tra i tre o quattro autori ai quali faccio maggior riferimento, ma sotto il calore intellettuale continuo a sentire del gelo. Ho provato a scaldarmi leggendo la storia del rapporto con Heidegger, che è stato suo insegnante universitario e poi amante, prima di schierarsi apertamente col nazismo e tenerla lontana in quanto ebrea. Peggio che andar di notte. La Arendt non lo ha mai ripudiato, lo ha difeso dopo la guerra, ha mantenuto i rapporti con lui e con la di lui arianissima moglie: cosa che sembrerebbe parlare di una passione al di là di ogni logica, e che la renderebbe umanissima, e amabile. Ma non l’ho sentita così. Mi è parsa una passione di testa, quasi una sfida intellettuale.

È inutile che mi guardi di sbieco. So già dove vuoi arrivare. Quando parlo di intelligenze o di esperienze di vita al femminile inserisco sempre qualche “ma”. È vero, e sarei un’ipocrita se non lo facessi. Non credo di essere un grande conoscitore della psicologia femminile, dubito che possa esserlo qualsiasi maschio e sono anche fermamente convinto che vada bene così, almeno in linea generale. Certo, non mi spiacerebbe ogni tanto capire cosa ti frulla nella testa, ma credo che potremo andare avanti abbastanza bene se impareremo almeno, tra un conflitto e l’altro, a rispettare le nostre diversità.

Quanto alle tre nostre amiche, vale un po’ per tutte il discorso fatto per la Weil: per un verso o per l’altro dal loro modo di pensare traspare una “volontà di credere” che ha caratteristiche quasi religiose. Forse dipende dal fatto che sono di origine ebraica, o ancora di più, che con questa origine tutte sono in conflitto, una per ragioni religiose, l’altra per motivi politici e la terza per una sorta di superamento intellettuale, ma alla fine nessuna la ripudia. O forse, più semplicemente, dal fatto che sono donne. Hanno una gran fiducia nell’umanità, beate loro, nelle potenzialità inespresse dell’uomo, nella sua capacità di essere sociale mantenendo la sua dignità individuale. Hanno quello che ai maschi in genere manca, o che viene comunque bilanciato da una componente di egoismo individualistico, anche quando si esprime negli ideali più altruistici. In sostanza, si danno ad una causa sino in fondo, il che sarebbe l’ottimo, ma credono (e pretendono) che anche gli altri, i loro corrispettivi maschili, siano pronti a fare altrettanto, il che invece non è del tutto vero. Tu sei già fatta così, lo si capisce benissimo, e non dire di no perché non sai nemmeno di cosa stiamo parlando.

 

 

Emarginati ed esclusi

In effetti sembri un po’ disorientata, oltre che stanca. È più che comprensibile, ci stiamo muovendo in mezzo ad argomenti tutt’altro che leggeri, e non deve essere facile tenermi dietro in questo andirivieni nella memoria. Sono confuso anch’io. Comunque, abbiamo già fatto un bel pezzo di strada; un altro piccolo sforzo e ci prenderemo nuovamente una pausa.

Per aiutarti a rientrare in sintonia ricapitolo brevemente le tappe che ci hanno portati sin qui. Siamo partiti dal mio interesse generalizzato per la storia e abbiamo constatato come ne siano discese delle ramificazioni specifiche, vuoi per inclinazione, vuoi per passaggi naturali e conseguenti. Da queste a sua volta ha preso l’avvio un percorso piuttosto accidentato, ma sostanzialmente lineare, attraverso le idealità politiche e sociali. Potremmo chiudere questo capitolo intitolandolo un po’ pomposamente “Come la conoscenza storica si traduce in consapevolezza politica”. Per tua sfortuna solo di un capitolo si tratta, e appena voltata pagina ne troviamo un altro: “Come l’autentica consapevolezza politica ti faccia disperare della politica”.

Ci sono infatti aspetti della storia che inducono una attitudine più sentimentale che politica, nel senso che spingono ad una partecipazione emotiva, ma non possono essere ricondotti ad un progetto politico di riscatto. Potremmo definirli le “cause perse”, e farvi rientrare tutte quelle opzioni che la storia ha scartato. L’Ariosto, quando spedisce Astolfo sulla luna a recuperare il senno di Orlando, dice che lassù si trova tutto quello che sulla terra è andato perduto: sogni, illusioni, speranze, oltre naturalmente alla Fama, alle mode e ad altri valori effimeri. A me è sempre piaciuto camminare un po’ sulla luna, e andare a rovistare tra le scorie depositate lì dalla storia. Ci trovi appunto tutte quelle suppellettili dimenticate come il regno dei Kazari o l’impero di Al Mansur, oppure la vita disperata di Galois, insomma, le mie bizzarrie personali, ma ci trovi anche cose che in qualche modo possono essere riciclate, se non politicamente, almeno eticamente.

Una buona fetta del suolo lunare è stata ad esempio esplorata da uno storico inglese tra i miei preferiti, Eric J. Hobsbawm. È uno studioso “di sinistra”, ma tutt’altro che allineato, ed è quello che ha coniato il concetto di “secolo breve” relativamente al ‘900 (è il titolo della sua opera forse più famosa, che vedi in bella vista nello scaffale di centro). Bene, H. ha esordito come storico con una serie di studi dedicati a “I ribelli”, “I banditi” e “I rivoluzionari”, che stanno lì vicino. Li ho letti tutti, partendo dall’ultimo, e naturalmente le mie preferenze sono andate invece al primo, che raccontava personaggi e movimenti dimenticati o addirittura mai studiati (tra questi anche David Lazzaretti, il profeta dell’Amiata, un Al Mansur in sedicesimo che non ha fondato un impero ma una chiesa, e che è stato freddato dai carabinieri durante una processione). Ultimamente Hobsbawm ha raccolto sotto il titolo significativo e provocatorio di “Gente non comune” una serie di brevi saggi, che si occupano appunto di uomini ai margini della storia, pescando dovunque, dal mondo contadino al jazz.

Ecco, penso che questo tipo di storiografia si presti benissimo a esemplificare ciò che intendevo parlando di interesse per le “cause perse”. In uno dei saggi, “Calzolai radicali”, Hobsbawm indaga il ruolo che questa categoria ha svolto nella storia delle sinistre, e constata come i calzolai abbiano avuto nel mondo preindustriale una parte di primo piano nell’elaborazione e nella diffusione di idealità radicali. Spiega il fenomeno chiamando in causa diversi fattori: dalle caratteristiche della professione, che era itinerante e consentiva quindi di stabilire contatti e di acquisire conoscenza di situazioni diverse, oltre che di conversare e discutere durante il lavoro, a quelle fisiche dei calzolai stessi, che spesso erano zoppi o comunque menomati agli arti inferiori, e quindi impossibilitati a svolgere un’attività salariata, a quelle psicologiche, perché i calzolai, a differenza dei contadini e dei lavoranti artigianali erano assolutamente liberi, non dipendevano da nessuno. Di fatto sino alla metà dell’ottocento questa categoria risulta incredibilmente rappresentata, e in posizioni di guida, in ogni movimento insurrezionale o gruppo dissidente.

Di questo loro ruolo non è rimasto nulla, sono praticamente scomparsi dalla scena quando hanno cominciato a nascere le prime organizzazioni operaie, i partiti e i movimenti della sinistra, e l’avvento dell’industria li ha spazzati via. Sono il tipico esempio dei dimenticati dalla storia, ma sono proprio quelli che a me interessano maggiormente. In questo caso c’entra senz’altro il fatto che mio padre facesse il calzolaio, e assommasse proprio tutte quelle caratteristiche fisiche e psicologiche che Hobsbawm individua: ma in fondo attraverso il riscatto della sua memoria penso di voler riscattare tutti gli altri dimenticati.

È chiaro che la dimensione di questo riscatto può essere al più etica, e che il suo valore si definisce inversamente al venire meno delle speranze politiche. In altre parole: fino a quando continui a pensare che sia possibile cambiare il mondo presti attenzione a vicende, a personaggi e a forme di pensiero che supportino questa fiducia, quando invece hai abbandonato ogni speranza di un cambiamento rivoluzionario guardi con interesse ad esperienze di vita e di azione che non hanno sortito risultati politici, ma rimangono esemplari a livello di scelta etica. È il caso dei miei calzolai come di molti anarchici o degli eterodossi in genere, che se non altro, proprio in quanto non devono piegare l’interpretazione dell’uomo e dei meccanismi sociali ai loro progetti di riorganizzazione, risultano più lucidi e tolleranti, e mostrano una grande caratura etica perché si comportano in un certo modo indipendentemente dalla prospettiva o dalla possibilità di conseguire dei risultati.

“Cause perse” sono però per me anche quelle che vedono altri protagonisti, questi del tutto involontari, ai quali in genere non è concesso alcun riscatto. Vengono dopo gli ultimi, quando la parata sociale è ormai ufficialmente chiusa: sono gli esclusi, gli irregolari, quelli che la storia non solo ha lasciato in ombra, ma ha addirittura cacciato dal teatro. Sono i mendicanti, i vagabondi, gli eretici, gli ebrei, ma anche i malati, i pazzi, i devianti, tutti quelli cioè che non rientrano in alcun ordine sociale costituito, ma nemmeno sono contemplati in quello prefigurato dalla rivoluzione o dall’utopia.

Questi sono gli sconfitti per eccellenza, e naturalmente, vedo che l’hai già capito, non potevo lasciarmeli scappare. Anche in questo caso l’input è venuto dalla storia sociale francese, e ha trovato subito terreno fertile in una mia precoce predilezione per i pittori tedeschi e fiamminghi del primo cinquecento (complici ancora una volta i calendari della zia Lina, ma soprattutto i soggetti stravaganti e non molto lontani dalle movimentate illustrazioni delle mie letture giovanili). Gli affreschi della società medioevale di Le Goff e di Geremek sembravano le trascrizioni della pittura di Brueghel e di Bosch, e raccontavano la storia dei poveri, dei vagabondi, dei malati e dei criminali: questa a sua volta apriva altri campi di indagine (la storia del cibo e dell’alimentazione, quella delle malattie e della medicina, quella della violenza e delle istituzioni repressive, quelle della follia, dei costumi sessuali, ecc…) e si intrecciava infine con quella dei devianti per eccellenza, gli eretici.

Era una catena infinita, che ha disperso il mio interesse in una miriade di rivoli, ma che ad un certo punto ha cominciato a configurarsi come una rete, con agganci che tenevano e che permettevano di intravedere una trama complessiva. Le forme dell’esclusione, mano a mano che si definivano, tracciavano anche il profilo di una società che si trasformava in maniera sempre più evidente, e si addentrava a ritmi accelerati nella modernità.

Abbi pazienza, mi sono fatto prendere la mano. Ciò che intendevo dire è che cinquecento anni fa non esistevano ospizi, manicomi, ospedali e prigioni, almeno come li intendiamo noi. No, nemmeno le scuole e neanche le mense. Tutto quello che oggi chiamiamo servizio pubblico non c’era. Come facevano? Si aggiustavano. In qualche modo facevano: ad esempio, i vecchi non li mandavano al ricovero ma li tenevano in casa. E così i malati, a meno che fossero lebbrosi, e anche i matti. I delinquenti li mettevano alla gogna, oppure li giustiziavano. I poveretti? Beh, loro mendicavano e morivano di fame, come oggi. Solo che allora erano di più, qui in occidente, e forse un po’ meno dalle altre parti. Insomma, era una vita dura, non posso stare qui adesso a spiegartela, e comunque per noi è difficile da concepire.

Una cosa però la devi sapere: in quel tipo di società si accettava e si giustificava, almeno in teoria e fatta salva qualche eccezione, ogni diversità. I pazzi erano considerati la voce di Dio, i poveri l’immagine di Gesù, i vecchi i depositari della saggezza, persino i lebbrosi, i malati, gli storpi erano anime che purgavano già sulla terra i loro peccati, e quindi destinate immediatamente al paradiso. In teoria, ripeto, perché poi nella realtà non funzionava proprio così: ma almeno tutti costoro erano considerati parte della società.

Poi le cose hanno cominciato a cambiare, e tutti quelli che non erano in grado di lavorare, o creavano disordini, oppure necessitavano di cure, in definitiva quelli che intralciavano il lavoro degli altri o avevano comportamenti diversi sono stati poco alla volta isolati e concentrati in luoghi di degenza o di detenzione, dove potevano essere tenuti sotto controllo. Sono nate le istituzioni sanitarie, quelle repressive e i ghetti. All’uscita dal medioevo (che in pratica è sancita solo dalla rivoluzione francese) il nuovo ordine che si andava costituendo aveva già prese le misure a tutte le categorie di diversi e di irregolari, ed era pronto a contenerle o a riassorbirle.

C’è un settore specifico della mia biblioteca che racconta la storia di questo cambiamento, e raccoglie studi che svariano dalla repressione sessuale a quella della follia e del vagabondaggio, dagli sviluppi paralleli di tolleranza e intolleranza alle diverse forme di discriminazione e di razzismo rivolte all’interno, ad esempio verso le donne o gli omosessuali, alla criminalizzazione della povertà, ecc… È l’altra faccia di uno scavo storico che è diventato negli ultimi anni ossessivo, quello inteso a rintracciare le origini della modernità, e del quale troverai tracce sparse un po’ dovunque.

 

Eretici ed esoterici

Questo scavo era iniziato diversi anni fa, ma in direzione di un’altra devianza, che persino nel Medioevo era considerata inaccettabile: quella ereticale. Per uno che andava in caccia di sconfitti gli eretici erano l’equivalente di un safari. In questo senso devo davvero molto al Cantù, che sparava malignamente a zero su quei poveracci ma intanto ne parlava, e mi dava modo di conoscere Fra Dolcino e i Catari e tutti gli altri minori della fauna ereticale. Al contrario era piuttosto difficile, almeno sino alla fine degli anni settanta, reperire qualcosa di soddisfacente nella storiografia moderna; non perché non esistessero degli studi, ma perché in genere circolavano solo tra gli specialisti del settore, che tendevano a formare essi stessi una conventicola. Il boom dell’interesse per i movimenti ereticali è venuto dopo, sull’onda del successo de “Il nome della rosa” ma anche di una più generale tendenza all’attenzione per fenomeni di questo tipo, non sempre motivata soltanto da finalità storiche.

La storia degli eretici medioevali è raccontata oggi in tutte le salse e con tagli radicalmente diversi, a seconda della posizione e delle intenzioni degli autori. La trovi in almeno una ventina di quei volumi che vedi in basso a destra. Si va da studi classici come “I fanatici dell’Apocalisse” di Norman Cohn alla “Storia notturna” di Carlo Gisburg, passando per la “Nascita dell’eresia” di Manteuffel e per “Medioevo ereticale” di Capitani. Ci sono interpretazioni apologetiche ed altre sociologiche, e c’è anche il tentativo di ricondurre all’eresia e al millenarismo l’origine del pensiero radicale moderno, e addirittura di quello totalitario. Una trattazione riassuntiva, ma penso nel complesso accettabilmente onesta, è sviluppata in uno dei pochi lavori miei di cui sono soddisfatto. Spero che troverai la voglia un giorno di dargli un’occhiata, e magari di usarlo, almeno per la scuola.

Quella degli altri, degli eretici di ogni tempo e rispetto ad ogni forma di pensiero, dottrina o ideologia codificata, come hai già visto è contenuta un po’ in tutti gli scaffali, in questi come in quelli dedicati alla letteratura e negli altri che vedremo: è il filo conduttore di tutta la mia biblioteca, la sua ragion d’essere.

Non vorrei comunque che equivocassi. Fare una scelta “ereticale” non significa votarsi ad essere un bastian contrario, ad essere “contro” per partito preso – per intenderci, ad assumere quella irritante posizione disfattista che troppo spesso tendi a prendere tu e che mi fa simpatizzare per il padre di Pollicino. L’eretico è contro in nome di qualcosa che ha da proporre in positivo, in nome di una alternativa, non in nome del nichilismo. Per questo considero ad esempio Camus un vero, grande eretico, perché guarda in faccia senza tante storie l’angoscia dell’esistenza, ma poi dice diamoci da fare, mentre non ho stima del pensiero di coloro (ne cito uno per tutti, quel Cioran del quale trovi là in basso diverse opere, accumulate in un periodo in cui avevo le idee piuttosto confuse), che godono di grande considerazione perché magari hanno scoperto che gli uomini sono cattivi e che la vita è una grande fregatura, e per dimostrarlo continuano a scrivere volumi su volumi.

Gli eretici medioevali si raccoglievano solitamente in sette iniziatiche, molto chiuse e il più possibile clandestine. Questa forma di organizzazione era imposta dalla necessità di sfuggire alla caccia spietata dell’Inquisizione, ma si rifaceva anche ad una tradizione ermetica molto antica: ogni minoranza dissidente si mantiene infatti più facilmente compatta se i suoi adepti sono convinti di essere gli unici depositari della verità, di appartenere ad un gruppo ristretto di illuminati, destinati alla salvezza. Guarda ad esempio il caso degli ebrei.

Il settarismo è senza dubbio uno dei fattori che hanno indirizzato la mia curiosità verso i fenomeni ereticali, perché l’interesse per le società segrete era già radicato in me molto tempo prima di incontrare questi ultimi. Datava dalla lettura dei fumetti di Gim Toro, eternamente in lotta contro la Hong del Drago, e de “La storia dei Tredici” di Balzac, oltre che dal tifo patriottico per i Carbonari: ma era stato poi riaggiornato dall’amicizia con un ragazzo straordinario, pluriripetente alle superiori ma incredibilmente più colto di me e di tutti i miei compagni, conosciuto e perso poi per sempre in una sola estate. Era effettivamente un po’ fuori della norma, nel senso ad esempio che stava riscrivendo la Bibbia, anche se era fermo da diverso tempo al primo capitolo della Genesi: ma tutt’altro che un pazzo esaltato. L’estate era quella della maturità, uscivo da un incubo durato cinque anni, ero infarcito di nozioni insipide digerite alla meno peggio: lui mi apriva gli occhi su una dimensione completamente diversa della cultura, della storia, del senso da dare alla propria esistenza. Mi ha fatto conoscere cose strampalate come “Il mattino dei maghi”, che potevo comunque leggere senza pericoli e persino con diletto, perché ero immunizzato dal mio scetticismo, ma anche la storia dei Rosacroce (naturalmente, nella sua versione) o quella della filosofia occulta, e soprattutto “Il ramo d’oro” di James Frazer. Sono quei tre volumetti in cofanetto, lassù in alto. Rappresentava per l’epoca il mio record di spesa, ma li valeva tutti.

Frazer mi ha fatto guardare alla storia delle religioni con un taglio antropologico, riconciliandomi con una materia che avevo cancellato dai miei interessi. Ho scoperto così di lì a poco Mircea Eliade, forse il più grande studioso novecentesco dei fenomeni religiosi, le cui opere non erano all’epoca rintracciabili in Italia perché nel clima degli anni sessanta era considerato praticamente un fascista. È stato e rimane ancora oggi uno dei miei numi tutelari. Raccoglievo in Eliade, e poi in Guenon, in Dumezil e in tutti gli altri studiosi del sacro che si è tirato dietro, gli indizi di una controstoria, di qualcosa che si era svolto al di sopra e al di sotto della storia ufficiale. Un libro come “Il regno della quantità e il segno dei tempi” di René Guenon, ad esempio, totalmente ispirato al recupero della Tradizione, quindi in poche parole decisamente reazionario, coglie molto più in profondità lo spirito del moderno di tante analisi sociologiche “progressiste”.

La storia delle religioni ha avuto una parte tutt’altro che secondaria nella mia formazione, naturalmente nell’ottica laica che avevo abbracciato. C’è ad esempio lì in basso un’intera sezione dedicata alle diverse concezioni della morte e dell’al di là, alla demonologia e alle credenze apocalittiche. Alcuni sostengono che quando si instaura una certa consuetudine con un argomento, fosse anche la figura di Hitler o di Jack lo Squartatore, si finisce in qualche modo per cambiare prospettiva, per simpatizzare. A me, nei confronti della religione, non è capitato nulla di simile.

La curiosità per le sette si è invece estesa poco alla volta a tutti i movimenti sotterranei della storia moderna, passando dai Rosacroce agli Illuminati di Baviera, fino alla massoneria e ad infaticabili tessitori di trame nascoste e di organizzazioni segrete come Filippo Buonarroti. I libri che ne parlano stanno infatti sullo stesso ripiano di quelli sull’eresia, e confinano con quelli sulla filosofia occulta e sul pensiero di destra. Non so quanto sia corretto questo accostamento, – senz’altro non lo è per Buonarroti – ma gli agganci tra un argomento e l’altro sono forti, anche se quelli con l’eresia sono di norma solo pretestuosi. Credo in effetti che il confine tra un interesse puramente storico per il mondo delle sette e una sua deriva ideologica, in direzione di un pensiero reazionario, sia molto incerto; e penso anche che la tentazione dell’appartenenza ad una cerchia ristretta di iniziati sia stata scongiurata, da parte mia, più che dal rigore dello studioso, dal fatto che la cerchia per me non è mai abbastanza ristretta.

Marx (Groucho) diceva che non si sarebbe mai iscritto ad un club che lo avesse accettato come socio: io non mi sono mai iscritto ad alcun club, tranne quello alpino, perché leggo subito anche l’altra faccia dell’appartenenza. Ho cercato di trincerarmi dietro un motto che credo sia di Bobbio (o almeno, l’ho trovato in un suo scritto), “aristocratico nel pensare, democratico nell’agire”, ma ogni tanto ti confesso che mi assale il dubbio: sono di Destra? O meglio, visto che quelli che si fregiano di questa etichetta sono in genere solo una mandria di imbecilli, che non pensano del tutto o si aggrappano ad una Tradizione che non esiste, o più semplicemente ci marciano, e considerato che non sopporto Bertinotti, sono io la vera Destra?

Guarda che sto scherzando, Elisa; mi piace questa tua indignazione, perché credo che nella tua innocenza abbia ancora chiaro il vero concetto distintivo. Stai a sinistra quando sei dalla parte degli oppressi, stai a destra quando stai dalla parte degli oppressori. Solo che le cose oggi non sono più così semplici, e forse non lo sono mai state. Gli oppressi sono tali solo quando si rendono conto di esserlo, e quindi vogliono non esserlo più: ma spesso questa coscienza non c’è, e l’egoismo degli ultimi non è diverso, se non quantitativamente, da quello dei primi. Camus diceva di non voler essere né vittima né carnefice, ma non volere essere vittima significa ribellarsi a questa condizione, e non accontentarsi del fatto che ci sono altri prima di noi destinati al sacrificio. Io credo che gli ultimi, nella società di oggi, siano quei mentecatti che affollano gli ingressi delle emittenti televisive per partecipare ai grandi fratelli o fare lo spettatore alle buone domeniche, e che il loro riscatto lo cercano lì. Gli altri, gli esclusi, sono quei tre o quattro miliardi di esseri umani che stentano a sopravvivere da un giorno all’altro, e dei quali agli ultimi non potrebbe fregare di meno.

Gli oppressi, infine, sono coloro che hanno coscienza di questa situazione, e la rifiutano, anche quando rientrano in qualche modo, se pur precariamente, come noi, tra i garantiti. Costoro hanno scelte diverse di resistenza: possono andare a fare i missionari nel terzo mondo, possono fare i rivoluzionari o i contestatori nel primo, possono cercare di fare il loro dovere, difendere la loro libertà e la loro dignità nel loro piccolo e nel loro privato, magari trasmettendo con l’esempio qualcosa anche ad altri. Ognuna delle opzioni è valida, ognuna ha le sue controindicazioni: la terza, la mia, è piuttosto elitaria, anche se pare la più facile, perché parte dal principio di salvaguardare la propria dignità senza arrecare danno agli altri, di non rompere le scatole a nessuno, per intenderci, e di non permettere a nessuno di rompertele. Il che mal si accorda con l’idea di appartenenza ad un gruppo, ad un club, mentre è più compatibile con una condivisione molto allargata e poco vincolante di idealità.

Cosa c’entra questo con gli eretici, con le sette e con tutto il resto? C’entra, soprattutto con il resto. Tutta questa parte della mia biblioteca, ma anche l’altra, quella letteraria, e quella che ancora dobbiamo esplorare, raccontano, pur nella dispersione e nella confusione dei temi, un percorso. So di ripetermi, ma sto cercando di tirare un po’ di fila, di riprendere fiato prima di affrontare le ultime tappe. Grosso modo possiamo dire che sono partito dal concetto para-marxista per cui il progresso materiale si sarebbe tradotto col tempo in progresso sociale, in una società più giusta, ed all’interno di questa in progresso culturale, e sono approdato alla constatazione che il progresso materiale lascia un sacco di vittime sul suo cammino, e non si traduce in una società migliore, e meno che mai porta necessariamente con sé un progresso culturale. Sono passato dalla fiducia in un movimento di massa, in un riscatto comune, alla difesa della possibilità di un riscatto singolo, della individualità. Dalla gestione rivoluzionaria del progresso all’opposizione all’idea della crescita.

In questo cammino sono stato spinto dapprima in avanti dalla fiducia rivoluzionaria e dai sogni degli utopisti, ma ho cominciato a scorgere ogni tanto, e poi sempre più frequentemente, dei segnali triangolari, che avvertivano della pericolosità della direzione intrapresa: e questi segnali venivano tanto da Tocqueville, dalla scuola di Francoforte, da Berlin e dai situazionisti quanto, molto spesso, dalla cosiddetta cultura di destra. Bada che è normale: chi non ha sogni da realizzare, ma solo privilegi da difendere, è molto lucido nello scorgere e nel denunciare i rischi del cambiamento. Per questo vedi lì “Il tramonto dell’Occidente” o “Le serate di Pietroburgo” o addirittura il “Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane”, oltre alle opere di Guenon e di Eliade. Perché i libri, come gli esseri umani, non possono essere classificati di destra o di sinistra: o sono intelligenti, o sono stupidi.

 

 

Ebrei

Ho volutamente lasciata per ultima, nel parco degli esclusi, una speciale categoria che abbiamo già incontrato più volte lungo questo percorso: gli ebrei. Gli ebrei sono stati infilati a forza molto presto nel mio immaginario dalla frequentazione del catechismo, in quella forma ambigua e confusa che è sempre stata propria dell’insegnamento della Chiesa. Erano i protagonisti del Vecchio Testamento, i profeti e i connazionali di Gesù, e al tempo stesso erano i suoi carnefici e gli emblemi della incomprensione e del tradimento. Devi ammettere che per un bambino diventava piuttosto difficile orizzontarsi in queste contraddizioni. A quel punto bastava davvero poco per spingerti sul versante dell’ammirazione o su quello del disprezzo: io sono stato gettato letteralmente nel primo.

Un tempo si svolgeva a Lerma, il giovedì santo, una processione notturna molto suggestiva, che richiamava gente anche dai dintorni. Si usciva dalla chiesa e si percorrevano salmodiando le vie del paese, illuminate soltanto da ceri esposti a tutte le finestre, comprese quelle dei comunisti e dei mangiapreti. I ceri ardevano dentro lanterne di carta colorata semitrasparente dalle fogge più strane, e creavano straordinari giochi di luce nelle strade semibuie. Ogni tanto le lanterne andavano a fuoco, suscitando ilarità tra i fedeli e scompiglio nelle case: ma al di là di questi diversivi, ti lascio immaginare l’effetto delle luminarie e delle voci. La processione era aperta dai bambini, più o meno inquadrati, anch’essi pericolosamente muniti di ceri portatili. Seguivano poi su due file parallele le donne, che cantavano le laudi rispondendo al sacerdote. Infine venivano gli uomini, che non mantenevano alcun ordine di schieramento, e urlavano ogni tanto “Crucifige! Crucifige!”, magari traducendo lo scherno in dialetto e amplificandolo con espressioni colorite. Era una sorta di Via Crucis, reminiscenza di qualche antica sacra rappresentazione, e gli uomini interpretavano la parte dei cattivi giudei.

Bene, la massima aspirazione di ogni bambino era quella di retrocedere il più presto possibile nelle fila dei giudei, un po’ per vedere sancito il proprio passaggio all’età adulta, un po’ perché era più facile al termine della processione sgaiattolare nella piazzetta ed evitarsi le due ore buone di funzione religiosa che seguivano. Lo è stata a lungo soprattutto per me, che a differenza dei miei compagni non ho potuto anticipare il passaggio per via dell’implacabile controllo materno, e ho quindi dovuto attendere fino a dodici anni per diventare un vero giudeo e gridare “Crucifige!”. Giusto in tempo, perché di lì a poco, non ricordo se per il nuovo rituale o per il nuovo parroco, che inorridiva di fronte a una manifestazione così blasfema, la processione è stata soppressa.

Mi era stata data comunque l’opportunità di aspirare ardentemente ad una giudaizzazione, molto prima di essere in grado di identificare i giudei con gli ebrei. Una cosa analoga, quella di tifare per gli ebrei senza saperlo, era avvenuta forse prima ancora, ai tempi della guerra di Suez, quando i giornali e i notiziari radiofonici parlavano di Israele come del nuovo Davide che sconfiggeva Golia: ma l’interesse vero per la storia e la cultura ebraica è nato dopo, quando sono stato in grado di percepire l’orrore e le dimensioni della shoah, ed è poi divenuto centrale quando ho cominciato ad approfondire gli studi sull’esclusione medioevale. Su tre ripiani dell’ultimo scaffale, quello più vicino alla porta nella parete D, trovi la conferma di una continuità di ricerca che si è protratta per decenni (ho anche redatto una bibliografia sull’argomento che conta diverse centinaia di titoli). Ci sono storie generali del popolo ebraico, storie dei diversi approdi della diaspora, in Italia, in Europa, in America, in Russia, nei paesi dell’est, in Germania, storie degli ebrei sotto il fascismo, il nazismo, il comunismo, storie delle persecuzioni, delle cacciate e del ritorno alla terra promessa.

Dapprima si trattava della solita simpatia per le vittime, moltiplicata per la durata della persecuzione e per i numeri dello sterminio; non potevo non simpatizzare con un popolo che aveva subito nel corso di duemila anni uno stillicidio continuo di discriminazioni, espulsioni, accuse inverosimili, pogrom, ghettizzazioni, da parte dei potenti come delle masse, dalle istituzioni religiose come da quelle politiche, dai reazionari e dai rivoluzionari. Che aveva funzionato da capro espiatorio in ogni occasione, sino ad arrivare ad un passo dallo sterminio totale. Ero indignato per ogni manifestazione di antisemitismo, passata e presente, e non mi capacitavo che argomenti così rozzi e palesemente falsi potessero trovare un uditorio. Al di là dell’offesa agli ebrei, era l’offesa all’intelligenza quella che mi irritava, la constatazione che nell’antisemitismo si coniugavano i più squallidi strumenti per la gestione del potere e i più bassi istinti di cattiveria e di stupidità degli umani.

Ben presto però questo sentimento si è trasformato in una stupefatta ammirazione, quando ho cominciato a capire che gli ebrei non erano degli sconfitti, ma dei vincitori. Sarebbe bastato a dimostrarlo il fatto che dopo duemila e passa anni di persecuzioni, alcune delle quali particolarmente accanite – e non mi riferisco soltanto allo sterminio nazista – fossero ancora lì, ben presenti sulla scena e soprattutto protagonisti, nel bene e nel male. Ma c’era in più la constatazione che almeno negli ultimi due secoli li si trovava costantemente in prima fila in tutti i campi della cultura, dalle arti alla fisica, alla politica. La metà degli autori che ti ho citato sin qui sono ebrei, e non abbiamo parlato di cinema, di pittura, di musica.

Questa eccellenza poteva essere spiegata con la necessità per una minoranza soggetta a una simile pressione di dotarsi di strumenti culturali superiori, per sopravvivere e per poter essere competitiva, e col vantaggio che ciò aveva comportato al momento dell’emancipazione. Non è mai stato facile vivere da ebreo, meno che mai come ebreo della diaspora: la selezione doveva essere fortissima, e se non eri più che sveglio e disposto a faticare il triplo degli altri le possibilità si riducevano a zero. Questa era la prima spiegazione che mi davo. Ma alla fine sono approdato ad un’altra convinzione. Gli ebrei sono stati i protagonisti della cultura moderna perché la cultura moderna è essenzialmente di matrice ebraica.

È un argomento troppo complesso da trattare qui, ho in mente da tempo di scrivere qualcosa in proposito, e quindi ti rimando a quello. Non c’è nulla di originale in questa scoperta: nei tre ripiani dedicati alla storia e alla cultura ebraica ci sono libri come “Ebraismo e modernità” della Arendt o “Le radici ebraiche del moderno” di Sergio Quinzio che forniscono tutte le indicazioni del caso. Ma c’è soprattutto un saggio vivacissimo e sorprendente di Thomas Cahill, “Come gli Ebrei cambiarono il mondo”, che se fosse stato scritto quarant’anni fa mi avrebbe risparmiato un sacco di fatica (ma mi avrebbe anche privato dei tanti piccoli piaceri di una progressione verso la luce: perché alla conclusione che le radici del moderno fossero ebraiche c’ero arrivato per conto mio molto prima di incontrare questi libri). Il saggio di Cahill offre l’ennesima conferma del fatto che nulla è mai troppo difficile da spiegare, se davvero lo si vuole: è il lavoro di un erudito che ha digerito benissimo la sua erudizione, e ne ha tratto la capacità di essere chiaro, semplice e sostanziale. Lo si dovrebbe adottare come lettura obbligatoria nelle scuole, già a partire dalla prima superiore.

Adesso però ti ho incuriosita, e capisco che non posso cavarmela così. Qualcosa su queste benedette radici ebraiche devo provare a spiegartela. Spero di non fare danni. Dunque, io credo che i fattori fondamentali della diversità ebraica, intesa nel significato positivo, vincente, siano il senso del tempo, l’idea di creazione e l’attesa della redenzione. Quello ebraico è sempre stato un popolo nomade, dapprima magari per scelta (anche se avevano poco da scegliere: vivendo nei deserti della Palestina, potevano giusto pascolare capre e cammelli), poi per costrizione: se dai un’occhiata alla Bibbia li vedi andare avanti e indietro come palline da flipper, sempre deportati da qualche parte, sempre reduci da qualche deportazione, e sempre in guerra coi loro vicini. Già il fatto che si reputassero gli eletti da Dio ti dice che non doveva essere facile conviverci: erano un popolo incredibilmente orgoglioso e solitario, tant’è che anche quando li deportavano li rispedivano a casa prima possibile.

Se a questo stato perenne di precarietà aggiungiamo il fatto che distinguevano tra un dio creatore e un mondo creato, non consideravano cioè divina la natura, come facevano invece i popoli sedentari, e vivevano il mondo come un luogo di espiazione, una specie di penitenziario, arriviamo a capire perché invece di diventare un popolo dello spazio, legato cioè ad una terra particolare e alle sue divinità naturalistiche, gli Ebrei siano diventati il popolo del tempo. Il loro sguardo non era ad alzo terra, fisso sul presente e sul passato, ma sempre rivolto in alto, verso il futuro, nell’attesa che Dio mantenesse la sua promessa di redenzione. In “Profeti senza onore” Frederic Grunfeld racconta di un suo nonno che ogni mattina, all’alba, saliva sulla collina dietro casa per vedere se per caso non fosse in vista il Messia. Capisci, a loro in fondo non importava dove attendere la redenzione (il nonno di Grunfeld viveva in Polonia) ma quando questa sarebbe arrivata. Inoltre erano anche il popolo della parola (e della musica). Gli altri dipingevano, tiravano su piramidi, scolpivano statue, loro invece, per paura dell’idolatria ma anche perché, sempre in viaggio com’erano, non potevano portarsi dietro niente di ingombrante, scrivevano. Si portavano dietro solo il libro, la Bibbia, e i rotoli della Torah. Sono il popolo del libro. Ecco che cominci a capire dove sta l’inghippo.

No, questo serve solo a spiegare il mio interesse. Ciò che invece veramente importa è per esempio che gli Ebrei non erano legati alla terra, sia intesa come patria, perché non ne avevano una, sia intesa come agricoltura, perché nei paesi della diaspora non era loro consentito possederne: e quindi erano più pronti degli altri a buttarsi nelle attività del settore secondario, finanza, commercio e industria, e meno legati degli altri ad una appartenenza territoriale e statale, cioè più cosmopoliti. L’idea di un mondo creato, staccato da Dio, li portava inoltre ad una visione molto laica della natura, cioè a non venerarla come divina e intangibile, ma a considerarla come materia imperfetta e manipolabile, e il mondo tutto come perfettibile: il che significa avere la mente aperta al concetto di progresso. E questi sono requisiti fondamentali di un’attitudine “moderna”.

Ma ci sono altri requisiti meno scontati, di carattere psicologico, che discendono dal modo di concepire il tempo. A differenza dei cristiani gli Ebrei non pensano che la redenzione sia già avvenuta, e che ora sia un problema dei singoli guadagnarsi il paradiso: attendono più o meno dai tempi di Adamo un cambiamento che deve avvenire su questa terra, un riscatto di tutto il loro popolo, in altre parole una rivoluzione. Inoltre hanno un rapporto diverso con l’autorità, a cominciare da quella divina. Dal momento che sono il popolo eletto, mantengono una speciale confidenza con Dio, che in effetti parla solo a loro, e anche una notevole coscienza dei propri diritti: ciò che li porta a vivere il loro rapporto con il creatore in maniera sempre piuttosto conflittuale e recriminatoria. Nessun altro popolo si azzarderebbe a rivolgersi a Dio dicendogli, in mezzo alle disgrazie: e allora, quando la finiamo? Figurati quindi che rispetto possono avere delle autorità terrene. E visto che si sono comprensibilmente stancati di aspettare che Dio si decida, e che non si sentono vincolati alle tradizioni e alle istituzioni di paesi e popoli che li hanno comunque sempre trattati da stranieri, hanno cominciato a pensare di smuovere un po’ le acque, aderendo con entusiasmo ad ogni cambiamento, o promuovendolo essi stessi. Sono diventati i rivoluzionari per eccellenza. Basta scorrere un qualsiasi elenco di nomi dei critici più radicali della società tradizionale, dei teorici e dei capi delle rivoluzioni più importanti dalla metà dell’ottocento in poi, da Heine a Marx, a Trotzkj, a Liebknek e alla Luxemburg, giù giù fino ad Adorno e Benjamin e a tutta la scuola di Francoforte, o degli innovatori nei campi dell’arte, della musica e della letteratura, per rendersene conto.

Questo dovrebbe essere sufficiente a spiegare i tre ripiani di letteratura sull’ebraismo: ma non basta ancora a dare ragione di una vita intera a invidiare quella speciale appartenenza. Tieni presente che questa invidia si è per lo più tradotta, lungo tre millenni, in antisemitismo, mentre in me è diventata ammirazione e partecipazione incondizionata. Eppure gli Ebrei sono dei rivoluzionari, potresti obiettarmi, e io invece sono riapprodato, dopo un giro molto largo, ai ribelli. La verità, cara Elisa, è che gli ebrei sono molto di più che dei rivoluzionari o dei ribelli. Sono davvero “l’altro”, il pastore errante dell’Asia, che non ha casa in nessun luogo di questo mondo ma nemmeno in nessuna idealità, che è all’avanguardia di ogni causa e di ogni movimento ma ne viene poi immediatamente escluso, o si esclude lui stesso perché anche la migliore delle cause, quando trionfa e comincia ad istituzionalizzarsi, diventa uno strumento di oppressione. Guarda a quel che è accaduto nelle più importanti rivoluzioni della storia, quella cristiana e quella bolscevica: si sono, e li hanno, chiamati fuori non appena hanno cominciato a dire “ma, veramente, non pensavamo dovesse finire così”. L’ebreo si ribella perché è stufo di essere vittima, ma poi si ribella anche al suo nuovo status di carnefice, perché è stufo che ci siano delle vittime. Ogni volta si ritrova a guardare da spettatore disingannato, e ogni volta riprende il suo esodo verso nuovi ideali. L’ebreo incarna l’unica utopia possibile, quella di un uomo vero, di un uomo libero, di un “profeta senza onore”, come lo definisce Grunfeld, perché non ha radici nei luoghi e nelle tradizioni che lo legittimino agli occhi degli altri, ma vuole legittimare da sé la sua esistenza. Non è moderno, non almeno nel significato che si dà oggi al termine, legato ad un’epoca particolare. Lo è in senso molto più lato, quello di una posizione sempre sbilanciata in avanti, rispetto a qualsiasi epoca. Non è quindi moderno, ma eterno: e infatti, mentre gli antisemiti devono rinnovare di volta in volta le sembianze, prima faraoni o imperatori babilonesi o filosofi latini, poi crociati, sovrani spagnoli o gesuiti, e poi ancora plebi russe, reazionari francesi, proletari sovietici, sterminatori tedeschi, razzisti americani, europei, islamici e idioti di ogni genìa, l’ebreo rimane fedele a se stesso, al suo essere “contro”.

Capisci, adesso? Quella ebraica non è una razza, è una metafora. Almeno lo spero, perché nella razza non potrei rientrarci, nella metafora magari si.

SAGGISTICA 2) Storia delle idee

E adesso lasciamo gli ebrei, ma solo per modo di dire, perché passiamo alla terza ed ultima sezione di questa camera, quella che raccoglie la storia della scienza, la storia della filosofia e la storia delle idee, e ce li ritroveremo costantemente tra i piedi. Il fatto che tu abbia cominciato ad alzarti e a stiracchiarti mi dice che devo darci un taglio e procedere più speditamente. Vedrò di provarci, ma non ti prometto nulla.

Nella storia della scienza faccio rientrare discipline o ambiti che potrebbero essere considerati a buona ragione “umanistici”, come l’antropologia e l’etnologia, e nella “storia delle idee” tutto quello che non appartiene alla storia della filosofia in senso stretto, ma che non saprei come definire diversamente. La verità è che riesce difficile stabilire ad esempio se il darwinismo sia piuttosto una teoria scientifica che una concezione filosofica, o appartenga invece più in generale alla storia delle idee; e comunque ha poco senso. È evidente che tutto si tiene, e che per quanto mi riguarda uso questi schemi in maniera molto elastica, solo per sapere dove diavolo devo cacciare “La civilizzazione dei costumi” di Norbert Elias o la “Storia delle buone maniere a tavola”, e soprattutto dove cercarli quando ne ho bisogno. Per facilitarci un po’ le cose (a me, soprattutto) faremo una sorta di rapida videata delle sottosezioni.

 

Semiotica e storia dei linguaggi

Dunque, quella che ho chiamato “storia delle idee” occupa tutto lo scaffale a fianco della finestra (parete C). Sotto la sezione dedicata alle dottrine politiche, della quale abbiamo già parlato, c’è un ripiano occupato dalla semiotica e dalla storia dei linguaggi in generale, con cose tipo “I linguaggi dell’umanità” di Michel Malherbe, quello dal quale abbiamo tratto gli alfabeti per il nostro codice segreto, compresi lo khmer, il gujrati e l’etiopico, oppure la “Storia e potere della scrittura” di Henry-Jean Martin, o “La ricerca della lingua perfetta” di Eco. In questo settore ci sono alcuni testi davvero fondamentali, come “Gli strumenti del comunicare” o “La galassia Gutemberg” di Marshall McLuhan, e il “Trattato di semiotica Generale”, sempre di Eco, ma anche “Le rivoluzioni del libro”, di Elizabeth Eisentein, sui mutamenti indotti nella cultura occidentale dall’introduzione della stampa, o “La terza fase” di Raffaele Simone, sugli ulteriori sviluppi provocati dall’informatizzazione. Altre opere, come “Una storia della lettura” di Alberto Manguel o “L’arte della memoria” di Frances Yates, o anche la “Decadenza dell’analfabetismo” di Josè Bergamin, affrontano da angolazioni originali, a volte decisamente controcorrente, il cambiamento nei modi di trasmissione della cultura.

Non ti vedo particolarmente entusiasta, e in effetti queste possono sembrarti tematiche specialistiche, per addetti ai lavori: ti garantisco invece che si intrecciano con la realtà quotidiana molto più di quanto tu immagini. Per esempio, ciò che sto facendo in questo momento, lo scrivere un’interminabile lettera sulla mia biblioteca, non lo avrei probabilmente fatto quando non possedevo un computer. O meglio, magari lo avrei fatto, riempiendo della mia scrittura fitta fitta un quadernone dalla copertina nera, e forse lo avresti anche apprezzato di più, lo avresti conservato come una reliquia, come faccio io con le vecchie lettere degli amici. Ma sarebbe stata un’altra cosa: senz’altro più spontanea e intima, per cominciare. Ed era partita così, in effetti: ho davvero iniziato a scrivere sul quadernone nero, e sono andato avanti per una ventina di pagine. Poi ho pensato che questa sorta di testamento avrebbe potuto interessare non solo te, ma anche i tuoi fratelli, o qualche amico, e che per consentirgli un minimo di circolazione dovevo trasferirlo sul computer. Dal momento in cui ho cominciato a battere sulla tastiera la cosa mi si è trasformata tra le mani, perché è scattata la possibilità di darle un respiro e una diffusione più ampi, e di conseguenza la necessità di curarne sia pur minimamente la forma e la struttura.

Trent’anni fa non mi sarebbe neppure passato per la mente di battere a macchina tutti questi fogli in triplice copia, usando la carta carbone, per raccontarti cose simili. Un lavoro del genere lo avrei fatto, e l’ho fatto effettivamente, solo per argomenti decisamente più “seri” ed importanti. Conservo ancora decine di bloc notes con le successive versioni di ogni singolo capitolo, zeppe di correzioni e cancellature e asterischi di rimando: una fatica di Sisifo. Oggi invece sono stimolato ad andare avanti dalla possibilità di dare immediatamente a ciò che scrivo una forma diciamo editoriale, di tornare più volte sul testo, modificarlo a mio piacimento, tagliare, incollare e leggerlo in tempo reale in una possibile stesura definitiva: posso in pratica produrre un libretto che ha la dignità, almeno per quanto concerne la confezione, di una qualsiasi opera a stampa, e controllarne completamente ogni fase, dall’ideazione alla diffusione. Questo mi rende più libero e mi induce a scrivere, indipendentemente dalla destinazione. Se poi aiuti o meno a scrivere cose sensate, è un altro problema. Ho ancora l’impressione che il computer, proprio perché conferisce immediatamente alla scrittura l’autorevolezza della stampa, non consentirà mai di distillare capolavori come “Il rosso e il nero” o “Guerra e pace”, e sia piuttosto adatto a produrre piatti da fast food, per un consumo superficiale e frettoloso; ma forse è solo un mio pregiudizio, o forse la scrittura non può davvero che riflettere lo spirito del tempo.

Il fatto è che l’introduzione del computer ha cambiato il rapporto con ciò che si scrive. Era già accaduto nel medioevo con quella della carta, che facendo crollare i costi del materiale di supporto aveva consentito un enorme sviluppo della scrittura lirica e intimistica, e nel Rinascimento con il passaggio alla stampa, che aveva creato il mercato editoriale, rivolgendosi ad un nuovo pubblico e rivoluzionando l’attitudine sia degli autori che dei lettori. Anche l’argomento di cui ti parlo, una biblioteca, rientra in questo settore, quello della conservazione, della memoria del sapere. Vedi quindi che ci siamo dentro fino agli occhi.

Ma c’è di più, e riguarda strettamente te. Ti ho seguito con curiosità nei tuoi primi approcci alla scrittura e alla lettura, e nella evoluzione rapida che ti ha portato in questi due anni ad essere cittadina di un altro mondo, quello degli alfabetizzati. A dispetto della tua testardaggine e di una certa pigrizia, che ti porta a preferire che sia io a leggerti qualcosa, ho notato quanto sia avida di parole, tanto che credo conosca già buona parte dei titoli di questo studio, perlomeno quelli che ti suonano un po’ strani: ma soprattutto mi accorgo che è cambiato anche il tuo rapporto con le cose, dopo che le parole che le indicano hanno preso una consistenza scritta. Sei passata da una cultura uditiva ad una visiva.

 

Più in basso, nello stesso scaffale, un’intera fila di volumi è dedicata ad uno dei temi chiave per lo studio della modernità, quello della percezione del tempo. Cose come la “Storia del tempo” di Landes, “L’ordine del tempo” di Pomian, “Tempo privato” della Nowotny, “La freccia del tempo” di Coveney, “Computus” di Borst, “Le macchine del tempo” di Cipolla, e almeno un’altra ventina. Ho coltivato per anni una vera ossessione per la storia delle concezioni del tempo, ossessione che correva parallela a quella per l’ebraismo e che oggi finalmente si è risolta nella constatazione che si trattava in sostanza dello stesso tema. Ma qui entriamo davvero in un argomento tutt’altro che abbordabile. Facciamo come sopra, lasciamo perdere gli ebrei e la modernità e vediamo come influisce la percezione del tempo sulla nostra vita quotidiana.

Dopo aver letto decine di volumi al riguardo, oggi, rispetto a cosa sia il tempo, ne so meno di prima: ma so almeno come è stato interpretato il concetto nelle varie epoche e nelle varie civiltà, e che per un Tupi-Guarani o un nordafricano non ha senso la puntualità come noi la concepiamo, perché non ha senso l’idea dell’ora e del minuto. Può sembrar banale, ma è uno dei fattori principali di incomprensione tra le diverse culture, e quando non se ne ha consapevolezza non esistono nemmeno i presupposti per accettare gli altri. Questo vale soprattutto per persone come me e te, maniache della puntualità e sempre un po’ in anticipo, a scalpitare perché gli altri la prendono comoda.

Voglio dire che fin che rimaniamo all’interno della nostra cultura e del nostro schema di vita l’impegno alla puntualità e la pretesa che siano puntuali anche gli altri sono doverosi, perché se si conviene di giocare ad un certo gioco, nel quale valgono determinate regole, chi non le rispetta viola un tuo diritto, non rispetta nemmeno te. E su questo ritengo si debba essere intransigenti. Ma è importante ricordare che non si tratta dell’unico gioco possibile, e che in presenza di altre culture e altre tradizioni occorre essere elastici, e magari accettare di cambiare o di allentare un po’ le regole. I libri che vedi non parlano esattamente di questo, ma lo fanno capire nel momento in cui ti raccontano come sono state create le regole del gioco al quale stiamo giocando. E ora, per rispetto delle regole e del tuo tempo, procediamo.

Subito sotto il ripiano degli studi sul tempo viene il settore che raggruppa campi di indagine vari e peregrini, quelli cui ho già accennato parlando di emarginati e devianti, cose tipo la “Storia dei costumi sessuali” o la “Storia del cibo” di Tannahill, con tutti gli altri titoli che ruotano lì attorno. Non hai che da scegliere: sotto il nome di Piero Camporesi trovi ad esempio “Il pane selvaggio”, “Il paese della fame”, “Il sugo della vita”, “La carne impassibile” e “Le officine dei sensi”, ma poi ti puoi sbizzarrire con “La fame e l’abbondanza” di Montanari o “Le pentole del Diavolo” di Meldini, o addirittura con la storia della patata, del caffè, del tabacco, dei generi voluttuari, delle droghe e così via. Lo stesso per la sessualità, magari tra qualche anno: puoi partire da “Il sesso e l’Occidente” o da “Sesso e società alle origini dell’età cristiana” e andare avanti, attraverso la “Storia della sessualità”, “Secondo natura” e tutto il resto, fino all’immancabile “La volontà di sapere” di Michel Foucault. E poi, per tirarti su il morale, ci sono storie delle malattie, delle epidemie, dell’anoressia, dell’igiene, “La peste nella storia” e “Sport e civilizzazione” di Elias (ecco dov’era finito!).

Se invece vuoi davvero saperne di più rispetto a quello che ti ho detto io sulla “Storia del fantasticare” puoi cominciare proprio da quel titolo di Elémire Zolla, o meglio ancora, da “Il regno segreto” di Robert Kirk, un bizzarro ecclesiastico del seicento che sa tutto su fate, elfi, gnomi e compagnia, e poi spostarti a “L’immaginario medioevale” di Le Goff e a tutto un ripiano su “Demoni, mostri e meraviglie”, che spazia dalla demonologia alla stregoneria, al ritorno dell’anticristo e agli apocalittici, alle concezioni della morte nelle varie epoche e presso i diversi popoli, fino alle svariate rappresentazioni dell’aldilà. Insomma, avrai capito che c’è di tutto un po’ e che raccontarlo nel dettaglio significa solo saltare cose tutte altrettanto importanti e godibili. Non voglio guastarti il piacere di scoprirle, a suo tempo, poco alla volta.

 

Psicologia e psicoanalisi

Proprio in fondo, seminascosto dalla scrivania allo sguardo del visitatore, trovi infine il settore dedicato a Psicologia e Psicoanalisi, che comprende oltre ai testi di carattere generale le opere di Freud, di Jung e di Adler, nonché quelle di Lacan, di Ferenczi, di Laing e anche due o tre “Psicologie del sesso”. Sarà perché da queste ultime, malgrado tutte le migliori intenzioni, non ho ricavato niente, nel senso che ho rinunciato a darmi una spiegazione dei meccanismi psicologici e delle differenti impostazioni nel rapporto tra i sessi, o forse semplicemente perché conosco diversi psicologi e psicanalisti: sta di fatto che non ho in gran simpatia queste discipline. Lo so che questi non sono argomenti corretti per giustificare un rifiuto, e che gli psicanalisti televisivi stanno a Freud come Badget-Bozzo sta a Cristo: ma, proprio come per il cristianesimo o il comunismo, credo che tutto ciò che può essere così banalizzato, e stravolto da promessa di liberazione a strumento di potere, nasconda un vizio d’origine.

Non voglio complicarti la vita, e se da grande oltre che la ballerina vorrai fare anche la psicologa o la psicoanalista non metterò becco. Sappi però che mentre ritengo illuminante la lettura di Freud, soprattutto di quello maturo de “Il disagio della civiltà” e di “Mosé e il monoteismo”, sono decisamente scettico sulle applicazioni terapeutiche delle sue teorie, e anche molto infastidito dalla tendenza, per fortuna in calando, a interpretare in termini edipici qualsiasi sospiro. Per capirci, mi irritano quelle persone che leggono in ogni tuo gesto o parola, fosse anche il piacere di lavorare in campagna, significati reconditi e pulsioni sessuali represse, e più ancora quegli studiosi che applicano lo stesso decoder alla letteratura o alla storia.

Ma questi sono fattori che discendono da una scorretta applicazione della teoria, o dalla trasformazione di quest’ultima in una dottrina. Il difetto d’origine che imputo invece più in generale alle discipline dell’ambito psicologico consiste nella tipizzazione, cioè nella necessità di ricondurre i comportamenti individuali entro schemi di lettura generalizzanti, che per quanto elastici sono comunque delle gabbie. Non che questi strumenti e questi schemi interpretativi siano privi di fondamento, ma è bene aver sempre chiaro che dal momento che ingabbiano la realtà sono applicabili giusto ad uno zoo, e non alla libera savana. Voglio dire che quando accampano la pretesa di spiegare tutto sono attendibili come la fisiognomica o l’astrologia, e che questa pretesa l’hanno accampata troppo spesso. Non mi riferisco agli psicologi da baraccone che vengono interpellati dai telegiornali ogni volta che cambia il tempo, ma alla presunzione di certe interpretazioni storiche, ad esempio, o letterarie, che spiegano le campagne di Napoleone o le favole di Andersen con l’omosessualità latente o manifesta.

Ho anche l’impressione che le quotazioni di queste discipline nella borsa della cultura siano in rapida discesa, e questo naturalmente comporta il solito rischio di buttare via l’acqua col bambino dentro. Ma è un problema che tocca un po’ tutti gli ambiti culturali, anche quelli in apparente salita, e nasce dalla stessa confusione tra il divulgare e il banalizzare di cui ti parlavo a proposito della storia.

In definitiva, confesso che non sarei in grado di darti indicazioni per un percorso di avvicinamento. Posso al più sconsigliarti Lacan, o Deleuze e Guattari, ma solo perché non ci ho capito letteralmente nulla, e magari consigliarti Freud, perché scrive decentemente, e Morin o Piaget, perché dicono cose chiare e più che sensate. Ti prego soltanto di una cosa, prendimi come sono, non ti sforzare di analizzarmi troppo, magari a partire da queste pagine.

 

Filosofia

Di una posizione di ben altro rispetto, almeno per quanto concerne materialmente la collocazione, gode la Filosofia, che occupa la gran parte del primo scaffale da sinistra della parete B. Ho parlato poco di Filosofia sino ad ora, per la più semplice delle ragioni: non ho molto da dire. Non ho avuto la fortuna di incontrare al Liceo uno di quegli insegnanti che ti appassionano, che ti fanno scalare lezione dopo lezione le vette dell’ingegno e godere le meraviglie della speculazione umana: uno alla Augusto Monti, per intenderci. Il mio era senz’altro preparato, per carità, dava l’idea di conoscere tutto di prima mano, da Talete a Croce, ma non aveva alcun senso dell’ironia, nei confronti nostri e soprattutto nei propri. Pretendeva uno studio mnemonico, la ripetizione pedissequa di appunti presi praticamente sotto dettatura, e non tollerava il minimo accenno di riflessione personale. Magari aveva anche ragione, sarebbe stata solo presunzione discutere di cose delle quali si aveva una conoscenza del tutto superficiale, e così facendo ci insegnava un po’ di utilissima umiltà: ma gli fosse una volta capitato di farsi sfuggire che dietro quelle idee c’erano delle teste, e dei corpi, e delle storie, che Schopenhauer aveva buttato dalle scale la padrona di casa e Spinoza era morto praticamente di fame. Niente. Mai un pettegolezzo, mai un dubbio.

Era anche il mio insegnante di Storia, ma per Storia avevo l’antidoto del Cantù (e infatti, non c’era nulla che lo facesse andare fuori dei gangheri come i miei tentativi di insaporire un po’ le cose), mentre il manuale che avevo in uso per filosofia somigliava a chi lo aveva adottato, grigio, pesante, con biografie in nota di quattro righe, da leggersi con la lente. Ho dovuto attendere l’uscita in economica della “Storia della filosofia occidentale” di Bertrand Russell, per riconciliarmi con il pensiero filosofico. Ma è stato un riavvicinamento freddo: forse non ho acquisito gli strumenti adatti, o forse, più probabilmente, ho dei limiti congeniti di disposizione, sta di fatto che dopo aver provato a leggere Hegel ho sofferto di cefalee per quattro anni, e Kant e Heidegger li ho mollati al primo sintomo, cioè grosso modo dopo dieci pagine. C’entra senza dubbio anche in questo caso la mia soggezione alle simpatie personali, che prescindono dal valore intrinseco del pensiero e sono motivate dalle ragioni più stravaganti: tant’è vero che sono invece riuscito a leggere Spinoza, Bruno e Vico, che quanto a chiarezza e semplicità te li raccomando. Per altri autori, come Platone, Montaigne e Nietzche, è stato decisamente più facile, ma in quei casi se non altro la scrittura era nitida e affascinante.

Insomma, pur partendo da una preparazione di base squadrata da ogni lato e da quaderni di appunti in bella copia che parevano lo Zibaldone, devo confessare che non sono stato in grado, dopo, di compiere un percorso sistematico o minimamente logico nel pensiero filosofico. Sono tornato ad interrogare la Filosofia solo occasionalmente, di sponda, sulla scorta di rimandi provenienti da altre discipline, e allora mi è magari capitato di scoprire con rammarico che in quei testi c’erano già tutte le risposte che stavo cercando da un pezzo. Così ad esempio è stato per la filosofia dell’umanesimo, quando ho dovuto scendere un po’ più in profondità in funzione di un lavoro storico, o per il pensiero illuministico, al quale mi hanno ricondotto gli interessi per il razzismo e l’utopismo.

Ho notato comunque che le risposte significative venivano piuttosto dagli autori marginali, spesso da pensatori in prestito alla filosofia, piuttosto che dai grandi edifici concettuali. La perfezione delle linee del pensiero di persone degnissime come Kant ed Hegel mi ricorda un po’ i dipinti sulle città ideali del Rinascimento: bellissime, perfette, ma disabitate. Si sente che quello che disturberebbe il quadro sono gli esseri umani con la loro vita, le loro attività, il loro vociare.

Non voglio però farla troppo lunga, soprattutto dopo aver affermato all’inizio che non ho niente da dire. I testi ci sono, di pilastri come Platone o Kant trovi senz’altro le opere più significative, solo Nietzche è rappresentato pressoché al completo, e in più ci sono alcune ottime storie del pensiero filosofico, che mano a mano hanno integrato quella di Russell: Cassirer, Chatelet, De Ruggiero, Reale, ecc. Per quanto concerne me torno a dire che le risposte di fondo le ho trovate in autori non citati in queste storie, come Leopardi o Camus, e ultimamente in un pensatore che rifiuta esplicitamente la qualifica di filosofo, Isaiah Berlin. Rispetto al pensiero di Leopardi sono stato anche un precursore, perché la sua rivalutazione come filosofo è di quest’ultimo decennio, mentre io lo leggevo come tale quaranta anni fa. Cercherò di impedire che la scuola ti guasti il piacere della sua frequentazione, come in genere purtroppo accade, quindi avremo modo presto di riparlarne. Per adesso sappi che ciò che allora, a sedici o diciassette anni, me lo faceva sentire vicino, non solo come poeta ma come pensatore, era la constatazione di una identità di sentimenti in situazioni di vita tanto diverse. A vent’anni scoppiavo di salute, la campagna mi aveva irrobustito ed ero tutt’altro che timido e impacciato con l’altro sesso, eppure sapevo, o meglio sentivo, che quella era la mia visione del mondo, che non c’entrava per nulla il pessimismo, che Leopardi non era uno sfigato ma un uomo coraggioso, capace come nessun altro di guardare in faccia la verità e di non distogliere lo sguardo. E la conferma che questa affinità non ha nulla a che vedere con una condizione di vita ma discende da una consapevolezza esistenziale l’ho trovata successivamente in Camus.

Quanto a Berlin, si tratta invece di un acquisto tardivo. Ho scoperto Berlin attraverso le sue letture del pensiero di Vico e di quello di De Maistre. Al contrario di quanto accaduto con Leopardi, a Berlin potevo arrivare solo alla fine di un lungo percorso, perché non propone una visione della vita, ma una interpretazione dei fenomeni culturali, del pensiero, e quindi parla a chi con questi temi abbia un minimo di dimestichezza. Ne “Il legno storto dell’umanità” e “Il riccio e la volpe”, che ti consiglio di leggere tra circa trent’anni, a meno che non abbiamo la ventura di farlo prima assieme, trovi delle verità semplicissime, evidenti, ma forse proprio per questo non considerate degne della speculazione filosofica. Il che mi porta a pensare che poi tutto sia molto più semplice di come appare, e che ogni tentativo fatto dall’uomo di complicarlo sia un modo di sfuggire, tramite la cultura, proprio alla consapevolezza.

SAGGISTICA 3) Storia della Scienza

 Se fai un ultimo sforzo (giuro!) e sposti lo sguardo verso la parete D trovi finalmente la storia della scienza. Come puoi constatare è suddivisa in due sezioni. La prima, sulla sinistra, comprende la storia della scienza vera e propria: ci sono trattazioni generali sulle origini e sugli sviluppi del pensiero scientifico, storie delle diverse discipline (affascinante quella della matematica: se me l’avessero raccontata al liceo non sarei diventato un Galois, ma probabilmente mi sarei evitato il quattro) o monografie su protagonisti e momenti particolari delle stesse. Tra qualche anno potresti essere intrigata soprattutto da queste ultime. Ad esempio da uno studio di Giorgio di Santillana, “Il mulino di Amleto”, che cerca di dimostrare come già in tempi remotissimi nel vicino Oriente fosse conosciuta la precessione degli equinozi. Non so quanto possa fregartene, e nemmeno quanto siano attendibili le conclusioni, ma senza dubbio è trascinante la cavalcata attraverso i miti cosmologici arcaici e la loro interpretazione. Molto bello è anche “I sonnambuli” di Koestler, sui protagonisti della rivoluzione astronomica del ‘500: un conto è conoscere le leggi di Keplero, un altro è immergersi nella vita disperata e avventurosa del loro scopritore, e constatare come le intuizioni più geniali possano discendere da stravaganti fantasie. O ancora, per farti un’idea di quale verminaio sia talvolta l’ambiente scientifico, di quali giochi di invidie e di potere si celino dietro il confronto tra le diverse teorie, e ne determinino spesso il rifiuto o l’accettazione, potrai leggere “Costantinopoli 1786”; è il resoconto di una controversia settecentesca, ricostruita con divertita malizia da uno studioso che tu stessa già conosci, Paolo Mazzarello. Il fatto è che quando vengono raccontate con passione e intelligenza (vale a dire rispettando le motivazioni e le curiosità elementari del profano) diventano coinvolgenti persino la storia dello “Zero” di Robert Kaplan o la “Breve storia dell’infinito” di Zellini: per non parlare poi di cose come “L’ultimo teorema di Fermat” e di “Codici e segreti” di Simon Singh, o dei libri di Guejdi, “Il teorema del pappagallo” e “Il meridiano”, scritti con l’occhio al grosso pubblico. C’è una grande fioritura in questi ultimi anni, un vero e proprio boom della divulgazione scientifica, soprattutto relativa alla matematica. L’unico problema è che in genere questi libri vengono letti da chi di divulgazione non avrebbe bisogno. Si ha addirittura l’impressione di un spreco, perché coloro cui sarebbero davvero utili non sanno che farsene.

 

A destra c’è invece la sezione più ricca, sulla quale ci soffermeremo un po’ più a lungo. È dedicata alla storia naturale, ma in senso molto lato, perché come ti ho anticipato comprende testi di antropologia e di etnologia, che di norma sono collocati tra le scienze umane. Si tratta anche del settore più giovane: mi sono adattato tardi all’idea che per capire qualcosa dell’uomo lo si deve accettare innanzitutto come animale. Probabilmente sono un po’ lento di mio, ma credo che abbiano avuto il loro peso anche l’ambiente e l’educazione.

In gioventù non ero attratto dalle scienze naturali. La natura la davo per scontata, mi piaceva e ci vivevo immerso tutti i giorni, ma non mi incuriosiva più di tanto. Non ero di quelli che raccolgono e classificano le pietre o le farfalle. Le pietre preferivo lanciarle, ero anche piuttosto bravo, e le farfalle le lasciavo volare. Ancora oggi riconosco un film da un paio di fotogrammi e molti libri da un solo paragrafo, ma non ho imparato a distinguere le varietà di pesci che popolano il Piota o quelle delle erbacce che infestano la vigna.

Nemmeno dai tuoi nonni arrivavano incoraggiamenti in questo senso. Vivevamo di agricoltura, ma solo col tempo mi sono reso conto di quanto mio padre amasse e conoscesse la sua terra. All’epoca mi sembrava che considerasse la natura piuttosto una forza da combattere, domare e talvolta subire: grandinate, malattie delle viti, raccolti sempre in pericolo. Mia madre poi pativa particolarmente questa situazione: aveva per me altre ambizioni, mi voleva colto e affermato, e anche molto salesiano, alla san Domenico Savio, tutto spirito e niente carne.

Meno che mai, naturalmente, ero stimolato dalla scuola. Ho mandato a memoria elenchi interminabili di ordini, generi, specie e sottospecie, dicotiledone e monocotiledone, vertebrati e invertebrati, giusto per il tempo di superare una interrogazione, e senza trovare una sola volta un motivo valido per non dimenticarli. Avrei avuto bisogno di un approccio un po’ più “storico”, ma i testi di scienze delle medie e del liceo non menzionavano affatto Darwin o l’evoluzionismo, e i miei insegnanti si sono guardati bene dal farlo. Anche se non esisteva alcun divieto specifico persisteva l’impostazione data quarant’anni prima da Gentile, e veniva applicata la più efficace delle censure, quella del silenzio. O forse era pura e semplice ignoranza. Allo stesso modo i manuali di storia non prevedevano, con perfetta coerenza, un minimo di riferimento alla preistoria: non rientrava nell’ambito disciplinare. Ho creduto per anni che i dinosauri fossero un parto della fantasia di Giulio Verne. Sul serio.

Quale ne fosse la causa, resta comunque il fatto che questo disinteresse naturalistico ha profondamente segnato la mia formazione. Anche dopo la grande apostasia dei dodici anni, quando ho cominciato a professarmi non credente, non avevo rinunciato alla speranza che il genere umano fosse qualcosa di speciale, che esistesse se non un’anima almeno una dimensione spirituale discesa da chissà dove, e che il mondo e la nostra esistenza fossero comunque iscritti in un disegno. Per me la vicenda dell’uomo era una crescita lineare più o meno continua dalla barbarie alla razionalità, una versione laica dell’ascesa dalla materia allo spirito, dal peccato alla salvezza. C’entravano senz’altro l’educazione cattolica e l’istruzione di stampo ottocentesco, ma c’era anche molta attitudine congenita.

Capirai che, messa la questione in questi termini, tutto ciò che riguardava il non-umano, il pre-umano o il pre-storico non mi interessava. Le conferme di un cammino necessario dell’umanità verso la perfezione le trovavo nella storia, nelle arti, nella letteratura. Ogni nuova lettura mi portava sulla tracce di questo disegno, anzi, costituiva essa stessa una traccia: e anche i primi dubbi non sono nati da una improvvisa conversione scientifica, ma dalle suggestioni letterarie e poetiche leopardiane. Il percorso successivo, quello che mi ha portato a riconsiderare l’uomo sotto la sua specie animale, è stato compiuto tutto a ritroso (ma forse è proprio così che si compiono tutti i percorsi veri: si parte dalle certezze per approdare infine ai dubbi).

Quel sospiro mi dice che boccheggi, rassegnata a sorbirti un altro spiegone. Non hai più nemmeno la forza per protestare, e ne approfitto. Capisco che ne abbia le scatole piene, ma se mi interrompo adesso non ti becco più. Per cui mettiti buona e seguimi ancora per poco. Tra l’altro andiamo su argomenti con i quali hai già una certa confidenza: abbiamo chiacchierato più volte dell’evoluzione e nella bibliotechina della tua cameretta ci sono almeno sei o sette libri che ne parlano. So di comportarmi un po’ come mia madre, ma in compenso non ti nego anche un’educazione religiosa. Spero non abbia difficoltà, tra qualche anno, a scegliere.

Non quante ne ho avute io, perlomeno. Ho cominciato a dubitare della strada a corsia unica che avevo imboccato, quella dell’interesse storico-politico, appena si è trattato di fare concretamente politica e di approfondire seriamente la storia. Altro che perfezionamento: una vera schifezza. Ma non è stata un’illuminazione folgorante: ero piuttosto ostinato (si, è l’equivalente di zuccone: anche questo l’hai preso da me), per cui il ripensamento è stato lento, ha fatto un giro largo e ha disegnato i contorni di quello che a scuola voi chiamate un insieme, includendovi conoscenze e discipline (la genetica, la biologia evolutiva, la paleontologia e la paleo-antropologia, l’etologia, la neurofisiologia, ecc…) che al momento della partenza mi erano assolutamente estranee.

Va bene, la pianto con le metafore. Stavo solo cercando il modo per renderti comprensibile un percorso tutt’altro che lineare, e ora mi accorgo che quello più semplice è seguire la collocazione dei volumi: non ci avevo mai fatto caso, ma raccontano anche visivamente l’evolversi di un interesse. Come vedi vanno da “Tristi Tropici”, primo a sinistra del ripiano in alto, ad “Armi, metalli e malattie”, ultimo a destra, tre ripiani sotto. Da un classico dell’antropologia alla genetica delle popolazioni. Quindi seguiamo quest’ordine.

Avevo inserito Antropologia ed Etnologia nel piano di studi universitario essenzialmente perché gli esami erano abbordabili (l’unico tipo di antropologia che mi aveva attratto fino a quel momento era quella della “Comédie humaine”), ma forse anche per bilanciare un po’ le astrattezze delle varie Filosofie Teoretiche e Filologie Romanze. Gli antropologi studiano infatti l’uomo nella sua dimensione culturale “totale”, gli etnologi mettono a confronto le diverse culture; ciò che li differenzia da altri studiosi dell’uomo, ad esempio gli storici o i sociologi, è il fatto che il loro lavoro non si svolge a tavolino, ma sul campo, cioè in mezzo alle popolazioni studiate. Quindi si tratta di una concretezza di metodo, prima ancora che di contenuti. Quanto a questi ultimi, in genere l’antropologia e l’etnologia si occupano di culture primitive o elementari (non sempre, ma prevalentemente), e studiano l’uomo nel suo stato primordiale.

 

Ho trovato queste discipline sorprendentemente interessanti, anche se i corsi erano noiosi e i docenti si facevano vedere di rado: gli studi di Malinowski, di Levi-Strauss, di Evans Pritchard o di Marcel Mauss davano risposte nuove alla mia curiosità per il diverso e riempivano molti degli spazi lasciati vuoti dal lavoro storico, perché parlavano in fondo proprio dei “perdenti”, di quei popoli che il treno lo avevano perso. Il fatto è che leggevo ancora ogni diversità semplicemente come un ritardo. Simpatizzavo per i primitivi e per i “selvaggi” con il cuore, non con la testa: non mi sfiorava il dubbio che avessero il sacrosanto diritto di rimanere tali e di essere fieri della loro cultura. Ero persuaso che se aiutati e trattati in un certo modo avrebbero potuto civilizzarsi e apprezzare i vantaggi del modello occidentale (il che in qualche modo giustificava la missione dell’occidente). In fondo arrivavo dalle letture di Verne e di Kipling. Mi credevo un romantico, ma senza saperlo ero un illuminista e un positivista: confidavo nella forza della ragione e in quella dell’elettricità.

In questo non ero poi così lontano dagli altri della mia generazione; per un verso o per l’altro il fenomeno del terzomondismo, che ha caratterizzato il periodo tra la metà degli anni sessanta e la fine dei settanta, era un modo per trasferire altrove speranze e utopie che in occidente non avevano più storia. Si guardava ai popoli del terzo mondo non per quello che erano, ma per ciò che sembravano ancora in grado di fare e di diventare, naturalmente a patto di sposare ideologie e comportamenti politici appresi dall’occidente.

In sostanza le diverse culture, il loro sviluppo, le ricorrenze e le similitudini mi interessavano non in sé, ma perché ero alla ricerca di un comune denominatore tra le forme di organizzazione sociale: quello che avrebbe dovuto costituire la base di una struttura organizzativa buona per tutti gli uomini e tutti i popoli. Paradossalmente invece questa ricerca, che mi metteva di fronte a modelli alternativi di civiltà proprio mentre andavo scoprendo le nefandezze dei “civilizzatori” occidentali, mi ha portato a guardare alla diversità in maniera nuova, a capacitarmi del fatto che non è possibile ricondurre a un’unica soluzione tutte le situazioni, e a considerare determinante non tanto la permanenza delle strutture, quanto quella dei comportamenti.

Mi spiego: le strutture, le forme di organizzazione dei rapporti sociali, politici, familiari, possono dipendere dai tempi e dai luoghi, dalle situazioni di isolamento o di prossimità con altre culture, dal livello tecnologico, ecc…, insomma da fattori variabili, mentre i comportamenti di base dipendono da qualcosa di più costante e radicato, da una natura umana che è plasmabile dall’ambiente fino ad un certo punto, ma mantiene inalterati sul lungo periodo determinati caratteri fondamentali: il che comporta la possibilità nelle scienze dell’uomo, a differenza di quanto accade nelle scienze esatte, di trovare prodotti, risultati, livelli e direzioni di sviluppo diversi quando gli stessi fattori sono disposti in un ordine differente, ma anche di individuare all’interno delle differenze una continuità.

L’aver capito questo ha determinato lo spostamento dei miei interessi dalla storia prettamente “culturale” a quella naturale. Di lì sarebbe poi venuta la comprensione che i due cammini non sono affatto così distinti come si vorrebbe, anche se i binari sui quali viaggiano ad un certo punto si sono separati e soprattutto è cambiata la velocità di marcia sull’uno e sull’altro.

È stato un percorso lungo, tutt’altro che lineare, “puntinato” direbbero i neo-darwinisti, caratterizzato cioè da lunghe stasi e da improvvise mutazioni, corrispondenti ad incontri illuminanti. Niente di sistematico. Un po’ come quando si compone un puzzle: ci sono anche quelli che hanno metodo, partono dai bordi o che so io, ma di norma almeno all’inizio si va alla rinfusa, si combinano tessere in settori diversi, fino a quando non si intuisce grosso modo l’immagine e si può procedere sapendo quel che serve. Così viaggiavo io: una tessera tirava l’altra, e questa mi rimandava ad altre immagini e direzioni. Da Marvin Harris (“Cannibali e re”, “La nostra specie”, “Buono da mangiare”) ho appreso ad esempio che la sacralità delle vacche indiane non è il retaggio di una religiosità delirante, ma uno strumento per garantire la sopravvivenza. Molto interessante, mi dirai: ma poi? Poi c’è che ho dovuto riconsiderare il ruolo della religione, convincermi che non è solo oppio dei popoli, alla maniera di Marx, ma ha un suo preciso ruolo economico e sociale, attraverso la sacralizzazione di certi comportamenti, la creazione di tabù, ecc. Era un esempio di come la cultura pieghi e addomestichi la natura. Le indicazioni in questo senso che avevo trovato nei libri di Eliade e René Guénon non mi avevano convinto, perché la loro interpretazione del fenomeno era totalmente spiritualistica. Ora mi davo spiegazioni accettabili.

Ma Harris, che è un antropologo con una preparazione ed uno sguardo a trecentosessanta gradi, mi ha anche insegnato che il sistema di raffreddamento del corpo umano è diverso da quello degli altri mammiferi, che perché il sudore evaporando dissipi tutto il calore prodotto in eccesso è importante che la nostra pelle sia per la gran parte glabra, o che i peli siano cortissimi, e che tutto questo è legato alla stazione eretta e al fatto che l’homo erectus per sopravvivere doveva correre sulle lunghe distanze, per cacciare o per fuggire. Di qui tutta una serie di altre conseguenze, sulle scelte sessuali, sulla nascita di canoni estetici, ecc…, che ci dicono quanto la natura condizioni la cultura. Insomma, mi ha fatto capire che ogni presunzione di interpretare la storia dell’uomo doveva almeno fondarsi sulla conoscenza delle sue origini e della sua preistoria.

Allo stesso modo, “I draghi dell’Eden” di Carl Sagan mi ha fatto intravedere per la prima volta il funzionamento del cervello, la determinazione naturalistica dei nostri comportamenti. Ho cominciato così a pormi anche in termini biologici il problema di come interagiscano e si combinino nell’uomo cultura e natura. Tutte le letture successive sono state mirate a sciogliere questo nodo, cercando indizi sia nella direzione biologica che in quella evoluzionistica (biologia e paleontologia), alla ricerca del quid che ad un certo punto ha staccato la specie umana da tutte le altre e ne ha fatto un caso eccezionale, nel senso di eccezione, non in quello di superiorità.

 

Le risposte più immediate non potevano venire che dalla paleontologia. La lettura de “L’evoluzione dell’uomo e della società” di C. S. Darlington mi ha convinto della necessità di risalire ancora un po’, per cercare una spiegazione al mistero: ma l’incontro che ha definitivamente orientato il mio “nuovo corso” è stato senza dubbio quello con “Il gesto e la parola”, di André Leroi-Gourhan. Lì ho trovato per la prima volta una descrizione esauriente del processo di “ominazione”, dalla liberazione della mano a quella della memoria. È un testo che risale a oltre quarant’anni fa, scritto da un etno-linguista, ed oggi la ricostruzione che offre dell’evoluzione culturale è almeno in parte superata: ma conserva intatto il fascino di un tentativo di sintesi insieme scientificamente corretto e coraggioso. Leroi-Gourahn ha inaugurato una sorta di “periodo francese” dei miei interessi, quello che mi spinto ancora più all’indietro, verso le teorie generali degli esseri viventi. Ho letto in successione una serie di studi comparsi in Francia nei primi anni settanta e riguardanti l’ereditarietà, le trasformazioni e le mutazioni a livello genetico, a partire dal fondamentale “Il caso e la necessità” di Jacques Monod e passando poi per Pierre-P. Grassé (“L’evoluzione del vivente”) e Francois Jacob (“La logica del vivente”). All’epoca queste nuove interpretazioni del darwinismo basate sui più recenti apporti della genetica avevano dato uno scossone al mondo scientifico, riaccendendo un dibattito che si era un po’ assopito. Lo stesso effetto lo hanno avuto su di me una decina d’anni dopo. Non so dirti quanto abbia veramente capito di tutti quei passaggi, digiuno com’ero di qualsiasi conoscenza di base in biologia: ma l’effetto generale senz’altro è rimasto, un’idea di come funzionava la faccenda me la sono fatta.

 

Queste letture hanno provocato poi due effetti indotti. Il primo è stato la spinta a risalire alle fonti, a leggere finalmente Darwin (e devo dire che le cose che ho trovato più interessanti sono l’autobiografia e la relazione del viaggio con la Beagle, com’era prevedibile). Il secondo è stato l’interesse per il dibattito sul darvinismo, sulle sue interpretazioni nel corso di un secolo e mezzo. Quest’ultimo mi ha portato, oltre che ad avere più chiari gli sviluppi della teoria, a incontrare personaggi stravaganti ed affascinanti, ma soprattutto capaci di rendere comprensibili persino a me i punti fondamentali delle loro tesi.

La palma in questo campo spetta senz’altro a J. B. S. Haldane. Haldane è un genetista inglese della prima metà del ‘900, che incarna in pieno la capacità della cultura anglosassone di tenere i piedi per terra e di combinare il rigore scientifico col piacere umanistico. Esattamente come accade per il suo contemporaneo Auden nella poesia, o per Hobsbawm negli studi storici. Tra qualche anno, quando dovrai affrontare gli scogli delle scienze naturali alle medie o nelle superiori ti farò leggere “Della misura giusta”. In mezzo ad una serie di interventi che toccano tutti i temi più svariati e apparentemente peregrini, dalla religione alla produzione del lievito, dalla non violenza alle fiabe e alla sterilizzazione, accomunati però da una visione disincantata del ruolo dell’uomo e della scienza, e soprattutto da uno stile paradossale e sarcastico, ti spiega ad esempio la funzione dell’emoglobina nel sangue in venti righe, concludendo così: ”Se infilate la testa in un forno a gas, dopo che siete morti le vostre labbra assumeranno un bel colore rosato. Ma il sangue che rimane rosso non serve a nulla, e voi sarete morti proprio perché il vostro sangue è rimasto rosso”. Leggendolo capisci cosa significa essere cresciuto nel paese di Swift e di Hornby, invece che in quello di Manzoni e di Moravia.

Non si tratta di snobismo o di esterofilia ipercritica: è solo la sconsolata constatazione della realtà della nostra cultura e della nostra scuola. Probabilmente c’è anche un po’ la rabbia per non aver goduto al momento opportuno di maestri di questo genere. Dove lo trovi uno scienziato e un docente universitario italiano che scriva così? Da noi il divorzio tra le due culture, probabilmente per influsso della controriforma, perché fino alla fine del cinquecento anche i nostri artisti erano al tempo stesso scienziati e umanisti, ha pesato moltissimo. La scienza si è ritirata nel suo gabinetto privato, ha elaborato un suo linguaggio iniziatico, è rimasta asservita al potere o ai poteri, quali che fossero. Negli anni in cui Haldane scrive queste cose in Italia gli scienziati firmano il manifesto sulla razza.

Faccio una digressione per esemplificarti la specificità negativa italiana. Quasi contemporaneamente ai saggi di Haldane avevo letto “Il tabù dell’incesto” di Fabio Ceccarelli, uno dei pochissimi studiosi nel nostro paese ad aver tentato una lettura originale del processo di ominazione, e lo avevo trovato ricchissimo di spunti, di intuizioni, di interpretazioni forse discutibili, ma senz’altro stimolanti. Per quanto ne so il libro non ha avuto nessun riscontro nella cultura ufficiale e nel dibattito scientifico nostrano, il che ti dà un’idea del muro di indifferenza nel quale cozzano da sempre in Italia coloro che hanno davvero qualcosa da dire. È altrettanto vero però che lo stile argomentativo di Ceccarelli è tutt’altro che piano e scorrevole, richiede una concentrazione continua e totale e un’aspirina alla fine di ogni capitolo, proprio per la radicata consuetudine italiana in base alla quale certi argomenti possono essere affrontati solo col taglio “alto”. Dubito che riuscirai a leggere “Il tabù dell’incesto”, e mi spiace, perché il libro vale e l’autore, che ho poi conosciuto, era una di quelle persone schive e genuine che si incontrano sempre più raramente.

Ma torniamo al nostro percorso. L’ultima parte è legata soprattutto alla scuola anglo-americana, rappresentata da paleontologi come Gould ed Eldridge e da biologi come Wilson e Dawkins. Prima ancora di Haldane potresti leggere “Il pollice del panda”, di Stephen Jay Gould, altro straordinario esempio di come si possa raccontare la scienza con stile, chiarezza ed humor. Anche qui si spazia tra gli argomenti più disparati, e viene raccontata ad esempio l’evoluzione dell’uomo servendosi di quella della figura di Topolino. Ti sfido a non capire e a non divertirti. Ma sotto il divertimento c’è una precisa visione dei meccanismi che portano all’emergere di nuove specie, di come operi la selezione e di come le bizzarrie della natura siano tali solo per i limiti della nostra capacità di comprendere.

Gould rimane indubbiamente lo studioso dell’evoluzione più famoso e letto degli ultimi decenni, ed oltre ad essere un ottimo divulgatore è anche esponente di una corrente della biologia evoluzionistica, quella “naturalistica”, che ha formulato la teoria più innovativa rispetto al darwinismo tradizionale, quella degli “equilibri punteggiati”. La sua posizione nell’ambito degli studi evoluzionistici è considerata “di sinistra”, perché concede largo spazio alla determinazione ambientale, oltre che a quella genetica, e perché non manca di denunciare l’uso della scienza a scopi discriminatori o razzisti. Al contrario viene considerata “di destra” la posizione dei “sociobiologi” o ultradarwinisti, un’altra corrente che riconduce ogni comportamento animale (e quindi anche umano) ad una competizione riproduttiva, all’egoismo genetico.

Proprio il dibattito seguito alla pubblicazione del saggio “Sociobiologia. La nuova sintesi”, di E.O. Wilson, all’inizio degli anni ottanta, mi ha fatto capire quanto pesino anche in campo scientifico i preconcetti. Avevo seguito la querelle sulle pagine de “Il Manifesto”, l’unico giornale libero al quale ci si potesse aggrappare negli anni del riflusso. La cultura di sinistra, scientifica e non, accusava Wilson, che è un entomologo, studioso delle società degli insetti, di voler applicare alle società umane gli stessi criteri interpretativi adottati per quelle delle formiche, considerando le une e le altre esclusivamente come cooperative per la riproduzione, finalizzate al gioco del “gene egoista”. È un po’ complicato da spiegare, ma la sostanza del contendere alla fine era questa: se si spinge alle estreme conseguenze il riduzionismo biologico, cioè la determinazione genetica dei nostri comportamenti, e si ritiene che questi siano esclusivamente controllati dalla competizione riproduttiva, ogni ipotesi di progresso sociale, di educazione all’altruismo, alla convivenza pacifica tra individui o gruppi o etnie va a farsi benedire, diventa una bella favola. Si giustifica la lotta, l’ineguaglianza, l’esistenza di gerarchie. E questo, evidentemente, è duro da accettare.

Qualcosa però non quadrava. Si capiva sin troppo bene che il rifiuto della sinistra era pregiudiziale, e nasceva il sospetto che troppi parlassero della questione senza conoscere di prima mano le argomentazioni e le teorie. Non sono arrivato a leggere il libro di Wilson che aveva scatenato il putiferio, per la ragione molto semplice che era introvabile e carissimo, ma ho apprezzato altre sue opere, quelle che trovi qui, come “L’armonia meravigliosa”, “Biodiversità” e “Il fuoco di Prometeo”: e ho scoperto che Wilson non diceva affatto quello che gli era attribuito, anche se diceva cose che potevano essere interpretate in quel senso. Ma non si può fare la guerra alle possibili interpretazioni sbagliate o forzate screditando un lavoro di per sé innovativo e rigoroso: si deve semmai cercare di darne una che ci sembri corretta. Non sto parlando di neutralità della scienza, non ci credo e non esiste: la scelta di una ipotesi, e prima ancora di un argomento o addirittura di un campo di indagine è una dichiarazione di parte. Semplicemente, penso che l’onestà intellettuale imponga di ascoltare almeno, e se possibile anche capire, le argomentazioni degli interlocutori.

Le ultimissime acquisizioni, quelle in fondo al ripiano più basso, vanno in una direzione che sembrerebbe mettere d’accordo naturalisti e sociobiologi. “Il pavone e la formica”, di Helena Cronin e “Uomini, donne e code di pavone” di Geoffrey Miller prendono le mosse da un aspetto a lungo trascurato della teoria darwiniana, quello relativo alla selezione sessuale, e ne documentano l’importanza ai fini della sopravvivenza della specie. Lo studio di Miller spinge un po’ oltre la cosa, in maniera volutamente provocatoria, fino a leggere ogni manifestazione culturale come una forma di “corteggiamento”, uno strumento per garantirsi il successo riproduttivo. Per quanto concerne le finalità sembrerebbe quindi sposare appieno le tesi degli ultradarwinisti, ma essendo l’autore uno psicologo e non un biologo finisce per riconoscere le modalità di azione della cultura proposte dai naturalisti.

Come vedi, alla fine tutto torna. La cultura umana nasce in risposta ad imperativi biologici, ma la componente biologica viene a sua volta modificata dall’evoluzione genetica, e questa evoluzione avviene anche in risposta alle innovazioni culturali. Due ottime sintesi dell’intero dibattito, che arrivano per l’appunto a questa conclusione, le puoi trovare ne “La lepre e la tartaruga”, di David Barash, un altro psicologo, e ne “Il cammino dell’uomo” di Jan Tattersall, un paleoantropologo. Il primo segue i percorsi paralleli e insieme incrociati dell’evoluzione biologica e di quella culturale, cogliendone implicazioni che toccano la demografia, l’ecologia, la tecnologia, ecc.: il secondo ricostruisce tutto l’albero evolutivo della specie umana. Sono testi talmente chiari e scorrevoli da entrare di diritto tra le mie ideali letture per scuole: forse otterrebbero un gradimento maggiore rispetto a “I promessi sposi”.

Andiamo a chiudere: ma ho il dovere di segnalarti ancora due studiosi, questa volta italiani, e non soltanto per salvare un po’ la faccia. Luca Cavalli-Sforza è un genetista di fama mondiale, e naturalmente lavora e insegna in America. Il suo “Storia e geografia dei geni umani”, quel volumone verde che sta a metà del ripiano, è ormai un classico della genetica delle popolazioni. A meno che non scelga di diventare una specialista del settore non lo leggerai mai, ma potrai trovarne un’ottima sintesi in “Geni, popoli e lingue”. Gli studi di Cavalli Sforza hanno fatto piazza pulita di tutti i falsi presupposti genetici sui quali si fondava il razzismo moderno. Oggi chi si appella ancora al presunto rapporto tra diversità naturali e inferiorità nei comportamenti o è in assoluta malafede o è un perfetto imbecille. Comunque, se vuoi saperne di più, a sinistra del volume verde trovi tutta una sezione di studi sul razzismo e sulla biodiversità.

Edoardo Boncinelli è invece un biologo, e rappresenta l’eccezione che conferma la regola italiana di cui sopra: è infatti un formidabile divulgatore e riesce a rendere chiare le cose più astruse, come il funzionamento del cervello e i meccanismi biologici. Leggendo il suo “Le forme della vita” ho avuto l’impressione che a dispetto di un cammino ancora lungo e probabilmente pieno di sorprese la scienza sia già molto avanti nella spiegazione del mistero umano, e che le conoscenze di cui dispone siano già sufficienti a delineare almeno il quadro generale.

Per intanto, quello che ho capito io di tutta la faccenda è che senza arrivare a considerarci delle macchine da riproduzione dovremo d’ora innanzi mettere in conto, in tutti i nostri progetti sociali per il futuro e nelle analisi storiche del passato, il peso enorme del fattore “natura”: questo naturalmente non per giustificare l’esistente, e quindi la rinuncia a ogni tentativo di miglioramento, ma per tenere i piedi per terra e affrontare realisticamente i problemi. Ormai sappiamo che l’evoluzione non è finalizzata ad uno scopo e che il suo strumento, la selezione naturale, non segue semplicisticamente la legge del più adatto: se così fosse, come diceva Haldane, i più adatti risulterebbero essere i poveri, che si moltiplicano decisamente più dei ricchi. Esistono anche delle retroazioni ambientali, dei fattori indotti che orientano in maniera diversa il cammino evolutivo. Nel caso dell’uomo il principale di questi fattori è la cultura, che modifica e imbriglia in molti modi quelle che sarebbero le spinte naturali. La forte determinazione genetica dei comportamenti umani è ormai comprovata dalla decifrazione della mappa del genoma: ma questo non cambia di una virgola il fatto che la cultura ci consente e ci impone un’assunzione di responsabilità. A noi i casi dell’evoluzione hanno dato la possibilità di scegliere, di sottrarci alla tirannia dell’istinto. Non so se sia un privilegio o una condanna: la Bibbia propende per la seconda ipotesi, ma io credo che visto che l’abbiamo dovremmo tenercela ben stretta, e usarla per il meglio.

 

Ora anche tu vorrai poter fare la tua scelta, e immagino già che sarà in direzione del giardino. Seguirai la tua spinta naturale, l’istinto geneticamente trasmesso a far capriole, ad arrampicarti sugli alberi e a dare la caccia ai gatti. Se però domani, o tra dieci anni, ti verrà voglia di entrare in questo studio non solo per giocare col computer, ma per sottrarre un libro agli scaffali e leggerlo, questa sarà una scelta culturale: vorrà dire che l’ambiente, pareti tappezzate di volumi, nomi e titoli che occhieggiano dai dorsi, un padre che non si muove senza avere con sé almeno due libri, per pararsi contro ogni emergenza, può addomesticare anche la natura più riottosa e selvaggia. Darai ragione a sia a Wilson che a Gould, e a me tanta felicità e un po’ di speranza.

E adesso, fila.

 

Appendice 2017

RITORNO ALLA STANZA DELLE MERAVIGLIE

Carissima Elisa,

sono trascorsi quindici anni da quando ti ho coinvolta nella prima scorribanda attorno alla mia biblioteca. All’epoca ne eravamo usciti entrambi abbastanza bene: io senz’altro, perché ero stato costretto a ripensare tutto il percorso che c’era dietro e sopra gli scaffali, ed era stato un po’ come ripercorrere la vita intera: tu abbastanza provata, ma con l’embrionale coscienza che quei volumi non erano un complemento d’arredo, avevano una storia e un senso propri, tutti da scoprire.

Da allora, dopo che ti avevo rispedita a giocare in giardino, nello studio sei tornata sempre più spesso, prima per necessità scolastiche o per semplice curiosità, poi, poco alla volta, per pescare autori e titoli che ti avevano intrigato (tra i primi Calvino e Pavese: ma primo fra tutti, ricordo, L’amante dell’Orsa maggiore). Naturalmente hai disatteso le mie raccomandazioni, non dando notizia delle sottrazioni e non lasciando alcuna indicazione del trasferimento di quei volumi ad altro luogo (la tua cameretta, i tuoi scaffali), creandomi in questo modo ansie e costringendomi ad affannose ricerche: ma alla fine va bene anche così. A un certo punto hai poi iniziato a manifestare la sindrome del possesso, a quanto pare ereditaria, per cui ricompri i libri che ti piacciono o che ti sono piaciuti e stai creando una biblioteca parallela: in questo modo i doppioni si sono moltiplicati, e tuttavia non posso dire che la cosa mi spiaccia.

La biblioteca-madre è ancora lì, ma sia lei che tu siete nel frattempo molto cresciute (per parte mia, temo di aver smesso di crescere da un pezzo). Ti invito allora ad una nuova ricognizione, sia pure meno minuziosa: diciamo un semplice aggiornamento. Questa rimpatriata ha un senso perché i tuoi interessi, alla maniera tua, molto riservata e a volte persino indecifrabile, sembra stiano prendendo quella piega che nell’intimo avrei auspicato, ma che sinceramente non speravo; e perché in questi interessi i libri hanno una parte fondamentale. È bene dunque rinverdire la conoscenza di alcuni settori della biblioteca che avevo trattato più superficialmente, anche in considerazione della tua età, di approfondire quella di altri e di rendere giustizia, per completezza, a quelli che dal nostro primo viaggio erano rimasti proprio esclusi.

 

Prima però ti devo qualche chiarimento sulla direzione che hanno preso da allora gli interessi miei, per spiegare la filosofia che sta dietro i nuovi apporti alla biblioteca. Nel viaggio precedente avevamo parlato soprattutto di letteratura, per la ragione che ho già citato: il primo approccio ai libri passa invariabilmente di lì. In quegli anni poi la letteratura rientrava ancora nelle mie discipline di insegnamento. Da allora però il suo peso nei miei equilibri culturali è andato gradatamente scemando, e oggi arriverei a dire che non ne ha quasi più alcuno. O meglio, mi spiego: non mi interessa granché ciò che di nuovo sta uscendo, perché al di là del diletto ho sempre cercato nella narrativa anche indizi per penetrare lo spirito, il clima di una società o di un’epoca: e la letteratura ne era necessariamente, assieme alle arti figurative, la spia più autorevole (della musica, sinceramente, so troppo poco per azzardarmi a parlarne). Oggi però la produzione letteraria si è totalmente adeguata alle logiche di mercato, al consumo rapido e alla ripetizione seriale, nel tentativo persino un po’ patetico di non essere spazzata via dai nuovi media: e non rispecchia quindi, se non in maniera molto distorta e preconfezionata, le tendenze di una società, ma solo le scelte furbesche di una industria. Ma c’è dell’altro: forse nemmeno più mi interessa capire dove stiamo andando, perché quel che capisco non mi piace. A dirla tutta, insomma, non sono più di quattro o cinque i libri di narrativa che ho letto sino in fondo, con gusto e con interesse, in questi quindici anni: e quasi tutti sono stati scritti più di mezzo secolo fa. Comunque, al di là delle mie preferenze e delle mie idiosincrasie, credo che ultimamente ben poco di nuovo e di significativo sia stato prodotto. In questo settore non potrò segnalarti molte novità.

 

Vedo peraltro che anche tu sei molto più orientata alla lettura dei classici, anche se ancora non ho capito se lo fai per genuino piacere o mossa da una sorta di senso del dovere. Quelli naturalmente ci sono tutti, già c’erano all’epoca della nostra prima visita, ma ora sono presenti in edizioni più accurate, più riccamente annotate e senz’altro più eleganti. Del Don Chisciotte, ad esempio, trovi ben tre diverse edizioni che hanno sostituito quella economica precedente, scassata e quasi illeggibile per la piccolezza dei caratteri. Ora, quando lo vorrai (so che ancora non lo hai fatto), potrai goderlo senza rovinarti gli occhi. Non hai più alibi.

Le entrate davvero nuove riguardano solo quei testi che un tempo consideravo marginali, e che oggi invece mi intrigano più delle opere di narrativa, cose come Il diario di uno scrittore di Dostoevskij, gli scritti polemici di Turgenev e di Chesterton, i Diari di Kafka e di Musil. Allo stesso modo i classici antichi sono presenti ormai tutti nell’edizione con testo a fronte, e questo, alla luce di quel poco che il liceo classico ti ha fornito, lo potrai apprezzare.

 

Hanno conosciuto invece un grande sviluppo i settori dedicati alla storia e alla filosofia, e nell’ambito del primo un sottogenere che in precedenza mi lasciava piuttosto freddo, le biografie. A esplodere letteralmente sono state però la storia della scienza e quella delle idee. Qui dovremo soffermarci un po’ più a lungo.

 

Mi rendo conto che in queste pagine non troverai le sorprese e le meraviglie che speravo di suscitarti nel corso del primo viaggio: ma sai benissimo che le sto scrivendo per me, prima ancora per che per te. Dovrebbero servire a fissare sommariamente le tappe più recenti del mio percorso di lettore, augurandomi che non siano le ultime, e a contrastare gli incipienti sintomi di Alzheimer che percepisco. C’è anche un’altra motivazione: spero che conoscendo la storia di questi libri avrai qualche difficoltà in più, nella remota ed esecrabile ipotesi che pensassi di farlo, a liberartene. So che sembra paradossale e anche un po’ paranoide, ma mentre non mi pongo il problema di cosa sarà di me “dopo”, mi assilla invece l’incertezza per la loro sorte. È il rovello del bibliomane. Non c’è cura, se non trasmettere a qualcuno il ruolo di vestale del tempio. Questo nuovo viaggio potrebbe rappresentare la cerimonia ufficiale di investitura.

Possiamo quindi cominciare.

Stipare

Vorrei procedere con ordine, riprendendo il criterio topografico seguito nel viaggio precedente. Questa volta però partiamo dal soggiorno. La definizione più appropriata per questo locale sarebbe “tinello”, perché comunica con la cucina e viene usato anche come sala da pranzo: ma è un termine ormai desueto, credo di impiegarlo solo io. Con la sistemazione attuale dell’arredo – ci sono solo libri e quadri – ed essendo l’unico nel quale è presente un apparecchio televisivo, potremmo cavarcela all’inglese, con living room.

Le scaffalature che lo caratterizzano (in senso stretto: danno un carattere diverso da quello originario) le ho costruite con le mie mani, come sai benissimo perché lo ripeto a tutti i visitatori. Ne vado particolarmente orgoglioso. Credo che uno scaffale ti rappresenti quasi quanto i libri che ci stanno sopra. Mi creano ansia i ripiani che si incurvano sotto il peso, cosa tipica ad esempio delle scaffalature Billy dell’Ikea: la trovo una mancanza di rispetto per i libri, per la loro importanza e per il loro diritto ad essere degnamente alloggiati. Allo stesso modo non posso soffrire gli scaffali metallici, o di qualsiasi altro materiale che non sia il legno (peggio che mai i ripiani di vetro). Sono materiali freddi, incompatibili con la carta. E ancora, assolutamente da escludere sono le scaffalature colorate o troppo lavorate, o quelle il cui valore antiquario soffoca quello culturale dei volumi ospitati. I libri, come gli umani, per vivere a loro agio hanno bisogno di dimore solide, calde, eleganti e funzionali nella loro semplicità, ma non ingombranti. Dimore come queste, appunto.

Ti sarai accorta (davvero te ne eri accorta?) che rispetto alla volta scorsa le collocazioni sono un po’ cambiate: ho sistemato un nuovo scaffale contro la parete che divide il locale dalla cucina, sfruttando al millimetro uno spazio che sarebbe rimasto inutilizzato per l’ingombro d’apertura della porta d’accesso. Questo mi ha consentito di trasferire qui in blocco tutta la letteratura italiana, e di riservare finalmente un intero ripiano (quello centrale, ovviamente) a Leopardi. Le edizioni dello Zibaldone, dell’Epistolario e delle Operette morali si sono nel frattempo moltiplicate. Non è stata una decisione semplice, ero abituato da decine d’anni ad avere quei volumi a portata immediata di sguardo: mi soccorrevano nei momenti di incertezza, senza nemmeno il bisogno di sfogliarli. Ora di Leopardi nello studio sono rimasti solo il piccolo busto in gesso che sta sulla mensola del caminetto e un ritratto giovanile appeso lì di fianco. Non è la stessa cosa: ma il trasferimento si imponeva, per conservare una parvenza di logica al percorso. Di positivo c’è che in questo modo Giacomo è entrato definitivamente in famiglia: partecipa alle nostre cene con gli amici, assiste alle nostre discussioni (immagino si diverta anche, e qualche volta si arrabbi) e soprattutto compensa come polo positivo quello negativo rappresentato dal microscopico teleschermo.

 

Ciò che ci interessa ora sta però nella parete di fronte, che in parte ti avevo già descritta all’epoca. Qui, come pure nello studio, sono intervenuto con operazioni di “ottimizzazione” (una bruttissima parola, ma in questo caso efficace) degli spazi, recuperando in pratica un ripiano per ogni colonna. Non si direbbe, perché rimane comunque la congestione dei libri in doppia fila, anche se quelli davanti sono disposti orizzontalmente e consentono di leggere i titoli di quelli dietro, o almeno di indovinarli. Ma figurati quale sarebbe la situazione se non avessi creato spazi nuovi. Gli sbarchi in questo settore sono stati davvero tanti.

Dal nostro precedente viaggio non ho più tentato di contare i libri (e meno che mai di catalogarli, cosa che invece allora mi ripromettevo). Mi limito a marchiare con il mio ex-libris col Viandante tutto ciò che entra, rimandando la creazione di un catalogo a tempi di carestia o eventualmente alla tua buona volontà. Stimo comunque che la dotazione complessiva sia aumentata di almeno un terzo, il che ci porterebbe tra i dodici e i tredicimila volumi. Mi avvicino alle cifre della biblioteca di Monaldo.

Ciò non significa però che in questo periodo abbia letto a ritmi industriali. Ho semplicemente accumulato testi, per lo più, come ti dicevo, di saggistica, che o erano funzionali a ciò di cui ho scritto nel frattempo (e gli argomenti affrontati sono parecchi, dalla storia del viaggio e delle esplorazioni a quelle dell’alpinismo, del cinema western, della democrazia greca, ecc…) o potevano diventare tali in vista dei progetti in cantiere. In molti casi hanno fornito essi stessi lo spunto per nuove investigazioni.

C’è poi da aggiungere che la frequentazione ormai assidua dei mercatini ha moltiplicato le occasioni di acquisto. Su un bancone di libri a un euro trovi sempre qualcosa che vale la pena di essere portato a casa. Ultimamente le scoperte più interessanti sono arrivate proprio di lì, da opere fuori commercio da decenni, che magari nemmeno conoscevo e che ho scovate per caso, attratto a volte solo dalla suggestione del titolo. Quei libri hanno fornito risposte a domande che stavo formulando da tanti anni. O meglio, penso che il segreto sia questo: mi hanno dato le risposte che avrei voluto trovare tanti anni fa, e mi hanno confermato che già allora avrei potuto trovarle. Il che crea un po’ di rimpianto, ma anche se in molti casi le risposte sono superate, l’averle finalmente ricevute ha colmato retroattivamente dei vuoti che mi portavo dietro da troppo tempo.

 

Viaggiare (a piedi e non)

Per una fertile combinazione di motivi (le cose che ho trovato per caso, quelle che ho ostinatamente cercato e quelle che ho scritto) la letteratura di viaggio ospitata nella parte destra della scaffalatura a tutta parete ha continuato in questi anni a debordare verso sinistra, a conquistare prima nuovi ripiani e poi interi scaffali e a costringermi a periodiche risistemazioni.

Dovessi scriverlo oggi, quindi, il capitoletto sul viaggio occuperebbe almeno il doppio di pagine. Le nuove scoperte, sia per quanto concerne le opere che per i personaggi, riguardano soprattutto la storia delle esplorazioni e dei viaggi scientifici. Provo a dartene sommariamente conto.

 

Scienziati-viaggiatori – Innanzitutto, i protagonisti. Ad Alexander von Humboldt ho dedicato un piccolo saggio biografico (glielo dovevo) e nel frattempo ho acquisito tutto ciò che di suo era reperibile, comprese le edizioni in italiano, in tedesco e in francese del Cosmos (e anche una parziale in inglese). Le lacune ora riguardano solo la corrispondenza: non esiste una raccolta completa in francese, e quella tedesca, in fase di edizione e tutt’altro che prossima al completamento, occupa già dieci volumi: in compenso ho trovato in Francia una scelta abbastanza ampia delle lettere scambiate con Bonpland, (A. von Humboldt, A. Bonpland – Correspondance 1805-1858, a cura di Nicolas Hossard), nonché una biografia di Bonpland (Aimè Bonpland, mèdecin, naturaliste, explorateur en Amerique du Sud, dello stesso Hossard), l’unica che conosco e che possiedo. A differenza di quarant’anni fa, quando è partita la mia Humboldt-mania, e quando era praticamente sconosciuto in Italia e dimenticato in patria, oggi lo scienziato-viaggiatore tedesco conosce un piccolo ritorno di popolarità grazie anche a due recenti biografie: Federico Focher ha scritto A. von Humboldt. Abbozzo di una biografia, mentre Andrea Wulf, già autrice de La confraternita dei giardinieri, gli ha dedicato quel volumone dal titolo L’invenzione della natura, sul quale, ti confesso, ho molte riserve. Insomma, anche il mio personalissimo eroe comincia ad essere macinato dall’industria culturale.

 

Sull’onda delle ricerche dedicate a Humboldt è cresciuta la curiosità per le biografie di altri scienziati-esploratori. Darwin, naturalmente (del Viaggio di un naturalista attorno al mondo possiedo quattro diverse edizioni, e due dell’Autobiografia, oltre alla biografia classica di Desmond e Moore, a quella leggermente più romanzata di Irwing Shaw, L’origine, e ai Taccuini); ma anche, e soprattutto, il suo corrispondente-amico-antagonista Alfred Douglas Wallace, un po’ meno ignoto anche agli italiani da quando il buon Federico Focher ne ha scritto una avvincente storia (L’uomo che gettò nel panico Darwin). Wallace è un personaggio che riserva un sacco di sorprese: oltre che esploratore, cercatore di specie, scienziato autodidatta, era un socialista umanitario, pronto a battersi per ogni causa, soprattutto per quelle perse, e un convinto spiritista, tanto solare e disposto a mettersi in gioco quanto Darwin era riservato e pieno di dubbi. Dei suoi scritti è stato finalmente tradotto L’arcipelago malese, divertente e commovente resoconto di quattro anni di avventure (e soprattutto disavventure) a caccia di nuove specie vegetali nel sud-est asiatico. Lo trovi accanto ai libri di e su Darwin (e a quello sullo spiritismo, che ho scaricato dalla rete).

 

La passione per la montagna mi ha aiutato a scoprirne il miglior interprete e precursore in Déodat de Dolomieu, l’“inventore” delle Dolomiti. Dolomieu ebbe un’esistenza che definire avventurosa è riduttivo. Fece le esperienze più disparate, da un duello mortale (per l’avversario) a sedici anni fino a venti mesi di assoluto isolamento in una fetida e piccolissima cella di un carcere borbonico, poco prima di morire: ma compì soprattutto una ricognizione minuziosa e completa di ogni vallata alpina. Era un camminatore formidabile, capace di sfiancare non solo i compagni di percorso ma anche i muli e i cavalli da soma, e uno spericolato arrampicatore, che tuttavia nei Viaggi sulle Alpi non rivendica alcuna delle innumerevoli vette da lui per primo conquistate. Per conoscerlo mi sono avvalso di una monumentale (ma piuttosto confusa) biografia scritta da Luigi Zanzi (Dolomieu, un avventuriero nella storia della natura) e ho poi ricostruito il resto attraverso la lettura diretta dei suoi resoconti di viaggio (Viaggi nelle Alpi).

Del tutto fortuita è stata invece la conoscenza dell’opera e della vita di Guido Boggiani. Attraverso un volume dedicato principalmente alla sua pittura (Guido Boggiani. Pittore, esploratore, etnografo, di Maurizio Leigheb) ne ho scoperto una seconda esistenza, quella di etnologo e viaggiatore (raccontata da Boggiani stesso nei Viaggi di un artista nell’America meridionale), che lo ha portato a vivere per anni ai margini del Gran Chaco paraguagio e a morirvi, ucciso da un indigeno, prima dei quarant’anni.

Altre storie come la sua, o come quelle di Wallace e di Dolomieu, ho trovato in un paio volumi piuttosto stagionati, I cacciatori di piante di Thaylor Whittle e Scienziati ed esploratori alla scoperta del Sudamerica di Victor von Hagen, e in uno recentissimo, Cercatori di specie, di Richard Conniff. Quella del viaggio a scopo scientifico è una vera e propria epopea, naturalmente poco conosciuta e per niente celebrata nelle nostre scuole, che ha cambiato non solo lo sguardo ma anche la quotidianità della vita dell’Occidente. I libri che ho appena citati offrirebbero ai nostri demotivati studenti, e non solo a loro, ben altri stimoli rispetto alle ricostruzioni politiche e militari, o a quelle della “cultura materiale”, cui si riduce in genere l’insegnamento della storia, e li aiuterebbero a coltivare un minimo di passione per le scienze e ad acquisire qualche fondamento etico.

Lo dico contro ogni apparente evidenza. Sai benissimo, ne sei anzi un esempio concreto, che anche nella tua generazione ci sarebbero potenziali lettori “veri”, da non confondere con i consumatori di thriller o di romanzetti da spiaggia, se solo qualcuno avesse il coraggio di proporre loro dei percorsi più impegnativi, ma proprio per questo più gratificanti. In realtà non è solo questione di coraggio: ci vorrebbero anche una conoscenza e una professionalità che alla stragrande maggioranza degli insegnanti non appartiene affatto: col che il discorso appare chiuso in partenza. Ma a monte di tutto questo c’è di peggio: c’è lo stupido convincimento, prodotto dalle cantonate sull’egualitarismo prese dalla mia generazione, che la cultura debba essere “facilitata”, distribuita a pioggia, anziché resa possibile e promossa come conquista individuale e come premio a se stessa.

 

Avventurieri ed esploratori – Torniamo però ai nostri viaggiatori. Attraverso un gioco di rimandi sono arrivato ad alcuni personaggi davvero singolari, avventurieri nel senso più letterale del termine. L’ultimo in ordine di comparsa, ma primo per collocazione storica, è Lodovico de Varthema. Ne ho trovato traccia nei testi di Herrmann e di Brilli di cui parlerò tra breve, ho poi acquisito una sua biografia (Lodovico di Varthema alle Isole della Sonda) e ho scovato infine le recentissime edizioni del suo Itinerario e del Viaggio alla Mecca. De Varthema si trovava già a Calicut quando, nei primissimi anni del ‘500, ci arrivarono i Portoghesi. Dalle mie parti si usa dire che quando Colombo approdò in America ci trovò i mandrogni che già gestivano un ben avviato giro d’affari. Bene, i lusitani trovarono senz’altro un bolognese che già aveva girato tutto il Medio Oriente e visitato le Isole della Sonda, pronto a far fruttare le informazioni accumulate e ad acquisirsi meriti (al ritorno in Europa fu insignito dal re del Portogallo della dignità nobiliare, oltre che di una pensione). Anche se probabilmente molte delle sue avventure sono enfatizzate, soprattutto per il gusto di inserire situazioni boccaccesche delle quali è immancabile protagonista, resta il fatto che quelle terre le aveva realmente visitate e che per esserne tornato vivo e vegeto doveva avere senz’altro la scorza dura.

 

Non quanto Enrico Tonti, o Henry de Tonti, però. Tonti è stato una vera folgorazione. Non lo avevo mai sentito nominare sino a dieci anni fa, e vengo poi a scoprire che è stato uno dei protagonisti dell’esplorazione nordamericana, al fianco di Chevalier De La Salle. Non esiste una sua biografia in italiano (che mi risulti, nemmeno in francese), ma le notizie essenziali sulle sue incredibili avventure si possono ricavare da L’Europa alla conquista dell’America, un bellissimo libro di Raymond Cartier che racconta nel dettaglio le guerre indiane sui Grandi Laghi tra Sei e Settecento – quelle de L’Ultimo dei Mohicani, per intenderci, o di Ticonderoga -, o da Mississippi di Mario Maffi. “Mano di ferro”, come lo chiamavano gli indiani, fu uno dei pochi che mise in soggezione persino gli Irochesi, che quanto a ferocia e coraggio non la cedevano a nessuno, e fu determinante per l’esplorazione del bacino del Mississippi, consegnato poi nelle mani della corona francese. Su questo tema e sulla storia di De La Salle è appassionante La Louisiana per il mio re, di Hans Otto Meissner, così come interessanti sono altri libri di memorie legati alla fase americana della guerra dei Sette Anni: ad esempio il diario anonimo di un soldato francese che ha partecipato a tutte le fasi della campagna e alla caduta di Montreal (Oltre le cascate del Niagara).

Altrettanto singolare, e secondo nemmeno agli Irochesi per determinazione, è il personaggio di Augusto Franzoj. Militare, disertore, giornalista radicale sempre in cerca di rogne e capace di sopravvivere ad oltre cinquanta duelli, Franzoj attraversò nella seconda metà dell’Ottocento mezza Africa centro-orientale per andare a recuperare le spoglie di un esploratore italiano morto nel paese dei Galla. L’Africa fu per lui inizialmente un rifugio, ma divenne poi una vocazione. Sebbene non avesse alcuna necessità di spostarsi per vivere pericolosamente, l’Etiopia gli offrì il teatro ideale per una avventura che più pazza e disperata è difficile immaginare. Ne uscì, e la raccontò, naturalmente con tutti gli aggiustamenti del caso, in Continente nero, che nella sua ostentata “obiettività” è davvero un resoconto spassosissimo: ma per conoscere anche gli altri particolari della sua vita sempre sopra le righe occorre leggere Un viaggiatore in brache di tela, di Felice Pozzo.

 

Queste ed altre figure altrettanto avvincenti sono balzate fuori dalle pagine di diverse opere sulla storia generale delle esplorazioni da tempo fuori commercio, alle quali solo recentemente ho potuto arrivare attraverso il mercato on line. Pur restando fermo sulla mia linea di principio, secondo la quale l’eccessiva facilità nel reperire testi ritenuti a lungo introvabili sottrae una buona fetta di piacere al gioco, quella dell’attesa, della ricerca febbrile sulle bancarelle e magari dell’incredula sorpresa di un ritrovamento, devo ammettere che la diffusione di siti dedicati alla compravendita dei libri ha reso accessibili cose che mai mi sarei sognato di poter un giorno possedere. È il caso della fondamentale trilogia di Paul Herrmann (Sulle vie dell’ignoto, Sette sono passate e l’ottava sta passando e Santa vergine di Guadalupa, aiutaci tu) o di La conquista della terra di Giotto Dainelli, opere edite più di mezzo secolo fa. Mentre il libro di Dainelli lo conoscevo (e lo desideravo) da tempo, quelli di Herrmann sono stati un’autentica rivelazione. Soprattutto mi ha stupito il non averne mai sentito parlare in precedenza, il non avere mai colto alcun rimando. Forniscono una messe incredibile di informazioni, ma sono anche di lettura piacevolissima: avrei voluto averli tra le mani a quindici anni, e forse mi avrebbero cambiata la vita.

Ma sarebbe stato probabilmente sufficiente poter disporre per tempo di opere divulgative illustratissime come Il grande libro delle esplorazioni o Le grandi esplorazioni che cambiarono il mondo, che a dispetto dell’apparente destinazione a fare tappezzeria nei salotti forniscono un racconto dettagliato ed esauriente delle grandi imprese di esplorazione. Ne ho fatto incetta, e adesso mi ritrovo a confrontare le diverse narrazioni, a scovare le imprecisioni e a sommare i piccoli tasselli forniti da ciascuna per costruirmi un quadro il più vasto e completo possibile.

 

In che senso la precoce conoscenza di opere del genere può dare una svolta diversa ai tuoi percorsi? Beh, intanto perché consente di affinare lo sguardo sulle vicende storiche, di sottrarlo ai condizionamenti che le letture ideologiche legate al clima di un particolare momento immancabilmente ne danno.

Faccio un esempio. Come ben sai, ho cominciato molto presto, attraverso i fumetti del grande Blek e di Hugo Pratt e i libri di Fenimore Cooper, ad appassionarmi alle vicende settecentesche delle tribù indiane della zona dei grandi laghi. Ho quindi approfondito appena possibile la storia e la civiltà del popolo irochese, o meglio, della Società delle Cinque Nazioni, e l’ho fatto anche attraverso la lettura di “Dovuto agli irochesi”, di Edmund Wilson, un classico di quello che Pascal Bruckner chiama “il singhiozzo dell’uomo bianco”. Wilson racconta di una cultura avanzatissima sotto il profilo politico e sociale, che non ha nulla da invidiare alle coeve istituzioni occidentali, ed esprime un accorato rimpianto per la sua distruzione da parte degli invasori bianchi.

Bene, leggendo i diari di Tonti, di De La Salle e di padre Hennepin, che con gli Irochesi ebbero a trattare direttamente, nonché le testimonianze di quei pochi gesuiti e francescani che riuscirono a sopravvivere ad una caccia spietata, e pur facendo la debita tara alla consueta demonizzazione del nemico (ma quanto riferito dagli inglesi, che con gli Irochesi erano alleati, non differisce molto), viene fuori un quadro ben diverso: quello di una popolazione dai costumi ferocissimi, che provava un sadico gusto nella lenta tortura dei prigionieri, delle cui carni spesso e volentieri si cibava, e che per un secolo e mezzo costituì un vero e proprio incubo per tutte le altre nazioni indiane dell’area dei grandi laghi. L’accusa di cannibalismo non è affatto pretestuosa, come si è affannata invece a dimostrare nella seconda metà del Novecento l’antropologia terzomondista, e lo dimostra il fatto che i nostri testimoni non hanno esitazione a raccontare come questa pratica fosse fatta propria comunemente, nelle situazioni di necessità, anche dagli occidentali. Quanto al diritto sul suolo, gli Irochesi erano degli invasori al pari degli occidentali: arrivavano da un’altra area, non combattevano per difendere le proprie terre, ma per conquistare nuovi territori sterminandone sistematicamente gli abitanti.

Lo stesso vale per la complessa vicenda dello schiavismo. I diari degli esploratori africani ci mettono di fronte alla realtà di una pratica istituzionalizzata da millenni, tanto comune all’interno delle singole popolazioni quanto normale nei confronti di quelle esterne, e a quella di una tratta araba che ebbe sulla demografia del continente un impatto ben più devastante di quella europea, e che per motivi ideologici viene sempre sottaciuta o minimizzata. Certo, i portoghesi prima e poi via via tutti gli altri hanno intensificato questa pratica, hanno incanalato il flusso addirittura verso un altro continente: ma non hanno inventato nulla. Al più hanno fornito armi e incentivi per intensificare una tragedia presente da sempre, in ogni epoca e presso ogni civiltà: e a partire da un certo periodo, almeno dalla prima metà dell’Ottocento, hanno almeno teoricamente combattuto la tratta. Questo non assolve certamente l’occidente dalle sue colpe: spagnoli, inglesi, francesi, olandesi, belgi, tedeschi, e non ultimi gli italiani, si sono resi responsabili di veri e propri genocidi: ma quando Franzoj ci testimonia dal vivo (è arruolato più o meno a forza come osservatore) che nel corso di una delle periodiche campagne di guerra Menelik fa almeno cinquantamila morti e conduce via quasi il doppio di prigionieri, ovvero di schiavi, la storia lascia spazio a sfumature interpretative un po’ diverse.

Queste sfumature sono state volutamente ignorate nell’ultimo settantennio, a causa di un preconcetto ideologico, purtroppo radicato in quella che continua ad autodefinirsi “cultura di sinistra”, che ha condizionato costantemente la narrazione storica. Ti faccio un altro esempio. Nel 2008 è uscito in Francia il saggio Le génocide voilé (Il genocidio nascosto), di uno studioso di origine senegalese, Tidiane N’Diaye. In esso, con un calcolo certamente approssimato per difetto, N’Diaye dimostra che nel corso di tredici secoli, arrivando praticamente sino ad oggi, sono stati ridotti in schiavitù e deportati verso il Medio Oriente o verso la fascia mediterranea del continente almeno diciassette milioni di abitanti dell’Africa sub-sahariana. Di costoro, ed è questa la cosa che dovrebbe far maggiormente riflettere, non è rimasta praticamente traccia, mentre ad esempio negli Stati Uniti o nell’America del Sud i discendenti dei nove milioni di schiavi deportati tra il cinquecento e l’ottocento sono oggi più di settanta milioni. Ciò si spiega col fatto che gli schiavi deportati dagli arabi venivano castrati o uccisi, e non potevano lasciare alcuna discendenza. Ora, tutto questo non significa affatto che gli schiavi in America fossero trattati umanamente, non diminuisce lo scandalo della tratta: ma mi pare lecito chiedersi come mai si parli solo di quest’ultimo, e non dello schiavismo arabo, e come mai mentre questo scandalo la cultura occidentale lo ha bene o male denunciato ed esecrato, nessuno storico arabo lo abbia mai ammesso a carico del suo popolo. E anche perché questo dato venga costantemente ignorato in qualsiasi dibattito sulle colpe dell’Occidente.

L’altro aspetto, più personale, riguarda un qualche esito professionale che avrebbe potuto scaturire dai miei interessi. C’è stato un momento, al termine degli studi universitari, in cui ho dovuto scegliere tra strade diverse per il mio futuro. Probabilmente non sarebbe cambiato nulla, ma forse una conoscenza di questi argomenti non legata più soltanto alle letture di Salgari e Verne o del vecchissimo Cantù mi avrebbe reso più determinato ad inseguire quella che era già allora una passione profonda (col rischio magari, come accade per ogni passione che diviene professione, di vedere poi spento ogni entusiasmo).

 

Ma torniamo all’oggi. I percorsi di questi ultimi anni mi hanno indotto a rivedere, almeno parzialmente, il giudizio negativo sull’attenzione riservata in Italia alla letteratura di viaggio che avevo espresso a suo tempo in “Perché non esiste una letteratura di viaggio in Italia”. L’assenza di interesse riguarda a quanto pare soprattutto il periodo del secondo dopoguerra (guarda caso, proprio quello della mia formazione). Gli italiani avevano un sacco di altre cose da sistemare e di cui occuparsi, e il clima culturale era tutt’altro che propizio alla rievocazione delle scoperte e delle conseguenti avventure coloniali. Ma nella prima metà del novecento, per le ragioni opposte, questo interesse c’era, e lo testimonia ad esempio una iniziativa editoriale della Paravia dedicata a “I grandi viaggi di esplorazione, che contava decine e decine di titoli. Si trattava di operette divulgative, caratterizzate da un marcato taglio agiografico e intrise, soprattutto quelle degli anni trenta, dello sciovinismo di regime: ma avevano comunque il merito di portare all’attenzione degli adolescenti, e anche degli adulti, la storia delle esplorazioni e dei viaggi. E anche quello di proporre, accanto alle storie di Colombo, Magellano e Cook, quelle di Humboldt, Boggiani e Carlo Piaggia, e persino di Lodovico de Varthema. Le sto raccogliendo con cura, e una buona parte le trovi qui.

 

Sempre nella prima metà del secolo (ma anche nell’immediato dopoguerra) hanno goduto di una certa popolarità i libri di Vittorio G. Rossi (quella G puntata mi ha sempre fatto impazzire: essendo il mio secondo nome Giuseppe, ho continuato per anni a firmarmi Paolo G. Repetto, fino a quando esigenze di “razionalizzazione” dell’anagrafe non mi hanno costretto a tenermi un solo nome). Alcuni titoli sono curiosi, altri suggestivi (Pelle d’uomo, L’orso sogna le pere, Il cane abbaia alla luna). Rossi era uno scrittore atipico, almeno per l’epoca: di mestiere faceva altro, era un navigante, e in questa veste ha visitato praticamente tutto il mondo. Poi riversava nei libri (tra il il 1930 e il 1980 ne ha scritti più di due dozzine) quello che aveva visto e quello che aveva provato, dando spesso spazio, soprattutto nell’ultimo periodo, a considerazioni a ruota libera di filosofia spicciola. Per un sacco di tempo è stato lo scrittore di viaggio più venduto e più conosciuto in Italia, poi, complici da un lato una certa ripetitività e dall’altro l’ostracismo decretatogli dopo gli anni sessanta per i suoi trascorsi politici, è stato totalmente rimosso. Anche nel suo caso sto recuperando tutto il possibile. Prova a leggerlo. Non credo ti appassionerà, non è un grande scrittore, ed è chiaro che per me vale l’aura particolare della quale lo rivestivo da ragazzino, una sorta di precursore di Corto Maltese: ma è un ottimo testimone di come l’occidente guardasse al resto del mondo fino almeno alla seconda guerra mondiale, e del fatto che tutto sommato questo sguardo era meno velato dall’ipocrisia di quello dei futuri crociati dell’antioccidentalismo.

 

La riscoperta del piacere e del valore culturale del viaggio, alla quale già accennavo nell’articolo citato poco sopra ma che attribuivo soprattutto ad una moda di importazione, ha invece dato in questi ultimi anni dei frutti notevoli, non inferiori a quelli anglosassoni. Il merito va soprattutto ad autori come Paolo Rumiz, che con La leggenda dei monti naviganti ha toccato le vette della migliore letteratura di viaggio raccontando un fantastico itinerario dalle Alpi marittime alla Sicilia compiuto a bordo di una vecchia Topolino, seguendo a zig zag la dorsale appenninica, quindi la parte più sconosciuta e relativamente intatta della nostra penisola. Rumiz aveva già pubblicato il resoconto di un viaggio attraverso i Balcani in direzione di Costantinopoli (É oriente) ed ha poi proseguito nella riscoperta dell’Italia con Annibale. Un viaggio, una rivisitazione-confronto tra il passato e l’oggi sulle orme del grande condottiero cartaginese, per spostarsi infine nuovamente fuori dell’Italia con Trans-Europa Express, un itinerario che segue il vecchio confine della cortina di ferro dal circolo polare sino all’Adriatico. (In questo è stato preceduto però da Wilhelm Buescher, che in Germania, un viaggio percorre uno stralunato itinerario invernale seguendo l’ormai scomparsa linea di demarcazione tra est ed ovest).

 

Una traversata latitudinale completa della penisola è raccontata anche da Enrico Brizzi, sia pure con qualche eccessiva concessione al romanzesco, ne Gli Psicoatleti. Brizzi viaggia rigorosamente a piedi, e percorre preferibilmente i vecchi itinerari del pellegrinaggio, quelli per intenderci della via Francigena o del Camino di Santiago di Compostela. Non so se ne abbia tratto ispirazione, ma ha dei precedenti illustri: nel 1802 lo scrittore tedesco J. G. Seume (altro bel personaggio: arruolato a forza nelle truppe vendute dal sovrano dell’Hannover agli inglesi per combattere in America, poi disertore, quindi ufficiale nelle truppe russe impegnate in Polonia, curatore di edizioni di classici, libero pensatore), si è fatto a piedi tutta la penisola, diretto a Siracusa, e lo ha poi raccontato in un gustosissimo L’Italia a piedi, ormai quasi introvabile ma che ho fortunosamente rimediato in un’asta mediatica.

 

Rimanendo nel campo dei camminatori, una scoperta sensazionale è stata quella di Patrick Leight Fermor, scomparso recentemente in tardissima età e protagonista di vicende degne di un Tonti. Nel corso del secondo conflitto mondiale Fermor venne impiegato dagli inglesi, per le sue conoscenze linguistiche e culturali della Grecia, come agente di collegamento con i partigiani ellenici che operavano a Creta. Bene, in quella veste organizzò e condusse a termine personalmente il rapimento del comandante delle truppe tedesche che occupavano l’isola, portandoselo a spasso per settimane in barba a tutti i rastrellamenti. Ma di possedere la stoffa Fermor lo aveva dimostrato già diverso tempo prima, a diciotto anni, quando intraprese da solo un lunghissimo viaggio a piedi che lo portò dall’Inghilterra a Costantinopoli, lungo la linea del Reno prima e del Danubio poi, attraverso un’ Europa che stava appena entrando negli anni oscuri del nazismo. Di questo passaggio e del clima nel quale si stava svolgendo Fermor è un testimone anomalo e interessantissimo in Tempo di regali, dove raccoglie le ultime vestigia di un mondo, soprattutto quello asburgico, che stava ormai rapidamente scomparendo, e avverte tutte le inquietudini e le ombre di ciò che stava arrivando.

Altro formidabile camminatore, questo, come Rumiz, più o meno mio coetaneo, è Bernard Ollivier, un giornalista francese che al momento di andare in pensione si imbarca in un’impresa titanica, la traversata dal Mediterraneo alle porte della Cina attraverso l’Anatolia e il Medio Oriente, in pratica una variante dell’antica via della seta, resa ancor più ardua di quanto non fosse secoli fa dalla situazione politica interna ai diversi paesi. Il percorso è raccontato in una trilogia che comprende La lunga marcia, Il vento delle steppe e Verso Samarcanda.

 

Stavo però parlando della diffusione della letteratura di viaggio anche in Italia. È indubbia, i viaggiatori-narratori pullulano e le collane nelle quali possono trovare spazio si moltiplicano. Sin troppo, per i miei gusti. Allo stesso tempo è in atto anche una riscoperta e ripubblicazione delle opere del passato che consente di avvicinare cose ormai scomparse addirittura dalla memoria (un caso emblematico è proprio quello di Lodovico di Varthema). A questa rinascita di interesse, a livello storico oltre che di pura evasione, ha dato un fortissimo contributo l’insieme dell’opera di Attilio Brilli, che per certi aspetti può essere considerato l’equivalente italiano di J. Leed, e per altri lo ha sicuramente sopravanzato. Brilli sta sfornando uno dietro l’altro studi avvincenti e documentatissimi sulla storia del viaggio, partendo da quello in Italia, dal Gran Tour sette-ottocentesco (Il viaggio in Italia, Quando viaggiare era un’arte, Un paese di romantici briganti, Il viaggiatore raffinato), per spaziare poi su tutto il globo con Il viaggio in Oriente, Mercanti e avventurieri, Dove finiscono le mappe.

È il segno di un passaggio di interesse, di una raggiunta maturità anche nei confronti di una pratica, quella del viaggio, che dagli italiani è stata sempre considerata piuttosto una costrizione che una scelta. Ma è anche, come tutte le forme di bilancio che si possono fare sulle varie attività umane, il segno di un suggello finale, la manifestazione della coscienza che un’epoca, e un modo di interpretarla, è ormai finita. E che può essere rivissuta, e rimpianta, solo attraverso le tracce lasciate sulla carta.

 

 

Salire

 Sembra andare in questa direzione anche la letteratura alpinistica. Proprio nel momento in cui le è riconosciuto uno status diverso da quello di “genere” (con Otto montagne Paolo Cognetti ha vinto lo Strega in Italia e il Médicis in Francia) non pare più in grado di produrre quel coinvolgimento genuino che caratterizzava le relazioni scarne degli inglesi dell’800, quelle semplici di Kugy all’inizio del secolo successivo o quelle di Pete Boardman che mi avevano entusiasmato alla fine degli anni settanta. La “qualità” della scrittura si è senz’altro innalzata, ma a non convincere è la corrispondente crescita delle ambizioni. Ora, una certa tendenza a filosofeggiare è implicita da sempre nella letteratura alpinistica. In fondo uno che rischiava la pelle o quantomeno si sottoponeva a prove fisiche estenuanti, spesso in totale solitudine, senza neppure lo scopo di dare spettacolo per una platea plaudente, nel momento in cui queste cose le raccontava doveva in qualche modo cercare di spiegare, e prima di tutto a se stesso, perché lo facesse. Quindi la retorica era un ingrediente fisso delle narrazioni di ascensione: andava messa in conto, e quando non era esasperata (come nel caso di alcuni alpinisti tedeschi, tipo Guido Lammer, o anche italiani, come Guido Rey) e non alterava troppo il gusto la assumevi come una spruzzata di spezie. Ma oggi, quando ogni passaggio, ogni appiglio, persino ogni volo sono documentabili con una videocamera grande come un pacchetto di sigarette, e ogni gesto è compiuto proprio in funzione di quella telecamera, quindi di potenziali spettatori, ricorrere a spiegazioni filosofiche mi sembra decisamente pretestuoso, oltre che superfluo.

Avrai insomma capito che sono piuttosto riluttante a parlare di filosofia dell’alpinismo. Per più motivi.

Il primo, forse banale, ma neanche troppo, è il costume tutto contemporaneo di voler distillare filosofia da ogni attività umana, nella fattispecie da pratiche sportive come il camminare, il nuotare, l’andare in bicicletta, ecc … L’alpinismo già di per sé, per ragioni che puoi facilmente intuire, l’ambiente suggestivo ed ostile, la disposizione ascetica dei praticanti, lo spirito di cordata, è l’attività che meglio si è sempre prestata ad essere letta come metafora dell’indagine sul senso del mondo e della vita: e in effetti fin da subito, fin dagli esordi con Petrarca, ha vantato un approccio “filosofico”. Per carità, certamente dietro ogni pratica che comporta uno sforzo in teoria totalmente gratuito e fine a se stesso una qualche motivazione psicologica deve esserci: ma questo con la filosofia ha poco a che vedere. Mentre quest’ultima è letteralmente l’arte di porre domande, l’alpinismo sembra più interessato a dare risposte (so che sembra uguale, ma non lo è). Io credo che in montagna uno trovi solo quello che ci porta (così come dalle altre parti), ma abbia poi l’impressione di averlo trovato, o di poterlo trovare, solo lì. Si rischia cioè di confondere il mezzo (la scalata) con lo scopo.

In compenso, dovessi consigliarti qualcosa per invogliarti ad una pratica che hai troppo presto abbandonato, ti indirizzerei senz’altro ad opere che danno una lettura storica dell’alpinismo, senza addentrarsi in troppi tentativi di interpretazione: come ad esempio Cime misteriose, di Fergus Fleming. Anche il giovane autore che già ti avevo segnalato per Come le montagne conquistarono gli uomini, Robert Mac Farlane, ha scritto due nuovi libri molto belli (Luoghi selvaggi e Le antiche vie) dedicati però più in generale al viaggio a piedi.

Tra gli italiani un buon lavoro “divulgativo” lo stanno facendo Enrico Camanni (Alpi ribelli, Il desiderio di infinito) e Marco Albino Ferrari (Alpi segrete, Le prime albe del mondo), che riescono a raccontare mantenendo un profilo basso, poca retorica e molti fatti concreti. Penso che il loro tipo di approccio potrebbe piacerti. Ma penso soprattutto che dovresti riprendere a dialogare direttamente con le montagne.

 

Raffigurare

Se la letteratura di viaggio e i libri di montagna occupano ormai più di metà della scaffalatura a tutta parete, i ripiani restanti sono dedicati interamente alla sezione artistica, che comprende i libri d’arte e quelli sul cinema e sui fumetti. Nella prima edizione di Elisa nella stanza delle meraviglie questo settore l’avevo saltato a piè pari, perché già c’era troppa carne al fuoco, ma anche perché l’avevi scoperto ormai per conto tuo, andando a sfogliare, sotto il mio nervoso controllo, quei volumoni carichi di immagini affascinanti. Visto che il tuo interesse non solo è rimasto vivo, ma è diventato in qualche modo prevalente negli ultimi anni, penso sia arrivato il momento di raccontarti come è nata questa raccolta e di chiarire i criteri che ne determinano la composizione.

Il fascino delle immagini l’ho subito da sempre, fin dalla primissima infanzia. E ho cominciato molto presto a produrle io stesso. Da qualche parte (probabilmente nel baule di ferro, in magazzino) debbono esserci album e quaderni di sessanta e passa anni fa pieni di disegni. Mia madre conservava tutto: aveva in mente per me un grande avvenire, e in quella prospettiva ogni testimonianza della mia precoce genialità diventava preziosa. Si tratta per lo più di raffigurazioni di battaglie, con un segno che ricorda decisamente quelli delle grotte di Altamira e di Lascais. Con l’esercizio mi sono affinato, e prima dei quindici anni producevo già degli album a fumetti, nel formato striscia: ma credo di non averne portato a temine nemmeno uno. Non ero un talento, ma un discreto imitatore. Una banconota da diecimila lire riprodotta a biro (e intercettata) durante la lezione di greco mi costò al ginnasio una furibonda lavata di capo da parte del preside, che alla fine mi fece però i complimenti e se la tenne. Più tardi sono passato alla paesaggistica, adottando un tratto veloce, quasi alla action painting, un po’ per carattere, perché non riesco a dedicarmi ad alcuna cosa con calma, un po’ perché oggettivamente di tempo ne ho sempre avuto poco. Così questa mia arte si è espressa essenzialmente nei tempi morti di collegi dei docenti, consigli di classe, convegni o conferenze, in bozzetti stilografici di panorami montani o di marine al tramonto. Insomma, una passione inconcludente ma antica, e vera.

Che non sarebbe però bastata a farmi intraprendere questa collezione, perché i libri d’arte costano in genere piuttosto cari, ed esulavano dalle mie potenzialità di spesa. Ho dovuto attendere una spinta, che è arrivata dalla signorina Emiliana, l’anziana che abita qui di fronte e che tu ben conosci. Come in una favola. Un giorno, saranno ormai quarant’anni, mi ha chiesto timidamente se potevano interessarmi alcuni libri doppi che si trovava per casa e che non poteva portarsi appresso in un trasloco. Avrei voluto poter fotografare la mia faccia quando li ho visti: l’intera collezione dei classici dell’arte Rizzoli, una sessantina di volumi rilegati, i capolavori di tutti i tempi. Ci misi un attimo a procurarmi uno scatolone e a riempirlo, temendo che ci ripensasse. Pesavano più di mezzo quintale, ma credo di averli sollevati e trasportati con braccio solo, con l’Emiliana che seguiva tutta l’operazione a bocca aperta.

Quando parti così è naturale che scatti la frenesia di riempire i vuoti, di coprire tutti i buchi. In me è diventata una vera e propria sindrome: i miei progetti di conoscenza ambiscono sempre alla completezza, voglio avere un quadro il più possibile esauriente, per non dire completo, di ogni forma di sapere e di ogni espressione di cultura. La cosa ha tanto più senso (se ne ha uno) in un ambito come quello dell’iconografia, per muoversi nel quale è fondamentale poter accedere direttamente e velocemente a una molteplicità di immagini. Tieni presente che all’epoca Internet era ancora fantascienza, e comunque a me non basta la possibilità di accesso virtuale, concepisco solo il possesso cartaceo, concreto. Questo non spiega la presenza di altre collane che raccolgono in fondo le stesse immagini (quella della Sansoni, ad esempio, che consta anch’essa di sessanta volumi, di formato più ridotto): ma qui scivoliamo in un altro terreno, quello della compulsione maniacale. Oltre alle monografie trovi naturalmente diverse storie dell’arte (di quella più prestigiosa, dell’Einaudi, sono a quota sette tomi), che raccontano non solo il percorso artistico occidentale ma anche quelli dell’estremo oriente, dell’Asia minore e delle civiltà andine. Queste opere si prestano senza dubbio anche al puro godimento estetico, ma almeno inizialmente in me ha prevalso l’interesse storico-antropologico. Voglio dire che la motivazione principale per la quale le ho raccolte è senz’altro documentaria.

Nulla meglio dell’iconografia può raccontare e rappresentarti con immediatezza empatica le paure, i sogni, le speranze di un’epoca o di un popolo, le continuità e le rotture che caratterizzano spazi e tempi diversi. Basta darsi gli strumenti per leggere queste cose tanto nella singola opera come nel confronto trasversale. Io, ad esempio, mi sono sbizzarrito, anche per motivi professionali, a seguire l’evoluzione e le trasformazioni dell’immagine del drago e di quella del demonio, così come della percezione del paesaggio: e poco alla volta sono entrato in una relazione “emozionale”, quasi sensibile, con argomenti che rischiavano di essere impoveriti in una fredda trattazione razionale.

L’uso documentario non impedisce quindi che entrino in gioco poi anche i criteri “estetici”, intesi molto semplicemente come assecondamento del gusto personale. Ci sono opere, talvolta l’intera produzione di un particolare artista, rispetto alle quali scatta qualcosa di diverso dal semplice interesse: ci trovi un valore aggiunto che si chiama consonanza, una affinità elettiva. Quanto questo valore abbia a che fare con l’educazione, ovvero con come si è stati educati a vedere e a cogliere il bello, e quanto invece dipenda da una disposizione personale, questo non lo so. C’entrano senz’altro entrambe le cose: e comunque credo sia importante che ciascuno coltivi un suo personalissimo criterio estetico, per evitare di farsi imporre quelli dettati dalle mode o dai mercati. Mi raccomando: nel campo dell’arte impera una voluta confusione, una nebbia nella quale tutti i gatti sono grigi, per dirla alla Hegel, ed è diventato facilissimo spacciare per prodotti artistici dei vuoti giochetti concettuali. Spero che di questo ti sia già resa conto. Quando si comincia a parlare della funzione provocatoria dell’arte, del ruolo di rottura dell’artista, spesso e volentieri si stanno gabellando delle gran ciofeche. La rottura l’artista la produce contrapponendo il bello alla bruttura del mondo, e il bello non necessita di didascalie che lo spieghino.

Come avrai già capito, nella mia biblioteca d’arte troverai pochissima “avanguardia”, o sedicente tale: l’arte vera non sta mai davanti o dietro, sta fuori del tempo. È proprio questo che la distingue dalla normale documentazione iconografica.

E fuori del tempo stanno molte delle cose che vorrei segnalarti: alcune forse abbastanza ovvie, altre decisamente meno. Come puoi capire dalle tante e piuttosto corpose monografie ad essa dedicate, le mie “passioni” estetiche riguardano prevalentemente la pittura nordica, a partire da quella del periodo umanistico-rinascimentale (Dürer, Bosch e Bruegel, per fare qualche nome). Sarà perché questi artisti non trattano sempre santi e madonne, e valorizzano il fattore ambientale piuttosto che quello individuale, o perché rappresentano un universo onirico, sta di fatto che le loro opere mi affascinano: non mi stancherei mai di studiarle, e ogni volta scopro qualche dettaglio, qualche particolare che mi stupisce. Gran parte di questi dipinti ho potuto vederli dal vivo, li ho inseguiti per i musei di mezza Europa, e ho sempre ritrovato attorno ad essi un’aura magica particolare. A Vienna sono rimasto tre ore nella sala dedicata a Bruegel, davanti a cose come la Lotta tra Carnevale e la Quaresima, i Giochi di bambini, la Torre di Babele e i Cacciatori nella neve, creando un certo allarme tra il personale (a un certo punto sono venuti a chiedermi se stavo bene e se avevo bisogno di qualcosa).

In questo caso non è certamente il valore documentario (che pure è pure altissimo) a intrigarmi: mi piacciono proprio i colori, il calligrafismo delle immagini, gli equilibri sottilissimi interni alle composizioni. Ciò che più mi affascina è proprio la capacità di tenere assieme mondi formicolanti di vita e di colori in una orchestrazione compositiva perfetta, che consente il totale controllo su un apparente disordine.

 

Con un salto di tre secoli arrivo ad altri nordici, agli esponenti del romanticismo più puro e originario. Su tutti, naturalmente, Caspar David Friedrich, l’autore di quel Viandante su un mare di nebbia che campeggia nella parete di fianco (e dal quale ha preso spunto, nella reinterpretazione datane da Renzo Calegari, il simbolo del mio sodalizio). Per Friedrich mi è capitata la stessa cosa che per Bruegel, questa volta ad Amburgo. Sono entrato nel museo quasi per caso, senza alcuna meta fissa, e mi sono ritrovato in una sala ottagonale dove ogni parete offriva cose dalle quali non potevi staccare gli occhi. Ho capito lì cosa si intende quando si parla di sindrome di Stendhal. Come puoi constatare le monografie su Friedrich si sprecano, ce ne sono di tutte le taglie. E penso che ormai le conosca quasi a memoria.

 

Una fantastica sintesi tra Friedrich e Humboldt la trovi invece in quel volume gigante che in omaggio al secondo reca il titolo Cosmos. L’arte alla scoperta dell’infinito. L’ho corteggiato per un anno, perché il prezzo era proibitivo, e l’ho ottenuto poi pagandolo la metà per sfinimento del libraio. Era l’edizione inglese. Com’era da attendersi, pochi mesi dopo ho trovato quella italiana, già scontata, in un mercatino, e ora le possiedo entrambe.

Ma non c’è solo Friedrich. In una mostra che mi ha indotto finalmente a visitare Ferrara ho scoperto tutto un mondo di artisti norvegesi che, al contrario degli scrittori, continuano ad essere da noi dei perfetti sconosciuti. Pittori come Christian Dahl, Thomas Fearnley e Peder Balke ti immergono nel paesaggio e più ancora nell’animo del mondo scandinavo, un mondo che per me ha sempre ha conservato, come ti ho raccontato a proposito de Lo zio di Svezia, una connotazione fantastica e misteriosa. Quegli artisti puoi incontrarli nel volume Da Dahl a Munch, Romanticismo, realismo e simbolismo nella pittura di paesaggio norvegese. Ma è più che probabile che già ti siano familiari.

C’è poi il romanticismo “nero”, quello raccontato in un altro catalogo, L’ange du bizarre. È una pittura che ha il suo pendant letterario nei romanzi gotici di Matthew Lewis (Il monaco), di Ann Radcliffe (L’italiano) o di Horace Walpole (Il castello di Otranto), ambientati guarda caso in Italia o in Spagna, paesi cattolici che gli autori non avevano mai visitato, ma che i protestanti consideravano dominati dalla più nera superstizione e dall’implacabile controllo della chiesa. Pittura animata da mostri, incubi e figure paurose, che trovano poi una traduzione nei vampiri di John Polidori e di Bram Stocker, nel Frankenstein di Mary Shelley, nelle angosce e nelle ambiguità raccontate da Poe e da Stevenson (Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hide). Anche queste cose le conosci, perché la mostra l’abbiamo visita assieme al Louvre e i racconti di Poe e H.P. Lovecraft li hai letti praticamente tutti.

Non poteva mancare, naturalmente, Turner. Anche di lui sai già molto, per via di un film che ne ricostruiva abbastanza fedelmente la vita. Se vorrai approfondire la conoscenza della sua opera hai solo l’imbarazzo della scelta tra tre volumi tutti altrettanto esaurienti. Per quanto riguarda me, mi ha conquistato con gli acquerelli realizzati a mo’ di diario di viaggio durante un paio di traversate delle Alpi. Ho gusti molto infantili, che definirei pre-critici.

 

Un settore meno conosciuto e valorizzato, almeno dalle nostre parti, è quello della pittura paesaggistica americana dell’800. In genere questa viene snobbata come un’appendice del tardo romanticismo europeo, o peggio ancora come anticipazione di quel gusto spettacolare e “colossal” che si esprimerà nel secolo successivo soprattutto nel cinema. In realtà, pur essendo innegabili i rapporti, e probabilmente anche le dipendenze, nei confronti della pittura europea, la tendenza che si esprime a partire dalla Hudson River School, nella prima metà dell’800, presenta dei caratteri originali. Decisamente originale rispetto a quello europeo è d’altra parte il panorama che si offre agli occhi di coloni, artisti e viaggiatori che percorrono il continente americano, i quali non mancano mai di rimarcare questo aspetto. Come scrive in una sua lettera uno dei rappresentanti della scuola dell’Hudson, Asher Brown Durand, “I laghi solitari e tranquilli cinti da antiche foreste, i monti inviolati che li circondano con le loro coperture dalla ricca trama, le praterie oceaniche dell’ovest e altre forme della natura ancora risparmiate dalle manipolazioni della civilizzazione, sono una garanzia per una reputazione di originalità che potreste cercare a lungo altrove senza trovarla”. C’è un po’ di voluta confusione tra l’originalità del paesaggio e quella della pittura che lo rappresenta, ma il concetto sotteso sostanzialmente è questo: una natura inedita esige per essere rappresentata anche una diversa angolazione dello sguardo e soluzioni tecniche innovative.

Ho scoperto questa pittura molti anni fa in un piccolo volume di una collana della Fabbri, e da allora è stata una caccia ininterrotta. Ho cominciato raccogliendo i due cataloghi che vedi là in basso a sinistra, The American West. L’arte della frontiera americana (1830-1920) e Maestri americani della Collezione Thyssen-Bornemisza, ma la risposta esaustiva è arrivata solo con America! Storie di pittura dal Nuovo Mondo, una mostra eccezionalmente ricca, che ho visitato due volte, nel 2007, a Brescia. Il catalogo è quel tomo di quasi 600 pagine che campeggia tra Bruegel e Hokusai.

Al momento non possiedo le monografie di tutti gli autori più significativi, perché gli editori europei tendono a ignorarli, ma grazie al commercio on line ne ho reperito già un buon numero, e soprattutto quelle dei due artisti che mi avevano maggiormente colpito, Thomas Cole e Albert Bierstadt.

Bierstadt lo conosci da un pezzo: uno dei paesaggi più suggestivi da lui dipinti fa da sempre da sfondo sul monitor del mio computer. In effetti è un pittore che concede molto alla spettacolarità, ritrae albe e tramonti nei luoghi più belli di quelli che diverranno, anche grazie alle suggestioni trasmesse dai suoi quadri, i parchi naturali più famosi del mondo. Organizzava lui stesso mostre itineranti, strutturate come diorami e animate dalla presenza di animali imbalsamati, che riscuotevano un enorme successo di pubblico. Assieme ad Albert Smith, che faceva la stessa cosa per le Alpi, è in fondo l’inventore delle mostre multimediali. Ma il fascino di quei luoghi esiste davvero, ed è stato colto attraverso i suoi occhi da molti registi, primo tra tutti John Ford.

Cole è più legato alla scuola paesaggistica europea, è più internazionale quindi (ha dipinto anche in Italia) e per questo apparentemente meno originale. Appartiene alla generazione precedente, ed è lui a dare una prima visibilità alla pittura americana. Non è meno bravo di Bierstadt, ma non crea gli stessi effetti speciali.

 

I prossimi acquisti riguarderanno Frederic Edwin Church, Thomas Moran, e George Catlin. Li conosco attraverso le moltissime riproduzioni delle loro opere sparse qui e là, ma non possiedo le monografie specifiche. Di Catlin ho invece l’autobiografia. Ha dipinto dal vero la maggior parte dei ritratti di pellerossa che trovi sulle copertine dei volumi sulla cultura dei nativi americani, durante un lunghissimo vagabondaggio nelle terre dell’Ovest che lo portò a contatto con le tribù più importanti. In molti casi quei ritratti sono le uniche testimonianze rimaste dell’esistenza di interi popoli.

Altri però avevano già fatto un percorso analogo a quello di Catlin. Nei primi anni trenta dell’800, contemporaneamente ai viaggi di Tocqueville e di Beltrami, un principe della casa d’Asburgo aveva girovagato per alcuni mesi nel West con una vera e propria spedizione scientifico-culturale. Il resoconto iconografico di quella esperienza è affidato ad un magnifico volume che ha titolo “Travels in the interiors of north america”, ed è opera del pittore tedesco Karl Bodmer. Sono centinaia di tavole bellissime, che documentano gli usi e l’abbigliamento di numerose tribù, ma sono soprattutto vere opere d’arte, un trionfo del disegno e del colore. Un amico in visita, appassionato d’arte e collezionista in proprio, ci fece una mezza malattia, soprattutto quando conobbe il prezzo al quale l’avevo acquistato. Me lo invidia ancora oggi.

 

Altri pezzi pregiati sono i due volumi dedicati a Remington e quello sulla pittura di Charles Russell. Li ho trovati in Francia: al solito, da noi queste cose non vanno, o meglio, non si pubblicano, tanto che mi chiedo che gente lavori nelle case editrici. Con Remington e Russell si esce dal paesaggismo e si entra in pieno mito del West: cow boys, indiani, cavalleria, rodei, bivacchi notturni. I due ne hanno creata l’immagine ufficiale, quella che ha ispirato nel secolo successivo tutti gli illustratori, i fumettisti (anche il tuo amato Pratt ha pescato abbondantemente dalle loro opere) e i registi cinematografici, e che purtroppo è spesso scaduta a stereotipo.

 

Sull’altra sponda dell’oceano, ma stavolta di quello Pacifico, l’Ottocento ha espresso autori e prodotto capolavori che non la cedono agli americani, pur esprimendosi in maniera del tutto differente. Il più famoso pittore giapponese è Hokusai, che conosci benissimo per aver visitato almeno due delle mostre che gli sono state dedicate negli ultimi anni, delle quali trovi qui i cataloghi. Nei suoi confronti vanto un diritto di prelazione, perché il titolo di una sua serie di serigrafie Le trentun vedute del monte Fuji, mi aveva colpito già moltissimi anni fa, al punto che l’ho ripreso poi a metà anni ’90 per una mostra fotografica storico-naturalistica dedicata al Tobbio. In effetti il Fuji è per Hokusai un po’ quello che il monte saint Victoire è per Cezanne (e il Tobbio per me), una sorta di ossessione visiva, di sfondo obbligato per la sua pittura. Ma nel caso di Hokusai non si tratta di un’ossessione privata: il Fuji è il simbolo dell’intero Giappone. Per quanto poi mi riguarda possiede un ulteriore valore aggiunto, perché è la montagna sacra degli Yamabushi, che lungo le sue pendici celebravano i loro stravaganti rituali. E agli yamabushi si sono idealmente ispirati sin da subito i Viandanti.

Meno conosciuto ma non meno interessante di Hokusai è Hiroshige, che ha redatto come Turner un bellissimo “taccuino di viaggio”, realizzando una sorta di mappa per immagini del percorso da Tokio ad Edo, la vecchia capitale imperiale, e suddividendola in trenta stazioni. Ho sempre sognato di fare un viaggio a piedi, in compagnia di un mulo, lungo la cresta appenninica portandomi appresso un album e le matite, e di fare una cosa simile. Ma il mulo non l’ho poi comprato, il viaggio non l’ho fatto (in realtà ne ho fatto un tratto, dalla Liguria all’Umbria, ma al posto del mulo c’era lo zio Gianni) e le matite ho smesso del tutto di usarle.

Un altro straordinario artista, Utagawa Kuniyoshi, ha creato un mondo fantastico e visionario, pieno di samurai, di briganti e di eroi mitici, ma anche di pesci giganteschi e di mostri e di gatti, oltre che di bellissime cortigiane. Si è guadagnato così il titolo di “maestro del mondo fluttuante”.

 

Certamente per noi occidentali il confronto con l’arte pittorica giapponese è spiazzante: sono completamente diversi le tecniche, i supporti e i soggetti. Si è costretti a rivedere molte convinzioni che si davano per scontate. A capire, per esempio, che in un paese dove le abitazioni, persino i palazzi imperiali, sono per lo più di legno, e in genere sono minuscole rispetto ai nostri standard, non può fiorire una tradizione di pittura murale come quella del nostro affresco medioevale, e neppure una pittura ad olio di grandi dimensioni, con cornici pesanti e di grande ingombro. L’arte pittorica si esprime piuttosto in forma quasi miniaturistica, un po’ come accade, nella letteratura, con gli haiku.

Questo è uno degli elementi formali (quelli spirituali li indagherai per conto tuo) che spiegano come mai la tentazione realistica sottesa a tutta la storia dell’arte occidentale, attraverso la conquista di volta in volta della prospettiva, dei volumi, delle trasparenze, del gioco della luce, fino alla cattura dell’impressione precedente la messa a fuoco, nell’estremo oriente non abbia mai avuto corso: gli orientali hanno mantenuta volutamente netta la distinzione tra realtà e immagine, sottolineando il calligrafismo dei contorni e usando colori piatti e omogenei, e lo hanno fatto anche perché le dimensioni delle loro opere non consentivano giochi di volumi o di chiaroscuri.

Per quanto mi concerne, dopo aver conosciuto queste opere ho completamente rimosso l’idea di un Giappone chiuso ed arretrato, rimasto medioevale fino alla “restaurazione” operata nella seconda metà dell’Ottocento dalla dinastia Meij. Si tratta per lo più di xilografie pensate per alte tirature, fruibili da un pubblico molto allargato: prodotti artistici replicabili, privi di quel requisito dell’unicità che per noi è rimasto a lungo una caratteristica irrinunciabile dell’opera d’arte. Ma questa produzione seriale testimonia dell’esistenza in Giappone (e in Cina) di una industria culturale estremamente avanzata, per certi versi più moderna di quella occidentale. E forse aiuta a comprendere anche altri aspetti del successo giapponese in un mondo totalmente industrializzato.

 

Anche la pittura cinese ha un suo fascino particolare. Se sfogli quel grande volume dal titolo Mille anni di pittura cinese capirai il perché. Sono immagini essenzialmente naturalistiche, e allo stesso tempo quei paesaggi, quelle piante, quei fiori sembrano uscire dalla naturalità e trasferirsi in una dimensione quasi aerea. Va sottolineata anche un’altra caratteristica: la presenza umana nei paesaggi è assolutamente marginale, spesso manca proprio. Mentre in Europa il paesaggio ha fatto almeno sino all’800 solo da cornice alle vicende umane (e a quelle soprannaturali), nella mentalità orientale il rapporto si inverte: l’uomo diventa insignificante di fronte alla grandezza della natura (certo, se si pensa all’odierno atteggiamento cinese nei confronti dell’ambiente c’è da mettersi le mani dei capelli).

Non è tuttavia lo stesso spirito che anima i paesaggisti americani, che pure riservano anch’essi alla presenza umana spazi microscopici e decentrati. Ad essere diversa è proprio l’attitudine: Bierstadt e Cole propongono lo spettacolo della natura, mentre i pittori cinesi sembrano volerne cogliere l’anima.

Un certo accostamento potrebbe essere fatto piuttosto con i divisionisti italiani, con pittori come Segantini e Maggi. Nei dipinti di questi ultimi però la figura umana rimane centrale, sia pure in condizione totalmente sottomessa, e la natura è solo metafora di una forza che sta oltre.

 

Quella che più si accosta allo spirito “cinese” del dominio della natura è naturalmente la pittura di montagna. E qui c’è veramente di che sbizzarrirsi. La montagna è materia pittorica per eccellenza, e in questo campo ho i miei criteri di valutazione. Il primo è legato alla capacità dell’opera di evocare lo “spirito” della montagna. Non ha niente a che vedere con la resa realistica, per quella c’è la fotografia. Sto parlando della capacità di restituire l’effetto che la montagna ha su chi la guarda, o meglio ancora su chi la sta salendo. In questo senso i dettagli realistici non hanno alcuna importanza, anzi, in genere, se non sono governati da un quid che li supera generano solo freddezza. Voglio dire che l’immagine finale deve essere ben più della somma dei dettagli. I diversi volumi che trovi nel ripiano più basso dello scaffale di mezzo consentono di verificare questo esito. In Cattedrali di pietra, ne La seduzione delle montagne ecc trovi approcci completamente diversi, che sono frutto di diverse epoche e di differenti esperienze, ma in genere il risultato è quello. Segno che esiste un “canone” indipendente da ogni appartenenza di età, di cultura e di stile, che è condiviso da tutti coloro che con la montagna hanno un rapporto non superficiale.

 

Dicevo che la montagna è materia pittorica per eccellenza, e infatti è stata usata già a partire dal Rinascimento per animare gli sfondi di qualsiasi paesaggio, persino di quelli fiamminghi, che nella realtà sono piatti come biliardi. Fornisce una cortina naturale per chiudere gli spazi dell’opera e mettere al centro di questi spazi il soggetto. Ma quando si va al di là dell’uso puramente scenografico, l’apparente facilità d’effetto creata da rocce e cime e boschi diventa quasi sempre un boomerang. Tutto si ferma lì. E tuttavia, proprio perché è un soggetto tanto praticato, è anche facile trovare a livello dilettantistico chi riesce di tanto in tanto a catturare lo spirito di cui parlavo prima. Uno dei miei sogni legati all’ipotetica vincita di cento milioni al superenalotto è la costituzione di una galleria dei dipinti di montagna che ho visto girovagando per i mercatini, alcuni davvero bellissimi.

L’ultimo scaffale a sinistra ci fa compiere un altro salto temporale e spaziale. Siamo al Novecento, e qui riesce più difficile trovare una coerenza nelle suggestioni che mi fanno preferire alcuni artisti ad altri. I due volumi su Picasso, ad esempio, credo di non averli mai sfogliati, o di averlo fatto solo per ragioni “di servizio”. Quelli su Schiele, su Max Ernst e su Kandinski sono invece consumati dalle visualizzazioni, così che ne ho dovuti prendere di nuovi.

Nei confronti dell’arte contemporanea non riesco a bilanciare la mancanza di entusiasmo “estetico” con l’interesse storico. Questo perché ritengo che la storia dell’arte, come percorso dotato di un suo senso e di una sua direzione, si sia conclusa con l’ impressionismo (che infatti qui è rappresentato solo nei termini essenziali, ci sono tutti quelli che “devono” esserci e nulla più). Faccio un’eccezione per la pittura italiana, che con i macchiaioli e i divisionisti sposta un po’ più avanti il tramonto e lascia ai Futuristi scrivere la parola fine. Dopo, il percorso è esploso in una galassia di contaminazioni che non consentono più di usare il termine arte, la categoria dell’artistico, come in precedenza. Il perché di questa mia convinzione l’ho spiegato già altrove e non è il caso che lo ripeta adesso. Sta di fatto che mi pongo di fronte all’arte del Novecento in una condizione di spiazzamento totale, privo di qualsiasi strumento o criterio critico: il che torna alla fine anche comodo, perché mi evita di sospendere il giudizio nei confronti di ciò che non mi piace e che non capisco, di dover contestualizzare, di raccontarmi troppe storie. Ritengo che l’arte contemporanea abbia come referente principale, quando non unico, il mercato. Ne accetta quindi tutte le leggi, e questo accade anche quando sembra mettersi di traverso (le famigerate “avanguardie).

Comunque, puoi vedere tu stessa quali sono gli artisti che “a pelle” mi intrigano. Kandinski e Schiele appunto, e poi Max Ernst e Gustav Klimt, ma anche Magritte e Yves Tanguy. Magritte mi piace un po’ meno da quando ho visitato il museo a lui dedicato a Bruxelles: il ripetersi dei soggetti e la necessità di stupire a tutti i costi alla lunga scoprono il gioco. Per gli altri, al contrario, le mostre hanno confermato i motivi di interesse e hanno naturalmente stimolato l’acquisizione di nuove monografie. Tra i miei preferiti non c’è nemmeno un italiano? No, uno c’è, ed è naturalmente Savinio, un autore che mi incuriosisce tanto quanto suo fratello, Giorgio De Chirico, mi annoia.

C’è qualcosa in comune tra tutti costoro? Immagino di si, al di là del fatto di essere più o meno tutti dello stesso periodo, e per la gran parte di area nordica. Credo tuttavia che quello che li accomuna ai miei occhi sia il carattere “illustrativo” della loro pittura. Questo è magari immediato per Max Ernst, per Schiele e per Tanguy, mentre è un po’ più difficile da capire per Kandinski. Eppure, dovessi scegliere delle “illustrazioni” a corredo di un articolo o di un saggio, sceglierei proprio lui. Questo la dice lunga sul valore “di denuncia” o di “anticipazione” che attribuisco all’arte contemporanea.

 

La funzione “illustrativa”, che non va confusa con quella decorativa, mi pare invece fondamentale. E questo spiega la presenza di tante monografie dedicate ai migliori illustratori, soprattutto a quelli ottocenteschi, a partire da Doré per arrivare a Dulac, a Rackam, ad Aubrey Beardsley e a Karel Thole. Sono i libri che sfogliavi avidamente già quindici anni fa, e temo che una certa attitudine eccessivamente sognatrice sia stata alimentata proprio da quelle immagini. Conosco bene quella sindrome, ne ero affetto anch’io (e a dispetto dell’età lo sono ancora). Non è curabile, ma va tenuta sotto controllo: se i valori superano un certo livello può creare sconquassi. Come dice Corto Maltese, chi sogna ad occhi aperti rischia troppo spesso di confondere il sogno con la realtà In sostanza, un uomo (o una donna) è libero di sognare, deve anzi farlo, ma è poi responsabile dei propri sogni. Al di sotto però del livello di guardia il disturbo origina soltanto una leggera e costante asincronia nei confronti dei ritmi del mondo, che si manifesta di volta in volta in atteggiamenti ironici o malinconici. Bada che ci si convive, è una patologia alla quale ci si affeziona e che viene ogni volta rinnovata, come succede per i raffreddori, dagli spifferi creati nell’aprire un libro o nel voltarne le pagine.

 

Ricordo anche che a cinque anni eri affascinata da un tipo particolare di illustrazione, quella naturalistica, che trovavi ad esempio nel grande libro sugli uccelli di Audobon o, in una singolare versione quasi fantascientifica, in Animali dopo l’uomo di Dixon.

Oggi questa fascinazione può essere rinnovata da alcune chicche che ho rinvenuto nei mercatini. Ad esempio da un manuale tedesco di etologia degli anni trenta, dal titolo impossibile (Schmeil Grundisz der Tierkunde, 1930), che contiene delle splendide tavole a colori fuori testo e delle altrettanto stupende raffigurazioni di animali disegnati in bianco e nero. È inutile: per quanto bella possa essere una fotografia, nulla può alimentare l’immaginazione come un disegno. E il compito vero di queste pubblicazioni, a dispetto della destinazione didattico-scientifica, era evidentemente quello di smuovere la fantasia, di incuriosire. Dopo aver visto una foto hai l’impressione di conoscere ormai il soggetto: davanti a disegni come questi ti viene la voglia di conoscerli. Probabilmente Konrad Lorenz ha sfogliato durante la sua adolescenza opere di questo genere.

Oppure come Sketches in Stable and Kennel, di Lionel Edward. Questo splendido album, datato 1933, è concepito con un intento ben diverso: immagino che stante la passione degli inglesi per i cavalli abbia conosciuto un grande successo di mercato. È un’opera che racchiude tutta una serie di caratteristiche anglosassoni, che sono poi proprie anche del tipo di illustrazioni: una eleganza molto semplice, ma proprio per questo tanto più efficace, una dichiarata concessione alla assoluta inutilità, e quindi al puro piacere estetico, una iconizzazione del soggetto attraverso i suoi tratti più semplici. Così come un racconto efficace non ha bisogno di troppe parole (e infatti quelle del testo sono misuratissime), allo stesso modo la raffigurazione non ha necessità di troppi dettagli.

 

Quanto a me, ho potuto invece ritrovare immagini della mia infanzia in quegli splendidi due volumi sugli “Eroi del romanzo popolare prima del fumetto”. Raccolgono copertine e tavole degli albi periodici di “dime novel” usciti negli anni venti e trenta. Alcuni non mi erano nuovi: ogni tanto arrivavano misteriosamente nella bottega di mio padre storie di Buffalo Bill o di Joe Petrosino stampate venti anni prima, con fantastiche copertine disegnate da Tancredi Scarpelli e da altri illustratori che avevo già imparato a riconoscere nelle tavole fuori testo dei libri d’avventura. Davvero non ho mai capito da dove sbucassero: e questo ne ha probabilmente enfatizzato l’alone di mistero.

 

Quanto dicevo sopra a proposito delle immagini di animali non significa che disdegni la fotografia. A fare pendant con i libri sulla pittura alpestre, ad esempio, ci sono un sacco di volumi sulla fotografia di montagna. Siamo nell’ordine di diverse decine. Non vale naturalmente lo stesso discorso che per i primi: qui il pregio maggiore è la conoscibilità, o la riconoscibilità, della montagna, e la funzione è prima di tutto documentaria. Ma anche in questo caso accade ci siano scatti, e non casuali, che riescono a trascendere quello che nell’immagine è raffigurato. Tutti quei volumi del Museo-montagna di Torino, ad esempio, che raccolgono per la maggior parte documentazione d’epoca, danno modo di cogliere l’aura sprigionata dalle foto di maestri come Vittorio Sella o Filippo de Filippi. Non so se sia questione di tempi di esposizione o di lastre all’argento, se si tratti cioè di un effetto meramente tecnico, oppure del fatto che le montagne, i ghiacciai, le cime stesse ritratte non sono più le stesse, e che quindi noi vediamo quello che non c’è e ne siamo consapevoli, ma insomma, quelle foto esprimono una bellezza che le fa essere ben altro che semplici documenti.

 

La parte alta dell’ultimo scaffale di sinistra è dedicata alla storia del cinema e a quella del fumetto. In realtà parlare di storia del cinema non è del tutto esatto: quasi tutti i libri che la occupano riguardano la storia del cinema western. È una fissazione, ne ho diffusamente parlato ne “La più grande avventura” e quindi troverai là le motivazioni e la storia. Qui ti segnalo soltanto, per un primo approccio, nel caso avessi ereditato anche qualche spicciolo di questo interesse, Il mito del West, di Tullio Kezich.

Giacché siamo in tema di western, però, devo fare una digressione sulla narrativa. Tra le pochissime sorprese di lettura degli ultimi anni c’è senz’altro Il grande sentiero, di A. B. Guthrie. È un romanzo scritto nel 1930, uscito in Italia alla fine degli anni quaranta e immediatamente dimenticato, malgrado fosse stato trasposto in un film di un certo successo, interpretato tra gli altri da Kirk Douglas. Ha subito la stessa sorte dei paesaggisti americani: classificato western, quindi serie B. Si tratta invece di uno dei più bei romanzi che io abbia mai letto. C’è dentro tutto quello che ho sempre cercato nella letteratura. Mentre lo leggevo avevo l’impressione di riconoscere ciò che mi aveva affascinato in Salinger, in Kerouac, in Kasey, in Abbey, fino a Cormac Mc Carty, e stavolta nella versione originale. La parte migliore della letteratura americana del secondo novecento sembra discendere di lì. E aumentava il rammarico di non averlo scoperto prima, tanto più che gli indizi per la ricerca li avevo avuti in mano tutti, a partire dal film. Ma si consolidava anche l’idea che la mia educazione letteraria (e non solo la mia), a dispetto della disposizione a uscire dagli schemi e dai canoni, sia stata pesantemente condizionata dall’impasto tra idealismo crociano e realismo gramsciano che ha pesato e continua a pesare sulla nostra cultura. Per noi ragazzi italiani Mark Twain era rappresentato da Tom Sawyer, e Huckleberry Finn dovevi andartelo a cercare quasi clandestinamente.

Per i giovani americani invece il filone western ha rappresentato sin dall’epoca di Fenimore Cooper una lettura di prima importanza. Oggi, dopo un periodo di leggero calo, dovuto alla identificazione da parte della cultura “progressista” di tutto ciò che attiene al West e alla sua vicenda come fascista, c’è una netta rinascita, trainata soprattutto dal successo dei libri di Cormac Mc Carty e dalla riscoperta di autori rimasti in ombra nel periodo dell’ostracismo.

L’impressione è però che prevalga ormai la maniera, come accade anche nei film. Le ultime cose che ho tentato di leggere odoravano sin dalla prima pagina di scrittura cinematografica, erano sceneggiature già pronte, non era necessaria alcuna fantasia per proiettarli idealmente su uno schermo. C’è un tempo per tutto, e forse è venuto anche quello di mettere la sordina al mito del west, se non lo si vuole degradare a videogioco.

Prima di lasciare questa sezione voglio comunque ricordarti un altro scrittore, un classico, che avevo trascurato e che in effetti ho riscoperto solo recentemente. Si tratta di Washington Irving. Trovi qui accanto, nella sezione della letteratura di viaggio, un libricino fantastico, Viaggio nelle praterie del West, resoconto di una spedizione nei territori di frontiera cui l’autore ha partecipato nel 1830. Nella sua semplicità è un piccolo capolavoro. Ma Irving è grande soprattutto ne Il libro degli schizzi, del quale forse qualcuno in Italia ha sentito parlare, ma che pochissimi in realtà hanno letto. Cerca di essere tra questi ultimi.

Sul fumetto credo di avere poco da aggiungere a quanto già sai. Nella tua cameretta e nell’altra, di Chiara, che da qualche anno stai occupando abusivamente, è distribuita tutta la mia dotazione, o almeno quel che ne rimane dopo i prelievi effettuati da tuo fratello. Hai quindi già presa molta confidenza con queste cose e hai maturato le tue preferenze. Ciò che trovi su questi ripiani sono invece enciclopedie e studi sul fumetto, sulla sua storia e sui suoi protagonisti. Almeno un paio di questi ultimi voglio segnalarteli: si tratta di Guardare le figure e soprattutto de La storia dei miei fumetti, di Antonio Faeti. Se si vuole capire cosa ha significato il fumetto nella creazione dell’immaginario adolescenziale (ma non solo) prima della televisione, e rendersi magari anche conto di quanto si è perso in creatività onirica dopo il suo declassamento e la sua trasformazione in sottoprodotto letterario o cinematografico, questi testi sono indispensabili. E probabilmente lo saranno anche se un giorno vorrai capire qualcosa di più di me.

Direi che a questo punto le matrici del mio gusto estetico sono più che evidenti. Mi sono educato sul fumetto e sull’illustrazione, oltre che sugli schermi cinematografici, e questo spiega la preferenza per immagini calligrafiche e per colori nitidi, mentre mi lasciano piuttosto indifferente gli impressionisti, tranne Monet, e la pittura astratta.

A testimoniarlo è ciò che coabita con i libri nei due principali santuari della mia biblioteca. Proprio un paio di giorni fa, seduto oziosamente sulla dondolo, consideravo le immagini che riempiono ogni porzione di parete sgombra dai libri (soffro dell’horror vacui). Nello studio gli spazi liberi da scaffalature sono davvero pochi, in pratica solo quelli sopra il caminetto e sopra la porta. Questi spazi sono coperti in prevalenza da immagini fotografiche, che a loro modo documentano sia il percorso culturale che quello esistenziale. A lato e sopra la porta si allineano le fotografie di voi ragazzi. Tu a un anno, Chiara forse a due, e poi io con Emiliano di cinque-sei anni, e ancora con Leonardo molto piccolo sulle spalle. Tra queste ultime due foto sono trascorsi quasi trent’anni. Completa la parete un disegno a carboncino riportato moltissimi anni fa da un viaggio, non ricordo dove. Raffigura un Don Chisciotte piuttosto stilizzato che si lancia contro i mulini a vento. Il disegno a dire il vero non è granché, ma col tempo mi ci sono affezionato: e comunque, come simbolo e riassunto di una vita, mi sembra azzeccato.

Sopra il caminetto si concentra invece la sezione iconografica “culturalmente” più significativa. A scendere da sinistra, in senso antiorario, la copia di un ritratto di Diderot eseguita da un’allieva del liceo artistico di Valenza, una foto di Emi ragazzino seduto accanto a mio padre su una pila di pali scortecciati e un’opera di Pietro Jannon. A destra, a risalire, un dipinto di Sergio Fava, un disegno ottocentesco di una vecchia dimora, trovato insieme a molti altri in quella che un tempo era la soffitta delle meraviglie, un Tobbio di Anselmo Carrea e una foto di mio padre che scende verso il vecchio capanno in mezzo alla neve, con le stampelle e reggendo il secchio del pastone per i maiali. Questa foto l’ho scattata proprio dalla finestra dello studio, e nel suo piccolo è diventata celebre: è conosciuta ed è stata apprezzata anche da professionisti.

In mezzo a queste due file verticali troneggia una grande carta geografica dell’Europa risalente al 1851 (è un cento per settanta, ma rappresenta solo la metà della dimensione originale – la carta era divisa in quattro parti, ne possiedo tre). In basso sono riportate una scala delle distanze tra le principali città europee e la prima parte di un riquadro contenente tutte le bandiere di quel periodo. Devo confessare che è un’Europa che mi affascina, con la Germania ancora divisa in più di trenta principati, l’Italia preunitaria con i suoi stati regionali, l’impero asburgico appena uscito da una grave crisi ma ancora estremamente solido, forse al massimo della sua estensione. È un’Europa, fatta eccezione per l’Inghilterra, ancora preindustriale. Quella di cui ho intravvista da bambino l’ultima sfocata immagine.

Dalla mensola del caminetto ci guardano infine una foto di Camus, una di Camillo Berneri ed una di Darwin. In mezzo il piccolo busto di Leopardi. Appesi al montante dello scaffale di sinistra ancora un ritratto di Leopardi e quello di Gobetti disegnato da Casorati. Direi che la galleria dei miei affetti è al completo.

 

Nel soggiorno le pareti completamente libere, almeno nella parte alta, sono due. E qui si concentra ciò che non ha a