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Mai oramai, ma ora!

di Fabrizio Rinaldi, 10 luglio 2021

Si girò e, deciso, s’incamminò verso casa. Non sapeva cosa era successo ma di qualunque cosa si trattasse sapeva di avere ormai speranza e che quel che era stato poteva tornare a essere.
Hubert Selby Jr., Canto della neve silenziosa, Feltrinelli 1994

Nel suo ultimo libro “Il calamaro gigante” , Fabio Genovesi definisce l’avverbio “oramai” come “assassino” perché “non passa mai di moda, e ora come allora serve a non partire, non fare, non provare mai a cambiare le cose intorno a noi. È una parola corta, ma basta a riempire una vita di scontento, giorno dopo giorno, fino all’ultimo, raccontandoci che per essere felici è troppo tardi, ormai”.

Questa parolina contradditoria, nata dall’unione di un avverbio indicante il tempo presente (ora) e della sua negazione (mai), stronca ogni velleità di immaginare un mutamento. È vero che la si può usare anche nell’accezione positiva (“oramai hai vinto”, “ormai è fatta”), ma non ha eguale peso, è meno efficace.

La usiamo invece un po’ troppo spesso per negarci la possibilità di provare strade apparentemente precluse, di azzardare soluzioni alternative, di scavallare i muri che noi stessi ci costruiamo attorno. Insomma, di tentare, quando ci rimane solo quello.

Eppure il nostro istinto di homo ci indurrebbe al cambiamento, ad evolvere per migliorare le nostre e le altrui condizioni. Questa spinta è però riferibile soprattutto alle situazioni economiche e lavorative: su altri aspetti, come quelli sentimentali e relazionali (famiglia, affetti e amicizie), siamo molto meno inclini all’innovazione, tendiamo a considerarli immodificabili. Perché più delicati, ma anche – e forse principalmente – per non rischiare di scompaginare ciò che oggi conta di più: il ruolo lavorativo, la sicurezza e la pace sociale che ne derivano.

Mai oramai, ma ora 02E allora tiriamo avanti così, fingendo di viaggiare verso un mondo più equo, social, solidale, bio, eco, rincorrendo insomma tutti i suffissi di moda oggi, ma in realtà usiamo queste parole per illuderci di credere ancora in un fantomatico progredire, per non guardare negli occhi il mostro marino che con i suoi tentacoli ci avvolge e ci trascina nell’abisso dei nostri convincimenti. “E naufragar m’è dolce in questo mare”, direbbe Leopardi. Tanto, “oramai”, cosa possiamo farci?

Da un lato sta dunque l’apparentemente quieta superficie delle “certezze” che diamo per acquisite; ma dall’altro c’è il nostro personale Pequod, la nostra irrequietezza, con le vele spiegate in direzione del cambiamento e gonfiate dal vento che spira da una società sempre più “liquida”, che i vecchi convincimenti se li lascia alle spalle.

Non so se a scuotere la nave delle nostre certezze sarà la caccia a Moby Dick, la scelta di salpare, o saranno i tentacoli di Kraken (il calamaro gigante), la resa all’“oramai”; ma certamente prima o poi i conti con le creature dell’abisso toccherà farli. È bene quindi essere sempre preparati al momento in cui comparirà un’ombra oscura sotto la chiglia del nostro Pequod.

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Mai oramai, ma ora 03 Francesco_NegriCosa significhi essere preparati lo testimonia la vicenda di Francesco Negri, un placido curato quarantenne della Ravenna del Seicento. La sua avventura è ricordata anche nel libro di Genovesi, portata ad esempio di come si può non accettare l’“oramai” imposto dal comune sentire. Negri avrebbe potuto continuare a crogiolarsi nelle sue sicurezze perseguendo una carriera ecclesiastica già ben avviata: preferì invece non affogare in quella palude di consuetudini per incamminarsi in un viaggio ai confini del mondo, incurante di chi lo sconsigliava ritenendolo “oramai” troppo vecchio per un’esplorazione che lo avrebbe portato in terre ignote e inospitali e dava per certo che non sarebbe sopravvissuto.

Mentre la moda dell’epoca celebrava e favoriva i viaggi nel medio e nell’estremo oriente, lui divenne il primo esploratore a spingersi fino all’estremo nord dell’Europa mosso semplicemente dalla sete di conoscenza e di ignoto.

Mai oramai, ma ora 04 Itinerario dei viaggio di NegriImpiegò tre lunghi anni (dal 1663 al 1666) per risalire tutto il continente e raggiungere Capo Nord, e durante il viaggio raccolse dati inediti su quelle terre estreme, la Svezia, la Norvegia e la Lapponia, dove “nessun frutto vi può rendere per l’estremo freddo al testimonio de’ scrittori; e pure vi si sostenta il genere umano. Non si trova altra terra abitata, che si sappia, sotto il suo parallelo, e la zona glaciale artica è totalmente ignota. Dunque è forza che quel paese abbia qualità agli altri non comuni, ma singolari; dunque sarà la più curiosa parte del mondo per osservarsi”.

Mai oramai, ma ora 05 sciNel suo peregrinare imparò dai locali lo sci di fondo e sicuramente fu il primo italiano a praticarlo: “Hanno due tavolette sottili, che non eccedono in larghezza il piede, ma lunghe otto o nove palmi, con la punta alquanto rilevata per non intaccar nella neve. Nel mezzo di esse sono alcune funicelle, con le quali se le assettano bene una ad un piede e l’altra a l’altro, tenendo poi un bastone alla mano, conficcato in una rotella di legno all’estremità, perchè non fóri la neve; ovvero anche senza tal bastone camminano sopra la neve, in tempo che non è agghiacciata, nè atta a sostentar un uomo”. Naturalmente, trattandosi di un viaggiatore atipico, la sua relazione non suscitò alcuna attenzione, tanto che fino alla fine dell’Ottocento in Italia nessuno praticò lo sci, neppure sulle Alpi.

Mai oramai, ma ora 06 Francesco_NegriUsava il latino come lingua franca con i pastori protestanti che presidiavano il lontano territorio, e questi divenivano suoi mediatori con le popolazioni locali. A differenza di altri “turisti dell’esplorazione” venuti dopo, aveva grande considerazione del popolo Sami, delle sue pratiche quotidiane e religiose. Annotava ogni particolare, insieme alle storie, alle leggende e alle minuziose descrizioni di animali artici. Aveva poi un approccio molto pragmatico rispetto all’evangelizzazione dei Sami: liquidava le pratiche sciamaniche come marginali e sottolineava invece la spontanea generosità di quel popolo.

Mai oramai, ma ora 07 Viaggio settemtrionaleUna volta rientrato a Ravenna si dedicò ad una puntigliosa revisione dei dati raccolti nel suo peregrinare parlando con pescatori, contadini e curati di quella parte del continente ancora in gran parte inesplorata, a verificare la correttezza dei dati e l’attendibilità delle fonti. Tre anni di viaggio e trent’anni per ponderare e redigere il volume “Viaggio settentrionale”, che non fece neppure in tempo a veder pubblicato, poiché morì nel 1698. Gli eredi riuscirono a stamparlo solamente nel 1700.

La cura dei testi durata per ben tre decenni ci fa immaginare quanto abbia voluto tornare sugli anni della sua peregrinazione, rivivendo almeno in parte le emozioni provate. Ciò gli permetteva probabilmente di sopportare la monotona quotidianità della vita di curato di campagna, intento a recitar messa, assolvere i peccatori da atti e pensieri impuri e predicare i sacramenti. La sua era stata decisamente un’ottima soluzione per sottrarsi all’“oramai”. Aveva dato sfogo alla sua natura più intima, che così descriveva: “Mi stimolò sempre sin da’ primi anni il genio curioso, inseritomi dalla natura, a far qualche gran viaggio per osservar le varietà di questo bel mondo; mi s’accrebbe poi col tempo questo desiderio”. Dopo, non c’era tempo per i rimpianti, doveva sistemare i dati raccolti.

Negri è un esempio di come si possa reagire ad una vita di comode certezze per intraprendere un viaggio dall’esito incerto, ma che faccia rivivere le emozioni provate in gioventù o viverle per la prima volta in assoluto. In fondo tutti invidiamo i bambini, non tanto per la loro giovinezza, ma per la gioia e la paura che vediamo nei loro occhi quando provano qualcosa di nuovo; che sia reggersi dritti in piedi, le prime simpatie, i sapori dei cibi, gli esami scolastici o le paure di cadere. Mi piace immaginare gli occhi di Negri come quelli di un bambino, spalancati su sempre nuove meraviglie.

Mai oramai, ma ora 08 polpo-colossaleMai oramai, ma ora 09 tutto-chiaro-troppo-tardiArrivato alla soglia dei cinquant’anni, posso affermare di essermi costruito la mia (credo) solida Pequod che naviga su un oceano tranquillo, fatto di famiglia, amici, lavoro e certezze. Al momento non vedo l’ombra oscura sotto la chiglia: ma temo comincino ad aggrapparsi ad essa alcuni tentacoli degli “oramai”, riferiti a ciò che non ho fatto, provato e visto. Dovrò premunirmi per tempo, per abbozzare almeno una risposta adeguata, prima che mi ghermiscano. Levigare l’arpione e controllare le vele per tentare una fuga, quando il Kraken mostrerà il suo occhio ammaliante.

Gli ’“oramai” infatti si avvinghiano silenziosi al corpo e alla mente per neutralizzare ogni pulsione a uscire dal consueto, dalle abitudini lavorative, comportamentali e sentimentali, per convincerti che è troppo tardi per nuove scelte. Suggeriscono la rassegnazione.

Mai oramai, ma ora 10 incazzatureNon sto dicendo che si debba invece correre dietro ad ogni nostro sogno: nella vita occorre anche essere realisti, consapevoli delle nostre reali capacità, sapendo apprezzare quel che la stessa ci ha già dato, senza stare sempre sul piede di partenza per una prossima tappa. In caso contrario si va incontro ad una insoddisfazione perenne e davvero infantile. Ma nemmeno credo che sia tranquillamente praticabile la via della rassegnazione. Non è nella natura della nostra specie sentirsi appagata: e allora il problema sta semmai nel capire a cosa realisticamente aspira: e una volta che lo ha capito, non rinunciare a coltivare quel sogno. Questo implica necessariamente la messa in discussione delle certezze già raggiunte, che non significa buttare all’aria tutto, ma nemmeno permettere a ciò che ci circonda di diventare un vincolo paralizzante. In fondo, solo il mutamento ci aiuta a progredire nella conoscenza dei nostri limiti, e a volte è necessario intraprendere una strada differente anche solo per constatare che non porta da nessuna parte. Perlomeno vivremo, dopo, senza quel rimpianto.

Se invece ci lasciamo avvolgere dai tentacoli dell’“oramai”, di rimpianti ne accumuleremo un sacco. Scegliere è esplorare, per non arrivare alla fine della vita recriminando su tutte le occasioni che ci siamo negati.

Mai oramai, ma ora 13 Corto Maltese

Di rammarichi ce ne sono di infiniti esempi. Mi concedo di ignorare i viaggi evaporati, le carriere lavorative o politiche gettate alle ortiche, le mancate avventure sportive e persino culturali, ma non si può non dar voce al principe degli “oramai”: quello verso gli amori impossibili. Ogni tanto – ad ognuno, anche chi lo nega – il vento comincia a soffiare verso di essi, ma l’abbraccio della quotidianità costringe alla bonaccia. Che sia giusto o sbagliato rimanere fra i tentacoli non sta a me dirlo (anche perché rischierei il ben servito …), ma alcune constatazioni si possono azzardare.

Mai oramai, ma ora 11 uomo&donnaNell’epoca della precarietà lavorativa, dei costanti mutamenti di idee, convinzioni, ideologie e credi, restiamo ancorati ad un modello di rapporto sentimentale monogamo, figlio di secoli di letteratura romantica e decenni di televisione sdolcinata. Probabilmente è una contraddizione. Rischiando il linciaggio, affermo un’idea non originale: l’amore è il sentimento più sopravvalutato, a discapito di altri più fedeli e liberi (amicizia). I tentacoli della consuetudine, anziché trattenerci, potrebbero spingerci lontano dalla bonaccia, verso gli amori irrealizzati, ma poi sapremmo davvero compiacerci di aver raggiunto l’agognata “meta” o avremmo il rammarico di aver svelato ciò che è bene che resti nei nostri più intimi pensieri, al fine di preservarne l’illusoria speranza? Per non rischiare, ancora una volta di ripete anche qui l’ennesimo “oramai”.

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Un “oramai” che non accetto riguarda la possibilità di assistere a ciò che Francesco Negri ha descritto, senza peraltro riuscire a dargli un nome: “Un’altro effetto ho veduto, che è ordinario in questa zona glaciale, e non l’ho mai veduto, nè inteso esser seguito al mio tempo in Italia; e qui si vede la notte serena l’inverno, e in varie figure. Una volta io vidi come una lunga nuvola, che cominciava a tre gradi in circa sopra l’orizzonte, e ascendendo al zenit, o punto verticale, andava a terminare all’altra parte, quasi in altrettanta lunghezza. Era così chiara e trasparente, che rendeva qualche poco di lume fino a terra: si piegava in tante forme, ora di arco, ora di corona, ora di serpe e d’altro. […] Stimo dunque che sia un corpo di sua natura rilucente nelle tenebre senza fiamma, e non nell’alto etere, ma nelle regioni dell’aria; poichè non si vede da paesi remoti”.

Quel diavolo d’uomo aveva visto l’aurora boreale. Il bello è che nemmeno l’aveva cercata, gli si è presentata lì. Ma lì c’era anche lui: con la sua scelta “scriteriata” si era messo nella condizione di vederla. E allora, posso e devo vederla anch’io, cascasse il mondo.

Ma più in là. “Oramai” siamo fuori stagione.

Mai oramai, ma ora 12 Frederich Church Aurora 1865

Collezione di licheni bottone

Andai nei boschi e … inciampai

di Fabrizio Rinaldi, 20 giugno 2021

C’è in tutti noi un limite alla tolleranza, superato il quale c’è chi spara, chi sbraita, chi fa finta di nulla e tira dritto divenendo indifferente: e poi c’è chi scrive. In questo ultimo caso non lo si fa per trovare altri che la pensino al nostro stesso modo, o per convincerli a farlo, ma per non sparare o per non mettersi a urlare. Io il limite l’ho toccato leggendo una frase semplicissima, apparentemente innocente, che recensiva l’ennesimo libro-fotocopia di Tiziano Fratus sugli alberi: “Venite a camminare nei boschi, le foglie vi insegneranno saggezza”. A quanto pare ho soglie di tolleranza basse.

Le foglie vi insegneranno la saggezza! No, non ne posso più dei professionisti della fitness naturistica, di chi celebra le proprietà salvifiche dello stare nei boschi, di chi propina cure antidepressive basate sul vivere nel verde, di chi crede al potere rigenerante dell’abitare nelle campagne, e lo fa dal teleschermo o ingolfando le librerie.

Io in mezzo alla natura ci vivo da sempre. Sono nato e cresciuto fra le colline dell’ovadese, sin da piccolo ho rastrellato campi, zappato l’orto, vendemmiato, sfrondato rami e sistemato balle di fieno nella cascina dei nonni. Divenuto adulto, ho finito per fare altro di mestiere, ma ho perseverato nel vivere in campagna piuttosto che in città, proprio per gli indubbi vantaggi di tranquillità, benessere e, non ultimo, di un costo della vita più vicino alle mie possibilità.

Un po’ dunque la campagna la conosco, e so per esperienza che queste cose sono in parte vere. So anche, questo per un po’ di semplice buon senso, che l’essere umano nella natura ci sta a suo agio da sempre (senza che qualche sapientone glielo spieghi), e so persino che ciò è possibile, tra l’altro, per la presenza nel sottobosco, nell’orto e un po’ ovunque nell’habitat naturale, del batterio Mycobacterium vaccae che, attivando il rilascio di serotonina, riduce l’ansia e favorisce il rafforzamento del sistema immunitario.

Ci vivo, ma non sono più saggio di chi abita nella metropoli solo perché distinguo l’acero dal pino. Le foglie rastrellate in autunno non mi hanno mai svelato il vero significato della nostra effimera esistenza. Sarò insensibile ai poteri sapienziali dell’ambiente naturale (che poi di “naturale” non ha più nulla) ma, pur riconoscendo i privilegi dello stare qui piuttosto che a Marghera o a Rovereto, non ne ignoro i costi in fatica fisica e scomodità.

Quindi mi sento in diritto di dire la mia. Che non è poi solo la mia. Se proviamo a domandare a chiunque viva di prodotti agricoli – ma “viva” davvero di questo e non sia un millantatore –, dirà che sì, vivere nel verde è delizioso, ma anche che “la terra è bassa”. Che cioè per ripagarti con uno stipendio appena appena dignitoso ti chiede una gran fatica. È bello vedere ex-direttori di banca o rampolli di buona famiglia che si reinventano come imprenditori agricoli di successo: sarebbe però interessante anche capire di quali risorse, e relazioni, hanno potuto disporre, e soprattutto se tutto questo ha ancora davvero a che fare col vivere nella natura.

Andai nei boschi e inciampai (3)Perché anche già soltanto a viverci, nella natura, è fatica. Dopo una nevicata, anziché fermarmi a rimirare romanticamente il paesaggio innevato, se voglio raggiungere il posto di lavoro in tempo o accompagnare le bimbe a scuola devo armarmi di pazienza, pala, turbina e … spalare, senza contare troppo su aiuti esterni. Arrivata la primavera è necessario porre rimedio agli effetti di neve, acquazzoni, frane e altre amenità più o meno naturali, andando a tagliare gli alberi stroncati dalle gelate e dal peso dei fiocchi, a liberare i fossi, a ripristinare il muretto di contenimento e così via.

Ci sono poi i disagi nei rapporti col “mondo esterno”, quello che sta là fuori. Ad esempio, la reale velocità di internet che posso raggiungere qui: di vedere l’ultima serie su Netflix certamente me lo scordo (non che mi interessi particolarmente, però ogni tanto un film …), ed è già un miracolo che le mie figlie siano riuscite a seguire le lezioni in DAD durante la pandemia, tra continue interruzioni di rete e voli funambolici dalla connessione della saponetta internet di casa all’hotspot del cellulare.

Le distanze per fare acquisti, necessari e superflui che siano, sono oggettivamente irrisorie. Ciò che non trovo qui vicino posso facilmente trovarlo, ordinarlo e averlo in pochissimi giorni attraverso Amazon. Ma se voglio andare oltre il facile acquisto e visitare ad esempio una mostra devo spostarmi di almeno 30-50 km. Per capirci: in questi giorni è uscito un documentario intitolato “Paolo Cognetti. Sogni di grande nord”, che mi intrigava molto: ci ho rinunciato, perché lo proiettavano solamente per pochissimi giorni, e solo in alcuni cinema di Genova e di Cuneo. Non proprio a due passi.

Peccato, perché prometteva bene: l’autore di “Le otto montagne” e il suo amico Nicola Magrin (bravo illustratore dei libri di Rigoni Stern, Levi, Terzani e molti altri) raccontano il loro viaggio a piedi in Alaska, citando la gran parte degli scrittori di viaggi e natura a me cari. Potrà sembrare una piccola rinuncia, ma io ci tenevo molto. Per un motivo molto semplice.

L’aver letto i moltissimi autori che dal Romanticismo in poi hanno trovato negli spazi naturali la loro ispirazione mi aiuta ad accettare i disagi e le fatiche dello stare qui. È confortante sapere che personaggi del calibro di London, Kerouac, Chatwin (beh, lui no: si sa che era refrattario allo sforzo), Thoreau, Emerson, Frost, Krakauer e gli italiani Calvino, Pavese, Rigoni Stern, Camanni, hanno provato la fatica dello stare in natura. A ragion veduta Leopardi scriveva: “O natura, o natura / perché non rendi poi / quel che prometti allor? Perché di tanto / inganni i figli tuoi?” (da “A Silvia”).

Mentre metto via la legna per l’inverno penso al “vecio” Rigoni intento a fare altrettanto. Quando squarcio la neve per raggiungere l’auto che ho lasciato prudentemente in cima alla salita lo faccio meglio se rivado ad una situazione simile raccontata nei fumetti di Ken Parker. Se grondo sudore a zappare mi viene in mente ciò che fece Thoreau nei primi mesi del suo isolamento: non lesse, ma piantò fagioli.

La cosa funziona: nel senso che se condivisi con i miei eroi anche i gesti più banali, i lavori più ripetitivi, acquistano subito un altro sapore. Ciò non toglie che i gesti occorra compierli e i lavori affrontarli. La saggezza, l’equilibrio, il benessere, vengono da quelli, e non dalle foglie. Quando sai che la terra è bassa ci cammini sopra in un altro modo: meno leggero, magari, ma più consapevole.

Quindi: venite pure a camminare nei boschi, ma assieme alle bibite e ai panini portatevi dietro tanto buon senso. Non sperate di vederlo colare dai rami delle piante. I boschi non insegnano nulla, ci offrono solo l’occasione di concentrarci un po’ di più su noi stessi. Lo dice anche Thoreau in Walden o vita nei boschi: “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”.

“Quanto essa, la vita, e non le foglie, aveva da insegnarmi”. È noi che dobbiamo interrogare, e i testi delle domande non ce li devono scrivere i nuovi guru naturisti. E se non siamo in grado di farlo da soli, allora ce li meritiamo.

Andai nei boschi e inciampai (5)

Thoreau descrive nel suo libro una esperienza di vita appartata, lontano dai rumori e gli odori delle città, ma non al punto da impedirgli di incontrare ogni tanto qualcuno con cui dialogare. Credo che questa sia la condizione che ho cercato anch’io nel luogo dove abito. Pur ammettendo una certa affinità con Dinamite Bla che, nei fumetti Disney, dal suo Cucuzzolo del Misantropo, caccia i seccatori con l’archibugio caricato a sale, mi reputo una persona accogliente, propensa all’ascolto e ad imparare dagli altri quando hanno qualcosa da insegnargli. In me convivono la propensione a un pensiero non conformista e una sensibilità ai temi ambientali, ma ritengo che questi debbano essere vissuti nel quotidiano, in un rapporto concreto, e quindi non idealizzato, con il luogo dove vivo: solo su questa base si possono fare scelte, personali e/o politiche, fondate e non velleitarie, per non divenire preda di inciviltà. In tal caso, dietro la porta non ho il fucile, ma – a ragion veduta – l’arco e le frecce. Non si sa mai.

Andai nei boschi e inciampai (2)

Tutto sommato sono ottimista. C’è una qualche speranza di essere per il futuro in buona compagnia: negli ultimi anni è comparsa un’innegabile attenzione per i cambiamenti climatici, una consapevolezza che non esisteva negli anni del dopoguerra e del boom economico. Per i più questa consapevolezza si ferma all’acquisto di prodotti bio o alla raccolta differenziata, ma certamente ci sono anche molti che provano davvero ad attuare scelte di minor consumo, magari non acquistando l’ultimo libro che parla delle interazioni bioenergetiche fra gli alberi, bensì provando a piantar pomodori invece che comprarli.

È una scelta complessa, e sicuramente elitaria, poiché non è concepibile una popolazione intera che viva in modalità “minimalista” (non in “decrescita felice” perché – a parer mio – i termini sono incompatibili), e spersa nelle campagne e sulle montagne perché in antitesi con un’economia basata sull’acquisto di scempiaggini.

Il vero salto di qualità comporterebbe divenire parte integrante della classe politica ed imprenditoriale, per incoraggiare dall’interno queste diversità: ma temo che per questo, sempre che sia poi realisticamente possibile, ci vorrà ancora qualche scossone.

La natura i suoi avvertimenti li dà, e da un bel pezzo. Sta a noi finalmente svegliarci dal torpore del “benessere” a buon mercato, e coglierli. Ma dobbiamo farlo con la nostra testa, senza abbracciare nuovi credi e religioni. I credi e le religioni nascono tutti con buonissimi intenti, ma finiscono poi inevitabilmente per creare delle chiese, un clero, dei dogmi, e per riaddormentare le coscienze. Qui si tratta invece, ad esempio, di volere e realizzare (in qualche caso, perché no, anche imporre) delle scelte di presidio “vero” del territorio, che non può essere demandato – e lo vediamo benissimo tutti i giorni –alle istituzioni, ai carrozzoni delle protezioni civili o alle giornate di pulizia dei fiumi o dei boschi, ma va gestito direttamente (e quindi, in qualche forma non assistenzialistica) proprio dalle comunità appartate territorialmente: questo non solo per garantire la cura costante di luoghi che oggi corrono verso lo sfacelo idrogeologico, con contraccolpi anche nelle città (vedi le inondazioni che immancabilmente avvengono alla prima pisciata del cielo), ma anche per innescare fiducia in un modello di convivenza differente e possibile.

Insomma, dobbiamo finirla di guardare alle scelte di vita appartate e rurali come ad esperienze “strane”, eccezionali, buone per i servizi televisivi dei programmi “verdi”, chiuse in se stesse e riservate a pochi eletti, o ad originali e un po’ strambi con l’archibugio sempre a portata di mano, che sopravvivono grazie alle melanzane coltivate nell’orto. La valorizzazione realistica e concreta (e non la spettacolarizzazione) delle micro-economie ancora esistenti o di quelle che stanno rinascendo e delle esperienze sociali a queste connesse può offrire grossi spunti di riflessione per ragionare su un’economia fondata su differenti paradigmi e su modi diversi di stare al mondo. Leggere la diversità sociale come un gesto artistico è né più né meno come marginalizzarla. Leggerla come una possibilità concreta, diffusa, terra terra, è un antidoto alla monocultura consumistica.

Non abbiamo bisogno di nuovi evangelisti. Sono sufficienti onesti divulgatori, che non traducono il linguaggio delle foglie, ma sanno fare quattro conti su costi e ricavi “globali” dei diversi tipi di rapporto con la terra, e sanno che la terra è bassa. Alla Carlo Petrini, per intenderci.

Andai nei boschi e inciampai (4)Collezione di licheni bottone

Volevamo la tuta blu

(Riflessioni a margine di “Signorine?”)

di Nicola Parodi, 8 giugno 2021

Caro Paolo, ho letto con estremo piacere le tue considerazioni su alcune paladine di certo femminismo d’assalto politicamente iper-corretto. Tra queste hai giustamente incluso la “Lilli” (la cui trasmissione guardo spesso, valutando gli ospiti), e ti confesso che anch’io mi irrito di fronte a certe sue scontatissime arringhe, che spesso mi portano a cambiare canale.

Le tue considerazioni mi hanno anche indotto a domandarmi: cosa spinge oggigiorno donne più o meno colte a competere con gli uomini? Noi abbiamo ormai (purtroppo) un numero sufficiente di anni per ricordare che decenni fa nessuna donna si sarebbe sognata di rivendicare il diritto di fare il camionista. All’epoca i camion non avevano servomeccanismi vari e si guastavano facilmente, le autostrade non c’erano, ecc. Insomma, non era un mestiere per donne. I camionisti erano addirittura emblema di “machismo”. Con i mezzi moderni invece anche le “signorine” possono (e lo fanno benissimo) guidare un camion. La differenza sta evidentemente nello sviluppo della tecnologia.

Fino a poco più di mezzo secolo fa un “lavoratore” era soprattutto una macchina biologica produttrice di energia (in fisica, energia=lavoro). Il maschio era in grado di produrre più energia/lavoro maneggiando asce, mazze e attrezzi vari, di trasportare pesi maggiori, ecc… Per questo motivo, e non per una volontà perversamente discriminatoria, era un lavoratore più richiesto e meglio pagato. Poi, naturalmente, quando l’evoluzione tecnologica e l’impiego di macchine hanno reso meno determinante il peso della forza fisica, e il divario nel potenziale di produzione di energia si è quasi azzerato, una mentalità e una consuetudine affermatesi lungo millenni non si sono adeguate con la stessa velocità. Lo stanno facendo, ma ci vorranno almeno un paio di altre generazioni perché si affermi un nuovo equilibrio. Che arriverà dalle mutate condizioni del lavoro, o meglio ancora da una natura completamente diversa del lavoro stesso, e non certo dalle impuntature lessicali della Gruber o della De Stefano.

In sintesi: un tempo il prestigio e la considerazione sociale (e la ricchezza) erano prevalentemente dovuti a comportamenti ed azioni legati alla forza fisica, ad una accezione “aggressiva” dell’idea di coraggio ecc, caratteristiche del fisico e della mentalità maschile. E su questi terreni le donne, ovviamente, non hanno mai cercato di competere.

In una società come quella attuale invece prestigio, considerazione sociale, ricchezza, non sono più legati a caratteristiche mascoline, ed ecco che le donne si fanno avanti a cercare di avere la loro parte, avendo coscienza di essere in grado di competere in un campo di battaglia profondamente mutato (la vita cerca di occupare ogni nicchia ecologica disponibile).

Ora, già da bambino sentivo gli adulti (maschi e femmine) compiangere le donne che per mancanza di indipendenza economica erano costrette a sopportare uomini spregevoli. Quindi so bene che garantire alle donne la possibilità di ottenere in ogni caso l’indipendenza economica è una battaglia di civiltà che va portata avanti e vinta. Ma rivendicare “quote di genere” per i posti in politica o nei consigli di amministrazione serve solo a donne di ceto sociale elevato; e per giunta non garantisce che i posti siano occupati dai candidati più meritevoli, quale che sia la percentuale di uomini e donne.

Volevamo le tute blu 02

E mi faccio anche un’altra domanda: la voglia di competere e di raggiungere gli stessi risultati dei maschi non finirà per spingere le donne più intelligenti a riprodursi poco o nulla (ciò che in effetti sembra stia già accadendo), e di conseguenza ad innescare un meccanismo selettivo che riserverà la riproduzione a donne meno dotate, cosa deleteria per il futuro dell’umanità? Vorrei non essere frainteso. Primo: la domanda me la pongo riguardo alle donne non per partito preso, ma perché è evidente, e inoppugnabile sul piano biologico, come in un maschio e in una femmina l’investimento riproduttivo sia ben diverso. Voglio dire che un maschio intelligente ha possibilità di Volevamo le tute blu 03riprodursi senza sacrificare granché delle sue potenzialità di “realizzazione”, in senso lato (anche se, a guardarci attorno, si direbbe che questa possibilità è poco o male sfruttata). Secondo: non sto dicendo che le donne più capaci (intesa questa caratteristica non come la capacità di sfornare venti figli, ma di allevarne ed educarne positivamente almeno due, tanto per salvaguardare gli equilibri demografici) dovrebbero essere destinate eugeneticamente alla riproduzione, ciò che tra l’altro non consentirebbe loro di esplicare e valorizzare nell’ambito lavorativo le proprie capacità, ma che fino a quando non si sarà completata la trasformazione delle modalità produttive (ciò che avverrà indipendentemente dalle battaglie “femministe”: vedi ad esempio ciò che sta accadendo col Covid), e con essa quella della mentalità sottesa che hanno generato, le donne corrono il rischio di competere forzosamente in un gioco che è sempre stato pensato per soli maschi, di adeguarsi alle sue regole e di smarrire per strada quella carica di originalità e differenza che davvero potrebbe cambiare il sistema dei rapporti, di quelli produttivi come di quelli sociali.

Va bene quindi stigmatizzare gli atteggiamenti e le abitudini (anche linguistiche) più discriminatorie, ma farlo ritoccando e censurando semplicemente un quadro vecchio invece che proponendone uno nuovo mi sembra una soluzione alla foglia di fico di controriformistica memoria. Val più l’ironia, a volte persino la appropriazione, la rivendicazione e la valorizzazione di caratteristiche attribuite in negativo, così come fa la natura con certi organi apparentemente superflui, di ogni puntigliosa censura. Certo, l’argomento richiederebbe considerazioni ben più approfondite: ma confido che non mancherà l’occasione per tornarci su.

Signorine?

di Paolo Repetto, 5 giugno 2021

Al festival dell’Economia di Trento l’inviato di RAI3 intervista tale Linda Laura Sabbadini, dirigente generale dell’ISTAT, che arrota le erre e lascia cadere le parole come fossero gocce rinfrescanti di rugiada. L’alta funzionaria è entusiasta di un libro attorno al quale, dice, si è acceso il dibattito in mattinata: Quello che ci unisce, di Minouche Shafik. Ci ha trovato “molta emozione, molta competenza, molta esperienza. Si sente subito che è scritto da una donna”. Già, l’avesse scritto un uomo sarebbe stata una cosa fredda, insipida, tutta teorica e abborracciata. Poi scende anche nel dettaglio, e vien fuori la solita acqua calda sulla quale galleggiano i luoghi comuni e le grandi speranze nei giovani e nelle donne. Va bene che da un festival, sia esso dell’Economia o della Letteratura, di Filosofia o di Storia, non ci si deve attendere granché, ma uno che ascolta la radio in macchina alle quattro del pomeriggio non ha molta scelta. Io in realtà scelgo di spegnere, perché mi sto innervosendo. (Comunque, esiste anche il festival della Disperazione: chissà di cosa parlano, e se le donne sono protagoniste. E se non altro ho capito che non ci si deve fidare dei dati ISTAT).

In genere non mi irrito facilmente. Sono, o almeno ero, un tipo passabilmente calmo. Ho le mie idee, ma le difendo (e le coltivo) piuttosto con l’ironia che con la spada. A volte però sembra lo facciano apposta a farmi perdere le staffe. Una settimana fa, durante il “Processo alla tappa” che segue la diretta del Giro d’Italia e che un tempo era condotto da Sergio Zavoli, l’attuale conduttrice, Alessandra De Stefano, (una giornalista sportiva della quale non mi sono ben chiari i meriti e le competenze, ma che era già famosa un quarto di secolo fa perché cacciava il microfono in bocca a Tomba prima ancora che questi avesse superato il traguardo), ha cazziato pesantemente Gianni Bugno perché aveva osato dire che i ciclisti non sono “signorine”. “Che vuol dire signorine? Badi che le donne sono da sempre capaci di sforzi e di sacrifici ben maggiori di quelli sopportati dagli uomini!” Il povero Gianni, evidentemente poco aggiornato sui nuovi tabù linguistici e rimasto fermo a modi di dire rudimentali, e che già era all’angolo per una serie di domande una più stupida dell’altra, lanciate a raffica dalla tizia che poi non ascoltava le risposte e trafficava agitatissima sull’iPad, si è scusato per un quarto d’ora, mentre si capiva benissimo che l’avrebbe volentieri mandata a stendere. L’avesse fatto, sarebbe oggi nuovamente l’idolo mio e di gran parte dei tifosi (ma anche di molti non appassionati).

Torno indietro ancora di qualche giorno. Sto rovistando sul banco dei libri ad un euro (hanno riaperto i mercatini, è tornata la vita!) quando mi arriva tra le mani un saggio di Maria Rita Parsi. Non ho mai letto nulla di questa signora, l’ho vista di sfuggita in tivù, in uno degli innumerevoli salotti televisivi che frequenta, non mi ha colpito affatto e mi è riuscita anzi piuttosto antipatica. Quindi, di per sé non mi interessa minimamente: ma è il titolo del libro a intrigarmi: I maschi sono così. Mi dico che ci vuole una bella faccia ad azzardare un titolo del genere. L’avesse scritto un maschio Le donne sono così (va bene, l’hanno già fatto, e molto prima ancora di Mozart e di Così fan tutte: ma già Dante aveva capito benissimo che a condurre davvero il gioco era Francesca, e non certo quel piagnone di Paolo: e comunque, sto parlando del presente) sarebbe in atto una sollevazione, scenderebbero in campo le filosofe dei gender studies, nonché Alessandra De Stefano e Linda Laura Sabbadini e probabilmente anche Lilli Gruber.

Signorine (2)

Finisce dunque che infilo il libro in borsa con gli altri, riproponendomi di verificare se il contenuto è stupido e presuntuoso quanto il titolo. In effetti risulta che è proprio così, forse anche peggio. D’altro canto, c’era da aspettarselo: appena a casa mi sono informato attraverso Wikipedia sulla nostra autrice, ed è venuto fuori che è una psicologa, psicoterapeuta, docente universitaria, militante storica nella rivendicazione di maggiore spazio per le donne e membro dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza e del Comitato ONU sui diritti del fanciullo: che ha all’attivo un centinaio di volumi, pièces teatrali, libri di saggistica e di poesia, sceneggiature televisive: che conduce programmi radio, ha fondato e dirige quattro o cinque onlus, è consulente di non so quanti ministeri: un altro po’ di spazio e può fondare uno stato. Nemmeno Palenzona ha mai avuto tanti incarichi. Il solo elenco delle onorificenze occupa un’intera pagina. Davanti a un profilo del genere uno il libro nemmeno dovrebbe aprirlo (beninteso, e tanto più, anche se a scriverlo fosse stato un uomo). Ma io sono masochista e voglio vedere dove va a parare.

Dunque: un lungo elenco di casi da manuale, di donne che si sono imbattute in uomini (padri, mariti, amanti) di un egoismo e di uno squallore esemplare. Mai il sospetto che in certe situazioni non sempre ci si imbatte per caso o per sfortuna, che qualche volta le si va anche a cercare: e che forse, al di là degli animali di cui si parla, esistono esemplari maschili che “non sono così”. Non so quali ambienti frequenti la Parsi, al di là dei salotti televisivi (e allora si spiegherebbe tutto), ma non posso fare a meno di pensare che con gli uomini abbia avuto meno fortuna che con la carriera.

Ma è meglio lasciare direttamente a lei la parola. Direi che sono sufficienti un paio di paragrafi tratti dall’introduzione:

«Da sempre, e ancora oggi, i maschi pretendono “il possesso” dei corpi delle donne, ed esigono attorno a loro la presenza di madri, sorelle, mogli, amanti badanti perché li accolgano, li sostengano, li confortino sia fisicamente che spiritualmente. Hanno bisogno dei corpi delle donne come difesa dall’angoscia di morte che li attanaglia e che li spinge a lanciarsi in ogni sorta di irragionevole conflitto per conquistare ogni umano potere e, dunque, dominare – ma solo apparentemente – quella paura.» Non siamo messi granché bene. Infatti:

«I maschi non sono forti e sicuri di sé come vogliono far credere. Sono fragili, spaesati e a volte impauriti dal dover recitare il ruolo che le donne e la società si aspettano da loro. Però non sanno di esserlo, o non vogliono accettarlo, e camuffano con la fuga, l’inganno, il tradimento, l’arroganza, la prevaricazione, in certi casi con la violenza, quel senso di fragilità. Da qui si generano le incomprensioni, le distanze, gli equivoci tra i sessi.» Ti credo! Se le cose stanno davvero così, altro che equivoci e incomprensioni!

Tuttavia: «Oggi i maschi hanno però una possibilità: indagare, riconoscere ed accettare quella “fragilità”, scoprirne la “forza” per cambiare in profondità. E questo cambiamento è necessario per modificare alla radice ogni società umana. Perché nel cuore dei maschi questa fragilità nascosta e rinnegata troppe volte si trasforma in luciferina invidia, paura delle donne e della loro potenza, senso di inadeguatezza, arroganza, bisogno di dominare, sottomettere, ferire. Troppe volte diventa dispotismo, crudeltà, abbandono, perversione, violenza … si trasforma in oppressione, finisce per combattere le proprie debolezze negli altri […]
Questo cambiamento può fare sì che essi riconoscano l’invidia del grembo materno, primaria grotta d’amore uscendo dalla quale sono nati “maschi” e già fisicamente segnati dalla perdita di quell’Eden originario che è il corpo della donna-madre-dea.» Eccolo qui, il vero problema.

Queste rivelazioni, questo brutale disvelamento, mi hanno sconvolto. Accidenti. Ho stolidamente vissuto i miei primi settant’anni senza sospettare neanche un po’ di essere così fragile, senza essere attanagliato dall’angoscia di morte e quindi, probabilmente, anche senza recitare il ruolo che le donne e la società e la Parsi in particolare si aspettavano da me. A quanto pare sono piuttosto lento nell’apprendere, e se non ho mancato di registrare e di stigmatizzare in ogni possibile occasione i comportamenti di cui l’autrice parla l’ho fatto trattandoli come manifestazioni, sia pure numerosissime, di una devianza, a volte congenita a volte indotta, non come il naturale sbocco della condizione maschile. Non ho saputo cioè riconoscere che quella fragilità era anche mia. Quindi, per mettermi in sicurezza ho chiesto immediatamente di poter fare una terza dose di vaccino, ma quanto al resto ho pensato che sia ormai un po’ troppo tardi per mettermi in pari.

Signorine (3)

Ho capito davvero poco del mondo. Fin dalla più tenera età ho realizzato che esistono due generi: non era difficile, le differenze erano evidenti, non ero tardo sino a quel punto. Poi ho però cominciato a pensare che si, quelle differenze erano certo importanti, perché andavano necessariamente a incidere sui comportamenti, sugli atteggiamenti e sulle aspettative nei confronti della vita, ma che la differenza fondamentale in seno all’umanità era un’altra, quella tra persone intelligenti e idioti. Che dunque la discriminante vera non fosse l’appartenenza di genere, ma il modo in cui questa appartenenza la si declina: un maschio idiota è prima di tutto un idiota, una femmina idiota è prima di tutto una idiota. È anche vero che l’appartenenza di genere comporta possibilità diverse di esercitare l’idiozia, quindi di far danno: ma il male non è nel genere, è nell’idiozia.

Avrei giurato che questo fosse l’unica certezza imprescindibile sulla quale fondare una convivenza la meno penitenziale possibile, non tra i generi, ma tra gli umani. A quanto pare le cose non stanno così. La tara originaria che noi maschi ci portiamo dentro non si cancella con un semplice battesimo. Sembra tutto molto più complicato, e adesso finalmente capisco anche l’esplosione del fenomeno dei transgender.

Troppo complicato per me. Dovrei ricominciare da capo, resettare tutto il sistema di convinzioni sul quale ho fondato l’intera mia esistenza. Cercherò allora per quel mi rimane da vivere di controllare la paura nei confronti delle donne, l’ambivalenza, il senso di inadeguatezza, l’arroganza, la crudeltà. Quanto all’“invidia del grembo materno”, se intesa nel senso più malizioso del concetto (alla Woody Allen, per capirci) ne sono immune da un pezzo, in quello psicanalitico lo sono da sempre. Non sarà poi così difficile. Sarà sufficiente rinunciare al “Processo alla tappa”, non frequentare i Festival dell’economia ed evitare come la peste Maria Rita Parsi, in video o sulla copertina di un libro. Dovrei farcela.

​Ariette 3.0

di Maurizio Castellaro, 30 maggio 2021

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso».

​L’unico vizio

Ariette 3bAnche nel post-cristianesimo può essere utile riflettere sui vizi capitali, perché i Padri della Chiesa che li codificarono sapevano bene cosa era l’uomo. Rivediamoli al volo, si sono quasi tutti trasformati in virtù. La gola è il presupposto della cultura dominante del buon cibo, la lussuria virtuale governa la maggior parte del traffico in rete, la superbia è il pregio degli infiniti capetti in circolazione, l’avarizia è nobilitata a sano individualismo, l’accidia è convertita in uno sguardo realistico su un mondo senza più futuro, l’ira è derubricata a semplice mancanza di cultura. Da questa trasvalutazione di valori resta fuori l’invidia, e non é un caso che non sia stato possibile disinnescarla. Perché l’invidia è il rimosso di cui non si parla, ed è sempre con noi come l’aria che respiriamo. L’invidia è uno dei principali carburanti che alimenta il motore della gran macchina del capitalismo globale. Il vizio capitale, la gran madre dei peccati del mondo.

​Inferni e Oltre

L’Inferno non è tema da Ariette, ma azzardo salendo sulle spalle di qualche gigante, perché il bello dell’Arte è che ci rende un poco geniali consentendoci di ripensare i pensieri dei Geni. L’Inferno di Dante lo ritrovo ad esempio nel Lager nazista, grazie al “Canto di Ulisse” che Primo Levi traduce al compagno polacco in francese, mentre insieme portano la marmitta della zuppa ai compagni del Kommando, zuppa di cavoli e rape, “Infin che il mar fu sopra noi rinchiuso”. E a farmi sentire più vicino l’Inferno di Virgilio mi aiuta Ceronetti sulla riva del Mincio (“Albergo Italia”). Narcotizzato dal verso virgiliano il visionario Guido trasfigura il fiume mantovano nel Flegetonte, e il petrolchimico che si scorge all’orizzonte nella città di Dite: “Già al tempo in cui Virgilio contemplava queste acque e niente di emerso dal sottosuolo che sempre brucia dilaniava la pace dell’occhio, Montedison e Total erano là … però non visibili, non udibili …”. Va bene, la Storia è l’inferno, la Tecnica è l’Inferno. Prendo atto, è il lascito del Novecento, ma sento che tanta polvere si è già posata su queste rispettabili idee. Per fortuna mi soccorre Calasso, che nelle “Nozze di Cadmo e Armonia” ricorda l’incontro nell’Ade tra Ulisse e l’ombra di Achille. Ulisse prova a indorargli la pillola, ma Achille lo inchioda: «Non truccarmi la morte, nobile Odisseo. Preferirei vivere come guardiano di buoi, al servizio di un povero contadino, dalla tavola neppure abbondante, piuttosto che regnare su tutti questi morti consunti”. Achille ha scelto una vita breve e splendida, proprio perché irrecuperabile e irripetibile, e conosce bene la differenza che c’è tra Oltretomba e Vita. Più o meno negli anni di Omero gli etruschi a Tarquinia preparavano il viaggio nell’Aldilà dei loro cari con le immagini di ciò che di meglio la Vita ci offre: amore, amicizia, convivi, danze, musica, gioco. Incapacità di pensare il Trascendente o intuizione che il meglio dell’Aldilà coincide con il meglio dell’Aldiquà? Lascio la domanda aperta, e per me scelgo la tomba del Tuffatore, un’immagine un po’ greca e un po’ etrusca dipinta per l’ultimo eterno sguardo di un giovane morto circa 2500 anni fa dalle parti di Paestum. Un tuffo in un mare di mistero, da fare ad occhi aperti, col sorriso sulle labbra.

Ariette 3c

Se questo non è un idiota!

di Paolo Repetto, 17 maggio 2021

Per i pochi credenti ancora in circolazione Maggio è il mese mariano. Per me, da sessantacinque anni, da quando transitarono anche a Lerma, sulla provinciale appena asfaltata, le maglie verdoline della Legnano e quelle azzurro pallido della Bianchi, è il mese del Giro d’Italia. A mio modo sono un credente anch’io. Credo che lo sport, lo si pratichi attivamente o lo si segua dalla poltrona, da una gradinata o dal bordo di una strada, debba sempre suscitare emozioni positive e genuine. E che se c’è uno sport che queste emozioni è ancora in grado di offrirle, quello è il ciclismo.

Non mi importa del giro d’affari che sta dietro o del doping che circola dentro. Quella è la parte sporca e va messa in conto ovunque c’è di mezzo l’uomo: ma chi ha provato ad affrontare una salita di qualche chilometro con pendenza oltre il dieci per cento, o ha tenuto il sedere su una sella per quattro o cinque ore, sia pure ad andatura turistica, non può che commuoversi davanti alla fatica di gente che chilometri ne macina più di duecento tutti i giorni e supera dislivelli spropositati. Per questo non mi sono mai perso un Giro.

Negli ultimi anni però queste emozioni non sono più così positive. L’invadenza della televisione, che consente di seguire la gara metro per metro, dalla partenza allo striscione d’arrivo, come si fosse a fianco dei ciclisti, non ha aumentato il livello della partecipazione emotiva: ha scatenato piuttosto un circolo vizioso che è ormai fuori controllo. Se un tempo lungo le salite più dure trovavi i veri appassionati, quelli che magari erano arrivati sin lì in bicicletta (e non sempre anche loro si comportavano correttamente, ma per un malinteso senso dello spirito sportivo), oggi quelle rampe sono diventate la ribalta di mandrie di idioti cui dello sport, della fatica, della bellezza del gesto atletico non importa un accidente, ma sono lì solo per incrociare l’occhio della telecamera, per un irrefrenabile impulso a comparire, a mostrarsi, ad avere una prova visibile della loro pur inutile esistenza. Per avere un quadro della crescita esponenziale dell’imbecillità non servono indagini ISTAT: è sufficiente seguire una tappa di montagna del Giro, del Tour o della Vuelta. Anche l’imbecillità purtroppo è globale.

Si vedrà gente che corre nuda in mezzo a bufere di neve o sepolta in costumi da puffo o da carota sotto la canicola, solo per strappare un secondo di visibilità. E già questo è uno spettacolo degradante. Ma la cosa veramente grave è che questi mentecatti mettono costantemente a rischio l’incolumità dei corridori e la correttezza delle gare. Un paio d’anni fa un ciclista che non aveva mai vinto in vita sua e stava per aggiudicarsi una tappa durissima, con arrivo in salita, al Giro d’Italia, venne gettato a terra da un esagitato e perse probabilmente l’unica occasione per illuminare finalmente una lunga carriera da gregario. Non mi risulta che il responsabile sia stato arrestato, o multato, o meglio ancora malmenato pesantemente dagli altri tifosi. Ha rovinato il sogno di un ragazzo, ne ha vanificato anni e anni di sforzi e di sacrifici, e l’ha passata liscia. Queste cose mi mandano in bestia. Fossi stato presente alla scena lo avrei accompagnato sino in vetta a calci nel sedere, tenendolo per aria come un hovercraft.

Ad irritarmi ancora di più è però il modo in cui queste vicende vengono trattate dai commentatori televisivi. In quell’occasione il telecronista non andò oltre una patetica deplorazione: “eccesso di entusiasmo”, “gesto poco sportivo”, invito ai tifosi “pur nella comprensione per la loro passione” ad un comportamento più corretto. Non ha mai pronunciato la parola “idiota”.

Ora, è chiaro che la televisione ha nel DNA la consapevolezza di un’utenza di intelletti poveri (Berlusconi in tal senso era stato molto esplicito – almeno questo dobbiamo riconoscerglielo – e già quarant’anni fa di questa consapevolezza aveva fatto il principio fondante delle scelte editoriali di Mediaset), e che quindi i giudizi e le indicazioni etiche vanno parametrati su questo livello. Ma parlare di “eccesso di entusiasmo sportivo” per un deficiente che si piazza in mezzo alla strada per essere inquadrato dalla telecamera o per farsi un selfie con l’atleta che sta arrancando, e lo danneggia, non è più ipocrisia da politically correct, è vera e propria complicità.

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Per questi casi (ma per tantissimi altri analoghi, in occasioni e situazioni diverse) vale solo la tolleranza zero. Personalmente applicherei alle ruote delle auto che precedono la corsa lame rotanti come quelle dei carri da guerra assiri. Ho goduto come un riccio quando, quarant’anni fa, durante una prova a cronometro che vedeva impegnato Hinault, di fronte al tentativo di infastidirlo da parte di alcuni pseudo-tifosi che invadevano la sede stradale l’auto che lo precedeva spalancò la portiera di destra, abbattendo quei mentecatti come birilli. La voce dell’accaduto si diffuse all’istante lungo il percorso e la gara terminò regolarmente.

Mi rendo conto che questa strada è purtroppo impossibile da seguire (non che non si dovrebbe fare, ma non è consentito: la salvaguardia dei persecutori e degli scemi è l’imperativo categorico della società buonista, con tanti saluti alle vittime): ma almeno si dovrebbe pretendere che la televisione, che il fenomeno lo ha creato, collabori in qualche modo ora a tenerlo a freno. Se ad esempio nell’occasione ricordata più sopra fosse stato mandato in onda un fermo immagine, con il cretino perfettamente riconoscibile e con la scritta: questo è un cretino; e se quella immagine la si fosse riproposta per tutti i giorni successivi, in apertura di telecronaca, facendo sì che quella fisionomia e quella scritta si imprimessero nella mente dei telespettatori, e soprattutto dei compaesani e dei parenti del demente; e se la stessa cosa si fosse fatta per altri comportamenti analoghi, fino a comporre una vera e propria galleria degli idioti; ebbene, sono convinto che un qualche effetto lo avrebbe sortito. Invece no: un delitto contro lo sport rubricato come “intemperanza” o “eccesso di entusiasmo”.

Lo stesso linguaggio l’ho sentito usare recentemente nei confronti delle torme di insensati che in pieno lockdown e in barba ad ogni divieto di assembramento hanno festeggiato nelle piazze milanesi lo scudetto (e già una settimana prima il derby). Fioccavano i “deplorevole” e “intollerabile”, ma nessuno ha parlato di dementi o di criminali, che nel caso, aggravato dall’assalto finale ai cordoni di polizia, erano gli unici epiteti appropriati. Nessuno che abbia detto “questo con lo sport non ha nulla a che vedere”, “si tratta di una manifestazione di pura idiozia collettiva, di mentecatti a piede libero”: tanta attenzione per la “comprensibile gioia”, per il diritto a festeggiare la vittoria, e qualche timido rimbrotto: ragazzi, via, non fate così.

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La cosa non vale solo per il ciclismo o per il calcio. Un degrado analogo si manifesta rispetto ad altri sport che amo, ad esempio nel tennis, sia pure per il momento in forma meno violenta. Chiunque abbia calcato un rettangolo di terra rossa sa benissimo che nel corso di una partita il livello di concentrazione deve rimanere costantemente altissimo, più che in qualsiasi altro sport, e che ogni rumore, persino gli applausi, rischia di farlo precipitare. Sentir oggi ripetere al termine di ogni giocata le urla dei burini che assiepano le gradinate del Foro Italico (ma ormai anche del Roland Garros, e di Wimbledon) è snervante persino per lo spettatore. Ma non ho mai visto cacciare fuori qualcuno per manifesta imbecillità, e dubito capiti per il futuro. Tutto finisce per essere prima tollerato e poi accettato come normale.

Con tutto ciò non scopro e non voglio denunciare nulla che non stia quotidianamente sotto gli occhi di tutti, e non solo nello sport, ma in ogni aspetto della vita sociale. Mi chiedo soltanto se non sia io ad aver maturato con la vecchiaia una sensibilità esasperata e distorta, ad essere diventato intollerante a tutto; se la piega onnivora che nostra cultura sta prendendo sia solo una naturale evoluzione, o non sia invece il sintomo dell’ineluttabile degrado cui ogni civiltà è destinata. E comunque, quand’anche così fosse non potrei farci nulla. Ma vorrei almeno aggrapparmi alla ricchezza del poco che rimane, di quel linguaggio che ci fa diversi dagli altri animali, alle forme, alle idee e alle sfumature che sa esprimere. Le parole giuste per bollare questi comportamenti esistono, al momento non le hanno ancora cancellate dal vocabolario in nome della correttezza. Esistono gli stupidi, esistono gli scemi, esistono gli idioti: non limitiamoci ad ammutolire di fronte a loro. Il fatto che siano legione, che siano in odore di maggioranza, non deve dare loro una patente di legittimità, una garanzia di impunità, il lasciapassare per fare danni senza pagare dazio.

Possiamo farci poco, ma almeno chiamiamoli col loro nome.

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In memoria di Yahoo Answers

orazione funebre per un sito scomparso

di Lorenzo Solida, 26 aprile 2021

È di poche settimane fa la notizia che Yahoo Answers, il portale di risposte collaborative, chiuderà definitivamente il 4 maggio: dopo tale data, infatti, non solo non sarà più possibile proporre nuove domande o rispondere a quelle già presenti, ma nemmeno accedere agli archivi. Probabilmente la notizia lascerà indifferente la maggior parte dei lettori, considerando la ridotta popolarità della piattaforma, che veniva utilizzata perlopiù dai millennials. Tuttavia, sono convinto che chi, come me, ha speso in passato un po’ del suo tempo nella community di Answers, non potrà non dedicare almeno un fugace pensiero di rimpianto, un sorriso malinconico, a questo vecchio portale che se ne va …

La decisione in sé è ben comprensibile: il calo di popolarità del servizio, soppiantato da assistenti virtuali e social network, e i problemi di moderazione, che ultimamente stavano diventando sempre più accentuati, soprattutto dopo che era stata concessa la possibilità di porre domande in forma anonima (anche prima, comunque, i profili troll abbondavano), sono elementi sufficienti a decretarne la chiusura. Anch’io, non vi nascondo, avevo abbandonato la piattaforma da anni (non ricordo con precisione quando, ma penso che i miei ultimi contributi risalgano al periodo della fine delle scuole superiori); tante le ragioni, dal minor tempo a disposizione, alla preferenza per altre forme di conoscenza collaborativa, al crollo della qualità di domande e risposte (eh sì, ognuno tende a ricordare il periodo in cui ha contribuito come il più fulgido nella storia di Answers …). Non sono quindi contrario alla chiusura, né sentirò la nostalgia di un servizio che ormai da anni non mi interessava in alcun modo, però questa vicenda mi suggerisce lo spunto per alcune riflessioni, che provo a condividere.

Impermanenza: l’anitya principio fondamentale del buddhismo, il panta rei di Eraclito, dopo secoli di filosofia dovremmo oramai aver capito che nulla può durare in eterno. Tuttavia, è insista nella specie umana una certa riluttanza al cambiamento, o perlomeno un fisiologico tempo di assestamento nei confronti delle novità, tempo che viene sempre meno rispettato nella società contemporanea: la rivoluzione digitale ha estremizzato questa tendenza, producendo in continuazione una moltitudine di “trend” e contenuti, il cui orizzonte temporale è però spesso molto breve.

googlekeepNon so se sia un’abitudine comune, ma io sono un utilizzatore abbastanza compulsivo delle liste: siccome mi imbatto spesso in contenuti che ritengo interessanti, ma non ho tempo di guardarli in quel momento, oppure prevedo che mi serviranno in un periodo successivo, o ancora so già che mi piacerà riguardarli, li inserisco in una lista. Possono essere libri, visti di passaggio nella vetrina di una libreria, sfogliati sommariamente alla Feltrinelli di Milano Centrale nell’attesa tra un treno e l’altro, indicati in bibliografia da un testo precedente, suggeriti dal passaparola di un amico di cui condivido i gusti letterari: proprio perché la loro origine è varia, per poter gestire queste informazioni trovo utile centralizzarle, e uso con soddisfazione le note di Google Keep per tenerne traccia.

Uso le liste anche per archiviare video su YouTube: avete mai ritrovato quel brano musicale che vi piaceva, ma di cui non ricordate mai il titolo (talvolta nemmeno il compositore e l’esecutore, e lì la ricerca si fa ardua…)? Vi siete mai imbattuti in un podcast interessante, garbato, che ha catturato la vostra attenzione? Oppure avete un hobby, che magari non coltivate quanto vorreste, ma di cui vi piace guardare i contributi di altri appassionati? Voilà, basta un clic e tutti questi contenuti finiscono in una playlist! Anzi, perché limitarsi quando si possono creare una moltitudine di elenchi, uno per ogni tema di nostro interesse?

Ma l’ambito nel quale raggiungo l’apice della mia listo-mania sono i preferiti dei browser: la Rete è una miniera di informazioni, ma non sempre i contenuti che cerchiamo di ritrovare sono facilmente disponibili; anzi, è proprio l’abbondanza di materiale a renderli spesso introvabili come il classico ago nel pagliaio. Ecco, i preferiti servono (dovrebbero servire) a questo: alias digitale delle molliche di pane di Pollicino, ci aiutano a riavvolgere il nastro, a tornare sui cammini già percorsi, permettendoci anche di riunire e sincronizzare i contributi salvati su più dispositivi dello stesso utente in un’unica raccolta. Nel momento in cui sto scrivendo, nonostante li sfoltisca spesso, ho 1359 segnalibri nel mio browser (li ha contati lui, non io) raggruppati in un albero di circa 150 cartelle (qui vado a stima), annidate secondo lo stesso paradigma dei documenti in un file system. Come dite, sono tanti? Avevo premesso che li uso in modo abbastanza compulsivo …

Ho divagato un po’, ritorno al tema principale: se anche voi, come me, siete abituati a utilizzare questi tipi di liste, vi sarà certamente capitato di imbattervi in link non funzionanti, in contenuti rimossi. Sembra (ed è) un controsenso: depositiamo un link in un elenco di segnalibri o un video in una playlist proprio per poterlo ritrovare un domani, e quando cerchiamo di utilizzare questa informazione, il contenuto non è più disponibile!

Per ovviare a questa situazione è nata la Wayback Machine, un immenso archivio del web lanciato nel 2001 che si prefigge l’ambizioso intento di tenere traccia di tutte le modifiche apportate alla Rete, archiviando non solo tutte le pagine, ma anche le loro differenti versioni (con il relativo marker temporale) ogni qualvolta vi siano state apportate delle modifiche rilevanti. La capacità di memorizzazione necessaria per perseguire questo risultato è mostruosa: nel 2005 sui server del progetto si contavano circa 40 miliardi di pagine, nel 2020 cresciute a 514 miliardi, occupando uno spazio di storage di oltre 70 petabytes (milioni di gigabytes)! Per quanto si potrà andare avanti ad accumulare dati a questa velocità? Il problema è sfaccettato, non si tratta “solo” di soddisfare la continua domanda di nuovi supporti di memoria, ma anche di garantirne la durata nel tempo e, di conseguenza, l’integrità dei dati in essi custoditi; è inoltre sempre maggiore l’attenzione all’enorme quantità di energia necessaria a tenere sempre disponibili questi contenuti online … e poi, per chi? Sono davvero tutti necessari? Riusciremo mai a utilizzarne anche solo una parte? In più occasioni il professor Barbero, noto medievalista, ha posto l’attenzione sulla differenza tra lo studiare il mondo antico, dove una delle difficoltà maggiori è il numero limitato delle fonti disponibili, e gli stati burocratizzati nati a partire dall’Ottocento, in cui una parte considerevole del lavoro dello storico consiste nello spulciare l’immensa quantità di documenti disponibile, da cui condensare un risultato di sintesi.

È certo che oggi siamo aiutati in questo processo dall’archiviazione digitale e dai motori di ricerca, Google in testa, che hanno costruito la loro fortuna proprio sulla capacità di fornire, grazie a complessi algoritmi di indicizzazione, risultati rapidi e precisi con il minor dispendio di energie (umane) possibile. A mio parere, però, anche grazie alla crescita esponenziale della quantità di informazioni prodotta da dispositivi wearable, sensori, intelligenza distribuita, stiamo migrando sempre più da una comunicazione macchina-uomo ad una macchina-macchina, in cui una consistente parte di questo cicaleccio digitale è destinato ad essere gestito senza alcun intervento umano.

L’accessibilità dei dati pone problemi ancora maggiori se la si considera non solo nel presente, ma su orizzonti temporali medio-lunghi, coinvolgendo almeno altri due aspetti: il supporto e lo standard.

Ad una prima analisi i moderni supporti di memoria sembrano affidabili, in qualche misura anche più dei precedenti equivalenti fisici: un compact disc può essere riprodotto migliaia di volte garantendo un suono costante, mentre un disco in vinile perde progressivamente di “risoluzione” ad ogni ascolto, a causa dell’attrito tra la puntina e la superficie del disco, che provoca un’infinitesima asportazione di materiale soprattutto nei tratti con spostamenti maggiori (l’effetto si percepisce in particolare nei dischi stereofonici, in cui i due canali vengono memorizzati in modo ortogonale l’uno rispetto all’altro). Se, tuttavia, si considerano gli effetti causati dal trascorrere del tempo, la prospettiva si ribalta: i vinili sono tranquillamente riproducibili anche dopo svariati decenni, e senza particolari precauzioni di conservazione, potendo essere esposti alla luce e, entro limiti ragionevoli, all’umidità, mentre i CD risultano spesso illeggibili anche solo in 10-15 anni, soprattutto se conservati al di fuori delle custodie di protezione.

I supporti di memoria possono rappresentare un problema anche dal punto di vista dell’evoluzione nel tempo degli standard: se, infatti, dal punto di vista software il problema sembra limitato (i vecchi formati sono, nella maggior parte dei casi, ancora supportati, ad esempio il Rich Text Format, antenato del .doc, che vide la luce nel lontano 1987), altrettanto non si può dire dell’hardware. Quando ripenso alle mie interazioni con l’informatica da bambino, i miei ricordi sono indissolubilmente legati al floppy disk (lo ricordate? Quel quadrato di plastica nera rigida con la linguetta metallica, che in poco più di 9 cm di lato conteneva ben 1.44 MB di dati!). Che ne è oggi dei floppy? Nessun computer recente integra più le unità di lettura, e gli stessi lettori CD stanno diventando sempre meno comuni nei dispositivi attuali, in special modo nei notebook, in cui la compattezza e lo spessore ridotto sono caratteristiche dominanti. Dobbiamo quindi aspettarci che anche i supporti che utilizziamo ai giorni nostri, e che consideriamo talmente “naturali” da non dubitare della loro eternità, possano subire lo stesso destino, rapidamente rimpiazzati da tecnologie più innovative?

floppy0001E quindi, cosa dovremmo fare? A mio avviso sarebbe sciocco voler rinunciare al progresso tecnologico, tentando di cristallizzare la situazione attuale e non cogliendo i vantaggi che l’avanzamento tecnico ha comportato e che continuerà ad apportare. Probabilmente la strategia migliore consiste nell’essere vigili, nel non accettare le novità in modo passivo, nel prendere coscienza dei nuovi problemi e nel tentare di affrontarli con un equilibrato mix di nuovi e vecchi approcci.

La chiusura di Yahoo Answers, spunto di partenza per questo breve scritto, e il problema della fragilità della memoria collettiva affidata alla Rete, mi forniscono infine l’occasione per riflettere sull’importanza del patrimonio librario della nostra nazione, testimonianza tangibile e duratura della nostra Cultura. Libri custoditi nelle tante piccole raccolte domestiche di chi tra noi ama la lettura (e se siete arrivati fino al fondo di questo articolo probabilmente vi annoverate tra questi), libri antichi ospitati negli archivi e nei monasteri, libri allineati in gran numero sugli scaffali delle 12268 biblioteche italiane, moltitudine sterminata di libri custoditi nelle Biblioteche Nazionali Centrali di Roma e Firenze.

Sit tibi terra levis, Yahoo Answers

Il più crudele?

di Paolo Repetto, 24 aprile 2021

Aprile è il più crudele dei mesi? Non saprei, anche gli altri non scherzano. So comunque che per i Viandanti (e non solo per essi, purtroppo) l’aprile dello scorso anno, quello della prima terribile ondata, è stato crudelissimo. Esattamente un anno fa ci ha portato via due amici, due viandanti onorari, Mario Mantelli e Armando Cremonini. Mario e Armando erano entrati da tempo a far parte del club degli “ultimi illuminati”, e a pieno titolo: il primo quasi mettendoci in soggezione, a dispetto della sua mitezza, per l’eccezionale sensibilità estetica e per la vastità della cultura che la alimentava, il secondo facendosi amare per il sottilissimo umorismo, per quell’aria sorniona che assieme al sigaro gli dava un che di anglosassone (ma un anglosassone tutt’altro che freddo).

Non voglio raccontare di loro, l’ho già fatto e chi volesse conoscerli meglio può trovarli su questo stesso sito (per Mario, oltre ai suoi libri – Di cosa ci siamo nutriti e Viaggio nelle terre di santa Marta e san Rocco – e ai quattro Quaderni di prose e di poesie pubblicati dai Viandanti, si possono leggere: Una raccolta di silenzi; Arrivederci, maestro!; Visite guidate nei giardini della memoria; Che belle figure!. Per Armando, Il collezionista).

Queste poche righe vogliono solo scongiurare il silenzio attonito e subito distratto col quale siamo ormai ridotti ad accettare la scomparsa degli amici. Per me, per noi, non è così. Gli amici ci lasciano, ma non scompaiono. Alla faccia di aprile.

(Dis)obbedire

di Marco Moraschi, 22 aprile 2021

Accolgo l’invito di Paolo (in “Primavere perdute“) a riflettere ancora una volta su ciò che stiamo vivendo da ormai più di un anno. Facendo una rapida cernita, mi accorgo che da quando è iniziata la pandemia questa è già la quinta riflessione che scrivo sugli stessi argomenti: a dire la verità sono anche un po’ stufo di non trovare altro di cui parlare, ma è anche (purtroppo) inevitabile che sia così dal momento che questa è praticamente l’unica esperienza che abbiamo da oltre un anno, a parte quelle vissute sul lavoro o immaginate nei libri che per fortuna ci è ancora concesso leggere. È la quinta volta dicevo, ma incredibilmente sembra che ogni volta gli argomenti siano diversi dai precedenti e ci sia sempre qualche aspetto che la volta prima mi era sfuggito o sembrava diverso. In effetti molte riflessioni sembrano nuove semplicemente perché cambia il nostro modo di approcciarci agli stessi problemi: per fortuna siamo ancora capaci di fare tesoro delle esperienze passate nonostante l’eterno presente in cui ci troviamo e questo ci consente di affrontare ogni giorno uguale come se fosse un’assoluta novità. Sai che novità, direte voi. 

Un altro aspetto interessante è che le nostre opinioni maturano e la fortuna di averle messe per iscritto è che possiamo rileggere cosa pensavamo in un determinato momento del passato, trovandoci nuovamente d’accordo o sentendoci invece un po’ sciocchi. La verità, ancora una volta, è che questa situazione, lo abbiamo già detto, è totalmente inedita per le nostre vite e quindi ciò che ne pensiamo matura col tempo, mano a mano che i giorni si sommano gli uni con gli altri. Vorrei quindi proporvi un esercizio totalmente inutile: ho riletto tutto ciò che ho scritto da febbraio dell’anno scorso e mi sono segnato alcune frasi, per commentarle a posteriori, perché a distanza di tempo tutto sembra assumere un significato e una valenza diversi. In genere è un esercizio che si fa con i politici: si pescano frasi che hanno detto o scritto in passato e li si mette davanti al loro imbarazzo nel mostrare come hanno cambiato idea, anche se il vero imbarazzo è piuttosto non cambiare mai idea. Queste cose le ho scritte nei mesi passati, su qualcuna concordo, su altre no:

  • (Dis)obberire 02Per molti la medicina rischia di essere peggiore della malattia.” Lo penso ancora e questo è vero specialmente se si considerano i devastanti effetti delle chiusure generalizzate. Vorrei precisare una cosa però: non dobbiamo pensare che esista una mutua esclusione tra decidere di salvare l’economia o di salvare delle vite umane, né che queste siano le uniche due possibilità. Se, come sembra, questa pandemia ci accompagnerà per chissà quanto tempo ancora, dobbiamo trovare un’alternativa valida alla chiusura come unico mezzo per combattere la diffusione del virus. Non sono un medico né faccio parte del famoso comitato tecnico scientifico in qualità di “esperto”, ma mi rifiuto di credere che l’unica via sia quelle delle chiusure: vorrei semplicemente che si investisse di più nella ricerca di alternative, potenziando la sanità e al contempo elaborando dei protocolli affinché le attività possano riaprire in sicurezza. Badate, non è una questione puramente economica, è una questione di dignità: il mio lavoro mi ha salvato in questa pandemia, perché mi ha dato uno scopo, dei compiti e delle attività da svolgere quando tutto intorno era fermo e non si vedeva una via di uscita. Posso ritenermi molto fortunato, ma non è stato così per tutti purtroppo: chiudere un’attività non significa solamente togliere una fonte di sostentamento economico a chi su quell’attività campa (e non venitemi a parlare dei ridicoli indennizzi statali, buoni solo a far del debito), ma anche privare la vita di quelle persone di un pezzo importante del loro essere, perché quando sentiamo dire che “il lavoro nobilita l’uomo” è dannatamente vero.
  • Prima”. Continuiamo a sentire confronti tra com’era “prima” e com’è adesso. Vi dico la verità, a me di com’era prima non interessa nulla, perché quel prima è ormai andato e per certi aspetti dobbiamo augurarci che quel prima non torni mai più. La speranza è invece che ragionando su com’è adesso possiamo decidere (e non subire) come sarà il “dopo”, se mai ci sarà. Francamente, non nutro molta speranza.
  • Siamo impreparati: giornalisticamente, politicamente, economicamente. A tutti i livelli si procede in ordine sparso. Viviamo nella dimostrazione del principio di incompetenza di Peter.” Questa è una delle prime cose che ho scritto. Ahimè, si commenta da sola: è vera, e non è cambiato nulla. Cambiano i governi, cambiano le classi dirigenti, ma a tutti livelli l’incompetenza rimane salda al suo posto.
  • (Dis)obberire 03 ThoreauTutti i cittadini devono rispettare le regole (leggi) dello Stato”. Ve lo confesso, su questa ho dei seri dubbi e la colpa è mia che non ho ancora capito Thoreau. Perché in questo anno di decreti legge e DPCM ne abbiamo lette e sentite come si dice “di cotte e di crude”, e se sarà pur vero che “la libertà è coscienza del dovere”, la mia coscienza mi impone di non stare zitto di fronte all’assurdità di certi provvedimenti, suggerendomi che la vera libertà è scegliere deliberatamente di non rispettarli, non per nuocere a qualcuno, ma per evitare che essi stessi possano continuare a prendersi gioco della nostra intelligenza. Sono stato il primo ad accettare i sacrifici e anzi, a rendermi conto che la vera libertà era scegliere di essere dalla parte della responsabilità, ma l’immobilismo e l’irrazionalità di certe decisioni mi hanno decisamente stufato: non sto dicendo che da domani inizierò a uscire dopo le 10 di sera o a fare delle feste in casa, continuerò a non vedere gli amici, a rispettare il coprifuoco e a mettere la mascherina all’aria aperta, ma se un anno fa lo facevo con convinzione, adesso proseguo solamente per inerzia. La verità è che dopotutto non sono così coraggioso: uscirei volentieri a fare una passeggiata dopo le 22 pur di contravvenire a una norma idiota e lo farei nel pieno rispetto di alcune misure che invece ritengo efficaci, ovvero uscire da solo e indossando la mascherina. Ed è qui che entra in scena Thoreau e vorrei davvero che qualcuno me lo spiegasse, perché forse non l’ho capito: se mi comportassi come ho detto starei praticando quella forma di protesta definita come disobbedienza civile o sarei più idiota della norma stessa? Quand’è che la nostra insubordinazione smette di essere un gesto nobile e diventa invece prevaricazione? Siamo noi a decidere sulla base delle nostre convinzioni personali, oppure ci dev’essere un comune sentire affinché si tratti di disobbedienza civile? La pandemia ha scatenato in me queste domande, perché mi ha posto di fronte a delle scelte: prima non le avevo mai avvertite perché ero in pieno accordo con le leggi dello Stato, o quantomeno le leggi che conosco. Non mi sarei mai sognato di ammazzare qualcuno come forma di disobbedienza civile, ma ora che queste leggi (non tutte, sia chiaro) mi appaiono così distanti dalla logica, non so come comportarmi. Se ci siete, vi prego, aiutatemi, ci vediamo in piazza alle 22.

Link: L’insicurezza degli oggetti

Ariette 2.0

di Maurizio Castellaro, 19 aprile 2021

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso».

Quei cretini di Dunning e Kruger

Ariette 2 01I Viandanti delle Nebbie sono da sempre consapevoli della prevalenza del cretino, tanto da auspicare emendanti spedizioni di massa alla chiesa francese che ospita il sarcofago di San Menulfo, antico miglioratore delle sinapsi di chiunque introduca il capo nel suo apposito orifizio (rimando all’articolo “Il decretinatore”). Dò il mio piccolo contributo al dibattito presentando l’“effetto Dunning e Kruger”, scoperto nel 1999. Dunning e Kruger sono due simpatici psicologi che hanno dimostrato scientificamente il motivo per cui individui incompetenti in un campo tendano a sopravvalutare le proprie abilità e a ritenersi dei veri esperti, mentre al contrario persone davvero competenti abbiano la tendenza a sottostimare le proprie reali capacità. Si tratta in realtà di una distorsione nell’autovalutazione, che a sua volta è connessa ad una incapacità metacognitiva di riconoscere i propri limiti ed errori in un determinato ambito. Il grafico che illustra questo effetto connette, in accordo con le intuizioni del vecchio Socrate, il rapporto che si instaura tra fiducia in sé stessi e reale competenza, ed è piuttosto istruttivo. La curva che si impenna a sinistra la conosciamo bene. È il crinale impervio sul quale giocoforza si piantano la maggior parte dei cretini presuntuosi ed incompetenti che vivono accanto a noi, ma molto spesso anche dentro di noi.

Due sentenze

Ariette 2 02In Kafka e in Svevo è presente una scena molto simile: due padri trattano con violenza il figlio un istante prima di morire. Ne “La condanna” di Kafka le ultime parole del padre al figlio sono: “Ti condanno ad essere affogato!”. Ne “La coscienza di Zeno”, con un ultimo sforzo papà Cosini schiaffeggia il figlio. È interessante osservare il modo diverso in cui questo estremo momento di violenta verità viene descritto dai due autori, perché questa differenza mi sembra rivelatrice di due sensibilità antitetiche, in eterna lotta tra loro. In Kafka il padre è “un gigante”, una “figura terribile” che condanna il figlio in modo ineluttabile. La sua sentenza, immotivata e assurda, trova infatti immediata attuazione, poiché il figlio si immola gettandosi nel fiume, gridando per l’ultima volta il suo amore verso i genitori. In Svevo lo schiaffo estremo del padre è invece attribuito da Zeno ad uno scherzo della forza di gravità piuttosto che a una chiara volontà (“alzò la mano alto alto, come se avesse saputo ch’egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo peso”). Zeno sopravvive alla sentenza del padre (nel suo diario ricorda l’evento assieme all’ennesima ultima sigaretta). Fa subito pace con il ricordo del genitore, si sposa, ha un amante, dei figli, diventa un ricco commerciante e infine il vecchio patriarca della famiglia. Sempre con l’eterna ultima sigaretta in bocca, sempre con la coscienza dell’incurabilità della sua malattia. Sempre con quello sguardo ironico su di sé e sul mondo che gli ha consentito di non prendere mai nulla troppo sul serio e di surfare sulle onde della vita anziché prenderle di petto (perché si rischiare di affogare). K. oppure Zeno, il sentimento tragico o quello ironico dell’esistenza? Ha ragione il vecchio Fichte: se si parla di filosofie la scelta dipende sempre dagli uomini e dalle donne che siamo.

Troppo zucchero fa male?

Ariette 2 03Un mio amico, musicista dilettante, superati i 60 anni si è licenziato, si è sposato con entusiasmo, e ora pubblica regolarmente su YouTube fragili e delicate canzoni d’amore di sua recente composizione. Anche Stefano Bollani, il pianista dio della musica, non nasconde alle telecamere la sua felicità personale mentre canta canzoni d’amore con la sua mogliettina, la quale ricambia adorante. In entrambi i casi non sono mancati da parte degli osservatori (virtuali e reali) dileggi e sarcasmi su quelle che a molti sono sembrate ostentazioni gratuite (forse strumentali?) di sentimenti personali che è buon gusto lasciare confinati alla sfera del privato. E se invece si trattasse di casi autentici di amori felici? Ne parla la Szymborska e quindi non servono altre parole: “Un amore felice. Ma è necessario? / Il tatto e la ragione impongono di tacerne / come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita./ Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto. / Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra, / capita, in fondo, di rado. / Chi non conosce l’amore felice / dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice. / Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.