di Paolo Repetto, 17 aprile 2026
Ho letto recentemente il saggio storico Villa e Zapata. Una biografia della rivoluzione messicana, di Frank McLynn. Ho ancora di queste malinconie. A suo tempo (che vuol dire almeno mezzo secolo fa) pensavo di conoscere più che a sufficienza le drammatiche vicende messicane, ma questo libro me ne ha rivelato aspetti che mi erano sfuggiti o che avevo considerato con uno spirito molto diverso. D’altro canto, è normale che accada: da allora è cambiato moltissimo il mondo e sono molto cambiato anch’io: ma alcune costanti, non solo nello specifico delle lotte sociali latino-americane, ma più ancora nel modo nostro di interpretarle, sembrano essere rimaste. La lettura mi ha rievocato infatti un’atmosfera e una temperie politica che magari possono apparire oggi lontanissime, ma che in realtà presentano intriganti analogie con quanto vedo accadermi attorno. In prima battuta vorrei pertanto accennare proprio a queste, sia pure sinteticamente. Del libro andrò a parlare dopo.
Ho parlato di analogie. Siamo onesti: per certi versi sessant’anni fa il clima culturale non differiva granché da quello attuale. Si berciava molto e si studiava poco, né più né meno come oggi. Una volta nel corso di un’assemblea chiesi ad un esagitato assistente universitario (poi diventato ordinario di storia contemporanea) con quali stati confinasse il Vietnam, e mi sentii rispondere: Cina, Cambogia, Birmania e Thailandia. Due su quattro erano sbagliati, e mancava clamorosamente il Laos. Non presi parte alla successiva manifestazione contro la guerra. Magari all’epoca ero già eccessivamente puntiglioso, ma non potevo marciare al fianco di chi nemmeno sapeva dove fosse il paese al quale offriva la sua solidarietà.
Eppure non era difficile. Si sentiva parlare tutti i giorni dei “corridoi” laotiani usati dall’esercito del Nord o dai Vietcong per infiltrarsi nelle zone controllate dagli americani, che a loro volta bombardavano in territorio laotiano per interromperli. Ma non era sufficiente, certi “dettagli” non venivano considerati rilevanti. L’assunzione della causa degli oppressi per lo più non si accompagnava, come non lo fa attualmente, ad un impegno serio di conoscenza storica e geopolitica, e nemmeno semplicemente geografica. Si traduceva troppo spesso in un abbraccio “fideistico”, che adottava i modi della tifoseria sportiva piuttosto che quelli dell’analisi critica.
Quando dico che è cambiato poco mi riferisco a questo atteggiamento, perché se proponessi oggi ai manifestanti proPal delle cartine mute del Vicino Oriente, invitandoli a riconoscere i diversi stati, come usavo fare coi miei studenti in ingresso alla terza superiore, otterrei probabilmente gli stessi risultati (percentuali di riconoscimento raramente superiori al 20%, pari a quelle del famigerato docente), o forse anche inferiori. Per il resto, per quel che concerne i contesti sociali e politici che fanno da sfondo, e le aspettative, e le modalità dell’informazione, so benissimo che tutto è molto diverso, e che le due situazioni non sono raffrontabili. Ma rimane il fatto che in entrambi i casi è molto difficile parlare di una autentica e profonda presa di coscienza politica, e direi neppure di un tentativo: io ci vedo piuttosto il ricorrente bisogno di intrupparsi dietro una bandiera, di individuare un nemico, la presunzione di cancellare i mali del mondo trovando una guida e identificando dei responsabili.
Quelli cui mi riferivo sopra, gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, erano i decenni dell’infatuazione terzomondista, durante i quali ci si ripeteva convintamente che la rivoluzione abortita in Occidente mezzo secolo prima (anche là dove ufficialmente sembrava aver trionfato) sarebbe stata fatta ripartire dai sottoproletariati asiatici, africani e sudamericani, e avrebbe travolto l’imperialismo, il neocolonialismo e i modelli culturali “borghesi” occidentali. Si imputavano da un lato all’Occidente tutte le colpe della miseria e del “sottosviluppo”, e si lamentava dall’altro che il socialismo reale sovietico avesse tradito il suo mandato rivoluzionario; mentre ai popoli del terzo mondo, dei quali e delle cui attese si sapeva in realtà ben poco, si attribuiva una sorta di innocenza primigenia. Ad ogni tentativo di riflessione un po’ più approfondita, ad ogni manifestazione di perplessità si rispondeva con uno slogan, che è il mezzo più sicuro per evitare di pensare in proprio.
Intendiamoci: il terzomondismo non era solo un’effimera moda culturale. Arrivava di lontano, o almeno dai primissimi anni del dopoguerra, che avevano visto compiersi nell’oriente estremo (Indocina e India), in quello vicino (Israele e Palestina) e nel nord-Africa (Algeria ed Egitto) dei cruenti processi di decolonizzazione, e avevano visto nascere uno schieramento piuttosto confuso ma dal peso teoricamente molto rilevante di paesi “non allineati” (si era in pieno clima di Guerra Fredda).
L’appoggio alle lotte di liberazione da parte delle sinistre europee (e nella fattispecie di quella italiana) era in apparenza unanime. Dico “in apparenza”, perché poi la sinistra tradizionale (in Italia leggi: PCI) era sdraiata sulla linea sovietica, che misurava l’appoggio sulle convenienze strategiche del momento, mentre quella extraparlamentare era divisa su mille distinguo. Per alcuni, ad esempio, candidata a ereditare il ruolo guida del cammino verso il socialismo era la Cina della Rivoluzione Culturale, ma altri rifiutavano il concetto stesso di “stato-guida”, ritenendo che le potenzialità rivoluzionarie fossero diffuse in tutto il mondo, nei movimenti in Europa come nei focolai di guerriglia dei paesi sottosviluppati, e che le lotte andassero si collegate, ma coltivandole ciascuna nel terreno suo proprio e con modalità differenti. C’era pertanto chi condannava la propensione a considerare possibile la rivoluzione solo nei paesi sottosviluppati, perché questa sottintendeva il venir meno di un serio impegno rivoluzionario in Europa. Altri, il filone “operaista”, rifacendosi direttamente a Marx faceva rilevare che là dove non esiste una classe operaia forte non può esistere nemmeno una coscienza di classe, e quindi la rivoluzione non è possibile. Altri ancora deprecavano che delegare il riscatto ai popoli emergenti fosse solo un modo per investirli dei propri sogni, quelli che non si era in grado o non si aveva il coraggio di perseguire, senza tenere conto delle condizioni in cui questi popoli operavano e le finalità che si prefiggevano.
Insomma, come sempre la sinistra trovava mille motivi per dividersi. L’unica cosa in cui tutti marciavano concordi era nel giustificare in nome di un nebuloso esito rivoluzionario qualsiasi autoritarismo, qualsiasi politica repressiva, qualsiasi negazione della libertà, cioè quelle stesse cose che in Occidente erano violentemente contestate agli istituti di potere. Al tempo stesso quasi tutti vagheggiavano una palingenesi che portasse a un sano “pauperismo”, nel mentre denunciavano la povertà delle popolazioni colonizzate.
In effetti, a guardare la cosa con le lenti colorate dell’ideologia le premesse sembravano esserci tutte. Dove i popoli colonizzati avevano da un pezzo formalmente conquistata o ottenuta l’indipendenza, in Asia e soprattutto nell’America Latina, le acque continuavano ad essere agitate da fortissime contraddizioni sociali, mentre in Africa la decolonizzazione stava vivendo la sua fase più calda, procedeva a ritmi accelerati e scontava i profondi rimescolamenti etnici operati in mezzo secolo di dominio europeo. Era inoltre in atto un riassetto totale delle economie occidentali, che erano state euforizzate ma al tempo stesso logorate dall’economia di guerra, e facevano scontare ora il ritorno ad un assetto normale alle masse lavoratrici, che a loro volta sembravano riscoprire una diversa coscienza sociale. Tutto questo poteva creare i presupposti, nella lettura più ottimistica, per una saldatura tra le lotte di classe in Europa (ma non solo: c’erano anche quelle nazionalistiche, vedi i casi dell’Irlanda del Nord e delle regioni basche) e quelle anti-imperialistiche nel resto del mondo.
In spiccioli: la convinzione dalla quale nasceva il terzomondismo era che il Sol dell’Avvenire non brillasse più sul vecchio occidente europeo e nordamericano, ma scaldasse i cuori dei popoli sino ad allora esclusi da una partecipazione attiva alla Storia. Col senno di poi era evidentemente una convinzione infondata, ma in quel clima poteva anche starci. Ciò che invece oggi offende l’intelligenza, perché la situazione globale con la quale ci si confronta è ben diversa, e all’orizzonte non si profilano rivoluzioni rigeneratrici, è la pervicacia nella demonizzazione dell’Occidente in nome di non si sa bene quali alternative di civiltà e di cultura.
Ma torniamo al terzomondismo modello anni Sessanta. La prima metà del decennio era stata caratterizzata dagli entusiasmi per il maoismo, condivisi da fior di intellettuali “impegnati” che si recavano in pellegrinaggio a celebrare il miracolo cinese (per saperne qualcosa leggetevi i libri di Renata Pisu), così come era già accaduto per l’URSS un quarto di secolo prima. Poi gli eccessi della rivoluzione culturale e la diplomazia del ping-pong avevano chiarito quali fossero la vera natura e i reali intenti del nuovo regime. Nel frattempo però i rivoluzionari del salotto di casa (i salotti televisivi non erano ancora di moda) avevano iniziato a rivolgere le loro speranze e il loro impegno verso i movimenti che agitavano l’America Latina: l’esempio almeno in parte riuscito della “rivoluzione” cubana sembrava poter essere esportato in tutto il continente, e addirittura fuori, e personaggi carismatici come il Che Guevara o Camilo Torres ne erano gli ambasciatori.
A cavallo del Sessantotto le formazioni guerrigliere operavano ormai un po’ ovunque negli ex-domini spagnoli e portoghesi, accendendo l’immaginazione e rinnovando le speranze: certo, poi si faceva tutto un fascio delle diverse etichette, si confondevano i Montoneros argentini (peronisti e cattolici di sinistra) con i Tupamaros uruguagi (marxisti), le Farc colombiane coi MIR venezuelano e cileno (socialisti dissidenti), l’Esercito di liberazione Boliviano (castrista) con Sendero Luminoso (maoista), che operava invece in Perù: e ancora, più tardi, il Fronte salvadoregno Farabundo Marti col sandinismo nicaraguense. E non solo di norma non si distinguevano le diverse matrici o le ascendenze ideologiche di questi movimenti (che in realtà erano tutte ricotte in una particolare salsa latino-americana), ma quando lo si faceva era solo in funzione delle beghe interne tra le varie fazioni del movimento nostrano. L’importante non era capire cosa stava davvero succedendo da quelle parti, ma trovare delle figure di riferimento “forti”, uomini o movimenti, delle icone compatibili con la nuova modalità “spettacolare” di comunicazione.
E della comunicazione volevo appunto parlare. Il terzomondismo “ideologico” arrivava alle masse attraverso tutti i possibili canali informativi. Non dico ci fosse dietro una orchestrata strategia promozionale, un disegno cosciente e intenzionale: ma si trattasse di scelte politiche (è il caso ad esempio della Feltrinelli) o di cavalcare opportunisticamente quello che oggi si chiamerebbe il sentiment collettivo, di fatto gruppi editoriali grandi o piccoli, o case di produzione cinematografica, viaggiavano tutti in quella direzione. Nella sostanza si creò e alimentò nei confronti della cultura latino-americana un interesse che coinvolgeva anche chi con la politica aveva un rapporto molto vago. C’era interesse per la musica, ad esempio, che a un livello popolare, da festival di partito, riconosceva gli Inti-Illimani, e ad uno un po’ più elitario Caetano Veloso, Gilberto Gil e Ima Sumac, (senza dimenticare gli omaggi “colti” nostrani tributati alle lotte rivoluzionarie da Luigi Nono); o per la pittura, con la scoperta di Siqueiros, di Diego Rivera e di Frida Kalo; ma anche (e oserei dire, soprattutto) per una scuola del fumetto avventuroso che vantava maestri come Alberto Breccia, Héctor Oesterheld, Sampayo, Solano Lopez, Del Castillo, o per vignettisti satirici come Copi, Quino e Mordillo,
Quel Terzo mondo spopolava però soprattutto nella letteratura. Dopo l’uscita e l’enorme successo di Cent’anni di solitudine (nel 1967, con l’unica stroncatura arrivata da Pier Paolo Pasolini) era partita la riscoperta di tutta la letteratura sudamericana, dai peruviani Mario Vargas Llosa (La città e i cani) e Manuel Scorza (Rulli di tamburi per Rancas) al paraguaiano Augusto Roa Bastos (Yo el Supremo), dal brasiliano Guimaraes Rosa (Grande Sertao), al messicano Carlos Fuentes (La morte di Artemio Cruz). Il realismo magico coniugato con l’impegno sociale raccontavano un continente soffocato dal tallone statunitense, che aveva semplicemente sostituito quello europeo, e una voglia di riscatto che rappresentava ai nostri occhi l’alternativa politica e letteraria: offrivano un modello narrativo, un punto di vista e uno scopo di vita diversi.
L’interesse per questi autori si era presto tradotto in una vera e propria moda. Per carità, si trattava di letterati di indubbio valore, ma che riletti oggi, spogliati di quella “simpatia ideologica” che rendeva la loro frequentazione quasi obbligatoria, non ci parlano più granché. E lo dice uno che riserva ancora a questi autori uno spazio significativo nella sua biblioteca (spazio purtroppo non più frequentato, da parecchio tempo, né dai miei figli né da mio nipote o dai conoscenti). Per questo, così come era nata quella moda è andata poi rapidamente tramontando, anche se l’interesse riemerge periodicamente per epigoni come Osvaldo Soriano, Paco Ignacio Taibo e Louis Sepulveda.
Se la letteratura stava diffondendo un’immagine nuova del terzo mondo latinoamericano presso un vasto pubblico di lettori, era però soprattutto il cinema a trasmettere questa immagine alle grandi masse, quelle degli spettatori. E non il cinema sudamericano, ma quello nostrano, segnatamente un filone che potremmo definire “impegnato” dello “spaghetti western”. Ciò comportava naturalmente un abbassamento della qualità del messaggio, che arrivava condizionato e molto spesso completamente neutralizzato da tutto ciò che mirava invece agli aspetti “spettacolari”: la necessità ad esempio di semplificare lo svolgersi delle vicende, di privilegiare le componenti avventurose e le sequenze movimentate, di affidare la spiegazione e la giustificazione degli eventi a luoghi comuni comprensibili a tutti, di banalizzare in schemi rozzi o in simboli elementari il complesso rapporto tra il bene e il male. Trattandosi in genere di produzioni a basso costo, la ricostruzione storica e quella ambientale riuscivano naturalmente alquanto approssimative, così come la coerenza delle trame e la qualità della recitazione. Ma non è questo ad interessarmi qui, quanto il fatto che proprio il cinema mi consente di approssimarmi ulteriormente all’argomento cui miravo sin dall’inizio: che sono poi la rivoluzione messicana e i suoi protagonisti.
Prima della metà degli anni Sessanta nella narrazione cinematografica “classica” ai messicani era sempre stato riservato il ruolo di infidi e pusillanimi antagonisti o di vittime inermi delle diverse tirannidi. Con pochissime eccezioni (Viva Villa!, Messico insanguinato, Vamonos con Pancho Villa, …), che peraltro dalle nostre parti non mi risulta siano circolate. Negli anni Cinquanta erano poi arrivate alcune importanti pellicole ambientate in Messico: ma al centro c’erano sempre eroi nordamericani, come nel caso di Bandido! con Roberty Mitchum, e di Vera Cruz con Gary Cooper e Burt Lancaster. Oppure i protagonisti indigeni erano interpretati da grandi star hollywoodiane, come in Viva Zapata!, che vedeva un improbabile Marlon Brando nel ruolo del rivoluzionario del Morelos. Peggio ancora andava quando di mezzo c’erano le rievocazioni di Alamo (La battaglia di Alamo del 1955 e Alamo del 1960), o con film come I magnifici sette, nei quali i gringos non avevano ancora la pretesa di esportare la democrazia ma si sacrificavano per liberare dall’oppressione e dallo sfruttamento i poveri peones. Le cose non andavano diversamente anche nei primissimi anni Sessanta (Sierra Charriba, I Professionisti). Le vicende erano sempre più spesso ambientate in Messico, non fosse altro per ragione di costi, ma protagonisti continuavano ad esserne gli inossidabili eroi yankees.

La svolta arriva nella seconda metà dei Sessanta, paradossalmente con l’esplosione del western all’italiana e dei film di Sergio Leone. Dico paradossalmente perché nelle opere pre-sessantottine di quest’ultimo l’immagine del bandito messicano interpretato da Gian Maria Volontè risultava tutt’altro che positiva, contraddicendo anche le professioni ideologiche dell’attore: già in questi film venivano però ribaltati alcuni schemi rigidi del western americano. Il messaggio esplicitamente filo-rivoluzionario viene tuttavia piuttosto da alcuni imitatori di Leone, molto più politicizzati (Damiano Damiani, Sergio Sollima, Sergio Corbucci), o forse solo più veloci a fiutare il nuovo vento terzomondista. Si inizia nel 1966 con Qui en sabe e nell’anno seguente con Corri uomo corri. Poi nel ‘68 arriva Il mercenario e nel 1969 è la volta di El verdugo e di Tepepa. Nel 1970 ottiene un grande successo di botteghino Vamos a matar, companero. Finalmente nel 1971 è la volta della lettura di Leone, proposta in Giù la testa. Non so quanto intenzionalmente, ma in quest’ultimo film viene esemplificata attraverso la figura centrale del dinamitardo irlandese Sean la saldatura e l’analogia cui facevo cenno sopra tra i movimenti insurrezionali latino-americani e quelli europei.
Intanto però era già uscito Il mucchio selvaggio (1969), di Sam Peckinpah, nel quale il gruppetto degli yankees non entra in Messico per liberare gli oppressi o riparare torti, e finisce anzi col fare una strage di messicani al soldo di un cacicco avversario di Pancho Villa: strage sulla quale il regista si sofferma a lungo, quasi compiaciuto. Qui l’assunto è piuttosto ambiguo: alla fine vincono i “buoni”, nel senso che i fuorilegge americani vendicano la morte di un loro compagno messicano non in nome della rivoluzione, ma di un senso dell’onore e dell’amicizia tutto individuale; prima di farsi ammazzare tutti e di portarsi appresso mezzo villaggio passano però ad uno scalcinatissimo gruppo di indios il testimone della lotta e le armi per combatterla. Per questo, malgrado col terzomondismo c’entri davvero poco, il film ottiene un enorme successo trasversale, viene esaltato cioè tanto a destra quanto a sinistra (in effetti si tratta di un bellissimo film, che va ben oltre le mode).

Il raffronto con la cinematografia western italiana va invece fatto con due pellicole quasi contemporanee, di autori latino-americani: il brasiliano Antonio das Mortes di Glauber Rocha (che rende popolare la figura del Cangaceiro) e El Topo di Alejandro Jodorowsky. In questo caso l’apprezzamento arriva solo dalla sinistra, e rivisti oggi questi film denunciano impietosamente tutte le contraddizioni e le confusioni che regnavano nel terzomondismo nostrano.
In realtà non ero partito con l’idea di rievocare quella breve stagione di ubriacature tropicali. Doveva essere solo una premessa, ma mi ha preso la mano ed è diventata un pippone. Ho finito quindi per allungare il discorso anziché allargarlo e approfondirlo, mentre magari avrebbe avuto senso verificare quanto fossero sinceri certi entusiasmi e come è accaduto che si siano spenti così rapidamente: ma, ripeto, qui serviva solo ad introdurre l’argomento vero del mio pezzo: magari su questi temi potrò tornare in altra occasione.

Intanto, però, risalgo un attimo all’origine della mia particolare curiosità per la rivoluzione messicana. Non che la cosa possa interessare a qualcuno, ma mi pare significativa di come nascano certe infatuazioni, quelle profonde, non puramente modaiole, e di come condizionino poi la nostra disposizione futura, quali che siano i riscontri successivi.
Per me in principio ci sono stati un fumetto e un film. Il fumetto è l’avventura di Tex raccontata ne L’eroe del Messico (uscita in quattro albi a strisce nel 1949, quando ancora non avevo compiuto un anno. L’ho letta dieci anni dopo, nel numero 4 della serie albi giganti). In realtà quella storia non si richiama affatto alla rivoluzione di Villa e Zapata, ma ne inventa una, ambientata negli anni Sessanta dell’800 (quando il problema era semmai l’ingerenza francese e gli antagonisti erano Massimiliano d’Asburgo e Benito Juarez – vedi Vera Cruz). Inserisce però alcuni personaggi che per molti versi ricordano il presidente Francisco Madero e lo stesso Emiliano Zapata.
Nel fumetto l’eroe è al solito il gringo, un Tex rivoluzionario che partecipa da protagonista, coi suoi modi spicci, alla ribellione contro un potere dispotico: anzi, ne è addirittura la mente, lo stratega, è il consigliere del capo rivoluzionario Montales e del futuro presidente del Messico Manoel Perez. Un Tex che fa persino discorsi sociali e politici, che non vorrebbe uccidere i soldati perché anche loro sono vittime e uomini del popolo oppresso e che parla di giustizia e pace tra gli stati. Una lezione di moralità e di etica che in un ragazzino lascia il segno.

Il film è il già citato Viva Zapata!, realizzato nel 1952 da Elia Kazan (quello di Fronte del porto) su un soggetto di John Steinbeck. Anche questo l’ho visto quando avevo dieci anni, e a dire il vero non mi fece una grande impressione. Intanto raccontava una storia molto diversa da quella che avevo letto in Tex, poi Marlon Brando non mi piaceva, dava vita a un personaggio troppo sofferto e lacerato, e lo stesso Antony Quinn recitava una parte sgradevole (per la quale gli diedero l’Oscar): ma il nome e la figura di Zapata ti si imprimevano in testa, ed è stato questo film a spingermi a raccogliere le prime notizie storiche, ricavandole magari da vecchi numeri di Storia illustrata. I saggi veri e propri, come La rivoluzione messicana di Ricciu e Storia della rivoluzione messicana di Herzog, il reportage di John Reed, Messico in fiamme, e il racconto dell’amicizia di quest’ultimo con Pancho Villa contenuto in Ribelli!, di Pino Cacucci, sono venuti dopo. Ma Pancho ed Emiliano sono rimasti quelli. Tanto che ho persino chiamato Emiliano mio figlio.

Vado dunque finalmente alle impressioni nate dalla lettura di Villa e Zapata. Si tratta di un’opera di buon livello, densissima (oltre 500 pagine piene zeppe di nomi e di fatt)), che non fa sconti a nessuno. Segue tutta la vicenda della “rivoluzione messicana” e dei suoi antefatti, a partire dalla presa di potere di Porfirio Diaz, che instaurando un regime di terrore rimase in sella dal 1876 al 1910. Com’è (o dovrebbe essere) noto, nel 1910, in occasione di elezioni che nell’intento del dittatore avrebbero dovuto risolversi in un plebiscito, a Diaz si oppose Francisco Madero, che riuscì a coagulare attorno a sé, almeno temporaneamente e con parole d’ordine piuttosto generiche, diverse forze che erano già in fermento in varie parti del paese. Da quel momento si scatenò una tempesta che si lasciò dietro circa un milione e mezzo di vittime.
Ciò che balza immediatamente agli occhi è l’incredibile complessità della vicenda. Al di là del fatto che copra più di quindici anni, sono il numero e il continuo avvicendamento dei protagonisti a colpire. In scena non ci sono solo Villa e Zapata, e Madero e Diaz, ma c’è una folla di personaggi collaterali che si ritagliano spazi più o meno ampi e più o meno effimeri nella storia. Che si battono ora fianco a fianco e subito dopo l’uno contro l’altro, che si alleano e tradiscono e passano dall’altra parte con incredibile disinvoltura. Ecco, se un difetto si può imputare al libro è forse proprio l’eccesso di dettaglio: che di per sé non è un difetto, sarebbe anzi un pregio, ma che in alcuni punti rende un po’ difficile seguire gli sviluppi degli eventi e l’avvicendarsi dei protagonisti, ciascuno dei quali persegue una propria idea della rivoluzione in atto o un proprio tornaconto, economico o politico, di potere o di immagine.
Naturalmente mi guardo bene dal tentarne una sintesi: sarebbe impossibile. Devo dare quindi per scontati gli accadimenti (quelli più significativi si trovano riassunti, anche se un po’ confusamente, in diverse voci di Wikipedia) e passare subito alle considerazioni personali.
Ci si può chiedere dunque innanzitutto se si sia trattato di una vera rivoluzione, fermo restando che non esistono criteri per classificare un sommovimento sociale, quali che siano le sue proporzioni, come rivoluzionario o meno. O meglio, questa classificazione può variare a seconda che si considerino come criteri identificativi i modi, i fini, i livelli di coinvolgimento della popolazione o i risultati, quelli immediati ma soprattutto quelli a lungo termine (che possono essere sostanziali anche in presenza di un fallimento, o totalmente diversi rispetto agli intenti iniziali: e qui si apre una casistica infinita, che volendo finisce per comprendere tutto, dalla rivoluzione francese a quella bolscevica e a tutte le altre definite tali dalla storiografia moderna).
Credo che ragionando in termini di pura “tassonomia politica” questi fattori possano essere considerati tutti alla stessa stregua, ma che poi a determinare una valutazione storica siano appunto i risultati. E in base a questo criterio non sono molto convinto che quella messicana sia stata una vera rivoluzione, né per le modalità in cui si è svolta né per gli esiti che ha sortito. Ci vedo piuttosto lo scoppio in contemporanea di una miriade di ribellioni, ognuna circoscritta negli intenti ad un singolo territorio o a una singola etnia o a una particolare classe sociale, e solo occasionalmente, per convenienze tattiche più che per scopi comuni, procedente in parallelo con le altre.
In effetti agli inizi del secolo scorso il Messico non aveva ancora completata la transizione a “stato moderno”. Sotto il profilo istituzionale il paese era unito entro i vecchi confini del vicereame coloniale e aveva mutuato dai vicini settentrionali la struttura federale, ma i vari stati che lo componevano presentavano condizioni sociali, economiche e culturali tutt’altro che omogenee. In più erano gelosissimi delle loro autonomie, che in linea di massima rispecchiavano le primitive localizzazioni etniche, e consideravano il governo federale solo come un rapace e ingombrante residuato della dominazione coloniale. D’altro canto, è sufficiente dare un’occhiata alla conformazione geografica del territorio per intuirne la disomogeneità. Scendendo da nord il Messico si restringe ad imbuto, passando dai tremila e passa chilometri del confine con gli stati Uniti ai meno di duecento dell’istmo meridionale che separa l’Atlantico dal Pacifico, ed è percorso longitudinalmente da due catene montuose tra le quali si stendono pianure, deserti e altipiani, con cime che sfiorano i seimila metri. La varietà climatica, condizionata anche dalla progressiva contiguità con i due oceani, è totale, e va dalle temperature polari delle zone montane al caldo torrido dei deserti del nord, per passare al clima umido delle coste, a quello temperato dell’altipiano centrale e a quello tropicale dello Yucatan. Una situazione che ricorda quella del subcontinente indiano.
Ne derivano vocazioni economiche molto diversificate, che già in epoca preindustriale avevano caratterizzato fortemente le singole aree, e di conseguenza i modelli di vita e le forme della socialità. Dopo la conquista dell’indipendenza queste differenze erano state ulteriormente enfatizzate. Nelle pianure del Nord si era sviluppata un’economia più varia, basata sull’allevamento, sulle grandi haciendas produttrici di cotone, sui campi minerari, e stava affermandosi un’agricoltura mirata a soddisfare le richieste statunitensi, soprattutto quelle di frutta e legumi. Esistevano dunque aree agricole destinate principalmente alle coltivazioni per l’esportazione, regioni intere lasciate a pascolo per ogni tipo di allevamento, e segnatamente per quello di cavalli da trasferire anch’essi oltrefrontiera, e impianti minerari quasi sempre di proprietà di grandi “multinazionali” statunitensi. Ciò faceva sì tutta l’area fosse soggetta a forti pressioni politiche da parte dei potenti vicini, e che ogni tipo di rivolgimento fosse fortemente condizionato dall’atteggiamento che questi assumevano in proposito, indirettamente attraverso le forniture di armi e direttamente con le minacce di incursione.
Sotto il profilo sociale era poi cresciuta la contrapposizione tra i grandi latifondisti (gli haciendados) e i piccoli e medi proprietari terrieri, i rancheros, che perseguivano interessi contrapposti, i secondi, prevalentemente allevatori, per accaparrarsi sempre nuove terre da pascolo, i primi per conservare quelle che possedevano. Di fatto di volta in volta i ribelli si alleavano con gli uni o con gli altri.
Inoltre, nel Messico settentrionale buona parte delle terre erano state assegnate a titolo di buonuscita ai veterani delle guerre contro gli Yaqui nel Sonora e contro gli Apache nel Chihuahua. Ad una fascia di popolazione dunque particolarmente propensa a risolvere i propri problemi con la forza, che spesso e volentieri si raggruppava in bande agli ordini di sanguinari signori della guerra e si prestava a combattere al soldo dei diversi interessi in contrasto. Questi contadini-guerrieri non avevano atteso Proudhon per realizzare che la proprietà è un furto, l’avevano sperimentato sulla pelle degli indios cui avevano strappato le terre, e consideravano il furto, il saccheggio e la prevaricazione come una normale forma di rapporto economico. La consuetudine con i cavalli e con le armi ne faceva degli temibili combattenti, anche se tendenzialmente individualisti e poco inclini all’ordine e alle gerarchie. L’avversario in comune era comunque sempre il governo centrale, quindi la lotta si esprimeva in primo luogo contro i governatori imposti dalla capitale, scelti in genere tra i maggiorenti locali, e che a loro volta appena possibile cercavano di guadagnarsi il massimo possibile di autonomia.
La parte meridionale del paese, quella a sud della capitale, vedeva invece una situazione più definita. Da un lato c’erano le autonomie locali e i tradizionali diritti collettivi dei villaggi all’uso delle terre, dall’altro le grandi haciendas che tendevano a fagocitare le terre comunitarie e a introdurre monoculture per il mercato estero (soprattutto lo zucchero di canna, l’agave, il cotone e il caffè).
Qui la “rivoluzione” venne mantenuta in primo momento sul piano giuridico, con gli ostinati e ripetuti tentativi dei rappresentanti delle municipalità di far riconoscere dal governo federale i diritti e le autonomie dei villaggi: solo in un secondo momento, vista l’inutilità degli sforzi legali, sfociò nella rivolta armata. In questo caso però non si trattava di guerra per bande, ma di una lotta di popolo.
In mezzo, ma molto lontano, presente in pratica solo sotto le specie dell’esazione fiscale, stava il governo federale. Porfirio Diaz aveva cercato di spingere verso una forzata “modernizzazione” il paese, incentivando gli investimenti stranieri, limitando il più possibile ogni forma di autonomia e avviando faraonici progetti di opere pubbliche, sia infrastrutturali (ferrovie, porti) che di rappresentanza (sedi centrali e periferiche dell’amministrazione federale, teatri, ecc…). Ma lo aveva fatto usando i metodi tipici dei regimi, badando a intaccare il meno possibile gli interessi e i privilegi dei grandi haciendados, ignorando le rivendicazioni delle classi medie, cancellando di fatto i diritti consuetudinari delle comunità contadine e reprimendo nel sangue ogni parvenza di opposizione e di dissenso: col risultato di inimicarsi la stragrande maggioranza della popolazione.
Le cose sembrarono poter cambiare quando Francisco Madero, presentatosi come antagonista di Diaz alle elezioni del 1910 e uscitone ufficialmente sconfitto, aveva contestato i risultati dello spoglio, e per sfuggire alle ritorsioni si era rifugiato negli Stati Uniti, da dove aveva cominciato ad incitare a una lotta comune i molti che per le ragioni più svariate avevano interesse alla caduta di Diaz. Di qui era nato però l’equivoco, perché la figura di Madero era percepita da ciascuno secondo i propri desiderata, e presentava già di suo parecchie ambiguità.
Madero compariva nella gran parte dei saggi storici che avevo letto come la mente di una lotta della quale Villa e Zapata erano le braccia. È l’immagine che ho trovata ribadita tanto nei film americani che in quelli italiani di fine anni Sessanta, ed è totalmente ingiustificata. Madero era un ricchissimo proprietario terriero che propugnava le idealità liberali, ma non voleva assolutamente la rivoluzione. Si batteva contro la dittatura di Diaz per introdurre anche in Messico le forme istituzionali proprie dei regimi costituzionali europei e nordamericani, ma della riforma agraria, che per la maggioranza della popolazione messicana costituiva la rivendicazione principale, non gli importava affatto. E non esitò, in più di una occasione, a sconfessare l’operato sia di Villa che di Zapata, e addirittura a far mettere agli arresti il primo. Si fidava invece caparbiamente di generali dell’esercito regolare, che uno dopo l’altro miravano poi a rovesciarlo. A creargli un alone di leggenda fu senz’altro la sua drammatica morte.
Nella vicenda raccontata da Mc Lynn Madero rimane dunque sullo sfondo, e solo per un breve periodo, mentre i veri grandi protagonisti sono loro, Villa e Zapata. I due avevano in verità ben poco in comune: non le origini, non gli intenti, non il modo di battersi, non la coscienza politica. Combattevano dalla stessa parte, ma su fronti e con strategie e con finalità diversissime. E molto diverse erano le loro personalità, così come emersero senz’altro già nella conduzione della lotta, ma soprattutto nelle fasi in cui si trovarono momentaneamente a gestire quello che avevano ottenuto.

Villa è descritto da John Reed come “un uomo tremendo”. “È l’essere umano più naturale che abbia mai visto, nel senso che è molto vicino alla natura selvaggia dell’animale […]. Dice pochissime parole e sembra così tranquillo che ci si chiede se la sua non sia diffidenza […]. Se non sta sorridendo, ha tuttavia un’espressione gentile. In tutto eccetto che negli occhi, che non sono mai fermi e paiono pieni di energia e brutalità. Sono occhi incredibilmente intelligenti e insieme spietati.”
Uno dei suoi “segretari” lo paragonava a un giaguaro: “I suoi occhi erano sempre irrequieti, come per un pericolo incombente. Un animale selvaggio che è nella sua tana, ma deve stare attento a difendersi, non uno che sta per attaccare”.
Pancho (che in realtà si chiamava Doroteo) proveniva da una famiglia poverissima. Era rimasto orfano di padre a cinque anni e a sedici aveva sparato ad un haciendero che insidiava sua sorella. Questo almeno raccontava lui. Di certo c’è che prima dei vent’anni era entrato in una banda di fuorilegge, e nel giro di poco tempo ne era diventato uno dei capi. Sempre secondo il suo racconto già a quell’epoca agiva come un Robin Hood, e in questo una parte di vero c’è senza dubbio, non fosse altro perché doveva ingraziarsi i contadini e ottenerne l’appoggio e la protezione.
È difficile considerare Villa un vero rivoluzionario. Fino al momento in cui ebbe inizio la rivolta maderista contro Diaz era noto, almeno localmente, solo per azioni banditesche, saccheggi di haciendas, furti di cavalli, assalti a convogli di merci.
Dopo la sua adesione al maderismo maturò una lenta e nebulosa coscienza politica, favorita anche da alcune forti personalità con le quali venne a contatto, e per le quali nutriva un profondo rispetto (vedi ….). La progressiva politicizzazione non ebbe però mai del tutto la meglio sulla sua natura e sui suoi trascorsi. Sia in campo militare, quando azzardò a cimentarsi in vere e proprie battaglie e ne uscì sconfitto, sia in quello politico, quando si trovò a gestire il potere su tutto lo stato del Chihuahua e a condividere con Zapata quello sull’intero paese, fece scelte contraddittorie e non sempre in linea con le attese “rivoluzionarie” dei suoi simpatizzanti. D’altra parte non agiva sulla scorta di una qualsivoglia ideologia, ma di volta in volta sulla base dei problemi pratici che si presentavano.
John Reed scrisse che era un “bandito sociale”, e che il suo era un socialismo da dittatore. In realtà, col socialismo Villa non aveva molto da spartire. Se si guarda ai provvedimenti varati sotto la sua amministrazione la cosa risulta chiara. Gli espropri delle terre degli haciendados non erano finalizzate ad una futura riforma agraria, ma a dare compensi ai suoi veterani. Inoltre colpivano solo coloro che gli si erano schierati contro, mentre chi era rimasto neutrale o aveva foraggiato le sue truppe non ne era toccato. Allo stesso modo i prezzi calmierati per i generi alimentari principali erano una misura di emergenza, che non poteva diventare strutturale, pena il destabilizzare totalmente il mercato e far sparire completamente proprio quei prodotti.
Per non parlare poi delle sue posizioni rispetto all’altro sesso. Villa era un uomo eccessivo un po’ in tutto, anche nella vita sentimentale, se così si può definire il caos di mogli, amanti e concubine in cui andò a cacciarsi. Sempre secondo Reed, non aveva una grande opinione dell’intelligenza delle donne: “Non hanno una grande saldezza di mente. Non riescono a valutare se una cosa è giusta o no”.
Nutriva ben poca fiducia anche nei politici, mentre era in soggezione nei confronti degli intellettuali. Era quasi analfabeta, e soffriva molto la propria mancanza di istruzione; per questo considerava una priorità “rivoluzionaria” assoluta la scolarizzazione delle gioventù messicana (convinzione che lasciò poi in eredità alla classe politica post-rivoluzionaria). Ma al momento continuava a preferire la compagnia dei suoi vaqueros.
Memore della propria sfortunata infanzia, l’istruzione e i bambini erano il suo chiodo fisso. Se però un’utopia coltivava, non era certo quella liberal-democratica di Madero o quella anarchica di Malatesta: era quella di una nazione istruita e armata, col Messico suddiviso in colonie militari, trasformato in una immensa accademia (l’Alfieri avrebbe detto in una immensa caserma), governato in maniera vagamente socialista, in cui gli uomini avrebbero lavorato per tre giorni la settimana e dedicato gli altri tre all’addestramento militare. Un misto tra il modello prussiano e quello svizzero, ispirato da una concezione della vita come gioco di guerra e da un neppur troppo recondito desiderio di rivincita nei confronti dell’ingombrante vicino statunitense, che più volte nel secolo precedente aveva umiliato il Messico col suo espansionismo.

Emiliano Zapata arrivava invece da una famiglia contadina relativamente benestante, che possedeva terre proprie ma era anche usufruttuaria di terreni della comunità. Non aveva conosciuto un’infanzia difficile come quella di Villa, ma aveva introiettato da subito lo spirito comunitario che sopravviveva nelle regioni messicane meridionali ed era entrato molto presto a far parte dei suoi organismi istituzionali, trovandosi a configgere quindi con le grandi haciendas che cercavano costantemente di ampliare i loro possessi a scapito delle terre dei villaggi. In queste vesti aveva partecipato alle delegazioni che andavano a rappresentare e a rivendicare i propri diritti davanti al presidente/dittatore Diaz, senza ottenere altro che vaghe promesse. Si era quindi convinto che fosse necessario difendere quei diritti, e prima di tutto quel che ancora restava della autonomia amministrativa del Morelos, con tutti i mezzi, all’occorrenza anche con la ribellione. A differenza di Villa aveva maturato una coscienza politica, anche se solo nel senso della difesa del diritto consuetudinario e dell’autonomia dal potere centrale, quindi in una direzione conservatrice.
Anche in questo caso, se di una impronta socialista si può parlare, è piuttosto quella di un socialismo pre-moderno, che poco ha a che vedere con la lettura quasi marxista che ne è stata data successivamente. Qui non si tratta di una rivoluzione anti-capitalista, ma di una resistenza mirata a mantenere o a ripristinare un assetto sociale ed economico pre-capitalistico.
La sua ideologia, a volerla considerare tale, non contemplava la conquista degli apparati di potere dello stato e nemmeno ambiva ad imporsi a livello nazionale. Zapata diffidava del governo federale e delle sue rappresentanze periferiche, di tutti i suoi funzionari, militari o civili che fossero. Non amava assolutamente le città, che erano i luoghi dove si concentrava il potere, e pur non essendo un luddista aveva in sospetto tutto ciò in cui si identificava la modernità, prima tra tutto la ferrovia (è significativo che in due foto di gruppo riportate nel libro, nelle quali compare in compagnia di Villa e di altri capi rivoluzionari, sembri sempre guardare con diffidenza e con evidente disagio nell’0biettivo). Anche se diversi intellettuali, soprattutto anarchici, erano accorsi tra le sue file, pur rispettandone le idee non si fece assolutamente condizionare. Era lui stesso per molti versi un anarchico, per la sua avversità allo stato e per l’amore per la semplicità, ma era ben lontano dai tratti puritani e ascetici dell’anarchismo europeo. Amava invece la bella vita, non quella dei palazzi e dei salotti, ma quella della tradizione rurale messicana, le carte, le donne, i combattimenti dei galli, le corride, i cavalli, la piazza del mercato. Ed era rispettoso, sin troppo, della tradizione familiare, al punto da sopportare le intemperanze del fratello maggiore Eufemio, un ubriacone lussurioso, avido e assolutamente incapace, che non faceva che creargli dei guai (in questo c’è un parallelismo con Villa, che conobbe gli stessi problemi col fratello Hipòlito).
Era in sostanza un uomo d’ordine, inteso alla sana maniera contadina (e degli anarchici autentici come Elisée Reclus): alieno dagli eccessi e determinato nelle decisioni. Con i banditi che cercavano di aggregarsi e confondersi nelle sue milizie era inflessibile, e doveva esserlo, perché nel Morelos il banditismo era particolarmente esteso e i peggiori farabutti si spacciavano per combattenti zapatisti, rischiando di alienargli il favore delle popolazioni. Quando conquistavano una città i suoi uomini non si abbandonavano al saccheggio, come quelli di Villa spesso invece fecero, ma la presidiavano ordinatamente, rispettosi dell’ordine. Cosa di cui la borghesia urbana, e la stampa che ne rappresentava la voce, gli diede sempre atto.
Quanto a personalità, Zapata non avrebbe potuto essere più diverso da Villa. In comune i due avevano l’abilità come cavallerizzi e la fama di seduttori, ma mentre per il secondo cavalcare e sedurre erano solo la naturale e normale espressione di un modello tradizionale di vita, nei comportamenti del primo c’era anche un calcolato ma non volgare esibizionismo, che ne faceva un uomo da rodei e che contribuiva ad aumentarne l’autorevolezza presso i corregionali. Per il resto erano agli antipodi: Zapata curava molto la sua eleganza, anche in maniera un po’ stravagante, ci teneva alla compostezza, all’autocontrollo, e credeva nella sacralità della parola data; Villa tendeva agli eccessi, agli scatti d’ira, era umorale e vendicativo, ed era tanto desideroso di comparire (si fece ritrarre in diversi filmati e concesse un sacco di interviste) quanto l’altro era riservato e schivo con la stampa (e più che mai con la cinepresa). Inoltre Villa era disponibile ai compromessi (cambiò più volte sponda, e arrivò ad accettare una sorta di buonuscita dal suo impegno rivoluzionario sotto forma di una grande hacienda), e politicamente era molto più ingenuo e passionale; Zapata, al contrario, era un irriducibile, non venne mai a patti, e si muoveva con cautela e con sospetto, giustamente non fidandosi delle professioni di amicizia e di lealtà dei diversi “alleati” o degli impegni presi dai funzionari governativi.
In definitiva, l’utopia di Zapata, al di là delle rielaborazioni fattene dopo la sua morte, era quella di un mondo di villaggi contadini autonomi, non soggetti a capi o a caudillos né alla classe militare, all’interno dei quali le famiglie e i clan si autogovernassero e coltivassero autarchicamente le proprie terre, in libera e spontanea associazione con le altre unità. Un’ideologia nostalgica, volta al passato e molto lontana dal comunismo e dal socialismo.

Ad accomunare almeno in un risvolto biografico i due più famosi capi rivoluzionari (ma in definitiva anche Madero e tutti gli altri meno noti) ci pensarono poi i loro nemici. Zapata fu ucciso nel 1919, dopo essere stato attirato in un agguato da un doppiogiochista. Ad ordire il suo assassinio era stato lo stesso presidente dell’epoca, Venustiano Carranza.
Villa fu ucciso nel 1924, anche lui in un agguato, ordit0 dal nuovo presidente Alvaro Obregòn, che aveva già fatto assassinare nel 1920 Carranza e fu a sua volta ucciso nel 1928. Il più sanguinario, Victoriano Huerta, soprannominato “lo sciacallo”, cercò di sfuggire a questa sorte, rifugiandosi negli Stati Uniti, ma morì in galera nel 1916 in circostanze poco chiare.
Attorno, contro o al fianco dei primi due si muoveva una variopinta schiera di personaggi, ciascuno a suo modo ambiguo o eccessivo, e tutti o quasi destinati a fare la stessa loro stessa fine. Ai nemici storici che ho già citato sopra si aggiunge un nugolo di protagonisti tutt’altro che minori, come ad esempio Tomas Urbinas e Rodolfo Fierro, per citarne due passati alla storia per la loro ferocia. Alcuni di loro partono come compagni di lotta e finiscono come irriducibili nemici. Altri fanno percorsi indipendenti, e conducono lotte localizzate in particolari territori, fanno patti, stringono alleanze temporanee e di comodo.
È quanto accade di norma in storie del genere, ma in questo caso gli individualismi, i colpi di scena e i voltafaccia sono tali e tanti da farne una vicenda unica e difficilmente classificabile.
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Non rimane quindi che chiedersi cos’è rimasto di quella rivoluzione. Una continuità ideale con la lotta rivoluzionaria è stata rivendicata, a partire dalla metà degli anni ‘80, dall’Esercito zapatista di liberazione nazionale, operante nel Messico meridionale, nello stato del Chiapas. Originariamente si trattava di un gruppo rivoluzionario di matrice marxista-leninista che aveva abbracciato le lotte dei contadini indigeni e che negli anni Novanta promuoveva azioni armate di resistenza contro l’autoritarismo del governo centrale, chiamando alla rivoluzione tutto il popolo messicano. Col tempo però il gruppo ha modificato parzialmente i propri obiettivi, trasformandosi in movimento per il riconoscimento dei diritti civili, sociali e di autodeterminazione delle popolazioni indie. I risultati concreti sono stati oggettivamente scarsi, ma il gruppo divenne molto celebre e per un certo periodo ha costituito un riferimento per tutte le sinistre mondiali, soprattutto grazie al carisma del suo leader, il “subcomandante Marcos” (sub-comandante perché “obbediva alla sua gente”), diventato un’icona globale, paragonabile a quella del “Che” Guevara (con passamontagna e pipa al posto del sigaro e del basco). Oggi gli zapatisti controllano ancora parzialmente il Chiapas, dove hanno fondato delle comunità autonome governate in regime decisionale collettivo, ma sono quasi scomparsi dall’interesse delle sinistre mondiali.

Purtroppo, però, al di là di questo, la realtà odierna del Messico evidenzia piuttosto un tragico campionario di lasciti negativi. Dalla guerra civile, durata sino ai primi anni Venti, era uscito vincitore il “partito rivoluzionario” istituzionale, di ispirazione ortodossamente maderista: un movimento cioè ispirato da una borghesia urbana che intendeva gestire la transizione del paese ad un capitalismo moderno, andando a sostituire al potere l’aristocrazia terriera degli hacendados. In quello stesso periodo, partendo da presupposti analoghi, in Europa fiorivano le varie versioni del fascismo. In Messico non si arrivò agli stessi esiti solo perché almeno nominalmente il “partido revolucionario nacional” si è mantenuto favorevole alle elezioni e alla democrazia: di fatto però ha governato il paese fino ai primi del nuovo millennio con un regime a partito unico, reprimendo ogni forma di dissidenza, svuotando di contenuti le autonomie regionali e lasciando invece lievitare un livello incredibile di corruzione. Oggi il Messico è tra i paesi più corrotti e violenti non solo dell’Occidente, ma di tutto il globo, e detiene una serie di tristi record, a partire da quello dagli omicidi.
Il governo “rivoluzionario” ha poi scatenato negli anni Trenta una feroce campagna di scristianizzazione, che è andata ben oltre la liquidazione dei poteri e delle ricchezze della chiesa cattolica e dello sfruttamento che questa operava soprattutto sulla classe contadina. Si è trattato di una vera e propria crociata laica, il cui scopo di fondo era quello di trasferire il fervore devozionale e superstizioso in un culto del progresso tecnologico e del liberismo economico. Questa campagna, che ha toccato punte particolarmente cruente, ha fatto a sua volta esplodere ripetute rivolte dei “cristeros” contro i divieti, le persecuzioni e le secolarizzazioni, tutte soffocate nel sangue. Oggi il Messico è un paese ufficialmente laico e tollerante nei confronti di ogni professione di fede: ma il vuoto lasciato dalle istituzioni cattoliche è stato velocemente riempito dalle confessioni e dai riti più disparati, che si ibridano, come già era stato per il cristianesimo, con le pratiche sciamaniche e con i culti solari pre-colombiani.

Il Messico è diventato nel frattempo, soprattutto dopo la guerra civile spagnola, terra d’esilio e di rifugio per dissidenti in fuga dai fascismi e dai socialismi reali dominanti in Europa: ma un rifugio tutt’altro che sicuro, come dimostrano le vicende di Trotskji e di molti anarchici, vittime dello stesso clima di complotti e tradimenti che aveva caratterizzato tutto il periodo rivoluzionario e che continuava a coinvolgere anche gli esponenti delle classi più colte e del mondo della letteratura e dell’arte.
A questo si aggiunge la progressiva soggezione che il paese ha maturato nei confronti del potente vicino nordamericano. Anche se i governi succedutisi nell’ultimo secolo hanno sempre rivendicato una totale autonomia dalla politica statunitense, e non hanno mancato di denunciarne i ripetuti interventi predatori e le interferenze, di fatto la produzione agricola e mineraria del paese ha trovato un suo naturale sbocco sempre più oltreconfine. E soprattutto gli Usa sono diventati la terra del sogno per quella enorme fetta di popolazione che non regge a condizioni di lavoro primitive e soprattutto ad una vita priva di qualsiasi sicurezza.
Il lascito più disastroso è stato infatti senza dubbio quello della violenza diffusa. Le bande rivoluzionarie si sono spesso riciclate in associazioni criminali, che ancora oggi tengono in ostaggio con estorsioni e mattanze l’intero paese, gestiscono la fetta più consistente del traffico di droga dall’America del sud verso gli Stati Uniti e hanno in mano anche buona parte dell’economia legale (un chilo di limoni, ad esempio, che frutta a un produttore quattro pesos, viene rivenduto sul mercato a cinquanta: tutta la differenza finisce nelle tasche dei cartelli mafiosi). Della vecchia militanza hanno mantenuto solo l’assuefazione alla violenza, quella creata dalle esecuzioni in massa di centinaia di nemici catturati o arresisi, dai massacri di civili scatenati dopo la presa di città e villaggi, dagli omicidi a sangue freddo di alleati o compagni di lotta perpetrati anche dagli “eroi” della rivoluzione, spesso per futilissimi motivi.

Ma la violenza non è prerogativa solo delle bande criminali: anche le istituzioni non hanno mai mostrato alcuna esitazione a esercitarla. Nel 1968, pochi giorni prima dell’inaugurazione delle Olimpiadi, l’esercito ha massacrato centinaia di studenti che manifestavano pacificamente nella Piazza delle tre Culture. Cinquant’anni dopo la polizia ha fatto letteralmente sparire quarantatré studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, rapiti mentre si recavano ad una manifestazione. E quando non agiscono in proprio., le autorità si guardano bene dall’intervenire per stroncarla. Nella sola Ciudad Juárez, nel Chihuahua, la patria di Pancho Villa, in dieci anni sono scomparse e sono state ritrovate poi assassinate trecentosettanta donne, senza che sia stato individuato alcun colpevole.
Questo clima crea oggi una serie di reazioni a catena. che si espandono come un’onda su tutto il corpo sociale. Gli effetti chiunque può andare a verificarli su qualsiasi fonte che non sia l’ufficio messicano del turismo, per cui li tralascio e spendo invece almeno due parole su ciò che può essere ascritto in positivo.
Si è visto che su un piano immediatamente pratico i cambiamenti sono stati operati più in orizzontale che in profondità. Le vecchie élites sono state sostituite da quelle nuove; qualcuno ci ha molto guadagnato, in termini di denaro o di fama, ma la gran parte della popolazione non ha conosciuto alcun miglioramento.
Qualcosa però è accaduto nell’atteggiamento delle classi popolari. È venuta meno la sudditanza morale, l’accettazione del proprio destino, tutto il vecchio bagaglio di abitudini che il secolare giogo coloniale aveva indotto e che dopo l’indipendenza non era stato minimamente scalfito dalle politiche della classe creola al potere. Nel corso di tre lustri di costante emergenza la rivoluzione ha determinato intensi rimescolamenti culturali, spostando grandi masse da un capo all’altro del paese, e spesso anche fuori, mettendole a contatto con costumi e con modelli di vita diversi e creandone di per sé di nuovi, dissacrando antichi tabù, aprendo opportunità di rapide scalate sociali, magari attraverso attività delinquenziali che nel calderone rivoluzionario trovavano una loro legittimazione. Ha cancellato l’antica capacità di sopportazione, per cui oggi, a dispetto di tutto, la società civile si ribella al dominio dei cartelli del narcotraffico, e questo spiega l’attuale scatenamento della violenza. Ha intaccato anche la vecchia morale sessuale, la cristallizzazione dei ruoli di genere, inducendo le donne, che della rivoluzione avevano cominciato a sentirsi protagoniste, a non rassegnarsi più alla posizione totalmente subalterna loro assegnata sin da prima della cristianizzazione: non a caso la gran parte di quella violenza è rivolta proprio verso le donne.

Insomma, qualcosa in definitiva è cambiato, ma quasi sempre in direzioni che nei programmi dei rivoluzionari non erano affatto previste. Mi domando allora se il prezzo in vite pagato per ottenere questi risultati non sia stato eccessivo, e in che misura i cambiamenti siano davvero frutto di quelle lotte, e se non sarebbero stati egualmente realizzati attraverso una naturale e meno cruenta trasformazione, quella nel bene e nel male indotta dal progresso tecnologico, dagli sviluppi dei nuovi media e persino, se vogliamo, dai nuovi bisogni e dai nuovi modelli creati dalla società dei consumi e dello spettacolo.
Per concludere, azzardo un messaggio da vecchio e malinconico utopista ai giovani aspiranti rivoluzionari (a quelli seri, s’intende, se ancora ce ne sono; non a quelli che vanno a cazzeggiare in tivù non alla marmaglia che cerca solo pretesti per dimostrarsi di esistere). É vero che le rivoluzioni non sono pranzi di gala, come insegnava il vecchio Mao. Ma è possibile che debbano risolversi tutte in orge cannibalesche? Che le spinte ideali da cui prendono avvio finiscano sempre per tradursi in vendette, in interessi particolaristici, nello scatenamento dei peggiori istinti? Che gli idealisti non si rendano conto che ogni idea, come scende dall’iperuranio e mette piede a terra, si sporca immancabilmente di fango? E che una volta caduti loro, come immancabilmente avviene, i discepoli non faranno che accapigliarsi per dividersi le spoglie?
Sono domande stupide, perché non hanno risposta, e se ne hanno una non è di quelle che fanno onore al genere umano. Ma forse rifletterci su ogni tanto, chiedersi a che prezzo e fino a che punto può valere la pena, visti i prevedibili risultati, aiuterebbe a cercare soluzioni meno devastanti dei problemi, a capire che buttando all’aria tutto non si crea un ordine migliore, ma solo un disordine diverso, e a volte peggiore.
Si badi bene. Non sto dicendo che ribellarsi è sbagliato: anzi, ci sono situazioni che non possono e non devono essere tollerate, per sé e per gli altri. Costi quello che costi. Spartaco ne è l’esempio più immediato. Aveva chiaro in testa ciò che voleva: tornare libero alla sua terra. La situazione gli è poi sfuggita di mano, la sua ribellione aveva assunto dimensioni non prevedibili, forse aveva alimentato ambizioni eccessive, e a quel punto non era più affatto chiaro cosa occorresse fare. Qui sta il nodo. Quando dalla ribellione si passa alla rivoluzione deve essere ben chiaro non solo dove si vuole andare a parare, ma come, e con chi, e nel raro caso di un esito positivo, come poi gestirlo. E se chi è in quel momento al nostro fianco vuole le stesse nostre cose. Bisogna evitare che il cambiamento per il quale ci si andrà a battere sia solo una riproposizione degli stessi mali sotto altre specie. Ci si assume una responsabilità collettiva. Non è un pranzo di gala, ma nemmeno una sfilata di mode prêt à porter dettate dagli stilisti ideologizzanti di grido.
Insomma: “rivoluzione” è una parola impegnativa, un pentasillabo con un dittongo in mezzo. Andrebbe trattata, e usata, con maggior cautela e rispetto.

Ma potevo chiudere senza infilarci il mio consueto aneddoto personale?
Non sono mai stato in Messico, lo conosco solo attraverso le letture che suggerisco in calce e i film di cui ho parlato prima. Ma ho conosciuto dei messicani, ed è stato un incontro assai istruttivo.
Qualche anno fa è approdata in Italia una consistente comitiva (più di cento persone), reclutata tutta tra gli abitanti della città di Lerma de Villada, nell’Estado de México. All’origine della visita c’era una proposta di gemellaggio col mio paese, la Lerma piemontese, che peraltro io stesso avevo suggerito all’amministrazione comunale (insieme a quella da inoltrare alla Lerma di Castiglia y Leon, in Spagna – ignorata). Il gemellaggio era naturalmente solo il pretesto per una scorribanda turistica che ha toccato poi mezza penisola, ma è stato comunque un avvenimento che per un paio di giorni ha risvegliato il paese (i messicani sono piuttosto esuberanti).
Protagoniste istituzionali, culturali, umane della visita sono state in assoluto le donne. Erano loro a dettare l’agenda. I maschi viaggiavano a rimorchio, e questo lo si notava subito, già nei rapporti interni ai nuclei famigliari, ma lo si è visto ben chiaro all’atto della cerimonia ufficiale. Prima del pranzo offerto dal mio comune, infatti, alcune rappresentanti della cultura e delle istituzioni dei nostri cugini messicani hanno velocemente tracciato la storia e illustrato le caratteristiche della loro città (che ha più di centomila abitanti), per lasciare poi la parola al sindaco, un distinto signore che si è lanciato in quella che minacciava di essere una lunga tiritera di ringraziamenti e formalità. Ad un certo punto però la sua vice, una donna non meno volitiva che affascinante (mi perdonino le femministe d’assalto), profittando di una breve pausa dell’oratore si è alzata e ha lanciato il grido di guerra: Vamos a comer, compañeros. Tutte le sue colleghe all’unisono si sono levate in piedi, e quando il sindaco ha abbassato il braccio rimasto levato nel bel mezzo della concione l’intera comitiva era già seduta a tavola nel salone accanto. È stato fantastico. Ho capito allora che se dovesse scoppiare un’altra rivoluzione e i maschi si sterminassero a vicenda, come avevano cominciato a fare nella prima, il Messico avrebbe già pronta una classe dirigente capace finalmente di porre fine alle lotte e cominciare a lavorare sul serio per i cambiamenti.
Bibliografia
Ed ecco i miei suggerimenti di lettura:
WILLIAM DOUGLAS LANSFORD – Pancho Villa – Della Volpe, 1967
FRANCESCO RICCIU – La rivoluzione messicana – Dall’Oglio, 1968
EDGCUMB PINCHON – Zapata l’invincibile – Feltrinelli, 1970
JESUS SILVA HERZOG – Storia della rivoluzione messicana – Longanesi, 1975
JOHN WOMACK JR. – Morire per gli indios. Storia di Emiliano Zapata – Mondadori, 1977
FRANK MCLYNN – Villa e Zapata. Una biografia della Rivoluzione messicana – Il Saggiatore, 2003
PACO IGNACIO TAIBO II. – Un rivoluzionario chiamato Pancho – Marco Tropea, 2007
MASSIMO DE GIUSEPPE – La rivoluzione messicana – Il Mulino, 2013
RAFAEL MUNOZ – Viva Pancho Villa! – HOEPLI, 2020
JOHN STEINBECK – Viva Zapata! – Bompiani, 2021













Non l’avrei mai detto, eppure mi sono ritrovato a comprare su Ebay 200 numeri di Tex per poco più di 100 euro. Per uno che ha avuto l’imprinting al fumetto western con Ken Parker (l’anti Tex per definizione) bisogna ammettere che deve significare qualcosa. Eppure è da un po’ che prima di chiudere gli occhi scelgo le storie di Aquila della Notte. Mi chiedo perché. Ken Parker è la vita vera, un personaggio che quando è ferito sta male davvero, che va a letto con le donne, che finisce in prigione. Berardi ad un certo punto l’ha pure fatto morire, vecchio e malridotto. Giusto così, in fondo. Ma noi? Noi continuiamo ad essere vivi. Anzi, con il tempo ci sembra di capire finalmente qualcosa, e vorremmo che la nostra vita non finisse mai. Allora finisce che ci si butta sull’illusione dell’eterno ritorno dell’identico. Sulla mira infallibile, la morale granitica, la logica inesorabile, la ricerca delle tracce, il salvataggio all’ultimo istante, la bistecca (enorme) e le patatine fritte (una montagna). Ma forse non è solo questo. Forse tornare a Tex per me è un altro modo per tornare al giardino segreto dell’infanzia, ai Tex che da bambino scovavo di nascosto nel comodino del nonno, accanto al vaso da notte (Mefisto, Yama, El Morisco…). Non è nostalgia. Credo piuttosto che sia una forma di manutenzione del legame con il bambino che continua a vivere dentro il mio corpo di uomo, e che con il sguardo sul mondo ingenuo ed ironico mi ha aiutato ad uscire vivo da più di un labirinto. Ne ho ancora bisogno di quel bambino, meglio tenermelo buono.
Durante un incontro di gruppo il formatore ha chiesto di disegnare la storia del proprio percorso professionale, immaginandolo come una strada inserita in un paesaggio simbolico (curve, salite, montagne, blocchi, pericoli, discese, aiuti, cartelli, ecc.). Eravamo una ventina, e quasi tutti per rappresentare i 18-20 anni della nostra vita abbiamo disegnato sul percorso nuvolacce, tuoni, fulmini, pioggia battente. Poi, usciti da quella fase, partiva di solito un percorso più o meno accidentato, in cui il tempo migliorava di brutto: farfalle, arcobaleni, risorse e visioni. Consola l’idea che la vita abbia concesso a molti (e anche a me) di far quadrare in qualche modo i suoi conti. Ma uscendo dalla consolazione prospettica e retroattiva ho pensato che questo lusso di solito non è dato quando si ha vent’anni, specie se si sta sotto la pioggia, esposti a tuoni e fulmini, senza un’idea di futuro. Credo che per uscire vivi da quella palude si debba imparare ad accendere fuochi sott’acqua, trovare la luce delle stelle oltre le nuvole e capire quali sono i boccioli che per primi fioriranno. I più fortunati trovano maestri che lo insegnano. Gli altri invece, in qualche modo, imparano da soli.
Per secoli li hanno catturati e costretti con la violenza a salire sulle nostre navi. Oggi per fare un viaggio molto simile sono loro a mettersi in fila, pagando con tutti i soldi che hanno (e con quelli che non hanno ancora). È l’evoluzione del capitale, baby.

Mi è capitata una cosa del genere durante uno svogliatissimo zapping, che mi ha fatto scoprire un canale tematico dedicato interamente ai cartoni animati. Mentre lasciavo scorrere inseguimenti e impatti e frenate con piedi fumanti mi sono chiesto se qualcuno abbia mai indagato il retroterra filosofico dei cartoonist americani del secolo scorso. Non mi riferisco a quelli della scuola Disney, che sono stati studiati più di Spinoza, ma a quelli della Warner, gente come Chuck Jones o Fritz Freleng (per intenderci, i creatori di Bugs Bunny, Gatto Silvestro e Pantera Rosa). E nemmeno alle analisi sociologiche nelle quali si comparano i due modelli, ma a tentativi di scavare un po’ più in profondità, di risalire al “nucleo di pensiero” originario. Non mi risulta niente del genere. Eppure le Looney Tunes prima e le Merrie Melodies poi hanno rappresentato per un paio di generazioni d’oltreoceano il primo approccio alle tematiche esistenziali di base. Si nasce cacciatore o preda? E può l’intelligenza invertire i ruoli? 






I precursori: la fotografia (2)
… un capitano di quindici anni….
la Biblioteca Comunale di Ovada dal 12 al 26 novembre 1995;
Miki è entrato di soppiatto in una cantina polverosa, dove Salasso e Doppio Rhum stanno seduti a terra, schiena contro schiena, legati come salami. Intima loro di tacere e si avvicina per scioglierli: ma alle sue spalle spunta un braccio, e la mano impugna una pistola. “Su le mani, moccioso. Questa volta sei mio!” (continua)
Abolito il (continua), le storie sono diventate autoconclusive e lo spazio del sogno è stato invaso da surrogati insulsi ed effimeri. Il fumetto è invecchiato assieme a noi; forse per questo ne sentiamo così forte l’appartenenza generazionale e la nostalgia. E quest’ultima non riguarda solo la nostra adolescenza: in realtà rimpiangiamo la speranza in un mondo che vedesse trionfare sempre la verità e la giustizia, e nel quale persino i cattivi conservassero una loro pur malvagia dignità.
Come accade per ogni altra storia, anche quella del fumetto non può essere che parziale. Anzi, in questo caso la parzialità è quanto mai accentuata, diventa quasi un criterio, tanto pesano le affezioni, le simpatie, le memorie e i sogni legati a strisce e personaggi particolari.
Il fumetto non nasce dal nulla. È l’erede della tradizione antichissima del racconto per immagini, che dai geroglifici è discesa attraverso le metope del Partenone, la Colonna Traiana, gli affreschi seriali di Giotto, sino alle illustrazioni dei libri ottocenteschi. Vi risparmiamo i primi tremila anni e ci limitiamo a proporre alcune delle fonti alle quali hanno attinto suggestioni, ambientazioni, fisionomie, costumi e tecniche espressive i primi (ma non solo essi) autori di bande disegnate a soggetto western. Si va dalle cartoline di Frederic Remington alle litografie dell’ “Harper’s Weekly”, dalle illustrazioni dei libri salgariani ai manifesti degli spettacoli di Buffalo Bill, dalle locandine dei film western degli anni trenta alle foto d’epoca. Tutto questo materiale viene rifuso nel fumetto in una miriade di combinazioni, viene messo in movimento, acquista una voce: parla al nostro immaginario in un linguaggio proprio, diverso da quello del cinema, della letteratura o della musica.
Tra le fonti di ispirazione del fumetto western un ruolo di primo piano occupa indubbiamente l’opera dei pittori americani “della frontiera”. Poco conosciuti in Italia sino a qualche decennio fa, questi artisti non sono affatto dei “minori”.
Al contrario, le loro scelte hanno segnato l’uscita della pittura nord-americana dalla sudditanza nei confronti di quella europea.
Le figure scolpite dal nitrato d’argento, le pose innaturalmente immobili, imposte dai tempi di impressione della lastra, gli occhi spiritati che paiono guardare oltre il tempo: le testimonianze fotografiche del mondo della frontiera ci rimandano un’immagine ben più prosaica di quella elaborata dalla nostra fantasia.
È come se il mito fosse fotografato ai raggi X, e rivelasse sotto l’epidermide leggendaria solo ossa e visceri. Eppure anche alla fotografia il fumetto western è debitore. Il nuovo corso, la rilettura decisamente realistica proposta dall’ultima generazione di sceneggiatori e disegnatori, partono proprio dalla maggiore consuetudine con la documentazione fotografica, con il bianco / e / nero implacabile che relega nel passato uomini e cose, e mette le briglie al nostro colorito immaginario.
I primi fumetti di ambientazione western realizzati da autori italiani sono trascrizioni dai romanzi di Salgari: ULCEDA di Guido Moroni Celsi (1935 su I tre porcellini), ma soprattutto ALLE FRONTIERE DEL FAR-WEST (L’Audace, 1936) e LA SCOTENNATRICE (Topolino, 1937), ridotti da Rino Albertarelli, conservano intatti il fascino esotico e il ritmo incalzante del serialista veronese.
Il primo personaggio originale creato per il fumetto è invece il KIT CARSON di Albertarelli (Topolino, dal 1937), ripreso successivamente dal Walter Molino su testi di Federico Pedrocchi
. Nelle splendide tavole di Albertarelli, Carson appare come un eroe crepuscolare, piuttosto attempato, anche se ancora vitalissimo, caratterizzato da una perfetta pelata e da baffoni spioventi. Sembra vivere le sue avventure controvoglia trascinato dalla ribalderia degli avversari più che dai ruggiti dello spirito guerriero: un moderno e disilluso Don Chisciotte della prateria, con a fianco Sancio – Zio Pam.
Dopo la parentesi bellica, sulla scia dell’entusiasmo per tutto ciò che concerne l’America e la sua recente mitologia, si assiste ad una vera e propria fioritura di storie e personaggi legati al western. Uno dei primissimo giornalini a fumetti a comparire nelle edicole è proprio Il Cowboy (1945) che contiene storie di Gian Luigi Bonelli e di Albertarelli, ma regge la concorrenza per un solo anno.
L’anno di grazia è il 1948. Compaiono su autonomi albi settimanali eroi destinati a notevole (anche se di diversa durata) fortuna. KANSAS KID, di A. Saccarello e Carlo Cossio, è un mezzo indiano, figlio di una principessa pellerossa: e ciò comporta che i Nativi Americani vengano rappresentati in questa storia in un’ottica scevra di pregiudizi, anzi, ad essi decisamente favorevole.
Come Kansas Kid, anche IL PICCOLO SCERIFFO (testi di T. Torelli e disegni di Dino Zuffi) persegue la cattura degli assassini del padre. Kit è il primo di una lunga serie di eroi perennemente adolescenti, nel quale si identificheranno per quasi due decenni i più giovani lettori. Le sue vicende risultano, malgrado le ingenuità e l’essenzialità del disegno, stranamente credibili e coinvolgenti.
Di stampo ben diverso appare Tex Willer, protagonista della COLLANA DEL TEX (dal settembre 1948 con testi di G. Bonelli e disegni di Aurelio Galeppini). Rude nei modi e nel linguaggio, veloce con le mani e con la pistola, Tex è un giustiziere che combatte da un lato ogni sorta di farabutti, dall’altro le pastoie dei formalismi burocratici e legalitari.
Entra in scena come fuorilegge (sia pure ingiustamente accusato) e prosegue come ranger la sua interminabile carriera, senza mai lasciarsi inquadrare, imponendo un suo codice, tanto rigoroso eticamente quanto spiccio nell’applicazione.
Se Tex rappresenta la svolta “neorealista” del fumetto italiano, PECOS BILL (testi di Guido Martina, disegni di Raffaele Paparella, Gino D’Antonio, Dino Battaglia, Roy D’Ami ed altri, in edicola dal 1949) è invece l’erede di Tom Mix e dei cavalieri senza macchia del western americano degli anni trenta. Non usa armi da fuoco (che sostituisce egregiamente col lazo), non uccide i nemici (che provvedono da soli a precipitare nei burroni, a farsi travolgere dalle rapide, a cercarsi comunque la rovina) e agisce in un’atmosfera quasi incantata, surreale, sdrammatizzata anche dalle figure comiche dei comprimari (tra i quali un esilarante Davy Crockett).
Sempre nel 1949 Roy D’Ami inaugura con I TRE BILL una lunga serie di personaggi destinati a discreta fortuna. Tra i disegnatori troviamo D’Antonio e un giovanissimo Renzo Calegari. I Tre Bill anticipano le triadi familiari di diversi telefilm americani (vedi Bonanza): il forzuto bonaccione, il tiratore freddo ed infallibile, il ragazzone simpatico e cercaguai.
Ai Tre Bill faranno seguito IL SERGENTE YORK (1954), che vede l’omonimo protagonista guidare una scombinata “legione straniera del west”, e soprattutto LA PATTUGLIA DEI BUFALI (1956), una sorta di polizia ecologica antelitteram, impegnata a salvaguardare l’unica risorsa degli indiani delle pianure dallo sterminio dissennato e a denunciare l’uso strategico che di tale sterminio fanno le alte sfere.
Nel 1950 esordisce un’altra delle firme classiche del fumetto western nostrano, EsseGiEsse (Sinchetto, Guzzon, Sartoris). Il primo personaggio proposto è KINOWA, su testi di Andrea Lavezzolo. La vicenda risulta decisamente cruda rispetto agli standard dell’epoca. Sam Boyle, sopravvissuto al massacro della sua famiglia e allo scotennamento, si dedica a tempo pieno alla vendetta, celandosi sotto un’orribile maschera a metà tra il satanico e l’alieno (verde, con protuberanze cornee). Terrorizza gli indiani e li liquida in serie, sino a quando (forse anche con l’aiuto della censura) scopre che proprio un suo figlio (Silver Jack) è stato allevato dai Pellerossa e ne condivide senza rimpianti la vita e le usanze.
Il successo arride all’ElleGiEsse con CAPITAN MIKI (1951). Opportunamente orfano, capitano dei rangers a 16 anni, Miki incarna il sogno di tutti gli adolescenti. Ha due incredibili amici (Salasso e Doppio Rhum), la fidanzata un po’ petulante, scorazza per il west raddrizzando i torti, senza fare distinzione tra pellerossa e banditi di ogni risma. Ferisce invariabilmente gli avversari al braccio o alla gamba, così da non avere morti sulla coscienza (salvo infezioni!). È la risposta soft a Tex, e come tale incontra anche una tollerante approvazione dei genitori (non ancora, come tutti i fumetti, quella degli educatori: risulta il maggiormente sequestrato nelle aule scolastiche).
Il personaggio successivo creato dalle matite del terzetto è IL GRANDE BLEK, dal 1954. L’ambientazione particolare (le foreste orientali americane di metà settecento), i muscoli alla Swarzenegger, il giubbotto smanicato quattro-stagioni, una palese misoginia (Blek non ha la fidanzata e le poche figure femminili sono marginali, quando non d’intralcio all’azione), fanno del formidabile trapper l’eroe puro, l’amico che si vorrebbe al proprio fianco nelle scazzottate e nei vagabondaggi.
egato alla stessa rivista compare, sempre dal 1951, ROCKY RIDER, creato dallo stesso Grecchi per i disegni di Mario Uggeri. Il personaggio entrerà successivamente a far parte del cast de Il Monello. Bello, buono, bravo con la pistola, Rocky riesce a non risultare stucchevole per la varietà delle situazioni che affronta e per un certo taglio cinematografico delle storie.
Il gradimento manifestato dai giovani lettori per i primi eroi western produce nel corso degli anni cinquanta una vera e propria clonazione. Sull’onda del successo di Pecos Bill, Guido Martina scrive a partire del 1952 le storie di OKLAHOMA (disegnate da uno staff comprendente Papparella, Battaglia e Leone Cimpellin). Protagonisti sono un piccolo trombettiere pellerossa (erede di Gunga Din), una bella ragazza e un biscazziere dal cilindro a tubo di stufa, decisamente schierati per il sud confederato e per i valori tradizionali dell’onore e della bandiera, neanche troppo larvatamente ispirati alle eroine dei romanzi di Josè Mallorqui.
Una fucina di ottimi soggettisti e sceneggiatori, anche di storie western, si rivela nei primi anni cinquanta la rivista cattolica Il Vittorioso, edita già dal 1937, ma completamente rinnovata nel dopoguerra sia nella grafica che nell’impostazione. Non impone personaggi cult, ma propone storie pregevoli realizzate con una tecnica accurata da disegnatori del calibro di Franco Caprioli e Renato Polese.
Lavezzolo e Francesco Gamba creano nel 1958 IL PICCOLO RANGER, emulo di Capitan Miki in tutte le fasi della carriera, nonché nell’impostazione scanzonata e umoristica delle storie. Questo aspetto viene anzi accentuato, con la moltiplicazione delle figure comiche di contorno e con il rilievo ad esse accordato nell’economia della vicenda.
Una miniera inesauribile si rivela G.L. Bonelli, che si sbizzarisce a proporre nuovi personaggi sul vecchio scenario, avvalendosi dei migliori disegnatori della piazza.
Esordisce anche il delfino, Sergio Bonelli, che firma come Nolitta le storie di UN RAGAZZO NEL FAR-WEST. Molti di questi eroi hanno un’origine cinematografica, ma nello sviluppo delle storie finiscono per somigliare sempre e soprattutto all’archetipo Tex. La loro realizzazione è stata comunque un’ottima palestra per autori destinati a trovare successivamente un segno grafico originale ed una spiccata identità.
Il nome nuovo però è Kirk .
Sempre in collaborazione con Oestherheld, Pratt realizza nel 1957 lo splendido TICONDEROGA, ambientato nelle foreste dell’America Settentrionale all’epoca delle guerre franco-inglesi, e decisamente estraneo agli schemi convenzionali che avevano governato il fumetto sino a quel momento. Il giovane protagonista ed i suoi compagni imparano sulla propria pelle quanto crudele ed assurdo sia ogni conflitto, e come sia stupido pensare che la ragione stia dalla parte di uno dei contendenti.
Tra la metà degli anni cinquanta e i primi sessanta il fumetto va incontro ad una crisi d’identità e, conseguentemente, d’idee. La televisione si appresta a diventare il principale veicolo dell’immaginario; sottrae tempo e attenzione alla lettura e modifica i ritmi e i modi della percezione, soprattutto di quella adolescenziale. Sul piccolo schermo l’avventura è concentrata nei tempi brevi dei telefilm (da Rintintin a Bonanza) e rende obsolete le interminabili saghe degli eroi di carta, insostenibile l’appuntamento settimanale con poche tavole non autoconclusive.
A partire dalla metà del decennio il successo dello “spaghetti-western” promuove valori e tempi d’azione ben lontani da quelli rintracciabili in Miki e nel Piccolo Sceriffo. Non mancano le serie destinate ad un duraturo successo, ma l’esigenza di stimoli nuovi non trova ancora un’ adeguata risposta.
Paradossalmente, proprio nel periodo in cui al fumetto comincia ad essere riconosciuta una dignità culturale (la lettura semiotica di Umberto Eco), esso in realtà va perdendo il ruolo di referente educativo primario per la gioventù: diventa adulto assieme a quella generazione che ne ha decretato il successo nel dopoguerra, e come essa perde l’ingenuità e la capacità di sognare.
Miglior fortuna arride invece a IL COMANDANTE MARK del 1966, ideale prosecuzione delle avventure di Blek Macigno, trasferite sui Grandi Laghi. La serie accentua la connotazione umoristica, evidenziata già dai tratti fisici attribuiti ai comprimari.
Il personaggio più decisamente nuovo è però centrato ancora dalla banda Bonelli, che pubblica a partire dal 1961 ZAGOR. A fianco di S. Bonelli lavorano Alfredo Castelli e Tiziano Sclavi, futuri autori rispettivamente di Martin Mystère e Dylan Dog, e la loro presenza è percepibile nell’ironia dissacratoria di cui sono condite le vicende, che spesso sconfinano nelle dimensioni della fantascienza e del mistero. Lo “spirito con la scure” è già figlio della televisione e combatte, prima che con i muscoli, con l’abilità illusionistica.
L’inflazione di rangers e di sceriffi che scorrono le praterie e i deserti del sudovest spinge gli autori a cercare spazio nel grande Nord. Le foreste del Canada o le Montagne Rocciose offrono a trappers e giubbe rosse la possibilità di avventure inedite in un ambiente suggestivo e di rapporti con tribù indiane tanto pittoresche quanto poco conosciute. Dopo Salgari e Zane Grey vengono saccheggiati London e J. O. Curwood, e i vari Davy Crockett e JimBridger preparano la strada al successo cinematografico di Jeremy Johnson e del suo clone a fumetti, Ken Parker.
La stessa ambientazione spazio-temporale, le foreste del nord-est americano nel settecento, ma una qualità e una finalità di superiore livello, caratterizzano le vicende di FORT WEELING (1962) ancora di Pratt e Oestherheld. La precisa e documentata ricostruzione storica dei personaggi, degli eventi, dei costumi, che nulla toglie al ritmo e al fascino delle avventure, risponde alle esigenze di un pubblico di lettori non più adolescenti. Chi ha imparato ad amare certi luoghi e certi periodi storici attraverso Blek e i rangers di Rogers vede ora giustificata la continuità della sua affezione a quell’immaginario in una riproposta più matura, più raffinata culturalmente e non per questo meno coinvolgente.
Sempre a Bonelli va però il merito di aver pubblicato, a partire dal 1967, una delle serie western più interessanti della seconda età del fumetto, la STORIA DEL WEST. Ideata da D’Antonio e Calegari, e disegnata, oltre che dai due autori, da Polese e Sergio Tarquinio, la saga racconta lungo 75 episodi quasi un secolo di storia della frontiera. Il filo conduttore è rappresentato dalle vicende della famiglia Mc Donald, i cui componenti, nelle successive generazioni, si trovano ad essere protagonisti o spettatori di tutti i principali eventi alla base del mito del west. Alla qualità dell’immagine e alla vivacità degli intrecci fa riscontro l’assoluta fedeltà della ricostruzione storica, talmente accurata da rendere la Storia del west il miglior saggio pubblicato in Italia sull’argomento.
Nel 1961 esordisce nel genere western un autore destinato a dare migliori prove in altri ambiti, Luciano Secchi (alias Magnus). Con MASCHERA NERA (disegni di Paolo Piffarerio) propone un mixage fra il classico Zorro, il più recente El Coyote, serial romanzesco di José Mallorqui, che ha conosciuto un certo successo negli anni cinquanta, e le suggestioni dei vari supereroi dalla doppia identità. Ringo Rowandt è un avvocato di frontiera che combatte l’ingiustizia col codice, sin che può, ma che ricorre alle armi e ad un piuttosto improbabile travestimento non appena constata l’impotenza della legge.
La situazione di stallo nella quale viene a trovarsi la produzione fumettistica di questo periodo è testimoniata da due fenomeni: la crisi delle grandi testate tradizionali, dall’Intrepido al Monello, dal Corrierino dei Piccoli al Vittorioso, e il declino degli eroi protagonisti a cavallo di metà novecento. Si esauriscono le serie di Pecos Bill, Miki, Il Piccolo Sceriffo, Blek, Il Piccolo Ranger, che conoscono periodiche ristampe ma perdono l’affezione dei lettori. Le case editrici più importanti raccolgono materiale vecchio in albi autoconclusivi, riciclando talvolta anche storie di qualità che non avevano incontrato il meritato successo. È il caso della Dardo, che pubblica AVVENTURA GIGANTE, con storie di personaggi diversi disegnate dalle migliori matite italiane.
La svolta già inaugurata dalle opere di Pratt e di D’Antonio, oltre che dalla politica editoriale della Bonelli, si completa negli anni settanta. C’è intanto una maggiore attenzione per le scuole straniere, soprattutto per quella argentina e per quella franco-belga, i prodotti migliori delle quali compaiono sia sulle testate tradizionali (Corrier Boy, ex Corriere dei Ragazzi), sia su quelle nuove, innumerevoli, che fioriscono sull’onda del successo di Linus ed Eureka.
C’è la maturazione dei grandi talenti formatisi alla scuola bonelliana, da Calegari a Berardi e Milazzo, e il ritorno di maestri come Albertarelli. Ma c’è soprattutto una definizione di campo più precisa, uno status nuovo per il fumetto, che si propone ora esplicitamente a tutte le fasce d’età, e può operare le scelte conseguenti di linguaggio e di ambizione artistica e culturale.
Proprio il decano degli illustratori italiani, Rino Albertarelli, mette mano a partire dal 1974 a quello che è stato il progetto di una vita, la serie de I PROTAGONISTI, edita dalla Bonelli. In dieci albi l’autore, che cura sia i testi che i disegni, ricostruisce con minuziosa precisione storica vita e avventure dei più leggendari personaggi del west, da Toro Seduto a WyattEarp, corredando la storia di una presentazione e di una rigorosa bibliografia. È il testamento spirituale del padre del fumetto western italiano, ma è anche un legato di professionalità e di stile trasmesso ai suoi eredi.
La lezione di Albertarelli non va perduta. A raccogliere il testimone sono soprattutto Giancarlo Berardi ed Ivo Milazzo, che propongono a partire del 1977 la saga di KEN PARKER, per le edizioni Bonelli. Ispirato nella fisionomia al Robert Redford di “Jeremiah Johnson”, Ken ne mutua anche i tratti psicologici e, nelle prime storie, l’ambientazione. Ben presto però si libera di ogni sudditanza e percorre, nel corso delle 59 tappe della prima serie, tutti gli itinerari topici del west, e qualcuno anche totalmente nuovo, rivitalizzando il genere con un’attenzione inedita alla psicologia, con un dialogo di livello hemingweiano, con un taglio delle immagini ed uno sviluppo delle sequenze decisamente cinematografico, con un gioco accattivante di citazioni sia filmiche che letterarie.
Gli autori si rivolgono ad un pubblico colto, bibliofilo e cinefilo, progressista nella militanza sociale, ma intimamente conservatore per quanto concerne i valori più profondi. Il realismo delle immagini e delle situazioni è solo apparente, perché è il realismo dello schermo: ciò che viene rappresentato è il sogno ad occhi aperti, la fantasia di liberazione in spazi e tempi altri, che aiuta a sopravvivere in questi. Una seconda serie delle avventure di Ken ha cominciato ad apparire sul Ken Parker Magazine, vera e propria rivista che presenta anche altre storie, ma che fonda il suo successo sull’eroe dal Lungo Fucile.
Firmata dagli stessi Berardi e Milazzo e dal rientrante Calegari appare nel 1978 una serie di brevi episodi, WELCOME TO SPRINGVILLE, che ha come protagonista non un personaggio fisso, ma una piccola città della frontiera. Il risultato grafico è di altissimo livello, e le storie dimostrano come anche attraverso il fumetto si possano scrivere pagine di autentica dignità letteraria. Il risultato qualitativo di queste tavole è senz’altro di eccezione, ma testimonia di un generale innalzamento delle ambizioni artistiche di chi opera nel settore.
La riprova è data da una serie di piccoli capolavori prodotti dalle più recenti leve del fumetto western. Il BOONE di Calegari, ad esempio, comparso negli anni ottanta sul Giornalino, propone tavole degne di entrare nella tradizione dei grandi maestri della pittura di frontiera, da Remington a Russell.
I trenta volumi usciti a partire dal 1976 per la collana UN UOMO UN’AVVENTURA rivisitano tutti i generi dell’avventura, da quelli più classici a quelli meno frequentati, sempre inseriti in un contesto storico estremamente realistico. Cinque di queste vicende, che raccontano di eroi, di antieroi e di poveri cristi coinvolti loro malgrado dalla Storia, e sono scritte e disegnate da maestri come Pratt, Battaglia, Albertarelli, Manara e Toppi, rientrano nell’epopea della frontiera americana e rimangono tra i classici del genere.

Un discorso analogo si può fare per Paolo EleuteriSerpieri, che esordisce sulla rivista Skorpio nel 1976 e realizza successivamente, per le edizioni de L’isola trovata e di Orient Express, degli autentici gioielli come L’INDIANA BIANCA o le STORIE DEL WEST.
Anche Milo Manara compie le sue incursioni nel genere western con L’UOMO DI CARTA (apparso prima in Francia, su Pilot, dal 1978), ma soprattutto con TUTTO RICOMINCIO’ CON UNA ESTATE INDIANA (apparso su Corto Maltese dal 1983) con testi di Pratt. L’ambientazione di questa storia è in realtà marginale al western classico (siamo nella Nuova Inghilterra della metà del seicento), ma la rendono tale lo spirito, la presenza degli indiani, la concitazione degli eventi.
La presenza nel western di veri e propri artisti dell’illustrazione non deve far dimenticare che alle loro spalle lavora una folta schiera di ottimi artigiani, in grado di produrre materiale di buona fattura e in qualche misura originale. Gli ultimi personaggi di rilievo comparsi sul glorioso Intrepido prima della crisi definitiva sono LONE WOLF e I DUE DELL’APOCALISSE, sceneggiati dall’inossidabile Grecchi per i disegni di Ferdinando Fusco (al secondo collabora anche Gino Pallotti). Lone Wolf è l’ennesimo “cavaliere della valle solitaria”, in missione perpetua contro la prepotenza e il sopruso. Più caratterizzati sono i protagonisti della seconda serie, il messicano Calvario e lo yankee Sonora, schierati contro la prepotenza per antonomasia, quella del potere e del malgoverno.
Su Corrier Boy appare invece dal 1972 BOB CROCKETT, di EnriqueVentura, Pietro Selva e JorgeMoliterni, una serie di notevole qualità sia per quanto concerne la grafica che per i soggetti. Protagonista è il figlio di Davy Crockett, che attraverso vicende svariate percorre le tappe di una dura iniziazione alla vita di frontiera.
A partire della metà degli anni settanta un ruolo importante nella presentazione di alcuni dei migliori autori stranieri, ma soprattutto per la promozione di nuovi prodotti italiani, è ricoperto dalle riviste Lancio Story e Skorpio, segnatamente, per quanto concerne il fumetto italiano, dalla prima. Sulle sue pagine compaiono le storie di TIMBER LEE, di Mino Milani e Juan Arancio. Il protagonista è un ex cavalleggero sudista bollato di viltà per essere sopravvissuto ai suoi compagni e costretto a vagabondare per la prateria senza poter sfuggire al passato.
E siamo agli anni novanta. Rispetto al decennio precedente la produzione fumettistica italiana, soprattutto quella ad ambientazione western, conosce un grave momento di crisi, malgrado si cimentino nel genere con nuovi personaggi autori geniali come Tiziano Sclavi (KERRY IIL TRAPPER) e Gianfranco Manfredi (MAGICO VENTO) o veterani come Gino d’Antonio (BELLA E BRONCO). Assistiamo al proliferare delle riedizioni, quando non di riproposte mascherate con titoli diversi (accade per la “ Storia del west”) e con operazioni di maquillage non sempre riuscite. Il western è invecchiato? Forse. Certo invecchiati sono coloro che ne hanno vissuto il mito sulla pessima carta degli albi e delle strisce. Quelli che, come Kafka, sentivano la “voglia di essere un indiano.
Se si fosse almeno un indiano, subito pronto e sul cavallo in corsa, torto nell’aria, si tremasse sempre un poco sul terreno tremante, sinché si lasciavano gli sproni, perché non c’erano sproni, si gettavano via le briglie, perché non c’erano briglie, e si vedeva appena la terra innanzi a sé come una brughiera falciata, ormai senza collo e la testa del cavallo! (Franz Kafka)
Il western è per antonomasia racconto degli spazi liberi, delle grandi distese pianeggianti della prateria o del deserto, oppure delle gole, dei canyons propizi all’agguato, delle foreste sterminate del nord, o dei picchi delle Montagne Rocciose.
Può apparire paradossale, ma in un genere narrativo ambientato nei grandi spazi per eccellenza la connotazione paesaggistica è rimasta a lungo piuttosto vaga. I protagonisti agivano sì tra le erbe della prateria, saltavano col cavallo orride gole, venivano risucchiati dalle rapide: ma l’azione era costretta nei limiti di vignette dalle dimensioni fisse ed estremamente contenute, che imponevano l’adozione quasi costante del primo piano e non consentivano la messa a fuoco degli scenari. Questa tecnica obbediva ai canoni dell’impostazione tradizinale, dettati da motivazioni alquanto prosaiche: prima tra tutte la necessità di produrre molte tavole, che fatalmente dovevano essere sbozzate con una certa approssimazione. Al lettore-fanciullo in realtà la cosa pesava poco: gli importava che fosse ben definito l’eroe, e che l’avventura procedesse a ritmo incalzante. All’ambientazione provvedeva con la sua fantasia: gli bastavano poche e sommarie indicazioni.
L’attenzione agli scenari naturali è cresciuta con l’entrata del fumetto, e dei suoi lettori, nell’età adulta, con l’evolversi della sensibilità nei confronti della natura (?), con la maggiore autonomia rispetto alle scelte espressive consentita agli autori, che si è tradotta in consapevolezza “artistica” degli stessi. Il risultato è l’adozione del “campo lungo” anche per il fumetto, quindi l’ambientazione delle storie in spazi molto più ampi e più precisamente connotati: ma ciò induce anche un deciso rallentamento dei tempi dell’azione. Al cuore di un adulto non si addicono i ritmi incalzanti dell’avventura: gli convengono quelli più posati della quotidianità.
Ogni viaggio è un’avventura, e ogni avventura è un viaggio. Il viaggio, lo spostamento, nel west della frontiera è molto più di un’avventura, è il senso stesso della vita, la sua intrinseca condizione, Oltre la frontiera occidentale c’è l’ignoto, l’inesplorato: c’è il pericolo, ma c’è anche la speranza di una vita nuova, di un’esistenza diversa. La speranza accomuna nel viaggio tutti i protagonisti del fumetto western: è quella del fuorilegge di sfuggire alla cattura, quella del trapper di sottrarsi alla “civiltà”, quella dell’ex confederato di lasciarsi alle spalle la sconfitta, quella dell’indiano di rintracciare i bisonti e di mettere spazio tra sé e i visi pallidi, quella dell’agricoltore di possedere un pezzo di terra e quella del mandriano di non avere tra i piedi agricoltori. Tutti inseguono il sole nel suo corso, sui carri, a cavallo, in battello o in diligenza, ricalcando le tracce di tante antiche saghe di migrazione, e incrociando le loro storie in un altrove che le fa assurgere a leggende.
L’eroe del fumetto western contemporaneo è sempre più spesso un solitario. Le battaglie più ardue le combatte non con i fuorilegge o con gli indiani, ma con se stesso, con l’incapacità di stare con gli altri, con l’impulso a preferire la compagnia di un cavallo a quella dei propri simili e di accordare fiducia solo al proprio fucile. Le cose stavano diversamente per gli eroi tradizionali, quelli dell’età aurea dell’avventura. Per essi l’amicizia costituiva il valore primario e risultava, stante la caratura dei loro compagni, senza dubbio disinteressata. La lista dei “pards”, dei “compari di cavallo”, è infatti infinita, e incredibilmente variegata: ma in genere comprende personaggi propensi a cacciarsi nei guai o a fare zavorra, piuttosto che validi aiutanti. Può trattarsi di vecchi saggi e brontoloni (come il Toby di Bufalo Bill, o lo zio Pam di Kit Carson, o lo stesso coriaceo Carson di Tex), di macchiette irresistibili, amanti più dell’alcool che dello scontro (Salasso e Doppio Rhum, il professor Occultis, Frankie Bellevan, Cico, il Mosè di Rocky Rider, il soldato Dusty del “Ragazzo nel Far-west” e Gufo Triste di Mark) o di ragazzini tanto coraggiosi quanto sventati e testardi (Roddy, Golia). Solo in qualche caso (il silenzioso Tiger Jack, i Penobscoot di Falco Bianco) sono del tutto autosufficienti. E ciò, in fondo, riflette una visione della vita ancora permeata di idealità, la speranza in un mondo nel quale i deboli hanno sempre qualcuno che li aiuta e li protegge, e i forti si sentono chiamati a questa missione. Venute meno le quali, non rimane che credere nel cavallo.
Il west è il luogo per eccellenza dello scontro. Non tollera le mediazioni e i compromessi. Sullo sfondo della prateria i contorni del Bene e del Male si stagliano nitidi. Da un lato il sopruso, l’inganno, la viltà, la sete di potere, la crudeltà: dall’altro la lealtà, il coraggio, l’amicizia disinteressata. Tutto questo in genere risulta chiaro, è immediatamente suggerito dalle fisionomie dei personaggi, dai modi, dal ghigno, dai visi irsuti e butterati, deturpati da cicatrici, dagli occhi torvi e maligni. Ma non è sempre così. A volte l’insidia si cela dietro un volto dolcissimo di fanciulla, dietro la paciosa figura di un banchiere, o dietro lo sguardo leale di un presunto amico. E altre volte ancora l’antagonista riesce a brillare di luce propria, assurge egli stesso alla condizione di star, sia pure negativa, tanto da essere richiamato in vita a furor di popolo dopo che gli autori gli avevano inflitto la più atroce delle morti.
Le donne del fumetto western possono essere raggruppate in due grandi categorie: quelle che sono in pericolo, e quelle che sono un pericolo. In entrambi i casi rappresentano un intoppo, e non è detto che le prime intralcino l’azione dell’eroe meno delle seconde. Il maggiore o minore rilievo dato alle figure femminili sembra dettato principalmente dalle fasce d’utenza alle quali gli editori si rivolgono: tutti gli eroi della Universo (Bufalo Bill, Rocky Rider, Liberty Kid) hanno la fidanzatina: quelli della Dardo
sono in genere propensi alla vita di coppia, mentre alla Bonelli prevale un atteggiamente piuttosto misogino (Tex rimane sposato giusto il tempo per avere un erede, gli altri hanno al massimo brevi avventure). Maschilismo? Forse. Senz’altro la preoccupazione nei confronti dei primi di un attestato di “normalità”, particolarmente importante per un popolo e per un’epoca per i quali la norma è la coppia, la famiglia. Ma se il fumetto è sogno, evasione nella libertà, tanto vale sognare la libertà più grande, quella assoluta!
Nell’iconografia ufficiale del west l’indiano è l’antagonista, lo sconfitto, quello che la storia non la scrive, ma la subisce. Nel fumetto, e segnatamente in quello italiano, le cose non stanno proprio così. Mentre nel contesto della storia della “civilizzazione” l’indiano era il superfluo, il passato da eliminare (“l’unico indiano buono è quello morto”, T.H. Jefferson), per il western è elemento necessario, caratterizzante, indipendentemente dalla connotazione positiva o negativa che ne viene data. E a dire il vero, se negli anni trenta prevale ancora l’immagine selvaggia e infida (legata alla tradizione salgariana, e non ignara delle teorie della razza caldeggiate dal regime), una buona dose di simpatia per i pellerossa si ritrova già negli albi del primo dopoguerra (solidarietà di sconfitti?), quando l’immagine cinematografica era ancora quella feroce di “Ombre Rosse” o di “Tamburi Lontani”, e remota la riscoperta dei diritti e della dignità del popolo rosso. Da Tex e dal Sergente Kirk, fino a Ken Parker e Boone, il fumetto italiano vanta una tradizione di apostati che scelgono di combattere nel nome della libertà invece che in quello della civiltà. Ma va soprattutto a suo merito, nel periodo più recente, di non aver ceduto ad eccessive idealizzazioni, agli effimeri ed acritici innamoramenti che altri media, quelli considerati più seri, cavalcano e bruciano con un’ipocrisia da veri “visi pallidi”.
L’epopea western percorre spazi aperti e sconfinati, immense distanze, e lo fa in groppa al cavallo. Il cavallo è stato determinante non solo nella conquista del west, ma anche nella scelta di molti autori di dedicarsi (o meno) al genere western, perché è il soggetto più difficile da disegnare. Grandi talenti hanno rinunciato a cimentarsi nella saga della frontiera per incompatibilità col suo protagonista più rappresentativo: oppure, come Pratt, hanno aggirato l’ostacolo ambientando le loro storie in un intrico di laghi e foreste percorribile solo a piedi. Ma il vero west è quello delle criniere al vento, della polvere sollevata dagli zoccoli, dei balzi prodigiosi che lasciano l’ostacolo tra l’eroe e i suoi inseguitori, delle redini lente e dell’abbeveratoio, del pietoso colpo di pistola col quale si da l’addio al compagno di tante avventure, ferito a morte. Silenziosi, fidati, pronti ad ogni sacrificio, i vari Turbine e Lampo e Dinamite sono i protagonisti-testimoni che portano letteralmente il peso dei sogni e delle fantasie dei loro padroni, che viaggiano con “i piedi” per terra; e non a caso quando la liberazione parodistica consente di tradurre il significato dei loro nitriti, risultano gli unici provvisti di buon senso pratico.
Per gli animali vige nel western una tassonomia non dissimile da quella adottata per gli uomini: non si distinguono per generi o per speci, ma in infidi, pericolosi, aggressivi, malvagi, velenosi, oppure in utili e mansueti, intelligenti e fidati. L’onnipresenza del cavallo, in realtà, ha lasciato poco spazio ad altri comprimari non umani. Bufali e longhorns compaiono quasi sempre come massa, fanno parte dello scenario, salvo ogni tanto rovesciarsi addosso ai protagonisti in una “stampede”. Puma, giaguari, lupi, serpenti stanno a sottolineare che la natura non è meno pericolosa dell’uomo. Ma è sufficiente che spunti ogni tanto un cagnolino, o che occhieggi il musetto di un castoro, per riconciliarci con il creato.
Poche epoche (o epopee) sono così fortemente caratterizzate da singoli oggetti come quella del west. È sufficiente una Colt, oppure una carabina Winchester, o un lazo, o uno Stetson, a catapultarci nel mondo della frontiera americana. Sono al tempo stesso la griffe di una produzione e i simboli di uno stile di vita. Il fumetto western gronda letteralmente di questi oggetti: l’essenzialità del suo segno necessita di elementi di identificazione forti e, per l’appunto, essenziali. La funzione narrativa di questi segni si evolve col tempo, e mutano di conseguenza anche le modalità della loro rappresentazione. Si parte da pistole malamente abbozzate, informi, non identificabili in alcun modello, e si arriva ad una loro raffigurazione minuziosa sino al dettaglio, ivi compresa la plausibilità della collocazione temporale. Lo stesso vale per fucili, cappelli, acconciature e costumi indiani, selle, veicoli, ecc… Persino i rumori cambiano espressione grafica. Lo sbrigativo e universale “bang” (che alla vignetta successiva si traduceva in “zip”) è stato sostituito da onomatopee specifiche, diverse da modello a modello, da calibro a calibro. Sono gli effetti della stereofonia e del rallentamento d’immagine, trasferiti sulla pagina disegnata.
L’ultima parola è alla pistola (o al fucile, ai coltelli, ai pugni). Dove non arriva la giustizia degli uomini vige il “giudizio di Dio”. È un confronto dall’esito già scontato, perché del dio giudice e lettore gli eroi del western sono la mano armata: eppure ogni scontro è ugualmente drammatico e ogni vittoria ci riconforta nella speranza di un mondo più pulito.
Anche perché ogni duello che si rispetti, nel racconto a fumetti come nel film, ha un antefatto, una “prova generale” il cui sviluppo ci ha fatto dubitare dell’invincibilità dell’eroe. Quando non si chiude con un pareggio, o con una sconfitta ai punti per il nostro (dovuta ad inganno, a impreparazione, a sproporzione delle forze), la prima fase della sfida lascia comunque in piedi il malvagio, più che mai incattivito e determinato alla rivincita.
Solo lo scontro ultimo ricompone quell’equilibrio che l’entrata in scena del male aveva turbato, e ci trasmette un piacevole effetto adrenalinico, un brivido finale di sollievo e di soddisfazione.
… E per tetto un cielo di stelle (se non é nuvolo). Ma anche l’ombrello di una quercia secolare, un colonnato di sequoie giganti, l’ombra della mesa che incide un paesaggio lunare, il circolo dei carri addormentati, l’inquieto tramestio della mandria nel vallone: o, se piove, una sporgenza rocciosa o un telo gettato tra alti arbusti
È possibile ironizzare su di un mito? Sì, ma solo a patto di un’adesione totale al mito stesso. Altrimenti si scade nella dissacrazione, la favola finisce, si parla un altro linguaggio.
Una rilettura parodistica del genere western molto più aderente ai canoni e alle ambientazioni tradizionali è quella di Giorgio Cavazzano, che ha proposto due ottime serie con CAPITAN ROGERS, comparso sul Giornalino nel corso degli anni ottanta, e con l’esuberante SILAS FINN, realizzato in collaborazione con Tiziano Sclavi.
La rassegna dei prestiti e dei debiti tra cinema e fumetto meriterebbe una mostra a parte. Tutto in fondo li accomuna, dalla struttura narrativa sequenziale al gioco delle inquadrature, dall’affermazione di “generi” specifici alle modalità della fruizione. Se non è possibile parlare di paternità, senz’altro si deve attribuire al cinema il ruolo di fratello maggiore: sono pochi (e in genere mal riusciti) i casi di fumetti adattati per lo schermo, mentre sono innumerevoli le fisionomie, le storie, persino i tagli espressivi trasferiti più o meno dichiaratamente dalla celluloide alla carta. In genere la citazione è nascosta, a volte probabilmente persino inconscia. In alcuni casi è invece esplicita (cfr. James Dean e Ken Parker) e aggiunge il fascino di una doppia lettura alla vicenda. Non mancano infine i casi di trasposizione diretta, che rischiano però, quando va bene, di ridursi a puro esercizio di abilità formale.
Il libro non gode di particolare stima nel mondo disegnato della frontiera. Qualche Bibbia ogni tanto, magari nella capanna di un trapper, qualche codice tra le mani di giudici da saloon, e tomi decorativi nelle lussuose abitazioni dei potenti (quindi dei cattivi). Il cavallo non regge il peso di una grossa cultura. Unica eccezione Ken Parker, onnivoro divoratore di letteratura e poesia, da ultimo anche scrittore in proprio.




La domanda suonerà superflua per chi il monte lo ha già salito, una o innumerevoli volte: o anche solo per chi è stato affascinato, nelle occasioni e dalle angolazioni più svariate, dall’inconfondibilità del suo profilo. Ma una spiegazione è dovuta a coloro che non hanno provato né l’una né l’altra emozione. Il Tobbio è diverso, è speciale: e intento della mostra, attraverso l’insistenza sulla sua immagine, è di celebrare una diversità da sempre avvertita, che ha rivestito di un’aura di sacralità e di leggenda una vetta accessibile e modesta.