I libri che non mi sono piaciuti

di Vittorio Righini, 1 gennaio 2023

Un lettore, sono un lettore. Abbastanza compulsivo, una vita che leggo libri e più invecchio e peggioro fisicamente, più ho tempo in poltrona davanti al camino per farlo. Quindi, più che giudicare, ho almeno il diritto di dire cosa mi piace e cosa non mi piace.

Ma sono così tanti questi brutti libri che leggo? Sì, sono tanti; almeno un 30% di quello che prendo in mano, e oggi sono buono. Perché? perché aumenta in modo spropositato la possibilità di pubblicare un libro, io lo so per esperienza, ho deciso di fare un mediocre libro e l’ho fatto, me l’hanno pubblicato, chi l’ha letto mi ha detto che era piacevole … Amici? anche; incompetenti? Certo non è un capolavoro, il mondo poteva tranquillamente vivere senza il mio libro.

Una cosa ho capito, e voi certo prima di me: se vuoi fare un libro di successo, poco importa sia qualcosa di veramente interessante. Qualcosa di nuovo, qualcosa di originale: devi avere alle spalle una macchina pubblicitaria che ti possa supportare fino al successo, ecco, quello che conta.

I libri che non mi sono piaciuti CognettiCome nascono dal nulla star della musica, così succede con gli scrittori cult, specie negli USA. In Italia è diverso? non lo so, onestamente, ma facciamo un esempio: prendete Le Otto Montagne di Cognetti. Ditemi voi, che l’avete letto, cosa c’è di nuovo, interessante, curioso, originale in questa storia. C’è poco, molto poco. La storia è trita e ritrita, non sto a ricordarla, chi l’ha letto lo sa. Un rapporto umano che abbiamo già incontrato cento volte nelle nostre letture. Cognetti, nel frattempo, passava da una televisione all’altra, da una intervista all’altra. Diventa un’icona della montagna, da del tu a grandi alpinisti, si confronta con loro come fosse una marmotta nata sul Gran Paradiso. Provate anche a leggere un paio dei suoi libri precedenti, poi ditemi se siamo di fronte a dei capolavori. Accetterò con piacere il vostro punto di vista, e se mi accorgerò di aver avuto torto, mi cospargerò il capo di cenere.

I libri che non mi sono piaciuti La montagna viventeAll’opposto, La Montagna Vivente, di Nan Shepard; una donna (!!) scrive il suo libro verso la fine della seconda guerra mondiale; racconta le sue escursioni sulle montagne (montagne?) dell’altipiano del Cairngorm in Scozia negli anni 30’ e 40’ del secolo scorso, con la scalata di straordinarie vette alte ben mt. 1307! Eppure, è una zona freddissima, pericolosa e complessa.

Lei scrive bene, così bene che queste storie ignorano qualunque altitudine, sono storie a volte crude a volte no che toccano il cuore. Il libro è stato ristampato nel 2008, poi nel 2018 finalmente in Italia, da Ponte alle Grazie; grazie, Ponte alle Grazie.

Non c’è stata una accoglienza clamorosa; qualche bella recensione, nulla più. Chiaro, Anna Nan Shepard è morta nel 1981, non è più personaggio pubblico, ma all’estero ha ricevuto enormi riconoscimenti, su tutti il Guardian che lo considera il più bel libro su natura e paesaggio.

Io sono uno che preferisce uno scrittore che ha poco da dire ma scrive benissimo, a uno che ha una grande idea ma non la sa esporre; la Shepard scrive benissimo e dice molto, tocca il cuore. Cognetti no, scrive in modo normale, come scrivo io, dice poco e nulla di nuovo.

I libri che non mi sono piaciuti2

P.S.: Paolo mi ha chiesto di scrivere qualcosa ogni tanto sui Viandanti, voleva probabilmente risvegliare il mio spirito polemico; sotto Natale il mio spirito è evaporato, come l’alcol (una volta l’alcol si chiamava anche spirito) ma il polemico è rimasto.

A spasso con Pietro

A spasso con Pietro copertinaa cura del C.A.I. di Ovada, 30 novembre 2014
Questa pubblicazione è stata curata da: Giorgio Bello, Angelo Cardona, Diego Cartasegna e Paolo Repetto.
Impaginazione a cura dei Viandanti delle Nebbie.

Si ringraziano per la collaborazione: tutti  gli amici della sezione CAI di Ovada, il Comune di Ovada, Mauro e Claudia Cavalleri.

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Introduzione

A spasso con Pietro Dipinti (1)Sono già trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Pietro Jannon. Scomparsa è in questo caso il termine più appropriato, perché Pietro improvvisamente si è eclissato alla vista degli amici e ha compiuto l’ultimo tratto del suo percorso in solitudine. Come, del resto, aveva sempre fatto: spariva a metà di una escursione o di un’ascesa, e te lo ritrovavi poi alla meta. Oppure non dava notizie per due mesi, e rivelava al ritorno di essere stato in Alaska. Ma la sua ricerca di solitudine non era misantropia: tutt’altro. Aveva solo un altissimo senso della discrezione, la praticava nei confronti degli altri e la chiedeva per sé. Alla fine ha voluto rimanere nel cuore e nella memoria di tutti coloro che avevano goduto della sua amicizia come il grande, inossidabile Pietro. Testardo com’era, è riuscito anche in questo. Ognuno di noi ha condiviso con lui alcune delle esperienze alpinistiche o escursionistiche più belle, o semplicemente splendide salite al Tobbio in qualsiasi stagione e da qualsiasi versante, e quelle si porta dentro. O ha in casa qualche sua opera, che lo dice lì, ancora presente.
Questa mostra e questo opuscolo vorrebbero contribuire, attraverso le immagini e le testimonianze degli amici, non solo a conservarne la memoria in chi lo ha conosciuto, ma anche ad accendere la curiosità nei suoi confronti in chi, più giovane, non ha avuto questa fortuna. Pietro è stato un’ottima persona, prima ancora che un singolare personaggio: un modello umano del quale i nostri ragazzi hanno oggi più che mai bisogno.

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Ci risiamo!

A spasso con Pietro08Ci risiamo. L’ho perso un’altra volta. Rallento e mi volto a cercarlo, ma già imma­gino cosa sta facendo: è parecchio indietro, si è fermato a scat­tare una foto. In una setti­mana ha fatto andare tre dozzine di rullini, ha fotografato ogni albero della Foresta Nera, ogni fontana, ogni casolare. Una volta a casa, se met­terà in fila tutte le dia scattate potrà ri­fare il per­corso per intero.
Poso lo zaino, mi siedo su un ceppo e accendo una sigaretta, mentre lo guardo cammi­nare a ritroso, fermarsi ancora, catturare un altro scorcio. La sta prendendo comoda. Siamo fuori di un’ora e mezza rispetto alla ta­bella concor­data, e la cosa si ripete immancabil­mente da otto giorni. E’ il primo trekking che facciamo assieme, ma credo sarà anche l’ultimo.
Adesso è nuovamente uscito dal sentiero. E’ scomparso nel bosco.
Quando rispunta sono alla terza sigaretta. Mi vede e fa cenno col brac­cio. Non ri­spondo. Continuo a fumare e a guardarlo. Non so se essere più irritato o sconfortato. Quasi due ore di ritardo dopo sole quattro di marcia.
Avanza tranquillo, si ferma, traffica con la Nikon, sostituisce il rul­lino. Se mi capita tra le mani, quella macchina, finisce in orbita. Final­mente mi rag­giunge, scarica lo zaino e siede lì vicino. Dev’essere foderato d’amianto, perché il mio sguardo non lo ustiona.
– C’era una piattaforma su un albero, laggiù. Penso la usino per os­ser­vare gli uccelli. Sono salito a scattare un paio di foto.
– Potevi aspettare un altro po’, magari avvistavi qualche tordo – ri­spondo acido.
Nemmeno se ne accorge. Inossidabile.
– No, c’era una vista magnifica, il bosco da sopra, le cime degli alberi.
Schiaccio con cura la cicca, ma non accenno ad alzarmi. Mi accorgo con sor­presa che la rabbia è già sbollita. Sto pensando a quanto deve essere bello que­sto bosco, visto da sopra. Io la piattaforma non l’avevo notata. Guar­davo avanti, e quando buttavo lo sguardo ai lati del sentiero i tronchi mi sembravano più o meno tutti uguali. Siamo in ritardo di due ore, ma su cosa? Mica abbiamo un appuntamento. Dobbiamo solo arrivare alla Ga­sthaus, che non si muove, è là da decenni, ci aspetta. Cambia niente ar­ri­vare alle cinque, alle sette o alle otto. E’ una giornata splendida, limpida, calma.
Osservo Pietro. Sta scartocciando una barretta di cioccolato. E’ tran­quillo e sod­di­sfatto, mi sta ancora raccontando della piattaforma. E mentre parla capisco finalmente la differenza. Pietro si muove come un uomo li­bero, come chi ha nes­suno che lo aspetti, e sce­glie quando e cosa vedere e chi incontrare. Io mi muovo sempre per arrivare in qualche posto. La parte più importante dello sposta­mento per me è la meta, non il viaggio. Per lui è esattamente il contrario.
E questo fa la differenza tra il viaggiatore e uno che cammina.

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DI SPALLE E CON LO ZAINO

Pietro Jannon 2Ogni volta che salgo il Tobbio trovo un pezzo di Pietro Jannon. Non ossa o brandelli di equipaggiamento, ché purtroppo non è morto dove gli sarebbe pia­ciuto, ma spezzoni di memoria, fotogrammi di sentieri percorsi assieme. È capi­tato anche ieri, quando a metà percorso mia figlia, senza nem­meno allungare troppo, mi ha lasciato ad ammirarne le spalle e il passo deciso e a meditare me­sto sul trascorrere del tempo. Ero chiaramente orgoglioso di lei, ma non na­scondo che ero anche un po’ avvilito, sia pure considerando il mezzo secolo che ci separa.
È proprio lì che all’improvviso, per una qualche recondita associa­zione d’idee, certamente non giustificata dal cielo terso e dal sole tiepido, mi sono rivi­sto salire nella nebbia di un umidissimo novembre di trent’anni fa.
Negli anni eroici del CAI ovadese per un intero autunno ci ritro­vammo ogni sabato, nel primo pomeriggio, al valico degli Eremiti, per tra­sferire in vetta sabbia, calce, cemento, taniche d’acqua, latte di impermea­bilizzante per il tetto del rifugio. Ciascuno si caricava in base alle sue forze e alla sua buona volontà: qualcuno aveva anche in più una motivazione “spor­tiva”. Come sempre, tra me e Pietro si era ingaggiata una tacita gara: caricavamo lo zaino con una latta ed un sacchetto di sabbia, per un peso dai trenta ai trentacinque chili. Pietro però aveva scovato per l’occasione delle staffe di ferro, che non si capiva bene a cosa potes­sero servire e che in effetti poi non servirono a nulla, ma facevano comun­que zavorra e fu­gavano ogni dubbio su chi portasse il carico maggiore.  Si par­tiva in una lunga colonna, che dopo dieci minuti era già sgranata, e si saliva per il ver­sante orientale, la via “classica”. Tutti, ma non Pietro. Non ho mai capito che percorso seguisse. Riusciva sempre a rimanere in coda e dopo i primi tre­cento metri era scomparso. Non credo intendesse accorciare, perché con trenta chili sulle spalle la direttissima è altamente sconsigliata, e comunque in genere arrivava contemporaneamente a noi. Solo, faceva un’altra strada.
Ecco, quando prima ho parlato di sentieri percorsi assieme mi sono allar­gato un po’ troppo. Potevi percorrere lo stesso sentiero, raggiungere lo stesso rifu­gio, ma non eri mai completamente “assieme” a Jannon. Diciamo che mante­neva le distanze, e non solo in senso metaforico. Senza alcuno snobismo, per carità: ma aveva bisogno di uno spazio suo. Possibilmente tanto.
Come camminatore, Pietro mi pativa. Non fisicamente, perché era due volte più forte di me, ma perché io avevo capito certe sue manie, certi suoi punti scoperti, e mi divertivo a spiazzarlo, a scombinargli i programmi, a stargli sul collo, ciò che lo costringeva a dimostrare qualcosa anche quando non aveva granché vo­glia e non era il caso: e dal momento che il gioco lo conducevo io, a volte si imponeva degli sforzi inutili. Credo che per certi versi fosse persino un po’ in soggezione.
Fino a quel giorno, quando, deposto il carico e cambiata la maglietta fradi­cia, ho buttato lì: Quasi quasi, torno giù di corsa e faccio un altro vi­aggio. Gli altri mi hanno mandato giustamente a stendere, ma Pietro no. Si è rimesso la cami­cia a quadri e senza battere ciglio mi ha fregato: Dai, che se ci muoviamo siamo nuovamente qui prima di notte.In effetti è andata così. Per stargli dietro quella volta ho dovuto mor­dere le rocce, perché davvero a metà salita non ne avevo più. Una volta in cima, dove per fortuna ci attendeva la stufa ancora accesa, ci siamo seduti uno di fronte all’altro, aspettando che arrivassero anche le nostre anime. Poi lui ha alzato gli occhi, mi ha guardato serio ed ha sbottato: Dì, ma noi due, saremo furbi?
Credo di aver riso per cinque minuti di seguito senza potermi tratte­nere, tanto ero stanco: e anche lui era scoppiato in una risata liberatoria. L’ho visto ri­dere così poche altre volte, e devo dire che rideva bene (io bado molto a queste cose: c’è gente che non sa nemmeno ridere).
E adesso capisco anche l’associazione d’idee. Io in fondo Pietro lo ri­cordo così: di spalle e con lo zaino. Mi pare giusto, perché tutti lo ab­biamo sempre vi­sto così, e non solo mentre salivamo Tobbio, ma anche quando lo incrociavamo al Posta, in libreria o al mercatino. C’era imman­cabilmente un impegno che lo chiamava da un’altra parte, una cornice, un libro, un pezzo di lamiera raccattato per strada che urgeva di essere portato altrove.
Mi manca, Pietro. Ci sono persone che toccano la tua vita apparente­mente solo di striscio, camminano ai suoi margini: però ti ci abitui, sono un riferi­mento, sai che se ti giri le trovi là. Anche se nel suo caso magari sarebbe meglio dire “sono appena passate di là”. Era quello che ti suggeri­vano le tracce improv­vise nella neve fresca, lungo il sentiero degli Eremiti, quando pensavi di essere il primo: o gli amici che lo avevano incontrato un attimo fa in via San Paolo, o la sera precedente al CAI. Poco alla volta que­sta inafferrabilità era en­trata nella sua leggenda, insieme alle sue manie e ad un fisico e un carattere egualmente roc­ciosi. Per un certo periodo, quando lo conoscevo meno, ho an­che pensato che la coltivasse voluta­mente. Invece era timidezza genuina, o se si vuole amore della solitudine.
Ci si vedeva raramente: per le mostre, per qualche ascensione, per un trek­king. Non mi andava di disturbare la sua riservatezza, probabilmente perché il mio riferimento era proprio quello. Non ero mai io a cercarlo. Però sapevo che c’era, con tutte le sue stranezze, eppure solido, affidabile. Forse un po’ lo invi­diavo, in positivo. Mi piaceva l’idea che qualcuno sa­pesse vivere come viveva lui, pur rimanendo consapevole che quello non era il mio stile. Pietro era una delle proiezioni nelle quali ambientavo le mie vite parallele. Probabilmente l’ho anche un po’ coltivato, come per­so­nag­gio, e sono sicuro che non gli spiacesse quando epicizzavo le sue av­ven­ture. Anzi, qui era lui a condurre il gioco, e al ri­torno dai suoi viaggi, quando mi telefonava o ci incontravamo in sede, mi but­tava lì dei trailers risicatissimi del futuro racconto, che rimandava immancabil­mente alla se­rata delle diapositive. Naturalmente le serate poi non c’erano, per­ché do­veva scegliere tra diecimila scatti per ogni viaggio, e io sono rimasto con frammenti di tête à tête con orsi grizzly, di discese dello Yukon in canoa e di ponti sospesi nelle Ande mai legati in una narrazione coerente.
Ciò che però ci ha avvicinato maggiormente, all’inizio, era il suo la­voro arti­stico. Per quella che è la mia concezione dell’arte Pietro era un arti­sta vero.
Era geloso delle sue opere. Le mostrava con riluttanza, e se ne staccava ancor più a malincuore. Salvo poi regalarti qualcosa per cui avevi manifestato un inte­resse particolare, quando sapeva che quell’opera sa­rebbe andata a vivere bene. Sarà una concezione minimalista, ma è una conce­zione genuina, così come minima­lista e genuino era anche l’approccio materico e segnico di Pietro. Pochi segni, ridotti all’osso, e quindi tanto più significativi ed evidenti. Ho alcune crea­zioni sue che non scambierei con un Van Gogh, e noto che tutti coloro che le vedono per la prima volta ne rimangono incantati. Non ci sono messaggi nelle sue opere: ci sono delle semplici constatazioni, ma tanto immediate ed evi­denti che ti chiedi come hai fatto a non renderti conto prima. Sul piano dell’arte, anzi­ché patirmi, mi cercava invariabilmente. Era sorpreso da quello che ve­devo in quadri che teneva ben riposti nel suo studio, nascosti dietro cu­muli di tele e compensati e cornici, e che riuscivo ad ammirare solo perché mi infischiavo tranquillamente dei suoi “meglio di no, è roba vecchia”. Li ri­pren­deva, li rigirava e rimirava, poi diceva: però, magari ritoccando, ag­giun­gendo…: ma era ben felice quando gli intimavo di non azzardarsi a rimet­terci mano. Dopo aver letto la prima presentazione che avevo scritto per una sua mo­stra mi telefonò la sera e disse semplicemente: “Io … gra­zie!” Non mi lasciò nem­meno il tempo di rispondergli: prego.
Avrei voluto fosse con noi, ieri. Avrebbe sorriso divertito, a vedermi in af­fanno dietro Elisa. E poi lo avrebbe raccontato, solo a quelli giusti: Ve­dessi la figlia di Paolo. Ci ha mollati a metà salita. E sarebbe stato or­goglioso, come se la figlia fosse sua.
Paolo Repetto, 2014

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A PIETRO

A spasso con Pietro10Quando penso a Pietro non posso fare a meno di ricordare l’inverno del 2000. Da parecchi fine settimana con il solito gruppo di amici del CAI di Ovada si or­ganizzavano gite domenicali, solitamente sull’appennino li­gure, comunque non lontano da Ovada, onde evitare, il mattino, il viaggio di avvicinamento. È noioso viaggiare la mattina presto nella cattiva sta­gione, specialmente se sei con la tua macchina, con ancora un po’ di sonno addosso, e i compagni appena saliti sono già riaddormentati, e tu, tra l’incazzatura della mancanza di compa­gnia e tutte le idee che circolano per la testa in queste occasioni, navighi per raggiun­gere la meta. Una volta arri­vato doverli svegliare ad uno ad uno e sen­tirti dire che hai posteggiato nel posto sbagliato, in quanto c’era un posteggio più vicino, là dietro l’angolo, che ci hai messo troppo tempo, che prendevi le curve troppo ve­loci, che la macchina è rumorosa e il riscaldamento non era sufficiente, op­pure era troppo alto, e altro ancora.
Un venerdì sera di metà gennaio come sempre ho raggiunto la sede del CAI per incontrare Beppe, la Susy, Angelo, Rinaldo, Rolando, ecc… Come sem­pre cer­cavo di arrivare tardi, per essere sicuro che ci fossero già tutti, aves­sero già de­ciso la meta, che a me sarebbe andata sicuramente bene, l’ora e il luogo della partenza: così potevo salutare e dirigermi al bar per il solito tarocco.
Quella sera, dopo aver concordato la salita al Tobbio per la domenica suc­ces­siva, motivata dal fatto che il tempo sarebbe stato buono, che il per­corso era ancora innevato, probabile la vista dei laghi del Gorzente, e forse anche del mare, arriva Pietro.  Saluta e chiede cosa abbiamo deciso per il week end.
“È Tobbio”, risponde qualcuno di noi, “è un pezzo che non andiamo”.
“Ah, bellissimo”, commenta. “Però il tempo sarà meraviglioso, ho sen­tito il meteo poco fa”.
“Appunto”, rispondo io, “così ci godiamo la vista dal Tobbio”.
“Si, però, la riviera… Portovenere dovrebbe essere bellissima, l’aria lim­pida ti­pica del periodo invernale, la chiesa di San Pietro con la isole di Palmaria e del Tino, i corbezzoli maturi, il profumo del timo…”
“Hai ragione”, ribatto, “però c’è da sbattersi”.
“Ma no” dice lui, “in macchina sino a Sestri Levante, in treno sino a La Spe­zia, pullman sino a Portovenere, tutto in coincidenza. Si, si deve par­tire un po’ pre­sto, però … Poi a piedi tutte le Cinque Terre. Di buona lena in 7 ore fac­ciamo tutto.”
Qualcuno di noi osa lamentare il disagio do­vuto alla lontananza e ai tempi di trasferi­mento, nonché il ritorno con la stanchezza accu­mulata.
“Ma no” taglia corto, “sarà una passeg­giata. Allora ci vediamo domenica mat­tina alle 6.00. Carlo, se siamo più di cinque vieni con la macchina”.
Ci guardiamo negli occhi, tutti, uno ad uno, con uno sguardo che va dall’incredulo al sorpreso. Tutti rispondiamo contemporanea­mente “Va bene”. Altri sguardi allibiti. Con quale facilità ci siamo fatti convincere.
Macché Tobbio: gita semplice, percorso breve, con ritorno nel primo pomerig­gio, ah.
Inutile dire che fu veramente uno spetta­colo, ci divertimmo un sacco, il cielo terso con il mare calmo sotto il nostro avido sguardo. Erano tre mesi e più che il cielo di Ovada quando era al meglio risultava grigio. Arri­vammo a casa stra­volti ma soddisfatti. Ancora una volta aveva vinto, negli sguardi si poteva co­gliere la gratitudine per Pietro. Averlo come compagno e seguirlo voleva dire essere avanti. Nei confronti di tutto. Scelte, esperienze, viva­cità e anche racco­gli­mento. Erano tipiche durante i trekking le sue fughe per restare solo e go­dere la natura come a lui piaceva. Nessuno, se non pro­vando, senza riuscirci, ad interpre­tare i quadri che dipingeva, sapeva esatta­mente cosa vedeva e cosa cer­cava. Avremmo voluto imparare da lui, ma era troppo avanti: non eravamo buoni discepoli, solo ottimi compagni. Grazie, Pietro.
Carlo Risso

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ORIZZONTI

A spasso con Pietro18Dice che va in Equador, ma poi depista e prende la corriera per Sil­vano d’Orba. Si prenota per un pellegrinaggio a Lourdes, poi segue i cante­rini della S.O.M.S a Riva Trigoso. A Vicenza si confonde con gli al­pini al raduno nazio­nale, partecipa ad una gara non competitiva e rag­giunge Bolzano, dove, per via della barba, lo scambiano per Messner e gli propongono un ottomila in apnea. A Francoforte, con un sorriso selvaggio, seduce una hostess della Lufthansa, che gli trova un posto sull’ala di un DC9 per un volo a Lisbona, poi Amsterdam e, finalmente, Quito. Qui, in canoa, scende le rapide del Napo, incontra gli in­dios che gli of­frono ba­nane e da lui impa­rano a dire “Ciao”. A Riobamba prende il trenino della Cordigliera Real (quello del caffè che suona la samba) e cono­sce tanti riobam­biti. Gli offrono la testa di un ne­mico surgelata, col lea­sing; rifiuta cor­tese­mente, insegna a dire “Ciao a tutti” e scende a Guayaquil.
Intanto prende appunti, e con un gruppo di stranieri d’assalto si im­barca per le Galapagos dove non mangia zuppa di tarta­ruga. Qui insegna dire “Arrive­derci”. Ri­torna sul continente, mangia ba­nane, mar­cia, perde chili, si brucia la barba, prende an­cora appunti.
Infine, dopo oltre un mese, capita, dome­nica otto, in Bunkerplatz Cere­seto, dove sono esposti i quadri sulla ricerca dell’oro. Si sente male, si adagia sulla pan­china e sospira: “Indios è meglio”. Per­ché lui arriva con la testa piena di cose, case, casini, sensazioni, suggestioni, graffiti, graffia­ture, affreschi, rinfre­schi, burra­sche, bonacce, imbarchi, approdi, decolli, atterraggi, albe, tramonti, conchi­glie, muretti, orizzonti.  Lui è uno di quelli che partono e tornano. Poi, solo, perfettamente solo come sa stare, lavora di segno e di materia. E poi trovi tutto appeso in galleria. Io penso siano ancora meglio dei B.O.T.

C. Pola

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A spasso con Pietro15Pietro Jannon potrebbe essere definito, con un riferimento di carattere lettera­rio, il pit­tore delle isole. Uno di quegli stravaganti personaggi dei ro­manzi di Conrad, che innamo­rato dei mari in bonaccia e delle brevi esili terre che qua e là vi galleggiano come immobili relitti di un naufragio, passano la loro vita vagabonda spostandosi di spiaggia in spiaggia, irretiti ogni volta di più, e ogni volta di più prigionieri, di un gioco di luci e di orizzonti altrove irreperibili. Erano, quelli di Conrad, personaggi alla ricerca della smemoratezza, i quali, lasciatisi alle spalle una civiltà non congeniale, solo sui mari e tra isole del Sud, a contatto con gli aspetti più elementari e violenti di una natura incontaminata dell’uomo, sembravano riacquistare il senso della propria esistenza. Che era un’esistenza vissuta epidermicamente, rinunciataria, talvolta fallimentare e consapevolmente condotta al di fuori di quegli schemi e imposizioni, e soprattuitto impegni, che le società costituite comportano. Ma al contrario di essi, dei vagabondi conradiani, Piero Jannon, pur manifestando anch’egli la vocazione a itinerari insulari e marini, non muove dalla stessa necessità di dimenticanza e di fuga: va anzi alla ricerca della nostra più antica memoria, là dove la civiltà mediterranea conobbe il punto più alto e irripertibile della propria espressione; dove ancora oggi, a distanza di millenni, le pietre e i colori ce ne conservano testimonianza, e l’aria e il paesaggio ce ne tramandano il clima. Il suo è infatti un viaggio che si ripete puntualmente sui mari greci dell’Egeo, tra Patmos e Samos, tra Rodi e Creta: e se, materialmente parlando, rispetta i ritmi lenti della vecchie navi a vapore o il respiro sonnolento delle risacche deserte, la sua cadenza vera, interiore, è sincronizzata su qualcosa di più di quanto l’occhio non consenta di abbracciare: procede all’indietro, verso le origini di ciò che fummo e che ancora oggi, grazie ad allora, siamo.  Alla scoperta, cioè, della nostra stessa identità. Su queste terre battute e inaridite dal sole, sprofondate in un silenzio da tragedia consumata, già crocevia di popoli e campi di battaglia, terre finalmente restituite alla quiete della stanchezza e del destino compiuto: su queste terre, Piero Jannon, ritornato alle radici della storia, sembra potercene interpretare – attraverso le immagini di superficie – le pieghe più riposte e segrete.

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Non a caso, soffermando lo sguardo sui pastelli che oggi ci offre, proviamo la curiosa sensazione come di un incontro già avvenuto altrove e in altre epoche. Perché, dietro i rossi cremisi delle sue sabbie, o dietro il grigio scuro delle sue acque, noi riascoltiamo vicende di intelligenza e di poesia, di amore e di morte, che sono parte di noi.

A spasso con Pietro Dipinti (4)A due anni di distanza dalla sua ultima mostra ovadese, Piero Jannon torna dunque a riconfermare la propria validità di pittore che, superando i limiti di un calligrafismo fine a se stesso, riesce a penetrare la sostanza medesima della materia. Il suo linguaggio, da allora, ha acquistato in essenzialità e, contemporaneamente, in spessore. Le sue isole desolate, i suoi mari cupi, le sue brucianti visioni, vengono a restituire anche a noi – insieme alla percezione fisica delle canicole e dei tramonti – il significato più vasto e più impalpabile del tempo: il significato, vale a dire, del nostro dramma quotidiano; la consapevolezza di ciò che è destinato a finire e di ciò che è destinato a sopravviverci. La supremazia di una natura che, in uno splendore di luci e di ombre, già racchiude in sé la compiutezza degli eventi stabiliti.

Marcello Venturi, Maggio 1978

A spasso con Pietro Dipinti (6)

Ovada, 27 Ottobre

Non sarà mai! Non sarà mai che di Jannon (tanto aperto quanto misterioso nella sua splendida prigione di meridiani e paralleli), dall’infinita serie di arrivi e partenze, non sarà mai che si veda qualcosa di quel “tirato giù” a cui tanti arti­sti si adattano…. No, il mattino si è chiuso con la gioia di un incontro cordiale, un po’ scherzoso, in Piazza Assunta: ho palpeggiato la tua spalla sinistra e tu, di colpo, ti sei volto a destra e con  naturalezza, mi hai salutato come niente fosse. Tutto qui? Eh no, c’è  ben altro! Il discorso è andato lungo di ricordi, richiami, progetti – di mostre fatte e da farsi…. Per l’appunto: un concertino di battute e affollate immagini di cose e casi da chiacchierare fino a mezzanotte…. e – at­torno a noi – la gente che va e viene tra il “Piaso” e via Cairoli, a fare incrocio con la strada dei Borghi e la “tua” Strada; rondine di lunghi percorsi che non conta né stagioni, né anni: sempre irrequieto, inaspettato, sempre nuovo.
Ed ecco che – come si voleva dimostrare – chi c’era c’è.
C. Pola

A spasso con Pietro Dipinti (9)

LE VIE DI PIETRO

Sono convinto che i due si siano incrociati, da qualche parte. Per tipi come loro il mondo non è poi così grande. Magari si sono urtati nella calca di un suk, o si sono scambiati uno sguardo distratto, mentre stavano foto­grafando da sedici an­golazioni diverse uno stupa; oppure hanno viaggiato schiena contro schiena, im­mersi nella lettura e nei progetti di nuovi itine­rari, su un trenino delle Ande, stipato all’inverosimile di umanità varia, pol­lame e ortaggi. Insomma, opportu­nità di in­contrarsi ne hanno avute, in un trentennio di vagabondaggi paralleli su e giù per i cinque continenti. E comunque, se anche si fossero “fisicamente” man­cati, era inevitabile che prima o poi la loro prossimità spirituale si manife­stasse.
L’occasione arriva adesso, attraverso una serie di opere nelle quali Pietro Jan­non fonde la sua esperienza della varietà e dell’unicità del mondo con le sug­ge­stioni derivate dalla lettura di Bruce Chatwin. Il che non signi­fica, e meno che mai in questo caso, rileggere alla luce della pro­pria sensibi­lità le emozioni altrui, ma al contrario pescare dal proprio ba­gaglio sensazioni, stupori, nostalgie e smar­rimenti, e ravvivarli e riordi­narli nel confronto con un itinerario che viene sentito, pur nella sua diver­sità, come fortemente affine. Certo, un bagaglio oc­corre averlo, meglio se ha la forma e le dimensioni di uno zaino, e meglio an­cora se zeppo di giac­che a vento fradice, di calzini sudati e di scarponi pieni di polvere: e in quanto a scar­poni e giacche a vento e calzini e zaini non c’è dub­bio, Pietro ne ha consu­mati più di chiunque altro, Chatwin compreso. I dipinti di Jan­non non costitui­scono dunque un omaggio né un tributo (e questo, per chi ha con lui una certa con­suetudine è scontato), non ha nulla a che vedere con la forma di devozione po­stuma praticata nei confronti del grande viag­gia­tore in­glese da troppi orfani dell’avventura.  Pietro non è orfano né de­voto di nessuno: l’avventura l’ha sempre vissuta in proprio, con le sue formida­bili gambe, sulle sue spalle infaticabili e con la sua (durissima?) te­sta. Nel suo rapportarsi a Chat­win non c’è alcun sospetto di subalterna ri­verenza (subal­terno, Pietro?!): c’è in­vece un’attestazione di simpatia (in­tesa quest’ultima, letteralmente, come affi­nità del sentire), il saluto ad un coe­ta­neo riconosciuto come tale non solo per ra­gioni anagrafiche, ma per l’identità delle scelte, delle esperienze e soprattutto dell’interpretazione di quella metafora della vita che è il viaggio.
Il viaggio, appunto, il perenne movimento, la curiosità e il rispetto per il diverso: sono le stigmate di un’elezione, di un’irrequietudine che nel loro caso ha saputo positivamente disciplinarsi, come molla alla cono­scenza, invece di inaci­dirsi a pretesto per la fuga o per l’arroccamento. È una con­dizione, questa, che può talvolta trovare espressione anche in forme sti­molanti, e i libri di Chatwin e i dipinti di Jannon sono lì a testi­mo­niarlo, ma non può essere trasmessa, e meno che mai acquisita. Perché muo­versi, es­sere irrequieti, provare una curio­sità intelli­gente sono condi­zioni necessa­rie, ma non sono ancora sufficienti per individuare un per­corso originale, naturalmente proprio e al tempo stesso iscritto nella memo­ria più recondita della specie. Ciascuno a suo modo, Chatwin e Jannon hanno rin­tracciato i segni di questo percorso, l’hanno intrapreso e lungo esso si sono incon­trati. En­trambi hanno infatti seguito le loro “vie dei canti”, quei tracciati invisi­bili e pur così evidenti (almeno per chi ha occhi e orecchi per riconoscerli, e cuore e gambe per affrontarli) che cor­rono il globo in lungo e in largo, e se intersecano le rotte turistiche e commer­ciali è solo per lasciarle subito, e lungo i quali si muo­vono da sem­pre i depositari di un nomadi­smo ancestrale, istintivo e non condizio­nato da mode o necessità.
A spasso con Pietro Dipinti (10)Pietro Jannon appartiene a pieno titolo a questa categoria di nomadi, impre­vedibili, schivi, fieramente gelosi della propria indipendenza. Puoi incon­trarlo sul Tobbio, tra le rovine dell’Acropoli o sulla via di Katmandu e non ti dirà mai “sono venuto sin qui”, ma “stavo passando di qui”, e già solleverà lo zaino, di­retto da un’altra parte. Il suo viaggio è sempre in corso: non contempla punti d’arrivo, così come non suppone luoghi da cui fuggire. Non ne ha biso­gno, e non perché si so­stanzi dello spostamento in sé, ma perché in quest’ottica ogni luogo è altrettanto significativo nel rag­giungerlo come nel lasciarlo.
Nel corso dei suoi viaggi Jannon raccoglie immagini (tante!) e ricordi, di cui peral­tro fa partecipi solo pochi eletti, e con parsimonia: ma riporta soprattutto frammenti di segni, flash di colori o di profili, e anche di odori, o di suoni. Li cova nella memoria, li seleziona, lascia dapprima che reagi­scano al contatto con gli agenti esterni o interni più disparati (letture, im­magini, reminiscenze di altri viaggi già fatti o aspettative per quelli in pro­gramma) e poi ne leviga ogni connotazione spaziale e temporale, sino a tra­durli in simboli. Solo a questo punto li riversa infine sulla carta, sul le­gno o sulla tela. Quel che ne sortisce sono emozioni essenziali, rarefatte ma profonde, sedimentate e tuttavia mai fredde; perché i segni ritornano in se­rie di approssimazioni, appena leggermente variate, che producono un ef­fetto di mobilità, un percorso, appunto. Nessuna delle sue opere vuole chiudere in sé, fermare per intero il ricordo; tutte si iscrivono in sequenze, e pur riuscendo autoconclusiva ognuna già allude alle varia­bili e alle pos­sibilità altrove esplorate. Come i suoi piedi, anche la pittura di Jannon non può mai essere in quiete; rifiuta la staticità del reportage, i divani dell’introspezione e gli specchi dell’autocompiacimento, per esprimere in­vece una primordiale meraviglia al cospetto del mondo, e la voglia di rin­novarla costan­temente. Per questo, appena la mostra chiuderà i battenti, o forse anche prima, non perdete tempo a cercare Pietro. Sarà già altrove, lungo le vie dei canti, con uno zaino da duecento litri stipato di magliette, calze e suggestioni.
Paolo Repetto, 1998

A spasso con Pietro Dipinti (11)


ORIZZONTI

A spasso con Pietro Dipinti (12)Gli itinerari hanno sempre oriz­zonti. Brevi o ampi, sono il confine imma­gina­rio che si muove con noi. Le li­nee sono dunque il termine ed il pro­lunga­mento, ad un tempo, delle proie­zioni fantastiche, dei desideri, delle ambizioni. Spesso, tracce ap­pena percepibili tra cielo e terra, tra cielo e mare. Il mondo sensi­bile e il mondo celeste trovano l’effimera e mute­vole unione nel segno trac­ciato.
Jannon nel suo procedere scopre sempre nuovi orizzonti, cancella con­fini e al­tri ne costruisce. Nella sua opera più recente il segno non divide, non lacera, ma unisce due sistemi che, veritiera immaginazione, sono ele­menti dalla co­mune origine. I co­lori hanno il compito di accorparsi. Svani­sce la rappresenta­zione e ri­mane il profondo desiderio di repli­care il segno, di ripetere eterna­mente l’essenza che il ricordo tramanda. Oriz­zonti mobili spingono la mano di Jannon a lavorare per piani, per acco­stamenti. Nella ricerca dell’idea il se­gno va mutando, il desiderio si ap­paga e si ricrea.
Un peregrinare dolce e soffe­rente è la ragione di tutto, del tutto.
Vittorio Baretto

A spasso con Pietro Dipinti (5)

Nazca. Cinquemila anni. Forse più. Un uomo con le sue mani volta pie­tre nel deserto per tracciare linee interminabili e disegni fantastici che mai potrà ve­dere. Perché? Pietro non lo sa, come non lo sa nessuno.“Bisogna solo guardare”, mi dice. Come oggi io guardo senza chie­dermi nulla i suoi tratti e il suo modo “intuitivo” di tracciarli fantasti­cando quello che mi pare.
Angelo Maria Cardona

A spasso con Pietro20

DECLINO, CADUTA E NOSTALGIA DEL REGIME DEI DIVIETI

A spasso con Pietro Dipinti (20)In un’opera di Pietro Jannon, una delle più recenti, appartenente al ci­clo dei “divieti”, è possibile leggere la perfetta metafora della nostra attu­ale con­di­zione. Probabilmente la metafora non è del tutto consapevole, ma proprio que­sto è il bello e il mistero dell’arte: la capacità di dire parole non pronun­ciate e di trasmettere idee non pensate.
La composizione è rettan­go­lare, si estende in orizzontale e si presenta come un assieme unitario, ma a ben guar­dare risulta articolata in tre sezioni. La tec­nica è quella del col­lage su una su­perficie piana di materiali diversi, legno, car­tone e soprat­tutto vec­chi segnali direzionali o divieti di caccia e di raccolta, quelli bian­chi, di latta, con simboli o scritte in nero, che si trovavano una volta in­chiodati ai tronchi degli alberi o appesi a solitari paletti nelle campagne, quasi sempre sghembi e ricamati da rose di pallini. Le frecce, appena visi­bili, occu­pano il riquadro centrale, in un gioco di sovrapposizioni con altri brandelli di la­miera arrugginita e di cartone ruvido. I divieti, o quel che ne rimane, com­paiono invece nelle due sezioni laterali, anch’essi soffocati da strati irrego­lari di altri mate­riali, e consentono stentatamente di risalire all’autorità ema­nante: a sinistra la provincia di Ge­nova, a destra la Regione Piemonte. Nel riquadro di sinistra, in basso, mime­tizzata in un mosaico di vecchi fo­gli stampati o manoscritti, quasi ci sfugge la riproduzione di una rudimen­tale porticina lignea, chiusa, che reca stampigliata in lettere da im­ballaggio la scritta “nomade”. La tonalità domi­nante del trit­tico va dal gri­gio sporco all’ocra. L’insieme è, per chi vuol an­dare al di là dell’impatto visivo, deso­lante e ed inquietante.
È desolante perché questa rottamazione di ogni palinatura, questa disca­ri­ca aperta di regole e di segnali, è l’unico panorama spirituale (ma anche mate­riale) che questi anni ci offrono. È inquietante perché, al di là del casuale riferi­mento geografico, ma certamente con la sua complicità, sentiamo che ci ri­guarda molto da vicino. Nella rugosa terra di nessuno del pannello di centro, da quell’ideale spartiacque cancellato che guardava un tempo alle alpi e al mare, le frecce non indirizzano più da alcuna parte. Si spuntano contro la rug­gine, sbiadi­scono sotto i catramosi sedimenti del tempo. Assieme ai suggeri­menti, alle indicazioni, agli obblighi si stempe­rano, nella monocromia grigia­stra e marron­cina, anche i divieti, butterati da una foruncolosi endogena. Non è quell’ideale spartiacque cancellato che guardava un tempo alle alpi e al mare, le frecce non indirizzano più da alcuna parte. Si spuntano contro la rug­gine, sbiadi­scono sotto i catramosi sedimenti del tempo. Assieme ai suggeri­menti, alle indicazioni, agli obblighi si stempe­rano, nella monocromia grigia­stra e marron­cina, anche i divieti, butterati da una foruncolosi endogena. Non è valsa più nemmeno la spesa di impal­linarli, sono chimicamente scaduti dal pe­rentorio al patetico. Ma la loro estin­zione non prelude ad una nuova e con­sape­vole li­bertà, non è il segno di una maturità raggiunta. È solo il simbolo di una scon­fitta. Anzi, di una duplice sconfitta.
A spasso con Pietro Dipinti (13)La prima riguarda lo sforzo di edificazione di un sistema normativo uni­ver­sali­stico di diritti e di doveri (in contrapposizione a quello particola­ristico e consue­tudi­nario), e di un corredo etico, di imperativi e finalità ( in sostitu­zione di quello morale e religioso), prodotto nei secoli della moder­nità dalla cultura laica occidentale, e mirante in ultima analisi a uniformare a livello globale i com­porta­menti. Questa potrebbe in apparenza sembrare addirittura una vittoria, dal momento che tale sistema è nato e si è svilup­pato in funzione degli interessi dei gruppi o delle classi dominanti, e la sua sudditanza al po­tere non è in discus­sione: ma in realtà ci troviamo di fronte soltanto alla rimo­zione dell’impalcatura che è servita ad innalzare il pa­lazzo della cultura e del mercato (soprattutto del mercato) globali. L’impalcatura nascondeva l’oscenità architettonica e struttu­rale di quel la­ger immenso che si estende ormai su tutto il pianeta, ma in qual­che modo garantiva anche ai detenuti delle sicurezze, a volte delle vie di fuga. Ga­ran­tiva il riconoscimento della indivi­dualità, se non altro esortando all’assunzione di una responsabilità indivi­du­ale, o sanzionandola.
L’obsolescenza dei divieti testimonia invece la rag­giunta perfezione del si­stema di controllo: non è più necessario vietare, quando si è in grado di persua­dere, e non vale la pena sanzionare i singoli, badare ai miliardesimi, quando i conti si fanno all’ingrosso. La mia spiacevole sensazione è quella di aver combat­tuto con­tro qualcosa che oggi vorrei difen­dere, perché an­che una gabbia, quando il modello è quello della libera volpe in libero pol­laio, può offrire un rifu­gio a chi volpe non vuole essere: e che sia ormai troppo tardi anche per barri­carsi su que­ste posizioni di retroguardia.
L’altra sconfitta concerne le alternative. E questa è più cocente ancora, in­tanto perché ce la siamo costruita con le nostre mani, e poi perché ha az­ze­rato le speranze, ha tagliato le gambe ad ogni idealità. Per quanto sia duro ammetterlo, nessuno dei sistemi di pensiero antagonisti al modello capitali­stico è stato in grado di andare oltre la critica e di offrire alternative economi­che, politiche e so­ciali credibili. Un peccato d’origine le ha viziate tutte, e prime tra le altre quelle più marcatamente umanistiche: una pervi­cace presun­zione di ecceziona­lità e di uniformità della natura umana, dalla quale è di­sceso l’illusorio convinci­mento della origine sociale di ogni squili­brio. Oggi dobbiamo accet­tare, a denti stretti, l’idea che l’uomo è un animale sociale per convenienza, egoi­sta per istinto naturale; che i rischi della democrazia totali­taria non sono mi­nori di quelli del totalitarismo espli­cito; e soprattutto, che quelle istituzioni che bene o male costituivano un avversario visibile, un obiettivo contro il quale dirigere gli sforzi, non rappresentano più nulla, sono soltanto detriti lasciati dal capitale sul suo percorso di autonomizzazione.A spasso con Pietro Dipinti (14)
Questo si può leggere nell’opera di Jannon. Naturalmente è possibile leg­gervi qualunque altra cosa, magari di segno opposto, ed è probabile che lo stesso autore trovi una simile interpretazione fuorviante e forzata; ma è fuor di dubbio che qualcosa quei brandelli di segnaletica corrosi e sbiaditi ci vo­gliono comunicare, che una storia, o la fine di una storia, la vogliano raccon­tare. Io l’ho intesa così, come una storia malinconica. Perché quando viene meno, non­ché la volontà, anche ogni opportunità di tra(n)sgredire; quando non ci sono più luoghi, della terra e dello spirito, nei quali cercare un altrove ed un oltre; quando ogni illusorio nomadismo si spegne sulla soglia di una la­trina maleodo­rante (e segregazionista ): allora non rimane che l’immota so­spensione del limbo. E non è il caso di sgomi­tare: ci siamo già dentro
Paolo Repetto, 2000

A spasso con Pietro21

A spasso con Pietro Dipinti (16)Se dovessimo formulare una definizione di Pietro Jannon, diremmo che è un pittore mediterraneo; e non nel senso che la sua produzione trae alimento, in prevalenza, da un determinato paesaggio: ma nel senso che essa sembra racchiu­dere quasi naturalmente, di tale paesaggio, gli ele­menti più intimi e se­greti: quegli elementi contradditori e drammatici che soltanto una vocazione ed un’affinità riescono ad avvertire al di là dell’apparenza superficiale.  Eppure Jannon è un pittore del Nord, nato precisamente a Venasca, in provincia di Cu­neo (anno 1936), e vissuto tra le domestiche colline del Monferrato ovadese, che furono oggetto dei suoi primi tentativi fin dall’età di quindici anni.  Nato e vissuto, cioè, in un am­biente in cui i termini dello scontro non sussistono più, sussi­stono più, da quando l’uomo – sia pure attraverso anni di fatica – è riu­scito col lavoro a plasmare la materia a sua immagine e somiglianza. Ma forse fu proprio per questo, per questa insufficienza di contrasti, ch’egli si spinse a ricer­care altrove ciò che il suo temperamento di artista richiedeva per meglio esprimersi. E lo trovò lontano dalle pianure e dalle colline dei suoi luoghi di ori­gine, nelle isole: là dove – come lo stesso Jannon ricorda – le cose, so­spese tra terra e mare, tra mare e cielo, sembrano vivere più raccolte in se stesse, incon­taminate da fattori meccanici, e affidate nella loro vicenda, oggi come ieri, alla legge violenta delle stagioni.
Fu nel rapporto con gli scarni paesaggi di Lampedusa, di Stromboli o delle coste siciliane, dove le immagini e i colori appaiono evidenziati da un an­tico silenzio, che Jannon scoperse la parte più autentica di se stesso. Fu in que­sti elementi ridotti all’essenziale, pura forma priva di storia, impa­sto di atmo­sfera e di segni, che finalmente individuò una corrispon­denza al suo modo di es­sere e di sentire. Da allora egli ci viene propo­nendo, come variazioni sul tema, lo stesso discorso ininterrotto; dando­cene, ogni volta, un aspetto nuovo e diverso, più completo e profondo.
Marcello Venturi

A spasso con Pietro Dipinti (17)

RICORDO DI UN AMICO: PIETRO JANNON

A spasso con Pietro22Grande commozione nella sezione del CAI di Ovada per la scomparsa di Pietro Jannon, che ha avuto un ruolo determinante nella gestione della sede e dell’attività sociale negli ultimi vent’anni. Grande appassionato di ambienti naturali, pittore, fotografo, viaggiatore prima che il viaggio diventasse una moda, ti portava a scoprire l’Appennino con l’esperienza di chi ha visto il mondo: dall’Islanda alle Galapagos, dall’Alaska al Tibet.
La gita della domenica precedente, vista attraverso le sue “dia”, era un’altra gita, che faceva percorrere lo stesso itinerario scoprendo particolari che erano sfuggiti. Era totale l’impegno che metteva nel fare ogni cosa: partecipare ad una Marcialonga piuttosto che occuparsi dei lavori di ristrutturazione della sede, accompagnare gli amici nella sua Val di Susa o preparare quei magnifici “funghidipinosottolio”. Nulla era lasciato al caso. Le “Grandi Montagne” per Pietro non erano lontane, sulle Alpi o in qualche angolo del mondo da lui visitato. Erano quelle che poteva salire ogni giorno, appena un po’ di tempo libero glielo concedeva: il Tobbio, la Colma, che puoi vedere dalla finestra di casa e arrivarci sotto in mezz’ora. La sua presenza in sezione o alle gite sociali negli ultimi tempi s’era fatta sempre più rara, rendendo forse meno doloroso quel suo andarsene in punta di piedi.
Ma per chi lo ha conosciuto, il vuoto lasciato da un tipo “speciale” come Pietro rimarrà sempre incolmabile.
Alpennino, 2004

A spasso con Pietro26

A spasso con Pietro28Pietro Jannon era nato nel 1936 a Venasca, in Val Varaita. ed è approdato nell’ovadese nell’immediato dopoguerra, seguendo gli spostamenti della fami­glia. In Ovada ha frequentato le secondarie inferiori e un corso di disegno decorativo presso il maestro Resecco e ha successivamente lavorato come decora­tore per la Cristalvetro e come designer presso la LAI.
La sua attività artistica ha avuto inizio negli anni dell’adolescenza, quella alpi­nistica anche prima. Molto presto ha iniziato a viaggiare, accumulando col tempo un considerevole curriculum di globe-trotter: dalle Isole greche, dello Io­nio e dell’Egeo alla Palestina, dall’Alaska al Perù, con un salto alle Galapa­gos, dall’Islanda al ai parchi degli Stati Uniti, dalla Foresta Nera al Tibet. Il tutto debitamente documentato da migliaia di foto.
Negli anni settanta ha partecipato dapprima a mostre collettive di pittori ovadesi, ed ha tenuto la sua prima personale in Ovada (Dodecaneso – Grecia) nel 1978. Ad essa ne sono seguite altre nel 1985 (Orizzonti), nel 1998 (Le vie di Pietro) e nel 2000 (Divieti). Ha esposto anche a Brescia, sia in una personale che in diverse collettive, a Gardone e all’Arsenale di Iseo.
È stato una colonna del CAI di Ovada per decenni. Ha valicato il suo ul­timo colle nel marzo del 2005.

A spasso con Pietro31

51 vedute del Monte Tobbio

iconografia e storia di una montagna sacra
catalogo essenziale di una mostra per amanti della natura, della montagna e della fatica

in ricordo di Piero Jannon

51 vedute del Monte Tobbio copertina

Introduzione

Perché una mostra dedicata al monte Tobbio?

Percorsi

Dati essenziali

Visibilità

Montagne sacre

Escursioni letterarie

Appunti di geologia sul Monte Tobbio e dintorni

Gli ambienti

La realtà attuale

Fauna

Flora

Qualche proposta per camminare

Il vento del Tobbio

Il piccolo santuario sul Tobbio  in onore della B.V. di Caravaggio

I registri, ossia, la scrittura del viandante

Tutti insieme, appassionatamente

La corsa 1971 – 1980

Bibliografia

Ringraziamenti

02 Tobbio Disegno da lontano

Introduzione

C’è qualcosa di nascosto. Va e trovalo.
Va, e cerca dietro le montagne.
C’è qualcosa di smarrito dietro le montagne.
È smarrito, e ti aspetta. Vai.
RUDYARD KIPLING

Questo catalogo è stato realizzato, con diciassette anni di ritardo, da Paolo Repetto e da Fabrizio Rinaldi. La mostra sul Tobbio venne ideata dai Viandanti delle Nebbie nella primavera del 1996, e fu allestita per la prima volta nel dicembre dello stesso anno presso la sala espositiva della Biblioteca di Ovada, in Piazza Cereseto. Era costituita da trentacinque tabelloni (di dimensioni 1 x 0,70) a sfondo nero. Al primo allestimento ne seguirono altri tre, a Lerma, a Novi Ligure e a Campo Ligure.

Nel Catalogo compaiono alcune immagini che non erano presenti nei tabelloni originali, in sostituzione di altre che sono andate perdute. Il riferimento “colto” della titolazione è naturalmente alle 101 vedute del monte Fuji, la splendida serie pittorica di Hokusai. Eravamo perfettamente consapevoli allora della distanza negli esiti, ma siamo ancora oggi convinti della prossimità negli intenti e nello spirito.

Le fotografie sono state scattate tutte dai Viandanti, da quelli ufficiali e da quelli in pectore. Anche i disegni, con l’eccezione di un paio di illustrazioni relative alla fauna, sono opera nostra. Sono state inserite inoltre alcune riproduzioni di dipinti che hanno per soggetto proprio il Tobbio: un piccolo assaggio di un’auspicabile futura mostra sul tema.

Per correttezza segnaliamo che già nei primi anni Novanta era stata organizzata quasi clandestinamente in Alessandria una rassegna pittorica dedicata al Tobbio (non un excursus iconografico sul tema, ma una sorta di estemporanea a tema, interpretata secondo le tecniche più diverse) Sino a qualche tempo fa, e segnatamente all’epoca della nostra iniziativa, non ne eravamo al corrente. Di quella rassegna non esiste un catalogo, ma dopo aver visionato alcuni dei materiali rimasti dobbiamo confessare che non ci sembra una gran perdita.

Infine, una dedica. Mentre la mostra era dedicata ad Andrea Longhetti, unica vittima per quanto ne sappiamo della passione per il Tobbio, questo catalogo è intitolato a Piero Jannon, proprio colui che ritrovò il corpo del giovane Andrea e che della passione per il Tobbio è stato e rimarrà l’interprete più genuino.

Perché una mostra dedicata al monte Tobbio?

La domanda suonerà superflua per chi il monte lo ha già salito, una o innumerevoli volte: o anche solo per chi è stato affascinato, nelle occasioni e dalle angolazioni più svariate, dall’inconfondibilità del suo profilo. Ma una spiegazione è dovuta a coloro che non hanno provato né l’una né l’altra emozione. Il Tobbio è diverso, è speciale: e intento della mostra, attraverso l’insistenza sulla sua immagine, è di celebrare una diversità da sempre avvertita, che ha rivestito di un’aura di sacralità e di leggenda una vetta accessibile e modesta.

L’eccezionalità del Tobbio è connessa ad un particolare rapporto tra la sua morfologia e la sua collocazione. La conformazione vagamente piramidale e l’escursione altimetrica tra le pendici e la vetta gli conferiscono un’estesa visibilità, pur in mezzo ad altre formazioni di altitudine pari o addirittura superiore. E questo nitido stagliarsi, sulla direttrice ideale che raccorda il mare alla pianura dell’oltregiogo, lo ha eletto a riferimento geografico, meteorologico e simbolico per eccellenza per le popolazioni di entrambi i versanti dell’appennino.

Incursioni nell immaginario2 Tobbio

AVVERTENZA: Il presente catalogo raccoglie integralmente i contributi e le documentazioni scritte che accompagnano la mostra in oggetto. L’iconografia è ripresa invece solo parzialmente, per le oggettive difficoltà tecniche.

Percorsi

Tobbio Paolo

Lo sviluppo perimetrale della mostra propone, a grandi linee, due diversi itinerari, che possono essere percorsi in parallelo o attuando costanti intersezioni. Il primo ci accompagna in una escursione iconografica a trecentosessanta gradi attorno al Tobbio, colto nei differenti abiti stagionali e meteorologici, e prosegue poi con un ribaltamento del punto di osservazione, trasferito sulla vetta stessa. Il secondo abbozza un excursus storico-scientifico sulle caratteristiche geologiche e naturalistiche del monte, e sul “culto” ad esso tributato. Ciascun pannello offre pertanto una sequenza di immagini corredate di riflessioni generali sul rapporto con la montagna o specifiche su quello col Tobbio, ed una sezione scientifico-documentaria, sviluppata orizzontalmente lungo l’intera mostra.

Noi ci permettiamo un paio di suggerimenti extra. Intanto, quello di percorrere questi itinerari non con il fardello di pignolerie fotografiche, naturalistiche, alpinistiche o che altro, ma in assetto leggero, per ritrovare quella fusione tra reale e fantastico che costituisce la particolare magia di ogni ascensione al Tobbio. Ma, soprattutto, quello di regalarsi un’appendice esterna alla mostra, guadagnando l’altura più vicina e godendosi, se la visibilità lo permette, il soggetto dal vero; o meglio ancora, facendo una puntatina in vetta, per ripercorrere queste immagini dopo aver rotto il fiato, col ritmo giusto per la salita.

Dati essenziali

Coordinate: 8° 48’ 00’’ Long. Est; 44° 35’ 30’’ Lat. Nord
Altitudine: mt. 1092 s.l.m.
Area complessiva: Km2 4.9
Ampiezza massima:   Nord – Sud (Eremiti – Nespolo) Km 3.1
Ovest – Est (Gorzente – P. Daiola) Km 1.8
Escursione altimetrica:        Dagli Eremiti (Nord) m. 533
Dalla Casc. Nespolo m. 587
Toponimo:        molto incerto. È possibile una derivazione dall’antico ligure (tribù dei Mentovini) togisonus (luogo impervio), da cui anticamente Toggio.

Visibilità

Caratteristica precipua del Tobbio è senz’altro la visibilità. Il suo profilo si distingue nettamente, provenendo da nord-est, sin dalle piane o dalle basse colline del pavese. Verso settentrione la sua visibilità non incontra ostacoli lungo tutta la larga fascia pianeggiante che arriva sino al gruppo del Rosa e alle Lepontine, da Ivrea al lago di Como. Da occidente è riconoscibile dai rilievi di tutto l’arco alpino, sino alle Marittime. Meno visibile risulta dal versante appenninico, tra sud-sud-ovest e sud-sud-est, dove il suo dominio trova un limite prossimo nella cresta del Figne, e si frange contro l’altitudine superiore della corona della Val Borbera. In condizioni di eccezionale limpidezza, però, anche chi bordeggi lungo la costa ligure può coglierlo, in uno scorcio ristretto, allineato a nord sulla direttrice del santuario della Guardia.

Appennino - Sergio Fava
Appennino (Sergio Fava)

Montagne sacre

La sacralità di una montagna non è proporzionale alle sue dimensioni, alla sua altitudine o alla sua inaccessibilità, ma piuttosto al significato che essa riveste per le popolazioni che vivono alla sua ombra o nel raggio della sua visibilità, o per gli individui che la salgono.

In questo senso, fatte le debite proporzioni e, soprattutto, assunto il termine con la dovuta “ironia”, la sacralità del Tobbio non ha nulla da invidiare a quella del Kailas o del Meru. E il difetto di esotismo è pienamente compensato dalla paterna confidenza, mista al senso di rispetto, che spira dai suoi costoni, e che ci infonde, ad ogni risalita, una rinnovata serenità.

Escursioni letterarie

Cosa si vede dalla vetta del Tobbio
“Sulla vetta, finalmente, se le nebbie o neri nuvoloni non ti fanno eventuale impedimento, il tuo occhio […] vede lontano lontano, e può contemplare un panorama vario e grandioso, dalla porpora dorata di uno splendido sorger di sole, o di un tranquillo tramonto, alla gradevole vista delle lontane e vaste pianure dell’Alessandrino e Tortonese, nonché delle ridenti colline di Torino, dell’Astigiano, del Monferrato […].

Taccio dei contrafforti dell’Antola, del Penna, della Polcevera; taccio del colle di Masone, della Bocchetta, dei Giovi, che se partitamente non si scorgono, di leggieri però col pensiero si abbracciano nella loro posizione geografica. Taccio del magnifico lago delle Lavezze, che ti fa illusione bella e grandiosa del mare. Taccio del vasto panorama delle Alpi lontane, che ora si levano al cielo in guglie acute come quella del Monviso e monte Bianco, ora si rompono in giogaie […], ora torreggiano come immense piramidi di ghiaccio, ora si disegnano in rupi merlate, in creste capricciose che le nevi intatte adornano di argentea corona. E cento e mille altre cose taccio che non potranno nascondersi ad ogni sguardo scrutatore, degna ricompensa della fatica sopportata per arrivare alla vetta.”
Sac. ERNESTO PITTO

04 Paolo viandante 100

Sì, tutto ci appare sommamente meraviglioso, quando per la prima volta lo abbracciamo con lo sguardo dall’alto del Brocken; da ogni lato il nostro spirito riceve nuove impressioni che, varie fino a contraddirsi, si combinano nella nostra anima in un sentimento grande, ancora confuso, ancora non compreso. Se riusciamo a coglierlo in un concetto, allora abbiamo capito qual è il carattere del monte.
HEINRICH HEINE

05 Tobbio da Campi della marca100

Una faticosa arrampicata simboleggia in primo luogo l’ascesi e la finale liberazione. Di fatto un’arrampicata strappa alle ugge, disperde le ossessioni, infrange il comune regime dalla mente. In cima si arriva emendati e si presterà quindi ascolto ad un succedersi di eventi tutto particolare: giochi di nebbie e schiarite; terse apparizioni del sole, della luna, delle stelle fiammeggianti; corse di sizze e nuvolaglie; paesaggi sottostanti che la prospettiva dall’alto sembra stia per capovolgere e far ruotare e infine, intime al punto che la mente se ne sente aggirata, vertigini che ghermiscono le viscere improvvisamente allo svelarsi di uno strapiombo. Momenti di fraseggio che le parole non saprebbero riferire.
ELEMIRE ZOLLA

Siamo stati ingannati dalle nuvole
Furenti nella fatica della salita
Nessun mare che brilli oltre i crinali
Di sassi che ignorano ormai ogni canto
di pernici e di altri miti lontani.

Ho portato con me le poche cose
Essenziali nella fatica in cui
Volontario mi affretto ad immolare
L’avanzo di questo giorno urbano
Urbanizzato, meglio, da cento vizi
Inutili come, lo so, sarà questa salita.

Di là guarderò i miei mille pezzi
Sparsi nella collina e nelle pianure
Uniti dal filo di un tempo sconosciuto.

Da sempre e per sempre.
EGIDIO GOLA

 Quando gli fu chiesto perché voleva scalare il monte Everest, George Mallory diede un’inconsueta risposta, che è diventata la più famosa e citata motivazione per scalare le montagne: “perché è lì”.
EDWIN BERNBAUM

09 Tobbio Sagoma

Il Tobbio è lì, lo vedo mentre leggo, mentre lavoro, persino quando riposo. Lo cerco tornando dalle vacanze estive; si distingue anche da lontano. Dal paese dove son nato appare, forse per la distanza, maestoso, con un grumo nero in vetta: non da moltissimo ho saputo che è la chiesa – rifugio.
Mi ci sono avvicinato lentamente, a tappe; sono, quasi, le tappe della mia vita. Ora lo conosco, da vicino; e mi piace, è un bel monte: fa parte delle cose buone, come le formidabili sudate per salire e per discendere, sempre all’inseguimento di qualcuno o qualcosa che sta davanti, come gli intensi, stratificati ricordi a lui legati. Ricordi …
Una sera d’autunno, nebbiosa e fredda, superammo l’ultimo costone; tra brandelli di nebbia la chiesa appariva e scompariva; dappresso due o tre ombre di muovevano. Ci avvicinammo; erano tre ragazzi; uno di loro, legato ad uno strano farfallone, un parapendio, prese silenziosamente la rincorsa sul costone e si lanciò nel vuoto …
O quella volta che, dopo una stentata nevicata, eravamo convinti di essere i primi a calpestare la neve, e non un’orma umana o divina appariva intorno alla chiesa. Eppure all’interno, la stufa accesa, un essere angelico sorridente, atletico, ci accolse …
Un monte di ricordi.
FRANCO VALLOSIO

Soprattutto, non perdete la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata … ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati … Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.
SØREN KIERKEEGAARD

21 Tobbio Chiesetta tra neve e nubi

È un generale impulso che tutti gli uomini provano, benché non tutti lo notino, che sulle alte montagne, là dove l’aria è pura e sottile, si sente maggior facilità nella respirazione, maggiore leggerezza nel corpo, maggior serenità nello spirito; i piaceri vi sono meno ardenti, le passioni più moderate. Le meditazioni vi assumono non so qual carattere grande e sublime, proporzionato agli oggetti che ci colpiscono, e non so quale tranquilla voluttà che nulla ha di acre e di sensuale. Sembra che elevandosi al disopra delle abitazioni degli uomini, si lascino tutti i sentimenti bassi e terreni, e che man mano ci si avvicina alle regioni eteree l’anima assuma qualche cosa della loro purezza inalterabile.
JEAN JACQUES ROUSSEAU

Percorrendo la Direttissima, ad un certo punto ci si trova di fronte ad una cresta ripida, superata la quale la pendenza diminuisce, addolcendosi sino alla vetta del Tobbio; sicuramente questo è il tratto più impervio del sentiero. Mentre arranco sbuffando, un unico pensiero mi ronza in testa: vorrei che fosse già visibile il campanile. Continuo a camminare, un passo dietro l’altro: vorrei vederlo ORA, subito.
Questo desiderio di vedere ciò per cui fatichiamo, riguarda in questo caso la montagna e la vetta: ma non è raro che si riferisca ad altri ostacoli, ben più ardui, nei quali troppo spesso ci imbattiamo: alcuni la chiamano sindrome del “Sole nero”. È un male che morde dentro, un malessere dell’anima che non lascia tregua, per il quale non esiste cura se non la volontà di uscirne: ma il rischio di riammalarsi è sempre lì, basta niente per ricascarci. Mi piacerebbe sapere cosa sto affrontando, distinguerlo, guardarlo negli occhi.
Camminare, così come leggere, non offre la soluzione, ma è almeno un modo per non precipitare. Percorrere sentieri più o meno impervi ci aiuta a non farci sopraffare dalla pigrizia, ci induce a fissare delle mete.
Leggendo, poi, ci si rende conto che altri stanno soffrendo le nostre stesse angosce, che altri provano le stesse emozioni. È una consolazione relativa, anche amara, ma ci fa sentire meno soli.
Dall’anticima vedo finalmente stagliarsi il profilo del rifugio; ma è solo un attimo, il tempo di una folata di vento che alza la nube. Quando ci si porta dentro questo male oscuro, a volte la si intravvede appena la meta; poi torna la nebbia.
FABRIZIO RINALDI

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Le montagne dimorano sempre in pace e sempre camminano. Esaminate attentamente questa qualità delle montagne … Se dubitate della qualità camminatrice delle montagne, non conoscerete il vostro stesso camminare … Non sono né senzienti né insenzienti le verdi montagne, voi non siete né senzienti né insenzienti. A questo punto non potete dubitare che le montagne camminino.
DOGEN

08 Tobbio Nebbie

Ho capito che salire il Tobbio stava diventando per me un atto rituale quando ho cominciato ad amare la discesa. Lo confesso, ormai salgo al Tobbio soprattutto in funzione del piacere di tornare a valle. Scendo appagato, con la coscienza di chi ha compiuto il suo dovere e può vivere più serenamente quel che resta del giorno, o della settimana. Mi piace calarmi dalle nuvole, recuperare ai piedi l’asfalto, agli occhi ed alla mente gli orizzonti angusti della quotidianità. Mi piace perché scendo ogni volta dal Tobbio con una rinnovata carica di genuina intolleranza, di quella sana cattiveria che rimane l’unico antidoto per sopravvivere ai miasmi e ai tafani dell’imbecillità stagnante a fondovalle.
PAOLO REPETTO

Per la sua natura primordiale, per la sua elementarità, per la sua lontananza da tutto ciò che è piccolo mondo, dai pensieri e sentimenti dell’uomo moderno addomesticato e razionalizzato, la montagna invita anche spiritualmente ad un ritorno alle origini, ad un raccoglimento, alla realizzazione in sé di qualcosa che rifletta la semplicità, la grandezza, la forza pura e l’intangibilità del mondo delle vette gelate e lucenti. Che quasi ogni antica tradizione abbia conosciuto il simbolismo della montagna, concependo le altezze montane come la sede o di forze divine ed olimpiche, o di eroi e di uomini trasfigurati, questa è la conferma per il potere evocatorio or ora attribuito alla montagna.
JULIUS EVOLA

19 Tobbio sagoma e nebbie

Ecco, sono ai piedi del monte; metto in moto il mio corpo e comincio a salire. Passo dopo passo, respiro dopo respiro, pensiero dopo pensiero salgo. Aumentando la frequenza dei passi aumenta la frequenza dei respiri e diminuisce la frequenza dei pensieri: non è anche per questo che ascendo il monte? Aumentando ulteriormente il ritmo, corpo e mente si plasmano in funzione della roccia, diventano funzionali ad essa; il pensiero scompare.
Arrivo in vetta; rifiato. Il pensiero, come accade ad un ruscello in un fenomeno carsico, ricompare, sgorgando dai meandri più reconditi della mente dove si era rifugiato, più puro e più forte.
GIUSEPPE SCHEPIS

Non so come dovrei esprimermi perché ho quasi l’impressione che i pensieri s’arricchissero di grandezza, di sublimità, armonizzandosi con quanto l’occhio scorgeva vagando, quasi respirando una sicura gioia tranquilla, lontana da qualsiasi passione, da ogni sensualità.
È come se d’un tratto ci si sollevasse al di sopra delle dimore dei mortali, abbandonando ogni volgare sentimento terreno; è come se l’anima, avvicinandosi alle regioni eteree, assorbisse dalla loro sempre immutabile purezza. Un sentimento austero s’impadronisce di noi, senza mutarsi in malinconia; un sentimento di pace tuttavia alieno da ogni molle rilassatezza ci pervade e siamo felici di esistere, felici di pensare, felici di sentire. La veemenza delle passioni si smorza, perdono quel loro affilato aculeo che le rende dolorose, lasciando nel cuore una tenue e piacevole commozione. In tal modo le passioni, che altrimenti sono fonte di pena per l’uomo, si trasformano in fonte di felicità.
JEAN JACQUES ROUSSEAU

10 Tobbio tra la nebbia

Ci sono montagne nascoste nelle gemme; ci sono montagne nascoste nelle paludi e montagne nascoste nel cielo; ci sono montagne nascoste nelle montagne. C’è un’infinità di montagne nascoste nel nascosto.
DOGEN

Immaginate una bella giornata d’agosto. Due amici che decidono di salire sul Tobbio. Di questi, uno non c’è mai stato e l’altro è orgoglioso di accompagnarcelo, perché questo è il suo monte. Immaginate nessuno sul monte, non solo, neanche un alito di vento (ce ne vuole per immaginarlo!) I due siedono di faccia al sole di mezzogiorno. Parlano della vita, seduti sulla pietra calda. Sono nudi, la pelle arrostita dal sole, gli occhi socchiusi. E parlano, parlano. Potrebbe durare così mille anni. Il tono sarebbe sempre lo stesso, quello che hanno i sognatori.
Ora stanno lì, immobili, come fossero di pietra. Due uomini di pietra. Una leggenda boliviana narra che Dio, la montagna, creò i primi uomini così. Poi, perché non si sgretolassero come sabbia al vento, diede loro anche un cuore, un tenero cuore di pietra. Per alcuni istanti i due amici lo sentono palpitare nei crepacci segreti del monte, e vorrebbero tornare al tempo in cui dentro ogni uomo c’era una montagna. Scendono, i due amici, e i loro passi rimbombano giù nella valle, come ad annunciare un messaggio. Ma all’improvviso si fermano e si guardano in faccia, dubbiosi: chi potrà mai credere alla loro storia? Da troppo tempo gli umani non hanno più teneri cuori di pietra.
GIAN LUIGI REPETTO

Riflessioni sul monte Tobbio 01

E dovete camminare come il cammello, l’unico animale, così si dice, che rumina mentre cammina. Un viaggiatore una volta chiese alla domestica di Wordsworth di mostrargli lo studio del suo padrone, e lei rispose: “Questa è la biblioteca, ma il suo studio è là fuori, oltre la porta”. 
HENRY DAVID THOREAU

Nelle circostanze difficili della vita, vi parrà di essere ad una difficile salita. Un istante di viltà, di imprevidenza perde tutto. Il coraggio, la previdenza, la costanza, la lealtà può farvi vincere ogni cosa. Vi accorgerete allora del grande valor morale educativo dell’alpinismo.
Non vi accade mai che un pensiero non nobile venisse ad oscurarvi l’animo sopra una vetta alpina. Non vi hanno ivi che generose aspirazioni verso il buono, la virtù, la grandezza. Io non so se un quadro di grande artista, lo scritto di un sapiente, il discorso di un eloquente oratore possa produrre nell’animo umano impressioni così profonde e così elevate quanto lo spettacolo della natura sulle vette.
QUINTINO SELLA

11 Tobbio alba neve

Per il fatto che montagne si stagliano contro il cielo e l’ambiente circostante, richiamando l’attenzione sulle loro eccelse sommità, le visioni tendono a radunarsi e a modificarsi intorno a loro come le nubi intorno alle vette. Essendo l’aspetto più imponente del paesaggio naturale, quello che ci è possibile vedere e cogliere come un tutto unico, si prestano a giustapposizioni con immagini di unità e di completezza che in numerose tradizioni sono associate al concetto del sacro.
EDWIN BERNBAUM

[…] la luna stava nuda nei cieli, ad altezza
immensa sopra la mia testa, e sulla sponda
mi trovai di un grande mare di nebbia,

che, mite e silenzioso, giaceva ai miei piedi.
Cento colline alzavano i dorsi oscuri
per tutto il quieto oceano; più oltre,
molto più oltre, i vapori balzavano,
con forme di capi, lingue, promontori,
entro il mare, il mare vero […]

WILLIAM WORDSWORTH

Il seguire un percorso dal principio alla fine dà una speciale soddisfazione sia nella vita che nella letteratura (il viaggio come struttura narrativa) […]. La necessità di comprendere in un’immagine la dimensione del tempo insieme a quella dello spazio è all’origine della cartografia. Tempo come storia del passato […] tempo al futuro: come presenza di ostacoli che s’incontreranno nel viaggio, e qui il tempo atmosferico si salda al tempo cronologico […]. La cartografia insomma, anche se statica, presuppone una idea narrativa, è concepita in funzione di un itinerario, è Odissea.
ITALO CALVINO

Luna piena. Aria fredda che brucia la pelle, e anche sotto.
Per poter salire senza accendere le torce ci spostiamo sul versante opposto agli Eremiti. Lo spettacolo rimarrà nella nostra memoria per un bel po’. La luce lunare fa risaltare particolari che altrimenti non percepiremmo. Ogni albero, ogni pietra, ogni canalone della montagna hanno una forma distinguibile e delineabile. Tutto viene percepito dai nostri occhi come una singolarità, non come un “complesso”.
A Giuseppe tornano in mente versi del “Canto notturno”. Un posticino nello zaino della nostra immaginazione Leopardi lo occupa sempre.
“Sorgi, la sera, e vai,
contemplando i deserti […]”
Paolo ci invita a fermarci, e al silenzio; stiamo camminando, anzi fluttuando in un sogno latteo. Il paesaggio che ci circonda avrebbe mandato in delirio qualsiasi poeta o pittore romantico.
Mi ritrovo a recitare silenziosamente la preghiera che i fedeli pronunciano mentre salgono al monte Fuji: “Sii pura … Conserva il tuo splendore, o montagna!”. E mentre proseguo mi abbandono al sogno, e lo popolo degli esseri fantastici che abitano la montagna: un unicorno mi passa accanto, talmente veloce che quasi mi fa cadere. Dalla cresta di una roccia un lupo bianco mi fissa con i suoi occhi luccicanti, poi ulula alla luna. Un brivido mi percorre la schiena.
Mi risvegliano le parole di Paolo: dalla vetta indica le luci a valle. Anche la realtà della pianura può essere bellissima, vista da quassù.
FABRIZIO RINALDI

14 Tobbio e Figne

Mi pongo questo problema. Il Tobbio, e la montagna in genere, la letteratura, e la cultura in genere, sono dunque solo dei compensativi, falsi scopi rispetto ad un’esistenza che si rivela man mano più vuota ed arida? Me lo pongo proprio mentre sto salendo al Tobbio, con calma, e discuto di letteratura con Franco. La risposta che mi do è che probabilmente le cose stanno così.
Pur tuttavia, dice Franco … (Franco non dice mai “pur tuttavia”, ma è come lo dicesse sempre). Dopo un altro paio di tornanti conveniamo che un senso tutto questo ce l’ha comunque, perché consente di trascorrere il tempo, riempiendolo bene o male, anziché lasciarlo passare, subendolo (patior). Trans-currere, correre attraverso, usato come transitivo, implica che mentre scalo, cammino, leggo, sono io ad agire, magari per interposta persona, o per spazi evocati: è un ex-sistere, sottrarsi all’immobilità omologante dell’essere, e non un ad-sistere, e meno ancora un recitare nello spettacolo. Non sono dunque tutti assimilabili i comportamenti dell’uomo: perché alcuni, quelli “attivi”, producono una consapevolezza (o ne sono frutto, il che è lo stesso) che si traduce in buona disposizione sociale, comprensione, ecc.: gli altri producono solo antagonismo e asocialità.
PAOLO REPETTO

Paolo e il Tobbio

È vero, siamo dei crociati miserabili, e lo sono anche quei camminatori che, ai giorni nostri, non affrontano imprese tenaci e di lunga durata. Le nostre spedizioni non sono altro che gite, e ci ritroviamo, la sera, accanto al vecchio focolare da cui siamo partiti. Per metà del cammino non facciamo che tornare sui nostri passi. Dovremmo avanzare, anche sul percorso più breve, con imperituro spirito di avventura, come se non dovessimo mai far ritorno.
HENRY DAVID THOREAU

19 Tobbio sagoma e nebbie

Scorrendo vecchie fotografie mi accorgo di una costante che ritorna, in primo piano, sullo sfondo, come un piccolo particolare: è il monte, il monte Tobbio a farla da padrone in quelle immagini incorniciate.
Molti volti lì impressionati sono ormai scoloriti nei miei ricordi, molte persone sono approdate su altri versanti, hanno raggiunto nuove vette. Chissà se sono tutte migliori di questa. Ma il Tobbio è sempre lì, sempre quello: immobile sacra collina dove ad ogni angolo credi (e speri) di incontrare un vecchio sciamano o un sacro portale aperto sul vuoto. Ed è salendo in questo vuoto che ritrovi te stesso e ritrovi anche gli altri, quelli “scoloriti”.
Forse perché – ma è solo un’idea – il Tobbio, come il cuore, conserva le orme di chi è passato anche una volta sola sui suoi sentieri. E a noi spetta (solo) il compito di ritrovarle e di saperle leggere, le orme. Troppo facile – ed inutile – sarebbe a questo scopo incamminarsi in pianura …
ANTONIO CAMMAROTA

16 Tobbio tra gli alberi

[…] Questa montagna è tale,
che sempre al cominciar di sotto è grave,
e quanto uom più va su, e men fa male.
Però quand’ella ti parrà soave
tanto, che il su andar ti fia leggiero,
come a seconda giuso andar per nave,
allor sarai al fin d’esto sentiero:
quivi di riposar l’affanno aspetta […]
DANTE (Purgatorio, 4)

Segnali di fumo 06 Tobbio nella nebbia

Resta un filo di fiato ferito
dove il passo è pensiero
tra il profilo del cuore
e lo sguardo che s’ impietra
e salendo per l’erta
che altera il sangue ineguale
lasci le parole, finalmente,
e il di più, e il chi e il quale,
come se fosse niente.
MARCELLO FURIANI

Comincio a camminare cercando di non impantanarmi nelle pozzanghere. Gli amici scelgono di salire per la Diretta. Come un mulo rassegnato li seguo, ma in un attimo le gambe diventano rigide, le ginocchia sembrano esplodere. Il fiato prima mi manca, poi si trasforma bruciandomi i polmoni.
No, io mollo, chi me lo fa fare? Torno giù, al bar, a bere, con gli altri, i sedentari, magari a sparlare di chi ama le assurde faticate.
Ma questi salgono senza lamenti, anzi, si scambiano battute. È una sfida, con loro, con il mondo, con me stesso.
Immagino d’essere qui, cinquant’anni fa, braccato dagli uomini in nero.
Lentamente il fiato si spezza, le gambe si fanno elastiche. Comincio persino a guardare oltre a dove poso i piedi. L’Inferno ha lasciato il posto al Purgatorio. Cammino riflettendo, faccio mille propositi. Dovrei cambiare vita, smetterla di sputtanarmi. Cerco nella nebbia della mia mente altre possibilità, immagino diverse situazioni. Gli occhi s’allargano negli orizzonti che mi trovo davanti, convincendomi che posso scalare anche altre cime.
In vista della Chiesetta, l’aria pare disegnarmi un paio d’ali. Le gambe scappano dai calzoni, ho voglia di correre.
Mi guardo attorno, respiro da ogni poro della pelle, mentre il cielo mi entra negli occhi … eccomi in Paradiso.
MAURO OLIVIERI

21 Tobbio Chiesetta tra neve e nubi

… E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicità fungendo al viver mio!
GIACOMO LEOPARDI

Insomma, se non riuscite a capire che vi è qualcosa nell’uomo che raccoglie la sfida lanciata da quella montagna e va ad affrontarla, che la lotta è la lotta della vita stessa verso l’alto, sempre più in alto, allora non capirete mai perché ci andiamo. Quello che otteniamo da un’avventura come questa è soltanto gioia pura. E la gioia, in fin dei conti, è il fine della vita. Non viviamo per mangiare e per far soldi. Mangiamo e facciamo soldi per godere della vita. Ed è questo il significato della vita ed è per questo che è fatta la vita.
GEORGE MALLORY

Il Tobbio è misura degli spazi dell’immaginario, diaframma tra i mondi nei quali sono cresciuto. Da ragazzino vivevo a Genova e il Tobbio era il luogo oltre il quale c’erano la campagna, i giochi sulla ghiaia con i cugini, le pentole fumanti della nonna. A sedici anni mi sono trasferito in cascina, ed era il Tobbio a nascondere la città con le sue luci, i “caruggi” strettissimi, l’università, le ragazze. Era allora la materializza­zione di uno spazio mentale capace di dividere le due realtà che, per diversi motivi, fuggivo ed anelavo confusamente, con un’incertezza determinata forse da quelle nuvole che così spesso annebbiano, con la cima del monte, anche i miei pensieri.
GIACOMO GOLA

Ho sempre pensato che una montagna non possa che essere splendidamente indifferente: ho sempre guardato alle credenze locali come a superstizioni da rispettare, e ho sempre cercato di fuggire alla tentazione di attribuire facoltà umane ad una montagna. Ma questa volta comincio a rendermi conto che nel rapporto fisico con una montagna molto dipendeva dalla disponibilità mentale.
PETER BOARDMAN

Salire la Montagna da soli procura sicuramente emozioni differenti dal farlo in compagnia. Anzitutto bisogna vincere la paura di non farcela che coglie coloro che, come me, non sono particolarmente allenati. Il Tobbio è una montagna imprevedibile, come ogni monte che si rispetti a volte ci spiazza con i suoi cambiamenti repentini. I sentieri che lo salgono sono impervi, impervi come quelli della vita. E l’amor proprio, l’orgoglio, quei fattori “propulsivi” che quando si sale con altri ci fanno tener duro, per non essere i primi a cedere, non servono a nulla. La decisione di mollare o proseguire spetta unicamente alla nostra volontà e testardaggine. La forza per vincere queste paure, gli stimoli per andare avanti quando le gambe tremano, si possono trovare solamente dentro, attingendo magari alla fantasia, immaginando avventure più o meno verosimili. Si può fingere di scalare montagne ardue e immense: oppure sfidare la tramontana come fosse un vento gelido del Polo Nord. O ancora, quando il sole cocente secca le labbra, possiamo trasferirci nel deserto cinese di Takla Makan.
Fantasie, che ci spingono avanti … avanti fino alla cima. Fino a guadagnare il “tetto del mondo”. (Insomma…!)
FABRIZIO RINALDI

Nelle montagne troverete il coraggio per sfidare i pericoli, ma vi imparerete pure la prudenza e la previdenza onde superarli con incolumità. Uomini impavidi vi farete, locché non vuol dire imprudenti ed imprevidenti. Ha gran valore un uomo che sa esporre la propria vita, e pure esponendola sa circondarsi di tutte le ragionevoli cautele.
QUINTINO SELLA

22 Tobbio Chiesa cielo azzurro e nubi

[…] la luna stava nuda nei cieli, ad altezza
immensa sopra la mia testa, e sulla sponda
mi trovai di un grande mare di nebbia,
che, mite e silenzioso, giaceva ai miei piedi.
Cento colline alzavano i dorsi oscuri
per tutto il quieto oceano; più oltre,
molto più oltre, i vapori balzavano,
con forme di capi, lingue, promontori,
entro il mare, il mare vero […]
WILLIAM WORDSWORTH

 Fluttuando al di sopra nelle nubi, materializzandosi fuori dalla nebbia, le montagne sembrano appartenere a un mondo totalmente differente da quello che conosciamo, facendoci percepire il sacro come l’assolutamente diverso.
EDWIN BERNBAUM

07 Tobbio Chiesetta

Le cose più degne di ammirazione sono quelle che non si possono esprimere, i ricordi indimenticabili non fanno esprimere epitaffi …”, così scriveva Herman Melville nel 1850, ripensando ai viaggi negli oceani effettuati per “scacciare la tristezza e regolare la circolazione”!
Quante volte, nella mente non estranea alla “dimensione sognante”, l’ansia di trasmettere emozioni vissute sulla propria pelle si risolve in un inutile affanno! Il pensiero sembra restare sospeso, come in un lampo magico che trascende parole scritte o dette. È questo il segnale più vivo, che dà la misura dei momenti magici. Come quelli che porti dentro da quando, come un vecchio mohicano incallito, lasci dietro le spalle percorsi frenetici e folli, costretti fra troppi “artifici” inutili e finti, per inseguire il richiamo antico e saggio che conduce alla “tua” Vetta. L’allusione iniziale apparirà, così, un po’ meno paradossale: in fondo, sono parole di chi ha saputo trovare il proprio “rifugio” personale – non importa poi tanto se fra gli orizzonti dei mari o fra i sassi di valichi e pendii. O, forse, volersi riprendere il giusto ritmo del tempo e dello spazio appartiene ormai soltanto al sogno? (il sogno è a due passi … ed esiste un linguaggio – proprio dei sogni che va al di là delle parole).
ENZO CAPELLO

La Montagna insegna il silenzio, la castità della parola e dell’espressione. Disabitua dalla chiacchiera, dalla parola inutile, dalle inutili, esuberanti effusioni. Essa semplifica ed interiorizza. Il segno, l’allusione sono qui più eloquenti di un lungo discorso.
JULIUS EVOLA

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Il Tobbio (Fabrizio Bruzzone)

Trovammo in una valletta del monte un vecchio pastore, che cercò di dissuaderci dal salire, narrandoci che cinquant’anni fa, preso dal medesimo nostro ardore giovanile, egli era salito sulla cima, e non ne aveva riportato che delusione e fatica … Mentre egli così si scalmanava, in noi – com’è nei giovani, restii ad ogni consiglio – cresceva per quel divieto il desiderio.
FRANCESCO PETRARCA

Salendo il Tobbio si ha una diversa percezione delle durate. Il tempo dell’ascesa e del ritorno non lo si quantifica nelle consuete ore d’auto, ma in inusuali ore di cammino. Così come leggere, camminare aiuta a prendere coscienza di una diversa scansione ed estensione temporale.
In un mondo nel quale è possibile sapere se in Cina, in questo preciso istante, fa caldo o freddo, il Tobbio esce dal computo. Lì il tempo si misura in passi, in soste per guardarsi attorno. Bisogna avere l’umiltà di rallentare la corsa. Chi sale sul Monte sa che trascorrerà del tempo prima che egli torni in valle, e questo tempo lo trascorrerà camminando, trascinato avanti solamente dalla sua volontà.
FABRIZIO RINALDI

Tobbio nelle nebbie da Grillano 01_11 _2012 01 3

Io sono un viandante, uno scalatore, disse egli al proprio cuore; io non amo le pianure e, a quanto pare, non posso starmene a lungo tranquillo.
E qualunque destino o esperienza mi tocchi, – in essi sarà sempre un peregrinare e un salire sulle montagne: alla fine non si esperimenta che se stessi.
FRIEDRICH NIETZSCHE

Secondo un mio vecchio chiodo l’alpinismo è cultura, è attività perfetta dell’uomo, dove l’uomo è uguale a Dio, perché è l’unica dove conoscere e fare sono una cosa sola.
MASSIMO MILA

Le montagne, l’aspetto eccelso e il più spettacolare del paesaggio naturale, possiedono lo straordinario potere di evocare il sacro. L’etereo sorgere di una cresta nella foschia, lo scintillio del chiarore lunare su una parete di ghiaccio, un bagliore dorato su una vetta lontana: questi istanti di trascendente bellezza possono rivelarci che il mondo in cui viviamo è un luogo di misteri e splendori inimmaginabili. Nella furiosa schermaglia degli elementi naturali che turbinano intorno alle loro vette – tuoni, folgori, venti e nubi – le montagne sono anche la personificazione di possenti forze ben al di fuori del nostro controllo, sono le espressioni fisiche di una realtà che ci può sopraffare con sentimenti di meraviglia e timore.
EDWIN BERNBAUM

Tobbio con nuvole

Se appartenessimo a culture diverse, lontane nello spazio e nel tempo, non avremmo osato violarne la cima: l’avremmo considerata sacra, abitata da divinità inaccessibili. Purtroppo (o per fortuna) il nostro atteggiamento dissacratorio nei confronti della natura, erede del cristianesimo e di Voltaire, fa sì che non esista più alcuna vetta vergine, alcun fazzoletto di terra sacro e inviolabile.
Proprio per questo, spenta ormai ogni sete di conquista e di record, possiamo riscoprire nell’ascesa al Tobbio, ai tanti Tobbio che esistono sulla terra, una dimensione diversa, più vera; possiamo cercare quella catarsi che il nostro tempo ci nega, e insieme ci impone.
Sono soprattutto i percorsi inventati sul momento, lungo le rughe del Tobbio, a farci scoprire dimensioni sempre nuove. Tra le asperità, le polle d’acqua sgorgano dal sottosuolo come da un impossibile fenomeno carsico, diventando talvolta tramite di involontari riti di purificazione. Poi, giunti alla vetta, è il vento ad accoglierci e a penetrarci: quel vento che, se ci volgiamo a sud, porta l’odore di salso che arriva dal mare.
FABIO MARCHELLI

I monti stanno immobili: ma noi, dove ci fermeremo?
FRIEDRICH HÖLDERLIN

Sali sulla montagna e cogline i doni. La pace della natura fluirà in te come il sole si infiltra tra gli alberi. Il vento ti infonderà tutta la sua freschezza, e la tempesta la sua energia, mentre gli assilli si staccheranno da te come foglie d’autunno.
JOHN MUYR

Basta un colle, una vetta, una costa. Che fosse un luogo solitario e che i tuoi occhi risalendolo si fermassero in cielo. L’incredibile spicco delle cose nell’aria oggi ancora tocca il cuore. Io per me credo che un albero, un sasso profilati nel cielo, fossero dei fin dall’inizio.
CESARE PAVESE

Il Tobbio è un illusionista. Il suo fascino consiste nel far credere ciò che non è. La sua massa rocciosa, un po’ discosta dai “fratelli” dell’Appennino Ligure, illude sulla sua altezza. I suoi dirupi sono un miraggio di Alpi, la Chiesetta alla sua sommità poi da il tocco finale … In questi giochi d’immagini, non si finisce mai di conoscerlo.
DIEGO CARTASSEGNA

Il Tobbio - Francesco Pendibene
Il Tobbio (Francesco Pendibene)

 Il potere di una simile montagna è così grande eppure così sottile che gli uomini se ne sentono istintivamente attratti, da vicino e da lontano, come dalla forza di un’invisibile calamita; e saranno disposti a sopportare difficoltà e privazioni nel loro inesplicabile anelito di avvicinare il centro di quel sacro potere. Nessuno ha conferito tale sacralità a quella montagna, eppure tutti gliela riconoscono; nessuno deve difenderne la rivendicazione in quanto non c’è nessuno che ne dubiti; nessuno deve organizzarne il culto, perché chiunque si sente sopraffatto dalla mera presenza di una simile montagna e non è in grado di esprimere i propri sentimenti altro che con la venerazione.
GOVINDA

A chi ama cercare funghi, andare per more o semplicemente passeggiare per i nostri boschi, è sicuramente già capitato di smarrirsi, di perdere l’orientamento, anche per un solo istante.
In tale occasione ha alzato gli occhi dai suoi passi e ha cercato all’orizzonte l’inconfondibile profilo del Tobbio. È un gesto istintivo, non cerchiamo il Figne, il Tugello, la Colma, ma il Tobbio, proprio perché costituisce da sempre “il” punto di riferimento, perché sovrasta gli altri per imponenza e riconoscibilità. È lo Uluru dell’ovadese (Uluru è la definizione aborigena dell’Ayers Rock, in Australia, immenso monolite che i nativi considerano il tramite tra il mondo dei sogni e quello degli uomini).
Fin da bambini, quando col padre o col nonno ci si avventurava nei boschi, e invece di cercare funghi e raccogliere castagne, ci si perdeva nella scoperta dell’orizzonte, abbiamo fatto conoscenza con la Montagna, prima ancora che qualcuno ce ne dicesse il nome.
FABRIZIO RINALDI

Il Tobbio - Anselmo Carrea
Il Tobbio (Anselmo Carrea)


Appunti di geologia sul Monte Tobbio e dintorni

Vediamo di capire quali sono gli eventi geologici che nel corso di milioni e milioni di anni hanno interessato la zona su cui sorge oggi il Monte Tobbio.
La zona del Parco delle Capanne di Marcarolo, benché geograficamente sia inserita per intero nell’Appennino Ligure, geologicamente si trova nella zona di contatto tra le Alpi e l’Appennino. Proprio in quest’area, infatti, passa la linea Sestri-Voltaggio, che separa complessi rocciosi di tipo alpino, di cui il Tobbio fa parte, da rocce appartenenti alla zona appenninica. Il Monte Tobbio appartiene alla formazione alpina del Gruppo di Voltri, e più precisamente al gruppo Erro-Tobbio, che di questa formazione fa parte.
All’inizio del Triassico (225 milioni di anni fa), nella zona più o meno corrispondente alle attuali Liguria e Piemonte si estendeva un mare relativamente poco profondo, che si stava lentamente ampliando e approfondendo; favorite dalla profondità modesta delle acque e dal clima caldo di quel periodo si svilupparono scogliere analoghe a quelle delle attuali barriere coralline. Il graduale e progressivo sprofondamento dei bacini marini era dovuto alla separazione dell’antica crosta continentale in due blocchi divergenti che si muovevano in direzione opposta.
La separazione e l’allontanamento dei due blocchi, causati dai movimenti del Mantello (lo strato più denso, sul quale “galleggiano” le rocce più leggere della Crosta Continentale), era accompagnata dalla risalita di rocce profonde e di magmi dovuti a processi di fusione del mantello stesso. Le rocce che risalivano come frammenti solidi del mantello sono di natura prevalentemente lherzolitica, di cui troviamo esempi sul nostro Monte Tobbio.
Queste masse rocciose erano giunte a formare il pavimento di quello che era ormai un vero e proprio oceano, la cui larghezza massima al passaggio Giurassico-Cretaceo (150-120 milioni di anni fa) è stimata di circa 250-500 km. Possiamo immaginare una situazione simile a quella che si sta verificando nelle zone del Mar Rosso, che prelude all’apertura di un bacino oceanico.
All’inizio del Cretaceo superiore (160 milioni di anni) i blocchi continentali che si erano precedentemente separati invertirono la direzione del loro spostamento ed iniziarono un movimento che li avrebbe portati a collidere. Sotto l’azione compressiva dei blocchi continentali la crosta oceanica subì uno sprofondamento che la fece scorrere sotto la crosta continentale (subduzione). Durante lo sprofondamento le rocce subirono un lento progressivo riscaldamento (fino oltre 450° C), accompagnato da un rapido aumento della pressione (circa 10 Kbar, pari ad una profondità di 30 Km); le rocce vennero inoltre deformate dalle energiche spinte conseguenti al movimento dei blocchi. Con il procedere delle fasi orogenetiche anche le rocce subdotte a grandi profondità vennero coinvolte nelle fasi di ripiegamento e sollevamento che portarono alla formazione delle catene alpine, di cui il Gruppo di Voltri fa parte.
L’unità Erro-Tobbio risulta quindi costituita quasi esclusivamente da peridotiti tettoniche. Le rocce peridotitiche di questa unità sono non di rado profondamente serpentinizzate ed interessate da eventi deformativi. Sul Monte Tobbio e nei suoi dintorni possiamo trovare esempi di queste rocce sotto forma di lherzoliti.
A partire dall’Eocene superiore (circa 40 milioni di anni) le rocce coinvolte nelle complesse vicende tettoniche e metamorfiche sopra descritte affiorarono a costituire terre emerse.
Con l’Oligocene inferiore (circa 35 milioni di anni) il mare iniziò ad avanzare sulle terre emerse per formare un bacino che corrispondeva in gran parte all’attuale versante padano, mentre verso l’attuale versante tirrenico predominavano le terre emerse.
Quindi, immaginando ipoteticamente di trovarci sulla cima del Tobbio circa 30 milioni di anni fa, con lo sguardo rivolto verso Nord, dove oggi vediamo la pianura avremmo ammirato il mare.
Gli eventi tettonici sopra descritti hanno generato le rocce che oggi costituiscono il Tobbio. Queste rocce, avendo subito intensi processi deformativi, risultano intensamente fratturate, e tale frantumazione la possiamo sperimentare quando, accingendoci a brevi arrampicate sulle sue asperità, ci troviamo spesso di fronte al venir meno di appigli che poco prima avevamo creduto sicuri.
Fabio Marchelli

Tobbio aaa

Gli ambienti

Le nostre montagne e le nostre valli dovevano apparire, al viaggiatore che le avesse attraversate secoli orsono, magari in epoca pre-romana, certamente molto diverse da come noi, oggi, le vediamo. Cerchiamo di immaginare una vastissima foresta che ricopra gran parte dell’Europa, un bosco immenso che colleghi il Mare del Nord con le tiepide acque del Mediterraneo, non conoscendo altri ostacoli al di fuori di quelle zone – al di sopra di una certa altitudine – in cui le condizioni ambientali fossero troppo difficili per permettere la vita degli alberi. Niente città, solo minuscoli villaggi di poche case, campi coltivati più simili a piccoli orti che alle estese coltivazioni cui oggi siamo abituati. Un viandante che fosse passato nei pressi del Monte Tobbio, avrebbe dovuto attraversare l’esteso bosco di rovere che ne ricopriva le pendici, sfumando a faggio solo nelle zone più alte e ad esposizione più fresca del monte, e ad altre essenze – orniello, ciliegio, olmo, farnia – man mano che ci si avvicinava alla pianura: forse avrebbe ricevuto ospitalità presso qualche cascina, probabilmente avrebbe incontrato il lupo, l’orso, la lontra, la lince o il cervo. Tale situazione non si è protratta a lungo. In ragione dell’aumento della popolazione umana, è stato giocoforza nel corso dei secoli cercare nuovi spazi da colonizzare, ove aprire radure, coltivare, costruire villaggi, permettere il pascolo agli animali domestici. Il bosco assunse al contempo un’importanza fondamentale: da esso l’uomo ricavava nutrimento, legname per costruire le case, per riscaldarsi, strame per il bestiame. L’introduzione del castagno, avvenuta presumibilmente in età romana, rappresentò un momento cruciale, divenendo ben presto tale pianta il fulcro stesso dell’economia rurale. Più tardi le esigenze di Genova, potenza navale che veniva proprio in queste zone a rifornirsi di legname per costruire la propria flotta, e delle nascenti attività protoindustriali – ferriere e vetrerie – dei fondovalle, contribuirono non poco all’impoverimento definitivo della risorsa “bosco” locale.
All’inizio del XX secolo questi luoghi appaiono profondamente diversi da come li avevamo conosciuti all’inizio del nostro viaggio. Ampi pascoli e zone brulle si sono sostituiti alla foresta ed il bosco, ove è riuscito a sopravvivere, è ridotto ad un insieme deperiente di alberi ceduati per fornire legna da ardere, spesso tagliati ad intervalli troppo brevi. La minaccia del dissesto idrogeologico, più che mai concreta, suggerisce di tentare di ricostruire la copertura boschiva perduta: ecco iniziare le opere di rimboschimento, che, a partire dai primi anni del secolo, ricoprono intere pendici dei monti con specie del tutto estranee alla nostra realtà, quali il pino nero ed il pino marittimo.
Il resto è storia dei nostri giorni: tutti abbiamo sentito parlare di spopolamento dei monti, di abbandono delle attività agricole; del dissesto idrogeologico del nostro territorio abbiamo invece menzione solo in occasione di qualche alluvione…

Tobbio da Moglioni - Fabri

La realtà attuale

Come già sottolineato, gli ambienti che il monte sa offrire al suo visitatore appaiono profondamente segnati dall’impronta dell’uomo. La cessazione – ormai da qualche decina di anni – di ogni attività antropica permette peraltro la continua evoluzione degli ecosistemi che, spontaneamente, tendono a rinaturalizzarsi, a divenire cioè ecologicamente stabili, con un processo che dura diverse decine di anni.
Il principale fautore di tali trasformazioni è il cosiddetto “bosco pioniero”, formato cioè da alcune specie di alberi ed arbusti che, per primi, in virtù delle proprie ristrette esigenze ecologiche, riescono ad occupare un terreno. Ricordiamo, tra tali specie, il sorbo montano (Sorbus aria), per queste zone di estrema importanza e diffusione e la frangola (Frangula alnus).
Tale bosco costituisce il presupposto per l’insediamento di un’altra formazione, detta “climax”, che risulta la più stabile ed equilibrata in rapporto alle potenzialità del sito. Essa è, di fatto, un ecosistema in grado di perpetuarsi e continuamente rigenerarsi all’infinito, caratterizzato, in genere, da un’elevata biodiversità, da un gran numero cioè di specie animali e vegetali, tra le quali assume predominanza, per queste zone, la già citata rovere (Quercus petraea). Relativamente al Monte Tobbio, tale essenza ne ricopre le pendici occidentali, ove è presente in boschi un tempo ceduati ed ora non più tagliati, ove, di fatto, è in via di conversione naturale alla fustaia.
Inoltriamoci ora nella pineta che ricopre la porzione orientale del versante nord del monte. Come ricorderemo, l’origine di tale bosco è artificiale, essendo il frutto di rimboschimenti effettuati in prevalenza con essenze – pino marittimo (Pinus pinaster) e pino nero (Pinus nigra) – da noi estranee. Non mancheremo di notare come tale formazione forestale, apparentemente in buone condizioni, in realtà non riesca a riprodursi, a dar vita ed avvenire cioè ad un numero sufficiente di nuove piantine che possano rimpiazzare quelle mature, man mano che queste moriranno. Comprenderemo facilmente che tale bosco non può avere avvenire e che il suo destino è, da qui a qualche decina di anni, segnato; ammiriamo però l’avanzata del bosco pioniero, che, in talune zone, tende ad occupare gli spazi disponibili.
Così come per la pineta, anche l’origine delle zone aperte che ammantano le pendici più alte del monte, è da far risalire alla mano dell’uomo. Nel passato, la necessità di terreni ove far pascolare il bestiame e di legname ha portato infatti alla creazione di radure e pascoli sempre più ampi. Ora non più pascolati, tali terreni tendono ad essere invasi da essenze pioniere, costituite in una prima fase da rose e rovi, poi da arbusti più consistenti, sorbo, frangola, spinocervino. Se lasciata a se stessa, tale evoluzione porterà, anche se in tempi piuttosto lunghi, alla ricostituzione del bosco climax, cioè della fustaia di rovere.
Di grandissima importanza fu, in passato, la presenza del castagno (Castanea sativa), il quale rappresentò per il sapere contadino una fonte inesauribile di risorse: castagne, legname, fogliame, tutto era utilizzato dai nostri avi. Tale essenza era governata prevalentemente a fustaia, costituita da alberi innestati con varietà di gran pregio alimentare, che raggiungevano negli anni dimensioni monumentali. Alcune epidemie funginee cui possiamo attribuire vere e proprie stragi, ridussero nel corso del nostro secolo in modo drastico le estensioni a castagno da frutto e consigliarono la conversione degli alberi al ceduo, più resistente alle malattie. Questa storia può essere facilmente letta nella zona circostante le cascine Nespolo e Tobbio, ove ai resti di antichi castagni da frutto, ora simili a familiari fantasmi, si affiancano estese zone a ceduo, di futuro davvero incerto.

Tobbio Fauna 1

Fauna

27 Biancone

Tra gli animali che vivono in montagna, i grossi mammiferi come il capriolo, la volpe ed il cinghiale, per sfuggire alla persecuzione che da secoli l’uomo esercita nei loro confronti, si sono adattati ad una vita seminotturna. Per questo motivo, quando si fanno delle camminate, si potranno trovare impronte lasciate sul terreno, giacigli di riposo e resti di pasti, ma difficilmente si avrà la fortuna di incontrare una di queste specie selvatiche. Gli uccelli, invece, possono essere osservati con più facilità, e spesso, grazie al canto, possono essere individuati anche dai meno esperti. Si è pensato allora di presentare quelle specie che, con un po’ di attenzione, si possono con buone probabilità incontrare durante un’ascesa al Tobbio.
Il prispolone (Anthus trivialis) è un piccolo uccelletto dalle dimensioni di un passero, che trova l’ambiente di elezione nelle zone aperte con alberi radi. Ha un piumaggio marrone chiaro sul dorso e biancastro punteggiato nelle parti inferiori. Il nido viene costruito sul terreno intrecciando sottili erbe. Passa l’inverno al di là del Mediterraneo e torna in Europa per nidificare a primavera inoltrata. Il suo arrivo è segnalato dalle manifestazioni amorose che compie sin dai primi giorni. Canta prima dalla cima di un albero per qualche secondo, poi si alza in volo di alcuni metri, sempre cantando, ed infine si lascia cadere verso il terreno con le ali e la coda spiegate a mò di paracadute, emettendo dei ripetuti fischi acuti “… fiu … fiu … fiu …”.
La cincia dal ciuffo (Parus cristatus) è un grazioso uccello di piccole dimensioni che deve il suo nome alle caratteristiche penne rialzate del capo. Ha un mantello grigio-marrone sul dorso e più chiaro nelle parti inferiori. È legata in modo particolare ai pini, ed a seguito dei rimboschimenti che sono stati fatti sull’Appennino con questa essenza arborea, ha ampliato il suo areale anche al di fuori dell’arco alpino. Non essendo migratrice può essere osservata anche in inverno. È gregaria e nidifica sui rami degli alberi nei quali può essere individuata grazie al richiamo che emette in modo ripetitivo “… crrr … crr …”.
Il luì bianco (Phylloscopus bonellii) è un piccolissimo uccello del peso di pochi grammi e dal caratteristico ventre che alla luce diretta del sole appare chiarissimo. Nelle giornate di maggio può essere osservato mentre è intento a cantare dalla cima di un pino.
Il codirossone (Monticola saxatilis) è un coloratissimo uccello delle dimensioni di un merlo. Per evitare i rigori dell’inverno migra in Africa, al pari della gran parte dell’avifauna che nidifica nell’Appennino. È ormai diventato molto raro e il Tobbio è uno degli ultimi suoi rifugi. Il maschio ha una livrea rosso-blu molto intensa. Vive nelle zone rocciose nelle quali, sul terreno, depone il nido. Ha un canto flautato molto particolare, simile a quello dell’affine passero solitario.
La tottavilla (Lullula arborea) è una specie strettamente imparentata con l’allodola con la quale può essere confusa, essendo di aspetto molto simile e condividendo con essa gli stessi ambienti aperti. Il canto, costituito da una cascata di melodiose frasi “… lulu … lulu …”, permette di distinguerla con certezza. Viene emesso durante i voli che compie al di sopra del territorio di nidificazione, e a volte canta da tanto in alto da non consentire all’occhio umano di individuarla.
Il biancone (Circætus gallicus) è un grosso uccello da preda (l’apertura alare della femmina può arrivare fino a 180 cm.), specializzato nella cattura dei rettili, ed in particolar modo, dei serpenti. Pratica una particolare tecnica di caccia detta “spirito santo”, che consiste nel perlustrare da una posizione immobile a mezz’aria, il terreno sottostante. Da marzo a settembre, i versanti aperti del Tobbio, sono spesso frequentati da questo eccezionale predatore che giunge dall’Africa dove trascorre l’inverno.
Il gheppio (Falco tinnunculus) è un piccolo falco (spesso viene indicato col nome di falchetto comune) che non supera gli 80 cm. di apertura alare. Come il biancone è un rapace, anche se non così specializzato. Si ciba infatti di piccoli mammiferi ed insetti che cattura sul terreno. Nidifica nelle zone rocciose in una cavità. È molto frequente durante tutto l’anno.

Flora

29 Astro alpino

Il Monte Tobbio è uno dei luoghi del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo ove, per ragioni legate alla natura delle rocce e dei suoli (quindi del tipo di substrato sul quale si trovano a dover crescere i vegetali) e delle particolari condizioni climatiche che lo interessano, si sono da tempo concentrate le attenzioni di quei botanici che hanno fatto di queste zone appenniniche il loro campo di studi. Una trattazione sistematica delle specie vegetali che s’inerpicano sulle falde di questa massiccia piramide montuosa risulterebbe, tuttavia, alquanto noiosa e specialistica, risolvendosi in un lungo elenco floristico. Si è scelto perciò di illustrare le caratteristiche di alcune specie fiorifere particolarmente belle e facilmente visibili all’escursionista che si avventurasse per questi sentieri, munito di macchina fotografica per catturarne l’immagine o semplicemente animato dal desiderio di godere di scorci “fioriti” di grande impatto emotivo.
Le specie descritte sono tutelate dalla L.R. n. 32 del 2 novembre 1982, che ne vieta la raccolta, la detenzione ed il danneggiamento, e godono anche del regime di protezione che interessa tutte le specie vegetali, senza eccezioni, derivante dall’istituzione del Parco (L.R. n.52 del 31 agosto 1979). Al di là degli aspetti normativi, tuttavia, sembra quasi superfluo ricordare che il semplice rispetto per gli ambienti naturali che si visitano e per i viventi che li popolano dovrebbe già costituire un freno sufficientemente forte alla raccolta di erbe e fiori. Forse un piccolo, innocente mazzolino, può non apparire come un danno, ma bisogna sempre pensare che non siamo soli e provare a moltiplicare il mazzolino per il numero dei visitatori (e sono tanti!) che potrebbero essere tentati di imitarci.
L’astro alpino (Aster alpinus L.) è una pianta perenne erbacea, appartenente alla famiglia delle Composite, alta 6-15 cm, che caratterizza con la sua fioritura assai vistosa i pascoli alpini e le zone sassose montane. I fusti sono striscianti e legnosi, terminanti in rosetta, gli scapi (i “gambi” del fiore) ascendenti sono leggermente pelosi, così come, ma più fittamente, sono pelose le foglie basali, di forma lanceolata-spatolata. Ogni scapo porta un fiore chiamato, in termini botanici, capolino e costituente, in realtà, un’infiorescenza, cioè un insieme di più fiori. In questo caso si parla di fiori ligulati (a forma di linguetta dentata all’estremità), disposti esternamente e di colore violetto, e di fiori tubulosi (a forma di piccolo tubicino), di colore giallo-aranciato, disposti al centro del capolino, a formare una sorta di morbido cuscinetto dorato. Ne risulta un singolare contrasto di colori. Di particolare pregio, dal punto di vista estetico, risultano individui dallo scapo ramificato, con 2-5 capolini, nei quali il botanico Brügger credette di identificare una nuova specie; si tratta, in realtà, dell’effetto della variabilità casuale nella morfologia di una stessa specie, così come tra gli esseri umani, ad esempio, variano il colore dei capelli o la statura.
Sul Monte Tobbio si verifica una condizione molto particolare, comune anche ad altre piante di ambito alpino che vegetano nel territorio del Parco: l’abbassamento della quota minima alla quale è possibile rinvenire esemplari di questa specie, dai 1.500 m. mediamente riscontrati in Italia agli 800 m.
La dafne o cneoro (Daphne cneorum L.) è chiamata anche Dafne odorosa, a cagione dell’intenso e dolcissimo profumo che emanano i suoi piccoli fiori, avvertibile anche ad alcuni metri di distanza dalla pianta. Questo è il motivo per il quale, purtroppo, questo grazioso arbusto è stato oggetto di intense raccolte a scopo commerciale e della sua progressiva rarefazione, che ne ha motivato l’inclusione nella lista delle specie a protezione assoluta. La famiglia alla quale questa specie appartiene, quella delle Timeleacee, è caratterizzata dal fatto che i suoi fiori vengono impollinati esclusivamente ad opera delle farfalle. Si presenta come un arbusto dal portamento strisciante, alto 10-20 cm, con getti giovani resi vellutati da una morbida peluria e getti vecchi dalla corteccia bruna. Le foglie sono lineari, a forma di spatola, con una nervatura centrale molto evidente, coriacee; i fiori, profumatissimi, sono di colore rosso-porporino e crescono riuniti in fascetti di 8-12. La diffusione di questa specie riguarda le pinete ed i pendii aridi delle zone montuose dell’Italia settentrionale, molto raramente la si rinviene anche in pianura. Come serpentinofita preferenziale (cioè come specie ben adattata ai substrati costituiti da rocce serpentinose) risulta perfettamente “a suo agio” sui ripidi ed erosi pendii del Monte Tobbio.

Tobbio 1974 (pastello su carta) di Pietro Jannon 06_09 _2013 09 bis
Il Tobbio (Piero Jannon)

Qualche proposta per camminare

La sommità del Monte Tobbio è raggiungibile percorrendo 4 diversi itinerari, tutti a carattere escursionistico. Solo alcuni degli itinerari proposti sono stati segnalati a cura del F.I.E. con segnavia geometrici di colore giallo; nel corso del 1996, il Parco Naturale si farà carico del completamento della segnaletica. Ricordiamo ancora la possibilità di acquistare la cartina 1:25.000 ed il libro “Il Parco Naturale Capanne di Marcarolo”, editi dallo S.C.I. di Genova.

… dal Valico Eremiti

Due percorsi tra quelli presentati partono dal Valico Eremiti, posto alla quota di m. 559 s.l.m. ed importante crocevia tra la valle del Rio Eremiti, che scende verso il Gorzente e quella del Rio Morsone, che invece va ad immettersi nel Lemme, nei pressi di Voltaggio. Al valico è presente una piccola Chiesetta edificata nel XIX secolo e vi è limitata possibilità di parcheggio (occorre spesso, nelle giornate affollate, posteggiare lungo la strada).
La località è raggiungibile, con auto privata, da:

  • Voltaggio, seguendo la S.P.166 in direzione Capanne di Marcarolo (Km 5,2 da Voltaggio);
  • Bosio, seguendo dapprima la S.P.170 in direzione Mornese/Lerma ed arrivati al bivio, immettendosi sulla S.P. 165 in direzione Capanne di Marcarolo (Km 11,1 da Bosio);
  • Lerma, seguendo la S.P. 170 in direzione Bosio e, oltrepassata Mornese, imboccando la S.P. 165 in direzione Capanne di Marcarolo (Km 16,0 da Lerma);
  • Capanne di Marcarolo, seguendo la S.P. 165 in direzione Bosio (Km 10,8 da Capanne di M.).

Itinerario A1: Valico Eremiti / P.sso Dagliola
Segnavia: al momento inesistente, in futuro tratto e 2 punti
Quota partenza: Valico Eremiti, m. 559 s.l.m.
Quota arrivo: P.sso Dagliola, m. 856 s.l.m.
Dislivello totale in salita: 297 m.
Principali toponimi toccati: Valico Eremiti, Passo della Dagliola
Caratteristiche: itinerario molto frequentato; si svolge su mulattiera piuttosto rovinata dall’erosione, a pendenza sempre modesta. È sicuramente consigliabile per gli scorci paesaggistici sulle valli circostanti e sulla pianura alessandrina; dal passo è consigliabile proseguire, con il sentiero percorso dagli itinerari A2 ed L1, fino alla cima del Monte Tobbio.
Descrizione dell’itinerario: da località Valico Eremiti, si segue la vecchia pista forestale, ora mulattiera, che parte a sinistra della Chiesetta; dopo il primo tornante, il sentiero si unisce, per un tratto di 50 m. circa, con l’itinerario A2, con relativo segnavia. Tralasciato il percorso A2, che prosegue sulla destra, si continua lungo il sen­tiero, a tratti decisamente sconnesso, che si inerpica, con larghi tornanti, sul versante settentrionale del Monte Tobbio sino ad incrociare l’itinerario L1 proveniente da Voltaggio (m. 740 s.l.m. – 0 h 25’ dalla partenza) con il quale si unisce.
Ancora qualche tratto in salita e, con un ultimo lungo traverso, si perviene al Passo della Dagliola (m. 856 s.l.m. – 0 h 45’ dalla partenza), ampia insellatura erbosa tra la valle del Rio Lavezze ed i bacini del Rio Vergone / Gorzente.
Discesa: La discesa può avvenire lungo l’itinerario A1 di salita (0 h 40’ dal passo al Valico Eremiti), oppure, dalla cima del Tobbio, lungo l’itinerario A2

Itinerario A2: Valico Eremiti / Monte Tobbio
Segnavia: cerchio sbarrato giallo
Quota partenza: Valico Eremiti, m. 559 s.l.m.
Quota arrivo: Monte Tobbio, m. 1092 s.l.m.
Dislivello totale in salita: 533 m.
Principali toponimi toccati: Valico Eremiti, Monte Tobbio
Caratteristiche: l’itinerario si svolge sull’ampio e severo versante settentrionale del Monte Tobbio attraversando, sempre con larghi tornanti, dapprima l’estesa pineta a pino nero e marittimo ed in seguito aspre zone di prateria intervallate da balze rocciose.
Descrizione dell’itinerario: dalla cappelletta del Valico Eremiti, seguire il sentiero di destra (guardando la costruzione) il quale, dopo un amplissimo tornante, va a congiungersi per un tratto di circa 50 m. con l’itinerario A1. Tralasciatolo sulla sinistra, il sentiero si inerpica sul versante nord del monte, attraversando la pineta. Verso gli 800 m. di quota la vegetazione arborea tende a cedere il passo ai pascoli ed alle zone rocciose che rendono, in questo tratto, l’ambiente quanto mai suggestivo. Con un ultimo traverso verso est, l’itinerario si congiunge alfine con il sentiero percorso dall’itinerario L1, che congiunge il Passo della Dagliola con la cima del Tobbio (m. 985 s.l.m. – 1 h 20’ dalla partenza). Seguendolo si perviene, con ancora qualche tornante, sulla cima del monte (m. 1092 s.l.m. – 1 h 35’ dalla partenza).
Discesa: si può discendere lungo il medesimo itinerario (1 h 10’ dalla cima alla cappelletta del Valico Eremiti), oppure seguire l’itinerario L1 fino al Passo della Dagliola e, da qui, scendere per l’itinerario A1.

La Direttissima
La via più breve alla vetta, non segnalata ma decisamente segnata dalla costante frequentazione, cavalca il costolone che si diparte da nord-nord est, e che può essere guadagnato salendo in verticale dalla cappelletta degli Eremiti. È la via preferita da chi sale in assetto sportivo (tempi di percorrenza da 35’ a 50’), ma anche, decisamente, la più dura.

… dal Ponte Nespolo

Un altro interessante itinerario si diparte dal Ponte Nespolo, posto sulla S.P. 165 al suo incrocio con il torrente Gorzente, ad una quota di m. 488 s.l.m. Luogo estremamente frequentato durante il periodo estivo dai numerosi bagnanti, ritrova la propria dimensione “naturale” da metà settembre fino a giugno. Nelle immediate vicinanze non sono disponibili parcheggi: occorre pertanto posteggiare lungo la strada (facendo attenzione ai divieti di sosta presenti) oppure usufruire dei parcheggi posti in prossimità della Casc. Merigo, ad una distanza di Km 1,9. La località è raggiungibile, con auto privata, da:

  • Voltaggio, seguendo dapprima la S.P. 166 fino al Valico Eremiti, poi la S.P. 165 in direzione Capanne di Marcarolo (Km 10,1 da Voltaggio);
  • Bosio, seguendo la S.P. 170 in direzione Mornese/Lerma, poi immettendosi sulla S.P. 165 in direzione Capanne di Marcarolo; oltrepassare il Valico Eremiti e, con una lunga serie di curve, pervenire alla località (Km 16 da Bosio);
  • Lerma, seguendo la S.P. 170 in direzione Bosio e, oltrepassata Mornese, immettendosi sulla S.P. 165 in direzione Capanne di Marcarolo, in comune con il percorso da Bosio (Km 20,9 da Lerma);
  • Capanne di Marcarolo, seguendo la S.P. 165 in direzione Bosio (Km 5,9 da Capanne di M.).

Itinerario B1: Ponte Nespolo / Casc. Nespolo / P.sso Dagliola
Segnavia: 2 rombi pieni gialli
Quota partenza: Ponte Nespolo, m. 507 s.l.m.
Quota arrivo: Passo della Dagliola, m. 856 s.l.m.
Dislivello totale in salita: 351 m.
Principali toponimi toccati: Ponte Nespolo, Casc. Nespolo, Casc. Tobbio, Passo della Dagliola
Caratteristiche: itinerario completamente esposto a meridione, dunque sconsigliabile nel periodo estivo. Se percorso in inverno, esso risulta al contrario gradevolissimo. Dal passo è consigliabile proseguire, con il sentiero percorso dagli itinerari A2 ed L1, fino alla cima del Monte Tobbio.
Descrizione dell’itinerario: da Ponte Nespolo traversare il Gorzente e risalire lungo la S.P. 165; percorse poche decine di metri dal ponte, girare sulla destra per accedere alla piccola area attrezzata. Traversata l’area, salire lungo il costolone del monte, accedendo allo sterrato che conduce alla Casc. Nespolo (m. 625 s.l.m. – 0 h 30’ dalla partenza). Passare a sinistra della cascina, ammirando i suggestivi resti dei castagni secolari, e, arrivati ad un bivio, tralasciare il sentiero che si inoltra in piano, per inerpicarsi a sinistra nel casta-gneto. Arrivati ai resti della Casc. Tobbio (m. 685 s.l.m. – 0 h 40’ dalla partenza), la si lascia sulla destra e si esce poco dopo dal bosco. Da qui, la vista si apre improvvisamente sull’alta Valle del Gorzente e sul Monte Figne. Con percorso in leggera salita, traversare lungamente il versante sud-est del Monte Tobbio e pervenire, infine, al Passo della Dagliola (m. 856 s.l.m. – 1 h 15’ dalla partenza).
Discesa: dal passo, riprendere l’itinerario si salita che, in 1h 05’ riporta al Ponte Nespolo.

… da Voltaggio

L’ultima delle proposte parte da Voltaggio, importante centro della Val Lemme, posto ad una quota di m. 353 s.l.m. e raggiungibile sia con auto privata, che con mezzi pubblici, con partenze da Novi Ligure o Busalla, entrambe servite da linee ferroviarie.
Il punto di partenza dell’itinerario è posto in Piazza Garibaldi.

Itinerario L1: Voltaggio / Monte Tobbio
Segnavia: triangolo pieno giallo
Quota partenza: Voltaggio, m. 353 s.l.m.
Quota arrivo: Monte Tobbio, m. 1092 s.l.m.
Dislivello totale in salita: 739 m.
Principali toponimi toccati: Voltaggio, Bric Brughé, Costa Cravara, Passo della Dagliola, Monte Tobbio
Caratteristiche: percorso particolare, che si diparte dalla piazza di Voltaggio per inoltrarsi, man mano, in zone meno affollate e sempre più selvagge. Molto belli, nella parte alta dell’itinerario, gli scorci che si godono sui valloni del Rio Lavezze e del Rio Morsone.
Descrizione dell’itinerario: da Piazza Garibaldi seguire in direzione sud per circa 350 m. Via S. Giambattista de Rossi e Via C. Anfosso, sino a raggiungere la Chiesetta, in corrispondenza di Piazza De Ferrari. Davanti alla Chiesetta, svoltare a destra e proseguire sulla stradina asfaltata fino a Villino Stagno: qui a destra si imbocca il sen­tiero, all’inizio alquanto ripido. Dopo poche decine di metri si perviene ad un bivio e si segue il sentiero che, sulla destra, va ad attraversare il bosco misto, con pendenza costante. Si raggiunge in breve una strada sterrata sulla quale è collocato un percorso ginnico (m. 445 s.l.m. – 20’ dalla partenza), che segue la strada in costante salita, per un tratto costeggiando una recinzione. Trascurata una prima diramazione sulla sinistra, si prosegue dritti e, ora con tratti in piano, si attraversa il versante settentrionale del Bric Brughé. Sulla sinistra, una radura indica il luogo ove è sita Cascina. Colletta, ora abbandonata; qui ha termine la strada sterrata e si dipartono due sen­tieri (m. 580 s.l.m. – 45’ dalla partenza). Trascurare quello sulla destra e continuare diritti, seguendo il tracciato che riprende ora a salire, mantenendosi sul versante meridionale della costa, pochi metri sotto la cresta. Un breve tratto in piano permette di raggiungere il confine del Parco (m. 635 s.l.m. – 1 h dalla partenza), lungo il quale si proseguirà ora per un buon tratto. Una breve discesa permette di avvicinarsi al Pulpito del Diavolo, caratteristica formazione rocciosa davvero severa. Sempre continuando a costeggiare il confine del Parco, il sentiero corre lungo la Costa Cravara, mantenendosi perlopiù sul suo versante settentrionale, alternando tratti in salita ad altri pressoché piani. Ancora un tratto sul filo dell’ampia cresta e si giunge al punto di unione con l’itinerario A1, proveniente dal Valico Eremiti (m. 740 s.l.m. – 1 h 35’ dalla partenza); lungo questo si prosegue fino al Passo della Dagliola, che si raggiunge con ancora qualche tratto in salita (m. 856 s.l.m. – 1 h 55’ dalla partenza). Dall’insellatura del passo l’itinerario prosegue effettuando un lungo traverso in direzione nord, fino a raggiungere il punto di unione con il sentiero A2. Da qui, ancora qualche ampio tornante permette di raggiungere la sommità del Monte Tobbio (m. 1092 s.l.m. – 2 h 30’ dalla partenza).
Discesa: il ritorno segue il percorso di salita, in circa 2 ore.
I Guardiaparco Giacomo Gola, Giampaolo Palladino, Cristina Rossi

Il vento del Tobbio

Alessio Franzone è il partigiano “Arrigo”, ma anche – e nello stesso tempo – il cacciatore, il gran camminatore, colui che ha ben presente in sé, per esperienza diretta, la puntuale geografia del territorio dell’Oltregiogo su cui va organizzandosi, all’indomani dell’8 settembre 1943, il movimento di Liberazione. È così che il libro di Arrigo ci restituisce, accanto a una serie di importanti avvenimenti legati alla lotta partigiana, il quadro di un ambiente che egli ama e conosce come pochi altri. Con lui si percorrono fiumi e ruscelli, boschi e sentieri pieni di vita e di bellezza.
Ciò che forse risulta straordinario per un libro di memorie della Resistenza è che l’orrore di quegli accadimenti, inevitabili e presenti in tutte le pagine, non riesce tuttavia a prevalere sul forte senso di vita e speranza che Arrigo probabilmente trae, anche nei momenti più drammatici, dal profondo rapporto con questi monti.
Gli eventi della lotta partigiana che hanno per teatro l’area circostante al Tobbio sono tristemente noti. La Benedicta con i suoi giovani trucidati dai nazisti e i molti deportati è la tragica testimonianza del prezzo pagato alla lotta di Liberazione.
Una eco angosciosa di quei giorni si reperisce tra le carte che riguardano la Cappelletta del Tobbio. Colpisce l’espressione usata in una lettera della Curia genovese al parroco di Voltaggio, per riferirsi al drammatico evento appena compiuto. La data è quella del 17 aprile 1944, pochissimi giorni dopo la strage: “… in seguito agli ultimi avvenimenti dato lo stato miserando della cappella [si dispone] […] che la festa, solita a farsi nella Cappella del Monte Tobbio, sia quest’anno sospesa”.
Eugenia Fera e Massimo Angelini

Claudio Balostro, giovane scrittore nativo di Arquata Scrivia. La sua memoria non è più quella del testimone diretto ma è filtrata dalle immagini dei parenti più prossimi. Uno zio, “lo zio G.”, è un sopravvissuto della Benedicta il cui nome di battaglia è proprio quello di “Tobbio”: «Rimanemmo lì a combattere, fino alla fine. Mi chiesero un nome di battaglia, perché venivo dal Tobbio dissi quello. Mi piacque, perché è grande e asciutto, duro e ardente d’estate, bianco e soffice di neve d’inverno. Dissi quello e c’è ancora in giro chi mi chiama così», da Lo strano dell’idea di cavalli, romanzo inedito.
Alessio Franzone

Il piccolo santuario sul Tobbio in onore della B.V. di Caravaggio

Così recita il titolo dell’opuscolo stampato nel 1917 in “San Pier D’Arena”, presso la scuola tipografica Don Bosco, a cura del sacerdote Ernesto Pitto, già Prevosto di San Remigio di Parodi e membro dell’amministrazione dello stesso santuario.
Il volumetto è stato ristampato in anastatica nel 1988 dall’Associazione “Amici del Tobbio”, in occasione dei centodieci anni di ricorrenza della “prima idea di erigere un tempio mariano sull’alto e impervio monte”.
Il Pitto è noto autore di diversi volumi dedicati alla storia dei santuari liguri, compilati secondo un modello di storiografia didascalica tardo-ottocentesca, in cui la storia diventa pretesto per celebrare la devozione di coloro che si sono adoperati per l’erezione dei santuari e per stimolare i fedeli a continuare a mantenere in vita l’opera dei predecessori.

4 settembre 1899: inaugurazione della Cappella sul Tobbio in onore della N.S. di Caravaggio

Secondo l’autore, l’idea del santuario del Tobbio ha origine nel 1878 quando un sacerdote di Mornese, don Rocco Mazzarello, in occasione di una visita a Spessa Parodi (attuale comune di Bosio) propone l’impresa ad alcuni conoscenti, senza però riceverne la sperata adesione.

Solo diciotto anni, dopo la medesima proposta, ripetuta ancora da don Mazzarello nello stesso luogo, riceve la fattiva adesione di “Lombardo Giovanni della villa di Spessa di condizione contadino” che proprio nel 1896 comincia a raccogliere fondi per la realizzazione dell’impresa.

In undici mesi di lavoro veniva ultimata la strada carrabile aperta per collegare la località Eremiti alla cima del Tobbio: “trovati operai fra i quali molti gratuitamente […] e non furono soltanto i buoni figli di S. Pietro e Marziano (Parrocchia di Spessa Parodi) a prestare l’opera loro gratuita, ma anche parecchi delle Capanne e di Voltaggio”.
Nel 1897 cominciano i lavori per la costruzione della cappella inaugurata il 4 settembre 1899, il giorno seguente il trasporto della statua di N. S. di Caravaggio a cui sarà dedicata: “… malgrado il cattivo tempo si fece festa per tre giorni consecutivi con un crescendo consolante di divoti pellegrini, e con entusiasmo indescrivibile”.

Cappella con attiguo rifugio, di cui ora rimangono solo i riduri

La cappella sarà “soggetta alla giurisdizione del M. R. Parroco pro-tempore dei SS. Pietro e Marziano di Spessa Parodi”, ma verrà amministrata dall’arciprete di Gavi, dai parroci di Voltaggio e di Capanne di Marcarolo, dal prevosto di S. Remigio di Parodi e del “Sig. Lombardo Giovanni di Spessa Parodi”. Nel 1909 si decide di ingrandire l’edificio della cappella poiché essa “risultò subito insufficiente al bisogno perché numerosi erano i pellegrini che nella solennità si portavano sull’alta vetta, ma pochi tutto al più una cinquantina potevano stare nella Cappella [che ora] […] è capace di contenere oltre trecento persone, è provvista di sacrestia, è fiancheggiata da un robusto campanile […] insomma parmi che nulla manchi da poter essere chiamato: un piccolo santuario”.
Da allora, ogni, anno, sulla vetta del Tobbio vengono celebrati – prima con grande “concorso di popolo”, adesso meno solennemente – il 26 maggio, ricorrenza dell’apparizione di N. S. di Caravaggio e il 4 settembre, giorno dell’inaugurazione della cappella.
L’edificio conoscerà vicende alterne e più volte, a partire dai primi anni Trenta, si dovrà provvedere a opere di restauro eseguito con l’intervento della Curia e, soprattutto, il volontario contributo dei fedeli. Grazie agli assidui interventi dei volontari, la cappella oggi è ancora agibile, è invece scomparso il rifugio costruito agli inizi del secolo nelle sue vicinanze e ancora aperto agli inizi degli anni Quaranta.

I registri, ossia, la scrittura del viandante

Immaginare una salita e quanto ci si porta appresso: la fatica dei muscoli, la sete, la fame, il caldo il freddo, le zanzare, i fiori, l’amore lasciato a casa o perduto, gli amici attorno a sé, l’uomo o la donna da conquistare, l’amico da stupire, il bimbo da trasportare a spalle, la sfida con i propri anni o la malattia, la gara con se stessi, la rabbia, la gioia, Dio nel cuore o da bestemmiare oppure, semplicemente, solo il proprio nome. Tutto questo e ancora molto altro viene trasportato da chi sale al Tobbio e riversato nei quaderni che si presentano a chi arriva sulla vetta come un grande orecchio in cui depositare il proprio fardello per poi liberi, finalmente, ridiscenderne un po’ più leggeri.
Vero zibaldone di umani sentimenti e di stili narrativi, genere non riducibile alla corrente tipologia letteraria, i quaderni restituiscono a chi li scorre una straordinaria mescolanza di generazioni, classi sociali di appartenenza, quindi di gusti, passioni – stili insomma – diversamente inconciliabili tra loro e tuttavia per una volta uniti in maniera forte (non fosse altro per il pezzo di carta che li contiene) dalla comune condivisione di un’esperienza – unica per ciascuno questo è certo – ma anche universale perché a tutti gratuitamente si propone la stessa strada, perché tutti si partecipa di un’unica volontà di ascesa.
Portofranco di letterati e illetterati, di guastatori e costruttori, di moralisti e goliardi, di folli e di saggi, il quaderno posto sulla cima del Tobbio potrebbe anche se parzialmente essere accostato agli scritti carnascialeschi, là dove il mondo finalmente si rovescia e il principe, per un momento, può diventare bifolco e il bifolco re. Luogo liberatorio, dunque, come appunto si addice a ogni intento di ascesi.
Ma i quaderni ci propongono anche molto altro come, per esempio, lo scambio di messaggi malinconici tra amici che in essi ormai soltanto si rincontrano; il diario di bordo che annota le condizioni climatiche attraverso cui gli esperti di montagna e di mare non mancano di ostentare la conoscenza della qualità dei venti e della loro forza; sfoghi di amanti delusi o inappagati, di mogli e mariti che per evitare risse famigliari sono venuti di corsa in cima al Tobbio a placare gli istinti più violenti. C’è chi non scrive ma disegna. I bimbi, in genere, amano segnalare la loro età e il sesso: “siamo tre femmine e due maschi …”, le suore ringraziano Dio per il creato, altri non esitano, poche righe sotto, quasi senza soluzione di continuità, di bestemmiarlo come se, provocati all’argomento dalle lodi precedenti, si ricordassero che anche loro ogni tanto pensano a Dio. Anche questo, più in generale, è un aspetto ricorrente nei quaderni: spesso accade che un argomento, specie se provocatorio, di­venti per persone diverse comune occasione di considerazioni e divagazioni, una sorta di filo rosso che ritroviamo per più pagine, segno eloquente che la provocazione ha raggiunto il segno.
I quaderni reperiti cominciano nel maggio 1985. Anni non privi di vuoti lasciati dalle pagine strappate forse per la necessità assoluta di accendere un fuoco, forse per puro vandalismo o forse per il più comprensibile gesto di chi ha trovato in esse l’ultima traccia di un amico o un parente poi prematuramente scomparso.

Tutti insieme, appassionatamente

Dopo la fatica della salita, bere e mangiare, scherzare, giocare a carte, conoscere chi è arrivato prima o poco dopo è corollario quasi inevitabile di ogni gita che abbia escluso la scelta della “solitaria” assoluta.
I registri del Tobbio abbondano di minuziose descrizioni di menù, più o meno raffinati, di citazioni dei vini consumati, di lazzi giochi ed elenchi più o meno reverenti di partecipanti, ma tutti, allo stesso modo, desiderosi di comunicare il benessere provato nello stare assieme.
Le processioni che portavano al Tobbio i fedeli a celebrare due volte all’anno le solennità del piccolo santuario si chiudevano con un’allegra mangiata. Per l’occasione il parroco di Voltaggio, alla fine degli anni Venti, chiedeva la dispensa alla Curia di Genova per poter permettere il consumo di cibi di grasso, nonostante il consueto divieto dei giorni solenni, anche a ragione del notevole sforzo fisico chiesto ai partecipanti.
Oggi, le occasioni di convivialità ritrovano al Tobbio diverse espressioni: al Tobbio per Capodanno, per Natale, per il primo maggio, per celebrare i compleanni (magari anche quello del nonno), ma c’è anche chi al Tobbio sale per sposarsi. Due i matrimoni fino ad oggi celebrati lassù. Il primo nel giugno del 1970 di due sposi dell’Alta Val Lemme, il secondo, vent’anni dopo nel 1992, di due giovani di Ovada.
Ritrovarsi insieme dopo la comune fatica, condividere la soddisfazione di aver raggiunto la meta, guardare per un momento al mondo dall’alto, e il piacere di stare insieme sono gli ingredienti forti che garantiscono ai partecipanti delle feste sul Tobbio la felice scoperta della gioia davvero non sempre facilmente raggiunta dai convivi di fondovalle.

La corsa 1971 – 1980

Ma al Tobbio non si va solo per passeggiare e chiacchierare amabilmente con gli amici. Al Tobbio si va anche di corsa e non necessariamente per placare umori iracondi.
La polisportiva di Voltaggio ha organizzato per dieci anni, sempre nel mese di settembre, un’appassionante gara aperta ad atleti e a semplici amatori e, a partire dal 1976, riservata ai soli soci FIDAL. Nelle primissime edizioni essa proponeva un percorso di circa otto chilometri, allungato poi nell’edizione del 1977 a dieci, con un dislivello di 766 metri. Sempre a partire dal 1977 la manifestazione assume carattere nazionale e da allora è stata dichiarata prova selettiva di campionato italiano di corsa in montagna.
L’organizzazione, curata dalla Polisportiva di Voltaggio, ha raccolto per anni l’adesione del volontariato giovanile del paese e ha ricevuto l’aiuto del CAI sezioni di Ovada e Novi Ligure: nel solo 1979 circa novanta persone. Segnalare il percorso con le bandierine, allestire e gestire i diversi punti di servizio, questi ed altri sono gli oneri assunti dai volontari, nonostante le condizioni climatiche spesso, considerata la stagione, affatto clementi. Uno dei responsabili evocava tra le situazioni particolarmente stressanti ma non prive di divertimento che caratterizzavano il lavoro, la “corsa dei volontari” che dovevano provvedere a destinare sulla cima del Tobbio le tute tolte dagli atleti pochi minuti prima del via, precedendo, è ovvio, il loro arrivo. Le tute venivano trasportate a gran velocità in auto fino alla località Eremiti dalla quale, sempre di corsa, si procedeva a piedi, con le tute nello zaino, fino alla vetta. Il 1980 è l’ultimo anno della corsa del Tobbio. Dal 1981 infatti non si corre più verso la montagna ma gli atleti si cimentano in una prova di corsa individuale podistica, il “circuito di Voltaggio”, che prevede 11.480 chilometri di corsa attorno al paese. E il Tobbio resta ancora a guardare …
Eugenia Fera e Massimo Angelini

Bibliografia

Anche il Tobbio vanta una sua, pur modesta, bibliografia. Gli sono stati dedicati libri, opuscoli, articoli vari. Si fregia addirittura di un omaggio in tedesco, redatto da un gruppo di giovani escursionisti teutonici. Abbiamo raccolto solo il materiale più facilmente rintracciabile, ma vorremmo fosse questa l’occasione per aggiornamenti e integrazioni. Se conoscete pubblicazioni o articoli inerenti in qualche modo il Tobbio, segnalatele nel “libro di vetta”: ve ne siamo anticipatamente grati.

Libri e opuscoli:

  • FRANZONE ALESSIO – Vento del Tobbio – Genova, 1952
  • PITTO Sac. ERNESTO – Il Piccolo Santuario sul “Tobbio” – Sampierdarena, Don Bosco, 1917
  • VV. – Pfingstfahrt Im Regen Monte Tobbio 1992 – Gengenbach, 1992

Articoli:

  • BASSIGNANA ENRICO – Un sentiero sul Tobbio – su TUTTO CITTÀ’ 95 – Alessandria e Provincia – STET 1995, Torino
  • CARREGA MARIO – Il Monte Tobbio e la sua flora – su IL NATURALISTA, giugno 1989, Museo Civico di Storia Naturale – Stazzano
  • LEARDI ERNESTO – Lontani ricordi, istanze recenti a proposito della chiesa-rifugio sita sul Monte Tobbio – su ALPENNINO n.3/1994, Casale Monferrato
  • MASSONE ENRICO – Sul Tobbio con vista sul mare – su PIEMONTE PARCHI 25, settembre/ottobre 1988 – Torino
  • MASSONE ENRICO – È il Tobbio il misterioso monte sul quale sorgeva l’abbazia del Nome della Rosa – su LA PROVINCIA DI ALESSANDRIA, 1 tri. 1989 – Alessandria

Non riteniamo inutile, infine, un rimando alle opere concernenti la montagna alle quali si è attinto nella scelta delle citazioni:

  • BELTRAMI VANNI – Breviario per nomadi – Biblioteca del Vascello, Roma 1995
  • BERNBAUM EDWIN – Le montagne sacre del mondo – Leonardo, Milano 1991
  • BOARDMAN PETER – Montagne sacre – dall’Oglio, Milano 1983
  • DAUMAL RENÉ – Il monte analogo – Adelphi, Milano 1968
  • EVOLA JULIUS – Meditazioni delle vette – Ed. Del Tridente, La Spezia 1974
  • GOETHE W.G. – Viaggio in Italia – Rizzoli, Milano 1991
  • HEINE H. – Il viaggio nello Harz – Marsilio, Milano 1994
  • MILA MASSIMO – Scritti di montagna – Einaudi, Torino 1992
  • MOTTI GIAN PIERO – La storia dell’alpinismo – Vivalda, Torino 1994
  • THOREAU H.D. – Camminare – Mondadori, Milano, 1991
  • ZOLLA ELEMIRE – Lo stupore infantile – Adelphi, Milano 1994

Ringraziamenti

Hanno ideato e concretamente realizzato la mostra i Viandanti Delle Nebbie. Hanno collaborato: Eugenia Fera e Massimo Angelini del Centro di Documentazione della Storia e della Cultura Locale; CRISTINA ROSSI, GIACOMO GOLA e GIANPAOLO PALLADINO del Parco Naturale Capanne di Marcarolo.

Non potendo elencare tutti gli appassionati che hanno contribuito alla realizzazione, riteniamo di dover far giungere loro il nostro ringraziamento attraverso le organizzazioni e i gruppi di riferimento, dal CAI di Ovada agli Amici del Tobbio. Un grazie particolare lo dobbiamo però a Pietro Jannon, autore della maggior parte delle immagini utilizzate, e praticante indefesso del culto del Tobbio. Vorremmo infine che in questo omaggio al monte fosse implicito un tributo alla memoria di Andrea Longhetti, che dell’amore per il Tobbio è rimasto tragicamente vittima.

Namaste

Nepal e Tibet

di Stefano Gandolfi, 8 gennaio 2021, vedi l’Album 

​ PARTE PRIMA – KATHMANDU

​ Namaste!

​ Overdose di emozioni

​ Pashupatinath

​ Bodhanat

​ PARTE SECONDA – LE MONTAGNE

​ Prossima fermata: Indiana Jones City

​ L’inizio di un trekking

​ Big foot ai piedi dell’Everest

​ Round Annapurna Trekking, relazione tecnica ed esperienza umana

​ PARTE TERZA – IL TIBET

​ Un medico a 4500 metri di quota

​ Vent’anni dopo

​ Tibet, ultima frontiera

N.d.A.: per una mia scelta personale, ho deciso di non mettere didascalie alle fotografie, per sottolineare la sensazione che abbiamo ripetutamente provato di conoscere, attraversare e amare luoghi senza tempo, senza spazi fisici, quasi privi di una dimensione materiale definita; infine magari anche per indurre un po’ di curiosità che sarò ben felice di soddisfare! 

PARTE PRIMA – KATHMANDU

Namaste!

Buon risveglio, se così si può definire il graduale passaggio da quel fastidioso e precario stato di dormiveglia che ha caratterizzato le lunghe ore del viaggio aereo in Nepal alla riacquisizione della consapevolezza della realtà.

La realtà di un non-luogo quale è questa scatola volante sospesa a 10,500 metri sul livello del mare, dove i tempi e la vita sono scanditi dai campanelli per chiamare le hostess, dai pianti dei bambini inconsolabili dalle loro madri, dal passaggio del carrello con i suoi acri e fastidiosi aromi che preannunciano l’arrivo della colazione plastificata e iperlipemica. Se state arrivando per la via più breve, direttamente dall’Europa e dalla penisola arabica, avrete la fortuna, se il cielo non è immerso nelle nuvole, di vedere alla vostra sinistra l’Annapurna e il Dhaulagiri, i primi due “ottomila” himalayani, e questa visione, mentre starete spalmando un po’ di burro su una fetta di pane scongelato e sulle vostre arterie, vi libererà una scarica di adrenalina pura, perché vi verranno in mente i miei racconti, le storie dei nostri meravigliosi viaggi sospesi fra sogno e realtà nelle terre che sfidano il cielo, dove tutto appare incredibile e allo stesso tempo plausibile. Mentre berrete un po’ di caffè sintetico ed un orange-juice ipersaturo di conservanti nell’inutile tentativo di scrollarvi di dosso l’apatia delle quattordici ore di immobilità forzata, mentre farete la coda per andare in bagno prima che il 747 cominci a scendere inchiodandovi alle cinture di sicurezza, mentre respirerete ancora un po’ l’aria viziata e depressurizzata (grossolano surrogato dell’aria sottile che vi ripulirà i polmoni nel lungo trekking nella valle del Khumbu) vi staranno tornando in mente tutti i motivi per cui avete intrapreso questa avventura.

E quando scenderete le scalette del Boeing e toccherete il suolo del vecchio e decrepito “Tribhuvan International Airport”, (N.d.A.: attualmente, nel 2020, ristrutturato e moderno!) e sarete accolti da un pugno nello stomaco di afa e malessere da fuso orario, intruppati nella ressa per il check insieme a decine di trekkers, alpinisti e turisti di ogni dove, per prima cosa cercherete disperatamente traccia di quella spiritualità che nei giorni successivi cambierà definitivamente i vostri cuori, perché se vi ho fatto venire fin qui, e se ora vi sto aspettando fuori dai cancelli, l’ho fatto nella sicurezza che dopo questo viaggio nulla sarà più come prima. E allora mettetevi con tranquillità in coda ai banconi, fidatevi di me, tenete a portata di mano i vostri passaporti e cinquanta dollari per il visto, ne varrà la pena…

E allora “welcome in Kathamandu, good morning, namaste!”

“Namaste”. Quante volte lo sentirete …

… e altrettante volte lo ripeterete. All’inizio vi sembrerà un po’ forzato, forse anche ridicolo, vi sembrerà di scimmiottare i locali per sembrare integrati all’atmosfera e alle loro usanze, poi pian piano diventerà naturale, non solo la parola, ma tutti i significati che nascondono queste sette lettere, ciao, buongiorno, benvenuto, ma anche, scendendo in profondità, “saluto la scintilla che è in te”, e allora già questo vi farà capire da un saluto qualcosa di chi vi starà di fronte, di chi come una meteora vi sfiorerà nel lungo cammino, magari con la schiena piegata da un carico di fascine o da assi di legno, con la testa bassa in segno di rassegnazione per il peso della vita, ma anche di rispetto per l’ospite che incontra, questo strano personaggio venuto da un altro mondo per cercare di capire dalla loro misera vita come si può vivere meglio nel loro mondo. Un mondo dove mai nessuno si sognerebbe di camminare per le strade del centro di Milano vestito di stracci spingendo un carretto pieno di legna, un mondo dove a quarant’anni si è nel pieno della vitalità e non già al termine di una breve, faticosa esistenza. Eppure noi vogliamo andare a casa loro a cercare risposte: che assurdità, vero?

I soliti occidentali benestanti, annoiati dalla vita, che perseguono il richiamo del misticismo orientale alla ricerca del santone che li porti al traguardo della spiritualità, possibilmente in quindici giorni perché poi bisogna tornare al lavoro? No, ne sono già passati tanti, hanno preso le loro pillole di saggezza, hanno fumato le loro canne, hanno portato a casa i sandali e le tuniche arancioni, adesso ben nascoste in qualche armadio, hanno “cambiato vita” senza cambiare nulla, hanno ripreso i loro ritmi, le loro usanze, i loro riti.

Non li condanno, non è facile fare la rivoluzione, fuori e dentro di sé, tutt’al più riesci a fare un po’ di casino, a cambiare look, a passare qualche serata con gli amici con un CD di musica misticheggiante e con un po’ di erba di quella buona, e poi al lunedì ricominci a produrre!

 

Ma allora …? È tutto inutile? Siamo venuti qui per nulla? Non ci sono risposte?

Ci sono, ci sono, non è facile trovarle, questo no… ma le cose facili… che gusto c’è? Ci sono un po’ di ostacoli da superare, robetta… soltanto mille luoghi comuni, la spiritualità il misticismo, il mito del “buon selvaggio” applicato genericamente a tutti i popoli del terzo e quarto mondo, la fretta e la superficialità della nostra cultura e del nostro stile di vita, la lingua, la comprensione della loro religione… la nostra sempre minore attitudine ai rapporti umani (anche fisici..) che ci rende goffi e impacciati anche nelle espressioni più semplici di relazione con gli altri, mettiamoci anche un po’ (tanta..) repulsione iniziale alla sporcizia, agli odori, a tutto ciò che è intenso per gli occhi, le orecchie, il naso e la pelle.. un po’ di fatica fisica all’inizio della marcia, la necessità di abituarsi al loro cibo.

Vabbe’, che sarà mai? Ci facciamo intimorire?

No! Credetemi, ne varrà la pena… se è una sfida, non vediamo l’ora di metterci alla prova, vero? Le risposte ci sono, basta solo avere gli occhi e il cuore per cercarle. E allora cerchiamole, dove cominciamo?

OK, avete passato i cancelli dell’aeroporto, decine di folcloristici (e un po’ molesti) ragazzini vogliono impossessarsi del vostro bagaglio per indirizzarlo al taxi o alla jeep del loro cugino/fratello/amico… non preoccupatevi, c’è uno scassatissimo pulmino coreano che ci aspetta con il mio amico Paisang che ci porterà nel cuore dell’inferno, entreremo, fisicamente e metaforicamente, nell’anima della città, questo straccio lacero e sanguinante che pulsa di una vita inimmaginabile.

Non lasciatevi prendere dai pregiudizi o dall’angoscia, inizia un viaggio dentro le strade di Kathmandu, ma soprattutto un viaggio dentro noi stessi, senza GPS!!

Capitolo primo

Overdose di emozioni

(N.d.A.: attualmente, nel 2020, molte cose sono cambiate; a Thamel, il centro urbano di Kathmandu, vige la zona pedonale e alla sera non c’’è più traffico motorizzato, dopo il terremoto si sono fatti molti sforzi per modificare gli aspetti più drammatici dell’inquinamento e per ammodernare le infrastrutture).

Cosa andiamo a cercare in questa moltitudine di stradine con gli scarichi a cielo aperto, con lo sterrato al posto dell’asfalto anche in pieno centro, con le migliaia di moto giapponesi che ti passano anche sui piedi, se non sei pronto a scansarti, ma sempre con estrema cortesia ed un sorriso stampato sugli occhi del folle guidatore, con i micro-taxi coreani incolonnati in un assurdo serpentone, con l’autista che dispone di almeno quattro mani perché due sono sul volante, una sul cambio e una perennemente impegnata a suonare il clacson (N.d.A.: dal 2017 è stato vietato per legge il suono del clacson, forse qualcosa sta cambiando), non si capisce bene se per abitudine, per noia, per salutare gli altri guidatori, per intimorire i pedoni o semplicemente perché c’è (il clacson!), con il codice stradale sfidato, sbeffeggiato, interpretato, ma con un numero di incidenti, tamponamenti e scontri incredibilmente basso rispetto a quanto sarebbe lecito aspettarsi, con lo sbiadito ricordo dell’austero regolamento inglese, con la guida a sinistra che non disdegna traiettorie anche al centro, a destra, sui marciapiedi, ovunque cioè vi sia spazio fisico per conquistare strada e continuare a spingersi avanti, non si sa bene dove e perché, ma comunque sempre avanti..

E poi cosa cerchiamo quando finalmente, frastornati, con gli occhi e le narici già impastati dalla polvere, riusciamo ad entrare in una stradina così stretta da non permettere l’ingresso delle auto o dei camion (ma loro ci tentano lo stesso, con effetti devastanti sulle fiancate dei mezzi!) e scopriamo che è ancora più pericoloso di prima perché il fondo stradale è totalmente ricoperto di frutta e verdure marcite cadute dalle bancarelle, che si vanno a mischiare con il perenne strato di unto che ricopre il selciato, nonché con gli avanzi dei cibi mangiati e consumati per strada a qualunque ora del giorno e della sera dagli abitanti di Kathmandu.

Forse andiamo a cercare lezioni di stili di vita? Vogliamo vedere se mangiano più sano di noi? O se sono più adattati di noi a sopravvivere a smog, inquinamento, fogne a cielo aperto, germi, virus, parassiti, spore, muffe, tutto ciò che basterebbe a sterminare in un giorno un esercito di igienisti, infettivologi e brave persone rispettose dell’igiene e delle buone e vecchie regole del buon senso insegnateci dalla nonna?

Fermiamoci un attimo, respiriamo, smettiamo di pensare, sì, perché da quando abbiamo fatto i primi metri fuori dall’aeroporto non avremo smesso nemmeno per un secondo di andare fuori giri coi neuroni; non dite di no, è inevitabile, succede a tutti: cominciano a venire in mente i racconti degli amici che sono stati in India e nel sud-est asiatico, in Africa o in qualunque altro paese del terzo o quarto mondo, tutte le letture di viaggio e di avventura, i film, i video in rete o sui canali di National Geographic. Un po’ pensiamo di esserci abituati, ma la prima regola del viaggiatore dice che nulla di ciò che ci è stato raccontato, descritto, fatto vedere, può anche solo lontanamente reggere il peso della realtà e del contatto diretto con essa: questo vale per la natura, per gli animali nei safari, per i capolavori dell’uomo (vuoi mettere un Monet visto dal vero o su un libro d’arte?), c’è troppo di più: il contatto fisico, il caldo, il freddo, l’afa, gli odori.

Gli odori… non potrei pensare di essere stato veramente in Tibet se non mi portassi dentro per sempre il ricordo dell’odore del burro di yak rancido che ti prende alla gola e poi al cervello, come un crack, quando entri in un monastero buddhista: lo senti, non lo vedi, ma è appiccicato alle pareti, è dentro gli enormi bracieri dove alimenta le fiammelle dei lumini votivi, è sui pavimenti unti i e lisciati da migliaia di passi dove rischi di scivolare e farti male, è nelle mense dei monaci dove costituisce l’alimento più abbondante e calorico della loro alimentazione, è addosso ai vestiti ed all’epidermide dei pellegrini, da decenni in perenne movimento sulle strade della loro fede.. è mescolato al loro sudore, alla polvere, alla loro stessa vita, inscindibile…

Signori scienziati, maestri della tecnologia, avete costruito meravigliose macchine fotografiche e videocamere, quando riuscirete ad inventare qualcosa che catturi gli odori? Che ci permettano di non impazzire quando, nel gelo del nostro inverno climatico e mentale, guardando le foto ed i video full HD con gli amici, cercheremo inutilmente di spiegare a loro, e di ricordare a noi stessi, quegli acri, fastidiosi, asfissianti, nauseabondi, eppure meravigliosi, vitali, stimolanti odori? Senza i quali ci sembrerà di essere dei ciechi che vogliono ricordare i colori di un temporale sulla steppa tibetana o dei sordi che tentano di far risuonare nella mente i mantra dei monaci buddhisti. Sì, fermiamoci un attimo e fermiamo i pensieri, i giudizi: non si può adesso, adesso si può solo vedere, sentire, immagazzinare dati; non creiamo un conflitto con le nostre menti, con la nostra cultura, con i nostri pregiudizi; poi, forse, verrà il momento della sintesi e dell’elaborazione. È troppo presto, adesso, per cominciare a entrare nel conflitto fra il bene ed il male, fra la povertà ed il benessere, fra l’igiene e la sporcizia, fra lo spreco della ricchezza e la frugalità obbligata della miseria, fra le malattie dell’eccesso e le malattie della privazione: è inutile arrovellarsi per i classici sensi di colpa alla vista dei primi bambini poveri che chiedono l’elemosina (ma non sempre..) e che sguazzano nel rudo in mezzo alla strada (sempre!): è inutile andarsi a ripassare velocemente il capitolo della Lonely Planet dove ti spiega se è meglio dare degli spiccioli agli scugnizzi piuttosto che delle biro; la cioccolata e le caramelle no (fanno venire la carie), i quaderni senz’altro sì, i cappellini e le magliette sì ma senza esagerare (poi si convincono che tutto gli è dovuto..): accidenti, se parti a 200 all’ora tutto diventa subito complicatissimo, anche fare del bene, e allora? Allora imbottiamoci di una adeguata dose di cinismo, mettiamoci una corazza per i primi giorni, non facciamoci sopraffare dai sensi di colpa (non salviamo nessun bambino con i nostri sensi di colpa…) e rimandiamo ogni nostra partecipazione attiva a quando perlomeno ci saremo abituati ad ogni marciapiede che calpestiamo ed alla vista di ogni suo occupante.

Capitolo secondo

Pashupatinath

Un vecchio autobus di linea indiano arranca tra le moto giapponesi e i taxi coreani in un continuo slalom fra bancarelle di ogni genere disseminate fra strade e marciapiedi, il mantra ossessivo del clacson pigiato nell’inutile tentativo di disciplinare le colonne di pedoni che un po’ camminano, apparentemente senza meta, un po’ si fermano a curiosare fra i carretti degli ambulanti e le botteghe seminascoste dalle loro stesse masserizie che occupano quasi tutto lo spazio della porta d’ingresso; i bambini giocano nella polvere, vacche sacre pitturate di sgargianti colori per una delle molteplici feste induiste stazionano indifferenti a tutto questo spettacolo di varia umanità; l’odore acre della vita che ricomincia ostinatamente ogni mattina, l’odore acre dei cibi piccanti che danno ristoro alla gente fin dalle prime ore del giorno; un senso profondo di inquietudine alla visione di questa sporcizia quasi ostentata e comunque accettata; un santone avvolto in una tunica giallo-arancione, con le unghie grottescamente lunghe e la barba incolta, accovacciato nella classica posizione di meditazione a gambe incrociate, dispensa ipotetiche formule di saggezza nei punti nevralgici del traffico dei turisti; chiede poche rupie per una fotografia, uno scatto rubato e non pagato è sufficiente per smascherare la sua apparente imperturbabilità.

Donne di origini indiane, dai lineamenti nobili, austere e senza età, indossano i loro bellissimi “sari” rossi con il portamento fiero di una modella occidentale; mentre attraversiamo il ponte sul Baghmati che ci conduce nel cuore di Pashupatinat, una bellissima ragazza di non più di vent’anni, appoggiata sulla balaustra con lo sguardo perso sulle torbide acque marroni, ci mostra lo splendore dei tratti genetici del suo miscuglio di cromosomi indiani, cinesi, mongoli e chissà quale sangue ancora. Giovani madri lavano i panni nelle acque del fiume, indifferenti alle molitudini di topi e scimmie che sguazzano liberamente sulle rive; altre donne sciacquano pentole e stoviglie; nugoli di bambini si tuffano, riemergono, nuotano e sputano via l’acqua dalla bocca, uomini di ogni età praticano nelle acque sacre del fiume le loro rituali abluzioni purificatorie. Poco oltre, la riva del fiume si apre su un largo piazzale con acciottolato di pietra, sul quale a distanza regolare di poche decine di metri l’una dall’altra sorgono numerose piattaforme di pietra di un metro e mezzo d’altezza; molte di esse sono seminascoste da una fitta cortina di fumo ed emanano uno strano odore agro-dolce, potrebbero sembrare, ad un osservatore superficiale o semplicemente disorientato, le ennesime bancarelle di cibi fritti cucinati all’istante; molte persone si affaccendano intorno ad esse, sembrano serene, metodiche nell’allestimento di questo strano “banchetto”, chiacchierano, adulti, vecchi, i bambini stranamente tranquilli; gli uomini del gruppo accatastano fascine di legna ed alimentano la fiamma con oli profumati e grassi opportunamente spalmati sui corpi inanimati dei loro familiari; il funerale rituale induista sta per avere inizio, le pire si infiammano ed i corpi bruciano lentamente, al termine verranno adagiati su cataste di legna ed affidati alle correnti del fiume; la vita finisce e ricomincia così, senza domande sul senso delle cose: non ci si pone domande su questioni prive di risposta, si accetta quanto tramanda la tradizione e quanto insegnano i saggi.

Per noi tutto questo non è sufficiente, non accettiamo passivamente l’ineluttabile, dobbiamo ostinarci a dare una spiegazione, non solo, ma cerchiamo anche con tutta la potenza della scienza di contrastare il destino; forse vogliamo esorcizzare la morte, forse vogliamo dimostrare quanto la tecnologia può interferire con il corso naturale delle cose, forse semplicemente non ci rassegniamo a perdere tutto quanto l’uomo, il “padrone” del pianeta, ritiene di possedere per diritto naturale o per diritto divino.

Capitolo terzo

Bodhanat

La prima cosa che percepisci, ancora prima di varcare i cancelli sempre aperti dell’ingresso principale, è quella nenia continua; all’inizio, quando sei sul marciapiede della strada, nel centro di Kathmandu, è ancora confusa con il rumore del traffico, poi, varcata la soglia, ti entra nella testa e sovrasta il brusio dei pellegrini, l’allegro vociare dei bottegai che cercano di richiamare la tua attenzione, i commenti emozionati dei tuoi compagni di viaggio di fronte all’improvviso cambiamento psicologico della situazione.. alla fine domina su tutto e diventerà, non solo per oggi ma anche per tutto il resto del viaggio, la colonna sonora della nostra permanenza in Himalaya. “om mani padme hum”: decine di musicassette e di CD suonano incessantemente il mantra, in ossequio allo stupa più sacro in territorio nepalese, ovvero il più importante tempio del buddhismo tibetano al di fuori dal Tibet, meta di pellegrini e di turisti da tutto il mondo; “om mani padme hum”: ovviamente c’è anche una precisa motivazione commerciale finalizzata alla vendita dei CD di musica sacra e tradizionale e di tutti i souvenir tipici del luogo; il sacro e il profano si mischiano con pacifica accettazione e tutto questo non sembra nemmeno stonare eccessivamente, forse la compenetrazione fra la religione e la vita quotidiana rende più plausibile un atteggiamento che altrimenti sarebbe francamente fastidioso: per la popolazione locale non vi è nessun contrasto fra la spiritualità ed il commercio, perché sono due espressioni dello stesso modo di essere, sono due aspetti altrettanto importanti e necessari per la loro sopravvivenza. “om mani padme hum”. Saluto il gioiello nel fiore di loto. Una frase il cui significato simbolico va ben al di là della traduzione letterale. Inizialmente per le nostre menti laiche e razionaliste sembra tutto un po’ ridicolo e stonato, tutt’al più lo accettiamo come elemento folcloristico e interessante dal punto di vista antropologico, ovvero tentiamo subito di riportare il fatto alla dimensione “scientifica” tralasciando quella spirituale. Dopo un po’ di tempo diventa fin quasi fastidioso, ossessivo nella sua ripetitività; sicuramente è ipnotizzante e ti obbliga ad entrare in sintonia con la moltitudine che cammina, sempre rigorosamente in senso orario, attorno al grande tempio circolare; attorno all’anello pedonale sono disposte, lungo tutta la circonferenza, le botteghe dei mercanti di ricordi, mescolati ai quali, magari più discretamente ai piani superiori, si trovano anche venditori di materiale più pregiato, dai “thangka”, i tipici dipinti su tela con i simboli della religione buddhista, a pregevoli pezzi di antiquariato che dopo azzardate transazioni commerciali vengono spediti direttamente a domicilio, in tutto il mondo.

Una pausa, anche mentale, con riso e verdure, Coca-Cola e birra San Miguel (N.d.A.: adesso, nel 2020, si può bere la birra Everest, di gran lunga migliore), comodamente seduti sulla terrazza panoramica di qualche ristorantino, con la spettacolare veduta dei tetti della case al di là del recinto sacro, della cupola dello stupa con le file di bandierine di preghiera e con le mattonelle bianche immacolate verniciate di giallo dalle colate di zafferano che vengono buttate giù a secchiate in coincidenza di qualche solennità religiosa. Alcuni giovani monaci si riposano e meditano, in una mano la ruota di preghiera, in un’altra il telefonino, innocente concessione alla modernità. Sotto di noi, l’incessante pellegrinaggio, e centinaia di mani che fanno girare i grandi cilindri di preghiera posizionati sulle pareti dello stupa; i sottili rotoli di carta avvolti attorno ad un rullo di legno dentro il cilindro di rame, quando questo viene mosso, fanno salire nel cielo le preghiere scritte in minuscoli caratteri; e in questo modo non mancherà mai, in alcun istante, una preghiera che silenziosamente verrà trasportata dal vento nell’aria sottile degli altipiani himalayani. Poi si ritorna giù e si ricomincia a girare attorno al tempio, con le note del mantra che oramai sono entrate nelle sinapsi nervose come in un corto circuito mentale che non riesci più a disinnescare; ma forse, tutto sommato, non ti dispiace nemmeno… Ti costa quasi fatica ammetterlo, ma sei soggiogato da questa atmosfera allo stesso tempo mistica e materiale, da questo “non-luogo” a pochi metri di distanza dalle strade della città teatro della quotidiana lotta per la sopravvivenza; vorresti fermarti a lungo e lasciare libera la mente, rilassarti fuori dal flusso della vita. “Om mani padme hum”, è quasi una droga; in fin dei conti ci vuole ben poco, per il viaggiatore occidentale, spesso in fuga da se stesso, a farsi catturare da qualcosa che lo riporti in un’altra dimensione spirituale; confusamente, superficialmente, ma comunque anni-luce dal suo vissuto quotidiano. Non ti stupisci del fatto che Kathmandu sia stata per decenni un approdo per migliaia di giovani (e meno giovani), alla ricerca di qualcosa che non sapevano bene cosa fosse e sicuramente non l’hanno mai trovata, anzi si sono fatti trovare ben facilmente da altre sirene più insidiose, spesso mortali, sotto forma di pipe e di siringhe. Al tardo pomeriggio sei ancora lì, ai piedi dello stupa, la luce calda del tramonto incendia i colori della fede, gli occhi del Buddha dipinti di bianco, rosso e blu sulla cupola, le bandierine di preghiera gialle, verdi, azzurre, ocra, le tuniche amaranto dei monaci, i logori vestiti variopinti delle pellegrine, i thangka nelle vetrine dei negozi… “Om mani padme hum”. Esci da Bodhanat, ti volti indietro un’ultima volta, sulla città comincia a fare buio, il mondo è tutto sulla strada, indifferente ad ogni cosa. Decidi di non salire sul pulmino per tornare in albergo, vuoi camminare un po’ da solo con i tuoi pensieri, conosci bene Kathmandu, ci sei già stato tante volte, fai un po’ di stradine secondarie, fuori dal flusso turistico; non ci sono più negozi di souvenir, solo squallide case fatiscenti, botteghe di alimentari per i locali, venditori ambulanti che raccolgono le mercanzie, cumuli di rifiuti.

Sul marciapiede un gruppo di bambini di non più di 7-8 anni, riversi per terra, sniffano colle e vernici. Non hanno i soldi per permettersi le droghe dei ricchi. Hai qualche difficoltà a scavalcarli per non inciampare nell’immondizia.

Hai qualche difficoltà a capire il senso della vita.

Kathmandu, Nepal, 2001, 2004, 2008, 2016, 2017, 2018

 

PARTE SECONDA – LE MONTAGNE

Capitolo quarto

Prossima fermata: Indiana Jones City

In ogni viaggio impegnativo, in ogni trekking in montagne selvagge, in qualunque situazione al di fuori della cosiddetta civiltà tecnologica, ci sono alcune circostanze che sembrano create ad arte dal tour operator di turno per poter stupire gli amici al ritorno raccontando di avventure mirabolanti, di rischi pazzeschi, di pericoli oggettivi che ti hanno posto, magari solo per qualche istante, a diretto contatto con la possibilità di morire.

Sono quelle situazioni che, se sciaguratamente finiscono male, tutti i mass-media, i presenzialisti di salotti-TV alla Bruno Vespa, bollano come “gratuita ricerca del brivido” da parte di turisti ricchi, snob, annoiati, o peggio ancora frustrati dalla vita di tutti i giorni e che cercano riscatto nella facile avventura per fare colpo sui colleghi dell’ufficio, sugli amici e sui parenti nella rituale serata di diapositive o di videoproiezione.

Invece nessuno si rende conto che certe situazioni non te le vai a cercare e ti si presentano davanti all’improvviso quando nulla lo fa presagire, magari quando sei seduto su un pulmino in Nepal, dopo la deviazione dalla “statale” Kathmandu-Pokhara, sulla strada secondaria che ti porta all’inizio del trekking e tutt’al più sei un po’ impensierito perché domani inizierà un’impresa sportiva molto impegnativa: 14 giorni a piedi su sentieri ad alta quota fra il Manaslu, l’Annapurna e il Daulaghiri, le tre grandi cime da 8000 metri dell’Himalaya occidentale, la salita alpinistica su ghiacciaio ad una cima di 6100 metri di altitudine, l’attraversamento di un colle a 5400 metri percorso da non più di dieci persone all’anno…

Magari in quel momento pensi di essere inadeguato, che i tuoi compagni sono super-allenati e hanno già percorso tutte le montagne del mondo, la guida alpina è un tipo che è salito sul K2 scendendone vivo nell’estate tragica del 1986. quando grandi alpinisti di ogni nazionalità sono rimasti sepolti sotto i ghiacciai nella tormenta di neve, pensi che un altro del gruppo è salito sul Mutzagh Ata a 7500 metri, pensi che non ce la farai a stare al passo degli altri, che magari soffrirai la quota e sarai l’unico a fallire… Dunque tutt’al più hai questo tipo di preoccupazioni, quando all’improvviso senti le urla dei tuoi compagni cha hanno “la sfiga” di essere seduti sulla fila di sedili del lato destro del pulmino, e per l’ennesima volta hanno visto le ruote posteriori slittare sul pietrisco al bordo della strada in bilico sopra un pendio ripido di almeno quaranta metri: tu stai seduto a sinistra e non hai la percezione di quello che succede, al di là del disagio per il caldo, per il pulmino anni ’50 pieno all’inverosimile di quattordici trekkers, la guida, almeno venti portatori, qualcuno seduto sul tetto, come vedi abitualmente per le strade sulle corriere di linea, qualcuno in precario equilibrio sugli scalini delle porte di salita e discesa; lo zaino sulle ginocchia a ridurre ulteriormente lo spazio vitale, odori indescrivibili di sudore, sporcizia, umanità….. ma a parte tutto ciò, e a parte i sobbalzi bestiali sulla cosiddetta “strada” per Besisahar e Bhulbhule (alcune guide la definiscono una buona strada carrozzabile, alcune più realisticamente esortano a diffidarne..), una infame sterrata percorsa a 3-4 chilometri orari, a parte questo, dunque, tutto sembra andare abbastanza bene, poi gli amici del lato di destra ancora urlano, letteralmente, che vogliono scendere e fare gli ultimi chilometri a piedi, anche se ormai è quasi buio nel tardo pomeriggio, vedi i loro sguardi e capisci che sono spaventati e incazzati neri, che in quel momento non stanno pensando alla bella avventura da raccontare agli amici, le videocamere sono spente e non hanno nessuna voglia di immortalare con immagini l’epico “raid” fuoristradistico!

Per un attimo consideri anche che non sono dei pivellini, dei “tipi da spiaggia”, sono tutta gente che ha girato il mondo e in circostanze sempre da viaggiatori veri, non inclini alle crisi isteriche gratuite di fronte alla minima avversità… e allora scendi anche tu, un po’ per solidarietà, ma anche perché nel frattempo le ruote hanno slittato altre due-tre volte… e dopo che sei sceso e che il pulmino ti passa lentamente davanti, ti rendi conto ancora di più di come vengano clamorosamente sfidate le leggi della fisica e della gravità da parte di quella primordiale unità uomo-macchina costituita dall’autista, imperturbabile ad ogni protesta, e dall’inverosimile pulmino e dalle sue ruote di destra costantemente sull’orlo del baratro!

Arrivi finalmente al lodge al buio, il solito casino bestiale, i borsoni da trekking maltrattati e sbattuti giù dal tetto del pulmino a riempirsi di polvere, zaini, portatori, polli, maiali, cani, odore di cibo non ben definibile, frasi incomprensibili in anglo-italico-nepalese, la ricerca delle lampade frontali per capire dove sei finito e cercare la tua sistemazione… Entri nella tua stanzetta e vedi sulla parete appena sopra il cuscino un ragno di circa 18 centimetri di diametro, stai per ammazzarlo quando Daniele, forte arrampicatore friulano e vero viaggiatore, ti ferma e ti dice, serio: ”aspetta, magari tiene famiglia”, al che lo infila delicatamente in un sacchetto di plastica, lo porta fuori e lo getta nel prato davanti al lodge…

A quel punto scoppi a ridere, perché il trekking, la fatica, l’ipossia, le notti insonni, non sono ancora cominciate, siamo solo ai preliminari, e quando gli amici del lato destro del pulmino si sono tranquillizzati e ricominciano a sorridere, alla fine ti viene quel famoso pensiero in mente: “QUESTA È DAVVERO UNA BELLA AVVENTURA DA RACCONTARE AGLI AMICI!”

Pokhara, Nepal, 2008

Capitolo quinto

L’inizio di un trekking

Inizia il cammino, siamo a bassa quota, 840 metri sul livello del mare, e appena spunta il sole fa un caldo bestiale, c’è afa e sudi solo a respirare, la visione del Manaslu appena dopo aver girato dietro al lodge ti fa per un attimo trascurare quel leggero fastidio che ti prende all’inizio di ogni trekking.

I giorni precedenti ti hanno allentato la tensione e comunque ti hanno consumato energie per il fuso orario, i bioritmi sballati, le venti ore di aereo passando da Bangkok per poi ripiegare su Kathmandu…

La cremazione dei cadaveri sulle rive del Bagmati a Pashupatinat secondo le tradizioni induiste, nonostante già vissuta in precedenti viaggi, rimane uno spettacolo impressionante e ti brucia molte energie psichiche, perché il mestiere del viaggiatore è molto differente da quello dell’alpinista o del trekker, e la cosa migliore sarebbe poter fare il “turista” al termine dell’impresa sportiva, quando ti puoi rilassare, mangiare quintali di bistecche di yak per ripristinare le masse muscolari, scattare centinaia di foto, bere litri di birra e scherzare con gli amici… ma a Kathmandu devi sempre fermarti almeno un giorno per organizzare la logistica, il trasporto fino a Pokhara, i portatori, comprare l’attrezzatura mancante e farti l’ultima doccia… Poi entri in un’altra dimensione.

Ma che czz… Siamo venuti per andare in alto e ci ritroviamo a camminare così bassi che nemmeno sull’appennino ligure, abbiamo fatto colazione all’aperto e al primo raggio di sole abbiamo subito cominciato a sudare, da fermi; gli zaini sembrano pesantissimi, anche se la maggior parte del bagaglio è trasportato in spalla dai portatori, contenuto nei sacconi da viaggio, e noi ci portiamo solo le cose della giornata, un ricambio, il guscio anti pioggia e vento, bottiglie dell’acqua, reflex e videocamera.

Non si riesce a trovare il ritmo, il passo giusto, ma soprattutto non ci siamo ancora con la testa, ieri mattina ci siamo svegliati spossati nell’afa di Kathmandu, poi sono successe mille cose che già riempirebbero un viaggio: il pulmino per uscire dallo stretto cancello d’ingresso dell’albergo ha dovuto fare una curva ad angolo retto per immettersi nella stretta stradella del Thamel, il quartiere centrale, e solo per questa manovra sono passati tre quarti d’ora, poi altre tre ore per arrivare alla periferia occidentale della città, imbottigliati in un traffico demenziale che ci ha fatto capire come la vita si svolge totalmente nelle strade, senza regole e senza controllo; la strada per Pokhara correva sinuosa in un meraviglioso paesaggio verde e lussureggiante nella fascia di mezzo del Nepal, ricca di coltivazioni e di foreste, ma il contrappasso erano le infinite curve cieche lungo le quali, ostinatamente, tutti i conducenti, compreso il nostro, gareggiavano a sorpassarsi con gimkane al limite continuo dello scontro frontale.

La pausa per il pranzo in un paesino lungo la strada, poche casupole lungo la “main street”, un piazzale di sosta per pullman di linea, camion carichi di ogni genere di merce, rare auto private; tutti dentro un povero locale con una decina di tavoli di legno, una ventola inutilmente accesa in mezzo al soffitto, un arredo molto minimalista! La cucina a ridosso dei cessi con qualche difficoltà a distinguere i due locali, per lo meno dal punto di vista igienico… le solite fisime di noi occidentali, schizzinosi e fragili nel nostro stile di vita tecnologico, il pranzo non era peggio di tanti altri, riso e verdure, un po’ di stufato, tante spezie piccanti (e, si sperava, disinfettanti per l’intestino..), Coca-Cola a volontà, poi via, di nuovo in viaggio per staccarci dopo un’ora dalla strada principale ed avvicinarci alle montagne; la deviazione per immetterci nella strada secondaria è stata anch’essa un capolavoro di ingegno umano nel trovare un varco fra le colonne interminabili di mezzi lunghi e pesanti nei cui confronti noi dovevamo apparire invisibili, tanto poco si degnavano di lasciarci passare; tanto siamo stati fermi in mezzo alla strada che un ragazzino di non più di dieci anni è riuscito a salire sul nostro pulmino con un rudimentale strumento musicale di legno con tre corde, che pizzicava con un piccolo archetto suonando in modo peraltro molto delicato un tipico ritornello religioso buddista; ci ha allietato per qualche chilometro, poi, dopo aver raccolto qualche spicciolo, con il suo sguardo malinconico e distante, silenzioso come quando è salito, è saltato giù sparendo nella polvere della strada… infine, l’avventura raccontata poco fa, insomma una giornata tranquilla nella quale abbiamo raccolto energie per l’inizio del trekking!

Dunque un inizio lento, attraversando villaggi di una povertà dignitosa, sicuramente toccati da un modesto benessere (per i loro parametri) legato alla elevata frequentazione dei turisti: si tratta di una delle due zone di trekking di gran lunga più rinomate e frequentate del Nepal, insieme alla valle del Khumbu che porta al cospetto dell’Everest, e il ricordo di questa nostra prima avventura vissuta quattro anni prima, ci ha fatto accendere la scintilla per superare l’apatia della prima giornata di cammino.

La prima sosta per pranzare, con uova sode, cosce di pollo fredde, un pezzo di formaggio e una mela, la facciamo davanti ad una pozza d’acqua ai piedi di una cascatella, ben in ombra e con un fresco piacevolissimo; si riparte e si scopre una regola ferrea di tutte le guide locali, che neanche il nostro accompagnatore, prestigioso alpinista di fama mondiale, riesce a contrastare: per motivi del tutto inspiegabili, le soste pranzo vengono sempre effettuate ai piedi di una salita, in genere molto ripida e rigorosamente esposta al sole del primo pomeriggio, e la perfidia ancora maggiore è che ti fanno fermare alla curva immediatamente prima, in un tratto pianeggiante, di modo che non hai nemmeno la possibilità di accorgertene e di protestare… cosi che, alla ripresa della marcia con lo stomaco ben pieno, si rischia la sincope, dopo pochi minuti il cuore batte a 140 pulsazioni al minuto e viene un affanno che nemmeno al colle sud dell’Everest. I motivi? Incomprensibili, perlomeno a noi; tutto questo sia che si tratti di pranzo al sacco, sia che i portatori ed il cuoco lo preparino loro nella cucina di un lodge lungo il percorso; se chiedi perché c’è una vaga risposta legata all’ora, al diritto sindacale di riposarsi, all’opportunità di introdurre calorie prima dello sforzo impegnativo della salita… E qui ci si mette a ridere pensando a quanta attenzione poniamo, nelle nostre salite sulle Alpi, a non toccare cibo (salvo barrette energetiche e un po’ di cioccolato), fino a quando non si è rigorosamente arrivati in vetta e non si ha più neanche un metro di dislivello in salita… Alla fine accettiamo il fatto, anche questo fa parte del gioco, ci adeguiamo alle usanze locali e dopo una decina di giorni siamo allenatissimi a ripartire in salita con la digestione in atto.

Nei primi giorni di marcia dormiamo nei lodge, finché non ci stacchiamo dal percorso del trekking dell’Annapurna non ci sono difficoltà a trovarne; alcuni sono molto spartani e fanno rimpiangere le tende nelle quali staremo senz’altro più comodi nelle tappe successive in alta quota; altri sono gradevoli, con un po’ d’acqua calda nelle docce e talvolta anche con l’energia elettrica fino a tarda sera; nelle prime tappe, fino a tremila metri di quota si sente ancora il caldo e di notte si abbandona ben presto il sacco pelo di piuma e si dorme scoperti, seminudi; siamo a venti gradi di latitudine nord, molto più a sud rispetto alle nostre alpi, per cui, come già nella valle del Khumbu, continuiamo a lungo ad attraversare paesaggi verdi, piacevoli e rilassanti; ed il clima, in autunno inoltrato, è quello della piena estate da noi; le grandi montagne sono ancora distanti, le cime da 4000-5000 metri che ci sovrastano nella marcia sembrano modeste collinette. Dopo l’apparizione del Manaslu al primo giorno, dobbiamo aspettare cinque giorni prima di vedere l’estremità orientale dell’Annapurna Range: le distanze sono enormi, gli spazi sembrano richiedere una quarta dimensione per poter essere giustificati e compresi, le differenze dalle nostre montagne sono tante, ma una cosa appare subito in tutta la sua evidenza: l’enormità delle dimensioni. Forse solo i massicci del Monte Bianco e del Rosa possono, parzialmente, avvicinarsi a questa misura, ma in un contesto molto più antropizzato e addomesticato. Non a caso Leslie Stephen già nel diciannovesimo secolo lo aveva definito il terreno di gioco dell’Europa; in Himalaya, (perlomeno fino a che non arriveranno i capitali cinesi con cui costruire alberghi a cinque stelle al campo base dell’Everest ed autostrade a quattro corsie per arrivarci comodamente in jeep), tutto è enormemente più vasto e primordiale, appena ci si allontana dai percorsi dei trekking (dove si è ancora lontani dalla vera alta montagna), si percepisce, psicologicamente e materialmente, la distanza dalla civiltà.

Qui non si tratta di rinnegare che sia un fatto positivo la graduale introduzione del soccorso con l’elicottero che lentamente si sta organizzando anche in Nepal, grazie al Soccorso Alpino Svizzero e a virtuosi singoli personaggi come Simone Moro, però è un dato di fatto che per ancora molto tempo, nella stragrande maggioranza dei casi, bisogna essere autonomi ed autosufficienti anche per un’esperienza tutto sommato scarsamente pericolosa ed impegnativa come un trekking di questo tipo, fra i 5000-6000 metri di quota e con pochi, banali passaggi su nevai e ghiacciai.

Quando ci saranno i soccorsi di routine come da noi, tutto sarà più rassicurante, però sarebbe un gravissimo errore pensare che si possano trascurare i rischi oggettivi, tanto poi col telefono satellitare si risolve tutto. Nel frattempo, come dicono sempre le vecchie generazioni a quelle più giovani, le esperienze maturate prima da qualcun’altro, sono irripetibili (nel bene e nel male..), proprio perché le circostanze mutano talmente in fretta che anche il viaggio dello scorso anno può già essere irrimediabilmente diverso da quello di oggi e tutto ciò che si ha avuto il privilegio di vivere in prima persona può sparire per sempre: per qualcuno può essere un vantaggio ed un segno di progresso, per altri una perdita, difficile totalmente inutile dire chi ha ragione: forse la vera tragedia è non poter vivere mai esperienze di questo tipo, né prima né poi…. e quindi rimane un grande privilegio averle vissute ancora in un certo modo, e soprattutto di poterle ancora raccontare!

Pokhara, Nepal, 2008

Capitolo sesto

Big foot ai piedi dell’Everest

Gli Sherpa della regione nepalese del Khumbu, la valle più famosa della regione himalayana, ai piedi di sua maestà il Sagarmatha (il nome nepalese dell’Everest), sono per costituzione mediamente più piccoli e più bassi rispetto agli indoeuropei; ciò non costituisce di certo un problema per loro, da secoli abituati e perfettamente adattati alle quote estreme, all’ipossia e a condizioni di vita inimmaginabili per noi occidentali; hanno ovviamente anche i piedi più piccoli e più corti dei nostri, ma il mio unico lettore starà pensando che anche questa non sembra una notizia memorabile, esisteranno senz’altro connotazioni più interessanti e degne di nota in merito a questo straordinario popolo di montagna… perché parlare del numero di scarpe?

Effettivamente non varrebbe la pena parlarne, se non fosse per il curioso inconveniente che alla fine del trekking del Khumbu ha rischiato di farmi imbarcare all’aeroporto di Lukla per tornare a Kathmandu calzando solo un paio di logori (per non dire altro…) calzettoni da montagna!

Uno dei molteplici motivi per cui un trekking in Himalaya è un’esperienza unica, è sicuramente costituito dalla possibilità di conoscere e instaurare un rapporto di amicizia e di stima con gli sherpa; definirli dei semplici portatori è riduttivo e quasi offensivo, da molti decenni ormai si sono trasformati da semplici “manovali” della montagna, utili per il loro adattamento all’alta quota, la tolleranza allo sforzo e lo straordinario allenamento naturale di cui sono dotati, a dei veri e propri accompagnatori di alta montagna, l’equivalente delle nostre guide alpine, e molti di loro sono paragonabili, in termini di capacità tecnica alpinistica, ai più famosi e celebrati fuoriclasse europei, americani ed asiatici; certo, magari non in alcuni ambiti specifici quali l’arrampicata sportiva sui gradi estremi o il drytooling (arrampicata su terreno misto di ghiaccio e roccia con ramponi e piccozze), ma sicuramente si nel contesto dell’alpinismo tradizionale di altissima quota.

Una consolidata e virtuosa abitudine fra coloro che fanno alpinismo o trekking in Himalaya è quella di lasciare in omaggio, alla fine della spedizione, indumenti, scarpe, attrezzatura di montagna: qualunque oggetto è ben apprezzato e non c’è nemmeno motivo di offendersi se il regalo non viene indossato o utilizzato: per loro è talmente prezioso che spesso, anziché usarlo essi stessi, preferiscono a loro volta venderlo innescando un micro-commercio locale vantaggioso per tutti: in questa logica il regalo non va interpretato in modo personale come da noi perché in ogni caso, chiunque ne sia il destinatario finale, l’oggetto donato sarà utilizzato e sfruttato fino a sfiancamento e distruzione totale… a prescindere dal numero di persone a cui sarà passato per mano.

Si era quindi deciso, come sempre, di portare magliette, pantaloni, pile, giacche a vento già usati ma (specialmente per i loro standards) ancora perfettamente validi; io e Augusta avevamo deciso di lasciare anche le scarpe, cosa che oltretutto ci avrebbe permesso al ritorno di avere più spazio e meno peso nel borsone da viaggio, per poterlo quindi riempire con oggetti e regali comprati in loco; l’unico problema poteva essere il mio piede, certamente più grosso del loro, ma, come mi spiegò subito la guida, questo piccolo dettaglio si superava agevolmente con due o tre paia di calze, quindi potevo stare sicuro che non avrei avuto difficoltà a trovare uno sherpa interessato al dono, cosa che effettivamente avvenne al primo giorno e alla prima ora di trekking, tanto che il prescelto per due settimane non distolse mai lo sguardo dal futuro oggetto di possesso…

Io d’altra parte sarei tornato da Lukla a Kathmandu col paio di scarpette leggere che mi portavo dietro come scarpe da riposo e per camminare nei tratti meno impegnativi a bassa quota; senonché sulla via del ritorno scoprii che le scarpette erano scomparse dal borsone: superfluo chiedersi come mai, qualunque fosse il motivo non potevo certo ritrovarle; potevo averle perse durante una delle tante soste in cui aprivo il bagaglio, scaricandolo dal dorso dello yak addetto al trasporto, magari quando dovevo prendere il borsino di primo soccorso per curare, in itinere, qualche sherpa o qualche abitante dei villaggi attraversati che soffriva di congiuntivite e aveva bisogno di un collirio, o per qualche problema di febbre o infezione da trattare con antibiotici e antiinfiammatori, o per qualche portatore che si procurava vaste abrasioni se non addirittura piaghe da decubito alle spalle ed alla schiena a cause delle cinghie utilizzate per sistemarsi il carico addosso. Può darsi che avessi perso le scarpe tirandole fuori in una di quelle occasioni; può darsi che me le abbiano rubate, e la cosa non mi scandalizza più di tanto perché viste le circostanze ed i luoghi sarebbe stato comunque un regalo con altre modalità!

Fatto sta che all’ultimo giorno di trekking, ritornati a Lukla, quando avremmo dovuto reimbarcarci sull’aereo per Kathmandu e quindi dire addio agli sherpa lasciando a loro i regali preventivati, io ero senza scarpe perché puntualmente il beneficiario dei miei scarponi aveva riscosso quanto promesso, lasciandomi metaforicamente in mutande, ovvero con i soli calzettoni ai piedi (se fosse dipeso da lui si sarebbe presi anche quelli, senza troppe remore per lo stato di pulizia e di conservazione, ma viste le circostanze, me li tenni stretti ai piedi!).

Nelle due ore di attesa della partenza dell’aereo, provai a girare per i tanti negozietti che vendevano materiale da montagna alla ricerca di un paio di scarpette da ginnastica, ma ben presto capii che la mia taglia (fra il 44 e il 45) non era facile da trovarsi; provai a chiedere anche a tutti i venditori improvvisati dei mercatini e delle bancarelle sulla strada principale (o per meglio dire, l’unica) di Lukla, ma non saltò fuori nulla; il mio problema cominciava però a destare una certa curiosità nella popolazione locale, per cui si cominciò a formare un piccolo corteo di persone che mi seguivano passo a passo, discutendo animatamente sulla lunghezza dei miei piedi e sull’inadeguatezza delle scarpe che mi venivano proposte; la mia situazione suscitava umana simpatia ma anche un certo interesse economico perché tutti sembravano ambire a diventare i fortunati venditori del modello giusto; il dibattito e la processione, nel frattempo sempre più consistente, proseguirono fino al piccolo piazzale davanti all’ingresso del minuscolo aeroporto di Lukla, demenziale struttura, unica al mondo, con una pista di 200 metri costruita in pendenza su un ripido pendio in modo tale che gli aerei decollano in discesa per poter prendere velocità ed atterrano in salita per poter frenare senza distruggere le case, i negozi e gli alberghetti costruiti a ridosso della pista stessa… Dunque, davanti a questo prodigio dell’aeronautica, stavo perdendo le ultime speranze di tornare alla civiltà con qualcosa di solido ai piedi, quando nella calca ormai formatasi per seguire l’evento, spuntò fuori un ragazzino di forse undici-dodici anni che timidamente mi chiese in anglo-nepalese che numero di scarpa portassi:

“forty-four, forty-five… it’s the same….” “wait a moment, wait a mo-ment, sir… ” e sparì nella folla; dopo circa dieci minuti tornò trionfante con una scatola dalla quale tirò fuori, incredibilmente un paio di Adidas taroccate di una lunghezza spropositata, che probabilmente giacevano da anni nella cantina di casa…

Perfette, incredibile, nemmeno me le avesse fatte su misura un calzaturificio veneto!! La folla esplose in grida di giubilo e grandi applausi, il ragazzino saltò dalla gioia, sicuramente quella sera a casa avrebbe avuto doppia razione di stufato di yak con patate, tutti si dispersero orgogliosi perché il piccolo paese di Lukla aveva risolto il problema del turista occidentale, io salii sull’aereo con le scarpette più pulite che avessero mai calcato i sentieri della valle del Khumbu: più tardi, in volo, durante gli innumerevoli “vuoti d’aria” con inevitabili acrobatiche evoluzioni del pilota che più volte sfiorò i crinali delle valli sorvolate a non più di trenta metri di quota dai tetti delle case e dalle teste dei contadini, pensai con sollievo che se l’aereo si fosse sfracellato, almeno mi avrebbero riportato in Italia con un paio di scarpe nuove ai piedi…

Lukla, Khumbu Valley, Nepal, novembre 2004

(nella foto la pista di atterraggio in salita del piccolo aeroporto, unico al mondo nel suo genere!)

Appendice

Round Annapurna Trekking, relazione tecnica ed esperienza umana

In Italia abbiamo montagne bellissime, fin quasi superfluo citarle, le Dolomiti ove io e Augusta abbiamo percorso i nostri primi sentieri lasciandoci il cuore, la più vicina Valle d’Aosta che è diventata, anche per motivi di maggior vicinanza, la nostra seconda casa, dapprima solo in senso metaforico, poi anche letterale; l’appennino ligure appena girato l’angolo per veloci sgroppate di allenamento fra terra, cielo e mare; poi appena fuori, le amatissime Alpi Slovene conosciute grazie a cari amici triestini, e ancora l’Oberland Bernese, l’Ecrin, i Pirenei…

Eppure, negli spiriti irrequieti, forse un po’ romantici, forse vagabondi nella mente prima ancora che sul mappamondo, il richiamo dell’Himalaya prima o poi attira come un vortice al quale non si può sfuggire, se le circostanze permettono di assecondarlo; ed ecco perché, dopo un lontano viaggio esplorativo in Tibet e Nepal, dopo il primo trekking nella valle del Khumbu con la salita al Kala-Pattar al cospetto di sua maestà il Sagarmatha (il nome nepalese dell’Everest), dopo una divagazione extra-himalayana in vetta al Kilimanjaro con la stranissima emozione di camminare in mezzo ai penitentes sull’orlo del cratere di un vulcano spento a quasi 6000 metri con l’Africa ai tuoi piedi, ecco che nel 2008 siamo tornati in Nepal per una terza grande avventura: il trekking attorno all’Annapurna con due varianti tutt’altro che banali, ovvero la salita a una vetta di 6060 metri nel gruppo del Manang Himal e, sulla via del ritorno, una selvaggia variante al classico colle di Thorung, con il periplo del Tilicho Lake e l’attraversamento di due colli glaciali a più di 5300 metri di quota, una variante percorsa pressoché da nessuno (e si capisce anche il motivo!), ma che permette di camminare per due giorni a ridosso della maestosa Grande Muraille, con la suggestione di ripercorrere a ritroso il percorso inesplorato ed erroneo di Maurice Herzog e compagni, nel 1950, nell’infruttuoso tentativo di scoprire la via di salita all’Annapurna che poi in realtà era da tutt’altra parte (ma ci misero un bel po’ a scoprirlo!).

Eccoci dunque, di nuovo, a Kathmandu, con Giorgio e Annalisa, i due cari amici di Padova con cui abbiamo condiviso numerose esperienze di viaggio e di montagna, altri dieci compagni italiani conosciuti sul momento, con la guida di Martino Moretti dell’agenzia Lyskamm 4000 di Alagna Valsesia, prestigioso alpinista con al suo attivo, fra le altre cose, anche il K2 senza ossigeno nel 1986. Sbrigate le pratiche di rito, dopo il rituale tuffo nelle molteplici facce della città, che vale da sola un viaggio per tutti i suoi aspetti sportivo-alpinistici, religiosi, artistici e umani, ci si sposta con un pullman di linea verso ovest in direzione Pokhara, fino a quando si abbandona la strada principale per puntare decisamente a nord, con una stradella tortuosa e sempre più accidentata, percorsa su di un pulmino ancora più piccolo e sgangherato del primo, finché non si arriva finalmente a Bhulbule, 840m s.l.m., ove ha inizio il trekking. Si comincia quindi a camminare a una quota inverosimilmente bassa, in mezzo a un paesaggio dolce, verdissimo, fertile, ricco di acqua nel profondo solco glaciale della Marsyangdi Khola; si cammina sudando, quasi nell’afa, (nemmeno si salisse sul Tobbio d’estate!), attraversando villaggi non ricchi, ma ove si respira già un diverso livello di “benessere”, per le popolazioni locali, derivante dai guadagni correlati ai trekking; la stessa sensazione che si prova, lì ancora più evidente, nella valle del Khumbu; non a caso sono le due regioni di massimo afflusso escursionistico e alpinistico del Nepal, e già si vedono in entrambe, purtroppo, i primi segni di esagerazione in termini di sovrabbondanza di infrastrutture, di offerte sempre più comode e turistiche, di compromessi legati più al business che non che alla stringente necessità di comfort. Ma va bene così, perché noi veniamo dalle montagne più antropizzate del mondo e tutto ci sembra comunque più primordiale, selvaggio, immenso: gli spazi, il cielo, i ghiacciai ancora lontani.

In tre giorni si arriva a 2600 m s.l.m., si prende il passo, si respira, ci si assesta gli zaini sulle spalle, ci si libera dalle tossine della civiltà, ci si commuove vedendo i bambini, sporchi, miseri, sani e felici; qualcuno gli regala biro e matite, quaderni, qualcuno palloncini da gonfiare, nessuno caramelle e cioccolato perché provocano la carie; poi piano piano cambia qualcosa, si fa una gigantesca curva “a sinistra”, un po’ come quando in Val d’Aosta a Chatillon si va a ovest verso il Monte Bianco, si lascia ad est il massiccio del Manaslu, visione quasi irreale, seminascosto nell’afa e nelle nuvole, e si comincia a intravedere la colossale catena degli Annapurna, con almeno quattro cime secondarie sopra i 7500 metri, si entra nel cuore della Marsyangdi Khola, enormi pareti lisciate dal ghiaccio, valle ad “U” glaciale da manuale di geologia; si comincia a rimanere storditi, non tanto per l’aria sottile, che pure di notte a qualcuno dà fastidio, sopra i 3000, ma soprattutto per le dimensioni: enormi, lasciano increduli, te lo aspetti ma comunque non sei preparato alla vastità fisica e spirituale dei luoghi; a occhi puntati in alto ti annichiliscono le montagne, a occhi bassi respiri la filosofia di vita di queste popolazioni, di gran lunga in prevalenza buddiste, qui al confine con il Tibet; a ogni paesino un tempietto di ingresso con simboli e rituali di benvenuto; sulla “main street” lunghi muretti nel mezzo della strada con i cilindri di preghiera, da girare in senso rigorosamente orario per far salire in cielo le preghiere scritte a caratteri minuscoli su sottili rotoli di carta avvolti dentro ai cilindri stessi; mai preghiera appare più “laica”, adatta ad ogni spirito pellegrino a prescindere dalla religione d’origine, senza imposizioni né regole da rispettare se non quelle universali dell’umanità e della tolleranza.

Al quinto giorno a Humde (3300m) si abbandona il percorso principale del trekking e si punta decisamente a nord, con ripida, costante salita in avvicinamento alla catena del Chulu, ove si cela la nostra meta; vegetazione sempre più rada, scarna, non più afa, bensì vento, freddo di notte nelle tende che finalmente si montano abbandonando i lodge più o meno confortevoli che finora si trovavano sul percorso; si fa fatica, si va in montagna, ti prende un po’ di inquietudine, sei isolato, conti solo su te stesso, sugli sherpa, sui compagni, su Martino: ecco la vera differenza, a due soli giorni dal flusso continuo dei trekkers, al di là delle difficoltà tecniche che pure sono minime. Primo campo a 3990 m, al giorno 6° campo a 4800m, ancora sull’asciutto, pietraie moreniche aride, poca vegetazione tipo steppa, molto sottozero di notte, finalmente i sacchi a pelo “himalayani” comprati dall’amico Chicco cominciano a fare il loro lavoro! Un amico del gruppo sta male, cefalea, vertigini, sbandamento nella marcia: sintomi pericolosi, lo dico a Martino, che si fa? Se lo dici tu che sei medico, lo mandiamo giù senza esitazione, con uno sherpa, è la decisione migliore, starà male ancora 48 ore, poi tutto OK e potrà riprendere il cammino.

Arriva il settimo giorno ma non ci si riposa, finalmente si tocca la neve, il primo ghiacciaio, le scarpette si mettono nei sacchi e si calzano gli scarponi veri, ma poi ti guardi indietro e vedi gli sherpa che hanno ancora ai piedi le infradito e ti chiedi se loro sono dei marziani oppure tu un pigro e rammollito figlio del benessere: entrambe le cose ovviamente, un po’ ti vergogni, un po’ vorresti essere San Francesco e abbandonare il mondo occidentale, un po’ semplicemente li invidi e vorresti riuscire a resistere come loro alle intemperie… tanti pensieri confusi, bisognerebbe scrivere un libro solo su questo, e passare nottate intere a parlarne con gli amici più cari e con i compagni di montagna. Qui non si tratta più solo di salire su una montagna, qui c’è di mezzo la vita, quella vera. La tua e la loro. Ci pensi, ci pensi e ci ripensi. E intanto sali.

Campo a 5300 sul ghiaccio. Notte tremenda: una compagna del gruppo sta male, un problema serio, affanno, rantoli, per me la diagnosi è facile, edema polmonare in fase iniziale. Sono medico, appassionato di montagna, studio da anni la fisiopatologia d’alta quota e sono socio della Società Italiana di Medicina di Montagna; non sono il medico della spedizione, solo un privato partecipante, ma ovviamente non fa differenza; ho con me i farmaci che servono. Desametazone endovena e intramuscolo, gocce di nifedipina sotto la lingua; purtroppo non basta, continua a star male, per fortuna l’organizzazione nepalese ha nel budget la sacca di Gamow, la camera iperbarica portatile. La ficchiamo dentro, pompiamo aria, si riporta dentro alla sacca una pressione atmosferica equivalente a 2500m circa; avanti due ore a pompare, poi fra la sacca ed i farmaci sta un po’ meglio, quel tanto che basta ad aspettare l’alba e non essere costretti a farla portare giù in piena notte sulle spalle di due portatori. Altri due hanno cefalea, nausea e vertigini, nonostante l’acclimatazione la quota picchia: cerco di fare qualcosa anche per loro, tutta la notte dentro fuori la mia tenda e la loro, Augusta mi aiuta. Mi passa i farmaci, mi prepara le iniezioni, nella concitazione una distrazione fatale: lasciamo i suoi scarponi nell’abside della tenda, si congelano.

Alle cinque di mattina si decide: il bollettino medico è più rassicurante; chi sta male scende con gli sherpa o è già sceso, chi sta bene parte per la vetta; siamo già in ritardo di un’ora e mezza, dai; freddo, vento, siamo stanchi, io, Augusta e Martino ovviamente abbiamo passato tutta la notte svegli e in piedi; Augusta paga la sua generosità con gli scarponi ed i piedi freddissimi a causa degli eventi descritti, dopo un’ora torna, teme un congelamento; che rabbia, lei sta benissimo e salirebbe in cima di corsa! Si va un po’ troppo veloci, a strappi, non si riesce a tenere un ritmo armonico, qualcun altro deve tornare indietro perché non si riesce a trovare il passo giusto. Tre pendii ghiacciati ripidi successivi, pendenza fino a 43-45°. Io, Martino e altri quattro “superstiti” arriviamo in vetta al CHULU FAR EAST, 6059m s.l.m. Davanti, dietro, a sinistra, a destra, solo Himalaya. A ovest il Mustang, a est il Manaslu, a nord il Tibet, a sud un rettangolino dietro l’Annapurna Range, riguardando le foto lo identifico come la cima vera dell’Annapurna, fino ad allora ancora invisibile.

Foto di vetta, un abbraccio. Sono salito su una cima himalayana insieme ad un uomo che è stato sul K2: scendendo mi ha ringraziato per il lavoro che ho fatto nella notte con chi stava male. Questa è la montagna, la sua follia, la sua bellezza.

Mi spiace per Augusta e per gli amici che non ce l’hanno fatta. Se la notte passava tranquilla, arrivavamo tutti in cima. In compenso tutti sono tornati giù, e per come si sono messe le cose, questa è stata la vera conquista della vetta. Rimangono una manciata di foto, uno sguardo sul mondo, una piccozza lasciata in cima da un compagno di Udine in memoria dell’amico morto in montagna. Le cose che leggiamo sempre sui libri, che vediamo nei film, che sentiamo raccontare alle serate dei nostri eroi. Ma questa volta vissute davvero, in prima persona. Ti lasciano il segno. BERG HEIL.

Si scende molto velocemente al campo a 4800m, la mattina dopo colazione all’aperto, si guada un torrentello semi-ghiacciato e quasi di corsa, si scende ancora fino al fondo valle: fine della giornata? Macché, per arrivare a Manang, praticamente su sentiero sempre in piano, ci mettiamo due ore (sempre la solita storia delle grandi distanze himalayane…); una bottiglia di Coca-Cola ghiacciata comprata sulla strada da un bambino vale più di uno champagne d’annata!

Manang, 3500 m s.l.m. L’ultimo paradiso degli hyppies e dei giramondo stile anni ’60, in fuga da una Kathmandu non più tanto tollerante; si mescolano bene ai trekkers che passano un giorno di completo relax: chi si lava gli indumenti, chi si taglia la barba, chi cerca di accaparrarsi un turno di acqua calda sotto la doccia del lodge, chi dorme tutto il giorno, chi gira a caccia di foto e di atmosfere. Alla sera tutti cercano di mangiare più carne di yak possibile dal menù del cuoco, che in realtà sembra sempre molto parsimonioso.

Per fortuna c’è anche un’ottima pasticceria tedesca molto apprezzata!

La compagna che è stata male non si è ancora ripresa e, in accordo con i medici americani dell’ambulatorio per i disturbi d’alta quota, non prosegue il trekking e scende a dorso di cavallo con uno sherpa fino a Bhulbule, da lì fino a Pokhara in bus, dove la ritroveremo in buona salute. Noi ripartiamo. Alla fine del paese, in un vicoletto, due cartelli per le due direzioni possibili: uno è per la via “normale” del giro dell’Annapurna, per il passo di Thorung; l’altro è per la via più difficile, percorsa solo fino al lago di Tilicho ove però quasi tutti tornano indietro; noi invece proseguiremo, per valicare ancora in alta quota e scendere a Jomosom in totale solitudine. Sarà un’avventura. Si parte rilassati, con un panorama piacevolissimo, la Marsyangdi Khola nella sua parte centrale, più aperta e con visioni bellissime sul gruppo dell’Annapurna, ma in realtà si capisce ben presto che sarà dura; si deve arrivare al Tilicho Base Camp, teoricamente 600m di dislivello, in realtà sono 900 a causa di saliscendi interminabili, lungo un vallone secondario sempre più chiuso fra pareti dirupanti di detriti e sfasciumi franosi, sembra quasi di essere in Dolomiti ma anche sulle Grigne, con guglie, torri, pinnacoli dalle forme bizzarre e dai colori rossicci, calcare eroso dai millenni, dal ghiaccio e dal vento. Un piccolo monastero, isolato e solitario a 4000m, è commovente con il suo unico custode. Si arriva al lodge tardi, il sole è già scomparso dietro la Grande Muraille, freddo glaciale a 4150metri. Ai lodge non si prenota, speravamo di trovare posti, ma un gruppo di francesi ci ha preceduto: domani andranno al lago e poi torneranno a Manang; allora si montano le tende, e viste le condizioni del lodge tutto sommato è meglio così, a parte il freddo e l’umidità. Si riparte all’alba di una giornata meravigliosa, si sale a lungo su pendii morenici e finalmente si arriva su un pianoro ghiacciato a 4800m, la Grande Muraille si tocca quasi con le mani! Poi, dopo un’altra ora, finalmente il Tilicho Lake, 4950metri, uno dei più alti laghi naturali del mondo, 3,5 km di lunghezza e 1,5 di larghezza nel punto più largo, acque blu cristalline, due chilometri più in alto incombe il Tilicho Peak con la sua parete nord-est, verticale sopra il lago. La bellezza del luogo è indescrivibile, nessuno riesce a parlare, e non solo per l’aria sottile. Questo è l’Hiamalaya, bellezza! I trekkers tornano indietro, noi cominciamo ad aggirare il lago sulla destra, su ripidi pendii ghiacciati; qualcuno calza i ramponi, diamo le piccozze ai portatori i quali, incredibile, ma vero, camminano ancora con ai piedi le infradito o tutt’al più con qualcosa di simile alle Superga da basket in tela (in versione nepalese, ovviamente). II lago è poco più giù, una scivolata nelle sue acque sarebbe fatale per lo shock termico. Si supera l’Eastern Pass a 5340m (in totale 1200m di dislivello nella giornata) con ripidi passaggi su roccia sporca e friabile, si devono usare le mani per l’equilibrio, ora bisogna solo andare giù eppure impieghiamo tutto il pomeriggio per ridiscendere fino a un pianoro sopra l’estremità opposta del lago ove, a 5200m, dormiremo. Arriviamo al buio e sotto la neve, montiamo con grande fatica le tende, si mangia poco e contro voglia nella tenda-mensa, più che altro per scaldarsi un po’, poi si cerca di dormire, ma per tutta la notte ogni due ore si dovrà buttare giù la neve dal tetto della tendina per non rimanerne schiacciati (mi sembra anche questa di averla già letta da qualche parte!). Alba a meno 15 gradi, un incredibile cielo blu che sembra finto, sole, la Grande Muraille scintillante e ghiacciata: una foto, un ricordo, un’emozione indelebile che compensa la notte poco riposata, basterebbe da solo questo momento per giustificare il viaggio. Colazione all’aperto mentre gli sherpa smontano il campo, la tazza bollente serve a scaldare le mani prima che lo stomaco. Un momento di estasi, ma solo un momento, si riparte, c’è qualche incertezza sulla direzione, la neve ha sparigliato le carte ed i punti di riferimento; Martino decide di non fare il Mesokanto La, ma di puntare a nord verso il New Tilicho western Pass (o Tilicho tourist La), lo ha già percorso alcuni anni addietro; gli sherpa non sono di grande aiuto, per cui si affida alla memoria. La neve è pesante, la traiettoria è diretta e quindi anche decisamente ripida, ancora ramponi e piccozze per arrivare finalmente al passo a 5480metri. Alla nostra sinistra, a sud-ovest, l’elegante gruppo del Nilgiris; ancora oltre fa capolino il triangolo sommitale dell’Annapurna, ma a un certo punto compare in tutta la sua maestosità il Daulaghiri con il suo versante nord-est: il terzo ottomila del trekking, il più vicino, il più impressionante, non ci abbandonerà più fino all’ultimo giorno. Se fossimo in un museo, ci sarebbe da temere la sindrome di Stendhal. Qui, in più, c’è anche l’ipossia!

Si scende ancora su pendii ripidi ghiacciati, dopo un’ora, come un sogno, si comincia a toccare la roccia e a calpestare qualche rado arbusto. Ci si spoglia al sole, la temperatura è salita di almeno 20 gradi. Si scende al campo successivo a 4215 metri, ma bisogna guadagnarselo anche questo, con i soliti terribili saliscendi insensati e interminabili e con ultimo salitino spacca gambe. Ma si dorme in tenda all’asciutto, comodi e rilassati come dei re. Il tredicesimo e ultimo giorno di trekking si dovrebbe “solo” scendere fino a Jomosom. Cento metri di dislivello in salita e 1600 in discesa; arriviamo sull’ultimo spuntone roccioso da cui si domina il paesino poco (?) più sotto, alla sua destra il magico Mustang: è fatta, emozione, rilassatezza, si pregustano birre e Coca-Cola, ma tutto questo ben di Dio ci sarà concesso dopo le ultime due interminabili ore di discesa che avrebbero dovuto essere non più di trenta minuti; l’ultimo ricordo “fisico” delle dimensioni himalayane! Il resto è una doccia calda, una cena fra quattro mura coi sandali ai piedi, una atroce torta a forma di montagna preparata dal cuoco, volenteroso ma solo quello!, il solito rituale, commovente, delle mance ai portatori con una lotteria per tutti i vestiti e capi tecnici che si lasciano in regalo, come sempre alla fine di una spedizione o di un trekking, l’ansia di riuscire a prendere il volo per Pokhara la mattina successiva, dopo tre ore di attesa in cui ci sono passati davanti centinaia di trekkers sui dieci aerei precedenti, il nostro è l’undicesimo e ultimo, rischia di non atterrare (e non ripartire) per il vento, ma il pilota, pazzo e bravissimo, vuole mangiare a casa con la famiglia e non ha nessuna intenzione di farsi turbare dalle raffiche (noi invece sì, ma che importa?). Il resto è, ancora, una monumentale bistecca di yak con una montagna di patate fritte e un po’ di birre ghiacciate, un po’ di relax a Pokhara, un’alzataccia all’alba per farsi portare dalle barche al centro del Phewa Lake per vedere i primi raggi di sole illuminare il versante sud del gruppo dell’Annapurna e, soprattutto, il Machapuchare, incredibile piramide che incombe sulla città. Forse uno dei più belli e famosi fra i tanti “Cervini” sparsi in giro per il mondo.

E poi il ritorno a Kathmandu, e in Europa. Voglia di ritornare e di non dimenticare.

Nepal, novembre 2008

PARTE TERZA – IL TIBET

Un medico a 4500 metri di quota

(Una storia vera sotto forma di racconto)

Steve viaggiò molto, dentro e fuori se stesso, nel mondo e nel proprio caos interiore.

Non viaggiò tanto come i viaggiatori di professione, come i cacciatori di visti sul passaporto, come i collezionisti di dogane e frontiere. Le vere frontiere da superare forse si riesce una sola volta nella vita a varcarle veramente, ed ancora più difficile risulta il non tornare più indietro. Viaggiò comunque a sufficienza da stampare nel proprio DNA emozioni e ricordi che solo la dissoluzione della mente, l’Alzheimer o la morte potranno sottrargli.

Si trovò anche ad attraversare, in momenti e circostanze che ancora adesso oscillano fra sogno e realtà, i maestosi altipiani tibetani in un lungo raid su fuoristrada da Lhasa a Kathmandu, sempre al limite tra terra e cielo, a quote che a casa nostra sono dominio delle nevi e dei ghiacci.

Conobbe strani e meravigliosi personaggi che gli spiegarono in una lingua sconosciuta ma perfettamente comprensibile come sia possibile avvicinarsi alle risposte cercate invano per tutta la vita, ammesso che qualcuno abbia dentro di sé almeno ancora la volontà di porsi certe domande.

Conobbe la saggezza in volti devastati dall’ipossia, dalla fame, dalla brutalità dell’invasione cinese: in quegli occhi vide ostinatamente, spudoratamente la gioia, la serenità, l’accettazione del proprio destino, la consapevolezza che nel fluire del tempo e della vita il singolo individuo è un frammento insignificante che non può e non deve sprecare energie per cercare di cambiare ciò che è infinitamente superiore al più forte degli esseri umani: ovvero il significato del proprio viaggio che fin dalla nascita corre su binari prefissati e con una meta sconosciuta ma scritta nel codice genetico prima ancora di iniziare la fatica di vivere.

Ovviamente non poté assolutamente capire né accettare queste risposte, tanto erano estranee al modo di vivere al quale era stato educato e cresciuto e dal quale cercava di fuggire, ma senza avere gli strumenti per poterlo fare veramente.

Conobbe le montagne straordinarie dell’Himalaya, che toccò con mano, calpestò fin dove le circostanze del viaggio gli permisero di fare. Le vide dall’aereo di linea nel volo dal Nepal al Tibet, le vide dalle polverose piste sterrate della trans-himalayana, dai finestrini delle Toyota Land Cruiser che viaggiavano indifferenti fra valichi a 5300 metri di quota ed altipiani infiniti e misteriosi, tra cime maestose e senza nome perché non aveva senso dare loro un nome, salvo che per gli alpinisti cinesi ed europei, americani e giapponesi accomunati dalla frenesia di poter scalare vette ancora vergini e prestigiose per il proprio curriculum.

Le vide da un piccolo aereo turistico pilotato da un folle aviatore nepalese che lo portò così vicino al suo amato Everest da fargli temere per un attimo di atterrare in modo poco convenzionale al colle Sud ad ottomila metri di quota: ma una virata incredibile a 180 gradi quando erano ormai a non più di due chilometri in linea d’aria dalla parete sud gli permise di imprimersi in modo irreversibile nella mente l’immagine della “sua” montagna e di tornare incolume all’aeroporto di Kathmandu.

Vide le limacciose, sacre acque del Bhagmati, affluente del Bramhaputra, attraversare il quartiere induista di Kathmandu per raccogliere le ceneri dei cadaveri bruciati su cataste di legna e poi affidati al fiume nel loro ultimo viaggio; e vide la gente lavarsi nel fiume e raccogliere l’acqua per bere e per cucinare, la vide fare bucato nel fiume accanto alle pire fumanti.

Vide i bambini degli altipiani, figli delle tribù di nomadi e pastori, giocare con gli yak e con palle di stracci; indossavano maglie, felpe, pantaloni di incredibili e sgargianti colori con scritte occidentali, regali dei turisti che gli portavano gli abiti dei loro figli.

Li vide con la pelle scura, perché non avevano mai conosciuto il sapone. Ma erano sani e sembravano felici. Li vide aspettare in disparte, silenziosi, che alla fine dei pic-nic dei turisti si offrisse loro qualcosa da mangiare: e Steve si adattò a mangiare sotto il loro sguardo discreto, educato ed incuriosito dallo strano cibo degli occidentali, dal grana padano e dallo speck portato di scorta nel caso che il cibo locale non fosse di troppo gradimento.

Vide i templi ed i monasteri buddisti, distrutti dai bombardamenti cinesi e ricostruiti ostinatamente pietra su pietra dai monaci e dalle popolazioni dei villaggi vicini. Calpestò i loro pavimenti di legno, scivolosi e lisciati dal passaggio di migliaia di pellegrini, respirò l’odore del burro di yak, utilizzato per ogni scopo, come fondamento della loro alimentazione e come combustibile da bruciare nelle lampade votive: enormi recipienti di rame accoglievano centinaia di lumini che creavano un irreale, tenue illuminazione in ambienti privi di finestre e di corrente elettrica, e sullo sfondo le enormi statue delle divinità buddiste troneggiavano con quei sorrisi rassicuranti ma al tempo stesso inquietanti e così difficili da comprendere nel loro significato simbolico.

Vide i cieli incredibilmente azzurri come si possono vedere solo dove l’aria è estremamente rarefatta ed i colori sono così saturi, intensi da sembrare artificiali.

Vide i cilindri di preghiera, e Steve non si stancò mai di farli girare perché così anche lui contribuiva a far salire in cielo le preghiere contenute dentro di essi.

Vide il Potala, la residenza del Dalai Lama fino al giorno in cui dovette fuggire in India per proseguire in modo libero ad esercitare la sua influenza morale sul popolo tibetano. E rimase come tutti sgomento e senza fiato davanti alla maestosità dell’edificio: aveva paura di un impatto emotivo indebolito dalle centinaia di foto e di filmati visti e rivisti sul palazzo e su Lhasa, ma si rese conto subito che esserci veramente davanti annulla ogni immagine vista a casa ed ogni descrizione letta a tavolino. La stessa sensazione che aveva avuto in Perù visitando Machu-Picchu: pensava di conoscere ogni singola pietra del villaggio Inca e di non potersi emozionare più di tanto a vederlo dal vivo, invece l’impatto fu straordinario. Questo fa la differenza fra il viaggiare con la fantasia ed esserci davvero.

Vide i militari cinesi pattugliare armati la piazza del Jokhang, e comprese che lì, davanti al tempio più sacro del buddismo, avvennero fatti molto più sanguinosi che a Tien-an-Men, ma praticamente nessuno al mondo se ne accorse o volle accorgersene. Su quella piazza, a distanza di anni dal tentativo di resistenza tardivo, quasi patetico del popolo tibetano ma soffocato con violenza inaudita dai “liberatori”, ancora adesso era vietato “radunarsi” in gruppi di più di tre-quattro persone, pena il materializzarsi di una guardia del popolo a far cessare subito l’adunata sediziosa.

Vide molte altre cose e tante persone, ognuna delle quali meriterebbe un racconto ed una citazione, ma tutto ciò rimane indelebilmente nella sua memoria e questa è cosa più importante: “ricordati tutto ciò che hai visto, perché tutto ciò che dimentichi ritorna a volare nel vento” disse un saggio apache.

Al termine di un’ennesima lunga, faticosa e straordinaria giornata consumata su piste sterrate al limite dell’impraticabilità, dopo il guado di diversi torrenti ed infinite deviazioni per visitare un minuscolo monastero in uno dei villaggi più solitari e suggestivi dell’altipiano tibetano, la piccola carovana di Land Cruiser arrivò, come mai più in quel viaggio, vicina all’Everest.

Steve riuscì a convincere i compagni di viaggio a cambiare destinazione per la notte, d’accordo con la guida, e sul tardo pomeriggio arrivarono a Tingri. Villaggio di poche decine di case, a 4500 metri di altitudine, esattamente di fronte alla parete ovest dell’Everest. Il destino volle che della grande montagna non si vedesse nulla: nuvole basse coprivano completamente l’orizzonte e non si dissolsero né per il tramonto né la mattina dopo. Ma non aveva importanza: tutti sapevano che essa era là davanti a loro, non si poteva, forse, pretendere di averla a disposizione così facilmente. E forse l’averla sognata così intensamente ha lasciato nell’immaginazione di tutti un ricordo ancora più nitido e vivo che se la si fosse potuta vedere veramente.

Un piccolo “lodge”, una via di mezzo fra un rifugio alpino in stile tibetano ed un bed &breakfast molto spartano, diede ospitalità a Steve, a sua moglie Augusta ed ai loro compagni. Piccole stanze, tutte al piano terreno, disposte su tre lati di una corte quadrata, rigorosamente senza luce elettrica e con un unico bagno comune che difficilmente svanirà dal ricordo degli ospiti: praticamente cinque-sei latrine separate da murettini alti si e no mezzo metro; l’ultima, più appartata, era più larga per esigenze specifiche il che creava anche il rischio di caderci dentro se di notte, al buio, con una lampada frontale in testa e con una feroce emicrania da ipossiemia il coraggioso fruitore non stava ben attento a divaricare adeguatamente le gambe…

Dentro alle stanze, una candela accesa: una sfida all’intelligenza degli occidentali poco acclimatati; perché non si capì subito che anche il poco ossigeno consumato dalla candela era meglio conservarlo per irrorare il cervello. Un lavabo stile nostre campagne del secolo scorso ed un grosso recipiente termico per conservare l’acqua calda (riscaldata dall’enorme stufa della cucina) completavano l’arredo delle stanze: tutto l’essenziale, nulla di superfluo. Il pagliericcio non era neanche poi scomodo.

Ad un’estremità della corte, la grande stanza con la cucina, un’enorme stufa in mezzo ed il locale comune per mangiare, proprietari ed ospiti tutti insieme. Niente sedie; tappeti e cuscini per terra tutt’attorno a un lungo tavolo quasi al livello del pavimento; così che si finiva per mangiare comodamente e mollemente coricati in posizione orizzontale. Acqua e birra tibetana, cibo a volontà e probabilmente in quello sperduto lodge ad altissima quota Steve e soci mangiarono meglio che in qualunque albergo di standard di lusso per i parametri cinesi, con un’ospitalità che andava ben oltre i doveri dei gestori di un locale a pagamento. Ma prima di mangiare, una ben strana esperienza toccò Steve nel cuore.

Entrando nella grande sala, già con la mente un po’ annebbiata dall’ipossia, dalla stanchezza della giornata passata sui fuoristrada e dalle birre tibetane bevute poco prima, Steve venne accolto da Pino, il ragazzo di Torino che accompagnò il gruppo per tutto il viaggio.

Pino era un personaggio eccezionale, amava il Tibet, la filosofia buddista in modo totale ed era riuscito nel non facile obiettivo di coniugare la grande passione della sua vita con il lavoro, diventando accompagnatore turistico nella regione himalayana per conto di un importante tour operator italiano: da dieci anni passava almeno sei mesi all’anno fra Nepal e Tibet.

Conosceva perfettamente la lingua nepalese e tibetana, parlava con i monaci e si permetteva il lusso di spiegare loro alcuni aspetti della dottrina religiosa che essi stessi non conoscevano. Recitava i “mantra” insieme ai pellegrini che continuamente si incontravano nei villaggi e nei monasteri e spesso ne insegnava loro di nuovi. Era amico personale del Dalai Lama e più volte gli fece da interprete nelle sue visite in Italia. Aveva proposto a Steve un trekking intorno al Kailash, la montagna sacra dei tibetani, per vivere un’esperienza mistica e sportiva allo stesso tempo. Visitare quei luoghi con Pino era un privilegio che trasformava un viaggio turistico in una full-immersion nella più straordinaria filosofia di vita che Steve avesse mai conosciuto.

Dunque Pino aspettava Steve nella grande sala da pranzo, e gli chiese, quasi con imbarazzo, se non voleva fare qualcosa per la figlia più piccola dei proprietari: era malata, e i loro genitori sarebbero stati onorati se un medico venuto da così lontano avesse avuto la compiacenza di visitare la loro bambina.

Steve rimase sgomento: un medico occidentale, con tutto il suo bagaglio di grandi conoscenze scientifiche ma privo di ogni strumento, per non parlare della possibilità di effettuare o prescrivere esami, si sente istintivamente inadeguato nel suo compito e si trova di fronte, quasi con violenza, alla povertà spirituale della propria condizione, basata su presupposti fondamentalmente tecnologici. E quando ti ritrovi a disporre solo delle tue mani, degli occhi, della mente e forse del cuore, un grande disagio ti pervade.

Anche perché, Steve lo capì subito, per i suoi interlocutori lui era più di un medico, era un marziano, qualcuno venuto da un altro pianeta, probabilmente alla stregua di un dio, tanta era la differenza culturale, psicologica, tecnologica fra questi due mondi che si incontravano davanti alla grande madre di tutte le montagne: e la differenza non significava assolutamente inferiorità di qualcuno o superiorità di qualcun altro, significava semplicemente due modi totalmente diversi di vivere.

E mentre Steve masticava faticosamente questi concetti, si ritrovò davanti a tutta la famiglia riunita in cucina: la mamma teneva in braccio una bambina spaventatissima; poteva avere sei o sette anni, era visibilmente denutrita, aveva un aspetto sofferente, il colore della pelle era grigio, impossibile dedurre dalla cute o dagli occhi segni di itterizia o di anemia.

La bambina doveva essere visitata in braccio alla mamma, se no avrebbe pianto istantaneamente alla vista di questo stregone venuto da un altro mondo. E Steve, nei limiti del possibile, le toccò la pancia, le mise un orecchio sul cuore e sul torace, le guardò le sclere, cercò di valutare il tono muscolare e dei riflessi articolari, cercando di immaginare cosa avrebbe fatto un suo collega dell’ottocento, quali ragionamenti avrebbe sviluppato in una situazione forse normale per l’epoca…

La pancia era gonfia: “potrebbe avere un problema al fegato, chissà quale infezione intestinale, una malattia del sangue, un disturbo congenito del cuore.” disse a Pino affinché traducesse, ma più che altro per spezzare la tensione, per dire qualcosa, per non sembrare completamente impotente. Perché effettivamente così era.

“Bisognerebbe portarla al più presto a Shigatze, la città più vicina, perché possa effettuare degli esami in un ospedale cinese” aggiunse Steve (almeno a qualcosa si rendano utili, gli invasori, disse dentro di sé): Pino riferì e la risposta fu sconcertante: “fra cinque-sei mesi, quando sarà finito l’inverno e andranno in città per fare acquisti ai mercati, di cibo e di ogni altra cosa, porteranno la bambina all’ospedale”.

“Se sarà ancora viva…” Steve lo pensò solamente, ma era evidente la perplessità nei suoi occhi.

“Non giudicarli male – replicò subito Pino – so cosa stai pensando, ma devi capire cos’è il loro mondo e il loro modo di vivere: da secoli in queste terre si nasce, si vive, si muore nella totale indifferenza dell’umanità e nessun fattore esterno può influenzare, se non in male, la loro esistenza. Invasioni di popoli stranieri, dominazioni che cambiavano solo nella lingua e nell’aspetto dei nemici, istinto di sopravvivenza radicato ma anche realismo ed accettazione del proprio destino. Nessuno ti regala nulla né offre alcuna possibilità di cambiare la tua vita. Questi genitori amano sicuramente la loro bambina più di se stessi, ma sono perfettamente consapevoli che non possono modificare il suo destino. La loro vita è scandita da comportamenti, abitudini, eventi immutabili da molto prima che nascessero loro e i loro genitori, e che rimarranno tali anche dopo la loro morte.

Per loro andare nella grande città al di fuori del tempo previsto e dei motivi abituali costituisce non solo uno sforzo economico al di fuori delle loro possibilità, ma anche un cambiamento psicologico nelle loro tradizioni inconcepibile. Lo so che per noi occidentali tutto questo è inaccettabile, ma non possiamo neanche permetterci di venire qui per due-tre settimane e pensare di cambiare il loro modo di essere né tanto meno di giudicare le loro azioni.

Ti sono infinitamente riconoscenti per aver visitato la loro bambina, tu rimarrai impresso nei loro ricordi per tutta la vita per avergli concesso questo onore, ma loro con i soldi che spenderebbero per portare la bambina a Shigatze a farla curare dai cinesi garantiranno per almeno un anno la sopravvivenza agli altri figli, la possibilità di farli studiare e di dargli una chance di migliorare la loro vita.

Ma ora dobbiamo onorare i cibi che hanno preparato per noi: per loro sono l’equivalente di un banchetto nuziale, di una cerimonia straordinaria, non dobbiamo deluderli”.

Steve non disse nulla, ma meditò a lungo sulla concezione della vita nel suo mondo: si arrivano a spendere cifre incredibili per salvare la vita ad ultraottantenni affetti da almeno cinque-sei malattie croniche degenerative, la maggior parte delle quali correlate allo stile di vita di una società ricca che si può permettere il lusso di rovinarsi la salute per il troppo mangiare, la sedentarietà, il fumo, l’obesità e l’opulenza, bisogna sprecare risorse per curare gli eccessi e non le carenze. Poi capiti dall’altra parte del mondo e resti indignato se una bambina è destinata a morire nell’indifferenza e nell’accettazione di un destino che non è mai stato né mai sarà benigno. Quella sera bevve molta birra tibetana prima di riuscire a tornare in sintonia con i suoi compagni, poi cominciò ad immergersi nel personaggio che doveva interpretare e raccontò, come tutti si aspettavano, la storia della conquista dell’Everest. Steve era un narratore affascinante e catturò a lungo l’attenzione di tutti con la struggente ed eroica sfida di George Mallory a quel pezzo di roccia proteso verso il cielo.

Alla fine della cena le donne del gruppo presero da parte le figlie più grandi della famiglia e valorizzarono la loro bellezza utilizzando tutte le armi della cosmesi occidentale. Per la prima volta, e forse unica nella loro vita, poterono truccarsi e non credettero ai loro occhi quando si specchiarono e si guardarono fra di loro. Le risate di tutti risuonarono fino a tardi e la felicità pervase la grande sala da cucina in questo strano connubio tra due mondi. Nessuno vide più né seppe più nulla di quella bambina.

La vita riprese il suo corso ordinario, dopo gli strani eventi di quella sera passati a tentare di vedere l’Everest in mezzo alle nuvole ed a cercare il senso della vita stando attenti a non sprofondare in una latrina tibetana pagando il dazio alle troppe birre bevute.

La mattina dopo, all’alba, con l’Everest sempre sdegnosamente nascosto, i potenti motori dei Land Cruiser portarono lontano gli occidentali, a toccare il cielo sui valichi più alti del mondo, fra centinaia di file di bandierine di preghiera e di sciarpe di seta bianca lasciate in segno di devozione là dove la terra compie un ultimo sforzo per avvicinarsi agli dei prima di ripiegarsi verso il basso per buttarsi a capofitto verso le foreste nepalesi, verso il confine fra due mondi, verso la mitica incredibile frontiera fra il Tibet, ovvero la Cina, ed il Nepal, ovvero l’avamposto della società occidentale a ridosso della grande potenza orientale.

I cinesi, come tutti i dominatori, si permettono anche un distorto senso dell’ironia. E così hanno deciso di chiamare “ponte dell’amicizia” quello stretto precario nastro di cemento sospeso sopra la gola del Dude-Khosi che in realtà separa fisicamente e militarmente due universi.

Il paesaggio sembrava assecondare, con i suoi cambiamenti, quella crescente inquietudine che pervadeva l’animo dei viaggiatori man mano che ci si avvicinava a Zangmu, paese di frontiera, avamposto del nulla, monumento all’assurdità della condizione umana: se Francis Ford Coppola avesse avuto bisogno di qualche ulteriore fonte di ispirazione, oltre al “Cuore di tenebra” di Conrad, per ambientare il suo “Apocalipse Now”, sicuramente poteva attingere a piene mani a Zangmu, alla sua popolazione, alla sua atmosfera.

Dopo il dissolversi nel nulla della cortina di ferro e lo smantellamento del muro di Berlino, nessuno può capire cos’è una frontiera se non passa da Zangmu e dal Ponte dell’Amicizia. (N.d.A.: dopo il terremoto del 2015 il valico di Zangmu è tuttora impraticabile e l’unico percorso via terra fra Tibet e Nepal è il valico di Kirong, che noi abbiamo percorso nel 2018, ancora più accidentato e sconnesso di quello di Zangmu).

Dopo giorni interi sui grandi altipiani, dove l’orizzonte ed i pensieri del viaggiatore corrono verso l’infinito, quasi all’improvviso la terra si ripiega su se stessa aprendosi in una selvaggia profonda ferita provocata dallo scorrere delle acque del Dude-Khosi: un’enorme gola, con le pareti che cadono a picco, quasi verticali, verso il fiume che a malapena si riesce a distinguere centinaia di metri più in basso. Sul lato orientale della gola, i cinesi ed i nepalesi hanno costruito un’arditissima pista sterrata (chiamarla strada è decisamente esagerato) che con infiniti tornanti perde quota scendendo verso le foreste a sud dello spartiacque himalayano.

I cinquanta chilometri da percorrere in territorio cinese sono degni di un Camel Trophy: la parete della montagna frana continuamente e la pista, già di per sé stretta, spesso si riduce a permettere a malapena il passaggio di un veicolo con la ruote sull’orlo del baratro, zigzagando fra cumuli di detriti ammucchiati ai bordi della strada; diventò ben presto un’abitudine non vedere altro che il vuoto dai finestrini per i passeggeri seduti sul lato destro dei Land Cruiser; rivoli d’acqua che scendevano dalla parete non di rado si trasformavano in vere e proprie cascate ed il massimo divertimento dei piloti era di fermarsi proprio sotto questi diluvi per lavare i fuoristrada dalla polvere e dalla sabbia accumulati nel viaggio. Ma la cosa più straordinaria era il fatto che la pista, ovviamente, non era a senso unico, costituendo l’unica arteria stradale fra il Nepal e la Cina: di conseguenza ogni dieci-quindici metri si verificava un incrocio fra fuoristrada, camion, pulmini, mezzi militari e rare automobili civili che percorrevano ininterrottamente la strada dai due lati.

Un fluire lento, quasi immobile ma ostinatamente in movimento di veicoli che sfidava ogni legge della fisica e del buon senso. Vedere due enormi camion carichi all’inverosimile di masserizie, generi alimentari e quant’altro affiancarsi là dove lo sterrato accennava appena ad allargarsi, salire letteralmente sul fianco della montagna con due ruote, al limite del ribaltamento ed incrociarsi con le lamiere che stridevano toccandosi fu uno spettacolo indimenticabile che proseguì per ore, perché in queste circostanze si percorrevano a malapena dieci-quindici chilometri orari.

All’improvviso cominciarono ad apparire sui bordi della strada le prime case di Zangmu, abbarbicate alla parete della montagna lungo gli interminabili tornanti che tagliavano il fianco della gola. Quando la densità delle costruzioni aumentò, la pista sterrata diventò sempre più stretta, trasformandosi in un rivolo melmoso che raccoglieva a cielo aperto gli scarichi delle abitazioni e dove al caos del traffico di veicoli si sovrapponeva la costante presenza di bambini, polli, maiali, cani, uomini e donne indaffaratissimi e del tutto indifferenti agli inutili, continui, disperati suoni di clacson effettuati più per abitudine che per la speranza di ottenere strada.

Alberghetti di infimo livello, ristorantini per tutte le tasche, scambiatori di valuta clandestini ma che lavoravano tranquillamente sotto gli occhi di tutti, prostitute sulla soglia delle case, sui marciapiedi, venditori ambulanti di qualunque cosa in mezzo alla strada: questa la fotografia che ci si portava a casa da Zangmu.

Ma il vero capolavoro dell’assurdo si raggiungeva solo all’inizio della “no man’s land”: la cosiddetta terra di nessuno, un poco plausibile territorio neutro, non più cinese ma non ancora nepalese ove i fuoristrada tibetani erano obbligati a fermarsi ed a scaricare repentinamente gli stralunati viaggiatori con tutti i loro bagagli nel caos più totale.

Frotte di bambini e ragazzini erano pronti a precipitarsi sulle valigie e sugli zaini per trasportare il tutto, ovviamente a pagamento, fino alla dogana cinese, distante due-tre chilometri. Ed ogni turista od escursionista doveva stare attento a non perdere di vista il proprio “facchino” per evitare brutte sorprese ai bagagli, mentre si faceva largo nella melma fra polli, maiali ed umanità varia.

La dogana cinese incuteva timore e si percepiva la vera dimensione politica della situazione: pur facendo parte di un viaggio organizzato il minimo disguido, un documento mancante, un cavillo interpretato male dai funzionari poteva in un istante creare problemi inimmaginabili e bloccare per ore l’intero gruppo in quella bolgia dantesca.

Per fortuna Pino, ben addentro ai meccanismi burocratici, riuscì a gestire bene il controllo dei passaporti e dei visti e finalmente Steve e compagni attraversarono, a piedi, il “ponte dell’amicizia”. Sul versante nepalese della “no man’s land” rivissero una situazione quasi speculare, anche se con minor tensione; purtuttavia i doganieri nepalesi, per non essere da meno dei colleghi cinesi, fecero di tutto per esasperare ogni dettaglio ed esaminare al microscopio ogni documento.

Dopo due ore finirono i controlli doganali e nuovamente furono tre chilometri da percorrere a piedi con i propri bagagli passati in una staffetta dai bambini cinesi a quelli nepalesi. Solo allora Steve comprese la vera dimensione del traffico commerciale fra i due paesi: una fiumana ininterrotta, per chilometri, di camion carichi di qualunque genere di alimenti, vestiti, elettrodomestici attendevano forse da giorni il sospirato visto per transitare verso la Cina. Decine di modestissime locande davano ospitalità a chi poteva permettersi il privilegio di non dormire nella cabina del camion; gli sguardi rassegnati ed annoiati degli autisti accompagnarono il percorso dei viaggiatori fino ai pulmini che li attendevano più a valle per iniziare la discesa verso Kathmandu.

E fu, all’improvviso, la foresta sub-tropicale monsonica, verde, esuberante, inquietante dopo le pietraie desolate ed infinite degli altipiani tibetani.

E fu all’improvviso la guida a sinistra sulle strade nepalesi, retaggio della colonizzazione britannica: sempre dominazione straniera, diversa, ma dominazione.

E furono tredici ore passate a percorrere centocinquanta chilometri, ma potevano essere anche i cinque anni-luce per raggiungere Alpha-Centauri.

E fu, alla sera, una doccia calda in un lussuosissimo (o sembrava tale?) lodge nepalese poco a nord di Kathmandu.

E fu, per pochi, interminabili ed indimenticabili secondi, il più stupefacente tramonto rosso fuoco sulla catena himalayana che turista od alpinista potesse mai aver visto nella sua vita.

E il Tibet, già era diventato un sogno.

Tibet-Nepal, ottobre 2001

Vent’anni dopo

(lo aveva già detto Dumas?)

Dopo quasi vent’anni (19 per la precisione) siamo tornati in Tibet, per rivederlo dopo l’esperienza del 2001 e dopo il mancato viaggio del 2015 quando, in conseguenza del rovinoso terremoto in Nepal cinque giorni prima della nostra partenza, era ovviamente impossibile spostarsi in Tibet; siamo tornati per visitare alcune zone che non avevamo potuto esplorare (le remote regioni occidentali) per andare al monastero di Rongbuk e al campo base nord dell’Everest, per valutare, con molta apprensione, come era cambiato dopo tanti anni di ulteriore dominazione cinese, nella speranza che i cambiamenti seppure inevitabili non alterassero completamente la memoria di quanto avevamo visto e conosciuto. Già in condizioni normali dopo vent’anni una nazione cambia per effetto del tempo, ovunque, a maggior ragione se i mutamenti sono forzati, imposti da un’autorità e non corrispondono al “fisiologico” progredire dello sviluppo compatibile con la cultura e le tradizioni del popolo che ci vive. Ma la bellezza, la “grande bellezza” di un paese e di un popolo, rimane e compensa tutto il resto. Ne valeva la pena. Tuttavia chi vuole visitarlo ci vada in fretta: ogni giorno, settimana, mese (non parliamo nemmeno di anni) che passa, irrimediabilmente si perde qualcosa, per sempre.

Tibet, ultima frontiera

Anche questo forse non è un titolo molto originale, ma rispecchia bene le molteplici chiavi di lettura di questa nazione e di questo popolo straordinari.

FRONTIERA POLITICA: uno dei posti più ardui al mondo da raggiungere, impossibile o quasi andarci da soli, e anche con viaggio organizzato è obbligatorio avere guida, autista e un dettagliato e rigido piano di viaggio da rispettare e non sgarrare. Il confine con il Nepal è tutt’ora un’avventura da vivere con la sensazione che non sia solo un gioco, un’emozione che richiama i film anni ’70 da spy-story, ma una esperienza vera molto seria, specialmente se qualcosa gira male in termini di permessi e visti, o semplicemente per la luna storta o lo zelo di qualche guardia frontaliera. E se anche tutto è in regola ti ritrovi in una “no man’s land”, una terra di nessuno di 1-2 chilometri dove non è più Cina ma non ancora Nepal, dove le auto e le guide non ti possono più accompagnare, e dove ti ritrovi su un ponte di 200-300 metri con zaini e bagagli a mano, devastati dai controlli e richiusi alla meglio, da trascinare fino all’altra parte dove per altre tre o quattro volte nel giro di pochi chilometri subiranno altrettante riaperture e devastazioni da parte di guardie che non si fidano dal controllo precedente e dei loro colleghi di pochi passi più indietro. E poi anche le strade di accesso sono da ultima frontiera, soprattutto in Nepal, dove dal confine di Kirong a Kathmandu per percorrere 130 km di una sterrata ai limiti dell’impraticabilità anche per un fuoristrada, soprattutto nella parte alta, abbiamo impiegato dieci ore al netto delle soste: e siamo stati ancora fortunati, perché potevano essere quattordici o quindici.

FRONTIERA SPIRITUALE: è uno dei confini più evidenti e tangibili fra un popolo e un paese che anelano alla propria libertà religiosa e spirituale e l’invadenza di un regime politico che fa uso indiscriminato della bandiera dell’ateismo e del materialismo storico per soggiogare sei milioni di persone. È un confine simbolico e materiale non solo con la Cina, ma anche con un mondo occidentale sempre più impoverito da uno stile di vita improntato alla ricchezza economica e al benessere materiale e un altro mondo che propone modelli di comportamento interiore e di vita che sempre di più noi cerchiamo di scoprire e di recuperare.

FRONTIERA FISICA, GEOGRAFICA, SCIENTIFICA: è una nazione al limite delle altitudini estreme, con le montagne più alte del mondo, con gli altipiani costantemente sopra i 4000 metri stabilmente abitati, analogamente alle alte terre andine del Perù e della Bolivia, ma a differenza di queste, con una straordinaria capacità genetica, sviluppatasi nei millenni, di adattarsi in modo vantaggioso all’alta quota e all’ipossia, cosa che da anni viene studiata a livello scientifico chiedendosi perché solo i tibetani sono riusciti a modificare il loro DNA, a differenza dei popoli sudamericani delle Ande. E ancora frontiera meteorologica, fra gli aridi altipiani quasi desertici con scarsissime precipitazioni a nord per lo sbarramento della catena himalayana, e la rigogliosa foresta pluviale del Nepal appena a sud e oltre il confine; due mondi, in tutti i sensi, a poche decine di chilometri di distanza.

E INFINE ANCHE UNA FRONTIERA TEMPORALE: chi va in Tibet può simultaneamente compiere un viaggio nel tempo sia nel passato che nel futuro: chi va per la prima volta viaggia nel passato, perché prevalgono le testimonianze di una vita che può essere, in molte regioni, ancora paragonabile a quella di due o tre secoli fa, ma chi come noi ritorna dopo precedenti viaggi, è catapultato drammaticamente nel futuro, dovendo prendere atto dei colossali cambiamenti tecnologici, ambientali e infrastrutturali apportati dai cinesi; cambiamenti che non sono del tutto negativi, ma che certamente non sono stati effettuati a vantaggio dei tibetani, o perlomeno non principalmente a questo scopo. Si potrebbe parlare a lungo della questione sino-tibetana, sicuramente non è questa la sede adatta, sicuramente non si può generalizzare su quanto viene fatto dai cinesi che, come è doveroso dire, apportano anche sviluppi positivi, come quelli relativi alla piantumazione nelle steppe erose dalla siccità e dal vento al fine di prevenire la desertificazione, come l’impulso all’utilizzo di moto e di auto elettriche per prevenire quell’inquinamento che peraltro è molto più drammatico in Cina che non nel Tibet, enorme e poco antropizzato rispetto alla repubblica popolare cinese. Hanno fatto costruzioni incredibili, la ferrovia Pechino-Lhasa che passa a 5000m di quota e con un vagone-infermeria dotato di bombole di ossigeno per chi soffre di mal di montagna, gallerie di chilometri scavate nelle montagne himalayane, ponti, strade a due o quattro corsie perfettamente asfaltate che corrono su passi di montagna a 5300 metri di quota, dove d’inverno le temperature scendono anche a -15/ -20 gradi. Poi magari tutto questo serve al trasporto di truppe e mezzi militari dell’esercito per espandere il proprio controllo anche nelle zone più remote del paese. Sicuramente giova ai turisti e ai viaggiatori che possono percorrere tratte molto più lunghe in minor tempo, come abbiamo fatto noi, che nel 2001 ci spostavamo a 30-40km orari mentre ora potevamo viaggiare anche a 100km/h fino alla soglia dei 4500metri. Nel viaggio di andata verso il “far west” abbiamo rallentato per lunghi tratti di lavori in corso nei quali erano impegnati centinaia di operai e di mezzi meccanici, pale, escavatori, bulldozer e quanto necessario con spiegamenti di macchine e di lavoratori straordinari; dopo una settimana, ritornando sulla stessa strada, dove sette giorni prima c’erano decine di chilometri di lavori in corso, era tutto miracolosamente costruito ed asfaltato. Da questo punto di vista i cinesi sono insuperabili!

Purtroppo hanno fatto molte altre cose i cinesi: abbiamo visto interi villaggi rasi al suolo, abitanti sradicati dalle loro tradizionali abitazioni semipermanenti, tipo le yurta mongole, e costretti a vivere in condomini di 4-5 piani, parallelepipedi di cemento dotati di W.C., antenna per la TV ma totalmente estranei alla loro vita seminomade; abbiamo visto Lhasa, la capitale, sempre più dominata da grattacieli e megacondomini per la popolazione cinese immigrata, sempre più preponderante, con il centro storico e sacro della capitale sempre più piccolo, circoscritto e pressoché assediato dalla nuova città cinese; abbiamo visto il Pothala, una delle grandi meraviglie del pianeta, l’antica residenza del Dalai Lama, trasformata in una specie di attrazione turistica per i turisti cinesi, con bar, ristoranti, enoteca, ma con il divieto per i tibetani di poterne visitare più del 50%, ovvero tutte le stanze più sacre e con le divinità più rappresentative; il tutto con la ciliegina sulla torta della bandiera cinese che troneggia sui tetti dell’edificio. Abbiamo visto i monasteri, quasi tutti distrutti da MaoTseTung e dai suoi successori, ricostruiti per permettere ai visitatori occidentali di visitarli, ma sotto un controllo strettissimo delle Guardie Rosse, con i monaci ed i loro superiori totalmente soggiogati all’autorità cinese. Abbiamo visto al monastero di Rongbuk, a 5000 metri al cospetto dell’Everest, una camionetta della Polizia sbarrare con soldati armati la prosecuzione del cammino verso il campo base nord dell’Everest, percorribile solo da chi ha il visto di 6000 euro per la scalata in vetta, rimanendo con il rimpianto di non vedere una località di grande valore simbolico per gli appassionati di montagna e di alpinismo.

Ma abbiamo visto anche molto altro: gli altipiani aridi, desolati, semi-desertici, battuti incessantemente dal vento, pervasi da un’atmosfera quasi surreale dove sensazioni fisiche e psichiche si alternavano e mescolavano, ora prevalendo la fatica cronica della respirazione a causa dell’ipossia, ora l’eco non reale, quasi allucinatorio, di tutte le preghiere buddiste lanciate nell’aria dalle bandierine e dai cilindri di preghiera dei pellegrini incontrati per strada. Abbiamo visto mandrie di yak ed i cow-boy tibetani, con i loro cappelli a tese larghe identici a quelli dei cow-boy texani, altrettanto bravi come i loro omologhi dei film western. Abbiamo visto cieli e montagne dai colori psichedelici, senza il filtro dell’atmosfera delle quote basse, abbiamo visto vestigia e rovine monumentali di antichi reami religiosi e militari, nel lontano e ancora adesso poco accessibile “far west” tibetano, al confine con il Ladakh indiano. Abbiamo visto cime da 7000 e 8000 metri, quelle famosissime e quelle sconosciute e forse anche senza nome, perlomeno finché non gliene danno uno gli alpinisti occidentali o cinesi. Abbiamo sentito raccontare dalla nostra guida quanto gli piacerebbe uscire dal Tibet, venire in Europa sulle nostre alpi, ma di non poterlo fare perché il governo cinese non concede il passaporto ai tibetani fino al compimento del 60° anno di età. Abbiamo incontrato pochi viaggiatori europei coi quali si è subito creata quella affinità e familiarità fatta di racconti di viaggio di posti lontani, esotici e quasi immaginari se non nella realtà di chi li ha visitati.

Abbiamo camminato alle pendici del monte Kailash, la montagna sacra di quattro religioni: buddismo, induismo, giainismo e Bon, la montagna nei cui paraggi, ai quattro punti cardinali, nascono quattro dei più grandi fiumi dell’Asia: il Bramaputra, il Gange, la Sutley ed il Karnali. Abbiamo visto i pellegrini buddisti percorrere il periplo completo della montagna secondo il rigoroso rituale della prostrazione, che prevede tre passi in piedi e poi di inginocchiarsi e prostrarsi completamente faccia braccia e tronco per terra, per poi rialzarsi: tutto questo per cinquantadue km, da 4500 a 5700m di altitudine, in un tempo variabile dai 10 ai 15 giorni. Per arrivare al punto culminante di tutto il pellegrinaggio, il passo di Drolma, a 5650m, dove si entra in nuova vita lasciandosi alle spalle la precedente. Abbiamo ammirato il versante nord-ovest dell’Everest, quello dei mitici primi tentativi di salita da parte di George Mallory e dei suoi coraggiosi ed incoscienti compagni, vestiti, nel 1922 e 24, come in una scampagnata sulle montagne scozzesi, con giacche di gabardine, pantaloni alla zuava di fustagno con giri di bende attorno alle gambe per isolarle dal freddo, e con giri di sciarpa di lana grezza intorno al collo e alla testa: riuscendo, in queste condizioni e con bombole di ossigeno non funzionanti, se non del tutto privi di queste, ad arrivare fino a 8600 metri e forse, ma questo non lo si saprà mai, addirittura in vetta senza più tornarne vivi. Siamo arrivati, su una strada con un manto di asfalto liscio come un circuito di Formula 1, fino a 5300 metri davanti allo Shishapangma, l’unico 8000 in territorio completamente tibetano, meta affascinante per noi alpinisti in quanto di relativa difficoltà tecnica ed ambientale, salvo il permesso da richiedere al governo cinese.

Abbiamo bevuto fiumi di the, mangiato monotoni piatti di noodles con verdure cotte al vapore ed insipide se non con l’aggiunta di salse piccantissime, abbiamo avuto i piatti inondati da quintali di riso servito come companatico universale per ogni portata si richiedesse. Abbiamo ascoltato e meccanicamente recitato anche noi i mantra buddisti, “Om mane padme hum” che diventava un ritornello che ci girava ormai inconsciamente nelle circonvoluzioni sottocorticali.

Questo e molto altro, che ogni tanto affiora dai ricordi e nei dettagli delle immagini portate a casa.

Prima di arrivare in Tibet abbiamo fatto scalo a Chengdu, la sesta metropoli più grande della Cina con oltre cinque milioni di abitanti, dove si percepisce la dimensione dei problemi ambientali della nazione: inquinamento e smog a livelli altissimi, tutta la popolazione che indossa mascherine sul volto per proteggersi dalle polveri, un esercito di moto elettriche prodotte e vendute a prezzi accessibili per limitare l’uso dei carburanti; grandi problemi e grandi tentativi per risolverli: una caratteristica peculiare di questa nazione. Volevamo fermarci una notte a Chengdu perché, a 10 chilometri dalla città, volevamo visitare il centro per le ricerche e per la protezione dei panda giganti: un’oasi di natura ai limiti della megalopoli ove vivono, sono monitorati e accuditi circa 200 esemplari di questi cugini degli orsi, a grave rischio di estinzione. Non è uno zoo cittadino né uno zoo-safari, è un’area naturale protetta e recintata con grandi spazi per gli animali e la possibilità per i milioni di visitatori che entrano ogni anno di osservarli da vicino. Sono animali straordinari che passano il loro tempo a dormire, giocare e mangiare enormi quantità di canne di bambù. Anche questo un esempio di cosa possono fare i cinesi se mettono la loro tecnologia al servizio di obiettivi virtuosi.

Al rientro in Nepal via terra, dopo la terribile stradaccia di centotrenta chilometri dal confine col Tibet, il consueto caos di Kathmandu, come sempre bellissima, straziante per la povertà, l’inquinamento, i postumi del terremoto seppur con molte opere di ricostruzione avviate, la baraonda infernale di mezzi motorizzati di ogni tipo e la solita umanità che vive per strada ad ogni ora del giorno e della notte. Una città rivisitata per la settima volta con la stessa identica passione e lo stupore sempre immutato. Una città che si ama o si odia ma non lascia mai indifferenti, che può essere vissuta e interpretata a seconda dei momenti in chiave artistica, spirituale, sportiva essendo il centro nevralgico per i trekking e l’alpinismo di altissima quota; una città dove ci si sente a casa e dove ti capita di uscire dall’albergo e dopo pochi minuti ritrovarti fianco a fianco a bere un caffè con un grande alpinista, a salutare una guida con cui hai viaggiato anni addietro, a mangiare una pizza e bere innumerevoli birre fino a notte fonda con un italiano che vive e lavora in Nepal da oltre trent’anni e ti racconta aneddoti e storie incredibili ma vere di quanto successo in tutto questo tempo; dove ti sembra ancora di respirare ciò che rimane dei fiumi di marijuana consumati dagli hippies degli anni sessanta e settanta in cerca di risposte a domande che probabilmente non si erano mai nemmeno posti o che nel frattempo si erano già dimenticati. Una città dove ti senti libero e al di fuori dal tempo e dallo spazio nei quali si vive a casa nostra, insoddisfatti e alla continua ricerca utopistica di una alternativa. Una città dove puoi anche darti da fare per aiutare altra gente, come facciamo noi da quattro anni con la nostra attività di volontariato. E questo sarà un ottimo spunto per i prossimi racconti.

Tibet, Nepal, maggio 2018

Tassonomie della letteratura di viaggio

di Paolo Repetto, 6 marzo 2020

La scrittura di queste pagine era iniziata diversi anni fa, quando ancora la letteratura di viaggio costituiva il mio interesse dominante. Dovevano completare una serie di microsaggi di accompagnamento alla catalogazione dei volumi della mia biblioteca. Sono poi subentrati altri impegni e una certa disaffezione al tema, e le avevo archiviate. Nel frattempo il numero delle opere stipate sugli scaffali del settore viaggi è quasi raddoppiato, ed è giunta l’ora di aggiornare il catalogo alla consistenza attuale. Ho colto quindi anche l’occasione per ripescare il pezzo, riscriverlo in pratica daccapo (ne ho tagliato almeno due terzi, sembrava un libretto di istruzioni per l’uso della lavatrice, noiosissimo) e portare a termine un disegno che era rimasto incompleto.

Una considerazione: se vi pigliasse l’uzzolo di dedicare un comparto della vostra biblioteca alla letteratura di viaggio, pensateci almeno due volte. È un pozzo senza fondo, e anche adottando parametri molto selettivi e specialistici diventa quasi impossibile stare al passo con le novità. In compenso riserva continue e piacevolissime sorprese, e non teme crisi di rigetto o sazietà. Siamo la più nomade delle specie, e di viaggi si è sempre raccontato e si continuerà – spero – a raccontare.

 

A parere di molti (soprattutto tra quelli che mi circondano) quando una raccolta di libri di viaggio – ma anche di qualsiasi altro argomento – supera un certo limite quantitativo sarebbe il caso di cominciare a preoccuparsi. Può essere, ma tutto sommato la cosa non arreca danno a nessuno, e nella peggiore delle ipotesi potrà creare domani un fastidio minimo agli eredi che decidessero di sbarazzarsene (se così fosse, però, spero vivamente che il fastidio risulti tutt’altro che minimo).

Io credo piuttosto che sia importante per il collezionista chiarirsi se a motivare l’accumulo è la pura passione per il tema o un qualsivoglia disegno di ricerca. L’ingombro rimane lo stesso, ma in entrambi i casi diventa opportuno, per gestire materialmente la collocazione nel primo o per farne uno strumento più agile di consultazione e di lavoro nel secondo, raggruppare i volumi in base a criteri di appartenenza chiari e pratici.

A questo scopo, in primo luogo va definito il perimetro che ci interessa, perché in una interpretazione allargata qualsiasi narrazione costituisce a suo modo un percorso. La categoria dei libri di viaggio comprende invece nella mia accezione solo quelle narrazioni nelle quali il viaggio è l’oggetto del racconto, indipendentemente dai motivi, dagli esiti e dalle circostanze materiali in cui si svolge, e non un tramite per raccontare. Che la valenza possa poi essere metaforica, che cioè ogni vero viaggio includa o assuma poi significati che vanno molto al di là dello spostamento, questo lo si dà per scontato. Quindi: la letteratura di viaggio include tutti quei libri nei quali vengono raccontate le peripezie connesse ad uno spostamento da un luogo all’altro, reali o fantastiche che siano.

All’interno di questo perimetro, i criteri più sensati di classificazione sono in linea di massima tre (quelli possibili sono naturalmente infiniti). Uno considera lo specifico della tipologia letteraria (saggio, diario, romanzo, ecc …), il secondo suddivide in base al teatro del viaggio, il terzo guarda alle modalità e alle motivazioni dello spostamento. La scelta dell’uno o dell’altro dipende dalla direzione d’uso o di ricerca che si intende intraprendere: qualche volta poi può accadere che siano la disposizione stessa dei libri o il modello di catalogazione usato a dettare la direzione verso cui la ricerca si indirizzerà. Voglio dire che l’ordine in cui i libri di una biblioteca privata sono disposti ha già di per sé alle spalle una storia, ma a grandi linee ne annuncia e guida anche una futura.

Queste righe non vogliono naturalmente proporre alcun modello preferenziale di catalogazione o di disposizione. È giusto che ciascuno si basi su criteri compatibili col proprio ordine mentale o con gli spazi che ha a disposizione. Vorrei invece fornire un esempio di come i libri, prima ancora di essere aperti e letti, possono stimolare processi logici e percorsi analogici magari complessi, e a volte peregrini, ma sempre istruttivi e coinvolgenti.

1.

La suddivisione per tipologie letterarie è la più semplice ed immediata. Le opere possono essere infatti raggruppate in quattro grandi sottoinsiemi:

  1. relazioni o diari di viaggio (redatti dal viaggiatore stesso), a loro volta, volendo, suddivisibili in: viaggi di esplorazione, viaggi scientifici e viaggi turistici
  2. storie di viaggi (redatte da un terzo), a loro volta divisibili in storie di singoli viaggi o viaggiatori e in storie generali dei viaggi
  3. guide al viaggio o riflessioni sul viaggio (sulle motivazioni, il simbolismo, la psicologia del viaggio)
  4. opere di narrativa (romanzi o racconti) o di poesia incentrate sul viaggio

È il criterio che io stesso ho seguito per redigere il catalogo dei libri presenti nel settore viaggi della mia biblioteca (e del quale questo scritto è un’appendice). Lo definirei un criterio “quantitativo”, funzionale più alla gestione che alla consultazione. Si presta comunque anche ad un lavoro di ricerca storica molto ben definito e specifico, perché offre un quadro chiaro e completo degli “strumenti” disponibili. Diciamo che garantisce l’individuazione teorica del libro che ci serve. Quanto poi a trovarlo, la cosa è un po’ più complicata.

Non è infatti lo stesso criterio che ho adottato nella collocazione fisica dei volumi: per questa, seguendo un ordine mentale tutto mio, funzionale ad un lavoro che procedesse per intuizioni estemporanee piuttosto che per linee predefinite, ho scelto in linea di massima la seconda opzione (quella dei teatri di viaggio). Ho individuato delle aree geografiche e all’interno di queste ho poi creato delle sottosezioni, ordinandole in qualche caso cronologicamente, in altri per temi. Ciò comporta ad esempio che i libri di uno stesso autore che ha viaggiato in varie parti del mondo (come Landor o Loti o De Amicis, ad esempio, o come Bryson tra i contemporanei) siano sparpagliati in scaffalature o ripiani diversi. Naturalmente le opere di narrativa pura incentrate sul viaggio non trovano una collocazione fisica in questa sezione, perché l’avrebbero letteralmente fatta esplodere: ma sono state comunque censite e idealmente ne fanno parte.

A questo punto probabilmente avrete una immagine della mia libreria molto simile alla Battaglia di Isso di Altdorfer, ma vi assicuro che non è così. L’ordine regna sovrano, sia pure con leggi transitorie, e fino a quando non devo cercare qualcosa di particolare funziona anche. Inoltre la disposizione attuale tiene costantemente in esercizio la mia immaginazione, perché devo ogni volta ricostruire i processi mentali che possono aver determinato una specifica collocazione. Quando questa ricostruzione va velocemente a buon fine, e non finisco esasperato, la cosa è anche divertente.

Rimane la terza opzione, quella che prende in considerazione le motivazioni e le modalità specifiche del viaggio. In realtà non è un criterio molto funzionale, né alla collocazione né alla catalogazione, perché solitamente in ciascun testo si intrecciano e si accavallano motivazioni e modalità molteplici, ed è quasi impossibile definire raggruppamenti che risultino sufficientemente comprensivi. Questo già ci dice che delineare una mappatura della letteratura di viaggio a partire dalla fenomenologia del viaggio stesso è impresa ardua. E può sembrare anche decisamente inutile: a meno che, come nel mio caso, l’intento sia non di procedere ad uno studio o ad una trattazione dell’argomento “accademicamente” mirata, ma di regalarsi degli excursus biografici o storici, degli spaccati di storia delle idee o del costume, dettati dalla pura curiosità o dalla simpatia per i protagonisti.

A differenza poi dei due primi modelli di classificazione, questo tende a considerare egualmente significative le opere di fantasia pura e quelle di narrazione realistica o storica. In pratica tende a spostare il fulcro dell’attenzione dal viaggio in sé all’idea che lo motiva. É, ripeto, il modello meno pratico, ma è anche quello che offre maggiori opportunità di sbizzarrirsi e di procurarsi illuminazioni. Per questo l’ho tenuto in considerazione, almeno a livello di schedatura mentale, e per questo è l’unico sul quale mi soffermo.

2.

Come per la zoologia fantastica di Borges, si potrebbe adottare in questo terzo caso qualsiasi criterio tassonomico: in rapporto allo spazio attraversato (per cielo, per mare, per terra, sotto terra, sotto il mare) o alla modalità di locomozione (a piedi, a cavallo, in carrozza, in treno, in barca, in aereo, su un’astronave, ecc …), o al numero degli attori (viaggio individuale, in coppia, in compagnia, di gruppo, di massa, ecc …), oppure in relazione alle finalità (esplorazione, commercio, studio, evangelizzazione, pellegrinaggio, conquista, migrazione, ecc …). Volendo si possono inventare infinite altre varietà di classificazione (alla ricerca di se stessi, dell’altro – per amore o per odio –, di uomini, piante, animali, monti, laghi, tesori, mostri …).

Ho iniziato a immaginare griglie mentali basate su queste possibili suddivisioni per finalità didattiche, quando ancora insegnavo letteratura: ma è poi diventata un’abitudine, perché consente di organizzare per qualsivoglia esigenza degli schemi elementari di ricerca. Tra questi schemi ce ne sono alcuni, in sostanza quelli che ho maggiormente utilizzato, che riescono immediatamente evidenti, ma che vorrei comunque dettagliare un po’ di più. Sono relativi il primo alla direzione del viaggio, il secondo alle sue motivazioni e finalità, il terzo alla sua morfologia.

La tipologia “direzionale” è molto semplice. Si può andare verso un luogo, tornare da un luogo, andare e tornare, o vagare senza meta. E già così si aprono innumerevoli possibilità, sulle quali tornerò tra poco. Quella motivazionale è invece più complessa. Si viaggia infatti per scelta, per necessità o per costrizione: ma in tutti e tre i casi possono essere varie le finalità, e talvolta le motivazioni stesse si sovrappongono. Provo solo a schematizzarle, perché a trattarle non basterebbe un volume.

Il viaggio compiuto per scelta può avere scopo iniziatico o conoscitivo (pellegrinaggio – viaggio culturale – viaggio di esplorazione), economico (commercio – ricerca di minerali preziosi o di tesori nascosti), religioso (missione), militare (di conquista), di studio o scientifico, di diporto (turistico o sportivo). Quello intrapreso per necessità può essere invece finalizzato a migrazione, azione politica o diplomatica, ricongiungimento, partecipazione ad eventi particolari (funerali, ad esempio), ecc … Infine quello per costrizione può essere determinato da necessità di fuga (esilio, persecuzione, ecc …), rapimento, rituale iniziatico, imposizione ricattatoria, ecc … Come si vede, ci si avventura in un vero ginepraio di possibilità: e non è il caso di andare oltre.

Anche per la tipologia morfologica, quella connessa alla “consistenza” del viaggio, è possibile una semplificazione: si può distinguere tra viaggio reale, allegorico, fantastico o fantascientifico, psicologico, utopistico.

Ma è evidente che insistendo a scovare modelli di classificazione sempre più peregrini non ci si muove dal punto di partenza; mentre se si intende davvero semplificare conviene adottare lo schema più immediato, ovvero quello direzionale, articolandolo poi con l’occasionale ricorso ad altri criteri. Ciascuna delle tipologie o sottotipologie identificate può in genere essere ricondotta ad archetipi mitologici o biblici, e trova riscontri nella fiaba e nella letteratura popolare. Il che serve tra l’altro a ribadire che non c’è mai nulla di veramente nuovo sotto il sole, e che indipendentemente dalle direzioni prese gli uomini si sono mossi lungo i millenni spinti dagli stessi aneliti o dalle stesse paure.

Naturalmente, anche questo tipo di classificazione ai fini della praticità gestionale è del tutto ozioso, e infatti nel mio catalogo i titoli cui farò riferimento sono rubricati tutti in base a tre sole voci: viaggi di esplorazione e viaggi turistici, scientifici, culturali, suddivisi tra quelli antecedenti o successivi al 1950 (che è una data assolutamente arbitraria, ma ha il pregio di essere vicina a quella della mia nascita: e comunque è sullo spartiacque tra due differenti concezioni del mondo in genere e del viaggio nello specifico). È utile invece per identificare i fili narrativi comuni che corrono lungo i secoli, e per metterne a confronto gli esiti nelle diverse epoche e attraverso i diversi sguardi.

3.

Partiamo dunque dalla prima sottospecie della tipologia direzionale: il viaggio di andata. È quella più classica e presenta una notevole varietà fenomenologica. Può configurarsi ad esempio come una migrazione, e in questo caso gli archetipi si sprecano, a partire dall’Esodo biblico (che può essere tuttavia letto anche come viaggio di ritorno). Ma anche la migrazione, pur essendo di regola un fenomeno vissuto negativamente, può avere diversi volti: può essere indotta da una necessità, ad esempio dall’esaurimento produttivo di un territorio, o dall’impossibilità comunque di sopravvivere a casa propria (è il caso di Furore); da una costrizione, dalla pressione o dall’invasione da parte di altri popoli, con conseguente cacciata, o da una scelta, ad esempio quella di occupare terre migliori, magari cacciandone le popolazioni indigene, a loro volta costrette ad emigrare o eliminate (Verso il West o Il grande cielo, di Guthrie). E anche in questo caso è possibile che gli invasori non scelgano, ma siano essi stessi forzati (magari nell’accezione sostantivata del termine: è il caso raccontato ne La riva fatale di Hugues, straordinario affresco della colonizzazione dell’Australia) alla conquista.

Un viaggio di sola andata è in genere anche quello connesso alla fuga. Qui l’archetipo potrebbe essere l’Eneide, anche se in realtà la fuga di Enea si traduce ben presto in migrazione e in conquista. Gli esempi che mi vengono in mente, e che corrispondono a ulteriori sottotipologie del viaggio di andata, sono naturalmente in primo luogo quelli di fughe dalla detenzione (da Cinque settimane in pallone a Sette anni in Tibet e Tra noi e la libertà), dalla caccia di nemici e persecutori, umani e non (Fuga senza fine, Un sacchetto di biglie, I tre giorni del Condor), dai pericoli della guerra (Palla di sego) o da quelli naturali: e poi ancora fughe adolescenziali dalla famiglia, o più mature, dal coniuge. Farei rientrare in questo gruppo anche le meno frequenti narrazioni che propongono il punto di vista del cacciatore, dell’inseguitore, (tanto meno frequenti che in questo momento mi viene in mente solo Il leopardo delle nevi).

Appartengono al filone dell’andata anche i viaggi di esplorazione. Quando a narrarli sono gli stessi protagonisti è evidente che si tratta in realtà di viaggi di andata e ritorno: ma la narrazione in genere privilegia il primo momento, e quindi possono essere classificati, salvo casi particolari, nella tipologia dell’andata. Gli archetipi narrativi sono naturalmente Il milione e I viaggi di Ibn Battuta, ma potrebbero esserne indicati infiniti altri, ben più antichi. Oltre ai diari di svariati esploratori troviamo in questo settore una narrativa sterminata, che va dalle incursioni verniane al centro della Terra, sulla Luna o al Polo australe ai viaggi esotici di Ridder-Haggard (Lei, Le miniere di re Salomone) o di Hudson (Terra di porpora), a quelli a ritroso di Conan Doyle ne Il mondo Perduto, alle ricostruzioni storiche romanzate di Michener, fino ad arrivare ad Alice nel paese delle meraviglie.

Parente prossimo del viaggio di esplorazione è quello connesso ad una particolare impresa, che in molti casi assume anche il valore di viaggio iniziatico. L’archetipo potrebbe essere quello delle Argonautiche, o più addietro ancora quello dell’epopea di Gilgamesh. Anche in questo caso gli esempi narrativi si sprecano: da Il signore degli anelli a Il giro del mondo in 80 giorni, da Ricordi di un’estate a Capitani coraggiosi, fino a Cuore di tenebra.

Il viaggio iniziatico per antonomasia è quello “formativo”, ritualizzato nel Gran Tour dei nordici in Italia (da Montaigne, a Goethe, a Seume, a Sthendal) e in quello degli italiani all’estero (Algarotti, Alfieri), o degli Europei nei nuovi e antichi continenti (Tocqueville, Beltrami) e dei non europei in Europa (Twain), con appendici anche nel Novecento (il Patrik Leigh Fermor di Tempo di regali). Un particolare significato emancipatorio possono avere quelli femminili (Lady Montagu, Cristina di Belgioioso), e soprattutto quelli delle viaggiatrici in Oriente (Ella Maillart, Freya Stark, Vita Sakwille-West, Isabelle Eberhardt, Rebecca West). Rientrano in qualche modo nel viaggio formativo anche gli itinerari “sulle tracce di” (Chatwin, ad esempio, o Tesson).

Ci sono infine i reportages, quelli di autori più o meno famosi dell’Ottocento (Andersen, Dickens, Twain, Loti, De Amicis), quelli occasionali di inviati “speciali” (Piovene, Moravia) e quelli degli specialisti novecenteschi del viaggio (Chatwin, Theroux, Thubron, Kapuscinski) o dell’ironia (Bryson).

E fin qui abbiamo trattato di viaggi reali o raccontati come fossero reali, finalizzati a raggiungere una meta concreta, si tratti di una terra, di un rifugio, di un luogo sconosciuto. Ma si può viaggiare anche per raggiungere una condizione interiore, una consapevolezza, un’illuminazione. È il caso dei viaggi allegorici, come anche di quelli filosofici. Madre di tutti questi viaggi è naturalmente La Divina Commedia, ma tra gli antenati possiamo annoverare ad esempio tutti i romanzi del ciclo del Graal, il Perceval o l’Enide di Chretien de Troyes, mentre la progenie si allunga sino a Moby Dick, o a Kim, passando per Il viaggio del pellegrino di Bunyan. La versione più moderna è per l’appunto quella del viaggio filosofico, concepito un tempo preferibilmente in chiave satirica, come nel caso de I viaggi di Gulliver o del Candido, e recentemente con velleità sapienziali (dal Viaggio in India di Hesse a Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta).

4.

Il viaggio di ritorno. Naturalmente si parte con Ulisse (e si arriva ancora con lui, tramite Joyce). L’Odissea è solo uno dei tanti “nostoi” che raccontavano gli avventurosi rientri in patria degli Achei dopo la distruzione di Troia, ma è diventato il modello della gran parte dei viaggi letterari. In genere sono i vincitori a tornare: gli sconfitti, come Enea, fuggono. Ma non va sempre così: a volte cercano di tornare anche gli sconfitti. É il caso dei reduci dell’Armir, quelli raccontati da Centomila gavette di ghiaccio e soprattutto da Il sergente nella neve. E anche degli sconfitti dalla vita (potrebbe rientrarci anche Il fu Mattia Pascal), o di coloro che solo apparentemente sono vincitori (La luna e i falò). È comunque sempre un’odissea, qualche volta dichiaratamente ispirata all’originale (Horcynus Orca), in altri casi liberamente interpretata (Il lungo viaggio di ritorno di O’Neill).

Diversi sono i ritorni dei deportati nei campi di concentramento. Non sono né vincitori né vinti, sono dei sopravvissuti, e il loro è un ritorno a casa, quando ancora ne hanno una, ma non alla vita. La tregua li riassume un po’ tutti. Ma a volte le vicende sono molto più complesse, e assumono le dimensioni di avventurose epopee: ad esempio, nei già citati Sette anni in Tibet e Tra noi e la libertà.

Spesso però il ritorno è solo temporaneo, una rivisitazione in cerca delle radici, o dei sapori e delle atmosfere dell’infanzia (Conversazione in Sicilia): e di solito si rivela deludente, o crea una sensazione di estraneità.

A volte infine dà un senso a tutto il viaggio: ma spesso ne mette in luce l’inutilità. Come dice Sjöberg, ne L’arte di collezionare mosche, “Dopo tredici mesi di viaggi intorno al mondo ero finalmente sulla via del ritorno, stanco e disilluso. […] Seguito con il dito sulla carta il mio viaggio era impressionante. Ma dentro di me non ne ho mai capito il senso”.

5.

Andata e ritorno. Particolarmente interessante è il tòpos del ritorno in una zona sicura dopo che si è affrontato il pericolo, dietro il quale stanno il richiamo del focolare e il motivo del cerchio, dell’anello completo. Può apparire come una metafora del confronto con la realtà, dopo che ci si è lasciati illudere e trascinare dall’ideale. Come a dire: va bene l’avventura, ma poi bisogna tornare a casa. Il prototipo assoluto in questo caso è l’Anabasi di Senofonte. Il composto Anà-basis in greco indica propriamente una “spedizione verso l’interno”. Senofonte lo usa però a titolare il racconto della ritirata di un esercito di mercenari greci verso il mare (Κύρου Ανάβασις, l’Anabasi di Ciro). Dei sette libri che compongono l’opera, sei raccontano proprio l’avventurosissimo viaggio di rientro dall’entroterra verso la costa, e quindi in realtà raccontano una katà-basis (alla quale peraltro il Ciro del titolo non partecipa affatto, essendo già stato ucciso prima ancora che il viaggio inizi).

Senofonte vuole narrare un’impresa epica, nella quale ha svolto un ruolo fondamentale (stando almeno a quello che scrive), e in genere le ritirate di epico hanno poco: di solito si pone l’accento sull’avanzata. Se sono poco gloriose, però, le ritirate sono senz’altro narrativamente più efficaci, soprattutto quando ad un certo punto diventano affannose, sotto la pressione del nemico o di un ambiente ostile. Ed è accaduto così che il termine abbia preso in epoca moderna un altro significato, e stia ad indicare un viaggio di andata e ritorno, con ritorno pieno di imprevisti.

In questa forma la letteratura mondiale è piena di Anabasi, più o meno consapevolmente ricalcate sull’originale. In alcuni casi il calco è dichiarato. Valerio Massimo Manfredi ad esempio l’ha praticamente riscritta raccontando ne “L’armata perduta” la vicenda dal punto di vista di una ragazza aggregata alla spedizione in veste di amante dello stesso Senofonte. Come prevedibile, il risultato è un polpettone, nemmeno lontanamente parente dell’originale. In altri casi il motivo di fondo è stato trasposto in tempi e in ambienti completamente diversi, con risultati senz’altro più apprezzabili. Una delle trasposizioni più riuscite è ad esempio quella di Sol Yurik, con “I guerrieri della notte”. Un’altra, divenuta essa stessa un classico, è “Passaggio a nord-ovest” di Kenneth Roberts. In entrambi i casi dai libri sono state tratte versioni cinematografiche, di valore pari a quello delle opere di partenza. L’originale, per fortuna, non lo si è ancora tentato: i costi dell’operazione sarebbero spaventosi. L’unico film che si ispiri apertamente e dichiaratamente all’opera di Senofonte, riletta in chiave contemporanea, è I guerrieri della palude silenziosa.

L’operazione di calco, dall’originale, dai libri che si ispirano all’originale o dai film tratti da quei libri, è stata ripetuta innumerevoli volte. Direttamente ispirato da Passaggio a nord-ovest (il romanzo) è Fort Everglades di Slaughter, dal quale è stato poi tratto il film Tamburi lontani. Ma lo stesso regista di quest’ultimo (Raoul Walsh) ne aveva già diretto una versione attualizzata con Obiettivo Burma.

Ma di anabasi, solitarie o di gruppo, è zeppa anche la letteratura alpinistica. In questo caso a rendere il ritorno più rocambolesco dell’andata concorrono molti fattori, da quello meteorologico (in genere si torna quando già sta scendendo la notte, oppure quando arriva il maltempo) a quello fisico e psicologico (pesa la fatica accumulata nell’ascensione, ma soprattutto la caduta di tensione una volta raggiunta la meta, e quindi la disattenzione). La più classiche e famose tragedie alpine, quella che funestò la prima scalata del Cervino e quella recente sull’Everest, raccontate poi da protagonisti sopravvissuti, hanno avuto luogo proprio durante il ritorno.

6. (ed ultimo)

Vagabondaggi. Se tra le tipologie di viaggio inseriamo anche quella del vagabondaggio i titoli si moltiplicano. Particolarmente ricca in questo settore è la letteratura anglosassone, di qua e di là dell’oceano. Già a partire dal settecento esiste per gli inglesi una gloriosa tradizione di vagabondaggio a piedi, che da Borrow arriva a Stevenson (offrendo piccoli capolavori come Nelle Cevennes in compagnia di un asino) ed è ripresa poi dagli americani (Thoreau, Muir e London): nel secolo scorso è poi esplosa la variante motorizzata (Sulla strada, I viaggi di Theo, In viaggio con Charlie). Il tema è trattato, in termini in genere più drammatici, anche nelle letterature nordiche (Eichendorff, Hamsun, Martinson, Hesse) e in quella russa (Gorkij).

Parente prossimo del vagabondaggio è il viaggio a zig zag. Un esempio italiano è La leggenda dei monti naviganti, di Paolo Rumiz (che ha ripetuto lo stesso schema in Trans Europa Express). Ma si può anche vagare sulle tracce di un’idea, come faceva Samuel Butler in Alpi e santuari e come recentemente ha fatto Giorgio Boatti in Sulle strade del silenzio; o di una identità culturale perduta (Ceronetti, con Viaggio in Italia e Albergo Italia).

 

Mi fermo qui. Potrei anch’io vagare ancora a lungo alla ricerca di ulteriori etichette distintive, ma immagino di aver esaurito ormai tutto il credito di pazienza e di attenzione concessomi da improbabili lettori. Un risultato credo comunque di averlo ottenuto. Se non sono riuscito a dare un’idea del potenziale combinatorio che la letteratura di viaggio offre, ho senz’altro dissuaso chiunque per il futuro dal dettare per essa regole o criteri di catalogazione con qualche pretesa di effettiva applicabilità. La letteratura di viaggio in effetti non sopporta di essere ingabbiata in comparti, scappa per ogni dove, sceglie di volta in volta con chi accompagnarsi. E proprio qui sta il suo fascino. Nella mia biblioteca è l’unico settore che conosce riposizionamenti continui, dettati da intuizioni estemporanee, ripensamenti, nuovi progetti di ricerca o mutati criteri di razionalità, o anche soltanto dalla necessità di sfruttare meglio gli spazi e ottimizzare la visibilità. Bene, questa cosa implica spostare ogni volta centinaia, in qualche caso migliaia, di volumi, riprenderli in mano, riconoscerli, magari anche riaprirli, e poi dare loro una vita e un significato diversi attraverso i nuovi accostamenti.

È la moltiplicazione dei pani in versione laica. Un miracolo che si ripete periodicamente, rinnovato nei dettagli dalle nuove acquisizioni. Non credo di dover cominciare a preoccuparmi. Devo solo insegnare a qualcuno a pescare. Il companatico dovrà metterlo lui.

Tramonto del “colonialismo”?

di Fabrizio Rinaldi, 14 settembre 2019

La parola “colonia” evoca di primo acchito nei più un profumo non troppo esotico, piuttosto leggero, che può riuscire conturbante se pubblicizzato da una procace fanciulla. Per quelli politicizzati, o che qualcosa ancora sanno di storia, è invece sinonimo dell’imperialismo occidentale, e rimanda a vergognose vicende di oppressione e sfruttamento. A molti altri ricorda anche l’odore acre dei calzini usati, la presa di coscienza di ritmi e regole diversi da quelli domestici, la scoperta dei propri sensi, aspirando a fare altrettanto con l’altro sesso (intenti sempre delusi), ma soprattutto la voglia di divertirsi, in compagnia di coetanei, al mare o in montagna.

Qualche “colonia di cura” per i bambini malati, soprattutto per quelli affetti da tubercolosi, era già sorta nella seconda metà dell’Ottocento e ai primi del Novecento, gestita da enti religiosi o da associazioni caritatevoli e ispirata ai benefici terapeutici che la medicina cominciava a riconoscere all’aria pura o allo iodio. L’istituto conobbe però uno sviluppo significativo solo negli anni trenta del secolo scorso, questa volta nel quadro di un più vasto progetto di “educazione fascista totale” varato e gestito direttamente dal regime, che riguardava tutti i minori e andava ben oltre le finalità curative. Bisogna riconoscere che, al netto degli scopi propagandistici e di condizionamento, l’impegno in questo campo fu davvero notevole. Per ideare le strutture vennero mobilitati i migliori architetti del periodo, e negli anni immediatamente precedenti la guerra si arrivò ad ospitare in esse poco meno di un milione di bambini.

Nel secondo dopoguerra il fenomeno è nuovamente esploso, e per almeno due decenni ha rivestito una fortissima valenza sociale. A cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta per la maggior parte dei bambini la colonia estiva rappresentava ancora l’unico possibile battesimo del mare, e a molti offriva addirittura il primo contatto con pasti regolari e abbondanti. Dove non arrivavano le istituzioni (le colonie erano di competenza delle amministrazioni pubbliche) intervenivano i privati: ogni grande azienda o gruppo finanziario, moltissime associazioni di categoria e vari istituti religiosi, addirittura le singole parrocchie, facevano a gara nel dotarsi di strutture per le vacanze estive, con livelli di accoglienza molto diversi, speculari ai “ranghi sociali” dei destinatari, ma tutto sommato abbastanza simili nelle finalità e nelle modalità di gestione.

Lo scopo, una volta superata l’emergenza sanitario-alimentare, era quello di offrire ai bambini, soprattutto a quelli abitanti in città che cominciavano a patire i danni dell’inquinamento industriale, una pausa di disintossicazione, e in secondo luogo di favorirne la socializzazione con coetanei di altre zone e di altre regioni. Che poi si divertissero era dato per scontato, ma non costituiva una priorità. Questo spiega ad esempio la percezione negativa dell’esperienza di colonia maturata in genere da chi arrivava dai paesi di campagna (pochi, per la verità): a differenza dei cittadini, costoro si trovavano costretti in una gabbia di orari, di regolamenti e di norme precauzionali ai quali non erano affatto abituati, e che soffocavano la libertà semi-selvaggia nella quale erano cresciuti.

Tutto ciò è andato avanti sino agli anni del boom economico. Poi è iniziata la decadenza. Le famiglie cittadine, anche quelle meno abbienti, quelle operaie, hanno cominciato a potersi permettere brevi periodi di vacanza al mare o in montagna, così che la funzione principale delle colonie è venuta meno: ed anche i bambini, allevati ormai a nutella e televisione in un clima di trionfante lassismo educativo, sono diventati sempre meno disponibili a rinunciare alla loro razione quotidiana di schifezze e a sottostare a regole uguali per tutti.

Il risultato è che la stragrande maggioranza delle colonie non sono sopravvissute al cambiamento. Per rendersi conto concretamente della dimensione del fenomeno e di quanto è successo basta fare un giro lungo la costiera ligure, toscana o adriatica. Si incontreranno numerosissimi edifici, a volte anche decisamente belli e situati in posizioni fantastiche, a un passo dal mare, ormai in totale abbandono, invasi dalla fagocitante vegetazione infestante, quando non già ridotti a scheletri di cemento e a rifugio di sbandati. Solo lungo la costa adriatica ce ne sono più di 200.

Il tramonto di questo “sistema coloniale” è stato determinato naturalmente anche da altre cause, più spicciole. Intanto l’impegno finanziario: i costi per mantenere funzionali questi mastodontici complessi architettonici e adeguarli a normative sulla sicurezza sempre più stringenti sono enormi. Poi ci sono quelli di gestione, anch’essi lievitati in maniera esponenziale assieme al numero di addetti necessari a garantire la sicurezza, l’accoglienza, il divertimento e le aumentate esigenze degli ospiti. Negli anni cinquanta un’educatrice presiedeva gruppi di trenta o quaranta bambini, oggi il rapporto è di molto inferiore. In una società bambinocentrica come quella attuale le responsabilità legali nei confronti dei minori sono pesantissime, e a queste si aggiungono quelle morali create da genitori che mettono costantemente in discussione l’operato delle figure educative a cui sono affidati i figli.

C’è anche un ulteriore aspetto, tutt’altro che marginale, a cui sono particolarmente sensibili i governanti e i sindaci: quale ritorno ha sulla loro immagine politica il finanziamento di queste strutture? La scelta di investire su questi servizi e promuoverli adeguatamente non ha una ricaduta immediata in termini di consenso, non è politicamente remunerativa per una classe politica che ha l’occhio costantemente ai sondaggi o alle prossime elezioni e si preoccupa solo della propria sopravvivenza: sono progetti a lungo termine nei quali paradossalmente sembrano potersi impegnare solo i regimi autoritari, con finalità appunto cui si accennava sopra. Favorire i servizi offerti nelle colonie hanno un ritorno a lungo termine di sensibilizzazione fra coetanei di differenti estrazioni sociali, di arricchimento di esperienze che rafforzano le personalità di chi le vive, di integrazione fra culture lontane e un’infinità di altri fattori stimolanti.

Le colonie di vacanza che sopravvivono sono nel frattempo diventate un’altra cosa. La parola stessa “colonia” è ormai tabù. È stata sostituita per lo più dalla dicitura “centro estivo”, e in effetti la differenza è sostanziale: la prima era un contenitore di esperienze anche fisicamente lontane dalle consuetudini familiari e quotidiane. La seconda è la versione “zuccherata” compatibile con la società attuale: i genitori stazionano in genere a pochi chilometri – se non metri – in modo da poter (dover) intervenire in ogni decisione (la responsabilità è sempre demandata a loro), compreso il programma delle attività che i loro pargoli svolgeranno. Questi ultimi sono dunque parcheggiati in oasi “ricreative”, la cui principale finalità è quella di risolvere i problemi logistici di padri e madri, sempre più indaffarati a fare altro.

Nella logica genitoriale ciò che importa è mantenere un illusorio controllo sul ragazzo (che in realtà è lasciato poi in balìa dei social e della televisione), e questo significa precludergli una esperienza formativa davvero fondamentale, vissuta per più giorni con compagni d’avventura della stessa età, senza avere tra i piedi il parentado pronto al soccorso e alla difesa, resa affascinante proprio dalle paure che uno scopre di poter vincere, dalle piccole complicità che stringe, dalla trasgressione costituita già di per sé dal pernottare fuori casa.

Tuttavia qualcosa sembra stia accadendo. Intanto, se i chiari di luna economici degli ultimi due decenni si protrarranno ancora per un po’ (e sembra certo che sarà così) molte famiglie non riusciranno più ad offrire ai loro pargoli altre vacanze se non un breve periodo di “colonia”. Le resistenze sono molte, per i motivi che ho esposto sopra e per quelli che analizzerò a parte dopo, ma il vento spinge in questa direzione. E spinge già decisamente anche tutta quella parte nuova della nostra popolazione che nelle ex colonie, quelle altre, quelle politiche, ci è nata e c’è scappata sua malgrado, e non ha conosciuto il nostro benessere, e non dispone certo di case per le vacanze.

Ho anche il sentore che sia in atto anche un mutamento di sensibilità, che sta inducendo una diversa attenzione al recupero delle vecchie strutture (giustificata, oltre che ecologicamente motivata, dal fatto che le architetture “coloniali” degli anni trenta sono tutt’altro che disprezzabili): anziché lasciarle andare in pezzi in attesa di poter sfruttare diversamente gli spazi, o di “valorizzarle” trasformandole in alberghi o discoteche o centri commerciali, si comincia, almeno in alcune regioni, a ipotizzare per esse un ritorno alla vecchia funzione.

Infine, questo mutamento sembra investire anche il concetto stesso della vacanza in colonia, e ciò avviene paradossalmente presso i ceti di livello culturale più alto, quelli che si stanno convertendo – più per tendenza che per convinzione – alla sobrietà e alla decrescita felice, ma anche ad un modello educativo meno familista. Vuoi per tendenza, vuoi per snobismo, vuoi per genuina convinzione, sembra che i prossimi fruitori di un rinnovato “sistema coloniale” possano diventare proprio quelli che delle colonie avrebbero meno bisogno, disponendo già con larghezza di doppie o triple case, al mare o in montagna. Ed è quindi ipotizzabile che, costituendo queste élites il parametro di riferimento per chi vuol essere anticipatore di una moda di nicchia, si trascineranno dietro col tempo, almeno fino a quando la scelta alternativa non sarà diventata troppo comune, una buona fetta di quella utenza che oggi arriccia il naso.

Quale possa essere un modello rinnovato di esperienza in colonia mi riservo di esemplificarlo nelle pagine in allegato. Per il momento mi limito a constatare che i presupposti per un rilancio della vacanza in colonia, sia pure pensata per finalità diverse e gestita con modalità più adeguate ai tempi nuovi, ci sarebbero quasi tutti. Ne manca purtroppo uno fondamentale: ovvero una classe politica capace di alzare gli occhi dal proprio ombelico e di guardare al futuro, anziché in termini di vitalizi, in termini di progettazione sociale. Ma a questa assenza, nostro malgrado, ci stiamo ormai abituando. Più importante che mai diventa allora la presenza nostra, attraverso la partecipazione attiva alle politiche locali e la pressione ed il controllo continuo esercitati sulle amministrazioni deputate a dire l’ultima parola sulla destinazione dei vecchi immobili “coloniali”. Nel giro di tre anni, ad esempio, l’amministrazione provinciale alessandrina ha svenduto a privati, nella più totale indifferenza dei partiti e dei cittadini, le due proprietà “coloniali” di Arenzano e di Caldirola. Ad una destinazione alternativa, ad un riutilizzo almeno parziale, magari coinvolgendo nella manutenzione essenziale la miriade di associazioni sportive, culturali, assistenziali, di volontariato che operano in provincia, non si è nemmeno provato a pensarci. Lo stesso sta accadendo quasi ovunque.

Ma i politici non sono arrivati da Marte. Li scegliamo noi, sia pure per modo di dire, e ci rappresentano, non tanto in senso attivo, ma senz’altro in quello passivo: sono cioè il nostro specchio. Per questo, se in futuro i nostri nipoti al mare dovremo accompagnarli noi, imbarcandoci in autostrade fatiscenti, affrontando giornate torride, scottandoci su spiagge roventi, col rischio magari anche di non trovarne un fazzoletto libero, bene, potremo ringraziare solo noi stessi. Conosceremo qualcosa che fino ad oggi abbiamo attribuito solo ai vecchi reazionari o ai rimpatriati dalla Libia: la nostalgia delle colonie.

APPENDICE
Ritorno a casa (vacanze)

L’unica importante amministrazione pubblica che ancora riesce a sostenere politicamente ed economicamente lo sforzo di mandare i suoi piccoli cittadini in colonia è quella milanese.

Le strutture di Milano non si chiamano più colonie, ma “Case Vacanza”. Non è una scelta casuale: il nome allude a momenti di svago e divertimento, escludendo la possibile connessione del termine “colonia” con l’aggettivo “penale”: un perfetto esempio di restyling linguistico.

Il contributo chiesto dal comune alle famiglie per mandare i figli in vacanza è relativamente basso e proporzionato al reddito. Nonostante ciò, negli ultimi anni si è riscontrata una riduzione del numero di partecipanti. Le cause non sono chiare, ma sono sicuramente riconducibili ad un mutamento sostanziale rispetto al tipo di società che ha creato queste strutture. Provo ad azzardarne alcune:

  • il rapporto sempre più claustrofobico genitori-figli infonde un senso di colpa nei primi quando affidano ad altri la preziosa progenie;
  • alle vacanze si deve obbligatoriamente partecipare con i familiari, perché sono uno dei pochi momenti in cui ci si ritrova tutti insieme per vivere la stessa avventura; salvo poi scoprire, magari, che quando l’intento è preservare gli equilibri familiari riesce più opportuno affidare i figli alla babysitter;
  • le colonie sono state pensate decenni fa, per truppe di minori abituati a standard di confort imparagonabili a quelli dei viziatelli di oggi, cui fa orrore condividere il bagno con altri;
  • le attività proposte sono extra-ordinarie rispetto alle consuetudini di casa, sono pensate per favorire la socializzazione tra bambini di ceti sociali e culture differenti; e questo si scontra con un crescente bisogno di unicità, con un agire focalizzato sulle singolarità. Lo dimostra il fatto che la gran parte dei bambini vorrebbe riprodurre nel contesto della colonia i modelli comportamentali casalinghi consueti (vedere la tv, giocare su internet, cellulare, playstation, ecc …). Non sono abituati a giocare con gli altri, a confrontarsi per stabilire le regole comuni di gioco, quindi per un nonnulla litigano e vengono alle mani. Non parliamo poi del semplice camminare: ruzzolano a terra lungo un sentiero o anche per le strade del paese, perché non badano a dove posano i piedi. Rischiamo di perdere nel giro di un paio di generazioni i progressi che in milioni di anni hanno condotto alla deambulazione eretta;
  • il genitore cerca spesso un appagamento e una valorizzazione della propria figura e del proprio ruolo nell’offrire ai figli delle avventure “uniche” (a costo di incrementare ulteriormente il debito con la banca): non importa quanto la magnificentissima prole gradisca, ciò che conta è che le stesse avventure siano magari precluse al figlio del collega, che invece va in colonia. Il mercato è lì pronto con i suoi pacchetti di opportunità per soddisfare il desiderio di emozioni indimenticabili ed “esclusive”: fare rafting nelle rapide di fiumi immacolati, andare per cetacei con la promessa di incontrare Moby Dick, attraversare in barca mari ignoti, visitare siti archeologici il più possibile esotici, ecc …

Nelle colonie – o come vogliamo chiamarle – l’offerta è molto più sobria: il loro scopo è far vivere al bambino esperienze connesse al luogo, nel modo più puro: in montagna si cammina, al mare si nuota. Sembrano banalità, ma troppo spesso si cercano sovrasignificati, dimenticando di apprezzare appieno il luogo in cui ci si immerge. In particolare nelle Case Vacanza ci si sforza di dare l’opportunità al bambino di vivere il momento, di godere il piacere dello stare lì con altri compagni.

 

Nelle strutture di Milano intere classi vivono l’avventura di restare lontani da casa anche durante il periodo scolastico. Il soggiorno in una Casa Vacanza è di un’intera settimana, durante la quale i bambini vengono “immersi” nel territorio, tramite escursioni, laboratori e attività connesse all’ambiente locale, e sviluppano ovviamente anche gli obiettivi di conoscenza e approfondimento delle relazioni fra compagni.

Gli studenti milanesi hanno l’opportunità di vivere, nel loro intero percorso scolastico, più settimane in strutture localizzate in contesti molto diversi: si va dalla Casa di Ghiffa sul lago Maggiore per i bambini dell’infanzia, per poi passare nelle Case liguri di Andora e Pietra Ligure durante la primaria, ed infine a Vacciago sul lago d’Orta e a Zambla Alta sulle Prealpi Orobiche per i ragazzi della secondaria. Un ventaglio di contesti ambientali e di avventure davvero ampio.

Purtroppo, è un’opportunità unica che non viene adeguatamente valorizzata dall’amministrazione pubblica – per i motivi che citavo prima – ma neppure dai milanesi stessi, che spesso rievocano l’esperienza vissuta nella loro infanzia, in positivo o in negativo, senza però considerarne gli effetti “socializzanti”, come cioè abbia inciso poi sulla loro vita da adulti.

Ma accenniamo almeno a come si traduce poi, all’atto pratico, questa opportunità: cosa si fa cioè in colonia. L’avventura inizia in realtà già da fuori per il personale docente delle scuole, che ha l’ingrato compito di organizzare le “uscite didattiche”: invia mail, compila moduli, spiega ai genitori (per lo più disinteressati) gli obiettivi che si perseguono, chiede autorizzazioni, ISEE, attestazioni sanitarie, liberatorie e una valanga di altri documenti.

Arrivati poi in struttura e iniziando ad immergersi nell’esperienza, i docenti si distinguono in tre grosse categorie: quelli scafati, che sanno districarsi nelle vie sconosciute della città visitata e che del duomo di turno conoscono più particolari della guida del luogo; quelli che appena possibile lasciano libero il gregge di fanciulli per dedicarsi allo shopping o per fiondarsi in qualche bar o gelateria; quelli infine – piuttosto rari –che perseguono con ostinazione l’obiettivo di condividere con i minori affidati loro l’esperienza di “stare” fuori la scuola e “fare” comunque scuola. Tutti sono però egualmente coscienti del fatto che non verranno adeguatamente retribuiti per lo sforzo che si sobbarcano e per le enormi responsabilità di cui sono investiti nel portare dei minori fuori dalle aule scolastiche.

Gli educatori presenti nelle strutture non impiegano molto a capire come interagire con loro e con gli studenti per sopravvivere senza fare il pieno di bile: spesso i docenti li trattano, specie all’inizio, con sufficienza, salvo poi apprezzarne nel corso della settimana la professionalità, la capacità di assolvere ai compiti che il loro ruolo richiede e di individuare l’esistenza fra i ragazzi di dinamiche aggrovigliate – e magari sbrogliarle.

Come venga recepita la presenza delle scolaresche sul territorio lo si capisce in primis quando si prendono gli autobus di linea per andare dalla Casa Vacanza al museo o al sentiero. Nei volti dei malcapitati anziani che vi viaggiano si leggono il fastidio e il disprezzo nei confronti di una gioventù turbolenta, vivace, un po’ maleducata: lo dice il modo in cui guardano al ragazzino rasta, alla ragazzina col pearcing o a quelli con la pelle più scura. Specie verso questi ultimi il fastidio arriva a venarsi talvolta persino di un filo d’odio. Sono per un attimo spiazzati quando il “rasta negro” si alza e lascia loro il posto a sedere, e se accennano ad un breve sorriso non è per ringraziare, ma giusto per rimarcare il “ci mancherebbe ancora”.

Poi c’è il gioco. Questo dovrebbe rappresentare uno dei momenti più alti dell’avventura. Ma giocare a cosa, visto che i bambini non lo sanno più fare assieme, se non i maschi a calcio e le femmine a commentare le prestazioni calcistiche maschili? Nell’era digitale anche i preadolescenti sono più interessati a smanettare sui cellulari che a confrontarsi con gli altri. Quando sono costretti a stare assieme ai coetanei manifestano la loro noia di fronte a qualsiasi proposta, una semplice caccia al tesoro o altro gioco di gruppo: per poi rimanere sorpresi nel momento in cui realizzano che si stanno divertendo anche senza l’uso della protesi digitale.

I momenti di genuina crescita sono davvero tanti, e molti di essi sono impliciti nell’esperienza stessa, perché portano alla consapevolezza che nel contesto della colonia sono sperimentabili quelle libertà, quei diritti, ma anche quei doveri verso gli altri, che spesso diamo per scontati, ma che sono sempre più minati dalla falsa emancipazione digitale. Andare in colonia significa mettere alla prova la propria capacità di stare con gli altri, e comprendere che la libertà di ciascuno passa attraverso quella altrui. Tutto ciò è il presupposto del fare politica, nel senso più alto del temine: e la speranza è che in futuro i ragazzi di oggi possano mettere a frutto questa esperienza, portandone gli esiti anche nei palazzi amministrativi e governativi.


Collezione di licheni bottone

Fiato corto

di Paolo Repetto, 2018

Non posso più farmi sconti, devo accettare l’idea che ho il fiato corto. E non mi riferisco all’ultima salita al Tobbio e all’amara constatazione che ogni volta impiego cinque minuti in più. Questo lo sapevo già. D’altro canto, se sommo gli anni alle sigarette è un miracolo che respiri ancora.

No, sto parlando d’altro, del respiro della scrittura. Non ho fiato per i lunghi percorsi, e quello che ho lo uso male, respiro in maniera irregolare e quindi tendo a fermarmi, ad accelerare, a perdermi. In termini sportivi reggerei magari i diecimila, ma nella maratona sarei un disastro. E un libro è essenzialmente una maratona: percorrere il maggior spazio narrativo possibile nel minor numero di pagine. Me ne sono fatto comunque una ragione, e facendo di necessità virtù ho scelto il mezzofondo. Quello che ho da dire non necessita di tirate eccessivamente lunghe.

In realtà nei programmi giovanili qualche progetto di gran fondo c’era. Una storia dell’idea di tempo, ad esempio, e una di quella di progresso (ci ho messo un po’ a capire che si trattava della stessa cosa). Poi una del pensiero ebraico e del suo influsso sulla modernità, una del fumetto, una del razzismo e una dell’utopia. Insomma, non è che le ambizioni mancassero. In molti casi il problema si è risolto da solo: nel frattempo qualcuno ha provveduto a scrivere le cose di cui avrei voluto scrivere io, lo ha fatto meglio e mi ha risparmiato la fatica, offrendomi anche un alibi per la mia indecisione o la mia pigrizia. O addirittura l’aveva già fatto, e me sono accordo in ritardo, ma sempre in tempo per scansarla. Anche quando i risultati altrui non mi convincono del tutto, riscrivere le stesse cose per arrivare a conclusioni diverse mi sembra uno spreco.

Rimangono però degli argomenti dei quali davvero avrei voluto scrivere, e che difficilmente ormai riuscirò a trattare. Ne ho in testa gli schemi, alcuni ronzano lì da un sacco di anni, e penso che l’unico modo per liberarmene sia alla fin fine trascriverli direttamente. Se la motivazione alla mia scrittura è di suscitare qualche stimolo, questa potrebbe essere la strada buona. Quando manca il fiato per la salita, ci si deve accontentare di passeggiare in piano.

 

Storia di una montagna (di Elisée Réclus)

Storia di una montagna (di Élisée Reclus)a cura di Paolo Repetto, 30 settembre 2018

L’asilo

Le sommità e le vallate

La roccia e il cristallo

L’origine della montagna

I Fossili

La degradazione delle cime

Le frane

Le nubi

La nebbia e la bufera

Le nevi

La valanga

Il ghiacciaio

La morena e il torrente

Le foreste e i pascoli

Gli animali della montagna

La distribuzione dei climi

Il libero montanaro

Il cretino

Il culto delle montagne

L’olimpo e gli dei

I Genii

L’uomo

Tip. A. de Mohr; Milano: L’Università popolare, 1909

Traduzione di LAURA MALNATE

L’asilo

Era triste, abbattuto, stanco della vita. Il destino era stato crudele verso di me, m’avea rapito gli esseri più cari, aveva rovinati i miei progetti, distrutte le mie speranze. Degli uomini, che io chiamavo amici, al sopraggiungere della sventura, m’aveano abbandonato o s’erano schierati contro di me: l’intera umanità, colle sue passioni sfrenate, col suo egoismo, m’ispirava disgusto. Volevo ad ogni costo fuggirla, sia per morire, sia per cercare nella solitudine un po’ di forza e la calma dello spirito.

Senza tampoco propormi una meta, era uscito dalla città rumorosa e mi dirigevo verso le grandi montagne, il cui profilo si disegnava sul lembo estremo dell’orizzonte.

Un passo dopo l’altro, preferivo le strade meno frequentate e mi fermavo la sera nelle osterie fuor di mano. Il suono di una voce umana, il rumore di un passo, mi facevano trasalire; ma quando camminavo da solo, ascoltavo con melanconico diletto il canto degli uccelli, il mormorio del fiume, e i mille rumori che salgono dai boschi immensi.

Finalmente, camminando sempre a caso per strade o per sentieri, giunsi alla prima cerchia di montagne. La spaziosa pianura, listata, di solchi, finiva bruscamente ai piedi delle roccie e alle falde dei declivi ombreggiati dal castagno. Le alte cime azzurrine, che scorgevo da lungi, erano scomparse dietro quelle creste meno elevate ma più vicine. Alla mia destra, il fiume, che più basso si adagiava in un letto spazioso, si rompeva contro i massi, scendeva rapido fra le roccie liscie e vestite di muschio nerastro. Lateralmente, la costa, contrafforte avanzato della montagna, ergeva le scure sue rupi, e mostrava, sulla sua sommità, le rovine di un antico castello, già custode della valle. M’era il passo, per così dire, e quasi il respiro, limitato da alte muraglie; eppure mi sentivo libero. Perchè? M’allontanavo rapidamente dalle grandi città, m’allontanavo dalle nebbie e dal frastuono; laggiù aveva lasciati i nemici e i falsi amici.

Per la prima volta, dopo molto tempo, gustavo una vera gioia. Camminavo più spedito ed allegro; anche lo sguardo s’era fatto più sicuro. Mi arrestai per aspirare con voluttà l’aria pura della montagna.

In quel bel paese, non più degli stradoni coperti di ciottoli, di polvere o di fango: adesso ho abbandonato le bassure, mi trovo nella montagna non ancora asservita. Un sentiero, appena segnato dalle orme delle capre e dai mandriani, si stacca dalla straduccia, che si tiene nel mezzo della valle, e sale obliquamente lungo il fianco della montagna. Prendo questa via per potermi trovare alla fine del tutto solo. Mano mano che m’innalzo, veggo impicciolirsi i viandanti che attraversano la valle. Le capanne, i villaggi si celano dietro le colonne di fumo, nebbione grigio-azzurrognolo che sale lento lento verso le cime e si straccia lungo i margini della foresta.

Verso sera, dopo di aver girato parecchi massi rupinosi, dopo di aver attraversati dei burroni, saltando da pietra a pietra, diletto virile e fanciullesco insieme, per tacere dei ruscelli chiassosi varcati allegramente, giunsi alla base di una balza che domina dall’alto le rocce, i boschi e le praterie. Sulla vetta una capannuccia affumicata; lungo i pendii delle pecore pascenti. Il sentieruolo giallastro saliva verso la capanna e pareva mettervi capo, quasi nastro spiegato sul velluto dell’erba folta. Intorno a non molta distanza, botri sassosi, precipizi pittoreschi, rupi franate, la cascata fragorosa, e in alto ammassi di neve e di ghiaccio. Era l’ultima dimora dell’uomo. Quella casupola doveva offrirmi un asilo per molti mesi: due soli amici, un pastore ed un cane.

Libero oramai, m’abbandonai fidente alla natura, affinchè potesse rinnovarmi la vita. A volte andavo passeggiando fra le pietre disordinatamente crollate da una cresta rocciosa; a volte inoltravo a caso nella scura foresta di abeti; ora giungevo le vette per contemplare di là i più vasti orizzonti; spesso scendevo in una forra profonda e nera, e potevo per poco figurarmi d’essere calato negli abissi della terra. A poco a poco, mercè gli influssi del tempo e della natura, i lugubri fantasmi che s’affollavano nella mia mente cessarono di torturarmi. Non passeggiavo più col solo scopo di sfuggire i penosi ricordi, ma anche per accogliere delle nuove impressioni e per gustarle in uno stato di dolce inconsapevolezza.

Certo, fin dai primi passi in montagna, avea provato un senso di gioia, e ciò appunto perchè mi trovavo nella solitudine; roccie, foreste, un mondo del tutto nuovo si collocava tra me e il passato: ma non tardai ad accorgermi che una nuova passione era penetrata nella mia anima. Amavo la montagna per sè stessa, amavo la sua fronte calma e superba, ancora illuminata dal sole, quando già le prime ombre ci contristano; amavo le poderose spalle cariche di ghiacci degli azzurri riflessi; e l’occhio si compiaceva di scendere lungo i ripidi fianchi sparsi alternatamente di pascoli, di foreste e di frane.

Le radici immense si spingono lungi come quelle di un albero gigante, e fra quelle propagini si aprono le vallette; e ciascuna ha il suo rivoletto, la cascata, il lago, le praterie. In una parola amava la montagna tutta quanta, anche il muschio giallo o verde che cresce sulla roccia, persino la pietruzza che brilla in mezzo all’erba.

Non altrimenti, il pastore mio compagno, che m’era dapprima quasi spiaciuto, come rappresentante di quell’umanità che io fuggiva, m’era divenuto un po’ per giorno necessario: sentivo nascere per lui la confidenza e l’amicizia. Non mi limitavo più a ringraziarlo per le cure che mi prestava, cominciavo a studiarlo, cercavo d’imparare anche da lui qualche cosa. Per dire il vero sapevo assai poco: pure, quando l’amore della natura s’impadronì di me, fu lui che mi fece conoscere la montagna ove pascevano i suoi greggi e alle cui falde era nato. Mi disse il nome delle piante, mi additò le roccie ove si trovavano i cristalli e le pietre rare, m’accompagnò sugli orli vertiginosi degli abissi per insegnarmi la via migliore e più sicura. Dall’alto delle cime, mi designava le vallate, il corso dei torrenti: di ritorno alla capanna, mi narrava la storia del paese e le leggende locali.

In compenso, io gli veniva spiegando molte cose che egli non sapeva, o non capiva, e che forse non aveva mai desiderato di comprendere. Ma la sua intelligenza s’apriva a poco a poco, e la curiosità del vero la rendeva vogliosa e insieme capace di gioie non prima gustate. Prendevo diletto a insegnargli il poco che io sapevo nel vedere che il suo occhio si accendeva e la sua bocca s’apriva al sorriso. Quel volto già scolorito e rozzo, pigliava una nuova espressione: da incurante che era, quell’uomo si faceva riflessivo, studiava sè stesso e il mondo esteriore.

Ora mentre istruivo il mio compagno, istruiva me stesso, giacchè sforzandomi di spiegare al pastore i fenomeni della natura, giungeva a capirli meglio: maestro e scolaro insieme, anche per questo rifiorivano per me i bei giorni della cara e indimenticabile giovinezza.

Ed ecco come, spinto da un duplice movente, l’amore della natura e la simpatia per il mio simile, procurai di conoscere la vita attuale e il passato della montagna, sulla quale noi si viveva come dei moscerini sulla epidermide d’un elefante. Volli studiarne la massa grandiosa, o, come si direbbe, l’ossatura, mercè l’esame delle roccie, di quegli accidenti del terreno, che offrono gli aspetti più variati, or graziosi, or terribili, al variare del punto di vista, dell’ora, della stagione.

Non trascurai, s’intende, di occuparmi degli ammassi di neve, dei ghiacci, delle meteore, della fauna e della flora. Tentai anche di sapere ciò che la montagna è nella poesia e nella storia delle nazioni, l’influenza che esercita sulle emigrazioni e sugli stanziamenti dei popoli e in genere sul progresso dell’intera umanità.

In questo studio mi tornò sempre prezioso l’aiuto del mio pastore; e, per dire tutto, devo molto ad una collaborazione, che potrebbe essere passata in silenzio senza offendere alcun amor proprio, quella dell’insetto, della farfalla, dell’uccello canoro.

Se non avessi trascorso delle lunghe ore, sdraiato sull’erba, ad osservare o ad audire questi piccoli esseri, miei buoni fratelli, forse non avrei sentito del pari quanto sia viva, dovunque, la vasta terra, la quale sostiene e alimenta gli animali infinitamente piccoli e li trasporta con noi negli spazi senza confini.

 

Le sommità e le vallate

Veduta dalla pianura, la montagna ha una forma semplicissima; è un piccolo cono frastagliato che s’innalza, con altre sporgenze d’ineguale altezza, sopra una muraglia azzurra, striata di bianco e di rosa, che limita tutto un lato dell’orizzonte. Mi sembra di vedere da lontano una sega mostruosa, dai denti bizzarramente tagliati; uno di questi denti è la montagna, su cui mi sono perduto, o piuttosto ove ho ricuperato me stesso.

Tuttavia il piccolo cono, che appena distinguevo dalle sottoposte campagne, pulviscolo su quel granello di sabbia che è la terra, è adesso per me un mondo. Dalla capanna scorgo, è vero, a poche centinaia di metri sopra il mio capo, una cresta di roccie, che sembra essere la vetta: ma, giunto lassù, ecco un’altra cresta, che si drizza oltre le nevi. Se salgo la seconda cinta, ancora la montagna mi si presenta sotto un nuovo aspetto. Da qualsiasi punta, da ogni burrone, da ogni versante, il profilo della montagna è diverso, diverso il suo rilievo. Da sè solo il monte è un gruppo di alture a quel modo che l’onda è formata di ondicine innumerevoli. Per figurarsi nel suo complesso l’architettura della montagna, occorre studiarla, percorrerla in ogni senso, salirne ogni sporgenza, penetrare nelle più piccole gole. Come tutto quaggiù, la montagna nel suo insieme e nelle sue parti, non ha, per così esprimersi, limiti di sorta; anche lassù l’infinito ci attornia, ci impensierisce, ci esalta.

La cima, sulla quale preferivo sedermi, non è la vetta sovrana, sgabello da re per contemplare i regni soggetti: mi sentivo più felice sulle cime meno elevate, dalle quali potevo osservare i declivi più bassi, quindi risalire, da costa a costa, verso le pareti superiori, per poi fissare la punta immersa nel cielo azzurro. Da quella modesta altura contemplavo ciò che di meglio può offrire le montagne, roccie, foreste, pascoli, nevi, senza dover reprimere quel moto d’orgoglio che avrei forse provato nell’afferrare la vetta più elevata. Mi libravo, per così dire, a media altezza, fra la terra e il cielo; e mi sentivo libero senza essere isolato. In nessun altro luogo mi fu dato gustare di una pace maggiore.

Però è anche una gioia vivissima quella di giungere una delle maggiori vette, da cui si abbraccia una vasta veduta di picchi, di vallate e di pianure. Con quale voluttà, con quale rapimento si contempla nella sua massa il gigantesco edificio di cui si occupa il fastigio. Dal basso, sulle prime ondulazioni, non si vede che una parte della montagna, tutt’al più un solo versante: ma, dalla sommità, si vede lo sfilare dei rialzi e dei contrafforti, una fuga di creste, che via via declinano e si uniscono alle colline e alle prime sporgenze del terreno. Trattiamo da uguali le grandi masse che ci sorgono in giro, noi pure ci sentiamo immersi, anzi trasportati nell’aria pura e nella luce; ci leviamo in pieno azzurro, al pari dell’aquila che si libra a tanta altezza sulla terra. Laggiù, molto al di sotto della cima, vedesi quel che la folla del piano già chiama cielo: le nubi, che viaggiano lentamente lungo i fianchi della montagna, si rompono agli angoli acuti delle roccie e ai lembi dei boschi; ondeggiano nei burroni dei frammenti di nebbia, mentre la massa delle nuvole trascorre sulla pianura, e oscura vasti tratti. Da questa orgogliosa altezza, non si vedono correre i fiumi al pari delle nuvole da cui provengono, ma il moto dell’acqua si distingue mercè il tremulo scintillìo, che attira lo sguardo tratto tratto, dove il ruscello fila dal ghiacciaio spaccato, dove precipita in cascatelle, o si distende nei laghetti, o serpeggia fra i colti ed i frutteti sottoposti. Nell’osservare le profonde incisioni del suolo, quei botri, quelle gole, quegli anfiteatri, assistiamo, come se non fossimo di ieri, come se fossimo vissuti nelle epoche più remote, all’immenso lavoro geologico delle acque, che scavano il proprio letto in ogni direzione intorno alla massa primitiva della montagna. Si vedono, per così dire, scolpire incessantemente il blocco enorme, degradare le cime, trasportare le macerie, livellare la pianura, colmare le baie. E la scorgo anch’essa questa baia, dall’alto del pinacolo conquistato: là s’estende quello sterminato abisso dell’Oceano, da cui la montagna è uscita, tutta stillante di salsi flutti, e dove all’ultimo deve ritornare.

E l’uomo? È invisibile, ma pur rivela la sua presenza. Al fondo delle valli o sul versante delle verdeggianti montagne discerno, come nidi mezzo nascosti nel fogliame, delle capanne, dei cascinali, dei villaggetti. Più giù, sotto la nebbia, sotto uno strato d’aria viziata dalla soverchia popolazione, una macchia biancastra indica una grande città.

Le case, i palazzi, le torri, le cupole si confondano in una tinta rugginosa e fosca, che fa contrasto coi freschi colori delle campagne vicine: si direbbe una muffa. Si pensa, allora, con tristezza, al molto male che si fa in quel formicaio, ai vizi che fermentano sotto quel punto oscuro. Però, contemplato dall’alto, è pur bello nel suo insieme il panorama delle campagne; le città, i villaggi, e le case si staccano dal verde e scintillano al sole. Sotto l’intensa luce, le macchie sfumano nell’insieme, formando un tutto armonicamente gaio: l’aria distende sulla pianura un velo azzurro pallido.

La vera forma della montagna, sì pittoresca, sì ricca di svariati aspetti, è molto diversa dall’idea che me ne era formato studiando le carte sui banchi delle scuole. M’immaginavo allora una massa isolata d’una regolarità perfetta, dai declivi per ogni verso uniformi, la cima a pan di zucchero nè più nè meno, o a forma di cupola, e la base con insensibile pendio unita alla pianura.

Di codeste montagne non ce ne sono, che io sappia, sulla terra. Anche i vulcani, che sorgono isolatamente, staccati talora da ogni altra massa, e che si sollevano a poco a poco, depositando intorno ai fianchi degli strati di cenere e di lava, non presentano questa regolarità geometrica. Il getto delle materie interne ora avviene dallo sfiatatoio centrale, ora da un crepaccio laterale; dei piccoli vulcani secondari si formano sui pendii del monte principale e formano delle spaccature o delle scannellature nel terreno. Il vento fa cadere ove meglio gli piace i nembi di cenere eruttata, ciò che pure può modificare la forma del cono.

Ma si può paragonare la nostra montagna, vecchia testimone delle età remote, ad un vulcano, nato appena ieri e che non ha ancora sopportato gli assalti del tempo?

Dal giorno in cui il punto della terra, ove ci troviamo, cominciò ad indurirsi e a prendere una forma rugosa, che dovea grado grado trasformarsi in montagna, la natura, che è moto e trasformazione incessante, ha lavorato senza posa a modificare l’aspetto di questa gibbosità: qui ha rialzata la massa, altrove l’ha depressa, ed ecco spuntare delle guglie, sorgere delle colonne, ovvero le creste assumere la forma tondeggiante e cupolare. La natura ha piegato, foggiato, inciso, scolpito all’infinito il terreno mobile e per così dire vivente; ed anche adesso, sotto i nostri occhi, il lavoro continua. All’occhio dello scienziato, che vede la montagna attraverso il corso dei tempi, si presenta non meno ondeggiante e agitata del mare sconvolto dalla burrasca; è un’ondata rappresa, una solida nebbiuzza: scomparsa, non sarà che un sogno.

Tuttavia, queste decorazioni mutevoli, queste varietà inesauribili prodotte dalle forze instancabili della natura, presentano dei rapporti costanti, delle armonie all’osservatore, che si fa a studiare con attenzione l’interna ed esterna struttura. Sia che la parte più elevata si allarghi a modo di pianoro, sia che formi una massa semisferica, e quando la cima si assottiglia in una parete verticale, e quando piramideggia verso le nubi o prende forma di un castello diroccato, anche il resto della montagna presenta un aspetto che s’accorda colla configurazione della sommità. Dal bel mezzo della massa scendendo giù giù alla base, si dispongono, da ogni lato, delle vette o gruppi di vette analoghi alla parte centrale; a volte, persino alle falde dell’estremo contrafforte, coperto dalle alluvioni della pianura o dalle acque salse, una miniatura del monte sbalza con lievi ondulazioni dal mezzo delle campagne o sorge a mo’ di scoglio dal seno del mare. Il profilo di queste sporgenze, che si schierano e si perdono in lontananza declinando a poco a poco, ovvero abbassandosi bruscamente, presenta allo sguardo una serie di curve graziose. È una linea sinuosa, che congiunge le creste della grande cima alla pianura, è il vero pendìo: il gigante delle favole infantili, il mago dagli stivaloni fatali preferirebbe questa via, questo ponte aereo.

La montagna, che m’accolse a lungo, è bella e serena fra tutte; ed ha lineamenti, per così esprimermi, di una regolarità espressiva, ma calma. Dai pascoli più elevati, si scorge la vetta, ritta come una piramide in cui si veggono intagliati dei gradini ineguali; negli anfratti d’una tinta scura, quasi nereggiante, risalta il candore delle nevi intatte; il verde, che riveste le cime secondarie, spicca sui dorsi bigi, e lo sguardo scendendo dal pianoro centrale, nella sua arditezza formidabile, si riposa con voluttà sulle molli curve dei prati; un gigante, pensi, sentirebbe vaghezza di accarezzarle, tanto sono vellutate e di grazioso aspetto. Più al basso, dei declivi ripidi, delle sporgenze rocciose o dei contrafforti coperti di selve, mi tolgono in gran parte la vista di un fianco della montagna; ma l’insieme mi sembra anche per questo più alto e sublime, quel che avviene nel contemplare una statua il cui piedestallo resta in parte celato: la sommità scintilla nel mezzo del cielo, nella regione delle nuvole, nella pura luce.

Alla bellezza delle cime e dei rialzi d’ogni specie corrisponde quella delle spaccature, delle piegature, delle strette. Tra il culmine della nostra montagna e la vetta più vicina, la cresta s’abbassa notevolmente e lascia una colma o passo, assai agevole, fra gli opposti versanti. Da questa depressione comincia il primo solco della valle serpentina che si apre tra i due monti. A questo solco se ne aggiungono degli altri e poi degli altri, che incidono le roccie e s’affondano in botri e forre, i quali convergono verso una chiostra mediana, dalla quale, mercè una serie di strette e di bacini a scaglioni, le nevi si squagliano e le acque scendono a valle.

Colà, sopra le pareti quasi a picco, comincia a verdeggiare il prato, e nelle rientranze o sporgenze del terreno si celano dai gruppi di capanne e matura un povero frutteto. Da ogni versante, delle vallette, le une a solatio e gioiose, le altre a bacio e tetre, quali aperte, quali chiuse, scendono alla vallata principale. Al di là di uno svolto lontano, dietro una cortina avanzata, la valle dispare ad un tratto; ma, pur cessando di vedere il fondo, la forma generale s’indovina dai margini più o meno paralleli, cioè dai profili dei contrafforti. La valle, colle sue innumerevoli ramificazioni, che s’addentrano da ogni parte nello spessore della montagna, rassomiglia ad un albero colossale, i cui grossi rami si suddividono in ramoscelli. È appunto la valle colla sua rete di vallette, che ci fa meglio conoscere il rilievo delle montagne.

Non è dai vertici, dai quali lo sguardo spazia più liberamente, che si vede un gran numero di cime, per modo di poterle paragonare le une alle altre? Al di là del contorno sinuoso delle cime che si rizzano dalla parte opposta della valle, si distingue nella lontananza un altro profilo di monti più azzurrini; e più oltre una terza linea, quindi una quarta. Queste muraglie, che vanno a saldarsi alla grande cresta, che presenta le vette principali, si dispongono in certo qual modo parallele, ad onta delle loro divaricazioni e merlature, e qui apparentemente si avvicinano, là s’allontano giusta l’aggrupparsi delle nuvole e il corso del sole. Due volte nella giornata risalta l’immenso panorama dei monti, quando i raggi obbliqui delle aurore e dei tramonti lasciano nell’ombra i piani rivolti verso la notte e inondano di luce quelli che guardano il roseo orizzonte. Dalle cime occidentali più lontane a quelle che si discernono appena verso oriente si dispiega, nell’aria tersa, una gamma armonica di colori e sfumature, attraverso gli splendori della luce crescente. Talune di quelle montagne presentano una tale delicatezza di toni, sono sì diafane e azzurrine, che per poco immagini di poterle dissolvere con un leggero soffio.

Basta che una nebbiuzza si elevi, che un velo tenuissimo di vapori si formi all’orizzonte; basta che il sole, abbassandosi, ceda spazio all’ombra; e le belle montagne torreggianti, le nevi, i ghiacciai, sfumano o scompaiano ad un tratto. Si ammiravano nella loro grandiosità splendida, ed ecco che non si veggono più; ondeggiano nel nostro pensiero come un sogno, come un ricordo incerto.

 

La roccia e il cristallo

La dura roccia, che forma l’ossatura dei monti, o che sostiene i piani erbosi, è coperta, quasi dovunque, da uno strato più o meno profondo di terra vegetale, che alimenta la flora più svariata. Qui delle foreste, altrove dei cespugli, delle brughiere, delle steppe: nelle maggiori estensioni un’erba bassa e fine, il pascolo più gradito. Perfino la roccia nuda, che si frastaglia in guglie o si rizza a mo’ di parete, è vestita di licheni bianchi, rossi o gialli, che impediscono talora di distinguere a primo tratto le pietre di origine anche diversissima. Nelle fredde altitudini, ai piedi dei ghiacciai e sugli orli dei campi di neve, la vegetazione cela per modo la pietra, che gres calcari, graniti sembrano al viaggiatore, per poco che sia distratto, della medesima formazione.

Tuttavolta grande è la varietà delle roccie; il naturalista che percorre i monti armato di martello, può raccogliere centinaia e migliaia di pietre diverse, per aspetto ed intima struttura. Le une sono di una grana uniforme in tutta la massa, le altre sono composte di parti diverse e differiscono nella forma, nel colore, nello splendore. Ve ne ha di macchiettate, di screziate, di cangianti come i diaspri e il raso; ve ne ha di trasparenti, di traslucide e di opache. Quelle sono irte di cristalli e faccie regolari; queste presentano dei disegni arboriformi che imitano le foglie delle felci o i ciuffi di tamarisco. Tutti i minerali si trovano nella pietra, sia allo stato puro, sia conglomerati ad altri elementi: ora sono riuniti in cristalli o noccioli, ora presentano delle tenue venature iridescenti come i riflessi di una bolla di sapone. La roccia inoltre racchiude e serba l’impronta di innumerevoli fossili, animali e vegetali; frammenti dispersi, vestigi preziosi della vita, che s’è perpetuamente rinnovellata attraverso le serie indefinite dei secoli decorsi.

Non occorre essere mineralogista, nè geologo di professione, per notare a bella prima la meravigliosa varietà delle roccie, che formano la massa della montagna. Tale è la differenza fra le varie parti dell’immenso edificio, che spesso si può riconoscere, anche da lungi, a quale formazione esse appartengono. Se contempli un vetta, è facile distinguere la cupola di granito, la piramide d’ardesia, e la parete di roccia calcare.

La vetta granitica della mia montagna si osserva meglio a breve distanza. Una sega di roccie nere separa due campi di neve, superbi di una bianchezza smagliante: un diadema di giavazzo sopra un velo di mussola. Da quella merlatura è più facile afferrare il culmine, evitando i crepacci nascosti sotto la superficie unita delle nevi: il piede vi si ferma saldamente, si può far forza di braccia e salire quella spaventosa gradinata. Da quella parte compivo di solito la mia ascensione, quando, separandomi per poco dal mio ospite, andavo a passare delle ore sul picco più elevato.

Veduta da lontano, attraverso i vapori azzurrognoli dell’atmosfera, la cresta di granito sembra molto uniforme; i montanari, che preferiscono dei paragoni di tutta evidenza, sogliono dare il nome di pettine: e per dire il vero pare proprio di vedere una fila di denti acuminati disposti regolarmente. Però nel mezzo di quelle roccie, si ha, per così dire un’immagine del caos: aguglie, pietre tremole, ammassi di blocchi, macigni sovrapposti, torri a picco, muraglie altissime che lasciano degli angusti passaggi. Fin lassù la roccia è quasi dovunque vestita di licheni; ma in più luoghi venne denudata dalla pressione del ghiaccio, dagli sgeli, dalle piogge, dai venti, dal sole: alcune punte, spezzate dalla folgore, calamitate dal fuoco celeste, hanno per avventura in disdegno la bassa terra e la sua vegetazione.

Aggirandosi fra queste rovine, non è difficile formarsi un’idea di ciò che era, pur recentemente, l’interno della roccia: vedo i cristalli nel loro splendore, il quarzo bianco, il feldspato dalla tinta rosa pallida, la mica che si direbbe una pagliuzza d’argento. In altre parti della montagna, il granito, messo a nudo, presenta aspetti differenti; qui la roccia è bianca come il marmo e punteggiata di nero, poco lungi è turchinicchia e scura. Di solito il granito è d’una grande durezza, perciò preferibile nelle costruzioni monumentali: ma talora è sì friabile, è composto di cristalli sì poco aggregati, che si possono polverizzare tra le dita. Un ruscello, la cui sorgiva si cela sotto dei massi granitici di questa formazione, si adagia nel burrone sovra un letto di sabbia scintillante di mica; par di vedere l’oro e l’argento brillare attraverso l’acqua tremola e fuggitiva: chi sa, qualche zotico venuto dal piano, avrà tentato di raccogliere quei tesori che il rivoletto trascina seco con orgogliosa noncuranza!

L’incessante lavorìo della neve e dell’acqua ci mette in grado di studiare un’altra specie di roccie, che è molta parte della gigantesca mole. Non lungi dalle creste e dalle cupole granitiche, che emergono verso il cielo e che sono, per così dire, il nodo della montagna, campeggia una cima secondaria, che si fa notare per la regolarità della forma: è una piramide a quattro lati, sorretta dall’enorme piedestallo dell’alpe. Questa vetta è composta di ardesia, logorata incessantemente dalle meteore, dal vento, dalla vampa solare, dalle nevi, dalla nebbia, dalla pioggia. L’ardesia, che è lamillare, si sfalda e si fende facilmente; i suoi pezzi si frantumano e sdrucciolano in masse dai pendii. Il passo d’una pecora basta, talvolta, a mettere in moto miriadi di pietre sull’intero declivio della montagna.

Ben diversa dall’ardesia è la roccia calcare, di cui sono spesso formate le rupi avanzate. Non si spezza, come l’ardesia, in frantumi innumerevoli, ma si rompe in grandi masse. Una roccia di trecento metri d’altezza è rimasta spaccata in due parti, dalla base alla cima; si rizzano al cielo le due pareti verticali, si accumulano in disordine spezzami di rupi, al fondo del baratro, l’acqua, scesa dalle cime nevose, precipita con impeto e rifrange la poca luce che penetra dall’alto. Qui più che altrove la natura è grandiosa. Uscendo da questo abisso, da questo tumulto d’acque e di macigni, la parte calcare del monte si mostra tale quale è, riprende le sue reali proporzioni; si vede che è soverchiata da roccie ancora più imponenti. Ad ogni modo, la roccia calcare, coi suoi ammassi e coi suoi torrioni, non manca di grandiosità teatrale, finge, talora, dei palazzi assiri o dei templi babilonesi.

Del pari pittoresche, quantunque di minore importanza, sono le roccie di gres, o di differenti conglomerati. Dove la pendenza del suolo favorisce l’azione dell’acqua questa scioglie il cemento e scava un canaletto, una stretta fessura, che a poco a poco sega la roccia. Tutto all’ingiro l’acqua ha fatto il debito suo; s’è aperta delle vie attraverso la pietra arenaria; le spaccature sono più o meno larghe e profonde giusta la quantità e l’impeto della corrente: la roccia, incisa in ogni senso, non è altro oramai che un dedalo di obelischi, di torri, di bastite. In alcuni punti la montagna si direbbe, quasi, una fortezza deserta, una vecchia città abbandonata: vie umide e sinuose, muraglie merlate, torricelle, statue o stemmi bizzarri. Mi ricordo ancora l’impressione di meraviglia non scevra di spavento, che provai avvicinandomi alla soglia di un baratro già occupato dalle ombre della sera. Scorgevo da lungi l’ingresso scuro e lateralmente, sul coccuzzolo del monte, notavo delle forme strane: parevano giganti schierati, colonne d’argilla, ciascuna sormontata da una grossa pietra rotonda, che, da lungi, figurava una testa. Le pioggie avevano un po’ per anno disciolto e portato via il terriccio circostante, ma le massiccie pietre non s’erano smosse e col loro peso tenevano saldi i sottoposti piloni d’argilla.

Ciascuna roccia, ciascuna rupe della montagna ha dunque un aspetto particolare, che dipende dai materiali di cui è composta e dalla forza colla quale resiste alla degradazione. Per tal modo si produce una infinita varietà di forme, accresciuta dal diverso rivestimento delle roccie, nevi, zolle erbose, foreste, campi messi a coltivo. Al pittoresco dei piani e delle linee aggiungi le modificazioni continue della esteriore decorazione. Eppure, sono pochissimi gli elementi che formano la montagna, e che, confusi insieme, danno al paesaggio alpino tanta varietà d’aspetti!

I chimici analizzano le roccie, e ci fanno conoscere la composizione dei diversi cristalli. Sappiamo da essi che il quarzo è della silice, e cioè del silicio ossidato, un metallo, che, puro, sarebbe simile all’argento, e che, mescolandosi all’ossigeno dell’aria, è divenuto roccia biancastra. Sappiamo che felspato, mica, augite, urniblenda e altri cristalli, sparsi a larga mano nelle rupi della montagna, sono dei composti nei quali si trovano, col silicio, altri metalli, l’alluminio, il potassio, uniti in diverse proporzioni e giusta certe leggi di affinità chimica col gas dell’atmosfera. L’intera montagna, i monti vicini e lontani, le pianure su cui s’innalzano e tutta quanta la terra, di che sono formati? Di metallo allo stato impuro. Se gli elementi fusi e mescolati nella massa del globo ridivenissero puri ad un tratto e se gli abitanti di Marte e di Venere appuntassero in quell’istante il telescopio verso il nostro pianeta, si offrirebbe il medesimo ai loro sguardi come una palla d’argento moventesi nel cielo nero.

Lo scienziato, che indaga la composizione della pietra, trova che tutte le roccie massiccie, composte di cristalli o di pasta cristallina, sono, al pari del granito, dei metalli ossidati. Di che si compongono il porfido, il serpentino, le roccie ignee uscite dalla terra durante le eruzioni vulcaniche, come la trachite, il basalto, l’ossidiana, la pietra pomice? Si compongono di silicio, di alluminio, di potassio, di sodio, di calcio. Sono pure dei metalli le roccie friabili, sovrapposti a strati, giacchè provengono in gran parte dal disgregamento delle roccie massiccie. Pietre rotte in pezzi, poi cimentate di nuovo, dopo essere state triturate polverizzate; argille, già sciolte dall’acqua, e quindi riunite in masse; ardesie, che sono appunto delle argille indurite, qualsiasi frantumo di roccie più antiche si compone di metalli. Solo i calcari, che formano tanta parte della corteccia terrestre, non provengono direttamente dalla distruzione delle roccie primitive; sono formati da avanzi elaborati dagli animali marini, mangiati e digeriti, ma pur sempre metallici: hanno per base il calcio combinato collo zolfo, col carbonio, col fosforo. In tal guisa, mercè le meschianze, le combinazioni varie e mutevoli, la massa pulita, uniforme, impenetrabile del metallo assume delle forme ardite e bizzarre, sia tondeggianti, sia depresse, quest’ultime per accogliere le acque scorrenti; si veste anche di terra vegetale, ed entra perfino nel succhio delle piante e nel sangue degli animali.

Tra le pietre della montagna c’è ancora, qui e là, del metallo puro. Nel mezzo delle frane e sovra il margine delle fonti si trovano spesso delle masse ferrugginose: negli avanzi sparsi si trovano dei cristalli di ferro, di rame, di piombo, combinati ad altri elementi; talora nella sabbia del ruscello, scintilla una pagliuzza d’oro. Però nella roccia dura, nè il minerale prezioso, nè il cristallo sono distribuiti a caso; sono disposti in vene arborate che si sviluppano specialmente fra gli strati di diverse formazioni. Questi filoni metallici, come il filo magico del labirinto, guidarono i minatori verso le agognate ricchezze, giovarono al geologo per studiare la storia della montagna.

C’è stato un tempo, dicono i racconti favolosi, nel quale era facile disseppellire dei tesori dalle viscere dei monti: bastava un po’ di fortuna o piuttosto il favore degli Dei. Nel fare un passo falso, si afferrava per salvezza un arbusto e la debole pianticella cedeva, smovendo una grossa pietra, che celava, forse, una grotta fino a quel giorno sconosciuta. Il pastore penetrava arditamente nella grotta, non senza pronunciare qualche formola magica, o affidandosi alla virtù di un amuleto; dopo alquanti passi, si trovava addirittura sotto una volta di cristallo e di diamante; torno torno delle statue d’oro e d’argento, ingemmate di rubini, di topazi, di zaffiri; bastava stendere la mano per farsi ricchi. Ai tempi nostri le parole magiche non giovano più; ci vuole del lavoro; e molto, per conquistare l’oro e gli altri metalli deposti nelle roccie. I preziosi frammenti sono rari, impuri, mischiati di terra; è d’uopo raffinarli nella fornace per ridare ad essi il valore e lo splendore che hanno in proprio.

L’origine della montagna

Come si vede, fino nella menoma molecola, la montagna non è altro che una combinazione di elementi diversi, che si sono mescolati in proporzioni mutevoli; il cristallo, il minerale, il granello di sabbia ha una storia, e al pari di quella degli astri una storia senza limiti noti. Il più piccolo frammento di roccia ha la sua genesi come l’universo; però, ad onta del reciproco aiuto delle scienze, l’astronomo, il geologo, il fisico, il chimico si chiedono ancora con ansietà se conoscono davvero questa pietra e il mistero della sua origine.

E l’origine della montagna poi è proprio vero che è da essi conosciuta? Mercè l’esame delle roccie, pietre arenarie, calcari, ardesie, graniti, possiamo dire come questa spettacolosa massa s’è venuta formando e s’è sollevata verso il cielo? Pieni di meraviglia dinanzi questa bellezza imponente, possiamo noi, raccogliendoci in noi stessi, noi appena percettibili sul dorso del gigante, dire alla montagna, colla coscienza altera del vero: «La più piccola delle tue pietre può schiacciarci, ma noi ti conosciamo; sappiamo la tua nascita e la tua storia?».

La natura e i suoi fenomeni sveglia la curiosità degli adulti e dei fanciulli: ma, di solito, quest’ultimi, fiduciosamente ingenui, si contentano della risposta vaga e talora fallace d’un padre o di un anziano che nulla sa, o pochissimo; ovvero della risposta di un professore che pretende di saper tutto. Se egli non ottenesse una risposta, domanderebbe, domanderebbe ancora, fino a che gli fosse dato una spiegazione qualsiasi; giacchè il fanciullo non sa star nel dubbio: pieno della coscienza di sè, inconsapevolmente orgoglioso, affacciandosi al mondo da conquistatore, nulla vi dev’essere di ignoto per lui; vuol parlare da maestro, fors’anche da padrone, di ogni cosa.

Non altrimenti i popoli, appena usciti dalle prime barbarie, non esitavano di accogliere delle opinioni recisamente affermative intorno ai fenomeni, che facevano su di essi maggiore impressione.

La spiegazione, che si presentava per la prima, e che era più adatta al grado d’intelligenza e ai costumi di quella famigliola umana, era ritenuta buona. Trasmessa di bocca in bocca, la leggenda acquistò il valore di parola rivelata, e le caste sacerdotali la circondarono di simboli e di cerimonie. E però il matrimonio mitico dei popoli è ricco di racconti, che risguardano le origini dei monti, dei fiumi, della terra, dell’oceano, delle piante, degli animali, dell’uomo.

La favola più ovvia rappresenta gli Dei o i genii in atto di gittare le montagne dall’alto del cielo, lasciandole cadere a caso sulla terra; ovvero in atto di rizzarle e di foggiarle artisticamente, come colonne destinate a reggere il firmamento. Non altrimenti fu eretto il Libano e l’Hermon; e sui confini della terra fu saldamente collocato il monte Atlante dalle poderose spalle. Edificate le montagne, non si creda che gli Dei le lasciassero immobili nel posto ad esse assegnato; se le scaraventavano addosso, in loro battaglie, o ne sfasciavano colla folgore le vette. I Titani, che pure non erano Dei, ma solo giganti, sovrapponevano il Pelio all’Ossa, monti della Tessaglia, per dare la scalata all’Olimpo; qual festuca sollevavano fra le braccia il monte Athos, e dai confini della Tracia lo portavano sulla spiaggia del mare Egeo, ove si trova attualmente. Un gigante del Nord riempiva il grembiule di colline e le disseminava lungo la via percorsa affine di riconoscere il cammino. Visnù, il dio del bene degli Indiani, scorta una giovinetta addormentata, a cui poteva dar molestia la vampa estiva, sollevò una montagna e la tenne in equilibrio sulla punta del dito per far ombra alla bella dormente.

E non sempre gli Dei e i giganti, dovevano usare la forza per muovere le montagne: bastava un semplice cenno. Le pietre accorrevano al suono della lira di Orfeo e formavano da sè le mura delle città; le montagne si sollevavano per udire Apollo: e però il monte Elicona, soggiorno delle Muse, pel desiderio di quel canto divino, si elevò dal piano. Il profeta Maometto, se fosse vissuto due mila anni prima, in una età di fede più ingenua, non sarebbe andato lui alla montagna, la montagna si sarebbe mossa verso di lui.

La mitologia di parecchi popoli ci offre, intorno la nascita dei monti, una favola meno grossolana delle precedenti. Il mito vi sa dire che le roccie e i monti, organi viventi, spuntarono sull’immane corpo della terra, come spuntano i pistilli nella corolla dei fiore. Da un lato il terreno s’abbassa per ricevere le acque del mare, dall’altro si solleva verso il sole per bere la divina sua luce. Anche i fiori volgono i petali verso l’astro che suscita la vita e i colori. Ma le antiche leggende non hanno più credenti, al pari dei sogni che si dimenticano prestissimo, o conservano solo il valore di poetiche reminiscenze; la mente indagatrice, libera d’illusioni, è più che mai avida del vero. Ad ogni modo gli uomini d’oggi, come gli uomini primitivi, devono ancora chiedersi, contemplando le cime dorate dal sole: «Come hanno potuto rizzarsi verso le nuvole?».

Benchè nell’epoca nostra gli scienziati facciano professione di appoggiare le loro teorie solo sull’osservazione e sull’esperienza, non mancano delle ipotesi fantastiche intorno all’origine delle montagne, che rassomigliano alle leggende degli antichi. Un grosso volume, uscito per le stampe non è molto, si sforza di dimostrare, che la luce del sole, che investe il nostro pianeta, s’è assolidata, formando gli altopiani e le montagne. Un altro libro accerta che l’attrazione del sole e della luna, non solo innalza due volte al giorno le onde del mare, ma ha fatto rigonfiare la terra, sollevando delle solide ondate sino alla regione delle nuvole. Un terzo volume racconta sul serio che delle comete, smarrite negli spazi, urtarono il nostro globo, forandone la corteccia come la pietra spezza il ghiaccio, e dalle vaste lacerature balzarono le montagne in lunghe giogaie o in masse compatte.

Fortunatamente la terra, sempre in gestazione, non cessa d’agire sotto i nostri sguardi, per cui vediamo come si modificano a poco a poco le rugosità della sua superficie. Si va sfacendo, ma insieme ricostruendo giorno per giorno, costantemente; livella le montagne, ma per innalzarne delle altre; scava ma insieme colma le valli. Percorrendo la superficie del globo e osservando con cura i fenomeni della natura, vediamo formarsi delle colline e dei monti, non ad un tratto, è vero, come desidererebbero gli amici del miracolo, ma con un lavoro lento ed assiduo. Si veggono nascere, sia direttamente dal seno della terra, sia indirettamente, per così esprimerci, mercè l’erosione degli altopiani, a quel modo che una statua appare a poco a poco in un blocco di marmo. Una massa insulare o continentale, dell’altezza di centinaia o migliaia di metri, è trasformata dalle pioggie abbondanti; i suoi declivi sono grado grado intagliati: vi si aprono dei burroni, delle vallette, delle valli. La superficie uniforme dell’altopiano si frastaglia in cime, in creste, in piramidi; ovvero si affonda in bacini e in precipizi. Delle imponenti giogaie compaiono, in un periodo incomputabile di tempo, dove il suolo piano spaziava sopra una immensa estensione di paese. Sonvi delle regioni della terra ove l’altopiano, investito dalle pioggie da un lato solo, non si frange in montagne che da quella parte: valga ad esempio la terrazza della Mancia, in Ispagna, che, sorretta dalle rupi della Sierra Morena, s’incurva e discende verso l’Andalusia.

A queste cause meccaniche che trasformano gli altopiani in montagne, dobbiamo aggiungere le lenti perturbazioni, che avvengono nell’interno della terra e che producono degli enormi sfasciamenti. Gli infaticabili studiosi, che, armati di martello, visitano per anni e anni le montagne affine di studiarne la forma e la struttura, notano, negli strati recenti di formazione marina, che costituiscono la parte non cristallina dei monti, delle gigantesche spaccature e fessure di separazione che si estendono per centinaia di chilometri. Delle masse, di migliaia di metri di spessore, si sono rialzate nella caduta o furono completamente rovesciate, per cui la parte eminente di prima è diventata il piano inferiore. Gli strati, cedendo per cadute successive, lasciano a nudo lo scheletro delle roccie cristalline, a cui servivano, per così dire, di mantello; per tal modo rimane scoperto il nocciuolo della montagna, come, al sollevarsi della tenda, appare ad un tratto il monumento nascosto.

Però nella storia della terra e delle montagne, che ne formano le rughe superficiali, le increspature del terreno hanno maggiore importanza degli sfranamenti. Sottoposte a lente pressioni secolari, la roccia, l’argilla, gli strati di pietra arenaria, i filoni di metallo, si piegano al pari di una stoffa, si alzano i monti, si affondano le valli, crespe appena sensibili paragonate alla massa del nostro pianeta. La superficie terrestre si solleva, come l’Oceano, in ondate poderose; s’agita come per burrasca; le Ande, l’Imalaja si alzano al disopra del livello medio dei continenti. Le roccie della terra sostengono senza posa degli urti laterali, per modo che si piegano e ripiegano in vario senso, e gli strati sono in un fluttuamento continuo. È proprio così che si aggrinza la pelle di un frutto.

Le cime che si levano direttamente dal suolo e che salgono grado grado dal livello dell’Oceano verso gli strati glaciali dell’atmosfera, sono montagne di lave e di ceneri vulcaniche. In molte parti della superficie terrestre si possono studiare comodamente: si notano le progressive modificazioni. I vulcani propriamente detti, al tutto diversi dai monti ordinari, hanno un fumaiolo centrale, da cui sfuggono i vapori ed escono i frammenti polverizzati delle roccie ignee; ma quando cessa la loro attività, il fumaiolo si chiude, i pendii del cono vulcanico perdono la forma regolare e caratteristica a motivo delle pioggie e della vegetazione, e il vulcano rassomiglia poi ad ogni altro monte. Delle masse rocciose, elevandosi dal seno della terra, sia allo stato liquido, sia allo stato pastoso, escono da un lungo crepaccio del suolo, e non sono lanciate da un cratere, come le scorie del Vesuvio e dell’Etna. Le lave, che s’accumolano in monticuli e si allargano in poggi, differiscono solo per la recente origine dalle vecchie montagne canute che sfidano i secoli. Le lave già ardenti a poco a poco si raffreddano, si sfaldano e si vestono di terra vegetale; bevono ardentemente l’acqua piovana, che si raccoglie in ruscelli e in fiumi; si coprono alla base di formazioni geologiche recenti e si circondano, come le altre montagne, di ammassi di ciottoli, di sabbia o di argilla. Dopo tanto lavorìo e travestimento della natura, solo l’occhio del naturalista s’avvede che quelle lave sgorgarono dal seno della grande fornace, la terra, come una massa di metallo in fusione.

Fra i monti vetusti, che fanno parte delle maggiori cordigliere, cioè di quelle catene che si considerano come le «colonne vertebrali» dei continenti, molti ve ne ha che sono composti di roccie somigliantissime alle lave attuali e di analoga costituzione chimica. Queste lave, porfidi, trappi e metafiti, irruppero da larghe fessure, dilagando sul terreno, come una materia vischiosa che doveva rapprendersi ben presto al contatto dell’aria. Ora la maggior parte delle roccie granitiche pare si sieno formate nello stesso modo; sono cristalline come le lave, e i loro cristalli si compongono degli stessi corpi semplici, il silicio e l’alluminio. Non è ragionevole pensare che anche questi graniti siano stati una massa pastosa, eruttata ancor bollente da vasti crepacci? Ma, badate, non è che un’ipotesi in discussione, e non una verità provata. A quel modo che le lave, che sgorgano dal suolo, sollevano a volte dei vasti tratti con terriccio vegetale e con foreste, così par probabile che l’eruzione dei graniti o di consimili roccie sia stata la causa più consueta del sollevamento degli ammassi di diversa formazione, che costituiscono la parte più ragguardevole delle montagne. Le acque deposero sul fondo del mare o dei laghi, degli strati di calcare, di sabbia, d’argilla, distesi parallelamente gli uni sugli altri. Questi strati formavano, per così esprimerci, la pellicola della corteccia terrestre. Ammessa l’ipotesi precedente, si potrebbe ritenere che tali strati venissero piegati e rizzati dalla massa impetuosa che s’innalzava dalle viscere della terra e che cercava un’uscita. Qui la marea montante del granito spezza gli ammassi superiori in isole e isolotti, che, rotti, fessi, increspati bizzarramente si trovano ora disseminati nelle depressioni e sulle sporgenze della roccia.

In un altro luogo, il granito s’è dischiuso una sola via di uscita urtando e piegando da ambo i lati gli ammassi superficiali, giusta i più diversi angoli d’inclinazione: oppure il granito, senza tampoco farsi strada attraverso la superficie, ha resi gibbosi gli strati superiori. Per tal modo, anche gli ammassi composti di strati di formazione acquea, giacenti sul letto dei mari o dei laghi, furono levati in alto, foggiati in creste, proprio come le gobbe o le protuberanze delle lave: un pozzo scavato attraverso gli strati sovrapposti dovrebbe senza meno scendere al nocciolo di porfido o di granito.

Se ammettiamo che i più fra i monti sieno apparsi come le lave, rimane ancora da cercare la causa che ha fatto prorompere dal suolo questi materiali. Si suppone generalmente che essi sieno stati spremuti, se ci si consente questa frase, dalla contrazione della corteccia della terra, che si raffreddò lentamente nel suo viaggio interminabile. Primamente il nostro pianeta fu una goccia infuocata di metallo. Ruotando negli spazi privi di calorico s’è raddensato poco a poco. Ma si è solo solidificata, come si preferisce di credere, la buccia, o la goccia tutta quanta s’è indurita? Non lo sappiamo, giacchè nulla prova che le lave dei nostri vulcani escano da un immenso serbatoio, che dovrebbe riempire l’interno del globo. Sappiamo solo che queste lave si slanciano a volte dai crepacci del suolo e defluiscono sulla superficie: medesimamente i graniti, i porfidi e simili roccie uscirono, se così piace supporre, dalle fenditure della corteccia, come la linfa geme dalle ferite d’una pianta. La marea delle pietre fuse, sotto la pressione dell’involucro planetario, che via via si veniva risecando per effetto di raffreddamento, monta dall’interno all’esterno: quindi si svolge sotto quelle forme che sono il soggetto del nostro studio.

 

I Fossili

Qualunque sia la primitiva origine della montagna, la sua storia ci è almeno nota da un’epoca molto anteriore agli annali della umanità. Dai primi atti de’ nostri antenati, di cui rimasero testimonianze, sono appena trascorse centocinquanta generazioni; prima di questo tempo, l’esistenza della nostra stirpe ci è appena rivelata da monumenti incerti. La storia della montagna è scritta, invece, a caratteri visibili da milioni di secoli.

Il fatto capitale, che fermò l’attenzione dei nostri antenati sino degli albori della civiltà, soggetto poi di diverse leggende, è che le roccie che formano degli ammassi regolari, in strati collocati gli uni sugli altri, come le pietre di un edificio, vennero deposti dalle acque. Passeggiando lungo le rive di un fiume, o anche solo osservando, in un giorno di pioggia, il rivoletto che si forma nella depressione del suolo, si vede la corrente trascinare la sabbia, i sassolini, la polvere e i frammenti sparsi e deposti con un tal qual ordine sul fondo e sulle rive del proprio letto: i frammenti più pesanti si accumulano in strati là dove l’acqua perde o scema la sua forza primitiva; le molecole più leggiere vanno più lungi a deporsi in strati regolari; le argille, il cui peso supera di poco quello dell’acqua, si ammucchiano dove cessa il moto torrentizio dei fiume. Sulle spiagge e nei bacini dei laghi e del mare, gli ammassi di avanzi, successivamente deposti, presentano un aspetto ancora più regolare, giacchè le acque non hanno il corso impetuoso delle onde fluviatili, e ogni avanzo sospeso passa come attraverso uno staccio e si depone senza che intervenga nessuna causa a disturbare il lavoro delle onde e delle correnti.

È appunto in tal modo che nella vasta natura, si applica la legge della divisione del lavoro. Sulle coste rupinose dell’Oceano, investite dalle ondate d’alto mare, non si vedono che ciottoli e sassi ammucchiati. Ma gli scogli scompaiono poi per dar luogo ad una rada dalla finissima sabbia, che si estende a perdita d’occhio, dove le onde spargono carezzevolmente delle volute di schiuma. Gli scienziati che studiano il fondo del mare, affermano che lo scandaglio, lungo spazi vasti come delle provincie o dei regni, raccoglie dei detriti che si compongono di un fango uniforme, più o meno meschiato all’argilla o alla sabbia, secondo i diversi paraggi. Hanno pure riconosciuto che in altre parti del mare, la roccia, che si forma al fondo, è della creta pura. Cadono incessantemente dagli strati superiori nicchi, spicule di spugne, animaletti d’ogni specie, infimi organismi silici o calcari, e si mescolano agli esseri innumerevoli che si accumulano, vivono e muoiono in quelle profondità, in tanto numero da formare degli ammassi non meno ragguardevoli di quelli delle nostre montagne; e, d’altra parte, quest’ultime non sono pure formate di avanzi dello stesso genere? In un avvenire lontanissimo, quando gli attuali abissi dell’Oceano si distenderanno in pianure o si rizzeranno in alture alla luce del sole, i nostri discendenti vedranno dei terreni geologici simili a quelli che formano soggetto del nostro esame, e che allora non esisteranno più, giacchè saranno stati sminuzzati e travolti dalle acque fluviali.

Durante la serie delle età, gli ammassi di formazione marittima e lacustre, di cui i più dei nostri monti sono composti, hanno potuto occupare, ad una grande altezza al disopra del mare una posizione inclinata, foggiandosi all’ingiro in crespe bizzarre. Vuoi che siano stati sollevati da una pressione venuta dal basso, vuoi che l’Oceano si sia ritirato in seguito al raffreddamento e alla contrazione della terra o per altro motivo, lasciando degli strati di pietra arenaria e di calcare sull’antico letto emerso alla luce, quegli ammassi ora si trovano al posto indicato, e noi possiamo agevolmente studiare gli avanzi del mondo sottomarino, che si celano nelle loro viscere.

Questi residui sono i fossili, avanzi di piante o di animali conservati nella roccia. Le molecole che formavano lo scheletro animale o vegetale di questi corpi scomparvero, scomparvero il tessuto delle carni e le goccie di sangue o di linfa, ma la pietra ha ritenuto l’impronta e persino il colore dell’essere distrutto. Abbondano oltre ogni dire avanzi fossili di nicchi dei molluschi: i dischi, le sfere, le spine, i cilindri, i bastoncini silicei e calcarei dei foraminiferi e delle diatomee; ma si rinvengono altresì delle impronte che sostituiscono esattamente le carni molli di questi organismi; si veggono degli scheletri di pesci colle squame e colle natatoie; si ravvisano degli elittri d’insetti, dei ramuli e delle foglie; perfino si distinguono le orme fuggevoli di uccelli o di altri animali; e nella dura roccia un tempo mobilissima sabbia delle spiaggie, si discerne l’impronta delle goccie di pioggia e l’incrocicchiamento dei solchi tracciati dalle ondicine della placida marina.

I fossili sono rari in certe roccie di formazione marina, sono numerosi all’incontro in altri ammassi e compongono in gran parte i marmi ed i terreni cretacei. Essi giovano a stabilire l’età relativa degli ammassi, che si sono formati lungo il corso delle età geologiche. In vero, non tutti gli strati fossiliferi furono rovesciati e disordinatamente mescolati in seguito a sprofondamenti o franamenti: anzi la più parte dei medesimi conserva una sovrapposizione regolare, per cui è dato osservare e raccogliere i fossili proprio nell’ordine della loro apparizione sulla terra. Laddove gli ammassi, ancora in stato normale, ritengono la posizione che già ebbero quando si venne formando al fondo dei mari e dei laghi, le conchiglie che si trovano nello strato superiore sono senza dubbio più recenti di quelle che giacciono negli strati inferiori. Centinaia, migliaia d’anni, rappresentati da numerevoli molecole intermediarie di pietra arenaria o di creta, si frappongono fra le due faune.

Se dal primo apparire della vita sulla corteccia raffreddata della terra, fossero sempre vissute le stesse specie di piante e di animali, non si potrebbe riconoscere l’età relativa dei diversi strati. Ma la flora e la fauna si sono svolte attraverso le forme più differenti nei successivi periodi geologici. Talune forme, che si riscontrano in gran copia nelle viscere delle stratificazioni più antiche, divengono a poco a poco più rare nelle roccie di origine meno remota, poi scompaiono del tutto. Le nuove specie che succedono alle antecedenti, hanno anch’esse, come ogni individuo, il periodo di rinascita, di propagamento, di decadenza e di morte; si potrebbe paragonare qualsiasi specie fossile, sia animale che vegetale, ad un albero gigantesco, le cui radici si abbarbicano nei terreni inferiori d’antica formazione, e il tronco si ramifica e finisce negli strati elevati d’origine più recente.

I geologi, che nei diversi paesi del mondo, si consacrano allo studio delle roccie, molecola per molecola, affine di scoprirvi i vestigi degli esseri defunti hanno potuto, mercè il succedersi dei fossili, riconoscere l’età relativa dei diversi strati deposti dalle acque. Le ripetute, e quel che più rileva, le comparate osservazioni, posero spesso in grado d’indicare l’epoca geologica approssimativa di una roccia mercè l’esame di un solo fossile in essa rinvenuto. Una pietra di gres, di schisto o di calcare offre una impronta visibile di conchiglia o di pianta; il naturalista non sempre, ma spesso, esaminando quell’impronta, vi sa dire a quale serie di roccie appartiene la pietra in discorso e anche il posto che occupa nella storia del pianeta.

Questi fossili, che ci piacerebbe chiamare rivelatori, questi documenti incontrovertibili, s’agitarono, per milioni d’anni, nel fango degli abissi oceanici ed ora si trovano a tutte le altezze, negli strati delle montagne. Se ne veggono su quasi tutte le cime dei Pirenei, formano la massa delle Alpi: s’incontrano nel Caucaso, nelle Cordigliere dell’Asia e dell’America dovunque. Questi depositi fossiliferi, che oltrepassano ora la zona media delle nubi, occupavano un tempo delle altezze anche maggiori. In molti punti, sui declivi dei monti, si notano spesso delle interruzioni nei vari depositi: il geologo incontra nelle vallette dei tratti di questi terreni, ma gli strati continui non ricompaiono che a molta distanza di là sul versante opposto del monte.

Che avvenne dei frammenti intermedi? La massa granitica, salendo dall’interno, ha rotto per certo quello strato, ed una parte delle roccie infrante rimase sulla ripida cima.

 

La degradazione delle cime

Monti sovrapposti a monti, masse ben più delle attuali spettacolose, sparvero come nubi spazzate dal vento, i cumuli di tre, quattro o cinque chilometri di spessore, di cui è accertata la primitiva altezza dalla sezione geologica delle roccie, sparvero anch’essi o piuttosto rovinarono per ricadere nell’orbita di una nuova creazione. Certo la montagna ci sgomenta ancora per la sua mole, e ne contempliamo con ammirazione non scevra di spavento, i picchi superbi che si slanciano al di sopra delle nuvole negli spazi glaciali dell’atmosfera. Queste piramidi, smaglianti di candide nevi, sono sì alte che ci nascondono metà del cielo; gli abissi, che si aprono dinanzi e che l’occhio non sa misurare, ci danno il capogiro. Eppure ciò che esiste adesso non è che una rovina, non è che il residuo di un insieme ben più grandioso.

Un tempo, gli strati d’ardesia, di calcare, di pietra arenaria che si distendono alla base della montagna e che si rialzano, qui e là, in cime secondarie, si riunivano, al disopra della cima granitica, in ammassi uniformi. La montagna era, per altezza, raddoppiata; la vetta spaziava fin dove l’aquila non regge più al volo a motivo della rarefazione dell’aria. L’immaginazione quasi impaura figurandosi ciò che era allora la montagna: ed è facile arguire quanto essa venisse perdendo, nelle successive età geologiche, a motivo delle nevi, dei ghiacci, delle pioggie e delle tempeste. Quante vicende di elementi ebbero per teatro queste cime inaccessibili: che lunga o piuttosto interminabile sequela di piante, di animali, per tacere dei differenti popoli, dacchè i monti si dimezzarono in altezza e mutarono perfino di forma!

Codesto lavoro di degradazione ha lasciato in molti luoghi, delle traccie visibilissime. La neve logora le vette, i pezzi che cadono vengono trascinati dalle valanghe o spinti al piano dai ghiacciai, l’acqua tritura e polverizza, ma non è a credere che tutti i materiali del monte sieno trasportati al mare, dal quale uscirono in un’epoca anteriore: enormi masse s’incontrano nel tratto più o meno lungo fra i ripidi declivi della montagna e il basso litorale dell’Oceano. In questa zona intermedia, ove le colline si allineano e si abbassano con molli pendii, il suolo è del tutto composto di pietre rotolate e di rottami accumulati. Sono i residui della montagna, ridotti dall’acqua in minuti frammenti, trasportati un po’ per volta e disposti in vasti cumuli allo sbocco delle grandi vallate. I torrenti impetuosi scorrono senza ritegno in questi monticuli di residui, sfranando le rive impotenti a trattenerli.

Sui declivi del profondo bacino, nel quale serpeggiano le acque, si trovano in un apparente disordine, le diverse roccie che fornirono i materiali al grande edificio della montagna, ecco i blocchi di granito e i frammenti di porfido, ecco degli schisti dalla cresta acuminata per metà sepolta nella sabbia: e non lungi dei pezzi di quarzo, dei ciottoli calcari, dei cristalli smussati, degli arnioni di minerali. Vi si trovano altresì dei fossili d’epoche diverse; e, dove le acque a lungo si aggirarono circolarmente, s’incontrano in gran numero degli scheletri di animali. Ivi appunto, si scopersero a migliaia le ossa dei mastodonti, dei mammuth e di altri colossali mammiferi, che un tempo vivevano nelle nostre contrade, e che sparvero per agevolare all’uomo l’impero del mondo. I torrenti, che rapirono al monte questi residui, continuano poi a spingerli verso il mare, frantumandoli via via e riducendoli in polvere. Scheletri e fossili, argille e sabbie, blocchi di schisto, di pietra arenaria e di porfido, ogni materiale della montagna si dissolve a poco a poco e prende la via del mare.

L’immenso lavoro di degradazione che si compie intorno alle cime più elevate e in ogni parte del monte, continua ad effettuarsi dovunque i residui si formano e si accumulano, per cui ogni ammasso, logorato dall’acqua, s’abbassa mano mano e si divide in collinette separate. Ad ogni modo l’altipiano, che si estende alla base della montagna, comunque rastremato dal lavorio dei secoli, e se volete anche sfasciato e sconvolto, ove, per prodigio, tornasse alla primiera altezza, rialzerebbe la vetta di alcune migliaia di metri.

Il lavoro di denudamento delle roccie procede anche adesso con una prodigiosa attività. Delle montagne, composte di materiali poco coerenti, si sfasciano, si dissolvono, per così dire a vista d’occhio: delle gole si scavano nei fianchi, delle breccie si aprono nel mezzo delle creste: la massa principale, sfranata dalle valanghe e dall’impeto degli uragani, si divide a poco a poco in due cime distinte e la scissura si fa sempre più larga e profonda, per modo che le due cime si scostano ognora più l’una dall’altra.Specie in primavera, lo squagliarsi delle nevi rammollisce il terreno, che cede in molte parti, le erosioni, gli scoscendimenti avvengono con maggiore facilità: si direbbe che la montagna intera stia per sprofondare od almeno per muoversi alla volta della pianura.

Ricordo che in una giornata tepida e umidiccia, m’inoltrai in una stretta gola per salutare le nevi prima che fossero portate via dalle acque primaverili. Le nevi ostruivano ancora il fondo del burrone; ma in più luoghi non era facile riconoscerle, a motivo dei detriti nerastri e fangosi da cui erano coperte. Le roccie d’ardesia, che cingono il burrone, erano rivestite di una scura poltiglia, che scivolava in larghe falde; il fango nero, che colava in rivoletti dalle pareti, andava a cadere con un sordo rumore nella neve in parte squagliata. Da ogni parte cascatelle di neve sporca e di detriti: vien di chiedere, non senza un istintivo spavento, se le roccie non stanno anch’esse per squagliarsi, come la neve, precipitando al basso in una sola massa fangosa. Il torrente s’era gonfiato in brevissimo tempo: attraverso i cunicoli, che si sono già formati nella neve, entro i quali precipitano dei pezzi già rammolliti, scorgo le acque, color inchiostro, cariche di detriti: è un’enorme massa di fango in movimento. Invece del rumorìo giulivo, che ero solito ascoltare con tanto diletto, un sordo muggito, frantumi d’ogni sorta, si urtano trabalzando nelle acque impetuose. È appunto al rinnovarsi di tutte le cose, nel dolce aprile che s’affretta più che mai l’opera della demolizione.

Aggiungi il lavorìo che avviene nell’interno delle roccie. Le meteore producono delle modificazioni esterne: ma anche le molecole della roccia sono in continuo movimento, e le trasformazioni latenti non sono meno importanti delle palesi. La montagna si sfalda superficialmente e muta di continuo d’aspetto: contemporaneamente nell’interno la sua struttura si viene cambiando, e muta anche la composizione degli ammassi. Considerato nel suo insieme il monte è un immenso laboratorio, ove agiscono le forze fisiche e chimiche, colla collaborazione del tempo, di cui l’uomo può giovarsi solo in minima parte.

L’enorme peso della montagna, centinaia di miliardi di tonnellate schiaccia le roccie inferiori, foggiandole ben diversamente dalla forma che ebbero primamente, cioè al momento della emersione dai mari. Sotto la formidabile pressione, le ardesie e le altre formazioni schistose assumono una disposizione lamillare. Nel corso di migliaia e migliaia di secoli, le molecole compresse si assottigliano in foglioline, sollevate quelle roccie alla superficie da qualche rivoluzione geologica, si staccano quelle lamine o foglie colla massima facilità. La struttura della roccie viene pure modificata dal calore terrestre, che, almeno fino ad una certa profondità aumenta regolarmente. In tal modo i calcari si trasformano in marmi.

Non solo le molecole delle roccie si avvicinano o si allontanano o si aggruppano diversamente, giusta le condizioni fisiche in cui vengono a trovarsi durante il corso dei tempi, ma cangia pure la composizione delle pietre, è un incrociamento continuo, un viaggio incessante dei corpi che si spostano, si mescolano, si inseguono. L’acqua che penetra dalle fenditure nello spessore della montagna e quella che sale in vapore dai profondi abissi, serve di veicolo principale a questi elementi che s’attirano, poi si respingono trascinati nel gran vortice della vita geologica.

Il cristallo caccia il cristallo; il ferro, il rame, l’argento o l’oro sostituiscono l’argilla o la calce; la roccia scolorita s’avviva delle molteplici sostanze che vi si infiltrano. Mercè lo spostamento del carbonio, dello zolfo, del fosforo, la calce diviene marna, dolomite, solfato di calce cristallina; mercè nuove combinazioni, la roccia si gonfia o si restringe, e delle rivoluzioni lentamente avvengono nel seno della montagna. La pietra, compressa in uno spazio angusto, solleva e scosta gli ammassi sovrapposti, fa crollare degli immensi pezzi, e, mediante una lenta cospirazione di sforzi, che producono dei risultati identici a quelli di una straordinaria esplosione, smuove le roccie e le dispone in modo diverso. A volte la pietra si contrae, si fende, vi si formano delle grotte, delle gallerie, oppure avvengono degli scoscendimenti, che modificano pure l’aspetto e la forma esterna del monte. Ad ogni mutamento di composizione della roccia corrisponde un cangiamento di forma esterna.

La montagna riassume tutte le vicissitudini geologiche: crebbe per migliaia di secoli, decrebbe per miriadi di anni, e nei suoi ammassi si avvicendano senza fine i fenomeni di aumento e di diminuzione, di formazione e di distruzione che avvengono su tutto il resto della terra. La storia della montagna è insieme la storia del nostro pianeta.

Ogni roccia rivela un periodo geologico. A bella prima, contemplando la mia montagna dalle linee graziose, proporzionate, la si direbbe l’opera di un giorno, giacchè l’insieme presenta una mirabile unità, e tutti i particolari concorrono all’armonia generale. Invece la mia superba montagna fu artisticamente scolpita dalla natura durante un tempo, che si computa a secoli e che non si può stabilire con certezza. I vecchi graniti parlano di quell’età nella quale la storia terrestre era ancora priva di vegetazione. Il gneiss formatosi anch’esso per avventura in epoca anteriore alla comparsa delle piante e degli animali, ci parla pure di un’età remotissima, quando l’Oceano lo depose sulle sue spiaggie, e delle montagne erano già state sfasciate e rotte dalle sue onde.

La lastra di ardesia che conserva l’osso di un animale o solo una leggera impronta ci narra la storia di generazioni innumerevoli che si successero nella superficie della terra lottando tutte per la vita, le traccie di carbon fossile ci parlano di quelle foreste immense, che sepolte, dovevano preparare il combustibile all’umana industria; l’alta spiaggia calcarea, ammasso di animaletti che ci vengono rivelati dal microscopio, ci fa assistere al lavoro di miriadi di organismi che pullulano al fondo dei mari; i residui d’ogni specie attestano l’azione non interrotta della pioggia, delle nevi, dei ghiacci, dei torrenti, azione che mentre si prolunga nei tempi muta senza posa il campo nel quale si esercita.

Lo spettacolo di queste continue trasformazioni, l’avvicendarsi perenne di questi fenomeni, l’importanza che ha la montagna nella vita generale della terra e nella storia dell’umanità, questo insieme di bellezze, di scene, di offici provvidenziali doveva ispirare i poeti fin dalle origini dell’umana coltura, e però i più antichi cantori della stirpe arya, dall’alto piano di Pamir e dalle rupi del Bolor lodarono le potenze arcane della terra, inneggiarono la montagna, accordandole l’appellativo di creatrice. Ed è tale davvero. È dessa che manda alla pianura il limo fecondo e le acque, le quali, non solo fertilizzano i campi, ma formano una immensa forza locomotrice e motrice; collaboratrice del sole la vita vegetale e animale non sarebbe possibile senza il suo concorso, è dessa che colma le valli e vi addensa cogli inviti di un lavoro abbondantemente compensato la popolazione. Un mito greco fa autore delle montagne Eros, il primogenito del Caos, il dio sempre giovine, il dio dell’eterno amore.

Le verità scientifica che la superficie terrestre non è immobile e invariabile, come pare ai più, ma va soggetta col volgere dei tempi a mutamenti profondi, ha pure ispirato la poesia persiana. Mohammed Kazvini, scrittore persiano che fioriva nel settimo secolo dell’egira (1300), pone in bocca ad un personaggio allegorico di nome Kidhz, il seguente racconto:

— Attraversando un giorno una città assai antica e popolosa, chiese ad uno degli abitanti da quanto tempo fosse fondata, «È invero una potente città, mi rispose, ma non potrei dire a quale epoca risalga la sua origine.»

Molto tempo dopo, nel visitare lo stesso paese, non vidi traccia di abitazioni, ed essendomi imbattuto in un contadino, il quale mieteva le biade verdeggianti, laddove altre volte sorgevano torri e palagi, «quando mai, gli chiesi, andò distrutta la città?» «In fede mia è una singolare interrogazione, mi rispose: di quale città intendi parcare? nè io nè i miei vecchi ne abbiamo mai avuto notizia.»

Trascorso un eguale spazio di tempo, mi ritrovai nel medesimo luogo; non più dei terreni messi a coltivo, sibbene spaziava un mare immenso!

Alcuni pescatori traevano le reti nei battelli ed io li interrogai così: è molto che le acque salse invasero questo territorio? Mi risposero meravigliati, dubitando quasi che io fossi in senno: «Questo in ogni tempo fu il dominio dell’Oceano.»

Un gran tratto di tempo si era ancora dileguato, quando, ritornando colà, invece dei mobili flutti, m’apparve una distesa infinita di aride sabbie. Ad un viandante, che attraversava il deserto chiesi come e quando la terra avesse preso il posto del mare. Ne ottenni la risposta che avevo già ricevuto precedentemente: egli ignorava che alcun mutamento fosse mai avvenuto nel paese.

Finalmente visitai dopo una lunghissima età quella terra: ed ecco che di bel nuovo, invece del campo di biade, dell’Oceano e del deserto, trovai una città di gran lunga più fiorente, più ricca di monumenti, più popolosa della prima. Gli abitanti, alle domande che indirizzai loro, replicarono: l’origine della nostra città si perde nella notte dei tempi, ignoriamo l’epoca della sua fondazione e i nostri padri non sapevano di più di quanto sappiamo noi stessi.

 

Le frane

Non solo le pioggie, le nevi, il gelo, la valanghe degradano a poco a poco la montagna, ma se ne staccano anche dei pezzi notevoli che rovinano al basso. Dove il monte è formato di strati malamente disposti e fuori della perpendicolare, non che disgiunti da materie eterogenee che l’acqua può facilmente rimuovere e sciogliere, queste catastrofi sono più frequenti. Non appena le materie interposte scompaiono, quegli ammassi manchevoli di appoggio devono, prima o poi, precipitare al fondo. Al piede dei dirupi questi frammenti che cadono dall’alto, formano una collinetta e talora una montagna secondaria.

Una cima abbastanza elevata, che mi piaceva salire, perchè campeggiava isolata nello spazio e spingeva verso il cielo delle punte ardite, mi era parso sorgesse addirittura nella pianura sottoposta, e che facesse per così dire parte da sè stessa, al pari della vetta principale, che si rizzava sublime dinanzi ai miei occhi: invece non era che un immenso pezzo staccato dalla vicina montagna. Me ne feci persuaso esaminando la disposizione degli strati, e le traccie ancora visibili dello spaccato sulle due pareti corrispondenti. La gigantesca massa ombreggiata ora dai boschi, sparsa di casali e di pascoli, aveva dovuto dopo lo spaccamento, girare sopra il proprio perno e cadere per il proprio peso. Una delle pareti si era affondata nel suolo, mentre dalla parte opposta, si era parzialmente sradicata. Nella caduta aveva chiuso lo sbocco di una valle, e il torrente, che un tempo, mormorava placido al fondo, era divenuto un laghetto, che ristringendosi poi discendeva verso la pianura formando delle cascatelle o delle rapide. Senza dubbio codesti cangiamenti avvennero prima che il paese fosse abitato, giacchè non ne pervenne a noi alcuna memoria. Il montanaro impara la storia della propria montagna dal geologo.

Non è così degli sfaldamenti repentini e di quelle cadute di massi, che senza mutare in modo sensibile l’aspetto della montagna, pure recano danni ragguardevoli ed anche la distruzione di interi villaggi; il montanaro può esserne non solo informato per udita ma anche per veduta. Di solito gli alpigiani ne hanno avviso alcun tempo prima. La spinta interna della montagna in lavoro fa vibrare incessantemente la pietra dall’alto al basso: piccoli frammenti si staccano e cadono saltellando lungo i declivii; dei pezzi più grossi, staccati o trascinati, seguono il pietrame, sbalzando e descrivendo delle ardite parabole nello spazio. In seguito degli interi pezzi di roccia cadono con immenso fragore.

Ogni parte che deve precipitare al basso rompe, per così dire, i legami che ancora la teneva aderente all’ossatura interna della montagna e ad un tratto la grandine spaventevole delle rupi infrante piomba al fondo. Il fracasso è assordante; si direbbe il conflitto di cento uragani. Di pieno giorno, gli spezzami di roccia mescolati alla polvere, alla terra vegetale, a pezzi di piante, oscurano del tutto il cielo e la tenebra momentanea, può essere solcata dal sinistro lampeggio, che proviene dalle roccie le quali si urtano violentemente e volano in frantumi.

Dopo la catastrofe, quando cessa quel rovinio, quella mitraglia che fa pensare alla guerra dei Titani, quando il cielo si rischiara, escono i montanari, scampati alla morte, dall’abituro e muovono sbigottiti a contemplare il disastro. Capanne e frutteti, recinti e pascoli, ogni traccia del lavoro umano è scomparsa sotto un cumulo disordinato di pietre che potrebbero dare immagine del caos; forse dei parenti adorati, degli amici diletti giacciono sotto la vasta rovina! Mi fu detto da alcuni montanari che nella loro vallata un villaggio due volte distrutto fu ricostruito una terza volta nello stesso posto. Gli abitanti avrebbero preferito di allontanarsi e di far scelta di un luogo più adatto, e sovratutto sicuro, ma gli abitanti dei vicini villaggi s’erano rifiutati di ceder loro un po’ di terreno. Si adattavano a vivere nel sito funestato dal disastro, coll’ansia che potesse rinnovarsi, tremando ad ogni segnale della campana, ad ogni scossa, senza poter dormire del tutto tranquilli neppure una notte.

Se molte roccie sfranate, che si veggono nel mezzo dei campi hanno la loro storia o la loro leggenda da raccontare, ve ne ha che non fecero danno di sorta e a cui non si potrebbe fare alcun rimprovero. Uno di questi enormi blocchi sporgenti e la cui base è tutta affondata nel terreno, si rizza da un lato del cammino e minaccia di continuo il viaggiatore. Pur ammirando la grandiosità della massa e la finezza dalla materia non so vincere un senso di terrore. Un sentieruolo, staccandosi dalla via, sale direttamente alla base di un’immensa pietra: lì presso dei cocci e del carbone, una cancellata di giardino s’appoggia a quel masso, l’orticello invaso dalle erbe appena ricorda l’opera dell’uomo.

Chi mai aveva scelto questo sito singolare per disporvi un giardinetto che poi doveva abbandonare! Il sentieruolo, i cocci, il carbone, il giardinetto facevano subito pensare alla casuccia scomparsa sotto la valanga delle pietre. Durante la notte della catastrofe, un montanaro, lo seppi più tardi, dormiva solo in quella casupola. Svegliatosi di soprassalto, intese il fracasso delle pietre che sbalzavano di rupe in rupe lungo il fianco della montagna, e tutto spaventato si gettò dalla finestra per cercare un riparo dietro l’argine del torrente. Era appena al sicuro quando l’enorme peso schiacciò la capanna, trascinandola sotto il pietrame che tutta la coperse. Passato il pericolo, il bravo uomo rifece il suo abituro, e lo rialzò fiduciosamente alla base d’un’altra roccia caduta dalla sterminata parete del monte.

Sono appunto questi sfranamenti di pietre, immagine della più spaventosa confusione, che formano di solito quelle anguste gole, quegli stretti passaggi, attraverso cui le acque e gli uomini si aprono a fatica la via. Nelle nostre Alpi, negli impervii Pirenei quanti ve n’ha, anche segnalati da ricordi storici e che col nome medesimo danno immagine della loro forma e strettezza: si direbbero più che altro pertugi o finestre (Fenestrelle nelle Alpi di Pinerolo, Oulx in quel di Susa, ecc.)!

È davvero singolare il disordine di queste masse gettate alla rinfusa le une sulle altre per modo da formare un interminabile labirinto. In alto, sul fianco della montagna, si discerne ancora, dal colore e dalla forma delle roccie, il luogo ove ebbe principio lo sfranamento; ma reca meraviglia l’osservare come uno spazio relativamente ristretto abbia potuto eruttare, per così dire, sulla vallata un tal diluvio di pietre. Nel mezzo di questi blocchi formidabili e bizzarri, il viaggiatore potrebbe credersi in un mondo che fa da sè, che non rassomiglia punto alle parti meglio note della terra. Delle roccie, quasi monumenti fantastici, si rizzano quà e là: torri, obelischi, portici merlati, fusti di colonna, tombe rovesciate, rovine imponenti.

Dei ponti di un solo pezzo varcano o coprono addirittura il torrente; si vedono le acque ingolfarsi, sparire sotto l’enorme arco, quindi non se ne ode nemmeno il rumore. Fra questi spettacolosi edifici appaiono delle forme gigantesche: e la fantasia facilmente ricostituisce gli scheletri di animali antidiluviani di cui spesso si trovano le ossa fossilizzate negli strati terrestri. Quella scena del caos si fa viva e completa in ogni sua parte: ti par di vedere tra le macerie di un mondo crollato dei mammuth, dei mastodonti, delle tartarughe giganti, dei coccodrilli alati, dei serpenti favolosi ed ogni altra forma reale o chimerica di un passato remotissimo. Migliaia di pietre cadute ingombrano il passaggio, eppure una sola darebbe materiale sufficiente per costruire un intero villaggio.

Queste rovine che vedo sempre con meraviglia e tra le quali non so avventurarmi senza qualche timore, che cosa sono mai al paragone di quegli sfasciamenti, per cui dei tratti molto vasti di paese rimangono coperti di terriccio e di ciottoli. Vi hanno delle montagne la cui cima è composta di roccie compatte e pesanti, le quali s’adagiano sopra strati friabili poco resistenti al lavorio delle acque. In queste montagne la caduta delle pietre è un fenomeno normale, come la valanga e la pioggia. Per sapere se lo sfranamento si prepara, basta osservare attentamente le cime. Non lungi di qui, in un luogo detto il Paese delle rovine, due montagne, piuttosto vicine, per molto e antico odio, al dire degli abitanti, presero a cozzare tra di loro, scrollando dall’eccelso capo pezzi di rupi e pietre senza numero. I due giganti, quasi dotati di stessa vita o consapevolezza, giusta la facile leggenda popolare, vollero combattersi ad armi uguali, roccie contro roccie. Ad onta però del lungo combattimento, non si fecero che delle scalfitture, la loro massa quasi intatta si leva ancora nello spazio: ma non è difficile figurarsi la sterminata quantità di pietre che rotolò dall’alto e che occupò il declivio ad una distanza anche ragguardevole.

E l’uomo non manca di profittare delle lezioni della natura: esso pure imparò a difendere la propria montagna, il proprio nido, dal luogo più adatto, dalla gola più angusta, precipitando dall’alto ciottoli e macigni. Non altrimenti i Baschi, celati dietro le folte macchie del monte Altabiscar, attesero l’esercito dei Franchi, reduci dalle valli dell’Ebro e condotto dal prode paladino Orlando, che doveva attraversare la stretta forra di Roncisvalle. Quando le schiere nemiche, sfilarono nell’angusto passaggio, come un enorme serpente di bronzo che si snoda lentamente, un grido selvaggio ruppe l’aria e le pietre grandinarono senza tregua sui malcapitati invasori delle patrie vallate. I ruscelli scorrevano tinti in rosso travolgendo cadaveri ed armi, spettacolo altamente pietoso. Tutti i Franchi perirono, e ancora si addita al piede del monte il sito in cui il paladino Orlando morì co’ suoi compagni, nè gli valse suonare il corno fatato e maneggiare la formidabile Durlindana. L’impareggiabile sua virtù andò spenta per inaspettata vendetta di un popolo risoluto a difendere a qualunque costo la propria indipendenza. Ed ora che resta? Le pietre che seppellirono tanto novero di prodi, si vestono ad ogni primavera di finissima erba, di arbusti e anche di fiori.

Nelle valli dei Pirenei durò per lungo tempo questa dolorosa memoria di Roncisvalle ed un canto di quei montanari in lingua basca celebra la vittoria dei loro antenati sui guerrieri di Carlomagno, esso è come dire la espressione dei sentimenti e degli uomini di quella popolazione contro i figli del Nord che venivano a turbare la pace nei Pirenei. Ivi non è alcun lamento per gli uccisi paladini, non compianto per Orlando, ma solo la cara memoria della vendetta contro quei guerrieri che abbandonarono il Reno e la Mosella per venire a piombare sull’Ebro. Ecco quel canto antico, selvaggio in uno e sublime. «Un grido sorse dai monti e il pastore dimanda: Chi va là? chi mi vuole? E il cane che appiè dormiva del suo padrone, si sveglia ed empie la valle dei suoi latrati. È il sordo mormorio d’una oste che s’avanza a cui rispondono i nostri dalla vetta dei monti soffiando nei loro corni bovini. Vengono! vengono! o che selva di lancie! quante bandiere! o che lampi mandano le loro armi! Quanti sono! Contali bene, figliuolo: venti e migliaia d’altri ancora. Orsù uniamo le nerborute nostre braccia, strappiamo questi massi, gittiamoli dalla cima dei monti sui loro capi, schiacciamoli, ammazziamoli. E che vengono a fare questi uomini del Nord nelle nostre montagne? le montagne sono fatte da Dio a frenare il corso degli uomini. E i massi rotolano e il sangue scorre, oh quante ossa peste! oh che mare di sangue! Fuggite, fuggite voi che avete ancora una lena ed un cavallo!.. Fuggi re Carlo con le tue piume nere e con la rossa tua cappa, il tuo nipote, il primo dei tuoi prodi, il tuo caro Orlando è laggiù steso morto. Fuggono, fuggono! Tutto è finito, e voi, montanari tutti, forbite le vostre freccie, e riponetele insieme col vostro corno di bue, a notte le aquile verranno a divorare quelle peste carni, e tutte quell’ossa biancheggeranno in eterno.»

Però quel che fa l’uomo appena lascia traccia, mentre gli sfranamenti naturali, prodotti dalle meteore o dall’intimo elaterio della massa terrestre lasciano segni non cancellabili. Anche dopo molti secoli, le grandi valanghe offrono un aspetto talmente caotico da produrre un senso di ribrezzo e d’orrore. Ma quando la medica possente mano della natura ha saldate le ferite, i siti più graziosi della montagna sono appunto quelli, ove in cui i dirupi si sono franti e per così dire sgretolati. Nel corso degli anni, le acque fecero il debito loro: trasportarono dell’argilla, delle sabbie cementate per ricostruire il proprio letto entro ben disposte prode vegetali. Anche i torrenti vennero via via spazzando il proprio letto, logorando o spostando le pietre che davano impaccio al deflusso delle acque. L’ineguale pavimento formato da roccie, casualmente distribuite lungo il fondo della valle, si è coperto di erba; le grandi roccie celano sotto il muschio la propria nudità, formando in più luoghi dei monticuli pittoreschi, dei ciuffi di arbusti, dissimulano le asperità e danno un aspetto gaio al paesaggio. Al pari del volto umano, la faccia della natura cangia espressione: allo sberleffo succede il sorriso.

 

Le nubi

Rispetto alla grandezza del globo, la montagna quantunque ci sembri così grande, non è che una piccola rugosità, un punto, un granello di sabbia. Tuttavolta questa sporgenza, comunque minimissima, immerge i fianchi e la cresta in regioni aeree, spaziando attraverso delle zone climatiche successive, dalla temperata alla glaciale. Il viaggiatore, che, in poche ore, si leva dalla base alla cima, compie un viaggio ben grande, e più fecondo di impressioni o per lo meno più ricco di contrasti che non s’egli percorresse il giro del mondo, tenendo la via dei mari e delle regioni basse dei continenti.

L’aria pesa maggiormente sull’Oceano e sui paesi che si trovano a poca altezza sul livello del mare, mentre, via via che si sale, si rarefà e diviene sempre più leggera. Le montagne vanno mano mano elevandosi in un’atmosfera, le cui molecole sono due volte meno dense di quelle dell’aria, che ondeggia sulle pianure. Fenomeni di luce, di calore, di clima, di vegetazione, tutto cangia lassù; l’aria più rada, lascia sfuggire più facilmente i raggi di calore, sia che provenga dal sole, sia che monti dalla terra. Quando il sole scintilla in un cielo terso, il calore s’addensa rapidamente sui pianori e sui declivi superiori, ma appena tramontato, le parti elevate della montagna si raffreddano: mercè l’irradiazione perdono presto il calore che avevano assorbito. E però il freddo regna quasi sempre nelle maggiori altitudini; nelle nostre montagne la media della temperatura discende di un grado ogni duecento metri di altezza.

Gli abitanti della città, condannati a respirare un’atmosfera impura, nelle ascensioni alpine godono anzi tratto della meravigliosa purezza dell’aria. Si respira con gioia, si beve a pieni polmoni l’onda vitale: ne siamo inebriati. È per noi l’ambrosia, la bevanda degli dei. Ai nostri piedi, molto lungi, molto al basso, ondeggia una distesa di nebbie, attraverso la quale nulla possiamo scorgere. È la grande città. Si pensa con disgusto al tempo vissuto sotto quello strato di fumo e di polvere.

Che differenza tra la vista della pianura e il panorama della montagna quando la vetta è sgombra di vapori; al di là e al disopra della grossa atmosfera, che gravita sulla città, ci appare come un punto luminoso, come la sede della salute e del piacere. Lo spettacolo è magnifico, specie se la pioggia ha depurata l’aria, scemando le distanze ottiche e aumentando la trasparenza. La linea delle roccie e delle nevi si stacca nettamente sull’azzurro del cielo: ad onta della lontananza, il monte dalla tinta turchina come l’orizzonte, spicca sul fondo aereo colla maggiore purezza di contorni e nulla ne perde l’occhio, nemmeno le più piccole rientranze o sporgenze, si distinguono le vallette, le forre, i precipizi, ed è per ciò che è possibile scorgere, mercè un potente cannocchiale, il puntolino nero che si sposta, cioè il viandante che sale alla vetta. La sera, dopo, il tramonto del sole, la piramide si stacca più che mai per nettezza e bellezza. Il resto del paese giace nell’ombra, un crepuscolo grigio vela gli orizzonti della pianura, il vestibolo delle gole è già occupato dalla notte; ma lassù tutto è chiarezza e gioia. Le nevi, ancora dorate dal sole fiammeggiano di poetica luce, e quegli splendori sembrano anche maggiori paragonati alle ombre, che salgono a poco a poco, invadono successivamente i declivi, e li vanno quasi coprendo di un nero ammanto.

Fra poco, la sola vetta può ancora ricevere l’ultimo saluto del sole, che è già disceso al di sotto dell’orizzonte: ancora s’accende come una scintilla, per poco non ti fa pensare a quei prodigiosi diamanti che secondo le leggi indiane, sfolgorano sulla sommità delle montagne divine. Ad un tratto la fiamma si spegne, quella gran luce si dissipa nello spazio. Però non levate l’occhio di lì: al riflesso del sole succede quello dei vapori rosei dell’estremo orizzonte. La montagna s’illumina di bel nuovo, ma di uno splendore meno vivo. La dura roccia quasi perde i suoi contorni sotto quella roccia di raggi blandi, è una luce tenue, un velo trasparente, una specie di miraggio; la superba montagna quasi vaneggia nel lume crepuscolare, pare staccata dalla terra e campata sovra le nubi.

Per tal modo la rarefazione dell’aria, nelle alte regioni, rende più lucido il paesaggio, gli immondi vapori degli strati inferiori non possono salire fino lassù: ma nello stesso tempo, tale stato dell’aria agevola la condensazione dell’umidità, la quale sotto forma di nubi discende lungo i fianchi della montagna. Di solito il vapore acqueo, sospeso negli strati inferiori dell’aria, non vi si trova in tale quantità da potersi cangiare immediatamente in nubi e da precipitare in pioggia: va ondeggiando allo stato di gas invisibile. Ma se lo strato d’aria sale verso il cielo, seco recando i vapori acquei, gradatamente si raffredda, e l’elemento acqueo non tarda a mostrarsi. È dapprima una nebula quasi impercettibile, un fioccolo bianco nel cielo azzurro: ma ecco altri punti grigiastri, e si avvicinano si riuniscono e formano un velo, rotto qui e là, e l’occhio rivede attraverso l’azzurro senza macchia: e il velo si raddensa, si fa scuro scuro, diviene una gran massa che assume le forme più svariate e fantastiche. Vi ha delle nubi che si allargano sull’orizzonte quasi gigantesche montagne. Anch’esse spingono verso il cielo delle punte acuminate, o delle creste da figurare un castello diroccato; anch’esse nereggiano in più parti per modo da simulare le vallate e i precipizi; e i contorni non sono meno precisi di quelli della montagna, intorno a cui si muovono e grandeggiano. Solo che i monti di vapore sono mutevoli e fuggitivi: una corrente d’aria li ha formati, un’altra può dissolverli, o mutarne ad un tratto la forma. Hanno la vita di poche ore, mentre le montagne esistono da milioni d’anni: ma la differenza non è poi tanto grande. Rispetto alla vita del globo, nubi e montagne non sono che fenomeni di un giorno: minuti e secoli hanno un valore approssimativo, fuggono rapidamente incalzati dal tempo e precipitano insieme nell’abisso del passato.

Le nubi si ammucchiano di preferenza intorno le roccie, che sporgono nello spazio a guisa di promontori: quali attirate da una elettricità contraria; quali, spinte dal vento, vengono ad urtare contro le pareti del monte, immensa barriera che arresta il loro corso. Ve ne ha, che invisibili nell’aria tiepida, appena vengono in contatto della fredda pietra e delle nevi si fanno visibili, deponendosi intorno le cime in forme più o meno bizzarre: ecco perchè le vette sono quasi sempre incappellate di nubi. È la montagna che condensa i vapori, e, per così dire, li spreme dall’aria. Quante volte osservando la cima o qualche promontorio, m’è occorso di vedere i veli delle nubi in formazione discendere intorno la punta ghiacciata. Un po’ di fumo s’innalza; è una colonna o solo un filo di nebbia, simile al fumo che s’innalza dai crateri dei vulcani attivi, ma fra poco la nebbia involge tutti i cocuzzoli, e il monte si cinge di un turbante di nubi. Si direbbe che degli spiriti invisibili attendano alla formazione delle tempeste e alla caduta delle pioggie. Quando l’abitante della pianura vede la montagna scomparire dietro un ammasso di nubi, capisce, dal modo con cui il gigante copre la calva testa, che genere di spettacolo gli vada preparando. Se due correnti si incontrano intorno a quella vetta, la nube, che s’è formata, sale con violenza e gira vorticosamente nello spazio; la montagna si direbbe un vulcano, e il vapore acqueo sembra escirne senza posa coll’impeto di una eruzione, per poi accumularsi da una parte o dall’altra descrivendo una curva immensa.

Delle nubi staccate si spargono liberamente nel cielo, si rincorrono ovvero si raggruppano, si spiegano o si assottigliano sferzate dal vento; ora si allargano per modo da coprire una vasta plaga di cielo, ora sfuggono a forma di cono o pennacchio e salgono negli spazi più elevati, molto al disopra delle cime più alte della terra. Queste nubi vagabonde hanno delle forme molto più variate delle nuvole che cingono le sommità dei monti. Ad ogni modo anche queste presentano una singolare mobilità di aspetto.

A volte sono delle nubi isolate, che seguono il moto ascendente o discendente degli strati freddi dell’aria; si vedono serpeggiare nei burroni o moversi lungo le creste rompendosi contro le sporgenze delle roccie. A volte sono delle grosse nuvole che nascondono tutto un versante della montagna; attraverso la densa massa, che ora aumenta ed ora diminuisce, si trasloca o si straccia, si discerne tratto tratto la cima ben nota, ancora pur bella a vedersi dacchè sembra moversi in mezzo agli ondeggianti vapori. Talora, gli strati aerei sovrapposti di diversa temperatura sono perfettamente orizzontali e distinti come gli strati geologici: le nubi che vi si raddensano hanno una forma analoga: sono disposte su zone regolari e parallele, che nascondono delle foreste ovvero dei pascoli, più in alto dei campi di neve, più al basso delle roccie, appena velandole come se la montagna fosse coperta di una sciarpa trasparente. Talvolta poi le cime, i declivi superiori, tutto il cono superiore della montagna sono immersi nella pesante massa delle nuvole, specie di volta aerea che s’è avvicinata alla terra: la montagna s’allontana o si avvicina giusta il gioco dei vapori, che vanno sciogliendosi o si raddensano. Ad un tratto, non si vede più nulla: il monte è del tutto avvolto dalle nubi: la bufera scende dalle maggiori altezze, solleva e sconvolge quel mare di pesanti vapori, finchè il gigante riappare di nuovo, sul fondo bigio del cielo, come lo scoglio flagellato dalle onde dell’Oceano.

 

La nebbia e la bufera

Se percorriamo la montagna in tempo di nebbia, è come trovarsi in un mondo nuovo, terribile e fantastico insieme. Anche percorrendo un sentiero sicuro, o salendo dei declivi uniti e senza insidie, si prova un certo sgomento nel vedere le forme vicine, il cui incerto profilo ondeggia nella bruma, a quando rada e abbastanza chiara, più spesso fitta e scura.

Bisogna già fare a fidanza colla natura, ed avere, per così dire una certa famigliarità colla montagna per non provare un po’ d’inquietudine quando siamo prigionieri della bruma: il più piccolo oggetto assume delle proporzioni immense, indefinite. Alcun che di vago e di nero s’avanza misteriosamente verso di noi come per afferrarci o per avvolgerci da ogni lato. È un ramo? è un albero? Non è forse che un arboscello, od anche solo un ciuffo di foglie. Un giorno che la bruma era molto rada, e i raggi del sole, attraversando i vapori, spandevano gran luce, mi fermai con meraviglia ad osservare un albero gigantesco che, dal ciglione di una rupe, torceva le braccia come un atleta. Non vidi mai un albero più forte e meglio radicato per lottare eroicamente contro la bufera. Lo contemplai a lungo; ma a poco a poco vidi che si muoveva verso di me e nello stesso tempo si faceva piccino piccino. Quando il sole vincitore dissipò la bruma, il superbo tronco non era che un smilzo arboscello, che aveva saputo gettare le sue povere radici nella screpolatura di una roccia vicina.

Il viaggiatore, smarrito o, se piace meglio, immerso nel nebbione, fra precipizii e torrenti, si trova in una posizione proprio terribile: da ogni lato il pericolo, forse la morte. Bisogna affrettare il passo per raggiungere, il più presto possibile, la via meno pericolosa o il facile pendio dei pascoli: ma nella vaga incertezza di tutte le cose, in quell’annebbiamento d’ogni contorno, nulla serve d’indizio e il menomo oggetto può divenire apparentemente un ostacolo. Da un lato la terra fugge; par di trovarsi sull’orlo di un precipizio. Dall’altra si leva un masso, che sembra inaccessibile. Per evitare l’abisso, si tenta di scalare la rupe; si mette il piede in un’anfrattuosità della pietra, inerpicandosi come la capra: giunti ad una certa altezza si è come sospesi tra cielo e terra. Finalmente si afferra la cima; ma al di là della prima rupe se ne leva un’altra dal contorno indeciso e mobile. Gli alberi, le macchie che crescono sovra le sporgenze spingono i rami attraverso la nebbia; si direbbero braccia levate in alto in atto di minaccia. Certe volte non si vede che una massa nerastra vestita di un’ombra grigiastra: è un ramo il cui tronco è interamente nascosto dalla nebbia. Ci sentiamo bagnati da una minuta pioggerella, dai cespugli e dalle piante gronda l’acqua gelata, le brughiere si attraversano con piede incerto come se si immergesse il piede in uno stagno. L’umido e il freddo aggranchiscono le membra, il passo è mal fermo, si teme di sdrucciolare sull’erba o sulla roccia bagnata e di cadere nel precipizio. Dei rumori spaventevoli salgono dal basso, ed hanno suono di minaccia: si ode la caduta delle pietre che rovinano al basso, dei rami si schiantano sotto il peso della neve; si ode il sordo tuono della cascata e il sinistro rombo delle acque del lago che si frangono contro le rive. Non è senza terrore che si vede il nebbione farsi, verso sera, sempre più scuro; ci nasce perfino il dubbio di dover morire per assideramento o per qualche altro accidente.

In molti paesi, l’impressione di stupore, perfino di orrore che le montagne producono, deriva dall’essere sempre inondate di brume. Molte montagne della Scozia e della Norvegia sembrano imponenti, quantunque in realtà meno alte di altre sommità terrestri. Avviene spesso che si cingano di vapori, quindi si spogliano parzialmente di nubi o si celano di nuovo, viaggiano per così dire in mezzo al nebbione, si scostano apparentemente per poi avvicinarsi ad un tratto, s’abbassano quando il sole spande la più viva luce, grandeggiano nelle ore crepuscolari o nebulose. Gli aspetti mutevoli, le trasfigurazioni lente o rapide danno alla montagna sembianza di un gigante prodigioso che agita il capo al di sopra delle nuvole. Le montagne di cui la poesia nordica ci dà sì belle e animate pitture, che il bardo scozzese descrive con entusiasmo patriottico, differiscono al tutto dalle colline immutabili immerse nel diafano e sfolgorante cielo dell’Egitto. Le cime brumose hanno alcun che di vivente e per poco non aggiungo di umano: vi guardano; a volte vi sorridono; talora vi minacciano; partecipano quasi ai vostri sentimenti; sono tristi e liete con voi: almeno ciò vi è permesso supporre o piuttosto di immaginare, e il poeta ha un bel campo nelle sue descrizioni.

Belle pei vapori che vi ondeggiano intorno, quando le contempliamo dal basso attraverso un’atmosfera pura, le montagne non sono meno belle, specie al mattino, quando la vetta è immersa nel cielo senza nubi e la base è interamente coperta dal più fitto nebbione. È proprio un Oceano che spazia da ogni parte fino al limite estremo dell’orizzonte. Le onde bianche della nebbia si svolgono alla superficie, non colla regolarità delle onde liquide, ma con un maestoso disordine, che aumenta l’effetto artistico. Qui si sollevano in tumulto, si gonfiano, si innalzano come trombe o cicloni, quindi cascano e si sparpagliano in fiocchi nivei. Là, invece, si avallano profondamente, a simiglianza di gole o di botri invasi dalle ombre.

Laggiù le nubi si rincorrono, girano a tondo: è un moto vorticoso, una ridda disperata. Certe volte il velo dei vapori non presenta lacerazione di sorta; la nebbia si mantiene ad un’altezza pressochè uniforme su tutta la linea delle roccie che s’avanzano a modo di scogli o di rupi; in molti luoghi delle colline isolate s’alzano al disopra del nebbione come isole e guglie. Talora, l’Oceano nubiloso si divide in mari distinti, e lascia scorgere, qui e là, il fondo delle vallate, fondo scuro, triste, senza prestigio: si direbbe un mondo inferiore che non ha nulla della dolce serenità delle cime. Il sole illumina obliquamente le volute grigie che s’innalzano al disopra del gran mare: le tinte rosee, porporine, dorate, che si mescolano al bianco smagliante, variano all’infinito l’aspetto della nebbia. L’ombra delle montagne si proietta da lungi sui vapori e muta forme giusta la posizione del sole. Lo spettatore osserva con meraviglia la propria ombra riprodotta fra i vapori e a volte con proporzioni gigantesche: è una specie di spettro che s’avanza, che indietreggia, che muove le braccia a piacer nostro.

Le montagne, che sorgono nella zona dei venti alisei, sono di solito fasciate a metà altezza da una zona di nebbie, che vieta al viaggiatore, giunto sulla cima, la vista dell’immensa pianura turchiniccia: ma intorno la sommità, di cui percorre i pascoli, i veli di vapore salgono e discendono cangiano e si dissolvono come a caso: fenomeno del tutto incostante. Dopo ore e anche giornate d’oscurità, il sole riesce a diradare almeno in un punto, la massa delle nebbie, straccia il velo poc’anzi fitto e impenetrabile, lo respinge e dissolve verso il basso, o l’attira in alto sotto forma di leggere nuvolette, per modo che il sottoposto paese, che era privo del dolce lume, si riscalda di nuovo al vivificante splendore. Ma avviene altresì che le nebbie si raddensino, si accumulino in nubi vorticose. Le medesime si attirano, quindi si respingono, l’elettricità si ammassa rapidamente: scoppia la bufera, e la pianura è inondata da un rovescio di pioggia.

La burrasca non sempre sale agli strati superiori: spesso rimane nelle zone basse dell’atmosfera, ove s’è formata; e lo spettatore, tranquillamente seduto sull’erba secca delle alte pasture illuminate dal sole, può vedere ai propri piedi le nubi incollerite che si urtano violentemente e sgomentano la pianura co’ propri sdegni.

È uno spettacolo magnifico e insieme terribile. Un chiarore livido sfugge da quelle masse in tumulto: dei riflessi cuprei, delle tinte violacee danno all’ammasso dei vapori l’aspetto di un’immensa fornace di metallo; per poco si crede che la terra si sia lacerata, lasciando uscire dal proprio seno un oceano di lave. I lampi, che solcano quella specie di caos, descrivono nell’aere tenebroso dei zig-zag, delle striscie di fuoco. Il rumoreggiare del tuono, ripetuto dagli echi delle montagne, si prolunga senza fine: da ogni plaga di cielo si sprigiona il baleno, in ogni valletta si ripercuote il vasto rumore dell’uragano. Nello stesso tempo, si ode un mormorio sordo che sale dalle campagne sottoposte attraverso le nubi agitate. È il rovescio della pioggia o la caduta della grandine; è il fracasso degli alberi che si rompono, delle roccie che si spaccano, delle valanghe che precipitano al basso: è il mugghio delle acque, che ingombrano il breve letto e rompono le sponde; e tutti questi suoni discordi formano un immenso frastuono che s’innalza verso il cielo sereno, verso la montagna libera d’ogni tema. Giunge quel frastuono lassù alquanto attenuato a motivo della distanza, ed ha, per così dire, suono di pianto, di lungo gemito che la terra esala flagellata dalla tempesta: gli uomini e le cose si querelano dell’ira degli elementi.

Un giorno che, seduto sopra una cima non sturbata dalla burrasca, vedevo la bufera imperversare intorno la base della montagna, non potei resistere a questa voce che sale dalla pianura ove vivono i miei simili. Discesi con risolutezza; mi spinsi nella massa nera dei vapori vorticosi; mi cacciai, per così dire, nel mezzo della folgore, sotto la volta dei lampi, nel turbine della pioggia e della grandine. Discendendo lungo un sentiero, che era divenuto un ruscello, saltavo da pietra a pietra, impaziente di giungere al basso. Esaltato dal furore degli elementi, dal rombo del tuono, dall’impeto delle acque, dal gemitio degli alberi che il vento fortemente scuoteva, scendevo a precipizio con strano diletto. Al cessare della bufera, trovai del fuoco, del pane, degli abiti asciutti e caldi, in una parola la dolce ospitalità dei montanari, ma rimpiansi quasi la potente voluttà che avevo goduto poco prima. Tra quegli sdegni dalla natura, in mezzo al diluvio delle acque e al cozzo dei venti, potevo quasi illudermi di far parte io stesso della burrasca, e di avere per poco associata la mia personalità cosciente alle cieche forze della natura.

 

Le nevi

«Bianche, splendenti, nevose,» tale è il primitivo significato di quasi tutti i nomi dati alle grandi montagne dai popoli, che si avvicendarono sulle spaziose falde o sui rupinosi declivii delle medesime. Levando gli occhi verso le cime, si nota al disopra delle nubi, la bianchezza immacolata e spesso scintillante delle nevi e dei ghiacci; e l’ammirazione aumenta a motivo del contrasto, giacchè le sottoposte campagne presentano delle tinte uniformi e brune. Quando il caldo è intenso, quando un polverio ardente ondeggia sulle interminabili strade della pianura, e il viaggiatore spossato cerca un po’ d’ombra, come si volgono volentieri gli sguardi verso gli ammassi di ghiaccio, che scintillano ai raggi solari e che sembrano specchi d’argento! La notte poi un dolce lume, che si direbbe quello di un mondo lontano e fantastico, annuncia da lungi i vasti e nivei campi, che, piede umano non ha forse ancora violato.

I declivi mediani, i promontori inferiori sono spesso coperti di strati nevosi. Verso la fine dell’estate; quando i torrenti trasportano l’acqua gialliccia e sovraccarica di detriti; quando gli alberi rialzano i rami testè curvi sotto il peso della neve, quando i cespugli, riscaldando lo spazio vicino, depongono anch’essi, per così dire, il manto invernale, il più piccolo raffreddamento dell’atmosfera basta per trasformare in neve i vapori delle montagne. Il giorno innanzi, i contrafforti e i pascoli ignoravano ancora l’inverno: si distingueva nettamente il colore bruno e giallastro delle roccie nude, il verde delle foreste e dei prati, il rossiccio delle brughiere. Il mattino, al primo risveglio, il lenzuolo jemale ha ricoperta tutta la scena sino ai promontori più avanzati.

Nullameno questa candida veste, di cui parlano i poeti, è stracciata in più luoghi. Le punte scure emergono dallo strato bianco, e le tinte bigie delle roccie contrastano col candore per modo da segnare con maggiore nettezza il rilievo dei dirupi. Nei burroni profondi, la neve si accumula in densi strati; sovra i ripidi declivi, la neve è leggermente distesa come un fine tessuto, che potrebbe paragonarsi ad un velo o ad un ricamo. Sulle piagge alte e dirupate, vedo qua e là dei soffici tappeti, che scintillano al primo raggio del sole per la loro candidezza. Ogni piega della montagna è da lungi segnalata nella sua vera forma dai monticuli di neve che vi sono accumulati; di ogni masso sporgente si rilevano le protuberanze e le anfrattuosità mercè il maggior o minore spessore degli strati di neve che si alternano colla nuda roccia. Là ove la roccia è formata di strati regolari, la neve traccia nel modo più netto le linee di separazione; s’adagia sugli sporti e si stacca dalle pareti molto inclinate. Gli strati si dispongono con una sorprendente regolarità per molte miglia, mascherando irregolarità d’ogni sorta: si direbbero dei gradini arditamente disposti dalla mano di un gigante.

Però quelle nevi passeggere d’estate, che al pari di un velo coprono la montagna, e che ne celano le forme ma insieme le fanno spiccare meglio, sono, per così dire, un artificio civettuolo della natura, sempre varia e graziosa, quando non è terribile. Presto si squagliano sulle basse colline e sui contrafforti meno elevati; giorno per giorno, i caldi raggi ne respingono il limite verso le cime più elevate; nelle belle giornate si può d’ora in ora riconoscere il progressivo squagliamento. Ogni spaccatura, che incide a media altezza i fianchi della montagna, presenta un versante già sgombro di nevi, dardeggiato dal sole meridiano, e un altro versante candido come marmo, quello volto verso nord. Ma indi a poco anche questo declivio rimette a luce le sue rupi e i suoi prati: della caduta estiva delle nevi non rimangono che poche traccie, cioè gli ammassi che colmarono il fondo delle meno soleggiate vallette; ma anche questi ammassi verranno fra poco portati via dalle acque torrenziali.

Le nevicate di pochi giorni danno piacere all’occhio: è un diletto osservare quella mutevole decorazione, che dura appena abbastanza per farci pensare ad un momentaneo ritorno dell’inverno. Ma per conoscere le nevi sotto il loro vero aspetto, e per misurarne l’azione come agenti dello natura è d’uopo esaminarle nella dura stagione: allora la montagna è coperta di strati enormi di acqua cristallizzata; colline e contrafforti dalla base alla vetta quasi non si riconoscono più, tanto sono mutati d’aspetto, o piuttosto il denso velo che li riveste ne cela il rilievo o dà ad essi inaspettati contorni. Invece dei risalti, delle merlature, delle punte tagliuzzate, il pendio del monte si svolge ora in graziose ondulazioni, in groppe di forma ardita ma pur sempre sinuosa. A quel modo che l’acqua, mercè il peso, tende, chi nol sa, a disporsi allo stesso livello, così la neve, per propria legge, si rigonfia in strati di forma tondeggiante. Il vento, che la trasporta e la raggira, dapprima la depone nelle cavità quindi smussa ogni angolo, e ammorbidisce ogni risalto: e però la montagna aspra, stracciata, selvaggia, mitiga in parte la fiera espressione, e si allieta di linee meno trarotte, di curve molli e maestose.

Però, ad onta dei contorni meno risentiti e più morbidi, il gigante ritiene l’imponente sua grandezza: qui e là, delle roccie a picco, degli sfranamenti, sui quali la neve non ha potuto fermarsi, si rizzano al disopra dei vasti declivi di una bianchezza senza macchia; e, a motivo del contrasto, quelle pareti sembrano anche più nere. Si è colti da una specie di sgomento guardando quelle sterminate muraglie, che hanno l’aspetto di alte dighe di carbone lungo le spiagge di un oceano polare.

Durante queste trasformazioni, mutano d’aspetto, ancora più delle protuberanze, le parti in declivio o pianeggianti della catena. Affondandosi in ogni senso, le nevi colmano le gole, livellano le cavità, fanno scomparire gli accidenti secondari del terreno. I torrenti e le cascate impigriscono rappresi dal ghiaccio; ogni moto delle acque si arresta sotto la dura mano dell’inverno. I laghi scompaiono anch’essi, per così esprimerci, sotto una lastra di ghiaccio, che porta degli alti cumuli di neve; e si può perfino non riconoscere più il preciso posto, ove, nella miglior stagione, tremano le onde azzurrine increspate dal vento: tutt’al più una fessura consente di vedere, al fondo di una voragine, la superficie del lago, tranquilla, nera, senza riflessi: si direbbe un pozzo, un abisso senza fondo.

Al di sopra delle grandi cime e degli anfiteatri superiori, ove la neve s’ammucchia in cumuli alti come palazzi, le foreste d’abeti si mostrano interrottamente, e solo per metà. Su ciascuno dei rami supplichevolmente protesi, gli alberi sopportano tutto il peso di neve che possono sostenere senza rompersi: nel loro insieme, i rami intrecciati formano quasi a dire delle volte, sulle quali degli ammassi di neve cristallizzata si aggruppano a modo di cupole disuguali: solo alcuni rami più arditi, o ribelli, sfuggono alla prigione di ghiaccio e spingono nell’aria libera le punte, color verde cupo, quasi nero, che si curvano anch’esse sotto il peso della neve. Quando il vento soffia tra i rami, cadono con rumore metallico dei frammenti di neve agghiacciata: un movimento generale di vibrazione agita la foresta seminascosta e il tetto brillante che la ricopre: di quando in quando avviene una rottura, un ammasso di neve e di rami cade con fracasso, in quel luogo la foresta sembra sfondarsi; si apre una specie di pozzo, che spalanca la sua bocca fino a che non venga a chiuderla un ponte di neve ivi trasportato dalla tormenta. Quale sarebbe la sorte di un viaggiatore, che si smarrisse durante l’inverno in una simile foresta, ove d’estate si cammina così piacevolmente, sulla breve erbetta all’ombra di poderosi alberi? Ad ogni passo, correrebbe pericolo di cadere nell’abisso, ovvero di rimanere soffocato sotto la valanga.

Al basso, nella vallata, le casettine del villaggio si discernono meno facilmente delle foreste e delle macchie d’alberi. I tetti interamente coperti da uno strato di neve sotto il quale si piega la travatura, si confondono coi vicini campi biancheggianti; ci avvediamo che degli uomini vivono e lavorano laggiù soltanto dalle colonne azzurrognole di fumo che s’innalzano. Dei pezzi di muro, un campanile, forse il tetto accuminato della chiesuola spiccano sulla tinta monotona del paesaggio. E poi, laggiù, la neve è più mossa e tormentata che non nei posti privi di abitazioni umane: il vento, soffiando intorno le case, accumula da una parte la neve in dighe e barricate, e dall’altra la spazza via interamente. Un tal quale disordine nella natura indica la vicinanza dell’uomo; ma anche là, come altrove la pace è senza limiti: di rado dei rumori turbano il silenzio mortale che regna sulla vallata e sui monti.

Nullameno, è necessario che qualche volta l’uomo e gli altri abitanti delle montagne escano dalle casupole e dalle tane per turbare il grande riposo della natura. Solo la marmotta, nascosta nella sua buca sotto lo spessore delle nevi, può dormire i lunghi mesi dell’inverno, aspettando, in uno stato di morte apparente, che la primavera ridoni vita ai ruscelli, all’erba, ai fiori. Meno felice il camoscio, che la neve caccia dalle alte cime, deve aggirarsi nei dintorni delle foreste, cercando un rifugio ove gli alberi sono più fitti, per vivere di foglie e di corteccie. L’uomo, dal canto suo, deve abbandonare la sua dimora per scambiare alcuni prodotti, procurarsi di che vivere, compiere dei doveri di famiglia e d’amicizia. Bisogna, allora, spazzare i mucchi di neve che si sono accumulati dinanzi la porta, e aprirsi con fatica un sentiero, Da una capannetta posta sovra un alto promontorio, m’è occorso di vedere dei piccoli esseri quasi impercettibili, delle nere formiche umane, camminare lentamente in un angusta callaia tra due muraglie di neve; l’uomo non mi era mai sembrato sì piccolo come in quel giorno. Nel mezzo di quella vasta distesa biancheggiante, quei passeggeri sembravano come smarriti nello spazio, senza meta e senza forze: mi chiedevo come mai una razza composta di simili pigmei avesse potuto compiere le grandi cose della storia ed effettuare, di conquista in conquista, quell’insieme di opere che si suole chiamare civiltà, promessa solenne di maggiori vittorie nell’avvenire.

Eppure, anche nel mezzo di queste formidabili nevi invernali, l’uomo ha saputo far prevalere la sua intelligenza e la sua audacia, dischiudendo delle strade pel commercio accessibili e sicure in ogni stagione dell’anno. Il camoscio s’è già ritirato dalle cime, e molti uccelli, che volano all’estate intorno le vette più eccelse, sono prudentemente calati verso le tepide regioni del piano. Ma l’uomo continua a percorrere le strade che, di gola in gola, di contrafforte in contrafforte, s’innalzano sino ad una breccia della cresta e discendono dall’altra parte. Durante la bella stagione, quando gli allegri torrenti saltellano in cascate a lato del cammino, anche le vetture tratte da cavalli di posta, i cui sonagli s’annunziano da lungi al povero viandante, possono superare con moderata fatica le ardue strade dischiuse dall’uomo per valicare il passo od anche la cresta di una montagna. Quando la neve ha coperto la via, è d’uopo cambiare veicoli: ai carri e alle vetture vengono sostituite le slitte, che sdrucciolano leggermente sul letto indurito e lucido. Però la traversata si compie colla stessa rapidità che nei giorni più caldi dell’anno; nella discesa la rapidità è sì grande che può dare una specie di vertigine.

È appunto viaggiando in islitta, per superare i valichi alpini, che ci è dato meglio conoscere le grandi nevi. La slitta non fa alcun rumore; non si ode più il cigolio sordo dei ferramenti, che urtano contro il suolo; pare di viaggiare nello spazio, pare di volare come spiriti. Ora si segue la curva di una frana, ora la cornice di un promontorio; si passa dal fondo delle gole al ciglione dei precipizi; ma, pur offrendo delle forme svariatissime, la montagna conserva la sua bianchezza uniforme. Se il sole illumina la superficie delle nevi, si vedono scintillare innumerevoli diamanti; se il cielo è grigio e basso, ci si presenta una specie di confusione degli elementi: frammenti di nuvole, monticelli nevosi mal si discernono gli uni dagli altri; uno può credere di attraversare degli spazi molto al di sopra della montagna; non si appartiene più alla terra.

Si entra del pari nel dominio dei sogni, quando, dopo di aver superato il punto culminante del valico, si discende il versante opposto, trasportati da pendio in pendio con spaventevole rapidità. Al partire della carovana, quando l’ultima slitta si mette in movimento, la prima è già scomparsa dietro una sporgenza della montagna; la si rivede, quindi scompare di nuovo, per riapparire tratto tratto, finchè l’occhio non può più scorgerla.

Si discende a precipizio in un abisso che dà le vertigini, dentro il quale precipitano degli ammassi di neve grossi come pezzi di rupe. La comitiva dei viaggiatori si direbbe una valanga, che deve scivolare al basso insieme ad altre valanghe, le quali cascano lateralmente e in ogni senso. Si vedono sfilare, da ogni parte, le rupi, le frane ed ogni altro accidente del suolo, come se fossero rapite dalla bufera; anche le cime, che fuggono come guerrieri in rotta, sembrano trascinate nello spazio da una forza irresistibile.

E quando, al termine di una corsa sfrenata, si giunge alla base della montagna, nelle pianure già sgombre di neve o appena chiazzate di bianco; quando si respira un’altra atmosfera, e si vede una flora più ricca pei favori di un clima migliore, vien di chiedere se non si è stati vittime di un’allucinazione, se ci avvenne davvero di attraversare le alte nevi, al di sopra della regione delle nuvole e delle burrasche.

Ma, durante i giorni di tempesta, il passaggio è tanto pericoloso che difficilmente il viaggiatore se ne ricorda, ed ogni impressione si confonde in una sensazione angosciosa. Il vento solleva senza posa dei vortici di neve, che nascondono la strada e ne modificano la forma, colmandone i declivi laterali. I cavalli, che non mostrano esitazione di sorta nel percorrere una strada solida, devono, ora, traversare degli ammassi di neve rammollita, che cede e si muove ai primi contatti: mentre l’uno affonda fino al petto, l’altro s’impenna urtando contro un ammasso indurito. La bufera fischia alle loro orecchie, i bioccoli di neve gelata che entrano negli occhi e nel naso, le bestemmie dei vetturali non servono che a confonderli e irritarli.

La slitta trabalza sullo stretto cammino, pende ora verso la parete della montagna, ora verso il precipizio: giacchè l’abisso è pur sempre là, aperto per tutto accogliere e seppellire; se ne rade l’orlo, lo si misura anche da lungi con l’occhio atterrito, come se, cadendo, si dovesse trovarsi in un altro mondo. Il vetturale ha deposto la frusta, ma tiene nelle mani un coltellaccio, pronto a tagliare le cinghie e le redini se i cavalli, presi dallo spavento o sdrucciolando da un declivio di neve, stessero per rovinare in qualche baratro.

Terribile è la situazione del pedone, quando, nell’attraversare lentamente dei campi di neve, è ad un tratto assalito dalla bufera. Dal basso, i pianigiani possono senza tema ammirare le meteore alpine; ma non è così per chi si trova su quelle cime. La vetta del monte, flagellata dal vento, sembra fumare come un cratere; le innumerevoli molecole agghiacciate, che la tempesta solleva, si ammassano in nuvole, che si aggirano al di sopra delle cime. La linea dentellata della montagna, rotta e sfumata dal vorticoso nevischio, che vi trascorre dinanzi, sembra meno precisa; par di vederla ondeggiare nello spazio; la montagna medesima sembra vacillare sulla sua enorme base. E nel mezzo di questo tumulto degli elementi, che si scatenano nelle alte regioni alpine, che può fare il misero viandante? Gli aghi di ghiaccio, lanciati contro di lui come frecce, lo colgono nel viso e per poco non l’accecano; penetrano attraverso i suoi abiti; avvolto nel suo grosso ferraiuolo, si difende con grande stento. Se egli mette il piede in fallo, o perde di vista la strada, è forse inevitabilmente perduto. Cammina a caso, cadendo di frana in frana; ora affonda per metà in un ammasso di neve; rimane alcuni istanti, in attesa della morte, nella fossa che s’è dischiusa davanti a lui: ma poi si rialza con un moto disperato e ricomincia l’ineguale sua marcia attraverso nuvole di punte nevose che il vento gli soffia nel volto. Le raffiche ora allontanano ed ora avvicinano l’orizzonte: a quando il viandante non vede che il fumo biancastro del nevischio che gli ruota intorno, a quando egli discerne a dritta e a sinistra una cima tranquilla, che non risente gli effetti dell’uragano e che par contemplarlo, «senza odio e senza amore», indifferente alla sua disperazione: però egli può sperarvi una specie di riparo, che gli permetta di riprendere il cammino con un residuo di fiducia. Ma invano: acciecato, stordito, quasi pazzo, irrigidito per il freddo, si smarrisce, perde ogni forza di volontà e cammina senza risultato. Alla fine, caduto in qualche voragine, guarda con stupore passare le minacciose nuvole, assiste trasognato allo svolgersi dell’uragano e si lascia a poco a poco assalire dal sonno, precursore della morte. Fra pochi mesi quando la neve verrà squagliata dai tepori primaverili e spazzata via dalle valanghe, il cane del pastore ritroverà il cadavere e con forte e lugubre abbaiamento ne avvertirà il pastore.

Di solito, almeno ne’ tempi andati, gli avanzi umani trovati nella montagna dovevano riposare per sempre nel sito, ove il pastore li aveva scoperti. Delle pietre venivano ammucchiate in quel luogo, e il viaggiatore aveva uso di aggiungere egli pure il suo ciottolo al tumulo funerario. Anche adesso, il montanaro, che passa di là, non dimentica di gettare con pio e melanconico pensiero la sua pietra. Il morto è da gran tempo obliato; forse non se ne ricorda, o non se ne seppe mai il nome: ma, di secolo in secolo, il passeggiero non cessa di rammentare, forse confusamente, la causa della sua morte, e si figura la lotta che egli ha dovuto sostenere e quanto egli ha sofferto.

 

La valanga

Al lungo inverno e ai terribili conflitti della natura succede, alla fine, la dolce primavera colle pioggie desiderate, i tepidi venti, il vivificante calore. Ogni cosa ringiovanisce; la montagna, come la pianura, prende un nuovo aspetto: scuote il mantello delle nevi: foreste, declivi erbosi, cascate e laghi, ricompaiono ai raggi del sole.

Nella vallata, l’uomo s’è per il primo liberato degli ammassi di neve, che gli davano disturbo. Ha spazzato la soglia di casa, riparati i sentieri, sgomberato il tetto della neve accumulata, pulito il giardino, aspettando che il sole faccia il resto. Già i declivi, posti a solatìo, cominciano a riapparire sotto il loro consueto e tanto geniale aspetto; qui e là, la roccia, la terra o l’erba arsiccia si rivedono attraverso lo strato di neve. Questi tratti scuri a poco a poco aumentano; saresti tentato di paragonarli a dei gruppi d’isole, che si allargano di continuo e per ultimo si riuniscono: le placche bianche diminuiscono di numero e di estensione; si fondono, o piuttosto diresti che salgono il pendio della montagna, riducendosi sempre più in alto. Gli alberi, usciti dal torpore, si dispongono all’imminente gioia della fioritura; aiutati dagli uccelletti, che saltellano di ramo in ramo, scuotono il fardello di brina e di neve e bagnano liberamente le recenti gemme nell’atmosfera intiepidita.

Anche i torrenti si rianimano. Al di sotto dello strato protettore delle nevi, la temperatura del suolo s’è abbassata meno che alla superficie esterna, spazzata dai venti freddi; e, durante i lunghi mesi dell’inverno, dei piccoli serbatoi d’acqua, simili a goccioline in un vaso di diamante, si mantengono qui e là sotto i ghiacci. Alla primavera, questi serbatoi, verso i quali si dirigono i ruscelletti alimentati dalla neve che si squaglia, non bastano più a contenere la massa liquida: le lastre di ghiaccio si rompono, i serbatoi straripano, e l’acqua cerca di scavarsi una strada sotto le nevi. In ogni burrone, in ogni depressione del suolo si compie questo lavoro nascosto; e il torrente che scorre nel mezzo della valle, nutrito di copiose acque, riprende il corso interrotto nell’inverno. Dapprima si apre una specie di cunicolo al disotto delle nevi ammucchiate: poi, mercè il progresso incessante della fusione delle nevi, allarga il proprio letto, innalza le volte del viadotto: ed ecco che la massa sovrapposta non può più sostenersi tutta unita; si sfascia a quel modo che crollerebbe il tetto di un tempio, i cui piloni venissero scossi fortemente o meglio abbattuti. Dei rammollimenti avvengono anche negli ammassi di neve che colmano il fondo delle vallate; affacciandosi all’orlo di questi baratri, si nota al fondo alcun che di nero, su cui un po’ di schiuma forma una specie di fuggitivo ricamo: è l’acqua del torrente; il sordo rumorìo della ghiaia trascinata sale dal fondo di quella tenebrosa spaccatura.

A questo primo sciogliersi della nevi segue uno squagliamento più generale; e ben presto il torrente, in gran parte ridivenuto libero, può misurarsi coi maggiori ostacoli, può rovesciare le dighe formate dalle nevi più alte e più compatte. Però ve ne ha di queste dighe, che resistono all’azione delle acque per delle settimane e dei mesi. Anche vicino alle cascate, delle grandi masse di neve, trasformate in ghiaccio e di continuo asperse dall’acqua che si rompe contro di esse in una minuta spruzzaglia, conservano ostinatamente la loro forma: pare quasi che vogliano resistere alla fusione. Spesso si vede, dinanzi alla caduta precipitosa del torrente, una specie di scanno formato da una cateratta solidificata, quella delle nevi agghiacciate che fermarono il corso delle acque durante l’inverno.

L’acqua dei ruscelli e dei torrenti, modificando il proprio letto in ogni valletta che si apre alla base dei monti, in ogni botro che ne incide i fianchi, toglie alle nevi dei pendii i sottostrati, che servivano ad esse di punto d’appoggio. Allora, mercè l’azione del peso, tendono a prodursi delle valanghe: e, di tempo in tempo, la montagna, come se fosse viva, scuote dalle poderose spalle il vestito nevoso ond’è coperta.

In ogni stagione, anche nel mezzo dell’inverno, delle masse di neve, trascinate dal peso, precipitano dalle sommità e dai declivi; ma, fino a che queste valanghe si compongono solo della parte superficiale delle nevi, formano un lieve accidente nella vita delle montagne. Però può accadere che una massa intera di neve sdruccioli dalle cime per inabissarsi nelle vallate: l’acqua fusa, che penetra attraverso gli strati ancora agghiacciati della superficie, ha reso il suolo sdrucciolevole e preparato così la via alla valanga. Giunge il momento nel quale un intero campo di neve non è più rattenuto sul pendio; cede, e, mediante la scossa che comunica alle nevi vicine, cedono anche queste. Tutta la massa si precipita con un solo movimento sul declivio della montagna, spingendo dinanzi a sè ogni avanzo che incontra, tronchi d’albero, pietre, pezzi di rupe. Move intorno a sè l’aria per modo, che questa può schiantare gli alberi, può staccare sassi enormi: e lo spaventevole sfranamento nulla lascia d’intatto, modifica la conformazione di quel tratto di montagna, e rovescia una sì grande quantità di materiali nella sottoposta valle da colmarla forse interamente. I torrenti, che urtano contro somigliante ostacolo, devono temporariamente cangiarsi in laghi.

Di queste valanghe in massa, i montanari e i viaggiatori non possono parlare che con sgomento: e però molte vallate, che sono più esposte di altre a simile flagello, ebbero dagli abitanti dei nomi sinistri, per esempio «Valle dello Spavento», o «Gola del Terremoto». Una delle più alte montagne delle Alpi Elvetiche sveglia un senso di timore col solo suo nome «Picchi del Terrore». Una valletta, nella massa del S. Gottardo, sparsa di enormi sassi, è detta «Valle Tremola». Conosco una gola, forse più pericolosa di molte altre, nella quale i mulattieri non si avventurano che tenendo sempre d’occhio le alture. Specialmente nei bei giorni di primavera, quando l’atmosfera tepida e dolce è carica di vapori sciolti, i viaggiatori parlano a mezza voce ed hanno un’espressione inquieta: ben sanno che la valanga aspetta un semplice urto, un fremito dell’aria o del suolo per mettersi in moto. E però camminano come ladri, a passi discreti e rapidi: a volte, involgono nella paglia le campanelle dei muli, affinchè il tintinnio del metallo non vada a svegliare, lassù, il mal genio che li minaccia. Quando poi hanno oltrepassata l’uscita dei temuli valichi, su cui la montagna sovrasta con tutte le minaccie delle sue rovine e delle sue valanghe, possono respirare liberamente e pensare senza ansietà personale ai meno fortunati, di cui il giorno innanzi avevano intesa la triste storia. Spesso, mentre i viaggiatori continuano riposatamente la discesa verso la pianura, un rumore di tuono, un lungo fracasso che si ripercuote di rupe in rupe, li costringe a volgere indietro lo sguardo: è lo sfasciamento delle nevi che avviene in quel momento e che riempie tutto il fondo della gola, che poc’anzi essi attraversavano colla più ragionevole ansietà.

È una vera fortuna che la disposizione e la forma dei pendii permetta ai montanari di riconoscere i luoghi pericolosi. Non costruiscono quindi le loro capanne al di sotto dei declivi ove sogliono formarsi le valanghe, o sulla via che esse percorrono, sibbene hanno cura di scegliere dei posti riparati. Ma tutto cangia nella natura, e quella casettina, quel sentiero che per lungo tempo nulla avevano a temere, si trovano alla lor volta esposti al pericolo: forse l’angolo d’un promontorio disparve, la direzione di un colatoio delle nevi o delle valanghe s’è forse modificato; una zona protettrice di foreste ha forse ceduto sotto la pressione delle nevi medesime; e però le previsioni del montanaro, quantunque basate su eccellenti indizii, vengono interamente smentite.

I boschi, radicati fortemente al suolo, e opponendo ai venti e ad ogni altra forza della natura migliaia e migliaia di tronchi, massicci e saldi come colonne, si possono riguardare come una delle migliori barriere contro le valanghe; e molti villaggi non hanno altra difesa contro le nevi. Quindi i montanari consacrano alle selve un particolare rispetto, anzi una venerazione che un tempo fu religione e che non ha perduto del tutto tale suo carattere. Lo straniero, che percorre le montagne, ammira la foresta a motivo della bellezza degli alberi; e di quel verde ora cupo, ora chiaro, che spicca sulle intatte nevi: ma essi, i montanari, devono al bosco la vita e il riposo: se le loro capanne non sorgessero a piè del medesimo, non potrebbero una sola notte condursi al riposo senza temere di essere schiacciati dalla valanga durante la notte. Pieni di riconoscenza verso la foresta protettrice, per poco non le prestano culto. Sventura a chi offende colle scure uno solo de’ suoi tronchi annosi! «Chi uccide l’albero sacro uccide il montanaro,» dice un proverbio.

E tuttavia quante mani stolte e sacrileghe s’avventano contro i boschi, e vengono schiomando le montagne del loro più bell’ornamento e di questo valido presidio contro le meteore della terra e del cielo! A quel modo che pure ai giorni nostri, dei soldati che si dicono civili, costringono alla sottomissione gli abitanti di un’oasi, abbattendo i palmizi, che alimentano la loro vita, non altrimenti è accaduto, che per soggiogare i montanari, gli invasori al soldo di qualche principe, oppure i pastori della vallata vicina, tagliarono i boschi che servivano ai villaggi di tutela contro la distruzione. Tali erano, tali sono in parte anche adesso le pratiche della guerra. Non meno feroce e avida è la speculazione. Quando un bosco diviene la proprietà di un ignoto e forse lontano signore, sia per compera, sia per eredità, mal capitati coloro, la cui sorte dipende dalla sua benevolenza o dal suo capriccio. Può darsi che la distruzione del sacro bosco venga decretata: allora i boscaioli si accingono all’opera, i tronchi vengono abbattuti, precipitano nella vallata, tagliati in tavole e pagati a danaro sonante. Una larga strada si dischiude in tal modo alle valanghe. Però può darsi che gli abitanti del villaggio minacciato persistono a rimanere sul luogo, per attaccamento al medesimo, quantunque privi, adesso, di quel naturale baluardo: ma, prima o poi, il pericolo si fa imminente, bisogna emigrare in gran fretta, trasportare gli oggetti più cari e abbandonare la casa al destino inevitabile.

Nelle lunghe veglie invernali, in ogni casupola di montagna ricorre spesso il racconto di qualche catastrofe naturale, ed ogni interlocutore aggiunge un particolare straziante: i fanciulli ascoltano e si restringono ai ginocchi delle madri. Anche il minatore affronta i maggiori rischi, e ad ogni piè sospinto gli trema il cuore nell’ansia del disastro: ora per il montanaro questo complesso di timori si riassume nella parola valanga. È la valanga che si forma inaspettatamente e senza poterla prevenire; è la valanga che minaccia la capanna, i granai, il bestiame, che può inghiottire un intero villaggio con tutti i suoi abitanti. L’alpigiano è sfuggito più volte, quasi per miracolo al pericolo; ma degli amici, dei parenti ne furono vittime! La sera, quando egli passa accanto al luogo, ove la valanga s’è formata seppellendo anche degli uomini, gli pare che la montagna, da cui si è staccata la valanga stessa, lo guardi minacciosamente; e raddoppia il passo per fuggire il luogo sinistro. A questo senso di terrore può associarsi un dolce ricordo, se gli avvenne di poter salvare, in modo meraviglioso, qualche camerata; in tal caso, gli avanzi dello sfranamento gli rammentano i più minuti particolari del disastro. Proprio in quel posto, una notte di primavera, un blocco di neve di un volume maggiore della torre del villaggio, e più alto dei più alti abeti, venne a cadere con orribile fracasso. Un gruppo di capannucce e di stalle si trovava sotto quella formidabile massa. Senza dubbio, dicevano i montanari accorsi dai villaggi vicini, tutto è stato spezzato e travolto, e non resta anima viva.

Ad ogni modo, si misero coraggiosamente all’opera per salvare quel poco che ancora si poteva; e, chi sa, dicevano, che non troviamo vivo ancora qualche compagno! Lavorarono senza posa per quattro notti e quattro giorni; e, quando il piccone toccò alla fine il tetto di una capanna, intesero delle voci! Pensate la loro commozione, pensate la gioia di quegli infelici che stavano per essere provvidenzialmente soccorsi. Altre casupole si trovarono pressochè intatte: avevano potuto resistere, non si sa come, alla violenza della scossa e della caduta; e quella poca aria che contenevano, avea bastato a serbare in vita gli abitanti. I medesimi non si erano perduti d’animo; avevano aperte delle comunicazioni da capanna a capanna, e lavoravano senza posa per aprirsi una via di uscita.

Allorchè le foreste sono state distrutte, non è facile davvero di sostituirle. I disboscamenti producono effetti lunghi e disastrosi; e però vennero stabilite delle leggi per frenarli. Le nuove piantagioni hanno d’uopo di gran tempo per vigoreggiare: gli alberi crescono con lentezza, specialmente nelle montagne; e sui posti, battuti dalla valanghe, non rimettono più radice.

È vero che si potrebbe supplire all’azione benefica dei boschi con giganteschi lavori, ma sono troppo lenti e costosi: si potrebbe cioè relegare le nevi sulle cime più elevate e impedire così il disastro della loro caduta, ma per ciò è d’uopo tagliare il pendio in scaglioni orizzontali, sui quali gli strati di neve dovrebbero disporsi e rimanere come sui gradini di una scala gigantesca. Un altro spediente è quello di sostituire ai tronchi d’albero dei piuoli di ferro e delle palizzate, che valgono ad impedire, in quanto è possibile, lo sdrucciolamento delle masse superiori. Dei tentativi di questo genere si fecero con successo, ma solo nelle vallate che hanno densa popolazione e copia di mezzi.

Dei meschini villaggetti, a meno che non sieno aiutati dalle borgatelle vicine o meglio dalla nazione, mal saprebbero intraprendere lavori così grandiosi, che hanno quasi l’audacia di mutar forma alla montagna e di combattere il disastro nella sua causa; quindi non resta ai medesimi che di affidarsi al caso propizio o alla provvidenza, responsale o irresponsale insieme di tante aspettative e di tanti giudizi! Dovranno quei poveri pastori contentarsi di proteggere le casupole, disponendovi intorno degli enormi speroni di pietra, o ammassando all’ingiro delle mura ciclopiche, che valgano ad arrestare l’impeto delle nevi cadenti o piuttosto a romperne il corso, quando le medesime non piombino addosso in tale quantità da tutto demolire al primo urto!

Di tutte le forze che distruggono la montagna, la valanga è la più energica. Trascina tutto seco, terriccio e frammenti rocciosi, come un torrente che straripa. Inoltre, a motivo della fusione graduale delle nevi che ne formano lo strato inferiore, inumidisce talmente il suolo, che diviene una fanghiglia cedevole con profonde spaccature, per cui si sfascia per il proprio peso. Sino a grandi profondità, la terra è divenuta pressochè fluida; scorre lungo i pendî, trascinando seco i sentieri, i pezzi di roccia, le foreste e le case, come giuocattoli. Dei brani interi di montagna, rammolliti dalle nevi, sdrucciolano in massa; campi, pascoli, boschi e abitanti vengono travolti nella medesima rovina.

I bioccoli di neve, che si direbbero a prima vista del tutto innocui, valgono a demolire le montagne mercè il loro accumularsi e la lenta pervasione dell’umidità nel suolo. Alla primavera, ogni burrone mostra chiaramente questo lavoro di distruzione: è uno spettacolo imponente, una specie di cambiamento di scena a vista: le acque e le roccie, le nevi e le valanghe, i boschi e le rupi discendono con un disordine minaccioso dalle cime e s’incamminano verso la pianura.

 

Il ghiacciaio

Anche nel mezzo dell’estate, quando tutte le nevi si son fuse al soffio dei venti caldi, degli enormi ammassi di ghiaccio, chiusi nelle alte vallate, perpetuano ivi l’inverno, presentando un contrasto coi luoghi circostanti: è un passaggio rapido che fa grande effetto sul viaggiatore. Se il sole brilla in tutto il suo splendere, il calore diretto e quello che rimandano i ghiacci danno grave molestia al viandante; il caldo vi è maggiore che non nelle vallate inferiori, a motivo della secchezza dell’aria, di continuo priva di umidità, che viene assorbita dall’avida superficie del ghiacciaio.

Nelle vicinanze, si odono cantare di ramo in ramo gli uccelli, i fiori smaltano i prati, i frutti maturano sotto le foglie del mirtillo. Ma accanto a questo mondo, che ha in sè e diffonde tanta gioia, ecco il torvo ghiacciaio, colle sue larghe spaccature, gli ammassi di pietre, il terribile silenzio, l’apparente immobilità. La morte accanto alla vita! Diciamo apparente giacchè anche la massa di ghiaccio ha un suo proprio movimento: con lentezza, ma con forza invincibile, lavora, come il vento, le nevi, le pioggie, le acque correnti, e viene rimutando la superficie del pianeta. Dovunque i ghiacciai passarono, nell’una o nell’altra età geologica, l’aspetto del paese fu trasformato dalla loro azione. Al pari delle valanghe, i ghiacciai trasportano al piano i residui delle montagne, sempre in corso di degradazione; e ciò senza urti, senza violenze, mercè uno sforzo paziente d’ogni minuto.

L’azione del ghiacciaio, che nel suo movimento segreto non è facile riconoscere, ma che produce i più vasti risultati, comincia sulla sommità della montagna, alla superficie degli strati nevosi. Lassù, nei circhi solitarii, ove di rado si avventura l’uomo, fra quelle alte muraglie silenziose, il turbinoso nevischio ha deposto i suoi aghi pungenti e le larghe falde di acqua condensata, e quello strato uniforme non muta mai d’aspetto. D’anno in anno, di secolo in secolo, sempre la stessa bianchezza, pallida all’ombra delle nubi, scintillante ai raggi del sole. Si direbbe che quella neve sia eterna; e appunto con tal nome la designano gli abitanti delle pianure, che, dal basso, la vedono brillare accanto al cielo. Essi ritengono che rimanga sempre sulle vette più eccelse; e seppure il vento, incollerito, la solleva, credono che la deponga poi nello stesso posto, come le onde che ricadono nel sito medesimo ove vengono gonfiate dalla burrasca.

Ciò non è vero. Una parte della neve evapora e ritorna alle nuvole da cui è discesa. Un’altra parte della nevata, esposta ai raggi del sole e all’influenza del vento caldo del mezzodì, si sparge di goccioline che scivolano sulla superficie o penetrano negli strati inferiori, fino a che, rapprese di nuovo dal freddo, si congelano in gemme impercettibili. Per tal modo la massa di neve si trasforma insensibilmente col mezzo di miriadi e miriadi di molecole che si fondono, quindi si rapprendono di nuovo, per poi fondersi e ridivenire solide. Nello stesso tempo, la massa di neve si sposta a quel modo che il peso spinge alla distanza di pochi millimetri le goccie sciolte; e, a poco a poco, le nevi cadute sul culmine della montagna, ne discendono il pendio. Altre nevi ne prendono il luogo e si spostano mercè un lento movimento o squagliamento senza che l’occhio se ne avveda e senza che avvenga alcun apparente cambiamento. Ma per le nevi il tempo non ha il valore che ha per noi; hanno davanti a sè uno spazio indefinito ed è con lentezza che muovono verso il mare, che un giorno dovrà assorbirle, per uscirne poi di nuovo mercè la evaporazione e riprendere l’eterno cammino. Due generazioni, forse, si successero nei sottoposti declivi; l’avo è morto, e il bambino si trastulla accanto al ruscello, e quel bioccolo di neve, caduto in una grigia giornata, non è per anche uscito dalla massa, colla quale venne a confondersi; non fece che un brevissimo cammino; però anch’esso compierà fatalmente la sua via. Lento è il suo andare, per certo, ma incessante; quel molle mucchietto di neve s’è cangiato in cristallo, e si muove, si muove sempre. La gran massa, la gran nevata di quella invernata, s’è fatta più omogenea; e trasformata in ghiaccio, già s’avviò nella gola della montagna, ove è sospinta dal proprio peso. Sempre immobile in apparenza, lo sterminato cumulo potrebbe paragonarsi ad un fiume dalle acque rapprese, che corre entro un letto roccioso.

Innumerevoli insetti vivono e ronzano sull’erbetta dei pascoli; l’aria è dolce, e il pastore conduce i greggi sovra i greppi più elevati, da cui l’occhio spazia e scopre pure, fra le nereggianti rupi, le liste bianche delle nevi, che effettuano la loro solenne e poco meno che invisibile discesa.

Con uno sforzo incessante, il solido fiume prosegue il viaggio verso la pianura: si allargherebbe, intatto, sulle floride campagne, che abbelliscono la base della montagna, e giungerebbe fino al mare conservando il medesimo aspetto, se il dolce clima delle valli inferiori, il tepore dei venti, i raggi del sole non sciogliessero i ghiacci molto prima della meta che devono raggiungere.

Nel suo corso, il solido fiume si comporta come un fiume dalle acque fluttuose. Anch’esso procede ora diritto, ora tortuoso, presenta delle magre e delle piene, ed ha pure delle rapide e delle cateratte. Al pari dell’acqua che s’allarga o si restringe giusta la forma del letto, il ghiaccio s’adatta alle dimensioni del burrone che l’accoglie; sa modellarsi esattamente sulla roccia, sia nel vasto bacino le cui pareti si scostano notevolmente, sia nell’angusto passaggio ove le pareti si avvicinano per modo da chiudere quasi la via. Spinto dalle masse che si formano di continuo nelle regioni superiori, il ghiacciaio non cessa di sdrucciolare verso il basso, sia che il pendio sia quasi insensibile, sia che formi una serie di scanni ovvero di precipizi.

Tuttavia, il ghiaccio, non avendo la mollezza, la fluidità dell’acqua, compie, per così dire, con mal garbo, con una certa durezza selvaggia, i movimenti che gli vengono imposti dalla natura del suolo. Le sue cateratte non hanno la superficie unita dell’acqua fluttuosa che precipita dall’alto; ma, giusta le ineguaglianze del fondo e la coesione dei cristalli di ghiaccio, si rompe, si fende, si frastaglia in blocchi che s’inclinano in modo diverso, cadono gli uni sugli altri, si foggiano in obelischi bizzarri, in torricelle, in gruppi fantastici. Anche là ove il fondo dell’incanalatura è con sufficiente regolarità inclinato, la superficie del ghiacciaio non rassomiglia punto alla distesa uniforme delle acque d’un fiume. Il ghiaccio urtando contro le rive non può risentire gli effetti dell’acqua viva e scorrente, la quale forma delle mobilissime ondicine, ma si storce e si frange in spaccature che si incrociano e si urtano e producono un dedalo di sinuosità e di risalti.

D’inverno, e quando la primavera ha già rinnovato l’ammanto delle campagne inferiori, molte screpolature sono mascherate da densi cumuli di neve, che si estendono in strati non interrotti alla superficie del ghiacciaio: allora, se la neve non venne ammollita dal calore del sole, è facile camminare sopra questi abissi nascosti anche senza accorgersene: si oltrepassano dei burroni spaventevoli senza tema di sorta; il viaggiatore può ignorarli, come nulla sa del labirinto sotterraneo delle grotte e delle acque, e in generale dei misteri che la montagna nasconde coll’imponente sua massa.

Però il ritorno dell’estate non manca mai al suo ufficio; fonde a poco a poco le nevi superficiali. Il ghiacciaio, che procede senza posa e la cui massa frantumata vibra di un fremito continuo, scuote il mantello nevoso che lo ricopre; in alcuni punti, le vôlte si sfaldano e grossi pezzi s’inabissano nelle profonde fessure: non restano poi che dei ponti stretti e sospesi, sui quali non si osa arrischiarsi che dopo di aver riconosciuto ripetutamente col piede la solidità del passaggio.

È appunto in questa stagione che diviene pericolosa la traversata dei ghiacciai a motivo della larghezza delle fessure che si ramificano senza fine.

Dagli orli dell’abisso si vedono spesso, nell’interno, degli strati sovrapposti di ghiaccio azzurrognolo, un tempo soffici masse di neve, listate di striscie nerastre, avanzi d’ogni sorta caduti sulla neve; ma spesso il ghiaccio, chiaro e omogeneo in tutta la sua massa, sembra una sola lastra enorme di cristallo.

E la profondità di questi pozzi? Chi può misurarla? Una sporgenza del ghiaccio o le tenebre impediscono allo sguardo di spingersi sino al fondo solo, si odono a volte dei rumori misteriosi, che s’alzano dall’abisso: e dell’acqua che scorre, una pietra che si stacca, un pezzo di ghiaccio che si fende e s’inabissa.

Degli esploratori discesero nelle fenditure dei ghiacciai per misurarne lo spessore e per studiare la temperatura e la composizione dei ghiacci profondi.

A volte fecero queste esplorazioni con poco pericolo, penetrando lateralmente nelle fessure, che si aprono, talora, verso la parte inferiore delle rupi, dentro le quali si muove il ghiaccio. In altri casi, s’è dovuto discendere col mezzo di corde, come il minatore che penetra nel seno della terra. Ma se degli studiosi, adottando le maggiori precauzioni, hanno saputo esplorare i pozzi dei ghiacciai senza danno di sorta e con vantaggio della scienza, quanti incauti pastori e quanti viaggiatori imprudenti vi caddero miseramente! Vi furono, però, dei montanari, che caduti al fondo di un crepaccio, feriti, perdendo sangue, smarriti nelle tenebre, seppero rialzarsi, serbare il proprio coraggio e formare il proposito di rivedere la luce. Uno, fra gli altri, che io ebbi la fortuna di conoscere, seguì il letto di un ruscello, formatosi sotto il ghiacciaio, e compì un vero viaggio al di sotto dell’enorme vôlta, col timore di vedersi ad ogni momento abbarrata la via o di rimanere schiacciato sotto qualche frammento della volta medesima. Dopo una simile escursione, non rimane all’uomo che di discendere nella bocca di un cratere per esplorare il serbatojo sotterraneo delle lave!

Senza meno dobbiamo lodare grandemente il dotto coraggioso, che discende nelle cavità del ghiacciaio per studiarne le strie, i cristalli e quanto interessa la scienza; ma quante cose importanti possiamo osservare anche alla sua superficie, quanti graziosi particolari ci è dato di scoprire, e come ci si rivelano, da questo semplice esame, delle leggi importanti.

E in vero questo caos apparente ha pure le sue leggi immutabili! Perchè, in un dato punto, una fessura si apre nella massa agghiacciata? Perchè, ad una certa distanza, il crepaccio, che s’è gradualmente ingrandito, si restringe di nuovo e il ghiacciaio torna a rassodarsi? Perchè la superficie tondeggia regolarmente da una parte per incavarsi dall’altra? Nell’osservare queste accidentalità, che riproducono grossolanamente le pieghe, le ondicine, gli avvallamenti dell’acqua fluttuosa in un punto e il suo distendersi e rigonfiarsi altrove, si ha un altro argomento per riconoscere la grande semplicità delle leggi della natura, quella unità meravigliosa che presiede a tutte cose.

Quando siamo entrati, ci si conceda l’espressione, nell’intimità del ghiacciaio, mercè lunghe esplorazioni, e quando si conosce la ragione dei piccoli cambiamenti che avvengono alla sua superficie, è una gioia, una delizia percorrerlo nei bei giorni d’estate. Il calore del sole gli ha dato più che mai movimento e voce.

Dei rivoletti d’acqua, quasi impercettibili dapprima, filano in ogni senso, per unirsi in scintillanti ruscelli, che incidono la lastra del ghiacciaio, e scompaiono poi ad un tratto in un crepaccio, facendo udire con voce argentina un tenue lamento. Si gonfiano o scemano giusta le oscillazioni della temperatura. Se appena una nube oscura il sole, l’atmosfera si raffredda, e i rivoletti non hanno quasi più acqua: il calore aumenta, i ruscelli insuperbiscono ed hanno il moto audace dei torrenti; trascinano, persino, della sabbia e dei ciottoli per formare degli argini, delle isole, insomma un vero deposito di alluvione! Poi, verso sera, si calmano, e il freddo notturno li congela di nuovo.

Anche i sassolini caduti sul ghiacciaio dalle pareti vicine si agitano e si spostano durante gli influssi estivi, che avvivano temporaneamente il campo di ghiaccio fondendone lo strato superficiale. Il pendio ghiaioso, lungo il ruscello, si sfalda mercè parziali sfranamenti e cade nei crepacci. Allora della ghiaia nerastra rimane sparsa sul ghiacciaio; i ciottoli assorbono e concentrano il calore, e, crivellando il ghiaccio al di sotto, vi formano migliaia di fori cilindrici. Più in là, al contrario, dei vasti ammassi di residui d’ogni specie e di grosse pietre impediscono al calore solare di penetrare al di sotto; all’intorno, il ghiaccio si fonde ed evapora; quelle pietre formano dei pilastri, che par quasi escano dal ghiacciaio come colonne marmoree; ma hanno breve durata, si frangono rumorosamente per il proprio peso, si sparpagliano in mille frantumi, per ricominciare il giorno dopo una evoluzione consimile. Questi piccoli drammi della natura rianimata acquistano poi un pregio di gran lunga maggiore, quando la natura organica vi prende parte. Attirata dalla tepidezza dell’aria, s’affretta al ghiacciaio con volo festoso la farfalla, mentre la pianticella, caduta con una frana dalla vicina roccia, si giova del breve respiro concessole per rimettere radici e per offrire al sole la sua ultima corolla. Sulle coste polari dei navigatori videro un tappeto di vegetazione abbellire un alto argine, formato alla base di ghiaccio e di terra nella base superiore.

 

La morena e il torrente

I piccoli fenomeni, che avvengono ogni giorno e che abbiamo testè descritti, a bella prima si riterrebbe che non debbano influire gran che sulla storia del mondo. Infatti, che è mai il lavoro del ghiacciaio in una giornata estiva? La sua massa, pur procedendo con sforzo costante, ha appena progredito di pochi centimetri; due o tre roccie si sono staccate dalle pareti per cadere sul campo mobile dei ghiacci; il ruscello, che trasporta le acque di fusione, si è allargato alquanto, e nel suo letto, i ciottoli si urtano con maggiore violenza; ma nel suo complesso ogni cosa ha conservato la solita apparenza. Chi non direbbe che la natura è assai lenta nella sua opera di perpetuo rinnovamento?

Nullameno, le minime trasformazioni di ogni giorno, di ogni minuto devono, necessariamente, produrre grandi cangiamenti nell’aspetto della terra, delle vere rivoluzioni geologiche. Questi ciottoli, questi frammenti di roccie, che cadono dagli scoscendimenti superiori sul letto del ghiacciaio, s’accumulano a poco a poco al basso, formando degli enormi baluardi di pietre; camminano lentamente insieme colla massa che li trasporta; ma altri residui, che pure sfranano dall’alto, vengono ad occupare il posto dei precedenti.

Per tal modo, dei lunghi convogli di roccie, accumulati in disordine accompagnano il ghiacciaio della sua marcia: al fiume di ghiaccio s’aggiungono dei fiumi di pietre, che provengono dalle rupi, che il tempo o le meteore hanno logorato, e da quei declivi che furono maggiormente disastrati dalle valanghe.

Giunto all’uscita delle alte gole in una zona di temperatura più dolce il ghiacciaio non può più mantenersi allo stato cristallino; si fonde in acqua e lascia cadere il suo fardello di pietre. I copiosi materiali trasportati si sfasciano e poi si accumulano, formando una barriera più o meno elevata; all’estremità di parecchi ghiacciai questi ammassi caotici di pietre formano delle vere montagne, dalla base o dallo scarco, se volete, poco saldo, quindi nel loro insieme vacillanti. Dopo una non interrotta serie di anni nevosi, la massa del ghiacciaio aumenta e s’allunga; e quindi raggiunge questi monticelli di pietre, li trascina ancora seco e li spinge innanzi. In seguito, mercè l’influenza di una temperatura più dolce, d’inverni meno abbondanti di neve, tutta la parte inferiore del ghiacciaio si squaglia lasciando vuoto l’intero bacino roccioso che gli serviva di letto; la «morena», cioè l’ammasso delle pietre, al cessare dell’impulso che la spingeva innanzi, rimane isolata ad un certa distanza dal ghiacciaio: dietro di essa si vedrà la pietra nuda, pulita, levigata dal peso enorme che vi si moveva sopra poc’anzi, e coperta qua e là di fango rossastro, formato dal polverizzamento di sassi e ciottoli trascinati. Un’altra morena di residui accumulati si formerà a poco a poco dinanzi lo scarco del ghiacciaio, che fu ridotto entro più brevi confini.

Le traccie indiscutibili dell’antica azione dei ghiacci, si notano a distanze considerevoli dal vestibolo delle vallate. Delle intere pianure, un tempo sparse di acque, furono gradualmente colmate dal fango e dai sassi, che il ghiacciaio spingeva a sè dinanzi; le sporgenze delle montagne e delle colline, che si trovavano sul passaggio del solido fiume, furono smussate e pulite; e per ultimo, delle roccie sparse, delle morene furono deposte assai lontano, anche sul pendìo di montagne appartenenti ad altre masse.

Si riconosce facilmente l’origine di queste pietre dalla composizione chimica, dalla disposizione dei cristalli e dei fossili: talora i caratteri distintivi hanno una tale precisione che si può indicare, sulla stessa montagna, il circo elevato da cui si è staccato il blocco errante. Quanti anni e secoli ha durato il viaggio? Molti, senza dubbio, a dedurlo dal tempo che impiegano le pietre trasportate dai ghiacciai attuali per compire il loro cammino, tempo che è stato esattamente misurato. Fra questi blocchi erratici ve ne ha di quelli che i dotti hanno resi molto notori colle interessanti loro osservazioni e che si rivedono volontieri come vecchi amici.

Le pietre che si incastrarono nelle pianure, gli ammassi di fango trasportati lontano, le traccie in genere attestanti la presenza di antichi ghiacciai, ci consentono d’immaginare quali furono le grandi alternative del clima e le immense modificazioni del rilievo e dell’aspetto terrestre durante le età geologiche. Tenendo conto di questi residui, vediamo in un’epoca remota la nostra montagna e le sue vicine rizzarsi molto al di sopra delle vette attuali; le punte supreme oltrepassavano le nuvole più elevate, e i vapori dello spazio venivano a trasformarsi in nevi o in aggi[1] di ghiaccio urtando contro la gigantesca parete; i pascoli ad anfiteatro, le valli verdeggianti, i versanti ora imboschiti erano coperti da uniformi lastre di ghiaccio; nella vallata non si vedevano ancora nè cascate, nè laghi, e nemmeno praterie e ruscelli; lo immenso fiume agghiacciato, d’un volume superiore ad ogni attuale esempio, riempiva tutte le depressioni; e, al di là della vallata, s’allargava nella pianura al di sopra delle colline e sino ad un limite molto lontano. Tale era, al tempo dei nostri antichissimi progenitori, l’aspetto che presentava il monte carico di ghiacci; e pei più tardi nostri nepoti, nella distanza indefinita dei secoli, il quadro sarà cangiato. Forse il ghiacciaio, allora del tutto fuso, sarà sostituito da un ruscelletto; la montagna medesima non sarà più, e un leggiero rialzo di suolo ne indicherà il posto; mentre la pianura attuale, del tutto sconvolta, offrirà delle enormi differenze di livello, e in alcuni punti sorgeranno delle alture, desiderose di rivaleggiare, quando che sia, colle montagne, e che non foss’altro, andranno gradatamente innalzandosi.

Ma mentre noi pensiamo alla storia della montagna e del suo ghiacciaio, a quello che furono e a quello che diverranno un giorno, ecco il torrentello che esce rumoreggiando dai ghiacci e che va per il mondo affine di concorrere anch’esso all’opera di rinnovamento continuo della terra! L’acqua, divenuta biancastra o lattea a motivo delle innumerevoli molecole di roccie triturate, che porta in sospensione, non è poi altro che il ghiacciaio stesso che passa allo stato liquido. Ma qual differenza, tuttavia, fra la massa solida coi suoi crepacci, colle grotte, coi cumoli di pietra, pendii fangosi, e quell’acqua che zampilla allegramente e serpeggia cinguettando tra i fiori. È uno degli spettacoli più curiosi della montagna l’improvvisa apparita del ruscello, che, durante il suo corso superiore, scorre nell’oscurità, invisibile, alimentato da miriadi di goccioline che cadono dalle fessure della vôlta. La caverna, da cui esce il torrente, muta ogni giorno di forma, giusta gli scoscendimenti e la fusione dei ghiacci: di solito, però, è facile addentrarsi fino ad un certo punto nella grotta, e ammirarne le pareti, terse quale specchio, la luce azzurrognola, i riflessi mutevoli.

La stranezza dello spettacolo, l’ansietà che agita il cuore, quel non so che di vago e di misterioso, tutto illude e commuove a segno che uno si crederebbe trasportato in un luogo sacro. «Mille e tre volte benedetti» si credono i pellegrini indiani, che, dopo di avere risalito il Gange sino alla sorgente, osano penetrare sotto alla vôlta tenebrosa da cui si slancia il sacro fiume!

I torrenti, che filano dai ghiacciai, apportano alla pianura, con una grande regolarità, proveniente dal ricorso delle stagioni, l’acqua fecondatrice e il limo alluvionale, che si forma in quella vasta officina di triturazione, la quale agisce di continuo sotto il ghiacciaio. Durante la stagione fredda delle nostre zone temperate, quando le pioggie cadono più frequentemente nelle campagne, e, invece di evaporare, si aprono la via verso i fiumi, il ghiacciaio si rapprende più che mai, aderisce dovunque alla vôlta che lo ricopre, al letto dentro cui scorre, e non lascia uscire che uno scarso ruscelletto; a volte il ruscelletto manca al tutto di acqua; neppure una goccia discende dalla montagna. Però, a misura che il caldo ritorna e che la vegetazione chiede, per le foglie e pei fiori, una maggiore quantità d’acqua; a misura che la vegetazione si fa più attiva e che il livello dei fiumi tende ad abbassarsi, i torrenti dei ghiacciai si gonfiano, si cangiano temporaneamente in fiumi e forniscono l’umidità necessaria ai campi arsicci e assetati.

Si stabilisce una compensazione delle più utili per la prosperità delle contrade, irrigate da corsi d’acqua che vengono parzialmente alimentati dai ghiacciai. Quando gli affluenti, gonfiati dalla pioggia, scorrono in abbondanza, i torrenti della montagna non apportano che un tenue tributo liquido; e, di rimando, straripano quando gli altri fiumi sono quasi secchi: mercè questo compenso, una certa egualità si mantiene nel livello del fiume, nel quale sfociano i diversi corsi d’acqua.

Nell’economia generale della terra, il ghiacciaio, immobile in apparenza, sempre sì lento e calmo nella sua forza, è un grande elemento di equilibrio.

Di rado esso introduce un disordine impreveduto nella natura. Ciò può accadere, per esempio, quando un ghiacciaio laterale, spingendo innanzi una larga diga di residui o avanzando esso medesimo attraverso un torrente uscito dal ghiacciaio principale, ne accumola le acque e forma così un lago, che si allarga di continuo. Per molto tempo la diga resiste alla pressione della massa liquida; ma in seguito ad uno squagliamento ragguardevole di neve, o per altra cagione, può accadere che la barriera di ghiacci e di pietre ammucchiate ceda ad un tratto. Allora il lago prorompe dal recente letto e dà origine ad una spaventevole valanga: l’acqua si precipita con furore sulla vallata sottoposta, travolgendo seco le lastre di ghiaccio, i sassi ed ogni residuo strappato alle rive mal ferme: rovina i ponti, distrugge i mulini, abbatte le case, trascina gli alberi dei bassi pendii, quanto incontra sul suo passaggio, giacchè nulla può scemare la sua violenza: scalza intere praterie, come se un immenso vomero vi trascorresse sotto, le travolge e ripiega in cento guise, ne spezza e rimpasta le zolle erbose, e dissemina il terriccio in quella indescrivibile e tumultuosa confusione di materiali d’ogni specie. È un vero diluvio, e malcapitate le valli che si trovano sulla strada dell’inondazione: il disastro non ha limiti e se ne trasmette il racconto di generazione in generazione.

Sono, però, delle catastrofi assai rare e che divengono sempre meno probabili nei paesi inciviliti, ove le popolazioni minacciate hanno cura di prevenire il pericolo scavando dei canali di scarico, mercè cui i serbatoi lacustri, che si formano dietro una diga mobile di ghiacci o di pietre, possono emettere il soverchio delle acque. Così frenato nei suoi eccessi, il ghiacciaio non può che giovare il paese irrigato dalle sue acque. È il ghiacciaio che lo inumidisce nella stagione, in cui potrebbe nuocergli maggiormente la siccità; è il ghiacciaio che ne reintegra la forza vegetativa distendendovi della terra vegetale ancora vergine e ricca dei migliori elementi chimici.

Il ghiacciaio non è altro, se ben si guardi, che un lago, un mare d’acqua dolce, che può avere un volume enorme: ma questo lago, sospeso sul dosso dei monti, s’effonde con lentezza e con una tal quale studiata misura. Contiene dell’acqua più che sufficiente per inondare tutte le campagne sottoposte, ma sa ripartire con discrezione i suoi tesori, e aspetta di farlo nella stagione più opportuna. Quella massa di ghiaccio, quantunque abbia l’aspetto della morte, giova potentemente la vita, e non fa che risparmiare, in una calma sublime una forza, che viene poi rivolta a beneficio degli uomini, e per compire i mirabili disegni della natura.

 

Le foreste e i pascoli

Le nevi e i ghiacci, che, squagliandosi, nutrono i torrenti e i fiumi durante l’estate, servono, come s’è visto, al mantenimento della vegetazione, non solo alle falde della montagna, ma anche a grandissima distanza. Però la montagna, mentre prodiga tanta parte di sè, conserva sufficiente umidità per nutrire la propria flora, la quale, a proporzione di spazio, è molto più ricca od almeno più varia di quella del piano. Dal basso, lo sguardo non può rilevare i particolari della scena offerta dalla verdeggiante montagna, ma ne abbraccia il magnifico insieme, e gode dei mille contrasti che l’altezza, gli accidenti del suolo, l’inclinazione dei pendii, l’abbondanza dell’acqua, la vicinanza delle nevi e tutte le altre condizioni fisiche producono sulla flora alpina.

Alla primavera, quando tutto rifiorisce, è un raro diletto vedere il verde delle erbe e del fogliame pigliare il posto del monotono candore delle nevi. Gli steli dell’erba, che possono riprendere vita, smettono la tinta rossiccia per rianimarsi coi colori primaverili, una tinta gialla bianchiccia dapprima quindi verde vivace. Miriadi e miriadi di fiori smaltano le praterie; qui non vedi che ranuncoli, più là degli anemoni e delle primavere, che sbocciano a cespi; ma in una parte della prateria, il verde quasi scompare sotto il bianco niveo del grazioso narciso dei poeti o sotto il lilla del zafferano, che dalle radici all’orlo della corolla è tutto un profumo: accanto ai rivoletti, la parnassia dischiude la variopinta corolla; laggiù dei fiorellini bianchi o azzurri, rosa o gialli, fitti fitti, sì che quei colori dominano su tutto il declivio erboso, e dal versante opposto si può riconoscere la specie di pianticella o di fiore che prevale sui pascoli prospicenti, mano mano che la neve indietreggia verso le alture per cedere posto al tappeto verde che è già tutto profumato. Fra poco anche gli alberi saranno della gioiosa partita.

Al basso, sovra i primi declivii, gli alberi fruttiferi, che, poche settimane dopo di aver deposto il niveo ammanto, si vestono di un altro velo niveo, quello dei fiori. Più alto, i castani, i faggi, varie specie di arbusti si coprono di un verde morbido; da un giorno all’altro, si direbbe che la montagna si rivesta di un meraviglioso tessuto, nel quale al velluto si combina la seta con fili aurei ed argentei e mille graziosi ricami. Grado grado, la recente verzura delle foreste e delle macchie innoltra verso la sommità; dà, per così dire, la scalata ai burroni e alle vallette per conquistare i dirupi più elevati, che campeggiano in mezzo ai ghiacciai. Lassù, è tutta una festa, tanto più geniale per l’occhio quanto meno aspettata. Perfino le roccie più cupe, che nereggiano sulla candida distesa delle nevi s’adornano anche nelle minime anfrattuosità di ciuffetti verdi, quasichè vogliano anch’esse partecipare alla lietezza della primavera.

I pascoli più elevati, quantunque meno sontuosi, di un verde meno molle ed esuberante e meno smaltato di fiori, sono forse più graditi all’occhio delle praterie inferiori; è un tappeto verde che invita il viaggiatore, con una morbidezza più dolce, e, quasi si direbbe, più intima, ad un riposo, che certo non farebbe sospirare i tumulti cittadini. Si passeggia senza fatica di sorta sulla fine erbicciuola e si fa più facile conoscenza coi fiori che sbocciano a miriadi dai cespi verdeggianti.

Ivi del resto, lo splendore delle corolle è incomparabile. Il sole vi dardeggia dei raggi più cocenti, la cui azione chimica è più potente e più rapida: elabora nei succhi delle sostanze coloranti di una bellezza più perfetta. Armati di lenti, il botanico ed il fisico riconoscono positivamente il fenomeno; ma, anche senza i loro istrumenti, il viaggiatore riconosce a prima vista che la flora del piano non offre un turchino così vivace da eguagliare l’azzurro intenso della piccola genziana. Incalzate dalla brevità del tempo, impazienti di vivere e di godere, le piante si fanno più belle; s’ornano di colori più spiccati, giacchè la stagione della gioia è passeggiera: non appena l’estate sarà fuggita, perderanno i bei colori ed anche la vita.

Lo sguardo è affascinato dalle larghe zone di erba, costellate del vivo roseo, che tanto piace nel silenzio, e sparse di mazzetti di miosotide e dei larghi fiori dall’aureo cuore dell’aster alpino. Sui pendii brulli, fra mezzo alle roccie aride, cresce l’orchide nera dal profumo di vaniglia e il «piede di leone», il cui fiore non appassisce mai ed è simbolo di eterna costanza.

Fra queste pianticelle dai fiori splendidi, ve ne ha che non temono la vicinanza della neve e dell’acqua ghiacciata. Non sono punto freddolose! Perfino sull’orlo dei campi di neve o dei ghiacciai, i succhi vitali circolano abbondantemente nella delicata soldanella, che spenzola al di sopra della neve la sua corolla di una sfumatura sì morbida e poetica: quando brilla il sole, ben si può dire di essa che ha le sue radici nel ghiaccio e la testa nel fuoco.

Anche al termine delle nevi, il torrente, a cui il ghiaccio appena squagliato dà ancora una tinta lattea, cinge amabilmente coi suoi rami un’isoletta tutta in fiore, mazzo smagliante di colori che freme ad ogni spiro di vento. Più in là, il candido letto, a cui la vicina rupe contese i raggi del sole, è tempestato di fiori; il dolce tepore, che diffondono intorno a sè, viene sciogliendo all’ingiro la neve; par quasi che essi sbocciano da una coppa di cristallo, a cui l’ombra dà una tinta turchiniccia. Altri fiori, meno arditi, non osano avvicinarsi troppo alla neve, ma hanno cura di coprirsi di una molle pelliccia di muschio. Tale è, per esempio, il piccolo garofano rosso, detto della neve: si sarebbe tentati di paragonarlo ad un rubino deposto sopra un cuscino di velluto verde nel bel mezzo di una aiuola di lanuggine bianca.

Sui pendii della montagna, le foreste s’alternano coi tratti erbosi, ma non a caso. La presenza dei grandi alberi, è sempre indizio che ivi la terra vegetale è molto abbondante, e che l’acqua per certo non fa difetto. Così osservando la distribuzione delle foreste e dei pascoli, si possono rilevare, anche da lontano, le particolari condizioni della montagna, semprechè l’uomo non sia intervenuto brutalmente abbattendo gli alberi e modificando l’aspetto del paesaggio.

Pur troppo, in alcuni luoghi, l’uomo, cupido di danaro, ha vandalicamente tagliati tutti gli alberi; non vi resta più nemmeno una ceppaia; sicchè le nevi invernali, non più fermate nella discesa dal verdeggiante baluardo, sdrucciolano oramai con piena libertà; denudano le roccie, sconvolgono la terra vegetale, seco travolgendo perfino l’ultima radice.

L’antica venerazione è quasi venuta meno del tutto. Un giorno, il boscaiuolo s’avvicinava con rispetto alla silenziosa foresta della montagna, e vi entrava con un raccoglimento quasi religioso: il vento, che gemeva fra gli alberi, aveva per lui un linguaggio pressochè divino: per tacere delle fantasie superstiziose che gli passavano per il capo, non mancava mai di ricordare delle tradizioni locali, nelle quali il bosco sosteneva molta parte: e per poco non vedeva degli esseri vivi o dei fantasmi balzare dai tronchi annosi: e nel recidere un ramo forse temeva che desse sangue umano, giusta le credenze poetiche e mistiche del medio evo e dei romanzi cavallereschi. Se pur gli era imposto di adoperare la scure contro quei giganti, nol faceva che con ossequio, come se temesse di disturbare o di ferire qualche vita misteriosa; aveva l’aria di chiedere perdono alla pianta stessa. Nell’impugnare la scure, i rami fremevano sulla sua testa; e, chi sa, gli pareva che fosse un segno di protesta; le rugosità della corteccia prendevano per lui quasi un’espressione incollerita: al primo colpo, il legno umido faceva pensare alla rosea carne di una Driade. Ma adesso questo lavorìo fantastico del pensiero è del tutto cessato; e il boscaiuolo compie molto duramente e prosaicamente il suo ufficio.

Però, anche ai giorni nostri, s’incontrano spesso gli alberi particolarmente venerati. Il montanaro non sa il perchè, e non vuol nemmeno essere interrogato in proposito; ma, in parecchi luoghi, si veggono delle quercie antichissime, rispettate dai nativi, e cinte di palizzate per difenderle dagli animali e dai viaggiatori insolenti. Nella vecchia Bretagna, quando si era in punto di morte e non si trovava lì per lì un prete per raccogliere la confessione, era volgare credenza che bastasse l’autoconfessione a piè di un albero; i rami udivano, e lo stormire lamentevole delle fronde portava al cielo l’ultima preghiera del moribondo.

Se non chè, se qualche vecchio tronco è rispettato in memoria dei tempi andati, o di fatti occorsi nelle vicinanze, la foresta non ispira più un santo terrore: ora, i proprietari dei boschi, se ci hanno interesse, non hanno riguardo di sorta e distruggono senza pietà specialmente se non è provato che il bosco serva a rattenere le valanghe. Basta che ci sia il profitto, basta che la spesa del taglio e del trasporto sia sufficientemente compensata dalla vendita del legname! Se molte foreste serbano ancora virginale interezza e vigoria, ciò si deve all’elevata posizione, alla mancanza di strade, alla difficoltà di trasportare gli alberi abbattuti. Ma quando i mezzi di trasporto sono agevoli, quando i fusti si possono far sdrucciolare sovra piani inclinati, e giù nella valle il torrente ha forza sufficiente per spingere i tronchi, riuniti insieme a mo’ di zattere, verso il piano: quando al piano la forza motrice delle acque può essere utilizzata da poderose segherie meccaniche, allora le foreste corrono grande pericolo di essere investite dai taglialegna. Se i medesimi sanno sfruttarle con intelligente misura, e moderano con cura i colpi per modo da non scemare le raccolte di legname delle annate successive e di sviluppare nel suolo forestale la massima forza possibile di produzione, la società non ha che a rallegrarsi in attesa di nuovi e forse maggiori profitti per l’avvenire.

Ma a volte avviene che si tagli senza alcun ritegno; si rade completamente la foresta, senza tener conto del danno immenso che si fa agli altri ed anche a sè stessi: una specie di frenesia invade questi incauti demolitori, che meritano davvero di essere additati al pubblico biasimo.

Le foreste, che rimangono ancora sui declivi delle nostre montagne, di una bellezza vigorosa e robusta, fanno ricordare con rammarico quelle che ci furono tolte da avidi speculatori. Sui primi pendii lambiti dalla pianura, le boscaglie di castagni vennero in genere risparmiate a motivo della ricca chioma; delle foglie si fa strame per le bestie e il frutto è cercatissimo, specie nelle lunghe serate invernali. La raccolta, che se ne fa, è attesa con pazienza sui monti, ed è una festicciola, paragonabile in certo qual modo alla vendemmia, che rallegra la vita autunnale dei pianigiani. Certo le foreste di castagni sono fra le più variate e pittoriche del mondo, non escluse dal paragone quella delle regioni tropicali, ove si alternano in gruppi gli alberi dall’aspetto e dai prodotti più diversi. Il pendio erboso, sul quale questi colossi diramano le loro radici, è quasi sgombro di cespugli per cui l’occhio abbraccia con libertà delle vaste prospettive sotto l’intreccio dei rami, bizzarramente spiegati. In più luoghi, la verdeggiante volta lascia passare la luce del cielo; il grigio delle ombre e il giallo morbido dei raggi oscillano giusta il fremito delle foglie; i muschi e i licheni, che tappezzano le cortecce rugose, aumentano l’effetto di questi lumi e di queste ombre fuggitive. Gli alberi, sia che si rizzano isolati, sia aggruppati a due o a tre differiscono di forma e di aspetto. Quasi tutti pare che abbiano sofferto un movimento di torsione da sinistra a diritta; ma, mentre il tronco dell’uno è abbastanza unito e i suoi rami si biforcano e suddividono regolarmente, l’altro presenta delle strane gibbosità, dei nodi, delle verruche bizzarramente ornate di ciuffi. Si veggono delle piante vetuste dal tronco enorme, che perdettero tutti i rami, scavezzati dalla bufera, per rimettere dei ramoscelli acuminati come lancie.

Ve ne ha che conservano il lusso dei rami, ma il tronco è imputridito all’interno; il tempo ha rosa la corteccia, schiudendovi delle cavità più o meno profonde: forse non resta che un po’ di legno coperto dalla corteccia, che pur basta a reggere tutto il peso della vegetazione superiore. Tratto tratto si nota una ceppaia di poderose dimensioni: il tronco disparve; però su questa imponente rovina, già crescono dei nuovi alberi distinti ma immiseriti, e ben inferiori al gigante che vi teneva tanto posto.

Per tal modo, la foresta offre i maggiori contrasti: acanto a degli alberi ben venuti, superbi di aspetto e di maestoso sviluppo, degli alberetti rattrappiti, contorti, dei gruppi dalle forme strane, che, veduti di notte o nelle ore crepuscolari, possono suscitare dinanzi alla fantasia immagini paurose, i vaghi e mostruosi ricordi della favola e del sogno!

Anche i faggi preferiscono di raggrupparsi in foreste, come i castagni, ma presentano delle differenze e dei contrasti molto minori. Diritti come colonne, quasi tutti; e dei lunghi cannocchiali, se giova l’espressione, fra gli alti fusti, consentono allo sguardo di spingersi lontano. I faggi sono lisci, dalla scorza lucida coperta di licheni; alla base vestiti di muschio verde; dei ciuffetti di foglie abbelliscono sparsamente la parte bassa del tronco: ma a quindici metri al disopra del suolo, i rami si spiegano e s’intrecciano, da albero ad albero, formando, quasi, una volta continua, attraversata in modo regolare da raggi paralleli che diffondono una mite luce sull’erba. L’aspetto della foresta è severo e insieme ospitale: un dolce lume, composto di fasci brillanti della tinta verdognola per il riflesso delle foglie, riempie i viali e si mesce alla loro ombra, formando un giorno vago pallido, senza bruschi passaggi di luce, ma insieme abbastanza chiaro. A questo lume, si distingue nettamente tutto ciò che vive al piede dei grandi alberi: gli insetti che strisciano, i fiorellini tremolanti, i funghi e i muschi che tappezzano il suolo e le radici: e sovra i fusti, disposti regolarmente, i caldi raggi fanno vivamente spiccare licheni bianchi o giallo oro. Le foreste di faggi mutano d’aspetto giusta il variare delle stagioni. Al principio dell’autunno, la fioritura si colora di tinte diverse, fra le quali dominano le sfumature brune e rossastre; poi appassisce e cade al suolo, che copre con un folto strato di foglie secche, agitate dal minimo soffio di aria. La luce del sole pervade liberamente la foresta, tra i rami nudi, ma vi cade pure la neve e vi si diffonde la nebbia; il bosco rimane silenzioso e triste sino ai giorni di primavera, quando i primi fiori sbocciano accanto alla neve, che rapidamente si squaglia, quando i bottoncini e le gemme rossiccie diffondono fra i rami impazienti di rivivere, una incerta luce d’aurora.

La foresta di abeti, che grandeggia alla medesima elevazione dei faggi sui versanti dei monti, ma a una diversa esposizione, fa una impressione severa, per non dire triste. Si direbbe che essa abbia un terribile secreto da conservare: delle sorde voci escono dai rami, quindi si estinguono del tutto come il lontano rumorio delle onde. Ma è in alto, nei rami aerei, che si diffonde il rumore; al basso, tutto è calmo, impassibile, sinistro: i rami, carichi di nero fogliame, si incurvano sino al suolo; si prova un tremito passando sotto quelle volte oscure. Quando la neve peserà sovra quei rami robusti, non si piegheranno, non vacilleranno sotto quel carico ingrato, e lasceranno solo cadere sull’erba una polvere argentina. Si è quasi tentati di supporre, che quei rami abbiano una volontà tenace, tanto più valida perchè uniti allo stesso tronco e quasi associati nello stesso bisogno di crescere e di innalzarsi. Nel salire la montagna, attraverso la foresta, è facile accorgersi che gli alberi devono sempre più lottare affine di sfuggire agli effetti di una temperatura più fredda.

La corteccia è più rugosa, il tronco meno diritto, i rami più nodosi, il fogliame più duro e meno abbondante: se valgono a resistere alle nevi, alle tempeste, al freddo, ciò si deve in parte al mutuo appoggio che si offrono: isolati, perirebbero; associati in foreste, continuano a vivere. Ma quando avvenga che gli alberi, i quali formano la prima palizzata di difesa, verso la furia dell’uragano, in tutto e in parte cedano e cadano infranti, anche gli alberi vicini saranno tra poco scossi dalla bufera e rovesciati.

La foresta offre immagini di un esercito, e gli alberi sono disposti, come soldati, in linea di battaglia. Solo uno o due abeti, più robusti degli altri, occupano una posizione avanzata, come sentinelle perdute. Solidamente radicati nella roccia, abbarbicati con ostinata fermezza, corazzati di rugosità e di nodi come di un’armatura, tengono fronte alle burrasche, e scuotono baldanzosamente il loro fiocchetto di foglie. Ho veduto uno di questi eroi che si era impadronito di un punto isolato e di là dominava una immensa estensione di valli e di burroni. Le sue radici, che la terra vegetale, poco profonda, non aveva potuto coprire, avviluppava la roccia per un tratto considerevole, rampanti e tortuose come serpenti, si riunivano in un sol tronco basso e nodoso che si levava maestoso e formidabile, come se volesse prendere possesso della intera montagna. I rami de l’albero, lottatore indefesso contro le forze nemiche, si erano piegati, ma non spezzati, sotto l’impeto del vento, ancora fermi e stretti quasi in sè per maggiore resistenza, potevano sfidare la collera di cento uragani.

Al di là della foresta di abeti e della sua piccola avanguardia, esposta a tutte le bufere, crescono ancora degli alberi, ma sono di tale specie, che invece di elevarsi diritti verso il cielo, serpeggiano sul suolo e scivolano paurosamente nelle anfrattuosità per sfuggire al vento e al freddo. È in larghezza che si sviluppano i rami, serpentini come le radici, si ripiegano accanto di esse e profittano di quel po’ di calore che ne emana. Non altrimenti, per riscaldarsi, nelle notti invernali le pecore dormono a ridosso l’una dell’altra. Facendosi piccolo, cioè presentando minor superficie al freddo ed al vento, può vivere ad altezze considerevoli il ginepro: lo si vede strisciare verso le cime nevose molto al disopra dell’abete che pure osa avanzarsi tanto. Anche gli arbusti, come la rosa delle Alpi, possono giungere a ragguardevole altezza a motivo della forma sferica o cupolare dei gambi stretti fra di loro. Più in alto, tuttavia, la lotta contro il freddo diviene impossibile; gli arbusti cedono luogo ai muschi che si distendono sul suolo, e ai licheni, che fanno quasi un tutto colla roccia: uscita dalla pietra, la vegetazione per così dire vi rientra.

 

Gli animali della montagna

Ricca di foreste, d’arbusti, d’erbe e di muschi, la montagna è, relativamente, povera d’animali: sembrerebbe quasi del tutto deserta, se i pastori non vi avessero condotti i greggi di pecore e di mucche, che si vedono da lungi, sul verde dei pascoli, come punti rossi o bianchi; e se i cani di guardia, sempre vigilanti, non corressero senza posa in ogni senso, facendo risuonare la valle dei loro abbaiamenti. Ma sono abitatori temporari, che salgono dalle basse vallate in primavera, e che devono ritornarvi d’inverno, a meno che non vengano affollati nelle stalle dei villaggi, sparse alle falde della montagna. I soli figli della montagna, che s’incontrano salendo i pendii, sono gli insetti, che attraversano il sentiero, scivolando fra le erbe e ronzando nell’aria; delle farfalle, fra cui si notano le erbe[2] nere dai riflessi cangianti, e il magnifico apolline, fiore vivente che vola sulle profumate corolle; tratto tratto, qualche rettile scompare fra le pietre. Le foreste sono silenziose: mancano d’uccelli canori.

Tuttavia la montagna, fortezza naturale che si solleva nel mezzo delle pianure, ha pure i suoi ospiti: gli uni, timidi fuggitivi, che vi cercano un inaccessibile ritiro; gli altri arditi volatili, animali da preda, che, dall’alto dei loro covi, spiano lontano lontano l’orizzonte prima di calare alla rapina.

Cosa singolare, che fa comprendere troppo bene la viltà degli uomini, le bestie della montagna che ricevono maggiori omaggi sono appunto quelle che fanno maggior male: la leggenda assegna loro un posto speciale, il mito dà loro un carattere quasi divino, e dei vecchi libri di storia naturale ne magnificano gli istinti e gli atti rapaci: per lo meno si concedono loro dei titoli di nobiltà nella gerarchia degli esseri.

Ecco dapprima l’aquila ed altri rapaci, uccelli carnivori che quasi tutti i potenti della terra scelsero per emblema, assegnando persino ad essi due teste, quasi per esprimere il voto di avere, per più divorare, due becchi, come l’aquila bicipite austriaca. Per certo, l’aquila è bella quando ferma gli artigli sopra una roccia inaccessibile agli uomini, ed è magnifica quando si libra sicuramente nell’aria, sovrana dello spazio: ma che pregio ha la sua bellezza? Se il re l’ammira il mandriano la teme. È la nemica del greggie, e però il pastore si propone di giungerne i nidi più elevati e di sterminarla.

Tra non molto le aquile e gli avvoltoi non si vedranno che nei nostri musei; già, su molte montagne, non se ne trovano più; ovvero gli ultimi nidi non accolgono che uccelli solitari e diffidenti, invecchiati, spennacchiati, senza forza.

L’orso è un divoratore di pecore; e, prima o poi, il pastore ne spegnerà la razza. Ad onta della prodigiosa sua forza, dell’arte con cui sa maciullare le ossa, non è il favorito dei re e dei grandi: gli manca del tutto l’eleganza e quindi non è degno di figurare negli stemmi: per compenso, vi hanno delle tribù, che lo rispettano per certe sue doti; e il cacciatore medesimo, che lo insegue, non manca di riconoscere la sua superiorità ed il suo coraggio. L’Ostiako, che abita i lidi polari della Siberia, dopo di avergli dato l’estremo colpo e dopo di averlo steso tutto sanguinante sulla neve, dicono che si getti a ginocchio davanti al cadavere per implorare il suo perdono «Ti ho ucciso, è vero; ma avevo fame, la mia famiglia aveva pur fame». Ma se le tribù selvagge possono assegnarli una specie di culto, non è men vero che gli stessi uomini civili, sì deliberati nel dargli la caccia, gli rendono giustizia.

L’orso prova fortemente l’affetto della famiglia! È amorevolissimo verso gli orsacchiotti, che fanno mattezze intorno ad esso, salti e capriole senza fine. I suoi costumi sono davvero patriarcali; e se ne vive in ampia caverna, rivestita di muschio, in maestoso riposo. È vero, che di quando in quando, azzanna qualche pecorella sbandata; ma, di solito, sa vivere sobriamente; si accontenta di brucare delle foglie; tutt’alpiù scende nella vallata per addentare un po’ d’uva o delle pera, e non disdegnerebbe delle focaccie di miele.

Un naturalista svizzero, Tschudi, ci assicura, se pur gli si può credere, che, se il discreto e bravo animale incontra per via una fanciulletta con un paniere di fragole, si limita ad appoggiare delicatamente la zampa sul paniere per chiederne una parte! E se l’uomo lo prende al proprio servizio, com’è obbediente, di buon umore, magnanimo e sdegnoso, degli insulti. Non posso astenermi dal rimpiangere questo buon animale, che fra poco non si vedrà più nelle nostre montagne e di cui il cacciatore inchioda orgogliosamente le zampe sulla porta della sua capanna. Si estinguerà la specie; ma, non sarebbe stato miglior consiglio addomesticare il fortissimo animale e associarlo ai nostri lavori?

Rispetto al lupo, nessuno davvero piangerà quando potrà dirne che non esista più nei nostri paesi. Merita proprio la sua fama; è perfido, sanguinario e per giunta vile. Non pensa che a stracciare le sue vittime e a bere il caldo sangue che esce dalle loro vene. Egli non sa che odiare e tutti gli animali lo odiano: ma egli non osa che attaccare i deboli e i feriti. Ma frenesia della fame può solo spingerlo ad attaccare gli animali più forti.

Vedete con quale impazienza si precipita sulla preda già caduta e sopra un nemico che non può difendersi! Non si rispettano nemmeno reciprocamente; e se un lupo cade sotto la palla del cacciatore, ancora vivo, i compagni gli si gettano addosso per finirlo e disputarsi i suoi brani. Certo, Roma, la sanguinaria, ha associato alla sua gloria imperitura molti delitti; ha distrutte molte città, spenti migliaia e migliaia d’uomini; si è satollata delle richezze della terra; colla perfidia e colla violenza, è divenuta la regina del mondo antico; e tuttavia, ad onta de’ misfatti commessi, la simbolica lupa, che figura nella leggenda delle sue origini e nel suo stemma, esprime un complesso ancora peggiore di tendenze. Il popolo, le cui leggi governano tuttavia il mondo civile, era duro, inflessibile, feroce, ma non era poi così tristo come lo fa credere il simbolo che la leggenda dell’allattamento di Romolo e di Remo gli fece adottare.

A chi si delizia delle montagne, torna gradito sapere che il lupo, questo animale odioso e sovra ogni altro spregevole, è indigeno delle vaste pianure. La distruzione delle native foreste e il numero crescente dei cacciatori lo costrinsero a rifuggire nelle gole più remote; ma sui monti è pur sempre un intruso: la natura lo ha disposto a percorrere, in una sola corsa, cinquanta leghe attraverso le steppe, ma non a scalare i pendii delle roccie!

Ben altra attitudine a vivere in montagna ha il grazioso camoscio, l’antilope dei nostri paesi: la forma del corpo e l’elasticità dei muscoli gli permettono di balzare di roccia in roccia, di varcare con ardito salto i crepacci, di seguire senza tema l’orlo degli abissi, di giungere le cime più eccelse. Nessun pericolo lo sgomenta, nessuna profondità gli dà il capogiro, ed osa inerpicarsi su quei declivi di neve sdrucciolevoli, che salgono verso le creste più elevate. Supera con pochi salti degli scaglioni altissimi, sui quali il cacciatore più audace non osa spingersi; si slancia sovra delle punte sulle quali appena può tenersi, avvicinando le quattro zampe: è un animale di terra, eppure lo si crederebbe alato.

Inoltre è dolce e socievole; desidererebbe unirsi ai nostri greggi di capre e pecore; con poca fatica si potrebbe aggregarlo al piccolo numero dei nostri animali domestici: ma si preferisce sterminarlo, ciò che è poco utile e per nulla umano: e rimangono ormai pochi individui, che appena bastano alle ingloriose soddisfazioni di pochi cacciatori. Anche questo inoffensivo animale è destinato a scomparire: del resto, non val meglio morire che vivere schiavi?

Ancora disopra la zona frequentata dal camoscio, sovra roccie e declivi circondati da ogni parte dalle nevi, non cessa la vita animale. Vive fra gli altri animali, una specie di lepre, che sa con accorgimento mutar pellame giusta la stagione, per modo da confondersi in ogni tempo col suolo circostante. In tal guisa sfugge all’occhio accorto dell’aquila. D’inverno, quando i pendii sono coperti di neve, il suo pelo è candidissimo; di primavera, il bianco è picchiettato, sì da figurare le macchie di vario colore che compaiono sul niveo tappeto: d’estate ha il colore della pietra e dell’erba bruciata: poscia, al brusco mutarsi della stagione, di nuovo cangia in brevissimo tempo di pellame.

È anche più avveduta la marmotta, che passa l’inverno in una buca profonda, ove la temperatura si mantiene sempre costante, ad onta dei densi strati di neve che coprono il suolo; e, per dei mesi interi, sospende per così dire, la vita in un sonno letargico, fino a che il profumo dei fiori e i raggi primaverili la invitano a ridestarsi.

Ricorderemo, altresì, quel piccolo rosicchiante, il ratto campagnolo, sempre sveglio e sempre operoso, che s’incontra dovunque, e che ha l’ardire di attingere il sommo delle montagne, scavando dei cunicoli e delle gallerie al di sotto delle nevi. Coperto da quel freddo mantello, vive di quel povero nutrimento che può trovare sotto terra e se ne accontenta.

È tale la fecondità della terra, che essa perpetuamente produce miriadi di esseri, chiamati alla più dura battaglia, quella dell’esistenza; delle innumerevoli legioni di divoratori e di vittime, che impegnano di continuo la lotta nell’oscurità, a più di mille metri al di sopra del limite delle nevi perpetue.

Quello spettacolo, che mi aveva tanto disgustato nella pianura dell’accanimento con cui gli esseri si contendono il cibo o il guadagno, mi veniva ancora dinanzi a tanta altezza, sotto gli strati della terra rappresa dal ghiaccio.

Spesso, l’uccello di rapina si libra ancora più in alto, per trasferirsi dall’un vertice all’altro, per attraversare spazii ove appena giunge l’occhio dell’uomo, ovvero per abbracciare una più vasta distesa di paese e scoprire la preda. Le farfalle, le libellule infervorate dal desiderio del sole, s’elevano sino alla zona più elevata dei monti; e, non prevedendo il freddo della notte, non cessano di salire allegramente verso la luce: più frequentemente quelle povere bestioline, al pari delle mosche e di altri insetti, sono trasportate verso le più alte regioni dai venti impetuosi; e si veggono morte, sulla neve, confuse alla polvere.

Ma, oltre questi esseri stranieri, che, di buon grado o per forza, visitano le regioni del silenzio e della morte, ve ne ha di indigeni, che si trovano benissimo lassù: non sembra loro nè che l’aria sia troppo fredda, nè che il suolo sia agghiacciato. Intorno ad essi s’estende la triste immensità delle nevi: ma le punte della roccia, che, qui e là, spuntano, si possono paragonare a delle oasi nel mezzo del deserto: è là, fra i licheni, che trovano il nutrimento necessario per la loro sussistenza: ma fa davvero meraviglia che riescono a sfamarsi.

Ragni, insetti o miti[3] di neve, questi ed altri animaletti sapranno per certo che sia la fame, e forse i diversi fenomeni della loro vita si compiono con estrema lentezza.

Nell’impero del gelo le crisalidi devono rimanere assopite nel loro sonno, che si direbbe una morte apparente.

Non solo la vita si mantiene anche accanto alle nevi, ma le nevi medesime sembrano vive, dove, almeno, gli animaletti nascono a miriadi. Da lungi si scorgono, sul bianco tappeto, delle grandi macchie rosse o gialle. È la neve imputridita, dicono i montanari: sono, dicono gli scienziati, armati di microscopio, miliardi e miliardi d’esseri brulicanti, che vivono, amano, si propagano e si mangiano l’un l’altro!

 

La distribuzione dei climi

I naturalisti che percorrono la montagna, studiando gli esseri che vi hanno dimora, piante o animali, non si limitano a esaminare la specie nella sua forma e nei suoi attuali caratteri: vogliono altresì conoscere i limiti entro i quali vive, la sua distribuzione lungo i versanti, e la storia della razza. Considerano gli innumerevoli esseri della medesima specie, erbe, insetti o mammiferi, come un immenso individuo, di cui importa conoscere così gli stanziamenti sulla superficie della terra come la durata nella serie dei tempi.

Nel salire il versante della montagna, il viaggiatore osserva anzi tratto che sono assai poche le piante che gli tengono compagnia sino alla cima. Quelle che egli vide alla base e sopra i primi declivi, non le rivede più sui pendii più elevati; e se anche ne incontra qualcuna, scompaiono all’appressarsi delle nevi, per dare luogo ad altre specie. È un cambiamento continuo di forme e di colori a misura che ci avviciniamo alle cime più fredde. Anche quando l’albero delle colline inferiori continua a mostrarsi accanto al sentiero, che mette alle prime nevi non sembra più lo stesso; al basso è già sfiorito mentre lassù mette le prime gemme; al basso, è già trascorsa la sua estate, in alto risente il primo alito della primavera.

Non è già col metro che si può misurare la precisa altezza a cui l’una pianta non attecchisce più e l’altra comincia a mostrarsi. Mille condizioni di suolo e di clima, contribuiscono a spostare incessantemente, ad allargare o a restringere i limiti che separano il naturale dominio delle diverse specie. Quando cangia il terreno, quando la roccia succede alla terra vegetale o l’argilla sostituisce la sabbia, molte piante cedono il posto ad altre. Gli stessi cambiamenti avvengono se l’acqua rammollisce il suolo o se la terra è arsiccia, se il vento soffia nel pieno suo furore o se per fortuna incontra degli ostacoli, che scemano la sua violenza. All’uscita delle gole, ove maggiormente infuria la bufera, i declivi sono talmente flagellati dal potente soffio, che la vegetazione cessa o immiserisce ad un tratto, come là s’innalzasse un muro di ghiaccio. Altrove, la vegetazione si modifica giusta la maggiore o minore ertezza degli scaglioni della montagna. Sui dirupi verticali, non incontri che muschi, solo dei cespugli possono attaccarsi alle pareti molto inclinate dei precipizi; se il pendio è meno erto, quantunque ancora troppo ripido per l’uomo, gli alberi si arrampicano su le roccie o si attaccano colle radici ai crepacci e alle fessure del suolo; su le spianate, all’incontro, i tronchi si rialzano e il fogliame rinverdisce. La natura degli alberi varia, di solito, non meno della loro altezza. Colà ove la differenza dei declivi è causata da quella degli scaglioni rupinosi, che gli agenti atmosferici hanno più o meno intaccato, la montagna offre una serie di gradini paralleli di vegetazione, del più bizzarro effetto. Le pietre e le piante cangiano insieme, con una alternativa regolare.

Di tutti i contrasti della vegetazione, il più importante nel suo insieme è quello prodotto dalla disposizione ai raggi del sole. Quante volte, inoltrando in una valle di forma regolare e che abbia quindi versanti uniformi, l’uno volto al nord, l’altro esposto a perfetto mezzogiorno, si vede nel modo più spiccato come la differenza di luce e di calore modifica la vegetazione sovra i due pendii. Spesso la differenza è completa, si direbbero due regioni della terra, lontane parecchie centinaia di miglia l’una dall’altra. Da un lato gli alberi fruttiferi, i campi messi a coltura, le opulente praterie, rimpetto, non giardini, non colti, ma solo boschi e pascoli. Anche le foreste, che crescono di rimpetto, sovra i due versanti, si compongono di piante differenti. Lassù, sotto quel lume pallido diffuso dal cielo del nord, gli abeti dal cupo fogliame, sotto la chiarezza vivificante del mezzodì, si schierano a pieno agio e con lieto rigoglio i larici dal verde delicato. Al pari delle piante, che preferiscono svilupparsi ai raggi del sole, l’uomo presceglie per sua dimora i declivi posti a solatìo. Da questa parte, sono frequenti i villaggi, e le pittoresche capannuccie disseminate come punti grigiastri nella zona degli alti pascoli. Sul freddo versante, che si leva di rimpetto pochi abituri si celano, tra le pieghe di un burrone.

Differenti sono i declivi della montagna, per l’aspetto, il clima, la vegetazione; ma hanno tutti questo di comune, che nel salirli uno può credere di dirigersi verso i poli della terra; un centinaio di metri di altezza, corrispondono, per così dire a una cinquantina di chilometri di più dall’equatore. Quella vetta, che si vede a tanta altezza, al di sopra del nostro capo, ha una flora simile a quella della Scandinavia, che se l’oltrepassiamo per innalzarci ancora di più, si entra in Lapponia, e ad una altezza anche maggiore, si trova la vegetazione dello Spitzberg. Ogni montagna, è per la vegetazione, una specie di riassunto o frontispizio, se meglio vi piace, di tutto il paese che si estende dal luogo, ove la montagna medesima s’innalza, alle regioni polari, attraverso i continenti e le acque, si potrebbe riguardare come un emisfero capovolto. I naturalisti descrivono spesso, nei loro libri, la gioia mista a sorpresa che provano, quando, dopo avere scalate roccie nude, attraversate le nevi e viaggiato lungo dei crepacci spalancati, giungono al fine in uno spazio libero, in un «giardino» artico, le cui pianticelle in fiore ricordano qualche terra amata del lontano settentrione, forse la loro patria, collocata a migliaia di chilometri di distanza dal luogo ove attualmente si trovano. Il miracolo delle Mille ed una notte si è avverato per essi, colla fatica di poche ore di cammino, eccoli trasportati in un’altra vegetazione, sotto un nuovo clima.

Ogni anno, qualche disordine violento ma temporario, si nota nella distribuzione normale delle flore alpine. Passeggiando nel mezzo di recenti frane, o sugli ammassi di terre accumulate dalle acque torrentizie, il botanico nota spesso degli spostamenti nella distribuzione delle tribù vegetali. Sono fenomeni che interessano in sommo grado lo scienziato, il quale, meditando sulle piante, pone naturalmente grande affetto in questo studio. Ciò che lo commuove è vedere l’esilio forzato di erbe e di muschi, violentemente trascinati in un clima che non è adatto ad essi. Nello sdrucciolare o nel cadere dall’alto, i pezzi di rupe trasportarono seco la propria flora, sementi, radici, fusti e ceppi intieri. A quel modo che i frammenti di un pianeta remoto potrebbero per avventura depositare sulla terra gli abitanti di un altro mondo, queste roccie discese dalle alte cime, servono al trasporto di colonie di piante.

Le meschine meravigliate di respirare in un’altra atmosfera, di trovarsi in altre condizioni di freddo e di caldo, di secchezza e d’umidità, d’ombra e di luce procurano di acclimarsi nella nuova patria. Talune riescono a mantenersi tra la fitta schiera di piante indigene da cui sono circondate, ma le più si sforzano invano contro condizioni sfavorevoli; invano si stringono le une alle altre, povere reiette che tutto il mondo odia e che si amano vieppiù; sono condannate a perire ben presto. Assalite da ogni parte dagli antichi proprietari del suolo devono cedere loro il posto, le piante indigene hanno tutti i vantaggi per sè, mentre esse devono soccombere in una lotta superiore alle loro forze. Lo scienziato che le studia nel loro ambiente, le vede deperire a poco a poco: dopo alcuni anni, o alcuni mesi di dimora, le infelici colonie si compongono di un picciolo numero di sofferenti, poi anche questi se ne vanno. Non altrimenti, in molti paesi del mondo, delle colonie straniere scompaiono, prima o poi, in mezzo ad una popolazione ostile e sotto un clima micidiale.

Da che proviene questa singolare ripartizione delle piante sulla superficie del globo? Perchè delle specie originarie di contrade anche lontanissime sono sparse in piccole colonie sovra i solitari ripiani dei monti? Senza meno i semi di alcune di esse furono trasportati dagli uccelli o dai venti; ma la più parte di queste specie provengono da semi di cui gli uccelli non si nutrono, o che sono troppo pesanti per attaccarsi alle loro zampe, fra queste piante delle regioni fredde, che popolano la montagna, ve ne ha che nascono da bulbi, e certo nè il vento nè gli uccelli avrebbero potuto trasportarli al di sopra dei continenti e dei mari.

È quindi ragionevole pensare che le piante si sieno propagate l’una dall’altra, per allargamento graduale, come avviene nei nostri campi e ne le nostre praterie. I piccoli coloni, che si vedono adesso nei «giardini» circondati dalle nevi, sono giunti fino lassù salendo dai piani inferiori, mentre altre piante delle medesime specie, procedendo in senso orizzontale, si dirigono verso le regioni polari, ove sono attualmente acclimate. Non occorre dire che il clima delle nostre campagne era allora non meno rigido di quello delle cime più elevate e della zona boreale: ma, a poco a poco la temperatura divenne più dolce, le piante, abituate al duro alito iemale, dovettero ridursi, le une verso nord, le altre verso i pendii dei monti. Delle due bande di fuggitivi, separate da una zona sempre più larga, l’una, quella ritiratasi verso le montagne, vedeva lo spazio scemare dinanzi via via che il clima si faceva più dolce, occupò dapprima i contrafforti della base, poi i declivi medesimi, per ultimo le cime elevate, ed ora taluni individui scelsero per ultimo rifugio le creste supreme dei monti. Se il clima si raffreddasse di nuovo, a motivo di una rivoluzione tellurica, le pianticelle, che vincono le maggiori altezze, ricomincierebbero la discesa verso la pianura, non più in ritirata, ma in marcia di conquista, caccierebbero davanti a sè le specie che chiedono una temperatura più dolce. A norma dell’alternativa dei climi o dei ritorni ciclici, che si effettuano entro periodi smisurati di tempo, le legioni delle piante avanzano o indietreggiano sulla superficie del globo, lasciando dietro di sè delle bande di ritardatarii, che indicano ancora la via percorsa dalla schiera principale.

Lo stesso movimento si nota, chi nol sa, fra gli uomini, non che fra gli animali! Durante le oscillazioni del clima, dei popoli di differente stirpe, che non potevano adattarsi ai cambiamenti climatici, procedettero lentamente verso il nord o verso il sud, cacciati dal freddo o dall’eccessivo calore. Sventuratamente la storia, che non era ancora nata, non ha potuto serbare il ricordo di queste primitive migrazioni, le quali erano pure motivate da interessi economici o da passioni guerresche o da altre cagioni. Delle intere tribù mutarono sede e anche adesso vanno di luogo in luogo senza saperne il motivo, sospinte da una forza operosa che non concede loro riposo. È fama che una tribù dell’Africa levi le tende ogni volta che viene visitata dalla morte, quasi che si illuda di potersi sottrarre alla tremenda e insieme provvida legge di tutte le cose. I popoli serbano un vago ricordo di queste antichissime mutazioni di sede e di solito novellano di essere stati scorti[4] da una stella o da una colonna di fuoco, o di aver seguito il volo d’un aquila, e anche di avere avuto per duci degli eroi divinizzati o le medesime divinità del loro Olimpo.

Se la storia è muta o almeno scarsa di notizie, intorno le marcie o le contromarcie, effettuate dai popoli a motivo dei rivolgimenti climatici, più esplicito è il linguaggio della natura, solo che si osservi due opposti versanti d’una montagna, dove è facilissimo riconoscere come la differenza degli uomini risponda alla differenza della temperatura e dell’ambiente. Quando, nei due opposti declivi del monte, la differenza climatica è poco sensibile, sia perchè la direzione di tutta la linea delle cime è da nord a sud, sia perchè venti analoghi per origine ed umidità vengono ad irrigare i due versanti, allora gli uomini della medesima stirpe possono spargersi liberamente da una parte e dall’altra, applicarsi alle stesse colture, alle stesse industrie, adottare gli stessi usi e i medesimi costumi. Ma se la montagna e tutta la serie delle creste che vi si connettono da una parte e dall’altra, hanno l’un versante rivolto verso il nord e i suoi venti freddi, mentre l’opposto pendio è inondato dal dolci raggi del mezzodì, ovvero, se da un lato, il vapore marittimo dà origine a copiosi torrenti, mentre dall’altro versante i burroni rimangono sempre asciutti, in questo caso, i due declivi offrono le maggiori differenze di flora di fauna ed anche notevoli contrasti per ciò che risguarda l’uomo. Ogni passo che fa il viaggiatore al di là della cresta, gli presenta una natura del tutto nuova, egli inoltra in un nuovo mondo, ove le scoperte si succedono alle scoperte. Ora si ferma dinanzi un’erba odorifera, che non aveva mai veduta, ora osserva un arboscello, che gli è ignoto; una farfalla di colori inusati gli vola intorno, e mentre studia delle nuove specie di piante o di animali, cerca di formarsi un’idea del nuovo paesaggio, almeno nei principali suoi tratti, gli si fa incontro un pastore, è l’uomo d’un’altra razza e d’un’altra civiltà, anche la sua lingua è diversa.

Mentre divide due zone climatiche, la cresta della montagna divide spesso due stirpi, ciò si verifica specialmente nei paesi, ove la conquista non ha brutalmente mescolati popoli di diverso linguaggio, ma, ad onta della violenza, la natura tende a rimettere ciascun popolo entro i suoi naturali confini. La storia dell’Italia è una luminosa conferma di questa verità! Quante volte Tedeschi e Francesi per tacere di altri popoli, allettati dalla fecondità del suolo, dall’opulenza delle città, dalle incomparabili bellezze di natura, si precipitarono in bande armate sui verdeggianti piani, che si estendono fra una duplice seducente marina. Ma ad essi non valse nè l’incendiare nè il saccheggiare, nè il distruggere: non la lunga dimora su quelle terre, malamente acquistate, non la commistione dei sangui, non la fondazione per opera loro di regni e principati, la popolazione nativa rimase lungamente schiacciata e serva, ma conservò il proprio tipo e custodì gelosamente il desiderio della rivincita. Venne il giorno, benedetto, in cui questi stranieri, dovettero transalpinare, restituendo la patria, iniquamente violata agli amorosi suoi figli.

E però le montagne, rialzi appena sensibili, se li paragoniamo alla superficie terrestre, barriere che l’uomo può superare in un giorno o poco più, hanno una singolare importanza storica come frontiere tra popolo e popolo. Esercitano quest’ufficio, nella vita dell’umanità, mercè l’altezza, l’ertezza, la mancanza di vie, la massa delle nevi e delle roccie nude, la difficoltà insomma del passaggio, ma anche più lo esercitano mercè l’influsso diverso da esse prodotto sopra i due versanti, per cui vivono lungo i medesimi dei popoli differenti e talora nemici fra di loro. La storia del passato ci offre molte conferme in proposito, ogni limite posto dalla natura tra i popoli, mercè un ostacolo non facilmente superabile, altopiano, montagna, deserto o fiume, doveva naturalmente costruire una frontiera morale e politica tra gli uomini: come nei racconti delle fate, si legge di muraglie invisibili, o di castelli incantati, eretti per difesa contro i nemici. L’uomo che calava alla conquista dai monti non era solo uno straniero, era un nemico. I popoli si odiavano, ma a volte un pastore, vivendo al disopra d’ogni mondana passione e forse migliore d’ogni altro uomo, cantava con dolcezza qualche ingenua parola di pace e di concordia. Lui, almeno, sapeva vivere fuori d’ogni conflitto, a quell’altezza ove non giunge il rumore della battaglia, lui sapeva, contemplando il cielo, dimenticare o ignorare le miserie di quaggiù, e il suo cuore si faceva una patria ideale, che si estendeva sovra l’uno e l’altro versante della sua montagna. Delle vecchie canzoni dei montanari attestano il trionfo di questo sentire, che non tiene conto degli odii nazionali, anzi li attuta completamente nel culto della natura.

 

Il libero montanaro

Non solo la posizione, ma anche la configurazione dei paesi ha, come tutti sanno, una grande influenza sulla storia: la direzione e la forma dei monti, la direzione delle vallate, e molte altre circostanze producono degli effetti ragguardevoli, sia sul carattere, sia sulle occupazioni dei popoli, sulle loro migrazioni, sui loro conflitti, in una parola sulla loro vita storica e economica. Non altrimenti, per riferire il primo esempio che ci soccorre alla mente, una topinara, nel mezzo di una prateria, fra un nugolo di animaletti che vanno e vengono senza posa, per fornire chi sa quale viaggio o lavoro, basta a sviare quella lunga e fitta schiera di piccoli emigranti, che prendono tutt’altra direzione.

Mentre la montagna coll’enorme sua massa divide le nazioni, che si affollano intorno, serve anche a proteggere gli abitanti, di solito poco numerosi, che sono venuti a cercare un asilo tra le sue vallate. Essa li accoglie, li difende, li fa suoi, dà loro dei costumi speciali, un carattere proprio; fa che si applichino ad un particolare tenore di vita e ad un particolare lavoro. Qualunque sia la sua schiatta originaria, il montanaro è divenuto ciò che è mercè l’influenza dell’ambiente che lo circonda; la fatica delle scalate e delle penose discese, la semplicità del nutrimento, il rigore del freddo, la lotta contro le intemperie lo hanno agguerrito, lo hanno reso diverso e in alcune cose superiore rispetto agli altri uomini; gli hanno dato un contegno, una gagliardia, una spigliatezza di movimenti che in genere non posseggono gli abitanti della pianura. Aggiungi a ciò un modo di pensare e di sentire, che ha, di solito, maggior forza: i vasti orizzonti infondono nell’animo del montanaro, se non c’inganniamo, quella serenità e quella tendenza religiosa che si notano nel marinaio. Lo spirito d’intraprendenza, associato a un forte amore per la libertà, sono altre doti dell’abitatore della montagna: e però molti luoghi delle Alpi e di altre catene, furono illustrati da straordinarie imprese e dalle prove del più ardente patriottismo.

Uno dei motivi, che maggiormente valse a conservare l’indipendenza di alcune tribù montanare, può ravvisarsi in ciò, che sui monti, la mutualità dei servigi e il lavoro in comune sono più che altrove necessarii. – Uno per tutti e tutti per uno, questa è la massima che occorre più frequentemente di applicare: anche il mandriano, che sale le più alte pendici per guidare al pascolo le mandrie, e lassù vive per molti mesi isolato, è necessario alla prosperità generale. Se accade un disastro, è d’uopo che ciascuno s’adoperi per ripararlo: durante le più crudeli invernate, tutti lavorano a spazzare via le nevi: quando la pioggia rovina i campi disposti a giardino sul pendio, tutti s’occupano di rimettere a luogo la terra sfranata: giacchè lo scarso raccolto è appena bastante a sfamare il villaggio, e quello che uno fa oggi a prò del vicino potrà forse essergli ricambiato domani.

Il torrente disalveato ha coperto le praterie di ciottoli; ma eccoli tutti in moto, anche i vecchi e i fanciulli a liberare l’erba da quell’ingombro, che la schiaccia. D’inverno, quando è pericoloso avventurarsi sulle nevi, i montanari fanno assegnamento sulla reciproca ospitalità: si considerano tutti della stessa famiglia, e si amano come fratelli. E però, se mai vengono attaccati, resistono di comune accordo, mossi, per così dire dallo stesso pensiero. D’altra parte, quella vita d’incessanti lotte, di vigilanza continua, non che di difesa contro pericoli che li minacciano o che realmente si presentano ad ogni poco, l’aria vivida e pura che respirano, la sobrietà del vitto, la temperanza del costume, gli amori gagliardi e pugnaci, per tacere di molte altre circostanze, tutto concorre a renderli arditi, battaglieri, capaci d’ogni sacrificio; e, per la difesa della patria e della casa, pronti a dare mille volte la vita. Pacifici lavoratori, non disturbano i vicini ma se vengono assaliti, sanno difendersi.

La montagna procura facili mezzi di opporsi contro qualsiasi nemica invasione. Le valli sono, per solito, difese da angusti passi, ove bastano pochi uomini per arrestare delle intere bande di nemici. Delle fertili spianate si celano fra pareti, che si direbbero insuperabili. Dei villaggi sono edificati sopra cocuzzoli, ai quali non si giunge che per angusti sentieri: sono difesi, quasi da ogni parte, dall’abisso. In molti luoghi, la montagna presenta delle caverne, comunicanti le une colle altre, e che possono offrire un sicuro nascondiglio.

Lungo la parete di un ristretto passaggio, ove spingevo spesso le mie solitarie passeggiate, mi fu dato scoprire uno di questi ricoveri o fortilizii nascosti. Fu con molta fatica che ne raggiunsi l’ingresso, attaccandomi alle anfrattuosità della roccia e afferrando gli scarsi cespugli e virgulti, che aveano potuto radicarsi nelle fessure; ma quanto più difficile poteva essere quella scalata per dei nemici! Dei blocchi, ammucchiati all’ingresso della grotta, potevano essere spinti al basso, e già mi figuravo di vederli sbalzare di punta in punta giù giù fino al torrente. Da ogni lato dell’ingresso, la roccia, del tutto verticale e levigatissima, per cui nemmeno un serpente avrebbe potuto strisciarvi sopra; al di sopra, il dirupo d’una mole spaventevole, nero, così sporgente e quasi staccato, che pareva imminente la sua caduta, proteggeva, come un portico gigantesco, l’apertura. Inoltre una specie di muraglia la chiudeva per metà. La grotta era quindi imprendibile, a meno che non si avesse potuto ricorrere ad una sorpresa.

I nemici dovevano limitarsi a sorvegliarla da lungi; ma quando non ne usciva più alcun rumore, quando si poteva credere che i ricoverati fossero morti di fame, e il nemico si avvicinava per contare i cadaveri, trovava, spesso, le gallerie sotterranee del tutto vuote. I montanari, pei quali la montagna non ha segreti, avevano potuto scivolare da grotta a grotta fino ad un’altra uscita, forse nota a pochissimi e celata da intricati e folti cespugli. La preda era fuggita; e però si doveva ricominciare la caccia. Purtroppo, la lunga insistenza trionfa spesso della più cauta e più costante difesa, e non sempre la preda sfugge al crudele cacciatore: ma niuno può frodare al montanaro la gloria di saper resistere sino all’estremo.

Dove la montagna non offre delle caverne difensibili, presenta dei picchi isolati nella valle, o una rupe dalle pareti verticali; ed ivi ricoveravano e si fortificavano i più coraggiosi, i più deliberati a tentare la prova estrema. Tagliato a picco dai tre lati che lambe il torrente, quel picco non è accessibile che da un solo lato: e da questa parte i montanari, pei quali il formidabile acrocoro poteva servire di specola o di torre di rifugio, non avevano che a continuare il lavoro cominciato dalla natura. Essi tagliavano la roccia, la rendevano impraticabile a piede umano e non lasciavano che un solo ingresso sotterraneo scalpellato nello spessore del masso. Quando si riducevano, per osservazione o per difesa, in quel naturale fortilizio, abbarravano l’ingresso con un macigno, e si potevano considerare come fuorchiusi dal mondo: solo gli uccelli potevano far loro visita. Per dire il vero a questa cittadella aerea tornava inutile qualsiasi ornamento architettonico. Tuttavia, sull’orlo del precipizio, soleva il montanaro costruire un muro merlato, per modo che i fanciulli potessero giuocare senza pericolo sulla piattaforma, ed anche per poter lui spiare meglio dall’alto i movimenti dal nemico. In molte contrade montuose dell’oriente, nelle cui valli vivono popoli forse da secoli in guerra fra di loro, e dove si combatte per abitudine e si uccide anche per giuoco, ve ne hanno ancor molti di questi fortilizi, sospesi sulle rupi come nidi di aquila, e si continua ad abitarli. Quando un ospite giunge alla base della rupe, manda un grido di chiamata. Poco dopo una cesta discende da una botola aperta nella roccia; il viaggiatore vi siede, e le robuste braccia dei suoi amici innalzano lentamente il pesante corbello, che volteggia nell’aria.

Se le roccie scoscese delle valli elevate servirono a difendere le popolazioni da ogni incursione straniera, di rimando le rupi dalle prealpi e le collinette, che sorgono isolate nelle pianure, servirono di vedette o di covi a dei feroci baroni, il cui principale studio era quello di assalire i pacifici viandanti e devastare il paese vicino.

Non pochi villaggi, anche del nostro paese, sono fabbricati in modo, che si capisce che la guerra vi è stata frequente, pure in tempi assai vicini ai nostri: vi si traeva una vita poco sicura per certo e si poteva attendere, d’ora in ora, qualche assalto. Dove ha maggiormente imperversato la rissosa feudalità, non si vede, in montagna una sola casa isolata; all’incontro i casolari si raggruppano, come montoni sbigottiti dalla bufera, e formano, veduti da lontano, un solo cumolo di nere pietre. Dal basso sembrano, nè più nè meno, una continuazione della roccia, una merlatura della cima ora scintillante di luce, ora avvolta nelle ombre. Vi si arriva percorrendo dei sentieri vertiginosi, che all’alba i montanari discendono per coltivare i sottostanti campi, e risalgono faticosamente la sera dopo il lungo lavoro della giornata. Una sola porta dà ingresso al villaggio, e sulle torricelle laterali sono ancora visibili le traccie della saracinesca e di altri mezzi di difesa. Nessuna finestra si apre verso l’immenso anfiteatro dei monti circostanti; non si veggono da quella parte che delle feritoie, le quali permettevano la difesa e l’offesa con minor pericolo. Anche adesso, i nepoti di quegli uomini sempre minacciati, non sanno indursi a vivere all’aperto, hanno contratta l’abitudine del vivere recluso e diffidente. Potrebbero costruire i casolari nel mezzo delle praterie e dei campi coltivati; ma l’uso, questo tiranno a cui tutti obbediscono, li costringe ancora a vivere nell’antica prigione; e nemmanco si lamentano, forse, del disagio e dell’aria meno respirabile.

Le alte valli della montagna erano libere, liberi gli abitanti; ma, al di là delle anguste gole, dentro le quali gli aggressori non avevano mai potuto, impunemente, mettere piede, un promontorio quasi isolato superbiva, per solito, di un castello baronale. Di lassù, il blasonato brigante, diffamato da’ suoi delitti e da quelli dei suoi antenati, poteva sorvegliare le vicine spianate, non che i burroni e le strette della montagna. Come un serpente che si avvolge intorno un sasso e rizza la testa inquieta per fissare un nido di uccellini, il nobile masnadiero guarda dall’alto della sua torre: non osa assalire i montanari nella loro vallata inviolabile; ma si propone, in compenso, di sorprendere e di malmenare i viaggiatori, che attraversano le strade vicine.

Il castello del nobile, che già maltrattava i viandanti e lucrava sui riscatti dei più ricchi, è adesso in piena rovina. Un sentiero sassoso, ingombro di rovi, mal ricorda la strada sulla quale i guerrieri, al momento della partenza, facevano gioiosamente caracollare i cavalli, e che veniva risalita dalla dolente schiera dei mercatanti incatenati e da una lunga fila di somari carichi di bottino. Dove calava rumorosamente il ponte levatoio, la fossa venne riempita di pietre; il vento o il piede de’ passanti vi deposero un po’ di terra vegetale, che pur basta ad alimentare magra vegetazione. Le mura sono quasi del tutto sfasciate; enormi pezzi si vedono sparsi sul suolo: più in là, delle frane di pietre, cadute nel fossato, ne colmano in parte i piccoli stagni, sui quali si distende un fitto tappeto di lenticchie palustri. La gran corte, nella quale un tempo si raccoglievano gli uomini d’arme, per disporsi a qualche ladroneggio, è ingombra di ruderi; in più punti franata; si cammina con diffidenza fra le alte erbe e i cespugli spinosi; si teme di toccare qualche vipera appiattata tra due pietre o di cadere in qualche trabocchetto ancora spalancato. Si va quindi innanzi con precauzione, osservando ove si mette il piede. Meno male che il pozzo è ancora circondato dal suo muretto. Ci appoggiamo al medesimo con una specie di terrore; spingiamo l’occhio in quel vuoto tenebroso, ma invano tentiamo di vedere il fondo attraverso le erbaccie che tappezzano le pareti. Forse, in quel buio indistinto, ci pare che tremuli un tenuo lume, un raggio quasi smarrito e di cui non si conosce la provenienza; e ci pare anche di udire un mormorio soffocato, che sale dal profondo verso di noi. Che è mai questo suono confuso, che si direbbe un lamento? è forse una corrente d’aria imprigionata, che cerca un’uscita. È una sorgente la cui acqua geme attraverso le pietre e cade a goccia a goccia? È una salamandra che strisciando nell’acqua la sommuove? Chi lo sa? Una volta, dice la leggenda, i rumori confusi che salivano dal pozzo erano i gridi di disperazione e i singhiozzi delle vittime. L’acqua salmastra, imbevibile, riposa sopra un letto di ossa umane.

Ritiro con sforzo lo sguardo dal gorgo che mi affascina, e lo volgo verso la massa quadrata del torrione, che spicca in piena luce. Le torricelle sono cadute, ma la parte principale del castello ha in parte resistito al tempo e mostra ancora alcuni merli della sua corona. I muri ingialliti dal sole, sono ancora puliti come il giorno, nel quale il signore banchettò per la prima volta nella gran sala: non vi si vede una screpolatura; sono intatti e saldi, come se attendessero il primo assalto; solo le inferriate e gli schermagli delle anguste finestre, che servivano anche da feritoie, disparvero. A cinque metri d’altezza, s’apre nello spessore della muraglia, quel vano, che fu già la porta: una larga pietra ne forma la soglia, e il sommo dell’arco ogivale è adorno d’una scultura grossolana, cioè lo stemma baronale e un monogramma spesso bizzarro. La scala mobile, che s’appoggiava alla porta, più non esiste e l’archeologo, che volesse decifrare il motto orgoglioso scolpito sulla pietra, dovrebbe, senza meno, procurarsi una scala. Per introdursi nell’interno della torre, i contadini ricorsero ad un mezzo più comodo, aprirono un piccolo ingresso nel muro all’altezza del suolo. Fu, per certo, un lavoro un po’ faticoso; ma chi sa, vi si saranno accinti di buon cuore per fare qualche offesa a quell’odioso edificio, ove molti compaesani erano stati torturati o condannati a morire di fame: o vennero spinti a ciò come è più probabile, dalla speranza di scoprire un tesoro nascosto.

Non senza un po’ d’apprensione oso penetrare nell’interno attraverso questa porticina o breccia; provo un senso di freddo ai primi aliti dell’aria umidiccia non mai riscaldata dal sole, che si muove fra quelle tetre pareti. Tuttavia la luce piove dall’alto fino al fondo della torre; il tetto è crollato; i tavolati, andarono, forse, consunti da qualche incendio, e ancora restano, incastrati nel muro, delle travi annerite. Tutti questi avanzi, pietre, legname, ceneri, si sono mescolati formando una poltiglia che l’acqua piovana, che entra nella torre come in un pozzo, mantiene sempre umida. Un fango lubrico copre il molle terriccio, su cui il piede procede con repugnanza e sdrucciola frequentemente.

Mi par già di essere chiuso nell’orribile prigione; respiro con disgusto un’aria mefitica. Eppure quest’aria è relativamente pura paragonata a quella, davvero pestilenziale, che esce dalle fosse e dai trabocchetti. Mi piego alquanto verso queste voragini e cerco di vedere qualche cosa, ma non vi riesco. Occorrerebbe un occhio acuito dalla lunga oscurità per distinguere quel po’ di lume che oscilla nelle tenebre. Pozzi spaventevoli! Chi sa quante vittime vi perdettero la vita; questo pensiero m’agghiaccia, e devo, per rimettermi in calma, sollevare lo sguardo verso l’azzurro del cielo, che mi appare al di sopra delle grosse muraglie del torrione. Una civetta spaventata vola in alto gettando l’acuto suo grido.

Una scala praticata nello spessore del muro permette di salire sino alla cima. Parecchi gradini sono logori dal tempo, per cui la scala in molti punti è piuttosto un piano inclinato, sul quale è difficile fermare il piede: ma appoggiandomi alle pareti, attaccandomi agli sporti, non senza cadere più volte, potei giungere al sommo della muraglia, ancora guernita di merli.

C’è spazio sufficiente, e non corro pericolo di sorta; tuttavia non oso quasi muovermi per il timore di essere colto da vertigine. Mi trovo come sospeso fra cielo e terra, nella regione degli uccelli e delle nuvole; e da ogni parte mi si spalanca davanti l’abisso. Da un lato è la voragine nera della torre; dall’altra la montagna stessa, le roccie e i declivii illuminati dal sole. Il promontorio, su cui s’innalza il torrione, si direbbe un’altra torre, senza confronto più massiccia, di parecchi centinaia di metri d’altezza; e il torrente, che rumoreggia ai suoi piedi, vi fa intorno per difesa una specie di fossato. Si riferisce che uno dei vecchi signori del luogo si prendeva, a volte, il diletto di far precipitare i suoi prigionieri nel torrente dal punto più elevato del torrione. Riservava ai nemici più odiati una lenta agonia nei pozzi dei trabocchetti: mentre i prigionieri, verso i quali non nutriva particolare risentimento, potevano, almanco, dar saggio di coraggio sbalzando dalla torre nel sottoposto abisso. Quei baroni feroci, abituati alle stragi, non avevano quasi più nulla di umano; era per loro un giuoco vedere spasimare un proprio simile per acutissimi dolori; e lo spettacolo della morte, qualunque esso fosse, dava loro il piacere che i gladiatori, combattenti fino all’estremo nei circhi di Roma, procuravano ai dominatori della terra.

Ai piedi della rupe si aggruppavano in disordine le umili casupole dal tetto d’ardesia o di stoppa, ove i servi si raccoglievano, tremanti al cenno del superbo padrone. Che mutazione s’è operata nel mondo, non solo nelle istituzioni e nei costumi, ma anche nel carattere dell’uomo, dal giorno in cui il signore teneva tanti servi sotto il suo piede, e poteva sbigottirli col solo sguardo; dal giorno in cui l’erede del suo nome cresceva fra questa plebe di schiavi, e poteva dire: «Mi appartengono; posso farne ciò che meglio mi talenta!» Se anche egli fosse stato dotato di miti sentimenti, il figlio del barone, l’erede di tante ricchezze e di tanto potere, non poteva per avventura sottrarsi ad un senso malsano d’orgoglio, nello abbracciare collo sguardo una sì grande estensione di terre; nel contemplare dalla feudale torricella il villaggio, spaurito sotto l’assidua minaccia del signore; nel vedere quei miseri servi, mal vestiti, abietti, reietti, brulicanti in mezzo al concime e al sudiciume. Quando pure avesse potuto pensare che ogni uomo ha pari diritto alla felicità, quando pure il desiderio dell’eguaglianza e della giustizia avesse potuto vincere per un istante i pregiudizi castali, bastava, forse, che egli paragonasse la sua posizione a quella dei servi che lo attorniavano, per convincersi della propria superiorità e quasi per attribuirsi una origine diversa. Per rendere omaggio all’umiltà e all’uguaglianza non nella fase del godimento, sibbene in quella della disperazione e dei rimorsi, era d’uopo che egli fuggisse il paterno castello, e andasse a celarsi in un remoto convento, o facesse nelle chiese lunga ammenda dell’orgoglio e dei misfatti commessi.

Ai tempi nostri, i discendenti degli antichi feudatari hanno mutato parte; tanto meglio per essi e per tutti; non devono più cingersi d’armati, non vivono fra le plebi rurali come tirannelli, ma piuttosto come protettori ed amici. Tutt’al più devono esercitare un certo imperio per giovare l’agricoltura, per fare del bene: che se posseggono delle vaste officine, i valligiani stanno loro intorno, come gli operai intorno al capitalista. La villa, che l’attuale barone si fece costruire sul pendio d’un colle, neppur si vede, forse, da lontano. È celata da grandi alberi; e i villaggi, che sono sparsi nella valle, non formano quasi più una diretta e umile dipendenza del castello, ma servono ad abbellire il paesaggio. Il castellano non è più lo spavento dei luoghi vicini; non minaccia più alcuno e quindi non ha nulla da temere. Perchè vivrebbe ancora, come il falco, nel covo di una rupe? Preferisce un poetico isolamento, ove gli sia concesso di godere in pace della natura.

Già da molto tempo castello e villaggio hanno cessato di formare un mondo a sè; volenti o nolenti sono entrati in un mondo più grande, in una società nella quale le lotte hanno un carattere più elevato, uno scopo più serio, e il progresso che si raggiunge è senza paragone più esteso. Il piccolo principato, di cui il feudatario era il padrone assoluto, non è, adesso, che un modesto mandamento o circondario; e il nipote degli orgogliosi baroni non indossa più maglia nè corazza, non guida più le schiere alla battaglia, e più non esercita i diritti di alta e bassa giustizia. Forse egli rimpiange i privilegi, di cui godeva un giorno, e procura di serbarne alcuni, non foss’altro in apparenza; forse si adatta pienamente alla nuova vita che deve condurre, e non gli dispiace di andare confuso alla rimanente cittadinanza, e di esercitare i diritti e i doveri di tutti. Ad ogni modo, i tempi sono sostanzialmente cambiati; e che resta delle fatiche di quei fieri uomini? Poco hanno giovato a sè, molto più, forse, alla potenza di principi o di re scomparsi anch’essi. I trionfi della forza sono passeggieri: mentre a que’ prepotenti riusciva di spingere la loro signoria fino sulle più alte creste dei monti, violando le franchigie montanare, alla loro volta doveano sostenere l’urto dei vicini, ancora più forti; e così via via il cozzo degli interessi e delle armi si estendeva per un lungo tratto di paese.

Un nome bizzarro, che ricorre spesso in montagna, mi fece pensare a queste cose del passato. In un burrone, scintilla da lungi, come un piccolo diamante mobilissimo, una sorgente, che forse non si vedrebbe nemmeno se il sole non vi dardeggiasse i suoi raggi, che scherzano nell’acqua. Mi avvicino; delle foglie di crescione si piegano e si rialzano sotto l’onda argentina che passa: intorno pispigliano gli uccelletti e l’erba, che bagna le radici nell’acqua nascosta, ha ben maggior vigore dell’erba arsiccia della vicina prateria: gli steli sono diritti, folti, d’un verde scuro e umido, e mille fiorellini ingemmano la fronte. Quel piccolo tappeto, discernibile anche a distanza, a motivo dei colori più vivaci, sul versante grigio e in gran parte abbruciato della montagna, è la «Fontana dei tre signori.»

Da che deriva questa singolare denominazione? Come mai una sorgente così povera ha preso il nome di tre potentati? La leggenda racconta, che, in un’epoca antichissima, quando i fortilizi cinti di fossati o di altre difese naturali incoronavano tutte le rupi all’ingiro, tre conti, che pel momento non attendevano alla guerra, ebbero un incontro di caccia nelle vicinanze della piccola fonte. Affaticati dalla lunga corsa per inseguire i cervi o i cinghiali, il sudore imperlava la loro fronte. La turba de’ valletti s’affaccendava intorno ad essi ed offriva a gara il vino e l’idromele; ma quel tenue filo d’acqua, che esce dalla fenditura della roccia, tornò loro più accetto d’ogni liquore versato in tazze d’argento. Uno dopo l’altro, si piegarono sul piccolo bacino della fonte, scostarono le erbe ondeggianti sulla superficie dell’acqua e bevettero alla stessa fonte come semplici pastori o come cerbiatti della montagna. Poi si stesero la mano in segno d’amicizia; e, sedendo sull’erba, si misero a discorrere allegramente. Il tempo era bello, il sole era già tramontato sull’orizzonte, delle nubi sparse gettavano delle grandi ombre sulle messi gialliccie della pianura; delle leggere colonne di fumo si innalzavano, qui e là. I tre potenti erano di buon umore. Sino allora, i vasti loro dominii non aveano avuto precisi limiti nella montagna; da quel giorno decisero, che la sorgente, che li aveva dissetati, fosse il punto di confine delle tre contee. L’una dovea estendersi lungo la riva destra, l’altra lungo la riva sinistra del ruscello; i dominii del terzo signore doveano estendersi dalla sorgente al sommo della montagna, e quindi sull’opposto versante. A conferma del trattato, che era stato concluso, i tre signori spruzzarono con un po’ d’acqua della fontana il confine delle tre contee.

Ma, pur troppo, la bella concordia durò poco; e i tre nobili conti tornarono presto alle offese. Vassalli, borghesi e contadini si sgozzarono nelle foreste e nei dirupi per spostare anche di poco i limiti delle tre contee. La pianura fu devastata; e, per il corso di molte generazioni, torrenti di sangue vennero versati per il possesso di quel filo d’acqua che sgorga dalla rupe.

Alla fine, la pace è fatta; e se la guerra ricomincia, non è più fra i tre baroni o per la conquista di una fontana, ma fra potenti sovrani e per il possesso di vasti territori con montagne, foreste, fiumi e città popolose. Non più poche bande male armate si trucidano, ma centinaia di migliaia d’uomini, provvisti di mezzi scientifici di distruzione, si affrontano in giusta battaglia, governata dal genio. Certo è a desiderare che la guerra scompaia definitivamente dalla terra; ma non si può negare che il mondo non abbia anche in questo progredito: non sono più possibili gli orrori e le brutalità d’una volta.

Quanto sono felici le popolazioni, che vivono ritirate nelle alte valli, e che ebbero mai a soffrire i danni della guerra; o che almeno, ad onta del flusso e riflusso degli eserciti in movimento, hanno saputo conservare la propria indipendenza. Molte popolazioni di montagna, protette da catene elevatissime, ebbero la grande soddisfazione di rimanere libere: e ciò devono non solo all’eroismo dell’animo, al vigore del braccio, alla concordia dei propositi, ma anche alla fortezza dei luoghi. Le grandi montagne furono, spesso, il sacro asilo e il propugnacolo insuperabile dei liberi pensieri e delle libere armi.

Il cretino

Accanto a cotesti uomini fortissimi, a cotesti valorosi dal petto saldo, dallo sguardo penetrante, che si arrampicano con fermo passo sui dirupi, vedi trascinarsi degli esseri che destano compassione, i cretini dai gozzi pendenti. E ve ne ha, fra questi, che neppur possono camminare: rimangono tutto il giorno seduti, coperti di cenci, oggetto più che altro di ribrezzo ai passanti; incapaci di formare, forse, un solo pensiero che sia giudizioso; agitando la pesante testa e muovendo a fatica il corpo contraffatto. Più infelici ancora quelli che non hanno l’uso delle braccia, e che si devono imboccare, come si fa coi bambini e coi malati; e fortuna se trovano delle persone amorevoli, le quali sappiano vincere l’avversione che di solito ispirano per dedicare loro delle cure sollecite, indulgenti, meritorie. Ecco gli ultimi rappresentanti dell’umanità, «la cui faccia è stata fatta per contemplare gli astri!» Che spazio immenso fra la testa ideale dell’Apollo delfico e quella del povero cretino dallo sguardo spento e dalla bocca sgangherata. Men brutta è la testa di un animale inferiore, giacchè essa rassomiglia al suo tipo, mentre la faccia dell’idiota si scosta tanto dalla comune espressione: da lungi ci par di scorgere un uomo; ma, accostandoci, dobbiamo riconoscere che gli manca perfino l’intelligenza dell’animale

Ad aumentare il nostro disgusto, i sentimenti rudimentarii che si mostrano in questo essere sventurato non sono sempre buoni. Quanti cretini sono nativamente cattivi, e pericolosi! Ve ne ha che digrignano i denti, mandano dei ruggiti feroci; fanno dei gesti di collera colle braccia quasi paralizzate, ciò che attenua davvero l’effetto che vorrebbero produrre; battono il suolo col piede, e chi sa quanto male farebbero, se fosse loro consentito! Ma i buoni montanari non si danno alcun pensiero di tali minaccie, anzi vi trovano un nuovo argomento di pietà e di sorveglianza. Non invano hanno dato ai poveri idioti il nome di «cretini», in Francia di «créstias», o d’«innocenti», pensando che tali esseri, incapaci di ragionare, godono del privilegio di non avere alcun peccato sulla coscienza: incolpevoli dalla nascita, potranno, appena muoiono, salire direttamente al cielo. Non per altro, nei paesi maomettani, la folla si prostra davanti ai pazzi e agli allucinati, ai quali tutto è permesso; e si tollerano, anzi si cercano le loro offese, giudicando che apportino fortuna. Dacchè, sotto umana spoglia, vivono, quasi al di fuori dell’umanità, si considera che la loro esistenza non sia altro che un sogno divino.

E, d’altra parte, fra questi sventurati ve ne ha di veramente buoni, e che cercano, nell’angusta loro cerchia, di fare del bene. Un giorno, discesi nella vallata per risalire il versante opposto, affine di contentare una di quelle curiosità da alpinista disoccupato, che formano tanta parte della vita in montagna: voleva asciolvere sovra un pascolo delizioso, nel mezzo del quale, anche da lungi, si vedeva un laghetto. Senza tampoco fermarmi, aveva oltrepassata una capannuccia umida e miserabile, circondata da pochi ontani, e, con passo sicuro, seguiva un sentieruolo appena segnato lungo un rapido ruscello. Già mi trovavo ad un tiro di pietra dalla capanna quando intesi dietro di me un passo pesante e precipitoso: nello stesso tempo, un respiro gutturale, una specie di rantolo annunziava un essere umano che m’inseguiva e mi si avvicinava. Mi rivolsi e vidi una povera cretina, che aveva un’enorme gozzo, sufficiente, da solo, a farla grandemente compiangere: tanto rendeva il suo collo deforme. Feci fatica a trattenere un’espressione di orrore, vedendo quella massa umana, che mi si avvicinava, ora gettandosi di peso sovra una gamba, ora sovra un’altra, quasi stesse per cadere ad ogni passo. La poverina mi fece segno d’attenderla; poi si fermò dinanzi a me fissandomi cogli occhi ebeti e quasi alitandomi in volto il pesante respiro. Con un gesto negativo, mi additò la gola senza uscita, nella quale stava per inoltrare il piede; e per farmi capire che delle roccie a picco impedivano il passo, continuò a servirsi della mimica: «Là, là» soggiunse, indicandomi un sentiero meglio tracciato, che sale a zig zag sovra un pendio poco inclinato e conduce ad un pianoro, mercè cui si può superare l’ostacolo ora accennato.

Quando mi vide seguire il suo buon consiglio, emise due o tre suoni gutturali, che erano evidentemente di soddisfazione; mi seguì collo sguardo per qualche tempo, quindi s’allontanò tranquillamente, forse col contento, almeno in parte provato, di avere compiuta una buona azione. Dal canto mio, trassi da ciò una lezione, che non era senza rimprovero, e che umiliava alquanto il mio amor proprio. Un essere sfavorito dalla natura, orribile, una massa di carne quasi informe, non aveva potuto privarsi del piacere di mettermi sulla buona strada, ed io, nella pienezza della salute, senza alcun difetto fisico, dotato di ragione, con piena coscienza della mia responsabilità morale, quante volte aveva trascurato di aiutare il mio simile, quante volte, per fuggir fatica, aveva lasciato dei conoscenti, forse degli amici, mettersi sovra delle strade fallaci! L’idiota, il gozzuto m’aveva, questa volta, insegnato il dovere. Così, anche dove la intelligenza sembrava assente od obliterata, trovava la benevolenza, che manca tanto spesso a coloro, che pur si chiamano i grandi e i forti. Nessun essere è talmente degradato da demeritare l’amore od anche solo il rispetto. Darete ragione a Sparta, che precipitava dall’alto del monte Taigete i bambini deformi, o alla madre, che, tutta in lagrime, allatta e accarezza il figlioletto idiota e deforme? Oh! per certo, niuno vorrà dar torto alle madri che lottano, forse, contro ogni speranza per strappare i figli alla morte; ma è d’uopo che la società venga in soccorso di questi infelici, mercè la scienza e l’affetto, per guarire quelli che sono guaribili; per procurare un po’ di felicità, almeno relativa, a coloro il cui stato non offre alcuna speranza; vegliando a che la pratica dell’igiene e l’osservanza delle leggi fisiologiche limitino, quanto più è possibile, tanta sventura.

Una educazione continuata e regolare può dirozzare queste grossolane nature, e se all’affetto della madre s’aggiunge la sollecitudine di un compagno, di un benefattore, che riesce, con paziente studio, ad insegnare un mestiere, od almeno un determinato lavoro al povero disgraziato, costui si sviluppa a poco a poco ed anche il suo volto potrà per avventura mostrare un raggio di intelligenza. Fra i numerosissimi quadri che si sono impressi nella mia memoria, quando vissi in montagna, ne ricordo uno, che ancora mi commuove, al solo rammentarlo, dopo parecchi anni. Era di sera, verso gli ultimi giorni dell’estate. Le praterie della valle erano state falciate per la seconda volta; i mucchi di fieno diffondevano intorno quel profumo salubre, che tanto piace in campagna, portato assai lontano da un soave venticello. Percorrevo una via sinuosa godendo la frescura della sera, aspirando quasi voluttuosamente l’odore delle erbe, ammirando la bellezza delle cime indorate dal sole al tramonto. Ad un tratto, allo svolto del sentiero mi trovai in presenza di un gruppo singolare. Un cretino gozzuto era aggiogato mediante corde ad una specie di carro colmo di fieno. Trascinava senza stento il pesante veicolo non accorgendosi dei pantani, neppur evitando le grosse pietre, sparse sull’ineguale terreno, ma facendo, molto coscienziosamente, il maggior sforzo possibile. Però gli stava daccanto il minor fratello, fanciullo grazioso e agile, il cui volto era tutto sguardo e tutto sorriso.

Con un segno, con un grido lo faceva piegare a diritta o a sinistra per evitare gli ostacoli, gli faceva sollecitare o rallentare il passo: formavano insieme, per così dire, una pariglia; l’uno era l’anima, l’altro il corpo. Quando mi passarono vicino, il fanciullo mi salutò con un gesto grazioso, e urtando Calibano col gomito, gli fece levare il berretto, mentre volgeva verso di me degli sguardi quasi senza pensiero. Se non che, osservando bene quel volto, vi balenava un sentimento umano di rispetto e di amicizia. Ed io mi affrettai a salutare, con un senso di rispetto, questo gruppo commovente, che oltre il significato suo proprio risguardante l’amore fraterno, poteva simboleggiare, in certo qual modo, il progresso lento dell’umanità, preceduta e scorta dall’intelligenza di pochi.

Abbandonato a sè stesso, appena fornito di quel lume, che può venire da un istinto più che altro animalesco, il cretino può, a volte, compire delle cose, che sarebbero al di sopra della forza di un uomo intelligente e pieno della coscienza di sè medesimo. Spesso il pecoraio, mio compagno, mi descriveva la sua caduta nel crepaccio di un ghiacciaio; e, quando ne parlava, lo spavento si dipingeva ancora sul suo volto. Era seduto sovra un pendio, presso l’orlo d’un ghiacciaio, quando una pietra, staccandosi, gli fece perdere l’equilibrio, per cui rovinò in una fessura spalancata, che s’apriva fra la roccia e la massa compatta dei ghiacci: in men che non si dica, si trovò come al fondo di un pozzo, scorgendo appena, verso l’alto, un tenue raggio di luce. Era stordito, contuso; ma non s’era fatto alcun male grave.

Spinto dall’istinto della conservazione, potè aggrapparsi alla parete della roccia e risalire, di sporgenza in sporgenza, fino a pochi metri dalla bocca del crepaccio: rivedeva il sole, i pascoli, le pecore e il cane fedele, che lo fissava con occhi compassionevoli. Ma, giunto a quel punto, il pecoraio non poteva più salire: sul suo capo, la roccia era del tutto liscia, e non lasciava alcuna presa alla mano. Il cane era non meno disperato del suo padrone: correndo, di qua e di là, lungo l’orlo del precipizio, mandava un sordo e breve abbaiamento: ma, ad un tratto, volò come una freccia alla volta del villaggio. Il pastore non aveva più nulla da temere: egli sapeva che quella buona bestia andava in cerca di soccorso e che ben presto sarebbero venuti, per salvarlo, dei montanari con delle corde. Tuttavia, durante la lunga aspettativa, egli sofferse le più crudeli angoscie: i minuti gli parevano secoli: temeva che i montanari non capissero il muto linguaggio del cane; già prevedeva di dover morire di fame sulla nuda e spietata roccia e si figurava con orrore le aquile in atto di cibarsi delle sue carni forse prima che egli fosse morto. Però egli ricordava benissimo, come, in un caso simile, si fosse condotto un cretino. Essendo caduto al fondo d’un crepaccio, dal quale gli era impossibile di uscire, il cretino non aveva consumate le sue forze in conati inutili: aveva atteso con pazienza, battendo i piedi per mantenere il calore animale, ed era rimasto in quello stato tutta una sera, poi tutta una notte, poi una metà del giorno seguente. In quella il pastore udì pronunciare il suo nome da coloro che lo cercavano, rispose con tutta la forza; e poco dopo fu tolto a quel pericolo. Egli si lamentò solo di aver provato un gran freddo.

Ma quali sieno i privilegi e le immunità del cretino, comunque lo sventurato non abbia ad affrontare i travagli e i disinganni dell’uomo, che si apre da sè un cammino nella vita, non è meno obbligatorio di fare di tutto per rischiarare la sua intelligenza, per guarirlo di malattie disgustose o prevenirle, per dargli colla forza del corpo il sentimento della sua responsabilità morale.

Bisogna farlo entrare nella società degli uomini liberi, e, per guarirlo e rialzarlo, è d’uopo sapere anzi tutto quali furono le cause della sua degenerazione.

Degli scienziati, curvi sui libri e sulle storte, mettono innanzi delle opinioni differenti: gli uni dicono che il gozzo dipende in particolare dalla mancanza di iodio nell’acqua potabile, e che, per legge d’aumento, la difformità morale non tarda ad aggiungersi alla fisica: gli altri, invece, credono che gozzo e cretinismo provengano da ciò, che l’acqua formata dalle nevi non ebbe tempo bastevole di agitarsi e di arricchirsi d’aria. È certo che un’acqua cattiva può spesso contribuire a far nascere o sviluppare le malattie: ma valgono queste cause a spiegare da sole degli effetti così gravi come quelli di cui qui si discorre?

Basta mettere piede in una di quelle capanne, ove nascono e vegetano gli idioti, per riconoscere che altre cause concorrono a produrre la loro tristissima condizione. L’interno è cupo e fumoso; gli armadi, la tavola e gli sgabelli sono in pessimo stato; negli angoli sono ammassate le immondizie; dappertutto ragnatele. Manca l’impiantito; la terra è umida, e, diresti, vischiosa a motivo delle acque impure che l’hanno ingrassata e degli avanzi di cucina, che nessuno s’è dato la cura di portare altrove. L’aria che si respira in questo angusto ricovero è acre e fetida. Vi si sente l’odore del fumo, del lardo rancido, del pane ammuffito, della biancheria sporca; e aggiungi pure i peggiori odori che sai immaginare. Di notte, le uscite sono otturate per impedire al freddo esterno di penetrare nella camera; vecchi, padre, madre, fanciulli, tutti dormono in una specie di vasto armadio a parecchi piani, ove s’accumula un’aria ancora più malsana di quella che si respira nel resto della capanna: di giorno quell’armadio è nascosto da una tenda. Durante i freddi invernali, la famiglia, per avere più caldo, lascia il pianterreno e scende nella cantina che serve nello stesso tempo di stalla. Da un lato dormono gli animali sul fetido strame; dall’altro uomini e donne, pure sulla paglia, e avvolti in sudicie coperte. Appena un canaletto, di cui è meglio tacere l’ufficio, divide i due gruppi viventi; ma l’aria è comune ad entrambi; e, quel che è peggio, non può lentamente rinnovarsi a motivo delle nevi che coprono il suolo e che ingombrano gli angusti spiragli, per cui penetra la luce; allora bisogna scavare dei camini, attraverso la neve, per ricevere un po’ di lume e dare uscita al fumo. In quelle cantine il giorno è sì freddo e pallido che potrebbe paragonarsi ad una notte polare.

Non c’è proprio da meravigliarsi che in queste afose stamberghe nascano dei fanciulli scrofolosi, rachitici, contraffatti. Fin dalle prime settimane, molti neonati sono assaliti da terribili convulsioni, alle quali i più soccombono. In alcuni paesi, le madri sono talmente dubbiose intorno la vita dei bambini, che non osano sperare nella loro conservazione se non dopo che hanno superata «la malattia dei cinque giorni.» Ma anche molti di quelli che sfuggono a quest’ardua prova trascinano una vita meschina, travagliata da cento mali e forse vengono colpiti dalla pazzia. Se da un lato l’aria libera della montagna e il lavoro esterno sono attivissimi a sviluppare la forza e la destrezza dell’uomo valido, l’angustia dello spazio e l’ombra umida della capanna peggiorano la salute e accrescono il numero dei gozzuti e dei cretini. A fianco del figlio, che diviene il più robusto giovinotto del paese, i genitori veggono un altro figliuolo che rimane privo di vigore e d’intelligenza, di peso alla casa, e che trascina la sciagurata sua esistenza in una perpetua oscurità morale.

In parecchi luoghi s’è pensato di erigere degli ospedali per questi poveretti. Nulla manca in tali ricoveri ideati dalla carità, sempre pronta e ingegnosa, e governati con intelletto d’amore da filantropi e da scienziati. L’aria circola liberamente; il sole invade ogni parte dell’ampio edificio; l’acqua vi è pura e salubre; il mobiglio è decente; i letti poi sono pulitissimi. I cretini hanno intorno a sè una sorveglianza, che non potrebbe essere maggiore; sono trattati come fanciulli, che non si devono mai perdere di vista; e dei maestri procurano di diradare le fitte tenebre della loro intelligenza, od almanco di far penetrare nella loro anima qualche verità morale. Spesso raggiungono l’intento; e il cretino, mercè le solerti loro cure, può grado grado salire ad una vita superiore. Se non che quello che importa di più non è di riparare il male, sibbene di prevenirlo. Queste stamberghe malsane, se convengono al paesaggio e se possono dilettare l’occhio dell’artista, devono però scomparire in ossequio all’umanità, devono sorgere in loro vece delle casette comode e pulite: l’aria e la luce non dovrebbero essere patrimonio di pochi, sibbene una ricchezza universale, diffondentesi ampiamente in tutte le abitazioni degli uomini senza distinzione di nascita o di condizione sociale: tanto la buona igiene, come la dignità morale devono essere tenute nel maggior conto, e ciascuno deve procurare di osservare l’una e l’altra. Solo con questo mezzo i montanari, nel corso di poche generazioni, sapranno sottrarsi a quelle malattie, che attualmente degradano molti fra essi. Allora gli abitanti saranno degni dei luoghi: potranno contemplare con soddisfazione la vasta scena che loro si dischiude d’innanzi, potranno godere nella loro pienezza le gioje della vita alpina.

 

Il culto delle montagne

Il culto della natura esiste ancora fra noi; ed è molto più vivace di quello che si creda. Quante volte il montanaro, scoprendosi il capo, m’additò il sole e disse con solennità: «Ecco il nostro Dio». Certo egli voleva dire l’occhio di Dio o qualche altro pensiero di questo genere, che non disconviene a nessun credente: ma un simile linguaggio prova che i nostri alpigiani sanno ammirare la natura e le prodigiose sue forze. Ed io pure, perchè lo tacerei? quante volte nel contemplare le auguste cime che dominano le vallate e le pianure, non ho provato quasi la tentazione di chiamarle divine?

Un giorno percorreva tranquillamente una stretta gola, ingombra di ciottoloni. Il vento soffiava con violenza, aumentata dall’angustia del passo, e mi sferzava brutalmente, gittandomi in faccia ad ogni folata pioggia e neve miste insieme. Un velo grigio mi celava le roccie: solo qui e là intravedeva delle masse nere e minacciose, che, giusta lo spessore del nebbione, ora, s’allontanavano, ora s’avvicinavano. Ero intirizzito, triste, di cattivo umore. Ad un tratto un vivo lume, che scintillava sulle innumerevoli goccioline di acqua, mi fece levare la testa, e quasi mi diede una scossa al sangue. Il nuvolone d’acqua e di neve, che ingombrava parte del cielo, s’era squarciato. Il cielo era più azzurro e raggiante che mai, e su quel fondo sereno e luminoso compariva, in tutta la sua maestà, la fronte della montagna. Le sue nevi, la cui distesa era interrotta dalle roccie che venivano disegnando lungo l’orizzonte una specie di fine arabesco, scintillavano collo splendore dell’argento, e il sole vi aggiungeva l’aureo profilo della sua tepida luce. La vetta aveva la nettezza di contorno di una statua e si rizzava fiammeggiante nell’ombra: la superba piramide sembrava del tutto disgiunta dalla terra. Salda nello spazio, immutabile nel suo riposo, pareva che si librasse nel cielo: apparteneva ad un mondo migliore, si staccava ardita dalle bassure di questa povera terra, come avesse fastidio delle sue miserie. Una simile visione, mi fece considerare quel vertice di montagna come un lembo sacro di terra, come un soggiorno privilegiato, la sede della felicità, l’Olimpo degli Dei! Però una nube invidiosa venne ad un tratto a contendermi quella beata vista. Mi ritrovai ancora immerso nella bruma, sferzato dalla piova e dal vento: e più che mai rimpiansi la scena di poc’anzi; un Dio m’era apparso e s’era subito tolto al mio sguardo.

Nei tempi primitivi dell’umanità, quando il sentimento religioso trovava l’uomo ingenuamente credulo, si contemplavano i monti con un rispetto particolare; vi si vedevano delle divinità, od almeno il loro trono, ora velato dalle nubi, ed ora completamente svelato e scintillante del più vivido lume. Appunto dalle montagne si facevano provenire le varie stirpi, e vi si collocavano le più antiche tradizioni e leggende: e parecchi popoli attendevano da lassù l’effettuazione delle loro speranze: di là doveva discendere il salvatore, l’angelo della gloria o della libertà. È tanto importante la missione delle montagne nella vita delle nazioni, che la storia dell’umanità è in parte la storia delle grandi catene; si direbbero delle tappe poste dalla natura lungo il cammino percorso dai vari popoli in viaggio.

Gli scienziati affermano che i nostri antichissimi progenitori, gli Arii, vissero primamente alle falde dei grandi monti dell’Asia centrale. La stirpe arya, dal cui linguaggio provengono quasi tutte le lingue europee, si raggruppò in società civili sovra i versanti del Paropamiso o Caucaso Indiano; e di là si diffuse su molta parte dell’Asia e in Europa. Da questa stirpe vennero gli Indù, che, superato l’Imalaja, si stabilirono dapprima sul versante meridionale della più alta catena del mondo, per poi conquistare tutta la penisola cisgangetica. I vecchi canti degli Indù non mancano di squarci che celebrano le montagne, quella catena spettacolosa la quale all’occhio meravigliato presenta «ottantaquattromila punte d’oro» che si levano nella luce, al disopra delle foreste e delle pianure, per svegliare ne’ riguardanti sensi di religioso ossequio. Le più elevate montagne di questa giogaja, dalla testa nevosa, personificano le maggiori divinità del ricchissimo Olimpo indiano; godono di una forza e di una maestà sovrumana, e forse, nel concetto dei superstiziosi, di una vitalità immortale. Il Gaurisankar, la cui vetta fende le nuvole, e il Tchamalari, meno alto, ma più colossale e giù imponente per essere isolato, ricevono un duplice culto, figurando la Gran Dea unita al Gran Dio. I ghiacci sono il letto di cristallo e di diamanti; le nubi di porpora e d’oro il velo che nasconde l’immortale connubbio. Lassù ha preferita dimora il dio Siva, che distrugge e che crea; ed ivi pure ha sua sede la dea Chama, che concepisce e genera senza fine: da essa provengono i fiumi, le piante, gli animali e gli uomini.

La religione e la letteratura indiana, sì fertili di leggende, di tradizioni e di epopee, assegna un gran posto all’Imalaja: l’immane catena è considerata come vivente di una vita sublime, in rapporto assiduo cogli Dei, soggiorno dei beati, generatrice dei continenti e dei popoli, nocciolo della terra. Una poetica e religiosa fantasia paragona la terra ad un gigantesco fiore di loto, le cui foglie sono le penisole che avanzano nell’Oceano, e i cui stami e pistilli formano il monte Meru, padre delle cose e della vita. I ghiacciai, i torrenti, i fiumi, che si muovono lentamente, o precipitano dall’alto per deporre sulla terra delle benefiche alluvioni, hanno pure un ufficio nelle credenze indiane: sono divinità secondarie, che mettono gli umili abitanti della pianura in rapporto indiretto colle divinità supreme, le quali risiedono al di sopra delle nuvole nello spazio luminoso.

Non solo il monte Meru, punto culminante del pianeta, giusta questa credenza, ma anche altre montagne dell’India ottengono culto dai popoli stabiliti alla loro base o sui loro pendii. I monti Vindyah, Satpurah, Aravalli, Nilagherry, hanno numerosi adoratori. Nei paesi bassi, ove mancano le grandi elevazioni di suolo da adorare, i divoti costruiscono delle moli altissime, ovvero dei templi preceduti da viali di bizzarre guglie, cioè enormi blocchi di granito per figurare le cime venerate del monte Meru. Forse, gli Egiziani stessi furono indotti ad innalzare quelle orgogliose moli che sono le Piramidi per esprimere la divozione verso ciò che si eleva maggiormente sulla superficie della terra, e per contentare l’occhio, afflitto dalla squallida monotonia di una pianura sabbiosa.

L’isola di Ceylan, Lanka «la scintillante», quella terra benedetta, ove, secondo una leggenda, la misericordia divina collocò i primi uomini dopo l’espulsione del Paradiso, innalza pure verso il cielo delle montagne sacre. Fra le altre, la cima isolata nel mezzo della pianura, ove sorge la città santa di Anaradjapura. È il Mihintala. Su quella aerea rupe fermò il volo, ventidue secoli sono, Mahindo, l’apostolo indiano, che s’era slanciato dalle pianure del Gange, mosso da virtù divina, per chiamare i Cingalesi alla religione di Budda. Un tempio fu innalzato sulla vetta ove, un giorno, dicesi che il santo posasse il piede. Alta, colossale è la pagoda; e tanto venerata dai pellegrini, che la vollero coperta di gelsomini dalla base alla cima. Una gemma, color fiamma, brillava al sommo dell’edificio e rinfrangeva da lungi i raggi del sole. È fama che un rajah facesse distendere, dalla cima della montagna alle sue falde, un largo tappeto di dodici chilometri di lunghezza affine che i piedi dei fedeli non fossero contaminati da terra impura.

Non meno venerato è il celebre picco d’Adamo, che i marinai salutano con rispetto allorchè s’avvicinano all’isola sacra. L’orma di un piede enorme, appartenente, sembra, ad un gigante, che doveva essere alto per lo meno dieci metri, è scavata nella roccia, sull’orlo estremo della cima. Questa impronta, affermano i Maomettani e gli Ebrei, è l’orma di Adamo, il primo uomo, che salì sul picco per contemplare la vasta terra, le sterminate foreste, i monti e i bassopiani, le spiaggie e il grande Oceano colle sue isole e i suoi scogli. Al dire dei Cingalesi e degli indù, non il piede di un uomo, ma di un dio lasciò quell’impronta. È Siva, giusta i bramini; è Budda, affermano i buddisti, Jehovah, scrivono i Gnostici dei primi secoli cristiani. Quando i Portoghesi sbarcarono da conquistatori nell’Isola di Ceylan, scemarono importanza al sacro monte: non ci videro più l’impronta di un Dio, ma solo di San Tommaso, o di un antico missionario, l’eunuco di Candace. Un armeno, Mosè di Corene, si mostrò ancora meno rispettoso, forse per serbare il primo luogo al monte Ararat; sulla sommità del picco di Adamo non vuol vedere che la traccia del piede di Satana, l’eterno nemico. I viaggiatori inglesi, liberi di ogni superstizione, fanno in gran numero l’ascenzione del sacro monte, ma nell’«orma divina» non vedono che un capriccio della natura o un artificio per attirare i pellegrini. Se non che questi stranieri increduli sono oggetto di commiserazione o di disprezzo pei pellegrini, la cui fede è incrollabile e che vanno a prostrarsi sulla vetta della montagna divina, baciano divotamente la supposta orma, e depongono le loro offerte nella casa del sacerdote.

A mente loro, ogni circostanza e ogni indizio conferma l’autenticità del miracolo, per cui sarebbe crassa ignoranza dubitarne. A pochi metri al di sotto della vetta spiccia un filo d’acqua: il Dio colla sua verga ottenne il prodigio, simile a quello che Mosè operò nel deserto. Gli alberi s’abbarbicano al ripido declivio, ma, caso singolare, volgono i rami dalla parte della sacra orma, evidentemente per renderle omaggio, anzi per adorarla. Il suolo è sparso di pietre preziose; sono le lagrime del dio, desolato per le sofferenze e i delitti dell’umanità. Le ricchezze incomparabili dell’isola fanno, del resto, pensare agevolmente al prodigio; e hanno dato un tal quale fondamento ai racconti favolosi delle Mille ed una notte. I rivoletti che scendono dalla montagna, non travolgono, come i nostri ruscelli ciottoli o sabbia, bensì polvere di rubini, di zaffiri, di granate; il bagnante, che si ristora nelle loro acque, si avvolge, come le sirene, in una sabbia di pietre preziose.

Le schiatte dell’estremo Oriente, la cui civiltà ha seguito una via opposta a quella della stirpe arya, dedicarono pure un culto particolare alle montagne. Nella China e nel Giappone, come nell’India, non c’è sommità di qualche importanza che non abbia il suo tempio, od almeno la sua capella votiva; ma alcuni monti sono anche riguardati, almeno dal volgo, come geni tutelari o vendicatori. A queste maggiori elevazioni di suolo, che colpiscono l’occhio, i popoli si volgono, sia per riconoscervi la prima loro sede, sia per rimpiangere uno stato d’innocenza e di perfezione ivi goduto.

Le più antiche montagne storiche sono quelle della China, giacchè il popolo «di mezzo» è il primo che sia uscito dalle tenebre delle barbarie, e quello che da più tempo tiene memorie scritte di sua vita. Sono cinque le montagne sacre della China: s’innalzano in regioni famose per agricoltura, industrie, memorie storiche; e la popolazione s’addensa alle loro falde. La più santa, fra tali montagne, il Tai-Chan, domina tutte le altre cime della fertile penisola di Chan-Tung, fra i due golfi del Mar Giallo. Dalla cima, a cui conduce un sentiero selciato, per tacere delle scale tagliate nella roccia, si vedono a perdita d’occhio, le fertili pianure attraversate dal fiume Giallo, ovvero Hoang-Ho, detto dai Chinesi il Dolore, a motivo dei disastri che producono le sue inondazioni; il maestoso fiume ora s’avvicina all’uno dei due golfi, ora all’altro, formando poi un amplissimo delta, e se nuoce quando le sue acque escono dall’ampio letto, contribuisce in generale al benessere di un vastissimo territorio, ove la popolazione è fittissima come le spiche del campo; uno dei grandi alveari dell’umanità. L’imperatore Chung ne intraprese la salita or sono quattrocentotrenta anni, com’è narrato negli annali officiali del paese. Anche il filosofo Confucio tentò di raggiungerne la cima; ma la salita è difficile, il filosofo dovette fermarsi ad un certo punto che ancora si addita, e ridiscendere. Le principali divinità e i genii hanno dei templi o degli oratorii sulla santa montagna; e vi si onorano altresì il Cielo, le Nuvole, la Grande Orsa e la Stella Polare. I dieci mila genii vi dirigono il loro volo e vi si arrestano per contemplare la terra e le dimore degli uomini. «Il merito del monte Tai-Chan non è inferiore a quello del Cielo: è il dominatore del mondo; raccoglie le nuvole e invia le pioggie; decide delle nascite e dei morti, della sfortuna e della felicità, della gloria e del disonore. Fra quanti picchi si levano verso il Cielo è il più meritevole d’essere visitato.» E però i pellegrini vi si conducono in folla per implorare delle grazie, e il sentiero è fiancheggiato da caverne, ingombre di mendicanti, che ostentano delle piaghe schifose e speculano sulla pietà, o sul ribrezzo che ispirano, per ottenere una più pronta ed abbondante elemosina.

Le montagne vulcaniche sono di una notevole bellezza di forme; il Giappone è appunto un arcipelago di origine vulcanica, per cui i suoi abitanti possono avere anche maggior invito ad onorare le più elevate montagne del paese, grandeggianti in mezzo alle pianure, coni colossali dove il fuoco e il ghiaccio estendono il loro impero. Havvi idolo nel mondo che possa paragonarsi al vulcano Fusi-Yama, il «monte per eccellenza», che si innalza, quasi isolato, nel mezzo di fiorite campagne, alla base vestito di foreste, e coperto di eterne nevi nella parte superiore? Un tempo, il vulcano fumava e slanciava fiamme e lave; adesso, riposa. Però altre montagne, nell’arcipelago giapponese, continuano ad emettere nuvole cariche di pietre e fiumi di fuoco, che scorrono sul suolo scosso dai terremoti. Fra questi vulcani, uno ve ne ha, il più terribile di tutti, che si sperò di placare gettando nelle sue fumanti voragini, al tempo di una terribile persecuzione religiosa, migliaia e migliaia di cristiani. I Gesuiti erano riusciti a stabilirsi nel Giappone, diffondendo presso molti la propria fede, quando il più feroce fanatismo scoppiò contro di essi, e tutti i cristiani furono barbaramente uccisi. Non altrimenti, dicesi, si tentò di calmare, nel Nuovo Mondo, il vulcano Monotombo, precipitando nel suo cratere dei preti, che aveano osato sostenere agli indigeni che quella montagna non era una divinità, ma piuttosto una bocca dell’Inferno. Del resto, i vulcani, non aspettano, di solito, che si getti loro delle vittime: sanno procurarsele da sè, fondono la terra, eruttano dei laghi di fango, coprono di cenere delle intere provincie. In un giorno possono dar morte ad un’intera popolazione. Ciò basta per farli adorare dai volghi, che sempre si inginocchiano dinanzi i portenti della forza. Il vulcano distrugge e divora; dunque è un Nume!

Per tal modo, la religione delle montagne, come ogni altra, s’è impadronita dell’uomo signoreggiando i diversi suoi sentimenti. Dove la montagna vomita lave, il terrore induce il volgo a prosternarsi. Nelle campagne, assetate, dove la vegetazione muore per mancanza d’acqua, il desiderio fa volgere l’occhio verso le nevi, serbatoi di inestimabile ricchezza: al desiderio s’aggiunge la preghiera. Coloro poi che trovarono un rifugio nella valle romita o sulla rupe inaccessibile provano una così viva riconoscenza, che per poco non potrebbe riguardarsi come un vero culto. Per ultimo, l’ammirazione verso i monti doveva crescere nell’uomo mano mano che in lui si svolgeva il sentimento del bello, e quindi non poteva essere estraneo a quel complesso di entusiasmi, che forma tanta parte delle religioni. E in vero non c’è giogaia che non offra degli aspetti da commuovere l’animo, invitandolo alla contemplazione! Ogni montagna ha delle bellezze sue proprie, degli asili fidati, dei ricordi preziosi: benefica e terribile ad una, amata e temuta, un piccolo mondo completo. I popoli, spargendosi per la terra, riguardavano i monti quale punto di partenza o di arrivo; e però ne associavano il ricordo alla parte più essenziale e importante delle proprie tradizioni e memorie, sia religiose, sia storiche. Ad ogni tappa del viaggio innalzavano sulle alture un nuovo tempio. È fama che le tribù erranti sugli altopiani della Persia vedessero, verso sera, una gran massa sorgere dal mezzo delle pianure polverose: era il monte Telesme, il divino «talismano», che precedeva i suoi adoratori nel loro pellegrinaggio attraverso il mondo. E quando, dopo un lungo cammino, quella massa, scorta da lungi, non era un ingannevole miraggio, ma una vera montagna con roccie e nevi, il volgo poteva facilmente convincersi di essere davvero scorto, nel faticoso esodo, della propria divinità? Si contemplava fiduciosamente l’ardita cima e fra le nuvole bizzarramente raggruppate forse i devoti scorgevano la vasta ombra del Nume.

Ed ecco com’è accaduto che la montagna noetica, sulla cui punta si fermò l’arca, è identificata, dai divoti, ora coll’una ora coll’altra cima, per cui può dirsi che non abbia ancora cessato di spostarsi dinanzi i passi e la fede delle genti: al qual proposito ricorre benissimo la nota elocuzione proverbiale, che la fede muove anche i monti. Una versione samaritana del Pentateuco pretende che il picco d’Adamo sia la cima su cui si arrestò l’arca noetica; le altre versioni affermano che l’Ararat meritò di salvare la varia famiglia d’animali, che doveva, per volontà di Dio, ripopolare la terra. Ma dove s’innalza questa antica montagna? È proprio l’Ararat dell’Armenia, o può superbire di tanta gloria ogni altra montagna, ove i pastori pretendono di aver trovato degli avanzi del vascello sacro? In molti luoghi dell’Oriente, la tradizione ravvisa la montagna salvatrice nella più alta massa delle vicinanze, da cui discendono le acque che irrigano e che fecondano il paese. È proprio di là, dicono gli abitanti, che la vita è ridiscesa sulla terra, seguendo il cammino delle nevi e il corso dei ruscelli! E, pensate, se le attestazioni possono far difetto: le prove abbondano in ogni caso. Non si trovarono dei mucchi di legno pietrificato anche nei ghiacciai, e persino nelle roccie non si rinvennero le traccie di quegli «anelli del diluvio», che i nostri dotti moderni hanno battezzato col nome di ammoniti fossili? Non meno di cento montagne della Persia, della Siria, dell’Asia Minore, dell’Arabia si contendono l’onore di aver accolto il grande patriarca, il secondo padre degli uomini, appena uscito dall’arca. La Grecia additava il Parnaso, ove Deucalione e Pirra, sfuggiti al diluvio, ebbero facoltà di rinnovare il genere umano in un modo davvero singolare, gettando cioè pietre dietro le spalle: le pietre gittate da Deucalione divenivano uomini, e donne quelle gettate da sua moglie Pirra. Chi lo crederebbe? Anche la Francia vanta delle montagne, sulle quali, secondo la volgare opinione, s’è fermata l’arca: una di queste cime divine è Chamechande, presso la grande Certosa di Grenoble; un’altra è il Puy di Prigue, che domina le sorgenti dell’Aude.

Come vedete, il mito ci offre delle notevoli analogie e delle ripetizioni che non mancano di significato: è sempre dalle alture che sono discesi gli uomini. È dai dirupi, trono della divinità, che si fece udire la gran voce la quale apprese ai mortali i loro doveri. Il Dio degli Ebrei risiedeva sulla vetta del Sinai, nel mezzo delle nubi e dei lampi, e parlava colla folgore al popolo riunito nella sottostante pianura. Anche le divinità fenicie, Baal, Moloch, a cui si prestava un culto sanguinario, comparivano ai divoti sulle cime dei monti. Nell’Arabia Petrea, nei paesi di Edom e di Moab, non c’è un’altura, non una collina, non una roccia che non sia segnalata da un cumulo o da una piramide di pietre, ara su cui i sacerdoti sgozzavano le vittime per propiziarsi il nume feroce. A Babele, ove mancava la montagna, si concepì il folle disegno della torre, che doveva toccare le nuvole: orgoglio che ebbe poi quel castigo, che è narrato nella Genesi.

I profeti ebrei, sospettosi d’ogni culto straniero, maledirono spesso gli «alti luoghi», ove i popoli vicini rizzavano gli idoli, o delle pietre atte a figurarli o piuttosto a ricordarli: ma anch’essi rispettavano le alture, e di là solevano attendere la discesa dei loro angeli protettori. Sopra un colle s’innalzava il loro tempio, sovra una montagna Elia s’intrattenne col Signore; la Transfigurazione del Redentore, fra i due profeti Mosè ed Elia, ebbe luogo dal monte Tabor, salendo di là nella luce increata. Sul Calvario venne crocefisso, fra i due ladroni; e quando, dice la profezia, circondato da santi e da angeli, verrà a giudicare i vivi e i morti, dal cielo lo si vedrà discendere sovra una montagna, che deve spaccarsi appena egli vi fermerà il piede divino. Un’altra montagna, una cima ideale, su cui sorgerà una nuova città d’oro e di diamanti, si vedrà librarsi nello spazio luminoso; e in quel soggiorno di tutte delizie verranno accolti gli eletti, la loro vita sarà una festa non interrotta, e così lontana dalle noie e dai mali di quaggiù da non poter nemmeno formarsene, oggi, una lontana e languida idea.

 

L’olimpo e gli dei

A qual modo che la gloria della Grecia, che pure occupa un piccolissimo spazio sulla terra, avanza quella dei vastissimi imperi dell’Oriente, così l’Olimpo, la più alta e la più bella fra le cime sacre degli Elleni, è venuta nell’opinione e nella fantasia dei popoli la montagna per eccellenza; nessun’altra massa, non il monte Meru, non l’Elburz, non l’Ararat, non il Libano, può competere con l’Olimpo: nessun’altra presenta al pensiero un’immagine più generalmente accettata di grandezza e di maestà. E giova osservare che la sua posizione è davvero privilegiata: doveva far colpo, doveva servire di segnale alle stirpi che s’accostavano all’Europa con animo di occuparla e colonizzarla. Emerge lungo il mare Egeo di molto superiore a tutte le cime vicine, e però il marinaio ne scorge la vetta a somma distanza. Dalle pianure della Macedonia, dalle ricche vallate della Tessaglia, dal monte Athos e da altre vette delle giogaie che i Balcani spingono verso sud, si discerne la triplice cupola dell’Olimpo, e i suoi versanti dalle «mille pieghe» o insenature, di cui parla Omero. La prodigiosa fertilità delle campagne che si estendono ai suoi piedi, invitava da ogni parte i coloni, che venivano ad incontrarvisi sia per contendere disperatamente un palmo di terra, sia per conoscersi meglio ed affratellarsi. S’aggiunga che l’Olimpo domina le strade, che ebbero a seguire le tribù o gli eserciti in marcia dall’Asia in Europa o dalla Grecia verso i paesi barbari del nord: s’innalza come una immensa pietra miliare fra l’Oriente e l’Occidente.

Parecchi altri monti del mondo ellenico presero dalle scintillanti nevi il nome di Olimpo o di «luminoso»; ma nessuno lo meritava meglio della poetica e imponente massa, che s’innalza nella Tessaglia, la cui cima serviva di trono agli Dei.

Ma è bene ricordare che gli Elleni aveano vissuta la loro rigogliosa infanzia nelle vallate e nelle pianure distese all’ombra del gran monte. Dalla Tessaglia provennero gli Elleni dell’Attica e del Peloponneso: ivi i primitivi loro eroi affrontarono i mostri o compirono altre imprese favolose, meritando onori celesti; ivi i più antichi poeti, ispirati dalle Muse, composero degli inni, celebrarono le magnanime opere dei forti. Movendo dalle native convalli verso lontane regioni, le tribù greche non potevano per certo dimenticare la montagna divina, che aveva veduta l’alba della loro esistenza e che li aveva, per così dire, amorevolmente protetti e nutriti.

I principali episodi della storia mitica degli Elleni si svolsero in questa parte della Grecia, o piuttosto la fantasia ivi ne finge il teatro: e fra questi episodi vien subito di ricordare il più importante, quello che decise dell’impero della terra e del cielo. L’Olimpo era la cittadella scelta dai nuovi Dei, e nei dintorni si raccoglievano con animo ostile le vecchie divinità, i Titani mostruosi, figli del Caos. Formidabilmente schierati sui monti vicini, che si allargavano al sud in un vasto semicerchio, i giganti afferravano enormi roccie dei pezzi interi di montagna e li lanciavano contro l’Olimpo in parte sradicato. Per levarsi più alto nel cielo, i vecchi Titani sovrapposero l’un monte all’altro, il Pelio all’Ossa, sicchè pareva volessero dare la scalata alle nuvole; ma la vetta nevosa dell’Olimpo rimaneva pur sempre inaccessibile, campeggiava al di sopra di loro, e si circondava di tetre nuvole solcate dalla folgore. I giganti, che in sè raccoglievano tutte quante le forze della terra, scuotevano il mondo sovra i suoi cardini; la loro voce rumoreggiava come la bufera; avevano nei polsi il vigore della tempesta; colle cento smisurate braccia lanciavano a caso la grandine dei sassi; ma contro le giovani divinità dotate di maggiore intelligenza, non potevano vincere la prova: lottavano senza consiglio e senza misura, servendosi più che altro del furore cieco degli elementi. Soccombettero, ed è fama che sotto le rovine dei monti dei popoli interi perissero miseramente con essi. Non altrimenti avviene spesso che il capriccio regale tragga a morte migliaia d’uomini come per giuoco.

Erano già trascorsi parecchi secoli, e di queste prodigiose battaglie fra gli Dei, intorno l’Olimpo, si serbava appena un languido ricordo, quando alle imprese dei Numi s’aggiunsero le fatiche degli uomini, e i popoli dorici e ioni osarono grandi cose, che meritarono di essere cantate dai poeti, e, più tardi, narrate dagli storici. Allora Zeus, il padre degli Dei e degli uomini, risiedeva in pace sul monte sacro; il suo trono era collocato sulla più alta cima; al suo fianco, Hera, la divinità sempre vergine; intorno la bella schiera degli immortali dal volto eternamente giovine e lieto. Un etere luminosa avvolgeva la cima dell’Olimpo e suscitava i più vivaci colori; non mai le tempeste turbavano il riposo di quegli esseri felici; nè la pioggia, nè la neve cadeva sulle cime scintillanti. Le nuvole, che Zeus radunava, si agitavano ai suoi piedi, intorno le rupi, superba base del suo trono. Le Ore sollevavano o lasciavano ricadere, ovvero squarciavano il grande velario delle nubi, che toglieva la vista della Terra, per cui Giove poteva tratto tratto volgere lo sguardo onnipotente verso la Terra, ne contemplava i mari e i continenti, le città e i popoli. Da quell’altezza inviolabile, egli decretava la sorte degli uomini, pronunciava la vita o la morte, distribuiva a capriccio la pioggia benefica o la folgore vendicatrice. Nessun lamento, che giungesse dal basso mondo, poteva avere la virtù di turbare la pace olimpica degli Dei. Sempre la loro mente era giocondata da sereni pensieri, e gli interminabili conviti erano rallegrati da copiose libazioni; il nettare e l’ambrosia avevano una dolcezza, che non veniva mai meno. Assaporavano il profumo delle primizie offerte dagli uomini, l’acre odore del sangue sparso sulle are; e il concerto delle voci supplichevoli saliva fino lassù come una musica. Sotto i loro sguardi, si spiegava una scena indefinita, il quadro delle lotte e delle miserie umane. Vedevano urtarsi gli eserciti, le flotte andare sommerse, le città consunte dall’incendio; vedevano i poveri lavoratori, formiche quasi invisibili, affannarsi senza posa per ottenere un buon raccolto, che forse il vicino tirannello porterà loro via; e nell’interno delle case, forse molte madri versavano calde lagrime e strillavano i fanciulletti. Più lungi, il loro nemico, il protettore degli uomini, l’audace Prometeo gemeva sovra la rupe del Caucaso, a cui Giove lo fece legare, condannandolo ad avere il fegato, sempre rinascente, divorato da un avoltoio. Tali erano le delizie degli Dei.

Qual Greco ha osato, pastore, sacerdote o re, salire le rupi dell’Olimpo al di sopra dei pascoli e dei gioghi frequentati dai greggi? Ce ne fu uno solo così temerario da spingersi fin lassù per trovarsi a faccia cogli Dei? Gli antichi scrittori affermano che dei filosofi non hanno temuto la scalata dell’Etna, ben più alta dell’Olimpo; ma non fanno menzione di alcun mortale, che abbia avuto l’audacia di ascendere il monte degli Dei, anche quando l’incredulità era penetrata nelle menti, e si cominciava a considerare Zeus e il suo corteggio come una semplice creazione della fantasia.

In seguito nuove religioni, accolte dai popoli, che nacquero nella Tessaglia e paesi vicini, o trassero a vivere in quelle ridenti pianure, diffusero nuove opinioni o fantasie; e la sacra montagna fu volta a miglior culto, ad un culto meno rozzo e sensuale, più spirituale ed elevato. Invece di Zeus, i cristiani greci vi onorano la Santa Trinità; nelle tre principali cime o cupole, ravvisano i tre grandi troni del Cielo; nè vorrete togliere loro questa innocente e pia soddisfazione. Uno dei promontori più elevati, su cui ne’ tempi remoti sorgeva un tempio dedicato ad Apollo, mostra ora un monastero consacrato a sant’Èlia: in una delle vallette, ove si accoglievano le Baccanti per celebrare Bacco Dionisio, danzando sovra i prati smaltati di fiori, passeggiano lenti lenti i monaci del vicino convento di San Dionigi. Nuovi sacerdoti vennero a prendere il posto dei sacerdoti pagani; le are furono trasformate in altari, e l’adorazione degli antichi rivive nel rispetto superstizioso de’ moderni; ma forse la più alta cima non fu ancora tocca da piede umano; il dolce lume, che risplende sulle sue roccie e sulle sue nevi, non à ancora rallegrato alcun mortale dal giorno in cui le divinità greche ne sono partite.

Sono pochi anni, sarebbe stato difficile ad uno straniero di salire la vetta dell’Olimpo, giacchè i Klefti, armati fino ai denti, e dalla mira infallibile, ne occupavano tutte le gole; vi si erano fortificati come in una gigantesca cittadella, dalla quale, rinnovando la lotta degli Dei contro i Titani, assalivano senza tregua i Turchi, odiati dominatori del paese. Consapevoli del loro coraggio, quindi giustamente orgogliosi, facevano gran stima di sè; si proclamavano invincibili come la montagna, che offriva loro un formidabile asilo: e nei loro canti di guerra pretendevano di personificare l’Olimpo e rinnovare i favolosi miracoli: «Riconoscetemi, dice una canzone, sono l’Olimpo, illustre in ogni tempo e celebrato tra le nazioni; quarantadue picchi fanno diadema alla mia fronte; settantadue fontane zampillano nei miei burroni, e sulla punta più alta si libra l’aquila tenendo fra gli artigli la testa di un famoso eroe!» È per avventura l’aquila di Giove: l’antica divinità continua a dilettarsi delle stragi e del sangue.

La fantasia popolare sbizzarisce volentieri a proposito di quelle divinità e di quelle credenze che furono da essa create. Nel corso dei tempi, muta loro il nome; aumenta o diminuisce la loro supposta potenza; ne modifica gli attributi; e tutto ciò a norma delle vicissitudini storiche, col cangiarsi delle lingue, o col sovrapporsi di nuove tradizioni, o per altre cagioni: per ultimo li fa morire, come già diede loro la vita, e colloca sulle are nuovi Dei o piuttosto nuovi simulacri dei medesimi. Del pari la fantasia dei volghi non esita a trasferire la sede di una divinità da un luogo all’altro, dispone di essa come di cosa tutta sua. E però, tra gli Elleni, ogni vetta e per poco non aggiungo ogni altura aveva il proprio nume, ed anche, il più spesso, una pleiade d’esseri celesti: e la stessa divinità viveva in luoghi diversi. Zeus prediligeva il monte Ida, l’Olimpo, le alture di Creta, le colline di Cipro, le rupi di Egina e non so quanti altri luoghi, Apollo aveva la sua dimora sul Parnaso e sull’Elicona, sul Cillene e sul Taigete, su tutte le rupi e i picchi che emergono dal mare Egeo. Ogni vetta dorata dal sole nascente, veduta dalla valle ancora avvolta nelle umide ombre della notte, doveva apparire, agli occhi de’ Greci, quale sede prediletta al Dio della luce: ed ecco perchè molte cime della Grecia portano ancora dei nomi atti a ricordare Apollo radiante.

«Contempla quel trono, centro della terra», diceva Eschilo, parlando di Delfo. Ma questo pilone centrale, questo nocciolo della terra, dalla fantasia dei poeti o dall’immaginazione popolare veniva allogato anche in altri luoghi. Pindaro lo vedeva nell’Etna; i marinai dell’Arcipelago designavano il monte Athos, il grande scoglio che domina la distesa delle acque e che si vede sia veleggiando verso le rive dell’Asia, sia staccandosi da esse per muovere alla volta dell’Attica e delle altre spiaggie della Grecia orientale. Dietro questa montagna, dicevasi, il sole tramonta tre ore più tardi che non nelle pianure, distese ai suoi piedi, tanto è alta; pare che guardi al di là dei limiti della terra. Quando l’Ellade, già libera, fu ridotta in servitù da un Macedone, e divenne trastullo di un padrone, si trovò fra i vinti, un uomo così sprovveduto di dignità umana, un adulatore tanto ingegnoso e bizzarro nell’enorme sua viltà da proporre ad Alessandro, che già s’era fatto proclamare divino, di trasformare il monte Athos in una statua del nuovo figlio di Zeus, «più possente di suo padre». L’opera straordinaria avrebbe potuto tentare un uomo folle d’orgoglio, quale era Alessandro; pure egli non osò intraprenderla, non osò spendervi intorno le forze dei soldati e degli operai, che egli serbava a ben altre fatiche. I marinai, che veleggiavano alle falde della gran montagna, seguitarono a vedervi qualche vecchia divinità, o il passaggio e l’impronta, almeno, della medesima, finchè cominciò a svolgersi un nuovo ciclo storico, che addusse un nuovo culto. Allora si novellò che il Monte Athos è precisamente la montagna, sulla quale il diavolo trasportò Gesù per additargli tutti i regni della terra stesi a’ suoi piedi, l’Europa, l’Asia e le isole del vasto mare. Gli abitanti della penisola calcidica, di cui il Monte Athos è la punta più avanzata, forse lo credono ancora; e, del resto, la leggenda è giustificata da ciò che quella vetta consente una delle più estese e variate vedute del mondo.

Non si creda, però, che i soli Elleni abbiano saputo arricchire la mitologia alpina; se la loro fantasia fu fertile e poetica, non ebbero certo il privilegio di fingere o tessere essi soli miti e leggende. Anche altri popoli videro nelle loro montagne il trono delle divinità. Non solo le grandi cime delle Alpi suscitarono idee religiose, e l’una prese il nome di Giove Tonante (Tonale), l’altra fu detta Monte Giove, poi San Bernardo: non solo l’Appennino partecipò alle vaghe ma solenni credenze naturalistiche o panteistiche dei primi volghi italici; ma anche nelle lande del Nord, nella Germania e nella Danimarca, ove appena sorga una collinetta od un lieve rialzo, le vecchie credenze vi collocarono delle divinità, o vi fecero agire delle forze occulte e misteriose. Perfino nella fredda Islanda, in quella terra delle brume e dei ghiacci eterni, gli scarsi abitanti, addensati sulla costa meglio abitabile, volgevano lo sguardo verso i monti dell’interno, ravvisandovi il soggiorno dei loro numi. Per certo, se avessero saputo ascendere fino all’orlo, orribile a vedersi, dei crateri, dentro i quali fluttua un lago di fuoco; se avessero potuto assistere da vicino allo spaventevole conflitto delle forze più diverse su quelle cime polari, illuminate dalle fiamme di frequenti eruzioni, non avrebbero osato allogare, in un soggiorno maledetto, quelle divinità, che sanno eleggere i luoghi meglio riposati e più favoriti dalla natura. Ma quelle montagne le vedevano solo da lungi; ne scorgevano le cime scintillanti attraverso fauci, per così dire, di negre nubi, e se le figuravano, quelle vette, tanto più belle quanto più monotone e tristi sono le spiaggie della loro isola. Quei monti, disgiunti dalla dimora dell’uomo mercè barriere di rupi e abissi non misurabili, formano, nel mito islandese, la città di Asgard, ove sotto il cielo sempre clemente, vivono gli Dei in una beatitudine senza fine. Quella nube di vapori, che si stacca dalla montagna divina e spazia largamente nel cielo, non era per i superstiziosi isolani, una colonna di cenere, sibbene il gigantesco frassino Ygdrasil, all’ombra del quale riposavano i padroni dell’universo.

 

I Genii

Le religioni si trasformano lentamente. I riti del mondo antico, non più riconosciuti dallo Stato, e da molte generazioni in apparenza scomparsi, sopravvivono, almeno in parte, nei nuovi culti. Spesso le divinità mutarono nome, ma non muta per questo l’altare. Gli attributi della divinità sono pur sempre quelli che ad essa si attribuivano due mila anni or sono, e la fede che si invoca ha per molti conservato la «santa semplicità» della superstizione, per molti altresì non è ancora spoglia del fanatismo. Nelle valli selvatiche dell’Olimpo, ove le scapigliate baccanti s’abbandonavano ad una pazza gioia, i monaci mormorano delle preghiere; sul monte Athos, riguardato dagli antichi marinai quale sede delle divinità, s’innalzano novecento trentacinque chiese in onore di tutti i santi: il Dio dei cristiani ereditò da Giove, come Giove avea ereditato dalle divinità precedenti. A Siracusa, il tempio di Minerva, la cui freccia d’oro veniva salutata dai marinai versando nelle acque una coppa di vino, è ora dedicato alla Vergine. Ogni promontorio che si bagna nel mare, e, nell’interno delle terre, ogni montagna coronata da un tempio, continua ad essere meta di devoti pellegrinaggi, solo è mutato il nome della divinità. Un viaggiatore percorreva l’isola di Cipro, per visitarvi il tempio di Venere Afrodite. Ne chiedeva agli abitanti, e: «Noi non la chiamiamo più Afrodite, esclamava con fervore la pia donnicciuola, la chiamiamo la Vergine Chrysopolite!»

Però i popoli cristiani non solo continuano ad onorare le montagne, che già furono oggetto di culto pei Greci e pei Romani, estesero questo culto, avvivato da una fede certamente superiore alla pagana, in tutti i paesi ove si stabilirono. Come i nostri avi dei tempi leggendari, i nostri antenati di tempi più vicini, massime quelli del medio evo, non potevano contemplare una montagna senza sentirsi religiosamente commossi, e la loro immaginazione dava vita ad esseri superiori, che si piacevano delle valli misteriose e delle cime scintillanti. È vero che questi esseri non avevano grado di numi; maledetti dalla Chiesa venivano riguardati quali spiriti malvagi, quali demonii: oppure, tollerati dalla Chiesa medesima, si consideravano quali genii tutelari, o santi di secondo ordine, e ricevevano onoranze accanto ai patroni principali della Fede.

Giove, Apollo, Venere, discesi dal trono nemboso, ricoverarono nel fondo degli antri: soliti a vivere fra gli splendori meridiani, dovettero adattarsi alle tenebre delle caverne. Cessate le feste dell’Olimpo, si ebbero i convegni delle streghe, che a cavallo di una scopa volavano, nelle notti burrascose, sulle cime dei monti per evocare le potenze dell’Inferno. Quale differenza fra i gioiosi banchetti degli Dei e i sabbati delle streghe bruttati di opere nefande, almeno se vogliamo porgere fede alle relazioni che se ne hanno e al ricordo che ne rimase presso al popolo! Si può anche ritenere che il freddo clima, e il cielo nuvoloso delle contrade settentrionali influissero a sbandeggiare le vecchie divinità dalle alture relegandoli in luoghi, quasi diresti, di pena. E, per dire il vero, come avrebbero potuto prolungare i loro convivi, assaporare l’ambrosia e dilettarsi della musica, che Apollo traeva dall’aurea cetra, vivendo sovra monti avvolti nella bruma, flagellati da venti impetuosi, e coperti tutto l’anno di neve? La fantasia aveva d’uopo di allogare l’Olimpo nei paesi del mezzodì, al disopra delle nuvole dorate dal sole, che quasi figurano all’occhio dei palazzi fantastici: rapidamente si formano, istantaneamente si dissolvono come sogni e miraggi; solo l’etere luminoso conviene ai Figli del Cielo.

Gli Dei e i Genii si possono riguardare come la personificazione di ciò che l’uomo teme o desidera. Le sue passioni, i suoi terrori, le sue medesime ignoranze prendevano, un tempo, forma soprannaturale. E però, fra gli spiriti della montagna, ve ne ha di benevoli, che uno può propiziarsi spandendo sul suolo una ciottola di latte od anche con semplici incantamenti, mentre i maligni, solo intenti a nuocere, uccidono il bestiame o coi loro incantesimi fanno ammalare gli uomini o rendono sterili i campi. Il pastore invoca qualche buon genio affinchè il gregge vada immune dalla epidemia e la mandria vanti i tori più robusti e delle giovenche candide come il latte. A qualche buon genio si rivolgono giovani e vecchi, uomini e donne per avere ciò che dai più si considera come il bene supremo della vita, dell’oro, delle ricchezze, insomma un tesoro. Delle vecchie leggende riferiscono che i genii della montagna discendono nelle viscere della terra e penetrano anche nelle vene della roccia per deporvi i cristalli e i metalli, per mescolare a loro posta le terre e i minerali. E c’è chi pretende conoscere l’ora e le parole magiche, che meglio convengono alla scoperta dei tesori nascosti: sanno come si deve battere la sacra pietra che li ricopre, e i segni e le preci che si devono fare per ottenere l’aiuto degli Spiriti. Che se avviene di omettere una sola sillaba, se non si osserva alla lettera il rituale diabolico, l’incantamento non riesce e si rimane a mani vuote!

M’è occorso di vedere dei vasti scavi intrapresi dai montanari presso l’orlo di una rupe; coperta dalla neve per tre quarti dell’anno. Quel promontorio era dedicato ad un santo, che assunse la protezione del monte succedendo ad una divinità pagana. Ogni anno, tornavano i cercatori di tesori ad allargare quella buca, servendosi di parole e di gesti sacramentali. Non trovavano che dello schisto lamillare, ma non si davano per vinti; i più ostinati continuavano l’opera vana, sperando di evocare il Nume con qualche scongiuro più efficace, e di venire a capo della fantastica intrapresa.

Più interessanti, o, se volete, più importanti di questi, genii che custodiscono i tesori, sono quelli che, nelle caverne della montagna, hanno l’ufficio di vegliare sovra i destini di un’intera razza. Celati nello spessore della roccia, o in altra guisa nascosti agli sguardi comuni, personificano un popolo intero, tradizioni, storia, avvenire. Vecchi come la montagna, dureranno quanto essa, e fin che vivranno, vivrà la stirpe, i cui figli sono sparsi nelle vallate vicine. È il Genio che compendia in sè l’indole e le azioni, la grandezza e le sventure della schiatta, che s’agita ai suoi piedi. I Baschi, per esempio, volgono lo sguardo altero verso il picco d’Anie, ove si cela il loro Dio, non riconosciuto dai preti, ma anche per questo più onorato «Finchè Egli rimane lassù, noi pure vivremo su queste montagne.» E si decretano senza meno l’immortalità, essi la cui lingua forse scomparirà fra non molto!

Allo stesso ordine d’idee popolari appartengono quelle leggende, nelle quali vediamo figurare dei guerrieri o profeti, che, nascosti per secoli e secoli in qualche grotta, devono un giorno o l’altro ricomparire fra gli uomini per effettuare una missione divina. Tale è il mito dell’imperatore tedesco, di Federico Barbarossa, che s’è ritirato in una caverna, e, appoggiato ad una tavola di pietra, vi dorme; la sua barba è cresciuta a dismisura e s’è, caso novo, abbarbicata al suolo.

Tratto tratto un cacciatore, forse un bandito, inoltrò nella caverna e turbò il sonno del possente guerriero. Il quale, levando lentamente la testa, rivolse una interrogazione al nuovo venuto, ma riprese subito il sonno interrotto, dicendo con un sospiro: «Non ancora!» Che attende, adunque, per morire in pace? Senza dubbio l’eco di qualche grande battaglia, l’odore di un fiume di sangue umano, un immenso macello in onore del suo impero. Speriamo che questa battaglia sia già stata combattuta: speriamo che il formidabile campione della forza, il feroce imperatore, «di cui dolente ancor Melan ragiona», non sia ormai che un mucchio di cenere!

Molto più commovente e più bella è la leggenda dei tre Svizzeri, che, in attesa del grande risveglio, riposano nelle viscere di un’alta montagna dei vecchi cantoni forestali, di quei cantoni che videro l’alba dell’indipendenza svizzera e tanto vi contribuirono. Sono tre, come furono tre i patriotti svizzeri che al Grütli, memorabile rupe che sporge sul lago di Lucerna, giurarono, stringendosi la destra, di far libera la patria: e portano tutti e tre il nome di Tell, dell’eroe leggendario che spense il tiranno. Dormono anch’essi; sognano forse: ma non è la vanissima gloria militare che vagheggiano, sibbene la libertà; e non la sola libertà svizzera, ma quella di tutti i paesi e di tutti gli uomini. Tratto tratto l’un di essi si leva per contemplare la più vasta distesa possibile di paese, ma ritorna triste a’ compagni, e ripete egli pure con un sospiro: «Non ancora! Non ancora!» Il giorno della completa liberazione non è ancora spuntato. I popoli, più o meno schiavi, continuano a sberrettare il palo, sia che porti una corona, o il cappellaccio di un demagogo!

 

L’uomo

Aspettiamo, però, aspettiamo con fiducia; il giorno verrà. Gli Dei se ne vanno, traendo seco il corteggio dei tiranni e dei prepotenti, che in nome loro e col concorso di prezzolati sacerdoti hanno asservito i popoli. L’uomo apprende a poco a poco a parlare il linguaggio della libertà; imparerà pure ad osservare i costumi che meglio convengono alla sua dignità e alla sua grandezza.

Fra gli Dei che se ne vanno, o che piuttosto se ne sono andati, collocheremo i Numi tutelari delle montagne. S’è cessato da un pezzo a figurarsi Giove fra i gioghi nembosi: le valanghe e il tuono non esprimono più le sue collere; appena in poesia è permesso di fingere la casta Giunone vestita di candide nuvolette. Senza alcuna tema, noi accostiamo le alte valli, soggiorno degli Dei o rifugio dei genii.

Le cime, un tempo temute, divennero la meta di migliaia di alpinisti, che, si direbbe, abbiano fermamente stabilito di non lasciare alcuna via de’ monti intentata e di piantare su tutte le vette la propria bandiera. E già nelle regioni popolose dell’Europa occidentale, non c’è picco che non sia stato più volte conquistato: quelli dell’Asia, dell’Africa, dell’America vennero pure, almeno i principali misurati e vinti dall’uomo: gli altri lo saranno sicuramente: non è che questione di tempo. Giacchè l’era delle grandi scoperte geografiche volge al suo termine, e, salvo alcune lacune, le terre sono quasi completamente conosciute nel loro insieme, altri viaggiatori, dovendo contentarsi di una gloria minore, si disputano l’onore di essere i primi a superare le montagne non ancora visitate: persino nella Groenlandia si vanno a cercare delle cime ancora vergini di piede umano.

Tra questi alpinisti ve ne ha che, ogni anno, tentano di superare qualche cima molto elevata ed ardua più che altro per vaghezza. Se la vetta non è coperta da una cupola di neve, non trascurano di portare anche delle pietre per segnalare la loro conquista e per innalzarsi ancora di pochi pollici. Credono di essere, in quel momento, i padroni del mondo, giacchè l’intera montagna serve loro di piedestallo, e vedono i regni della terra distesi ai loro piedi. Allungano il braccio come per afferrare la signoria di tutte le cose. Quest’orgoglio potrebbe farci sorridere; e ci ricorda un po’ quel poeta di campagna, che, invitato per la prima volta, a visitare un castello reale, chiese il permesso di salire per un momento sul trono: appena sedutovi, fu preso dalla vertigine della dominazione; e, colta una mosca insolente, che gli dava molestia, esclamò: Sono re, adesso e ti schiaccio!; e con un colpo di pugno eseguì la regia sentenza!

Ad ogni modo anche l’uomo modesto, che non magnifica le sue opere quali sieno, e che non ambisce per nulla la gloria effimera di aver scalato qualche picco di difficile conquista, prova una fortissima gioia quando pone il piede sulla vetta di una importante montagna. Il naturalista De Saussure non tenne, per parecchi anni, intento lo sguardo verso quella cima, che doveva procurargli la più pura gloria, e non fece più volte l’asciensione del Monte Bianco per semplice amore della scienza! Quando, dopo Balmatt egli toccò le nevi, fino allora inviolate, non ebbe solo la gioia di poter fare delle nuove osservazioni, si abbandonò altresì all’ingenua felicità di aver soggiogato un mondo ribelle. Il cacciatore di bestie e anche il cacciatore di uomini provano anch’essi un piacere selvaggio, quando, dopo un accanito inseguimento attraverso boschi e burroni poggi e vallate, raggiungono la vittima e la stendono a terra con una fucilata. Fatiche, pericoli, niente li scoraggia, sorretti, come sono, dalla speranza; ed ora che riposano accanto alla preda caduta, dimenticano ciò che hanno sofferto. Al pari del cacciatore, l’intrepido alpinista prova questa gioia della conquista dopo la fatica, a cui si aggiunge la compiacenza di aver messo in pericolo solo la propria vita: le sue mani sono pure.

Nelle grandi ascensioni, il pericolo è spesso assai vicino; e ad ogni istante si mette a cimento la vita: ma si avanza sempre e si è sostenuti da una viva soddisfazione, che proviene dai rischi evitati o superati: quanto più i rischi sono maggiori e frequenti, ci compiaciamo della saldezza de’ nostri garretti e dalla nostra prontezza di spirito. Spesso accade di camminare lungo un declivio di neve agghiacciata; e basterebbe un passo falso per farci cadere in qualche precipizio. Altre volte, si arrampica sovra un ghiacciaio attaccandosi ad un fragilissimo risalto, che, rompendosi, saremmo slanciati nel sottoposto abisso, di cui non si vede il fondo: si è proprio sospesi tra la vita e la morte. Talora si presentano delle pareti rocciose, le cui sporgenze sono così strette che appena vi si può appoggiare il piede, e, quel che è peggio, sono ricoperte da una lastra di ghiaccio, su cui si spande un velo d’acqua, che si raccoglie in un bacino sottostante: eppure si osa dare la scalata anche a queste muraglie. Però è tale il coraggio e la calma di coloro, che hanno l’abitudine delle grandi salite, che non un muscolo si permette un falso movimento, e si direbbe che il corpo medesimo abbia l’intelligenza del pericolo e sappia con ogni cura evitarlo.

Un viaggiatore sdrucciola sopra una roccia di ardesia pulita e assai inclinata, che taglia bruscamente un precipizio di cento metri di altezza: egli scende con vertiginosa rapidità sul pendio levigatissimo, ma sa distendersi quanto è possibile per presentare una più larga superficie di sfregamento; quindi la sua discesa può essere in qualche modo rallentata dalle asperità anche minime della roccia; si giova delle braccia e delle gambe a mo’ di freno, e, fortunatamente, può fermarsi sull’orlo dell’abisso. Appunto là, un ruscelletto si distende alquanto sulla pietra prima di formare una cascata. Il viaggiatore aveva sete; beve tranquillamente, prima di risolversi a rialzarsi per mettere piede sovra una roccia meno pericolosa.

L’alpinista prende amore alla montagna anche pei rischi che egli vi corse. Però il ricordo del pericolo superato, non è la sola gioia dell’ascensione, specie nell’uomo che, nel corso della vita, ha dovuto sostenere delle forti lotte per compire il suo dovere. Anche senza volerlo, egli non può a meno di vedere nel cammino percorso, ne’ passi difficili, nelle nevi, nei crepacci, negli ostacoli d’ogni specie, un’immagine del penoso cammino della virtù: questo riscontro fra le cose materiali e il mondo morale si presenta naturalmente al suo pensiero. «Ho lottato anche contro la natura, sono riuscito, egli dice; e il dovere è compiuto». Questo sentimento deve avere un grande impero in coloro, che nell’intraprendere un’ascensione hanno davvero uno scopo scientifico, sia di studiare le roccie e i fossili, sia di estendere fin lassù la triangolazione per misurare il paese e formarne la carta. Costoro hanno davvero di che compiacersi se conquistano la cima; se avviene loro qualche sventura, hanno diritto di essere chiamati martiri della scienza. L’umanità riconoscente deve rammentarne i nomi ben più degni di gloria di molti pretesi grandi uomini.

Prima o poi l’età eroica dell’esplorazione delle montagne dovrà finire come in genere avrà termine l’esplorazione del pianeta; e forse il ricordo dei più arditi esploratori diverrà una leggenda. Quale prima, quale dopo, tutte le montagne saranno state scalate: dei sentieri facili, e in seguito (nei luoghi popolosi) delle strade maestre verranno costruite dalla base alla cima, per facilitarne la salita, anche alle persone deboli o di poca lena; per mezzo delle mine si allargheranno i crepacci, per modo che i dilettanti di curiosità naturali possano ammirare la testura del cristallo; chi sa, degli ascensori meccanici verranno disposti nei punti malagevoli; e gli sfaccendati delle cinque parti della terra si faranno innalzare lungo delle muraglie a picco, fumando la sigaretta e ciaramellando della cose più frivole di questo mondo.

Di nulla dovremo meravigliare, giacchè l’arte ingegnerile ha già saputo spingere la vaporeria sino alle vette più elevate. Oltre le ferrovie comuni, che vincono con lunghi giri le più forti pendenze, si sono trovati parecchi ingegnosi sistemi per fare delle piacevoli ascensioni, servendosi del vapore e col minor incomodo possibile. Vennero inventate delle locomotive alpine, mercè cui anche la gente meno adatta alle grandi salite può attingere a pieni polmoni l’aria libera delle montagne, a tutte le ore del giorno, magari per digerire il lauto pranzo fatto nell’albergo della sottoposta pianura. Gli Americani, gente pratica e insieme poetica, cioè intenta a semplificare il godimento delle cose belle senza guastarle, ricorsero, tra i primi, ai più rapidi e più comodi metodi di ascensione. Per attingere più presto e senza fatica la cima della collina, da essi più venerata, a cui hanno dato il nome di Washington, l’eroe della guerra di indipendenza tra i coloni anglo-sassoni e la madre patria, hanno saputo annetterla alla rete delle loro ferrovie, che è forse la più sviluppata e completa di tutto il mondo. Roccie e pascoli sono attorniati da spirali di binari, che i treni salgono e scendono fischiando e snodandosi fra quelle gole e quei dirupi come giganteschi serpenti. Una stazione è stabilita sulla cima; e non vi manca l’abbellimento e la comodità di trattorie e di chioschi nello stile chinese. Il viaggiatore, in traccia d’impressioni, può estasiarsi durante un incomparabile tramonto senza che il suo stomaco ne soffra o che il suo appetito debba fare delle privazioni: alla poesia delle aurore e dei tramonti può associare i giornali, le bibite, i biscottini.

Il sistema che gli Americani applicarono sul monte Washington, fu adottato dagli Svizzeri per il Righi, proprio nel mezzo di quel panorama grandioso, che è noto in tutto il mondo, abbellito dalle più pittoresche montagne e da non so quanti laghi. Lo adottarono pure pel monte Utli; ed è probabile che venga introdotto anche in altri luoghi, per modo che l’arte verrà a levare quasi del tutto i disagi del salire, appianando le cime anche più aspre e di più difficile ascensione.

Le ferrovie funicolari si cominciano ad introdurre altresì in Italia. La vaporiera trasvolerà da valle a valle, a mezza costa od anche sulla cresta delle montagne, come una nave trascorre l’Oceano ora innalzandosi ed ora abbassandosi sulle mobili onde. Rispetto alle vette eccelse delle Ande e dell’Imalaja, che spaziando nella regione del freddo intenso mal possono venire esplorate dall’uomo, si troverà altro modo di giungervi. Di già gli areostati hanno portato l’uomo ad un’altezza anche maggiore di quella che avea saputo attingere colle sole sue forze; l’aerea navicella saprà deporre lo scienziato e l’alpinista sulla cima del Gaurisankar, sul «Gran diadema del cielo scintillante.»

L’intraprendenza dell’uomo, che sconvolge e modifica la superfice della terra pei proprii fini, non si limita a rendere le montagne di facile accesso, sa anche al bisogno perforarle, appianarle; sa compire giganteschi lavori, che destano dapprima una specie d’incredulità, quando vengono proposti, ed eseguiti ottengono la più generale ammirazione. I trafori compiuti in questi ultimi anni, nelle Alpi e in altre catene, per aprire delle vie alla vaporiera, mostrano l’ardire e la pertinacia della scienza e dell’arte. Non c’è quasi ostacolo che vieti il passo all’uomo; s’egli si ostina, trionfa di qualsiasi impedimento; e viene a poco a poco foggiandosi una terra novella più adatta ai bisogni. Gli occorre un vasto porto di rifugio per le sue navi? Demolisce, pezzo a pezzo, un promontorio vicino, e lo getta nel fondo del mare per costruire un argine od un molo, capace di resistere alle più terribili burrasche. Se glie ne venisse l’idea, o piuttosto se vi fosse un motivo sufficente per farlo, saprebbe, credo, frangere delle alte montagne, triturarle e spargerne i frammenti sulla pianura. Anzi un somigliante lavoro è già incominciato. In California, i minatori cui tardava d’arricchirsi, stanchi di raccogliere la polvere e le pagliuzze d’oro trasportate dai fiumi, formarono l’idea di demolire i monti, che nascondono i tesori da essi agognati. In molti punti, spaccano la dura roccia per estrarne il metallo: ma questo lavoro è lento e costoso. La bisogna è più facile quando hanno dinanzi a sè dei terreni di alluvione, specie delle sabbie mobili e ghiajose. Allora, pigliano il nemico di fronte, logorano incessantemente il pendio con copiosi getti d’acqua, slanciata col mezzo di pompe da incendio e sfasciano a poco a poco la montagna per estrarne le molecole d’oro. In Francia si ebbe l’idea di spazzare via nello stesso modo una parte delle enormi masse antiche di alluvione accumulate in collinette dinanzi i Pirenei: col mezzo di canali, quegli avanzi, già impastati e inumiditi per modo da formare un fertile limo, verrebbero trasportati e deposti sulle pianure sterili della Francia occidentale, che prendono il nome di lande.

Per fermo, sono codesti dei progressi ragguardevoli. Non è più il tempo in cui i sentieri di campagna erano così stretti, che in alcuni luoghi davano il passo ad una sola persona. Tutti i punti della terra divengono, un po’ per volta, accessibili, anche per gli invalidi, e pei malati; nello stesso tempo, le più celate ricchezze vengono volte a profitto degli individui e della società; la vita media dell’uomo non solo s’allunga a motivo delle regole igieniche meglio osservate e per le progredite condizioni sociali, s’allunga altresì mercè un guadagno considerevole di tempo e un grande risparmio di forze, mentre il privato e pubblico tesoro s’arricchisce dei beni rapiti alla terra, o chiesti alla medesima col lavoro. Se non che, come tutte cose umane, questi progressi genereranno anche dei mali, o degli abusi corrispondenti; a volte, si giungerà persino a dubitare del loro vantaggio, forse a maledirli, come pur ci accade, in certi accessi di misantropia, di bestemmiare la parola, la scrittura, il libro ed anche il pensiero. Checchè si dica dai perpetui lodatori del buon tempo antico, la vita, così dura per la maggior parte degli uomini, diverrà ogni giorno più facile, forse troppo facile per ciò che riguarda la ginnastica della volontà e la forza del carattere. Toccherà a noi di vegliare a che questa soverchia facilità non danneggi le future generazioni: procureremo che una gagliarda educazione armi il giovane di indomabile coraggio e lo renda capace dei più eroici sforzi; solo mezzo per conservare all’umanità il suo vigore morale e materiale! Spetta a noi di supplire con delle prove volontarie e metodiche a quella lotta per l’esistenza, che si farà via via sempre meno aspra. Un tempo, quando la vita era una battaglia incessante dell’uomo contro l’uomo o gli animali feroci, l’adolescente era considerato come un fanciullo fino a che non avesse portato in casa qualche sanguinoso trofeo. Egli doveva mostrare la forza del braccio, la saldezza dell’animo, un ardore a tutta prova prima che gli fosse permesso di levare la voce nel consiglio dei guerrieri. Nei paesi, ove il maggior pericolo non consisteva tanto nel misurarsi col nemico come nel sopportare la fame, il freddo, le intemperie, era spesso il giovinetto, il futuro uomo abbandonato nella foresta senza nutrimento, senza vestito, esposto agli aquiloni, all’assalto delle fiere, al morso degli insetti: egli doveva rimanere in quella solitudine, fra quei pericoli, fra quelle privazioni senza mormorare, senza tremare, impassibile, il volto calmo e fiero: e dopo lunghe giornate di attesa e di vigilanza, forse di lotta, doveva serbare ancora tanta forza da lasciarsi torturare senza mandare un lamento, o da assistere ad un lauto banchetto senza stendere la mano per chiedere o per prendere.

Adesso non s’impongono più queste barbare prove ai nostri figli, ma, sotto pena di decadenza e d’infiacchimento, l’educazione deve agguerrire il fanciullo, deve dargli un sentire alto e fermo, non solo contro le sventure possibili, ma specialmente contro quelle facilità della vita che spossano o svogliano dal grandemente operare. Lavoriamo a rendere l’umanità felice, ma insegniamole nello stesso tempo a sprezzare la felicità, a non cercarla, a saperne fare a meno; rendiamola superiore alla medesima felicità mediante la virtù.

In questo compito, tanto essenziale, dell’educazione dei fanciulli, e, mercè loro, dell’umanità futura, la montagna può avere non piccola parte. La vera scuola dev’essere la natura libera, i cui vasti paesaggi inebbriano l’occhio, e che offre sì larga materia di studio: non solo la montagna può giovare l’intelligenza dell’uomo, ma gli ostacoli e i pericoli che presenta servono a ringagliardire il suo carattere. Non è certo in anguste stanze, dalle finestre chiuse mediante grate o schermagli, che si faranno degli uomini coraggiosi e puri. Che si conceda ad essi la gioia d’immergersi nei torrenti e nei laghi della montagna, si permetta loro di passeggiare sui ghiacciai e sui campi di neve; s’imponga loro tratto tratto la fatica delle grandi ascensioni ed anche il rischio, se occorre, delle ardite scalate. Non solo impareranno senza fatica ciò che nessun libro può insegnare loro; non solo si ricorderanno poi sempre di ciò che avranno appreso in quei giorni felici, quando la voce del maestro si associava alla vista dei paesaggi graziosi e imponenti; impareranno altresì a sfidare il pericolo e a vincere ogni meschina timidezza. Lo studio sarà per essi un piacere e il loro carattere si formerà nel pieno e libero godimento della vita.

Non c’è dubbio, noi siamo alla vigilia di compire i più importanti cangiamenti sia sulla superfice della terra, sia nelle condizioni sociali e nella vita dall’umanità: questo mondo esterno, che già noi abbiamo saputo in parte adattare ai nostri bisogni, verrà da noi trasformato con mezzi ancora più efficaci e per raggiungere dei fini sempre più elevati. Man mano che aumenta il nostro sapere e la nostra potenza materiale, la nostra volontà diventa sempre più ardimentosa e tenace rispetto alla natura. Attualmente, quasi tutti i popoli detti civili impiegano la maggior parte del loro risparmio annuale a tenersi armati per difesa ed offesa, ad apparecchiare grandi mezzi distruttivi: che se la guerra scoppia fra uno stato e l’altro i danni sono incalcolabili; ma in seguito, e speriamo che ciò sia presto saranno meglio avvisati, e impiegheranno a preferenza i loro risparmi nell’aumentare la produzione del suolo, nell’utilizzare le forze tutte quante della terra, nell’abbattere ogni ostacolo che si opponga al libero svolgimento della civiltà. Venuto questo giorno, che tutti gli uomini di mente e di cuore sospirano ardentemente, la scienza, l’arte e l’industria troveranno maggiori mezzi per operare nuovi prodigi, e la terra continuerà a trasformarsi sotto i nostri occhi, ma con maggiore rapidità e con effetti ancora più utili.

Ogni popolo darà, per così dire, una veste nuova alla porzione della terra, assegnatagli per sua dimora. I campi coltivati e le strade, le case e le costruzioni d’ogni specie, la disposizione medesima degli alberi, il raggruppamento e lo stile degli edifici daranno più che mai una fisonomia speciale al paesaggio, per modo che valga a rivelare, più che mai l’indole degli abitanti. Insomma così gli individui come le nazioni potranno più facilmente che non ora effettuare il proprio ideale. Quei popoli, che hanno davvero il sentimento del bello, sapranno rendere la natura più bella. Che se la gran massa dell’umanità dovesse restare quello che è adesso, ciò che davvero non vorremmo ammettere; se il maggior numero dovesse conservarsi rozzo, egoista e falso, la terra non potrebbe progredire nel vero senso della parola, e non acquisterebbe che una apparente e menzognera bellezza. In tal caso verrebbe forse di chiedere col poeta: «Ove fuggire? la natura diviene brutta!»

Qualunque debba essere l’avvenire dell’umanità, qualunque sia l’opera che essa saprà compiere intorno a sè, la solitudine, specie dove l’arte umana non è ancora giunta od ha fatto pochissimo, diverrà sempre più necessaria agli uomini, i quali, lungi dal conflitto delle opinioni o dai vani rumori del mondo, vogliono rattemprare il loro pensiero. Se i luoghi più deliziosi o più imponenti della terra dovessero, un giorno, divenire più che altro il ritrovo di tutti i disoccupati, ai pochi che amano vivere nell’intimità della natura non rimarrebbe che di fuggire sovra una barca in mezzo alle onde, o piuttosto dovrebbero attendere il giorno in cui si potrà, al pari degli uccelletti, librarsi negli spazi. Però essi rimpiangerebbero sempre le fresche vallette dei monti, e i torrenti che sgorgano dalle nevi inviolate e i pinacoli candidi o rosei che si spingono nel cielo azzurro. Fortunatamente, le montagne continuano ad offrire i più secreti asili a coloro che fuggono le strade troppo battute. Chi sa per quanto tempo ancora sarà dato di allontanarsi dal mondo frivolo e di trovarsi, in montagna, a faccia a faccia col proprio pensiero, colla natura, al di fuori di quella corrente d’opinioni volgari e fittizie che turbano e sviano anche gli spiriti più sinceri.

Che sorpresa fu la mia, e come furono rotte penosamente le mie abitudini, quando, oltrepassata l’ultima cerchia della catena, mi trovai alle falde della regione alpestre là dove la collina con insensibile declivio si unisce alla pianura, alla grande pianura dagli orizzonti indistinti e fuggitivi, dallo spazio illimitato. Il mondo immenso era dischiuso dinanzi a me poteva volgermi verso quella parte dell’orizzonte, che meglio gradiva al mio capriccio; feci molto cammino, ma l’orizzonte non si spostava nemmeno, e la natura circostante aveva perduto il suo prestigio e la sua varietà. Non udiva più il garulo torrente che saltella fra i sassi; nevi e roccie s’erano tolte al mio sguardo; vedevo sempre la medesima campagna monotona. Libero era il mio andare, eppure mi sentiva men libero che non lassù, quasi imprigionato, stanco; un solo albero, un arbusto bastava a celarmi l’orizzonte; non una strada che non fosse fiancheggiata ai due lati da alti siepi o da muricciuoli.

Nell’allontanarmi dai monti che amava e che fuggivano così presto da me, mi volgevo spesso indietro per discernerne le forme impicciolite.

I pendii si confondevano a poco a poco in una medesima massa azzurrognola; le larghe spaccature delle vallate cessavano d’essere visibili; le cime secondarie scomparivano; solo le cime più alte si disegnavano sul fondo luminoso. Dopo alcune ore, l’impuro polverio che si innalza dalla pianura mi celò i bassi pendii delle montagne; non vedevo altro che una specie di scenario quasi compatto sulle nuvole, e non senza fatica poteva discernere, fra le altre la mia montagna, e risalutare le vette tanto note e da me con tanto diletto conquistate. In seguito ogni linea si perdette e confuse nel cielo nuvoloso: la pianura senza limiti visibili mi circondò da ogni parte. Pur troppo la montagna era assai lungi da me; ed io ero ritornato nel gran tumulto degli uomini. Almeno ho potuto conservare nella memoria la dolce impressione del passato. Veggo ancora sorgere dinanzi ai miei occhi l’amato profilo dei monti, ritorno col pensiero nelle vallette ombrose; e, per alcuni istanti, gusto di nuovo in pace le dolci sensazioni che vengono dalla rupe, dal ruscello, dall’insetto, dal filo d’erba.

[1] Nell’originale “cristaux” “cristalli di ghiaccio” secondo la traduzione di Persio Falchi. [nota per l’edizione elettronica Manuzio].

[2] Nell’originale “érèbes”; “nottue nere” secondo la traduzione di Persio Falchi. [nota per l’edizione elettronica Manuzio].

[3] Nell’originale “mites” “pulci dei ghiacci” secondo la traduzione di Persio Falchi. [nota per l’edizione elettronica Manuzio].

[4] Nell’originale “guidées” “guidate” (riferito a tribù) secondo la traduzione di Persio Falchi. [nota per l’edizione elettronica Manuzio].

Essere obiettivo

di Fabrizio Rinaldi, 30 aprile 2018

In fotografia la creazione è un breve istante, un tiro, una risposta, quella di portare l’apparecchio lungo la linea di mira dell’occhio, catturare quello che ci aveva sorpresi nella piccola scatola a buon mercato afferrandolo al volo, senza artifici e senza sbavature. Si fa della pittura ogni volta che si prende una fotografia.
HENRI CARTIER-BRESSON, L’immaginario dal vero, Abscondita 2005

Il racconto nell’album fotografico

C’era sempre una presenza discreta nelle gite, nelle feste e nelle ricorrenze: una macchina fotografica al collo di mio padre. Negli anni Settanta lo ricordo sempre con quella reflex mentre scattava foto ai familiari.
Autodidatta, come me, aveva una vera passione per quella piccola scatoletta: inquadrava, scattava e portava a svilupparne il rullino dal fotografo. …

Fotografia e utopia (di Paolo Repetto)

Il pezzo di Fabrizio sulla fotografia ha casualmente incrociato lungo il mio percorso di letture un breve saggio di Pietro Bellasi comparso trentacinque anni fa su Prometeo (rivista che ancora esiste, o almeno esisteva sino ad un paio d’anni fa) …

La fotografia immemore

Dobbiamo muoverci e pensare ad una velocità sempre maggiore: questo ci chiedono i ritmi imposti dalla modernità. In realtà la nostra mente non è evolutivamente preparata alla brusca accelerazione impressa negli ultimi cento anni, pochissimi se paragonati all’intero arco della storia antropica …

Che i digitali diventino analogici

I bambini ospitati a turni settimanali nella struttura educativa dove lavoro vivono un altro modo di fare scuola. Sperimentano attività e fanno esperienze (le escursioni naturalistiche, ad esempio) che non sono previste nel contesto scolastico abituale …

Riconosciute assenze

L’applicazione della tecnologia digitale alle macchine fotografiche e l’uso diffuso di software di fotoritocco hanno semplificato il gesto del fotografare fino a generare una polluzione incontrollata di immagini, per lo più ordinarie, che ci sorbiamo nostro malgrado e che rispondono a un artificioso bisogno indotto dalla modernità: quello della “spettacolarizzazione di sé” e della condivisione in rete della propria squallida quotidianità…

Riconosciute assenze

s’intravvede, ma non si vede

di Fabrizio Rinaldi, 8 aprile 2018

L’applicazione della tecnologia digitale alle macchine fotografiche e l’uso diffuso di software di fotoritocco hanno semplificato il gesto del fotografare fino a generare una polluzione incontrollata di immagini, per lo più ordinarie, che ci sorbiamo nostro malgrado e che rispondono a un artificioso bisogno indotto dalla modernità: quello della “spettacolarizzazione di sé” e della condivisione in rete della propria squallida quotidianità.

Questa ossessione ha contribuito ad uniformare verso il basso molti aspetti del gesto fotografico, da quelli tecnici relativi al marcato bilanciamento dei colori e ai loro contrasti a quelli contenutistici, relativi alla scelta dei soggetti. Nel novantanove per cento dei casi ad essere ritratto è chi fotografa (selfie), oppure sono familiari, animali domestici, tramonti, edifici, o ancora, “eventi” che si pretendono tali solo perché l’immagine è opportunamente mirata a suscitare una qualche reazione emotiva (per lo più di pancia – o giù di lì).

L’inflazione d’immagini fa si che queste raramente rimangano nella memoria, poiché non suscitano particolari emozioni né in chi le produce, né in chi le guarda. Va così persa una peculiarità fondante del fotografare, ossia l’essere una raffigurazione concreta di un pensiero.

La semplificazione del processo fotografico pone interrogativi a chi, come me, vorrebbe continuare a scattare senza cadere nelle mediocrità del già visto e ambisce a produrre immagini che, almeno a livello personale, trasmettano una qualche tensione emotiva.

Vedere e fotografare, nell’accezione più pura, significa esser consapevole dell’“unicità” di ciò che si sta guardando, che è tale in un tempo concluso, ovvero in quel preciso momento, scegliere di fermare quell’istante e di fissarlo attraverso il mezzo fotografico. Questo gesto richiede una – seppur mediocre – padronanza tecnica, la capacità di mettere a fuoco e isolare il soggetto all’interno dello spazio che occupa, la percezione istintiva della quantità di luce necessaria ad evidenziare ciò che l’obiettivo inquadra, ma soprattutto una buona dose di lucidità e di distacco: ovvero un coinvolgimento emotivo controllato, almeno un po’. È senz’altro necessaria anche una certa presunzione nel riproporre soggetti che quasi sicuramente sono stati fotografati da altri molto più bravi. Basta fare una ricerca in rete per vedere foto davvero belle che fissano quel paesaggio, quel fiore o quello scorcio che ci apprestiamo a fotografare.

Quindi, dobbiamo prevedere nell’equipaggiamento una borraccia piena di presunzione. Ci tornerà utile quando, individuato il soggetto, ci verranno in mente le immagini scattate da fotografi più o meno titolati. Per una frazione di secondo esiteremo prima di schiacciare l’otturatore. Ma a quel punto, bevuto un sorso dalla borraccia, scatteremo la “nostra” foto che regalerà a noi – forse solamente a noi – un briciolo di emozione. Se poi non è paragonabile alle calle di Tina Modotti, ai panorami di Ansel Adams o ai nudi di Man Ray, chi se ne frega!

Piuttosto, una volta premuto l’otturatore avremo l’illusione d’aver fissato quel momento in un’immagine senza tempo: ma non è così.

Anzitutto perché, come detto prima, la memoria diffusa delle immagini è labile e a brevissimo termine, proprio per la quotidiana indigestione che ne facciamo: quindi presto scorderemo quei fotogrammi, che difficilmente si raccomanderanno nella memoria collettiva per una loro intrinseca rilevanza o per le loro qualità estetiche.

C’è poi l’aspetto connesso all’hardware su cui sono conservate le tanto care foto. Il tempo continua a scorrere per noi, ma anche per loro. Apparentemente le immagini rimangono inalterate, ma sia nei file digitali, sia nelle stampe fotografiche è in atto un continuo deterioramento. E a dispetto di ciò che si pensa, se sono immagazzinate in bit il deterioramento sarà ancor più veloce di quello delle fotografie cartacee: si potrebbe guastare l’apparecchio su cui sono conservate, potrebbero esser dimenticate e quindi in un secondo momento cancellate, o, in un continuo copia-incolla, è sufficiente la perdita di qualche “zero” o “uno” per rendere illeggibili i file.

La consapevolezza di questa precarietà, insieme all’importanza che diamo a ciò che viene inquadrato nel mirino della reflex, ci dovrebbero render maggiormente coscienti del “momento fluttuante” che ci accingiamo a fotografare. In questo modo dovrebbe risultare più facile realizzare foto che abbiano una possibilità di rimanere per un po’ nel ricordo, almeno nel nostro.

Quando metto mano alla macchina fotografica mi scopro ad inquadrare per lo più soggetti che escludono la presenza umana. Preferisco soffermarmi sulle tracce riconoscibili del suo passaggio: la sua interazione col territorio, le sue opere, le sue manipolazioni e le sue dimenticanze.

Cerco insomma la “pregnanza” umana che il manufatto, il paesaggio o l’edificio rivelano, che hanno assorbito – magari in tempi antichi – dai loro costruttori. Allora fotografo balconi, finestre, barche dismesse, legni e ferri abituati al lavoro umano, angeli di pietra che sorvegliano gli ingressi, fontane, porte, terrazzamenti e così via, alla ricerca della seduzione di cui l’autore ha impregnato – intenzionalmente o meno – quel manufatto. Oppure perseguo l’incanto inatteso che a volte il degrado e l’abbandono regalano alla materia creata dall’uomo: ad esempio le croste sui muri di vecchie case, sui quali il decadimento fa scaturire la bellezza di una semplice ed autentica disarmonia.

Ho difficoltà invece a fotografare volti: non per superstizione aborigena, ma per la convinzione che ritrarli presupponga un’esposizione del soggetto alla violenza inferta dallo scorrere del tempo e al giudizio estetico – inconscio o meno – di estranei.

C’è poi una personale tensione relativa alle reali intenzioni di chi fotografa e di chi è fotografato: quanto voglio rivelare del soggetto e di me in un’immagine? È un interrogativo rilevante in tutto il mondo fotografico, ma in particolare in quella di ritratto.

Il tempo è impietoso: la foto che ci ritrae oggi pare brutta, ma rivista tra dieci anni potrebbe persino indurci ad affermare che non eravamo male. Per questo i ritratti mi bloccano: hanno qualcosa di maligno, fissano un tempo che si allontana da noi, e ce lo ricordano.

Un’altra domanda che sorge quando guardiamo una nostra foto è: ma è così che mi vedono gli altri? Quesito lecito, che mette in luce la distonia con la nostra corporeità e con lo spazio scenico che occupiamo nella quotidianità.

Lo sguardo diretto sottende una sfida che spesso non voglio sostenere, perché implicitamente mette in discussione anche me. O meglio, riesco a ritrarre la persona solo quando tra me e chi inquadro c’è una rilevanza emotiva. Altrimenti lo scatto finirà in un semplice album familiare, ma di questo abbiamo già parlato.

In ogni gesto del fotografare, ogni volta che la macchina fa clic, c’è una certa violenza, che lo si voglia o no. L’atto stesso di fermare qualcosa è potenzialmente violento, anche se si tratta di una foto molto affettuosa. Io credo nel valore dell’idea indiana secondo cui fotografare una persona equivale a rubarne il volto. C’è una cosa degli aborigeni australiani che mi ha colpito molto: non hanno il permesso di guardare l’immagine di una persona morta. Dunque un morto non dovrà più comparire da nessuna parte, né in un libro, né in una foto. Per questo, quando qualcuno muore, si porta via tutto ciò che potrebbe ricordarlo, ogni sua immagine. Per lo stesso motivo gli aborigeni non amano farsi fotografare: perché sanno che la foto sopravvivrà loro oltre la morte, che ogni foto dura al di là della persona, oltre ogni fenomeno che loro possono cogliere, oltre l’istante in cui è stata scattata. È questo a spaventarli.
WIM WENDERS, Una volta, Contrasto 2015