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Giorni da asporto

di Vittorio Righini, 16 gennaio 2021

Ieri il meteo dava sole per oggi. Ho sentito il mio amico, medico, ultra-sessantenne anche lui, entrambi appassionati di fotografia, sia analogica che digitale. Ci siamo detti: usciamo, si va su verso Cimaferle, Moretti, Bric Berton; facciamo un po’ di foto, c’è il sole, due bei palmi di neve nei prati, nei boschi gli alberi sono nudi e i torrenti neri e freddi, si ottengono belle immagini, poi ci fermiamo in una delle poche trattorie sopravvissute (alla globalizzazione, ai McDonalds, ai pub, al Covid) e dopo un lauto pranzetto torniamo a casa. Che bello potersi sedere in un piccolo caldo accogliente locale di un paesino di mezza montagna, gustare ravioli di brasato, coniglio alla ligure, una bottiglia di barbera in due. Bello. Bello, bello.

Mi sveglio e il tempo è bigio. Il mondo sembra immobile alle 8 del mattino di una domenica di dicembre. Non l’eco di un’auto, non un rumore dalla città. Realizzo, con colpevole ritardo, che siamo entrati in zona arancione. Il che significa ristoranti chiusi, bar chiusi, gente chiusa. Perché, se anche uscisse, a parte far la spesa di domenica, dove cazzo andrebbe, la gente? Scrivo al mio amico, mi dice vieni, prendi un caffè a casa mia. Mi lavo, mi vesto, e mi fermo al mio baretto; il più scassato della città, ma io vado lì e non ci sono santi. Quando entro la mia vecchia amica barista dice oggi no, si sta fuori: asporto. Asporto? si gela. La guardo. Non c’è nessuno, mi passa un pezzo di focaccia, l’acqua in un bicchiere di carta. Mangio veloce, non c’è nemmeno il giornale per scorrere i titoli. Poi, un caffè. Sempre nel bicchierino di carta. Sempre guardandosi intorno, in attesa che arrivi un dipendente dello Stato di Polizia (scusate, ho inavvertitamente invertito due parole) per farti 400 euro di multa e altrettanti alla barista per un crimine immondo come quello appena commesso. Pago e esco con l’aria di uno che voleva comprare il latte fresco ma era terminato.

Arrivo dal mio amico. Suono il campanello, niente. Guardo il cellulare, c’è un messaggio che dice: quando arrivi telefonami, sto lavorando di sotto (ma se dovevo venirti a prendere per andare via cosa cazzo stavi lavorando di sotto? m’avessi detto: sono al cesso, scusa! ah, ok, questo ci sta; oppure, vieni, faccio colazione, entra, anche questo ci sta!); lo chiamo al cellulare e mi mostra i progressi ottenuti coi suoi lavori all’interno del garage. Ora, devo riconoscere che da quando ho scoperto che si può vivere anche senza lavorare (per lavorare, intendo il concetto uniformato del lavorare), sono restio a sentir parlare di lavoro. Quando uno mi descrive ho fatto questo, ho fatto quell’altro, in genere mi dispiaccio per lui, senza capire che invece lui ne va fiero. Ecco perché con me è meglio non parlare di lavoro. È come parlarmi dell’importanza delle blatte nel ciclo mondiale della natura. Della Regola benedettina gradisco l’ora (et labora poco).

Poi mi porta di sopra, mi offre un caffè. Diamo per scontato che la giornata è andata persa, perché il tempo non accenna a migliorare. I primi dieci minuti mi ascolta, parliamo di tutto, poi lo vedo pensieroso. Sua moglie è tornata a lavorare, come un topo nel formaggio. E anche lui si sente attratto, o in colpa, non so. Si assenta, e dopo un paio di frasi del genere … d’altra parte è così… mi liquida e torna a rosicchiare il formaggio. Io mi domando: ma non dovevamo uscire? quindi, anche se non siamo usciti, non potevamo prenderci il nostro tempo? no, per me è così, non per tutti, chi sono mai io per dire cosa fare e cosa (soprattutto) non fare?

Rientro a casa e ritrovo le normali regole da rispettare: una carriola di legna per il camino, preparo tavola, cucino (queste due ultime incombenze mi piacciono). Mio figlio mi scrive un messaggio e mi dice che ieri sera l’hanno fermato (vive in Belgio) e non trovava la ricevuta della polizza dell’assicurazione. Gli fanno tre volte il palloncino. Risulta tre volte negativo (ma sarà mio figlio?). Alla fine, il poliziotto belga lo lascia andare a casa senza danni e senza curarsi della polizza apparentemente scaduta. Per non dimenticare, verifico gli assegni e constato di aver pagato regolarmente. Poi scrivo una mail alla mia assicurazione, che la leggerà domani, e chiedo gentilmente di ricevere una copia scansionata da inviargli.

Bene, penserete voi, è tutto finito, il problema è risolto. No, non è tutto finito. Mia moglie scatena una caccia al certificato di polizza, una ricerca che ci coinvolge, sgombriamo anche la gattona dal divano nel caso il foglio si fosse infilato sotto un cuscino. Mi chiedo perché. Perché? se hai un problema e non hai la soluzione, perché ti preoccupi? ma se hai un problema e hai la soluzione, perché ti preoccupi? così scrivono i cinesi.

Nel mentre mi scrive Paolo, al quale avevo detto che leggendo Lhasa di Hopkirk, che mi ha appena imprestato, avevo trovato quel riferimento a Savage Landor che lui ricordava ma non collocava. Ora ricorda il fatto, si lamenta del tempo che passa e della testa sempre più insicura. E mi scrive una frase che dà l’avvio a questo mio sfogo: soffro a non poter fare quasi nulla, ma soffro ancor più pensando che anche se potessi non saprei cosa fare, e che anche se lo sapessi non avrei voglia di farlo.

Allora mi scatta la rabbia: siamo gente libera? o siamo un branco di pecore in balia di lupi affamati? (considero i lupi uno degli animali più belli e intelligenti in natura, mi scuso con loro se li paragono a chi pretende di dirigere la nostra vita). Ai tempi del colera si stava peggio di ora? non lo so, non c’ero, ma almeno avevi delle certezze; della morte, per esempio. Ora non hai nemmeno la certezza del vaccino, per non parlare della cura. Oberati da vomitevoli forme di informazione a mezzo tv, whatsapp, giornali (Trump? facile prendersela con lui; con un po’ di buonsenso, si era capito fin da subito che era uno instabile di mente, quattro anni c’ha messo la Pelosi per definirlo così. Ma se un branco di idioti ha invaso il Parlamento USA è perché la stupidità, la volgarità, l’ignoranza, la violenza, il razzismo viaggiano sui social: facebook, twitter, instagram. Cancellano Trump? beh, comodo salire sul carro del vincitore e poi tenere aperti i profili dei leader iraniani, turchi, egiziani, etc. etc.). Non c’è più niente di vero, non c’è più nulla di serio, tutto è una bufala, tutto è una fake news, dal non fare il vaccino perché un team di scienziati irlandesi ne denuncia il pericolo (chi?), a un branco di parlatori televisivi tutti autorizzati dalle più alte cariche dello Stato a parlare di Covid, quasi tutti con laurea in medicina biologia, virologi e scienziati, tuttologi e arrivisti, che ci inoculano, una dopo l’altro, catastrofiche predizioni tipo Nostradamus col mal di denti, tutti pronti a terrorizzare, nessuno a dire… a dire cosa?

Beh, per esempio: ora, noi tuttologi, pubblicheremo un elenco completo dei morti di Covid; indicheremo età, patologie pregresse e in corso prima di morire (ci sono le cartelle cliniche per quello) e faremo un report preciso, per vedere quanti sono morti DI Covid e quanti sono morti COL Covid; poi, scopriremo perché molti medici di base, all’insorgere di dubbi su un paziente, invece di prescrivergli dell’eparina, utile a proteggere da trombi e fluidificare il sangue, prescrivevano tachipirina. Due poveri semplici medici di Pavia, lo ricordo bene, nella primavera 2020 furono lapidati verbalmente da uno dei Santoni Televisivi solo perché avevano detto che da quando usavano l’eparina avevano visto i casi di morte scendere a zero. Poi, noi tuttologi indagheremo sul perché uno dei nostri più stimati colleghi, Burioni, prima dice: possibilità che il virus arrivi in Italia dalla Cina? pari a zero… poi diventa uno dei numi tutelari televisivi. E perché Report dedica un’ora di programma (ricco di allarmanti accuse e sospetti) al Commissario Straordinario Arcuri e ai suoi maneggi con le mascherine cinesi? Ma, soprattutto, perché queste decisioni di chiudere a determinati orari, di non far più lavorare i ristoranti, i bar, e molti altri settori (dopo che gli hai fatto spendere migliaia di euro per sanificare in primavera)? Infine, perché si manda una economia e una società a puttane in questo modo? Non ne usciremo più, molti economicamente, molti psicologicamente. Le file davanti alle mense per i poveri nei vicoli di Napoli e altre grandi città, di persone che una volta avevano un reddito e anche contribuivano ai redditi delle famiglie dei loro collaboratori, mi hanno ulteriormente intristito. Io sono fortunato, davvero tanto fortunato.

Ormai siamo segnati, abbiamo un marchio sul polso, una croce, un simbolo, un numero. Siamo i rovinati del 2020. E loro discutono: Renzi rientra, no Renzi esce del tutto. Beh, direte voi, tu parli ma non sai cosa significa il Covid. Eh no, modestamente io il Covid lo nacqui… nel senso che l’ho fatto io, mio figlio, mia figlia. Per loro è stata una passeggiata, hanno trent’anni, io sessantacinque, è stata abbastanza dura ma non sono finito in ospedale, e ora sto abbastanza bene. Vivo in un’ambiente contiguo alla Sanità, e mi permetto di dire la mia: ci sono solo 5 strade da percorrere:

  • test rapido per tutti;
  • curare con i medicinali giusti, ormai dovrebbero aver capito tutti quali sono;
  • cercare di guarire;
  • Ma, subito, non tra un mese, riaprire tutte quelle attività che stanno morendo;
  • vaccinare il maggior numero di sani.

Oggi ho preso la scheda elettorale è l’ho buttata nel camino. Scelta stupida, diranno molti di voi. Dettata dalla rabbia, giustamente direte voi. Si, mi sento stupido. Stupido e codardo, insignificante e inutile. Hanno vinto loro, ma almeno non mi avranno più come loro complice (come diceva il simpatico tenente Lo Russo in Mediterraneo, nella scena finale). Ora vado a finire di leggere Lhasa di Hopkirk; finora ha raccontato di tutti quelli che hanno fallito nel tentativo di arrivare per primi, come stranieri, a Lhasa; ma sono sicuro che, prima della fine, dovrà per forza raccontare di qualcuno che è riuscito finalmente a vedere il Palazzo del Potala…

Se in un giorno di ordinaria epidemia Diderot e George Romero si incontrano ​in una villa abbandonata …

di Stefano Gandolfi, 22 novembre 2020

Così ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci diè.

Accidenti, Paolo. Che “sturm und drang” ho scatenato con una innocua passeggiata rigorosamente entro i confini del comune di Alessandria (vedi “Estetica delle macerie ed etica delle rovine“), studiata su carta escursionistica 1:25000 con accurata analisi dei limiti comunali per non rischiare multe da lock-down (guai ad entrare nei comuni di Pietramarazzi o Montecastello!), dopo aver escluso brutalmente tutti i territori a ovest-sud-est della città per tragica piattezza dei suddetti e aver trovato l’unica ancora di salvezza nei primi rilievi a nord, sopra Valle San Bartolomeo, gli arcinoti viottoli e sterrati nei pressi del maneggio e del ripetitore, battutissimi da pedoni, ciclisti e cavalieri, ancor di più in questi mesi nei quali il popolo italiano si è scoperto e inventato una vocazione allo sport outdoor! E dove si può provare l’ebbrezza di arrivare a ben 250 metri di altitudine sul livello del mare e di compiere, con opportune varianti, fino a 200-250 metri di dislivello. Perché come mi hai diagnosticato magistralmente, la mia indole di trekker d’alta quota mi porta in sofferenza dopo poche centinaia di metri piatti e orizzontali e il mio debito di ossigeno trova sollievo solo in quei minimi, insignificanti saliscendi che con molta e fervida fantasia mi trasportano sulle Alpi, sulle Ande, in Himalaya, beh, anche sul Tobbio, certamente!

Dunque, una semplice passeggiata, ma con sorpresa: i ruderi di Villa Garrone, ben nascosti nella fitta boscaglia che la circonda. Tu la hai già descritta con dovizia di particolari, quindi non mi dilungo su questi dettagli. Affascinante, misteriosa, inquietante quel tanto che basta da non desiderare più di tanto di essere lì di notte (ahh, mica per paura di presenze aliene e demoniache lovecraftiane, bensì molto più pragmaticamente per le possibili presenze umane che con ogni probabilità ne fanno sede periodica di raduni e consumo di sostanze terrene). Urbex: certo, anche passione e mania fotografica, da eterno ragazzino mai adulto quale sono mia nipote Fiorenza non ha faticato granché per contagiarmi con questa “insana” bizzarria, lei molto più avanti su questo terreno con incursioni in ville abbandonate, alberghi, terme, manicomi, edifici da archeologia industriale e tutto quanto è stato abbandonato dall’uomo. Quante ore a fantasticare con lei su una folle incursione a Prypiat, l’epicentro dell’esplosione di Chernobil (siamo poco normali? va bene, ce ne faremo una ragione!).

E poi comunque Poe, Lovecraft, Matheson, la cosiddetta letteratura di serie B sull’orrido, l’ultraterreno, sulle sudicie creature striscianti che riemergono dagli inferi, e anche G. Romero col primo mitico “Zombie” nel quale, con genio e intuizione a mio avviso insuperabile individuava in un ipermercato il fulcro dell’inizio della fine del genere umano, l’ultimo avamposto di una (inutile) resistenza con i segni già avanzati della rovina, del degrado, della marcescenza del contenuto consumistico ivi contenuto.

Sono partito col botto? Certo, anche perché nulla potrei aggiungere o discutere su quanto hai saggiamente esposto in merito alle macerie e alle rovine e quasi necessariamente (ma non forzatamente) devo iniziare da un punto di osservazione diverso, da buon fotografo devo fare un’inquadratura non banale e non scontata, e forse la chiave di lettura più utile al dibattito è quella relativa all’unico aspetto che forse non hai preso in considerazione, quello della natura.

La convivenza fra naturale e artificiale, il conflitto fra uomo e ambiente, lo scontro fra tecnologia e primordialità, l’inquinamento e la devastazione del pianeta in nome della scienza, del progresso e delle sorti magnifiche e progressive del genere umano, gli effetti collaterali terribili e forse irreversibili derivanti dai comportamenti dell’attuale dominatore del mondo (intendo l’uomo rispetto agli altri animali, non l’ex-presidente U.S.A.!), il negazionismo di Trump (eccolo) sui cambiamenti climatici, il menefreghismo della Cina e dell’India, l’ipocrisia di noi poveri e ininfluenti europei che taciamo sui 500.000 morti annui per cause da inquinamento e poi ci piangiamo addosso per i morti da COVID, legittimamente e inevitabilmente, beninteso: sono Medico, non eretico né negazionista, ho totale assoluta consapevolezza della attuale tragedia ed empatia umana per le vittime dirette e indirette, non voglio sottrarre nulla a tutto questo, semmai vorrei aggiungere anche altri problemi, altre cifre, altre criticità che spesso e deliberatamente vengono ignorate.

La natura, dunque. Certo. Ma anche l’uomo, perché no, solo declinato in qualche variante minoritaria, sconfitta, sparita dalla faccia della terra ma non per questo perdente. Sconfitta non dalle armi, ma dal raffreddore, dall’influenza, dalla sifilide a loro sconosciute e quindi senza alcuna difesa immunitaria, come successo agli Inca da parte dei civilizzatori cattolici spagnoli.

Cosa c’entra tutto questo con Villa Garrone? Ci arrivo subito.

Perù, tanti anni fa, ma potrebbe essere oggi. Cuzco, l’antica capitale incaica. Una strada, apparentemente secondaria, insignificante, un muro di un vecchio edificio, niente di rilevante, sembrerebbe. Poi te la fanno vedere. Una pietra con 12 angoli. Perfettamente incastrata, con perfetti angoli retti, e incernierata con altre 12 pietre, senza chiodi, viti, calce, cemento o quant’altro. 13 pietre squadrate a mano, con precisione millimetrica a sostenere da secoli il muro di una casa. Sopravvissuta a decine e decine di terremoti, mentre gli edifici costruiti dagli spagnoli e dai loro discendenti, regolarmente, ad ogni terremoto, crollavano.

Machu-Picchu, la capitale imperiale. Resti, certo, ma ancora perfettamente integri, solidi, neppure minimamente scalfiti dai terremoti. Archi e portali costruiti con una certa inclinazione e una certa angolatura che li mettevano al riparo dai sismi più apocalittici. Progettati dai loro ingegneri, apparentemente senza alcuna conoscenza scientifica, perlomeno quelle che intendiamo noi oggi.

Ti sembro forse in contraddizione con l’assioma (ovvio, viste le premesse che ho fatto) che la natura è dannatamente superiore all’uomo in ogni sua manifestazione? No, voglio solo dire che l’uomo ha saputo costruire meraviglie e con sistemi meravigliosi, che resistono nel tempo, non immortali ma sicuramente molto longeve. Ma gli uomini che hanno saputo fare questi prodigi, sono stati sconfitti, annientati, annichiliti da altri uomini che non sanno (quasi mai) costruire case antisismiche e che disprezzano completamente il rapporto con la natura.

E sono gli uomini che attualmente hanno il dominio sociale, economico, politico, militare sul mondo. E che abbandonano i loro manufatti alla rovina. A Machu-Picchu e a Cuzco non ho mai avuto un’estasi della rovina e del declino della civiltà umana, ma sempre e solo grande ammirazione per queste civiltà passate. A Villa Garrone tocco con mano il degrado, il declino, l’incuria della nostra civiltà. Non so che farci, sicuramente non sono oggettivo e parto prevenuto, ma questa civiltà della quale volenti o nolenti facciamo parte non mi sta simpatica; troppo arrogante, troppo presuntuosa, troppo convinta che l’armamentario scientifico, tecnologico che possiede e mette in campo sia superiore ad ogni legge della natura, che possa dominarla, modificarla a proprio piacimento senza preoccuparsi delle conseguenze e dei danni che invece provoca, senza peraltro nemmeno ottenere quei risultati millantati, visto che la durata media di tutte le moderne costruzioni umane è ridicolmente inferiore a quella delle costruzioni dei nostri antenati, a ogni latitudine e longitudine.

La povera Villa Garrone è probabilmente una vittima innocente di questi mie strali, ma come tanti altri edifici analoghi diventa per me simbolo di un modo di essere, di vivere, nel quale non si dà più valore a nulla, tutto diventa superfluo, obsoleto, sostituibile, perde valore con noncuranza e perde anche quel senso di legame emotivo, psicologico con gli affetti, con le persone, con le vite stesse che sono state vissute a contatto con questi manufatti.

Tutto può essere ricostruito con facilità senza minimamente preoccuparsi del significato economico, materiale ma anche e soprattutto psicologico del passato, recente o remoto che sia. Si distrugge tutto con voluttà, con violenza, per speculazione, per guadagno, per ingordigia, per costruire oleodotti, autostrade, ferrovie, aeroporti, centri commerciali (George Romero!!!!), tutte cose che a loro volta potranno tranquillamente essere demolite per qualcos’altro. Incessantemente. Si costruisce qualunque cosa e nulla di ciò che si costruisce ha alcun riferimento, contatto, compatibilità, plausibilità di avere un rapporto con l’ambiente in cui viene edificato: e questa estraneità, non appena viene a mancare uno qualunque dei motivi per cui ha senso che rimanga funzionante, fa sì che con grande velocità vada in rovina. Un impianto sciistico dove non nevica più, una miniera da cui non conviene più estrarre minerali o carbone, un albergo dove il turismo è scomparso, un ipermercato non più frequentato perché ne hanno costruito uno nuovo a mezzo chilometro di distanza, un grattacielo perché pericolante, una piscina, un palazzetto dello sport, un cinema, un teatro, un ospedale senza soldi per assumere e pagare i dipendenti, un ecomostro in riva al mare, e potrei continuare a lungo.

E la natura, o ciò che resta di essa, se lo riprende con altrettanta velocità. Lo ingloba, lo fagocita, lo assorbe completamente in spire di vegetazione, di boscaglia che si trasforma in foresta inestricabile. E si prende la sua rivincita. Una vittoria di Pirro, senza dubbio, ma come gli anglosassoni ci hanno insegnato, ci sono anche delle sconfitte gloriose, che danno senso all’inutilità (Mallory e la “conquista” dell’Everest…).

Provo simpatia per questa natura che, non appena l’uomo manda in malora qualcosa, se lo riprende. Ammiro la velocità e l’efficienza con cui lo fa, così come gli enzimi della digestione degradano il bolo alimentare. Rimango affascinato dalla trasformazione di una entità materiale in qualcosa di completamente diverso rispetto alla sua funzione originaria, al suo scopo, alla sua utilità.

Mentre mi aggiro circospetto e con cautela sui pavimenti e sulle macerie di Villa Garrone la mia fantasia vola a immaginare cosa sarà fra dieci, fra cinquanta, fra mille anni. Non provo malinconia, semmai una sorta di eccitazione all’idea della trasformazione, del divenire, del ritorno all’entropia dell’universo, allo sbriciolamento di ogni pezzo di pietra, di legno, di cemento, dei travi, degli infissi, dei vetri, dei cavi elettrici, e al pensiero di come tutto ciò rientrerà a far parte del ciclo degli elementi primordiali della natura, molecole, particelle organiche e inorganiche, atomi. E cosa, a loro volta, diventeranno e di quale organismo vivente faranno parte fra secoli e millenni.

Sono un rinnegato? Disprezzo il genere umano del quale faccio parte? Parteggio acriticamente per la natura vedendo in essa qualcosa di benigno mentre invece sa essere spietata e crudele come e più dell’uomo? No, certo. Però la durezza della natura non è voluta, non è sadica, non è criminale. È e basta, per motivi che a noi sono e devono essere sconosciuti o che forse non esistono nemmeno, è solo il corso delle cose. Distrugge e ricostruisce, con una logica e un’armonia inconcepibile. I più grandi capolavori della natura, i vulcani, le dorsali oceaniche, le montagne che tanto amiamo, sono espressione della mostruosa forza distruttrice e ricostruttiva, quando ammiriamo le forme aggraziate, poetiche, idilliache delle Dolomiti in realtà vediamo semplicemente l’erosione, la fatale inevitabile loro dissoluzione e scomparsa, ma ne rimaniamo affascinati e non proviamo certo angoscia né struggimento, perlomeno io! Quando ho visto da vicino l’Everest e gli altri ottomila himalayani ero ben consapevole di vedere il risultato di eventi geologici di tale potenza da non poter essere compresi dalla mente umana, seppure conosciuti e spiegati dalla scienza. Il ghiacciaio del Perito Moreno che si sgretolava, cadeva nel mare con blocchi delle dimensioni di grattacieli o di portaerei non mi ha intristito né reso malinconico, se non eventualmente per quanto ci sia di intervento umano nel determinare o accentuare il corso degli eventi, i cambiamenti climatici in primis. Ma questi fenomeni di per sé non mi creano angoscia. Panta rei.

No, non rinnego il genere umano e le sue opere, semmai questo tipo di umanità che ha preso il sopravvento, questo pensiero unico del profitto, del guadagno, il Dio crescita, il “potere distruttivo del capitalismo” (sic!), gli effetti collaterali ritenuti indispensabili per il benessere economico, salvo poi cercare maldestramente di correre ai ripari per i danni sulla salute, a curare il cancro, la leucemia, le patologie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche da benessere, a giocare a guardie e ladri con la natura, a fare dei danni e poi “guardate come siamo bravi” a trovare dei rimedi che a loro volta, con un perfetto circolo vizioso, creano altri danni che richiedono ulteriori invenzioni per contrastarli; ma intanto l’economia gira, si creano i nuovi vaccini, si aspetterà la prossima epidemia per scoprire nuovamente che i comportamenti umani sono deleteri e dannosi (lasciamo stare le teorie complottiste: fin dal primo giorno dell’ epidemia continuo a sostenere che non è necessario pensare che qualcuno deliberatamente abbia creato tutto questo, è più che sufficiente la situazione ambientale, sociale di certe parti del mondo, l’antropizzazione, la promiscuità con altre specie animali in una elevatissima densità di popolazione, leggersi “Spillover” di d. Quammen che dovrebbe diventare libro di testo in tutte le scuole).

Potrei fare anch’io molte citazioni, mi limito a Tiziano Terzani e al suo struggimento per la devastante perdita di tutte le culture asiatiche spazzate via dal capitalismo e dal consumismo occidentale (aveva già capito tutto, la morte prematura perlomeno gli ha evitato l’amara consapevolezza di aver visto giusto). Questa Cina che coniuga il peggio del capitalismo ed il peggio del comunismo!, scartando come immondizia il suo immenso patrimonio culturale e quel poco che ci può essere di positivo nella civiltà occidentale, in termini di democrazia, tolleranza, rispetto dei diritti umani (ma che pena: l’Unione Europea non riesce nemmeno a farli rispettare all’Ungheria e alla Polonia, poi ci si indignava perché un po’ di anni fa il sindaco di Milano di allora aveva rifiutato la cittadinanza onoraria al Dalai Lama perché non faceva piacere al governo cinese!).

Non ne faccio una questione politica, sarebbe riduttivo, tu sai come la penso in merito, che si tratti di una posizione assolutamente trasversale che ha a che fare solo con il buon senso e con la lungimiranza del giocatore di scacchi che riesce a vedere non solo la mossa successiva, ma anche la successione di eventi fino alla sesta, settima, ottava mossa…

Certo, Villa Garrone c’azzecca poco con tutto questo sproloquio, sono sicuro che sia stata costruita con tutta la perizia, la competenza, le conoscenze del caso, con l’aspettativa di poter durare il più a lungo possibile, che potesse essere vissuta e abitata dalle generazioni successive, e mi immagino il dolore degli ultimi abitanti nell’essere costretti ad abbandonarla perché magari ne è rimasto uno solo vecchio, acciaccato e magari senza più la possibilità economica di mantenerla. Forse qualche erede esisteva pure, ma non gli interessava più perché ormai viveva in un edificio moderno e confortevole. Chi lo sa. Ma non è questo il punto.

Certo, sono affascinato da queste visioni, inquietato, stupito, ma non intristito, non provo nessuna malinconia. Vedo il corso degli eventi, il fluire del tempo, provo sollievo, come quando sono in cima a una montagna, per la consapevolezza della relatività di tutto ciò che sta sotto, della piccolezza e della precarietà della condizione umana, ma in un modo positivo, perché mi aiuta a ridimensionare e a dare la giusta dimensione e importanza alla sofferenza, al dolore, all’angoscia che sempre di più permeano l’esistenza nei pochi decenni di vita che ci vengono concessi. Penso con serenità alla transitorietà della vita, non perché la disprezzo, tutt’altro: perché la amo immensamente e voglio viverla il più intensamente possibile, ma sempre con la consapevolezza che in qualsiasi momento, qualsiasi evento può annichilire tutto. Non disprezzo quanto vi è di positivo nella scienza, sono ben contento che qualcuno mi abbia tolto il tumore dandomi un bel po’ di anni di aspettativa di vita, ma sono sempre più convinto che mi ritroverò addosso qualche altra rogna, anche peggiore, come “regalino” ed effetto collaterale di questa tecnologia alla quale siamo indissolubilmente legati e costretti ad accettare per sopravvivere.

Tornare all’età della pietra? a vivere in caverne con candele di cera o con un fuoco da mantenere sempre acceso per tenere lontane le bestie feroci? Ovvio che no. Pensare a una via di mezzo? Semplicistico, ma forse inevitabile. Smettere di chiamare Greta Thunberg “gretina”? potrebbe essere un piccolo, insignificante primo passo per l’uomo… riuscire a conciliare la necessità di sviluppo, di crescita economica, di benessere, di garantire lavoro e reddito a tutti con l’esigenza di garantire anche la salute? Non essere costretti a dare con una mano (il benessere materiale) e togliere con l’altra (il benessere fisico e mentale)? Utopistico. Forse… ma se diventasse inevitabile? Comincio a rompermi le scatole di tutti quelli che di fronte ad un discorso del genere lo troncano subito (anzi lo stroncano) con la famosa domanda retorica: “meglio morire di fame o di cancro?”. Perché il cancro si può sconfiggere, dicono. Non sempre e comunque non a costo zero (ne so qualcosa). E allora anche la fame si potrebbe sconfiggere, forse a costi minori se lo si fa con lungimiranza.

In definitiva vado a vedere e fotografare questi edifici, queste rovine, queste macerie semplicemente perché mi affascinano e le ritengo un buon soggetto fotografico, con una loro dignità artistica ed emotiva. Gli altri mille motivi per cui lo faccio li hai descritti magistralmente tu, mi identifico sicuramente in molte delle tue analisi. Ho ancora la curiosità per lo strano, l’imprevedibile, il disordinato, l’anomalo… e questo mi conforta perché la neurobiologia dice che possederla significa ancora essere giovani da un punto di vista biologico! Guardo avanti, e le rovine e le macerie del passato per qualche strano motivo mi stimolano ad un’immagine ottimistica del futuro.

Amo sempre di più la natura con tutte le sue possenti, maestose manifestazioni. Vorrei fotografare le eruzioni vulcaniche, i tornado, le tempeste, non per il gusto del catastrofico né per sentirmi onnipotente e sfidare la sorte (non ne ho più l’età da tempo!), ma solo per il fascino che provo di fronte ad eventi inconsapevoli, casuali, non voluti né creati, senza nessuna volontà di violenza, di crudeltà, di sopraffazione, di istinto sadico ed omicida. Forse per contrapposizione al fatto che nelle azioni umane tutti questi elementi sono ben presenti se non predominanti.

E allora ben venga la boscaglia che fra alcuni decenni avrà completamente fagocitato Villa Garrone. Se ci saremo ancora ne andremo a cercare qualcun’altra. Ma tu, per favore, non puoi venirci e farti fotografare in tuta da ginnastica, mi togli tutto il pathos alla scenografia ed alle suggestioni del luogo! Impara da tua figlia Elisa, perfetta modella chiaro-scura che emergeva tenuamente nei pochi raggi di sole filtranti fra le rovine, nel suo perfetto out-fit all-black! 

Estetica delle macerie ed etica delle rovine

di Paolo Repetto, 4 novembre 2020

Tutti gli uomini hanno una segreta attrazione per le rovine
Chateaubriand, Il genio del Cristianesimo
La storia futura non produrrà più rovine
Marc Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo

Cammino con Stefano sulla cresta di una collina, nel cuneo di terra che separa ancora per un breve tratto Tanaro e Po, a nord-ovest di Alessandria. Davvero non te lo aspetti un posto così bello, a pochi chilometri da una città tanto piatta e grigia. Queste colline non hanno nulla di selvaggio, sono dolci e ordinate, completamente addomesticate dal lavoro umano lungo i secoli, e non susciteranno mai l’emozione del sublime: ma trasmettono l’idea di un rapporto armonioso con la terra. A me la natura piace anche così, mi piace vederci impressa l’impronta dell’uomo, quando è delicata, leggera.

Ma non sono qui per scoprire il paesaggio, negli ultimi tempi ho già imparato a conoscerlo bene. Cammino invece sulla scia della passione più recente di Stefano, quello per la fotografia di luoghi in rovina o abbandonati (che ha anche un nome, urbex, da urban exploration: inglese naturalmente). Mi incuriosisce. Sono quindi a rimorchio, è lui a guidare, perché ha in testa una meta. Conoscendolo, è probabile che questa meta sia a pochi passi da dove abbiamo lasciato l’auto, ma senz’altro ci arriveremo facendo il giro più lungo possibile e percorrendo l’itinerario più ondulato.

Infatti. Viaggiamo per tre o quattro chilometri su stradine o sentieri fangosi che corrono lungo i campi, fino ad arrivare ad una macchia di verde del tutto inselvatichito e apparentemente impenetrabile. Nel verde si apre però ad un certo punto un piccolo varco, impercettibile al passante distratto. Ci inoltriamo nel folto e all’improvviso, quasi magicamente, siamo di fronte all’edificio.

È una costruzione imponente, tre piani che vanno calcolati con le misure di un tempo, quindi alta ad occhio e croce almeno una dozzina di metri. Ma non è facile farsi un’idea globale delle dimensioni, perché l’edificio non è mai visibile da una sufficiente distanza. Dall’esterno della macchia risulta totalmente nascosto, malgrado l’altezza, dalle piante secolari che lo circondano. Quando si è dentro lo si può guardare solo dal basso. Non riesco a valutare lo stato del tetto, ma i muri perimetrali sono tutti ancora in piedi, e non si vedono crepe. Persino l’intonaco regge, tranne in qualche punto sulla facciata che guarda a settentrione e nel cornicione che aggetta. Tutto il resto, naturalmente, le cornici in muratura degli infissi e i fregi e gli infissi stessi, è in totale rovina. La costruzione è forse databile agli inizi del secolo scorso, magari anche alla fine di quello precedente: lo stile sta tra il Liberty e l’Art Dèco.

Entriamo con cautela, e all’interno lo stato di degrado è ancora più evidente. Calcinacci e vetri ovunque, l’intero soffitto di una sala crollato, tappezzerie a brandelli, vecchie stufe, sedie e tavoli disfatti. Rimane però ancora percettibile quella che doveva essere l’originaria ricchezza e bellezza degli ambienti: nei pavimenti alla genovese, nelle volte affrescate, nelle lunette che offrivano scorci montani o lacustri, in quel che rimane degli armadi a muro, ecc… Mi viene in mente per un attimo la Vill’Amarena di Gozzano: Bell’edificio triste inabitato!
Grate panciute, logore, contorte!
Silenzio! Fuga delle stanze morte!
Odore d’ombra! Odore di passato!
Odore d’abbandono desolato!
Fiabe defunte delle sovrapporte!

Il riferimento non è del tutto appropriato, ma lascia intravvedere quella che ha potuto essere la fase iniziale dell’abbandono (in verità mi viene in mente perché è una delle poche poesie che ancora ricordo, e mi ci aggrappo prima che la memoria sia ridotta come questa casa).

Non ci avventuriamo ai piani superiori perché anche le scale sono fatiscenti, una grossa crepa taglia a metà il primo pianerottolo. Meno che mai osiamo scendere in un buio piano interrato, dove non arriva luce da nessuna apertura. In realtà non credo sia poi così pericoloso, ma l’impressione è che ci si debba muovere con tutta la delicatezza possibile, per non contribuire ad accelerare lo sfascio. È una casa che incute un certo rispetto.

Stefano comincia sparare fotografie, è affascinato dalla rovina, che i raggi filtranti attraverso quel che resta delle persiane ammantano davvero di una malinconica poeticità. Io, dopo il primo momento di sorpresa, e dopo aver appagato la curiosità iniziale, sento invece montare dentro un sentimento che conosco bene. A differenza di Stefano, che è un positivista professo ma sotto sotto subisce un po’ il fascino della decadenza, io di fronte a queste cose sto male. Non accetto alcun tipo di degrado che non sia quello iscritto nei cicli naturali, perché quello non è degrado, è trasformazione. Questo edificio è invece una testimonianza culturale, è cultura che va a pezzi, e allora sento l’urgenza di intervenire, di impedire alla rovina di avanzare. È una vera e propria sindrome, che rasenta l’autismo: ovunque vada sono immediatamente colpito da quel che è fuori posto, che potrebbe essere migliorato, sistemato, recuperato (così come mi irrita profondamente, nelle persone, ogni comportamento caciarone e scomposto). Una volta a casa di un amico ho rimesso in piedi tutta una serie di anfore abbattute sparse per il giardino, per poi scoprire che erano state messe così ad arte (il senso devo ancora capirlo oggi). Dopo aver restaurato e ridipinto i settanta metri di staccionata che chiudono il giardino di mia figlia a Bournemouth, mi aggiravo per la città a verificare quante altre staccionate avrebbero avuto bisogno di un sano intervento (e sarei stato disposto ad operarlo gratis). Insomma, è una malattia, che però non si limita a un decorso passivo, ma a modo suo mi rende immediatamente operativo.

Anche in questo caso finisco subito a realizzare che si potrebbe intervenire qui, rinforzare là, recuperare materiali, ripristinare. Cerco di figurarmi come potrebbero essere i locali una volta restaurati, e come sarebbe possibile farlo con interventi minimi, puramente conservativi. Mentre Stefano continua a raccogliere immagini, ogni tanto coinvolgendomi anche, comincio a fare mentalmente i conti: un tot a metro per il tetto e per gli intonaci, un calcolo approssimativo per le decorazioni esterne e per gli infissi, una bella botta per il ripristino degli interni. Siamo, molto all’ingrosso, nell’ordine del milione di euro. E questo a condizione di mettere all’opera gente seria, ad esempio i muratori con i quali ho lavorato, fino a pochissimi anni fa, per recuperare la mia casa. Altrimenti la cifra raddoppierebbe, e il risultato sarebbe disastroso. Il tutto naturalmente evitando ogni intromissione delle varie sovrintendenze e degli svariati e altrettanto inutili altri organismi di controllo, oggi tranquillamente indifferenti davanti al fatto che un edifico del genere vada allo sfascio, ma che domani, casomai un folle decidesse di metterci mano, interverrebbero di corsa a imporgli i vincoli più stupidi e le direttive più insensate.

Lascio Stefano a finire il suo servizio e mi aggiro nei dintorni della casa: solo per scoprire che le sorprese non sono affatto finite. Come avrei dovuto immaginare, a pochi metri, ma assolutamente invisibile se non ci si avventura in un altro varco nella boscaglia, c’è un secondo edificio, molto più basso e meno elegante, alle spalle del quale è stato appoggiato in epoca relativamente recente un enorme porticato. Dal porticato si ha accesso diretto ad una cantina. Evidentemente era la residenza dei mezzadri, e deve essere stata abitata o utilizzata ancora per qualche tempo dopo l’abbandono della casa padronale: almeno sino a una quarantina d’anni fa, come testimoniano le botti in cemento e lo stato del tetto. Dalla piccola radura antistante la casa individuo poi quello che probabilmente era l’accesso principale alla villa: un vialone un tempo inghiaiato, fiancheggiato da platani enormi, che scende con dolce pendenza e perfettamente rettilineo per almeno duecento metri, sino ad immettersi nella strada comunale. Ho il sospetto che Stefano lo sapesse, e che saremmo potuti arrivare sin lì tranquillamente in macchina. Ma in fondo sono contento di essermi guadagnato almeno un po’ la gioia della scoperta. Che non cessa di rinnovarsi: dal lato opposto, dando le spalle alla casa, intravvedo un altro edificio ancora. Era la stalla-fienile. Dentro, in mezzo a cumuli di cianfrusaglie d’ogni tipo, ci sono ancora delle vecchie attrezzature per l’aratura con gli animali. Devo aggiornare i preventivi per il restauro, ma rispetto a quanto previsto per il corpo centrale qui sono bazzecole.

Ora la topografia del luogo si ricompone. Si accedeva alla villa dal basso, e la si scopriva mano a mano che si risaliva il viale, mentre i due edifici “di servizio” rimanevano nascosti sino all’ultimo. Il viale si interrompeva in uno slargo alla loro altezza, dal quale con due dolci rampe laterali si guadagnava il terrapieno su cui sorgeva la dimora padronale. L’effetto doveva essere di imponenza e di eleganza assieme.

Continuando a girovagare mi rendo conto che il parco alberato è molto più ampio di quanto immaginassi. In serata poi, tornato a casa, scopro sulla mappa satellitare di Google che in basso, proprio al confine del parco, c’è ancora un quarto edificio, del quale né io né Stefano ci siamo accorti. Tra l’altro, nella visione dal satellite l’assieme appare come un’isola verde in mezzo ai diversi toni del marrone dei campi che la circondano.

Bene, non ho dettagliato questa piccola esplorazione domestica per puro amore di racconto, ma perché mi ha spinto a riflettere molto e perché ancora oggi, il giorno dopo, non riesco a smettere di pensarci. E mi chiedo innanzitutto se, al di là della mia specifica sindrome da dio riordinatore, progetti di recupero come quello su cui fantasticavo ieri sarebbero poi davvero così insensati, anche prescindendo da tutti i fattori emotivi, valutandoli su un piano prettamente economico.

Dunque. Proviamo ad immaginare come potrebbero andare le cose in un paese normale. È difficile, perché intanto in un paese normale un edificio del genere non sarebbe in quelle condizioni, sarebbe già intervenuto qualcuno, qualche ente, qualche istituzione, per impedirne la rovina. Se da noi questo non avviene non è perché la cosa sia impossibile, ma perché siamo un popolo di idioti. E certamente, se ogni progetto lo parametriamo a quest’ultimo dato di fatto, allora possiamo abbandonare in partenza. Io sto ragionando per assurdo, ma in questo caso non è assurdo il ragionamento, quanto piuttosto il fatto che in questo paese non lo si possa nemmeno fare.

Allora, rimaniamo nella fanta-utopia (mi ci sono affezionato) del “paese normale”. Se fossi io il legislatore dopo un massimo di dieci anni di abbandono metterei i proprietari di fronte ad un aut aut: o lo tenete in piedi voi o lo cedete (per una cifra simbolica) alla comunità, che provvederà a farlo. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di espropriare: basterebbe tassare in maniera esponenzialmente salata gli edifici oltre un certo periodo di non utilizzo. Mi si obietterà che il problema sarebbe a questo punto che fare della miriade di edifici di cui lo stato si troverebbe ad essere proprietario, visto che non riesce nemmeno a manutenere le strutture pubbliche di sua pertinenza. È vero: ma io sto parlando di uno stato normale, il che esclude in partenza situazioni come quella italiana.

Comunque, continuando così non si va da nessuna parte. Devo confrontarmi con la realtà: proviamo a rimanere in Italia. Assumendo quello che ho calcolato per la “mia” villa come costo medio di ogni intervento (e credo di essermi tenuto largo, perché per almeno due terzi gli interventi potrebbero essere meno dispendiosi), per recuperare diecimila edifici o luoghi di un certo pregio sarebbero necessari dieci miliardi di euro. Può sembrare una bella cifra, un investimento colossale: e in effetti lo è, lo sarebbe in qualsiasi momento e lo è tanto più in questa nefasta congiuntura di pandemie e di crisi strutturali.

Ma guardiamo a ciò che abbiamo di fronte. Teoricamente l’Italia dovrebbe ricevere nei prossimi mesi un soccorso finanziario nell’ordine di oltre duecento miliardi (il famoso recovery fund). Il condizionale è d’obbligo, perché il soccorso è subordinato alla presentazione di un piano di investimenti credibile e concreto, cosa di cui si hanno mille ragioni per dubitare (detto tra noi, fossi l’Olanda o la Svezia o l’Austria non farei credito di un solo centesimo al nostro paese). Il rischio è che tutto ciò che saremo in grado di proporre si riduca a una serie di interventi di “tamponamento” a pioggia, vale a dire ad elargire soldi destinati a tacitare le proteste, legittime o meno, ma non certo a normalizzare il respiro della nostra economia. Al tempo stesso abbiamo milioni di persone inattive, in parte per una crisi che era già strisciante prima del Covid e che con la pandemia è esplosa, in parte perché l’idea di poter contare su un salario, che sia di cittadinanza o assuma la forma di qualsivoglia altra assistenza, dissuade molti dal cercarsi o dall’accettare un lavoro. E non mi si venga a dire che è un ragionamento “di destra”, perché è solo una fotografia realistica della situazione.

Il lavoro infatti, a volerlo vedere e organizzare seriamente dagli uni e a volerlo fare senza troppe scene dagli altri, ci sarebbe. Basti pensare a tutti gli interventi urgenti di risanamento ambientale, che quantomeno ci metterebbero in sicurezza rispetto agli eventi catastrofici che ad ogni stormir di pioggia devastano il nostro territorio. Sarebbe un investimento ripagato da un riscontro immediato, di tipo occupazionale e non solo, perché smuoverebbe la produzione e avrebbe una ricaduta contributiva sulle casse statali: ma la sua maggior resa verrebbe col tempo dai risparmi sullo stillicidio continuo di interventi d’emergenza. A questo naturalmente andrebbe data la priorità.

Anche quello che ipotizzo io è però un investimento che dà risposte concrete e immediate, oltre ad aprire a quelle a lungo termine. Attivando cantieri per diecimila interventi di recupero di questo tipo si creerebbero come minimo centomila posti di lavoro nel settore edilizio e si metterebbe in moto indirettamente un indotto che ne vale altrettanti. Una volta chiusi i cantieri, rimarrebbero attivi almeno ventimila posti per le attività di manutenzione e valorizzazione di quanto già recuperato, mentre potrebbero partire ulteriori progetti di risanamento “culturale”. Queste attività, se minimamente coordinate e inserite in circuito con altre forme di “offerta” (da quelle gastronomiche a quelle enologiche, dall’escursionismo alle più svariate pratiche di fitness, ci sta di tutto), una volta avviate potrebbero raggiungere facilmente l’autonomia finanziaria. A dispetto della nostra colpevole negligenza siamo ancora un paese ad altissima attrattiva turistica anche nel campo della cultura, e con uno sforzo intelligentemente mirato potremmo offrire quei percorsi alternativi ai grandi eventi, alle mostre-monstre, agli intruppamenti obbligati, che vengono invocati ogni volta che le nostre città d’arte arrivano al collasso, ma per i quali non è mai stato pensato alcun progetto serio.

Ora, mi si farà notare, tutta questa gente va comunque da subito pagata. Appunto. Ricordo che stiamo parlando di un settore nel quale da molto prima del covid una buona metà degli addetti stazionava in cassa integrazione, e la quota è aumentata con la pandemia; quindi si tratta in realtà di gente già pagata con soldi pubblici, e senza alcuna contropartita. Lo stesso vale naturalmente per i percettori del reddito di cittadinanza. Ci sono poi anche le spese per i materiali: ma teniamo presenti le sovvenzioni “di ristoro” che lo stato elargisce alle aziende messe in crisi dalla pandemia e dalle misure restrittive: con le stesse cifre si potrebbe acquisire già gran parte del fabbisogno. Anche in questo caso, sarebbero soldi destinati in parte a rientrare nelle casse dello stato e dell’ente previdenziale, sotto forma di imposte e di contributi. Rimane il tema scottante del tipo di occupazione offerta. Ma mi sembra sia giunta l’ora di mettere in chiaro come girano le cose. Non siamo in grado di creare “posti di lavoro” rispondenti a tutte le aspettative, siamo solo in grado di creare occasioni di lavoro, e dovremmo semmai poi assicurarci che questo si svolga in sicurezza, che sia adeguatamente retribuito, che crei a sua volta professionalità e conferisca quindi dignità. Non ha senso opporre che i nostri giovani, o anche i meno giovani, non sono “preparati” per questi tipi di attività. Nemmeno chi sbarca sulle nostre coste o arriva dall’est nel nostro paese è preparato, ma non tarda ad adeguarsi. Impareranno, e questo sarà per loro un valore aggiunto, oltre al fatto di guadagnarsi uno stipendio e poter fare progetti per il futuro. Se invece per quei duecentomila posti dovremo reclutare polacchi o senegalesi, ben venga allora anche l’immigrazione clandestina.

Sono scaduto nello sproloquio da allenatore da bar, di quelli che non saprebbero gonfiare un football ma disquisiscono dei moduli di gioco. Io però non voglio fare l’allenatore, altrimenti mi sarei dato alla politica. Voglio semplicemente dimostrare che una scelta del genere in Italia non si farà mai non perché impossibile, o insensata, ma perché ogni cosa, ogni idea, ogni progetto deve confrontarsi da noi con la vischiosità degli apparati, l’inossidabilità dei privilegi, le gelosie e le ripicche tra i vari enti, lo scaricabarile tra le diverse istituzioni, e non ultimo con una malintesa, ipocrita ed egoista concezione della libertà. Non ci vuole una gran fantasia ad immaginare il balletto dei bandi e degli appalti truccati e dei ricorsi, la sequela delle lungaggini e delle assurdità burocratiche, il gioco delle tangenti e degli interventi della magistratura, il veto a prescindere dei sindacati e degli ispettorati e delle associazioni di difesa dei chirotteri o delle piante spontanee, il traffico dei subappalti, tutta la polvere e la sporcizia insomma che un qualsiasi progetto qui da noi va a sollevare. Ma le cose sono complicate solo perché rese tali da una assoluta mancanza di senso dello stato, di onestà, di competenze, di buona volontà, ecc…: tutti vizi che non attengono al naturale ordine del mondo, ma solo a una particolare disposizione negativa che ci portiamo dietro. Non possiamo imputare il nostro perenne stato di emergenza al fato o ai complotti orditi alle nostre spalle dai poteri forti, ma solo alla nostra riluttanza ad assumerci, a qualsiasi livello, una qualsivoglia responsabilità, dalla nostra tendenza a sentirci sempre creditori nei confronti di tutti, della nostra meschina corsa a scovarci alibi per non fare nulla.

Con queste premesse è evidente che uno i progetti non dovrebbe nemmeno immaginarli. Forse farei meglio a restarmene nell’utopia del paese normale. O forse ci sono rimasto davvero, perché da ieri non faccio che parlare con gli amici di questa cosa, e oggi ne ho già sguinzagliati un paio in cerca di informazioni sulla proprietà. Avessi trent’anni di meno, e quattro soci armati di buona volontà, altro che recovery fund! Accoglierei in cima al viale la delegazione olandese, e si toglierebbero tanto di cappello.

***

Le allegorie sono nel regno del pensiero
quel che le rovine sono nel regno delle cose
Walter Benjamin

Dopo la visita alla villa abbandonata, sopiti un po’ gli entusiasmi restaurativi, mi sono trovato a riflettere su un tema di ordine più generale, che meriterebbe dunque un approccio più serio e ponderato: infatti ho qualche esitazione a trattarlo in questo contesto. Ma non sapendo se e quando potrò tornarci su, colgo almeno l’occasione per anticiparlo.

Constatavo, anche in rapporto alla nuova passione di Stefano, che stiamo tornando ad una “estetica delle rovine”, ciò che ci rimanda a quanto accaduto nella sensibilità occidentale un paio di secoli fa, verso la fine del XVIII secolo. Erano stati infatti Winckelmann e poi Goethe ad elaborare questa particolare teoria del sentimento del bello, ispirati non a caso proprio dai loro soggiorni in Italia (e sempre non a caso Winckelmann in Italia era stato ammazzato). Il riferimento era naturalmente alle rovine dell’antichità (stava nascendo l’archeologia classica, erano state da poco riscoperte Pompei ed Ercolano), che si rivelavano essenziali per ri-educare il gusto moderno alla bellezza: da esse si poteva inferire la forma originaria e pura delle opere greche e romane, e ciò, al di là dell’appagamento “sensoriale”, emotivo, doveva indurre alla ricerca, all’imitazione e alla riproduzione di quella bellezza. Non solo di quella artistica: quel mondo poteva darci lezioni sul piano giuridico, legislativo, sociale. Il neoclassicismo non era un moto di reazione agli sconvolgimenti rivoluzionari. Era figlio legittimo dell’Illuminismo. (“Le idee che le rovine suscitano in me sono grandiose”, scriveva Diderot , uno dei Maestri del mio personalissimo pantheon: e, nel mio piccolo, sembrano sortire anche su di me lo stesso effetto).

Ma quel figlio non era l’unigenito. La stessa antichità che alimentava il sogno neoclassico poteva ispirare anche altre fantasie, meno serene; il passato nel quale i classicisti identificavano un modello riproponibile per il presente poteva apparire come un mondo splendido e maestoso, ma irrimediabilmente perduto (si pensi a Piranesi: nelle acqueforti sulle antichità romane esprime la nostalgia per un mondo ideale, per un’epoca incomparabile, ma ormai chiusa e irripetibile: di fronte ai resti colossali dei Fori imperiali non si abbandona a una pacata contemplazione, è scosso da una forte emozione) e suscitare nell’artista moderno un senso di impotenza e di frustrazione (mi viene in mente L’artista commosso dalla grandezza delle rovine antiche, di Füssli. In quella sanguigna c’è davvero tutto il conflitto degli opposti sentimenti, commozione per la grandezza delle opere classiche e frustrazione per l’insostenibilità del confronto).

Del resto, anche gli illuministi non si sottraevano alla riflessione malinconica. Lo stesso Diderot aggiungeva: “Percorriamo le devastazioni del tempo, e la nostra immaginazione disperde sulla terra gli edifici stessi che abitiamo. Sull’istante, la solitudine e il silenzio regnano intorno a noi. Restiamo soli di tutta una nazione che non c’è più: ecco l’abc della poetica delle rovine. […] Tutto passa, tutto perisce. Soltanto il mondo resiste. Soltanto il tempo continua a durare. Io cammino tra due eternità. Ovunque io guardi, gli oggetti che mi circondano mi annunciano la fine, e mi mettono in guardia rispetto a ciò che mi attende”. Si riferiva soprattutto agli aspetti naturali (la roccia che sprofonda nella terra o la valle che si frantuma), ma anche, naturalmente, ai ruderi dei sogni umani.

Col Romanticismo si afferma, soprattutto nei paesi nordeuropei, il gusto per le architetture gotiche: si recupera insomma il passato di casa, un passato che si presenta, rispetto a quello classico, più irregolare e informe, e produce una fascinazione d’altro tipo, nella quale diventa dominante la sensazione di angoscia. Le rovine non sono più un raccordo tra passato e futuro. Raccontano qualcosa che non tornerà, che sta lentamente svanendo anche dalla memoria, e costringono a meditare sulla fragilità umana. I segni del tempo, la vegetazione e i muschi che le ricoprono parlano di una natura che si prende la rivincita sulla civiltà e la cultura. Shelley scrive nell’Adonais:

Su, vai a Roma, — che è insieme il Paradiso, la tomba,
e la città e il deserto; e passa dove le rovine s’ergono
come montagne frantumate, e le gramigne
fiorenti e le piccole selve profumate
vestono l’ossa nude della Desolazione …

Magari oggi la sua esortazione sarebbe più tiepida, anche se le gramigne a Roma fioriscono ancora. Le uniche montagne accanto alle quali si passa sono quelle dei rifiuti, e le piccole selve che crescono sui marciapiedi sono tutt’altro che profumate.

Nella pittura di questo periodo è Friedrich a esprimere perfettamente, in dipinti come L’abbazia nel querceto, l’estetica del fascino malinconico e dolente delle rovine. Altro che ponte sul futuro! Il futuro è plumbeo come il cielo contro il quale le mura e gli alberi tutti spogli e rinsecchiti si stagliano. E la processione che appena si intravvede nella fascia più bassa è diretta a un cimitero. Nel suo caso è una forte connotazione religiosa, e per di più luterana, a indurlo a usare le rovine come simbolo e come monito. Ma quel tipo di fascino, secolarizzandosi, tenderà facilmente a scadere, alla lunga, nel gusto per il fatiscente e il macabro: quello che caratterizzerà il decadentismo (e il cui prototipo potrebbe essere La rovina della casa Usher, di Poe)

E si arriva all’oggi, passando per il Novecento. Il secolo scorso ha prodotto in realtà molte più macerie che rovine, e la sensibilità nei confronti di queste ultime è ancora una volta mutata. Ho sottomano Rovine e macerie. Il senso del tempo, un libretto esile e densissimo, nel quale Marc Augé scrive: “Le macerie accumulate dalla storia recente e le rovine nate dal passato non si assomigliano. Vi è un grande scarto fra il tempo storico della distruzione, che rivela la follia della storia (le vie di Kabul o di Beirut), e il tempo puro, il tempo in rovina, le rovine del tempo che ha perduto la storia o che la storia ha perduto”. Credo voglia intendere che il cumularsi delle macerie prefigura un mondo senza rovine, nel quale il tempo sarà azzerato e che, per tale ragione, non avrà più storia. Per Augé il senso delle rovine non è storico né estetico, ma puramente temporale. La rovina è un frammento del passato ancora presente, e sottratto alla temporalità delle appartenenze, dell’uso, dei significati. Quindi “contemplare rovine non equivale a fare un viaggio nella storia, ma a fare esperienza del tempo, del tempo puro”.

Ma questo cosa significa? Significa che per Augé, illuministicamente, là dove c’è rovina c’è una possibilità, una indicazione di ripartenza: mentre là dove ci sono macerie il tempo viene non solo azzerato, ma abolito. Le rovine tendiamo a conservarle, le macerie possiamo solo rimuoverle, dobbiamo sbarazzarcene. Sottoscrivo in toto, anche dove dice: “Sulle macerie nate dagli scontri che inevitabilmente la storia futura susciterà, si apriranno nondimeno dei cantieri, e insieme ad essi, chissà, una possibilità di costruire qualche altra cosa, di ritrovare il senso del tempo”. A dispetto della mia disposizione congenitamente scettica, non mi sembra un ottimismo forzato e consolatorio: ricordo una immagine, credo sia della biblioteca di Sarajevo, incendiata e semidistrutta nel 1992 (con perdita dell’ottanta per cento del patrimonio librario), nella quale un ragazzo, in mezzo a tanta devastazione e desolazione, sfoglia un libro: e ho davanti quella odierna dell’edificio rimesso in piedi (e in funzione) seguendo esattamente le linee del vecchio progetto. Per quelle macerie, e attraverso quel ragazzo, la storia in qualche modo è ripartita.

A tornare ripetutamente, direi quasi ossessivamente, sul tema delle rovine, nella prima metà del ‘900, è stato Walter Benjamin. Benjamin scrive in un periodo che di macerie ne ha prodotte parecchie, tra le due guerre, ed è comprensibile che vi faccia costante riferimento. In un frammento che è diventato una delle pagine più citate (e abusate) della recente letteratura filosofica scrive (e così lo cito anch’io): “C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta che spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta”.

Confesso che non mi ero mai soffermato a decrittare l’allegoria racchiusa in questa immagine, mi accontentavo dell’interpretazione più immediata e superficiale. La verità è che non riuscivo affatto a scorgerci tutto quello che Benjamin sembra vedere, e non mi rendevo conto che era lui quello da decrittare, e non Paul Klee. Anche perché il quadro era suo, l’aveva voluto fortissimamente e acquistato, l’ha portato con sé in tutte le sue peregrinazioni, sino all’ultimo, e aveva tutti i diritti di leggerlo come voleva. Forse la passeggiata di ieri mi ha chiarito le idee, e riesco anch’io a guardarlo con occhi nuovi.

La storia si allontana, sia pure camminando a ritroso, da ciò su cui fissa lo sguardo, dal passato. Questo passato può essere percepito come un ammasso di detriti, di macerie, e quindi come qualcosa da rimuovere, magari in maniera soft, diluendolo in tante diverse memorie, come sta accadendo oggi, oppure in modo violento e radicale, cancellandone ogni traccia (penso ad esempio ai roghi dei libri, da Qin Shi Huang a Hitler e all’ISIS, o ai calendari “rivoluzionari” che ripartono dall’anno zero). Per Benjamin invece l’angelo, ovvero il vero senso della storia, “vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto”. Qui il significato è ambiguo, e credo ciò dipenda dal fatto che una prima versione di questo brano era incentrata sulla vicenda personale di Benjamin, su un amore finito e rimpianto. Comunque, è verissimo. Per ciascuno di noi ad un certo punto della vita, quello in cui ci si volge indietro perché davanti rimane ben poco da vedere, le rovine della storia sono i fallimenti, le incertezze e le decisioni non prese, le cose non dette e non fatte, che avrebbero potuto cambiare il nostro destino, il nostro presente e il nostro futuro. Vorremmo poter tornare indietro e riscrivere tutto il libro. Ma il vento, che in questo caso è semplicemente l’inesorabile, naturale scorrere del tempo, volta le pagine che rimangono, e il cumulo che abbiamo alle spalle si innalza.

Se interpretata invece nel suo significato più esteso, quello poi scelto da Benjamin, l’immagine ci dice che in realtà l’unica via d’uscita, per non lasciarci trascinare dalla tempesta che chiamiamo “progresso”, è proprio quella di fermarci, tornare sui nostri passi e “risanare” il passato. Quando dice che la tempesta del progresso spira dal paradiso, Benjamin non intende che è suscitata da una volontà divina o da un fantomatico Spirito hegeliano: il paradiso di cui parla è quello terrestre – sta quindi alle spalle rispetto alla marcia del “progresso”, e non davanti –, e il vento soffia dalle porte che l’uomo ha lasciate aperte uscendone. Quel vento, quella tempesta nascono dalla colpa originaria, dalle scelte errate che l’umanità ha compiuto, che ha cumulato e sparso lungo il suo cammino (le rovine, le macerie) senza averle poi ricomposte. Gli occhi spalancati, la bocca aperta dell’angelo sembrano i tratti tipici di chi all’improvviso si è voltato indietro e si sta rendendo conto, pieno di sgomento, della catastrofe che sta lasciando alle sue spalle (e del fatto che la sua marcia lo allontana dal paradiso).

Quello che l’angelo vede non sono però macerie, ma rovine. Non è tentato di rimuoverle per correre incontro al futuro, ma di ricomporle, per costruire su di esse un futuro che dia senso anche al passato. Esattamente il contrario di quella idea di “progresso” che si fonda sul consumo rapido delle cose e delle idee, sulla rincorsa costante del “nuovo” e sulla forma più efficace di eliminazione delle scorie, che è quella di sotterrarle nell’oblio. L’angelo è fermo. Si è fermato per riflettere e per decidere, malgrado la tempesta lo spinga e non gli consenta di chiudere le ali. E già questo gesto di fermarsi è significativo: vuol dire che il “progresso” così irresistibile forse non è, irresistibile è solo la marcia del tempo, ma la direzione e il posso che vogliamo tenere possiamo ancora deciderli noi.

Per capire meglio la complessa interpretazione che Benjamin dà di questa allegoria riesce illuminante, a mio giudizio, un aspetto del suo carattere che di solito è considerato marginale, e che parrebbe avere poco a che vedere col tema delle rovine. Benjamin era un collezionista. Ma di quelli duri, per i quali la passione diventa quasi (o senza quasi) un’ossessione. Collezionava vecchi libri per bambini, quelli impreziositi dalle immagini di illustratori del calibro di Dulac e di Rackam, ma anche più antichi: e quanto il piacere del possesso fosse vera bibliomania lo dice il fatto che un elenco recentemente pubblicato di questi libri consta di trentasette pagine di titoli. Essendo io stesso un bibliomane patologico non posso che sentirlo vicino, e posso anche immaginare quanto debba essergli costato separarsene quando fu costretto all’esilio. La mania con-divisa mi aiuta però a comprendere anche qualcosa di più. I libri per l’infanzia, e le soprattutto immagini che li adornano, sono il primo (in qualche caso anche l’ultimo) tramite per accedere all’esperienza di una dimensione diversa, più “autentica” di quella reale, che si vive attraverso il gioco. Il bambino fa coi con i suoi giochi “un esercizio dell’inutile”. Parte dalla realtà e dalla concretezza di quei fogli di carta, delle parole e delle immagini che vi sono impresse, e ricombina il tutto a suo modo e a suo piacere, avventurandosi in mondi nuovi, nei quali non valgono regole e logiche e tempistiche prevedibili. (Benjamin era molto polemico con la pedagogia della sua epoca – e lo sarebbe anche con quella attuale – che voleva trasformare i libri per bambini in strumenti di indottrinamento etico e di irreggimentazione disciplinare. Non posso che essere d’accordo: se c’è qualcosa di insopportabile e di ipocrita sono i libri per l’infanzia “educativi” – non parliamo poi del tentativo di piegare all’istruzione i fumetti).

Ma giocare è in fondo anche quanto il collezionista fa con i suoi reperti: “toglie alle cose, mediante il possesso di esse, il loro carattere di merce …. e si trasferisce idealmente, non solo in mondo remoto nello spazio e nel tempo, ma anche in un mondo migliore, dove gli uomini, è vero, sono altrettanto poco provvisti del necessario che in quello di tutti i giorni, ma dove le cose sono libere dalla schiavitù di essere utili.” Aggiungerei che redime il mondo dal disordine, disponendo gli oggetti della sua collezione in un ordine spaziale e mentale che conferisce loro un valore diverso da quello d’uso o da quello di scambio. Cancellandone idealmente il prezzo conferisce loro una dignità. Benjamin scrive anche: “Materia in rovina: è l’innalzamento della merce allo stato di allegoria.” Che è perfettamente applicabile tra l’altro al mio modo di collezionare libri, pescandoli là dove già sono rovina, sui banchi dell’usato a un tanto al chilo, e facendoli rifiorire a nuova vita in un orizzonte di senso assolutamente fuori mercato. Con questo il cerchio si chiude.

Adesso mi riconosco perfettamente in questa immagine. Mi sembra rappresenti e riassuma nella maniera più nitida il mio modo di concepire la storia e il nostro essere nella storia. Mi riusciva difficile conciliare le due pulsioni apparentemente contrastanti che mi agitano dentro, quella verso il passato e quella verso il futuro. Pensavo di essere sulla strada giusta, ma mi mancava il conforto di un segnavia riconoscibile. Ora so che quelle due pulsioni possono coincidere, anzi sono un unico moto.

In sostanza, io voglio un futuro che in qualche modo riscatti, dia un senso al passato. Sento una responsabilità, un debito, non solo nei confronti di coloro che verranno, ma anche di coloro che mi hanno preceduto. Per questo, malgrado gli acciacchi, e a dispetto del senso di frustrazione che troppo frequentemente mi tenta, continuo a stare per aria. Ho trovato una corrente ascensionale che mi consente di librarmi senza sbattere le ali (non ne avrei più la forza) e di guardare indietro: le rovine che vedo, quelle che reggono all’erosione del tempo, sono la testimonianza degli sforzi che miliardi di altri, centinaia di generazioni, hanno compiuto guardando a me. Non riuscirò a destare i morti, non ricomporrò i cocci di ciò che stato infranto, ma ricordarli, quello almeno lo posso e lo devo fare. E credo che sino a quando qualcuno lo farà rimarrà aperta la strada per sfuggire alla tempesta abrasiva del “progresso”.

Il mio non è allora un comportamento autistico, ma un impegno etico. In parte ereditato, da una cultura contadina che non buttava nemmeno le unghie del maiale, in parte coltivato, mano a mano che ho cominciato a leggere la storia, anziché come una squallida e assurda tabella di massacri, come un diario della resistenza dell’umanità alla tragica e assieme straordinaria condizione che la natura le ha regalato.

E l’estetica? Me la sono persa per strada? No, semplicemente per me etica ed estetica coincidono. Il comportamento etico non può essere dettato che dalla percezione e dal riconoscimento del bello, in questo caso delle sue vestigia. Una emozione estetica altro non è che il segnale, la luce che si accende su qualcosa che vale, che ha e che dà senso, e va quindi preservato, difeso. Ma anche rispetto a questo atteggiamento vanno fatte delle distinzioni.

Oggi le rovine non sono più consumate solo dal tempo e dall’incuria o dall’indifferenza degli uomini, ma al contrario, dal soffocamento del turismo globalizzato. In un brevissimo saggio scritto a inizio Novecento, che si intitola proprio “La rovina”, e che senz’altro era conosciuto da Benjamin, George Simmel equiparava la rovina alla moda, nel senso che entrambe sarebbero caratterizzate dalla distruzione di ogni contenuto precedente per accedere a una nuova unità. Non sto a raccontare come ci arriva (peraltro, con un percorso un po’ ostico ma illuminante), mi intriga solo l’accostamento, perché in effetti l’interesse per le rovine è stato sempre condizionato, dai giorni del Gran Tour ad oggi, dal fenomeno delle mode. Un tempo era riservato ai rampolli delle famiglie nobili del continente settentrionale e d’oltremanica, poi è entrato a far parte dei consumi di masse sempre più allargate, e motivate sempre più da una necessità di omologazione. Non è nemmeno il caso che stia a ripetere ciò che è sotto gli occhi di tutti e aggiunga la mia ad un coro di geremiadi che fanno ormai parte anch’esse del gioco. Le rovine, così come le bellezze naturali, sono ridotte a elemento scenografico del grande spettacolo non-stop al quale siamo persuasi più o meno velatamente o sfacciatamente ad assistere e/o a partecipare.

Ma qui, nel caso specifico dell’esperienza da cui ho tratto pretesto per queste righe, non di rovine si parla, ma di macerie, e del tipo di fascino, e conseguentemente di disposizione, che inducono. Questo è un fenomeno relativamente nuovo. È già stato fagocitato dalla moda, oggi si direbbe che è diventato virale, e quindi è destinato alla transitorietà: ma non lo liquiderei così frettolosamente. Presenta infatti delle caratteristiche emblematiche dell’ambiguità sottesa ad ogni nostra modalità e finalità di conoscenza. Intanto è una forma di esplorazione, mirata non tanto alla scoperta quanto alla riscoperta. In questo senso, la pulsione esplorativa sarebbe in linea con l’atteggiamento etico di cui parlavo sopra. Cercare qualcosa che si sottrarrebbe, in quanto scarto, alla logica dell’utilità e della mercificazione, e ripartire da quello per immaginare la possibilità di altri mondi. “La rovina innalza le cose allo stato di allegoria”. Ogni scoperta però reca con sé un germe infettivo: produce contaminazione, modifica o addirittura distrugge l’oggetto stesso che l’ha motivata. Gli antropologi ne sanno qualcosa.

Nel nostro caso, di fronte alle macerie della villa, due diversi atteggiamenti possono indurre a fermarle nell’immagine fotografica: quell’immagine può diventare un ulteriore momento dello spettacolo, oppure può documentare qualcosa che non funziona e a cui occorre ovviare. In entrambi i casi quelle macerie diventano funzionali ad altro rispetto a ciò che realmente rappresentano. Ma qui si pone il discrimine tra una scelta estetica, che è di per sé etica, perché orienta il nostro agire, ed una estetizzante, che banalizza nella “spettacolarizzazione” ciò che si è fotografato. L’una ci dice di una volontà di continuità nel tempo, di lettura e recupero del passato in funzione del futuro, l’altra di una plastificazione museale destinata solo al presente, e a un presente esteso, puramente orizzontale, privo di profondità.

Naturalmente queste generalizzazioni hanno senso solo all’interno di una trattazione teorica. La mia esperienza con Stefano, ad esempio, le contraddice. Le sue emozioni, il suo entusiasmo sono assolutamente genuini: e li manifesta attraverso un mezzo che ama altrettanto genuinamente, e col quale riesce a mediare e a ricondurre ad unità quelli che parrebbero interessi sparsi. È anche lui un collezionista di immagini, tratte non dai libri ma dalle tante realtà ambientali e culturali che ha incontrato (l’altra sua passione sono i viaggi). L’elemento unificante è dato dalla costante ricerca della bellezza, intesa come la risultante del lavoro del tempo sui volti, sulle montagne, sui suk arabi, sugli animali africani o sui templi tibetani: di una bellezza che va sottratta alla svendita e al consumo in confezioni cellofanate, con tanto di bollino di conformità, e partecipata invece come condivisione emozionale attiva.

Lo stesso vale per le macerie. Anche nei loro confronti lo sguardo fotografico può essere caldo e partecipe, se a orientarlo c’è dietro un’intenzionalità etica. E questa non è necessario indossarla o metterla nello zaino quando si esce di casa come per partire in missione. Se c’è, se ci è congenita o se l’abbiamo maturata e coltivata, al momento giusto vien fuori. E magari riesce anche a far sì che le macerie diventino rovine, “si presentino – come scrive Augé – a chi le percorre come un passato che egli avrebbe perduto di vista, dimenticato, e che tuttavia gli direbbe ancora qualcosa.
Un passato al quale egli sopravvive”.

Quando un corto non è un corto

Amici che non ci lasciano

di Paolo Repetto, 20 giugno 2020

Gian Massimo Torra era una di quelle persone (non molte, purtroppo) che danno sempre piacere ad incontrarle. Anche perché lo incrociavi di norma in occasioni propizie all’esercizio dello humor sarcastico, disciplina nella quale era un maestro, e ogni volta diventava quindi un aneddoto. Sbucava al tuo fianco nella calca dello street food, e piazzava a freddo l’ultima sua disastrosa esperienza col gulash, ma senza la minima pretesa di propinare filosofie alimentari, anzi, col sincero rimpianto di doversi accontentare, per il momento, di un panino con la porchetta. Finivi per prenderne uno anche tu. Oppure sentivi arrivare da poco avanti, nella fila dei pellegrini culturali delle passeggiate notturne di San Salvatore, un suggerimento per possibili usi alternativi delle ore serali, e ti dicevi: eccolo, e ti affrettavi a raggiungerlo per godere un commento in diretta dell’esperienza (era presente anche la sera della terrificante Pearl Harbour zanzaresca). O ancora, spuntava dal nulla all’inaugurazione di una mostra nella quale ti eri imbucato, e ti salutava dicendo: “Suppongo che siamo qui per lo stesso motivo”.
Massimo era un fotografo “professionista”, nel senso più pieno del termine: non era mai del tutto soddisfatto della riuscita dei suoi lavori, cercava la perfezione, le luci, le ombre, le esposizioni, le angolature: l’attenzione minore andava al risvolto economico. Credo che il suo capolavoro possa essere considerato il “documentario” “Woodstok a San Salvatore”,
realizzato con la figlia Giulia, nel più perfetto stile del racconto alla Mark Twain (lo trovate su Google). Ma aveva anche un sacco di altri interessi, e amava la vita nei suoi aspetti più grotteschi. Se ti raccontava una vicenda o la storia di qualcuno eri sicuro che ne avresti avuto la versione meno politicamente corretta, corredata di minuzie filologiche che diventavano immediatamente godibilissimo gossip. Era l’anima di un circolo culturale ufficialmente votato al recupero e alla conservazione della memoria storica di San Salvatore, ma che ho sempre immaginato dedito soprattutto a sedute conviviali, i cui numi tutelari sono Pietro Ravasenga, un maudit da far impallidire Rimbaud o Kerouac (e come sempre, perfettamente ignoto in patria), e l’eroe eponimo Tantasà, personaggio altrettanto singolare, che per chiudere in bellezza un’esistenza stravagante si è fatto seppellire seduto (e questo lo trovate al cimitero di San Salatore, con tanto di statua). Così era Massimo, e così rimane nella memoria di chi lo ha conosciuto. Ironia estrema della sorte, se ne è andato non per il Covid, ma per esserne stato impropriamente curato.
Se ora siete curiosi di conoscerlo anche voi, cominciate col leggere il pezzo che vi proponiamo (è del 2009). C’è già tutto.

Quando un corto non è un corto

di Massimo Torra, estate 2009

Nel mio modo semplificato di vedere la vita ho sempre pensato che un “corto” fosse un breve film che terminava prima che lo spettatore cominciasse a guardare l’orologio; ieri le mie convinzioni sono cambiate.

Alla ricerca di una delle tante sagre del fritto estive, apprendevo da una locandina dello svolgimento di un festival del corto a pochi chilometri dal paese in cui mi trovavo. Era il giorno della premiazione e, confidando in un buffet gratuito, mi sono recato sul luogo, coinvolgendo anche un amico.

Stavano ancora proiettando dei filmati. Mai assistito ad un corto in vita mia, ma ne avevo sentito parlare; ho letto anche su questo newsgroup che qualcuno vi si sta dedicando. Ottima occasione di vedere qualcosa in attesa d’imbucarmi ad un eventuale rinfresco.

Sta cominciando un corto. Mi accomodo sulla sedia velocemente, nel timore che questo finisca subito.

Scopro subito che avrei potuto anche sedermi con più flemma. Non succede nulla. Sembra che abbiano dimenticato la telecamera accesa e siano andati a prendere il caffè. Magari è una metafora di qualcosa. Aspetto. Succede qualcosa, ma mi prende moderatamente. “Psicologico” dice l’amico. “Molto psicologico” penso io.

Guardo l’orologio. Ostia, già cinque minuti. Ricordo quella volta che mi sedetti al cinema aspettando venti minuti che arrivasse il treno. Almeno qui non c’era quel dannato cigolio. Alla fine la tipa del film dice qualcosa e poi appaiono i titoli di coda in cui ringraziano pure il gatto della zia. Leggermente perplesso.

A richiesta, l’amico commenta con frasi non chiarissime. So che sta bluffando. Preferisco non insistere e cerco di alzare il morale pensando al saccheggio del buffet. In fin dei conti non siamo molti, potrei anche mangiare in maniera elegante senza il bisogno di mettermi qualcosa in tasca per sottrarlo alla furia degli invitati.

“Silenzio!”

Ostia, anche sui titoli di coda, non si può parlare?

Comincia l’altro video. Dalla musica capisco già che sarà “psicologico” pure questo. Neanche qui arriva il treno, ma i tempi sono gli stessi. Che caspita avranno inteso con corto? Leggera trovatina (molto leggera) e finisce anche questa. Sento quelli dietro che parlano di qualcosa di delicato e quotidiano. Scaccio dalla mente l’idea che stiano parlando di qualche deodorante intimo e all’accendersi delle luci cerco d’imitare le espressioni degli addetti ai lavori, mimando addirittura qualche gesto, in realtà non per descrivere dei movimenti di macchina ma per suggerire a chi ho coinvolto questa avventura dove potrebbero essere i cessi.

Arriva l’organizzatore: ringraziamenti al sindaco, al vicesindaco, al buon dio che ci ha fatti e a Garibaldi che ci ha uniti. Tanti giovani sorridenti e vestiti da artisti (riuscirò ad imbucarmi al buffet conciato come un verduriere in vacanza?). Lodi, premi, sorrisi, bella espressione di gioia della vincitrice.

Si spengono di nuovo le luci. “Cazzo, e il ricevimento?” “Lo fanno dopo” sentenzia l’amico. “Altrimenti tutti se ne andrebbero prima”. Forse ha ragione.

Ricomincia la maratona: dal meno premiato al filmissimo. Non si possono anteporre i languori di stomaco alla cultura: restiamo.

I filmati che stiamo vedendo sono stati prodotti durante la settimana. In effetti non è semplice. Per montare cinque minuti di filmino delle vacanze ho impiegato due ore e c’era solo da buttare via quello che non serviva. Pur nella mia ignoranza in materia capisco che qui le cose sono ben più serie. Però … son sempre tutti tristi ed incazzati. E hanno, come quelli di prima, la tendenza a mollare lì la telecamera e a tornare solo dopo un po’. Capto da qualche parte il vocabolo “introspezione”. Sì, il mio pensiero è che gliela facciano all’autore: a secco e con qualcosa d’ingombrante. Azzo, che noia.

Resisto perché voglio vedere a tutti i costi il più bello, in modo da poter raccontare qualcosa di positivo una volta tornato a casa.

Sullo schermo ora c’è un tipo un po’ con la barba e un po’ senza che parla con una creatura bianca dentro ad una vasca di pesci. Dicono che il momento è carico di pathos e spero che almeno non si tratti di un gas velenoso.

Quello successivo è ben ripreso, ma ha lo stesso brio degli sceneggiati di Anton Giulio Majano che tanto hanno segnato la mia infanzia. Quando sento la protagonista dire: “Abbi cura di te”, vengo colto da un impulso irrefrenabile di cercarla per farle un cazziatone. Era seduta davanti a me pochi minuti prima … Non la vedo più: vuoi vedere che hanno aperto il buffet? Troppo buio per scorgere qualcosa.

Ancora scosso dall’indignazione per quella frase arriva il filmino successivo. Devono aver usato una di quelle fotocamere che fanno anche il video e che hanno un sensorone della madonna. Mi diverto a vedere le sfocature come da bambino mi divertivo a guardare nel caleidoscopio. Torno alla mia infanzia e tra una cosa e l’altra mi sfugge un po’ il rollante vagare della camera che spia i frequentatori di un parco mentre il sonoro un po’ impreciso ci comunica i loro pensieri, tipo quello di Highlander alla fine del primo film. Mi sento moderatamente partecipe. Sarà il calo degli zuccheri.

Arriva il film premiato: devono aver formato l’associazione di quelli che mollano la camera e si occupano d’altro. Questa regista addirittura ne approfitta per comprare due o tre cose al supermercato. Quando torna, dopo qualche scena si ricorda di aver dimenticato il burro e molla lì tutto ancora per un po’. Mah. Alla fine quando si riaccendono le luci scopriamo che siamo rimasti in pochi in sala. Temo che gli altri se la siano svignata alla chetichella ed abbiano raggiunto il luogo del rinfresco. Quando usciamo, ci rendiamo conto che dovremo saziare i nostri stomaci in una vicina sagra del fritto, come da programma iniziale.

Di questa storia dei corti ho capito solo che per definizione devono essere delle menate tremende, altrimenti la gente non li distingue dai film e si aspetta di vedere qualcosa tipo “Guglielmino il dentone” che pur essendo corto non era un corto, ma solo una parte di un film ad episodi, come mi ha spiegato un signore ieri all’uscita.

Ore 22 – Esterno notte: Una signora dai capelli cotonati e visibilmente alticcia, mi chiede di accompagnarla in una mazurka.
Declino l’invito adducendo invalidità pregresse. 

Riconosciute assenze

s’intravvede, ma non si vede

di Fabrizio Rinaldi, 8 aprile 2018

L’applicazione della tecnologia digitale alle macchine fotografiche e l’uso diffuso di software di fotoritocco hanno semplificato il gesto del fotografare fino a generare una polluzione incontrollata di immagini, per lo più ordinarie, che ci sorbiamo nostro malgrado e che rispondono a un artificioso bisogno indotto dalla modernità: quello della “spettacolarizzazione di sé” e della condivisione in rete della propria squallida quotidianità.

Questa ossessione ha contribuito ad uniformare verso il basso molti aspetti del gesto fotografico, da quelli tecnici relativi al marcato bilanciamento dei colori e ai loro contrasti a quelli contenutistici, relativi alla scelta dei soggetti. Nel novantanove per cento dei casi ad essere ritratto è chi fotografa (selfie), oppure sono familiari, animali domestici, tramonti, edifici, o ancora, “eventi” che si pretendono tali solo perché l’immagine è opportunamente mirata a suscitare una qualche reazione emotiva (per lo più di pancia – o giù di lì).

L’inflazione d’immagini fa si che queste raramente rimangano nella memoria, poiché non suscitano particolari emozioni né in chi le produce, né in chi le guarda. Va così persa una peculiarità fondante del fotografare, ossia l’essere una raffigurazione concreta di un pensiero.

La semplificazione del processo fotografico pone interrogativi a chi, come me, vorrebbe continuare a scattare senza cadere nelle mediocrità del già visto e ambisce a produrre immagini che, almeno a livello personale, trasmettano una qualche tensione emotiva.

Vedere e fotografare, nell’accezione più pura, significa esser consapevole dell’“unicità” di ciò che si sta guardando, che è tale in un tempo concluso, ovvero in quel preciso momento, scegliere di fermare quell’istante e di fissarlo attraverso il mezzo fotografico. Questo gesto richiede una – seppur mediocre – padronanza tecnica, la capacità di mettere a fuoco e isolare il soggetto all’interno dello spazio che occupa, la percezione istintiva della quantità di luce necessaria ad evidenziare ciò che l’obiettivo inquadra, ma soprattutto una buona dose di lucidità e di distacco: ovvero un coinvolgimento emotivo controllato, almeno un po’. È senz’altro necessaria anche una certa presunzione nel riproporre soggetti che quasi sicuramente sono stati fotografati da altri molto più bravi. Basta fare una ricerca in rete per vedere foto davvero belle che fissano quel paesaggio, quel fiore o quello scorcio che ci apprestiamo a fotografare.

Quindi, dobbiamo prevedere nell’equipaggiamento una borraccia piena di presunzione. Ci tornerà utile quando, individuato il soggetto, ci verranno in mente le immagini scattate da fotografi più o meno titolati. Per una frazione di secondo esiteremo prima di schiacciare l’otturatore. Ma a quel punto, bevuto un sorso dalla borraccia, scatteremo la “nostra” foto che regalerà a noi – forse solamente a noi – un briciolo di emozione. Se poi non è paragonabile alle calle di Tina Modotti, ai panorami di Ansel Adams o ai nudi di Man Ray, chi se ne frega!

Piuttosto, una volta premuto l’otturatore avremo l’illusione d’aver fissato quel momento in un’immagine senza tempo: ma non è così.

Anzitutto perché, come detto prima, la memoria diffusa delle immagini è labile e a brevissimo termine, proprio per la quotidiana indigestione che ne facciamo: quindi presto scorderemo quei fotogrammi, che difficilmente si raccomanderanno nella memoria collettiva per una loro intrinseca rilevanza o per le loro qualità estetiche.

C’è poi l’aspetto connesso all’hardware su cui sono conservate le tanto care foto. Il tempo continua a scorrere per noi, ma anche per loro. Apparentemente le immagini rimangono inalterate, ma sia nei file digitali, sia nelle stampe fotografiche è in atto un continuo deterioramento. E a dispetto di ciò che si pensa, se sono immagazzinate in bit il deterioramento sarà ancor più veloce di quello delle fotografie cartacee: si potrebbe guastare l’apparecchio su cui sono conservate, potrebbero esser dimenticate e quindi in un secondo momento cancellate, o, in un continuo copia-incolla, è sufficiente la perdita di qualche “zero” o “uno” per rendere illeggibili i file.

La consapevolezza di questa precarietà, insieme all’importanza che diamo a ciò che viene inquadrato nel mirino della reflex, ci dovrebbero render maggiormente coscienti del “momento fluttuante” che ci accingiamo a fotografare. In questo modo dovrebbe risultare più facile realizzare foto che abbiano una possibilità di rimanere per un po’ nel ricordo, almeno nel nostro.

Quando metto mano alla macchina fotografica mi scopro ad inquadrare per lo più soggetti che escludono la presenza umana. Preferisco soffermarmi sulle tracce riconoscibili del suo passaggio: la sua interazione col territorio, le sue opere, le sue manipolazioni e le sue dimenticanze.

Cerco insomma la “pregnanza” umana che il manufatto, il paesaggio o l’edificio rivelano, che hanno assorbito – magari in tempi antichi – dai loro costruttori. Allora fotografo balconi, finestre, barche dismesse, legni e ferri abituati al lavoro umano, angeli di pietra che sorvegliano gli ingressi, fontane, porte, terrazzamenti e così via, alla ricerca della seduzione di cui l’autore ha impregnato – intenzionalmente o meno – quel manufatto. Oppure perseguo l’incanto inatteso che a volte il degrado e l’abbandono regalano alla materia creata dall’uomo: ad esempio le croste sui muri di vecchie case, sui quali il decadimento fa scaturire la bellezza di una semplice ed autentica disarmonia.

Ho difficoltà invece a fotografare volti: non per superstizione aborigena, ma per la convinzione che ritrarli presupponga un’esposizione del soggetto alla violenza inferta dallo scorrere del tempo e al giudizio estetico – inconscio o meno – di estranei.

C’è poi una personale tensione relativa alle reali intenzioni di chi fotografa e di chi è fotografato: quanto voglio rivelare del soggetto e di me in un’immagine? È un interrogativo rilevante in tutto il mondo fotografico, ma in particolare in quella di ritratto.

Il tempo è impietoso: la foto che ci ritrae oggi pare brutta, ma rivista tra dieci anni potrebbe persino indurci ad affermare che non eravamo male. Per questo i ritratti mi bloccano: hanno qualcosa di maligno, fissano un tempo che si allontana da noi, e ce lo ricordano.

Un’altra domanda che sorge quando guardiamo una nostra foto è: ma è così che mi vedono gli altri? Quesito lecito, che mette in luce la distonia con la nostra corporeità e con lo spazio scenico che occupiamo nella quotidianità.

Lo sguardo diretto sottende una sfida che spesso non voglio sostenere, perché implicitamente mette in discussione anche me. O meglio, riesco a ritrarre la persona solo quando tra me e chi inquadro c’è una rilevanza emotiva. Altrimenti lo scatto finirà in un semplice album familiare, ma di questo abbiamo già parlato.

In ogni gesto del fotografare, ogni volta che la macchina fa clic, c’è una certa violenza, che lo si voglia o no. L’atto stesso di fermare qualcosa è potenzialmente violento, anche se si tratta di una foto molto affettuosa. Io credo nel valore dell’idea indiana secondo cui fotografare una persona equivale a rubarne il volto. C’è una cosa degli aborigeni australiani che mi ha colpito molto: non hanno il permesso di guardare l’immagine di una persona morta. Dunque un morto non dovrà più comparire da nessuna parte, né in un libro, né in una foto. Per questo, quando qualcuno muore, si porta via tutto ciò che potrebbe ricordarlo, ogni sua immagine. Per lo stesso motivo gli aborigeni non amano farsi fotografare: perché sanno che la foto sopravvivrà loro oltre la morte, che ogni foto dura al di là della persona, oltre ogni fenomeno che loro possono cogliere, oltre l’istante in cui è stata scattata. È questo a spaventarli.
WIM WENDERS, Una volta, Contrasto 2015

Sai che non c’è una sola foto di Hillary sull’Everest in quella prima salita del ’53? Hillary aveva l’apparecchio e fotografò Tenzing, il contorno delle montagne intorno, ma non chiese a Tenzing di fargli una fotografia. Non è speciale questo? Hillary era lassù a nome collettivo, era solo un rappresentante della specie umana. Non so se gli venne la tentazione di passare a Tenzing l’obiettivo. So che non lo fece e per me quello scatto mancato è il più bello di tutti, il colpo di umiltà che dà la precedenza all’impresa, non a chi la compie.
NIVES MEROI
da ERRI DE LUCA, Sulla traccia di Nives, Feltrinelli 2016

In fotografia la creazione è un breve istante, un tiro, una risposta, quella di portare l’apparecchio lungo la linea di mira dell’occhio, catturare quello che ci aveva sorpresi nella piccola scatola a buon mercato afferrandolo al volo, senza artifici e senza sbavature. Si fa della pittura ogni volta che si prende una fotografia.
HENRI CARTIER-BRESSON, L’immaginario dal vero, Abscondita 2005

Collezione di licheni bottone

Fotografia e Utopia

Postilla a “Il racconto nell’album fotografico

di Paolo Repetto, 28 febbraio 2018

Il pezzo di Fabrizio sulla fotografia ha casualmente incrociato lungo il mio percorso di letture un breve saggio di Pietro Bellasi comparso trentacinque anni fa su Prometeo (rivista che ancora esiste, o almeno esisteva sino ad un paio d’anni fa). Il saggio riguarda la miniaturizzazione e offre un sacco di spunti interessanti, dei quali cercherò di approfittare per altre occasioni. Ma uno in particolare concerne la fotografia, e mi sembra cadere a fagiolo: se si detiene il potere sull’interpretazione di ciò che è accaduto (o semplicemente si può mentire al proposito) si ha il controllo del presente e del futuro. Non riporto le parole di Bellasi perché l’autore baroccheggia alquanto e in realtà non dice, ma suggerisce. O almeno, a me ha suggerito questo.

Dunque. La fotografia ci racconta la realtà, ma una realtà che siamo noi a scegliere, al momento dello scatto, e poi al momento della conservazione. Allontana la realtà quel tanto nel tempo e nello spazio da rendercela accettabile. Infatti la miniaturizza, e quindi cela i difetti, li nasconde: ma cela anche gli effetti, li ferma, li cristallizza, li tacita. In pratica riduce il formato e azzera il rumore. Fabrizio dice che “congela” un istante, e che quindi, per effetto del confronto col presente, racconta anche lo scorrere del tempo. Io credo piuttosto che il tempo proprio lo escluda, perché il tempo è movimento, e lo scorrere del tempo produce un rumore, per quanto impercettibile, attraverso il quale appunto lo si coglie. E quel rumore nella fotografia non c’è.

Per questo penso che la fotografia sia ciò che più si avvicina all’Utopia. Non ci rappresenta la realtà quale noi la ri-creiamo, come può fare ad esempio la pittura, ma la realtà quale ci si impone: solo che siamo noi a sceglierne le dimensioni, a “domesticarla” sottraendola alla storia e avvicinandola alla perfezione. L’Utopia (quella con la maiuscola, che si pone come meta, e non come percorso) è appunto una realtà domesticata e fissata una volta per tutte, cristallizzata. Ecco, pensiamo ad esempio alla fotografia paesaggistica, meglio ancora a quella di montagna: ci consente di cogliere bellissimi paesaggi in un assieme, cosa che difficilmente riusciamo a fare nella realtà, perché lo sguardo si focalizza di momento in momento su punti diversi, o è distratto dagli altri sensi, dai suoni, dai profumi. Nella foto questi paesaggi, catturati e costretti in un formato ridotto, siamo in grado in qualche modo di dominarli, mentre nella realtà ne siamo dominati. Non c’è il rumore delle valanghe, o del vento, a dirci che siamo in loro balia. Ma lo stesso vale, al contrario, per i particolari che ci colpiscono in un volto, in una figura, in una costruzione, soprattutto per quelli che percepiamo come “negativi”. Dal vivo si impongono, sviano il nostro sguardo dal contesto: nella fotografia, miniaturizzati, vengono riassorbiti dall’assieme.

Paradossalmente questo accade anche con la macrofotografia, pur se parrebbe il contrario. Rendere visibili le cose quasi invisibili è anch’esso un modo per dominarle. Insomma, la fotografia ci consente di ricondurre ogni aspetto del mondo a scala umana, per poterlo fermare, fissare e controllare.

La fotografia ci nasconde dunque la realtà? No, ma certamente le riserva un trattamento cosmetico. Sempre, nelle foto dell’album di famiglia ma anche in quelle di cronaca. Persino le terrificanti immagini che arrivano dai teatri di guerra, persino quelle che sono arrivate dai campi di sterminio, sono state scelte per una loro valenza estetica prima ancora che documentaria. Le due cose hanno finito magari per coincidere, ma è indubbio che noi finiamo per memorizzare piuttosto le immagini che le storie che stanno loro dietro.

Dove ci porta tutto questo? Da nessuna parte. Sono solo riflessioni indotte da una coincidenza particolare, o che a me è parsa tale. Non cambiano una virgola del mio rapporto con la fotografia, né immagino di quello di Fabrizio o di chiunque altro. Ma forse potrebbero illuminarlo da un’angolatura un po’ diversa.

 

La fotografia immemore

di Fabrizio Rinaldi, 25 febbraio 2018

Dobbiamo muoverci e pensare ad una velocità sempre maggiore: questo ci chiedono i ritmi imposti dalla modernità. In realtà la nostra mente non è evolutivamente preparata alla brusca accelerazione impressa negli ultimi cento anni, pochissimi se paragonati all’intero arco della storia antropica. Il risultato è dunque che siamo sempre meno capaci di concentrarci e, nella fattispecie, di fissare qualche ricordo negli interstizi cerebrali. Ad ogni istante l’attenzione è già attratta dall’immagine successiva, e i neuroni, fra uno stimolo e l’altro, ballano danze tribali, mai un lento.

Il problema lo abbiamo parzialmente risolto “esternalizzando” i ricordi. Con la possibilità di fotografare – oggi soprattutto, con l’ausilio di quel prolungamento del corpo che è diventato il cellulare – li demandiamo a immagini che dovrebbero fungere da supporto e promemoria. Ma questa pratica snatura completamente quelle che erano la sostanza e la funzione del ricordo.

Il primo limite delle immagini che archiviamo è paradossalmente proprio la loro potenziale illimitatezza: per quanto oculati e sobri possiamo essere nella scelta delle cose e delle situazioni da fissare, la possibilità di scattare all’infinito induce comunque una bulimia, alimentata dalla paura di perderci qualcosa di speciale: e in questo modo nulla è più speciale, tutto si confonde in una babele di immagini delle quali, per quanto esistenti, ci dimentichiamo per forza di cose immediatamente. L’altro limite, quello che qui m’interessa indagare, ed è comunque connesso strettamente al primo, sta nel fatto che l’immagine “seriale” conserva quasi nulla della pienezza del ricordo, in qualche modo lo congela, a discapito appunto delle emozioni, del calore (anche fisico) e di quant’altro quell’istante ha procurato in chi ha fotografato. Nella foto rimane solamente la parvenza dell’evento, il suo fantasma.

Ora, possiamo anche accettare l’idea di affidare ad una protesi esterna (per il momento), ad un prolungamento “artificiale” dei nostri organi e dei nostri sensi anche la memoria: lo stiamo facendo in fondo dall’inizio della storia, col cavallo e con la ruota, con il fuoco e con il libro, ed è proprio la caratteristica che ci connota come umani. Ma per gli oggetti della memoria, perché conservino senso, è fondamentale evidenziare il contesto in cui nascono, poiché il valore che diamo loro è connesso alla capacità che hanno di trasmetterci un messaggio, un’emozione, un brivido. La semplice esistenza di un’immagine di per sé è inutile, se non passa attraverso la cruna dell’emozione che procura: se il sussulto non c’è, significa che in realtà, al di là dell’apparenza, non ha senso lasciar traccia.

La macchina fotografica è uno strumento meccanico e viene usata per contribuire ad una memoria vivente. La foto è un promemoria tratto da una vita mentre viene vissuta.
JOHN BERGER, Capire la fotografia, Contrasto 2014

Questo è altrettanto vero per la musica, per la letteratura e per ogni altra creazione “culturale”, compresi gli oggetti d’uso nella quotidianità, ma vale in particolare per la fotografia, proprio per la sua intrinseca caratteristica e funzione, quella di “fermare” l’istante in cui è creata. Se ciò che s’intravvede in un’immagine non suscita un’emozione (non necessariamente positiva, potrebbe essere anche di disgusto) significa che siamo in presenza della mediocrità: detto senza tanti sotterfugi, non vale la pena conservarla. Può sembrare un atteggiamento un po’ drastico, ma nella profusione di stimoli che riceviamo credo che la mente – per sua stessa autodifesa – debba attuare una selezione di cosa trattenere e cosa eliminare. Lo chiamerei semplice istinto di sopravvivenza.

Il vero oggetto da preservare e da veicolare è il significato che attribuiamo all’immagine. E deve essere ben identificabile, a prescindere dal carattere sociale, documentativo, intimista o provocatorio di quest’ultima.

Lo sono, ad esempio, i contenuti connessi a fotografie come quelle di Che Guevara con lo sguardo verso l’infinito, di John F. Kennedy sorridente un attimo prima d’esser ucciso o della ragazza afgana di Steve McCurry. Anche chi non conosce la storia del soggetto fotografato non può non esserne colpito: se ha un minimo di sensibilità riesce a leggerci speranze, paure e sogni che sono anche i suoi. Per questo quelle immagini sono entrate nel patrimonio culturale collettivo, sono diventate icone popolari: allo stesso modo in cui lo sono state per secoli certe riproduzioni di dipinti a carattere religioso.

La trasfigurazione o, a seconda dei punti di vista, la deriva iconica è oggi sicuramente inferiore rispetto a pochi decenni fa: la profusione di immagini fa si che ognuna venga fagocitata da quelle successive, finisca rapidamente in dissolvenza e si limiti a scalfire per un attimo appena la nostra memoria visiva. Ricordo ad esempio la foto del bimbo con maglietta rossa e scarpette blu trovato morto sulla spiaggia turca: la sua drammatica potenza avrebbe dovuto scuotere le coscienze, tacitare coloro che vogliono respingere chi fugge da fame e guerre. Non è accaduto niente di tutto questo: come prevedibile, è stata vampirizzata dai media per qualche giorno, e altrettanto velocemente rimossa. La foto risale ormai ad alcuni anni fa e, nonostante i buoni propositi, non ha corrotto l’inclinazione dell’uomo ad esser meschino ed egoista.

Ma nel disordine iconografico attuale la fotografia può ancora rivendicare il diritto di trasmettere messaggi, l’orgoglio di essere un mezzo di espressione, e non di condizionamento e di rimbambimento, per l’umanità? L’apparecchio fotografico (in tutte le sue forme, reflex, compatta o smarthphone) ha fatto il percorso solito delle tecnologie: nel momento in cui è arrivato alla portata di tutti ha finito per prestarsi non tanto ad un riscatto, ma a diventare specchio della bassezza, della vacuità, dell’arroganza e del desiderio edonistico. Non sto rimpiangendone un uso “aristocratico” che non c’è mai stato, ma semplicemente disapprovando il fatto che come per tutto il resto, dall’automobile agli occhiali, la democratizzazione del possesso non si sia accompagnata ad una educazione all’uso.

E tutto appare sempre e soltanto una volta,
e di quell’una volta, la foto fa poi un sempre.
Soltanto attraverso
la fotografia il tempo diventa visibile,

e nel tempo tra
la prima fotografia e la seconda

appare la storia,
che senza queste due foto sarebbe caduta nell’oblio
di un altro sempre.
WIM WENDERS, Una volta, Contrasto 2015

La fotocamera è in fondo oggi il mezzo popolare più semplice ed immediato per soddisfare uno dei bisogni primari: quello di affermare e reiterare la nostra esistenza rendendoci (apparentemente) immortali attraverso un’immagine che ci rappresenti, o che veicoli un messaggio: che è poi “il” messaggio per eccellenza. “Guardami, esisto ed esisterò grazie a ciò che stai guardando”.

Negli ultimissimi tempi questo aspetto è stato enfatizzato dalla facilità con la quale si possono propagare le immagini, per quanto banali e scontate, attraverso i vari canali offerti da internet. E il problema sta proprio qui. L’analfabetismo visivo di ritorno induce a diffondere acriticamente qualsiasi contenuto: nei soggetti “immortalati” emergono le manchevolezze più che le eccezionalità, sono evidenziate le limitatezze più che le potenzialità. L’attenzione che caratterizzava ciò che era destinato a futura memoria ha lasciato il posto alla trascuratezza nei confronti di ciò che si sa avere vita effimera. In assenza di una prospettiva futura si cerca di riempire il più possibile, sia pure di ciarpame, il presente.

Tutto questo non ha nulla a che vedere con ciò che intendo per fotografia: credo che il senso e le finalità di quest’ultima siano ben altri, anche per chi non l’affronta con taglio “professionistico”, ma solo con la coscienza di una necessaria “serietà”.

Uno dei possibili percorsi rimane la narrazione del quotidiano, un quotidiano che è naturalmente differente da quello immortalato da Modotti, Cartier Bresson, Newton o Salgado. Qui vale più che mai la volontà, e ovviamente poi la capacità, di cogliere nel contesto attuale le possibilità di insinuare dei dubbi, di uscire dai canoni prospettici omologati e omologanti, di creare una curiosità attiva e non un’attitudine voyeristica.

Siamo assillati da figure pseudo-iconiche che dovrebbero suscitare emozioni effimere e artificiali, infiltrarsi nelle nostre coscienze sociali e politiche: ai comuni amanti della fotografia rimane però la genuina propensione ad immortalare ciò che comunemente li circonda, in una tensione sottesa non ancora imbrigliata dai messaggi consumistici.

Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore.
HENRI CARTIER-BRESSON, L’immaginario dal vero, Abscondita 2005

Questo significa rallentare il ritmo, anche nella produzione di fotografie, e rivalorizzare il quotidiano cogliendo piccoli momenti privati (che a volte è bene che rimangano tali) e caricandoli di significato.

Voglio proporre, a corredo ed esemplificazione di ciò che ho scritto, l’immagine con la quale l’ho aperto: è il frutto di una ricerca personale, artigianale, intima, dietro la quale non c’è la pretesa di produrre capolavori ad uso di altri: c’è solo la potenza di uno sguardo “storto” che interroga il fotografo e lo sfida su molti perché, mentre contemporaneamente difende l’intimità femminile e ne esalta i lineamenti e la freschezza.

Credo di aver avuto una cospicua dose di fortuna, quantomeno nell’esser riuscito a cogliere la tensione dell’attimo. Per il resto, si tratta appunto di coltivare l’attenzione per ciò che ai più appare irrilevante, e di tradurla in un giusto spazio nell’inquadratura dell’obiettivo (fisico o concettuale che sia).

In un’epoca contraddistinta dall’ossimoro di immortalare immagini che scordiamo poco dopo – accantonate come stracci vecchi –, questa foto è riemersa nella mia mente per le forti implicazioni emotive che mi suscitò un tempo e per gli interrogativi che ancora oggi mi pone. È a suo modo anch’essa un’icona, del tutto personale: in questo senso continua a spronarmi a cercare quello sguardo in chi o cosa mi circonda.

Ne ho bisogno. Ne abbiamo tutti bisogno.

Collezione di licheni bottone

Il racconto nell’album fotografico

di Fabrizio Rinaldi, 19 gennaio 2018

C’era sempre una presenza discreta nelle gite, nelle feste e nelle ricorrenze: una macchina fotografica al collo di mio padre. Negli anni Settanta lo ricordo sempre con quella reflex mentre scattava foto ai familiari.

Autodidatta, come me, aveva una vera passione per quella piccola scatoletta: inquadrava, scattava e portava a svilupparne il rullino dal fotografo. L’occasione diventava ancor più piacevole in quanto poteva imparare qualche trucco in più da un ex collega che, dopo un passato in fabbrica, si era improvvisato a stampare foto.

Gli scatti erano vincolati dal numero di foto che un rullino poteva contenere: prima 12, poi 24 ed infine 36. Era un numero finito, e ogni operazione costava, sia in termini di tempo, dalla carica della macchina all’attesa della stampa, sia economicamente: quindi si usava lo strumento con parsimonia. Di un evento (come ad esempio una comunione) si portava a sviluppare al massimo un rullino, 36 foto.

Il ritiro del materiale sviluppato avveniva giorni dopo. Nel frattempo si vivevano altre esperienze, che smorzavano gli entusiasmi dell’attimo dello scatto. La valutazione delle immagini era di conseguenza più fredda, meno viziata da sentimentalismi, a volte addirittura caustica. A casa si procedeva poi alla selezione delle immagini migliori (o di quelle meno peggio), alla datazione e la sistemazione negli album fotografici.

Quegli album, prima dell’era digitale, hanno narrato lo scorrere degli anni della mia famiglia: una storia semplice, senza fronzoli e senza traumi particolari, sicuramente concreta; insomma, come molte altre.

Il piacere – anche tattile – che c’è nello sfogliare quei raccoglitori con foto che ingialliscono non lo si ritrova quando si fanno scorrere le immagini su uno schermo, dove si riconoscono solo volti invecchiati.

Si fissavano in quelle pagine degli istanti, magari non essenziali (battesimi, compleanni, gite, matrimoni, momenti sereni insomma): ma almeno quelli erano fermati in una modalità materiale e non su un supporto aleatorio come può essere una cartella informatica. Quelle immagini concrete raccontavano storie personali e intime, il cui senso era ristretto alla cerchia familiare. Non ne avrebbero avuto alcuno se fossero diventate di pubblico dominio.

Sedersi sul divano, o attorno ad un tavolo, a guardare e riguardare le foto di noi bambini, dei genitori giovani o delle gite al fiume e al mare, e rievocare aneddoti e personaggi, era un vero e proprio rito, esclusivamente familiare. Si evitava di tirare fuori gli album quando c’erano ospiti, per non incorrere nell’imbarazzo di vedere volti annoiati di persone per le quali quelle immagini non significavano nulla. A casa mia non vi sarebbe accaduto di imbattervi in quei “protagonisti dell’assoluto” che propinano le loro raccolte di foto, adeguandole via via alle diverse modalità, prima l’album cartaceo, poi la sequenza di diapositive, oggi la visualizzazione virtuale. Non avreste desiderato cominciare a starnutire violentemente per indurre il torturatore a richiudere terrorizzato gli album. Non avreste visto nemmeno le copertine.

Mio padre continua ancora oggi a scattare, utilizzando una scatoletta digitale, con la stessa passione di un tempo nell’immortalare le gite con mamma, nel fissare i paesaggi e ciò che lo emoziona – magari le nipoti –; quello che non fa più è mandare in stampa le foto e sistemarle negli album. Come lui, tutti noi rimandiamo la stampa e l’organizzazione delle immagini a quando avremo tempo, cioè a mai più, salvando gli scatti fatti in cartelle digitali, sul computer o sul cellulare, e scordandocene fino a che finiranno per essere cancellati o per diventare illeggibili.

Ma cosa va messo in un album?

L’archetipo del fotografare è congelare l’istante intrinsecamente connesso all’epoca in cui l’immagine è stata fatta, quindi nel soggetto fotografato è riconoscibile anche lo scorrere del tempo stesso.

Susan Sontag in Sotto il segno di Saturno scriveva: “ogni fotografia è un memento mori. Fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della mutabilità e della vulnerabilità di un’altra persona (o di un’altra cosa). Ed è proprio isolando un determinato momento e congelandolo che tutte le fotografie attestano l’inesorabile azione dissolvente del tempo”.

Stampare una fotografia significa darle un futuro che prescinderà da altri supporti tecnologici: quando è stampata la foto rimane, e salvo eventi catastrofici (incendi, alluvioni, eredi indifferenti, ecc …) si conserva per parecchio. Solo così i pronipoti potranno sapere che volti avevano i loro avi.

Personalmente, grazie a scatole da scarpe piene di vecchie fotografie dei nonni, sono riuscito ad associare ai nomi i volti dei membri della mia famiglia, a partire dalla fine dell’Ottocento. La cosa non interesserà il popolo digitale: infatti non mi sogno minimamente di condividere quegli scatti (tranne quelli che corredano questo articolo), se non con parenti stretti. Interessa invece a me, come semplice ricerca personale. Non credo che la stessa cosa sarebbe possibile ai miei pronipoti, se le foto che scatto venissero conservate solo in formato digitale. Vi sarà già capitato di ritrovare immagini in “pcx”, un formato che già oggi è praticamente illeggibile, oppure di ingrandire fotografie scattate alcuni anni fa che risultano sgranate e non stampabili. Per questo non me la sento di affidare gli scatti a me più cari al “cloud”, a chiavette o a dischi rigidi, rischiando di perdere intere generazioni di foto.

In Blade Runner (quello del 1982) i replicanti avevano ricordi di altri fissati in fotografie. Conservavano quei supporti fisici come simulacri, perché rappresentavano il legame con un passato, con una storia personale che, anche se non era la loro, dava in qualche modo un valore alla loro stessa esistenza: la coscienza di sé passa attraverso un processo di osservazione dell’altro.

Oggi le nostre piccole storie non sono quasi mai documentate fisicamente, ma solo digitalmente, con algoritmi che tra qualche anno non saranno più interpretabili. Come i replicanti, anche noi saremo senza una storia e senza un passato. Faremo nostre le fotografie e le storie di altri?

La mia non è nostalgia per un retaggio del passato, ma la constatazione che stiamo affidando la memoria visiva a macchine che invecchiano più velocemente del prodotto che creano.  Se l’intento è l’oblio, siamo sulla buona strada, ma se volessimo preservare almeno una parte dei ricordi, sarà necessario dar loro una concretezza fisica. Il software non basta, è necessario l’hardware.

Quando la foto racconta?

La fotografia ha sempre due protagonisti, non uno: c’è il soggetto fotografato, che sia un volto, un paesaggio o un oggetto, e c’è chi sta dietro la macchina fotografica, e vuol dare all’immagine un senso e spera che quel senso rimanga impresso nel risultato finale.

Per prima cosa quindi chi fotografa deve scegliere di “vedere”: decidere cioè cosa inquadrare nell’obiettivo. Deve individuare un soggetto e scegliere da quale angolazione, in quale prospettiva coglierlo. Può farlo sulla scorta di un progetto, di un’idea che ha in mente, oppure l’idea può essergli suggerita direttamente da qualcosa che attrae il suo occhio e la sua attenzione. Così facendo già ha in mente, sia pure a volte in maniera confusa, cosa e come vuole fotografare. Questa consapevolezza è in genere ciò che fa la differenza fra uno scatto insignificante ed uno che resta nel tempo. Tutto lì.

A volte però il progetto nasce a posteriori, a cose già fatte, davanti a foto che accostate sembrano suggerire un percorso. In questo caso a valere è la capacità di cogliere la suggestione evocata da certe immagini: questa rappresenta lo spartiacque tra il mettere assieme una mera accozzaglia di scatti – per lo più selfie narcisisti – e il raccontare una piccola storia.

Il risultato “tecnico” della foto può dare certamente soddisfazione, ma ai fini della “narrazione” a volte è poco rilevante. Una fotografia è riconosciuta come “artistica” non per la perfezione degli aspetti formali, ma in relazione alla sua attualità sociale: non conosco esempi di foto che, per quanto belle, siano state avvalorate come “opere d’arte” anni dopo la loro realizzazione. Forse c’è solo il caso di Vivian Maier, ma credo ci sia dietro una grossa operazione di mercato. È difficile che possa accadere ciò che è invece avvenuto per molti pittori, come Van Gogh, che sono entrati nel pantheon degli artisti riconosciuti solamente anni dopo l’effettiva realizzazione dei quadri, addirittura dopo la morte. La fotografia è forse l’unica espressione artistica strettamente connessa al momento dello scatto, alla realtà che documenta e alle attrezzature per realizzarla.

Il supporto digitale ci sta però disabituando alla fatica di attribuire senso alle cose, nello specifico alle foto che realizziamo. Non siamo più abituati ad attendere, o creare, l’occasione per lo scatto; stiamo perdendo la capacità di scegliere tra le centinaia di scatti quelli davvero significativi da mandare in stampa.

Questo perché in una frazione di secondo possiamo scattare una raffica di foto. Ho usato il termine “raffica”, ed è ciò che facciamo: spariamo fotografie non con un archibugio ad avancarica (quindi facendo attenzione a non sprecare colpi) come faceva mio padre con la sua macchina analogica, ma con un revolver automatico, senza riflettere su ciò che inquadriamo. Fatta una foto, o meglio una serie, si passa a quelle successive, senza soffermarci su quale senso abbiamo dato alle immagini scattate.

È opportuno interrogarci anche sul tipo di immagini che immagazziniamo come ricordi della nostra vita. Siamo nell’epoca del sorriso: se inquadrati da un congegno fotografico (reflex, smarthphone o altro), tutti sorridono, scordando che quel ghigno quasi mai autentico è destinato a rimanere così congelato per l’eternità. La modernità è destinata a essere ricordata sempre sorridente? I greci e i romani avranno riso pure loro, ma le testimonianze iconiche che sono arrivate fino a noi, per lo più, non li rappresentano così. Ve li immaginate i bronzi di Riace immortalati mentre sorridenti si fanno un selfie?

Quale condivisione è sincera?

Sembra che ogni evento, o l’esistenza stessa, siano accreditati come reali solamente quando risultano fissati in immagini o in parole scritte, e questa raffigurazione deve essere anche condivisa con altri, altrimenti semplicemente il fatto non avviene o la persona non esiste. Per confermare una circostanza è imprescindibile comunicarla, anche se ai destinanti non dovrebbe importare molto di un fenomeno strettamente personale quali sono, nella fattispecie, le fotografie familiari.

Invece sono in moltissimi coloro che pubblicano su Facebook o altri social le foto di feste di compleanno, le pietanze che stanno per essere divorate, i volti dei figli o i musi di cani e gatti. In realtà non “raccontano” nulla, ma anche quel nulla ha da essere avvalorato attraverso la visione, l’approvazione e la condivisione di persone che stanno per lo più al di fuori della cerchia familiare. L’immagine deve ricevere dei “like” per soddisfare il nostro bisogno di lasciar traccia, al di là del senso che ha: non importa ciò che dico e sono, solo che per un attimo si sappia che esisto.

L’etimologia della parola “condividere” indica una propensione a “spartire, dividere insieme con altri” un bene proprio. E allora quella parola va cancellata dal dizionario del web. Quali “beni” si condividono, quando si documenta ogni stupidaggine? E qual è il confine di “altri”: la famiglia, gli amici, la popolazione terrestre? L’opportunità di far visionare immagini private a perfetti sconosciuti è addirittura un controsenso, quando non si traduce in un rischio. Non può essere una soluzione sperare che la sovrabbondanza di immagini crei alla lunga assuefazione, disinteresse o addirittura rigetto. È opportuno chiederci per tempo se è davvero questo che vogliamo.

Condividere significa anche dividere: ma cosa si fraziona con gli altri, che cosa sottraiamo a noi stessi? Susan Sontag scriveva in Sulla fotografia: “Una società capitalistica esige una cultura basata sulle immagini. Ha bisogno di fornire quantità enormi di svago per stimolare gli acquisti e anestetizzare le ferite di classe, di razza e di sesso. E ha bisogno di raccogliere quantità illimitate d’informazioni, per meglio sfruttare le risorse naturali, aumentare la produttività, mantenere l’ordine, fare la guerra e dar lavoro ai burocrati”. Ciò che condividiamo sono la nostra personalissima vita privata, i ricordi più intimi e le nostre convinzioni sociali e politiche. In pratica: siamo merce in mano a sciacalli.

Possibile che a nessuno venga da starnutire, nel vedere l’ennesima foto di un bambino sorridente?

Collezione di licheni bottone

Volersi bene

di Paolo Repetto, 2017

Riporto l’aneddoto come lo raccontava mia madre, che era filologicamente correttissima (a differenza di mio padre, che partiva sempre da fatti veri ma tendeva poi a ricamarci sopra), integrato magari da qualche brandello di memoria infantile.

All’epoca, primi anni cinquanta, frequentavo l’asilo delle signorine Gandino, due sorelle molto anziane e poco più alte di noi, ma non per questo prive di polso. La casetta che ci accoglieva è ancora oggi la sede dell’asilo e ha visto passare nel tempo i miei figli e mio nipote. Le vecchie sorelle sono invece un ricordo solo mio.

Bene, un giorno, avrò avuto quattro o cinque anni, comparve al cancelletto d’ingresso un fotografo ambulante, un tipo con baffetti e occhiali, che propose alle Gandino di ritrarre uno ad uno i bambini. Non c’erano ancora tutte queste storie della privacy, non era necessario chiedere consensi a nessuno, e credo che sotto sotto le nostre maestre, il cui ultimo ritratto doveva risalire all’età del dagherrotipo, fossero ben felici di far immortalare noi pulcini nel piccolo giardino, vicino all’altalena. Mia madre sosteneva che i genitori non erano stati assolutamente informati, né prima né dopo.

Sta di fatto che in capo a due settimane il fotografo si presentò a casa, con i baffi, gli occhiali e una bellissima cartellina in cuoio, dalla quale estrasse una mia foto a mezzo busto a colori (non particolarmente vivaci, ma comunque a colori, cosa che per l’epoca era un lusso) in formato venti per trenta. Disse a mia madre che la foto era stata selezionata dal suo studio per la particolare fotogenicità del soggetto, che costava solo cinquecento lire (il giornale e il caffè costavano allora trenta lire) e che dava il diritto a partecipare – con ottime chanches – ad un concorso per bimbi belli, le cui immagini sarebbero poi state pubblicate su non so quale rivista.

Ora, bisogna sapere che per certi versi mia madre era una donna intelligente e scafata (mio padre diceva che avrebbe zittito in tribunale anche Carnelutti, il principe del foro): ma era pur sempre una madre, e la sua lucidità si appannava quando in ballo c’erano i figli. Pur senza arrivare agli eccessi della Magnani in “Bellissima”, aveva addosso la sindrome del figlio più bravo, migliore a scuola, capo dei chierichetti, ecc… Era anche comprensibile, del resto, con l’infanzia che le era toccata e con la voglia di riscatto che si portava appresso, riversata in una ambizione culturale da autodidatta e nella partecipazione da protagonista di prima fila alla vita religiosa.

Insomma, le cinquecento lire al momento non le aveva – e probabilmente non aveva nemmeno idea di dove trovarle in seguito – ma di fronte a quella foto, e soprattutto di fronte alla prospettiva di una sua pubblicazione, non poteva tirarsi indietro. Così quando il tizio, mostrando molta comprensione, le sottopose un paio di fogli da firmare per non perdere l’offerta eccezionale e l’iscrizione al concorso, assicurandole che avrebbe ricevuta la foto non appena effettuato il pagamento, non seppe resistere.

Nel frattempo era però arrivato mezzogiorno, e mio padre stava rincasando. Sentimmo le sue stampelle su per le scale, e mia madre annunziò al fotografo che avrebbe potuto comunicare anche a lui la bella notizia. Quest’ultimo non mostrò molto entusiasmo, anzi, ricordo che cominciò ad agitarsi e a pulire nervosamente gli occhiali, scusandosi perché aveva un altro appuntamento in Ovada e doveva scappare di corsa.

Immagino che proprio questa fosse la sua intenzione: ma ormai mio padre era sulla porta. Mamma lo rese immediatamente partecipe del mio primo successo, chiamando il fotografo a dare conferme e spiegazioni, e trovando in verità un supporto piuttosto reticente e imbarazzato. Ma non era necessario: mio padre è sempre stato molto veloce a capire e a decidere di conseguenza, e anche in quel frangente non si smentì. Lo fece però in un modo che avrebbe potuto avere conseguenze indelebili sulla mia vita. E qui passo direttamente la parola alla voce materna: «Ti guardò per quattro o cinque secondi, poi fece girare la chiave nella toppa, la estrasse e se la mise in tasca. Quindi si rivolse al fotografo: “Mi dia quei fogli”. (Pur avendo una sola gamba mio padre superava gli ottanta chili, con una percentuale di grasso inferiore a quella dei Masai. N.d.R). Il tizio estrasse i fogli firmati e li posò sul tavolo. “Anche la fotografia”. L’ingrandimento andò ad accompagnare i fogli. Io ero mortificata, ma mentre cercavo di scusarmi col fotografo che si precipitava lungo le scale mi sentii rispondere: “Lasci stare signora, va bene così”».

Non ho poi assistito alle loro spiegazioni, fui mandato a giocare in cortile. E sinceramente di tutta la faccenda avevo capito ben poco, anzi, nulla del tutto. Ma furono i racconti successivi di mia madre, che tornavano fuori ogni volta che l’occhio di qualcuno cadeva su quella foto, debitamente esposta sul mobile del tinello, a fungere da tarlo. Quel “ha guardato Paolo per un momento e poi ha detto: mi dia quei fogli!” suscitava le risate, soprattutto di chi conosceva bene mio padre e poteva immaginare la scena, e anche le mie: ma chi non mi dice che abbia intanto scavato nel mio intimo, erodendo una confidenza in me stesso che con l’approssimarsi dell’adolescenza già viaggiava verso il livello zero?

In verità con i miei problemi successivi quell’episodio non c’entra affatto, è anzi diventato un punto di forza della mia aneddotica (e conservo ancora la fotografia, che sta virando sempre più verso il bianco e grigio). Ma mi fornisce un ottimo pretesto per parlare un po’ dell’autostima, di quella vera, quella che uno dovrebbe costruirsi anche a dispetto di un ambiente ostile (che non era certo il caso di quello mio familiare, con due diversi esempi di training autogeno entrambi a loro modo vincenti, e necessariamente contagiosi). Sono solo quattro considerazioni buttate lì in ordine sparso, che arrivano però direttamente dal campo, perché la mia personale “queste” di autoconsapevolezza è sempre aperta.

Autostima è uno di quei termini che sono entrati recentemente, senz’altro da meno di un secolo, nel vocabolario, ad indicare qualcosa che esiste da sempre ma che solo oggi sembra essere diventato un problema, e come tale è stato rinominato. Un po’ come il colesterolo. In effetti agisce per proprio come il colesterolo: è indispensabile sino a certi livelli, ma oltre questi diventa fastidiosa o addirittura pericolosa. Con la differenza che mentre per quello la “quotazione” mira al ribasso, perché i livelli tollerabili vengono determinati dall’industria farmaceutica, e ogni punto in meno significa milioni di nuovi potenziali malati, sull’autostima c’è invece oggi da ogni parte una forte spinta alla crescita.

Facciamo una prova. Digitiamo la parola su Google (chi è più avanti può digitate “self-confidence” o “self-respect”). Prima di arrivare ad una definizione (quella di Wikipedia) compare una sequela di annunci di questo tenore: “Supera i tuoi limiti, scopri una vita di gioia, con RQI”, “‎Diventa Consapevole di ciò che hai dentro, renditi libero e migliora la tua vita”, “Risolvi i Tuoi Problemi. 3 Video In Regalo. Ridurre Lo Stress. Vivere Serenamente”, “Hai Problemi di Autostima? Scopri come risolverli”, “Diventa il Leader di te stesso. Scopri il meglio di te‎”. E ancora “Le regole d’oro per un’autostima super. Come ritrovare e aumentare l’autostima in 10 passi” e “5 azioni pratiche per aumentare la tua autostima”. Si procede così per intere paginate.

Dunque, lo si faccia attraverso tre video, dieci passi o cinque azioni pratiche, quello di ritrovare o aumentare l’autostima è diventato il nuovo imperativo categorico (assieme appunto a quello di abbassare il colesterolo e di mantenersi giovanili e snelli, e in perfetta combinazione con entrambi). Peccato che gli indicatori e i motivi su cui questo imperativo dovrebbe far perno abbiano sempre legami con qualche prodotto o pratica per i quali si vuole creare un mercato, e che la stima di sé sia compresa nel prezzo e nella confezione. Non è naturalmente su questa accezione “mercificata” che intendo fare le mie riflessioni, ma in realtà non si può nemmeno prescinderne del tutto, non fosse altro per rigettarla.

Cominciamo però col circoscrivere lo spazio di osservazione, per intenderci più facilmente. Sono molti coloro che l’autostima non debbono coltivarla o farsela costruire, perché già ne possiedono in eccedenza (questo tipo di autostima è l’equivalente del colesterolo LDL, quello cattivo). Quasi sempre l’hanno ereditata geneticamente o ricevuta come una cresima da genitori che intendevano sublimare attraverso i pargoli i propri fallimenti o perpetuare i propri successi. Costoro evidentemente non rientrano nel nostro discorso, e più in generale in qualsiasi discorso relativo alla stima di sé, perché la loro è pura e semplice idiozia. Sono infatti totalmente incapaci di mettersi (o di pensare di essere messi) in discussione. Ed è anche una forma di idiozia pericolosa, per sé e per gli altri, perché non ammette l’eventualità dell’insuccesso, e tanto meno la possibilità di farne tesoro. Non esiste in tal senso un indicatore del limite massimo tollerabile, perché come ogni altra manifestazione di idiozia è trasversale a ceti sociali, fasce d’età e livelli di cultura, e si esprime quindi in svariatissimi modi.

Dal lato opposto stanno quelli che di autostima sono invece totalmente privi, e non solo, non possiedono alcun piano e alcuno strumento per avviarne la costruzione. Sono gli utenti dei siti appena citati, i lettori di rotocalchi da un euro che offrono ricette per tutto, i pazienti e i seguaci di psicologi che continuano a campare sui salotti televisivi e sulle umane debolezze, i clienti di astrologi e taroccanti vari. Anche per questi, spiace dirlo, non c’è speranza. Non basta mettersi in discussione, se poi non si ha il coraggio di attingere a se stessi per trovare una strada propria.

Il concetto che giustifica queste esclusioni l’ho dunque già esplicitato: l’autostima non te la regala e non te la costruisce nessuno (altrimenti non si chiamerebbe così). Non la si trova in offerta con lo shampoo sugli scaffali di quell’immenso supermercato globale che è diventata la comunicazione di massa. Ciò che può essere venduto o messo in offerta è semmai una “etero-stima”, ovvero l’immagine di sé quale si vorrebbe fosse percepita all’esterno, e anche questo cade fuori dal mio ambito di interesse.

Chi si ritrova in una condizione di incertezza sul proprio “valore” dovrebbe infatti in primo luogo distinguere e capire cosa cerca veramente: perché da un lato c’è l’idea che gli altri hanno di noi, dall’altro l’idea che ciascuno di noi ha di se stesso. E quindi, se l’incertezza nasce da una discrepanza tra come si è e come si vorrebbe essere, è necessario chiarirci se ci importa di come vorremmo essere per noi o di come vorremmo essere visti dagli altri. Le due cose si intrecciano e si intersecano, ma non è detto che coincidano e, soprattutto, che debbano farlo. È vero che siamo esseri sociali, portati a compiacere gli altri, a cercare il consenso, non fosse altro per una necessità di sopravvivenza alla quale meglio risponde la coesione del gruppo: ma siamo anche individui, le cui aspettative nei confronti dell’esistenza non sono necessariamente simili o sempre compatibili con quelle altrui.

Dicevo che i dubbi e l’insoddisfazione nascono dalla distanza tra la coscienza di come si è e l’immagine di come si vorrebbe essere. Sull’una e sull’altra agiscono sia una predisposizione caratteriale, oserei dire geneticamente determinata, sia il confronto con l’esterno, con l’ambiente, con gli altri, quindi l’adozione di un parametro culturale. Ora, sulla prima c’è poco da fare, pessimista o ottimista ci nasci, ma sul secondo i margini d’azione sono ampi. Non tanto da azzerare il confronto, perché nessuno di noi, per quanto lo neghi, e per quanto nel negarlo possa essere in buona fede, riesce a sottrarsi totalmente, e alla fin fine ci importa della nostra immagine esterna molto più di quanto siamo disposti ad ammettere: ma abbastanza da consentirci di limitarne significativamente la pressione, perché siamo anche in grado di darci un codice etico individuale e di informare ad esso i nostri comportamenti, prima di passarli al vaglio di quello comune: quindi di compiere vere scelte, ed eventualmente difenderle.

A questo punto però il campo di osservazione si restringe ancora. Finisce per comprendere solo coloro che i conti intendono farli innanzitutto con se stessi. E per concernere qualcosa che va al di là di un’autostima trattata come merce (neppure del tutto immateriale).

Per il momento tuttavia continuo ad usare questo termine. Per dire, ad esempio, che avere autostima non significa necessariamente piacersi. Dobbiamo fare infatti un’altra distinzione, quella tra il piacersi e il provare piacere per ciò che si fa, o per come si è. Sono cose diverse. La prima implica il corrispondere ad un modello ideale, la seconda il valorizzare una condizione reale. E se per la prima la distanza rimane sempre e comunque incolmabile, nel secondo caso siamo noi ad avere in mano la chiave per riscattarla. Ma non una volta per tutte.

La stima di sé, così come quella degli altri, non può mai essere data per acquisita: è sempre in gioco, va riconquistata o conservata giorno per giorno. Può piacermi il fatto di essermi comportato in un certo modo, di aver ottenuto un determinato risultato, ma proprio perché lo vedo come una conquista: perché ho saputo magari dominare il mio carattere, motivarmi e poi reggere sino in fondo. Domani dovrò ricominciare da capo, e questo non è affatto un motivo di stress, è anzi l’unico senso da dare ad una esistenza non puramente animalesca. La mia autostima è rafforzata dal sapere che “posso” farcela, mentre non ci sarebbe alcuna ragione di rallegrarmi se pensassi che le cose “debbono” andare necessariamente così.

Dunque l’autostima non crea una condizione vincente, almeno nella lettura che si vuol dare oggi di quest’ultima. In realtà, nella vera stima di sé c’è una percentuale tale di autocritica e di ironia (cioè di distacco) da risultare inibente per la scalata al successo. Non perché non ci induca a credere in noi stessi, ma perché ci spinge a dare importanza a cose molto diverse da quelle che vengono correntemente identificate col successo, e a mantenere attorno a noi uno spazio di autonomia che non si concilia affatto con le incombenze e i condizionamenti creati dalla ricerca di un plauso “pubblico”. Un esempio per tutti, il più immediato e banale: il comparire in televisione, nelle modalità che la televisione consente, quali che siano i travestimenti pseudoculturali, fa letteralmente a pugni con l’autostima, mentre titilla invece la vanità e l’ambizione. E non è affatto vero che sia l’ambizione a muovere il mondo, questa è una favola costruita appunto dagli ambiziosi (e dai frustrati): è invece l’umiltà di non essere mai talmente superficiali da sentirsi completamente appagati, realizzati, e la coscienza di poter sempre fare qualcosa di meglio, o comunque di poter fare bene ciò che si fa. Il riconoscimento esterno, la stima altrui, amplificano senza dubbio e rafforzano ulteriormente il piacere, ma con l’autentica stima di sé hanno un rapporto difficile e puramente occasionale. Valgono solo quando arrivano da chi a nostra volta stimiamo. Rimanendo all’esempio precedente, cosa può avere a che fare l’autostima con la “popolarità” televisiva degli innumerevoli nuovi maîtres à penser che gigioneggiano sui teleschermi, rivolgendosi ad un pubblico che considerano sostanzialmente stupido e che trattano come tale?

Trasferiamoci però in una dimensione meno fasulla, quella che viviamo quotidianamente. Io credo che ad accrescere la nostra auto-considerazione siano essenzialmente quei successi, grandi o piccoli, che non condividiamo con nessuno, che non dobbiamo e non vogliamo esibire. Se questa voglia di riservatezza è autentica (perché quando non lo è rischia poi di esplodere platealmente, e pericolosamente), da essa arrivano incentivi e stimoli liberi da ogni condizionamento. Nasce una confidenza in se stessi che non ha alcun bisogno di conferme dall’esterno. È come sapere di possedere un’arma segreta, i superpoteri di Nembo Kid. Oppure, per volare un po’ più basso e spiegarmi meglio, come la coscienza di saper nuotare. Non è necessario esibire le proprie doti natatorie sfidando gli amici in piscina o al fiume, e meno che mai naturalmente avere un passato da olimpionico. Lo si fa, naturalmente, a diciott’anni, perché per fortuna l’uomo oltre che sapiens è anche ludens, e queste competizioni rientrano nei riti di passaggio: o a quaranta, quando ci si confronta coi propri figli e vederli filare più di noi non ci mortifica affatto (sto parlando naturalmente di persone sensate). Ma non è certo questo il suo contributo significativo all’auto-valorizzazione. La consapevolezza di saper nuotare, una volta acquisita, agirà invece dall’intimo, silenziosamente, per tutta la vita, sorreggendoci persino quando stiamo affrontando una parete di roccia e non c’è un palmo d’acqua per chilometri attorno.

Sono infatti anche convinto che l’autostima mentale si accompagni strettamente a quella fisica. Credo che nessuno si piaccia fisicamente in toto, neppure chi parrebbe avere tutti i requisiti imposti dalle mode passeggere o dai canoni classici, e meno che mai gli idioti di cui sopra, che questa strisciante insoddisfazione riversano anzi costantemente nei rapporti con gli altri. Trovo inoltre insopportabile l’ipocrisia di chi pretende che il problema della fisicità non esista, È un tema complesso, perché da un lato è senz’altro vero che esiste un’insoddisfazione artatamente indotta per indurre al consumo, all’imitazione di modelli imposti con un martellamento a tappeto, ma è altrettanto vero che un sacco di gente ha mille motivi reali per recriminare nei confronti della natura. È evidente che in questi casi la stima di sé ha ben poco a vedere col piacersi, mentre ne ha invece molto con la capacità di adeguarsi: che non significa farsi dominare dai propri condizionamenti fisici, ma fare perno sulla volontà per trarre comunque dalla propria fisicità tutto il possibile, e vivere la soddisfazione e il piacere dello sforzo, prima e più di quello per eventuali risultati.

Torno ad esemplificare col solito riferimento autobiografico, certamente inappropriato perché sono tra quelli che debbono ringraziare il cielo per la salute di cui hanno sempre goduto e per le potenzialità che sono state loro concesse, ma pur sempre significativo dello scarto tra il nostro essere e il nostro voler essere e delle possibilità di una sua pacifica composizione. A vent’anni sognavo di diventare un grande maratoneta (a sedici il modello era Cassius Clay e aspiravo al titolo dei mediomassimi: a diciotto era Rod Laver e volevo Wimbledon. Credevo di avere il fisico per l’una e per l’altra cosa, il che già la dice lunga su quanto fossero chiare le mie idee), ma nelle prime campestri agonistiche che cominciarono ad essere corse anche dalle nostre parti vidi sfrecciarmi accanto gente che pesava venti chili di meno e sembrava volare nell’aria, mentre io pestavo sui sentieri come un cavallo da tiro. Se l’autostima fosse dipesa dai risultati avrei dovuto buttarmi sui superalcoolici – ma all’epoca andava molto anche l’eroina. Non accadde nulla del genere. Ho semplicemente capito che potevo continuare a divertirmi giocando a tennis a Mornese, e più ancora correndo, da solo o con amici, sui sentieri della Lavagnina (non racconto come è finita col pugilato perché preferisco lasciarlo immaginare). La seconda di queste attività è proseguita sino a quando le ginocchia hanno retto e si è addolcita ultimamente, dopo l’addio ai menischi, nei ritmi della passeggiata. In questo modo ho scoperto una dimensione nuova del camminare, quella che ti consente di pensare e di guardarti attorno, e quindi altri piaceri e nuovi stimoli. Per trovare questi ultimi non devo confrontarmi quotidianamente con tabelle di valutazione: arrivano da soli, nei modi più impensati, e se un problema esiste è solo quello del tempo, che purtroppo non mi consentirà di rispondere a tutti.

Lo stesso vale naturalmente a livello mentale. Se scrivo queste pagine senza altra finalità che non sia lo scambio con gli amici, non è né per eccesso né per difetto di autostima. Diciamo che ho sufficiente confidenza con la penna da indurmi a scrivere, e sufficienti motivazioni a farlo, sia per un personalissimo bisogno di ordine e di concretezza (anche fisica, cartacea) delle idee, sia per il piacevole scambio che questa pratica innesca. Non mi compiaccio con me stesso, ma ne traggo un godimento, come quello che posso ricavare dalla conversazione, dallo studio, dall’esplorazione e dalla scoperta della natura. Tutto questo mi basta e avanza, ma soprattutto mi evita modalità di confronto che non mi interessano e che costituirebbero solo una limitazione della mia libertà. Con tutto ciò che di bello e di interessante posso ancora fare e pensare, non ho davvero tempo da perdere a preoccuparmi dell’immagine o dell’idea che altri possono avere di me.

Un capitolo a parte parrebbe infine meritare il peso dell’autostima nei rapporti con l’altro sesso: in realtà, al di là della rilevanza che può avere sotto il profilo della storia del costume (perché non credo che fino a cent’anni fa fossero in molti a porsi il problema), la ritengo una semplice variante tra le molte del tema principale. Credo che in fondo si possano identificare le stesse modalità di approccio di cui ho parlato sino ad ora: quella decisamente idiota, quella insicura e remissiva, quella realistica e disincantata, ma tutt’altro che cinica. Non nego si tratti di un argomento estremamente complesso, perché vi hanno gioco passioni sulle quali è difficile, a volte impossibile, il controllo: ma ai fini di queste riflessioni estemporanee cambia poco parlare di rapporti di lavoro, di amicizia, di sesso o di semplice civile convivenza. In sostanza, il problema rimane sempre lo stesso: ho bisogno di questi rapporti per aggiornare costantemente la mia posizione nella scala di auto-valutazione, o vivo questi rapporti per il piacere immediato, genuino, spontaneo che mi offrono?

Bene, per quanto possa sembrare paradossale, è il rispondere solo a se stessi a rendere possibile questa seconda opzione, perché in realtà non ha che fare con l’egocentrismo (che si nutre invece proprio di scale di valutazione), ma col senso di responsabilità individuale. Cento anni di teoria psicoanalitica e di psicoterapie varie hanno conseguito il risultato di spostare all’esterno ogni forma di responsabilizzazione (e di inventare la stima di sé, con tutto lo strumentario per misurarla). Se ogni nostro comportamento è indotto da un’azione esterna (la famiglia, la scuola, la società,…) che confligge con il nostro “voler essere per gli altri”, è poi naturale che la stima di sé venga concepita come arma di difesa, strumento per reagire ad una ostilità ambientale. O per imporsi, che all’atto pratico non fa una gran differenza.

Rispondere a se stessi significa invece chiamarsi responsabili in prima persona, non in una accezione inquisitoria, ma in quella che dà senso alla nostra differenza di umani. Siamo responsabili perché possiamo scegliere, e possiamo scegliere non tra i modelli automobilistici che danno prestigio o i deodoranti che facilitano le relazioni, ma tra opzioni di esistenza veramente e profondamente diverse, e trovare quella che davvero ci consenta una serena convivenza con noi stessi.

Non è necessaria una vita esagerata come quella di Steve McQueen. Almeno, a me non interessa. Voglio una vita moderata, ma affrontata e vissuta con dignità, e credo che nella mia condizione di uomo fortunato, nato nell’epoca giusta, nella famiglia giusta e dalla giusta parte del mondo, questo non solo sia possibile, ma debba davvero essere un imperativo categorico.

E con questo avrei concluso. Mi accorgo però a questo punto che pur continuando a utilizzare il termine ho smesso da un pezzo di parlare di autostima. A furia di distinguo è riemerso un concetto ultimamente piuttosto in ombra, che con l’autostima ha senz’altro parecchio da spartire, ma non si esaurisce in essa, perché rappresenta qualcosa di molto più antico e più profondo: ho parlato di dignità, della coscienza del valore della dignità, propria e altrui, e del rispetto che merita.

Il mio sarà anche un “moralismo” vetusto, ripetitivo, forse persino un po’ patetico, ma coi tempi che corrono e la confusione che regna a proposito di valori non ritengo inutile tenere il punto su pochi principi basilari.

Se poi il colesterolo rimane sopra i valori tollerati non è il caso di farne un dramma. Nessuno è perfetto.

Che i digitali diventino analogici

di Fabrizio Rinaldi, 4 aprile 2017

I bambini ospitati a turni settimanali nella struttura educativa dove lavoro vivono un altro modo di fare scuola. Sperimentano attività e fanno esperienze (le escursioni naturalistiche, ad esempio) che non sono previste nel contesto scolastico abituale. E sembrano gradirle molto. Vorrei allora soffermarmi su una di queste esperienze particolari.

L’era digitale ha abituato i giovani alla semplicità d’uso del mezzo fotografico. Oggi si regalano piccole macchine fotografiche già in occasione della prima comunione: tra breve diverranno un regalo di battesimo. In effetti, per usare le tecnologie attuali è sufficiente la padronanza del movimento delle dita, anzi, del solo indice di una mano. Ma questo con la fotografia c’entra ben poco, e per capirlo i nostri bambini hanno ribaltato questa falsa idea di un’attività banale e imparato ad approcciarci alla fotografia con modalità differente.

Intanto hanno cominciato col costruirsi, con l’aiuto delle educatrici Alessandra e Paola, le loro macchine fotografiche, utilizzando barattoli da caffè e scatole di patatine Pringles. Dopo averle costruite, e aver appreso l’importanza della giusta quantità di luce nell’ambiente che dovevano fotografare e del tempo necessario per far imprimere la carta fotosensibile, hanno usato le loro scatolette per realizzare la loro prima fotografia stenopeica.

L’aspetto più affascinante e magico di tutta l’operazione non può essere documentato da alcuna immagine (avrebbe compromesso le carte fotosensibili): era lo stupore dei loro occhi nel vedere, nella camera oscura, emergere dal liquido di contrasto la loro, personale, fotografia. L’emozione nell’intravvedere le macchie scure che lentamente emergevano dalla carta bianca, e prendevano la forma dell’albero, dell’edificio o di chissà cos’altro.

Abituati ad un consumo di immagini molto rapido e distratto, (internet, cartoni e film sempre più veloci, ecc …), faceva tenerezza vederli attendere trepidanti che comparisse una figura assolutamente non paragonabile per qualità di definizione e di cromatismo a quelle digitali: ma proprio questo era l’obiettivo di chi ha creduto in questo piccolo esperimento.

Per un momento abbiamo “distratto” i bambini dal vortice frenetico di stimoli che arrivano loro incessantemente, “fermando” ciò che stavano guardando grazie ad uno strumento da loro stessi costruito, del quale conoscevano quindi limiti e segreti, e hanno ottenuto un’immagine che, seppure non riproducesse la realtà, era il frutto di un loro autonomo percorso.

Dalla curiosità dei bambini per un gesto così inconsueto nell’epoca attuale, nella quale le foto si realizzano in un istante e in modo quasi istintivo, è nata l’opportunità di conoscere un nuovo metodo di fotografare. In realtà il metodo è nuovo solo per chi ha dimestichezza unicamente col digitale, è un sistema antico di impressione della carta fotosensibile, che naturalmente consente oggi risultati di qualità e di risoluzione migliori rispetto a quelli di un tempo.

Ma al di là di tutto questo, ciò che si voleva era creare l’occasione di rivivere l’esperienza realmente “creativa” del fotografare, che ha ben poco a che vedere con la velocità e l’immediatezza di risultato di quella odierna. La fotografia è invece anche pazienza, capacità di attesa. “Chi non ama aspettare, non può diventare fotografo” (Sebastião Salgado).

I ragazzi hanno dunque imparato prima di tutto ad avere un diverso rapporto col tempo. Costruire la loro macchina fotografica, fare le singole foto, svilupparle, richiede un investimento temporale che oggi è per lo più impensabile.

Proprio la coscienza del trascorrere “funzionale” del tempo ha costituito il fulcro essenziale di questa esperienza. I bambini sapevano ciò che stava accadendo dentro quella “scatola magica”: i minuti trascorrevano mentre la luce filtrava dentro l’apparecchio fotografico che avevano costruito. Luci e ombre imprimevano sulla pellicola macchie di bianchi e neri, entro le quali gli alberi diventavano immagini evocative di mostri marini, e le persone inquadrate sparivano se non erano rimaste abbastanza a lungo davanti all’obiettivo.

L’esperienza di fermare un’immagine concedendosi il tempo necessario per scegliere il soggetto, valutare la luce corretta e impostare conseguentemente il tempo di apertura del diaframma, ha permesso loro di capire che ci possono essere delle alternative alle modalità utilizzate oggi per realizzare fotografie, ma anche per fare un sacco di altre cose: e che queste alternative aprono sentieri fantastici tutti da esplorare.

Collezione di licheni bottone