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Lode alle relazioni futili

di Fabrizio Rinaldi, 23 agosto 2020

Sul piazzale di casa un’enorme personaggio di Botero è sdraiato a prendere il sole e a guadarmi ogni volta che apro la porta d’ingresso.

In realtà è una catasta di legna, che avendo la forma di un annoiato grassone mi rammenta l’urgenza della sua messa a dimora in legnaia; dovrò farlo certamente prima delle piogge autunnali, ma sino ad ora l’estate afosa ha fiaccato ogni volontà.

L’inerzia dura già dalla primavera scorsa, quando la pandemia imponeva lo stare rinchiusi in casa. Inizialmente ero inebetito dalla situazione, dai dati del contagio e delle allarmanti immagini del coprifuoco, cui si aggiungeva un entusiasmo un po’ cinico per l’inaspettato e obbligatorio riposo. Lo stesso stato d’animo, in misura e in forme diverse, credo si sia diffuso un po’ in tutti.

Le attività lavorative consuete sono riprese dopo le prime settimane, anche se in modalità differenti (come nel mio caso), o si sono definitivamente chiuse per l’impossibilità di reggere situazioni economiche già precarie e rese definitivamente disastrose dalla pandemia. Per certi versi era quindi un esito già pronosticabile: la società odierna si fonda sull’equilibrio tra domanda e offerta, se uno dei due eccede, prima o poi il meccanismo s’inceppa.

Faccio un esempio: Ovada è una cittadina che si regge in piedi sulle pochissime piccole industrie non ancora affossate dalle ripetute crisi e dalla globalizzazione, su una campagna relativamente arretrata e su ben poco altro. Eppure, a fronte di circa 11 mila abitanti, nel 2019 contava ancora una sessantina di bar: un numero esagerato in proporzione agli abitanti. Ovada non è la Venezia del Piemonte.

Dopo tre mesi di chiusura forzata, molti non hanno rialzato la saracinesca, perché sconfitti dagli immutati costi d’esercizio o per l’insostenibilità economica delle nuove norme sanitarie. La stessa cosa è avvenuta per alcuni negozi di abbigliamento, in particolare per quelli più ambiziosi, che offrivano prodotti e praticavano prezzi alla portata delle sole star cinematografiche o dei super-manager. (Credo che l’ultima “celebrità” approdata ad Ovada sia stato Umberto Smaila, al tempo in cui facevano furore le tette delle conigliette di “Colpo grosso”, negli anni Ottanta). Questo mentre nessun imprenditore degno di nota si sognava di vedere questo territorio come una risorsa.

Ma anche molti artigiani hanno subito la stessa sorte. D’altro canto, non serviva essere fini economisti per capire che al primo scossone il castello costruito sull’illusione di un perpetuo benessere sarebbe crollato. Purtroppo la realtà ovadese non è riuscita nei decenni d’oro – e non riuscirà certamente ora, con i chiari di luna che ci attendono – a trovare una nuova identità, o a ritrovare quella antica. I nostri sembrano luoghi destinati al transito, placide colline dove trascorrere al massimo una notte (ma non di più) prima di approdare alla Liguria o alle Langhe.

Sta di fatto che cessato l’iniziale sbigottimento per il rapido diffondersi del virus, e venuta meno anche l’euforia per l’inattesa possibilità di oziare o realizzare ciò che da tempo si rimandava, sembra ora insorgere una generale inerte apatia, indotta dalla consapevolezza che questa situazione andrà avanti per un bel po’. La maggioranza si sta piano piano abituando a seguire gli accorgimenti per rallentare la diffusione del Covid, mascherina e distanziamento in primis, sia pure con diversa convinzione, ma non ha comunque testa per progetti che vadano oltre il giorno dopo. Molti hanno già optato per una fatalistica convivenza col virus, sperando che non li becchi o che lo faccia almeno in forma leggera. Qualcuno poi nega l’esistenza del problema o se ne frega, ma di questi non vale nemmeno la pena parlare, sono lo scotto (pesante) da pagare all’imperfezione e alla specificità umana: solo gli uomini possono essere stupidi.

Per quanto mi riguarda personalmente, constato che l’esigenza del distanziamento ha accentuato in me – ma credo di essere in buona compagnia – una preesistente difficoltà nello stare con gli altri. In effetti, non è che fino a mesi fa fossi un trascinatore di folle, che emergessi per acume o simpatia e che mi trovassi a mio agio nei momenti conviviali: ma sicuramente tolleravo meglio lo stare in mezzo agli altri (a piccole dosi, e in situazioni mediate sapientemente da mia moglie, che catalizzava su di sé le attenzioni). Ora avverto invece quanto sforzo mi costi il riannodare le relazioni con parenti, amici e colleghi: come se l’interesse fosse scemato, lasciando il posto ad una fatica – quasi fisica – a dialogare e manifestare un coinvolgimento.

Prima della clausura una constatazione del genere l’avrei risolta convincendomi che se quelle relazioni si erano concluse un motivo c’era, e che si trattava in fondo di una liberazione. Oggi, alla luce di questo forzato isolamento, devo invece ricredermi sulla loro importanza: in fondo sono esse a creare quell’humus sociale cui attingere nei momenti di solitudine, frustrazione e tedio, quelli appunto che l’attuale stato ci impone. Anche se si tratta perlopiù di legami utilitaristici, di circostanza o di sangue, tutti assieme intessono una sia pur fragile rete di sicurezza, all’interno della quale emergono poi – per dimensioni e resistenza – le poche ma solide funi principali dei rapporti profondi, quelli che davvero rendono la vita sensata.

Le relazioni “futili” riguardano, ad esempio, il fruttivendolo che ti mette una pesca in più nella borsa; il sino a ieri ignorato vicino, che ora mi parla del suo nuovo pavimento in cucina; il sorriso del pizzaiolo che non vedevo da mesi, in quanto anche la pizza mensile familiare era preclusa; la collega che dimostra interesse per le vacanze delle mie figlie, magari mentre sta pensando a come chiedermi le ferie o quale futuro lavorativo avremo (come se fossi un indovino). Bene, tutte queste effimere interazioni plasmano continuamente la personalità, in quanto generano esperienze.

Negli ultimi mesi anche queste relazioni apparentemente inutili si erano rarefatte, così come quelle importanti, in ragione del distanziamento. Purtroppo non hanno trovato in quel periodo adeguate sostitute che garantissero pari appagamento: non c’è social, media o videochiamata che possano rimpiazzare lo sguardo diretto, la postura dei corpi o il contatto fisico, in fin dei conti “la carne” dei nostri simili. Sia chiaro, non sono un caso Weinstein, ma ho aperto necessariamente gli occhi (come molti) su quanto esprimiamo di noi stessi con una stretta di mano, con lo sfiorare una spalla; persino nell’abbracciare e baciare diciamo molto di più di quanto potrebbero fare le parole.

Ci ho riflettuto. Fin da neonati capiamo come gira il mondo attraverso i sensi, in particolare con il tatto, e con quelli cerchiamo di stare al passo. Si sa che la sua privazione ha gravi conseguenza sulla salute, specie per gli infanti. Diventati adulti, escogitiamo altri linguaggi per comunicare le nostre intenzioni, riservando quello fisico solo alle persone più intime. Ebbene: questi mesi di privazione ci hanno dimostrato che siamo sì cresciuti, ma rimaniamo dei lattanti deprivati di un bisogno primario: il contatto fisico con i nostri simili.

Oggi abbiamo imparato che il virus infetta proprio attraverso queste interazioni, fisiche o sociali che siano. E lo si vede dall’incremento dei contagi di questi giorni, causato dalla spensieratezza (leggi “idiozia”) vacanziera. Quindi, senza relazioni il virus morirebbe, ma lo seguiremmo a ruota pure noi, poiché da esse dipendiamo e proprio esse ci caratterizzano. Dobbiamo inventarci una misura di mezzo.

Inoltre, la comparsa della pandemia ha sconvolto non solo i modi dello stare assieme, ma anche la percezione dello scorrere del tempo. Ne impieghiamo molto di più per realizzare ciò che fino a pochi mesi fa sbrigavamo velocemente, fagocitati in una corsa continua: dalla fila per fare la spesa alle interminabili call lavorative, dal cercare di metter giù due idee (come sto facendo ora) al sistemare la legna per l’inverno.

Le restrizioni esterne e lo smarrimento interno ingenerano, come dicevo all’inizio, l’apatia: una non-volontà che ci attanaglia perché le certezze sedimentate nelle nostre vite (e nelle generazioni precedenti) sono state spazzate via. Alla faccia di chi plaude incondizionatamente al rallentamento, però, questa non è una forma di serena tranquillità: nell’apparente stasi fisica e mentale, il nostro cervello cerca in realtà incessantemente una via d’uscita dal pantano, vorrebbe individuare differenti ed originali sicurezze. È vero che non sapendo quando e come ne usciremo viviamo in uno stato di perenne apprensione, e nella speranza di una veloce soluzione (il vaccino?) cui affidarci. Ma sappiamo ormai che una iniezione assolutoria non risolverà i problemi che ci portavamo dietro anche prima, e che hanno condotto a questa attualità.

Forse il grassone spiaggiato sul piazzale non è lì a spronarmi per la sistemazione della legna, ma semplicemente si gode il sole (e i ceppi si seccano), nella consapevolezza quasi mistica dello scorrere placido del tempo: ci attende un inverno lunghissimo, prima del ritorno della primavera. Le rondini non le porterà certamente il vaccino: ma almeno ora abbiamo la consapevolezza (coloro che ce l’hanno, naturalmente) che quello di prima non era il modo ideale di vivere. Forse è ora di assumerci la responsabilità di qualche significativo cambiamento.

Cambiare è sano, inevitabile e funzionale alla vita stessa. Possiamo negare l’evidenza della mutazione, ma avverrà comunque.

Quindi, caro grassone, goditi il sole perché, al primo temporale, ti sistemo io …

La ferrea legge del mercato

di Paolo Repetto, 2014

Il mercato è implacabile. Non fa sconti a nessuno.

Me lo conferma un giro estivo tra i banchi di piazza Assunta, dai quali grossi cartelli scritti a mano gridano: tutto a 3 euri, tutto a 5 euri! Tra le signore che frugano nervosamente nel mucchio, dragando improbabili canottiere trasparenti e casacche di finto lino indiano, una si volta, mi guarda e sorride: “Buongiorno professore, come va?”.

È vero, è un’ex-allieva, mi sembra di riconoscerla ma non so metterla a fuoco. Mentre balbetto un: “E tu? Cosa fai di bello?”, che è tutto quel che mi riesce di dire, una ragazzina la tira per la maglia, le mostra un’altra canottiera coi lustrini. “Mia figlia” si scusa. Faccio un cenno, come a dire: “Capisco”, e mi congedo. In realtà non ho capito niente, me ne vado senza sapere chi cavolo fosse.

Solo a metà di via Cairoli, quando ormai non ci pensavo più, arriva il lampo: ecco chi era! Ma non è possibile! L’ho lasciata una ragazzina smilza e simpatica, di quelle che capiscono al volo e sanno dove vogliono arrivare: prometteva faville. La ritrovo vent’anni dopo già imbolsita, con l’aria spenta di chi gira ormai tra i banchi al rimorchio della figlia, e non sembra attendersi altro.

Il mercato è impietoso. Ma, come dicono i teorici del liberismo selvaggio, è indispensabile. Offre un sacco di opportunità. A me offre quella di rispolverare le foto di volti e corpi che avevo messo in archivio, e di ritrovarle ora gualcite, sbiadite, qualche volta deformate, come riflesse in uno specchio da baraccone. Tanto più grottesche quando conservano forti i tratti che mi avevano indotto a scattarle.

Incrocio ad esempio l’ex collega che un tempo illuminava l’aula insegnanti e rendeva care le ore a disposizione, stretta ancora in quei vestitini attillati che allora ne esaltavano la grazia ma che ora raccontano una storia diversa da quella del volto rifatto. Rivedo il tizio col quale gareggiavo al fiume per le traversate in apnea, trascinato innanzi da una pancia straripante e sorridente da un volto paonazzo e un po’ inebetito. O il biondo gigolò che quarant’anni fa sbancava nelle rotonde di paese, e mi aveva soffiato una ragazza cui stavo facendo un pensierino, e adesso gira in tondo, sempre solo, sgusciando tra la gente come se avesse un appuntamento importante, e pare imbalsamato, una statua mobile di cera.

Che malinconia! È normale che il tempo passi, ma riesce difficile accettare che imprima orme così profonde. Vorrei una cosa dolce, una patina lieve che si deposita sulle cose e sulle persone, conferendo loro addirittura il fascino del seppia, e invece mi trovo di fronte a trasformazioni devastanti, a membra, torsi e, ho l’impressione, anche cervelli inflacciditi. E il fastidio aumenta quando balza agli occhi che la foto è ritoccata, quando il ricorso all’artificio è sbandierato, o quando l’immagine dei Kiss copre seni sconfitti dalle leggi newtoniane o addomi a mongolfiera; dal malinconico si scade nel patetico. Infine arriva lo sgomento, quando realizzo che gli altri guardano me e leggono lo stesso processo. Mi chiedo che foto stanno vedendo, se do anch’io l’impressione degli orologi di Dalì, se appaio loro come la caricatura dell’uomo che ero.

A questo punto ho già appreso la prima legge fondamentale del mercato, il cui preambolo recita più o meno così: è inutile guardarsi ogni mattina allo specchio per rintracciare i segni del tempo che passa. Le modificazioni sono impercettibili, impiegano giusto il tempo per permetterti di abituarti e di illuderti. Non valgono nemmeno le rimpatriate con gli ex compagni di scuola, gli incontri a convegni, matrimoni, cerimonie ufficiali, gare di danza latinoamericana, perché in tali occasioni tutti si ingegnano di dare l’immagine migliore di sé, e a volte fanno veri miracoli. Come dice la prima legge, invece, l’unico efficace ed obiettivo strumento di rilevazione della condizione umana è il giro annuale, rigorosamente estivo, sulla piazza del mercato. L’inciso è fondamentale: nelle altre stagioni si è tutti più o meno tappati, se non altro per difendersi dal freddo o dal maltempo, e ci si muove contratti e frettolosi. Si incrociano occhi un po’ meno brillanti, ma i corpi e i visi sfuggono all’analisi. D’estate invece i soggetti si mostrano in piena luce, inermi, rilassati, semivestiti e lieti di esibire i frutti di una settimana al mare e pantaloni arancione al polpaccio.

Questo avvalora la seconda legge, per la quale l’estate al mercato è l’esame finestra del restringersi e dell’infeltrirsi dei sogni, di quelli di ciascuno per la propria vita, come di quello in cui ciascuno ha collocato gli altri. Rivela le macchie e le smagliature prodotte dal tempo. Dice come abbiamo vissuto e come stiamo vivendo. Di alcuni racconta la tenuta e la progressione, di altri, di troppi, racconta la resa. Perché alla fine è questo il punto: non si tratta di negare il tempo, ci mancherebbe altro, si tratta di viverlo con dignità. Questo è ciò che vorresti vedere, e che speri gli altri vedano in te. Si può crescere, e non solo di peso: anzi, si deve crescere. Ciò che dà fastidio è incontrare gente che sembra aver smesso di crescere dall’ultima volta in cui l’hai vista, e che da allora pare essersi limitata ad allargarsi.

Crescere significa imparare a distinguere tra i propri sogni, riporre nell’armadio quattro-stagioni quelli che non possono essere indossati ora, e che forse non lo potranno mai, ma che è giusto tenere a disposizione per eventuali, improbabili occasioni, e coltivare quelli realizzabili nella quotidianità, che hanno comunque bisogno di una cura costante. Significa avere magari progettato a vent’anni di trasferirsi in Canada, e ritrovarsi a quaranta a ristrutturare la casa dei nonni a Trisobbio, e non considerarla una sconfitta: senza tuttavia chiudere per sempre la finestrella sul Canada, almeno per darci ogni tanto un’occhiata. Nel frattempo si può imparare l’inglese.

La terza legge è dunque solo un corollario “tecnico” della seconda: Il mercato è il borsino delle ambizioni, racconta di investimenti, di guadagni e di perdite. Il listino lo fanno non solo i corpi o i volti, ma soprattutto gli atteggiamenti. I segnali sono inequivocabili. Il fatto stesso che qualcuno ti guardi in attesa di essere riconosciuto, invece di venirti incontro sicuro, è già un indicatore significativo: ma ce ne sono infiniti altri.

Se ad esempio rivedi la conoscente che tre anni fa si trascinava avvizzita da una bancarella all’altra, e ti era sembrata parecchio imbarazzata dall’incontro, ora tirata a lucido, pimpante, sicura nel gesto di scegliere tra le magliette e sorridente senza imbarazzi mentre rovista tra l’intimo un po’ cafone, pensi subito che abbia lasciato il marito, o che sia stata lasciata (a medio termine non fa differenza): ha nuovi progetti, si è rimessa anche lei in corsa. Segno positivo. Sta crescendo.

Se invece l’ex compagno di scuola che a diciott’anni invidiavi perché era disinvolto con le ragazze, e che aveva continuato ad aggiornarti a cadenza decennale sulle sue trasferte di lavoro in mezzo mondo, nell’intervista di quattro minuti che ti rilascia con moglie sbuffante ti parla solo di ristoranti per una improbabile rimpatriata di classe, sei di fronte a un tracollo.

Ma un’identica conclusione puoi trarre se si aggira tra i banchi in canotta e pantaloncini da atletica, tirato e abbronzatissimo, la lunga chioma candida raccolta a coda di cavallo, in compagnia di una ragazza che potrebbe essere sua nipote (ma non lo è) e che lo ascolta con lo sguardo assente quando ti magnifica come intellettuale di grido e cerca di tirare il discorso sui comuni trascorsi culturali. Tu mastichi il più educatamente possibile il pezzo di focaccia che avevi appena addentato, che non puoi deglutire pena lo strafogamento e non ti consente nemmeno un sorriso di modestia, e pensi: ma questo, quando cresce? Segno negativo, in gergo tecnico si chiama recessione o, volendo, regressione.

Insomma. Pensavo di concedermi un tranquillo bagno di folla, in attesa di quello pomeridiano al fiume, e mi ritrovo invece a leggere il grafico in discesa delle quotazioni della vita, mia e altrui. E mi è rimasta sullo stomaco anche la focaccia.

Nel risalire in auto, rimpiangendo di non aver dedicato quelle ore al giardinaggio o alla lettura, rifletto allora sulla quarta legge del mercato, che in realtà è precondizione e fondamento delle altre: al mercato non si va per acquistare ciò che serve. Quando hai bisogno davvero di qualcosa ti rivolgi da un’altra parte. Nel mondo del mercato non vige la legge della domanda e dell’offerta. Vige solo quest’ultima, ed è sfacciatamente svincolata dalla prima. La regola vale indistintamente per qualsiasi tipo di fiera, da quella del libro al mercatino dell’usato, dal mercato rionale alle appendici di sagre e feste varie. Quando vaghi tra le bancarelle non stai cercando nulla di specifico, anche se poi, al momento, qualche scusa la inventi. Come potresti altrimenti spiegare il bisogno di una rana di ghisa fermalibri? Stai rispondendo ad una infantile compulsione al possesso, svincolata da ogni considerazione utilitaristica. Ma soprattutto stai rispondendo all’obbligo della revisione periodica, del bilancio sul tuo stato di conservazione o di evoluzione, e questo lo puoi leggere solo negli sguardi, negli atteggiamenti, nei corpi di chi non condivide quotidianamente il tuo percorso. La verità la si incontra solo agli incroci.

Per questo vieni via con qualcosa, il clone della maglietta griffata, il giubbotto senza maniche da cacciatore di cinghiali, o addirittura il coppo decorato a mano, quasi a giustificare il tempo che hai perso. Ma in realtà non il tempo non lo hai perso: lo hai visto anzi in faccia, sin troppo bene, e ora non sai se ti basterà un altro anno per dimenticarne l’espressione.

 

Quel che mi è rimasto in testa di Ovada

Testimonianze di un alessandrino. Ultima decade del sec. XX

di Mario Mantelli, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

C’è stata un’estate, qualche anno fa, in cui non potei muovermi da Alessandria, se non raramente e per un raggio di poche decine di chilometri: quella fu la volta che decisi di visitare Ovada.

Facevo di necessità virtù. Si rimanda per una vita di conoscere le città vicino a noi, si parte per altre regioni, per altri paesi; poi ci si rende conto che gli anni passano, non si è più giovanissimi e dispiacerebbe dover morire senza conoscere quelle città che stanno a portata di mano, che “tanto non scappano”, che “si fa sempre in tempo a vedere”.

Le altre città della provincia, rimaste sconosciute per lungo tempo, le avevo visitate ormai con una certa metodicità. Non rimaneva che Ovada. E allora, vada per Ovada!

Non che a Ovada proprio non ci fossi mai stato: rimaneva qualche ricordo di “toccate e fughe” per comprare da … la “bell’e calda” (letterariamente e fuori dai confini di Alessandria: la farinata), rimanevano certe escursioni domenicali inconcludenti, in cui, frastornati da un’animazione (per noi insolita e sorprendente) di turisti d’Oltregiogo, non si riusciva a trovare un parcheggio comodo per fare due passi e si optava per i paesi dei dintorni, rimaneva addirittura la prima gita in macchina, sulla prima macchina entrata in famiglia (una FIAT 850 color caffelatte).

In quell’occasione rimasi colpito dalle case in pietra incontrate durante il percorso (insolite per un padano come me abituato al mattone), che mi facevano fantasticare di un viaggio verso la montagna, quasi che non si fosse trattato dei ciottoli dell’Orba ma di schegge di rocce alpestri; una sensazione, per dirla in poche parole, di risalire verso l’Ordine e il Primitivo, certamente l’Incontaminato (le acque dell’Orba, che costeggiavamo, erano sinonimo di trasparenza); e insieme la felicità di correre ad avvolgerci nel nastro crespato e azzurro dell’Appennino, che sembrava custodire chissà quali sorprese.

Ma anche quella volta, di Ovada mi rimase ben poco in testa: giusto la gloriosa facciata della parrocchiale, tinta da un sole occiduo, che sarebbe poi ritornata in qualche sogno (ma in un’immagine stranita, come in una fotografia stampata al contrario), un sogno di quelli piacevoli, ma subito spazzati via dalla necessità del risveglio per non far tardi la mattina.

Oltre a queste mie esperienze fuggevoli permanevano tracce ancora più labili: una vaga sensazione di essere inghiottito assieme a una marea di mobili nel ventre baleniero, confortato dalle luci di lampadari e appliques, del magazzino di …, quando accompagnammo dei parenti che dovevano mettere su casa. O tracce più sbiadite ancora, ricordi di ricordi: la vicina di casa (dove andavamo in campagna), nativa di Ovada (quella lontana città), ci parlava di certe divise che portavano i ricoverati del Lercaro (bianche a righe blu o rosse, a seconda del sesso), ci parlava della contessa genovese che li beneficava, mentre sul fuoco della sua rustica e nettatissima cucina cuoceva lo stoccafisso con le acciughe ( e su quel piatto si salpava addirittura da Genova per i mari più lontani).

Parto dunque per Ovada quell’estate di qualche anno fa, in una calda metà mattina di primo agosto. Oltre ai ricordi detti, porto con me una piccola scorta mentale di generi di conforto letterali: le rapide pennellate di un paesaggio romantico fra Orba e Stura, tanto piaciuto a De Chirico, che fanno di Ovada una de Le città di Ascanio di Fausto Bima, le tracce d’umidità e di variegata umanità sui muri dell’accoratissima Via Benedetto Cairoli, Ovada di Mario Canepa, il suo senso dominante di freddo incipiente o di sole esangue della memoria, poi gli odori autunnali, il rito delle provviste, il caffè fumoso popolato dalla bizzarrìa de Il padrone dell’agricoltura di Marcello Venturi, infine gli studi e le analisi, con le inevitabili evocazioni, di un mondo di provincia che tra Otto e Novecento si apriva al progresso, in un saggio di Giancarlo Subbrero (Trasformazioni economiche e sviluppo urbano. Ovada da metà Ottocento ad oggi).

Tutto sommato una bibliografia improntata da un senso acuto di gemütlich autunnale: che mi stia sbagliando a visitare Ovada di primo agosto?

In effetti all’inizio le cose non vanno tanto bene. Faccio tutto ciò che un turista con Guida Rossa del Touring alla mano (specie antropologica che andrebbe salvaguardata) deve fare nel caso di Ovada. Mi reco nei luoghi deputati di piazza Garibaldi e di piazza dell’Assunta. Visito l’interno della parrocchiale, contemplo l’Estasi di Santa Teresa e la statua dell’Assunta. Riscontro tutte le possibili influenze liguri segnalate dalla guida e vado anche oltre, fino alle Madonnine annicchiate agli angoli delle vie, fino alle finestre dipinte più scialbate dal tempo. Esco dal nocciolo del centro più vecchio prendendo le sue direttrici che divergono dal cuneo d’origine di Ovada. Insomma esploro, osservo, verifico, ma il bilancio che ne traggo è una cosa così, senza soddisfazione.

Poi succede qualcosa che sdipana con facilità una stato d’animo che si era come aggrovigliato. Perché? In effetti ci sono quattro azioni, intervenute nel frattempo, che tenterò poi di spiegare nel loro potere risolvente. Elenco:

  1. Bevo un caffè freddo (preparato veramente come si deve) al Bar ….
  2. Trovo ben tre libri di Canepa alla Libreria … (una vera libreria, in una città così piccola!).
  3. A conferma dell’affermazione di cui sopra trovo anche una novità libraria sulle leggende urbane, che non è ancora uscita ad Alessandria. Un argomento per me nuovo, che mi attrae.
  4. Mi incanto a vedere le vetrine della Pasticceria …, pensando ad un regalo da portare con me tornando a casa.

Dopo questi eventi apparentemente insignificanti, avviene una specie di riconciliazione empatetica con la città, che mi risulta ora intimamente vicina. Ripercorro le stesse vie di prima e tutto mi sembra trasformato in senso positivo. I quattro piccoli eventi hanno agito come una cura antidepressiva ed in maniera così efficace che, girando per la periferia storica di Ovada, mi sento come se la costruissi io mentalmente, quasi fossi uno dei suoi pianificatori. Corso Martiri della Libertà mi esalta per il senso di futuro urbano che emana ancora, nonostante siano passati tanti anni dalla sua apertura, mi commuovo nel vedere, nella piazza “nuova”, la prevalenza monumentale delle scuole elementari, quasi un inno al progresso fondato sull’istruzione primaria di un proletario desideroso di elevarsi, capisco il senso recondito di corso Martiri: un’apertura verso il Turchino, verso la Genova “tonante”, e un preludio alla stazione, imbarcadero per il mondo.

Forse è difficile dare una spiegazione compiuta al mio capovolgimento interpretativo di Ovada. Potrei tentare una rapida sintesi:

  1. Il caffè. È certo che per possedere completamente un luogo bisogna consumarvi un’azione fisica legata alla quotidianità. Mangiare (bere) e dormire sono le più ovvie. Chi l’aveva intuito per primo fu Veronelli con le sue guide. Solo che lì l’apprezzamento dei monumenti era l’appendice del mangiare. Auspicherei un’inversione delle proporzioni, anche per stare meglio di salute (quantunque ultimamente si sia parlato di un sindrome di Stendhal, una specie di shock da bulimia di opere d’arte).
  2. I libri di Canepa. Per la visita di ogni luogo, fosse anche l’inferno, ci vuole un Virgilio. Un Virgilio, però, che l’abbia cantato, quel luogo, che ne abbia estratto il significato intimo, vero, convincente. Sento che non mi muoverò più senza questo tipo di guida interpretativa. D’ora innanzi mai più a Roma senza Vigolo, a Portogruaro senza Nievo, Santarcangelo senza Guerra, ad Ovada senza Canepa.
  3. Il libro sulle leggende urbane. Riconosco la difficoltà di rendere plausibile questo punto, sebbene mi appaia il più intrigante (la relazione Ovada–leggende urbane mi pare degna del massimo interesse). Una lezione comunque se ne può trarre: la visita di una città va associata ad altri interessi, perché il viaggio stimola la moltiplicazione degli interessi (vedi il tema dei libri nella valigia) e viceversa avere interessi estranei alla visita della città può rendere più interessante la città stessa (ah, se i mediatori e i commessi viaggiatori ci avessero lasciato le loro impressioni sulle città viste!).
  4. Le specialità della Pasticceria …. Mi pare un punto speculare al primo: per possedere completamente una città bisogna averne un ricordo concreto. Non può essere diversamente, altrimenti non si saprebbe spiegare il gigantesco fenomeno dello smercio dei ricordi turistici, anche per lo più deprecabili.

Comunque sia, però, ho rischiato forte a vedere Ovada in agosto, dato che ogni città va vista nelle stagioni che le sono proprie. Ovada ne ha due, ed agosto non rientra fra queste: la prima è indubitabilmente l’autunno, non solo perché sussiste un vasto entroterra di funghi e di vendemmie, ma per la stessa conformazione fisica del centro storico, arroccato, con le case strette una all’altra, come a proteggersi dai primi venti che preannunciano l’inverno. Più sottilmente l’insieme richiama una torta coronata su un vassoio, che viene servita alla fine di una festa, segnandone la conclusione e questa festa potrebbe essere la bella stagione. Più allegro è l’altro momento di Ovada: l’annuncio dell’estate. Incontenibile è (era specialmente una volta) la sensazione di un’inesauribile, solare vacanza per il “continentale” diretto per la via più breve verso il mare: dopo l’azzurra visione lontana dell’Appennino lungo i rettilinei della pianura, l’Assunta già appare una di quelle chiese di Liguria “che paion navi che stanno per salpare”. Non so che cosa ne pensino i filologi di Paolo Conte, ma Genova per noi dovrebbe essere stata concepita in prossimità del cartello di ingresso di Ovada, allo spuntare dei due campanili gemelli.