Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Cesare Pavese, La luna e i falò
Esistono piccoli mondi e mondi piccoli. Non sono la stessa cosa. Il senso dell’aggettivo cambia a seconda di dove lo si collochi. Se precede il sostantivo assume una valenza positiva, allude a qualcosa di intimo, di raccolto e insieme di completo. Se lo segue lo qualifica in negativo, parla di una ristrettezza, di una assenza, di qualcosa di angusto e di inferiore.
Un piccolo mondo era Lerma, il mio paese, ancora negli anni Cinquanta e Sessanta. Un mondo piccolo è Lerma oggi.
Un piccolo mondo è inclusivo. Ci si conosce tutti, si è oggetto di sentimenti da parte di tutti. In quel microcosmo la tua presenza, per positiva o meno che sia percepita, ha comunque un rilievo. Una nascita, un matrimonio, una morte coinvolgono l’intera comunità. Se percorri una via (di solito, “la” via), saluti tutti coloro che incontri, magari ci scambi anche quattro parole. Li conosci quanto basta per sapere che ruolo hanno, in che considerazione sono tenuti, puoi addirittura immaginare cosa pensano. Nemmeno importa se quelle persone le detesti, e sai di essere ricambiato: sei comunque, per qualche attimo almeno, nei loro pensieri. Fai parte di un insieme circoscritto, hai una sensazione di appartenenza e di autosufficienza. Ti senti a casa. Parli una lingua, un dialetto, diverso da tutti gli altri, che ti certifica come affiliato a quel mondo. Sai che esistono altri mondi, magari ne sei incuriosito, magari per scelta o per necessità ti allontani, ma difficilmente il canto delle loro sirene ti fa dimenticare la tua Itaca. Di là arrivi, e là vorresti tornare.
In un piccolo mondo il tempo è scandito dai rituali. E la ritualità non sempre e non necessariamente è limitante. Il rivedere le stesse persone, il ripetere gli stessi percorsi, il frequentare gli stessi luoghi rendono quel luogo affidabile. La ritualità dei gesti, quella che si esprime ad esempio nelle forme di cortesia, non sta sempre a mascherare una ipocrisia di fondo, come molti vorrebbero pensare, ma è invece il primo tramite per rapporti interpersonali corretti, e per un rapporto rispettoso con le cose. Qui sai benissimo a chi le cose appartengono, e questo spiega ad esempio perché in un piccolo mondo sia molto meno diffusa la pratica idiota di imbrattare i muri. Quando invece le cose non appartengono, ma sono a disposizione di tutti, come ad esempio i sentieri, le fontanelle o i giardini pubblici, il fatto che la frequentazione sia ripetuta induce ad un automatico rispetto.
Antoine de Saint Exupéry scriveva che “i riti sono nel tempo ciò che la casa è nello spazio”. Intendeva dire che costruiscono un riparo contro la sensazione di una fuga insensata del tempo, una casa entro la quale abitare dando un senso ad ogni passo. E il senso è l’identità che, al di là di ogni naturale mutevolezza, l’uomo trova riferendosi sempre alle stesse cose. Una identità che non è solo quella individuale. La ritualità mette assieme le persone, crea un legame, è a fondamento della comunità.
Tutto questo non significa che il piccolo mondo si arrocchi nel passato, neghi lo scorrere del tempo. Piuttosto lo riordina, ne frena la corsa precipitosa, opponendogli la resistenza delle cose immutabili e di ciò che nella vita dura e si ripete.
Quando penso a un piccolo mondo mi viene in mente subito la Svizzera (quella letteraria, perché quella reale la conosco pochissimo, e le cronache recenti ne danno un quadro fosco). Per una stranissima associazione d’idee. Non perché ha mantenuto forte il senso di autonomia delle piccole comunità, ma perché ha un gusto spiccato per la miniaturizzazione. Gli svizzeri creano ricostruzioni in miniatura di ogni paesino, di ogni montagna. A noi sembrano stupidaggini, non facciamo nemmeno più il presepe a Natale, e dove lo si fa è solo uno specchietto per turisti; per loro quelle miniature sono invece icone della sacralità dell’appartenenza.
Naturalmente, un po’ come la Svizzera anche il piccolo mondo non è un paradiso, se non nel ricordo dell’infanzia, o nelle nostalgie da lontananza, e anche in queste nemmeno sempre. Cela situazioni pesanti, invidie, violenze, piccole faide, malignità e maldicenze: insomma, tutto quello che rientra nell’immenso repertorio dell’umana stupidità. E l’essere costantemente in piena luce, Ma tutto questo in una qualche misura trova una composizione, ha come contropartita un suo ordine interno, uno statuto reputazionale non scritto. Nel piccolo mondo ci sono limiti oltre i quali certi comportamenti non sono accettati. Non esiste la privacy nell’accezione integralista che si è imposta ultimamente, tutto quanto avviene è universalmente conosciuto, e il gruppo esercita una pressione morale per contenerne gli effetti. Certo, questa pressione può essere spesso artatamente creata, e indirizzata a prevaricare, ma è difficile che tutto ciò accada senza creare una reazione, un giudizio interno negativo. Quello che sto dicendo insomma è che nelle piccole comunità compattate dall’isolamento è più difficile per i parassiti e gli asociali farla franca.
Un piccolo mondo ha poi una grande memoria. Sino a qualche anno fa quando visitavo il cimitero di Lerma riconoscevo e ricordavo tutti coloro che sono scomparsi negli ultimi settant’anni. E mi tornavano in mente gli aspetti più caratteristici, gli aneddoti più singolari. Quelle persone nella nostra memoria hanno continuato a vivere.
Anche la memoria però in un piccolo mondo può essere crudele: è difficile far dimenticare gli errori commessi, a volte persino si rimane marchiati da quelli commessi da chi ci ha preceduti. Questa è una delle ragioni che spingono molti ad andarsene. Ma è anche una regola per garantire la coesione.
Oggi Lerma è un mondo piccolo. E questo a mio giudizio giustifica “il gusto di andarsene via”. Non è quel che Pavese intendeva, ma è quello che intendo io. Un mondo piccolo non è un mondo in miniatura, completo pur nella sua infinitesimità. Ha perso ogni sua singolarità, tutto ciò che lo rendeva speciale. Deve costantemente confrontarsi con la dismisura del mondo esterno, e questo enfatizza nei singoli la sensazione di essere irrilevanti. Non sei più a casa, ma sei nel mondo, “gettato nel mondo”. L’esterno non lo vedi più ad altezza d’uomo, i media, la televisione ti portano a guardarlo dall’alto, e di lassù la scala non è più uno a uno, ma uno a milioni. Il tuo paese scompare, le distanze si annullano, non conosci e non riconosci più nessuno. E non ti importa più nemmeno riconoscerli.
Un mondo piccolo è un non-luogo, un punto di puro transito come gli autogrill o gli aeroporti, dove non lasci traccia del tuo passaggio: ma a differenza che in quelli non hai nemmeno l’illusione di andare incontro a qualcosa di nuovo.
In quel mondo sei perso. Non offre più nulla, materialmente e spiritualmente. Sono spariti i negozi nei quali scambiavi due parole col gestore, sono scomparse le opportunità di lavoro, i punti di incontro, come i circoli giovanili e le piazze domenicali, le occasioni di “mirar ed esser mirato”. Della gente che incontri non sai nulla. Sono passanti, nel senso più letterale del termine.
Persino le amicizie che avevi coltivato in quel piccolo mondo, e che te lo hanno fatto rimpiangere ogni volta che hai dovuto lasciarlo, sono messe duramente alla prova. Perché anche le amicizie necessitano, per sopravvivere, di un ambiente e di una storia condivisi, di riferimenti comuni che non vanno neppure evocati, ci sono e costituiscono lo schermo sul quale la relazione viene proiettata. So bene che le amicizie vere possono sopravvivere anche a distanza, di tempo e di spazio, ma vanno comunque alimentate, esigono una manutenzione, e questa è possibile solo quando fa riferimento a “cose”, materiali come i luoghi e le persone o immateriali come i ricordi e le tradizioni, che persistono.
Un mondo piccolo consuma tanto le cose quanto i valori. Trasforma tutto in merce di cui disfarsi al più presto, per far posto ad altra. Diventa immediatamente stretto. Non può contenerti, quindi non ti conosce e non ti riconosce, ti percepisce come un estraneo; ma a quel punto sei tu a sentirti estraneo a tutto ciò che sta fuori e corre inarrestabile e insignificante sotto i tuoi occhi.
Un tempo amavo staccarmi ogni tanto dal mio piccolo mondo. Se vogliamo, era un modo per illudermi di vivere una doppia vita. Ad ogni chilometro che si frapponeva tra me e la mia casa mi sentivo più libero. Se poi i chilometri erano tanti entravo in un’altra pelle, vestivo, parlavo, mi comportavo come a inverare l’immagine di me che avevo elaborato nei miei sogni. Viaggiavo sospeso per aria come gli hovercraft, e per un po’ non ero assalito da alcun desiderio di scendere. Ma non durava a lungo. Anche se mi capitava di stringere nuove amicizie, di vedere luoghi incantevoli, di provare l’illusione di una autenticità totale, senza la paura di essere giudicato, alla lunga cominciavo ad avvertire la vanità della mia presunzione di vivere fuori dagli schemi. Le conoscenze si rivelavano per forza di cose perlopiù effimere. I luoghi, per quanto belli, non mi appartenevano, non avrei potuto goderli per il resto della mia vita, se non cercando di farmi includere in un altro piccolo mondo. E anche in esso la mia spontaneità sarebbe stata condizionata.
Per questo sono contento di aver visto il Monte Bianco e le Dolomiti, il Cervino e i Pirenei, ma mi rendo conto che ciò che davvero mi ha appagato nella vita è stato il poter contemplare a qualsiasi ora del giorno e in qualsiasi stagione il Tobbio dalla finestra del mio studio, e magari decidere su due piedi di salirlo. Ha rappresentato per tre quarti di secolo il confine meridionale del mio piccolo mondo, e sapere di poterlo ritrovare ancora lì ogni mattina e vederlo ingrandire mentre gli vado incontro ad ogni rientro continua a confortarmi.
Ciò significa che il mio rapporto col mondo e con la vita è stato intensivo, anziché estensivo. Spiega la mia ritualità, le mie tendenze abitudinarie, e il mio odierno spaesamento. E spiega anche perché oggi vivo per la maggior parte del tempo lontano dal paese, che è forse il modo migliore per mantenerne viva l’immagine di un piccolo mondo, e la nostalgia.
di Nicola Parodi da un colloquio con Paolo Repetto, 27 marzo 2026
Ci capita spesso, con Paolo, davanti ad un caffè, di confrontarci sull’uso dei diversi termini che nelle nostre lingue madri designano oggetti, persone, situazioni. Questa volta si è trattato del termine alessandrino “gnacapiogg”, che ha un corrispettivo nel dialetto lermese in “sghigin”, e addirittura ne ha due, con “sghigiun” (il primo è evidentemente un diminutivo, il secondo un peggiorativo).
Considerato che quelli la cui lingua madre è stata il dialetto sono ormai una esigua minoranza, si rendono necessarie una traduzione e qualche precisazione. La traduzione letterale di gnacapiogg (e di sghigin) è “schiacciapidocchi”. Ad Alessandria “gnacapiogg” si usa per una persona eccessivamente pignola, cavillosa, noiosa e irritante, ma il termine era frequentemente utilizzato anche per indicare il barbiere, in tempi in cui il Pediculus humanus capitis aveva stabile dimora nelle chiome degli umani (vedi: Ritorno al Canton di rus, di Carlo Gilardenghi).
Normalmente il termine non è usato come un complimento: indica persone decisamente “seccanti”. Avete presente il personaggio di Fulvio portato sullo schermo da Carlo Verdone in Bianco, rosso e verdone? Il tizio logorroico e terribilmente pedante, che porta la moglie Magda oltre il limite di sopportazione: quello che pianifica e calcola ogni cosa nei minimi dettagli, e telefona all’Aci prima di uscire di casa per chiedere se guidando ad una certa velocità di crociera potrà evitare il temporale che viaggia alle sue spalle. Bene, questo, aggravato dal fatto che risulta anche un formidabile taccagno, sarebbe uno sghiggiun: e anche se quello del film è un caso esasperato, personaggi del genere esistono veramente. E ne conosco.
In genere però la sindrome è più blanda, più settoriale. Insomma, bisogna distinguere tra chi è un rompiscatole in servizio effettivo permanente e chi invece esige un’osservanza rigorosa delle regole. Paolo, ad esempio, è un maniaco dell’ordine, del rigore linguistico e del rispetto, anche fisico, per i libri. Sul resto è invece molto lasco. E io stesso per certi versi a volte rispondo ad alcune di quelle caratteristiche. Insomma, il contrario di gnacapiogg è confusionario, trasandato, disordinato, sciatto, sbrigativo, cialtrone: non necessariamente si deve rientrare in una delle due categorie, si può anche essere puntigliosi senza per forza diventare pedanti.
Per questo mi chiedo: ma siamo sicuri che gli gnacapiogg siano solo un fastidio? Perché non cominciamo invece a rivalutarne i pregi?
Allora: intanto basta poco per rendersi conto che la scienza, ad esempio, deve la sua credibilità proprio ai gnacapiogg. Fortunatamente quelli seri fra gli scienziati e gli studiosi di varie discipline usano passare al setaccio ogni articolo, ripetere più e più volte gli esperimenti per verificare che i risultati siano corretti, ecc. Al loro confronto lo gnacapiogg che si può incontrare nella vita di tutti i giorni è un bonaccione. E meno male che si comportano così, perché con i pressappochisti e i superficiali la scienza (e la società) non farebbe un passo avanti.
È invece più complicato rendersi conto che essere dei precisini minuziosi e incontentabili è utile anche nella vita normale. Tutti vorrebbero essere curati da medici scrupolosissimi, gnacapiogg all’ennesima potenza, per avere la garanzia delle cure migliori. Allo stesso modo, è pressoché universalmente riconosciuto che un direttore/collaudatore di lavori pubblici dovrebbe essere un gnacapiogg, garanzia di difesa dell’interesse collettivo. Una comunità in cui siano numerosi i pignoli può arginare i tentativi parassitari dei profittatori. Il fatto è che gli umani, vivendo in gruppo, hanno dovuto sviluppare un meccanismo cerebrale per scoprire gli imbroglioni sociali, che quando sono troppo numerosi portano alla rovina tutta la comunità. Gli gnacapiogg dovrebbero essere quindi essere considerati utili e necessari alla salvaguardia della comunità.
In realtà non funziona così. Se è vero che quasi tutti vorrebbero dei pubblici ufficiali incorruttibili, inflessibili, scrupolosi, questo vale solo quando costoro si occupano di mancanze commesse da altri; se siamo coinvolti noi ecco che preferiamo quelli che si girano dall’altra parte, e se non lo fanno siamo portati a considerarli alla stregua di sghiggin.
Dunque, vediamo di riassumere il perché uno che fa le pulci, pignolo, precisino, viene considerato un fastidio.
• Intanto perché un pochino permalosi lo siamo tutti, e sentire qualcuno che ci suggerisce cosa fare, soprattutto se ha ragione, ci infastidisce.
• Sicuramente quando cerca di sollecitare una valutazione diversa di un argomento che a noi può sembrare di minore importanza la cosa confligge con la normale predisposizione alla ricerca di una situazione “omeostatica” (quella che potrebbe essere tradotta con “sul divano davanti alla TV”): ovvero poco consumo di energia e zero affaticamento.
• Lo gnacapiogg disturba la routine: è più rilassante accettare conformisticamente il giudizio del gruppo piuttosto che mettere in moto quel “divoratore di energia” che è il cervello per verificare fatti e opinioni ed esercitare una funzione critica.
• In ciascun individuo esiste un equilibrio, sempre precario, fra la tendenza altruistica necessaria per la convivenza in un gruppo e gli impulsi genetici individualisti descritti da Richard Dawkins ne Il gene egoista. A volte il gnacapiogg diventa il grillo parlante, fortunatamente non sempre vittima di lanci di martello reali, ma solo di liquidazioni metaforiche.
Figuriamoci dunque come può essere apprezzato un atteggiamento del genere in una società che sempre meno è attenta alla precisione, che spinge a credere che tutte le opinioni abbiano la stessa validità e siano egualmente fondate e che ha abolito la distinzione tra il vero e il falso. Eppure, se pensiamo valga la pena rallentare ancora per un poco l’entropia, dobbiamo ammettere che di gnacapiogg abbiamo un grandissimo bisogno. E non sono io solo a pensarlo. Ho anche il conforto della scienza.
António Damásio un neurologo, neuroscienziato, psicologo e chi ne ha più ne metta, di fama mondiale e di autorevolezza indiscussa, argomenta e riassume così: “La mente cosciente emerge nella storia della regolazione della vita – un processo dinamico sinteticamente indicato con il termine di omeostasi–, la quale ha inizio in creature unicellulari […] prosegue poi in individui il cui comportamento è controllato da un cervello semplice e continua la sua marcia negli individui il cui cervello genera sia il comportamento, sia i processi della mente. La mente cosciente degli esseri umani – armata di sé tanto complessi e sostenuta da capacità di memoria, ragionamento e linguaggio ancora più robuste – genera gli strumenti della cultura e apre la strada a nuovi mezzi di omeostasi sociale e culturale. Compiendo un salto straordinario, l’omeostasi si guadagna così un’estensione nello spazio socioculturale. I sistemi giuridici, le organizzazioni politiche ed economiche, le arti, la medicina e la tecnologia sono altrettanti esempi dei nuovi strumenti di regolazione”.
Ora, se pensiamo che tutto questo processo non sia solo una rappresentazione che la specie umana si è costruita per giustificare varie forme di dominio e di sopraffazione (idea che malauguratamente è discesa senza trovare molti ostacoli dai piani alti della filosofia post-moderna a quello terreno del pensiero di strada) dobbiamo ammettere che di strumenti di regolazione le società evolute hanno costante bisogno. E che a questo bisogno possono rispondere solo coloro che, una volta accertatane la non arbitrarietà e l’efficacia, le regole sia del ragionamento che del comportamento le rispettano, e vorrebbero vederle rispettate anche dagli altri. Magari a volte lo fanno in maniera più pignolesca, magari possono sfiorare punte autistiche, ma sono comunque indispensabili.
È arrivato allora il momento di riconoscere i meriti degli gnacapiogg e il loro contributo al miglior funzionamento della società. Tra l’altro, con l’aria che tira, non è detto che a breve lo spidocchiamento non torni ad essere letteralmente una pratica diffusa: perché regni, imperi e repubbliche passano, ma i parassiti non si estinguono mai.
P.S.: Per una trattazione dello stesso argomento da altri punti di vista rimando a tre scritti comparsi su questo sito: Fare le pulci (30 maggio 2013) di Paolo Repetto, Altruista sarà lei! (19 dicembre 2020) di Paolo Repetto e mio, e il mio Il diritto alla felicità (22 marzo 2021).
Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).
Gli architetti lo chiamano “genius loci”, io lo chiamo “annusamento di città”, e in questi ultimi anni ho fatto parecchia pratica di questo esercizio. Domenica scorsa, ad esempio, ho annusato Cuneo. Anzitutto ti muovi con le Alpi sullo sfondo, e le Alpi si sentono, eccome. Poi Cuneo non ha scordato di essere medaglia d’oro al valor militare per il suo contributo alla Resistenza. Non a caso è la città di Giorgio Bocca, di Nuto Revelli, di Duccio Galimberti (un tipo che nel 1943, appena destituito Mussolini, è spuntato dal balcone del suo studio di avvocato per incitare i concittadini a cacciar via dall’Italia i nazisti e i fascisti). Ora Piazza Galimberti è la più grande della città, ed il suo studio è diventato un museo. La strada dello shopping di Cuneo è di impianto quattrocentesco, i negozi hanno dimensioni ridotte, e questo ha forse contribuito a tenere lontano i grandi marchi. Da qui la mia idea che la gente a Cuneo non si sia fatta ancora totalmente spappolare il cervello dal capitalismo globale. Altri indizi in questa direzione: 1) negozi di giocattoli che esibiscono in vetrina modellini di automobili che credevo fossero tornati all’altoforno; 2) scatole di cuneesi al rhum nelle pasticcerie del centro che esibiscono foto in bianco e nero fuori dal tempo. Insomma, un’atmosfera quasi anni ‘70 che mi ha lasciato a bocca aperta. Ancora: 3) nei ristoranti ti propongono rigorosamente le specialità delle valli montane, e se vai al museo archeologico ti spiegano che Cuneo l’hanno fondata nel 1100 i valligiani che sono scappati dai villaggi per unirsi e poter reagire alle vessazioni dei Marchesi di Saluzzo e del Monferrato. Poi ti ricordano anche che fino a pochi decenni fa i cuneesi emigravano per fame prima in Francia e poi in tutto il mondo, e altre cose ancora; 4) a Cuneo ho trovato una biblioteca “6-18 anni”, non avevo mai visto una biblioteca vietata ai maggiorenni, e la cosa ha un suo senso. Ho trovato anche una mostra dedicata a Pippi Calzelunghe e ad Astrid Lindgren, e mi hanno dovuto trascinare via perché sarei rimasto lì tutto il giorno.
Insomma, sono stato a Cuneo solo qualche ora e, pur nel mio modo sommamente arbitrario, mi sono fatto un’idea di che tipo di città sia. Soprattutto mi sono fatto l’idea che Cuneo sappia che città è, o almeno che sappia che immagine vuole dare di sé. Ora mi chiedo se questa consapevolezza possa essere messa in relazione con il fatto che Cuneo provincia abbia il reddito medio pro capite più alto del Piemonte e sia la prima in Piemonte per qualità della vita.
“Tu che città sei?”. Mi sembra una bella domanda da fare ad una città, e credo di essere riuscito a darmi delle (personali) risposte visitando Asti, Novara, Vercelli, Biella, alla fine anche Ovada, Acqui Terme, Tortona e Casale.
Curiosamente, è una domanda a cui faccio fatica a rispondere pensando alla città di Alessandria. Segue dibattito?
diario di una giornata tra funghi e piccole filosofie boschive
di Fabrizio Rinaldi, 14 settembre 2025
Quando lo propongo a mia figlia, lei accetta ad una condizione: “solo se viene anche il nonno”. Una formula che dice tutto: la fiducia riposta in me vacilla, mentre la figura del vecchio resta intatta, nonostante gli ottant’anni passati e un’autorevolezza che neppure gli acciacchi scalfiscono.
Dunque, non ho più scampo: “Andiamo a funghi?”. Ecco di che si tratta: cercare il più prezioso frutto del bosco. Mio padre non ci va da tempo perché consapevole delle sue diminuite capacità fisiche; d’altra parte, non trovo mai il tempo neppure io: il lavoro, la famiglia, le scuse pronte che giustificano l’inerzia. È però scontato che accetterà la proposta: un po’ perché non riuscirebbe a negarsi al “ti prego, ti prego” di mia figlia, un po’ perché – lo leggo dai suoi occhi – ha una voglia matta di andarci, specie da quando ha intuito che quest’anno ce ne dovrebbero essere.
Perché il fungo, lo sappiamo, non si concede facilmente: pioggia al momento giusto, umidità calibrata, terreno adatto (“terra rossa chiama cocone[1]”), distinte specie boschive (castagni, rovere, faggi, …), arbusti di brugo, erba stciapoia[2] e rovi. Un’alchimia rara in un tempo sospeso e incerto, rapido e aleatorio, dove l’attesa, la delusione e la sorpresa, fanno parte dell’esperienza. Cercare funghi è quindi un inno all’imprevedibilità e alla contingenza di un’infinità di condizioni di cui, spesso, non siamo consapevoli, ma che percepiamo quasi istintivamente. A chi li cerca capita di pensare che intorno ad un determinato cespuglio o albero ci saranno sicuramente, mentre nove volte su dieci non c’è nulla; oppure, inaspettatamente, eccoli dove non avresti immaginato.
Appuntamento fissato: sabato, ore sei zero zero, sotto casa dei miei. Missione impossibile: riempire il cavagno d’anveriöi[3].
Metto la sveglia alle 5:20 solo per mia figlia; io non ne avrei bisogno, visto che mi sveglio sempre molto presto (tanto “molto”: 3:30-4:00). A quell’ora neppure i cani si muovono dal loro giaciglio. Il caffè diventa allora il gradito rituale che mi concedo davanti al portatile, nel tentativo — prima del quotidiano andare al lavoro o del frastuono femminile familiare — di ritagliarmi un po’ di tempo per leggere, scrivere o sistemare il sito. A proposito: sto creando le singole pagine dei molti autori che stanno contribuendo al nostro inutile ma caparbio contributo di idee.
Mettiamo nello zaino la borraccia, due felpe e i guanti. Non prendiamo neppure il cavagno, certi che ci penserà mio padre: e comunque non ci facciamo grandi illusioni sul bottino che ci aspetta. Alle sei recuperiamo il nonno. Iris mugugna per la levataccia, ma so che sotto sotto è contenta. E non è la sola.
Destinazione: boh! Il fungo è il Santo Graal del bosco: la geografia dei “posti buoni” si tramanda di generazione in generazione ed esige un’adeguata iniziazione, che prevede ruzzolate fra i rovi e imprecazioni quando non si trova il posto che ci si era prefissati. Oppure si va a casaccio, come è capitato molte volte a mio padre e a me. Posso solo dire che siamo dalle parti del Monte Colma, a Tagliolo Monferrato, ma su quale versante, lungo quale canalone ve li scordate. Altrimenti poi dovrei uccidervi.
Dopo una po’ di chilometri in auto, su strada prima asfaltata e poi sterrata, arriviamo ad uno slargo da cui anni fa eravamo partiti per una ricerca che aveva riservato misere soddisfazioni, pur essendo buone le premesse: boschi di castagno e rovere e sufficiente umidità.
Attraversiamo un prato e ci infiliamo nel bosco. Sono le 6:40, buio pesto. “A chi è venuto in mente di uscire così presto?”, mi chiedo, pur conoscendo la mia responsabilità. Iris si ostina a tenere la torcia del cellulare accesa, mentre noi procediamo a lume di fiducia.
Continuiamo fra i rami e tronchi fino a raggiungere e attraversare un ruscello e, sempre nel semibuio, cominciamo a salire. Già, perché la ricerca del fungo è sempre in salita: nell’attraversare il bosco in quel modo lo sguardo va sempre dal basso verso l’alto, così da intravvedere meglio l’eventuale e ambito gambo. Difficilmente si trovano percorrendo la discesa, accade solo se ce ne sono davvero parecchi. D’altra parte, la salita non si affronta mai in verticale seguendo un sentiero o facendo la diretta (vedi Tobbio), ma in diagonale: si prosegue con piccoli zig zag a salire, passando attorno all’albero, all’arbusto, alle foglie smosse.
“Eccone uno!”, esplode Iris. Ma no, dai è impossibile: è buio, li cerca a casaccio e con la torcia! Invece sì, ha scovato il primo porcino della giornata. La fortuna della principiante … È un po’ mangiucchiato dalle lumache, ma tant’è l’ha trovato.
La logica impone di sminuire i ritrovamenti altrui, così da non intaccare la smania di chi resta a mani vuote. Ma subito dopo, ecco che anche mio padre ne trova due. Io niente. Porca miseria.
Errore madornale da evitare sempre: non parlare ad alta voce se non vuoi che altri fungau arrivino come mosche, ma a quest’ora siamo i soli a cercarli. Più tardi ronzeranno fastidiosi.
L’incontro fra escursionisti nei boschi è normalmente, piacevole e accompagnato da un cordiale saluto, riconosci nell’altro la stessa passione nel camminare e – fra l’altro – l’inconfessato desiderio di esser ricordato qualora ti smarrissi; la persona incontrata potrebbe dare ai soccorritori le indicazioni giuste per il ritrovamento, possibilmente in vita.
In stagione di funghi, invece, il diffidente fungaiolo vede l’altro come invasore del proprio “posto buono”. Il saluto si riduce a un mugugno, seguito dalla menzognera svalutazione del proprio bottino: “poca roba e camulöi[4]; siamo saliti da questo versante e ci spostiamo di là”. Ovviamente non c’è da credere alle indicazioni ricevute. In tali circostanze emerge la gelosa preservazione dei “posti buoni”, anche se la raccolta è stata infruttuosa. Non sia mai che altri scovino l’agognato bottino.
La logica dell’esclusiva appropriazione ricorda i redivivi nazionalismi, la difesa ossessiva delle risorse e della propria (o presunta tale) identità cultura e sociale. Le comunità serrano i confini e pochi individui accumulano privilegi a discapito della moltitudine. Il patrimonio pubblico sottratto al benessere comune, come la giusta posizione della fungaia celata alle attenzioni degli altri, dei foresti. Il micelio, lui che condivide tutto, se fosse in grado di giudicare, riderebbe della nostra meschina avidità.
Tornando allo stare nel bosco di notte, a nessuno è venuto in mente che eravamo i soli nel bosco fitto e praticamente buio. Un aspetto che, in situazioni differenti, avrebbe sicuramente spaventato mia figlia. Sarà la sicurezza nei gesti del nonno, sarà il procedere con tranquillità nella boscaglia, sarà l’obiettivo ben chiaro, ma nessuno è stato sfiorato dal timore di inoltrarci in un territorio sconosciuto e senza la possibilità di chiedere aiuto in caso di difficoltà, tantomeno Iris. È il potere che conferisce l’avere la finalità da perseguire ben chiara e la motivazione alta. E, non ultimo, il piacere di cominciare a trovarli. Pure io!
La luce lentamente rischiara e finalmente Iris ripone il cellulare che usava come torcia per immergersi nella ricerca del porcino, il quale si mimetizza fra le foglie meglio dei Navy SEAL.
Iris finalmente la smette di commentare ogni cespuglio e tace: pure lei è in modalità fungaiola. E ne trova, anzi ne troviamo tutti. Dopo i primi, s’innesca la caccia insaziabile che fa macinare chilometri senza sentire la stanchezza. La voglia è compulsiva; scatta la febbre dell’accumulo, pure di quelli divorati da lumache o altri animali. L’appagamento non si placa neppure quando il cavagno è pieno. Mi tocca tirar fuori la borsa di fortuna che avevo portato per scaramanzia.
Tutti e tre proseguiamo salendo in quello stato di quasi trance che s’innesca quando si comincia a scovarne un po’: si prosegue guardinghi; si passa da una parte e dall’altra dell’albero; si alzano piano le foglie; si segue l’odore come un segugio; si interpreta l’ombra e la lama di luce che supera la barriera della chioma per raggiungere proprio quel rigonfiamento che cela, forse, l’agognato porcino; in sintesi, si segue l’istinto (per chi ce l’ha).
Interpretare il bosco, comprenderne gli infiniti gradienti e segnali, ha bisogno di osservazione acuta e di propensione al dettaglio minimale. Le certezze qui evaporano mettendo in evidenza la nostra infinita insignificanza rispetto al processo evolutivo, morfologico e sotterraneo in atto mentre lo attraversiamo. A pensarci bene piegare la schiena e l’orgoglio (inchinarsi) per cercare funghi è un gesto necessario ma anche altamente simbolico, è il riconoscere la nostra insignificanza al cospetto di un processo che ci supera in tutto. Possiamo cogliere solamente alcuni aspetti di questa infinita complessità, che regalano, a volte, l’agognato fungo. E, per questo, dobbiamo ritenerci fortunati, perché avremmo potuto tornare a casa man scrullanda, senza sapere neppure il perché. Il bosco, per definizione, è l’antitesi della razionalità umana: è un intreccio fitto di vita e di decomposizione, di crescita e di morte. Chi vi cammina attraverso ha una mappa del territorio solo abbozzata, con qualche intuizione ed indizio frutto dell’esperienza e degli studi, ma sicuramente incompleta.
Tra l’altro, si sa, il vero fungo è nel sottosuolo ed è in simbiosi con specifiche piante in una correlazione complessa di interscambio di informazioni e nutrimenti. Ciò che vediamo e apprezziamo è solo il corpo fruttifero, la punta di un sistema sotterraneo sterminato, il micelio, appunto, che è, per lo più, invisibile e inafferrabile, come le ragioni profonde che reggono la nostra esistenza. Noi, eterni abitanti della superficie, viviamo di queste apparizioni temporanee, senza padroneggiarne mai davvero il senso.
Altra piccola disgressione. La ricerca delle fungaie acquisisce significato – prima ancora dell’assaporarne il frutto – se accompagnata dalla sua narrazione, subita da parenti e amici in casa, al bar o sui social, dove i dettagli sono sviscerati (tranne ovviamente i luoghi dei ritrovamenti) e spesso le quantità si moltiplicano. La condivisione del porcino ancora nel bosco è stata una caduta anche per me: non sono riuscito a resistere dal mandare qualche foto al gruppo whatsapp “Family” …
Sono ormai le dieci passate e siamo nel pieno della ricerca, ma cominciano ad arrivare gli usurpatori del nostro territorio. Maledetti! Per segnalarci i ritrovamenti ci scambiamo fischi, versi gutturali e il “Mapo” di mia figlia — unico, o almeno così mi illudo — che dovrebbe risultare indecifrabile agli invasori. Ogni porcino stanato genera speranza in altri ritrovamenti; la si potrebbe chiamare avidità, se solo volessimo riconoscerla, ma al momento siamo immersi nella nostra spasmodica caccia.
Quella che era divenuta per noi una pratica quasi meditativa — cullati dall’attenzione al dettaglio, scandita dal passo lento, e consapevoli della limitatezza del nostro gesto — si è trasformata in un cercare compulsivo. Anche la borsa di riserva, dentro la quale avevo messo una scatola di cartone per non schiacciare i delicati esemplari (i veri fungaioli mi lincerebbero se lo sapessero), è ormai piena. A malincuore dobbiamo tornare indietro: non sappiamo più dove infilare i funghi e rischiamo di rovinarli se scivolassimo.
Scendere si rivela un’impresa non facile: il terreno è esposto e friabile. Tocca spostarsi a sinistra e risalire un tratto per cercare un canalone meno scosceso o una strada. Iris comincia a brontolare, lamentando la sua stanchezza e sostenendo che ci siamo persi. Finito l’entusiasmo del cercare e trovare funghi, le gambe protestano. E non è la sola. Mio padre è dolorante per una piccola storta ed io sono sfinito.
Non posso ammettere a mia figlia che una guida naturalistica e uno che va a funghi da quando era bambino non sanno ritrovare la strada del ritorno. Per fortuna non è così: sappiamo esattamente dove siamo (???). Infatti raggiungiamo la traccia di una strada usata per portare via la legna e la percorriamo per un po’. Iris ed io arranchiamo con i cavagni colmi; mio padre ci precede sorreggendosi al bastone. Si vede che è dolorante per la caviglia, ma non demorde e avanza dritto. Nonostante la prospettiva di ore di cammino e la certezza delle sgridate delle rispettive mogli, pare (la certezza non c’è mai) felice. Vengono in mente i versi di Primo Levi presenti ne L’approdo:
Felice l’uomo che ha raggiunto il porto, che lascia dietro di sé mari e tempeste, i cui sogni sono morti o mai nati, e siede a bere all’osteria di Brema, presso al camino, ed ha buona pace. Felice l’uomo come una fiamma spenta, felice l’uomo come sabbia d’estuario, che ha deposto il carico e si è tersa la fronte, e riposa al margine del cammino. Non teme né spera né aspetta, ma guarda fisso il sole che tramonta.
Raggiungiamo poi due cascine perfettamente ristrutturate; non le ricordavo così, ma sicuramente sono state sistemate di recente. Alla fine della strada ci troviamo davanti a un cancello chiuso: siamo entrati in una proprietà privata — o, più probabilmente, in uno di quegli abusi che nascono quando chi vive nel bosco vuole proteggersi da malintenzionati chiudendo un’antica mulattiera che dovrebbe rimanere di passaggio per chiunque. Ma lasciamo perdere, non posso permettermi di polemizzare con la vecchia e rancorosa proprietaria che ci sta sbraitando contro. Chiediamo scusa e questa ci apre il cancello nel momento fortuito in cui passa un conoscente di mio padre, anche lui qui per funghi.
Per mezzogiorno siamo di ritorno all’auto: poi, arriviamo da mia madre, cui affidiamo il bottino. Il cercare funghi non necessariamente è correlato ad un equivalente piacere nel mangiarli. Mio padre li vorrebbe pure a colazione, mentre per me il fungo è più simbolo che piatto: il frutto proibito del bosco, che appare solo a chi ha la pazienza di cercare. Gli champignon in vaschetta del supermercato non danno emozione né nel trovarli né nel gustarli; il porcino, invece, è un’apparizione che ci ha regalato una giornata che rimarrà nella mente di tutti noi. Mia figlia, lo so, quando leggerà questo pezzo mi rimprovererà per qualche omissione o per aver dimenticato qualche dettaglio. Fa parte del gioco della memoria e della condivisione: la fungaia diventa subito racconto, e il racconto si moltiplica in narrazioni ogni volta più suggestive, omettendo, naturalmente, di nominare il “posto buono” delle fungaie.
Arrivato a casa, ho riguardato due libri che mi sono cari: la Guida pratica ai funghi in Italia a cura di Hans Haas (Selezione dal Reader’s Digest, 1983), un classico fondamentale per gli estimatori, e La via del bosco di Long Litt Woon (Iperborea, 2019). Questo ultimo non è solo un manuale di micologia, né soltanto un percorso di redenzione: è il resoconto di un attraversamento dell’autrice, alla quale è mancato l’amato compagno, verso una differente visione della propria intimità. Leggendolo m’è tornata l’idea che la ricerca — qui quella dei funghi, ma estensibile a molti aspetti della vita — non è riducibile al possesso, bensì alla capacità di tollerare la perdita. Imparare a vivere con l’assenza è già un obiettivo di tutto rispetto.
Ora però bisogna inventarsi altro per riuscire a stornare l’attenzione delle figlie dal cellulare … la prossima volta si va a pesca!
Anni fa l’amministrazione comunale di Gavi decise di collocare nella piazza centrale della cittadina una scultura di Arnaldo Pomodoro. Erano i tempi dei vitelli grassi, per cui lo stanziamento coprì, oltre al costo della statua (un monolite cilindrico in bronzo, alto tre metri) anche una cerimonia di presentazione intitolata “Perché una statua in piazza”, cui parteciparono Umberto Eco e altre personalità della cultura, alessandrina e non. In realtà più che di presentazione l’incontro risultò essere giustificatorio, perché si tenne qualche settimana dopo l’inaugurazione ufficiale, a seguito delle perplessità manifestate nel frattempo dai cittadini.
Il problema nasceva, oltre che dall’enigmaticità dell’opera, che aveva le fattezze di un grande fallo rugoso, dalla scelta del luogo di collocazione: era infatti piazzata al centro del quadrivio nel quale convergono le arterie principali d’ingresso e di uscita da Gavi, e creava negli automobilisti un effetto di sorpresa e di curiosità che li distraeva dalla guida; tanto che nel giro di tre mesi si contarono nella piazza una ventina di incidenti causati dalle mancate precedenze. Al termine dei tre mesi, e a dispetto dalla dotta ed entusiasta perorazione di Eco, la statua venne rimossa. Non so che fine abbia fatto, non so se per l’arte sia stata una sconfitta, ma so per certo che a Gavi nessuno oggi la rimpiange (e sul web non è assolutamente ricordata).
Credo allo stesso modo che nessuno in Alessandria lamentasse sino ad oggi l’assenza di una statua dedicata al pontefice Pio V Ghisleri. Già esistono in città e nei suoi dintorni chiese a lui dedicate, addirittura un complesso monumentale a Bosco Marengo, per cui il nome dell’illustre conterraneo non rischia di cadere nell’oblio: e sono d’accordo sul fatto che questo non debba accadere. Ma per motivi un po’ diversi da quelli che hanno evidentemente animato gli ideatori di questo ritardato omaggio.
Devo sgombrare però preventivamente il campo da equivoci. Non sono contrario per principio alla statuaria commemorativa, ai monumenti insomma, e ho anzi zero stima per quelli che li abbattono o li imbrattano, anche se in qualche caso (che non è certo quello della cancel culture, ma ad esempio quello della caduta di una dittatura) posso comprendere perché arrivino a farlo. Le statue, ma anche i busti, i bassorilievi o le lapidi non mi fanno né caldo né freddo, a meno che siano orribilmente brutte o eccezionalmente belle. So che in genere sono dedicate a personaggi che meriterebbero ben altro, ma penso che la loro presenza, se accompagnata da una solida conoscenza storica e da una corretta informazione, possa comunque giovare alla manutenzione della memoria. Questo almeno valeva sino a qualche tempo fa, e di quanto poi giusto dispensiere di glorie o d’infamia sia il tempo lo testimoniano i nomignoli irridenti coi quali sono state ribattezzate in genere le sculture celebrative di illustri nullità o di insigni farabutti.
Oggi direi che la statuaria di questo tipo ha ben poco senso, anche se non celebra più despoti spietati o militari con licenza di massacro, ma uomini di spettacolo o “eroi” dello sport (e ultimamente anche i “migliori amici dell’uomo”): nel frattempo è infatti mutata radicalmente la finalità. Ciò che una volta negli intenti doveva proporre o celebrare modelli esemplari a fini patriottici o di memoria culturale, è scaduto oggi a suppellettile dell’arredo urbano, con finalità meramente turistiche (o in qualche caso, come quello di cui sto parlando, per “marcare” politicamente il territorio). Per questo la decisione di inaugurare a giorni in una piazzetta della città l’ennesima statua di papa Ghisleri non mi entusiasma. E i motivi della mia freddezza sono più d’uno.
Il primo è di ordine pratico: se proprio si aspira alla manutenzione della memoria, con la somma stanziata (150 mila euro: non da privati, ma almeno in parte da un ente pubblico) si sarebbero ad esempio potuti disboscare e risanare un po’ di tetti della Cittadella, o sistemare alcuni locali della caserma Valfrè, per tenere in piedi il complesso e ricavarne spazi utili per mostre, convegni, iniziative le più svariate, o per futuri probabili lazzaretti o centri vaccinali, prendendo due piccioni con una fava.
Il secondo riguarda il contraddittorio e oggi più che mai ambiguo rapporto tra verità, storia e memoria. So che è diventato quasi un chiodo fisso nei miei interventi, una monomania, ma in questo caso la distanza tra la prima e la terza riesce così evidente, e così disinvoltamente e artatamente giocata, da non consentirmi di passarci sopra.
L’altro motivo è infine di opportunità. Non che faccia grande differenza dedicare una statua a Francesco o a Giovanni XXIII o a Paolo VI, ma con tutti quelli che c’erano proprio un personaggio controverso come Pio V dovevano andare a scegliere? Capisco che fosse alessandrino, e che di glorie da celebrare da queste parti ne siano circolate poche, ma almeno fosse “vera gloria”, almeno offrisse una sola ragione in positivo per essere ricordato.
Proviamo invece a vedere cosa ha saputo combinare quest’uomo nel breve tempo del suo pontificato (è rimasto sul soglio per soli sei, anni). Gli va riconosciuto senz’altro di non essere rimasto con le mani in mano e di avere dato un impulso decisivo alla Controriforma. Cosa che sotto il profilo morale è molto dubbio si possa considerare un merito, ma sotto quello professionale, dell’efficienza organizzativa, lo è senz’altro.
Purtroppo quell’efficienza è costata cara a un sacco di gente. Si è esercitata infatti sia contro gli oppositori interni, eretici o dissidenti di varia natura, sia contro quelli esterni, in primis ebrei e mussulmani, e ha escogitato nuove modalità di controllo e di censura e di indottrinamento.
La carriera di Pio V si svolge infatti tutta all’insegna dell’Inquisizione.
Nel 1542, a meno di quarant’anni, è nominato commissario della Santa Inquisizione a Pavia, ma fa sentire la sua mano anche nei dintorni, ad esempio a Parma. Visti gli ottimi risultati ottenuti, nel 1550 è inquisitore a Como e a Bergamo, e l’anno successivo diventa commissario generale dell’Inquisizione romana. Nel 1556 ricopre l’incarico di inquisitore generale a Milano e in Lombardia e due anni dopo tocca il vertice, diventando Grande Inquisitore presso la sede romana. Ricoprirà quella carica per otto anni, fino alla elezione a pontefice.
Anche in questo ruolo il buon Ghisleri non perde il suo tempo. Durante il suo pontificato vengono processati e mandati a morte gli umanisti Pietro Carnesecchi e Aonio Paleario, oltre al letterato Niccolò Franco. E questi sono naturalmente solo i più famosi. Già in precedenza si era però distinto come difensore della fede in qualità di capo del Sant’Uffizio, facendo massacrare nel giugno 1561 centinaia di valdesi a Guardia Piemontese, in Calabria, dopo aver mandato al rogo la loro guida spirituale, Gian Luigi Pascale. Qualche altro migliaio li fa cacciare in prigione e li costringe, non certo con le prediche, ad abiurare. Chi rifiuta viene scannato o bruciato vivo. Il numero totale delle vittime è incerto, ma è stimato dagli storici da un minimo di 600 a un massimo di 6.000. Queste cose quando le hanno fatte, e tuttora le fanno, altri, sono definite genocidio. Nel caso di Pio V a quanto pare sono considerate prove di santità, e sono oggetto di reverente memoria.
Non da parte degli ebrei, comunque: non è particolarmente tenero neppure con loro. Intanto li fa rinchiudere a Roma nel ghetto istituito per l’ occasione, sul modello veneziano, dopo averli obbligati a vendere tutte le loro proprietà: poi li costringe a subire una pressante campagna di indottrinamento. Infine ne sancisce l’espulsione dallo Stato Pontificio, ad esclusione di coloro che accettano di risiedere nei ghetti cittadini.
Le pulizie le fa però anche in casa. Mette in riga i vari ordini religiosi, sopprimendone alcuni (tra cui quello degli Umiliati, presente sino quel momento anche in Alessandria), cancellando varie congregazioni eremitiche e costringendo gli adepti a rientrare nei ranghi associandosi agli ordini riconosciuti (preferibilmente a quello domenicano, dal quale lui stesso proviene).
Infine istituisce l’Indice dei Libri Proibiti, ovvero l’elenco dei testi sottoposti alla censura ecclesiastica, dal quale mancano magari inizialmente le opere dell’Aretino, ma non quelle di Copernico e di Keplero, e di lì a poco quelle di Galilei.
Mi fermo qui, ma direi che i meriti per vedersi dedicata una statua se li è guadagnati abbondantemente, e anche se in vita aveva già provveduto a non lesinare la propria immagine a pittori e scultori, un ritratto in più non guasta. Anche nel caso alessandrino penso che l’errore stia soprattutto nella scelta della collocazione. Anziché piazzare la statua di fronte al carcere si sarebbe potuto, con uno spostamento di pochi metri, collocarla dentro le sue mura. Sarebbe stata una sede più consona al personaggio, che magari anche lì avrebbe potuto operare miracoli.
Invece abbiamo assistito (si, perché c’ero anch’io, volevo vedere a che livello si poteva scendere, e sono stato ampiamente accontentato) ad una farsesca cerimonia di disvelamento dell’opera, con tanto di onorevoli e presidenti di banche e alti prelati che si sono succeduti a cantare per un’ora le lodi del celebrando, edificatore di ospedali (altro che la sanità attuale!) e di scuole (altro che la pubblica istruzione!) e di alleanze continentali anti-barbariche (altro che l’Unione Europea!), senza fare il minimo accenno al suo tutt’altro che trascurabile curriculum di “disinfestatore” e di costruttore di ghetti. Una perfetta “lectio magistralis” di ipocrisia e di post-verità, un po’ guastata ad essere sinceri dalla “rivelazione” della pochezza dell’opera: l’ultimo simulacro di Pio V ha la postura e l’espressione di un cercatore di funghi che abbia appena adocchiato un porcino.
Peccato. Fosse ancora vivo Umberto Eco si sarebbe data l’occasione di mettere in piedi un bell’evento, non al teatro comunale perché ancora non si sono trovati i soldi per risanarlo, e nemmeno alla Cittadella o alla Valfré, ma insomma, uno spazio si poteva trovarlo. Eco con l’Inquisizione ci sarebbe andato a nozze. E magari avrebbe giocato sul fatto che una statua prospiciente da un lato l’ospedale e dall’altro il carcere una qualche inquietudine può suscitarla, e suffragato questa inquietudine con gli incidenti nei quali i passanti impegnati a toccarsi o a fare altri gesti scaramantici senz’altro incorreranno. Forse tra due o tre mesi, alla chetichella, il Grande Inquisitore sarebbe stato indotto a migrare.
Non voglio però chiudere così questo intervento, senza qualche estemporanea (e desolante) notazione. Si dà il caso che qualche giorno avanti l’inaugurazione della statua sia capitato proprio nel complesso monumentale di Bosco Marengo, e abbia visitato la chiesa voluta dal santo e a lui intitolata. Ho potuto visitare la cripta, dove per secoli un gran numero di domenicani sono stati sepolti, si dice in posizione seduta, così che potessero idealmente continuare a svolgere il loro lavoro: ma ho anche visto l’enorme monumento funebre, quasi un mausoleo, che Pio V si era fatto erigere nel transetto (e nel quale non riposa la sua salma, che sta invece a Roma, in Santa Maria Maggiore, in un altro monumento altrettanto offensivamente sfarzoso). Già quello è testimonianza sufficiente di una vanità e di una megalomania spropositate, e consente di prendere immediatamente le misure al personaggio, senza neppure disturbarsi a ricostruirne la storia.
Infine. Durante la cerimonia alessandrina di “svelamento” guardavo la piccola folla dei celebranti, tutti bardati negli smilzi completi blu elettrico, stile Di Maio o agente Tecnocasa, con la giacchetta che non arriva al sedere e il pantalone stretto alla caviglia, abbinati a calzature improbabili e ad ancora più improbabili fenotipie, che anziché trasmettere una immagine di solennità sacrale davano l’idea di buzzurri col vestito della festa; ho pensato che erano un campione perfettamente rappresentativo di chi ci amministra, di chi rastrella i nostri soldi, di chi dovrebbe garantirci l’informazione, di chi vigila sulla nostra sicurezza e sulla nostra salute, e ho avuto più che mai netta la percezione dello sfascio, ma quel che è peggio soprattutto quella della mia assoluta impotenza. Mi sono infatti chiesto se valesse la pena provare a guastare un po’ la festa, intervenendo ad aggiungere la parte di storia che avevano dimenticato, o che nemmeno conoscono, perché dubito che per questa occasione qualcuno si sia dato pena di andarsela a vedere: ma ho dovuto rispondermi che no, che sarebbe stato del tutto inutile, che avrei anzi contribuito allo squallido spettacolo messo in piedi, aggiungendogli un po’ di sale, senza intaccare minimamente le coscienze.
La memoria crea talvolta connessioni inattese e singolari. Anzi, per la precisione non le crea, ma le scopre, perché erano già lì ad aspettarci nella realtà, in quella storica o in quella naturale. Accende solo la luce. Accade che ci occupiamo di una vicenda, di un ambiente, di un personaggio, e poco a poco esce dall’ombra tutto ciò che sta attorno, si allarga il nostro campo visivo, si schiudono nuove curiosità.
A me è capitato proprio recentemente, mentre scrivevo il pezzo su Andrea Caffi. Fantasticavo come al solito su come sarebbe stato conoscerlo, quando all’improvviso ho realizzato che se Caffi non avrei potuto incontrarlo comunque, non fosse altro per ragioni anagrafiche, ho conosciuto però qualcuno che probabilmente l’aveva incrociato, dal momento che entrambi avevano vissuto come fuorusciti a Parigi negli anni Trenta e avevano frequentato più o meno gli stessi circoli antifascisti. Non ho testimonianze certe di una loro frequentazione diretta, ma le probabilità che ci sia stata mi paiono altissime.
Ora, il motivo che mi ha spinto a scrivere queste righe non è il compiacimento per la possibilità di essere collegato a Caffi da una catena molto corta di relazioni: è invece la curiosità destata dagli sviluppi e dagli esiti diversi di due storie che almeno nella condizione iniziale presentano molte somiglianze. A dimostrazione del fatto che l’ambiente agisce sino a un certo punto, ma è poi l’indole a fare la differenza.
È andata così. Nell’autunno-inverno tra il ‘68 e il ‘69 mi fermai a Genova, dove, oltre a seguire (molto saltuariamente) i corsi universitari e vivere gli ultimi fuochi della contestazione studentesca, avevo trovato un’occupazione part time presso un mobiliere (non in ufficio, camallavo frigoriferi e lavatrici). Alloggiavo in una camera in subaffitto in Castelletto, uno dei quartieri più eleganti della città, scovata da un compagno che aveva un’altra camera nello stesso alloggio. Il costo era irrisorio. Scoprimmo più tardi che potevamo permettercela perché il tizio che ci ospitava non pagava a sua volta l’affitto alla proprietaria.
Il tizio era un signore anziano, alto e corpulento, segnato in viso da diverse cicatrici, simpatico ma decisamente fuori dagli schemi. Si chiamava Stefano Oberti (“dottor” Oberti puntualizzava lui), e vantava un passato interessante. Era infatti stato esule in Francia per più di un decennio, dalla fine degli anni Venti, per sfuggire alla persecuzione dei fascisti. Tra le amicizie che raccontava di avere lì contratto spiccavano quelle col nipote di Nitti e con Rosselli (il futuro Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, lo aveva già conosciuto prima), ma in pratica non era possibile citare qualcuno di quel giro col quale non vantasse confidenza. Sospettavamo che buona parte del suo racconto fossero millanterie, ma al tempo stesso eravamo divertiti dalle stravaganze e dall’assurdità del personaggio. Girava per casa quasi sempre inguainato in un capo unico maglia-mutandoni di lana, di quelli che Terence Hill indossa in Trinità, abbottonato davanti e con lo sportelletto sul fondoschiena, che gli dava una silhouette da orso Yogi. Ad un certo punto ho persino cominciato a invidiargli quella tenuta, perché il riscaldamento era sempre spento.
Oberti seguiva e ci segnalava tutti gli eventi culturali e politici della città, compresi quelli cui non era invitato, ma nei quali riusciva ad infiltrarsi invariabilmente tra gli organizzatori o tra gli ospiti d’onore. Una sera ci chiese di accompagnarlo ad una conferenza alla Terrazza Martini, il luogo più elegante di Genova, in cima ad un grattacielo dal quale si vedeva tutta il golfo. Lo stipammo sulla 500 del mio socio, con l’auto che dalla parte in cui era seduto lui raschiava quasi l’asfalto, e dovemmo anche arrischiare l’ascensore per salire i Trenta piani che portavano alla terrazza. Arrivammo naturalmente a conferenza già iniziata, ma non fu un problema, perché guidati dall’addome perentorio di Oberti ci dirigemmo immediatamente al buffet, imbandito su un lato del salone. Ci fu un mormorio di disapprovazione, che distrasse e irritò anche il conferenziere, ma a quanto pare l’argomento proposto non era granché, perché di lì a breve gli astanti cominciarono ad alzarsi, uno o due alla volta, e a raggiungerci ai tavoli. Avevano visto come noi, e soprattutto Oberti, stavamo spazzolando salatini e beveraggi. Credo sia stata la conferenza più breve di tutta la stagione.
Qualche serata la trascorremmo anche a discorrere di politica col nostro locatore, ma non riuscivamo a cavarne molto, perché lui era impallato con la massoneria e con una statua che avrebbe dovuto essere eretta a Mazzini nel cimitero di Staglieno (dove già peraltro le spoglie del patriota erano raccolte in un mausoleo scavato nella roccia). Ci dettagliava anche sulle annose schermaglie di potere che caratterizzano da sempre gli ambienti massonici, e tanto più quelli di provincia, sui voltafaccia e i tradimenti e su quanto fossero infidi i suoi rivali. Ma l’impegno maggiore era rivolto in quel periodo a raccogliere fondi per il monumento, e a lamentarsi della tirchieria dei genovesi, che a quanto pare non si rivelavano particolarmente entusiasti dell’iniziativa. (All’epoca noi non avevamo dubbi che non se ne sarebbe fatto nulla, ma come vedremo ho dovuto poi ricredermi).
Della sua vita di fuoruscito, oltre ad elencare le conoscenze, non raccontò praticamente nulla: sembrava gli fosse rimasta solo una fortissima ammirazione per le donne francesi (confermata nell’autobiografico Esilio a Parigi, dove almeno tre capitoli sono dedicati alle sue presunte conquiste e alla frequentazione di un postribolo d’alto bordo) e aveva maturato una vera passione per Marie Laforet. Una sera dovemmo scarrozzarlo fino al cinema di una delegazione periferica dove proiettavano Delitto in pieno sole: per tutta la durata del film la Laforet recita in bikini, e in qualche scena anche senza. Ne uscì entusiasta.
Una cosa comunque devo riconoscergliela. Quando gli proposi di assistere assieme a me al Cinema Centrale, la sala più “di sinistra” della Genova dell’epoca, alla proiezione di Ottobre di Eisenstein, mi rispose, anticipando di molto Fantozzi, che non solo era una boiata pazzesca, ma travisava anche rozzamente la verità storica. Non ci misi molto ad arrivare alle stesse conclusioni, ma gli avessi dato ascolto mi sarei risparmiato almeno il penoso dibattito che seguì la proiezione.
Alla fine di marzo purtroppo dovetti lasciare la camera, la campagna aveva bisogno di me. Tornai a Genova solo per dare una manciata di esami a giugno, e non rividi mai più Oberti. Il mio coinquilino mi raccontò poi di altre scorribande in cui era stato coinvolto, ma anche lui l’autunno successivo dovette cambiare sistemazione.
L’impressione che entrambi avevamo maturato era quella di un personaggio simpaticissimo, ma decisamente mitomane e inaffidabile. Infatti mi sorprese, ma non mi meravigliò più di tanto, trovare alla fine degli anni Ottanta il suo nome in capo ad una lista elettorale della Lega Nord. Mi confermò l’immagine di un uomo pronto a cavalcare qualsiasi cavallo, pur di stare in sella, e l’idea che il fuoriuscitismo non raccogliesse soltanto idealisti come Gobetti, Caffi, Chiaromonte, Rosselli e Berneri, ma anche diversi opportunisti e qualche sballato, per tacere del gran numero di infiltrati dalla polizia politica del regime.
Per questo, nel raccontare Caffi mi è tornato immediatamente in mente Oberti. E per questo ho voluto indagare un po’ più a fondo il personaggio, ricavandone una storia sorprendente.
Ciò che ho sin qui raccontato attiene alla mia personalissima memoria. È tutto ciò che posso dire dell’uomo Oberti come io l’ho conosciuto quasi sessant’anni fa, o almeno tutto ciò che mi era parso significativo.
Quanto segue appartiene invece alla Storia, non solo alla sua, ma a quella di un particolare fenomeno in un particolare momento. L’ho desunto confrontando diverse fonti, tutte quelle cui mi è stato possibile attingere, e penso che quanto ne viene fuori si avvicini accettabilmente alla verità dei fatti.
Infine, l’ultima parte di questo scritto ospita delle riflessioni di carattere generale, che niente hanno a che vedere con una valutazione o un giudizio storico. Dalle letture e dalle ricerche che ho fatto sono nate delle impressioni, che non riguardano solo il personaggio Oberti, e che propongo in funzione interlocutoria, sperando che il discorso non si chiuda qui.
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Stefano Oberti nasce a Genova nel 1903. Il padre, Zaccaria, è un massone, repubblicano convinto e anticlericale, imprenditore di un certo successo ma sin da giovanissimo portato a cacciarsi nei guai per le sue idee politiche libertarie (anche lui sarà costretto, dopo l’avvento del fascismo, ad emigrare in Francia, dove rimarrà poi sino alla morte).
Stefano si distingue invece in gioventù soprattutto per le passioni sportive, il canottaggio e il calcio: quest’ultimo lo fa entrare in contatto con Sandro Pertini, presidente della compagine universitaria genovese. Non tarda però a seguire le orme del padre e ad essere iscritto nella lista nera dalle autorità del nuovo regime. Come studente di legge fonda infatti l’Unione goliardica italiana per la libertà, che osteggia la riforma Gentile, e ad un convegno internazionale delle federazioni universitarie tenutosi a Varsavia, nel 1924, attacca decisamente gli altri esponenti della delegazione italiana, già allineati col fascismo. La sua attività politica si intensifica dopo il delitto Matteotti, sino a che, una notte del gennaio 1925, viene aggredito da un gruppo di squadristi che lo bastonano fino a sfigurargli il volto. Nell’immediato non vuole demordere, ma quando alla fine dell’estate successiva gli è ritirato il passaporto capisce che è venuto il momento di cambiare aria ed emigra clandestinamente in Francia.
«A Parigi arrivai a fine settembre 1925. Ben consigliato sul da farsi, presi alloggio in un albergo del Quartiere Latino […]. Presentai domanda alle Autorità francesi per ottenere asilo politico e m’iscrissi all’ “Alliance Française” per perfezionare il mio francese. La Sûreté Nationale fece le sue indagini e tutto risultò a mio favore. […] Poi andai ad abitare […] sulla riva destra della Senna, oltre Passy, presso una signora francese che ospitava un altro studente straniero. Questa signora aveva due figlie […]. Esse mi furono di grande utilità, insegnandomi come dovevo comportarmi con le famiglie parigine, molto restie a legarsi con gli stranieri. […] A noi italiani, tutto sommato, il trapianto in Francia è stato facilitato dalla presenza di una forte comunità di connazionali e dalla benevolenza del Governo francese. Io avevo amici fedeli […]. Un anno dopo fui raggiunto in esilio da mio padre. […] Facevamo colazione assieme e con noi c’erano italiani come il figlio del presidente Nitti, […], francesi e spie italiane di cui ingoiavo la presenza assieme alla pastasciutta e ai sughi all’italiana che cucinavano per noi.»
Fa a tempo ad incontrare Gobetti poco prima della morte di quest’ultimo e stringe amicizia con l’avvocato siciliano Teocrito Di Giorgio, personaggio che ricomparirà nella sua vita a più riprese: con la gran parte degli altri esuli, invece, e con le diverse formazioni in cui sono raggruppati, entra quasi subito in conflitto. In un libello sollecitamente pubblicato (Episodi della lotta antifascista) ci va giù particolarmente duro: “Qualche mezza dozzina di persone che pretendono di costituire e monopolizzare il fuoruscitismo ufficiale a Parigi sono un’accozzaglia acefala di esseri privi di senso storico, di coraggio personale molto discutibile, di scarsa volontà e iniziativa e quasi totalmente sprovvisti di quello spirito di indipendenza e di sacrificio richiesto dalla grandiosità della lotta”. Al tempo stesso li accusa di offrire dell’Italia all’estero “l’immagine di un Paese immerso nel terrore da un manipolo di bravi […] ciò che significava divenire ancora una volta lo zimbello dell’Europa”.
I suoi atteggiamenti a volte assurdamente intransigenti, spesso sconcertanti, e comunque sempre confusi e dettati da smania di protagonismo, creano non poco imbarazzo nell’ambiente dei fuorusciti; in qualche occasione però tornano utili e sono sfruttati strumentalmente dalle diverse fazioni dell’antifascismo parigino in funzione delle rivalità che più o meno scopertamente allignano (ad esempio, quella tra i togliattiani e tutte le altre). Di fatto comunque Oberti finisce sempre più isolato, se si escludono tre o quattro “seguaci” che gli si associano per calcolo o per spirito gregario, e di conseguenza diventa sempre più insofferente della sua vita di esule e rancoroso nei confronti dei compagni.
Anche sopravvivere materialmente, in questo isolamento, non è facile, a dispetto delle conoscenze di cui può avvalersi tramite il padre. Per un certo periodo sbarca il lunario grazie al denaro che quest’ultimo gli invia dall’Italia. Quando poi questo viene meno comincia a passare per una serie di occupazioni le più diverse, comunque sempre molto precarie: operaio alla Renault, agente di commercio, corrispondente estero, persino comparsa alla Comédie Française . Non è particolarmente portato per il lavoro, mentre è invece attivissimo nella polemica e nelle iniziative di organizzazione: dà vita a gruppi scissionisti all’interno della Concentrazione antifascista, cerca contatti a destra e a sinistra, pubblica opuscoli come Notre bataille dans les Universités et à l’Etranger, avec versions espagnole et italienne. Fino ai primi anni Trenta continua comunque a ruotare nell’ambito dell’organizzazione, e per qualche tempo è in rapporto anche col gruppo di Giustizia e Libertà.
La situazione internazionale sta però evolvendo. Il governo francese comincia a cercare approcci con il fascismo, che nel frattempo ha ammorbidito i toni e le rivendicazioni. Cresce, di qua e di là delle Alpi, il timore per una possibile salita al potere di Hitler, e vengono opportunamente rispolverate le affinità culturali e i possibili interessi comuni. Anche all’interno del mondo dei fuoriusciti le idee non sono chiare: la maggioranza chiaramente è contraria, ma c’è anche chi vede di buon occhio un riavvicinamento pacifico tra i due paesi.
Di questa posizione si fa immediatamente alfiere Oberti, che su iniziativa personale, senza consultare nessuno, si reca ad esporre direttamente al console italiano di Parigi la concordanza d’intenti del suo sparuto gruppo di seguaci con i due governi in riconciliazione, esprimendosi a nome di tutto l’antifascismo. La notizia si diffonde con la pubblicazione di un’intervista rilasciata al quotidiano La République, e la cosa scatena le ire dei dirigenti in esilio, che si affrettano a sconfessare Oberti e lo espellono dal raggruppamento. Ciò non gli impedirà comunque, nel giugno 1933, in occasione dei funerali di Claudio Treves, di sfilare nella processione silenziosa che segue il feretro, al fianco di Emilio Lussu, di Carlo Rosselli, di Raffaele Rossetti e di Camillo Berneri, e accanto a personalità di spicco della sinistra francese.
Nel frattempo però Oberti ha già intrapreso una nuova strada. È stato chiamato da Alberto Giannini, altro bizzarro e sfuggente personaggio e fuoruscito “pentito”, a collaborare alla rivista satirica Il Merlo. Giannini aveva dovuto rifugiarsi in Francia per aver pesantemente satireggiato col suo giornale Il becco giallo il regime fascista, e ha continuato per un certo periodo a farlo riprendendo la pubblicazione oltralpe e introducendola clandestinamente in Italia: ma ad un certo punto i finanziamenti elargiti dai fuorusciti hanno cominciato ad assottigliarsi ed è venuto meno anche il rapporto di fiducia che lo legava a Carlo Rosselli. Fonda allora una nuova testata, finanziata stavolta dal regime stesso, e finisce sul libro paga dell’OVRA, il servizio segreto mussoliniano. Come racconta Gaetano Salvemini parlando del gruppo dei fuoriusciti a Parigi: “Alberto Giannini era il più faceto della compagnia, finché non passò, nel 1934, dalla sera alla mattina, armi e bagagli, nel campo dei fascisti, il più svergognato caso di voltafaccia che io abbia mai visto”.
Non risulta che anche Oberti sia diventato a pieno titolo un informatore, ma senz’altro non gli par vero scrivere articoli denigratori contro esponenti del gruppo che lo ha cacciato, e più in particolare contro quelli del partito socialista in esilio.
Intanto sta già muovendosi per regolarizzare la propria situazione di emigrato presso il Consolato italiano. Tenuto ormai forzatamente fuori dalla politica, da Parigi si trasferisce a Nancy, e si butta assieme al padre in un tentativo di rientrare nell’imprenditoria, che si rivela fallimentare.
A questo punto non gli rimane che rientrare in Italia, approfittando di una serie di condoni e della prescrizione dei reati per i quali era stato condannato in contumacia (la renitenza alla leva e l’espatrio clandestino). Decide per questa soluzione alla fine del 1938, e se la cava a buon mercato, con soli due mesi di effettiva reclusione. Nel maggio del 1940, all’entrata in guerra dell’Italia, è nuovamente un uomo libero.
Nei primi anni del conflitto Oberti risiede a Milano, dove, a quanto lui stesso afferma, svolge un’attività di intermediazione industriale (della quale peraltro non si ha alcun riscontro). L’occasione di tornare alla ribalta gliela offrono paradossalmente la caduta di Mussolini e la successiva nascita della repubblica sociale italiana nel settembre del 1943. Agli inizi dell’anno successivo rivolge al ministro della Cultura Popolare del regime collaborazionista una serie di richieste dal tono perentorio, com’è nel suo stile, proponendosi come custode dell’autentica tradizione mazziniana contro l’opera di oscuramento e di travisamento compiuta dalla monarchia sabauda. È assecondato in questo tentativo delirante da vecchi compari anch’essi ex transfughi, come l’avvocato Di Giorgio, e addirittura da ex acerrimi nemici, come Gian Gaetano Cabella, fascista della prima ora, direttore de Il popolo di Alessandria (una delle più feroci gazzette dei fasci repubblichini), specializzato in falsi (nel 1948 sarà arrestato per aver pubblicato un falso testamento di Mussolini: ma pubblicherà anche un romanzo, Dieci anni a Parigi, ispirato probabilmente proprio alle vicende di Oberti).
Per quanto confuse e velleitarie le sue richieste (il trasferimento di tutto l’archivio mazziniano da Genova in Alessandria, per sottrarlo al pericolo di bombardamenti, e l’apertura di un Istituto di Studi Mazziniani in quest’ultima città, con lui e i suoi sodali naturalmente a dirigerlo) sono in linea con il tentativo del nuovo regime di prendere le distanze dalla monarchia e di dare una legittimità e una continuità storica alla repubblica pescando nel Risorgimento, e trovano udienza. Insomma, si ripete la storia, anche se cambiano gli interlocutori, che ora sono le autorità repubblichine: Oberti è percepito chiaramente anche da queste ultime come uno spostato (nelle informative dell’OVRA sul suo periodo parigino era definito il “ragazzo semipazzo”), tanto più che ormai va a briglia sciolta e affastella un mare di proposte farneticanti per pubblicazioni (una storia d’Italia illustrata per ragazzi), per cerimonie ufficiali celebrative e rievocative (l’inaugurazione di una lapide alla cittadella di Alessandria, dove era stato imprigionato Andrea Vochieri, con tanto di divi del cinema fascista che officiano in costume), per lavori teatrali, sempre su tematiche patriottiche (una storia d’Italia raccontata per quadri scenici). Eppure alle sue stravaganti iniziative si interessano, e le appoggiano e le finanziano, persino un paio di ministri di Salò, oltre alle autorità locali (anch’esse evidentemente in gran confusione). Questo mentre nei dintorni di Genova e di Alessandria il grande rastrellamento nazifascista di primavera porta alla strage della Benedicta e all’arresto e alla deportazione di centinaia di giovani.
Tanto fervore si spegne però nell’estate del ‘44, dopo che un bombardamento su Alessandria ha coinvolto anche la sede del neonato istituto mazziniano. Oberti si eclissa. Di cosa combini da quel momento non ho trovato notizia negli archivi, ma è certo che non collabora con le bande partigiane genovesi, come invece lui stesso sostiene. Riesce poi evidentemente ad attraversare indenne il periodo post-liberazione, così che nel giro di qualche anno torna sulla scena.
Sul dopoguerra e su come la sfanga nei quaranta e passa anni successivi, a parte la breve parentesi di “convivenza” di cui ho raccontato, so soltanto quel che ho potuto trovare spulciando qualche periodico e qualche quotidiano. Frammenti che sono comunque indicativi e mi confermano quel che già all’epoca avevo intuito del personaggio.
Naturalmente Oberti è sempre in rotta con qualcuno. Dal periodico Il pensiero mazziniano (Anno VI, N. 6, 10 Giugno 1951) veniamo a sapere che “A proposito del comunicato inserito nel numero scorso in cronaca da Genova, ove è citato il dott. Stefano Oberti, questi ci scrive per contestare che l’espulsione sua dalla Sezione di Genova dell’A.M.I. (Associazione Mazziniana Italiana) sia stata allargata all’indegnità morale, oltre a quella politica)”. Sarei curioso di sapere a cosa alludeva l’indegnità morale, ma avendo potuto apprezzare da vicino la sua disinvoltura economica l’allargamento dell’accusa non mi stupisce affatto.
Quindici anni dopo la stessa fonte ci fa capire però che il nostro è stato riaccolto, tanto che «Il 7 settembre, a Parigi, l’amico Stefano Oberti di Genova ha deposto sulla tomba di Piero Gobetti un fascio di garofani rossi di Liguria: sui nastri tricolori era la scritta: “A Piero Gobetti e ai duemila combattenti antifascisti morti in esilio”. Si sono voluti ricordare, nel ventennale della Repubblica, quanti all’estero, a fianco dei repubblicani spagnoli e dei resistenti francesi, si sacrificarono per la libertà» (Il pensiero mazziniano, Anno XXI, N. 8-9, 25 settembre 1966. L’iniziativa è commentata anche su La Stampa dell’8 settembre 1966, pag. 7: Commemorati gli esuli italiani morti in Francia durante il fascismo.)
Sempre La Stampa, nella sua edizione serale (Stampa Sera, 20 luglio 1970, pag. 2: Roma deve darci le spoglie di Mameli), qualche anno dopo ci informa che Oberti ha chiesto il trasferimento della salma di Mameli da Roma al Pantheon di tutti gli esuli invitti dell’umanità costruito a Staglieno. E lo ha fatto in qualità di presidente del Comitato Nazionale per le onoranze agli esuli morti in esilio difensori della libertà dei popoli.
Nella stessa veste l’ho trovato menzionato in GRECIA (mensile di informazione della resistenza greca, Anno II, N. 10-11, ottobre 1970, Nel Pantheon degli esuli) in occasione dell’autoimmolazione dello studente Costas Georgakis. «Il nome di Costantino Georgakis è stato inciso nel Pantheon di tutti gli esuli invitti dell’Umanità al Cimitero di Staglieno. La decisione stata comunicata dal presidente del Comitato Nazionale per le onoranze agli esuli morti in esilio difensori della libertà dei popoli, dott. Stefano Oberti, alla fidanzata di Kostas, con una lettera inviata alla Casa dello Studente. Nella lettera tra l’altro, si legge: “Oggi, dopo avér attraversato quasi mezzo secolo di cedimenti e conosciuto tanti traditori, testimonio che Costas Georgakis fu un eroe, perché volle sacrificare soltanto se stesso, sottraendo ogni altra persona a lui cara agli aguzzini di oggi, di domani e di sempre. Lenito il Suo dolore, Ella ritroverà la pace dei giusti; quella che Costas Georgakis ha certamente ritrovata, morendo in esilio senza compromessi con coloro che umiliano oggi la patria di Eschilo, di Socrate e di Platone, ponendola al servizio dell’imperialismo straniero. Se può esserLe di un piccolo conforto, sappia prima di ogni altro, che, per decisione del Comitato Nazionale per le onoranze agli esuli morti in esilio combattendo per la libertà dei popoli, il nome di Costas Georgakis sarà inciso nel Panthéon di tutti gli ‘esuli invitti dell’Umanità, nel cimitero monumentale di Staglieno in Genova, accanto a quello del drammaturgo greco Eschilo, del poeta inglese George Byron e del patriota interalleato italiano Santorre Annibale di Santarosa, morti per la libertà della Grecia”».
È sempre lui. L’enfasi retorica, gli accostamenti peregrini e l’autocelebrazione recriminatoria sono tipicamente suoi. E a quanto pare è anche riuscito a realizzare, nel 1970, il Panthéon di tutti gli esuli invitti dell’Umanità. Segno che qualcuno ha continuato a dargli fiducia. Tanto da riproporlo, dopo quasi altri vent’anni, come capolista in una competizione elettorale.
Contavo di trovare qualche ulteriore notizia nello scritto autobiografico Esilio a Parigi, redatto quando Oberti aveva ormai superato l’ottantina, ma tutto ciò che ne ho ricavato è l’accenno del prefatore a un eccezionale impegno del nostro per la causa del divorzio. Per il resto è una somma piuttosto confusa di ricordi, tra i quali primeggiano quelli dei sughi e delle pastasciutte, o di avventure galanti piuttosto improbabili. Unica notazione interessante: ha lavorato alle officine Renault quasi contemporaneamente a Simone Weil, ma ne ha tratto un’impressione ben più positiva. In compenso, ci ha resistito ancor meno. C’era da aspettarselo.
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Non mi sono soffermato così a lungo su questa vicenda per il suo intreccio con la mia aneddotica personale, o per quella malintesa voglia di un protagonismo tutto di riflesso che sembra essere diventata l’unica modalità di autorealizzazione (l’io c’ero, o l’io l’ho conosciuto, i selfie al funerale del papa o sui luoghi di un incidente o di un delitto, ecc.). L’ho raccontata, come dicevo sopra, perché mi sembra aprire ad alcune considerazioni di carattere più generale.
Il tema immediato cui mi rimanda è quello della memoria, e più specificamente quello della “memoria condivisa”. La memoria non coincide con la Storia (intesa etimologicamente, come narrazione dei fatti), anche se ne è uno strumento indispensabile. È una lettura della Storia alla luce di esperienze personali o collettive, vissute o tramandate, comunque sempre parziali, vuoi nei contenuti, vuoi nel punto di vista. Anche la Storia non ci racconta la verità, sappiamo che generalmente la scrivono i vincitori, ma il suo carattere di “disciplina” impone confronti e riscontri che dovrebbero, col tempo, farci approssimare almeno a grandi linee a quanto è veramente accaduto. Insomma, la Storia ci dovrebbe informare di quanto è successo, la memoria ci dice come è stato vissuto quel che è successo.
Ciò rende decisamente improbabile pensare di arrivare un giorno ad una “memoria condivisa”, mentre avrebbe un senso puntare a scrivere una “Storia” il più possibile condivisa. Quanto alla prima, è più probabile che si arrivi ad una sua perdita, che già incombe con la scomparsa degli ultimi protagonisti o degli ultimi depositari dei loro racconti. Per cui, anziché condivisa credo diverrà una memoria confusa, una nebbia entro la quale tutti i gatti saranno grigi e all’interno della quale ciascuno potrà pescare ciò che più gli conviene, e farsene bandiera (come accade oggi, ma come è accaduto anche per tutta la seconda metà del Novecento).
Il problema dunque sta a monte, proprio nel fatto che si insiste sulla memoria, che per forza di cose è partigiana, e non ci si sforza di ricostruire un po’ più fedelmente la storia. Il che vale allo stesso modo per tutte le parti in causa, ivi compresa la sinistra, così che gli argomenti che potrebbero risultare più scabrosi, che andrebbero ad intaccare alcuni miti sui quali si sono costruite le narrazioni e le rivendicazioni politiche dei diversi schieramenti, vengono accuratamente evitati.
Quanto detto sopra è perfettamente applicabile alla storia del fuoriuscitismo italiano. Dopo il libro di Aldo Garosci (Storia dei fuorusciti, Laterza, 1953) scritto settant’anni fa da uno storico più che serio e onesto, ma coinvolto direttamente nella vicenda e uscitone da pochissimi anni, sembra che a nessuno importi di riprenderla, nemmeno infedelmente. Il libro non è mai più stato ristampato, è rarissimo ed è un miracolo se te lo lasciano consultare nelle biblioteche, sempre che lo si trovi. Non a caso, l’argomento trova poco o zero spazio nei programmi di divulgazione storica che vanno per la maggiore in tivù, i vari Barbero e Cazzullo, ma anche Mieli, Augias and co. Non mi è mai capitato, ad esempio, di sentir rievocare il maggio barcellonese del ‘36 e l’uccisione di Berneri. C’è un tabù che ostacola la ricostruzione “critica” dell’opposizione al fascismo: del tipo, gioca coi fanti, ma lascia stare i santi.
Il risultato di non fare mai seriamente i conti col proprio passato, con la propria storia, è quello di lasciare aperta la strada alla rilettura, naturalmente altrettanto poco obiettiva, che ne daranno gli avversari. La motivazione sottintesa (anche quando in realtà ne esistono altre meno nobili) è che non si vogliono concedere armi alla polemica revisionista: ma il non dire tutta la verità, il coprire le macchie confidando che il tempo le cancelli, non è solo fuorviante, è altresì il miglior regalo che si possa fare a quest’ultima. Perché allunga l’ombra del dubbio anche su ciò che è ormai assodato e incontestabile. È accaduto con i vari punti oscuri della Resistenza stessa, con lo stalinismo togliattiano, persino con il Sessantotto. E tanto più questo vale per ciò di cui mi sto oggi occupando. Sono trascorsi novant’anni, ma sembra non ci sia stato verso di imparare la lezione.
Lo dimostra anche un altro fatto. Alla vicenda dei fuorusciti in Francia la nostra letteratura non ha prestato la minima attenzione. Ci sono alcuni libri di memorie, anche notevoli, alcuni diari, qualche saggio, ma non c’è un’opera letteraria che abbia offerto, ai giovani e ai meno giovani, l’opportunità di incuriosirsi per questa pagina di storia. A vent’anni avevo già letto le descrizioni degli espatriati (volontari) americani, da Hemingway a Miller, o di quelli (forzati) russi come Herzen, o alcune cose di Benjamin, ma non avrei potuto trovare alcun italiano che raccontasse queste cose. E temo che chi ne avrebbe avuto magari le capacità si sia astenuto per timore (fondato, stante l’egemonia che per tutta la seconda metà del secolo la sinistra, ortodossa e non, ha esercitato sulla cultura storica) di apparire sacrilego e di essere immediatamente colpito dall’ostracismo.
Prima di proseguire penso dunque mi convenga ricordare sinteticamente in quale reale scenario si sono svolte le vicende che ho scelto di raccontare (quella di Caffi e quella di Oberti, ma già ne avevo parlato nella storia di Berneri): non credo sia molto conosciuto.
Dopo l’avvento del fascismo (ma anche prima del ‘22) ha inizio la diaspora degli attivisti e degli intellettuali di sinistra presi di mira dal regime, spesso aggrediti anche fisicamente e comunque impediti a svolgere qualsiasi attività, non solo quella politica. La migrazione verso la Francia procede a ondate, aumenta dopo il delitto Matteotti e conosce un ulteriore incremento dopo che nel 1926 vengono emanate le leggi speciali. A metà degli anni Trenta gli aderenti ai movimenti politici antifascisti ospitati in terra francese possono essere valutati in oltre diecimila, e ad essi va aggiunto un numero almeno doppio di simpatizzanti, reclutati direttamente in loco tra i migranti economici. I più attivi e i più organizzati in questo senso sono i comunisti, che lavorano soprattutto attraverso l’UPI (Unione Popolare Italiana) e dispongono anche di un organo di stampa.
Socialisti riformisti e massimalisti, repubblicani, liberali, mazziniani, massoni, ecc… confluiscono invece nella Concentrazione d’azione antifascista, all’interno della quale però ciascun gruppo mantiene la propria autonomia e ampia libertà di azione. Come a dire che poi ciascuno fa un po’ come gli pare.
Gli esuli purtroppo si portano appresso le rivalità che già avevano caratterizzato la sinistra in patria nell’immediato dopoguerra. Lo schieramento antifascista rimane quindi costantemente diviso, sia per divergenze di ordine ideologico, sia per il contrasto di tipo generazionale. Tanto che la maggioranza degli oppositori preferirà il silenzio alla militanza attiva. E le contrapposizioni sono anche accese, risentendo delle continue oscillazioni provocate a metà degli anni Trenta dal mutare delle direttive politiche di Stalin: così che quando si passa dal tacciare di social-fascismo le componenti che non orbitano attorno al bolscevismo ad incoraggiare la costituzione dei “fronti popolari”, e i comunisti entrano a far parte della Concentrazione antifascista, la convivenza si rivela da subito problematica. Ancor più lo sarà verso la fine del decennio, dopo la negativa esperienza spagnola e di fronte ai voltafaccia dell’URSS nei confronti della Germania nazista.
Quale sia l’atmosfera nell’ambiente dei fuorusciti italiani in Francia tra la metà degli anni Venti e la Seconda guerra mondiale lo si evince bene, forse ancor meglio che dal saggio già citato di Garosci, dalle Memorie di un fuoruscito (Feltrinelli, 1960) di Gaetano Salvemini. Rispetto ai compagni d’esilio Salvemini era senza dubbio un privilegiato, visto che i suoi lavori storico-giuridici gli avevano già procurata un notorietà internazionale che gli permetteva di trascorrere molto tempo all’estero, ad esempio negli Stati Uniti e in Inghilterra, con incarichi di insegnamento nelle più prestigiose università o per giri di conferenze; mentre il suo passato di intransigente antifascista della prima ora gli garantiva credibilità e autorevolezza presso tutti i diversi gruppi. Questa condizione gli consentiva d’altro canto un punto di vista più equilibrato rispetto a quello di coloro che al di là dell’antifascismo propugnavano poi specifiche soluzioni politiche o ideologiche (primi tra tutti naturalmente i comunisti, che infatti lo avversarono costantemente).
La sua posizione è perfettamente espressa nel documento di presentazione di Giustizia e Libertà che redasse nel 1932 (ma l’organizzazione era già nata nel 1929). «Giustizie e Libertà è un’organizzazione di lotta rivoluzionaria antifascista in Italia, e raggruppa a questo scopo in Italia gli uomini di tutti i partiti di sinistra, e gli uomini fuori partito, purché di idee democratiche e repubblicane, che sono disposti a mettere a rischio la vita per la lotta rivoluzionaria contro la dittatura fascista […] Questi uomini, che in tutti i partiti e fuori di tutti i partiti formano una esigua minoranza – una vera e propria “compagnia della morte” che si batte nelle trincee più avanzate e più pericolose, non debbono rimanere in gruppi indipendenti. Debbono coordinare i loro sforzi contro il nemico comune. Debbono tenersi affiatati gli uni agli altri. Non hanno tempo e non vogliono discutere quel che sarà l’Italia dopo che la dittatura fascista sarà abbattuta.»
Quanto poco questo intento fosse comune lo si vide proprio in occasione dei diversi atteggiamenti assunti rispetto ai fronti popolari che si avvicendarono nell’Europa occidentale negli anni Trenta. L’interesse di partito veniva sempre anteposto a quello della causa comune.
Ma c’è dell’altro, ed è questo che tengo a mettere in luce. Sempre Salvemini, nelle sue memorie scrive: “La mia persuasione era – ed è tuttora – che su tre cospiratori uno è una spia; il secondo è uno scioccone, che per vanità di parere bene informato, racconta alla spia quanto sa sul terzo; e il terzo e il secondo vanno in galera, grazie al primo. D’altra parte il terzo, se non fa niente per paura dello scioccone e della spia, non andrà in galera, ma non farà niente, cioè lascerà padrone delle acque il nemico”. Ragion per cui: “bisogna correre il rischio di andare in galera, e alla fine andarci. Cioè bisogna obbedire alla legge del proprio temperamento, quanto al resto, sarà quel sarà”.
Cosa ci sta dunque dicendo Salvemini? Innanzitutto che prima di accapigliarsi su quel che sarà il futuro sarebbe bene affrontare il più possibile uniti, e provare a sconfiggere, l’avversario presente. Cosa che a leggere un resoconto sull’atteggiamento dei fuorusciti antifascisti nei due anni precedenti lo scoppio del conflitto c’è da mettersi le mani nei capelli (cfr. Leonardo Rapone, I fuorusciti antifascisti, la Seconda Guerra Mondiale e la Francia). Divisi sino all’ultimo momento e ostinatamente decisi a farsi la guerra, come i capponi di Renzo.
Poi, che anche prescindendo dalle divisioni e dalle contrapposizioni politiche occorre tenere conto di quelle che sono le differenze umane. Che cioè non sono tutti eroi e sinceri paladini della libertà coloro che bazzicano l’opposizione, e che la bontà di una causa e l’eccezionalità della condizione di espatriati politici non è da sola una garanzia di genuinità. Dice cioè ciò che sappiamo tutti (o che dovremmo sapere): le situazioni vanno affrontate con realismo, se vogliamo darci almeno una possibilità di uscirne vincitori. E realismo non significava, nella particolare situazione in cui Salvemini si trovava ad operare, cinismo o spregiudicatezza, ma massima prudenza, discrezione, parsimonia nell’accordare fiducia. Invece “In Parigi nessuno credé necessario preoccuparsi […]. L’ambiente formicolava di spie, ma anche di persone che non capivano la necessità di tenersi in guardia dalle spie”. Persone che alla fine hanno obbedito “alla legge del proprio temperamento”, hanno cioè scelto di correre coerentemente il rischio, ma troppo spesso questa scelta l’hanno pagata cara
Realismo perciò significa anche, se applicato alla rilettura storica di quella vicenda, mettere in evidenza questa debolezza, l’autolesionismo derivante dai facili e malriposti entusiasmi che hanno da sempre caratterizzato la storia della sinistra. Se si rimuovono queste cose per non scalfire l’immagine di eroi e martiri ormai incorniciati in santini (oggi magari in poster), se si imbelletta la realtà per farla coincidere con le proprie ideologie e strategie, si ottiene l’effetto opposto: i valori etici della resistenza ad ogni forma di totalitarismo vengono affidati al mito, così come i suoi protagonisti, e questo significa imbalsamarli in una dimensione che non ha più alcuna valenza di esemplarità, perché troppo lontana dalla realtà.
Prendiamo il caso di Camillo Berneri, che è quello che conosco meglio. Se qualcosa ho amato nella sua personalità, insieme alla schiettezza e al coraggio, è la capacità di prendere atto dei tanti errori commessi per eccessiva fiducia nella lealtà altrui, senza comunque arretrare di un passo nell’impegno. Al tempo stesso però non posso negare che, al netto della fulgida testimonianza di eroismo, la lezione più importante da trarsi dalla sua vicenda sia quella dell’inutilità, oltre che dell’inopportunità, delle azioni “dimostrative” mirate (come recitava ancora il terrorismo degli anni di piombo) a “colpire il cuore dello Stato”. Si può tenere il suo ritratto nello studio, come faccio io, si può opporre la sua lucidità e coerenza, nonché tutta la complessità del pensiero anarchico, all’imbecillità, all’ignoranza e alla riduzione in slogan omeopatici che ne fanno i sedicenti anarco-rivoluzionari odierni, ma si deve avere ben chiaro che su un piano prosaicamente pratico tutto quell’eroismo non ha sortito granché.
Lo stesso realismo andrebbe poi impiegato nella narrazione dell’acquiescenza di quasi tutto il popolo italiano al regime, quella che era già denunciata, prima ancora che la guerra avesse termine, da un altro giovanissimo fuoruscito (questo in Svizzera): «Va anzitutto definito quello che si intende precisamente col termine «fascista» per colpirlo e eliminarlo inesorabilmente come realtà – insieme al vocabolo “antifascista” (troppo generico ormai e ambiguo) – dalla vita italiana. Non è mai esistita una dottrina fascista; sono invece esistiti (e esistono tuttora, ben lungi dal tramontare) una mentalità e un costume fascisti: irridenti – sul piano politico – alle nozioni di libertà, di democrazia, di dignità civile (cose degne dello “stupido diciannovesimo secolo” per gli “uomini nuovi”), e – sul piano morale – alle forme del vivere onesto, prudente, vigilato (“vecchio gioco” per chi voleva forzare gli altri a “vivere pericolosamente”). […] Da allora l’abdicazione è venuta crescendo, la responsabilità allargandosi per cerchi concentrici a masse sempre più vaste fino ad abbracciare la quasi totalità del popolo italiano. La complicità – tolta qualche voce clamorosa – è stata fatta di silenzio e d’assenso». (Ariberto. Mignoli, Epurazione, su Giovane Italia, 10 aprile 1945, n. 5).
Vent’anni prima queste cose le aveva già scritte anche Andrea Caffi, che sull’anelito degli italiani alla libertà (e alla verità) nutriva giustamente i suoi dubbi. E infatti: ancora oggi noi sappiamo tutto su I volenterosi carnefici di Hitler, e quanto alla complicità collettiva del popolo tedesco ci chiediamo se sia vero che “La Germania si che ha fatto i conti col nazismo”, ma su un sincero esame di coscienza nostro ci andiamo cauti. Tanto cauti che a furia di autocompiacerci per l’immagine artificiosa di una gente italica disposta comunque al buono e al bello stiamo già arrivando alla riabilitazione del regime.
C’entra tutto questo con le vicende parallele eppure divergenti (per cui non si incontrerebbero neppure all’infinito) di Caffi e di Oberti? C’entra eccome, perché l’accostamento riguarda solo la condivisione della condizione di fuorusciti, mentre il modo in cui questa condizione è stata vissuta dai due e quello in cui è stata recepita da coloro che l’hanno condivisa con loro mettono a fuoco piuttosto il contrasto.
Senz’altro entrambi viaggiavano in asincrono rispetto ai loro compagni di sventura: ma mentre a questa differenza di ritmo il primo cercava di ovviare con una presenza ferma e tuttavia discreta, non invasiva, anzi piuttosto elitaria, che lo faceva apprezzare da tutti coloro che lo conoscevano, l’altro la differenza la rimarcava costantemente, autoproclamandosi unico genuino custode dei valori dell’antifascismo ed entrando immediatamente in conflitto con tutti. La differenza non concerneva però solo i modi della partecipazione, il primo sempre sottotraccia, nell’ombra, il secondo amante delle celebrazioni, dei rituali, del centro della scena; riguardava anche, e soprattutto, i valori per i quali si battevano. Caffi europeista, cosmopolita, anarchico, Oberti nazionalista sfegatato, cultore del mito della patria e della nazione, legato alle consorterie massoniche, ecc.
Ora, capisco che il parallelo tra i due possa sembrare già in partenza assurdo: in effetti, pur con tutta la divertita simpatia che all’epoca della coabitazione Oberti mi ispirava, mi rendo conto che sto mettendo a confronto due livelli di umanità incomparabili. Caffi era un puro, con tutto ciò che di affascinante, ma anche in qualche misura di escludente, questa disposizione comporta. E infatti si è tenuto, ed è poi stato volutamente confinato, a margine, perché la sua intransigente purezza fissava dei parametri troppo alti. Oberti era un mitomane squinternato, e d’altro canto lui stesso confidava che “i ferri del chirurgo penetratimi mediante incisioni all’interno delle fosse nasali mi hanno scosso la cassa cranica”. Non so quanto i suoi squilibri fossero stati determinati o acuiti dalla bastonatura, sono propenso a pensare che non fosse del tutto in quadra nemmeno prima. Anche se, a scanso di equivoci, rimango convinto che pure in mezzo a tutte le sue palesi contraddizioni Oberti fosse sempre sinceramente convinto della legittimità e bontà del proprio operato (il che poi in molti casi è ancora più grave, ed è un problema comune a tanti apparentemente più coerenti di lui). Ma, ripeto, non è tanto il personaggio in sé ad intrigarmi quanto piuttosto il fatto che per settant’anni qualcuno abbia potuto continuare a prenderlo sul serio.
Li ho accomunati solo perché mi sembrano incarnare significativamente gli estremi dell’ampio spettro di modalità nelle quali la condizione dell’esule, e nella fattispecie dell’esule antifascista, poteva essere declinata. E perché giustificano le domande che Garosci si poneva a caldo nella presentazione del suo tempestivo studio: “Chi sono stati i fuorusciti? Come hanno influito sul destino dell’Italia? Si può porre un problema generale dei fuorusciti, oppure si danno problemi e soluzioni diverse per diversi periodi e personalità?” Domande cui la ricerca storica, della quale Garosci auspicava che la sua Storia fosse solo un punto di partenza, non ha in realtà ancora dato risposte soddisfacenti.
Quanto poi al motivo per cui due vicende e due personaggi ciascuno a suo modo così singolari sono finiti nell’oblio, potrebbe sembrare legato al fatto che in definitiva entrambi, sul piano pratico, hanno combinato poco o nulla. Ma questo, se vogliamo essere sinceri, vale in fondo anche per tutti gli altri loro compagni d’esilio. Io credo invece che il motivo stia per l’uno nel non aver lasciato eredi “istituzionali”, partiti, movimenti, congreghe, che avessero interesse a coltivarne la memoria, magari anche strumentalizzandola; per l’altro in una rimozione mirata a spazzare la polvere sotto il tappeto. Rispetto al quadro che della resistenza degli esiliati si voleva dare, uno ne era fuori, l’altro è stato coperto dal bordo esterno della cornice. A volte la “menzogna utile”. contro la quale si battevano tra i fuorusciti soprattutto Caffi e Chiaromonte, non ha nemmeno bisogno delle “post-verità”, può servirsi altrettanto proficuamente dei silenzi. Nel caso dei miei due protagonisti, poi, l’esclusione dalla memoria e l’assenza di una lettura distintiva non solo dà luogo ad una palese ingiustizia, ma tace una realtà, e quindi non insegna nulla.
Qui volevo arrivare. Ho forzato questo confronto, senza la pretesa di dare il minimo contributo alla ricostruzione della verità storica, semplicemente per offrire un esempio di come la melassa acritica e celebrativa finisca per appiattire o addirittura azzerare i valori, e di quanto sarebbe invece necessario operare delle distinzioni proprio per ristabilire e riaffermare la pregnanza di questi ultimi.
Al di là dei risultati concreti, infatti, rimane comunque l’importanza della testimonianza etica, in positivo o in negativo, che può essere lasciata in eredità, e che tanto più in questi tempi di carestia morale andrebbe recuperata. Proprio per questo il loglio andrebbe separato dal grano, con una ricostruzione documentata di chi ha fatto davvero cosa, e di come, e del perché. Quanto ai nostri, senza scendere ulteriormente nel dettaglio, è evidente che se Caffi apparteneva al novero ristretto di coloro che vivono sentendosi sempre in debito, Oberti è il prototipo, al di là della sua ‘stranezza’, di chi si sente sempre in credito. E tutta la vicenda racconta di come anche nei gruppi più selezionati, addirittura nei gruppi in cui la selezione la fa la sventura, questi ultimi esistono, e non sono pochi, e nella gran parte dei casi sopravvivono e hanno modo di raccontarla alla loro maniera.
Mentre i primi, come testimonia Primo Levi ne I sommersi e i salvati, le rare volte in cui scampano provano quasi rimorso per non avere seguito la sorte di chi è rimasto sul terreno.
vignetta di Mauro Biani, 2024
Riferimenti bibliografici
Per le notizie relative alla vita e alle attività di Oberti sia in Francia che Italia sono debitore soprattutto degli studi (e delle indicazioni) di: Donato D’Urso, Quando la pietà era morta. Aspetti della guerra civile 1943-1945, Bastogi libri, 2015 Donato D’Urso, Stefano Oberti, in Tuttostoria.net, 29/03/2015
Altre informazioni le ho attinte in: Emanuela Miniati, La migration antifasciste de la Ligurie à la France dans l’entre-deux-guerres: familles et subjectivité à travers les sources privées (Tesi di dottorato in Storia contemporanea discussa presso Université Paris X Ouest Nanterre-La Défense, Anno accademico 2014-2015) Emanuela Miniati, Antifascisti liguri in Francia. Caratteristiche e percorsi del fuoriuscissimo regionale, in Percorsi Storici, 1 (2013)
Trattazioni più generali sulla migrazione antifascista in Francia sono in: M. Franzinelli, Itentacoli dell’OVRA, Torino. 1999 Aldo Garosci, Storia dei fuorusciti, Laterza, 1953 Leonardo Rapone, I fuorusciti antifascisti, la Seconda Guerra Mondiale e la Francia, in Persée pubbl. dell’École Française de Rome 1986 n. 94 (fa parte del numero tematico: Les Italiens en France de 1914 à 1940) Gaetano Salvemini, Memorie di un fuoruscito, Feltrinelli, 1960 Fedele Santi, Storia della Concentrazione antifascista, 1927-1934, Feltrinelli, 1976 Fedele Santi, I Repubblicani in esilio nella lotta contro il fascismo (1926-1940), Le Monnier, 1983 Simonetta Tombaccini, Storia dei fuorusciti italiani in Francia, Mursia, 2022
Degli scritti di Oberti ho potuto consultare solo Esilio a Parigi. 1922-1943 Il ventennio fascista raccontato da un fuoruscito, Lanterna, 1984
Non Ho rintracciato Mazzini perseguitato dai Savoia (Alessandria, 1944), né Episodi della lotta antifascista, mentre presso l’Istituto Storico Toscano della Resistenza, Archivi di Giustizia e Libertà è consultabile Notre bataille dans les Universités et à l’Etranger, avec versions espagnole et italienne (Parigi, 1927?)
Solo lungo vie secondarie e deviazioni si può raggiungere la meta.
Sven Lindqvist, Nei deserti, Ponte alle Grazie 2002
Viaggiare, per molti, significa “vacanza”: una fuga dalla routine verso l’agognata meta, che sia una spiaggia, una vetta o un qualsiasi luogo dove concedersi l’ozio. Ma per chi, come me, fa il pendolare per scelta e necessità, lo spostarsi è la perenne condizione per recarsi al lavoro e, al contempo, per fare altro. È in questo viaggio forzato che trovo le mie personalissime evasioni mentali e una pausa dalla frenesia del quotidiano.
Vivere nei boschi, in una casa piuttosto isolata, lontano dal caos cittadino e dai borghi assopiti, mi consente di impostare un ritmo di vita che si avvicina alla mia natura: più lento, più consapevole di ciò che mi accade attorno. Almeno, ci provo. Non sempre ci riesco, spero di farcela almeno fino a quando le gambe reggeranno il salire fino alla provinciale quando la neve e il ghiaccio impediscono di portare l’auto sotto casa. Ironia della sorte, oggi il cambiamento climatico fa sì che nevicate e gelate siano eventi eccezionali, non la normalità di appena quindici anni fa. E così mi ritrovo, paradossalmente, a sperare nel perpetuarsi di questi cambiamenti al fine di salvaguardare il mio volontario isolamento (cosa mi tocca sperare!).
Abitare a un centinaio di chilometri dal lavoro è, fra l’altro, il mio modo per mantenere una giusta distanza dalle incombenze professionali e anche da quelle domestiche: una sorta di rigenerazione che mi consente di non essere assorbito da nessuna di queste due dimensioni in modo eccessivo. C’è qualcosa di insopportabilmente claustrofobico nell’avere tutto troppo vicino, troppo a portata di mano. È vero anche che ciò implica una piccola evasione dall’uno e dall’altro mondo, ma questo è il mio modo di tirare dritto.
Il pendolarismo, però, non è senza costi: cantieri eterni, strade interrotte, viadotti fatiscenti, code su code e continui aerosol di smog. Ogni viaggio diventa un calcolo incerto sul percorso più scorrevole, un compromesso tra tempo e pazienza. Così, quando posso, scelgo strade secondarie, quelle che si snodano tra i boschi incolti e i paesi sempre più deserti dell’entroterra ligure.
Non sto qui a fare la disamina della bellezza paesaggistica incontrata e delle ignorate potenzialità ambientali, culturali e strategiche dell’appennino, perché c’è chi lo ha fatto molto meglio di me, raccontandolo in un poderoso volume che invito a leggere per scoprirne i percorsi: Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti.
Il mio tragitto passa per Cremolino e Cassinelle, poi diviene una sequenza di curve fra boschi di castagno, faggio e rovere nella zona di Bandita. Dopo Cimaferle, la strada si fa più esposta e senza sponde, ove la distrazione è un’opzione non consigliabile. Alla Maddalena, immancabilmente, il termometro segna la temperatura più bassa del tragitto (lo scorso inverno, una mattina il cruscotto segnava -18°C, un preludio artico alle incombenze lavorative). Attraverso il centro “dis”-abitato del Sassello, poi arrivano le gole che sfociano a Stella (ha dato i natali al presidente partigiano Pertini, per il resto nulla di ché), per giungere infine ad Albisola, e da lì percorro l’Aurelia fino a Pietra Ligure. Per molti il tratto costiero è quello più suggestivo, con la vista sul mare e la luce del sole che si riflette su di esso; per me, invece, è il primo tratto a essere il più intenso, quello in cui si è veramente soli, senza incroci, senza città.
Gli incontri, su quelle strade poco trafficate, in realtà non mancano: lepri che passano rapide, volpi che si nascondono tra i rami, cinghiali che attraversano repentinamente, caprioli che sembrano osservarmi. Spesso il succiacapre se ne sta sull’asfalto fino all’ultimo istante prima di alzarsi in volo. Un paio di volte ho incrociato lo sguardo di un lupo, pendolare pure lui nel cercare una terra da conquistare: un attimo e poi la sua figura si è dileguata tra gli alberi. Giusto per ricordarmi che sono io l’ospite che attraverso il suo territorio. E pure sgradito.
Il viaggio per strade disagevoli è così una parentesi di autorigenerazione che richiede pazienza e attitudine alla solitudine. È qui, nella lentezza forzata della strada storta, che ritrovo il piacere della pausa: ogni svolta segna un distacco dalla frenesia che pervade la maggior parte dei nostri giorni. È come leggere un libro di poesie dove ogni verso ispira pensieri che altrimenti, semplicemente, non emergerebbero.
[…] le Alpi sono solo la cornice esterna del paese. Gli Appennini invece ne sono l’anima, lo stomaco, la colonna vertebrale. E sono lunghi quasi il doppio. Senza di loro, la patria si affloscerebbe come uno Zeppelin senza gas nella pancia.
Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli 2007
Però non viaggio mai del tutto da solo. Durante questi percorsi ascolto la mia selezione di brani adatti per il viaggio (ai tempi dei cd avevo assemblato una personalissima “razione kappa” adatta alla contingenza, ora mi affido a Spotify), oppure accendo la radio sintonizzata perennemente su Radio3, ma durante i viaggi notturni della pandemia ho iniziato a seguire molti podcast e ora sono diventati i miei compagni più fedeli. Parto con una raffica delle ultime puntate di Non hanno un amico con le freddure di Luca Bizzarri, di Timbuctu di Marino Sinibaldi e di Cose (molto) preziose di Loredana Lipperini (questi ultimi reduci da Fahrenheit di Radio3). Continuo con Copertina di Matteo B. Bianchi, Il posto delle parole di Livio Partiti, la trasposizione della trasmissione televisiva La torre di Babele di Corrado Augias, Mirabilia di Alessandro Calzolaro e Chiedilo a Barbero dello storico più iconico del momento.
Curva dopo curva, episodio dopo episodio, il viaggio si trasforma in una conversazione con queste voci e con i loro ascoltatori, che a loro volta stanno attraversando un proprio “bosco”, forse metaforico, forse reale, ma che, seppur distanti, sono lì con me, lungo quei tornanti.
Il bosco e il podcast diventano così simboli opposti e complementari. Da un lato ci sono le colline e le strade secondarie che mi connettono con un mondo naturale, privo di filtri, colmo di stimoli, sorprendente con i suoi scorci sul paesaggio e negli incontri furtivi con i suoi abitanti. Dall’altro il podcast, che mi fa sentire dentro una comunità selezionata, piena di cultura mainstream, accuratamente tarata su di me. È come se viaggiassi tra due poli: la comunità organica del bosco e quella mentale degli intellettuali. Quella vegetale è aperta all’ignoto e pronta ad accogliere l’inusuale, mentre quella culturale, per quanto rassicurante, mi sembra inevitabilmente soffocante: i miei gusti si trasformano anch’essi in merce, ciò che ascolto è finalizzato ad assecondare le mie piste precostituite, divenendo come le strade contorte che percorro, tanto abituali che quasi non mi rendo conto di farle ogni giorno.
Il rischio di una personalizzazione eccessiva è in agguato. La possibilità di creare una programmazione su misura rischia di generare “bolle” informative sempre più confortevoli, allontanandoci da quei punti di vista diversi, a volte persino stridenti, necessari per fornire un contraltare, un dubbio che possa incrinare le certezze o, al contrario, consolidare le convinzioni. In fondo è pure di questo che abbiamo bisogno: applicare il metodo sperimentale galileiano alle nostre convinzioni al fine di confrontarle e sottoporle a prove di forza, affinché possano emergere in un distillato di valori con cui ritemprarci. A volte è fondamentale cambiare strada per scoprire nuovi scorci che altrimenti resterebbero ignoti.
Vivo così una perenne dialettica tra il desiderio di appartenenza e il bisogno di indipendenza: è una costante ricerca di equilibrio, di quell’acme in cui lasciarmi ispirare senza isolarmi, ascoltare senza chiudermi, appartenere senza smarrirmi. Mi chiedo quanto io sia aperto davvero all’imprevisto, al pensiero diverso, alla voce sconosciuta. Per questo, a volte, spengo tutto e lascio spazio al silenzio, un compagno imprevedibile e, forse, più sfidante di qualsiasi altro.
Come scriveva Friedrich Nietzsche in Ecce Homo “Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi qualsiasi come”. E il mio perché è proprio questo: la pervicace ricerca di significati che vadano oltre l’apparenza, affinché sia maggiormente sopportabile la difficoltà della ripetitività, nella convinzione nietzschiana che ciascuno è artefice del proprio destino e dei valori a cui affidarsi.
Si vorrebbe sempre essere: essere stati, mai. E ci ripugna di non poter vivere contemporaneamente in due luoghi, quando l’uno o l’altro vivono nel nostro pensiero. Possiamo metterci in viaggio. Ma mentre la meta si avvicina e diventa reale, il luogo di partenza si allontana e sostituisce la meta nell’irrealtà dei ricordi; guadagniamo una, e perdiamo l’altro. La lontananza è in noi, vera condizione umana.
Mario Soldati, America primo amore, Mondadori 1959
Si suol dire che le strade sono una perfetta metafora della vita: partenza, tragitto e arrivo lungo un percorso a tratti tortuoso, con salite e discese, intervallato da ostacoli, interruzioni, cambi di direzione, incidenti, nebbia, pioggia, neve, ecc … Ciò che fa la differenza è il personale stile di guida, il modo in cui ciascuno affronta le curve e come schiaccia sul pedale.
Si può scegliere di pigiare sull’acceleratore per contendere il traguardo a chi è percepito come un competitore: ma questa opzione raramente appaga e di norma il traguardo non lo si raggiunge. Anche perché il contendente vero è il tempo, e a mettersi in gara con esso si finisce immancabilmente in riserva.
A volte le vie terminano in vicoli ciechi che impongono la retromarcia, di reimpostare tutto il percorso per uscire dal ginepraio in cui ci si è cacciati. Con o senza Google Maps, è necessaria molta umiltà per imboccare la via giusta che porta a destinazione. Questa, fra l’altro, non resta fissa: muta e si sposta, a volte sparisce per riapparire sotto forme diverse.
Mentre transito ai 60 all’ora davanti all’ennesimo autovelox quando il limite, assurdo in un rettilineo nel bosco, è di 30, mi viene in mente che il nuovo codice stradale prevede multe molto più salate. Possibile che non ci siano altre soluzioni rispetto a quelle sanzionatorie? Ricordo che all’inizio del mio peregrinare coprivo in poco più di un’ora lo stesso tratto che ora percorro in oltre due. Com’è possibile? Sarebbe troppo semplice additare lo sfacelo infrastrutturale all’attuale ministro dei trasporti (che peraltro si occupa di tutto tranne che di questo). È solo l’ultimo in una tradizione secolare di incompetenza. In pratica è dai tempi dei romani che in questo paese non si dedica un interesse adeguato alla viabilità. Loro dovevano spostare velocemente merci e truppe nel loro immenso impero. Non voglio sperare che per avere delle strade decenti sia necessario vedere delle centurie marciare al comando di politici in cerca di consenso al grido di “Ave Meloni” in direzione dell’Ucraina, della Cina o dei “barbari” immigrati di turno.
Faccio la mia passeggiata, essa mi porta un poco lontano e a casa; poi, in silenzio e senza parole, mi ritrovo in disparte.
Robert Walser, Poesie, Ed. Casagrande 2000
Tornando al mio viatico, se al mattino percorrere le strade mancine dell’appennino è uno svelamento di ciò che mi attende e una riflessione sul da farsi (lavorativamente parlando, ma non solo), alla sera ripercorrere le stesse carreggiate non è semplicemente un’inversione di marcia, ma un nuovo viatico inframezzato dall’ascolto di Fahrenheit, dai podcast e dai silenzi fra un cantiere stradale e l’altro.
È facile fare un parallelismo fra il riandare a ritroso i tornanti e lo scendere dal Tobbio dopo una sempre più faticosa salita (l’ultima volta le mie ragazze mi hanno deriso dalla vetta per quasi venti minuti prima che riuscissi, arrancando, a raggiungerle). Se l’andata è sinonimo di apertura verso differenti stimoli e idee su cui riflettere, il ritorno dà forma a una sorta di discesa intima, che predispone alla chiarezza e, a tratti, al distacco necessario per guardare in prospettiva ciò che il giorno ha portato.
Tornare significa sottrarre, allontanarsi, lasciare alle spalle per trattenere solo l’essenziale e fare valutazioni sui traguardi raggiunti, ma in questo caso l’elenco degli spostamenti tracciati da Google Maps non consente di tirare le fila, anzi evidenzia le centinaia di ore trascorse a rimuginare, a macinare chilometri, ad ascoltare podcast, ma anche a procrastinare il prendere decisioni.
Il tornare indietro non è dunque un mero tirare dritto verso il mio rifugio nel bosco, ma un rituale necessario affinché il sedimento dell’ipocrisia, delle frustrazioni, dei dubbi, del superfluo si depositi sul fondo della damigiana e il travaso in bottiglia avvenga senza smuovere troppo. Altrimenti resta il torbido in bocca.
Ogni giorno il mio pendolarismo diventa così un’esperienza a sé, fatta di salite e di discese, dell’andare a gestire problemi (sul lavoro mi definiscono ironicamente il Signor Wolf, di Pulp fictioniana memoria), ma anche di un tornare con la convinzione di aver imbottigliato del vino buono.
Si srotolano così gli ultimi tornanti fino alla discesa che conduce all’intimità casalinga, ove a volte le dinamiche da reggere non sono meno complicate. Che poi “reggere” non è il termine corretto, rende forse più l’idea “esser travolti” dalle vicende familiari, specie quando a casa ci sono tre donne, fra cui una consorte psicoterapeuta con la fascinazione del mondo bioenergetico (o signur!) e due preadolescenti cellular-dipendenti, in piena fase di rifiuto del genitore che vorrebbe ostinatamente riuscire a insufflare delle regole di buon senso.
In certi casi la resa è un’opzione necessaria e il sonno ha la meglio su tutto.
catalogo della mostra svolta a Castellazzo Bormida il 12 e 13 ottobre 2024
di Paolo Repetto, 30 ottobre 2024 – dall’Album “I gelsi e noi“
Hanno esposto le loro opere: Mariangela FONZEGA, Maria Cristina MACCAGNO, Marina PAIUZZI, Lucia PARODI, Enza PIGNATO, Bianca SPRIANO. I ritratti delle pittrici sono stati eseguiti da Enrica AMELOTTI. I testi e ricerca delle immagini non originali sono stati curati collettivamente dalle partecipanti alla mostra. La mostra è stata organizzata col patrocinio del FAI e ospitata nei locali della SOMS di Castellazzo Bormida.
I gelsi e noi
Sollevando lo sguardo durante le peregrinazioni nelle nostre campagne ci siamo spesso imbattute nella discreta presenza di forme a tratti spettrali nel baluginante fluttuare delle nebbie invernali, rattrappite e quasi urlanti dopo le drastiche potature all’inizio della primavera e tuttavia nel giro di poche settimane testimoni di rinnovato vigore con una esplosiva fioritura di virgulti. Poi ancora ne abbiamo ammirato il manto lussureggiante di fogliame e frutti in un contrasto ardito con l’arsura estiva dei campi.
Perché i gelsi?
Riflettendo quindi sulla ammirevole capacità di cambiamento, adattabilità, energia ci siamo chieste perché questi elementi, un tempo connaturati ai nostri paesaggi, oggi appaiano sempre più rarefatti, ovvi, scontati, forse inutili. Non è sempre stato così; infatti, a seguito di alcune ricerche, ci è apparso evidente che il gelso ha una lunga storia e ha rivestito un ruolo di grande rilevanza per le generazioni passate. E allora ci è sembrato interessante attribuire con i nostri lavori un’attenzione speciale al gelso, protagonista nei secoli passati delle tante storie della nostra pianura.
Il gelso tra storia e leggenda
In natura sono presenti una decina di specie di questo albero ma le più note sono il Morus alba, ovvero il gelso bianco, e il Morus nigra, il gelso nero. Il gelso nero è originario della Persia e fu introdotto nel Mediterraneo in tempi remoti, coltivato già nell’antichità classica per i frutti che fornivano un vino leggero e un distillato da cui si ricavava un’ottima grappa. Il gelso bianco è originario della Cina ed ė giunto in Europa in antichissima data. Le cronache antiche riportano che intorno al 550 d.C. un monaco di ritorno dalla Cina avesse trasportato in una canna di bambù che gli serviva da bastone sia i semi dei gelsi che le uova di una varietà di bachi nutriti unicamente con le foglie del gelso, riuscendo così a superare i controlli degli ispettori. Le autorità cinesi proibivano infatti l’esportazione dei preziosi filugelli, dai quali si ricava miracolosamente un preziosissimo filato: la seta. Secondo la leggenda quest’ultima era stata scoperta per caso dalla moglie di un imperatore cinese che aveva fatto cadere accidentalmente nella sua tazza di tè uno dei bozzoli, di solito conservati come ornamento in un vaso. Il bozzolo, a contatto con il liquido caldo, si sciolse e diede origine ad un sottile lunghissimo filo. La seta divenne quasi subito un prodotto di somma importanza anche per l’economia europea. L’allevamento del baco entrò a far parte della vita contadina, così che la coltivazione dei gelsi assunse un nuovo ruolo e si diffuse in molte aree. La cura dei bachi da seta era un lavoro svolto principalmente dalle donne, mentre gli uomini e i bambini si occupavano di prelevare le foglie in gran quantità per nutrire i bachi, sempre più voraci via via che procedevano nel loro sviluppo. La coltura dei bachi e la filatura della seta avvenivano inizialmente in ambiente domestico, ma dal 1600 l’introduzione di strumenti tecnologicamente sempre più avanzati fece sì che la filatura si trasferisse dalle case alle filande, luoghi dove avveniva la trasformazione dei bozzoli in matasse di seta grezza. Da questo momento in poi la manifattura serica conobbe un notevole impulso. Verso la metà dell’Ottocento una malattia parassitaria letale colpì il baco da seta, con il conseguente crollo della produzione di bozzoli. Solo con incroci fra specie orientali e nazionali si riuscì ad ottenere un nuovo “seme baco”, resistente al parassita. Tuttavia, al termine della prima grande guerra l’attività serica subì una graduale diminuzione, per poi andare incontro a una definitiva cessazione dopo la Seconda guerra mondiale, quando i prodotti tessili importati dall’Oriente e in special modo dalla Cina divennero competitivi sui mercati europei.
Enza Pignato
Bianca Spriano
Mariangela Fonzega
Lucia Parodi
Maria Cristina Maccagno
Marina Paiuzzi
Il gelso nella letteratura
… nella poesia latina
[…] Arbor ibi niveis uberrima pomis, ardua morus, erat, gelido contermina fonti (89-90) […] Nec mora, ferventi moriens e vulnere traxit et iacuit resupinus humo: cruor emicat alte, non aliter, quam cum vitiato fistula plumbo scinditur et tenui stridente foramine longas eiaculatur aquas atque ictibus aëra rumpit. Arborei fetus adspergine caedis in atram vertuntur faciem, madefactaque sanguine radix purpureo tingit pendentia mora colore (120-127) […] At tu, quae ramis arbor miserabile corpus nunc tegis unius, mox es tectura duorum, signa tene caedis pullosque et luctibus aptos semper habe fetus, gemini monimenta cruoris». (157-160)
[…] Là vi era un albero, un alto gelso, feracissimo di bianchi frutti, contiguo ad una fresca fonte. (89-90) […] E si conficcò nel fianco la spada della quale era cinto e senza indugio già moribondo la strappò fuori dalla ferita gorgogliante e giacque supino sulla terra. Il sangue zampillò in alto, non altrimenti che quando un tubo si spacca per difetto del piombo e attraverso la piccola stridente apertura sprizza acqua e riga l’aria con lo zampillo. I frutti dell’albero, per gli spruzzi del sangue si mutano in colore scuro e la radice che se ne era bagnata tinge del colore della porpora i gelsi pendenti. (120-127) […] E tu, albero, che ora copri con i tuoi rami il miserevole corpo di uno solo e tra poco coprirai quelli di ambedue, conserva il segno della strage ed abbi sempre i tuoi frutti di colore scuro e convenienti al lutto, ricordo della doppia morte”. (157-160)
OVIDIO, Metamorfosi, libro IV
… in quella cinese
A primavera quando le giornate si fanno tiepide ecco che il rigogolo canta, le fanciulle, con le loro ceste, vanno lungo i sentierini a prendere ai gelsi la tenera foglia …
CHE KING VI (III secolo a.C.)
Una ragazza abita nella casa dei Qín, una bella fanciulla che chiamano Luó Fū. Luó Fū conosce i gelsi che nutrono i bachi. Ne raccoglie le foglie accanto alle mura …
Ballata popolare (VI secolo d.C.)
Lo Fo, la bella donna della terra di Ch’in, coglie foglie di gelso, sulla sponda del fiume. Alza le mani nude, lassù, sui verdi rami …
LI PO (VIII secolo d.C.)
… in quella italiana
Il gelso, che del sangue de’ duo miseri amanti era vermiglio, tornò viè più che pria candido e bianco, e delle foglie belle raddoppiò l’esca al’ingegnoso verme…
GIOVAN BATTISTA MARINO, da Orfeo
Fresche le mie parole ne la sera ti sien come il fruscìo che fan le foglie del gelso ne la man di chi le coglie silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta su l’alta scala che s’annera contro il fusto che s’inargenta con le sue rame spoglie mentre la Luna è prossima a le soglie cerule e par che innanzi a sè distenda un velo ove il nostro sogno giace
GABRIELE D’ANNUNZIO, La sera fiesolana
[…] Tre volte tanto brucano foraggio così cresciuti. Ma tre volte tanto verdeggia il gelso al puro sol di maggio. Due rose aperte tu porrai da un canto. Sognino nella stanza solitaria d’essere in Cina, i bachi, e per incanto errar sui gelsi tra i color dell’aria!
GIOVANNI PASCOLI, I lugelli, dai Nuovi Poemetti
Di gente ricca solo coi bachi e le lande credo non ci sia più nessuno. Ma una volta nel Comasco o a Bergamo, da dove viene la mia famiglia, molte fortune si contavano a gelsi o con quante ragazze venivano a filare i bozzoli scottati per ammazzare le farfalle nelle fredde officine.
GIOVANNI RABONI, da Barlumi di storia, 1988-91
Raccogli la foglia raccogline tanta Nella prima dei bachi ci vuole verde e non bagnata portane a casa una gerla piena. […] Vai avanti a raccogliere la foglia vai avanti raccogline di più che è un affare d’oro avere i bachi
Canto popolare lombardo dell’800
… nei classici della letteratura
Era, fin dall’adolescenza, rimasto privo de’ parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta, ereditaria, per dir così, nella sua famiglia; professione, negli anni indietro, assai lucrosa; allora già in decadenza, ma non però a segno che un abile operaio non potesse cavarne di che vivere onestamente. Il lavoro andava di giorno in giorno scemando; ma l’emigrazione continua de’ lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi e da grosse paghe, faceva sì che non ne mancasse ancora a quelli che rimanevano in paese. Oltre di questo, possedeva Renzo un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo […].
ALESSANDRO MANZONI, da I promessi sposi, cap. II
… e nella narrativa del Novecento
popolo o prima o poi andavano o erano andate in landa, con orari, salari, condizioni di lavoro che riescono oggi quasi incredibili. […] Polenta e cipolla, polenta e anguria. Le landiere uscivano a mezzogiorno, rientravano alla “cuca” tra la mezza e un botto. Per questo breve lunch non tutte correvano a casa; quelle che venivano da lontano si sedevano lungo i marciapiedi, di qua e di là della strada. Dai cartocci di carta gialla tiravano fuori la polenta e lo stupefacente companatico. […] Nelle case si allevavano i bachi da seta, i bizzarri “cavalieri” che si spargevano come un minuto seme nero (la “semenza”) e a mano a mano che diventavano piccole miniature di bruchi, poi si vedevano crescere di giorno in giorno, si allargavano su ampi territori ombrosi e tiepidi di tralicci accatastati a ripiani, invadevano le stanze, brucando con forza sempre più grande la “foglia” di moraro. La vita di queste creature colla pancia piena di seta somigliava a una febbre: il livello saliva di giorno in giorno, aggravando la fame dei malati. Già mangiavano dalle tre, poi dalle quattro; il piccolo brusio che in principio si avvertiva appena tendendo l’orecchio, diventava una vibrazione intensa, e infine un rombo. Gli uomini e i bambini arrampicati sui morari pelavano la foglia sempre più in fretta, arrivavano coi sacchi: frane di lucida foglia seppellivano i mostri deliranti che la sbranavano in pochi minuti. Ora i cavalieri mangiavano di furia: qualcuno andava in vacca, una specie di Tisi dei cavalieri che spegneva la febbre. La sera marciva dentro e si liquefaceva, gonfiando la pelle traslucida: a pungerlo con uno spillo il mostro si sgonfiava spargendo uno zampillo di tabe. Gli altri, paralizzati dalla febbre e da tutto quel mangiare, s’intorpidivano e venivano deposti nel “bosco” (le siepi di fascine in granaio) dove in pochi giorni, nello spazio abbuiato dagli schermi di carta sulle finestre, avveniva in segreto il miracolo, poi si trovavano nei rami secchi i giocattolini d’oro lustri e leggeri.
LUIGI MENEGHELLO, da Libera nos a Malo
Se anche il gelso non è albero della mia terra montana, mi è caro per un particolare ricordo che risale alla tarda primavera del 1941. In quell’anno, con la resa della Grecia, avevamo finito di penare freddo e fame tra le più alte montagne dell’Albania dove la tormenta non dava mai requie. […] mi imbattei in alcuni alberi grandi e forse antichi che tra i rami portavano frutti che per la forma mi ricordavano i lamponi. […] Ce n’erano di bianchi, di rosa, di rossi quasi viola e questi mi lasciavano il loro colore sulle dita e attorno alla bocca. Gli alpini del Garda mi dissero che erano “morari” e mi venne da pensare che forse erano stati impiantati al tempo della Repubblica di Venezia quando questa aveva il commercio mondiale della seta, dopo che un frate aveva portato dall’Estremo Oriente le uova del filugello dentro una canna di bambù che gli faceva da bastone.
MARIO RIGONI STERN, da Arboreto selvatico
Era il 1861. […] Hervé Joncour aveva 32 anni. Comprava e vendeva. Bachi da seta. […] partì per il Giappone il primo giorno di ottobre. Varcò il confine francese a Mezt, attraversò il Wurttemberg e la Baviera, entrò in Austria, raggiunse in treno Vienna e Budapest per poi proseguire fino a Kiev. Percorse a cavallo duemila chilometri di steppa russa, superò gli Urali, entrò in Siberia, viaggiò per quaranta giorni fino a raggiungere il lago Bajkal […]. Ridiscese il corso del fiume Amur, costeggiando il confine cinese fino all’Oceano, e quando arrivò all’Oceano si fermò nel porto di Sabirk per undici giorni, finché una nave di contrabbandieri olandesi non lo portò a Capo Teraya, sulla costa ovest del Giappone. A piedi, percorrendo strade secondarie, attraversò le province di Ishikawa, […] raggiunse la città di Shirakawa,la aggirò sul lato est e aspettò due giorni un uomo vestito di nero che lo bendò e lo portò al villaggio di HaraKei. […] presto al mattino, Hervè Joncour partì. Nascoste tra i bagagli, portava con sé migliaia di uova di baco, […] il lavoro per centinaia di persone, e la ricchezza per una decina di loro.
ALESSANDRO BARICCO, da Seta
… e infine, ne La Compagnia del Gelso di Franco Faggiani
“Mi raccontò, in sostanza, come vennero al mondo molti piccoli paesi marchigiani. Grazie al magico potere di aggregazione dei gelsi. Questi, secondo il racconto dell’onorevole, che aveva messo insieme frammenti di vecchi libri agricoli e di filosofia locale, erano di solito piantati al limitare dei campi e delle proprietà, per dividerle una dall’altra e renderle ben distinguibili, qui d’abitudine si intersecavano anche le piccole strade bianche che portavano alle varie fattorie dove c’erano abitazioni, magazzino, stalle, orti. Gli anziani che ci vivevano da tempo e che ormai non avevano granché da fare, spesso nella buona stagione, si ritrovavano in tre o quattro o anche più, ai crocicchi, seduti sotto i gelsi. Perché questi spargevano ombra immensa, garantivano frescura e offrivano frutti succosi. […] Qualcuno, forse un oste, poi pensò di sistemare anche un paio di panche e un tavolaccio su cui appoggiare mezzi litri di bianco e di rosso, le uova sode e soprattutto le sardine salate […]. Allora anche il fabbro non volle essere da meno: se di lì passano i viandanti, i mulattieri e i carrettieri, forse è il caso di attrezzare in un angolo una piccola fucina […]. Stesso ragionamento fece il prete: se ai crocicchi si ferma così tanta gente, forse è il caso che io ci pianti un crocifisso […] e poi arrivò un altro tipo che allestì una piccola bancarella per vendere granaglie, sementi […]. In questo modo, un po’ alla volta, nacquero i paesi […] nei luoghi dove c’erano i gelsi agli incroci delle strade di campagna.
Tutti i giardini delle grandi dimore francesi vennero trasformati in gelseti. Come quello delle Tuileries, nel centro di Parigi
Aprii e lessi: Alla fine del 1800 l’Italia è il primo produttore di seta in Europa e secondo alla China. Nel 1895 in Italia sono stati prodotti 41.158.318 kg di bozzoli […].
Dunque: il baco viveva dai trenta ai quaranta giorni e naturalmente il suo ciclo vitale doveva coincidere con la foliazione del gelso, in genere in aprile, perché quelle foglie sono il suo unico nutrimento. Il fogliame […] rimaneva sulla pianta anche fino all’inizio dell’autunno, ma era assai coriaceo, quindi poco gradito, perciò era quasi inutile allevare bachi, anche se qualcuno lo faceva. Insomma, il baco buono, produttivo, si poteva allevare un mese o due e non di più. Nel suo ciclo vitale dunque il baco mangia senza sosta e con assoluta voracità, tranne durante le mute, che sono quattro. Tra una fase di sviluppo e l’altra fa quindi una pausa alimentare, che dura un giorno appena. E non mangia neppure nei quattro o cinque giorni terminali della sua vita, quando costruisce intorno a se la sua candida prigione di seta. Perché dopo aver cercato un rametto naturale o artificiale sul quale inerpicarsi, dedica tutta la sua attenzione e la sua energia a creare il bozzolo usando le ghiandole salivari. Più il baco si era prima ben nutrito, più è consistente la ‘tappezzeria’ finale, costituita da una trentina di strati sovrapposti di seta. I bozzoli ‘finiti’ vengono fatti essiccare per due o tre giorni, poi vengono immersi nell’acqua bollente, dove si scioglie la sericina, cioè la sostanza naturale che tiene compatto il bozzolo, il quale così si srotola, diventa un filo che galleggia, mentre il baco, ormai morto, finisce sul fondo del contenitore d’acqua. Recuperare il filo è operazione che richiede pazienza anche perché è lungo dai 500 fino ai 1.200 metri, a seconda della tipologia del baco. […] In media da un quintale di bozzoli che sono capaci di produrre circa 50.000 bachi, si potevano ottenere tra i 20 e i 25 chilogrammi di seta cruda, più qualche chilo di cascame […].
Avevo appreso che la bachicoltura poteva essere definita la prima industria tutta al femminile. Perché in sostanza erano le donne ad occuparsi di ogni cosa: dalla selezione dei soggetti sani da far accoppiare alla raccolta e alla conservazione del seme; dallo sminuzzamento delle foglie per l’alimentazione quotidiana di migliaia e migliaia di soggetti alla pulizia delle lettiere; dalla cura degli ambienti fino alla delicata raccolta dei fili di seta e della loro vendita. […] Comunque erano sempre le donne a incassare il denaro, che veniva messo da parte per le future doti di matrimonio delle loro figlie femmine.
Le filande
Nelle filande lavoravano soprattutto giovani donne o addirittura bambine (le filerine, filandere o filerande), sottoposte a turni che potevano arrivare da 12 a 16 ore al giorno. Nel caso di bassa qualità o quantità del prodotto venivano anche multate. Il lavoro era faticoso e malsano, per via dei vapori delle vasche, delle mani tenute nell’acqua calda (80 gradi), della polvere e dei salari da fame. Per aiutarsi a sopportare queste dure condizioni le filerine cantavano in coro:
Cos’è, cos’è Che fa andare la filanda È chiara la faccenda Son quelle come me. Ormai lo so Tutto il mondo è una filanda C’è sempre chi comanda E chi ubbidirà
Giovanni Migliara, Filanda Mylius a Buffalora sul Ticino (1828)Pietro Ronzoni, Filanda nel bergamasco (1825)
Le filande di Castellazzo
In Italia la massima produzione di seta risale alla seconda metà del 1800. Anche a Castellazzo l’allevamento dei bachi era molto diffuso, e nei periodi più favorevoli nelle filande hanno lavorato più di 400 operaie, tra le quali molte bambine dai dodici anni in su, ma spesso anche più piccole. Attualmente in paese rimangono quattro filande, ormai abbandonate da circa un secolo, altre sono state demolite o riutilizzate diversamente. Costruite in mattoni a vista, sono caratterizzate da un’alta ciminiera che in tre edifici è ancora ben visibile, seppure ridotta rispetto all’altezza originaria, forse per motivi di sicurezza. Due sono situate in aree centrali del paese, due sono più esterne.
La solitudine del gelso
Foto di Sergio Maranzana
Ringraziamenti
Avremmo voluto ringraziare singolarmente tutti coloro che ci hanno aiutate a ideare e ad allestire questa mostra, ma sono davvero tanti, e l’elenco minacciava di diventare troppo lungo e di risultare magari anche incompleto. Lo facciamo quindi collettivamente, fiduciose che chi ci ha offerto la sua disponibilità si riconoscerà comunque, e ottimiste nel pensare che alla fin fine si sia divertito quasi quanto noi.
A proposito di serialità (quella cui accennavo presentando le ultime recensioni di Vittorio): anche la mia sta diventando – in realtà è sempre stata – una produzione seriale. Nel caso specifico del pezzo che segue, è l’ennesima puntata della serie relativa alla mia biblioteca, con gli stessi protagonisti, io e i miei libri, e solo l’ambientazione leggermente diversa[1]. Ma in fondo io e i miei libri siamo sempre stati protagonisti di ognuno dei pezzi sin qui prodotti, quindi non di serie si dovrebbe parlare ma della composizione di un puzzle che a dispetto del numero enorme di tessere ancora da sistemare si intravvede ormai benissimo. Titolo del puzzle? A infinite jest, tanto per parafrasare qualcuno: “uno spasso infinito”, un’autobi(blio)grafia di ringraziamento per la vita che mi è stato concesso vivere e per i libri che mi è stato dato leggere.
P.S. Mi accorgo che stiamo tornando alle origini. Vale a dire che sul sito si torna a parlare prevalentemente di libri. Sarà un bene o sarà un male? Non lo so. So però che è un segnale, e la prima cosa che mi viene in mente è che forse di altro in questo momento non val la pena parlare, pena il rischio di dire fesserie, e che è comunque un modo per marcare la distanza da Sangiuliano e dalla cricca dei non-lettori professi della quale l’ex-ministro è un esemplare perfetto e tutt’altro che unico.
Altre stanze
L’“altra stanza” è quella cui accenno ma che non mostro mai ai visitatori occasionali. Vi accedono raramente anche gli amici e i miei stessi famigliari, con qualche eccezione per mio nipote. Non la mostro per più motivi: intanto per ragioni logistiche, perché è un po’ discosta dal corpo centrale della mia abitazione, e per raggiungerla occorre transitare per il ripostiglio-lavanderia o passare dalla scala esterna; ma soprattutto perché è un autentico bazar dove sono ammonticchiati, sopra e dentro un armadio o direttamente sul pavimento, zaini, valigie e borse di ogni foggia e dimensione, giacconi e tute invernali, imbraghi e ciaspole, tutto l’armamentario insomma, ormai purtroppo dismesso da tempo, per viaggi, escursioni e alpinismo.
La motivazione più vera sta comunque nel fatto che le scaffalature disposte lungo due pareti ospitano gran parte della mia adolescenza: i fumetti, la letteratura poliziesca e quella fantascientifica, gli “umoristi”, da Jerome e Wodehouse a Campanile e Francesco Piccolo. Mancano i libri dell’infanzia: quelli sopravvissuti sono in esilio al Capanno.
Questa disposizione separata non riflette una qualche mia scala di valori dei libri, ma risponde semplicemente a un criterio d’uso. Come ho già spiegato altrove, ho stipato nello studio e nell’ex-tinello, che ne è ormai un’appendice, tutta la saggistica, disposta secondo una collocazione che mi permette di rintracciare immediatamente ciò che serve per le mie ricerche o di individuare con un colpo d’occhio altre fonti di eventuali suggerimenti.
Narrativa e poesia di tutte le letterature mondiali le ho trasferite nel corridoio e nei locali che vi si affacciano, sono meno visibili ma sono raggiungibili con pochi passi e suppongono comunque una frequentazione più saltuaria. Ciò che riempie invece gli scaffali della stanza “segreta” lo conosco talmente bene da non aver bisogno di tenerlo a portata immediata di vista. È probabilmente l’unico settore della mia biblioteca del quale posso affermare di aver letto davvero tutto.
C’è però un’ulteriore ragione, ed è una forma di gelosia che definirei “protettiva”. Per me quei libri e quegli albi hanno significato moltissimo. Sono legati per la maggior parte a una fase particolare della mia vita (e questo, naturalmente, vale allo stesso modo da sempre per qualsiasi lettore) che ha però coinciso anche con un momento particolare della nostra storia comune, quando la lettura si è aperta a tutti, mentre la televisione ancora non c’era (in casa mia no senz’altro), e se c’era aveva un peso e un impatto trascurabili: e questo restringe alla mia generazione il tipo particolare di ricezione. Inoltre, le sequenze con le quali queste letture sono arrivate e il loro intersecarsi con esperienze di tutt’altra natura raccontano una storia che non può essere che individuale: ovviamente la mia.
Insomma, ne sono geloso perché sono certo che ad altri direbbero cose diverse da quelle che hanno detto a me – come è giusto e normale che sia – e io voglio invece lasciarle legate a quell’ordine, a quel significato e a quel ricordo.
Chiarito questo, per una volta vi lascio entrare in visita guidata nell’altra stanza, invitandovi a fare attenzione per non inciampare in un arco o in una piccozza, a non rovesciare un trespolo porta-abiti e a non prendere in testa un trolley. Sarà comunque una visita breve, limitata al settore fumetti. Della giallistica, della fantascienza e degli umoristi ho già parlato altrove, in più occasioni. Anche del fumetto, a dire il vero, ho già parlato, e forse più che degli altri generi: ma mi rimane ancora qualcosa da dire.
Ad esempio, che quasi tutte le mie raccolte hanno in realtà una storia recente. In qualche caso sono la ricostruzione sofferta e testarda di quelle originali (vale per GimToro, per il Vittorioso, per Pecos Bill, per Nat del Santa Cruz e per altre testate), costruite all’epoca pazientemente con scambi, favori, zelo di chierichetto e prestazioni d’opera per l’edicolante, ma qualche volta anche con sotterfugi e scommesse insensate e persino con estorsioni (in famiglia non era prevista alcuna voce di spesa per i fumetti): tutte quelle sono andate poi perdute per vicende varie o per stupida disaffezione al momento del passaggio dall’adolescenza alla maturità. In altri casi le raccolte sono invece il frutto di un desiderio coltivato lungo decenni per storie e personaggi che avevo avuto la ventura di conoscere ma non la possibilità di seguire, e meno che mai di acquistare. Parlo ad esempio di Tintin, di Blake e Mortimer e di Blueberry, o più in generale della scuola fumettistica franco-belga, scoperti tramite un amico monegasco che trascorreva a Lerma le vacanze e leggeva riviste leggendarie come Pilot e più tardi MétalHurlant. Questi li ho pazientemente recuperati nelle edizioni italiane, integrando spesso le collezioni con gli originali in francese (da loro, forse, le mie passioni per Magritte e per Jacques Brel). Altre collane, come quella di Corto Maltese e della Storia del West, datano ai tardi anni Sessanta, e sono quelle che mi hanno spinto a tornare a leggere i fumetti, sia pure con uno spirito nuovo; o ai settanta, quando finalmente ero anche in grado di investire nelle mie passioni un piccolo budget. Parlo di saghe importanti, come quelle di Ken Parker (figlio riconosciuto di Jeremiah Johnson, uno dei miei film di culto), di Jonathan Cartland, di Mac Coy o de I pionieri del nuovo mondo; oppure degli albi di Rino Albertarelli per serie de I protagonisti e di Dino Battaglia o di Sergio Toppi per Un uomo, un’avventura (non solo i loro, naturalmente: possiedo la serie completa). Infine, tra le cose più recenti che hanno solleticato lo spirito collezionistico ci sono le produzioni di Attilio Micheluzzi, di Vittorio Giardino e di Renzo Calegari, per le quali la caccia è ancora aperta.
Ho citato, naturalmente, solo le testate che reputo più significative, quelle che torno a sfogliare più spesso: ma ce ne sono diverse altre. La considero già una discreta collezione, soprattutto per quanto concerne il western, anche se per un amante del fumetto è il minimo sindacale. Ciò che la distingue e la rende particolare è lo spazio riservato alla produzione dei primi anni Cinquanta, perfettamente comprensibile dal momento che a quell’epoca risale la mia fascinazione per le bande disegnate. Quella fascinazione, al contrario di molte altre, non è mai venuta meno, e anzi, si ripete, sia pure esercitandosi su stati d’animo ben diversi, ogni volta che rileggo un albo. Soprattutto poi se ho in mano quelli originali. Ne possiedo ancora molti, anche se il mio tesoro, custodito un tempo dentro robuste casse da birra in legno, quelle in uso sulle navi, a prova di topo, è andato quasi totalmente disperso: conservo o ho recuperato vecchie strisce di Nat o di Gim Toro, di Akim, Miki, Blek, de Il piccolo sceriffo, di Kinowa e de Il piccolo Ranger, albi di Pecos Bill e del favoloso Oklahoma, nonché numeri de Il Monello e de L’Intrepido, del Vittorioso, del Pioniere e dell’Avventuroso. Sono diligentemente imbustati e inseriti in raccoglitori, come sacre reliquie. Ho persino scaricato da internet e poi stampato storie ormai irrintracciabili anche nei mercatini, delle quali conservavo una vaga memoria perché lette nel circolo parrocchiale, nei primissimi anni di scuola: ricordavo non le immagini, le trame o i personaggi, ma l’impressione che mi avevano prodotto. E a distanza di tutto questo tempo quell’impressione si è ripetuta, vivida, e giustificata non più dallo stupore infantile ma dalla eccezionalità delle cose che stavo ritrovando.
Mi riferisco ad esempio a certe storie comparse settant’anni fa sul Vittorioso (l’unica pubblicazione a fumetti ammessa nel circolo parrocchiale: tutto il resto era “sconsigliato” o “escluso”). Erano pensate senza dubbio per un pubblico di adolescenti, con chiaro intento didattico, ma per un ragazzino di sette o otto anni avido di racconti e di immagini rappresentavano comunque la porta d’ingresso in un’altra dimensione. Dopo aver conosciuto le storie scritte e disegnate da Franco Caprioli, quello che la scuola mi passava diventava quasi superfluo.
Ripeto, qui non si tratta solo di nostalgia. La loro rilettura mi ha lasciato stupefatto tanto per la qualità delle immagini che per la cura linguistica e la felicità inventiva. E mi ha anche illuminato sull’origine di certe mie passioni e di conoscenze che ogni tanto emergevano misteriosamente dalla mia memoria.
In Una strana avventura tre giovani amici imbarcati su un cutter finiscono alla deriva durante una tempesta che flagella il Mediterraneo e si ritrovano sbalzati su un’isoletta dove incontrano, guarda caso, un loro insegnante di storia. Guidati da costui si addentrano in una terra rimasta all’età del neolitico, e qui incontrano gli ultimi superstiti dei cacciatori nomadi vissuti in Europa all’età della pietra, che cacciano i mammut e gli uro e devono difendersi da rinoceronti bicorne. Il professore sa tutto delle diverse “razze” che hanno successivamente abitato l’Europa (Chancelade, razza di Grimaldi, Cro-magnon, ecc ), e scorta i nostri eroi in un avvincente viaggio verso l’interno, costellato di incontri straordinari con uomini e animali “primitivi”, che si rivela anche un viaggio nel tempo, dalle caverne e dalle palafitte villanoviane sino ai primordi delle civiltà storiche. Ecco lì da dove nasce la mia curiosità paleoantropologica. Non è questione di geni, ma di giornalini.
Allo stesso modo una storia western, Il segreto del pugnale, oltre ad essere avventurosissima e avvincente per gli scenari insoliti nei quali si svolge e per la bellezza delle tavole (Caprioli usava una tecnica tutta sua, quasi un pointillisme), si rivela una vera e propria lezione di etnologia, per l’accuratezza filologica negli abbigliamenti, nei rituali, negli oggetti e negli ambienti. Con quello che ne ricordavo, e col resto che avevo appreso da Il tesoro di Tahorai-Tiki-Tabù ho fatto un figurone anni dopo all’esame universitario di Civiltà precolombiane, e ho stabilito quello che ritengo essere un record mondiale di esame con esito positivo a Etnologia: un minuto e dieci secondi, cronometrati da un amico.
Per non parlare poi del linguaggio. La mia lingua madre è il dialetto, e in dialetto si svolgevano all’epoca in tutti i rapporti, in famiglia e con gli amici. A scuola ho ricevuto i rudimenti dell’italiano, ma l’ho poi parlato correntemente apprendendo non dai libri di lettura delle elementari o da I promessi sposi, ma da fumetti nei quali la storia era narrata così: “La notte cala insolitamente nera, causa una fitta cortina di nubi portate dallo scirocco”. “La terra con i suoi neri dirupi ha un aspetto sinistro e strano, da incubo”. “I tre ragazzi bordano le vele debitamente terzarolate e si accingono a salpare”. E i dialoghi: “Professore! … come mai qui?! … e perché s’è vestito in cotesto modo?” Ancora al Liceo la mia insegnante di lettere mi rimproverava l’uso nei temi di certe espressioni “vetuste”, di un linguaggio con velleità letterarie, e io ci rimanevo male, perché per me l’italiano era quello – e in qualche misura è rimasto tale.
Ora, tutto questo può odorare di stantio, della patetica nostalgia di un vecchio per i bei tempi della gioventù. E magari un po’ è anche così. Ma fatte le debite tare, al netto rimane che la cultura trasmessa da quelle tavole disegnate era ben altra cosa rispetto a quella che i ragazzini e gli adolescenti assorbono oggi sui social, e anche a quella che la generazione che li ha preceduti, i nostri figli e loro genitori, ha succhiato dalla televisione. Non è una percezione deformata del passato, è la realtà. Mi si obietterà magari che si trattava di una cultura basata su valori totalmente occidentali, che seppur declinati in maniera diversa (tra Il Vittorioso e Il Pioniere ne correva), rimanevano comunque vincolati a una concezione “imperialistica” dei rapporti con la natura e col resto dell’umanità: e che oggi tutte queste cose sarebbero bruciate sul rogo della cancel culture (cosa che vale naturalmente anche per il cinema dell’epoca, oppure per la letteratura e persino per l’infarinatura storica impartiteci a scuola). Non sarebbe difficile smontare questa obiezione – anche se, considerando da chi in genere queste accuse sono mosse, penso sarebbe del tutto inutile: ma non è questo che qui mi importa. È invece il fatto i miei fumetti alcuni valori comunque li trasmettevano, un messaggio etico lo inviavano, e chi ne è stato l’entusiasta destinatario ha poi avuto tutto il tempo e l’agio di rifletterci su, di correggerne le storture, di modificare le proprie convinzioni. Aveva una base su cui poggiare i piedi e da cui muovere. In fondo, la condizione necessaria per poter cambiare idea è averne una.
Eppure, anche prima dell’arrivo della furia cancellatrice, l’influenza del fumetto, di quei fumetti in quel particolare periodo storico, è sempre stata sottovalutata o considerata con sospetto. All’epoca era ritenuta nociva per motivi differenti, quasi opposti: distraeva e diseducava le menti e inquinava le certezze storiche. La scuola per prima lo ostracizzava, e questo naturalmente contribuiva a farcelo amare ancor più. Era un’esperienza proibita, che prometteva paradisi artificiali di carta e intanto creava adrenalina e piacere già per il fatto stesso di praticarla. Le uniche punizioni di cui ho ricordo rimediate alle elementari o alle medie erano legate agli scambi di fumetti che avvenivano sottobanco. Quando, se pur raramente, venivano scoperti, quei traffici erano implacabilmente stroncati dagli insegnanti, e giù ramanzine e comunicazioni ai genitori: ma la vera punizione era il sequestro e la distruzione dei corpi del reato. Dopo che fui obbligato a gettare nella stufa della classe due albi di Pecos Bill ho sofferto di crisi depressive per mesi.
Gli scambi non si sono mai interrotti, avvengono anche oggi, ma riguardano ben altri stupefacenti: e sono purtroppo molto più tollerati dei nostri innocenti traffici.
Da parte della cultura “alta” la diffidenza e la distanza nei confronti del fumetto sono state mantenute ben oltre gli anni Cinquanta, persino dopo che il genere aveva ricevuto una legittimazione da semiologi di fama come Eco e Morin o da artisti come Roy Lichtenstein. La riabilitazione è arrivata molto tardi. Basti pensare che la voce “fumetto” è comparsa nella Treccani solo dopo il 1978, affidata peraltro a un collaboratore qualificato come esperto di ingegneria, che infatti si limitò a compilare un lungo elenco di testate e di autori (citando solo di sfuggita Il Vittorioso e ignorando del tutto Franco Caprioli). E una volta mutato l’atteggiamento le cose sono andate solo peggio, com’era logico aspettarsi. È scattata l’omologazione, si è tentato di impiegare il fumetto a fini didattici (le strisce in latino, le Storie d’Italia, ecc…, con risultati penosi), di animarlo per una destinazione televisiva (Gulp! Fumetti in tv), di speziarlo per una fruizione morbosamente edonistica (da Barbarella a Guido Crepax e Manara) o dissacrante alla maniera “post-moderna” (Moebius e LesHumanoïdesAssociés, lo Zanardi di Andrea Pazienza), di piegarlo da ultimo al messaggio politico (Zero Calcare). Il paradosso sta nel fatto che questi in fondo non possono nemmeno essere definiti usi impropri, perché il fumetto ha avuto un senso e un ruolo culturale propositivo per un paio di generazioni, la mia e quella che l’ha preceduta (quest’ultima però con una fruizione più elitaria); poi questo ruolo lo ha esaurito, soppiantato da media meno liberi e ben più potenti, più accattivanti perché il loro consumo non richiedeva alcuno sforzo attivo. Per sopravvivere ha dovuto evolversi (ma sarebbe più corretto dire involversi), ripiegandosi su se stesso, andando sempre più a caccia di un riconoscimento artistico e culturale ufficiale, complicando le vicende e affinando le tecniche di rappresentazione. Non ha più guidato il percorso di crescita di adolescenti affamati di valori, ma ha seguito e assecondato quello di adulti disincantati e bulimici di effetti speciali.
Insomma, dobbiamo ammettere che anche gli autori che più amiamo, da Pratt a Battaglia e Toppi e a Berardi e Milazzo, al di là del fatto che possano aver coinvolto anche una parte (sempre più ristretta) delle generazioni successive, parlano essenzialmente a noi, che in effetti abbiamo continuato ad esserne i principali fruitori. E che la cultura che trasmettono, ormai in veste ufficiale e legittimata, non è più una cultura “altra”, magari infarcita di valori che troppi oggi ritengono obsoleti, ma capace di per sé, per la sua natura genuinamente underground, di aprire alla realtà e contemporaneamente al sogno menti ancora acerbe, ma è quella allineata alle più recenti mode di un pensiero davvero “debole”. I loro lettori vi cercano non la sorpresa, ma conferme di ciò che già sanno e si attendono. Non l’avventura, ma surrogati che giustifichino la loro compiaciuta pigrizia mentale.
Parliamoci chiaro: noi non abbiamo dovuto aspettare la revisione hollywoodiana del western degli anni Settanta, da Soldato blu a Balla coi lupi, o le fumisterie della New Age, e neppure Ken Parker o Cartland, per stare dalla parte degli indiani. Avevamo già letto vent’anni prima Tex e Il segreto del pugnale, e visti i film di John Ford, e avevamo appreso intuitivamente alcune rudimentali verità: che da una parte come dall’altra ci sono i buoni e i cattivi, gli onesti e i mascalzoni, che dei primi bisogna fidarsi e degli altri no, che gli uni vanno soccorsi e gli altri combattuti, indipendentemente dal colore della pelle, dai costumi e dalle credenze religiose. Quelli che non avevano appreso queste cose evidentemente leggevano di fretta (o non leggevano affatto), saltando a piè pari i cartigli e lasciando spazio nelle loro menti per imboniture e assuefazioni di ben altro genere. E infatti. Grafic novels come quelle di Zero Calcare possono piacere solo a coloro che i fumetti non li hanno letti al momento giusto o non li hanno comunque mai amati, e non possono capire che c’era più contenuto politico, e se vogliamo anche rivoluzionario, ne Il grande Blek o in Liberty Kid che in tutte la produzione “impegnata” che circola oggi nei salotti “progressisti”. E soprattutto che quelle storie avevano un senso perché rivolte a chi non voleva distrarsi, ma immergersi nella vita.
Ancora un’ultima cosa. Tra le altre accuse, negli anni Cinquanta circolava quella che il fumetto fosse diseducativo anche rispetto alla formazione di un gusto estetico: che abituasse cioè ad una percezione semplificata, a linee pesanti di contorno, a un segno approssimativo o quando andava bene “calligrafico”. Questo proprio nel momento in cui stava esplodendo l’arte astratta, si stravolgeva l’ordine delle linee e dei colori, si rifiutava sprezzantemente il figurativo. Insomma, il fumetto distoglieva dal percepire i messaggi dell’arte “autentica” (o autenticata). Ora, in casa mia quei messaggi non arrivavano: non c’erano riproduzioni di opere d’autore, al più qualche immagine di santi o di madonne, e nessuno di noi ha mai visitato un museo almeno sin dopo i vent’anni. Anche i libri e i sussidiari scolastici erano illustrati da disegni, purtroppo di autori che non sarebbero stati in grado di disegnare un fumetto. La storia dell’Arte l’ho incontrata poi, al liceo, dopo i quindici anni, quando ormai mi ero autoeducato esteticamente. Mi ero abituato presto a cogliere le differenze di segno dei diversi disegnatori o degli illustratori dei libri d’avventura, ad apprezzare o meno certe caratteristiche (per me la cartina di tornasole tra il buono e il mediocre era la rappresentazione dei cavalli, oppure quella degli scenari naturali), a capire che un tratto sbrigativo era congeniale alle storie di pura azione, mentre una tecnica più elaborata mi induceva a riflettere maggiormente, a non inseguire solo lo sviluppo serrato della vicenda.
Da allora sono rimasto seduto sulla sponda del fiume, e ho visto mano a mano passare le spoglie delle avanguardie più rivoluzionarie, arte povera, body art, minimalismo, arte mimetico-visuale, concettualismo, transavanguardia, ecc… Di tutte queste cose non ho il minimo ricordo, sono scivolate via senza lasciare traccia, rivelando la loro natura di espedienti certificati da una critica mercenaria per lo spaccio del nulla in un mercato drogato. Ultimamente ho assistito alla riesumazione della pittura figurativa, celebrata dagli stessi critici ruffiani come la novità del terzo millennio, anziché come la resa a un ruolo che era stato ovvio per millenni. Perché in effetti di una resa si tratta, non di un ritorno: credo che nemmeno di queste immagini rimarrà traccia. Dovrei provare una maligna soddisfazione, e invece ho capito che prima ancora di quello del fumetto era già venuto meno il ruolo dell’arte. L’uno e l’altra sono diventati cose diverse, e mentre il fumetto ne ha preso atto e ha già cambiato nome, per l’arte dovremmo cominciare ad inventarci una o più denominazioni sostitutive. Ma non è un problema mio: ci penseranno (?!) le generazioni future.
Quanto a me, se ogni tanto vorrò risentirne il gusto, anziché intrupparmi in quelle mostre-evento che ammanniscono sempre gli stessi piatti, come alle sagre paesane, e in confezioni predigerite, potrò sempre rifugiarmi nell’altra stanza, spostare un po’ di ingombri e tornare a stupirmi piacevolmente davanti a una tavola di Franco Caprioli.
P.S. In tutta questa tirata viene citato solo una volta, e di sfuggita, Tex, che pure è stato uno dei pilastri della mia educazione, In effetti le raccolte di Tex (non gli originali, quelli li ha fatti suoi mio figlio, assieme ai Ken Parker) sono al Capanno, perché qui avrebbero occupato troppo spazio. Ma c’è anche il fatto che Tex è stato sì importante sì nella mia formazione, ma a livello più epidermico, nel senso che ne ho appreso e mutuato, nel mio piccolo, certi atteggiamenti, un decisionismo a volte sin troppo sbrigativo, una primitiva e solida distinzione tra il bene e il male, senza sfumature; ma non mi ha certo insegnato a riflettere. Ha costituito un modello, inarrivabile come Achille, dell’azione, non del pensiero. E non essendo lui mai invecchiato in settantacinque anni, ci siamo persi di vista. Non so quanto oggi possa ancora parlare ai giovani, credo molto poco, e penso non abbia più granché da dire nemmeno agli altri. Eppure è l’unico eroe di carta della mia generazione (siamo nati lo stesso anno, ma lui è uscito già armato come Pallade Atena, e già a cavallo) che sia sopravvissuto. Probabilmente sopravviverà anche a me. Qualche motivo ci sarà. Forse davvero è cresciuto senza invecchiare, al contrario di noi che tendiamo a invecchiare senza crescere.
Le immagini di questo articolo sono tratte da Il Vittorioso, dalle storie disegnate da Franco Caprioli Una strana avventura, Il segreto del pugnale e L’elefante sacro.
Siedo sulla proda alta del frutteto, in attesa che il sole invada la Valle del Fabbro. Sono le sei e mezza e lui è in ritardo, come al solito, perché in questa stagione si affaccia da nord-est, dietro la collina alla quale do le spalle. La collina disegna un ferro di cavallo e ne mantiene a lungo in ombra i fianchi, mentre tutta la piana che ho di fronte è già assolata: non fosse per la leggera foschia mattutina lo sarebbe sino al Monviso.
Sono già sceso nel frutteto a raccogliere le pere, evitando così di litigare coi calabroni, che a quest’ora sono ancora intontiti. In compenso ho infastidito i due caprioli che abitano la macchia vicina e che stavano brucando sotto l’albero. Con le scarpe fradice per la rugiada versata dalla notte mi godo ora un ultimo momento di frescura, prima che riesploda l’afa. Fumo, guardo e aspetto: e naturalmente lascio che il pensiero razzoli in libertà.
Mentre faccio correre lo sguardo sino in fondo al frutteto torna prepotente il ricordo di quando tutto il pendio era vitato, e in capo ai filari, al posto della traccia che ho appena lasciato nell’erba umida, scendeva un sentiero. Quaranta, cinquanta, ma addirittura già sessanta anni fa, durante la vendemmia quel sentiero lo risalivo decine di volte di seguito, col carico d’una cesta d’uva.
Non rimpiango quei momenti, che in realtà erano tutt’altro che bucolici, perché si andava sempre di fretta, col cuore in gola e gli occhi rivolti al cielo, a spiare il temuto arrivo del maltempo: eppure non posso fare a meno di ripensare a come ero io allora, e non solo fisicamente. Cercare di rientrare nella mia mente di quel tempo sarebbe assurdo, ma so con certezza che ogni risalita, così come ogni altra attività particolarmente faticosa, la esorcizzavo rifugiandomi in una dimensione parallela. Di fronte ai lavori ripetitivi e stressanti inserivo il pilota automatico, per essere libero di trasferire sogni, progetti e speranze in altri spazi e in altri tempi e di vagheggiare futuri straordinari incontri. Ero totalmente infarcito di suggestioni letterarie e cinematografiche (Lawrence che vince la sete nel deserto, Ben Hur che rema sugli scranni della galera, ecc …) e le riversavo su ogni gesto, per dargli un senso più alto. Solo nel corso degli anni, mano a mano che gli orizzonti si sono ristretti e da meccanico esecutore sono diventato responsabile della conduzione, ho imparato a svolgere quei lavori in uno stato d’animo vigile, e a trarne soddisfazione senza bisogno di travestirli o epicizzarli.
A dire la verità, però, non a questo sto pensando: il tuffo nel passato nasce da un recentissimo stimolo esterno. Proprio ieri infatti (e proprio in questo luogo) un amico mi suggeriva di fare un po’ d’ordine in tutto quello che ho scritto, prendendo a modello magari la mappa che avevo ideato per il ventennale dei Viandanti: identificando cioè alcune tematiche chiave e mettendo in sequenza tutti gli interventi su quei temi, o almeno quelli più significativi. Questo, diceva, consentirebbe ai quattro lettori di oggi e a futuri e molto improbabili esegeti di orientarsi nel bailamme che il sito ospita, e a me di ricostruire il mio percorso, ripercorrendolo tappa per tappa.
Non è un’idea peregrina. Un tempo probabilmente mi ci sarei buttato a capofitto (anche se, a pensarci bene, non avrei avuto molti materiali da riordinare). Oggi sono molto più pigro a mettermi in moto, ma visto che continua a ronzarmi in testa anche dopo che ci ho dormito su una notte varrà forse la pena provarci. Procedendo però con criterio.
Prima di tutto evitando il pericolo, molto concreto stanti le mie attitudini, di tracciare una mappa in scala uno a uno, come quella voluta secondo Borges dall’imperatore cinese: di riscrivere cioè praticamente ogni singolo pezzo anziché limitarmi a piazzare dei cartelli segnaletici.
Poi respingendo la bulimia che mi porta a considerare commestibile tutto ciò che ho prodotto, a non buttare mai nulla, vuoi per natura, vuoi per educazione o per principio.
E ancora, sfuggendo alla pretesa di costringere in un qualsivoglia “sistema” ciò che sistematico non era affatto e nemmeno voleva esserlo. Tutti i miei pezzi, lunghi o corti che siano, sono nati in ordine sparso come i funghi: sono figli della stessa pioggia, ma di terreni diversi, e hanno in comune solo la prima. Di conseguenza, cercando di non caricare e complicare eccessivamente gli snodi, gli incroci, gli intrecci tra i filoni principali individuati.
Infine, provando per una volta a portare sino in fondo l’impegno di chiarificazione: non è infatti il primo tentativo che intraprendo, rinnovo l’impegno a scadenze ormai quasi regolari, e regolarmente mi perdo poi per strada (potrei, in alternativa, fare la storia di questi tentativi: ogni volta le motivazioni e le giustificazioni che accampavo erano diverse, quindi sarebbe già di per sé la storia di un percorso). A pensarci bene, però, una cosa del genere l’ho già fatta più di un paio di decenni fa, con Elisa nella stanza delle meraviglie, aggiornato poi con Ritorno alla stanza delle meraviglie. Solo che in quel caso riguardava le cose che avevo letto, non quelle che avevo scritto: ciò che in fondo, per lo scopo che mi sto proponendo, non fa poi molta differenza. Il problema è piuttosto che allora avevo un panorama nitido della successione delle letture, oggi non ricordo nemmeno ciò che ho letto l’altro ieri.
Sarà comunque un lavoraccio, già lo prevedo: ma mi dicevo la stessa cosa sessant’anni fa, quando mio padre propose di mettere a coltura l’ultima fascia di collina ancora gerbida: o trent’anni fa, quando da un giorno all’altro decisi di recuperare il cascinotto semidiroccato e di trasformarlo nel Capanno. Sarà un lavoraccio, perché significherà disseppellire dalle stratificazioni della memoria pagine ormai ingiallite e altre totalmente dimenticate: ma si può fare, e alla fine, nel deserto di prospettive attuale, può riuscire anche rinfrescante.
Intanto posso cominciare a divertirmi con la mappa, che vorrei semplificare il più possibile. Le linee principali le ho già in mente, le diramazioni si imporranno da sole, i rami secchi li taglierò con una impietosità da ferrovie dello stato.
Naturalmente si tratta di un piano quinquennale. Quindi chi si aspetta di trovare le mappa già in calce a queste righe può mettersi il cuore in pace. Ho davanti il tempo di un’intera legislatura, come dice la Meloni: sempre che un qualche Salvini ultraterreno non rimescoli le carte.
La mappa de L’isola del Tesoro disegnata da Robert Louis Stevenson