In capo al mondo: L’età della conquista

di Paolo Repetto, 30 settembre 2012

IN CAPO AL MONDO vol. II - L'età della conquista copertina

La lotta per la conquista del mondo (II). 5

Inglesi e francesi in estremo oriente. 5

I primi tentativi francesi e inglesi in America settentrionale. 7

Le colonie inglesi 10

Caratteri della presenza inglese. 16

Francesi e olandesi nell’America settentrionale. 17

Mutamenti nel mondo coloniale. 22

L’età d’oro del viaggio scientifico. 22

Evoluzione della cartografia. 27

L’esplorazione dei mari 28

L’esplorazione dei continenti 37

L’Africa e gli sviluppi della tratta. 46

Le colonie caraibiche. 54

L’India britannica e le Indie olandesi 61

Le colonie del Nord America e la rivoluzione americana. 64

Ideologie coloniali 76

Buoni e cattivi selvaggi 76

Schiavitù, diversità, razza. 99

La lotta per la conquista del mondo (II)

Inglesi e francesi in estremo oriente

L’interesse inglese per le Indie orientali è più tardivo, anche se, come abbiamo visto, la fondazione di una compagnia per il commercio asiatico precede di qualche anno quella olandese. Gli inglesi sono attratti in questo periodo piuttosto dal nuovo continente occidentale, che offre sbocchi migratori alle minoranze religiose, e non legano come gli olandesi la loro espansione economica al traffico delle spezie.

Già nel XVI secolo non mancano i tentativi dell’East India Company di instaurare un rapporto commerciale diretto con le Moluccbe e con le Isole della Sonda, ma si scontrano subito con le pretese monopolistiche ispano-portoghesi. In un secondo tempo sono invece frustrati dall’ascesa coloniale olandese, ragion per cui verso la metà del ‘600 gli inglesi rinunciano ad inserirsi nell’Asia sud-orientale. Sul loro scacco pesano senza dubbio i gravi rivolgimenti interni che travagliano in quest’epoca la nazione, nonché il disinteresse che la corona mostra nei confronti di una politica orientale. Soprattutto Giacomo I è assai riluttante ad intervenire direttamente, mentre in Olanda lo stato si fa carico immediatamente di appoggiare la politica della Compagnia. Il sovrano vede soltanto i vantaggi fiscali che una proliferazione di iniziative private può comportare, e concede patenti di commercio a compagnie diverse, disattendendo le loro richieste di monopolio. Si viene così a creare una concorrenza interna tra le compagnie inglesi che favorisce l’affermazione della supremazia olandese. Addirittura nel 1613 e nel 1619 partono dalla corona proposte di collaborazione con l’Oost Kompanie, che vanno a tutto vantaggio di quest’ultima.

Chiusi alla penetrazione nell’India insulare, gli inglesi si volgono al continente indiano, sulle cui coste si insediano stabilmente in tempi molto lunghi. Un primo emporio è fondato a Surat (1612) e di lì si intrecciano rapporti commerciali con gli stati dell’interno. Nel 1616 l’East India Company ottiene il permesso di esercitare le sue attività nei territori del gran Mogol, mentre accordi di scambio sono stipulati con i sovrani delle coste meridionali, sia mussulmani che induisti. Ben presto, per rispondere alle esigenze della rete di traffici tessuta sorgono altre agenzie commerciali. Nel 1630 è fondata Madras, sulle coste del Coromandel, poi è la volta di Calcutta, nel 1658, e di Bomhay nel 1662. Solo nella seconda metà del secolo però, l’interesse per una espansione orientale comincia a lievitare anche in Inghilterra. C’è ad esempio l’intuizione delle grandi possibilità offerte dai tessuti e dalle fibre indiane in un campo nel quale l’Inghilterra è già all’avanguardia. C’è poi l’alleanza stipulata con Lisbona nel 1654, in conseguenza della quale gli inglesi diventano i difensori, ma più propriamente gli eredi, degli interessi commerciali portoghesi in Asia e in America. C’è, soprattutto, la coscienza rinsaldata, dopo le vittorie sugli olandesi nelle guerre per il Navigation Act, di essere la più forte potenza marinata dell’epoca, e la volontà di trarne le logiche conseguenze sul piano economico e politico.

La Compagnia francese delle Indie Orientali nasce soltanto nel 1664. Un precedente tentativo di fondazione da parte di Enrico IV, nel 1604, era praticamente fallito per lo scarso interesse suscitato dall’iniziativa nella borghesia francese, attenta piuttosto alle spedizioni di Champlain ne1 Nord-America. Anche questa nuova compagnia è voluta dalla corona, che fornisce buona parte del capitale iniziale, ed è posta sotto il diretto patrocinio di Colbert. La preoccupazione di recuperare il grosso ritardo accumulato è prima politica che economica. Il progetto iniziale prevede un insediamento stabile nei Madagascar, e di lì l’espansione in grande stile nell’oceano Indiano. All’atto pratico, però, i francesi riescono ad insediarsi soltanto sulle coste indiane, a Pondichery (1674) e a Chandernagor (1686) e ad aprire agenzie a Surat e a Ceylon. Un tentativo di impadronirsi della Thailandia, col pretesto di difenderla dalle pretese inglesi, viene frustrato nel 1688. Allo stesso modo ha esito negativo la contesa con l’Inghilterra per l’egemonia sull’impero in decadenza del Gran Mogol. L’interesse troppo spiccato mostrato dalla corona francese per l’area continentale indiana induce anzi gli inglesi ad una difesa attiva della loro precedenza, vale a dire ad una presenza militare ed amministrativa sempre più consistente.

La politica coloniale francese si propone, fin dagli esordi, degli obiettivi nuovi. Essa non mira a creare stazioni commerciali, né ad un controllo delle coste, ciò che sarebbe vanificato dalla superiorità marittima di inglesi ed olandesi; punta invece alla vera e propria espansione politica, sotto la specie del gioco delle alleanze, o, dove appare minimamente possibile, nei termini della conquista militare diretta. Luigi XIV trasferisce in Asia la mentalità e l’attitudine che informano la sua politica europea; pone fine alla finzione anglo-olandese, sostituendovi la brutale evidenza dei potere delle armi.

Un altro aspetto differenzia l’impegno francese da quello delle due maggiori rivali europee: è il carattere missionario. Come vedremo anche in relazione alle colonie americane, sia i sovrani che l’opinione pubblica in questo periodo danno un valido appoggio all’attività di missione fuori della Francia, probabilmente sulla scorta degli entusiasmi religiosi legati alle lotte confessionali che sconvolgono il paese. E gli unici successi della politica francese in Asia nel Seicento sono proprio connessi all’attività missionaria, come nel caso dell’influenza crescente presso gli imperatori cinesi.

I tempi non sono tuttavia maturi per una politica di penetrazione continentale, e la Francia dovrà attendere ancora più di un secolo per realizzare una presenza coloniale di un qualche peso nell’estremo oriente.

I primi tentativi francesi e inglesi in America settentrionale

Il primo viaggio di Jacques Cartier, durante il quale egli esplora il golfo del San Lorenzo, è del 1534. Secondo la patente rilasciata da Francesco I scopo della spedizione è la ricerca di paesi e isole ricchi d’oro. L’eccezionale afflusso di metalli preziosi dalle colonie spagnole ha indotto il sovrano francese a denunciare il trattato di Tordesillas e ad incentivare le esplorazioni transoceaniche, nella speranza di imbattersi a sua volta in un qualche Eldorado. Nessuna volontà di colonizzazione quindi è sottesa a questi primi approcci francesi con le regioni settentrionali del nuovo mondo: c’è solo la ricerca di un profitto immediato, quella stessa che aveva mossi e continuava a muovere più a sud i conquistadores spagnoli.

Cartier ripercorre nel 1535 la rotta dell’anno precedente, risalendo questa volta il fiume e giungendo sino ad Hochelaga, il sito dove sorgerà in seguito Montréal. È accolto amichevolmente dagli indigeni, che favoleggiano di un mitico regno, Saguenay, zeppo d’oro e di diamanti, e situato solo “un poco più in là”. Probabilmente queste voci sono fatte circolare dai nativi senza malizia, per compiacere gli europei che sembrano non interessarsi ad altro. Sulla scorta di queste vaghe indicazioni, comunque, un’altra spedizione, guidata ancora da Cartier ma posta sotto il comando di Jean Francois de Roche de Roberval, giunge nel 1540 ad Hochelaga. Sulle cinque navi che compongono la flotta sono imbarcati artigiani e lavoratori specializzati, assieme ad un gran numero di aristocratici e di detenuti in funzione di schiavi. È una composizione troppo eterogenea per far pensare ad un serio tentativo di colonizzazione. In effetti il progetto di Roberval contempla uno stanziamento temporaneo, anche invernale, nel nuovo mondo, ai soli fini della esplorazione, della ricerca e dello sfruttamento minerario. Per il fabbisogno alimentare si confida nei rifornimenti dall’Europa e nella generosità degli indigeni. L’inverno canadese si rivela però durissimo: il freddo, lo scorbuto, e da ultimo anche l’ostilità dei nativi, i cui entusiasmi e la cui fiduciosa benevolenza non tardano a venir meno, segnano il destino della spedizione. La primavera successiva solo pochi sopravvissuti potranno essere raccolti dalle navi provenienti dall’Europa.

Il fallimento del tentativo di Roberval, e più ancora la constatazione che i campioni di minerale e di pietre preziose portati dall’America non hanno alcun valore, fanno sì che per un ventennio in Francia non si riparli di spedizioni transoceaniche. Soltanto nel 1562 ritroviamo delle navi francesi che fanno vela verso il nuovo continente. Il tentativo è ispirato questa volta da Gaspard de Coligny, ammiraglio ugonotto preposto agli affari marittimi, che già aveva patrocinato nel 1555 una spedizione al Brasile. Tra gli intenti del Coligny vi è molto probabilmente la creazione di un asilo per i suoi correligionari usciti sconfitti dalle lotte confessionali interne. Ciò non risulta, naturalmente, nei termini di concessione delle patenti, che parlano di ricerca dell’oro di Cibola e di catechizzazione dei nativi; ma è un dato di fatto che alla guida della spedizione si trovano due protestanti, Jean Ribault e Goulaine de Laudonnière, e che la spedizione stessa è composta in maggioranza da ugonotti. L’idea di una colonia che raccolga i dissidenti religiosi francesi non spiace affatto, tra l’altro, alla reggente Caterina de’ Medici, che metterebbe volentieri l’oceano tra costoro e la Francia. La zona scelta per l’esperimento, sulla scorta delle negative esperienze canadesi, è questa volta la Florida. Viene innalzato un forte, Fort Charles, nel quale al suo ritorno in Francia Ribault lascia una piccola guarnigione. Ma gli errori già commessi nelle precedenti spedizioni si ripetono: i coloni non coltivano il suolo, approfittano della buona fede degli indiani fino ad irritarli, e sono costretti ben presto a riprendere il mare alla volta dell’Europa.

Una seconda spedizione al comando di Laudonnière fonda nel 1565 Fort Caroline, poco più a sud del primo insediamento. L’inverno si rivela ancora una volta fatale per la colonia. Essa si trova coinvolta in conflitti tra le tribù indiane, ed è travagliata da ammutinamenti interni. Il colpo di grazia viene dato però da una spedizione punitiva spagnola guidata da Menendez de Avila: Fort Caroline è distrutto, e i francesi che non sono riusciti a prendere il largo, ivi compreso Ribault sopraggiunto in un secondo tempo, sono massacrati.

Dietro il pesante intervento spagnolo vi sono le preoccupazioni destate in Filippo II dai tentativi francesi: preoccupazioni d’ordine politico, in quanto la Florida è troppo vicina ai possedimenti spagnoli delle Antille, e d’ordine religioso, perché gli appare chiara, sotto queste iniziative, la trama di una congiura protestante.

Il massacro ha in tutta l’Europa un’ampia risonanza. Offrirà alla regina Elisabetta un pretesto per dichiarare guerra alla Spagna, e suscita immediate rappresaglie contro le colonie spagnole e portoghesi. Esso contribuisce anche a rinfocolare, se ve ne fosse bisogno, gli odi religiosi, e lo stesso Coligny, ucciso durante il massacro della notte di San Bartolomeo, ne subirà le conseguenze.

Dopo la morte di Coligny i tentativi francesi di colonizzare le coste americane subiscono una lunga interruzione. Dissoltasi l’eccezionale congiuntura che in lui si realizzava tra il movente religioso ed il potere politico, viene a galla tutta la fragilità di consenso, soprattutto economico, di queste intraprese. Manca ad esse l’apporto dei finanziamenti privati, manca l’esperienza di un’organizzazione economica di base sul tipo delle compagnie olandesi. Né il capitale commerciale né quello finanziario sono disposti a rischiare in imprese tanto aleatorie, e tantomeno a sacrificarsi per la evangelizzazione degli indigeni. I fallimenti di Ribault e Laudonnière sono legati proprio al carattere non programmato, avventuroso, che le loro spedizioni hanno fin dall’inizio. Gli imbarcati non hanno ruoli specifici e differenziati, non vengono prese in considerazione possibilità alternative ad un arricchimento rapido e favoloso, non è preventivata una politica di sopravvivenza a medio o a lungo termine, che contempli da un lato lo sfruttamento della terra e della pesca e dall’altro l’instaurazione di rapporti di scambio e di buon vicinato con gli indigeni. Al contrario, il comportamento degli europei è sempre, come risulta dalla relazione di un frate-navigatore sulla spedizione di Cartier, provocatorio e incoscientemente brutale, mentre l’idea di dar mano alle zappe è assolutamente aborrita da chi aveva lasciato l’Europa convinto di sbarcare, né più né meno, nel paradiso terrestre.

L’ultimo quarto di secolo vede dunque i francesi rinunciare alle loro velleità di insediamento sulle sponde americane, e registra per contro la decisa entrata in scena degli inglesi. Fino al 1578 questi ultimi si erano limitati a puntate d’assaggio e a controllare gli sviluppi dei tentativi francesi, traendone la conclusione che ci fossero ben poche probabilità di rinnovare i fasti della conquista spagnola. Si era andata quindi affermando in Inghilterra una visione molto più prosaica della realtà del nuovo mondo, che aveva favorito il discernimento delle effettive possibilità economiche, strategiche e di popolamento da esso offerte.

Di questa coscienza si fa interprete per primo sir Humphrey Gilbert, il quale concepisce l’ambizioso disegno di un ponte commerciale tra Europa e Asia, poggiante su di una stazione intermedia americana. Nei suoi progetti la colonia-scalo avrebbe un significato eminentemente commerciale, ma dovrebbe nel contempo essere in grado di garantire la propria autosufficienza alimentare attraverso un certo sviluppo dell’agricoltura; inoltre potrebbe sfruttare le risorse minerarie locali, dar vita ad una economia di scambio con gli indigeni ed assorbire all’occorrenza le eccedenze demografiche britanniche. È sottinteso un significato strategico, diretto sia contro la talassocrazia portoghese nell’oceano Indiano sia contro l’autocandidatura egemonica degli spagnoli nelle Americhe.

Due successivi tentativi (1578 e 1579) di insediare un primo nucleo della colonia abortiscono miseramente. Lo stesso Gilbert scompare in un naufragio nel corso di una terza spedizione nel 1583, dopo aver preso formalmente possesso di Terranova. Ma ormai l’America è entrata nelle vene e nei progetti degli inglesi. È di questo stesso periodo un progetto, poi non realizzato, che prevede una colonia di insediamento per le minoranze cattoliche.

L’opera iniziata da Gilbert è proseguita da sir Walter Raleigh, suo parente stretto, che ne rileva le lettere patenti della regina. Raleigh invia nel 1584 una prima spedizione esplorativa, che abbandona la costa settentrionale prossima a Terranova e scende invece molto più a sud. La scelta tiene conto delle esperienze negative dei climi freddi del San Lorenzo e di quelli malarici della Florida fatte dai francesi. Raleigh in persona sbarca nel 1587 sulle coste della Virginia, da lui stesso cosi battezzata, e vi lascia 113 coloni. Il luogo scelto per l’insediamento si trova all’altezza del 37° parallelo: oltre che per il clima esso si raccomanda perché garantisce un certo margine di sicurezza nei confronti delle postazioni strategiche spagnole in Florida. Purtroppo la concomitanza con la fase più dura della guerra anglo-spagnola, culminata nella spedizione dell’Invencible Armada, non consente neppure a questo esperimento di andare in porto. Per tre anni non possono essere inviati rinforzi e rifornimenti in America, e quando nel 1590 una nuova spedizione approda nel luogo del primitivo insediamento non ne trova più traccia.

Il prolungarsi della guerra fa si che fino agli inizi del secolo successivo anche l’Inghilterra abdichi ad ogni volontà di espansione in questo settore. Ma la scelta ormai è fatta, e non appena le forze e i capitali inglesi saranno liberati dalle costrizioni belliche, la corsa riprenderà.

Le colonie inglesi

Dopo la pace con la Spagna del 1604 il potenziale marittimo impegnato dall’Inghilterra nella guerra di corsa si trova ad essere disoccupato. Gli armatori delle grandi città portuali, privati di uno dei loro maggiori proventi, cercano un impegno sostitutivo per i loro capitali, e cominciano ad interessarsi seriamente all’America. Nel 1607 si costituiscono due compagnie, quella di Londra e quella di Plymouth, che ottengono da Giacomo I una concessione di sfruttamento dei territori americani compresi tra il 34° e il 45° parallelo. La compagnia di Plymouth, che ha in appannaggio la zona settentrionale, sbarca alcuni coloni nell’odierno Maine, ma deve rimpatriare i pochi sopravvissuti l’anno seguente.

La compagnia londinese fonda invece nella Virginia, con un nucleo iniziale di 104 persone, Jamestown, destinato ad essere il primo insediamento stabile inglese in terra americana. Nei primi tre anni la percentuale delle perdite tra i coloni è superiore al 50% annuo. Ad ogni primavera giungono rimpiazzi e soccorsi dalla patria, ma ogni inverno porta con sé la fame: nel 1609, quando la colonia è arrivata a contare coi nuovi venuti 450 abitanti, una terribile carestia li riduce a sessanta. È ancora presente, del resto, quella disposizione negativa nei confronti dell’agricoltura che aveva determinato l’insuccesso delle spedizioni francesi. La maggior parte dei coloni conserva il miraggio delle miniere o dell’attività commerciale. Solo a partire dal 1619 c’è una svolta. La Compagnia offre ai coloni dei lotti di terreno in proprietà. È il suo ultimo tentativo, in quanto non le è possibile mantenere più a lungo un insediamento così costoso in capitali e in vite umane, che ancora non offre alcuna contropartita: ed ha successo. Offrendo la prospettiva di una proprietà personale il reclutamento dei coloni diventa più facile e regolare. Malgrado le malattie e le altre difficoltà continuino a decimarla, la colonia si avvia alla stabilità e all’autosufficienza: attorno al 1620 conta milleduecento abitanti. Al tempo stesso, l’individuazione del tabacco come coltivazione ottimale a quel clima e a quella latitudine le discopre una vocazione economica determinante. La produzione, introdotta quasi casualmente per il consumo locale, aumenta tra il 1620 e il 1640 di venticinque volte, arrivando a metà del secolo a superare il milione e mezzo di libbre esportate. A questa scelta economica è legato anche il veloce sviluppo territoriale della colonia: la coltura del tabacco impoverisce infatti rapidamente il suolo e crea la necessità di nuovi dissodamenti.

La Virginia si dà un primo ordinamento amministrativo nel 1619. Fino a questo momento era stata governata direttamente dal Consiglio della Compagnia, col tramite di un governatore nominato da Londra. Al rappresentante della Compagnia vengono ora affiancati un Consiglio di Stato, del quale fanno parte i notabili e i funzionari più in vista della colonia, ed una Assemblea Generale, chiamata in seguito Camera dei Borghesi, composta oltre che dai consiglieri di stato dai rappresentanti eletti dai coloni. Malgrado le prerogative conservate dal Consiglio della Compagnia, al quale è riservata la ratifica di ogni atto giuridico ed amministrativo, col potere di invalidarlo, questo nuovo organigramma risponde più coerentemente alla situazione creata dal mutamento del regime di proprietà. Il possesso della terra diventa la base del diritto elettorale e insieme il parametro censitario per eccellenza, sul quale si fonda tutta l’organizzazione sociale.

Assieme al tabacco gli inglesi trapiantano quindi nell’America del Nord un sistema amministrativo destinato a connotarne in maniera decisiva la fisionomia politica e sociale. Le colonie che vanno ad affiancarsi alla Virginia potranno differire tra loro per motivi d’ordine confessionale o economico, e per la caratterizzazione più aristocratica o più democratica delle forze e dei rapporti di potere; ma tutte saranno accomunate dall’attaccamento al principio rappresentativo.

L’esperimento virginiano, se da un lato ha successo per la realizzazione di un primo insediamento stabile nella zona continentale nordica, si rivela invece fallimentare sotto il profilo finanziario. La Compagnia di Londra non riesce a recuperare gli investimenti profusi nella fase iniziale e nel 1624 deve restituire le sue patenti alla Corona. La Virginia passa da questo momento sotto il diretto potere del sovrano. Non sarà quindi il capitale finanziario, scoraggiato dagli esiti negativi sortiti da entrambe le compagnie di sfruttamento dei territori d’oltreoceano, a promuovere l’ulteriore colonizzazione. Essa trae linfa piuttosto dalla tendenza alla diaspora di alcune minoranze religiose inglesi, mal tollerate in patria per le implicazioni anti-autoritarie del loro credo etico o per il sospetto di connivenza con le potenze cattoliche. A ciò si combina poi, in una seconda fase, la spinta migratoria impressa dall’immiserimento dei ceti inferiori contadini e artigianali, fenomeno particolarmente acuto nel ‘600 e che riguarda non soltanto l’Inghilterra ma tutto il continente europeo.

Il Maryland, la seconda colonia che nasce sulle coste meridionali, adiacente alla Virginia, presenta già questa matrice estranea ad un disegno economico o politico di espansione. Ne è fondatore, nel 1632, George Calvert, elevato al rango di pari col titolo di Lord Baltimore. Nella prima concessione reale essa non ottiene lo statuto di provincia autonoma: viene soltanto indicata come il territorio virginiano situato a nord del Potomac, ed affidato al nobile per il popolamento e per l’evangelizzazione dei selvaggi. Negli intenti di lord Baltimore, invece, un neo-convertito al cattolicesimo, la colonia deve diventare un rifugio per i suoi correligionari che intendono lasciare l’Inghilterra: ciò che presuppone la facoltà di organizzarsi autonomamente

Una volta ottenuta anche questa autorizzazione, Calvert dà al suo territorio una strutturazione giuridico-amministrativa piuttosto singolare. La provincia è divisa in sessanta “manors” (manieri), sul modello di quelli esistenti in Inghilterra, che vengono affidati ad altrettanti signori, vincolati al governatore da un rapporto di sudditanza feudale. Accanto a questi latifondi vengono creati degli appezzamenti più piccoli, distribuiti a liberi proprietari. Conseguenza dell’adozione di queste strutture è che il potere rimane concentrato nelle mani del governatore. Ciò darà luogo per alcuni decenni ad un ostinato braccio di ferro tra gli eredi di Calvert e l’assemblea rappresentativa che lo stato si è data malgrado l’impostazione feudale. Alla fine anche il Maryland mutuerà dalla vicina Virginia, oltre alla scelta per la monocultura del tabacco, anche quella particolare forma di democrazia signorile che costituirà la caratteristica di tutti gli stati del Sud.

Se il decollo della colonizzazione inglese in terra americana è stato lento e faticoso, il suo sviluppo procede invece ad un ritmo sostenuto. Al momento in cui la Virginia diventa colonia reale un solo altro insediamento, quello dei padri pellegrini di Plymout, è stato realizzato: vent’anni più tardi le colonie a statuto autonomo riconosciute dalla corona sono già sette. Di queste, cinque sono sorte ad una latitudine molto superiore a quella della Virginia, lungo le coste che avevano visto i primi sfortunati tentativi di Gilbert, sottraendosi ad una logica di colonizzazione che aveva privilegiate sino a quel momento le terre calde, fertili e ricche.

Non è tuttavia una scelta quella che sta all’origine dello stanziamento nel New England. C’è piuttosto lo zampino del caso, unito ad una dose di tenacia che soltanto la necessità riesce ad educare. Nel 1608 la comunità puritana di Nottingham decide di trasferirsi in Olanda, per sottrarsi alle persecuzioni dell’amministrazione statale. Per la dissidenza religiosa questo è un momento difficile, perché attorno ai temi religiosi si vanno cristallizzando tutte le tensioni politiche e sociali, e sono le minoranze non allineate a portarne le conseguenze. Anche in Olanda, tuttavia, pur godendo di ospitalità e comprensione, i puritani non sono a loro agio: il clima di tolleranza e di pragmatismo che vi regna non è il più adatto al loro rigorismo morale ed etico. Decidono pertanto di migrare ancora, questa volta in un luogo ove i loro principi non solo possano essere professati, ma diventino il fondamento della convivenza sociale; solo l’America offre queste opportunità. Sulla loro decisione influiscono probabilmente anche le relazioni dei viaggi esplorativi che giungono dal nuovo continente; ad esempio quella di John Smith, governatore della Virginia, intorno ad una spedizione del 1614 lungo le coste settentrionali della Virginia. Vi si parla di terre fertili, di buona pesca, di clima mite, di selvaggi docili e mansueti. Gli oneri finanziari del viaggio sono assunti da un gruppo di commercianti londinesi che simpatizzano per i puritani, così che nel novembre 1620, dopo aver ottenuto una concessione dalla Compagnia di Londra, 120 pellegrini si imbarcano sul Mayflower alla volta della Virginia. Ma non giungono alla destinazione prefissata. Vengono sbarcati invece quasi ottocento chilometri più a nord, all’altezza del 42° parallelo, in pieno inverno e con scorte di viveri limitate. Solo una metà di loro vede la primavera successiva e dà vita al villaggio di Plymout, che con l’aiuto degli indiani e di una certa intraprendenza commerciale riesce a sopravvivere ed a crescere. Altri due villaggi sorgono nel volgere di pochi anni.

I risultati positivi ottenuti da questo primo nucleo di fuorusciti innesca, a partire dal 1630, una forte spinta migratoria tra i puritani inglesi. I loro correligionari non soltanto sono sopravvissuti, ma hanno potuto darsi leggi ed ordinamenti perfettamente consoni al loro sentire religioso, in quanto svincolati dall’autorità della Virginia (e quindi da quella diretta del sovrano). Per coordinare e favorire la diaspora nasce nel 1629 la Compagnia della Baia del Massachussetts, che stabilisce la sua sede direttamente in America e si avvale di una concessione regia per lo sfruttamento e la colonizzazione dei territori attorno da baia. L’insediamento ottiene lo status di provincia e l’autorizzazione a darsi ordinamenti amministrativi e giuridici propri, purché compatibili con quelli della madrepatria.

Le strutture politiche su cui la colonia si fonda rispecchiano in linea di massima quelle della Virginia. C’è un governatore e c’è una Assemblea Generale, con una netta tendenza a limitare l’autorità del primo e ad aumentare il più possibile il peso politico conferito alla seconda. Inoltre, ogni centro abitato (town) gode di una certa autonomia per quanto concerne la legislazione spicciola, demandata alla township (assemblea cittadina). I criteri di costituzione dell’Assemblea sono desunti dal carattere strettamente confessionale della comunità coloniale: possono farne parte soltanto quei cittadini che si raccomandano per la santità del loro comportamento. La stessa cittadinanza a tutti gli effetti è soggetta ad una valutazione espressa dagli anziani della congregazione.

All’atto pratico, lo spirito che informa la vita civile e religiosa della colonia è tutt’altro che democratico. Non vi è alcuno spazio per la dissidenza, e l’intransigenza morale si concretizza in durissime condanne comminate ai devianti. Il progetto di una comunità dei “perfetti” si fonda da un lato sulla presunzione di possedere la verità teologica, dall’altro su di un estremo rigore cui conformare la vita privata e sociale. Gli strumenti di assedio delle coscienze e di salvaguardia dell’ortodossia morale e civica sono quelli ormai collaudati: la confessione pubblica, la delazione …

In un clima del genere non tardano a manifestarsi fermenti d’insofferenza, e quindi ulteriori diaspore intestine. Nel 1638 gruppi di puritani moderati si spostano verso sud, occupando la vallata del Connecticut e dando vita ad una colonia autonoma dallo spirito più liberale. Nello stesso periodo Roger Williams, espulso per le sue idee anticonformiste dal Massachussetts, fonda la città di Providence; attorno ad essa si raccoglieranno altri centri per dar vita alla provincia di Rhode Island, caratterizzata dal più assoluto rispetto della libertà di coscienza religiosa. Il New Haven, al contrario, è fondato nel 1639 all’insegna di un radicalismo puritano non inficiato da alcun compromesso. Soltanto il New Hampshire nasce da una diversa matrice. Si tratta di una colonia mista, nella quale accanto ai puritani hanno spazio anche gli anglicani, che rimane sotto la stretta giurisdizione della corona.

Origine più tarda ha invece la Pennsylvania, che diviene dopo il 1670 il rifugio degli ‘amici’ quaccheri. Costoro, in quanto assertori dell’assoluta indipendenza dell’individuo nei confronti di ogni autorità costituita, religiosa o civile, si sono attirati l’odio di tutte le confessioni in genere, e quello dei puritani in particolare. Cacciati e perseguitati nelle colonie del Nord essi trovano infine in William Penn un simpatizzante ed un affarista, capace di conciliare i suoi interessi con una causa cara al suo cuore. Dello stesso periodo è la fondazione del New Jersey, colonia di popolamento aperta come la Pennsylvania a tutte le confessioni religiose e basata su principi libertari e democratici.

Le colonie del nord mostrano molto presto una decisa disposizione autonomistica. Su questa influiscono già di per sé le circostanze e i modi della loro fondazione, dovuta ad esuli e dissidenti, ma viene a pesare anche lo sviluppo di una economia che non è simbiotica, a differenza di quanto avviene per la Virginia, con quella della madrepatria. Il New England non è zona adatta alle grandi culture speculative. Vi si diffonde una coltivazione di sopravvivenza e di scambio interno, soprattutto cerealicola, che non crea grosse eccedenze da destinare all’esportazione. Le attività economiche si diversificano, e vanno dal commercio delle pellicce allo sfruttamento delle foreste e all’esercizio della pesca. Quest’ultima costituisce la voce principale negli scambi con l’Europa, e promuove al tempo stesso numerose attività complementari, prima tra tutte quella delle costruzioni navali. Si creano in pratica condizioni che porteranno al rifiuto della dipendenza e del ruolo di subordine all’interno del sistema economico inglese.

Le stesse strutture politiche consentono già di identificare alcune delle matrici ideologiche del futuro conflitto. Ogni colonia si dà strutture particolari a seconda del carattere della sua fondazione (il New Haven addirittura esclude dall’atto di fondazione alcuni dei capisaldi della tradizione giuridica garantista anglosassone), ma nel complesso gli istituti ispirati al modello della madrepatria non ne sono pedisseque riproduzioni. Essi presentano caratteri di novità tanto nel funzionamento quanto nelle prerogative di cui godono e nel significato che rivestono.

Allo stesso modo, il quadro sociale che in queste colonie va rapidamente delineandosi non è la copia di quello lasciato nel vecchio continente. La traversata ha il potere simbolico di azzerare i valori e i crediti sociali nonché i demeriti, visto che talvolta ci si avvale per il popolamento anche di galeotti. La nuova stratificazione censitaria che si produce in terra americana rimette in corsa, sia pure con notevoli handicap di partenza, tutti coloro che gli spazi stretti dell’Europa costringevano all’immobilità.

D’altro canto, le realtà e le situazioni particolari in cui questa crescita avviene, così come il nuovo tipo di rapporti esistenti all’interno tra i pionieri stessi o con gli indiani, inducono a sviluppare un corpus originale in molti campi, dalla giurisprudenza alla medicina. Ed è proprio su questo piano, di tecnica della sopravvivenza e dell’organizzazione sociale, che inizia a prodursi il distacco dalla cultura madre e più in generale dalla tradizione culturale europea.

Caratteri della presenza inglese

Prima della fine del XVII secolo la presenza inglese nel nordamerica ha dunque una sua fisionomia ben definita, con linee di sviluppo già tracciate, anche nel senso di una diversificazione interna sia economica che culturale.

I modi e la natura di questa colonizzazione si discostano alquanto da quelli della conquista spagnola e portoghese. A muovere questa ultima era stata l’aspirazione ad un profitto immediato e trasferibile in patria, sotto forma di oro, di spezie, di schiavi … A questo fine si era imposta la ricerca di un rapporto di collaborazione, più o meno spontanea, da parte dei nativi; come schiavi nelle miniere e nelle piantagioni, come interlocutori commerciali, come razziatori e procacciatori di carne umana costoro avevano partecipato attivamente, loro malgrado, di ogni fase e di ogni sviluppo del processo di penetrazione degli europei. Era, tra l’altro, una penetrazione avviata soltanto in un secondo momento, dopo una fase volta esclusivamente da conquista; o addirittura in un terzo, se si considera che i diritti di proprietà erano già acquisiti sulla carta prima che le navi toccassero le coste dei continente. La necessità del contatto crea comunque nei portoghesi e negli spagnoli una certa “assuefazione” agli indigeni, induce una consuetudine meno repulsiva e sospettosa, dà origine ad una mescolanza razziale. La stessa cosa avverrà per i francesi nel Canada, dove la colonizzazione ha quale obiettivo economico prioritario il commercio delle pellicce, e si fonda quindi totalmente sul rapporto di scambio con i nativi.

Per gli inglesi invece il discorso è completamente diverso. I pionieri che sbarcano sulle coste virginiane o su quelle del New England hanno fame di spazio, progettano di stabilirsi in quelle terre e di costruire lì le loro case, i loro stati, la loro nuova società. Per fare ciò non hanno bisogno degli indigeni, anzi, questi sono una componente stonata del quadro, in quanto proprietari naturali delle terre. Non può esserci rapporto, o quando c’è è quello strumentale e temporaneo dell’utilizzazione contro i propri concorrenti francesi o olandesi, ma anche in questo caso nel rispetto delle distanze.

Gli inglesi inoltre non vantano diritti o proprietà teoriche: avanzano e si espandono in ragione delle loro esigenze, senza essere turbati da problemi di legittimità o legittimazione del loro operato. Non ritengono di dover pareggiare la spoliazione con un corrispettivo in verità religiosa o in “civilizzazione”: nel momento in cui sbarcano nel nuovo mondo diventano americani, e vi esercitano la forma di possesso più definitiva e completa, abitandolo.

Anche l’ottica in cui la colonizzazione americana viene assunta dall’Inghilterra è diversa. In primo luogo non si tratta di un insediamento perseguito dalla nazione per motivazioni politiche o economiche, ma di un fenomeno al più tollerato, di un deflusso reso necessario dall’aggravarsi delle tensioni. C’è la coscienza, da parte della madrepatria, di una naturale tendenza centrifuga di queste sue appendici, e conseguentemente un’attitudine sempre sospettosa. D’altro canto sono colonie sui generis anche per il tipo di rapporto economico esistente, e soprattutto per le prospettive che lasciano intravvedere. Essendo popolate da bianchi, che vi hanno trapiantate esigenze e costumi europei, esse costituiscono dei potenziali mercati di assorbimento da proteggersi contro l’infiltrazione di altre potenze economiche. È in fondo il primo tentativo dell’Inghilterra di creare con le sue colonie un rapporto economico di complementarietà, che anticipa i contenuti del colonialismo ottocentesco.

Francesi e olandesi nell’America settentrionale

Sul finire del XVI secolo anche la Francia rispolvera i suoi vecchi progetti di insediamento coloniale nel nord America, già caldeggiati da Francesco I e accantonati poi, in seguito ai fallimenti di Roberval e di Coligny. In realtà la rinuncia più che trentennale ad un preciso impegno espansionistico nell’Atlantico non ha impedito che i contatti col nuovo continente si infittissero: i pescatori che frequentano le acque di Terranova si spingono sempre più spesso alle coste continentali, per integrare i loro guadagni con le pellicce acquistate presso le tribù indiane rivierasche.

Soltanto dopo il 1598, però, trovata una composizione ai conflitti religiosi intestini che travagliavano la nazione, Enrico IV può rimettere mano al disegno di una colonia permanente. Un tentativo dello stesso anno si rivela prematuro: da esso però traggono esperienze preziose i superstiti. È proprio uno di costoro, Pierre du Gast, a fondare nel 1603 una compagnia per “il commercio e il popolamento dell’Acadia e per la conversione degli indiani”. Gli esperimenti di fondazione si susseguono tra difficoltà e incertezze fino al 1608, quando il luogotenente e geografo di du Gast, Samuel Champlain, fonda Quebec, sulle rive del San Lorenzo.

Champlain è il vero artefice della penetrazione francese nel Canada, e riuscirà non soltanto a mantenere in vita la colonia, ma anche a darle un’ossatura amministrativa. Le sue relazioni sul potenziale economico di queste terre sollecitano in patria l’interesse della corona. Egli vagheggia una colonia capace di sviluppare un’agricoltura di sussistenza, ma basata sulla pesca, sullo sfruttamento delle foreste e delle miniere, nonché sul fondamentale commercio delle pellicce. Non rinuncia neppure al vecchio sogno, che era già stato di Gilbert, di trovare la scorciatoia ai mari orientali e di farne quindi un nodo strategico per il traffico transoceanico. Fino al 1627 egli riveste la carica di intendente del viceré, anche se all’atto pratico ha carta bianca per tutto quanto riguarda l’organizzazione, le esplorazioni e gli insediamenti. Passa poi direttamente alle dipendenze di Richelieu col tramite della Compagnia di Cento Associati, fondata dal cardinale stesso, che ne è anche il maggiore azionista. La compagnia ottiene il monopolio dell’esportazione delle pellicce, e attraverso Champlain è praticamente sovrana. L’unico potere che le si affianca, e in qualche caso le si contrappone, è quello dei gesuiti, che hanno ottenuto a loro volta una sorta di monopolio sui rapporti con gli indiani e sulle conversioni.

Proprio nella politica indiana Champlain rivela, alla distanza, una certa miopia, le cui conseguenze saranno tra i fattori della sconfitta francese nel nord America. Al momento della fondazione di Quebec le maggiori nazioni indiane della regione dei grandi laghi sono in conflitto. Gli Uroni e gli Algonchini, tribù nomadi, stanno cacciando dal bacino del San Lorenzo gli Irochesi, agricoltori sedentari, costringendoli a riversarsi nelle vallate dell’Hudson. Champlain interviene già nel 1609 in questa guerra, sia per consolidare l’amicizia con gli Uroni, che sono gli interlocutori principali nel commercio delle pellicce, sia per consentire agli stessi di allargare i loro territori di caccia. Ciò vale ai francesi l’odio imperituro della confederazione irochese, che a partire dal 1626, quando trova l’appoggio olandese, e più ancora in seguito, quando gli inglesi la riforniranno di armi da fuoco, passa alla controffensiva. Lo scontro divamperà sempre più violento in quanto gli stessi Irochesi, per avere rapporti commerciali con gli europei, e quindi armi, debbono dedicarsi alla caccia delle pellicce e riconquistare l’accesso alle regioni del nord-ovest negato loro dagli uroni. Alle motivazioni economiche si aggiungono poi, nella scelta delle alleanze indiane, le pressioni dei gesuiti, che incontrano molta disponibilità alla conversione negli Uroni mentre trovano decisamente ostili gli Irochesi.

La Francia si trova quindi invischiata sull’altra sponda dell’oceano in un conflitto assolutamente anomalo, che si combatte al di fuori degli schemi tattici europei, con incursioni improvvise, imboscate nella foresta, attacchi e massacri delle fattorie isolate; ciò influirà pesantemente sul mancato sviluppo di una colonizzazione agricola in profondità. Al tempo stesso, anche le guerre continentali si riflettono sulla vita della colonia. Nel 1627 cade nelle mani degli inglesi la stessa Quebec, che viene restituita soltanto tre anni dopo. I sogni di rapido sviluppo di Champlain sono ridimensionati dalla realtà di una sicurezza sempre precaria, di un reclutamento difficoltoso e limitato degli immigrati, di risultati economici che si rivelano inferiori alle aspettative. Inoltre, dopo la morte di Richelieu la Compagnia dei Cento Associati viene a trovarsi in cattive acque e deve cedere parte dei suoi diritti ad una società costituita dagli abitanti stessi della colonia.

Attorno da metà del secolo la presenza francese nel Canada attraversa quindi un momento particolarmente difficile, aggravato dal fatto che gli Irochesi hanno quasi sterminato gli Uroni e sono padroni della foresta e della caccia. In questa fase si rivela vitale per la sua sopravvivenza la spinta religiosa. Nel 1640 è creata la Società di Nôtre Dame per la conversione dei selvaggi, che immette capitali e promuove nuovi insediamenti, sia pure a carattere missionario, ma soprattutto ravviva l’interesse dell’opinione pubblica e spinge la corona ad un impegno più diretto e deciso. Già nel 1636 si era tentato l’esperimento di un seminario per gli Uroni, a Quebec, esperimento fallito per il rifiuto degli indiani di assoggettarsi alla vita di collegio. Ora la stessa Montréal è fondata nel 1651 da un gruppo religioso, e il suo primo nucleo è costituito da un seminario e da un ospedale. Il grosso sforzo di evangelizzazione si rivolge anche agli Irochesi, con l’unico risultato però di creare una lunga lista di martiri da ambo le parti.

Nel 1663 infine il Canada diventa colonia regia a tutti gli effetti, una provincia della Francia metropolitana. È un’esigenza soprattutto militare a promuovere questo nuovo statuto, in quanto i vicini insediamenti inglesi si fanno sempre più invadenti e le scorrerie degli Irochesi mettono in crisi ogni iniziativa di sviluppo agricolo e commerciale. Il popolamento scarso e poco concentrato e la vastità del territorio occupato impongono l’assunzione degli oneri difensivi da parte della madrepatria. Il carattere di questa presenza giustifica anche il mantenimento di un rapporto di dipendenza diretta. La colonia non gode di alcuna rappresentanza assembleare sul tipo di quelle espresse dalle sue consorelle anglosassoni. Essa è retta nominalmente da un collegio, il Consiglio Sovrano, composto dalle massime autorità civili e religiose. Agli effetti pratici il potere è esercitato dal governatore negli affari militari, mentre all’amministrazione e alle finanze è preposto un intendente. Importante è anche il ruolo del vescovo, che ha autorità in tutte le questioni spirituali ed ecclesiastiche e fa parte di diritto del Collegio Sovrano.

Le strutture amministrative di base recano in egual misura l’impronta metropolitana. Le zone della Nuova Francia soggette a dominio effettivo, quelle che hanno conosciuto un certo sviluppo agricolo per la vicinanza dei grandi fiumi e dei centri commerciali, sono suddivise in appezzamenti signorili molto estesi (fino a 15.000 ettari), lavorati da fittavoli, e in piccole proprietà marginali poste sotto la giurisdizione del signore. Appoggiandosi a questo sistema l’autorità coloniale evita di accollarsi il peso di un tessuto amministrativo capillare. In pratica è il signore che si impegna al dissodamento, alla difesa, all’arbitrato giudiziario, che riscuote le decime e paga le imposte. Ai rappresentanti del sovrano incombono soltanto compiti di coordinamento e di difesa, ma nel contempo fa capo ad essi l’intera gestione del potere.

Tuttavia, a dispetto della soggezione ad un regime assolutistico e della strutturazione signorile, la comunità coloniale francese appare per molti versi più aperta di quanto non lo siano le vicine società teocratiche della Nuova Inghilterra. Vige su tutto il territorio l’interdizione allo stanziamento degli ugonotti, ma il controllo esercitato sulle coscienze risulta molto meno rigido. Diverso è anche l’atteggiamento nei confronti degli indigeni: una volta battezzati essi diventano automaticamente cittadini francesi, e passano sotto la protezione dei gesuiti. Questi ultimi esercitano senza dubbio sui nativi una tutela paternalistica, li considerano materia grezza da forgiare nello spirito cristiano, e neppure risparmiano a chi resiste alla conversione crudeltà e torture; ma quanto meno non interpretano la presenza degli indiani come l’unico neo di una terra per il resto eccezionale. Anche nei civili, proprio per la natura del paese e dell’attività economica prevalente – il commercio delle pelli – la consuetudine del rapporto induce il superamento dei pregiudizi razziali. Sono molti i giovani coloni che scelgono di correre i boschi, facendosi spesso adottare da una tribù e dando vita a famiglie meticce.

Malgrado gli sforzi delle compagnie commerciali e delle associazioni religiose, il Canada non conosce un rapido sviluppo come colonia di popolamento. Nel 1673 esso non ospita che 6.700 bianchi. Il veto opposto all’insediamento degli ugonotti lo priva di un sicuro apporto demografico, nonché di quegli investimenti che potrebbero mutarne il volto economico. Le stesse autorità metropolitane hanno vedute contrastanti sull’emigrazione dalla Francia. Colbert, ad esempio, è contrario, perché teme che la via dell’America diventi un canale di spopolamento della madrepatria. Come economista egli già deve fare i conti con la politica militare di Luigi XV, che saccheggia il capitale umano del paese delle sue forze più valide. Viene promossa piuttosto una incentivazione demografica in loco, facendo arrivare donne dalla Francia, obbligando i coloni scapoli a prendere moglie e assegnando premi alle famiglie numerose. C’è anche il tentativo di mettere in valore attraverso la cittadinanza il significato politico della presenza indiana, ma il progetto fallisce, oltre che per difficoltà religiose, anche per motivazioni d’ordine culturale ed economico, in quanto le tribù non accettano un inquadramento amministrativo.

Sulle coste nordamericane arrivano nella prima metà del ‘600 anche gli olandesi. Ve li conduce nel 1609 Henry Hudson, inglese al servizio della Oost Indische Kompanie, per conto della quale ricerca il fantomatico passaggio a nord-ovest verso i mari cinesi. La spedizione esplora la baia del Delaware e risale un tratto del fiume che prenderà il nome dal navigatore, traendone evidentemente un’ottima impressione, perché già nel 1614 è fondata ad Amsterdam una compagnia per l’esplorazione e la colonizzazione di queste terre (dal 1621, Compagnia delle Indie occidentali). Gli insediamenti nella nuova Olanda hanno inizio però più tardi, dopo il 1623. Viene scelta come sede l’isola di Manhattan, alla foce dell’Hudson, sulla quale si stabiliscono alcuni commercianti di pellicce; è una scelta strategicamente felice sul piano commerciale perché al centro di scambio che prende il nome di New Amsterdam possono giungere per via fluviale gli indiani delle foreste del nord. La compagnia invia un suo governatore e tenta di sviluppare la colonizzazione in profondità, concedendo in signoria a dei privati (patron) alcune strisce di terreno lungo l’Hudson, dietro l’impegno di costoro a garantirne il popolamento. La colonia ha un florido sviluppo fino al 1664 e si espande anche a spese di un adiacente insediamento svedese, Fort Christina. Ma allo scoppio delle ostilità della seconda guerra anglo-olandese essa viene assorbita dalla Nuova Inghilterra.

 

Mutamenti nel mondo coloniale

L’età d’oro del viaggio scientifico

L’epoca eroica delle grandi scoperte geografiche si esaurisce nel breve volgere di un secolo. Ha il suo apice addirittura in un solo trentennio, quello che intercorre grosso modo tra il primo viaggio di Colombo e la circumnavigazione di Magellano, ed è seguita da una fase nella quale i rinvenimenti sensazionali lasciano il posto alla ricognizione delle coste e dei mari. Le terre casualmente incontrate sono ancora considerate, soprattutto dalle nazioni rimaste al palo nella fase iniziale, un ostacolo da superare piuttosto che una opportunità da sfruttare: e per tutto il XVI secolo questo rimane l’atteggiamento di fondo, anche se nella seconda metà gli oceani vecchi e nuovi sono ormai sistematicamente violati ed esiste una rete di approdi lungo tutte le coste occidentali del nuovo mondo. Il problema che aveva dato l’avvio a tutta la vicenda, l’individuazione di una via diretta per i paesi delle spezie, rimane in sostanza irrisolto.

Un diagramma ideale dei ritmi dell’attività esplorativa a partire dagli inizi del ‘600 evidenzierebbe un andamento discontinuo, con punte di vivace intensità che si alternano a prolungati momenti di stanca. Dopo i viaggi di Drake e di Cavendish, ad esempio, passa oltre un secolo prima che venga compiuta una nuova circumnavigazione completa del globo. E non sempre c’è concomitanza tra lo sviluppo della ricerca e una concreta politica di espansione. I primi decenni del XVII secolo, ad esempio, caratterizzati da un relativo rilassamento dell’attività esplorativa, vedono il decollo dell’espansionismo commerciale olandese. Al contrario, il risveglio dell’impulso alla scoperta nella seconda metà del secolo, legato per la Francia al trionfo dell’assolutismo e della politica mercantilistica e per l’Inghilterra all’assunzione in proprio del progetto politico coloniale da parte della corona, trova poi al di là degli oceani un debole corrispettivo in termini di volume dei traffici o di insediamenti. A cavallo tra il Seicento e il Settecento agiscono infatti in negativo, assorbendo e disperdendo le risorse economiche ed umane degli europei, la politica di Luigi XIV e le conseguenti guerre per l’egemonia nel vecchio continente. La spinta si rinnoverà solo a partire dal terzo decennio del Settecento, sposandosi questa volta anche ad una coscienza scientifica assolutamente inedita.

Nel corso di questi duecento anni cambiano radicalmente sia i modi che i moventi della attività di esplorazione, così come le nazioni che le promuovono. E cambiano anche le direttrici lungo le quali essa si muove. Quelle classiche orizzontali, di levante e di occidente, sono in pratica esaurite dai ripetersi delle circumnavigazioni sul finire del ‘500. Esse hanno offerto le basi per una valutazione di massima delle dimensioni del globo e della reale estensione di continenti e oceani. Un secolo dopo il mondo è conosciuto anche nella gran parte dei contorni litoranei: le zone costiere sono state toccate al 90%, sia pure, spesso, da semplici ricognizioni periferiche, ed è possibile abbozzare un profilo riassuntivo della fisionomia terrestre. Il quadro va poi via via completandosi nel ‘700, fino ad assumere alla vigilia della rivoluzione francese un’immagine pressoché definitiva, spoglia anche degli ultimi residui di quella geografia fantastica che affondava le sue radici nella classicità, e che paradossalmente aveva tratto nuovi spunti proprio dalle scoperte rinascimentali. Ad essa si sostituiscono gradualmente i dati di una conoscenza più prosaica, scientifica, informata appunto all’ottica razionalistica del secolo. La scoperta settecentesca viene ad essere così altrimenti motivata, e non è casuale, ma perseguita, preparata, in alcuni casi addirittura prevista.

È possibile quindi enucleare alcune specifiche caratteristiche che fanno dei secoli XVIII e XIX l’epoca d’oro del viaggio scientifico. I viaggi con finalità e con modalità scientifiche in realtà ci sono sempre stati. Erodoto e altri giramondo meno famosi di lui hanno viaggiato, dopo e qualcuno anche prima, con gli occhi ben aperti su aspetti particolari della natura e dell’antropologia. Ma quando si parla di viaggio scientifico ci si riferisce a spedizioni collettive o ad intraprese individuali esplicitamente e principalmente votate all’osservazione e allo studio, con protocolli e metodologie di osservazione ben definiti e universalmente accettati e adottati. E questo può avvenire solo dopo che siano stati redatti i protocolli stessi, sia stato dettato uno statuto della ricerca scientifica. Cioè dopo Bacone, dopo Galileo, dopo il secolo della rivoluzione scientifica.

Possono essere allora definiti “scientifici” i viaggi promossi, intrapresi e attuati sulla scorta di finalità e di metodologie di approccio dichiarate e condivise nel mondo scientifico, quali che siano poi gli altri fini, magari meno nobili e meno espliciti. Riassumendo, le condizioni che permettono e che motivano questo tipo di intraprese sono:

  1. l’allargamento degli orizzonti conseguente le scoperte geografiche, e quindi la crescita degli appetiti e delle motivazioni sia politiche che economiche
  2. la rivoluzione scientifica e l’affermazione delle scienze fisiche e naturali, e poco alla volta anche di quelle umane, come discipline autonome, svincolate dalla religione e dalla filosofia (almeno in apparenza, perché poi hanno una enorme valenza, positiva o negativa anche in questi ambiti)
  3. la nascita delle accademie e delle società scientifiche, sponsorizzate dagli stati nazionali o dall’iniziativa privata, ovvero dagli interessi coloniali dei primi e da quelli commerciali e produttivi dei secondi
  4. l’esistenza di protocolli d’osservazione, di sperimentazione e di ricerca dettati dagli scienziati del XVII secolo e ormai consolidati, divenuti di uso comune e accettati universalmente dalla comunità scientifica
  5. la disponibilità di una strumentazione scientifica, sia per la navigazione che per la rilevazione e l’osservazione, sempre più raffinati ed efficaci
  6. la nuova intraprendenza degli scienziati, che una volta messo da parte Aristotele vogliono andare a toccare con mano, direttamente o tramite rappresentanti qualificati e accreditati della comunità scientifica

Analizziamo brevemente questi cinque presupposti:

  1. La curiosità nasce dalla diversità, e le scoperte geografiche che si rincorrono tra la fine del ‘400 e la prima metà del ‘500 di diversità ne offrono molte. Non solo diversità di etnie, di usi e costumi, di istituzioni politiche e di religioni, ma anche diversità della flora e della fauna, del panorama celeste, dei fenomeni naturali. Mentre procedono alla metodica penetrazione nei nuovi continenti disvelati, alla loro conquista, allo sfruttamento e spesso alla distruzione delle nuove popolazioni, o alla loro evangelizzazione, gli occidentali non possono fare a meno di rilevare queste differenze e di relazionarne. È questo allargamento stesso di orizzonti a far crollare i presupposti su cui si fondavano la scienza antica e quella medioevale, e a postularne una rifondazione
  2. Questa rifondazione prende il nome di rivoluzione scientifica; è una trasformazione della mentalità che procede dal macrocosmo – la scoperta di altri emisferi e dell’altra metà della calotta celeste – verso il microcosmo (la vita microscopica) e che induce la necessità di fare ordine, di passare ad un certo punto dall’accumulo di nuove conoscenze alla loro sistemazione. Il viaggio scientifico appartiene appunto a questo secondo momento, è figlio di Linneo e di Buffon e nipote di Bacone, e si incarna in uomini come Cook e Humboldt, che applicano “sul terreno” le nuove tecniche matematiche di rilevazione, raccogliendo un’incredibile messe di misurazioni astronomiche e fisiche e sistemandole in un quadro organico. Nasce con essi la moderna geografia, con la quale conoscenze che ancora a metà del XVII secolo venivano distinte e considerate separatamente confluiscono in un’unica disciplina.[1]
  3. Le Accademie Scientifiche nascono in pratica in contrapposizione alle Università e al tipo di sapere, prevalentemente umanistico e retorico, che queste coltivano. Le Università si danno come scopo quello della conservazione e diffusione di un sapere ritenuto già consolidato e compiuto, le Accademie sono invece finalizzate ad una nuova costruzione del sapere (nuovi metodi) e alla costruzione di un sapere nuovo (nuovi contenuti). Nascono anche col patrocinio e come espressione del nuovo modello di potere politico, le monarchie nazionali, ed economico, la borghesia, e dei loro interessi (economici, politici e militari), mentre le Università rientravano, sia pure con uno status di costante marginalità, nel quadro istituzionale pre-rinascimentale.
  4. Gli scienziati del XVII secolo cominciano a lavorare di concerto, mantenendo contatti epistolari o personali che consentono di superare le distanze, e non soltanto quelle fisiche. Lo scambio di informazioni diventa una prassi consolidata, crea le condizioni per l’instaurarsi di quell’ecumene scientifica transnazionale che caratterizzerà soprattutto il Settecento. Perché questo scambio sia davvero efficace è necessario però che vengano condivisi i protocolli di osservazione, di sperimentazione e di comunicazione delle ricerche effettuate, e che la commensurabilità di queste ricerche sia garantita dall’adozione di strumenti comuni, tarati sugli stessi valori e utilizzati con le stesse procedure.
  5. In tal senso è disponibile una strumentazione scientifica, sia per la navigazione che per la rilevazione e l’osservazione, sempre più raffinata ed efficace. Fondamentale per la determinazione delle coordinate geografiche è ad esempio la sempre maggiore precisione dei misuratori di tempo. Il cronometro marittimo realizzato attorno alla metà del secolo da John Harrison (incentivato da un grosso premio in denaro messo in palio dalla Commissione inglese per la longitudine) ha un margine d’errore inferiore ai due minuti, il che significa mantenere la rotta per una traversata dell’Atlantico entro lo scarto di qualche chilometro. Ma si utilizzano poi anemometri, termometri, barometri, bussole di inclinazione e di declinazione, sestanti, teodoliti, igrometri, ecc…, e si dispone di accurate carte nautiche. Naturalmente, malgrado i progressi (il cronometro di Harrison è poco più grande di un orologio da taschino) l’equipaggiamento scientifico rimane molto ingombrante. L’attrezzatura di ricerca utilizzata da Humboldt nel suo viaggio, ad esempio, occupa due bauli ed è trascinata per migliaia di chilometri lungo foreste, in mezzo a paludi o attraverso le montagne. Ed ancora, gli strumenti sono estremamente delicati, fabbricati artigianalmente, e non c’è alcuna possibilità di reperire pezzi di ricambio.
  6. I nuovi protocolli impongono in primo luogo l’osservazione diretta (vedere di persona, e non conoscere per “sentito dire”, o per appreso dai testi sacri della religione o della sapienza antica), sorretta da rigore e da canoni ben precisi e definiti; e poi parametri comuni di misurazione, coordinate geografiche, quadri e tassonomie di riferimento. Se l’osservazione ha da essere compiuta di persona, la diffusione delle conoscenze postula al contrario un’impostazione rigorosa e standardizzata, che ha come presupposto l’uscita dell’osservatore dalla scena. Quindi l’assoluta imparzialità.

Gli scienziati vogliono dunque toccare con mano, osservare direttamente i fenomeni. È il nuovo imperativo di botanici, geologi e naturalisti in genere. Scandagliano laghi, mari, foreste, vulcani: e quando non possono farlo di persona, dettano le istruzioni per i loro inviati o corrispondenti. Nel corso del Settecento si diffondono dei veri e propri vademecum del viaggiatore, e nella fattispecie del viaggiatore “scientifico”, che codificano ambiti e modi dell’osservazione. Tra i compilatori più autorevoli e più famosi troviamo lo stesso Linneo e il geologo Woodword, e in Italia Lazzaro Spallanzani, che sono peraltro al tempo stesso anche viaggiatori in proprio.

La diffusione e il successo della letteratura di viaggio sono una conseguenza del moltiplicarsi dei viaggi, ma anche un volano per motivarli. La stampa permette da un lato una diffusione quantitativa, consente di raggiungere un vastissimo pubblico; dall’altro per la sua stessa capacità di fissare una tradizione testuale, di rendere possibile una distinzione chiara tra ciò che è dato come noto, come acquisito, e ciò che è ignoto alla letteratura tramandata, stimola a perseguire la novità. Il racconto di viaggio importante è quello che aggiunge qualcosa alle conoscenze ricevute.

A questo successo contribuiscono anche le nuove tecnologie. Il linotype consente di produrre e diffondere immagini realistiche e scientificamente corrette di ambienti, piante ed animali, oltre a carte dettagliate. Ma permette anche di togliere la briglia alla fantasia dell’immaginario iconografico, e di corredare i testi con rimandi suggestivi a mondi tutti da scoprire.

La nascita e la precoce diffusione di riviste scientifiche consente anche ad un platea sempre più vasta di seguire i progressi della ricerca. Quando poi nell’Ottocento si aggiungeranno i giornali specificamente dedicati ai viaggi, l’interesse si allargherà al grande pubblico. La vicenda della ricerca dei superstiti della spedizione di John Franklin è esemplare: una campagna di stampa fortemente voluta dalla moglie dell’esploratore induce il governo britannico ad uno sforzo eccezionale, e a mettere in campo addirittura dodici successive spedizioni.

Ad incrementare l’interesse e l’attenzione per le tematiche connesse al viaggio (le avventure, gli incontri, il confronto, l’esotismo) contribuiscono naturalmente anche le rielaborazioni romanzesche di vicende realmente accadute, o le narrazioni a carattere fantastico e satirico. I casi più clamorosi sono senz’altro costituiti dal Robinson di De Foe, dal Gulliver di Swift e dal Candide di Voltaire, ma un po’ tutta la letteratura del Settecento sembra prediligere le narrazioni di ambiente esotico.

Evoluzione della cartografia

Le tappe di questa evoluzione qualitativa e quantitativa del sapere geografico sono sintetizzate visivamente negli sviluppi della cartografia, anche se in realtà le rappresentazioni cartografiche dell’epoca risultano, dal confronto con i giornali di viaggio, poco aggiornate rispetto allo stato effettivo delle conoscenze. I ritardi nell’introdurre i dati nuovi o nell’escludere i miti della geografia immaginaria si spiegano con la propensione comune, ma diffusa soprattutto tra i portoghesi e gli olandesi (che pure sono all’avanguardia nella cartografia), ad un uso interno ed esclusivo degli aggiornamenti, coerente con la difesa monopolistica delle rotte commerciali. Fino a che non si impone l’attitudine scientifica settecentesca i più prodighi di informazioni restano i missionari, soprattutto i gesuiti, anche se spesso le loro relazioni, ricchissime sotto il profilo etnologico e antropologico, appaiono tutt’altro che precise per quanto concerne il riconoscimento geografico. Ciò è dovuto sia ad un effettivo difetto di basi scientifiche, sia anche, talvolta, ad una giustificata reticenza ad aprire popolazioni inermi alla “civilizzazione” materiale europea. È il caso, ad esempio, dei missionari operanti in Africa o nel cuore dell’America del sud, alle cui spalle si muovono negrieri e bandeirantes.

Sul piano tecnico, dopo la rivoluzione introdotta da Mercatore con l’uso delle proiezioni, un ulteriore perfezionamento viene dalle tavole di Keplero, che consentono di correggere gravi errori nei calcoli della longitudine (lo stesso conosciutissimo Mediterraneo è ridimensionato di più di mille chilometri). Per tutto il ‘600, comunque, i progressi appaiono molto lenti. Il Novus Atlas di Blaeuw (1658), redatto ad un secolo dai mappamondi di Mercatore e di Ortelius e destinato a godere a lungo di un crisma ufficiale di attendibilità, continua a dare per scontata l’esistenza dello stretto di Anian, leggendario canale che dovrebbe separare l’Asia dall’America all’altezza del 60° di latitudine nord, del quale nessun navigatore ha dato per un secolo riscontro; rappresenta inoltre la Corea come un’isola, non fa menzione della Siberia e riduce di molto rispetto al reale le dimensioni della penisola del Deccan e la massa continentale asiatica in generale. L’America del Nord conserva un profilo molto allungato, che le conferisce una estensione spropositata, mentre la parte meridionale del continente, più precisa nella fisionomia, è molto difettosa nelle proporzioni. Manca naturalmente del tutto l’Oceania, mentre la gran parte dell’emisfero australe è occupata dalla vastissima “terra australis nondum cognita”, per la quale si ipotizza uno sviluppo costiero alquanto accidentato.

Nel frattempo vanno però maturando le condizioni per una vera e propria rivoluzione nel campo della rilevazione cartografica. A propiziarle è il lavoro di Gian Domenico Cassini, già titolare della cattedra di astronomia a Bologna e chiamato in Francia da Colbert al fine esplicito di lavorare al calcolo della longitudine. Cassini sguinzaglia per il mondo diverse spedizioni incaricate di rilevare con la maggior esattezza possibile la longitudine e la latitudine di svariate località, dalla Guyana ai Caraibi, da Capo Verde all’Egitto, ma anche in Madagascar, in Siam e in Cina. La messe di dati raccolti viene scientificamente sistemata dal cartografo Guillaume de l’Isle, che adotta la proiezione conica e la levata astronomica come fondamento matematico dei rilevamenti. Le carte dello stesso de l’Isle, che lavora anche per Pietro il Grande, del suo successore Baptiste d’Anville, del danese Nieburh, sono frutto di un accurato lavoro di revisione critica dei calcoli e dei dati, molto spesso anche di rilevamenti compiuti in prima persona, e non esitano ad indicare con vaste macchie bianche le aree non esplorate. Anche questi spazi, comunque, appaiono destinati a coprirsi in tempi brevi dei nomi e dei simboli della nuova geografia empirica, cacciando dai suoi estremi rifugi quella millenaria del sogno.

Le ricerche condotte dai cartografi portano anche alla risoluzione di un ultimo grande problema, quello relativo alla forma della terra. Una serie di discrepanze emerse nei rilevamenti induce infatti a dubitare che la terra sia una sfera perfetta. Le due ipotesi contrarie che ne derivano, quella di un allungamento e quella di uno schiacciamento ai poli, sono sostenute rispettivamente dal figlio di Cassini e da Newton. È l’Académie des Sciences a farsi carico di dare una risposta definitiva. Nel 1735 vengono inviate due spedizioni, l’una, affidata a Maupertuis, nell’Artide, l’altra, sotto la guida di Charles Marie de la Condamine, a Quito, sulla linea dell’Equatore. I risultati danno ragione a Newton: la terra è una sfera schiacciata.

L’esplorazione dei mari

Nei secoli XVII e XVIII le più significative imprese di esplorazione marittima sono volte proprio a sciogliere gli ultimi grandi nodi ereditati dalla geografia fantastica: il passaggio, a nord-ovest o a nord-est, dall’Atlantico al Pacifico, e la “terra australis”. L’esistenza dell’introvabile passaggio è il postulato sotteso alla volontà e alla necessità di aprire una via più diretta alle Indie, e gli sforzi profusi nella ricerca, spesso con esito tragico, testimoniano di un potere di autoconvincimento capace di dare lo spessore della certezza ad un fantasma della speranza. Inglesi, olandesi, francesi, russi, coltivano con uguale ostinazione il progetto, arrivando infine a trasferirne il valore sul piano scientifico-sportivo quando sarà accertata la sua inattuabilità economica. Ma nel frattempo le loro ricerche consentono di acquisire conoscenze utili per la pesca, per la caccia alla balena e per il riconoscimento delle estreme propaggini settentrionali dei tre continenti interessati.

Dopo i tentativi cinquecenteschi di Frobisher e di Davis ad occidente e di Barents ad est, la corsa al passaggio continua cocciutamente nei primi decenni del XVII secolo. Henry Hudson, un tipico avventuriero inglese, della stoffa di Drake o di sir Walter Raleigh, negli ultimi cinque anni della sua vita guida quattro spedizioni sotto tre diverse bandiere. Nel 1607 e nel 1608 naviga per conto della Compagnia di Moscovia: punta dapprima ad ovest e poi a nord-est e raggiunge il punto più settentrionale dell’arcipelago delle Svalbard, a meno di seicento miglia dal Polo Nord, dove è fermato dai ghiacci. Nel 1609, passato alla Compagnia olandese delle Indie Orientali, esplora e cartografa tutta la costa orientale del Nord America, risalendo anche per un tratto il fiume che prenderà il suo nome. Nel 1610, dopo essere stato arrestato per tradimento al ritorno in Inghilterra, è nuovamente in mare, stavolta sotto bandiera inglese, per conto della Compagnia della Virginia. Raggiunto quello che sarà chiamato lo stretto di Hudson presso la punta settentrionale del Labrador, si inoltra nella baia omonima, cercando uno sbocco occidentale: ma al sopraggiungere dell’inverno, con la nave intrappolata tra i ghiacci, non gli resta che sbarcare e cercare di sopravvivere. Nella primavera del 1611 vorrebbe proseguire l’esplorazione, ma l’equipaggio ammutinato lo abbandona alla deriva in una piccola barca assieme al figlio. Di loro non si saprà più nulla.

Lo scopo dichiarato, il passaggio occidentale, non è stato raggiunto, ma la scoperta della baia avrà comunque un peso enorme per la futura politica coloniale inglese nell’America settentrionale. Battuti sul tempo dai francesi nell’esplorazione interna del Canada occidentale, i britannici potranno accampare i diritti acquisiti sull’immenso territorio canadese attraverso l’accesso da nord: quando ne entreranno in possesso, dopo la Guerra dei Sette Anni, la ricognizione di tutto il litorale settentrionale e della sua fascia interna, sino all’Alaska, sarà già stata completata.

Una delle spedizioni inviate alla ricerca di Hudson, guidata da William Baffin, giunge comunque nel 1616 all’imbocco di quella che effettivamente è la via d’acqua tra i due oceani e naviga sin oltre lo Stretto di Davis, scoprendo la baia a nord che ora porta il nome dell’esploratore e toccando 77° 45’ di latitudine Nord: rinuncia poi ad avanzare, nella convinzione di trovarsi di fronte ancora una volta ad un mare chiuso. Per qualche tempo quindi, in seguito a peggioramenti intervenuti nella situazione politica europea, il problema viene accantonato. Attorno alla metà del secolo tornano però a trovare credito, anche negli ambienti marittimi più informati, le voci dell’esistenza di uno stretto che separa l’America dall’Asia (il già citato stretto di Anian). Ciò sembra sciogliere ogni dubbio sulla possibilità di accedere da settentrione al Pacifico, al punto che in Inghilterra viene costituita la “Compagnia della Baia di Hudson” (1670) per la gestione del futuro commercio interoceanico sulla via del nord. Ma i diversi tentativi promossi dalla società si arrestano inevitabilmente di fronte alla banchisa di ghiaccio, fino a quando l’attività esplorativa non viene interrotta dallo scoppio delle ostilità anglo-francesi.

Nella prima parte del Settecento sopravviene un nuovo calo d’interesse, anche perché comincia ed essere evidente che una eventuale via a latitudini così alte avrebbe scarsa rilevanza commerciale. Pertanto le ultime spedizioni, rimesse in moto dalla scoperta dello stretto di Bering (1728), avranno un carattere quasi esclusivamente scientifico. Nel 1776 Cook, al suo terzo viaggio, constata una volta di più la possibilità di aprirsi una via tra i ghiacci artici: ed esperienze analoghe faranno prima della fine del secolo anche La Pérouse ed Alessandro Malaspina. In effetti, bisognerà attendere fino agli inizi del nostro secolo perché il “passaggio a nord-ovest” venga effettivamente percorso per via marittima, ma a titolo ormai puramente sportivo.

Ad esiti ben diversi conduce invece la navigazione nei Mari del Sud. Qui si erano rifugiate ormai, agli inizi del ‘600, la sete di novità e la fantasia geografica, dopo che per un secolo il globo era stato percorso in lungo e in largo, e più volte circumnavigato. Solo le alte latitudini dell’emisfero australe non erano state raggiunte e potevano riservare ancora qualche sorpresa. I geografi, dal canto loro, non avevano dubbi. La presenza di una vasta massa continentale, superiore a quella di tutti gli altri continenti conosciuti, era già stata ipotizzata da Ipparco di Nicea e ripresa da Claudio Tolomeo, sulla base di una argomentazione semplice quanto, evidentemente, convincente. Per equilibrare il peso del blocco euroasiatico nell’emisfero settentrionale, stante la differenza di peso della terra e del mare, era necessario un altro continente nell’emisfero opposto: per l’appunto, la terra australis incognita. La tesi era stata accolta e sviluppata dai geografi arabi, e quindi da quelli europei del medioevo. Ancora nel 1520, facendo riferimento ad una relazione di viaggio portoghese (della quale non rimane in verità alcuna altra notizia: ma tanto i portoghesi quanto gli spagnoli tenevano il più possibile segrete le loro scoperte), l’astronomo tedesco Johann Schröner disegna un globo che riporta attorno all’odierna Antartide un’enorme massa terrestre, separata dall’Africa e dall’America del Sud solo da brevi tratti di mare. Il viaggio di Magellano sembra confermare questa ipotesi, dal momento che la spedizione ha doppiato il continente americano forzando lo stretto tra la Patagonia e la Terra del Fuoco, e quest’ultima è stata interpretata come la punta più settentrionale del continente sconosciuto. Di lì a qualche anno un’ulteriore conferma sembra venire dalla casuale scoperta della Nuova Guinea operata da Dom Jorge de Mendes e da una prima incompleta ricognizione costiera dell’isola effettuata nel 1527 da Alvaro de Saavedra. A questo punto i portoghesi, impegnati a consolidare i loro avamposti in india e a Malacca e a difendere il loro monopolio sulla rotta circumafricana, abbandonano la ricerca.

L’incarico di sciogliere anche questo enigma se lo assumono invece gli spagnoli, che si considerano i grandi esclusi dall’estremo Oriente, e che a partire dalla metà del secolo hanno iniziato a gettare un ponte sul Pacifico partendo dalle loro basi americane e prendendo possesso delle Filippine. Nel 1567 Alvaro de Mendana salpa dal Perù con il preciso mandato di scoprire la Terra Australe, ma nel corso di una rapida e tormentata esplorazione del Pacifico meridionale riconosce soltanto una serie di arcipelaghi, tra cui le Salomone; in un tentativo molto più tardo, durante il quale troverà la morte, arriverà alle Marchesi (1595). Qualche anno dopo il suo vecchio pilota, Pedro de Quiros, crede di aver realmente realizzata la scoperta, toccando terra alla più bassa latitudine sino ad allora raggiunta: si tratta invece delle isole Ebridi. Quiros è costretto a tornare indietro a causa di un ammutinamento, ma un suo ufficiale, Torres, prosegue con una seconda nave sino a traversare lo stretto di mare tra Australia e Nuova Guinea, senza però rendersi conto che quella che lascia alla sua sinistra è una massa continentale.

Intanto cominciano a muoversi anche i nuovi inquilini del sud-est asiatico, gli olandesi. Per evitare la caccia delle flotte portoghesi e spagnole che incrociano nell’Oceano Indiano, e che dopo il 1581, a seguito della riunificazione delle corone nella persona di Filippo II, conducono una guerra congiunta ai Paesi Bassi, gli olandesi una volta doppiato il Capo di Buona speranza mantengono una rotta molto meridionale, all’altezza del quarantesimo parallelo (i famosi “40 ruggenti”). Ciò consente loro di sfruttare correnti marine favorevoli, risparmiando mesi di viaggio rispetto alla rotta circumafricana degli iberici, e ad impattare inevitabilmente il continente sconosciuto. Per incarico della Compagnia Olandese delle indie Orientali, nata solo dieci prima, Willelm Jenszoon tocca già nel 1605 le coste della Nuova Guinea e dell’Australia nordorientale, ritenendole parte di un unico continente. Dopo di lui, in rapida successione, Hendrick Brouwer (1611), Dirk Hartog (1616), Frederik Hauptman (1619), Vlaming (1624) e Peter Nuyts (1627) approdano sul litorale australiano occidentale. Questi viaggi confermano l’esistenza di una vasta piattaforma continentale, ma hanno anche l’effetto di raffreddare alquanto gli entusiasmi, poiché le terre rinvenute appaiono tutt’altro che ricche ed accoglienti, ben lontane dalla favolosa immagine che della terra australis avevano costruito geografi e poeti. Per questi navigatori, che sono spinti essenzialmente da interessi commerciali, esse non sembrano offrire alcuna prospettiva, tanto più che il litorale occidentale, molto lineare, non consente di individuare baie adatte ad accogliere eventuali porti. Comunque, prima di sospendere le ricerche la Compagnia organizza ancora un viaggio esplorativo nel 1642, affidandolo ad Abel Tasman. Partendo da Batavia la spedizione scende a toccare quella che oggi è appunto la Tasmania, costeggia la Nuova Zelanda e risale poi lungo la Nuova Guinea. Ha modo di verificare che questa è separata dalla massa continentale meridionale, e che pertanto tra il continente asiatico ed altre eventuali piattaforme terrestri a sud c’è una grossa distanza.

Gli inglesi si spingono alle latitudini meridionali solo nel 1686, con William Dampier, che tocca la costa nord-occidentale australiana. In un secondo viaggio (1699-1700) l’ex filibustiere[2] percorre lo stretto di Torres, che separa la Nuova Guinea da quella che ormai viene chiamata Nuova Olanda, esplora le coste settentrionali australiane e si ferma soltanto quando trova lo sbarramento della grande barriera corallina. Guida poi altre due spedizioni nei Mari del Sud nel 1703 e nel 1708, compiendo un ricognizione accurata dello sviluppo costiero dell’Australia e scoprendo la Nuova Britannia e la Nuova Irlanda. Al di là dell’effettiva rilevanza delle sue scoperte, e del fatto che conferma in pieno l’impressione negativa già riportata dagli olandesi, Dampier ha il merito di aver saputo creare interesse attorno ai mari tropicali con le sue vivacissime e avventurosissime relazioni (soprattutto con A New Voyage round the World, del 1697), conquistando anche il grosso pubblico dei non specialisti alla letteratura e ai problemi geografici. Ciò avrà molta importanza nel creare una favorevole spinta dell’opinione pubblica per le spedizioni scientifiche della seconda metà del secolo.

Agli inizi del Settecento, comunque, la confusione sui dati geografici di quest’area è ancora enorme. Le coste della terra australis sono state respinte a latitudini meridionali sempre più alte; ma essa è tutt’altro che rimossa dai miraggi di avventurieri e navigatori. Lo conferma la spedizione dell’olandese Jacob Roggeveen, che a dispetto del veto della Compagnia olandese delle Indie, poco disposta a tollerare iniziative private in una zona che considera di suo monopolio, tenta in proprio la ricerca nel 1722. Roggeveen giunge sino all’isola di Pasqua, prima di essere bloccato dai suoi compatrioti e costretto a rientrare.

Al disinteresse olandese si contrappone invece la crescente attenzione dei francesi per i Mari del Sud. La Compagnia francese delle Indie, che attraversa un felice momento commerciale, affida nel 1738 a Jean Baptiste Bouvet de Lozier l’incarico di cercare la terra australe. Bouvet si spinge sino al 54° parallelo, naturalmente senza trovare traccia di masse continentali. Ormai la gara è aperta tra Francia ed Inghilterra. Nel 1764 sono gli inglesi ad armare una spedizione esplorativa al comando di John Byron: essa punta sull’Atlantico meridionale, esplora le coste della Patagonia e della terra del Fuoco, spingendosi anche nel Pacifico, ma non riesce a toccare la costa antartica. Due anni dopo un’altra spedizione, al comando di Samuel Wallis, fa vela verso i mari dell’Oceania, arrivando sino a Tahiti. Anche Louis Antoine de Bougainville, partito nel dicembre dello stesso 1766, tocca l’isola nel 1768. La sua circumnavigazione del globo è la risposta francese non solo a Wallis, ma anche alla sconfitta subita nella guerra dei Sette Anni (della quale tra l’altro Bougainville è stato un protagonista, combattendo valorosamente prima in Canada e poi sul Reno). Cacciata dall’America settentrionale e dall’India, la Francia cerca nuovi spazi di espansione in Oceania. Dopo una tappa al Rio della Plata e una sosta a Rio de Janeiro, Bougainville ha guadagnato il Pacifico attraverso lo stretto di Magellano ed ha esplorato l’arcipelago delle Tuamotu e le isole del Vento. Lasciata Tahiti tocca ancora le Samoa, si spinge a sud alla ricerca della Terra Australis, scopre la grande barriera corallina, che gli impedisce la ricognizione delle coste australiane orientali, risale alle Salomone e all’arcipelago della Sonda (dove scopre di essere stato preceduto di pochi mesi, nella scoperta di Tahiti, da Wallis). Riapproda in patria nel marzo del 1769, e due anni dopo pubblica il diario del viaggio de La Boudeuse e de L’Etoile (Voyage autour du monde), che darà un grosso contributo alla diffusione dell’immagine del “buon selvaggio”.

Questo crescente impegno nelle missioni esplorative, sia nell’uno che nell’altro paese, consente ai navigatori e ai geografi di accumulare un importante bagaglio di esperienze che daranno modo, nei decenni successivi, di affrontare con determinazione scientifica il problema. Nel 1768 salpa infatti da Londra un’altra spedizione, al comando di James Cook. È un’intrapresa a carattere eminentemente scientifico, patrocinata dalla Reale Società Geografica londinese con lo scopo preciso di ottenere dei rilevamenti astronomici da un punto di osservazione privilegiato,Tahiti, in occasione di una eclissi totale di Sole. La nave di Cook, l’Endeavour, è stata per l’occasione attrezzata a vero e proprio laboratorio scientifico, con biblioteca, gabinetto di studio e serre per la conservazione delle specie vegetali tropicali. Fanno parte della spedizione due botanici, due naturalisti, un astronomo e un disegnatore specializzato. Cook approda a Tahiti nel marzo 1769, compie i rilevamenti richiesti e fa rotta sulla Nuova Zelanda; la circumnaviga e dopo aver superato l’ostacolo della barriera corallina esegue una ricognizione sulle coste orientali australiane. Quindi fa vela verso l’Europa. Sia pure decimata dalle febbri tropicali, la spedizione giunge a Londra nel 1771. I risultati sono eccezionali dal punto di vista scientifico, ma anche da quello geografico. Intanto si restringe ulteriormente l’area di ricerca del fantomatico continente australe, e si tracciano carte precise degli arcipelaghi polinesiani e della Nuova Zelanda: ma soprattutto è importante il fatto che le osservazioni di Cook relativamente all’Australia sono favorevoli, e inducono il governo a prendere in considerazione un progetto di colonizzazione. Ciò giustifica la sollecitudine con cui viene armata una seconda spedizione, ancora affidata a Cook, che ha con sé una nuova equipe di scienziati.[3] L’accertamento dell’esistenza della terra australis, già compreso nelle istruzioni del primo viaggio, costituisce questa volta lo scopo primario. Cook naviga per quattro mesi in direzione orientale senza fare scalo, ad una latitudine molto alta (circa 67 gradi). Giunge ad una settantina di chilometri dalla piattaforma continentale ma non riesce a raggiungerla, essendo indotto a desistere dal pericolo degli iceberg. Nell’estate del 1773 raggiunge e supera il circolo polare, scopre la Nuova Caledonia e torna a Londra nel 1775.

Sotto l’aspetto della conoscenza geografica è questo il suo viaggio più fruttuoso. Oltre alle numerose isole scoperte o riscoperte, esso cancella ogni residua illusione sulla esistenza di un ulteriore continente australe abitabile, e sposta definitivamente l’attenzione inglese sull’Australia. Rende conto inoltre, per la prima volta, dell’esistenza dell’Antartide.

Risolto l’enigma australe, l’Inghilterra appare decisa ormai a dare soluzione anche a quello settentrionale. Cook viene incaricato nel 1776 della ricerca del passaggio a nord-ovest, tentandolo però dal versante del Pacifico. Dopo aver costeggiato il continente americano fin oltre l’Alaska, ed aver toccato i 70° di latitudine Nord, l’esploratore constata l’impossibilità di avanzare e torna indietro per svernare alle Hawai, dove è ucciso dagli indigeni nel 1779.

Il successo dei viaggi di Cook induce la Francia a intensificare gli sforzi di esplorazione. Luigi XVI invia nel 1785 Jean Francois Galaup de la Pérouse a completare le esplorazioni inglesi nel Pacifico meridionale, a prendere possesso delle terre nuove scoperte e a tentare ancora una volta il passaggio a nord-ovest dal versante occidentale. Come quella di Cook, la spedizione di La Pérouse ha un imponente corredo di strumenti, laboratori, volumi scientifici, e naturalmente di astronomi, naturalisti, meteorologi ecc… L’esito è tragico, perché entrambe le navi vanno disperse: ma nel corso del viaggio l’esploratore ha potuto inviare in patria una interessante messe di osservazioni e di rilevamenti.

Un’altra spedizione scientifica è organizzata negli stessi anni dalla corona spagnola e affidata all’italiano Alessandro Malaspina. Composta di naturalisti e cartografi, essa compie con le corvette Descubierta e Atrevida (equivalente spagnolo di Discovery e Resolution, i nomi delle navi dell’ultima spedizione di Cook) una ennesima ricognizione del Pacifico, durata quasi cinque anni, e suggella un secolo di esplorazioni con un ultimo, e ormai quasi simbolico, tentativo di forzare il nord-ovest. Al suo rientro Malaspina è ricompensato con un’accusa di tradimento (motivata dal fatto che si espresso in favore di una maggiore autonomia da concedersi ai territori coloniali) e con dieci anni di detenzione. Anche i risultati, davvero eccezionali, tanto dal punto di vista cartografico, per l’accuratezza e la quantità dei rilevamenti costieri, quanto più in generale per l’enorme messe di dati scientifici, oceanografici, geologici, botanici e antropologici raccolti, giaceranno purtroppo sepolti per oltre un secolo negli archivi segreti dell’ammiragliato.

Il Settecento si chiude comunque sull’onda di una spinta esplorativa rilevante e di segno nuovo, che sgombra definitivamente il campo dai vecchi miti e da quell’attitudine avventuriera, individualista e disordinata che aveva caratterizzato l’epoca eroica dell’espansione marittima.

È il clima culturale settecentesco, indubbiamente, a spingere verso una autonomia di significato dell’esplorazione, verso l’affermazione della curiosità scientifica come suo movente primario: ma vi concorrono anche le mutate condizioni politiche ed economiche, il subentrare dello stato nella gestione della politica coloniale, l’attenuarsi dell’urgenza dei fattori commerciali dopo che le correnti di traffico principali si sono stabilizzate, nonché l’apporto di uomini come Cook, capaci di far tesoro delle esperienze di tre secoli e di tradurle in capacità organizzative e in efficienza. È fondamentale anche la riorganizzazione che quasi tutti gli stati, spinti dalle nuove esigenze colonialistiche, intraprendono nel campo della marina militare, alla quale competono ormai funzioni non più limitate al campo bellico, ma allargate alla sperimentazione tecnica e alla ricerca scientifica. Queste ultime costituiscono anzi spesso la giustificazione, di fronte ai contribuenti, per il mantenimento di un elevato potenziale e di un alto livello di efficienza.

Gli stimoli alla ricerca vengono contemporaneamente dai progressi delle varie scienze, soprattutto dell’astronomia e della biologia. Le Accademie scientifiche sorte nel Seicento sotto il patrocinio e a spese dei sovrani caldeggiano rilevamenti sempre più accurati di dati meteorologici ed idrografici, chiedono raccolte e descrizioni di esemplari di fauna e flora tropicali, aggiornano le mappe astronomiche coi cieli degli antipodi. L’impulso iniziale legato alla competizione commerciale e militare (non è un caso che sia proprio un sovrano come Pietro il Grande a dare tra i primi l’esempio di una gestione diretta dell’attività di esplorazione) si trasferisce alla competizione scientifica. Il destino ed il significato della scoperta mutano radicalmente, essa trae valore dalla priorità, e quindi dalla divulgazione immediata: alla segretezza e alla diffidenza subentra la pubblicità e la collaborazione. Inglesi e russi si incontrano ai limiti del circolo polare artico, impegnati nella stessa ricerca, si festeggiano e si scambiano informazioni. Esploratori francesi fanno tappa negli insediamenti britannici, in piena guerra tra i due paesi, per rifornimenti. L’Europa e le sue beghe sono diventate troppo piccole per chi sta allargando i confini del mondo.

I successi straordinari delle imprese di esplorazione del secondo Settecento nascono infine anche da ragioni tecniche. Le protagoniste di questi viaggi sono imbarcazioni di nuova concezione, dalla sagoma agile e veloce, adatte tanto alla navigazione in alto mare come a costeggiare. Sono fregate, corvette, golette, che si sostituiscono ai pesanti galeoni spagnoli, alle caravelle portoghesi, alle tozze caracche mediterranee.[4] I perfezionati criteri di costruzione garantiscono l’impermeabilità delle connessure, la resistenza all’erosione della salsedine e la compattezza generale della chiglia. L’applicazione di ricoperture di rame sulle chiglie, per limitare il formarsi di incrostazioni di alghe o di teredini, nonché il disegno più basso ed allungato degli scafi comportano, oltre ad una migliore penetrazione e quindi ad una aumentata velocità di crociera, un maggiore equilibrio di galleggiamento, ciò che permette l’utilizzo di alberi più alti e quindi di una velatura più ampia.

Queste ed altre soluzioni, compresa una serie di accorgimenti che garantiscono un minimo di sicurezza nelle manovre, permettono di governare la nave con un equipaggio ridotto e con turni meno massacranti. Il minore affollamento consente a sua volta di alloggiare gli equipaggi in ambienti più salubri, pur se ancora tutt’altro che confortevoli. Cambia anche il sistema di reclutamento degli ufficiali, sino al secolo precedente ristretto ai soli appartenenti alle classi nobiliari, e ciò permette a uomini capaci come Cook, figlio di contadini, di arrivare ad esercitare il comando.

La strumentazione nautica si arricchisce di apparecchi di riflessione e di cronometri, che consentono di determinare la longitudine in mare con margini d’errore sempre più contenuti, di bussole di rilevamento, di carte nautiche reticolate con meridiani e paralleli. Miglioramenti considerevoli si hanno anche nelle condizioni umane dei viaggi: grazie alla scoperta delle proprietà delle verdure e degli agrumi per combattere lo scorbuto, e più in generale alla maggior cura del vitto e dell’igiene, sia Bougainville che Cook riescono a compiere circumnavigazioni della durata di due o tre anni con costi umani ridottissimi.

L’esplorazione dei continenti

Accanto all’attività di esplorazione marittima prosegue intanto quella terrestre di penetrazione dei nuovi continenti e di ricognizione delle zone sconosciute dell’Asia e dell’Africa.

Nell’America del Nord gli spagnoli risalgono lungo le sierre dell’alto Messico, fino alla penisola di California. Missionari e avventurieri ripercorrono gli itinerari di Coronado e di Cabeza de Vaca, fermandosi però a nord-ovest davanti alle Montagne Rocciose e ai deserti dell’Arizona, ad est ai primi contraffarti degli Allegheny e al Mississippi. Più a settentrione, invece, i francesi dilagano dai loro primi insediamenti sul San Lorenzo, in una foga di esplorazione alla quale non è estranea la speranza di trovare un passaggio via terra per l’Oriente. Non appena Champlain ha rafforzato la colonia canadese cominciano a percorrere come cacciatori o commercianti di pellicce i territori dell’interno, spingendosi tra il 1650 e il 1660 fino alla Baia di Hudson e riconoscendo tutta la zona dei grandi laghi. Quest’area è già battuta nel secondo decennio del secolo dal giovane Etienne Brulé, che raggiunge l’Ontario e il Lago Superiore, ma finisce poi ucciso (e secondo la leggenda, cucinato) dagli indiani. Negli anni Quaranta Jean Nicollet, sempre alla ricerca del mitico passaggio, rinfocolata dai racconti indiani sull’esistenza di una “grande acqua”, si spinge sino al lago Michigan, mentre

Chouart e Radisson esplorano nel decennio successivo il Wisconsin. Negli anni Settanta sono Luois Joillet e Jacques Marquette a completare il quadro, identificando il Lago Eire e scendendo il tratto superiore del Mississippi, fino a convincersi che il fiume non li sta conducendo al Pacifico, ma all’oceano orientale. A seguirne il corso sino alla foce e a prendere possesso della regione retrostante gli Appalachi è invece, tra il 1779 e il 1784, Robert Cavalier de la Salle (assieme all’italiano Enrico Tonti). Prima della fine del secolo una cintura di forti e di stazioni di scambio collega il Canada con il golfo del Messico, e sulle coste di quest’ultimo viene fondata Nouvelle Orléans, a suggellare l’espansione della Louisiana.

L’interesse francese però, soprattutto negli ultimi due decenni di regno di Luigi XIV e durante quello del suo successore, è tutto concentrato sull’Europa. Non essendoci alle spalle un progetto significativo di colonizzazione le iniziative sono lasciate ai singoli. Così anche quando nel 1731 Pierre de La Vérendrye ed i suoi figli puntano dritto ad ovest, toccano il lago Winnipeg e arrivano alle pendici delle Montagne Rocciose, la loro ricognizione non ha alcuna ricaduta pratica.

Gli inglesi, dal canto loro, conservano a lungo un’idea alquanto imprecisa dell’estensione del continente. All’estremo nord, mentre i francesi si muovono lungo la direttrice di terra, i britannici portano avanti soprattutto la ricognizione costiera. Esplorano la baia scoperta da Hudson nel 1610 e sessant’anni dopo, nel 1668, fondano la Compagnia omonima, che ha nella carta costitutiva due scopi espliciti: cercare il varco marittimo per il mar della Cina e dare sviluppo al commercio delle pellicce. Lungo la costa settentrionale la Compagnia stanzia avamposti fortificati, dai quali partono poi le esplorazioni dell’interno. In pratica si crea una sorta di terra di tutti e di nessuno, nella quale si giocano le rivalità tra le diverse compagnie nazionali. La lotta per assicurarsi il monopolio sulle pellicce si svolge senza esclusione di colpi, destabilizza l’equilibrio già precario dei rapporti tra le varie le tribù indiane e trova una soluzione solo dopo la metà del Settecento, al termine della guerra dei Sette Anni.

A questo punto infatti l’iniziativa rimane tutta nelle mani degli inglesi. Molte colonie si sono viste riconoscere sulla carta di fondazione il diritto all’espansione illimitata in profondità, basato sul presupposto di una relativa vicinanza dell’oceano Pacifico: ma solo dopo la guerra di successione di Spagna e la pace di Utrecht si è dato inizio ad una attività esplorativa, e solo attorno alla metà del ‘700 questa attività comincia a produrre risultati, soprattutto nella fascia settentrionale. Antony Hendry ripercorre nel 1754 l’itinerario tracciato da La Vérendrye, mantenendosi leggermente più a nord e risalendo il corso del fiume Saschastkevan sino a raggiungere le Montagne Rocciose. Nel 1770 Samuel Hearne, anch’egli partendo dalla baia, risale verso nord-ovest fino al Mar Glaciale Artico e scopre il Grande Lago degli Schiavi. La sua ricognizione conferma l’impossibilità di arrivare dalla baia di Hudson al mar della Cina per via d’acqua, anche se, come vedremo, non chiude definitivamente il capitolo.

La situazione cambia ancora una volta nell’ultimo quarto del Settecento. Lo scontro tra le colonie e la madrepatria introduce sulla scena una nuova rivalità, e quando le prime ottengono l’indipendenza la corsa riparte con finalità diverse. I britannici devono giocare d’anticipo per arginare future pretese statunitensi di espansione verso occidente, e il riconoscimento geografico del territorio conferisce una sorta di diritto di prelazione. Prima ancora che il nuovo stato abbia trovato un assetto istituzionale definitivo Alexander Mackenzie, funzionario della Compagnia del Nord-Ovest, che ha rimpiazzato quella della Baia di Hudson, compie una serie di viaggi esplorativi terrestri con l’esplicito intento di raggiungere il Pacifico. Nel 1789 un primo tentativo lo conduce, con la discesa del fiume che oggi porta il suo nome, a sbucare sul Mar Glaciale Artico molto più ad ovest del punto raggiunto da Hearne. Nel 1793 riparte dal lago Atabasca, mantiene una direzione più meridionale e arriva, dopo aver superate le montagne Rocciose, a toccare l’oceano a nord dell’isola di Vancouver. È la prima traversata continentale compiuta a nord dell’odierno Messico, in pratica lungo la linea che costituirà il futuro confine tra gli stati uniti e il territorio canadese.

Una volta affermata la priorità della scoperta, sulle orme di Mackenzie si organizza a partire dai primi dell’800 un vero e proprio servizio di ricognizione topografica. Un altro funzionario della compagnia, Simon Frazer, arriva al Pacifico ad una latitudine inferiore, seguendo il fiume Frazer sino di fronte all’isola di Vancouver. David Thompson rileva in una campagna ventennale di esplorazioni tutti i principali fiumi e i grandi laghi tra il 50° e il 60° parallelo, arrivando a superare più volte le Montagne rocciose attraverso valichi diversi e scendendo al Pacifico lungo il bacino del Columbia (1801). La sua opera viene proseguita, molto più a nord, da John Franklin, che nel 1819 è incaricato di completare il riconoscimento costiero del mar Glaciale artico e della zona a nord del 60° parallelo. La prima spedizione rientra dopo aver trascorso due inverni a terra e aver perso molti membri, ma nel 1825 Franklin è nuovamente sulle rive dell’Artico. Altre spedizioni si spingono sino a discendere la prima parte del corso dello Yukon, arrestandosi però di fronte alla reazione di un’altra compagnia per il commercio delle pellicce: l’Alaska è infatti di competenza russa.

Nel frattempo anche gli Stati Uniti cominciano a muoversi. Nel 1783 con la pace di Parigi hanno annesso tutti territori tra gli Appalachi e il Mississippi: nel 1803 comprano da Napoleone la Louisiana. Si tratta di territori non del tutto ignoti, già in parte percorsi da spagnoli e francesi, abitati da popolazioni bellicose: un’immensa tavola piatta, poco protetta dalle masse d’aria provenienti da nord e da sud, quindi soggetta ad un clima marcatamente continentale, e il cui confine occidentale è definito solo dalla barriera naturale delle Montagne Rocciose. È quasi automatico che le iniziative di esplorazione siano volte soprattutto a superare queste ultime, a trovare vie d’accesso per la fascia costiera del Pacifico. Ed è anche sintomatico del mutamento intervenuto negli scopi il fatto che queste iniziative siano tutte affidate a militari.

Nel 1804 il governo statunitense incarica i capitani Meriwether Lewis e William Clark di risalire il Missouri, il maggior affluente del “padre delle acque”, per riconoscerne le sorgenti ma soprattutto per individuare possibili vie di accesso al Pacifico. La spedizione ha pieno successo. I due capitani arrivano nell’estate successiva a bagnarsi i piedi nelle acque dell’oceano e nel corso del viaggio stabiliscono contatti con le diverse nazioni indiane, individuano quelle potenzialmente ostili e stringono rapporti con quelle meglio disposte, assolvendo ad un ruolo che va ben oltre quello puramente esplorativo. Sulla via del ritorno si dividono per effettuare una ricognizione a più ampio raggio dei possibili percorsi alternativi, e a due anni dalla partenza sono nuovamente a Washington. È la risposta statunitense a Mackenzie, ed è rimasta tanto nell’immaginario quanto nella storiografia nordamericana come “la spedizione” per antonomasia.

Lewis e Clark sono però solo i primi e i più famosi di una fitta schiera di esploratori a stelle e strisce. Mentre ancora i due sono impegnati lungo il Missouri il tenente Zebulon Pike attraversa tutta la pianura centrale, arriva alle falde delle Rocciose, devia verso sud, segue il Rio Grande, spingendosi in profondità in territorio messicano, e torna poi attraverso il Texas. Il nuovo stato è ancora in fasce, e già sgomita in tutte le direzioni.

Dopo la guerra che li oppone nel 1812 agli Inglesi diventa ancora più pressante per gli Stati Uniti l’esigenza di riconoscere tutti i territori di confine col Canada, soprattutto di individuare lo spartiacque dal quale ha origine il bacino del Mississippi. Nel 1823 il maggiore Samuel Long esplora l’area degli odierni Wisconsin e Minnesota, nella quale dovrebbero essere rintracciabili le sorgenti del fiume: a questa spedizione si aggrega anche un italiano, Giacomo Agostino Beltrami, che ad un certo punto proseguirà la sua avventurosa ricerca da solo e si convincerà di aver trovato le sorgenti.

All’estremo ovest, su e giù per le Montagne Rocciose, tra il Grande Lago Salato e i fiumi Columbia e Colorado, si snodano le esplorazioni di Jededya Smith, che identifica tutte quelle che diverranno le vie classiche d’accesso alla California.

Ma il più grande sforzo esplorativo organizzato è quello che tra il 1842 e il 1853 vede il maggiore J. C. Freemont battere a tappeto con una serie di percorsi orizzontali tutto il Far West, l’Oregon e la California. Freemont è un valente cartografo, formatosi alla scuola del francese Nicollet. Le sue rilevazioni e le sue carte sono definitive. L’esplorazione dell’America settentrionale, a questo punto, è conclusa.

Tra il XVII e il XVIII secolo prosegue nel continente meridionale la penetrazione di portoghesi e spagnoli (per un certo periodo, tra il 1580 e il 1640, congiuntamente, per l’unificazione delle corone). Dal punto di vista geografico si tratta di completare un quadro del quale sono state sbozzate solo le linee generali, anche se gli itinerari della conquista hanno tagliato in lungo e in largo il continente. Le aree inesplorate rimangono in realtà vastissime, e in esse trovano ancora rifugio le fantasie medioevali che dalla scoperta hanno tratto nuovo alimento, dal mito dell’Eldorado a quelli delle Sette città di Cibola e delle donne guerriere. In un primo periodo sono però soprattutto i missionari, francescani e gesuiti, a battere la pista verso l’interno, alla ricerca di anime da convertire, il più possibile lontane dalla contaminazione europea. Alla fine del secondo decennio del ‘600 due francescani ripetono le imprese di Orellana e di Aguirre, discendendo il Rio delle Amazzoni su una canoa, dal Perù sino alla foce. Pochi anni dopo, nel 1637, è invece il portoghese Pedro Teixeira a risalire il fiume alla guida di una grande spedizione (quaranta imbarcazioni e circa 2.500 uomini), partendo dalla foce e riguadagnando dopo due anni l’oceano rifacendo a ritroso il percorso. Paradossalmente questa poderosa ricognizione, invece di sfatare una volta per tutte le leggende, contribuisce ad alimentarle. I gesuiti che accompagnano Teixeira e redigono la cronaca della spedizione riportano infatti gli accenni a luoghi e popoli favolosi come voci di seconda mano, ma non le mettono affatto in dubbio. Nella stessa zona compie invece interessanti rilevamenti idrografici, a cavallo tra il Seicento e il Settecento, un loro confratello tedesco: Samuel Fritz redige la prima carta attendibile del percorso del fiume ed apre la strada alla seconda ondata di esploratori, quella degli scienziati-naturalisti.

Nel 1743 è un francese, Charles Marie de la Condamine, inviato alcuni anni prima in Perù per una misurazione astronomica, a discendere in tutta la sua lunghezza la grande via d’acqua brasiliana. Con i risultati di questa esperienza De la Condamine aggiorna e completa le carte di Fritz, e individua alcuni problemi dei quali lascia ai posteri la soluzione, contribuendo in questo modo a suscitare ulteriore curiosità geografica in numerosi giovani scienziati. Il primo, e il più famoso, è il prussiano Alexander von Humboldt, che nel corso di un viaggio di esplorazione intrapreso in compagnia del pittore e botanico francese Aimée Bompland proprio alla fine del secolo attraversa diagonalmente la fascia più settentrionale del Sudamerica. Dopo aver risalito l’Orinoco sino alle sorgenti e aver appurato l’esistenza di una comunicazione fluviale diretta tra questo e il bacino delle Amazzoni, i due partono dal Venezuela, attraversano le Ande, arrivano sino al Perù e scendono poi al Cile, per tornare infine ad esplorare il Messico e l’isola di Cuba. Oltre ad effettuare rilevazioni scientifiche di straordinaria importanza (viene ad esempio scoperta la corrente fredda che lambisce le coste cilene e sale verso il nord), ne riportano dopo cinque anni vastissime collezioni di nuove specie animali ed erbari sterminati. I viaggi di Humboldt contribuiscono a fissare definitivamente la fisionomia del continente: ma come quello di De la Condamine, e più ancora di quello, data la risonanza che avranno negli ambienti scientifici europei, aprono una infinità di altre prospettive.

Di conseguenza, per tutta la prima metà dell’800, e anche oltre, sulle orme del barone prussiano e del pittore francese si muoveranno innumerevoli naturalisti e ricercatori scientifici di diverse nazionalità, favoriti dalle progressive indipendenze conquistate dei paesi latinoamericani e quindi dalla facilità di accesso. Saranno loro, personaggi come lo zoologo francese Alcide d’Orbigny che per sette anni vagabonda tra il Brasile e la Patagonia, o il tedesco R.H. Schomburgk, che ripercorre e amplia gli itinerari di Humboldt tra Gujana e Venezuela, o un altro francese, il conte Francois de Castelnau, che tra il 1843 e il 1847 va e viene tra il Mato Grosso, il Gran Chaco e gli altipiani andini (perdendo nell’ultimo viaggio tutto il materiale scientifico raccolto) a riempire gli ultimi spazi bianchi rimasti sulle carte del Sudamerica.[5]; o ancora, l’entomologo inglese H. W. Bates, inizialmente compagno di avventura di Alfred Wallace, che esplora lungo undici anni tutto il bacino delle Amazzoni, e Richard Spruce, che in Amazzonia rimane quindici anni e ne riporta una collezione di quasi trentamila piante, di cui settemila sconosciute; o infine, l’italiano Antonio Raimondi, che intraprende un più che ventennale lavoro di mappatura del territorio peruviano, percorrendolo praticamente tutto a piedi[6].

In Asia giunge a compimento nei corso del XVII secolo la progressiva conquista russa della Siberia. Essa aveva preso l’avvio già negli ultimi decenni del secolo precedente, durante il regno di Ivan il Terribile, ma i contatti risalivano ad un’epoca più antica, immediatamente successiva alla cacciata dei Tartari, ed erano legati ai commercio delle pellicce. Mercanti e cacciatori avevano iniziato molto presto a varcare gli Urali, seguiti dopo la metà del ‘500 da bande cosacche che avevano sconfitto e sottomesso le tribù siberiane occidentali. Su questo slancio si era immediatamente inserito lo stato moscovita, organizzandolo in un disegno preciso di penetrazione a tappe forzate. La prima parte di questa avanzata è lineare, e mira a raggiungere velocemente l’oceano Pacifico, isolando la parte settentrionale del continente ed evitando lo scontro con le forti popolazioni del Turkestan. Essa si muove principalmente lungo i grandi fiumi che sfociano nell’oceano Glaciale Artico, che corrono per lunghi tratti in direzione longitudinale e sono facilmente navigabili. Non incontra ostacoli di sorta, né naturali né umani, trattandosi di una immensa landa semi pianeggiante e pressoché disabitata. Le varie tappe sono scandite da altrettante città, fondate sulle rive dei fiumi via via raggiunti: Tobolsk nel 1587 sull’Ob, Turkhansk nel 1607 sullo Jenissei, Jakustk nel 1632 sulla Lena. Nel 1649 è raggiunto l’oceano Pacifico, sulle cui coste viene fondata Okostk. Mentre è tracciato l’asse di penetrazione alcuni esploratori si spostano perpendicolarmente ad esso, compiendo peripli di ricognizione lungo i bacini fluviali: Poliarkov e Kabarov verso il sud, Stadovkin e Denjev a nord-est, fino all’estrema propaggine continentale. Denjev nel 1648 attraversa sul ghiaccio lo stretto di Bering, dando inizio all’interesse russo per l’Alaska.

L’espansione avviene senza clamori, e gli europei si accorgono di avere un nuovo concorrente affacciato sul Pacifico solo alla fine del Seicento, quando russi e cinesi tentano una definizione dei confini, dopo gli iniziali dissapori creati dall’ostilità cinese per la nuova inquietante vicinanza.

La conquista a quest’epoca è compiuta ancora soltanto sulla carta, anche se le basi effettive sono state poste. La maggior parte delle popolazioni nomadi e delle tribù kirghise sono tutt’altro che dome. Esse continuano ad incontrarsi nelle poste commerciali e nelle grandi fiere estive con i mercanti della Russia, ma si oppongono alle esazioni fiscali, all’introduzione della legislazione russa, alla conversione al cristianesimo. La messa in valore dell’immenso territorio non si fonda comunque sulle popolazioni indigene: essa è demandata alla colonizzazione contadina. Migliaia di servi della gleba cominciano a scegliere ogni anno di valicare gli Urali, alla conquista della libertà e di una terra propria. Con essi numerosi sono i dissidenti religiosi, appartenenti al raskol dei “Vecchi Credenti”, ferocemente perseguitato nella seconda metà del ‘600. Come il Nord-America, la Siberia sembra consentire nella sua immensità, nella sua natura desertica, la fuga verso la libertà e la possibilità di vivere in armonia con le proprie convinzioni. Ma a differenza di là, qui lo stato è presente e intende farsi sentire, almeno dove può giungere. La sua presenza si caratterizza quasi subito nell’aspetto più repressivo, in quanto la Siberia comincia ben presto ad ospitare i bagni penali, diventando così il simbolo stesso dell’oppressione autocratica.

Nel Settecento, soprattutto a partire dal 1720, Pietro il Grande organizza l’esplorazione siberiana in modo più sistematico. Sul continente Atlassov percorre la Kamchatka, completando così il profilo generale siberiano. Sul mare il danese Titus Bering è incaricato di cercare il passaggio che consenta la comunicazione diretta con la Cina attraverso i mari settentrionali (1728). Nel corso di questa spedizione scopre lo stretto che porta il suo nome e che separa l’Asia dall’America. In un viaggio successivo tocca le Aleutine, dove qualche anno dopo i cacciatori russi di pellicce fisseranno una loro stazione; ma il passaggio a nord-ovest rimane inviolato, anche se nel corso del secolo quasi tutta la costa bagnata dall’oceano Glaciale Artico viene riconosciuta sia da terra che per via marittima.

A dispetto dell’interesse che l’Europa del Seicento e del Settecento manifesta nei confronti della Cina e della sua civiltà, i rapporti diretti col grande impero rimangono in tutto questo periodo alquanto limitati. Dopo il tramonto della potenza portoghese e fino agli inizi del XVIII secolo le frontiere cinesi sono chiuse ai commercio occidentale, e soltanto alcune missioni gesuitiche ottengono agli inizi del Seicento di poter svolgere all’interno dell’impero la loro opera di evangelizzazione. Proprio questi gesuiti, portati dalla loro attività missionaria a percorrere gran parte del territorio cinese, raccolgono i dati più significativi della loro esperienza nel Nuovo Atlante della Cina (1655), che offre un quadro generale dei costumi e del pensiero cinese, oltre che della geografia del paese, e che viene aggiornato vent’anni dopo nella Cina Illustrata di padre Athanasius Kircher. Nella seconda parte del ‘700 questa opera di esplorazione e di divulgazione ha termine, per la polemica insorta all’interno stesso dell’ordine e ripresa poi dalle autorità ecclesiastiche, sulla tolleranza nei confronti dei riti cinesi, in particolare del culto degli antenati e di Confucio. Il riassunto globale delle conoscenze acquisite è comunque riversato nella prima carta moderna della Cina, che Jean-Baptiste D’Anville redige nel 1735.

Nel 1685 viene creata a Canton una dogana marittima per l’approdo di navi straniere, e nel 1699 gli inglesi ottengono di aprire in città un ufficio commerciale. Di lì a poco la stessa concessione sarà rilasciata ai francesi (1734), e nel 1784 addirittura alla neonata repubblica statunitense. Quando però le potenze occidentali cercano di forzare la mano, come nel caso della missione inglese guidata da lord George Mc Cartney nel 1783, l’imperatore ostenta uno sprezzante disinteresse[7]; salvo poi accettare, solo due anni dopo, un’analoga proposta per l’avvio di scambi commerciali e culturali da parte dell’emissario della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, Isaac Titsingh[8]

L’atteggiamento cinese è dunque estremamente contradditorio: da un lato si manifesta un sostanziale disinteresse per quanto l’Occidente ha da offrire, tanto sul piano culturale come su quello economico, dall’altro vengono commissionate ai gesuiti intraprese scientifiche o artistiche di grande rilievo[9]. Quello occidentale rimane invece sempre improntato a grande curiosità, e le relazioni e le immagini riportate anche da missioni sostanzialmente fallimentari come quella di Mc Cartney, che annovera nel suo seguito anche due pittori, contribuiscono ad alimentare l’interesse e la moda delle “cineserie”.

Una notevole curiosità suscita anche in questo periodo la regione del Tibet, che dopo essere stata visitata e descritta nel Trecento da Oderico da Pordenone non era più stata toccata da alcun europeo. Dalla relazione del viaggiatore francescano si ricava la suggestiva immagine di una società fondata su basi essenzialmente religiose, e ciò costituisce un ulteriore stimolo per i gesuiti. Essi risalgono dall’India, fondano una prima missione alle falde dell’altipiano e nel 1661 sono ricevuti anche a Lhasa. Ma i rapporti non tardano a guastarsi in seguito ad una ondata xenofoba causata dagli attriti tra i tibetani e l’impero cinese, ed anche questa regione torna a rifiutare per secoli l’approccio dell’occidente.

Decisamente più misterioso rimane anche nel XVIII secolo il Giappone. Per tutto il periodo Edo, dal 1639 sino alla metà dell’Ottocento, viene perseguita dagli shogun la politica del sakoku, l’isolamento totale. La popolazione non deve avere alcun contatto con la cultura occidentale. A tal fine viene anche inasprita la caccia ai nuclei cristiani creati dalla evangelizzazione cinquecentesca dei gesuiti, e gli unici occidentali ad avere accesso ad uno scalo portuale (a Nagasaki) per l’importazione e l’esportazione sono gli olandesi[10] Eppure, anche durante questo periodo, nonostante la chiusura nei confronti del mondo esterno, in Giappone si studiano le scienze e la tecnica dell’Occidente, soprattutto le discipline geografiche, astronomiche,mediche,  naturalistiche e astronomiche, nonché la fisica, e in particolare la meccanica.

Il resto del continente asiatico non è interessato nei due secoli in esame da importanti iniziative di esplorazione. Progredisce, naturalmente, la conoscenza geografica dell’India, in ragione del peso prima commerciale e poi politico che la regione va assumendo per gli europei. Si tratta comunque di un’area le cui caratteristiche generali erano già note fin dall’antichità. Assai meno conosciuta è invece la penisola indocinese, al cui interno penetrano soltanto alcune spedizioni missionarie francesi nella seconda metà del ‘600.

Infine, una prima relazione a carattere scientifico sulle regioni araba ed iranica si ha nella seconda metà del ‘700, ad opera del danese Carsten Niebuhr, protagonista di un viaggio avventuroso e tragico[11]. La spedizione di cui fa parte, promossa dalla corona danese, muove nel gennaio 1761 alla volta della penisola arabica, passando per l’Egitto. Dopo due anni, e dopo aver visitato lo Yemen e le coste occidentali dell’India, dei cinque scienziati che ne facevano parte rimane in vita il solo Niebuhr, che rientra in patria con un viaggio terrestre di tre anni attraverso l’Oman, la Persia, l’Iraq, la Siria, la Palestina e la penisola anatolica[12].

L’Africa e gli sviluppi della tratta

Per tutta la prima fase coloniale, quella che arriva sino alla fine dell’800, l’interesse europeo per l’Africa non si spinge al di là delle fasce costiere. Quando i primi mercanti erano giunti nel golfo di Guinea, verso la fine del XV secolo, avevano dovuto constatare l’assenza di una organizzazione economica composita, capace di produrre merci per l’esportazione e di offrire un mercato per l’assorbimento dei manufatti europei. E si erano anche convinti che il clima e le popolazioni africane non consentivano progetti di colonizzazione sul tipo di quelli immediatamente concepiti ed attuati nelle Americhe. Le uniche prospettive commerciali erano offerte dalla possibilità di inserirsi in una rete di traffici già esistente, facente capo ai mercanti musulmani del Nord-Africa, e di deviarne poi il flusso verso la costa guineana. Il rapporto era quindi rimasto limitato allo scambio costiero, attraverso l’istituzione di stabilimenti commerciali ai quali affluivano l’oro e l’avorio provenienti dall’interno.

Ai portoghesi si erano però presto affiancati i francesi e gli olandesi, mentre gli inglesi si erano mossi in questo settore con un certo ritardo. Attorno alla metà del ‘600 pertanto troviamo i francesi già insediati nel litorale più occidentale del continente, tra il Senegal e il Gambia, impegnati a risalire i bacini fluviali alla ricerca di schiavi e di giacimenti auriferi. La fascia costiera orizzontale del golfo di Guinea, che nel XVI secolo aveva visto l’assoluta egemonia commerciale lusitana, è diventata invece la chiave del traffico triangolare atlantico, ed è teatro dell’accesa rivalità tra le nuove potenze marittime dell’Europa settentrionale. Gli olandesi, affacciatisi sul golfo agli inizi del secolo, in meno di un cinquantennio riescono a cacciare i portoghesi da tutte le loro basi, usando la stessa tecnica che li vede trionfatori, contemporaneamente, nell’arcipelago della Sonda: alleandosi cioè alle popolazioni locali e sobillandole contro i meno diplomatici avversari. Nel 1621 danno vita alla Compagnia delle Indie Occidentali, che si arroga il monopolio dei traffici con la Guinea. Ma la rapida espansione del commercio degli schiavi sollecita la concorrenza, e alla fine del secolo troviamo insediati tra la costa d’Avorio e il delta del Niger anche i danesi[13], gli inglesi, gli svedesi e i prussiani.

Estromessi dal golfo di Guinea, i portoghesi sono costretti a concentrare la loro attenzione sulla fascia costiera atlantica meridionale, con la quale peraltro avevano già contatti da più di un secolo. Durante i loro tentativi di discendere e circumnavigare l’Africa, nel tardo Quattrocento, essi avevano scoperto l’estuario del Congo (Diego Cao, nel 1482), entrando in relazione con una popolazione stanziata sulla sua sponda meridionale e organizzata in una solida struttura statale: il regno dei Bakongo. I rapporti iniziali erano stati improntati ad una buona armonia, favorita dalla conversione al cristianesimo di un abile sovrano, ribattezzato Alfonso I, che aveva regnato per quasi quarant’anni. Interessati in questo periodo soltanto al commercio e alle conversioni, i portoghesi avevano inviato missionari ed artigiani e si erano conquistati il rispetto e l’amicizia degli africani. L’idillio non era però durato a lungo. Quando nella seconda metà del ‘500 aveva preso avvio la tratta i portoghesi si erano spostati più a sud, nell’Angola, per compiere razzie di braccia da esportare nel Brasile; e dopo aver spopolato la regione avevano iniziato a spingersi entro i confini dello stato dei Bakongo. Nel XVII secolo la situazione è diventata ormai insostenibile per i Bakongo, i cui sovrani sono ancora cristiani: dopo aver inviato ai “fratelli di Lisbona” suppliche e proteste, e dopo aver fatto intervenire, inutilmente, anche il papa, si risolvono alla guerra contro i loro antichi alleati, uscendone sconfitti. L’antico regno del Congo, sfaldatosi, diventa riserva di caccia per i negrieri lusitani.

All’estremità meridionale del continente lo stabilimento commerciale olandese di Città del Capo, creato nel 1652, ha una prospera vita per l’infittirsi dei traffico oceanico da e per l’Europa, e diviene uno scalo obbligato per i rifornimenti d’acqua e di viveri freschi. Questa funzione induce i coloni a dedicarsi attivamente all’agricoltura e all’allevamento, spingendo verso l’interno gli stanziamenti. Ai primi coloni olandesi si aggiungono molto presto emigranti tedeschi e ugonotti francesi. Questi agricoltori duri e tenaci vengono denominati Boeri (dall’olandese Boher, contadino). Occupano in un primo tempo una zona scarsamente abitata, ma quando incontrano le popolazioni cafre e ottentotte, che a loro volta sono spinte verso sud dalla nascita di un potente regno Zulu, non esitano ad adottare una prassi di sterminio o di asservimento brutale. È comunque un’avanzata molto lenta, e solo dopo i1 1760 viene superato, da una spedizione guidata dal capitano Hop, il fiume Orange e si incontrano i primi avamposti delle popolazioni africane meridionali.

Nella zona costiera dell’oceano Indiano, infine, troviamo ancora i portoghesi, che dalle loro agenzie commerciali del Mozambico risalgono lungo il bacino inferiore dello Zambesi. Qui, come sulle coste occidentali, i primi rapporti con le popolazioni indigene erano stati improntati ad un normale spirito commerciale: ma anche in questo caso la tratta sconvolge ogni possibilità di coesistenza, facendo del Mozambico un nuovo serbatoio di merce umana nel XVIII e nel XIX secolo.

Le esplorazioni all’interno del continente sono opera nei primi due secoli soltanto di missionari, attirati da una antica tradizione di cristianesimo nestoriano in Etiopia e dalla disponibilità alla conversione degli africani.[14] Essi muovono generalmente dai possedimenti portoghesi sulla costa orientale, oppure direttamente dall’Egitto. Agli inizi del ‘600 un gesuita, Pedro Paez scopre le sorgenti del Nilo Azzurro, ma dovranno passare altri centocinquant’anni prima che un eccentrico medico-artista scozzese, James Bruce, torni in questa zona e ne compia un’accurata esplorazione. Una vera e propria attività esplorativa dell’Africa ha inizio infatti solo sul finire del XVIII secolo, favorita dalla fondazione in Inghilterra di una “Associazione per la scoperta delle regioni interne dell’Africa”(1788), legata al movimento abolizionista. E proprio nell’ultimo decennio del ‘700 prende il via la prima grande impresa di esplorazione continentale a fini puramente scientifici, con uno scozzese, Mungo Park, impegnato nella ricerca delle sorgenti del Niger.

Park, laureato in medicina e botanico, inaugura quella nutrita galleria di medici-esploratori che daranno vita in Africa ad una eroica e gloriosa tradizione, e che va dal già nominato Bruce a Livingstone, da Schweitzer agli odierni operatori delle associazioni umanitarie. Proprio dall’African Association è chiamato nel 1795 a rimpiazzare un altro esploratore, Daniel Houghton, scomparso nel corso di una spedizione precedente. Vive una serie di rocambolesche avventure: prima viene scambiato per un mercante di schiavi, poi è imprigionato per vari mesi e trattato lui stesso come uno schiavo; riesce però a fuggire, attraversa da solo e senza viveri il deserto, è accolto amichevolmente dai Bambara e arriva a vedere le sorgenti del Niger. Deve però rinunciare a discendere il fiume, per il pericolo dei predoni e perché si è seriamente ammalato. Sopravvive e riesce a rientrare in Inghilterra due anni dopo essere partito, quando tutti lo danno ormai per morto. Il resoconto che pubblica, Viaggio all’interno dell’Africa, ha un enorme successo: stanti i contenuti, non potrebbe essere diversamente.

Dopo un breve periodo di riposo la febbre dell’esplorazione lo divora nuovamente. Questa volta è lo stesso governo britannico a incaricarlo di completare il riconoscimento del Niger. Ma l’impresa, per quanto accuratamente preparata, nasce sotto una cattiva stella. Dei cinquanta europei partiti dall’Inghilterra all’inizio del 1805 solo una decina sono ancora in vita dopo otto mesi, e prima della fine dell’anno sono ridotti a cinque. Ciononostante Park è determinato a discendere il fiume: raggiunge e supera Timbuktu a bordo di una piroga, e naviga probabilmente per oltre un migliaio di chilometri, respingendo i continui attacchi delle popolazioni ostili; fino a quando, bloccato da una rapida, è costretto ad abbandonare l’imbarcazione e scompare tra i flutti con gli ultimi compagni rimasti e col suo diario di viaggio. Della spedizione sopravvivono solo una guida e uno schiavo.

E non è finita. A vent’anni di distanza il suo secondogenito, convintosi che il padre sia ancora in vita, parte alla sua ricerca, e muore di febbri poco dopo essere sbarcato in Africa.

Con Mungo Park si apre un nuovo capitolo della storia delle esplorazioni. Anche l’Africa si apre infatti definitivamente alla curiosità, allo spirito di avventura e agli interessi politico-strategici degli occidentali. Il bacino del Nilo era già stato esplorato da James Bruce, che tra il 1768 e il 1773 aveva compiuto partendo dall’Abissinia una lunga ricognizione lungo il Nilo Azzurro, convincendosi di averne individuate le sorgenti[15]. L’autodidatta Francois Cailliaud percorre su mandato di Mehemet Alì l’itinerario inverso fino alla Nubia (1819-1822), mentre nel 1822 Hugh Clapperton, Dickson Denham e Walter Odney ricevono dall’Ufficio Coloniale britannico l’incarico di arrivare al Niger partendo da Tripoli: non riescono nell’intento, e Odney muore lungo il cammino, ma scoprono il Lago Ciad. Nel frattempo il francese René Caillié, un romantico e indipendente avventuriero, si prepara con un lungo soggiorno nel Senegal all’impresa che lo renderà famoso (e che gli assicura i 10.000 franchi messi in palio dalla Società Geografica francese). La sua meta è la favolosa Timbuctu, mai visitata da alcun europeo in era moderna: la raggiunge nell’aprile del 1828, facendosi passare per musulmano, dopo un viaggio durato un anno e costellato di malattie, di pericoli e di fatiche. Ne rimane fortemente deluso, tanto che riparte dopo soli quindici giorni e attraversa, accodandosi ad una carovana, quasi tremila chilometri di Sahara per arrivare a Tangeri. In realtà un altro europeo lo ha preceduto: è l’inglese Alexander Laing, arrivato a Timbuctu nel 1826, nel corso di un tentativo di raggiungere la sorgente del Niger commissionatogli dal solito Ufficio coloniale: ma Laing non ha fatto ritorno. La foce del Niger, invece, quella tanto agognata da Mungo Park, è raggiunta nel 1830 dai fratelli Lander, uno dei quali ci aveva già provato qualche anno prima con Clapperton, e aveva rinunciato dopo la morte di quest’ultimo. Sono solo alcune tra decine d’altre spedizioni, magari meno famose ma non meno importanti; esse gettano le basi di quel formidabile movimento d’esplorazione continentale che si attuerà a partire dalla metà del secolo. Per gli occidentali sarà un’epopea esaltante e drammatica al tempo stesso: per gli africani solo l’inizio di un nuovo secolo di tragedie.

Si è visto come l’Africa sia rimasta fino a tutto il XVIII secolo il continente conosciuto meno soggetto all’esplorazione e alla penetrazione europea. Non si tratta di un disinteresse motivato dalle scarse prospettive commerciali, perché l’oro, l’avorio e i preziosi che già i portoghesi incettavano sulla costa della Guinea, e in seguito il traffico degli schiavi, avrebbero potuto essere stimoli più che sufficienti per una attività colonialistica di ben altra portata. In verità sono fattori esterni quelli che frenano per oltre trecento anni la penetrazione. Le popolazioni costiere con le quali gli europei vengono a contatto sono piuttosto agguerrite e bellicose, e più lo diventano con la formazione, connessa proprio allo sviluppo del commercio oceanico, di grandi stati litoranei. Ammaestrati dall’accesa rivalità che contrappone le diverse nazioni europee per la conquista del monopolio commerciale, anche gli africani arrivano a regolarsi di conseguenza, impedendo ai bianchi ogni diretto contatto con l’interno. A questo fine privilegiano tra le merci di scambio proprio le armi da fuoco, che consentono loro una netta superiorità nelle razzie all’interno e offrono al tempo stesso la possibilità di una più efficace difesa contro eventuali tentativi di scavalcamento dei loro partners commerciali. Le uniche concessioni che gli europei ottengono riguardano la costruzione di fortezze costiere; esse appaiono comunque piuttosto volte a difendere gli stabilimenti dalle incursioni marittime europee che non a tenere in soggezione le tribù locali. Nell’opera di contenimento e di dissuasione della presenza bianca le popolazioni africane sono anche aiutate dalla natura paludosa e insalubre delle zone costiere, dove ristagnano febbri malariche letali per gli organismi non assuefatto dei bianchi. Marinai e mercanti europei preferiscono quindi prendere terra per il tempo più breve possibile, e sono estremamente riluttanti a spingersi all’interno. La natura stessa dei grandi fiumi, interrotti spesso da rapide e cateratte, ne impedisce la risalita.

Nel ‘600 il grosso dei traffici commerciali con l’Africa riguarda la tratta degli schiavi. Dopo il contenuto esordio del secolo precedente la richiesta di manodopera africana esplode con l’introduzione delle grandi piantagioni zuccheriere nelle Antille. Cuba è il primo centro di smistamento della merce umana in arrivo, e per un certo periodo anche i coloni del Nord-America si riforniscono sul mercato caraibico. Nel corso del XVIII secolo invece, mentre l’asiento per l’importazione nei possedimenti spagnoli perde progressivamente importanza, il flusso si sposta verso le colonie inglesi insulari e continentali, le Antille francesi e il Brasile portoghese. Sulla rotta triangolare del grande circuito Europa – Africa – Antille – Europa si muovono armatori, avventurieri e compagnie di tutte le nazioni nord-atlantiche, stimolati e protetti dai governi stessi, che nella inesauribile ed aperta miniera di braccia del continente africano individuano una delle componenti più sicure dell’attivo commerciale. Effettuato il prelievo nei punti di raccolta sulle coste africane, in cambio di armi o manufatti europei di scarso pregio, le navi della tratta sbarcano i loro carichi umani nelle Antille o negli insediamenti continentali inglesi, rifornendosi direttamente di prodotti coloniali, soprattutto zucchero, caffè, cotone, da rivendere poi in Europa. Quando non si diano incidenti, naufragi o catture da parte di corsari o di flotte straniere, i capitali investiti, comprese le spese di armamento, sono normalmente triplicati o quadruplicati. Francesi (soprattutto i porti di Nantes e di Saint Malo) e inglesi (Liverpool, Londra e Bristol) si spartiscono la fetta maggiore del traffico negriero atlantico. Gli olandesi, che ne erano stati i protagonisti nella prima metà del ‘600, al momento della massima espansione si trovano a poter operare solo di contrabbando, per i vincoli protezionistici che ogni nazione ha imposto sulle importazioni delle proprie colonie. I portoghesi sono invece impegnati nel circuito diretto chiuso tra i loro possedimenti africani e il Brasile.

Sul finire del secolo XVIII, proprio mentre la tratta sta conoscendo la sua massima fioritura[16], per movimento di merce umana e per resa economica, maturano sulle due sponde dell’Atlantico i nuovi fattori che porteranno alla campagna abolizionista. Alla base c’è la profonda trasformazione subita dall’economia inglese nella seconda metà del Settecento. La rivoluzione industriale induce infatti prospettive coloniali diverse e crea nuovi interessi, altrimenti orientati, che vengono presto ad urtare contro quelli dei piantatori delle Indie occidentali e delle grandi compagnie detentrici del monopolio dei traffici atlantici. “L’economia inglese non era più quella di un centinaio di anni prima. Si era allora basata … sull’importazione di zucchero grezzo, cotone, rum e tabacco, e sulla vendita di questi prodotti lavorati o grezzi a prezzi regolarmente più alti. Ora, invece, era sempre più basata sull’esportazione dei prodotti finiti di una industria manifatturiera … La nuova industria aveva bisogno di materie prime e di mercati stranieri, non di schiavi nei Caraibi.” (Davidson). In questo senso negli ultimi decenni del secolo la politica economica inglese, con un parlamento ancora controllato dai vecchi interessi coloniali, si rivela fallimentare. Ci si ostina in un crescendo di interventi protezionistici, intesi ad arginare la concorrenza dello zucchero francese, senza incidere sulle vere cause della crisi produttiva delle Indie occidentali britanniche. La crisi in effetti è legata al disordine amministrativo delle isole, in pratica abbandonate all’autogoverno dei piantatori, i quali hanno interesse a frenare la produzione per mantenere alti i prezzi. Non hanno pertanto alcun bisogno di incentivare l’importazione di schiavi, e arrivano a sollecitare l’intervento della marina militare per interrompere i rifornimenti di braccia alle isole francesi.

Il governo non trova di meglio che vietare ogni importazione di melassa non inglese nelle colonie nord-americane (Sugar act), subordinando sfacciatamente gli interessi nazionali, e più ancora quelli dei coloni continentali, alla cupidigia dei piantatori delle Antille e delle compagnie importatrici. Sarà proprio la rovinosa conduzione dei rapporti con le colonie nord-americane a dare il colpo di grazia agli interessi zuccherieri britannici, aprendo agli inizi del secolo successivo la strada alla vittoria del movimento abolizionista.

Gli amministratori coloniali sono costretti molto presto ad affrontare i problemi di sicurezza connessi all’espandersi della grande piantagione schiavista. Alimentandosi esclusivamente di mano d’opera servile importata dall’Africa, questo sistema economico altera in maniera radicale, in pochi decenni, la fisionomia sociale e demografica delle aree interessate. E non influisce soltanto attraverso la tratta: la scomparsa della piccola proprietà scoraggia infatti l’emigrazione europea e innesca spesso un esodo “interno” di coloni bianchi, ad esempio dalle Antille verso le colonie nordamericane. Si determina così una sproporzione crescente tra le diverse componenti razziali (ad Haiti nel 1790 i negri in condizione servile sono in percentuale il 90%, contro un 5% di bianchi e un 5% di colorati affrancati): e si profila sempre più concreto, per la classe dominante, il pericolo costituito da una massa tenuta in condizioni inumane.

I timori sono confermati dalle rivolte servili che periodicamente sconvolgono le colonie. Gli schiavi fuggiti si rifugiano nelle zone più interne, ove creano dei luoghi protetti organizzati in società indipendenti di marrons; di qui partono poi frequenti incursioni contro le piantagioni e le fattorie isolate, dettate soprattutto dalla fame. Il contagio ha così modo di estendersi e di esplodere talvolta in vere e proprie sommosse. Il problema interessa in un primo tempo quasi esclusivamente i possedimenti inglesi, nei quali il trattamento degli schiavi è peggiore. Giamaica è sconvolta nel 1690, nel 1720 e poi ancora nel 1734 da sanguinose sollevazioni e da altrettanto cruente repressioni: lo stesso avviene agli inizi del XVIII secolo nelle colonie meridionali nordamericane. Ma la paura non tarda ad abitare anche le isole francesi, in ragione dell’accentuarsi del divario demografico. Intendenti ed amministratori sono quindi impegnati a valutare i pericoli e a proporre rimedi. Quasi tutti denunciano i maltrattamenti come la causa che spinge i negri a fuggire; le loro rimostranze sono dirette contro l’inumanità e la mancanza di buon senso dei piantatori, e li portano a sottolineare come in definitiva anche il negro sia un uomo. Nella metropoli questi problemi vengono seguiti con attenzione, come dimostrano le istruzioni dei sovrani che accompagnano i nuovi intendenti o governatori. Si arriva persino ad elaborare dei piani per la messa in valore delle colonie che contemplano l’affrancamento dei negri e la concessione ad essi di piccole proprietà, per legarli alla nuova patria e distoglierli dalle rivolte. Un esempio in questo senso viene, tra l’altro, dalla colonia olandese del Suriname, nella quale la debolezza dell’amministrazione ha favorito il sorgere di un vero e proprio stato di marrons che hanno riconquistata la libertà.

Tentativi concreti di una riforma in questo senso da parte francese hanno luogo soltanto alla Guyana, che è territorio di recente colonizzazione, nel quale i coloni bianchi sono meno potenti ed organizzati: mentre nelle isole l’opposizione dei creoli non consente alcun esperimento di emancipazione. Questa ricerca di una nuova forma di colonizzazione, che porta a deliberare anche le prime provvidenze a favore dei mulatti, è legata oltre che ai problemi della sicurezza anche alla constatazione che la tratta non potrà durare a lungo. Si cerca pertanto di incrementare le nascite e la riproduzione interna, offrendo condizioni di vita più accettabili. Nei confronti dei mulatti gli interventi sono ostacolati dalle resistenze dei piantatori: anch’essi comunque sono visti strumentalmente, come il miglior baluardo contro le rivolte degli schiavi.

Quando poi la direzione economico-amministrativa passa nelle mani dei fisiocrati, il problema viene inquadrato in un’ottica che non tiene conto più soltanto dei pericoli immediati delle colonie. Il loro esame della situazione economica li induce a perseguire l’abolizione del servaggio in ogni forma, e a schierarsi a favore della introduzione di una manodopera libera e interessata al lavoro. “Più che un crimine, la schiavitù era un errore, e l’errore economico era duplice: la manodopera servile non era di per sé redditizia, e inoltre il modo di trattare gli schiavi costituiva un vero e proprio spreco del capitale inizialmente investito” (Duchet). Si fanno anche calcoli dei costi oggettivi del lavoro servile, con prezzo d’acquisto, mantenimento, mortalità, a suffragio della tesi dell’anti-economicità. La ragione viene in soccorso dell’interesse. L’umanitarismo fine a se stesso vi ha ben poco spazio.

Le colonie caraibiche

La prima area d’oltreoceano investita dalla colonizzazione europea, il sistema insulare caraibico, si affaccia al XVII secolo già sconvolto radicalmente nei suoi equilibri umani e naturali. Di quanto gli spagnoli avevano trovato al momento della scoperta non rimane pressoché nulla. Le popolazioni arawak delle Grandi Antille sono state sterminate, i Caribi delle Piccole Antille sopravvivranno solo per qualche altro decennio, in virtù della povertà loro e delle loro isole. La presenza spagnola “passa come un uragano sulle umanità insulari rapidamente annichilite, lasciandosi dietro degli isolotti urbani molto isolati l’uno dall’altro, in un deserto umano quasi assoluto” (Meyer). Il suolo è stato setacciato alla ricerca dei giacimenti auriferi, i mari sono stati dragati per cavarne le perle, fauna e vegetazione subiscono un continuo e rovinoso saccheggio. Così, malgrado l’immediato successo riscosso dal tabacco in Europa, e la conseguente spinta all’incremento della produzione, agli inizi del ‘600 l’economia delle Antille è legata ancora essenzialmente alla loro posizione strategica rispetto alle rotte transoceaniche. I porti di Cuba e di San Domingo costituiscono lo scalo obbligato per i primi o per gli ultimi rifornimenti ai convogli spagnoli provenienti dall’Atlantico o in procinto di affrontarlo. Non solo: le loro fortificazioni e le loro flotte incrocianti nel mar dei Caraibi creano un cuscinetto protettivo per le zone costiere continentali di Veracruz, Portobello, Cartagena, Maracaibo, ecc…., dove vengono concentrate, provenienti da ogni parte dell’impero, le ricchezze destinate alla madrepatria. È proprio questa posizione strategica, intesa nel significato inverso di base privilegiata per l’attacco, ad attrarre l’attenzione delle potenze marittime emergenti. I favolosi bottini realizzati da Hawkins e da Drake durante le loro scorrerie eccitano la fantasia e l’avidità di avventurieri d’ogni risma, inglesi, francesi, olandesi, accomunati per l’occasione dallo stato di belligeranza pressoché perenne che oppone nella prima metà del Seicento la Spagna ai loro paesi. Essi danno vita ad una feroce quanto redditizia guerra di corsa, spesso non legittimata dalle patenti governative, ma in ogni caso alimentata e protetta apertamente da sovrani e da compagnie commerciali. Col declino dello strapotere navale iberico il Caribe diventa un fronte di battaglia vivacissimo, teatro di arditi colpi di mano e insieme di efferate crudeltà, nel quale le guerre europee hanno appendici di anni e talvolta anche di decenni, e i trattati di pace, cosi come i mutamenti delle alleanze, sono volutamente ignorati. Gli spagnoli vedono così proliferare attorno ai loro capisaldi delle grandi Antille minuscoli quanto minacciosi insediamenti di “fratellanze” piratesche, e a nulla valgono gli sforzi di viceré ed ammiragli per eliminarle. Tortuga, St. Andrés, San Cristobal, Antigua, diventano la spina nel fianco di un impero che per la sua stessa vastità è sempre meno difendibile.

Al di là della guerra corsara di disturbo, comunque, le nuove potenze atlantiche cominciano a concepire per le Antille progetti di più ampio respiro. Gli inglesi si insediano nel 1609 alle Bermude, a San Cristobal nel 1623, poi alle Barbados e alle isole di Sottovento. Partiti dal pieno Atlantico si muovono lungo i margini dell’arcipelago, avvicinandosi alla costa venezuelana. Intorno alla metà del secolo sono già saldamente piazzati al centro del mar dei Caraibi: nel 1655 si impadroniscono di Giamaica e minacciano da St. Andrés e da Providence il raccordo continentale panamense tra i vicereami spagnoli. Si tratta inizialmente di insediamenti corsari, che ottengono però di essere riconosciuti ufficialmente da parte della Spagna col trattato di Madrid del 1670. A questa data la grande stagione della guerra di corsa è ormai al tramonto: ad essa va sostituendosi il contrabbando, per cui il danno economico per gli spagnoli non diminuisce affatto.

I francesi mirano invece dapprima a mettere piede sul continente meridionale. Portando a compimento un progetto già accarezzato da Enrico IV, Richelieu appoggia una missione nella Guyana che porta alla fondazione di Cayenna. Non è un grosso successo, perché l’insalubrità dei luoghi non consentirà mai alla colonia uno sviluppo adeguato agli sforzi profusi, e finirà per ridurla a terra di deportazione. Più importante invece è la messa in atto di un disegno di insediamento antillano, al cui fine viene costituita una società che annovera tra i maggiori azionisti lo stesso cardinale. Il primo passo è San Cristobal, covo di pirati amichevolmente condiviso con gli inglesi. Seguono, dopo il 1625, Martinica, Guadalupa, Marigalante, Tobago, Santa Lucia ecc… Nel 1665 è addirittura la volta di San Domingo, di cui gli spagnoli sono costretti a cedere la metà nord-occidentale, che diventa Haiti. Anche nel caso francese la prima fase dell’insediamento non è gestita dallo stato. Le colonie, fondate da piccole compagnie, sono cedute attorno alla metà del secolo in proprietà ai fondatori-governatori, i quali hanno saputo evidentemente curare molto bene i propri interessi, a discapito di quelli degli azionisti. Ciò in pratica sottrae alla madrepatria ogni controllo sulle scelte produttive e sul commercio antillano. Sono infatti gli olandesi, in forza di una effettiva egemonia sul libero traffico marittimo, e in conseguenza della diaspora di coloni seguita alla perdita del Pernambuco, a orientare lo sviluppo economico delle isole. Essi diffondono le tecniche della coltivazione zuccheriera sperimentata in Brasile, e già nella seconda metà del secolo la produzione della canna conosce alle Antille un vero e proprio exploit, insidiando il primato brasiliano. Cresce di conseguenza il fabbisogno di manodopera servile africana, e si accentua la dipendenza dal traffico triangolare olandese, mentre entra in crisi, anche a causa della concorrenza della Virginia, la coltivazione del tabacco e con essa l’originario regime di piccola proprietà che aveva costituito la prima ossatura economica delle isole. Poco alla volta questa è sostituita dalla grande piantagione schiavista, che si accaparra per intero le fasce litoranee, relegando negli altipiani dell’interno tutte le altre attività agricole.

A partire dal 1660 comunque la politica mercantilistica di Colbert è tesa a ricondurre integralmente le Antille nell’ambito economico francese. Viene creata la Compagnia francese delle Indie Occidentali (1664), con relativo monopolio commerciale e con la chiara funzione di assicurare una embrionale amministrazione unitaria ai possedimenti francesi d’oltreoceano. Scopo ultimo è comunque quello di ridurre le isole a province, e i cinquant’anni di amministrazione della compagnia preparano il passaggio. Ciò non toglie che gli olandesi, che nel frattempo si sono insediati, a partire dai 1630, nelle piccole Antille, a Curacao, a Sant’Eustatius, ad Aruba e a st.Thomas, rimangano sino alla fine del secolo i principali interlocutori o intermediari dell’economia caraibica.

Con la pace di Utrecht (1713) l’Inghilterra strappa ai francesi l’asiento per la importazione di schiavi nelle colonie spagnole, imponendo anche la clausola aggiuntiva del vascello di permissione. Ufficialmente si tratta di vantaggi commerciali enormi, che aprono ai traffici inglesi la porta del mercato sudamericano. Ma gli inglesi passavano già per la finestra: all’atto pratico questo rapporto esisteva da un pezzo, sotto le specie del contrabbando, ed aveva raggiunto un volume di scambi di gran lunga superiore a quello previsto dal patto coloniale. Si tratta piuttosto di un passaggio formale di consegne, che lascia definitivamente alla marina britannica il controllo del Mar dei Caraibi. In questo nuovo ruolo di polizia gli inglesi non durano fatica a ripulire le isole dagli insediamenti di pirati e bucanieri, mettendo fine alle iniziative autonome di guerra corsara. Perseguono inoltre la fondazione di basi costiere nell’America Centrale, per avviare un traffico diretto tra il continente e le Antille. A partire dal 1720 si insediano a più riprese sulle coste dell’Honduras con agenzie commerciali, e malgrado la reazione degli spagnoli, che distruggono sistematicamente gli stabilimenti, finiscono per spuntarla. L’Honduras diventa soprattutto, com’era negli intenti, una via di penetrazione per il contrabbando con i vicereami spagnoli sul Pacifico.

Meno forti sul mare, i Francesi mostrano invece maggiori capacità nella valorizzazione agricola dei loro possedimenti antillani. La riforma amministrativa voluta da Colbert agisce beneficamente anche sull’economia, collegandola in maniera più stretta a quella della madrepatria. Soprattutto, il controllo esercitato sui piantatori si rivela efficace nel contenere le speculazioni spropositate e nel porre un freno al trattamento disumano e allo sfruttamento eccessivo della manodopera servile, che possono creare problemi di ordine e di sicurezza. Il “Codice nero” colbertiano, in vigore dalla fine del XVII secolo, consente all’amministrazione di intervenire contro gli abusi, a garanzia della pubblica tranquillità: e ciò evita alle Antille francesi le periodiche sollevazioni di schiavi che caratterizzano invece i domini inglesi nel Settecento. In compenso, il peso crescente esercitato dal potere centrale attraverso gli intendenti è mal tollerato dai piantatori. In Haiti la minoranza creola, che vede limitati i suoi privilegi nei confronti della popolazione di colore, dà vita nel 1722 e poi ancora nel 1760 a tentativi secessionistici.

Anche la politica economica metropolitana crea scontento. La Francia infatti, come l’Inghilterra, è portata dallo stesso sviluppo economico delle sue isole ad adottare una politica sempre più decisamente protezionistica. Dal 1727 chiude i suoi porti caraibici a tutte le importazioni che non passino per la compagnia nazionale, col risultato di ridare slancio al contrabbando, soprattutto a quello con le colonie americane: al tempo stesso però riesce ad imporre la propria produzione antillana sui mercati europei, dove lo zucchero francese trionfa sia per la qualità che per il prezzo. La protezione monopolistica incentiva inoltre il diffondersi di altre coltivazioni, che si propongono come alternativa alla monocultura zuccheriera, della quale si avvertono già nella seconda metà del ‘700 i primi sintomi di crisi. All’indaco si aggiungono il cotone, il cacao e, soprattutto, il caffè, che alla vigilia della rivoluzione costituisce già la seconda voce, per importanza e valore, delle esportazioni antillane.

Considerate sin dagli esordi della conquista come semplici territori di sfruttamento, le Indie occidentali spagnole conoscono dalla prima metà del XVII secolo un periodo di profonda depressione, le cui cause non si limitano all’esaurimento delle miniere e alla congiuntura economica internazionale sfavorevole. La crisi delle colonie è infatti strettamente legata alla decadenza metropolitana e al capestro economico costituito dai vincoli protezionistici del monopolio commerciale. Fino al 1680 infatti il solo porto di Siviglia, dove ha sede la Casa de Contractaciòn, detiene il privilegio assoluto del commercio con le Indie, e per un altro secolo ancora ne dividerà l’esclusiva con Cadice. In pratica solo ne1 1778 l’intera Spagna viene ammessa ad un rapporto diretto con le province coloniali. Nello stesso anno è ufficialmente annullata l’interdizione da sempre vigente al commercio interno tra le province stesse, mentre rimane in vigore il principio della mediazione obbligata della Casa su ogni importazione o esportazione, fatta salva la vecchia concessione dell’asiento, che nel frattempo è passata dai portoghesi agli olandesi, poi ai francesi e quindi definitivamente agli inglesi. In tre secoli di applicazione queste pastoie protezionistiche hanno sortito effetti doppiamente negativi sull’economia globale dell’impero, da un lato frenando lo sviluppo dei territori coloniali, dall’altro offrendo a inglesi, francesi e olandesi l’opportunità di creare un grosso traffico di contrabbando, che arriva a gestire la metà delle importazioni nelle province. Ciò comporta una emorragia di metalli preziosi, quella stessa che il vincolo protezionistico voleva impedire, senza neppure la contropartita di un prelievo daziario. Occorre comunque rilevare che il protezionismo iberico ha tendenza a non interferire nelle attività economiche interne delle colonie, eccezion fatta per quelle produzioni agricole che possono rivelarsi troppo pericolosamente concorrenziali con i prodotti metropolitani, come la vite o l’ulivo. Alcune industrie, come quella della seta, vengono addirittura incentivate.

La ripresa economica dei territori coloniali, legata alla coltivazione del mais, all’allevamento e ai suoi prodotti di prima trasformazione, alla ripresa delle estrazioni nelle miniere d’argento messicane, ecc …, coincide con l’insediamento dei Borboni sul trono di Spagna e con il tentativo di riorganizzazione dell’impero che essi attuano. Filippo V promuove a partire dal 1718 una riforma amministrativa ispirata al modello francese, che attorno alla metà del secolo comincia ad interessare anche le province d’oltremare. I cinque vicereami in cui le Indie spagnole erano suddivise nel XVII secolo (Nuova Spagna, Terra Ferma, Perù, Chile e Plata) sono ristrutturati con la creazione di intendenze, che consentono all’autorità regia una presenza più capillare e all’apparato amministrativo una maggiore efficacia. Ciò significa però per le colonie un aumento della pressione fiscale e della vigilanza sui dazi, e va a minacciare una consuetudine permissiva, soprattutto nei confronti del contrabbando, che all’atto pratico aveva smagliato la rete protezionistica e concesso respiro all’economia. Gli intendenti inoltre sono scelti esclusivamente dagli organismi metropolitani. La classe dei proprietari creoli, che è la protagonista e la beneficiaria della ripresa economica, si trova così esautorata di ogni ruolo amministrativo di rilievo, e questo dopo un secolo e mezzo di gestione diretta del potere locale ed intermedio. Un significato destabilizzante assume anche, nel 1767, la cacciata dei gesuiti, che costituivano in effetti l’intermediario privilegiato tra il potere spagnolo e le popolazioni indigene.

Tutto ciò non fa che accrescere un’insofferenza che ha cominciato a manifestarsi apertamente fin dagli inizi del secolo. Nel 1725 nel Paraguay, attraverso il tentativo insurrezionale dei comuneros, dai caratteri già marcatamente politici; nel 1735 e nel 1749 in Venezuela, con sommosse contro gli aggravi fiscali; e poi un po’ dovunque dopo il 1780, quando il contagio dell’idea indipendentistica si trasmette dalle colonie inglesi settentrionali in rivolta. Nel 1740 e nel 1780 il Perù è anche teatro di alcuni tentativi a sfondo millenaristico, ispirati ad una riscossa della nazione india (rivolta di Tupac Amaru).

I focolai rivoluzionari inducono l’autorità metropolitana ad accentuare la sua opera repressiva: ma al tempo stesso la politica internazionale della Spagna crea i presupposti per l’affermazione della coscienza indipendentistica nelle colonie. Nel 1779 l’entrata in guerra al fianco degli americani moltiplica le possibilità di contatto, economiche e culturali, con il nord, mettendo le élites creole in condizione di valutare il peso reale delle restrizioni del patto coloniale. I rapporti con gli Stati Uniti rimangono intensi anche dopo la pace di Parigi, e favoriscono il contrabbando delle idealità rivoluzionarie, attraverso personaggi formatisi a stretto contatto col nuovo gruppo dirigente nordamericano, come Francisco Miranda. Con lo scoppio della rivoluzione francese cresce ulteriormente il fermento e si danno anche nuove condizioni che accelerano il distacco delle colonie dalla madrepatria. Coinvolta suo malgrado nella guerra francese contro l’Inghilterra (1795) e impossibilitata dalla supremazia marittima degli avversari a mantenere i rapporti con i possedimenti d’oltreoceano, la Spagna modifica nel 1797 il patto coloniale, aprendo i porti sudamericani alle navi neutrali (cioè statunitensi). Quando tenta poi di revocare questa misura liberalizzatrice si trova nella impossibilità pratica di ripristinare il monopolio: ormai la corrente di traffico interamericano si è consolidata, anticipando sul piano economico le rivoluzioni politiche dei primi dell’800.

L’alleanza stretta dal Portogallo con l’Inghilterra, dopo la rivolta anti-spagnola del 1640, si risolve per i lusitani in una vera e propria sudditanza economica, sancita nel 1703 dal trattato di lord Methuen. Il Brasile viene aperto in questo modo alla diretta penetrazione commerciale inglese, anche se ufficialmente rimane in vita la finzione del monopolio di Lisbona. Da questa liberalizzazione l’economia delle colonie, in recessione nella seconda metà del XVII secolo per la concorrenza dello zucchero antillano, riceve stimoli efficaci alla ripresa, soprattutto dopo che la scoperta dell’oro e dei diamanti a Minas Gerais consente di riportare in equilibrio la bilancia commerciale. Il bisogno di manodopera per le miniere riattiva anche il traffico di carne umana con i possedimenti africani, e influisce di conseguenza, assieme all’afflusso di metallo prezioso, su tutto il sistema economico portoghese. Si tratta di una incentivazione artificiale, come dimostra la profonda depressione che seguirà all’esaurimento delle miniere: ma per quasi ottant’anni essa vivacizza il flusso commerciale da e per il Brasile. Nel frattempo il sistema di coltivazione adottato dai fazenderos per le piantagioni di zucchero fa avanzare gli insediamenti verso l’interno ad un ritmo notevole. Infatti una volta sfruttato il terreno fino al totale impoverimento essi si spostano su coltivi strappati alla foresta col fuoco, e sono forzati naturalmente a penetrare in profondità. Nel Settecento alla loro avanzata si accompagna e si sovrappone quella di avventurieri e cercatori d’oro, che si addentrano oltre Minas nel bacino amazzonico. Così, mentre agli inizi del XVI secolo i portoghesi occupavano una striscia litoranea sull’Atlantico piuttosto esigua, nel 1736 si sono lasciati alle spalle da un pezzo la raja di Tordesillas e arrivano a contatto con i vicereami spagnoli delle Ande. Ciò dà il via ad una serie di guerre coloniali, l’ultima delle quali porta nel 1776 all’accettazione del fatto compiuto, sancendo le attuali frontiere.

Anche il Portogallo tenta una ristrutturazione del suo apparato amministrativo coloniale, per frenare le spinte autonomistiche che agitano le varie capitanerie. Nel XVII secolo queste vengono riportate sotto l’autorità di un’unica capitaneria generale, nei confronti della quale mantengono dei margini di autodeterminazione soltanto le città più importanti. Ma anche il Brasile è ormai avviato, sulla scia delle adiacenti colonie spagnole e con lo stimolo del crescente interesse inglese all’acquisizione di un grande mercato, verso l’indipendenza.

 

L’India britannica e le Indie olandesi

Diversamente da quanto era avvenuto nel continente americano, i primi tentativi di penetrazione armata degli europei nell’Asia orientale incontrano un’efficace resistenza. Popoli come quello indiano o quello cinese, e più ancora quello giapponese, affiancano ad un notevole bagaglio di abilità e di organizzazione statale una altrettanto gloriosa tradizione militare. Hanno modo di constatarlo a proprie spese, sia in India che in Cina, i portoghesi nel ‘500 e gli inglesi nel secolo successivo, le cui velleità di sopraffazione vengono sistematicamente umiliate. È il caso ad esempio, per gli inglesi, della severa lezione subita da Josiah Child, governatore della Compagnia delle Indie Orientali, venuto in urto per la sua eccessiva intraprendenza con l’impero del gran Mogol. Le ripetute esperienze negative consigliano gli europei a ripiegare per qualche tempo su approcci più prudenti, per non mettere in forse anche le concessioni commerciali già acquisite. Si tratta tuttavia di un arresto momentaneo. La presenza occidentale in quell’area non avrebbe infatti prospettive, se limitata alla funzione di incetta e di trasporto delle spezie o dei tessuti orientali in Europa. Nel quadro della vigente teoria mercantilistica per acquistare un significato economico accettabile esse devono fondarsi almeno su un rapporto reciproco e paritario di scambio, per evitare un saldo aureo negativo: il che implica l’apertura del mercato orientale ai prodotti europei. Poiché questo mercato non esiste, e il disinteresse degli indiani per i manufatti europei sembra lasciare poche speranze in un rapido avvio, l’unica possibilità di rendere attivo il rapporto è data dalla gestione diretta della produzione, ossia dall’espansione colonialistica armata.

Nei primi decenni del XVIII secolo la situazione non consente agli europei di prendere iniziative in tal senso: ma nel frattempo essa evolve a loro favore, con il manifestarsi di tendenze centrifughe che disintegrano dall’interno l’impero di Delhi. Nel quadro politico del subcontinente indiano il rapporto di forza torna a spostarsi a favore della componente indigena induista, che riacquista la piena indipendenza politica nel Punjab con i Sikh e nel Deccan con la confederazione maratha. Nelle stesse province imperiali dove resiste l’egemonia musulmana i funzionari mirano a trasformare in possessi ereditari le cariche, ritagliandosi margini sempre più ampi di autonomia amministrativa e rendendo puramente nominale la dipendenza da Delhi. Questi rivolgimenti moltiplicano le possibilità occidentali di rivestire un ruolo attivo, fondato su un gioco sotterraneo di aiuti economici, di informazioni, di pressioni. Talvolta la penetrazione ha già inizio in sordina, ad esempio attraverso gli appalti per la riscossione delle imposte fondiarie. Inoltre, la stessa presenza commerciale degli europei, ravvivando i traffici che avevano conosciuto una certa stasi per la crisi del mondo arabo, favorisce lo sviluppo di una classe indigena di intermediari, che accumulano rapide fortune e assimilano per contatto gusti e costumi europei. È una classe ancora priva di potere politico, ma che arriva nelle città costiere a detenere quello economico: si contrappone quindi alla classe agraria musulmana dominante, vedendo negli europei anche dei possibili alleati per una riscossa induista.

Nel 1739 l’impero del gran Mogol, già corroso dai contrasti intestini, è messo in ginocchio da un’invasione persiana che arriva sino ad occupare la capitale. È un ulteriore contributo allo sgretolamento della maggiore potenza del subcontinente, e costituisce per gli europei il segnale d’avvio per una politica più decisa ed intraprendente. Si muovono per primi i francesi, presenti a Pondichery, Chandernagore e Karikal, sulla costa orientale e nella regione bengalese. Il governatore di Pondichery, Dupleix, comincia ad interferire nelle lotte per la successione alla carica di nawab riuscendo a trovarsi al fianco della fazione vincente, e ne coglie i frutti ottenendo dai suoi alleati ampie concessioni, di carattere anche politico. Sembra il prologo ad una decisa espansione territoriale, ma alle prime difficoltà, nel 1754, Dupleix viene richiamato in patria dalla Compagnia, spaventata dalla temerarietà stessa dei suoi progetti. Il sostituto si affretta quindi a venire a patti con la Compagnia inglese. Anche quest’ultima, da parte sua, era stata spinta dall’attivismo di Dupleix a prendere posizione nelle faide interne dei piccoli potentati, ma nel suo caso è il governo britannico stesso a intervenire per imporre un’azione moralizzatrice nei quadri amministrativi e richiamare la Compagnia ad una più responsabile conduzione dei rapporti con gli stati e con le popolazioni indiane. La sferzata ha un effetto frenante, ma benefico. Una serie di governatori cauti e oculati ristrutturano l’apparato burocratico interno già in funzione di un futuro utilizzo politico ben più ampio, e cominciano a reclutare e ad organizzare quadri intermedi indigeni. La conquista dell’India, che si realizzerà nella prima metà dell’800, è ormai solo una formalità militare.

Godendo del pieno appoggio del governo metropolitano la Compagnia olandese delle Indie era riuscita nella prima metà del ‘600 a prevalere sulla concorrente inglese, alla quale era invece mancato il sostegno della corona. Gli olandesi avevano così ereditato il monopolio delle isole delle spezie e le relazioni commerciali dei portoghesi con la Cina e con il Giappone (almeno prima che quest’ultimo si chiudesse definitivamente ai rapporti con gli occidentali): smerciavano in oriente i loro manufatti, soprattutto tessuti di lino e di lana, e ne traevano prodotti ad alta concentrazione di valore, che giustificavano pienamente sul piano economico la traversata di due oceani.

Alla fine del XVII secolo però il commercio delle spezie ha ormai perso il primato nei loro traffici e nella loro attenzione. Impegnati in altri settori commerciali in espansione, come lo zucchero e gli schiavi, e su altre rotte, non sono in grado di sviluppare quantitativamente il volume degli scambi con le Indie orientali, e neppure vi hanno un reale interesse. Attuano infatti una politica intesa a mantenere alti i prezzi delle spezie, e quindi remunerativi i viaggi, limitandone forzatamente la produzione. Pagano così degli indennizzi ai principi indigeni delle isole perché distruggano le piantagioni di garofano o di noce moscata, e concentrano la coltivazione ad Anboina, sotto il loro più immediato controllo.

Pur esercitando una effettiva egemonia economica su tutto l’arcipelago, gli olandesi creano un nucleo di dominio diretto solo a Giava. È in parte una scelta, in quanto preferiscono non essere impegnati nella difesa di possedimenti sparsi in un’area troppo vasta, e mirano invece ad assicurarsi i privilegi commerciali trattando con stati sovrani: ma è anche una necessità, perché la gran parte di questi stati, che pure si lacerano in sanguinose rivalità, è in grado di opporre una valida resistenza militare alla penetrazione. Fino alla metà del XVIII secolo pertanto l’Indonesia è controllata attraverso una rete complessa di alleanze e di equilibri che fa capo a Batavia. Soltanto dopo il 1753, quando comincia ad imporsi la necessità di introdurre colture nuove e di salvaguardare l’area dalla penetrazione britannica, l’espansionismo olandese assume un volto militarmente più aggressivo.

I primi esperimenti di riconversione delle colture agricole hanno luogo proprio nel dominio diretto di Giava. Dapprima viene introdotta la piantagione zuccheriera, poi, dopo il 1725, quella del caffè. Le colture alternative non hanno difficoltà a trovare spazio, proprio per la specializzazione che gli olandesi avevano imposto alle varie isole. Ma esse alterano ancor più gli equilibri economici dell’arcipelago, in quanto destinate quasi esclusivamente al mercato europeo, con la conseguenza di un ulteriore generale impoverimento delle popolazioni indigene. Il regime di monocultura accentua inoltre la dipendenza economica degli abitanti, che debbono rivolgersi per il loro fabbisogno alimentare alla Compagnia. Anche in questo caso, come per l’India inglese, la conquista militare verrà solo ad ufficializzare una situazione di fatto da tempo acquisita.

Le colonie del Nord America e la rivoluzione americana

Nella seconda metà del XVII secolo l’Inghilterra comincia ad inquadrare i rapporti con le sue colonie d’oltreoceano in un’ottica nuova. La restaurazione monarchica del 1660 non frena la svolta impressa alla politica economica inglese dal decennio rivoluzionario e dalla dittatura di Cromwell. In seno alla nuova classe dirigente prevalgono ormai gli interessi del capitale mercantile preindustriale: essa intende attuare un coerente programma d’espansione, fondato su una politica estera più aggressiva e sull’intervento diretto dello stato a protezione dello sviluppo economico interno. In questo progetto anche i possedimenti continentali americani assurgono ad un ruolo di primo piano, soprattutto dopo che il rapido sviluppo della coltivazione del tabacco nella fascia costiera meridionale ha attirato l’attenzione degli ambienti mercantili e finanziari. Fino a questo momento erano stati oggetto, al contrario, di scarsa considerazione, in quanto popolati quasi esclusivamente di fuorusciti religiosi o politici, ma anche perché, raffrontati a quelli spagnoli o portoghesi, non sembravano offrire prospettive interessanti per gli scambi o per gli investimenti.

Naturalmente, all’interno del sistema protezionistico lo sviluppo economico delle colonie viene ad essere subordinato a quello della madrepatria. Le norme che regolano il commercio (Navigation Act, 1660 e 1672) proteggono soprattutto il monopolio delle grandi compagnie inglesi, in pratica interdicendo alle colonie ogni rapporto diretto di scambio con altre nazioni e con le loro appendici d’oltreoceano, addirittura con i restanti possedimenti inglesi. Allo stesso modo una lunga serie di restrizioni mira a conservare all’Inghilterra l’esclusiva delle lavorazioni manifatturiere, ad esempio nel settore tessile (Woolens act) o in quello dei metalli (Iron Act). Per scongiurare la concorrenza artigianale ed industriale delle colonie, a partire dallo stesso 1660 viene anche negato il permesso d’espatrio agli artigiani, primi tra tutti quelli del legno, che appaiono particolarmente attratti dalle naturali prospettive di sviluppo della cantieristica nella Nuova Inghilterra. Esiste infine anche la proibizione di battere moneta, che sancisce il totale asservimento dell’economia coloniale americana al sistema di scambio britannico.

Questi vincoli hanno una parziale contropartita nello scudo doganale offerto dal circuito chiuso mercantilista. Ma è una compensazione riservata ai prodotti assorbiti dal mercato inglese, e quindi alle grandi esportatrici meridionali di tabacco, la Virginia, il Maryland, le Caroline, le quali a loro volta alimentano una grossa catena di interessi metropolitani, dalla importazione della manodopera servile africana al trasporto, alla lavorazione e allo smercio in Europa del prodotto: mentre le colonie settentrionali, la cui produzione è destinata essenzialmente al consumo interno e a soddisfare il fabbisogno di legname e di alimentari delle Antille, risultano punite sia dai dazi di importazione che da quelli in uscita, oltre che dalle limitazioni sui traffici.

Nell’assieme queste misure finiscono per avere un significato anche politico, ciò che spiega probabilmente perché il governo inglese non abbia voluto adottare dei compensativi per distribuire più equamente i gravami e le agevolazioni. Non bisogna dimenticare infatti che mentre le colonie meridionali nascono da concessioni regie ad esponenti della corte o del parlamento, e sono quindi legate da un rapporto particolare alla corona, le altre sono sorte piuttosto come ricetti della dissidenza, per accogliere oppositori dello stato e della chiesa anglicana.

L’adozione del progetto mercantilistico implica dunque la necessità di assoggettare ad un rapporto amministrativo più stretto le colonie, ed è questo un punto nel quale gli interessi della corona si trovano a coincidere perfettamente con quelli di tutte le componenti parlamentari. Da un lato infatti ciò rende possibile una concreta azione di difesa dei monopoli, dall’altro assicura un gettito daziario che consente di alleggerire la pressione fiscale sui redditi fondiari in patria, e mette a disposizione del sovrano entrate non soggette al controllo delle camere. Tuttavia, i tentativi prima degli Stuart e poi degli Orange di riformare la struttura amministrativa coloniale si scontrano ovunque nel nuovo continente con una radicata consuetudine di autonomia. In mezzo secolo di disinteresse governativo ha avuto infatti tempo e occasione di svilupparsi la disposizione centrifuga già intrinseca nei modi e nelle premesse dell’insediamento inglese d’oltremare. Le colonie continentali in genere, e quelle del nord in particolare, lamentano la mancata assistenza militare contro le pressioni indiane e francesi, e rivendicano il diritto di essere trattate alla pari, dopo aver sopportato da sole le difficoltà e i sacrifici degli esordi. Rifiutano pertanto di rispettare l’Atto di Navigazione, ritenendolo non estensibile all’America in quanto non votato dai rappresentanti dei coloni americani. Su questo principio della rappresentanza, che trapiantato in America, su un humus già arricchito da ogni sorta di sogni utopici, attecchisce rigogliosamente, non sono disposte a cedere: esso offrirà la causale giuridica per i futuri contrasti con la madrepatria e per la scelta indipendentistica.

Agli inizi del XVIII secolo, tuttavia, la situazione sembra ancora favorire il disegno autoritario di Londra. Le ostilità contro la Francia, che si protraggono dal 1689 al 1713, costringono i coloni ad affidarsi per la difesa militare alla madrepatria, poiché i profondi contrasti esistenti tra i vari insediamenti rendono impossibile la creazione di una milizia unitaria indigena. Al tempo stesso all’interno di ciascuna colonia si accentua la contrapposizione tra l’oligarchia dominante dei fondatori e la massa dei coloni di recente immigrazione, quest’ultima esclusa in pratica da ogni potere decisionale. Lo scontro si connota diversamente, in rapporto alle diverse situazioni: ma il motivo di fondo è comune, legato ad una espansione demografica e territoriale che non trova corrispondenza in un adeguamento delle strutture politiche. Così al sud una grave crisi di sovrapproduzione del tabacco solleva i piccoli piantatori dell’interno, rovinati dal crollo dei prezzi, contro i grandi possidenti costieri: e la protesta arriva di riflesso ad investire la politica monopolistica della Compagnia e del mercato londinese, caricandosi di accenti autonomistici. Nelle colonie più settentrionali, invece, il contrasto si sviluppa su un terreno più decisamente politico, e mette in forse la leadership delle minoranze puritane, intolleranti ed esclusiviste. In questa atmosfera tesa l’ipotesi di un rafforzamento dell’autorità metropolitana è accolta addirittura con sollievo dai maggiorenti, preoccupati per possibili sviluppi destabilizzanti: ma anche le classi escluse dal potere vi scorgono una limitazione dei privilegi e delle prerogative dell’aristocrazia creola. Ciò spiega come, a dispetto del persistere della vocazione autonomistica, la nuova dinastia inglese riesca a trasformare nel giro di pochi decenni le colonie a statuto autonomo in province di concessione regia, soggette a governatori nominati da Londra.

Il piano di riorganizzazione non va però al di là dell’atto formale: la più stretta subordinazione alla corona è accettata solo in via di temporaneo compromesso, e non appena la congiuntura politica ed economica lo consente le Assemblee coloniali recuperano sul piano pratico tutto ciò cui hanno dovuto rinunciare sulla carta. I governatori sono pressoché impossibilitati ad esercitare le loro funzioni, in quanto gli organismi locali di controllo sono in mano degli americani. La distanza rende quindi inoperante la legislazione protezionistica. Lo stesso diritto di veto nei confronti delle decisioni assembleari, detenuto dal Consiglio della Corona, è spesso ignorato o scavalcato nella prassi amministrativa. Dal canto suo Londra è molto prudente nell’esercitarlo, poiché le colonie approfittano di ogni divergenza o contestazione sul loro operato legislativo per rivendicare il diritto di essere rappresentate nel parlamento metropolitano, o ad una autonomia decisionale più ampia. Il confronto si gioca quindi su due piani: uno, ufficiale, relativo alle competenze giurisdizionali, sul quale i coloni gettano oltre al retaggio della tradizione garantista inglese una coscienza politica dai caratteri inediti, connaturata alla loro condizione di abitanti di un mondo nuovo: l’altro, clandestino, che vede l’elusione sistematica dei vincoli protezionistici. Si assiste così ad una eccezionale fioritura del contrabbando, dalle Antille e da Terranova, senza che le autorità inglesi abbiano sempre la forza di intervenire.

Dopo la pace di Utrecht (1713), quindi, mentre la situazione politica nasconde sotto una superficie appena increspata profondi germi di turbamento, quella economica torna ad essere florida. La crisi del periodo bellico ha colpito i piccoli coloni, costringendoli all’indebitamento e talvolta alla cessione delle proprietà: ma spingendosi ad ovest essi trovano nuovi spazi di colonizzazione, altrettanto fertili. Nel frattempo il flusso migratorio dall’Europa continentale e dall’Irlanda va assumendo un ritmo di crescita costante, tale da determinare nel ‘700 una vera e propria esplosione demografica. Nel 1713 gli abitanti delle colonie sono circa 360.000; nel 1740 sono già 900.000, di cui un sesto schiavi africani; passano poi a 1.600.000 nel 1760 e a 2.150.000 nel 1770, quando i neri sono già più di un quinto. Dopo la prima ondata di puritani, ugonotti, cattolici e liberi pensatori, dotati già in partenza di una certa organizzazione collettiva e appoggiati nella madrepatria, la nuova generazione di immigrati è costituita per la stragrande maggioranza di contadini tedeschi, irlandesi o scandinavi, spinti dalla disperazione e sprovvisti di mezzi. Raramente hanno la possibilità di pagarsi il viaggio e di acquistare il terreno, e sono ingaggiati pertanto dalla Compagnia o dal capitano-armatore che li trasporta, per quattro o cinque anni, in una condizione di poco superiore a quella degli schiavi. Nei primi tempi, al termine del contratto quasi tutti ricevono un pezzo di terreno da mettere in valore, o possono inoltrarsi all’interno, spingendo sempre più ad occidente le frontiere. Ben presto però la disponibilità di aree aperte al libero insediamento si esaurisce, soprattutto nella zona settentrionale, dove gli Irochesi sono abbastanza temibili da scoraggiare l’avanzata dei coloni: al sud, invece, dove le popolazioni indiane sono state sconfitte e cacciate, la penetrazione resta più facile. Comunque i grossi proprietari o le stesse assemblee coloniali cominciano a ripartire in lotti le terre ancora disponibili, e a venderle ai nuovi arrivati. Soltanto in alcune colonie fondate a scopi filantropici, come la Georgia, che offre una alternativa a chi è destinato in patria alla prigione per debiti, si continuano a fare concessioni gratuite di terreni.

Per tutta la prima metà del XVIII secolo la crescita demografica si accompagna ad un rapido sviluppo economico, che come si è visto riesce a non lasciarsi soffocare dalle leggi restrittive protezionistiche. Il mercato naturale degli americani è costituito dalle Antille, dalle quali giunge la melassa per la produzione del rum, ed alle quali vengono esportati farina, legname, pesce salato, bestiame ecc. .., nella gran parte attraverso il canale del contrabbando. New York è il porto principale del commercio delle pellicce, e i mercanti di Albany detengono il monopolio del traffico con le Sei Nazioni, che costituiscono il terminale indiano di una rete di raccolta estesa a tutte le tribù settentrionali del Far-West. Dopo che la Francia è stata costretta a riconoscere (col trattato di Utrecht) agli inglesi il possesso della baia di Hudson, e a cedere la zona a sud dei Grandi Laghi, si sono aperte per le colonie del nord nuove vie di penetrazione attraverso il San Lorenzo, fondamentali appunto per il mercato delle pelli. Al sud la crisi del tabacco di fine secolo ha indotto lo sviluppo di produzioni alternative, come il cotone, il riso e l’indaco, con forme di coltivazione che richiedono una presenza sempre più massiccia di schiavi: ciò che comporta l’incentivazione del traffico triangolare ed un ulteriore sviluppo del sistema della grande piantagione. Al centro, nella Pennsylvania colonizzata soprattutto da immigrati tedeschi, si diffonde invece la coltura tradizionale europea del frumento. Anche le norme protezionistiche sulle lavorazioni manifatturiere hanno scarsa incidenza: sia la cantieristica che la lavorazione del ferro e l’industria tessile progrediscono infatti velocemente.

A partire dal 1738 le colonie sono nuovamente coinvolte in una serie di conflitti: prima con la Spagna a sud, poi a nord contro i francesi. Mentre la presenza spagnola nel continente settentrionale è soltanto un residuo, fastidioso ma poco preoccupante, quella francese è ormai diventata incompatibile con gli interessi e con la sicurezza delle colonie inglesi. Partiti dai loro insediamenti della zona dei Grandi Laghi, i francesi hanno disceso per intero il Mississippi, costruendo alla sua foce New Orleans, estendendo i propri diritti su tutta l’area continentale interna e bloccando in pratica agli Appalachi le prospettive di espansione delle colonie. La loro vicenda coloniale ha connotati molto diversi da quella anglosassone. Ad una espansione territoriale formidabile, basata su criteri di colonizzazione estensiva, o meglio ancora, sull’accampamento di un diritto più che sulla presa reale di possesso, corrisponde una presenza colonizzatrice assolutamente inadeguata, e ciò a dispetto dell’eccezionale tasso di natalità. Tra il 1720 e il 1760 i coloni francesi quadruplicano, passando da 20.000 a circa 85.000, di cui solo 5.000 sono nuovi immigrati. L’immigrazione è ostacolata prima dalla politica demografica dei Borboni e dalla proibizione all’insediamento dei non cattolici, poi dal fallimento della Compagnia Occidentale di Law, che genera molto scetticismo sulle prospettive americane e scoraggia gli investimenti. Si tratta dunque di una presenza piuttosto esigua ma oltremodo dinamica, localizzata in una linea di stazioni di scambio fortificate (nell’Illinois, sul Fiume Rosso, a Natchez ecc….), da nord a sud, che dà ai coloni inglesi la sensazione dell’accerchiamento. Essi rispondono a loro volta creando compagnie, come quella virginiana dell’Ohio, che si prefiggono la colonizzazione e l’apertura al commercio dei territori transappalachiani: così che in America la guerra dei Sette Anni ha inizio molto prima dell’apertura delle ostilità in Europa.

Allorché il conflitto scoppia ufficialmente i francesi si trovano in vantaggio, disponendo dell’alleanza delle tribù indiane dell’Ohio e avendo persuasi alla neutralità i popoli delle Sei Nazioni. A partire però dal 1759 la situazione si capovolge e gli inglesi passano di vittoria in vittoria, arrivando nello stesso anno alla conquista del Canada. Cosi come era iniziata in anticipo, la guerra finisce sul nuovo continente molti anni prima. Con la pace di Parigi (1763) i francesi sono cancellati dall’America del nord: oltre alla cessione del Canada all’Inghilterra, infatti, hanno dovuto passare alla Spagna, come compensazione per la perdita della Florida, tutti i diritti sulla Louisiana.

Alla fine della Guerra dei Sette Anni la posizione coloniale dell’Inghilterra è profondamente mutata. Essa è ora padrona di un vero e proprio impero, in una parte del mondo dove a lungo la sua presenza era stata in varie forme delegata. I nuovi territori sono stati acquisiti a titolo di possedimento diretto della corona, ed essa è intenzionata a gestirne in proprio l’organizzazione e la messa in valore, senza tener conto degli interessi espansionistici delle colonie e dei diritti che molte di esse vantano in base alle Carte di concessione. Il primo problema che si pone è relativo alle popolazioni indiane. A queste debbono essere date delle garanzie, onde evitare che scatenino la guerriglia e costringano la madrepatria a mantenere grossi contingenti militari al di là dell’oceano. La guerra ha dimostrato ancora una volta infatti che le colonie non sono in grado di organizzare un’autodifesa militare affidabile. Inoltre, l’apertura dei nuovi territori alla colonizzazione indiscriminata può far nascere beghe per i conflitti tra le varie colonie, nonché scontri tra i cacciatori di pellicce e gli agricoltori. Si opta quindi per la formazione di una vasta area di riserva, proprio alle spalle delle colonie, tra gli Allegheny, il Mississippi e i Grandi Laghi. L’altra grossa questione del dopoguerra è relativa al debito bellico contratto dalle colonie. L’Inghilterra intende rivalersi delle spese sostenute nella guerra coloniale, che hanno determinato un grosso deficit finanziario; essendo intoccabili, data la composizione del Parlamento, le imposte fondiarie, aumenta i dazi sulle importazioni ed inasprisce la regolamentazione protezionistica. La prima legge in questo senso è il Sugar Act (imposta sullo zucchero e la melassa e divieto di importazione del rum dalle Antille francesi e olandesi), seguito lo stesso anno (1764) dal Currency Act, che proibisce alle colonie l’emissione di valuta cartacea a corso legale.

Al di là del loro significato economico, questi provvedimenti colpiscono l’opinione pubblica per l’intenzione della corona di renderli capillarmente esecutivi, attraverso l’intensificazione dei controlli anti-contrabbando, delle perquisizioni, ecc…: insomma, per una presenza poliziesca e fiscale metropolitana quale mai era stato dato avvertire prima. L’anno successivo il Parlamento vota una nuova imposta, motivandola con la necessità di rastrellare fondi per il mantenimento di un corpo militare di difesa nelle colonie: è lo Stamp Act, tassa sul bollo, che va a gravare su documenti, giornali, licenze, carte da gioco. Anche in questo caso è soprattutto la questione di principio ad irritare gli americani. Se erano disponibili a riconoscere una legittimità alle imposte daziarie non sono affatto d’accordo sulla competenza del parlamento a pronunciarsi su leggi valide per il solo territorio americano: e l’opposizione si fonda sull’inderogabilità di quello stesso principio per il quale proprio il parlamento si era battuto nel secolo precedente: “niente imposte senza rappresentanza”. A differenza degli altri provvedimenti, comunque, che toccano in fondo gli interessi di colonie o di settori economici particolari, lo Stamp Act colpisce tutti indiscriminatamente. Offre pertanto lo spunto ad una espressione unanime di malcontento, nella quale si sfogano anche, naturalmente, altri motivi di insoddisfazione, primo tra tutti la chiusura delle frontiere occidentali. Dietro l’atteggiamento dei coloni c’è inoltre una sensazione di sicurezza e di forza contrattuale nuova, quella che viene dalla scomparsa del pericolo francese e dall’attenuarsi del legame connesso alla sicurezza. Le posizioni sfumano dalla reazione vivace dei ceti più bassi alla moderna protesta delle classi dei grandi piantatori e dell’alta borghesia urbana. Tuttavia, in nessun caso si possono scorgere ancora istanze indipendentistiche. Come arma antiparlamentare viene persino invocato lo statuto di province regie, che dovrebbe riservare ogni competenza nei confronti delle colonie al sovrano.

Il movimento d’opinione messo in moto dallo Stamp Act si concretizza nello stesso 1765 in un primo congresso intercoloniale a New York, dal quale esce “un’umile supplica” al sovrano, contraddetta però nella sua professione di lealismo dalla risoluzione di proscrivere tutte le merci inglesi fino all’annullamento dell’Atto stesso. Il boicottaggio ha successo, anche perché sotto la questione di principio si muovono interessi molto più prosaici e concreti, come quelli dei grossi mercanti della zona costiera, le cui fortune sono costruite sul contrabbando. L’anno successivo sono le pressioni degli stessi ambienti commerciali inglesi ad indurre il sovrano all’abrogazione di queste leggi: salvo poi spostare gli aggravi ancora sui dazi, e indurre i coloni ad una nuova, più dura guerriglia economica, che si protrae per tre anni. Nel 1770 anche gli ultimi dazi vengono aboliti: rimane soltanto quello sul thè non inglese, lasciato in vigore dal parlamento per salvare la faccia e per scongiurare il fallimento dell’East India Company, alla quale viene appunto concesso il monopolio per l’importazione non tassata. Ciò provoca la reazione dei commercianti americani, che hanno grosse scorte di thè destinate a rimanere invendute, dati i bassi prezzi praticati dalla Compagnia: ma soprattutto offre ancora una volta ai coloni l’opportunità di constatare come agli interessi dei potenti gruppi commerciali metropolitani il Parlamento sacrifichi regolarmente ogni altra considerazione politica o economica. A Boston, in occasione dell’arrivo del primo carico di thè della Compagnia, viene organizzata una manifestazione, che finisce per degenerare. Un gruppo di manifestanti appartenenti ad un circolo radicale butta a mare l’intero carico, provocando una dura reazione nella madrepatria, dove il sovrano e il Parlamento si sentono apertamente sfidati. Se la manifestazione era sproporzionata all’entità del sopruso economico, ancor meno equilibrato è il provvedimento repressivo. Il Parlamento vota una serie di leggi subito ribattezzate dagli americani le cinque leggi intollerabili” (aprile 1774). Con esse si impongono la chiusura del porto di Boston e la revoca dello statuto del Massachusetts: la colonia viene posta praticamente in stato di occupazione, con un acquartieramento stabile di truppe; i processi per i disordini del porto sono trasferiti in Inghilterra, e quale estrema ritorsione viene concessa ai cattolici canadesi la libertà religiosa. In questo modo la corona, invece di approfittare della reazione lealista suscitata dagli eccessi di Boston, finisce per alienarsi ulteriormente le simpatie americane.

Le colonie convocano un primo congresso continentale a Filadelfia (1774), nel quale prevale la tendenza moderata (Franklin ne è il maggiore esponente) contro quella già decisamente secessionista dei delegati del Massachusetts e della Virginia, e contro l’ipotesi conservatrice di una unificazione a livello paritario con la Gran Bretagna. Viene richiesto il ritorno alla legislazione del 1763, adottando ancora una volta il boicottaggio mercantile come strumento di pressione. Anche nella madrepatria, nel frattempo, sembra farsi strada una più equanime volontà di conciliazione, dettata soprattutto dal tracollo degli interessi commerciali inglesi nel Nord America: tra il 1768 e il 1773 le importazioni di merce inglese sul suolo americano si sono ridotte a meno di un sesto. Ma nell’aprile del 1775 una serie di incidenti militari nel Massachusetts fa nuovamente precipitare la situazione. Il secondo congresso continentale di Filadelfia decide di dotare le colonie di una milizia unitaria, affidata a George Washington, col compita immediato di liberare Boston dallo stato d’assedio. Nel contempo, tuttavia, invia al sovrano una petizione, con la quale ribadisce la propria fedeltà alla corona, fatti salvi gli inalienabili diritti alla rappresentanza e alla competenza legislativa autonoma.

Giorgio III non è però più disponibile a patteggiare. Con un proclama dichiara esplicitamente “ribelli” i coloni nordamericani, e invia oltreoceano un grosso contingente di truppe mercenarie tedesche per “dare loro una lezione”, e ricondurli all’obbedienza. È una dichiarazione di guerra, che spinge definitivamente il congresso ad abbracciare la soluzione indipendentista: il 4 luglio 1776 è approvata la “Dichiarazione di Indipendenza” stesa da Thomas Jefferson. La battaglia giurisdizionale è fallita: la parola passa alle armi.

La campagna militare è condotta dagli inglesi con una certa indecisione. Lo stesso comandante in capo, il generale Howe, è poco convinto della politica regia e propende per una riconciliazione. Inoltre, la strategia operativa è decisa in Inghilterra, e ciò porta inevitabilmente a compiere gravi errori di valutazione. Dal canto loro gli americani, che dispongono di truppe scarse, poco disciplinate e peggio equipaggiate, con comandanti spesso in aperto contrasto, hanno il grande merito nella prima parte della campagna di non lasciarsi sconfiggere definitivamente, riuscendo sempre ad evitare il grosso scontro campale. Assume molta importanza, in un conflitto così anomalo, la velocità degli spostamenti, e l’irregolarità stessa delle truppe coloniali favorisce una tattica completamente estranea agli schemi classici. Gli americani in pratica continuano a ritirarsi, portando a spasso i contingenti inglesi che si logorano su terreno poco agevole e sono costantemente accompagnati dall’ostilità della popolazione. Inoltre il vantaggio offerto agli avversari dal dominio del mare, che consente loro di sbarcare in qualsiasi punto della costa e di detenere l’iniziativa, è vanificato dall’assenza di postazioni strategiche chiave.

La guerra entra nella sua fase decisiva con l’intervento delle altre nazioni europee. La prima a riconoscere l’indipendenza americana e a stringere un patto di alleanza con le colonie è la Francia (fine del 1777). La seguiranno poi la Spagna (1779) e l’Olanda (1780). L’intervento francese è dettato da una volontà di rivincita covata per quasi un ventennio, dopo l’esito disastroso della Guerra dei Sette Anni, ma soprattutto dalle prospettive che uno stato americano indipendente viene ad aprire per un rapporto economico in parte già ben avviato, sia pure in forma semi-clandestina. I francesi erano ben coscienti, fin dal momento della cessione del Canada, che il loro ritiro avrebbe creato problemi alla coesione dell’impero britannico in America, e attendevano di godere del vantaggio politico offerto dalla ribellione delle colonie. Quindi, se anche l’orientamento iniziale prevede soltanto un concreto appoggio finanziario, senza una partecipazione diretta al conflitto, i piani non tardano ad essere modificati. Un grosso apporto propagandistico, ai fini di creare un’opinione pubblica favorevole, hanno personaggi come La Fayette, che già prima dell’apertura ufficiale delle ostilità guida oltreoceano un contingente di volontari. Il concreto impegno militare della Francia ribalta il rapporto delle forze nel Nord America, per la supremazia navale che assicura allo schieramento indipendentista e per la potenza d’urto che le truppe francesi di terra conferiscono all’esercito di Washington.

Gli inglesi, che erano già stati sconfitti nel settore settentrionale a Saratoga (ottobre del 1777), spostano le operazioni al sud, dove contano sull’appoggio di una più radicata tradizione lealista. Il loro piano strategico mira ad una frattura sul fronte coloniale, facendo convergere al centro più eserciti da varie direzioni e isolando le colonie più bellicose, prima tra tutte il Massachusetts: ma è frustrato dalla caduta di Yorktown (ottobre 1781), dove si era ritirato il generale Cornwallis, comandante delle truppe inglesi del sud. Con questa sconfitta in pratica la campagna di terra si conclude, anche se molte piazzeforti rimangono ancora in mano agli inglesi. Le operazioni militari continuano invece sul mare, dove i britannici si prendono una grossa rivincita sulla flotta francese delle Antille (1782).

A questo punto, malgrado le sorti militari non siano ancora definitivamente compromesse, la volontà dell’Inghilterra di continuare la guerra è in crisi profonda. Al di là della rilevanza delle sconfitte pesa sul paese l’enorme costo del conflitto in termini economici. Vi si era imbarcato nella convinzione di liquidare i ribelli nel giro di pochi mesi, con qualche azione dimostrativa: si ritrova ora dopo sette anni sulla difensiva, col mare alle spalle e con molte probabilità di doverlo riprendere alla svelta. Il commercio inglese nell’Atlantico ha subito un vero e proprio collasso, e la sola guerra di corsa americana è arrivata ad infliggere la perdita di 450 navi all’anno alla marina mercantile. Inoltre, l’opinione pubblica è tutt’altro che concorde e il partito wigh non fa mistero di simpatizzare per gli insorti. Quando nel 1782 si rende necessario un cambio della guardia al vertice governativo sono proprio i wigh a salire al potere. Essi si affrettano a porre termine al conflitto, adoperandosi per stipulare con gli alleati paci separate, dal momento che la Francia è ormai fermamente decisa ad approfittare fino in fondo del vantaggio militare acquisito.

La manovra diplomatica ha buon esito e i rappresentanti delle colonie, a dispetto degli impegni assunti all’atto del trattato di alleanza, negoziano separatamente. Oltre all’implicito riconoscimento dell’indipendenza, essi ottengono la sovranità sui territori compresi tra gli Allegheny e il Mississippi, nonché il diritto di pesca a Terranova e di navigazione lungo il San Lorenzo. Gli alleati non traggono grossi vantaggi da questa pace (1783). Alla Francia sono restituite alcune isolette antillane e alcune concessioni in India e in Africa, perse nel conflitto precedente, mentre la Spagna riottiene la Florida.

 

Ideologie coloniali

Buoni e cattivi selvaggi

Nel Settecento non si modifica solo l’immagine fisica che gli europei hanno del globo: cambia anche la percezione delle diverse culture che questo mondo dilatato lo abitano. Dopo lo sconcerto provocato dal primo impatto i popoli “nuovi” sono ora meglio conosciuti e cominciano ad essere inseriti in un quadro che non pretende di trovare corrispondenza letterale nella Bibbia e nella geo-antropologia tradizionale, mentre quelli “antichi” vengono spogliati di tutto il repertorio immaginifico che era loro associato nella classicità e nel medioevo. Una volta conclusa la prima fase della conquista, quella americana, viene anche meno la motivazione più strumentalmente immediata a “demonizzare” le popolazioni indigene, ad accampare la loro presunta barbarie per giustificare la propria. L’immagine che ne risulta è tuttavia mediata da una serie di nuovi filtri, attraverso i quali si attua una rielaborazione del diverso ad uso “interno”. In sostanza, mentre in precedenza la supposizione immaginaria o una conoscenza per la gran parte fantasiosa induceva a proiettare sugli “altri” le paure, le speranze o i rimpianti legati ad una tradizione mitologica o scritturale (e questo vale, come abbiamo visto, ancora per lo stesso Colombo), ora il termine di confronto è costituito dallo stato stesso della civiltà occidentale, con le sue istituzioni, la sua cultura, la sua storia, e gli “altri” fungono da pietra di paragone per esaltarne i pregi o denunciarne i difetti[17].

Su questa trasformazione influiscono quindi tanto le modalità pratiche, motivazionali e psicologiche dell’approccio (ciò che sta fuori non fa più paura – anche perché lo si affronta dall’alto di una superiorità tecnologica e militare – ma incuriosisce e, per i più svariati motivi, attira), quanto il progressivo affermarsi di una “razionalizzazione”, di una concezione convenzionalistica degli istituti sociali, politici e culturali (quella che va da Machiavelli a Hobbes e a Locke per la politica, che passa per la definizione dei “generi” nella letteratura e delle “buone maniere” nel costume quotidiano, che opera attraverso l’adozione di un metodo nella cultura scientifica[18], ecc.). Si è ora disposti a guardare con altri occhi alle culture altre perché non si suppone più un’origine divina dei modelli politici, sociali e culturali propri. Ciò non implica necessariamente una “valorizzazione” del diverso: dal confronto può anche scaturire un sentimento di superiorità, che da culturale tende velocemente a trasformarsi in “razziale”; oppure si può essere indotti a considerare quello in cui vivono gli altri popoli uno stadio più arretrato dello stesso cammino, riconoscendo a tutti una potenzialità di crescita ma avendo chiaro in mente dove questo cammino debba portare. Rimane comunque il fatto che anche in questi casi le differenze di livello vengono imputate alla natura degli uomini, al loro operato, al loro rapporto con le situazioni ambientali, e non alla volontà divina.

La concezione convenzionalistica si traduce pertanto in una considerazione degli altri, dei loro costumi, delle loro credenze e tradizioni, che prescinde da scale di valori precostituite. Solo fino ad un certo punto, però: perché il possibile esito (nella fattispecie, anche il più comune) è il prevalere di una lettura simbolica e strumentale delle diverse esperienze, chiamate in causa non per quello che sono ma per quello che, proprio attraverso il confronto, dicono della cultura occidentale. L’interesse degli europei si concentra infatti sugli elementi più immediatamente funzionali al dibattito politico-filosofico interno: ad esempio, sull’atteggiamento nei confronti della proprietà, che presso i popoli di più recente scoperta o non esiste o è intesa come possesso dei beni clanico o comunitario (il che riduce ad esempio a una normale pratica di scambio ciò che dagli europei è considerato un furto, o addirittura in qualche caso associa a questo comportamento un particolare prestigio); o sulla concezione dell’autorità, e di conseguenza di quella dei limiti e dei modi della libertà individuale; oppure sugli atteggiamenti relativi alla sfera del pudore e della sessualità (dai costumi prematrimoniali alla nudità, all’incesto, ecc…). Spesso queste differenze, vere o semplicemente enfatizzate che siano, vengono giocate a sostegno di una immagine di inferiorità e di barbarie (si pensi al mito del cannibalismo): ma più spesso ancora, e anche a partire da interpretazioni diametralmente opposte, offrono lo spunto per un ripensamento radicale sui fondamenti religiosi, morali e politici su cui si è sviluppata la cultura occidentale. La stessa “barbarie” è sempre meno intesa come la risultante di una degenerazione o di una deviazione dal modello umano originario, e viene letta piuttosto come una particolare condizione storica e sociale all’interno dell’unico percorso possibile verso il modello umano compiuto. Dall’idea del “barbaro” si passa a quella del “selvaggio”.

Tanto è la gente amorevole, e senza avidità, e trattabile, e mansueta, ch’io giuro alle Altezze Vostre che nel mondo non v’è miglior gente, né miglior terra”. Nel corso del suo quarto viaggio Colombo si convince di essere approdato nel paradiso terrestre, e tenta di convincere anche i suoi finanziatori. Naturalmente è l’unico a crederci[19], perché i navigatori che nel frattempo ne hanno seguita la scia, Vespucci tra i primi, hanno capito subito di essere soltanto al cospetto di una terra e di una umanità diverse e ne hanno data notizia all’Europa. La polemica che si origina da questa coscienza e le motivazioni che la alimentano sono già state trattate in queste pagine: le conseguenze sul piano di una presunzione di superiorità non solo culturale ma biologica lo saranno più oltre. Ciò che preme ora ribadire è che alla fine, malgrado tutto, sarà l’immagine proposta da Colombo a prevalere: è sufficiente sostituire l’Eden con lo “stato di natura” e ci si accorge che il navigatore genovese ha in fondo fornito un modello interpretativo destinato ad una enorme fortuna.

Tuttavia, anche se di fatto è il primo “moderno” a parlare in positivo dei “selvaggi”, Colombo non lo fa nei termini propri della modernità, perché non è pronto a riconoscere agli “indiani” una loro originalità culturale.[20] Questo passaggio sarà reso possibile solo dal clima diffuso attorno alla metà del Cinquecento dal tardo Umanesimo, dalla visione laica del mondo e della storia che Erasmo e i suoi eredi oppongono tanto alla Riforma che alla Controriforma, ribaltando l’idea di un’umanità marchiata dal peccato originale e condizionata dal servo arbitrio. Pur considerandolo uno stadio primordiale quasi animalesco, e argomentando ciascuno in maniera diversa, Grozio e Hobbes prima, e poi Pufendorf e altri, fino a Locke e a Leibnitz, teorizzano uno “stato di natura” che suppone quest’ultima come un ordine autonomamente normato, nel quale l’umanità può svilupparsi al di fuori dei limiti sociali e culturali artificiosamente creati dalla “civilizzazione”. I costumi dei selvaggi ne sono appunto la testimonianza, e anche quando vengano interpretati come segni di inferiorità dimostrano comunque che le fedi e le culture dei popoli civilizzati sono frutto di un artificio, e le istituzioni e le leggi nascono da una convenzione.

In questo quadro teorico, e sulla scorta della documentazione fornita soprattutto dai missionari sul comportamento degli europei nei confronti di questi popoli, sugli eccidi e le nefandezze da essi compiuti, sulla sostanziale innocenza di pratiche volutamente interpretate in negativo al primo incontro, è naturale che nasca una riflessione intorno al senso e al destino della cultura occidentale. Lo ha già fatto con largo anticipo Tommaso Moro, traendone un giudizio tutt’altro che positivo: ma Moro, per quanto probabilmente suggestionato dalle notizie sull’incontro con i “selvaggi”, rimane nella sfera del vecchio mondo, al più spostando oltre l’oceano la localizzazione della sua Utopia. Ci ritorna invece con uno spirito nuovo, come abbiamo già visto, dopo la metà del Cinquecento, Montaigne.

Nel celebre “essai” Des Cannibales Montaigne non usa mai l’espressione “buon selvaggio”, che comincerà a circolare solo un secolo più tardi.[21] Le sue riflessioni si fondano soprattutto su l’Histoire d’un voyage fait en la terre du Brésil, autrement dite Amerique, di Jean de Lery (pubblicato nel 1568), resoconto entusiasta della vita degli indigeni del nuovo mondo, che sfronda tutta una serie di luoghi comuni assurdi e dà un’interpretazione in positivo della poligamia, della nudità, dell’assenza di senso della proprietà, arrivando a concludere che se esistono uomini felici, questi sono gli Americani. Montaigne attinge dunque ad una fonte laica, laddove per quasi tutto il suo secolo e quello successivo saranno soprattutto i religiosi, in primo luogo i Gesuiti, a difendere la causa dei popoli primitivi e a ribaltarne in positivo l’immagine. Questo probabilmente influisce sulle conclusioni che il filosofo ne trae, sull’assunzione di un atteggiamento scettico anziché giusnaturalistico. Non ha infatti la necessità di fare un uso polemico delle notizie cui si affida, perché non deve sostenere l’esistenza di alcuna base, naturale o religiosa, del diritto. Si limita a prendere atto della diversità e ad astenersi dal giudizio (sia pure mostrando simpatia per i “selvaggi”). Quella di Montaigne rimane comunque una posizione isolata, dettata dal buon senso e da una sensibilità che difetteranno, per un verso o per l’altro, ai suoi successori. Non è relativismo, ma la semplice coscienza del fatto che ogni cultura ha una storia propria, e che importante è conoscere e capire questa storia, piuttosto che fare confronti tra realtà per molti aspetti e per ragioni naturali e storiche incommensurabili.

Un contemporaneo di Montaigne, Giovanni Botero, scrive: “…danno nome di barbari a quei popoli i cui costumi si dilungano dalla ragione e dalla vita comune. Definizione che, se fosse vera, il nome de’ Barbari converrebbe più a’ Greci e a’ Latini che al resto delle genti: perché se vita comune si deve dire quella che mena la più parte delli huomini e Barbari quelli che se ne allontanano, essendo che i Greci e i Latini vivono differentemente da altri e sono meno degli altri, a loro converrebbe il nome di Barbari”. [22] In pratica risponde con largo anticipo a Grozio, il quale qualche decennio dopo sosterrà che “…il diritto naturale è quello che viene ritenuto tale presso tutto i popoli, o tutti quelli con costumi più avanzati. Un effetto universale postula una causa universale …[23], e definirà barbari coloro che non seguono la retta ragione e la comune consuetudine degli uomini.

L’argomentazione di Botero è fatta propria a metà Seicento anche da Hobbes: “Non di rado accade che tutti i popoli appaiano perfettamente d’accordo nel tenere comportamenti che quegli scrittori (i giusnaturalisti) ritengono essere contrari alla legge naturale”[24]. Il criterio non può quindi essere quello del consensus omnium, ma quello per cui la legge naturale è il “dettame della giusta ragione”. E in base a questo, ad esempio, è possibile negare la naturalità del patriarcato, o quella della proprietà privata: allo stato di natura, come dimostrano proprio i costumi dei “popoli selvaggi dell’America”, queste istituzioni non esistono. A prescindere dal fatto che per Hobbes lo stato di natura è comunque tutt’altro che edenico[25], affermare che a dispetto dell’esistenza di diversità culturali inoppugnabili e irriducibili esiste un parametro, e questo parametro non è né il consenso universale né quello dei popoli più civilizzati, è un passo fondamentale. Significa muoversi già su un altro binario, quello che attraverso Pufendorf condurrà poi a Leibnitz[26] e all’illuminismo francese.

Al di là comunque delle sfumature, sia pure tutt’altro che trascurabili, ciò che importa è che tanto Montaigne quanto Grozio e Hobbes affermano l’autonomia dell’essenza umana. Ed è questo a fare la differenza rispetto alla concezione pre-moderna. Di qui innanzi, quale che sia il giudizio che di questa essenza si verrà a dare, il dibattito ruoterà attorno all’idea di una “umanità” che esiste anche al netto della civilizzazione, oltre che della rivelazione. Naturalmente, il passaggio è graduale. Nel corso del Seicento il dibattito si svolge ancora, come abbiamo visto, a tre voci: c’è quella dei conquistatori, che procede attraverso l’uso sistematico della connotazione in negativo (i selvaggi non hanno dio, non hanno leggi morali, non indossano abiti, non conoscono la proprietà, non lavorano, non sono monogami, ecc…) ad alzare lo steccato, a sancire la barbarie e a giustificare l’asservimento; c’è quella dei missionari, quando non si accordi e non diventi strumentale alla prima, che mitiga la contrapposizione, perché pur ammettendo i difetti e l’inferiorità culturale degli indigeni riconosce loro anche una buona disposizione e una certa potenzialità di miglioramento, o meglio di “redenzione”, e rivendica l’innocenza dei loro costumi; e c’è infine quella dei “libertini”, che si innesta su un filone ideologico di polemica antispagnola in nazioni come l’Olanda, la Francia e l’Inghilterra, e sostiene la naturalezza di questi costumi, capovolgendo il non privativo in un senza dal significato liberatorio[27] e travalicando quel sistema di valori all’interno del quale l’innocenza ancora si pone.

Nel Settecento il confronto in qualche modo si semplifica. Ormai l’idea dell’esistenza di uno “stato di natura” è acquisita, viene costantemente suffragata da una conoscenza delle culture dei selvaggi scientificamente fondata su un approccio etno-antropologico, ed è divulgata dalla letteratura diaristica, dalle relazioni di viaggio e dalle illustrazioni sempre più realistiche e dettagliate che le accompagnano. Su questa base lo “stato di natura” può essere poi letto, a seconda dei casi, secondo il paradigma del “buon selvaggio” o in chiave negativa. Le scuole di pensiero tendono naturalmente a connotarsi nell’una o nell’altra direzione in ragione delle scelte coloniali delle diverse nazioni, per cui laddove i nativi sono considerati degli interlocutori, nel quadro ad esempio di una politica di alleanze o di scambi commerciali, verranno individuati gli aspetti positivi delle loro culture, mentre dove li si vede come un ostacolo nella prospettiva di un insediamento territoriale, o al più come una risorsa da sfruttare in forma schiavistica, se ne sottolineeranno soprattutto l’arretratezza e la disumanità. È così che il dibattito assume coloriture molto diverse in Francia, in Spagna o in Inghilterra.[28] La semplificazione è comunque legata anche al fatto che, una volta uscito dal chiuso dei salotti libertini o delle relazioni dei gesuiti, il dibattito si allarga ora a coinvolgere un’opinione pubblica ben più vasta, e nel farlo rinuncia sempre più alle argomentazioni sottilmente teologiche o filosofiche per dare spazio alle componenti emozionali o spettacolari. L’immagine dei “selvaggi” che circola nel Settecento è piuttosto quella diffusa dal barone di Lahontan o da De Foe, e più tardi da Bernardin de Saint-Pierre o da Bougainville, che non quella dei giusnaturalisti o degli illuministi.

Se vogliamo in qualche modo datare un inizio del “nuovo corso” possiamo farlo risalire al 1683, quando padre Louis Hennepin, un “recollet” belga già aggregato alla spedizione di La Salle, pubblica la Description de la Louisiane nouvellement decouverte au sud-ouest de la Nouvelle France. Mescolando realtà, fantasia e millanterie il francescano descrive una natura incontaminata e fertile (è il primo occidentale a vedere, o perlomeno a descrivere, le cascate del Niagara), racconta di avventure mirabolanti e di grandi passioni, presenta “selvaggi” che parlano con un’arte oratoria degna di Cicerone e conservano intatta la capacità di un alto e nobile sentire. Hennepin conosce in effetti la vita indiana, per essere stato catturato dai Sioux ed avere vissuto con loro, come prigioniero, per qualche mese (afferma addirittura di essere stato adottato da un capo indiano): ma il valore documentario della sua opera è alquanto discutibile. Indubbio è invece l’effetto: il suo racconto, oltre a ravvivare l’interesse per l’America degli ambienti politici e commerciali francesi, fino a quel momento piuttosto tiepido, accende l’entusiasmo di molti giovani assetati di avventura.

Tra costoro c’è il barone Louis Armand de Lahontan, personaggio decisamente controverso e intrigante, che nel 1683, a soli diciassette anni, si arruola nell’esercito e viene spedito in Canada, dove si trova a vivere l’epopea dell’esplorazione della zona dei grandi laghi e delle guerre tra la nazione urone e quella irochese. Lahontan rimane nella nascente colonia per dieci anni, durante i quali impara perfettamente le lingue algonchine e condivide per lunghi periodi la vita e i costumi delle popolazioni indiane. Alla fine, per contrasti nati con il governatore, diserta e rientra in Europa. Naturalmente non può tornare in Francia (anzi, fornisce esortazioni e suggerimenti al governo inglese su come subentrare ai francesi), e pubblica in Olanda nel 1703 i Nouveaux voyages de M. le baron de La Hontan dans l’Amérique septentrionale, cronaca della sua vita canadese, seguiti dai Mémoires de l’Amérique septentrionale, osservazioni sulla geografia e sulle istituzioni delle tribù indigene, nonché da un Supplément aux Voyages, ou Dialogues curieux entre l’auteur et un sauvage de bon sens qui a voyagé, in cui esalta la vita primitiva attaccando violentemente il cristianesimo e la civiltà europea. Nei suoi scritti racconta le peregrinazioni lungo l’alto corso del Mississippi e la scoperta di altro fiume, la “rivière longue”, probabilmente il Missouri, la sua permanenza per più anni nei villaggi algonchini, gli scontri con gli inglesi e con le tribù avversarie. È un racconto vivace ed incalzante, che appassiona i lettori e divulga un’immagine nuova e diversa del selvaggio americano. Nel Supplemento, in particolare, attraverso il dialogo tra lo stesso Lahontan e un capo urone di nome Adario, viene esaltata la condizione di assoluta libertà e serenità dei popoli nativi. L’idealizzazione dello “stato naturale” è mirata soprattutto a mettere sotto accusa le complicazioni e le restrizioni comportate da una civiltà europea avvelenata dalla religione, dalle leggi e dalla proprietà privata.[29] I “selvaggi” non hanno bisogno di giudici, e quindi di prigioni, perché non conoscono la proprietà e nemmeno l’uso del denaro; non hanno bisogno di preti, perché la loro religione è semplice e la loro vita è esente dai vizi tipici degli europei; non hanno bisogno di capi, di funzionari e di burocrazie perché sono liberi e completamente padroni dei loro corpi, e non conoscono discriminazioni tra ricchi e poveri.

Alla stessa immagine perviene, partendo da esperienze e motivazioni decisamente differenti, Anthony Cooper, terzo conte di Shaftesbury, in un saggio sulle “Caratteristiche di uomini, costumi, opinioni, tempi” pubblicato nel 1711. Shaftesbury non ha mai visto un selvaggio, ma non ne fa un problema: ciò che gli preme è trovare argomenti contro la dottrina del peccato originale. Gli indiani raccontati da Lahontan e da Hennepin gliene offrono a iosa: dimostrano che lo stadio “naturale” è assolutamente positivo e che fino a quando non vengono guastati da una civiltà piena di vizi, di ingiustizie e di corruzione gli uomini sono essenzialmente buoni. In un universo che è armonico e ordinato sono necessariamente tali anche le leggi che governano la sfera morale, e il bene comune si accorda pienamente con quello individuale. Non c’è conflitto tra egoismo e altruismo, dal momento che quando l’individuo opera “scelte razionali” queste tengono conto dell’interesse comune, e il singolo persegue il bene universale mentre realizza il proprio. Shaftesbury parte dal principio che “se in una creatura o in una specie v’è qualche cosa di naturale, è ciò che contribuisce alla conservazione della specie stessa e determina il suo benessere e la sua prosperità”. Pertanto, al contrario di ciò che afferma Hobbes, l’uomo è spontaneamente incline alla società con gli altri uomini, poiché l’istinto sociale è insito nella sua stessa disposizione naturale. “Se devi cercare un modello etico”, consiglia dunque al suo lettore “cercalo nella semplicità dei modi e nel comportamento innocente che era spesso proprio dei puri selvaggi, prima che essi fossero corrotti dai nostri commerci”.[30] Shaftesbury va quindi oltre la posizione libertina, che era soprattutto indirizzata ad una contrapposizione ideologica. Non rifiuta la civiltà cristiana, ma la civiltà tout court. E in questo senso va oltre non solo le posizioni di Hobbes, ma quelle dello stesso Montaigne

Le avventure di Lahontan esercitano un enorme influsso su un’opinione pubblica che cresce con la diffusione della lettura, cosi come le idee di Shaftesbury lo hanno su tutta la filosofia settecentesca: ma questo vale più sul continente che oltremanica. In Inghilterra lo sguardo sui nativi americani rimane in verità piuttosto disincantato. Colpisce in negativo la loro povertà istituzionale e l’assenza di tecnologia. Il modello del pensiero inglese è perfettamente riassunto dal Robinson Crusoe (1719) di Daniel Defoe. Duecento anni dopo l’isola di Utopia, protagonista è un’altra isola, nella quale però il collettivismo lascia il posto all’individualismo. I selvaggi possono essere buoni, come Venerdì, quando sono disposti a fungere in pratica da schiavi (il fatto stesso che Robinson gli imponga un nome, come fa Adamo con tutte le cose dopo la creazione, invece di chiedergli se ne ha uno, è una chiara presa di possesso), o cattivi, come i cannibali che frequentano l’isola per i loro macabri banchetti, che vanno quindi combattuti e possibilmente sterminati. L’idea di avere qualcosa da imparare da loro non passa a Robinson nemmeno per il capo.

D’altro canto, sia pure con esiti più sfumati, ma adottando comunque un angolo visuale non molto dissimile, il tema del selvaggio americano era già stato trattato da Locke nel secondo dei Due trattati sul Governo (1690). Locke va al sodo. “Mi chiedo se nelle foreste vergini o negli immensi spazi incolti dell’America, abbandonati alla natura senza alcuna bonifica, alcun dissodamento o coltivazione, un migliaio di acri forniranno ai poveri e disgraziati indigeni altrettante comodità di vita quante ne forniscono dieci acri di terra ugualmente fertile nel Devonshire, dove son ben coltivati …” Poveri e disgraziati: altro che vita beata nella natura. Verrebbe da chiedere a chi i dieci acri fornissero le comodità di vita, stanti le condizioni in cui versavano i contadini inglesi ai primi del Settecento: ma Locke non sta a sottilizzare: “in mancanza dell’incremento apportato dal lavoro, non hanno nemmeno la centesima parte delle comodità di cui godiamo noi”. Il lavoro, la proprietà, il denaro, prima ancora che lo sviluppo delle tecnologie, che era stato uno degli argomenti a favore della superiorità occidentale nel Seicento, costituiscono per Locke il discrimine tra uno stato naturale di miseria ed uno civile di benessere. Da notare che Locke è un sostenitore dello “stato di natura”[31], e che in un altro capitolo dello stesso trattato utilizza in funzione polemica antilegittimista il tema della concordia interna ai gruppi tribali e dell’assenza di dinastie monarchiche, dal momento che i selvaggi eleggono i loro governanti[32], e conferiscono loro poteri limitati ai periodi di belligeranza: “I Re degli indiani sono poco più che generali delle loro armate. Pur avendo un comando assoluto in guerra, tuttavia negli affari interni e in tempo di pace essi esercitano un potere assai esiguo …” Ma se la naturale condizione umana non è per Locke la guerra di tutti contro tutti, e ogni uomo ha in sé una naturale predisposizione alla giustizia e alla pace, è solo nello stato di diritto, o stato sociale, che le regole impresse dalla natura nel suo cuore trovano la piena e concorde attuazione. Gli uomini sono stati creati per vivere in società, e non in solitudine.

In Francia e sul continente il filone letterario-filosofico del “buon selvaggio” trova un terreno più consono, ed è declinato nelle sue più diverse sfumature. Il padre gesuita Joseph-François Lafitau (scopritore tra l’altro delle virtù del ginseng canadese e considerato uno dei fondatori dell’antropologia) nel 1724 pubblica Moeurs des Suavagés ameriquains, comparées au moeurs des premiers temps. In questo caso l’esperienza è maturata sul campo, con uno studio approfondito delle popolazioni irochesi, ma è fortemente mediata da una intenzione ideologica (Lafitau sostiene il monogenetismo, e di conseguenza il diffusionismo culturale). Nei riti e nelle credenze dei popoli primitivi ritrova la spiegazione dei riti e delle credenze di quelli classici, tanto da arrivare ad affermare che gli indiani americani sono i diretti discendenti dei Lacedemoni, arrivati nel nuovo continente dopo aver attraversato tutta l’Asia e superato lo stretto di Bering. Anche se non crede ad una assoluta eguaglianza degli spiriti (cosa che invece credeva Fontenelle[33]), Lafitau vede la condizione dei “selvaggi” come uno stadio significativo della storia dell’umanità (in linea peraltro con quanto afferma quasi contemporaneamente Giovan Battista Vico nei Principi di una Scienza Nuova, del 1725). Quindi uno stadio primitivo, nel quale sopravvivono però le qualità fondamentali di coraggio, schiettezza e lealtà proprie degli antichi eroi della classicità.

Ludovico Antonio Muratori, dal canto suo, propone nel 1743, con il Cristianesimo felice de’ padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai, una storia delle riduzioni gesuitiche compilata in funzione apologetica dell’operato della Compagnia, proprio nel pieno della tempesta che porterà di lì a qualche anno alla sua soppressione. In questo caso lo “stato di natura” è per Muratori quello che rende possibile la riaffermazione della “vera chiesa”, che consente di veder riapparire “lo spirito dei primi cristiani”, nei quali “abita l’umiltà” che la cristianità europea ha dimenticato. Gli intenti possono apparire diametralmente opposti a quelli di Shaftesbury, ma il presupposto è in fondo lo stesso.

Nelle Lettere irochesi (1752) di Jean Henry Maubert de Gouvest, un ex gesuita dal dente avvelenato, l’irochese Igli è un invece un pretesto in puro stile libertino per mettere alla berlina la religione cristiana, e in generale tutte le fedi, ma anche la cultura formalistica e storicistica degli europei: a questa il “selvaggio” contrappone il suo gusto per la vita e per la natura. Lo stesso spirito informa L’ingénu di Voltaire (1767), dove si raccontano le malinconiche vicende di un indigeno americano schietto e innocente, catturato dagli inglesi, finito a vivere in Francia, convertito al cristianesimo e alle maniere civili, solo per trovarsi a constatare quanto immorale e falsa sia la società evoluta. Voltaire ha peraltro già affrontato il tema dei “selvaggi” nell’Essai sur les moeurs, dove li cita a modello, ma anche in questo caso solo per parlare male dei civilizzati.[34] (Salvo poi darne, come vedremo, un giudizio completamente opposto in un’altra occasione).

Persino Benjamin Franklin, rappresentante di una nazione che nasce sulla negazione agli indiani del diritto alla propria terra e alla propria cultura, che li ha combattuti prima e arriverà poi quasi a sterminarli, prende posizione in loro favore nei Remarks concerning the savages of North America (1784). “Selvaggi li chiamiamo noi – scrive – perché le loro maniere sono diverse dalle nostre, e noi pensiamo di aver raggiunto la perfezione della Civiltà: ma essi pensano la stessa cosa di se stessi”. It is tolerance that is demonstrated in everything Franklin does, says, and writes. Franklin rivolge questo scritto, nel quale non manca peraltro di fare le punte a certe esagerazioni e ai luoghi comuni del mito, ai coloni suoi connazionali. “Non dovete essere così sicuri che il vostro stile di vita sia l’unico modo di vivere dignitosamente. Gli indiani sono brave persone, con una forte fede. Just because it is not the faith that they practice, does not mean it is not “good”. Il fatto che non sia la stessa fede che praticate voi non significa che non sia “buona”. The colonists should strive to be more like them in that they are hospitable people. Dovete anzi sforzarvi di essere più simili a loro, in quanto sono persone ospitali.” They should be giving to their fellow man, without always expecting money or objects in return of good deeds. Troverà un uditorio alquanto distratto.

In Europa invece il mito del “buon selvaggio” conosce un’ulteriore definitiva consacrazione presso il grande pubblico (anche quello femminile, che non legge le relazioni di viaggio o i pamphlets polemici) quasi a fine secolo, nel romanzo Paul et Virginie di Bernardin de Saint Pierre (1787). In realtà, qui i selvaggi c’entrano poco, dal momento che i protagonisti sono figli della cultura europea che hanno la ventura di crescere in mezzo all’oceano indiano, in un’isola che pare modellata su quella degli utopiani, dove gli abitanti vivono e lavorano in perfetta armonia, collaborazione ed eguaglianza, e che dovrebbe rappresentare le condizioni esistenti allo “stato di natura”. Ma ci sono tutti gli ingredienti per toccare i cuori ed appagare la voglia di esotismo da cartolina che una nuova forma di sensibilità va diffondendo: una storia d’amore tra adolescenti, lo sfondo di un ambiente da sogno, lontano dalle convenzioni sociali e dalla corruzione della civiltà, il tragico epilogo. Di illuministico c’è solo la formazione dell’autore: per il resto, con Paul et Virginie siamo già in atmosfera preromantica, in una concezione sentimentale della vita e spiritualistica della natura.[35] I passi successivi saranno Les Natchez di Chateaubriand (ma siamo già nel 1801), dove l’idillio scocca tra un europeo e una “selvaggia” figlia della natura, e l’Ultimo dei Mohicani, dove le parti addirittura si rovesciano.

Nel frattempo, però, continua ad essere mostrata anche l’altra faccia della medaglia, quella del “cattivo selvaggio”. Non si tratta necessariamente di rivangare la crudeltà e la brutalità che imperano allo stato primitivo, rappresentazione che anima ad esempio in Inghilterra un acceso dibattito durante la guerra dei sette anni sull’utilizzo di alleati indiani.[36] Anche senza far ricorso ai cannibali o ai sacrifici umani ci si richiama ad una valutazione realistica delle miserabili condizioni, rapportate ai parametri europei, in cui vivono le popolazioni americane: sono condizioni che non sembrano lasciare alcuno spazio a quelle prospettive di costante miglioramento che l’illuminismo pone a significato ultimo dell’uomo.

Il giovane ecclesiastico olandese Cornelius de Pauw pubblica nel 1768 le Recherches philosophiques sur les Américains, un poderoso studio sulla natura delle Americhe e sui loro abitanti. De Pauw ribalta completamente la prospettiva. Sottolinea il ritardo economico, tecnologico e culturale dei selvaggi, e lo spiega da un lato con la natura troppo rigogliosa del continente, che consente di sopravvivere senza impegnarsi molto, dall’altro con la “pusillanimità innata” dei suoi abitanti, la “constitution de la vie sauvage”. In sostanza, la fortuna di un popolo è vivere su una terra che non dia nulla senza la contropartita di uno sforzo, perché induce a produrre più del necessario. Questo è verificabile peraltro anche nei comportamenti dei conquistatori europei: i coloni inglesi stanno “risanando” l’ambiente naturale americano con il loro lavoro, e stanno cercando di trasmettere il loro spirito operoso anche agli aborigeni, mentre quelli spagnoli e portoghesi si sono lasciati ammorbare dall’ambiente e contagiare dalla pigrizia degli indigeni. Come spesso accade, le posizioni più conservatrici o reazionarie si rivelano poi le più lungimiranti. Du Pauw ignora volutamente tutta la letteratura “positiva” delle relazioni gesuitiche e dei pamphlets libertini, ma preconizza un futuro radioso per l’America, sia sul piano economico che su quello culturale, anche se lo pospone di almeno tre secoli (forse per dare il tempo agli aborigeni di estinguersi e agli inglesi di dissodare)[37]. Se si prescinde delle tesi razziste, il suo è in realtà un ritratto dell’America alla metà del Settecento molto più veridico di quelli che circolano nel milieu libertino: ed è anche rimarcabile il fatto che in conclusione l’autore si auguri che non si ripeta in altri continenti quello che è accaduto nel nuovo, dove gli Europei hanno fatto una strage orrenda degli abitanti originari: se non sappiamo far altro che peggiorare la loro situazione, scrive Du Pauw, lasciamoli almeno vivere in pace nella loro miseria.[38] Che è già qualcosa di meglio della pretesa di “civilizzarli”, e di più realistico di quella di farne dei modelli.

Uno schivo e misconosciuto frequentatore del gruppo degli enciclopedisti, Nicolas Antoine Boulanger, fa piazza pulita di tutta la mitologia sull’Eden primordiale ne L’Antiquité dévoilée par ses usages, pubblicata nel 1766. Boulanger è un pensatore fuori dal coro, particolarmente ecclettico, precursore di Wittfoghel ma anche di Alfred Wegener, lo scopritore della deriva dei continenti. Parte dall’analisi delle religioni, dei riti e dei miti antichi, ripercorre le fasi dell’imporsi di un dispotismo teocratico originario, fondato sulla paura e sulla debolezza della ragione, e disegna un percorso evolutivo dell’uomo sociale. L’intento è quello di arrivare a smascherare ogni forma di dispotismo politico, che a suo parere altro non è che una teocrazia laica, nella quale le ritualità religiose sono semplicemente sostituite da un cerimoniale politico altrettanto artificioso. Il cammino verso la libertà, intrapreso solo dall’uomo occidentale, perché gli orientali continuano ad essere sottomessi a dispotismi di vario genere, è insieme un percorso sociale e individuale di liberazione dalla natura originaria, tutt’altro che innocente e fiera, di progressiva emancipazione dalle paure e dalla superstizione.

Boulanger non costituisce un’anomalia: testimonia il fatto che nell’ambiente illuminista la naturale bontà dei “selvaggi” e le meraviglie dello stato di natura non sono dei dogmi, ma piuttosto dei pretesti per il dibattito sui modi e sugli esiti del processo di “civilizzazione”. Anche i maggiori esponenti del movimento, primo tra tutti Voltaire, nutrono più di un dubbio. D’Holbach stesso (che peraltro è l’editore delle opere di Boulanger) riporta raccapriccianti episodi delle guerre indiane riferitigli dal barone di Dieskau (quello rappresentato in celebre quadro di Benjamin West mentre sta per essere scalpato da un irochese e viene salvato in extremis dal generale Johnson). Tanto il quadro che il racconto sottolineano il contrasto tra il senso dell’onore e il rispetto dell’avversario degli europei e la vile ferocia dei selvaggi (il barone Dieskau è ferito e indifeso).[39]

La fase americana della guerra dei Sette Anni, combattuta al di fuori di ogni regola militare e di ogni convenzione morale, smorza alquanto gli entusiasmi dei fautori dello stato di natura. Nel frattempo, però, si apre un orizzonte alternativo. Vengono pubblicate in rapida successione le relazioni sui viaggi d’esplorazione nelle terre australi di Byron, di Wallis, di Carteret, di Bougainville e di James Cook, tutti compiuti nel volgere di una manciata di anni, che rivelano l’esistenza di una cultura edenica conservatasi intatta, lontano dalla civiltà e dalla cristianizzazione.[40] Lo specchio nel quale riflettersi non sono più gli indiani americani, ma gli indigeni polinesiani.

I “selvaggi” dei Mari del Sud non sono feroci come gli irochesi né apatici come gli indios sudamericani. Sono allegri, spontanei, ospitali. Non conducono una vita stentata e miserabile.[41] Al momento di ripartire, dopo aver scoperto Tahiti e avervi soggiornato per qualche tempo, Wallis non riesce a trattenere la commozione[42]. Sin dal primo impatto Bougainville è affascinato dalla loro fisicità, gli uomini robusti e tatuati, le donne aggraziate e sensuali: “Le piroghe erano piene di donne che, per l’aspetto gradevole non apparivano di certo inferiori alla maggior parte delle europee, e con queste avrebbero potuto gareggiare con vantaggio”. Il paesaggio stesso suggerisce dolcezza, facilità e felicità del vivere: “Io stesso ho passeggiato diverse volte all’interno dell’isola. Mi credevo trasportato nei giardini dell’Eden[43]. Ma mentre passeggia nell’Eden lo sta già profanando. Nel corso della prima spedizione Cook scrive nel suo diario: “Stiamo corrompendo la loro integrità morale, già di per sé portata al vizio, e diffondiamo tra loro bisogni e forse anche malanni prima sconosciuti per loro e che servono solo a turbare la tranquilla felicità di cui essi e i loro progenitori hanno sinora goduto”. È trascorso solo un anno dalla partenza di Bougainville.

Il tema del degrado della condizione indigena, della corruzione degli animi e dei costumi indotta dal contatto con gli europei, ricorre nei resoconti di tutti i viaggiatori dell’ultima parte del Settecento e di tutto il secolo successivo. Lo ritroviamo in Georg Forster, che partecipa alla seconda spedizione di Cook, e poi in Humboldt, in Darwin e in Wallace. Costituirà in effetti il leit-motiv di tutta la letteratura etnografica otto-novecentesca, fino a Levi-Strauss e oltre. Riflessioni di questo genere non erano certo mancate anche nei secoli precedenti, rispetto alle civiltà e alle culture americane: ma sono decisamente rafforzate dall’incontro con le popolazioni dei mari del Sud. I motivi, come abbiamo visto, sono essenzialmente due: da un lato la situazione incontrata dai primissimi scopritori, che presenta davvero tutti i requisiti per far pensare all’Eden[44], dall’altro la rapidità con la quale questa situazione si degrada. Tra il racconto di Bougainville e quello di Forster intercorrono dieci anni, e dalla meraviglia si è già passati al rimpianto[45]. È ora di iniziare a tirare qualche somma.

Guillaume Raynal, altro gesuita tornato allo stato laicale, pubblica nel 1770 lHistoire philosophique et politique des établissements des Européens dans les deux Indes. Nel decennio successivo ne verranno edite altre due successive versioni, ampliate fino a raddoppiarne l’estensione e a conferirle un respiro immenso. Alla fine l’opera viene a costituire quella che può essere considerata la prima storia della globalizzazione, ripercorsa ed interpretata da ogni angolo visuale e con uno sguardo che pone problemi ancora oggi di stretta attualità. L’Hisoire costituisce in effetti il pendant storico dell’Encyclopédie: non a caso dietro ad entrambe c’è il genio di Denis Diderot, non soltanto ispiratore ma materiale estensore e responsabile delle parti più significative. Non si tratta solo della redazione di un bilancio: l’opera è un vero, appassionato manifesto di denuncia di un modello di civilizzazione ferocemente imperialista, che ha esportato in tutto il mondo il dispotismo, le diseguaglianze sociali, l’assenza di libertà e i costumi corrotti tipici della società europea.

Diderot ha una sua particolare posizione sullo “stato di natura”. Pur essendo un apostolo della scienza e più ancora delle sue applicazioni pratiche, delle tecnologie, nelle quali vede lo strumento per un continuo progresso, nel Supplément au voyage de Bougainville, pubblicato nel 1772, sembra non sottrarsi al mito del buon selvaggio. “Noi siamo innocenti, noi siamo felici; e tu non puoi che nuocere alla nostra felicità. Noi seguiamo il puro istinto della natura; e tu hai cercato di cancellarne il carattere dalle nostre anime. Qui tutto appartiene ad ognuno; e tu ci hai insegnato non so quale distinzione tra il tuo e il mio. Noi siamo liberi; ed ecco che tu hai sotterrato nella nostra terra il simbolo della nostra schiavitù futura”. Chi parla in questo modo è un vecchio tahitiano, che descrive a Bougainville gli effetti prodotti tra la sua gente dall’arrivo degli Europei.

Il vecchio risponde a distanza di ottant’anni ai giudizi di Locke: “Noi possediamo tutto ciò che ci è necessario, tutto ciò che è bene per noi. Siamo forse degni di disprezzo per non aver saputo crearci bisogni superflui? Quando abbiamo fame, noi abbiamo di che sfamarci; quando abbiamo freddo, noi abbiamo di che vestirci […] Ricerca fin dove vuoi quelle che tu chiami comodità della vita; ma consenti a esseri forniti di buon senso di arrestarsi quando essi potranno ottenere soltanto, dalla continuazione dei loro sforzi penosi, dei beni immaginari”. La risposta in verità vale anche per il Bougainville reale, che a giustificazione della partenza per il suo giro attorno al mondo aveva scritto: “Si troverà nei mari del sud una sorgente inesauribile di esportazione per i prodotti francesi, a vantaggio delle popolazioni immense che li abitano e che, nell’ignoranza in cui vivono, apprezzeranno infinitamente ciò che la nostra cultura ha reso così comune e ha ridotto da noi a così vil prezzo. Di lì trarremo i beni che la natura offre laggiù.”[46]

Il portavoce di Diderot mette persino in questione la superiorità razionale degli europei: “Lasciaci i nostri costumi; essi sono piú saggi e piú onesti dei tuoi: non vogliamo scambiare ciò che tu definisci la nostra ignoranza con i tuoi lumi inutili.” La conclusione è perfettamente in linea con quelle di Lahontan e di Shaftesbury, e in parte, come vedremo, anche con quelle di Rousseau: Esisteva un tempo un uomo naturale; all’interno di quest’uomo si è introdotto un uomo artificiale, e nella caverna si è accesa una guerra continua che dura per tutta la vita. Talvolta l’uomo naturale è più forte, talvolta è invece sconfitto dall’uomo morale e artificiale. […]

Ma allora, si deve civilizzare l’uomo, oppure abbandonarlo al suo istinto? Se si deve rispondere francamente, dirò che dovete civilizzarlo, se avete intenzione di diventarne il tiranno: avvelenatelo quanto piú potete di una morale contraria alla natura; frapponetegli ostacoli di ogni specie; impedite i suoi movimenti in mille modi; ispirategli fantasmi che lo spaventino; perpetuate la guerra nella caverna, di modo che l’uomo naturale sia sempre incatenato ai piedi dell’uomo artificiale. Se invece lo volete felice e libero, non intervenite nelle sue faccende: già troppi incidenti imprevisti lo condurranno alla luce e alla disperazione; e restate pur sempre convinti che non è a vostro profitto, ma per proprio vantaggio, che alcuni saggi legislatori vi hanno costruiti e conformati cosí come siete”.

Mezzo secolo dopo sembra di sentir ripetere il discorso di Adario a Lahontan. Ma non è la stessa cosa. In mezzo ci sono una militanza illuminista eclettica e perennemente curiosa, fatta di profonde e sincere amicizie e di rispetto intellettuale per le opinioni altrui, i rapporti con il sensismo materialistico di Condillac e D’Holbach, la conoscenza del pensiero di Shaftesbury, del quale Diderot ha tradotto le opere principali e adottate le idee di tolleranza: c’è, soprattutto, una rara capacità di mettere in discussione i propri convincimenti, di fronte alle realtà e alle situazioni che le nuove conoscenze fanno intravvedere. Diderot non pensa affatto che l’uomo debba abbandonarsi ai suoi istinti o lasciarsi determinare dalle forze naturali. La libertà dell’individuo sta per lui proprio nella capacità di dominare gli uni e le altre, o quantomeno di sottrarsi al loro condizionamento, e quindi alla superstizione e ai pregiudizi, attraverso la conoscenza tanto dei fenomeni naturali che della storia umana. È ben lontano dall’idea di uno stato naturale edenico. Ma ci sono degli aspetti del racconto di Bougainville che lo hanno profondamente colpito. Il primo è la sensualità spontanea e innocente dei tahitiani (“La ragazza lasciò cadere negligentemente una stoffa che la copriva e apparve agli occhi di tutti nello stesso modo in cui Venere apparve al pastore frigio”, scriveva Bougainville), che al contatto con gli europei si è degrada immediatamente a lussuria. Diderot fa dire al vecchio: “Le nostre figlie e le nostre donne sono comuni; tu hai condiviso con noi questo privilegio, e hai acceso in esse furori sconosciuti. Esse sono diventate folli nelle tue braccia, e tu sei diventato feroce tra le loro. Esse hanno cominciato a odiarsi; voi vi siete battuti per esse, e ci sono ritornate macchiate del vostro sangue”. La prima lotta per la liberazione dalle paure e dai tabù concerne per Diderot proprio la sfera del corpo (coerentemente col suo sensismo): conoscerlo e viverlo appieno significa riprenderne possesso, dopo l’espropriazione operata per tanti secoli tanto dalla chiesa quanto dai poteri civili.

Il secondo aspetto concerne i rapporti sociali e il loro legame con il regime economico, l’assenza di sperequazioni tra ricchi e poveri. Bougainville aveva scritto: “È probabile che i tahitiani pratichino fra loro una lealtà che non conosce incrinature. Siano essi in casa o no, giorno o notte, le case sono aperte. Ciascuno coglie i frutti nel primo albero che incontra, o ne prende nella casa in cui entra. Parrebbe che, per le cose assolutamente necessarie alla vita, non esista il diritto di proprietà, e tutto appartenga a tutti.”. E infatti il vecchio accusa: “Qui tutto appartiene ad ognuno; e tu ci hai insegnato non so quale distinzione tra il tuo e il mio”. Il paradiso perduto, insomma, non è tanto quello esotico dei mari del Sud, ma quello domestico di un’Europa dove la “civilizzazione” ha coinciso con un progressivo asservimento: “Richiamiamoci a tutte le istituzioni politiche, civili e religiose: esaminatele profondamente – e, se non mi inganno, vi vedrete la specie umana piegata di secolo in secolo sotto il giogo che un ristretto numero di imbroglioni si proponeva di imporle. Diffidate di colui che vuol mettere ordine.”

Di questo asservimento mascherato dai vuoti rituali politici e religiosi e dall’ipocrisia delle buone maniere, messo ora a nudo attraverso la brutalità con la quale si è espanso a tutto il globo, l’Histoire di Raynal e Diderot offre una radiografia cruda e indignata. È una lettura delle forme del potere e del nascente imperialismo che lascerà il segno, anche se a prevalere nell’immediato parrà piuttosto la lezione di Rousseau.

Paradossalmente, tra i pensatori illuministi Rousseau è quello meno vicino al mito del buon selvaggio. Mentre il modello giusnaturalista dava dello stato di natura un’interpretazione “realistica”, collocandolo in un periodo storico o in uno stadio particolare del processo di incivilimento, Rousseau lo assume invece come categoria teorica.[47] Con lui lo “stato di natura” diventa in maniera esplicita un criterio di giudizio per sviluppare la critica del presente e condannare le ingiustizie e le disuguaglianze indotte dalla civiltà. Pur essendo un avido lettore di resoconti di viaggio non è particolarmente entusiasta dei costumi delle popolazioni amerindiane (e nemmeno appare commosso dal loro sciagurato destino).[48] I dati etnografici gli servono soltanto a elaborare il paradigma di una ideale “sauvagerie”. Il selvaggio da lui ipotizzato non è né buono né cattivo, vive in una sorta di limbo di innocenza. Nel Discorso sulle scienze dice: “I selvaggi non sono precisamente cattivi, perché non sanno cosa sia essere buoni; poiché non è l’accrescimento dei lumi né il freno della legge, ma la calma delle passioni e l’ignoranza del vizio che impedisce loro di fare il male”. Adeguando esattamente i loro bisogni alle risorse di cui dispongono non necessitano di sviluppare le arti e le tecniche o di creare istituzioni sociali. Allo stadio naturale l’uomo torna ad apparire a Rousseau come un essere “senza”, senza occupazione, senza linguaggio, senza domicilio, senza guerra e senza legami.[49] È evidente che non sta pensando agli Uroni o agli indios amazzonici, ed anche che non auspica un ritorno allo stato “selvatico”.

L’”uomo naturale” possiede in potenza due strumenti fondamentali per uscire da questo torpore: il libero arbitrio e la capacità di perfezionarsi. Stimolato da fattori esterni, ambientali, l’uomo ha utilizzato questi strumenti, ma in maniera sbagliata: ha iniziato a costruirsi una famiglia, ha inventato la metallurgia e l’agricoltura, le quali a loro volta hanno indotto il senso della proprietà e le disuguaglianze, e di conseguenza lo Stato, per difenderle e perpetuarle. L’uscita dallo stato primitivo ha coinciso quindi con il passaggio dall’uguaglianza primitiva alla disuguaglianza propria della società progredita: in questo senso la storia non è che una “deviazione”. Per certi versi l’uomo civile è superiore all’uomo primitivo: ma si tratta di recuperare la bontà e la felicità che furono propri di quest’ultimo, e lo si può fare solo con una diversa educazione, che lo lasci liberamente sviluppare secondo natura.

I buoni selvaggi sono quindi per Rousseau piuttosto i montanari svizzeri (peraltro già portati ad esempio anche da Locke) che gli americani. La prossimità alla natura consiste per lui nella fedeltà a una vita semplice e operosa, rispettosa delle antiche tradizioni di libertà: quella in definitiva che può essere riscontrata, senza tanti esotismi, nella repubblica ginevrina. Non sono tanto i modi della vita, quanto i sentimenti naturali, la contrapposizione ai costumi corrotti degli stati assolutistici, a determinare il grado di libertà.

L’incontro settecentesco con la diversità non riguarda però solo i “selvaggi”. Sono “diverse” anche quelle culture con le quali esiste un’antica consuetudine, ma che vengono ora riscoperte sull’onda di un espansionismo economico (e presto politico e militare) che ingenera necessariamente anche una curiosità culturale. L’immagine dell’Oriente era rimasta per secoli quella trasmessa da Marco Polo e dagli altri viaggiatori nel XIII e XIV secolo, mediata prima dai rapporti con Bisanzio e poi da quelli intrattenuti soprattutto da Venezia con il mondo ottomano, e per suo tramite con la cultura arabo-mussulmana: una mescolanza di mistero, di favola, di crudeltà e di vita intensa dei sensi. Ancora agli inizi del Seicento la letteratura (si pensi al Tasso o a Marino) insiste su questa immagine fortemente sensuale, ripresa e rafforzata negli scritti degli esploratori e dei viaggiatori, che sottolineano sempre gli aspetti “scandalosi” o semplicemente disinvolti della sessualità nelle popolazioni extra-europee: l’idea dei mondi nuovi come luoghi della libidine e dell’eros si riverbera anche su quelli antichi.

La penetrazione dei portoghesi prima e di olandesi, britannici e francesi poi nell’estremo oriente fa conoscere però anche altre realtà: e sono soprattutto i missionari gesuiti affluiti in Cina e in India a strappare il sipario del favoloso e a raccontare agli stupefatti occidentali di società ordinate, laboriose e civili quanto e forse più quella europea. Verso la fine del XVII secolo le relazioni di Matteo Ricci e dei suoi confratelli, le opere di Athanasius Kirkner, insieme all’importazione delle sete, delle ceramiche e del segreto della porcellana, creano una vera e propria mania per le cineserie, ma anche una forte curiosità intellettuale per i costumi di un popolo che sembra aver elaborato leggi perfette, che utilizza amministratori reclutati per concorso ed ha elaborato un sapere filosofico di altissimo livello. La Cina influenza per quasi un secolo il gusto europeo non solo in ambito letterario (Il mandarino meraviglioso di Carlo Gozzi), ma nell’architettura, nell’arredo, nella costruzione dei giardini, sposandosi felicemente con il rococò. Dopo la metà del Settecento, invece, in concomitanza con il tentativo di colonizzazione francese dell’India e la guerra anglo francese che ne consegue, l’interesse si sposta e la sinomania lascia il posto allo studio dei costumi e della religione indiana, aprendo tra l’altro un nuovo fondamentale capitolo negli studi linguistici.

Anche l’oriente arabo conosce un forte ritorno di interesse a partire dai primi anni del sec. XVIII, ma in una direzione diversa. L’edizione francese de Le mille e una notte, del 1704, nella traduzione di Antoine Galland, avvalora l’immagine di luoghi magici e favolosi e incontra un’enorme fortuna tanto in Francia quanto in Inghilterra, dando l’avvio alla moda letteraria del racconto o della fiaba ambientati in un Oriente che è tutto una caverna di Aladino. Gli stereotipi di questa forma di esotismo sono quelli perfettamente riassunti nel Vathek (1786) di William Beckford (autore anche di pregevoli libri di viaggio), dove la magia, e addirittura il demoniaco, si mescolano con l’erotismo, la violenza, la crudeltà, i saperi misteriosi e ogni altro ingrediente capace di solleticare i sensi e la fantasia, piuttosto che la razionalità. Ma la speziatura orientale viene utilizzata, con finalità diverse, anche in altri contesti: per aggiungere sapore al racconto galante (il Sophà di Crébillon fils) o per travestire sotto spoglie esotiche la critica dei costumi e della società occidentali.

Un’utilizzazione satirica dell’esotismo era già stata fatta da Montaigne, che aveva raccontato gli stupori e le perplessità di due cannibali capitati a Rouen. Alla fine del Seicento Giovanni Paolo Marana ne “L’esploratore turco nelle corti dei principi cristiani” (che i francesi traducono “L’espion turc”) fa giudicare gli Europei da un preteso viaggiatore orientale e lancia un nuovo modo di far satira, che di lì a poco conoscerà il suo capolavoro con le Lettres Persanes (1721) di Montesquieu.

Nell’opera di Montesquieu le Lettres stanno a L’Esprit des Lois come in quello di Diderot il Supplément sta all’Histoire. Sono una dichiarazione d’intenti, alla quale seguirà lo studio approfondito dei costumi civili e politici. Montesquieu non può essere iscritto tra i fautori dello stato di natura, anche se nell’opera maggiore indica le società primitive come modelli di virtù e di saggezza.[50] Le culture cui fa riferimento in questo caso sono piuttosto quelle remote nel tempo che quelle lontane geograficamente e, come avviene per Rousseau, la società che lo interessa non è quella naturale, ma quella civile. Non rifiuta lo Stato, ma vuole che sia legittimato dall’equilibrio dei poteri: e non sono certo gli uroni o gli irochesi a potergli fornire dei modelli convincenti.[51] Nemmeno i persiani, a dire il vero: ma questi perlomeno gli offrono lo spunto per criticare le manie, i pregiudizi e gli abusi della civiltà moderna da un pulpito reso credibile da millenni di storia. I suoi due orientali non sono né naturali né ingenui, ma hanno quello sguardo lucido e disincantato che consente di cogliere da “fuori” tutto ciò che risulta oggettivamente ridicolo e assurdo.

I persiani non sono lì per caso. Nel corso della seconda metà del XVII secolo diversi francesi, tra cui Jean Baptiste Tavernier e Jean Chardin, soggiornano a lungo in Persia, attratti soprattutto dal commercio delle pietre preziose, tanto ricercate dalla corte del re sole. Da Versailles vengono inviate anche ambascerie ufficiali, e sono ricambiate. Gli usi e i costumi del paese vengono conosciuti con ricchezza di dettagli, naturalmente anche con qualche esagerazione, e suscitano una impressione positiva, che verrà rafforzata dopo la pubblicazione de Le mille e una notte. La moda persiana è però destinata a tramontare presto. Ad un certo punto, nel secolo successivo, l’influenza francese sulla corte persiana diverrà fastidiosa per la Compagnia inglese delle Indie Orientali, che si mobiliterà per subentrare. I francesi si ritireranno in buon ordine, ma solo per lasciare spazio al nuovo competitore che si affaccia nello scacchiere dell’Asia centrale: la Russia.

Schiavitù, diversità, razza

L’attenzione a modelli di civiltà e di cultura diversa, l’assunzione ad esemplarità di uno stato naturale edenico o l’ipotesi di un possibile progresso culturale coinvolgono i popoli asiatici e gli indigeni americani o polinesiani, ma non i neri africani.

Il parametro del giudizio rimane nei viaggiatori del Sei e del Settecento la prossimità al modello bianco. Bougaiville, dopo aver decantato le delizie della “Nuova Citera” e le virtù dei suoi abitanti arrischia il complimento più grande: “Nulla distingue i loro tratti da quelli degli Europei; e se fossero vestiti, se vivessero meno all’aria aperta e in pieno sole, sarebbero bianchi come noi”. Più avanti conclude: “Per il resto abbiamo osservato, nel corso di questo viaggio, che in generale gli uomini con la pelle nera sono molto più cattivi di coloro il cui colore è vicino al bianco.”

Dumont d’Urville descrive così gli abitanti della nuova Zelanda: “I Maori sono di un colore bruno, un po’ più scuro di quello degli spagnoli. Sono molto alti: i loro lineamenti sono generalmente regolari e piacevoli a vedersi. L’influenza del clima più freddo avvicina la loro fisionomia a quella degli europei; il naso aquilino, lo sguardo pensieroso, la fronte rugosa, manifestano un carattere più virile, dalle passioni più durature, una attività più perseverante. […] I Manga-Manga sono invece più piccoli e più robusti; il loro colore è assai scuro; hanno capelli e barba assai crespi e occhi piccoli… i lineamenti del viso poco espressivi.” Lo stesso vale per gli abitanti delle Fiji: “Il colore della loro pelle è poco scuro, soprattutto tra i capi, e questo fatto dà a molti di loro una somiglianza ancor più marcata con gli europei delle contrade meridionali. Ci sono anche individui che alla taglia più bella, al portamento più nobile, alle forme più perfette uniscono i tratti più delicati e un colore quasi bianco o semplicemente abbronzato”.

Quando si vuole sottolineare in positivo l’umanità e la possibilità di integrazione degli indigeni si ricorre alle sfumature: “Sono di alta statura, ben fatti e proporzionati […] il loro colore è bronzino, ma piuttosto chiaro”(John Byron)” oppure si abbinano i caratteri fisici all’industriosità e alle capacità tecniche: “Questi indiani sono di color bronzino …hanno dei bei e lunghi capelli neri […] i loro lineamenti sono di mediocre statura, ma straordinariamente agili, vigorosi e attivi” che si accompagna a “le loro piroghe sono ben lavorate e con molta destrezza” (Carteret).

Il colore bronzino, possibilmente tendente al chiaro, sembra costituire per gli scopritori dei paradisi del Pacifico il limite ultimo tollerabile nella scala cromatica dell’umanità. Oltre c’è il nero, o il tendente al nero, c’è la diversità assoluta, anziché la differenza. Un’istintiva antipatia e contrapposizione verso tutto ciò che è scuro ha da sempre caratterizzato la cultura e il gusto occidentale, portando ad associare simbolicamente il bianco con ciò che è puro e buono e il nero con ciò che è malvagio ed ha a che fare con la morte o con le tenebre. Ma in questo caso all’istinto[52] si sovrappone un convincimento culturale di recentemente acquisito. Questi viaggiatori, e gli scienziati e i filosofi che ne leggono e ne commentano le relazioni, sono figli di Linneo e del nuovo atteggiamento “scientifico”: hanno indossato gli occhiali di un pregiudizio che non è più fondato su contrapposizioni religiose o etniche, ma su una sistematizzazione delle conoscenze in termini di “razionalità” e “scientificità”. Magari senza averne alcuna coscienza, sono portatori di un germe che si svilupperà proprio in seno alla cultura illuministica della tolleranza etnica e religiosa e dell’universalismo. Il razzismo è dunque un virus nuovo, generato, coltivato e diffuso proprio dalla “modernità”.

Il concetto delle differenze razziali basate sulla ereditarietà e sulla biologia si sviluppò soltanto tra popoli che da secoli si erano liberati del servaggio e della schiavitù, ma che mantenevano essi stessi degli schiavi. È importante notare che, fino a quando il commercio degli schiavi fu considerato cosa lecita e nessuna voce si alzò contro di esso, gli schiavi, per quanto trattati come bestie, furono sempre ritenuti esseri umani, sotto ogni aspetto, salvo quello dello status sociale.” (Montagu).

In effetti, prima del diffondersi della tratta africana la civiltà occidentale non ha mai postulato nessi di fondo tra schiavitù e diversità etnica. È vero che già Aristotele, nella Politica, giustificava l’esistenza della schiavitù affermando che “…per natura, alcuni esseri comandano, altri obbediscono, ai fini della reciproca sicurezza …” e che “…colui che è abile soltanto ad eseguire con la fatica del corpo è inferiore, e naturalmente schiavo”: ma le sue argomentazioni non fanno riferimento a caratteri biologici specifici, quanto piuttosto ad una attitudine spirituale, che non ha legami di sorta con i tratti morfologici. È solo il concetto della “superiorità” culturale diffuso nel mondo greco, portato alle estreme conseguenze attraverso la razionalizzazione. Da quel mondo arriva piuttosto, per voce del suo più famoso viaggiatore, la testimonianza di un criterio estetico non etnocentrico che farà difetto ai moderni. Parlando degli Etiopi Erodoto infatti dice: “Vi si trovano gli uomini più alti, più belli e più longevi.” Un atteggiamento altrettanto aperto, e più moderno ancora, troviamo nella cultura romana. Nel De Legibus Cicerone afferma che “gli uomini, diversi quanto a sapere, sono però tutti uguali nella loro attitudine al sapere: non c’è nessuna razza (genus) che guidata dalla ragione non possa raggiungere la virtù”.[53] Ha qualche dubbio, in verità, nei confronti degli ebrei, ma il dato di fondo è l’assenza di qualsiasi discriminazione pregiudiziale. Certo, possiamo trovare altrettanti riscontri di un atteggiamento opposto, in Plinio il Vecchio[54], ad esempio, in Pomponio Mela, in Strabone e in Tacito[55], ma anche questi autori non arrivano mai a mettere in discussione l’unicità di quel genus.

Le cose non cambiano in epoca cristiana. San Paolo sancisce l’unità di tutti i popoli in Cristo[56]. È vero che Agostino, prendendo spunto proprio da Plinio, si pone il problema di una comune discendenza di tutti i popoli della Terra da un solo progenitore, soprattutto di quelli “mostruosi che abitano i confini del mondo”; ma lo risolve con una professione di fede monogenetica[57] e soprattutto, quantunque “africano bianco”, non accenna minimamente ad un problema specifico posto dalla “negritudine”.

La presunzione di una superiorità “latina” e poi “cristiana” rimane certamente viva, e si accentua, in età medioevale: si alimenta però sempre di contrapposizioni culturali o religiose (è il caso degli ebrei) e sottolinea le differenze etniche soltanto in funzione di queste ultime. Si arriva al più a dare credito alle favole su esseri intermedi, su uomini con la coda ed altre straordinarie ibridazioni, confinando comunque queste presenze ai limiti del mondo, in una dimensione che non comporta problemi di valutazione biologica.

Non solo. Nel Medio Evo si può addirittura rintracciare un certo apprezzamento per i “mori”, al contrario di quanto avviene nei confronti degli ebrei. Un primo motivo è verosimilmente legato al fatto che i neri sono comunque lontani, non costituiscono una presenza tangibile e inquietante, mentre gli ebrei sono presenti e pongono quotidianamente con la loro presenza il problema della diversità. Ma esistono anche altre ragioni plausibili. L’ultima delle svariate localizzazioni del mito del prete Gianni, ad esempio, colloca in Africa, nella regione etiope, il favoloso regno dal quale dovrà arrivare soccorso contro gli islamici. E probabilmente si lega a questo mito la comparsa di un nero tra i magi rappresentati nelle Natività. Una condizione di parità sembra vigere persino nel repertorio dei santi, che vede un san Maurizio bianco nelle prime versioni e poi improvvisamente e definitivamente nero, e un san Gregorio il Moro venerato addirittura in Germania. Non viene neppure negata l’appartenenza alla nobiltà ai mulatti generati da nobili con schiave nere e riconosciuti dal genitore (è il caso di Alessandro “il Moro”, della famiglia dei Medici), o a ex schiavi nordafricani adottati da famiglie nobiliari (Leone Africano, anch’egli accolto nella grande famiglia medicea). Solo nella penisola iberica la presenza islamica e il suo retaggio portano precocemente all’associazione tra pelle nera e schiavitù; ciò che spiega peraltro la naturalezza e la disinvoltura con la quale i portoghesi sin dai primi impatti con l’Africa subsahariana hanno dato avvio alla tratta.

Delineare il percorso che dai primi approdi portoghesi nel golfo di Guinea conduce al razzismo “scientifico” del secondo Ottocento è tutt’altro che semplice, soprattutto in un lavoro di sintesi. È sufficiente ad esempio dare un’occhiata alla sterminata produzione storiografica sul razzismo per rendersi conto che la scelta stessa di retrodatare o di posticipare l’apparizione di sintomi evidenti del fenomeno, o di restringere o allargare i criteri per una sua definizione, ne modifica radicalmente la chiave di lettura. Ho scelto pertanto, per praticità e chiarezza, di distinguere nei limiti del possibile e trattare in successione le due angolazioni dalle quali il tema può essere affrontato, quella dello schiavismo moderno e della sua giustificazione e quella conseguente e parallela del razzismo. In parte queste tematiche sono già state sviluppate, almeno per quanto concerne i risvolti pratici, parlando della tratta. In quanto aspetti di uno stesso fenomeno naturalmente si fondono e si incrociano, ma a partire da un certo punto percorrono anche vie autonome. Lo dimostra il fatto stesso che la cessazione della tratta non ha implicato automaticamente la fine dello schiavismo, e che l’abolizione di quest’ultimo non ha affatto coinciso con una ritirata del razzismo (semmai, è avvenuto il contrario).

Stante quello che si è a più riprese affermato nelle pagine precedenti, e cioè che la xenofobia e l’etnocentrismo hanno caratterizzato da sempre, in ogni tempo e cultura, la storia dell’umanità, ma né nell’antichità né nel medioevo e né in Europa né in Oriente hanno mai assunto una vera connotazione “razziale”, resta da capire da quando può essere significativamente documentata la comparsa di quest’ultima tendenza. Credo che la metà del XV secolo possa rappresentare un plausibile spartiacque, per la concomitanza di una serie di eventi che a vario titolo risultano connessi alla nostra direzione d’indagine. Intanto, la caduta di Costantinopoli cambia la percezione della presenza ottomana e del pericolo che rappresenta per l’intera Europa, inducendo la ricerca di rotte commerciali alternative (e quindi aprendo l’epoca delle grandi scoperte geografiche) ma anche una contrapposizione frontale che si alimenta di reciproche demonizzazioni.

Dal lato opposto del Mediterraneo, la “normalizzazione” e la sete di rivincita che seguono la cacciata definitiva degli Arabi dalla Spagna portano ad elaborare, proprio a partire dalla metà del secolo, gli statuti della purezza del sangue (limpieza de sangre). Gli statuti in realtà non fanno che tradurre in uno strumento giuridico codificato dei provvedimenti e un modo di sentire diffuso che erano nati già dieci secoli prima, rivolti specificamente contro gli Ebrei.[58] Ora però tali provvedimenti vengono allargati ai moriscos. Si tratta di una discriminazione su base religiosa, almeno negli intenti: ma diventa invece, visto il clima di sospetto che continuerà a gravare sui conversos, ebrei o arabi che siano, lo strumento per indurre una concezione “ereditaria” della differenza. Per esseri che portano dentro il gene del male non c’è conversione che tenga. Pertanto, una volta “ripulita” la penisola iberica, tutte le immagini negative associate nei secoli precedenti ai moriscos e agli ebrei, soprattutto ai neoconvertiti, verranno in automatico proiettate sugli indigeni americani e sugli schiavi africani.

Negli stessi anni in cui vengono emanati i primi statuti fa la sua comparsa la tratta, e a suo supporto prende avvio il processo di de-umanizzazione dei neri. Gomes Eanes de Zurara sostiene, nella seconda metà del XV secolo, che «i neri sono i discendenti di Cam, la cui razza era destinata a restar sottomessa a tutte le razze del mondo, come afferma Giuseppe nelle “Antichità Ebraiche” […]» Sta facendo appello ad una argomentazione che discendente da una lettura impropria della Bibbia, e che fatta propria dalla cultura islamica è divenuta presto funzionale alla pratica schiavistica diffusa nel mondo arabo: gli abitanti dell’Africana sub-sahariana sono appunto considerati dai musulmani i discendenti di Cam, maledetti e condannati alla schiavitù perpetua.

Sembra non mancare nulla: statuti di purezza del sangue, giustificazione della schiavitù per appartenenza etnica. Tutto parrebbe avere inizio prima ancora della scoperta dei nuovi mondi. In realtà sarà quest’ultima a portare le argomentazioni decisive per la svolta verso il razzismo “moderno”.

Lo strappo è costituito, alla fine dello stesso secolo, dall’incontro con i nativi americani. Il confronto con i “selvaggi” del nuovo mondo non dà luogo ad una vera e propria concezione “razzista”, ma sono proprio questi popoli a mettere in moto quel diverso meccanismo di approccio che ne indurrà i presupposti teorici. Il problema di fondo che essi pongono è quello dell’origine, per la quale non c’è riscontro nella narrazione biblica (a meno di volerli considerare, come qualcuno in effetti subito fa, i discendenti di una delle tribù disperse di Israele). Ci si chiede quindi se si tratti o meno di discendenti di Adamo, e le possibili risposte hanno le implicazioni più diverse, relative al peccato originale, alla possibilità di ricevere il battesimo, ecc…

Il dibattito non rimane comunque circoscritto nei termini dell’esegesi biblica, anche se fino alla metà del XVII secolo il confronto più serrato e significativo si svolgerà proprio su questo piano. L’isolamento plurimillenario induce a pensare che questi popoli non abbiano un’origine comune con quelli da sempre conosciuti, e non basta la bolla papale Sublimis Deus, del 1537, emanata per scongiurare la riduzione degli indigeni in schiavitù[59], a restituire loro la parentela diretta con gli “umani”. Anzi, il pronunciamento ufficiale della Chiesa accelera probabilmente la comparsa e l’affermazione delle teorie poligenetiche, non fosse altro per un automatica presa di distanza da parte del mondo protestante.

Le prime ipotesi in questa direzione cominciano infatti ad essere formulate proprio da posizioni ereticali, come nel caso di Giordano Bruno e di Paracelso. Per quest’ultimo la diversa origine è già sinonimo di inferiorità: gli indigeni sono privi di anima, in quanto creati non da Dio, ma dagli influssi di una particolare congiuntura astrale. Non è un’argomentazione particolarmente pregnante, ma sottintende la possibilità che altre forze, oltre la volontà divina, possano agire o aver agito nella definizione del quadro della vita. Sarà sufficiente sostituire la natura, come agente autonormativo, agli influssi degli astri per entrare nella nuova mentalità scientifica.

Nell’ambito dell’ortodossia prevale invece naturalmente la teoria monogenetica, sostenuta soprattutto dai gesuiti; anticipando di secoli le conclusioni della genetica delle popolazioni essi sostengono per quanto concerne i nativi americani l’ipotesi di una migrazione dall’Asia, anzi, di una serie di migrazioni, che spiegherebbero i differenti livelli di civiltà cui i vari popoli sono pervenuti.

La controversia sull’origine degli indiani si svolge comunque su un terreno nel quale hanno gioco fattori e interessi i più svariati. Lo stesso Colombo passa dal primo entusiasmo ai dubbi appena incontra, già al secondo viaggio, delle resistenze.[60] I conquistadores e gli encomenderos devono giustificare il trattamento inumano riservato agli indigeni. I libertini, nel secolo successivo, usano l’argomento per confutare la narrazione biblica, mentre i gesuiti sostengono l’opinione contraria per giustificare i loro esperimenti di cristianizzazione totale. Altri, come ad esempio il mercante-navigatore George Best, incaricato di redigere il resoconto ufficiale della spedizione di Frobisher, rifiutano la comune discendenza perché questa avvalora l’idea che le differenze fisiche tra gli esseri umani siano da attribuirsi esclusivamente al clima e all’ambiente, idea che può scoraggiare gli europei dal cambiare continente o emisfero. Nella prospettiva di avviare progetti di colonizzazione in tutte le aree del globo, comprese le zone torride o glaciali, è invece necessario fugare nei potenziali coloni ogni timore di una possibile “degenerazione” morfologica, a partire dalla pigmentazione della pelle, affermando che i caratteri sono stati fissati da Dio una volta per tutte e citando a sostegno la solita maledizione di Cam.

Tutto sommato, comunque, la gran parte delle valutazioni espresse sul carattere e sui costumi di questi popoli sono positive, e arrivando quasi sempre da missionari fanno riferimento in particolare alla permeabilità religiosa: le stesse valutazioni verranno poi paradossalmente riprese ed utilizzate nella direzione opposta, della libertà di pensiero e della naturalità dei costumi, dalla cultura libertina. Nell’un caso e nell’altro l’origine comune non è messa in discussione. Meno frequenti sono invece le descrizioni totalmente negative, anche perché le popolazioni americane vengono viste ancora come un insieme unico, nel quale spiccano alcune civiltà che hanno raggiunto un alto livello organizzativo. Non si rende quindi necessario ricorrere a teorie esplicative della differenza culturale e somatica tra i vari popoli della terra su basi biologiche.

Quanto ai neri, il problema si pone in altri termini. Con la loro diversità gli europei hanno convissuto per millenni; non costituisce una sorpresa, non ha mai creato eccessivi interrogativi. Ne hanno dato spiegazioni naturalistiche già gli autori classici, da Erodoto[61] a Plinio, svariando dagli effetti del clima a quelli dell’alimentazione, senza trascurare peraltro anche ipotesi degenerative, ma mai accampando un’origine separata.

L’incontro con le popolazioni della costa subsahariana proietta però la negritudine in una prospettiva nuova, in termini sia economici che psicologici. Il quasi contemporaneo contatto con gli indigeni brasiliani sembra intanto confutare ogni ipotesi di pigmentazione legata al clima e all’ambiente. Sotto il sole dei tropici vivono sulle due sponde dell’oceano uomini dal colore, dai tratti, dalle corporature e dai costumi completamente diversi, difficilmente rapportabili ad un genitore comune. Gli stessi europei, anche dopo lunghe permanenze nelle zone equatoriali, mantengono sotto una momentanea arrossatura il colorito chiaro. Gli africani condividono poi il territorio con specie antropomorfe che suggeriscono una scala dell’essere a gradini distinti: e la contiguità viene facilmente tradotta in una prossimità di “stato”, che relega i neri al fondo della scala. Anche la “protesta” religiosa, soprattutto nella versione luterana, decisamente contraria alla politica di inclusione e di conversione di massa promossa dalla chiesa, porta a cogliere nella diversità il segno di un’esclusione divina: a livello popolare è diffusa, in particolare in Germania, la credenza che il mancato rispetto della Bibbia produca la degenerazione fisica, e che il segno più manifesto sia proprio l’iscurimento della pelle. La responsabilizzazione individuale di fronte al peccato non fa sconti ai popoli “bambini” (nemmeno a quelli più anziani, a giudicare dall’odio di Lutero per gli Ebrei), e non concede loro alcun credito di una crescita futura: esattamente come farà la cultura laico-scientifica.

L’ipotesi poligenetica comincia infatti a diventare dominante verso la fine del Seicento, in una prospettiva ormai sganciata dalle motivazioni religiose, polemiche o apologetiche che siano: il problema della diversità si ripropone ora in termini “scientifici”. Agli inizi essa non comporta un esito necessariamente razzista: uno dei suoi primi sostenitori, Arthur Isaac La Peyrère, nel Pre-Adamitae (1655) afferma che l’origine dei negri è più antica di quella dei bianchi, secondo un’interpretazione che è appunto definita “preadamitica”, dalla quale non trae peraltro alcuna valutazione gerarchica. Ma il preadamitismo compare in un’epoca nella quale l’attenzione si va spostando dal selvaggio americano a quello africano; il primo, buono o cattivo che lo si voglia considerare, del tutto inadatto alla fatica e allo sfruttamento, il secondo al contrario eccezionalmente resistente e utilizzabile in ogni settore lavorativo. Inoltre, si afferma contemporaneamente al maturare di tentativi di interpretazione biologica della diversità orientati verso l’ipotesi di una catena degli esseri.

Già William Petty nel 1677 parla di differenze esistenti tra gli uomini “come tra le diverse razze dei cani”. Nel 1684 poi François Bernier divide gli uomini in cinque razze: europei, negri, americani, lapponi, ottentotti[62], e anche se il suo impiego della categoria di “razza” non implica giudizi morali è automatico che questi scaturiscano dalla suddivisione stessa. È così che verso la fine del ‘600 vi sono autori che possono già intendere il senso riposto di queste elaborazioni dottrinali come un tentativo di giustificazione dello schiavismo. Morgen Goodwin (The Negro’s and Indians advocate, 1680) afferma che sono i proprietari di schiavi a sostenere la teoria preadamitica, in quanto ciò consente loro di evitare di battezzare i propri servi, eludendo così ogni controllo religioso e statale sul trattamento ad essi inflitto. Occorre d’altro canto osservare che si trovano argomentazioni del tutto opposte. Un medico che ha lavorato su navi negriere, John Atkins, sostiene il poligenismo proprio contro le conversioni con le quali i religiosi giustificano la schiavitù.

I due problemi della diversità razziale e della schiavitù cominciano quindi ad essere posti in correlazione. Nel frattempo, le anticipazioni della teoria poligenetica sembrano trovare una conferma scientifica nelle osservazioni di Malpighi e di Ruysch: si comincia a parlare di un “reticolo mucoso” individuato, durante la dissezione di negri, tra lo strato esteriore e quello interno dell’epidermide. Un’argomentazione simile si ha già ne L’Espion Turc del Marana (1686), dove si sostiene espressamente che i bianchi e i negri appartengono a due specie differenti, e si cita la testimonianza di un celebre medico parigino che afferma di aver trovato “una sorta di vascular plexus, che si stendeva per tutto il corpo come una tela”. L’autore ne deduce che “la natura, per distinguerli gli uni dagli altri ha dato dei marchi interni ed esterni per far conoscere la differenza dei loro corpi”. Lo stesso tipo di testimonianza si ritrova in Tyssot de Payot (Voyages ed adventures de Jacques Massé, 1710): “…immediatamente sotto l’epidermide trovammo una membrana estremamente delicata, … ciò diede luogo a ragionamenti sull’origine degli Etiopi, che sembra non essere quella degli altri uomini, vista questa rimarchevole differenza”.

Agli inizi del ‘700 la vecchia interpretazione che attribuiva la differenza di colore agli influssi climatici è ormai in disuso. Anche il linguaggio si adegua. Il termine “razza” compare per la prima volta in un vocabolario francese nel 1690. Il fatto è che quando si trasferisce l’utilizzo di questo termine dalle specie animali a quella umana il fattore di diversità più immediatamente evidente è proprio il colore della pelle. Nelle colonie nordamericane comincia ad essere utilizzato già nel ‘600 l’acronimo Wasp (White Anglo-Saxon Protestant), ad indicare i discendenti dei primi colonizzatori, rigorosamente inglesi, non contaminati con ebrei, afro-americani, slavi o asiatici, appartenenti alle chiese presbiteriane o anglicana. È significativo che la connotazione “cromatica” preceda sia quella etnica che quella dell’appartenenza religiosa. Ma in fondo “Dio è bianco”, e i popoli dell’Europa occidentale, che nel pallore del loro incarnato maggiormente gli si avvicinano, forniscono il parametro sul quale misurare quantitativamente il grado di civiltà le altre culture.[63] Tempo un secolo e in Europa si affermerà il termine ariano, che fa corrispondere ai caratteri morfologici, primo tra tutti naturalmente il colore, un insieme molto più nutrito di peculiarità psicologiche e linguistiche.

Si adegua intanto velocemente anche il mondo scientifico. Le ricerche degli anatomisti sulle cause della diversa pigmentazione dei negri si sono moltiplicate. Oltre alla tesi sul reticulum mucosum ve ne sono altre che parlano di un fermentum nigricans, o individuano l’origine nel sangue e nella bile. Tutte comunque portano ormai allo stesso risultato: la razza nera è separata dalle altre da una barriera biologica. È pur vero che nell’ambito più strettamente scientifico Linneo prende le distanze da una interpretazione forzata del suo Systema naturae (1735): ma in realtà l’opera, anche nella sua neutralità, apre la strada ad una convalida scientifica di quanto era venuto maturando alla fine del XVII secolo[64]. Il fissismo non ammette evoluzioni o salti qualitativi.

La spiegazione “razzista” trova dunque numerosissimi adepti[65], anche se nel mondo scientifico incontra ancora alcuni oppositori. Buffon nelle Varietà della specie umana (1749 e poi 1777) sostiene che a differenziare gli uomini sono solo le sfumature: se vi sono differenze tra questi popoli, esse non concernono che il più o il meno di difformità. Pur parlando di “razza”, e introducendone in pratica il concetto antropologico, non intende assolutamente il termine in senso biologico. Ciò malgrado, riesce ad essere razzista su altri presupposti: sostiene infatti la teoria della degenerazione, in base alla quale tutti gli uomini discendono da un ceppo unico, ma alcuni popoli, per fattori legati al clima e all’ambiente si sono allontanati dalle caratteristiche originarie. Nei confronti della schiavitù non esprime alcuna condanna, limitandosi ad osservare che i maltrattamenti inflitti ai neri non sono degni di bianchisuperiori”.

Tra i più accesi sostenitori del razzismo biologico e gerarchico è invece Voltaire, che desume dalle varietà e dalle differenziazioni “scientificamente sperimentate” dei convinti giudizi di valore. Egli vuole sbarazzare il campo di tutte le nozioni relative a ciò che non è naturale, come quella di “indole” usata da Buffon. Per natura le specie sono fisse, immutabili, al più si possono ottenere degli ibridi infecondi. Le enormi differenze esistenti tra le razze umane sono incontestabili, e poiché hanno dato origine a civiltà di diverso livello, occorre trarne classificazioni gerarchiche: i vari gradi di umanità corrispondono ai vari gradi di civiltà. Così che “ottentotti, samoiedi, lapponi, cafri … sono animali”. Voltaire non ha dubbi, cita anch’egli le testimonianze sul reticolo mucoso, e sembra in definitiva interpretare quella che è l’opinione comune corrente della sua epoca. Il paradosso sta nel fatto che pur disprezzando profondamente i neri (e gli ebrei) attacca lo schiavismo come un prodotto del cristianesimo, mentre gli sta offrendo tutta una serie di giustificazioni laiche e “razionali”.

Verso la fine del secolo James Burnett (Lord Monboddo), autore di Of the origin and progress of language (1792), ritiene che la recente scoperta dell’orang-utan nelle isole malesi comprovi l’esistenza di una grande catena dell’essere, che va dall’inorganico sino all’uomo cosciente, e nella quale “il fratello dell’uomo”, così simile ai neri africani, costituisce l’anello superiore animale, mentre i neri sono quello più basso della specie umana. Lo stesso orang-utan viene posto dal suo contemporaneo Edward Long, un coltivatore giamaicano impegnato a difendere lo schiavismo attraverso l’ipotesi poligenetica, al livello dei neri, in una specie inferiore, dalle caratteristiche più bestiali che umane[66]. Proprio dalla Giamaica parte, con questa grossolana risposta alla nascita del movimento abolizionista, l’offensiva del razzismo compiutamente “moderno”, quello che lasciando cadere le vecchie argomentazioni testamentarie pretende di fondarsi sulle più avanzate ricerche e acquisizioni scientifiche, e che tanto successo avrà negli Stati Uniti[67].

Anche in Europa comunque la tesi della differenza razziale biologica viene molto presto quasi universalmente accettata, malgrado in autori come Herder[68] e Blumenbach[69] si ritrovi la teoria dell’unicità dell’origine umana. Un collega di Blumenbach a Gottinga, Christoph Meiners, redige addirittura, a pochi anni dalla comparsa della terza edizione dell’Histoire di Raynal e Diderot, una storia universale di segno diametralmente opposto, (Lineamenti di una storia dell’Umanità) basata sulla tesi dello sviluppo separato di razze umane diverse ab origine, con caratteri ereditari non mutabili, valutate sulla base di un criterio estetico-morfologico che naturalmente pone in una sfera superiore gli europei[70]. Meiners anticipa molte delle future teorie di De Gobineau, schierandosi contro ogni mescolanza inter-razziale.

Qualche anno dopo Petrus Camper classifica in una sua Dissertazione (1791)[71] le razza umane in base alle misure anatomiche (è l’inventore dell’angolo facciale), che dovrebbero fornire un criterio estetico basato sull’anatomia comparativa. Questo consente a Charles White, un chirurgo inglese, di affermare che “per la struttura e l’economia corporee, il nero è più vicino alla scimmia dell’europeo[72]. Da un altro versante, e pur se alieno da ogni ipotesi razzista ed etnocentrica, anche Johann Kaspar Lavater con la Fisiognomica (1778) finisce per supportare le tesi della differenza. Le sue silhouettes forniscono un metodo per la comparazione dei tratti somatici, meno scientifico rispetto all’analisi biometrica ma egualmente soggetto ad interpretazione.

È infine lo stesso Kant, con il trattato “Le differenti razze dell’umanità” a introdurre in Germania l’ipotesi poligenetica e il concetto di razza, anche se non ne dà poi alcuna connotazione morale [73]. Si tratta oramai però di una acquisizione ideologica che si è autonomizzata, perché lo schiavismo ha in realtà fatto la sua epoca.

L’evolversi dell’atteggiamento occidentale nei confronti delle ipotesi genetiche può essere quindi seguito parallelamente allo sviluppo dell’istituto schiavistico nelle colonie. Fino a quando si tratta di popoli coi quali si mantiene un rapporto commerciale, nulla induce a porsi problemi sulla loro appartenenza o meno a pieno diritto al genere umano. Ma allorché si passa ad una forma diversa di colonizzazione, intesa alla produzione diretta, e diventa necessario “usare” intere popolazioni tenendole in uno stato inumano, ecco sorgere il corrispettivo scientifico della loro non umanità. Evidentemente non è un caso che proprio il secolo dei lumi veda l’affermazione del razzismo: e non tanto perché i criteri di omogeneità e di commensurabilità sottesi alla razionalizzazione comportano una valutazione negativa e gerarchizzata del diverso, quanto piuttosto perché questa razionalizzazione si attua all’insegna di un nuovo esperimento produttivo, di cui lo schiavo è soltanto la prima cavia. Per questo, non appena gli orientamenti economici mutano e il sistema schiavista viene superato dall’incalzare della nuova realtà industriale, il pensiero illuminista potrà abbracciare la causa dell’abolizionismo, senza per questo rinnegare le sue acquisizioni “scientifiche” razziste.

[1] Bernardo Varelio, nella Geographia Generalis (1650), distingueva tra geographia generalis, “che studia i caratteri o qualità della terra”, geographia specialis, “che studia la configurazione e posizione di ogni paese” e una geografia “civile”, che studia le forme di governo e l’azione degli uomini sull’ambiente naturale.

[2] William Dampier è davvero un personaggio da romanzo. Ebbe una vita avventurosissima, che lo portò anche a militare tra i pirati della filibusta. Ispirò a Swift la figura di Gulliver, e proprio il suo ritratto compariva nella copertina della prima edizione dei famosissimi Viaggi.

[3]      I botanici sono questa volta i tedeschi Georg Foster e suo padre Johan. Georg, una volta rientrato in patria, pubblica il suo Viaggio attorno al mondo, che otterrà in Germania un enorme successo e influenzerà von Humboldt.

[4] Dal galeone secentesco, caratterizzato da imponenti sovrastrutture a più piani (i castelli) a prua e a poppa e da un rapporto larghezza-lunghezza di 4 a 1 (di norma, quaranta metri per dieci), si passa ai primi del Settecento al vascello, che abbassa o elimina del tutto i castelli, mentre innalza notevolmente gli alberi – uno dei vascelli più famosi, la HSM Victory, che combatté anche a Trafalgar, era alto dal pelo dell’acqua alla cima dell’albero maestro più di 60 metri – e triplica o quadruplica il tonnellaggio; per arrivare poi, nella seconda metà del secolo, alla fregata, che aumenta il rapporto lunghezza-larghezza a 5 a 1, rendendo più snello lo scafo, conserva un solo ponte e aggiunge una quarta vela ai primi due alberi e velacci e controvelacci anche a quello di mezzana. Da rilevare che in una caracca come la Santa Maria di Colombo il rapporto era pari o di poco superiore a 3 a 1.

[5] Ma vanno ricordati anche i due più diretti discepoli tedeschi di Humboldt, Karl von Martius e Johann von Spix, che risalgono tra il 1819 e il 1821 il Rio delle Amazzoni ed esplorano il bacino del Rio Negro: e, subito dopo la metà del secolo, i francesi Jules Crévaux e Henri Coudreau, che mappano gli affluenti di destra e di sinistra del Rio.

[6] Altri italiani sono affascinati dall’Amazzonia. Gaetano Osculati ripete tra il 1846 e il 1848 il viaggio di Orellana. Ermanno Stradelli dedicherà invece, a cavallo tra Otto e Novecento, i due terzi della sua esistenza all’esplorazione dei bacini idrografici maggiori del Sudamerica, quelli del Parà, dell’Orinoco e dell’Amazzoni.

[7] Quando la delegazione inglese ottenne udienza, trovò soltanto il trono vuoto e un messaggio dell’imperatore Qianlong, che definendo “barbari” gli occidentali faceva seccamente presente come la Cina, “terra del centro”, non avesse alcun bisogno dei beni da loro offerti. Avendo poi rifiutato di prosternarsi davanti all’imperatore, i britannici dovettero lasciare la Cina alla chetichella, senza aver concluso alcun trattato.

[8] Che, al contrario di Mc Cartney, non ebbe problemi a prosternarsi. Titsingh aveva maturato in decenni di servizio per la VOC, una lunga esperienza di confronto con le culture orientali, prima in Giappone, poi in India e in Indonesia. Fu ricevuto con tutti gli onori ed ebbe anche modo di attraversare in pieno inverno mezza Cina, vedendo luoghi che nessun occidentale aveva mai visto prima.

[9] Come la compilazione di un nuovo calendario (redatto dal padre Johann Adam Shall von Bell) o la composizione di enormi dipinti celebrativi delle imprese degli imperatori (grandi rotoli, fino a sessanta metri di lunghezza, pensati e coordinati da Giuseppe Castiglione.

[10] Che si sono guadagnati il privilegio bombardando da una loro nave un castello nel quale si erano asserragliati i cristiani

[11] Un affascinante racconto del viaggio è fornito in Arabia Felix, di Thorkild Hansen

[12] Una ricognizione minuziosa del territorio (ma anche dei costumi, dell’archeologia e dell’etnologia) dell’impero ottomano e dell’area mediorientale viene offerta nella seconda metà del Seicento nel Libro dei Viaggi, opera sterminata (10 volumi) dell’erudito turco Evliyã Çelebi, che non sarà però conosciuta in occidente prima della fine dell’Ottocento

[13] Per il ruolo svolto dai danesi nella tratta è interessantissima la “trilogia degli schiavi”, ricostruzione storico-narrativa di Thorkild Hansen: “La costa degli schiavi” (1967); Le navi degli schiavi (1968); Le isole degli schiavi (1970).

[14] Qualche tentativo di penetrare all’interno, partendo dalla costa orientale, i portoghesi in realtà lo fanno, alla ricerca del favoloso regno di Monomotape, l’equivalente africano dell’Eldorado.

[15] James Bruce, Travels to discover the source of the Nile (1776)

[16] Nel 1790 Liverpool arma quasi 150 vascelli negrieri (contro i 30 di Bristol, che aveva dominato nei due secoli precedenti), triplicando il numero rispetto al 1750. Quasi 50.000 neri sono trasportati annualmente su questi scafi verso le colonie americane (non solo inglesi) attorno al 1770. Nello stesso periodo in Francia Nantes arma per la tratta un centinaio di vascelli.

[17] “Sino ad oggi i moralisti avevano cercato l’origine e i fondamenti della società nelle società che avevano sotto gli occhi. Ma dopo che si è visto che le istituzioni sociali non derivano né dai bisogni della natura né dai dogmi della religione, poiché innumerevoli popoli vivono indipendenti e senza culto, si sono scoperti i vizi sella morale e della legislazione nella formazione stessa delle società “ (Denis Diderot, Pensées détachées remis à l’Abbé Raynal)

[18] Un metodo che insegna a dubitare anche del concetto di “consenso universale”. Nel Discours de la méthode Cartesio scrive: “Vedendo come molte cose che, malgrado a me sembrino assolutamente stravaganti e ridicole, sono tuttavia comunemente riconosciute e approvate da altri grandi popoli, ho imparato a non credere troppo a ciò di cui ero stato persuaso dagli esempi e dal costume diffuso […]”.

[19] Il riferimento all’Eden, o all’età dell’oro, è presente anche nelle Decades de orbe novo di Pietro Martire d’Anghiera, pubblicate qualche anno più tardi: ma in questo caso è la cultura umanistica, e quindi metaforica, a prevalere, piuttosto che quella religiosa.

[20] Gli indigeni gli sembravano, però, appartenere ad una civiltà inferiore, da convertire, ma anche da assoggettare: “devono essere buoni servitori e ingegnosi, perché osservo che ripetono tutto quello che dico loro” annotò.

[21] Per la precisione nel 1672, nell’opera teatrale La conquista di Granada, di John Dryden.

[22] Giovanni Botero, Relazioni Universali, parte IV, Venezia 1596

[23] Ugo Grozio, De jure belli et pacis, 1625

[24] Thomas Hobbes, De Cive, Londra 1642

[25] Per Hobbes nello stato di natura gli uomini vivono in uno stato di guerra perpetuo di ciascuno contro tutti gli altri (“bellum omnium contra omnes”) e la vita è nasty, brutish, and short (spiacevole, grezza, e breve). La conservazione di se stessi è un principio naturale, e proprio il naturale diritto a conservare la propria vita e la propria integrità fisica autorizza l’uomo, nello stato di natura, ad aggredire il suo vicino per difendersi da lui prevenendolo. Per uscire da questa situazione e garantire la sicurezza degli individui si deve costituire una società efficiente. Gli individui devono quindi rinunciare ai propri diritti naturali, stringendo un patto con cui li trasferiscono a una singola persona, che può essere o un monarca, oppure un’assemblea di uomini, che si assume il compito di garantire la pace entro la società.

[26] In una lettera ad Hobbes del 1670 Leibnitz sostiene che quella dello “stato di natura” deve essere considerata una pura finzione concettuale, e non una realtà storica. Dio non può aver creato un mondo nel quale non ci siano obblighi morali e diritti individuali. Tuttavia consente con Hobbes sul fatto che la “società civile” nasca per motivi di sicurezza reciproca tra uomini spinti dal timore.

[27] Il senza era stato utilizzato in una valenza negativa da André Thévet, un compagno di De Léry: “L’America è abitata da genti meravigliosamente strane e selvagge, senza fede, senza legge, senza, religione, senza civiltà alcuna, ma che vivono come animali privi di ragione nel modo in cui la natura li ha generati, che mangiano radici e restano sempre nudi sia gli uomini che le donne (La singularité de la France Anctartique .., 1558). Lahontan scriverà invece: “Ah! Viva gli Uroni, che senza leggi, senza prigioni e senza torture passano la vita nella dolcezza, nella tranquillità, e godono di una felicità sconosciuta ai francesi”. (Dialogues curieux …, 1703)

[28] Questo avviene anche all’interno della chiesa cattolica. Vedi il dibattito gesuiti-francescani, che si disputano il controllo delle reducciones e la gestione della evangelizzazione degli indigeni. Particolarmente crudo sarà il confronto tra la Compagnia di Gesù e i cosiddetti “recollets”, che sono gli apripista dell’evangelizzazione soprattutto nel nord-America.

[29] C’è in queste accuse un forte coinvolgimento personale, perché Lahontan si arruola per sfuggire ai creditori, e sia in America sia dopo la diserzione verrà sempre a conflitto con ogni autorità costituita, religiosa o laica.

[30] Anthony Shaftesbury Advice to an author (1712)

[31] Anche se è disposto a dar credito ai racconti più assurdi sui “selvaggi”: “Vi sono luoghi dove la gente mangia i propri bambini. Gli abitanti dei Caraibi erano soliti castrare i bambini appositamente per ingrassarli e mangiarli. Garcilaso de la Vegas ci racconta di un popolo nel Perú il quale ingrassava e mangiava i bambini che avevano dalle loro prigioniere, le quali venivano conservate come concubine per quello scopo e quando avevano passato l’età della procreazione venivano anch’esse uccise e mangiate” (Saggio sull’intelletto umano).

[32] “Benché essi preferiscano di solito l’erede del loro re defunto, tuttavia, se lo trovano in qualche modo debole o incapace lo mettono da parte e stabiliscono a loro governatore l’uomo più forte e coraggioso […]”.

[33] Bernard de Fontenelle riteneva che tutti i popoli “civili” fossero passati per uno stato simile a quello dei selvaggi: “I Greci furono un tempo dei selvaggi cosi come lo sono oggi gli Americani: quando erano un popolo nuovo non pensavano affatto più ragionevolmente di quanto pensino i barbari d’America, i quali erano, a quanto pare, un popolo buonissimo, quando furono scoperti dagli spagnoli.” (Histoire des oracles, 1686)

[34] “Voi intendete per selvaggi dei villanzoni che vivono nelle capanne con le loro famiglie e qualche animale (…) che parlano un dialetto che non si comprende nelle città (…) che hanno poche idee e per conseguenze poche espressioni (…), che si riuniscono in una specie di capanna per celebrare delle cerimonie di cui non comprendono nulla (…)? Il fatto è che vi sono di tali selvaggi in tutta l’Europa. Bisogna convenire che i popoli del Canadà e i Cafri, che noi chiamiamo selvaggi, sono infinitamente superiori ai nostri. L’Urone, l’Algonchino, l’Illinois, il Cafro, l’Ottentotto hanno l’arte di fabbricare essi stessi tutto ciò c di cui hanno bisogno. Le popolazioni dell’America e dell’Africa sono libere, e noi selvaggi non abbiamo nemmeno l’idea di cosa sia la libertà” (Essai sur les Moeurs)

[35]Voi europei, il cui spirito si riempie sin dall’infanzia di tanti pregiudizi contrari alla felicità, non riuscite a concepire che la natura possa procurare tanti lumi e tanti piaceri. La vostra anima circoscritta in una piccola sfera di conoscenze umane presto attinge il termine dei suoi godimenti artificiali: ma il cuore e la natura sono inesauribili”.

[36] Anche dopo la rivolta delle colonie, in un discorso pronunciato alla Camera dei Lord nel 1777, William Pitt il Vecchio denuncia gli atti di violenza e addirittura di cannibalismo perpetrati dagli ausiliari indiani contro “innocenti”.

[37]Au bout de trois cent années, l’Amérique rassemblera aussi peu à ce qu’elle est aujourd’hui, qu’elle ressemble aujourd’hui peu à ce qu’elle étoit au temps de la découverte”.

[38]Ne massacrons pas les Papous pour connaître, au thermomètre de Réaumur, le climat de la Nouvelle Guinée”.

[39] La credibilità del racconto è a dire il vero un po’ inficiata dalla reputazione di Johnson, che era chiamato “il selvaggio bianco” per l’atteggiamento spietato.

[40] Questa immagine viene ulteriormente rafforzata dalla vicenda del Bounty, che ha una larga risonanza sia per lo scandalo dell’ammutinamento che per la scelta dell’equipaggio di rimanere nelle Isole Felici.

[41]Gli indigeni danno l’impressione di essere felici come nessun altro popolo sotto la cappa del cielo e oltre a tutto il necessario dispongono anche a profusione di quegli agi e voluttà che abbelliscono la vita” scrive Cook nei Diari di bordo.

[42] “Tutti questi nostri amici, e specialmente la Regina, diedero l’ultimo addio ai nostri in una maniera così sensibile, che Mister Wallis avendo il cuore nell’estrema costernazione, non fece altro per lungo tempo che sfogarsi anch’egli a piangere dirottamente,

[43] Luois Antoine de Bougainville, Voyage autour du mond, 1771

[44] Anche se non mancano le eccezioni. A proposito delle Isole salomone Carteret scrive:”Se può giudicarsi dello stato di un popolo da quello delle sue abitazioni, questi selvaggi dovevano essere certamente negli estremi gradi della vita selvaggia, avendo per dimora le più miserabili che si fossero giammai vedute nel mondo”.

[45] Georg Forster, Viaggio attorno al mondo, 1780. “Purtroppo io temo che la nostra conoscenza sia stata del tutto svantaggiosa per gli abitanti dei Mari del Sud”.

[46] Bougainville, Voyage autour du mond, lettera introduttiva

[47]Lo stato di natura non esiste più, forse non è mai esistito, probabilmente non esisterà mai” (Discours sur l’origine de l’inegalité, 1755)

[48] Non si può nemmeno parlare di primitivismo o di culto della barbarie, anche perché Rousseau è ben consapevole dei limiti di quello stadio di vita. “Non vi era né educazione né progresso, le generazioni si moltiplicavano inutilmente e, poiché ognuno partiva sempre dal medesimo punto, i secoli scorrevano e rimaneva inalterata la rozzezza dell’età primitiva, la specie era già vecchia e l’uomo rimaneva sempre bambino”

[49] Nel Discours sur l’origine de l’inegalité scrive: “Errando nella foresta senza lavoro, senza parola, senza domicilio, senza guerra e senza legami, senza alcun bisogno dei suoi simili, così come senza alcun desiderio di nuocer loro, persino senza mai riconoscerne alcuno individualmente, l’uomo selvaggio, soggetto a poche passioni e bastante a se stesso, non aveva che i sentimenti e i lumi propri a quello stato, non provava che i bisogni veri, non guardava se non quanto aveva interesse di vedere e la sua intelligenza non faceva maggiori progressi della sua vanità”.

[50] Montesquieu, al pari di Locke, non ha una grossa stima dei “selvaggi”. Ne “L’Esprit des Lois” usa a modo di parabola la storia di un popolo che, avendo scelto di vivere allo stato di natura, finisce per degradarsi ed estinguersi. Non è nemmeno un entusiasta delle civiltà orientali: basandosi su una relazione di Dampierre depreca l’uso tonchinese e cinese di affidare le cariche amministrative agli eunuchi, che produce una serie di contraddizioni: “Si affidano a quelle persone le magistrature perché non hanno famiglia; e d’altro lato, si permette loro di sposarsi perché hanno le magistrature […] Nella storia della Cina si trovano un gran numero di leggi per togliere agli eunuchi tutte le cariche civili e militari: ma vi ritornano sempre. Sembra che gli eunuchi in Oriente siano un male necessario”.

[52] Parlo di istinto non perché ritenga che i pregiudizi di gruppo siano geneticamente determinati (come sostengono William Hamilton, Richard Dawkins ed Edward O. Wilson), ma perché sono comunque universalmente diffusi, sotto le specie dell’etnocentrismo, e agiscono come un automatismo di difesa e di sopravvivenza.

[53] Quaecumque est hominis definitio, una in omnes valet (De Legibus, I, X, 29)

[54] Naturalis Historia, libro VII

[55] Nel De origine et situ Germanorum, soprattutto, insiste sulla non contaminazione dei popoli germanici, dei quali esalta il coraggio, la semplicità, il senso dell’ospitalità e la monogamia, in contrasto con l’immoralità dei costumi romani (non manca però di sottolineare quanto siano pigri e barbari). Negli Annales esprime invece a più riprese un profondo disprezzo per gli ebrei.

[56] Nell’Epistola ai Galati (III, 27): Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più né schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Gesù Cristo.

[57] Agostino di Ippona, De civitate dei, libro XIX. Agostino sostiene anche, però, che la schiavitù va vista come la sanzione divina di una colpa (che può anche essere collettiva). Una legittimazione della schiavitù arriva nel XIII secolo da Tommaso d’Aquino, aristotelico convinto, che ritiene giustificata la schiavitù se conseguente ad una condanna per un grave delitto, alla cattura in una guerra giusta, alla nascita in stato servile.

[58] Già nel Concilio di Elvira (IV secolo) si proibiva ai cristiani il matrimonio con gli ebrei o addirittura di consumare con essi il pasto.

[59] Preceduta peraltro da una legge di Carlo V, del 1539, che perseguiva lo stesso scopo.

[60]A differenza dei Tainos, che gli erano parsi la miglior gente di questo mondo “i Caribi, sono gente fiera e combattiva, ma affrancata da quella loro crudeltà, sarebbero schiavi dei migliori che siano al mondo” scrive nel memoriale ad Antonio de Torres del 1494,

[61] Erodoto, al solito il più moderno, fa risalire le differenze alla sola “tradizione culturale”.

[62] Nouvelle division de la Terre par les différentes éspèces ou races d’homme qui l’habitent.

[63]Nel Settecento si escludeva che i cinesi fossero ‘bianchi’ in quanto non se ne riconosceva più la pari dignità culturale. La convinzione che esistesse per forza un nesso fra il colore della pelle da un lato e il carattere di una razza o di un popolo dall’altro, e che vi fosse altresì una gerarchia culturale, nella quale il primo posto spettava ai bianchi europei e l’ultimo ai neri dell’Africa, implicava non solo che una carnagione scura dovesse comunque corrispondere a un’inferiorità di cultura e di carattere, ma anche, per converso, che quanti non erano adeguati allo standard delle ‘nazioni progredite dell’Europa’ non potessero, appunto perciò, essere bianchi”. (Demel, Walter – Come i cinesi divennero gialli – Vita e pensiero 1997)

[64] Lineo distingue tra europei, indiani d’America, asiatici, africani. Utilizza come criterio distintivo il colore della pelle (bianchi, rossi, gialli e neri) e descrive i primi come “perspicaci, ottimisti, creativi, governati dalle leggi”, i secondi come “collerici”, i gialli come “apatici”, gli ultimi come “furbi, indolenti, negligenti, malinconici, governati dal capriccio

In verità nelle prime edizioni del suo Systema Naturae (ad esempio in quella del 1740), l’uomo asiatico è definito “fuscus” (scuro), ma nel 1756 diventa “luridus” (giallastro).

[65] Tra questi anche David Hume (Essays, 1741), che ritiene i neri “inferiori per natura”, privi di doti razionali e incapaci di sviluppo civile

[66] History of Jamaica, 1774.- Lang ritiene esistano solo tre specie del genere umano: gli europei e, molto a margine, i gialli e i rossi; i negri e gli orang-utan; le scimmie senza coda.

[67] Una delle eccezioni è costituta da Thomas Jefferson, che nelle Notes on Virginia (1784) sostiene la parità morale dei neri coi bianchi. Un po’ più dubbioso è su quella intellettuale, mentre non ha dubbi sulla superiorità estetica dei secondi.

[68] Johann Gottfried von Herder, Idee per la filosofia della storia dell’umanità (1784-91) – In realtà, anche se combatte lo schiavismo e il colonialismo, Herder inaugura con la sua teoria del Volkgeist, lo spirito del popolo, una sorta di razzismo culturale.

[69] Johann Friedrich Blumenbach De generis humani varietate nativa (1776). – Per lui il significato di razza è quello di tipo ideale, un’astrazione teorica. Suddivide l’umanità in cinque gruppi: caucasici, mongoli, etiopi, americani e malesi, sottolineandone le caratteristiche somatiche, piuttosto che quelle morali.Non ha dubi che tutti gli esseri umani appartengano alla stessa specie, ma neppure sul fatto che sia quella caucasica la razza umana originaria, quella che presenta gli esemplari più belli be più giusti e che ha la forma del cranio più aggraziata

[70] Christoph Meiners Grundiss der Geschichte der Menscheit, 1785

[71] On the Points of Similarity between the Human Species, Quadrupeds, Birds, and Fish

[72] In An Account of the Regular Gradation in Man, ( 1799) Charles White sostiene l’esistenza di quattro razze e ne definisce una precisa gerarchia, ponendo gli asiatici subito dopo gli europei in quanto a intelligenza.

[73] Immanuel Kant, Von der verschiendenen Racen der Menschen, 1775 – Kant distingue quattro razze: bianca, nera, mongolica e indù. Afferma che “si possono definire appartenenti ad una ‘razza’ quegli animali che conservano la loro purezza malgrado la migrazioni da una zono all’altra […] così i negri e i bianchi non sono certo due differenti tipi di specie, ma nondimeno due razze differenti”. Definisce i cinesi una “semirazza”, nelle vene della quale però scorre sangue unnico.