Culture diverse e reputazione

di Nicola Parodi, 19 maggio 2022, da un colloquio con Paolo Repetto

Per mantenere vitale e coesa una comunità, funziona meglio un meccanismo di esclusione o uno di inclusione? Ce lo siamo chiesti davanti ad un caffè, partendo dallo sfogo di Paolo (cfr. Rifiuti), dalle più recenti e allucinanti notizie di cronaca spicciola (donna che uccide i vicini di casa perché il loro cane abbaia, genitore che riduce in fin di vita l’arbitro di una partita di calcio tra ragazzini, ecc… ) e da una riflessione che portiamo avanti da un pezzo sulle norme riguardanti la “Privacy”.

L’argomento potrebbe sembrare marginale rispetto ai fenomeni citati da Paolo, ma in realtà è ad essi strettamente connesso. Le norme sulla “privacy” limitano infatti giustamente la diffusione di notizie riguardanti il singolo, ma hanno anche l’effetto di rendere difficile farsi un giudizio corretto sulla onestà e affidabilità dei propri concittadini. E non è un problema di poco conto, se è vero che tanto gli psicologi che i sociologi ritengono che la necessità di conservare una buona reputazione sia fondamentale per spingere gli individui a comportarsi in modo collaborativo, evitando il rischio di essere isolati ed esclusi dalla società.

Il controllo dei comportamenti dei singoli in una società, grande o piccola, non può essere ottenuto soltanto attraverso le leggi e con l’uso della “forza” per imporne il rispetto. Sappiamo, se non altro per esperienza diretta, che nei rapporti interpersonali quotidiani, ad esempio all’interno di un condominio, le nostre azioni sono regolate da una sorta di codice comportamentale riconosciuto da tutti (o almeno dalla gran maggioranza) che possiamo definire “buone maniere”. Il mancato rispetto di queste regole di comportamento, anche quando non è punibile dalla legge, comporta la riprovazione degli altri componenti del gruppo.

Occorre naturalmente distinguere tra le leggi, che hanno carattere vincolante per tutti i membri di una comunità, e a garantire il rispetto delle quali provvede l’istituzione, e le norme comportamentali non vincolanti che la comunità ha elaborato nel corso del tempo, che pur non essendo vincolanti necessitano comunque di una condivisione e determinano una forma di coesione. Ai fini del nostro discorso, però, la distinzione tra le norme vincolanti (le leggi) e quelle puramente consuetudinarie (i costumi) non è poi così importante. Importante è avere chiaro che in entrambi i casi si tratta di meccanismi che determinano esclusione o inclusione.

Inoltre, il “codice comportamentale” non va inteso come una serie di regole fissate una volte per tutte, ma come un criterio al quale queste regole devono ispirarsi nella evoluzione imposta dalle trasformazioni che progressivamente intervengono, per svariati motivi, all’interno di una società. Per fare un esempio, il “cedere la destra”, che era nel Seicento un costume di cortesia legato al riconoscimento di differenze gerarchiche, è divenuto nel Novecento una norma obbligata per regolamentare il traffico delle automobili (con l’eccezione scontata degli inglesi, che fanno storia parte, e fino all’avvento delle rotonde agli incroci). Il criterio sotteso a questo comportamento è quello della sopravvivenza del gruppo, ed è fondamentale che esso venga condiviso universalmente, pena il caos. Ciò vale naturalmente per tutti gli altri comportamenti sociali.

Quindi, in una società civile le regole vanno rispettate da tutti, e le consuetudini vanno quanto meno condivise, e possono essere cambiate solo se quelle che vanno a sostituirle risultano più funzionali alla coesione e alla sopravvivenza del gruppo. Ciò significa che un gruppo può permettersi gli innovatori, al di là delle resistenze opposte da quelle sue parti che dall’innovazione potrebbero ricavare svantaggi, ma non può tollerare i puri e semplici trasgressori.

Ci sono però dei problemi. Le società moderne hanno infatti codificato non solo le leggi da osservare, ma anche i diritti di cui l’individuo gode, che sono garantiti dallo stesso stato che impone il rispetto delle leggi. Questo avviene naturalmente là dove lo stato funzioni, quindi non sempre, o anzi, piuttosto raramente: ma in linea teorica le cose dovrebbero andare così. Il ragionamento teorico non tiene però conto del fatto che in alcune teste (ultimamente, in moltissime) sia maturata più o meno inconsapevolmente l’idea che i comportamenti positivi e cooperativi degli altri nei loro confronti siano “dovuti” (siano appunto considerati “diritti”), mentre i propri sono legati all’opportunità e ai vantaggi che possono derivarne. Ciò fa saltare il meccanismo della “reciprocità”, favorisce gli egoisti e sfavorisce gli altruisti, e mette in crisi processo di “auto-addomesticamento”. Il problema non sono dunque i diritti, ma l’ interpretazione in termini prettamente egoistici che dei diritti viene data da alcuni. Se questi alcuni diventano la maggioranza, finiamo nello stato in cui ci troviamo oggi.

La cosa è resa poi tanto più complessa in una società “globalizzata”. Il progredire delle scienze e dei commerci spinge verso la semplificazione e l’unificazione delle unità di misura, delle valute monetarie, dei linguaggi, mentre le dinamiche interne ai gruppi sociali spingono verso l’uniformità dei comportamenti e delle norme. In uno scenario di questo tipo la valutazione della “bontà” di un comportamento sociale suppone dunque un’unità di misura “comportamentale” il più possibile unica e condivisa, che compendi i valori funzionali alla sopravvivenza del gruppo espressi dalle diverse culture che sono a confronto. Questa valutazione non fa riferimento a valori presunti “assoluti”, ma a quelli attorno ai quali, in base alla loro funzionalità, si è coagulata la coesione del gruppo. In natura la scelta non è “morale”, tra il bene e il male, ma è strumentale, tra ciò che è utile alla sopravvivenza e ciò che non lo è.

Ora, le culture che vengono oggi a stretto contatto fino a ieri erano separate spazialmente da migliaia di chilometri e temporalmente da sfalsamenti di secoli (in alcuni casi, di millenni). Queste culture hanno fatto necessariamente riferimento, stanti le differenti condizioni ambientali e i singoli e distinti processi di “civilizzazione”, a valori diversi: di conseguenza anche i comportamenti che facevano acquisire buona reputazione erano diversi. Cerco di spiegarmi. Mentre non ci sono molti dubbi sulle differenze fra le condotte che creano buona reputazione per un camorrista e quelle che fanno di un contadino del Trentino un cittadino stimato, è molto più arduo stabilire cosa sia accettabile o meno quando le differenze non sono legate a comportamenti “delinquenziali”, ma attengono a prassi considerate normali in alcune culture. L’esempio che un tempo veniva più frequentemente citato è quello della immolazione sacrificale delle vedove in India, ma per rimanere nella nostra quotidianità e nei pressi di casa nostra potremmo considerare quello delle giovani figlie di immigrati pakistani uccise per non aver sottostato alle scelte matrimoniali loro imposte.

Che atteggiamento dobbiamo assumere di fronte e situazioni del genere? In fondo, per le famiglie pakistane si tratta di conservare una “reputazione sociale” in seno alla loro comunità. Queste pratiche se valutate in termini di coesione del gruppo, paradossalmente riescono socialmente “funzionali”. Lo cementano con la paura e la soggezione imposte al genere femminile (ma nel caso specifico dei matrimoni, vale anche per i maschi). E allora, per quanto schifati, dobbiamo, sia pure senza condividerle, almeno giustificarle?

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Qui vengono fuori le laceranti contraddizioni nelle quali si dibatte il pensiero occidentale. Se dobbiamo riconoscere pari dignità ad ogni cultura, il problema non si pone neanche. Accettiamo l’idea di società multiculturali, e finiamola lì. Il fatto è, purtroppo, che questo modello di società, là dove si è già spontaneamente realizzato, e mi riferisco a tutto l’occidente, compresi gli Stati Uniti, sta facendo acqua da ogni parte, perché la pari dignità è riconosciuta in realtà solo in una direzione.

Dobbiamo per questo giustificare tali situazioni, sia pure obtorto collo? Assolutamente no. Anche a prescindere anche dall’orrore morale del gesto (e questo rimane, quale che sia il valore che si vuol dare al termine “morale”), non possiamo farlo perché rispetto alla comunità più ampia che la globalizzazione va configurando oppongono una resistenza discriminatoria, e perché di fatto negano tutta la cultura del diritto individuale sulla quale la nostra civiltà si fonda.

Insomma, la scomparsa di un codice comportamentale condiviso determina in automatico lo sgretolamento del gruppo, che non dispone più dello strumento di controllo che ne garantiva la compattezza, e quindi la sopravvivenza.

E a questo punto entra in ballo anche la controversa questione della privacy. Tra i diritti cui facevamo cenno sopra quello alla privacy è il più recente e il più ambiguamente rivendicato, e va in direzione totalmente opposta rispetto al meccanismo di controllo sociale dal quale abbiamo preso lo spunto per queste righe.

È un argomento delicato: i confini fra l’interesse pubblico a conoscere per farsi un’opinione sui concittadini e il diritto di questi ultimi alla riservatezza sono difficili da tracciare. Ci limitiamo quindi ad alcune osservazioni spicciole.

Ultimamente, davanti alle misure ipotizzate per contrastare la diffusione del Covid-19, si è sbandierata da più parti la preoccupazione che tali misure non rispettassero le norme previste per la protezione dei dati personali, ovvero il diritto alla riservatezza. Non sto a mettere in dubbio tale diritto per i dati riguardanti la salute e le relazioni personali, o comunque per tutti i dati che, se divulgati, possono umiliare persone in situazioni di disagio, o peggio, se finiscono nelle mani sbagliate, possono essere usati in modo fraudolento. Voglio dire che siamo perfettamente consapevoli dei rischi comportati da una intrusione così profonda nel nostro privato, ma cerchiamo di inquadrare la situazione dal punto di vista più generale del funzionamento di ogni società animale, compresa quella cui volenti o nolenti anche noi umani apparteniamo.

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Davanti ad un’emergenza globale come quella creata dalla pandemia (a meno di voler credere che la pandemia sia un trucco escogitato dai “poteri forti”, ma qui si sconfina nella paranoia) le istituzioni demandate a salvaguardare la sopravvivenza di un gruppo (e a farlo letteralmente, nell’occasione specifica) e la sua compattezza non possono andare tanto per il sottile in tema di riservatezza. In un conflitto tra il diritto individuale e l’interesse collettivo chi si trincera dietro il primo in automatico si auto-esclude dal gruppo. Tutto ciò a prescindere dal fatto che in realtà i dati più sensibili, senza attendere l’occhio del Grande fratello istituzionale, già volano liberamente nell’etere attraverso il circuito dei social.

Ma forse una riflessione di questo genere è davvero prematura: non siamo ancora usciti dal Covid, non sappiamo quando e come ne usciremo, e meno che mai come ne usciranno i nostri diritti e i nostri meccanismi di inclusione-esclusione. Veniamo invece a situazioni più prosaiche, meno complesse e già definite, che pongono comunque il problema di quali altre informazioni riguardanti i nostri concittadini devono essere riservate.

Dopo l’alluvione che colpì Alessandria nel 1994, l’amministrazione comunale decise di non rendere accessibili i dati relativi ai rimborsi ottenuti dai cittadini che avevano subito danni. All’epoca (ricorda Nico) criticai dai banchi della minoranza quella scelta, sostenendo che rendere pubblici tali dati non equivaleva a pubblicare l’elenco delle elargizioni ai poveri fatte dalla Caritas; trattandosi di rimborsi statali era giusto che i concittadini fossero in grado di sapere e di farsi un opinione. Mi sembrava assurdo esigere che tutto ciò che ci riguarda non sia conosciuto dagli altri membri della comunità, quando poi da essa pretendiamo solidarietà e protezione. Forse che ci sentivamo meno liberi quando i giornali pubblicavano i nomi dei promossi nelle varie scuole, o l’elenco dei contribuenti con i dati delle somme pagate per le imposte comunali? Naturalmente l’amministrazione andò per la sua strada. Non solo: negli ultimi vent’anni sono anche scomparsi gli elenchi coi nomi dei promossi e quelli dei contribuenti.

A noi il dubbio rimane: il fatto che tutti potessero sapere quanto un vicino pagava di tasse e spettegolare in proposito aiutava a combattere l’evasione? Non lo sappiamo, non abbiamo una risposta certa, ma riteniamo che qualche riflessione in proposito andrebbe fatta. Forse dovremmo chiederci se tutte le soluzioni normative che egoisticamente ci sembrano “giuste”, perché rafforzano i nostri diritti, in realtà non mettano in crisi i meccanismi che hanno contribuito alla creazione di comunità “morali”. Il che non può che preludere al disfacimento di quelle comunità.

Rifiuti

di Paolo Repetto, 26 aprile 2022

Due settimane di forzata semi-immobilità fiaccano qualsiasi resistenza. Negli ultimi giorni ho cominciato a giocare coi tasti del telecomando e a fare lo slalom tra le pause pubblicitarie, per rivedere per l’ennesima volta vecchi film western ed episodi del primo Barnaby. Ma ho anche seguito i telegiornali e le rassegne stampa, su quattro o cinque canali diversi, illudendomi di accedere a una varietà di opinioni e trovando invece le stesse discussioni oziose e addirittura gli stessi ospiti che si avvicendavano da una rete all’altra, dando prova di una straordinaria ubiquità. Risultato: tra virologi e psicologi e sociologi e generali in pensione, le nuove star degli ormai onnipresenti talk di “approfondimento”, ho capito che della situazione sanno tutti più o meno quanto me.

Se voglio fare un paio di riflessioni non devo dunque tenere conto delle notizie principali, quelle che occupano la gran parte dei servizi televisivi e le prime dieci pagine dei quotidiani, la guerra in Ucraina e la persistenza del Covid, né della mattanza strisciante che si consuma sui luoghi di lavoro o tra le mura domestiche. Mi concentro invece su alcuni episodi di cronaca spicciola, che vengono segnalati ed esecrati, ma sui quali si riflette poco o si fanno solo stucchevoli discussioni da salotto.

Dunque. Negli ultimi quindici giorni ho appreso che:

  • a Napoli un anziano sceso in strada per buttare la spazzatura è stato aggredito e strattonato da un gruppo di giovinastri, e cacciato alla fine lui stesso nel cassonetto. Il tutto, comprese le urla e le richieste di aiuto della vittima e le risate dei persecutori, filmato e messo in rete da spettatori evidentemente molto divertiti.
  • Sul treno Genova-Torino una carrozza con posti riservati e prenotati per un gruppo di disabili è stato occupata da altri passeggeri, che si sono rifiutati non solo di sgomberare ma persino di lasciarsi identificare dai poliziotti intervenuti. I disabili hanno dovuto attendere i treno successivo.
  • A Milano uno psicologo sessantenne è stato aggredito mentre passeggiava per strada e colpito con un pugno in pieno viso da un giovane staccatosi da una banda che sopravveniva in direzione opposta. Tutto questo senza alcuna motivazione, probabilmente come gesto di iniziazione. Lo psicologo rischia ora di perdere la vista da un occhio.

Rifiuti 02

Mi fermo qui, ma potrei continuare all’infinito, perché episodi di questo tipo, che in fondo appaiono secondari di fronte alle continue esplosioni di violenza omicida per un posteggio, per uno sguardo storto in discoteca o per una lite condominiale, sono comunque ormai la quotidianità, e vengono riportati in genere solo sui giornali o nelle emittenti locali. In realtà secondari non sono affatto, perché non sono nemmeno “giustificati” da una pur futile motivazione. Sono il frutto di stupidità pura, di assenza di qualsivoglia sensibilità civica, della presunzione (purtroppo fondata) di godere di una totale impunità. Cinquant’anni fa sarebbero state notizie da prima pagina, e avrebbero suscitato uno sdegno unanime. Oggi sembrano accettate con una passiva rassegnazione.

Quello che colpisce è appunto il tipo di reazione: rassegnata, come ho già detto, da parte dell’opinione pubblica, e totalmente passiva da parte di quelle istituzioni che dovrebbero garantire un minimo di sicurezza. Nello stesso periodo non ho letto né visto infatti che qualcuno dei protagonisti negativi sia stato identificato, malgrado provvedano essi stessi in genere a diffondere le immagini delle loro gesta. E meno che mai che sia stato sbattuto in galera o, come io auspicherei, messo alla gogna (non quella mediatica, ma quella reale) o preso a calci nel sedere o lasciato alla mercé delle vittime. Ho saputo invece di macchine della polizia assediate e danneggiate, di vigili e conducenti di autobus massacrati, di raid per le vie principali delle grandi città, in pieno giorno, da parte di bande che quando va bene si danno appuntamento per scontri a bastonate e coltellate, e quando va male danno la caccia ai passanti. Tutto questo è intollerabile, sento ripetere ad ogni nuovo episodio: ma in realtà continua ad essere tranquillamente tollerato. Sono vicende assimilate ormai ai fenomeni atmosferici: accadono e non possiamo farci niente, salvo lamentare nebulose responsabilità “sociali”.

Le responsabilità invece non sono affatto nebulose. Se le forze dell’ordine non intervengono, o se quando intervengono non sembrano avere alcun potere di dissuasione, è anche perché ad ogni randellata distribuita dalla polizia si levano immediatamente accuse di uso eccessivo della violenza e scattano provvedimenti che dissuadono gli agenti da un impegno che (e questo costituisce un altro aspetto del problema) è già di per sé piuttosto scarso. È perché qualsiasi delinquente arrestato, a meno che non abbia sterminato una famiglia e sia stato beccato con il coltello insanguinato o con la pistola fumante, viene “denunciato a piede libero”, così che possa riprovarci dopo mezz’ora, come è appunto accaduto un paio di volte in questi giorni. È perché personaggi con curriculum delinquenziali impressionanti girano impuniti per strada, colpiti da provvedimenti ridicoli e inapplicabili come il daspo, che sembra essere diventato una patente per stalker e persecutori e potenziali assassini. È infine perché magistrati animati da un malinteso spirito di redenzione (o semplicemente da una interpretazione lassista delle leggi) concedono disinvoltamente scarcerazioni o libertà condizionate ad assassini efferati.

Ora, queste cose parrebbero scritte da Belpietro o da Feltri, ragionamenti da osteria, e proprio qui sta il nocciolo del problema: sta nel fatto che si lascino cavalcare questi problemi, fingendo che non esistano o liquidandoli con uno sbrigativo sdegno rituale, agli esponenti della reazione più becera o ai nostalgici del manganello, a quelli che poi paradossalmente della violenza di strada sono in realtà i principali supporter. Paiono ragionamenti da osteria perché per queste cose la sinistra dei salotti non ha tempo. Soprattutto, non ha la voglia né la capacità di operare un ripensamento che scenda un po’ più terra terra, per cogliere le motivazioni spicciole, le necessità immediate, senza perdersi nell’aria fritta del “disagio sociale”.

Se questa violenza esiste, argomenta infatti la sinistra diligente e dottrinaria, è perché essa manifesta un disagio “sociale” crescente: quindi occorre agire sul disagio e sulla società. Perfetto. Tranne per un paio di fatti. Il primo è che poi quella stessa sinistra non esprime una minima idea concreta di come “agire sulla società”, e riserva le sue priorità alle problematiche oziose del numero dei generi o alla “correttezza politica”. Il secondo è che questo disagio diventa una giustificazione riservata ai soli persecutori, mentre non viene mai considerato quello delle vittime. La società, alla fin fine, sono gli altri. Attribuire la responsabilità alla società è come dire che se qualcuno sbaglia la colpa è di chi gli sta attorno. In quest’ottica il vecchietto, i disabili e il passante un po’ se la sono meritata. Non sto scherzando; c’è tutta una frangia, nemmeno tanto ristretta, dell’estrema sinistra demenziale, che giustifica Cesare Battisti (il brigatista, non l’irredentista) come un combattente per la libertà. È l’ennesima interpretazione distorta del dettame evangelico, di quel “chi è senza colpa scagli la prima pietra” che mi ha sempre lasciato perplesso, perché si presta a troppe interpretazioni di comodo.

Parliamoci chiaro. Se un adolescente viziato, figlio in genere di genitori distratti o protettivi ad oltranza, o un energumeno frustrato o un semplice idiota in vena di bravate si aggirano per le strade, non c’è dubbio che costoro abbiano alle spalle situazioni di disagio, ma non raccontiamoci che queste nascono dalla povertà, dal bisogno, dallo sfruttamento, ecc. Stiamo parlando di gente che vive né più né meno lo stesso disagio che viviamo io e la maggioranza degli umani, aggravato nel nostro caso dal fatto di scoprici anche potenziali e inconsapevoli vittime del primo idiota di passaggio.

Rifiuti 03

E allora, occorre ammettere innanzitutto che qualcuno nasce più stupido o più carogna degli altri. L’ambiente, l’educazione, la famiglia, le compagnie, faranno poi il resto, ma il dato di fondo rimane una inclinazione particolarmente perversa (dico “particolarmente” perché la natura egoistica è comune a tutti gli uomini: qui non si tratta però di semplice egoismo, ma di violenza gratuita e insensata). Questa inclinazione può essere nella maggior parte dei casi contenuta o persino corretta quando gli strumenti di integrazione sociale (quelli appunto che ho citato prima) funzionano: trova invece libero sfogo quando quegli strumenti sono essi stessi allo sfacelo. Hobbes aveva visto giusto. Lasciati a se stessi gli umani finirebbero per scannarsi a vicenda, non fosse altro perché la presenza di soggetti particolarmente aggressivi o squilibrati innescherebbe reazioni a catena di autodifesa. Se si vuole evitarlo occorre riservare il monopolio della violenza ad una “istituzione” superiore. Questo non è un portato della nostra “specificità” umana (e qui Hobbes sbagliava, ma in buona fede, perché i comportamenti sociali degli animali all’epoca sua non erano affatto conosciuti): è un modello naturale che troviamo in tutte le società delle antropomorfe, e non solo. Il portato umano, la differenza che rende unica la nostra specie, sta piuttosto negli strumenti di controllo che la “civilizzazione” ha sviluppato per controllare e limitare i possibili abusi di questo monopolio. Ovvero, il diritto individuale, la coscienza “civica”, la partecipazione diretta o indiretta al potere.

Messa così, la questione non si riduce più ai discorsi da osteria o alle sparate populiste dei vari Belpietri, ma va a toccare quei delicati equilibri di convivenza che la nostra cultura e nostra civiltà in particolare hanno saputo trovare con laboriose e secolari alchimie, e che non saranno la perfezione, ma andrebbero comunque difesi strenuamente, perché al momento non siamo in grado di immaginarne altri. Questi equilibri sono basati sul giusto dosaggio di molteplici ingredienti, che si chiamano libertà, legalità, diritto, giustizia sociale, autorità, democrazia, ecc… Possono e debbono certamente essere migliorati, adeguandoli alle sempre più veloci trasformazioni ambientali, culturali ed economiche, ma non possono essere semplicemente ignorati o addirittura rifiutati, come invece sta accadendo, in nome di un “liberi tutti” che azzera tutti i valori e che nella foga di riconoscere pari legittimità ad ogni cultura ne cancella in realtà le differenze maturate storicamente.

Mi sono spinto in un discorso che può sembrare troppo complesso e scivoloso per essere affrontato in quattro righe, dal quale esco subito ma che va comunque tenuto presente per leggere entro un quadro di sfondo anche le situazioni “spicciole” da cui sono partito. Intendo dire che gli equilibri cui accennavo sopra prevedono una linea abbastanza netta di demarcazione tra i comportamenti, e che i comportamenti che si pongono al di là di questa linea comportano l’esclusione dal contesto sociale, se si vuole evitare che questo contesto esploda. Che abbiano poi una origine “culturale” (nel senso negativo dell’assenza di una cultura o di un suo distorcimento) o siano dettati semplicemente dalla stupidità, all’atto pratico immediato importa poco.

Importa invece che siano sanzionati prontamente e adeguatamente. Prontamente perché una comunità il cui equilibrio è stato violato deve sentirsi rassicurata e rafforzata da fatto che esso viene immediatamente ripristinato. Questo significa in pratica, almeno allorché l’evidenza del reato e l’identità dei protagonisti sono fuori discussione, evitare le lungaggini procedurali e gli eccessi di guarentigie che servono solo a “raffreddare” l’impatto emozionale della vicenda, a farla dimenticare sotto l’incalzare di altre vicende analoghe: quando invece è proprio l’effetto emozionale ad avere una valenza educativa. Lo sdegno si rafforza e agisce psicologicamente sia sui singoli che sulla comunità, nel senso che ribadisce l’esistenza di valori condivisi e la necessità di difenderli, quando riceve una risposta immediata: in caso contrario lascia il posto solo alla rassegnazione, alla sensazione di impotenza, alla sfiducia nei confronti dell’appartenenza.

Per essere efficaci, inoltre, i provvedimenti debbono essere adeguati: ovvero evidenti, tangibili e possibilmente anche investiti di una carica simbolica. Personalmente, come cultore dell’“occhio per occhio”, avrei in mente un sacco di punizioni con queste caratteristiche. Ma anche rimanendo nei limiti di un equilibrio superiore dettato dalla civiltà e dalla cultura del diritto, la prevalenza del bene comune sugli egoismi e sulle intemperanze individuali può essere ribadita senza scendere allo stesso livello degli stupidi o dei delinquenti. Ad esempio: per i buontemponi che si divertono a cacciare gli anziani nei cassonetti, dopo un opportuno soggiorno in galera per schiarirsi le idee potrebbe riuscire molto educativo collaborare (e non alla patetica maniera attuale dei “lavori socialmente utili”, ma in un regime di lavoro forzato modello “Nick mano fredda”), alla raccolta dei rifiuti lasciati per strada e allo svuotamento, al lavaggio, alla manutenzione dei contenitori stessi. Col triplice vantaggio di rendere coscienti i balordi di un grosso problema sociale, di costringerli a collaborare per risolverlo e di raffreddare di molto in loro gli entusiasmi per i cassonetti. Non so quanto poi questa “coscienza civile” in certe teste e in certi animi possa attecchire, ma senza dubbio quella delle vittime e di tutti coloro che in queste ultime possono identificarsi ne uscirebbe rinsaldata. Sempre, appunto, che l’intervento sia tempestivo, visibile e senza sconti.

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Tutto ciò che ho scritto sin qui non ha naturalmente alcun valore propositivo. So benissimo in che mondo vivo. E per certi aspetti ne ho maturato esperienze molto significative, che possono essere applicate al nostro discorso. Ho assistito infatti per anni (e cercato, nei limiti delle mie funzioni, di oppormi) al disfacimento del sistema scolastico e all’avvicendarsi di riforme che non andavano a scalfire minimamente la sostanza dei problemi, che hanno anzi definitivamente liquidato ogni parvenza di autorità e autorevolezza del corpo insegnante, con ogni mezzo, a partire dai sistemi di reclutamento sino ad arrivare alla sudditanza totale nei confronti di alunni e genitori. So che da una scuola del genere non possono uscire che individui totalmente fuori controllo, ignari di vincoli e di doveri nei confronti degli altri, abituati ad essere difesi e tollerati ad oltranza, a dispetto di ogni loro idiozia o carognata. Una scuola che impone l’educazione civica come materia obbligatoria, confessando così apertamente di non essere in grado di trasmetterla, come sarebbe ovvio e doveroso, attraverso tutti i suoi contenuti e il suo modo stesso complessivo di operare, rende vana ogni speranza di poter agire non solo sugli individui ma su tutte le istituzioni successive con le quali gli individui si troveranno a confrontarsi.

Credo che la scuola sia proprio lo scenario più significativo al quale guardare per avere una immagine del presente. E che sia diventata addirittura, nelle condizioni presenti, il laboratorio nel quale la prevaricazione nei confronti di compagni e insegnanti e il senso di totale impunità vengono coltivati in provetta. Sarò catastrofista, ma una scuola nella quale una insegnante che ha sgridato gli alunni perché avevano lordato tutti i bagni con i loro escrementi viene licenziata in tronco, lascia sperare poco. Spero almeno che li abbia anche presi a ceffoni, e auspico che le nostre povere vittime ripetano a casa le loro imprese.

Finale alla Feltri, me ne rendo conto: ma queste considerazioni vanno prese per ciò che sono: uno sfogo, che consenta almeno di rappresentare con parole (spero) chiare lo stato d’animo di chi si ostina credere nella possibilità di una convivenza civile, e si accorge che sono sempre meno quelli che condividono la sua ostinazione.

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Limature

di Nicola Parodi, 13 aprile 2022

La limatura è nel caso specifico il residuo delle conversazioni tenute al tavolino del bar con Paolo Repetto. La polvere di ferro sembra materiale di scarto, ma in realtà è utilizzata per curare le piante, modificare il colore dei fiori, fare esperimenti scientifici sui campi magnetici. Non avendo speranza di cambiare alcunché, né necessità di curare qualcuno o di fare esperimenti, noi la usiamo come zavorra per tenerci ancorati alla realtà.
In genere funziona.

Sputi

Mentre guido verso Grognardo, dove andrò a dare un’occhiata e un po’ d’acqua alle piantine di carciofo che ho trapiantato due settimane fa, ascolto su radio 3 Uomini e profeti. Ad un certo punto il conduttore (il “filosofo” Felice Cimatti), che sta interloquendo con l’antropologo Marcello Massenzio a proposito della riedizione del libro di Ernesto De Martino Il mondo magico, cita il fatto che i contadini prima di mettersi a zappare si sputavano sulle mani. “Si capisce che quello è uno scongiuro: stai per fare una specie violenza alla natura e quindi esorcizzi quella violenza. In quel senso quell’uomo non è solo, c’è una cultura che lo autorizza a compiere quel gesto.” L’antropologo plaude e ringrazia per l’assist.  Quel contadino non è solo – dice – perché porta con sé tutta una tradizione culturale che gli consente di riformulare all’interno di un linguaggio socialmente condiviso il proprio smarrimento di fronte all’immensità del mondo.

Li avessi a tiro li prenderei a zappate. Sicuramente non hanno mai visto le mani di uno che ha passato la vita a zappare. Purtroppo non  ho un linguaggio condiviso che mi consenta di riformulare altrimenti il mio smarrimento e la mia indignazione di fronte alle stronzate. Le piantine comunque hanno preso bene, adesso devo rincalzare un po’ la terra. Non mi sputo sulle mani, ho un vecchio paio di guanti da lavoro. La natura, spero, mi perdonerà.

Limature 02

Suicidi

“Se un attacco nel cuore dell’Europa ci ha colto impreparati, è perché eravamo impegnati nella nostra autodistruzione. Il disarmo strategico dell’Occidente era stato preceduto per anni da un disarmo culturale. L’ideologia dominante, quella che le élite diffondono nelle università, nei media, nella cultura di massa e nello spettacolo, ci impone di demolire ogni autostima, colpevolizzarci, flagellarci. Secondo questa dittatura ideologica non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni, abbiamo solo crimini da espiare. Questo è il suicidio occidentale.”

È il biglietto da visita dell’ultimo libro di Federico Rampini, Suicidio occidentale, non so se dettato dall’autore o redazionale, ma che riassume perfettamente l’assunto del libro. Sul quale posso essere in linea di massima anche d’accordo, ma che mi è suonato subito come un qualcosa di già sentito. In effetti, chi abbia seguito negli ultimi venticinque anni, prima sulla rivista cartacea e poi sul sito, il percorso dei Viandanti, queste cose le ha già sentite da quel dì: non hanno fatto che ripeterle. Fa dunque piacere che anche Rampini ci sia arrivato, ma non posso non sottolineare che ci è arrivato con almeno un quarto di secolo di ritardo. E non posso nemmeno rallegrarmi del fatto che questa consapevolezza sarà finalmente trasmessa ad una utenza larghissima, perché avendo un po’ di pratica del personaggio e degli scenari in cui si muove so che il messaggio passerà soprattutto per gli schermi televisivi e i salotti dei talk, che sarà cioè banalizzato e assoggettato allo spettacolo e agli inserti pubblicitari. Arriverà talmente tardi e talmente annacquato da non essere più nemmeno politicamente scorretto.

Quando i messaggi indossano le bretelle, significa che hanno già perso la forza di reggersi da soli.

Limature 03

Vero o falso per me pari sono

La valanga  di notizie più o meno verosimili che ogni giorno riceviamo mi richiama alla mente un editoriale scritto nel dicembre del 2018 da Marco Cattaneo, direttore de Le Scienze. Presentando gli articoli contenuti nella rivista il Direttore commentava: “L’intelligenza artificiale sta mettendo alla portata di tutti strumenti in grado di manipolare file audio e video in modo che siano praticamente indistinguibili dagli originali”. E citava un video, palesemente manipolato, nel quale si vede Obama insultare Donald Trump, per mostrare come sia facile alterare la realtà utilizzando le nuove tecnologie dell’ intelligenza artificiale.

Il problema è talmente serio che l’agenzia della Difesa statunitense dedicata alle tecnologie ha sviluppato un programma apposito per individuare le firme digitali dei falsi. Ma anche qualora il programma funzionasse alla perfezione, se per verificare audio e video occorreranno tempi lunghi (e non parlo di mesi, ma di ore) ogni sforzo sarà vano, in quanto le fake news fanno il giro del mondo in tempo reale e una volta diffuse reggono a qualsiasi smentita.

Ora, al di là del fatto che lo scandalo nel falso video di Obama sarebbe semmai che qualcuno perda tempo a inveire contro Donald Trump, il nocciolo è che se diffondere falsi sempre meno verificabili è diventato un gioco da ragazzi la credibilità dell’informazione va a farsi definitivamente benedire.

Beninteso, non è un problema di oggi. Tutta la letteratura mitologica, religiosa e storica del passato è una narrazione dei fatti come minimo “addomesticata” e gestita dai vincenti o dai dominanti, e in questo senso poco o nulla è cambiato. Il cambiamento riguarda invece la quantità e la velocità delle informazioni che oggi riceviamo. Sono queste nuove caratteristiche a mettere paradossalmente in discussione ogni nostra reale possibilità di conoscenza di ciò che accade. E a fare sì che la veridicità di ciò che apprendiamo sia tutto sommato l’ultimo dei problemi.

Mi spiego. Anche dopo l’invenzione della stampa e la nascita dei giornali l’informazione è rimasta appannaggio di una percentuale bassissima della popolazione. Le poche notizie che circolavano erano create in genere dalle stesse fonti, e su tutto si esercitava il controllo e la censura dai poteri politici ed economici. Le nuove tecnologie dell’informazione però covavano una serpe in seno: potevano essere usate anche, sia pure in mezzo a mille difficoltà, dal pensiero dissidente, dalle opposizioni, per cui chi davvero lo volesse poteva farsi un’idea approssimativa di come stavano le cose confrontando le diverse versioni. Il numero delle informazioni essenziali era contenuto e c’erano tempi sufficienti per lasciar decantare le notizie e verificarne bene o male l’attendibilità. Si conosceva poco, ma quel poco, vero o falso che fosse, si riusciva a inserirlo in un quadro passabilmente coerente, sul quale poi ci si regolava per i comportamenti politici e sociali.

Questo è valso sino alla rivoluzione telematica. Poi è cambiato tutto, e oggi siamo davanti all’assurdo che il fatto che una informazione sia vera o falsa è quasi irrilevante, perché essa va comunque a perdersi in un oceano nel quale non siamo più in grado di stare a galla o di scorgere un qualsiasi approdo cui volgerci.

L’effetto è devastante, e cominciamo ad averne coscienza davanti ad eventi come la pandemia o la guerra in corso nell’est europeo. Siamo sommersi, travolti dalle notizie, ma ne siamo sempre meno toccati. Centocinquanta morti quotidiani per Covid o mille per scontri e rastrellamenti sono entrati nelle nostre abitudini come il caffè, davanti agli “speciali” televisivi o ai reportage dal fronte degli inviati speciali (ma quanti sono?) o ai messaggi di papa Francesco cambiamo velocemente canale, leggiamo i giornali partendo dalla decima pagina o dalla cronaca locale.

Mai gli uomini hanno avuto accesso ad una tale quantità di informazioni, mai gliene è fregato di meno.

Limature 04

Attimi di legittimo sconforto

di Paolo Repetto, 19 marzo 2022

Non avrei mai pensato di scrivere un pezzo come quello che segue. Tratta una vicenda molto personale, ed io, che pure in qualche modo parlo sempre di me, per alcuni aspetti del mio privato sono piuttosto geloso. Inoltre non mi piacciono gli autori che raccontano questo genere di esperienze per avvallare l’idea che il dolore sia rigeneratore, che faccia scoprire altre dimensioni del mondo. Per quanto mi riguarda il dolore è stupido e assolutamente inutile: non fa scorgere affatto altre dimensioni, toglie valore e significato anche a quelle che ti inventi per aiutarti a vivere.

Lungi da me dunque l’idea di affidare la vicenda ad un social, per condividerla. Non c’era nulla di positivo da condividere, e il negativo non si condivide, lo si banalizza soltanto. Ho scritto questo pezzo per me, quasi per rassicurarmi, per certificarmi che l’emergenza psicologica nella quale stavo vivendo da quasi un anno fosse finita. Mi pareva che scaricare nel racconto la tensione di tutti questi mesi fosse l’unico modo per liberarmene davvero. Ma nel racconto non c’è alcun insegnamento, né potrebbe esserci: è una pura e gratuita testimonianza. L’ho scritta perché questo mi consente di addomesticare in qualche modo il ricordo, di scegliere cosa ricordare, e l’ho postata sul sito perché da tempo, comprensibilmente, non postavo più nulla, e ho voluto rassicurare i Viandanti che vivo e combatto con loro.

C’è, naturalmente, anche una terza motivazione, molto più prosaica e banale. Dal momento che ora esiste una versione scritta, rintracciabile sul sito, veritiera e ricca di dettagli, non sarò tenuto a ripetere ogni volta tutto il finale agli amici che stanno seguendo questa storia sin dall’origine, manifestandomi la loro solidarietà e confortandomi con la loro sollecitudine e il loro affetto. Mi si obietterà: cos’è questa, se non una richiesta di condivisione? Non è esatto: la condivisione c’è stata prima, e non ha avuto bisogno di passare per i social. Questa è al più una verbalizzazione.

Attimi di legittimo sconforto 02

Recentemente ho attraversato, da protagonista passivo e impotente, un momento non felice per la mia salute. Non era la prima volta che affrontavo problemi fisici anche piuttosto seri, non mi sono davvero fatto mancare nulla nella casistica ortopedica, ma era la prima volta che quanto mi stava capitando non ero andato in qualche modo a cercarmelo. E questo cambia completamente la prospettiva da cui si guarda alle cose, e le dimensioni che esse assumono.

È iniziato tutto quasi un anno fa. Una violentissima infiammazione mi ha scombussolato all’improvviso, senza alcun segnale premonitore, tutte le funzioni del basso torace, procurandomi dolori lancinanti. Già al primo tentativo di intervenire le cose si son messe male. Dopo otto ore vanamente spese in attesa di essere visitato in un pronto soccorso son tornato a casa (si era nel pieno della seconda ondata di Covid), solo per attendere poi altri tre giorni prima di essere visto in un ambulatorio urologico. Tamponata bene o male l’urgenza, è comincia una sequela di visite, analisi, esami che hanno portato tutti alla stessa conclusione: c’era un forte disordine nell’area prostatica, ma soprattutto è saltato fuori un ospite indesiderato. L’identificazione dell’ospite è slittata parecchio, perché nel frattempo è arrivata l’estate, l’esame bioptico che dovevo effettuare è un po’ particolare e necessitava di strumentazione e personale specialistico, io poi mi sentivo benissimo e tendevo a procrastinare gli accertamenti; fino a quando un giorno sono crollato, non mi reggevo in piedi, il cuore saltava come un grillo: per fortuna ho potuto fare affidamento su due amici medici, che mi hanno diagnosticato immediatamente un disturbo cardiaco con scompensi di vario tipo.

Ora, entrambe le patologie da cui sono afflitto di per sé non sono particolarmente gravi. Appena ci finisci dentro scopri che una buona metà delle persone che conosci, soprattutto dei tuoi coetanei, soffre di una delle due. Ti chiedi persino come mai tu sia stato fino a quel momento escluso dal Club. È un po’ più grave la loro concomitanza, perché oltre a indebolire le difese naturali complica le pratiche terapeutiche. Ma insomma, uno storce un po’ la bocca, impara a girare col pastigliario appresso, sa di non poter forzare certi limiti e si adegua. Il problema serio arriva quando l’esame istologico ti dice che l’ospite indesiderato è anche particolarmente cattivo, per cui potrebbe improvvisamente arrabbiarsi e creare situazioni ben più serie. È necessario un intervento radicale. Solo che a questo punto siamo già alla metà di ottobre, gli ospedali sono in affanno per la terza ondata Covid, l’intervento non può essere eseguito prima di gennaio.

Attimi di legittimo sconforto 03E infatti. Vengo convocato per lunedì 21 gennaio. Una settimana prima sono sottoposto a un prericovero, con analisi, prelievi, rilevamento di tutti i parametri vitali, radiografia toracica, storia medica, ipotesi terapeutiche successive, ecc. L’antivigilia del ricovero è d’obbligo la procedura anticovid: tampone e altra radiografia polmonare (quella della settimana precedente non è più considerata valida). La domenica della vigilia, nel primo pomeriggio, sono pronto ad entrare in ospedale con la mia valigia piena di libri, di agende e di penne, quando un messaggio del ministero della salute mi avvisa che il mio green pass non è più valido, essendo io risultato positivo al tampone. Quindi salta naturalmente anche l’intervento. Telefono in ospedale, mi dicono che già lo sapevano, obietto che avrebbero potuto informarmi, ribattono che quello non era compito loro, ma del ministero. Scatta la quarantena. Per sei giorni rimango chiuso in casa a Lerma, mai stato meglio in vita mia. Al settimo, nuovo tampone: che risulta negativo, cosa che comunico all’ospedale, da dove mi informano però che essendo saltato il turno dovrò attendere il prossimo. Quando, non si sa.

Trascorre dunque più di un altro mese. Nel frattempo mi sottopongo per curiosità a due altri tamponi, di quelli che rilevano l’avvenuto contatto o meno con soggetti Covid. Sembra non abbia incrociato il virus nemmeno di lontano.

Mi richiamano alla fine di febbraio. Nuova trafila di colloqui, analisi e prelievi, nuovo tampone e nuova radiografia polmonare. La radiologa mi riconosce, ormai sono di casa, chiacchieriamo anche un po’. La domenica, dopo una mattinata di mercatino, mi ricovero. L’ospedale è quasi deserto, atmosfera molto soft e un po’ irreale. Due infermiere e una dottoressa che si dedicano totalmente a me, colloqui, parametri, depilazione quasi integrale, un po’ fastidiosa nelle parti intime. Alla fine sono liscio come una statua greca, ma del periodo ellenistico: soprattutto sono perfettamente rilassato, persino un po’ curioso di quali saranno gli effetti dell’anestesia, essendo previsto per l’intervento un tempo piuttosto lungo, tra le cinque e le sette ore.

Per il momento sono destinato a non saperlo. Alle diciannove la dottoressa viene ad avvertirmi con evidente imbarazzo che si è verificato un guasto al robot col quale avrei dovuto essere operato, e quindi salta nuovamente tutto. Mi rivesto in fretta e torno a casa. Ormai provo una sensazione di imbarazzo, quasi di vergogna, a comunicare nei giorni successivi quanto è accaduto agli amici che chiamano per informarsi del mio stato: come fosse colpa mia, come mi fossi inventato tutto. E in effetti, mentre la prima volta esprimevano il loro stupito rammarico, adesso sento anche via cavo che la prima reazione è un sorriso incredulo, e solo dopo arrivano l’indignazione e il sostegno. Lo sento perché so che reagirei io stesso così.

Questa volta la riconvocazione arriva più celermente. Due sole settimane. ennesimo prericovero, ormai quasi solo formale, perché anche loro si vergognano un po’. Ma al protocollo anticovid non si sfugge. Altro tampone, altra radiografia al torace, la quarta in neanche due mesi. L’addetta mi saluta con entusiasmo, e dopo i convenevoli rituali mi chiede se avverto qualche conseguenza. Le dico che sono solo fosforescente la notte. Risponde che passerà.

Domenica 13, nel pomeriggio, secondo ricovero. Negli ultimi quindici giorni l’atmosfera è molto cambiata. Il reparto è pieno, tutte le camere, che ospitano ognuna tre letti, sono occupate. Vengo poi a sapere che sono ospitati qui anche pazienti di altre divisioni. Evidentemente, mentre ci ripetiamo che va tutto bene e aboliamo anche le ultime elementari restrizioni alla nostra preziosa “libertà”, la situazione dei posti letto sta precipitando. Prevedo che ad ottobre saremo nuovamente nelle condizioni dei due autunni precedenti.

Vengo sistemato in una camera occupata per il momento da un solo altro paziente, più anziano di me, già operato e degente da tre o quattro giorni. Non è un chiacchierone, anzi, proprio non parla, e la cosa non mi spiace affatto. Ho portato la mia solita scorta di libri, ma mi accorgo subito che non è ambiente propizio alla lettura, almeno per adesso. Quando mi affaccio in corridoio incrocio gli operati dei giorni precedenti, deambulanti dalla camera ai servizi con movimenti lentissimi, coperti dalla vita in giù da un lungo lenzuolo bianco allacciato alla meglio sui fianchi, a mo’ di pareo. Di sotto il lenzuolo escono tubi e tubicini che finiscono in sacche trasparenti, sorrette a mano o appese ad un trespolo. Immagini tra psicanalisi e surrealismo, come in “Io ti salverò”.

Attimi di legittimo sconforto 04Del giorno successivo, quello dell’intervento, ricordo poco. Mi hanno addormentato alle otto del mattino, mi sono risvegliato, credo, verso le diciassette, con una cauta sensazione di benessere, nessun dolore: quando ho realizzato non mi pareva vero di averla sfangata così.

E infatti. Il giorno successivo reggo senza antidolorifici , ma sono molto più agitato e sensibile. Il problema è anche che durante la notte è quasi impossibile dormire: come si spengono le luci nei corridoi si accende in ogni camera quella che dovrebbe essere l’illuminazione “di sicurezza”. Purtroppo è posta a mezzo metro da terra e brilla ad un metro o poco più dai miei occhi. Non bastasse questo, ci sono rumori continui, carrelli che vanno e vengono, campanelli suonati dai pazienti ogni due o tre minuti, infermieri che chiacchierano ad alta voce. La seconda notte è dunque infernale, e il giorno successivo procede sulla falsariga di quello precedente. Nessuna voglia di leggere, meno che mai di scrivere o di fare qualsiasi altra cosa. Nessun dolore acuto, ma un malessere profondo, diffuso.

L’imperativo categorico per l’operato di prostata è il ripristino il più veloce possibile della funzione deiettiva: la domanda più ricorrente che i dottori ti pongono è: sei andato di corpo? Hai almeno fatto aria? E se dopo tre giorni di aria non se ne parla ancora ti senti persino un po’ colpevole, poco diligente, e arrivi a mentire: beh, si, un pochino.

Chi non ha bisogno di mentire è il mio compagno di camera. La seconda notte di degenza l’ho vissuta come fossi a Kiev. Un bombardamento ininterrotto.

Mi scuso di parlare di queste cose, ma è ciò di cui si parla in ospedale in queste occasioni. E credo che lo stesso ritegno che vorrebbe indurmi adesso a lasciar perdere l’argomento agisca come remora psicologica al cercare la “liberazione” naturale. L’ho notato ad esempio nel terzo compagno di camera, associato a noi dopo due notti. Un ragazzone affetto da emiplegia totale destra, che deambulava con difficoltà e aveva l’uso di una sola mano, ma era arrivato in ospedale da solo, e non ha ricevuto alcuna visita nei giorni nei quali siamo rimasti assieme. Ciò per sua espressa volontà. Era determinato a non arrecare il minimo disturbo ai suoi familiari ma anche a tutto il personale sanitario, e a noi stessi, si scusava per ogni sia pur minima e legittima richiesta, apriva bocca solo se interrogato. Nel suo concetto di comportamento in pubblico non rientrava, evidentemente, nemmeno il cannoneggiamento a tappeto. La cosa mi ha colpito.

Come lui infatti ho ricevuto, e mi sono anche autoimposto, una educazione molto ottocentesca, perbenistica, borghese, chiamiamola un po’ come vogliamo, che prevedeva comportamenti il meno possibile invasivi della fisicità e degli spazi altrui, dai quali erano quindi escluse le manifestazioni “volgari”, dal tono di voce troppo forte fino al rutto o alla scorreggia. Quando queste ultime sono entrate di prepotenza, nel corso degli anni sessanta, nel cinema e nella letteratura ho avuto l’impressione che stessero crollando le mura di Gog e Magog, quelle barriere di decenza che bene o male avevano sino ad allora fatto argine all’irruzione dei barbari. Quella sensazione la conservo tuttora.

E tuttavia, pochi giorni di degenza in una corsia ospedaliera, soprattutto se sono giorni nei quali le parti meno “nobili” del tuo corpo e le loro attività sono costantemente al centro dell’attenzione, e medici e infermieri le trattano con una disarmante naturalezza, impongono di rivedere i criteri della “decenza”. Quando è in atto una lotta per la sopravvivenza, tutto va trattato e difeso allo stesso modo: magari senza rinnegare però l’esistenza di un confine, oltre il quale si scade dalla necessità alla volgarità.

Il quarto giorno percepisco aria di maretta sin dal primissimo mattino. Alle cinque le infermiere discutono, ad un passo dalla nostra porta, di turni intensificati e in qualche caso addirittura raddoppiati. La prima vasca giornaliera nel corridoio conferma che il pomeriggio precedente c’è stata una serie di nuovi ingressi. Non sono profughi ucraini, ma pazienti che come me avevano visto slittare il loro intervento, e che si cerca ora di recuperare, stanti i nuovi chiari di luna che si prospettano. Alle sette e mezza i letti-barella per il trasporto in sala operatoria, in attesa presso le porte delle camere, si sono moltiplicati.

Finisce che durante il giro di controllo di metà mattinata la mia dottoressa mi fa notare che in fondo, per come procede, potrei continuare senza troppi problemi la degenza tra le mura domestiche. Sono d’accordo, non vedo anzi l’ora, ma francamente non mi aspettavo una proposta così immediata: intende dire a partire già da oggi.

È così che a metà pomeriggio esco dal reparto, più o meno rivestito, con i tubi e le sacche nascosti dentro il giaccone e sotto i pantaloni, con il foglio della dimissione che mi spiega cosa dovrò fare per qualche giorno e mi convoca nuovamente per l’inizio della prossima settimana. È avvenuto praticamente tutto come in sogno, mi sono riscosso dal torpore che mi stava pian piano invadendo, ho convocato Mara a ritirare libri, pigiami, ciabatte e magliette da lavare, ho dimenticato i dolori residui. Il primo contatto con l’aria fresca esterna, all’uscita in via Venezia, mi euforizza.

Per il momento funziona. So bene che la fase impegnativa arriva adesso, che il recupero sarà lungo e che non devo aspettarmi di tornare meglio di prima. Ma almeno ho nuovamente voglia di fare, e l’aver buttato giù così sollecitamente queste righe lo dimostra.

Ora ci starebbero anche alcune osservazioni sulla divisione dei ruoli in un reparto sanitario, su come interagiscono diversamente con i pazienti dottori e dottoresse, su come un breve ricovero sia sufficiente a farti capire quanto lavorano, e in quali condizioni, sull’evidenza lampante che tutto ciò che gira attorno al mondo della medicina, forniture, appalti, ecc, a partire da quelli per le mense fino ad arrivare all’arredo, è gestito, quando va bene, da incompetenti.

Ma non esageriamo. Il segno di vita l’ho dato. Devo solo aggiungere, perché non si equivochi su quanto ho raccontato sopra, che sono sinceramente grato a tutto il personale medico e paramedico che si è occupato di me. Hanno fatto davvero tutti del loro meglio, e questo mi ha aiutato non solo ad affrontare serenamente la situazione, ma anche a sperare in qualcosa che va oltre questa particolare contingenza. Siamo senz’altro una civiltà in crisi, di valori, di ideali, di sogni: ma fino a quando la maggior parte delle persone continuerà, fosse pure per semplice senso del dovere, a svolgere il proprio lavoro con questo livello di professionalità, non abbiamo alibi per tirarci indietro quando tocchi a noi fare la nostra parte. Non ho ancora ben realizzato quale sarà la mia, se ne avrò una, perché uscirò senz’altro da questa vicenda molto “ridimensionato”, sia fisicamente che psicologicamente: ma per certo non ho nessunissima tentazione di mollare.

Tutto questo è banale? Senza dubbio: ma sapeste come cambia la percezione di ciò che è banale e di ciò che non lo è, a seconda che si guardi stando dritti in piedi o distesi su un lettino operatorio!

Attimi di legittimo sconforto 05

Primavere perdute

(e un solo lungo inverno)

di Paolo Repetto, 9 aprile 2021

I remake sono già insopportabili al cinema, figuriamoci quando a riproporsi tale e quale è una realtà come quella della clausura coatta. In queste prime giornate d’aprile, infatti, quanto a numeri dei contagi e dei decessi, e a conseguenti restrizioni, siamo esattamente nella condizione di un anno fa. E andrebbe addirittura peggio, se terapie più mirate non contenessero bene o male le dimensioni della strage.

A non essere più lo stesso è invece lo stato d’animo col quale affrontiamo la pandemia. Forse siamo meno spaventati. Ma se avvertiamo una pressione minore è solo perché ci stiamo abituando, e se prendiamo le regole meno alla lettera è perché in realtà abbiamo introiettato e troviamo naturali le precauzioni elementari (parlo delle persone normali, naturalmente: gli idioti non fanno testo, anche se fanno danni). Soprattutto, la speranza che ci sorreggeva la primavera scorsa, per cui l’estate avrebbe posto fine all’incubo, quella è totalmente svanita. Adesso sappiamo che con la pandemia dovremo convivere ancora per molto, cosa che per quelli della mia età significa per sempre. Nemmeno i vaccini riescono a rischiarare il futuro (ultimamente lo hanno reso anzi ancora più cupo: perché non ci sono, o perché quelli che ci sono non sembrano funzionare granché).

Abbiamo una sola certezza: che nulla sarà più come prima. E dato che già prima avevamo un’idea molto confusa di come le cose andassero veramente, tendiamo a mitizzare quel recentissimo passato, a ricordarlo come un’età dell’oro. Non è solo frutto di una deformazione prospettica: in effetti, paragonata alla situazione che stiamo vivendo, quella di un anno e mezzo fa appare paradisiaca. Se allora navigavamo in acque poco tranquille, oggi siamo proprio in balia della tempesta. Stiamo perdendo d’un colpo tutte le sicurezze che secoli di “progresso” sembravano averci garantito.

Ora, a livello individuale questo sconquasso viene naturalmente vissuto in maniere molto diverse, a seconda delle condizioni oggettive, anagrafiche, di salute, di lavoro, di famiglia, o di ciò che effettivamente si è perduto: ma intervengono poi anche le differenti disposizioni caratteriali, per cui ciascuno è portato a leggere la situazione da un suo particolare angolo prospettico. E dato che ritengo abbia poco senso tentare sintesi di ampio respiro rispetto alla condizione nuova in cui siamo venuti a trovarci, e meno che mai azzardare dei bilanci, vorrei parlare proprio di questi atteggiamenti individuali. Nella fattispecie, come al solito, del mio: per cui è facile che ripeta cose già scritte in questi mesi. Ma lo metto in conto ad una sclerotizzazione tipica dell’età, e anche al fatto che d’altro non c’è in fondo molto da dire.

Allora, pur rimanendo consapevole che delle mie sensazioni e della mia attitudine non può fregare di meno a nessuno, provo a fare mente locale sulla particolarissima percezione che ho della tragedia e dei suoi anche più banali risvolti quotidiani: non fosse altro che per conservarne un po’ di memoria per i tempi in cui l’emergenza sarà alle spalle (sempre che arrivi a vederli), quando ciò che oggi mi sembra intollerabile sarà diventato normale: oppure per confrontare, già da subito, la mia percezione con quella altrui. Penso che non sarebbe male se un’operazione del genere la facessero tutti: aiuterebbe a mitigare i possibili (e molto probabili) eccessi di entusiasmo, e ad evitare di ripetere almeno un po’ degli errori che la pandemia ha messo drammaticamente in luce.

Partiamo dunque da ciò che sento di aver perso, iniziando dalle cose più serie, da quelle che non sono legate a semplici mie impressioni.

Primavere perdute 02

Ho (abbiamo) perso, ad oggi, quasi centoventimila vite. Questo dato tendiamo a rimuoverlo. È troppo grande, ci spaventa e non riusciamo a visualizzarlo. Oppure lo stemperiamo, dicendoci che si tratta delle vite di persone molto anziane (anche se non è vero). Siamo ridotti a pensare che a breve sarebbero comunque morte, e che in fondo avevano già vissuto una buona fetta di esistenza: cercando, o fingendo, di dimenticare che tutti moriremo comunque, prima o poi, e che in genere nessuno ha voglia che sia prima, o pensa di avere già vissuto più che a sufficienza. Non voglio fare il menagramo e pronunciare degli infausti memento mori, e nemmeno sono motivato dal fatto che tra gli anziani di medio periodo rientro ormai anch’io. Constato semplicemente che di fronte a certe cifre, che in tempi normali parrebbero spaventose, abbiamo maturato una quasi indifferente assuefazione. Io stesso, che pure da questa ecatombe continuo ad essere particolarmente turbato, non riesco ad andare molto oltre il dato numerico.

D’altro canto, è naturale che riusciamo a visualizzare solo le perdite prossime. E, come quasi tutti, ne ho anch’io di molto personali da piangere. Amici della mia generazione o più giovani di me, persone con le quali sino a dieci giorni prima facevo progetti. Nella mia percezione di queste perdite ha avuto un rilievo fortissimo l’assenza dei funerali. Loro sono stati defraudati del diritto ultimo che rimane a un defunto, quello di essere salutato dagli amici, e io sono stato defraudato di quello di salutarli. Può sembrare assurdo, ma se sto poco alla volta abituandomi alla loro scomparsa, non ho accettato affatto l’impossibilità di salutarli un’ultima volta. È come se le loro anime non potessero essere pacificate fino a quando in qualche modo non avrò dato loro un addio decente.

Queste perdite hanno cancellato molte consuetudini che avevo ritualizzato: le conversazioni davanti al caminetto o attorno alla tavola, le lunghe passeggiate urbane, il ritrovo ai mercatini o alle mostre, il semplice piacere di condividere in una telefonata scoperte, letture, aneddoti. Mi sono venuti meno dunque un sacco di riferimenti fissi, e lo dico sommessamente, consapevole che c’è chi con queste scomparse ha perso molto di più.

La sfera nella quale il Covid ha pesato maggiormente, anche quando non in maniera così brutale, è appunto quella delle amicizie. L’amicizia può esistere (e resistere) anche a distanza, ma si tratta di casi eccezionali. Di norma è legata alla possibilità di una consuetudine diretta. Mi riferisco al bisogno fisico e psicologico di vedere determinate persone, di portare avanti colloqui fatti a volte anche di poco o nulla, addirittura di silenzi, che riescono in presenza a loro modo eloquenti, del conforto difficilmente rappresentabile che danno certe prossimità. La clausura non mi ha fatto perdere delle amicizie, ma certamente me le ha fatte riconsiderare. Mi ha consentito di capire quali erano interinali e quali a tempo indeterminato, e il criterio di valutazione, se di criteri si può parlare rispetto ad un’amicizia, è stato proprio il bisogno della presenza fisica, di concertare o immaginare o fare cose assieme. Ricordo che nella prima fase pandemica si celebrava il soccorso arrecato dai social, dalle reti virtuali: ma non c’è voluto molto per rendersi conto di quanto questo surrogato sia fragile, insipido ed evanescente.

Anche le restrizioni negli spostamenti e negli incontri hanno naturalmente ridimensionato, in qualche caso azzerato, le vecchie abitudini. Per quanto abbia interpretato i divieti in maniera piuttosto permissiva, improntata al buon senso piuttosto che alla lettera (non è stato difficile, vista l’incredibile confusione delle normative che si sono succedute), ho forzatamente diradato o annullato riunioni conviviali, escursioni di gruppo, conferenze e occasioni svariate di incontro e di scambio: tutte le cose attorno alle quali, sia pure in maniera molto improvvisata e aperta, era ormai organizzata da qualche anno la mia vita. Mi mancano particolarmente i seminari di storia delle idee, perché in fondo erano la naturale prosecuzione di una attività didattica svolta per tutta la vita, con in più il piacere del confronto alla pari, della libertà assoluta nella scelta dei temi e nei modi della loro trattazione, ma soprattutto perché erano una miniera di stimoli e arricchivano senz’altro più me che non i miei uditori. Ho preferito non proseguire quelle attività on-line, da remoto, perché sono convinto che il loro vero valore risieda nell’empatia comunicativa che solo può crearsi in presenza, che si trasmette attraverso l’immediatezza sincera dei gesti, delle posture, degli sguardi.

Ciò nonostante ho continuato per tutto questo ultimo anno a immaginare argomenti per le future conversazioni, a concepire per ogni nuova suggestione la forma di una trattazione colloquiale, come facevo prima: ma riesce difficile quando non c’è una destinazione precisa, una scadenza da rispettare. E anche il mettere le cose per iscritto è un impoverimento, rispetto a quello che può emergere nel corso di una esposizione orale. Platone lo aveva già ben chiaro duemila e passa anni fa, quando negava alla scrittura una vera capacità maieutica. Insomma: avverto ancora più pesante la sensazione di aver accumulato tante cose delle quali vorrei fare partecipi altri, e che invece sembrano destinate all’inutilità.

Diversa è la situazione riguardo ai viaggi e agli spostamenti. A mancarmi, in questo caso, è piuttosto la possibilità di immaginarli, di programmarli, che non la loro concreta realizzazione. Si tratti di viaggi veri e propri o di semplici scappate di giornata, mi rendo conto che per me il motivo maggiore di piacere era l’idea di poterlo fare. Di decidere, prendere su e andare. Dopo una lunga stasi avevo ricominciato a sentir prudere le gambe, forse nell’inconfessata consapevolezza che i tempi per permettermi queste cose (così come tutte le altre) stringono: ora, costretto al tapis roulant fisico e mentale, sento già affievolirsi le forze e la voglia.

Tutto questo ha però niente a che vedere con il senso di soffocamento che sembra rendere impossibile la vita a buona parte dei miei connazionali (chissà come si sentirebbero se vivessero in Cina). Il fatto di non essere totalmente libero di muovermi o di incontrare gli amici non lo considero un attentato alla mia libertà. Penso al contrario che non dovremmo nemmeno aspettare che siano altri ad imporci delle limitazioni, dovremmo arrivarci per conto nostro. Questa è la vera libertà: essere consapevoli del rischio, per la salute nostra e per quella degli altri, che questi movimenti e questi incontri possono comportare. La libertà è coscienza del dovere, solo alla quale consegue legittimamente la rivendicazione del diritto: e dal momento che il mio primo dovere è di non recare danno a nessuno, l’espressione massima della libertà è proprio questa, sapere e potere agire in modo da non nuocere.

Quella che percepisco di meno, e la cosa può apparire paradossale, perché ho piena consapevolezza del disastro che si profila, è il disagio economico. Non è questione di miope egoismo: come pensionato godo per il momento di una situazione privilegiata, ma so perfettamente che è destinata a durare ancora per poco, e che chi non è stato ancora colpito lo sarà al più presto. A furia di scostamenti il bilancio si sporgerà oltre l’orlo e finirà rovinosamente a terra, e il debito qualcuno dovrà pagarlo. Rispetto a queste cose, a differenza che nei confronti del Covid, sono vaccinato: stanti le mie origini mi sto preparando da una vita ad una evenienza del genere. Non me la auguro, ma nemmeno vivo questa prospettiva nel segno dell’angoscia: sarebbe solo il ritorno ad una condizione di precarietà che ho già conosciuto, e che ho la presunzione di saper affrontare. Il problema vero è che ho figli e nipoti, e loro a questa condizione sarebbero del tutto impreparati. Questo mi preoccupa.

Primavere perdute 03

Qualcosa ho perso anche nei confronti della scuola. Non direttamente, perché con la scuola non ho mantenuto alcun rapporto o impegno diretto. Ma indirettamente constato l’accelerazione dello smottamento attraverso coloro che la scuola la frequentano, o chi vi è ancora impegnato, e trovo che sia devastante. Continuavo a coltivare l’illusione, pur sapendo benissimo che di illusione si trattava, che un qualche evento particolare, felice o drammatico che fosse, avrebbe costretto a mettere finalmente mano a un risanamento della scuola. Parlo di risanamento, e non di rinnovamento o di riforma, perché di queste ne abbiamo avute sin troppe, una più rovinosa dell’altra. Risanare la scuola significa per me riconferirle un ruolo, un prestigio, una missione. E questo può essere fatto solo attraverso la ridefinizione di quelle che sono le sue finalità, la revisione di quelli che sono gli strumenti e le strade atti a raggiungerli, il reclutamento di operatori che sappiano davvero usare questi strumenti e percorrere queste strade. Scopi chiari, criteri di valutazione certi (degli studenti come degli insegnanti), luoghi sicuri, tempi congrui.

Sta accadendo esattamente l’opposto. L’emergenza è stata affrontata con provvedimenti uno più insensato dell’altro (i banchi a rotelle!), con decisioni prese sempre sull’onda delle pressioni mediatiche, per mostrare che qualcosa si stava facendo, senza una volta dire chiaro e tondo come stanno le cose: e cioè che la didattica a distanza non è una opportunità ma una sciagura e che le riaperture a singhiozzo avevano l’unico scopo di tacitare i genitori sfiniti. Si sono confusamente raccontate favole alla Baricco sulla “nuova intelligenza digitale”, si sono reclutati insegnanti “di supporto” con compiti sempre più espliciti di assistenza al parcheggio, ci si è riempiti la bocca di termini inglesi per mascherare la fuffa concettuale. Il risultato è che si sono persi due anni scolastici, né più né meno come se le scuole fossero rimaste chiuse, e non si è profittato di questa pausa per fare un concorso decente che sia uno o per riparare almeno le falle dei tetti degli edifici. Banchi a rotelle e piattaforme digitali. L’unico valore in crescita positiva è rimasto quello dell’analfabetismo di ritorno.

Quella che non ho perso del tutto è invece la fiducia nella scienza, anche se devo fare un bello sforzo per continuare a nutrirla. E sono tra i non molti che sanno che dietro i pagliacci esibiti in tivù c’è un sacco di gente in gamba. Figuriamoci la considerazione che possono averne tutti gli altri, coloro che nemmeno immaginano esista una realtà al di fuori di quella raccontata dal teleschermo, e attraverso quello hanno assistito al balletto delle comparsate e dei contrapposti protagonismi. La vicenda dei vaccini è emblematica. È stata ridotta ad un problema di tipo prettamente industriale, di rivalità politiche ed economiche, e a nessuno sembra minimamente interessare il percorso scientifico che sta a monte di quelle fiale. Anche in questo caso, ciò che è frutto di una conquista, di un sapere, di un modello conoscitivo che non è quello degli sciamani o dei taumaturghi ayurvedici, è percepito come qualcosa di dovuto. Si contesta la scienza, ma ci si attende e si pretende che risolva poi ogni nostro problema, e si scalpita se tarda a farlo.

Stavo per scrivere, in conclusione, che ho perso definitivamente il Futuro. In realtà non è stata una gran perdita, non lo vedevo più da un pezzo: diciamo che la pandemia mi ha aiutato a metterci definitivamente una pietra sopra. Questo significa che ho perso soprattutto la voglia, un po’ in generale tutte le voglie. Per questo non mi pesano più di tanto le restrizioni, che come dicevo ho preso con filosofia: non soffro la mancanza di libertà, ma il fatto che di questa libertà non saprei che fare, e che se anche lo sapessi non avrei più voglia di farlo. Questa primavera non ho messo a dimora nemmeno un alberello, e neppure una piantina di rose. Mi sono limitato a una svogliata manutenzione di routine, in campagna e in casa. Mi rimangono il presente e il passato. Nel primo galleggio, nel secondo sono sempre più immerso, ma senza coltivare nostalgie: cerco di rimettere ordine nei ricordi consegnati agli scaffali, e ogni tanto ne risfoglio qualcuno. Non mi chiedo più che ne sarà dopo.

Ma non è così che voglio chiudere. All’inizio ho accennato alle banalità che ci danno il senso di una cesura totale col passato, e ho finito poi per parlare solo di cose serie. Invece le percezioni piccole ci sono, arrivano da dove meno te le aspetti. Mi limito ad un esempio, per non scadere come al solito nell’aneddotica.

In questo periodo ho dovuto frequentare con una certa assiduità lo studio del mio dentista. Lì la percezione di una perdita c’è naturalmente già in partenza, e riguarda tanto il tuo portafoglio quanto la tua bocca. Ma questo valeva anche prima del Covid. Il tocco nuovo, la sfumatura significativa, l’ho conosciuta invece nella sala d’aspetto. Non c’è più una rivista. Quei dieci minuti o la mezz’ora di attesa li riempivo con una scorpacciata di informazioni che solo in quella occasione o in altre simili (studi medici, parrucchiere, ecc…) ero in grado di procurarmi. Mi aggiornavo sui prezzi delle auto con Quattroruote (anche se un po’ in ritardo, perché le riviste erano sempre vecchie di almeno sei mesi), sui modelli più raffinati di doppiette o sovrapposti con Diana o con Sentieri di caccia, ma soprattutto sul gossip, sulle ultime disavventure di Al Bano o di Emanuele Filiberto attraverso Cronaca vera o Chi. Scomparse. Ho provato a portarmi un libro ma non funziona, lì non attacca. Il piacere era nei titoli dei reportage, nelle foto, e nella serialità. Da un anno e passa ho perso totalmente di vista Al Bano: non so se sia vivo o morto, o magari cresciuto, se si sia beccato il Covid o abbia fatto outing, se sia tornato con Romina. La nebbia assoluta. E questo dà la misura della mia distanza dal mondo, spiega perché ne capisco così poco.

Ma non basta. Recentemente ho avuto occasione di seguire, senza volerlo, in un altro studio medico (mi sembra ormai di non frequentare altro), la conversazione tra due signore che come me erano in attesa. Una volta si sarebbero immerse nella lettura, al più avrebbero commentato malignamente gli ultimi amori della Hunziker o la scollatura di qualche giornalista televisiva: invece, orfane delle riviste, stavano parlando delle trame del governo, della pandemia creata ad hoc per imbrigliarci tutti, del complotto dei vaccini. Non so se siano finite sugli ebrei perché nel frattempo era arrivato il mio turno. Sono uscito traumatizzato. Ho capito che ci stavamo davvero perdendo molto più di quel che temiamo, ma che il futuro, purtroppo, non ce lo siamo affatto perso. È quello e, a dispetto della rassicurante continuità delle beghe interne al PD, è già cominciato.

Primavere perdute 04

La giusta lentezza

di Fabrizio Rinaldi, 27 marzo 2021

Da mesi non riesco ad avere un pensiero degno di essere trascritto. Senz’altro importa solo a me, ma vorrei comunque spiegarne le ragioni.

In quest’anno pandemico la mia vita lavorativa ha subito dei cambiamenti sostanziali (e purtroppo sono in buona compagnia). Prima il mio orario era flessibile. Ora per svolgere il mio ruolo devo recarmi di buon mattino dove lavoro: quindi, abitando parecchio lontano, parto nel cuore della notte e torno per cena, per stramazzare nel letto subito dopo. Tempo per strizzarmi il cervello, praticamente zero.

Per molti le conseguenze del coronavirus sono state la perdita del lavoro (loro sì che avrebbero da sbraitare, ma la protesta è sopita dalle norme di sicurezza), l’innaturale stasi (resa possibile dalla cassa integrazione, che inibisce la creatività), lo smart working (che in realtà ha ben poco di “smart”). Per altri più “fortunati” – me compreso – si è trattato di uno stravolgimento dei ritmi lavorativi e biologici, che avrà, credo, anche delle conseguenze sulla salute.

Nell’epoca in cui è imposta una vita ritirata, molti si danno al jogging per evadere dalle mura domestiche; io invece mi ritrovo a fare una vita più sedentaria di prima (casa, auto, lavoro, auto e nuovamente casa), con conseguente incremento del mal di schiena e dei trigliceridi.

Durante l’ultima donazione di sangue la dottoressa ha evidenziato un aumento di questi ultimi, conseguenza delle nuove abitudini acquisite: i manicaretti cucinati in famiglia durante i week-end, non bilanciati dalle passeggiate per portar fuori il cane (troppo brevi, occorre fare attenzione a rimanere dentro i confini comunali – abbiamo imparato che essere in zona rossa comporta anche un divieto di scollinamento), stanno producendo un accumulo di zuccheri nelle mie vene. Lo sento in particolare quando non riesco a stare al passo di mio padre, quasi ottantenne, durante la potatura degli alberi, già squassati dal peso della neve invernale.

Nel fine settimana avrei la possibilità di mettermi al computer nelle ore a me più congeniali (dalle 3.00 alle 8.00 circa, quando tutti dormono e il cane russa pure), ma mi ritrovo a leggere l’ennesimo articolo sul Covid-19 o farmi ammaliare dalle sirene dei social.

Ho difficoltà a mantenere la necessaria attenzione su un argomento. La mente è come un uccello che vola da un albero all’altro, senza riuscire a sceglierne uno dove fare il nido. Il rischio è dimenticare come farlo e a cosa serve, e svolazzare senza un perché sino a sbattere contro il parabrezza di qualche auto.

Credo che questo disturbo sia una conseguenza della forzata immersione totale nel mondo digitale, dove tutto è frenetico. Ciò che comprendo, conosco o acquisto oggi sarà obsoleto già domani, e la “verità” del giorno dopo mi induce a credere che ciò che so e ho in questo momento sia errato o superato. Tutto l’apparato col quale mi confronto pare una macchina impazzita, che viaggia in accelerazione continua e deve capitalizzare quanti più “fruitori” possibili: al di là delle formule di rito, non c’è il minimo interesse a indurre un po’ di sana riflessione, a fare mente locale su ciò che, al di là del flagello pandemico, non funziona nel nostro modo di reagire, a stimolare un vero dibattito, e non delle vetrine per politici e virologi e imbonitori. Patisco particolarmente la cosa perché ho già dei problemi di mio nel metabolizzare ciò che apprendo, mi ci devo soffermare più di altri, non so fare il passo successivo se non sono del tutto convinto di quelli già fatti. Altrimenti non avrei scritto anni fa un pezzo intitolato “Io sono lento. Prego, si regoli di conseguenza”.

Credo comunque che tutti coloro che amano davvero scrivere, sia quelli che lo sanno fare che quelli che come me ci provano, siano accomunati dalla stessa sensazione: che tutto sia già stato scritto, o comunque che altri lo abbiano già fatto meglio. E non è un grosso incentivo a battere le dita sulla tastiera.

In effetti è vero, tutto è già stato scritto, da Omero in poi. Ma Omero non era me, e il mio vissuto non è lo stesso di coloro che sono stati prima e saranno dopo di me. E allora mi basta la consapevolezza, anche se non sono uno scrittore e neppure uno che mastica bene la materia, che si può scrivere anche solo per essere più lucidamente coscienti di quanto ci accade, per fissare sulla pagina eventi o sensazioni che altrimenti scomparirebbero con lo scorrere del tempo. Si può scrivere per non dimenticare troppo in fretta, per non lasciarsi risucchiare dalla velocità della macchina.

Stanno accadendo sin troppe cose in questo periodo. Siamo testimoni di qualcosa di epocale, e ce ne accorgiamo sino ad un certo punto (com’è forse naturale che sia, peraltro). Sentiamo parlare quasi solo di virus, di vaccini, di chiusure e di ristori. Ma la nostra quotidianità sta cambiando anche al di là delle mascherine e dei divieti, cambia sotto aspetti per i quali non abbiamo forse tutta l’attenzione dovuta, e cambia senza aver modo di esercitare sulla trasformazione il minimo controllo, senza darci il tempo per orientarci minimamente rispetto alle possibili direzioni future.

Né le urgenze della realtà vissuta né l’immagine che ne danno i media aiutano a farlo. Ci nutriamo di numeri: contagi, decessi, percentuali, curve. E rientriamo nel reale solo quando, sfortunatamente, queste cifre si traducono in persone.

È il caso della presenza fra gli oltre 100 mila morti italiani per Covid 19 di Ziad Zawaideh, mio medico per 35 anni. Ha contratto il virus pochi mesi dopo essere andato in pensione, e gli si è arreso solo dopo un lungo ricovero. Ho avuto altri amici e conoscenti portati via da questo morbo, ma la sua assenza mi tocca in modo particolare. Non che fossimo amici, ma era la persona sempre sorridente che mi accoglieva durante le rare mie visite nel suo ambulatorio, e con la quale scambiavo qualche battuta sulla disarmante realtà ambientale ovadese o sulla situazione del medio orientale, da dove proveniva. Ho una gran nostalgia di quel riso benevolo e della forte stretta di mano con cui ci accomiatavamo.

Ecco, Ziad mi ha soccorso anche adesso. Il suo ricordo mi ha fatto superare il blocco nei confronti della scrittura. Davvero stanno accadendo troppe cose. Ma di alcune è un obbligo dare testimonianza. Con i tempi giusti. Con un po’ di lentezza.

Collezione di licheni bottone

Giorni da asporto

di Vittorio Righini, 16 gennaio 2021

Ieri il meteo dava sole per oggi. Ho sentito il mio amico, medico, ultra-sessantenne anche lui, entrambi appassionati di fotografia, sia analogica che digitale. Ci siamo detti: usciamo, si va su verso Cimaferle, Moretti, Bric Berton; facciamo un po’ di foto, c’è il sole, due bei palmi di neve nei prati, nei boschi gli alberi sono nudi e i torrenti neri e freddi, si ottengono belle immagini, poi ci fermiamo in una delle poche trattorie sopravvissute (alla globalizzazione, ai McDonalds, ai pub, al Covid) e dopo un lauto pranzetto torniamo a casa. Che bello potersi sedere in un piccolo caldo accogliente locale di un paesino di mezza montagna, gustare ravioli di brasato, coniglio alla ligure, una bottiglia di barbera in due. Bello. Bello, bello.

Mi sveglio e il tempo è bigio. Il mondo sembra immobile alle 8 del mattino di una domenica di dicembre. Non l’eco di un’auto, non un rumore dalla città. Realizzo, con colpevole ritardo, che siamo entrati in zona arancione. Il che significa ristoranti chiusi, bar chiusi, gente chiusa. Perché, se anche uscisse, a parte far la spesa di domenica, dove cazzo andrebbe, la gente? Scrivo al mio amico, mi dice vieni, prendi un caffè a casa mia. Mi lavo, mi vesto, e mi fermo al mio baretto; il più scassato della città, ma io vado lì e non ci sono santi. Quando entro la mia vecchia amica barista dice oggi no, si sta fuori: asporto. Asporto? si gela. La guardo. Non c’è nessuno, mi passa un pezzo di focaccia, l’acqua in un bicchiere di carta. Mangio veloce, non c’è nemmeno il giornale per scorrere i titoli. Poi, un caffè. Sempre nel bicchierino di carta. Sempre guardandosi intorno, in attesa che arrivi un dipendente dello Stato di Polizia (scusate, ho inavvertitamente invertito due parole) per farti 400 euro di multa e altrettanti alla barista per un crimine immondo come quello appena commesso. Pago e esco con l’aria di uno che voleva comprare il latte fresco ma era terminato.

Arrivo dal mio amico. Suono il campanello, niente. Guardo il cellulare, c’è un messaggio che dice: quando arrivi telefonami, sto lavorando di sotto (ma se dovevo venirti a prendere per andare via cosa cazzo stavi lavorando di sotto? m’avessi detto: sono al cesso, scusa! ah, ok, questo ci sta; oppure, vieni, faccio colazione, entra, anche questo ci sta!); lo chiamo al cellulare e mi mostra i progressi ottenuti coi suoi lavori all’interno del garage. Ora, devo riconoscere che da quando ho scoperto che si può vivere anche senza lavorare (per lavorare, intendo il concetto uniformato del lavorare), sono restio a sentir parlare di lavoro. Quando uno mi descrive ho fatto questo, ho fatto quell’altro, in genere mi dispiaccio per lui, senza capire che invece lui ne va fiero. Ecco perché con me è meglio non parlare di lavoro. È come parlarmi dell’importanza delle blatte nel ciclo mondiale della natura. Della Regola benedettina gradisco l’ora (et labora poco).

Poi mi porta di sopra, mi offre un caffè. Diamo per scontato che la giornata è andata persa, perché il tempo non accenna a migliorare. I primi dieci minuti mi ascolta, parliamo di tutto, poi lo vedo pensieroso. Sua moglie è tornata a lavorare, come un topo nel formaggio. E anche lui si sente attratto, o in colpa, non so. Si assenta, e dopo un paio di frasi del genere … d’altra parte è così… mi liquida e torna a rosicchiare il formaggio. Io mi domando: ma non dovevamo uscire? quindi, anche se non siamo usciti, non potevamo prenderci il nostro tempo? no, per me è così, non per tutti, chi sono mai io per dire cosa fare e cosa (soprattutto) non fare?

Rientro a casa e ritrovo le normali regole da rispettare: una carriola di legna per il camino, preparo tavola, cucino (queste due ultime incombenze mi piacciono). Mio figlio mi scrive un messaggio e mi dice che ieri sera l’hanno fermato (vive in Belgio) e non trovava la ricevuta della polizza dell’assicurazione. Gli fanno tre volte il palloncino. Risulta tre volte negativo (ma sarà mio figlio?). Alla fine, il poliziotto belga lo lascia andare a casa senza danni e senza curarsi della polizza apparentemente scaduta. Per non dimenticare, verifico gli assegni e constato di aver pagato regolarmente. Poi scrivo una mail alla mia assicurazione, che la leggerà domani, e chiedo gentilmente di ricevere una copia scansionata da inviargli.

Bene, penserete voi, è tutto finito, il problema è risolto. No, non è tutto finito. Mia moglie scatena una caccia al certificato di polizza, una ricerca che ci coinvolge, sgombriamo anche la gattona dal divano nel caso il foglio si fosse infilato sotto un cuscino. Mi chiedo perché. Perché? se hai un problema e non hai la soluzione, perché ti preoccupi? ma se hai un problema e hai la soluzione, perché ti preoccupi? così scrivono i cinesi.

Nel mentre mi scrive Paolo, al quale avevo detto che leggendo Lhasa di Hopkirk, che mi ha appena imprestato, avevo trovato quel riferimento a Savage Landor che lui ricordava ma non collocava. Ora ricorda il fatto, si lamenta del tempo che passa e della testa sempre più insicura. E mi scrive una frase che dà l’avvio a questo mio sfogo: soffro a non poter fare quasi nulla, ma soffro ancor più pensando che anche se potessi non saprei cosa fare, e che anche se lo sapessi non avrei voglia di farlo.

Allora mi scatta la rabbia: siamo gente libera? o siamo un branco di pecore in balia di lupi affamati? (considero i lupi uno degli animali più belli e intelligenti in natura, mi scuso con loro se li paragono a chi pretende di dirigere la nostra vita). Ai tempi del colera si stava peggio di ora? non lo so, non c’ero, ma almeno avevi delle certezze; della morte, per esempio. Ora non hai nemmeno la certezza del vaccino, per non parlare della cura. Oberati da vomitevoli forme di informazione a mezzo tv, whatsapp, giornali (Trump? facile prendersela con lui; con un po’ di buonsenso, si era capito fin da subito che era uno instabile di mente, quattro anni c’ha messo la Pelosi per definirlo così. Ma se un branco di idioti ha invaso il Parlamento USA è perché la stupidità, la volgarità, l’ignoranza, la violenza, il razzismo viaggiano sui social: facebook, twitter, instagram. Cancellano Trump? beh, comodo salire sul carro del vincitore e poi tenere aperti i profili dei leader iraniani, turchi, egiziani, etc. etc.). Non c’è più niente di vero, non c’è più nulla di serio, tutto è una bufala, tutto è una fake news, dal non fare il vaccino perché un team di scienziati irlandesi ne denuncia il pericolo (chi?), a un branco di parlatori televisivi tutti autorizzati dalle più alte cariche dello Stato a parlare di Covid, quasi tutti con laurea in medicina biologia, virologi e scienziati, tuttologi e arrivisti, che ci inoculano, una dopo l’altro, catastrofiche predizioni tipo Nostradamus col mal di denti, tutti pronti a terrorizzare, nessuno a dire… a dire cosa?

Beh, per esempio: ora, noi tuttologi, pubblicheremo un elenco completo dei morti di Covid; indicheremo età, patologie pregresse e in corso prima di morire (ci sono le cartelle cliniche per quello) e faremo un report preciso, per vedere quanti sono morti DI Covid e quanti sono morti COL Covid; poi, scopriremo perché molti medici di base, all’insorgere di dubbi su un paziente, invece di prescrivergli dell’eparina, utile a proteggere da trombi e fluidificare il sangue, prescrivevano tachipirina. Due poveri semplici medici di Pavia, lo ricordo bene, nella primavera 2020 furono lapidati verbalmente da uno dei Santoni Televisivi solo perché avevano detto che da quando usavano l’eparina avevano visto i casi di morte scendere a zero. Poi, noi tuttologi indagheremo sul perché uno dei nostri più stimati colleghi, Burioni, prima dice: possibilità che il virus arrivi in Italia dalla Cina? pari a zero… poi diventa uno dei numi tutelari televisivi. E perché Report dedica un’ora di programma (ricco di allarmanti accuse e sospetti) al Commissario Straordinario Arcuri e ai suoi maneggi con le mascherine cinesi? Ma, soprattutto, perché queste decisioni di chiudere a determinati orari, di non far più lavorare i ristoranti, i bar, e molti altri settori (dopo che gli hai fatto spendere migliaia di euro per sanificare in primavera)? Infine, perché si manda una economia e una società a puttane in questo modo? Non ne usciremo più, molti economicamente, molti psicologicamente. Le file davanti alle mense per i poveri nei vicoli di Napoli e altre grandi città, di persone che una volta avevano un reddito e anche contribuivano ai redditi delle famiglie dei loro collaboratori, mi hanno ulteriormente intristito. Io sono fortunato, davvero tanto fortunato.

Ormai siamo segnati, abbiamo un marchio sul polso, una croce, un simbolo, un numero. Siamo i rovinati del 2020. E loro discutono: Renzi rientra, no Renzi esce del tutto. Beh, direte voi, tu parli ma non sai cosa significa il Covid. Eh no, modestamente io il Covid lo nacqui… nel senso che l’ho fatto io, mio figlio, mia figlia. Per loro è stata una passeggiata, hanno trent’anni, io sessantacinque, è stata abbastanza dura ma non sono finito in ospedale, e ora sto abbastanza bene. Vivo in un’ambiente contiguo alla Sanità, e mi permetto di dire la mia: ci sono solo 5 strade da percorrere:

  • test rapido per tutti;
  • curare con i medicinali giusti, ormai dovrebbero aver capito tutti quali sono;
  • cercare di guarire;
  • Ma, subito, non tra un mese, riaprire tutte quelle attività che stanno morendo;
  • vaccinare il maggior numero di sani.

Oggi ho preso la scheda elettorale è l’ho buttata nel camino. Scelta stupida, diranno molti di voi. Dettata dalla rabbia, giustamente direte voi. Si, mi sento stupido. Stupido e codardo, insignificante e inutile. Hanno vinto loro, ma almeno non mi avranno più come loro complice (come diceva il simpatico tenente Lo Russo in Mediterraneo, nella scena finale). Ora vado a finire di leggere Lhasa di Hopkirk; finora ha raccontato di tutti quelli che hanno fallito nel tentativo di arrivare per primi, come stranieri, a Lhasa; ma sono sicuro che, prima della fine, dovrà per forza raccontare di qualcuno che è riuscito finalmente a vedere il Palazzo del Potala…

L’insopprimibile desiderio di lanciare meet

di Fabrizio Rinaldi, 3 dicembre 2020

I pellerossa pensavano che la macchina fotografica rubasse loro l’anima.
Io credo che la videocamera rubi a noi il cervello.

Un collega dice “mi lanci un meet” e non mi sorprendo più nell’aver afferrato ciò che vuole: l’avvio di una videoconferenza con lui.

GoToMeeting, webinar, Meet, classroom, Zoom, call, Skype … Un anno fa non avrei associato ad alcuno di questi termini il giusto significato, o almeno quello che abbiamo imparato nostro malgrado a masticare (sicuramente non a comprendere fino in fondo) a causa del distanziamento fisico da pandemia.

Il Covid-19 ci ha imposto di entrare alla velocità della luce nell’era digitale e di superare un deficit di conoscenze che relegava gli italiani fra gli analfabeti informatici (oltre che in altri campi). Ha spazzato via anni di stiracchiati corsi di formazione e di aggiornamento che servivano solo ad attribuire inutili crediti agli insegnanti e a far guadagnare qualcosa a chi li organizzava, ma non miglioravano di una virgola la nostra confidenza con gli strumenti digitali. In pochi mesi abbiamo imparato invece ad usarli con una disinvoltura da veterani. Lavorare in remoto da casa e avere i figli connessi agli insegnanti e ai compagni attraverso una webcam ha imposto di acquisire sul campo competenze che in epoca pre-Covid avrebbero impiegato decenni ad affermarsi.

Tutto questo ha però comportato anche dei radicali cambiamenti nella sfera delle relazioni sociali e lavorative, tanto che vediamo messi in forse anche diritti individuali che consideravamo intoccabili. Senza colpo ferire ci stiamo assuefacendo non solo all’uso della mascherina nella nostra quotidianità, ma anche al progressivo superamento di quei confini sociali e culturali che prima delimitavano la nostra sfera privata.

Bisognerebbe capire se stiamo ancora penetrando più in profondità in quest’epoca dominata dai media e, se sì, come e quando ci fermeremo. Siamo in condizione di usare – bene o male – i programmi informatici (termine ormai obsoleto e sostituito da “app”, anche se credo che pure questo abbia fatto il suo tempo), abbiamo appreso come avviare una call, come condividere schermi, come starci davanti (personalmente no, ma questo è un altro discorso): ma le implicazioni relazionali, sociali, esperienziali ed emotive sono ben lontane dall’essere comprese a fondo.

Viaggiare in aereo non significa saperlo guidare. Noi siamo in una condizione simile: usiamo il mezzo, ma non ne sappiamo quasi nulla, poiché non è interesse di chi lo costruisce istruirci su come evitare pericoli, su come evitare un eccessivo coinvolgimento e su come usarlo al meglio. Al produttore interessa solo che se ne faccia un uso massiccio. Soprattutto importa che si diventi dipendenti dal suo specifico prodotto, per evitare la trasmigrazione verso i concorrenti, e quindi offre semplificazioni e comodità a cui difficilmente sappiamo resistere. Siamo impigliati in una rete che sembra promettere libertà, ma che in realtà ingabbia tutto il nostro pensiero.

Un esempio: mia moglie recentemente ha smarrito il cellulare mentre eravamo per castagne. Lascio immaginare quanto fosse essenziale portarselo dietro in bosco dove quasi sicuramente non c’era segnale, e dove le probabilità di scivolare e perderlo erano maggiori che quelle di trovare qualche porcino. Ma la cosa che mi fa infuriare è che sono stato proprio io a insistere affinché lo portasse. Spesso la mia ragione trasgredisce al lockdown e se ne va a spasso per i cavoli suoi.

Ho ordinato un sostituito a basso costo e Amazon ce lo ha recapitato dopo soli due giorni (non fosse mai che ritrovassimo quello perduto o tornassimo a usare il vecchio telefonino, che faceva solo quello per cui era nato: ovvero, telefonare). Purtroppo, abbiamo constatato che essendo il nuovo acquisto prodotto della nota azienda cinese invisa a Trump, non aveva la possibilità di accedere alla piattaforma stellata di Google su cui mia moglie – e io pure – aveva salvato i numeri telefonici di una marea di persone. Il rischio era di perdere quei contatti, a meno di forzare il sistema operativo ed entrarci con qualche trucco: procedura che comunque, al di là della liceità, della quale francamente in questo caso non mi fregava proprio nulla, è tutt’altro che semplice. Alla fine, per comodità e per la mia insufficiente competenza, ho rimandato indietro il cellulare e ne ho preso un altro che costava un po’ di più ma permetteva di accedere a Google, e quindi di recuperare i numeri telefonici di persone che, in realtà, lei non chiama e loro neppure.

Quindi, anziché rassegnarci ad averli persi e ricominciare pazientemente a scriverli su una vetusta agendina, come si faceva fino a quindici anni fa, abbiamo speso di più per salvare dei contatti assolutamente inutili.

La scappatella della ragione s’è protratta stavolta un altro po’, e ha prevalso la coercizione all’acquisto.

Dovrebbe consolarmi il fatto che i più si sarebbero comportati allo stesso modo, ma trovarsi in una affollata compagnia non significa necessariamente aver fatto la scelta giusta (mi si potrebbe obiettare che forse la scelta sbagliata l’avevamo già fatta prima, quando abbiamo raccolto dei recapiti telefonici come si raccolgono i ciotolini bianchi al fiume, per caricare le tasche e dimenticarsene subito: ma anche qui entriamo in un altro discorso). In realtà, tutto questo è la dimostrazione di quanto siamo vittime consenzienti di un meccanismo pervasivo e persuasivo cui è difficile sottrarsi col doveroso e sano senso critico. In fondo la fidelizzazione del cliente-consumatore è un pilastro della moderna economia. L’impero Apple di Steve Jobs ne è un esempio.

Quindi, usiamo la tecnologia, ma non ne siamo padroni. Anzi, ne siamo schiavi. È vero anche che utilizzare il treno non significa saperlo guidare, ma il mezzo informatico è decisamente più invadente di una motrice (salvo l’esser sui binari…): grazie ai dati che io stesso metto in rete, chi mi profila conosce i miei interessi, le mie passioni, i miei punti deboli, più della mia consorte.

Una breve divagazione nel passato di un quasi nerd: il mio primo computer fu un Commodore VIC 20 che collegavo al televisore catodico di casa. Praticamente stiamo parlando del paleolitico paragonato ai più economici computer o cellulari di oggi. Non si poteva fare quasi nulla, se non scrivere una sequenza di comandi in linguaggio BASIC o in DOS con cui illudermi di avere il controllo di ciò che comandavo alla macchina: una piccola soddisfazione da “nerd”, che ho poi difeso negli anni successivi cercando di stare al passo con l’evoluzione informatica e masticando i linguaggi Pascal e C+. In realtà tutto si è velocemente complicato e la presunzione di piegare il software alla mia volontà si è sgonfiata: oggi per riuscire a provare quella stessa sensazione di potere sulla macchina devi essere uno “smanettone” super-esperto.

Forse sono solo invecchiato, e non riesco ad adeguarmi alla velocità del progresso digitale, mentre i millennials padroneggiano le app come facevo io allora col BASIC: ma sono quasi certo che anche loro nell’informatica attuale abbiano margini di manovra limitatissimi. Per molti l’unico modo di assaporare la sensazione di controllo è forzare i software, usarli senza pagare diritti d’autore, inoltrarsi in un mondo dove il rischio di divenire vittima di illeciti è molto elevato. Ma mentre si illudono di forzare il sistema, ne sono anch’essi vittime.

Torniamo però al tema dal quale siamo partiti, le videoconferenze e le lezioni a distanza. Questa possibilità sta rivoluzionando, oltre che le modalità, il concetto stesso dello stare assieme per un confronto costruttivo, avvenga esso attraverso una lezione, una riunione lavorativa o un corso di cucina o di yoga.

Le ripercussioni sociali ed emotive delle interazioni attraverso le call sono già state trattate in innumerevoli siti, programmi televisivi e libri (questi ultimi presto riempiranno intere sezioni nelle librerie), ma a monte c’è una questione sulla quale non ci si sofferma a riflettere mai abbastanza: siamo le prime generazioni alle quali il sapere non è più trasmesso attraverso i libri, ma molto più spesso attraverso i media.

Che seguano i quizzoni serali o i programmi di Paolo Mieli e Piero&Alberto Angela, i filmati su Youtube o i webinar su specifici argomenti, di fatto oggi i ragazzi – e non solo loro – costruiscono il personale zaino di conoscenze su mezzi che – per loro natura – sono strumenti di imbonimento. Questi devono offrire argomentazioni semplificate con soluzioni sommarie e soddisfacenti per il maggior numero possibile di utenti (come dicevo prima, chi li gestisce ci conosce meglio delle nostre mogli ed è contrario al divorzio mediatico).

In apparenza questi mezzi riversano su chi ne fa uso una valanga di nozioni e di idee, ad una velocità nemmeno lontanamente paragonabile a quella di un testo scritto. E alla fine lo “spettatore” o il “navigatore” ha anche l’impressione che quei concetti (e le scelte conseguenti) siano frutto della sua brillante intelligenza. Vedi l’esempio del telefono …

In realtà però quasi nessuno possiede gli strumenti per valutare criticamente quanto gli viene propinato. Anche se si oppone resistenza, cercando di diversificare le fonti e facendo la tara ai messaggi, prima o poi la comodità e la velocità di accesso all’informazione hanno la meglio.

Induce alla pigrizia anche l’impressione di volatilità estrema delle conoscenze affidate ad un supporto digitale dove nulla è fisicamente evidente, ma tutto è nel “cloud”. Una “nuvola di bit” verso cui, con i cambiamenti informatici (più che quelli climatici), si ha lo spiacevole presentimento che, presto o tardi, tutto evapori.

Ciò che si sta verificando oggi, tuttavia, fa emergere i limiti di questo modello comunicativo e informativo. L’uso massiccio imposto dalla pandemia fa sì che i nuovi media comincino a perdere una parte del loro fascino (come avviene di norma per tutto ciò che appare in qualche modo imposto) e mostrino la loro debolezza sul piano empatico. Quasi tutti, a causa di esigenze lavorative o scolastiche, siamo stati coinvolti con ruoli diversi in noiose lezioni o in interminabili riunioni in remoto. E ci siamo resi conto di quanto barbosi e infruttuosi siano questi momenti, anche quando sono gestiti con la massima abilità e destrezza. Sarà questione di farci l’abitudine, ma l’impressione oggi è che tutti i “connessi” non vedano l’ora di scollegarsi per bersi un caffè. È come assistere ad una rappresentazione teatrale in televisione anziché dal vivo.

Niente di peggio, poi, che illudersi che aumentando i contenuti si ottengano risultati pari a quelli di un incontro in classe o in ufficio: in realtà è la strada più diretta per stendere gli interlocutori. La comunicazione via web vuole semplificazioni, velocità, tempi da spot, pena l’indurre alla fuga o a farsi i cavoli propri di chi non è il momentaneo protagonista.

Forse è per questo che sta maturando una sempre maggiore cura del “dettaglio tecnico” della ripresa. Gli spazi nell’angolo visivo inquadrato dalla webcam appaiono organizzati secondo regole standard: una libreria colma di testi (probabilmente intonsi): una pianta e un oggetto che riconduca all’ambito familiare; i quadri, o in alternativa i primi capolavori del figlio di due anni. La ripresa è tassativamente ad altezza occhi, in favore di luce (quest’ultima non deve arrivare dal basso, per non evidenziare le borse sotto il bulbo, che dopo la quarta call di giornata sono diventate valigie). Ci stiamo mentalmente e inconsapevolmente adattando a dei modi e ad un mondo nuovi, guidati in tutto questo dal modello televisivo (i talk condotti attraverso il multischermo), che impone, oltre che le tecniche e le scenografie, anche la sua sostanziale inconsistenza: tante voci, poche o nessuna idea, scarsissima propensione ad ascoltare le argomentazioni altrui.

Ci abitueremo? È probabile. Ma checché se ne voglia dire, avverrà al prezzo di una ulteriore disumanizzazione. Non dobbiamo illuderci che una volta cessata l’emergenza (sempre che cessi) anche sul lavoro le cose torneranno come prima. Là dove è possibile le grandi aziende e le multinazionali stanno già riorganizzandone le modalità. Vuoi mettere, i risparmi che possono essere ottenuti riducendo i costi per gli spazi, le spese per gli spostamenti, gli sprechi per i tempi morti, azzerando gli incerti delle assenze per malattia e attivando una possibilità di controllo immediato e capillare sulle attività, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo esse si svolgano?

Se poi chi lavora in queste condizioni – senza quel valore aggiunto di piccole consuetudini, la pausa caffè, lo scambio di battute o persino di pettegolezzi, i tic dei colleghi o i gesti e le posture rivelatori dello stato d’animo degli interlocutori, tutte quelle cose insomma che scaricano o abbassano la tensione e “umanizzano” il tempo lavorativo – nel giro di pochi anni si ritrova spremuto come un limone, c’è fuori una massa di disoccupati che premono, pronta a subentrargli.

E anche per quei lavori, come il mio ad esempio, per i quali il contatto, la presenza e il rapporto fisico appaiono imprescindibili, questi ultimi verranno ridotti allo strettamente necessario. Le modalità on line che anche noi stiamo sperimentando in questo periodo, così come stanno facendo tutte le scuole, sono un rimedio momentaneo, ma intanto prefigurano possibili scenari per un futuro nemmeno tanto remoto.

Non si tratta di essere tragici o di scorgere dietro tutte queste trasformazioni oscuri complotti, quando poi in realtà i primi complottisti siamo noi, che delle nuove tecnologie non sappiamo fare a meno neppure (e direi soprattutto) quando sono inutili. Si tratta di essere realisti e pragmatici nel vedere questi cambiamenti anche come un’opportunità ,e di non cercare consolazione nelle possibili benefiche ricadute in termini di inquinamento ambientale: che indubbiamente potrebbero esserci, ma a fronte di un prezzo salatissimo sul piano della salute mentale.

Per farla breve, la riflessione su quanto davvero accade nel mondo del lavoro e della scuola (ma anche in tutta la quotidianità), al di là degli entusiasmi progressisti e delle paure conservatrici, dovrebbe avventurarsi un po’ più negli abissi del suo significato. Quel che sappiamo per certo è che i vaccini in arrivo salveranno, si spera, milioni di vite, ma non garantiranno il ritorno ad una accettabile qualità. Quella dovremo cercare di garantircela noi, azzittendo ad esempio ogni tanto la televisione, arrestando il sistema o spegnendo la videocamera, e uscendo per castagne.

Ma senza cellulare, mi raccomando.

Intanto basta scrivere, lancio un meet e continuiamo lì …

Collezione di licheni bottone

Acufeni?

di Paolo Repetto, 25 novembre 2020

L’acufene non è una malattia, è un sintomo, come la febbre:
aspecifico. Può essere generato da diverse situazioni.
http://www.fondazioneveronesi.it

I domiciliari da Covid hanno almeno un lato positivo, che non è quello ottimisticamente pronosticato da molti all’inizio di tutta la faccenda, la favola delle ritrovate gioie del focolare domestico e del rinnovato rapporto tra genitori e figli o tra i coniugi (mai viste tante violenze tra le mura di casa come in questo periodo). No, sta molto più semplicemente nella forzata possibilità di perdere ogni tanto qualche ora in vagabondaggi nelle nebbie del web, e di misurare uno stato febbrile mentale collettivo che solo in parte è indotto dalla paura ossessiva e maligna ingenerata dal Covid; anzi, quest’ultima lo rende solo più immediatamente visibile.

Quando parlo di lato positivo non intendo quindi piacevole o divertente (oggi al “positivo” si associano ben altri significati); al contrario, è una esplorazione angosciante, ma che ci costringe quanto meno a prendere atto di una realtà che a dispetto del suo manifestarsi principalmente sul web è tutt’altro che virtuale. Non c’è alcuna scoperta, non rivelo niente di nuovo: è una realtà che tutti bene o male già conosciamo, e che all’occasione non manchiamo di deprecare. Ma poi la rimuoviamo immediatamente, con un moto di fastidio più che di preoccupazione, come fosse qualcosa che in fondo riguarda solo gli altri, per tanti che questi altri siano. È lo stesso atteggiamento, per intenderci, che manteniamo nei confronti dell’inquinamento ambientale: assistiamo alla crescita esponenziale del degrado, mutazioni climatiche repentine, ghiacciai che si sciolgono, acque che si acidificano o si plastificano, regioni enormi che si desertificano, come fossimo in trance, pensando tra noi e noi “non sono comunque io quello che può fare qualcosa”.

Ora, credo che fare il punto ogni tanto su questi fenomeni, che sono tra l’altro intimamente connessi, possa servire se non altro a scuoterci per un attimo dalla nostra apatia, a liquidare gli alibi che ci costruiamo e a metterci di fronte alle nostre singole responsabilità. Ciascuno potrà poi decidere se mutare qualcosa del suo comportamento, e nel caso, se farlo individualmente o cercare di agire in concerto con altri: ma se anche non deciderà nulla, non potrà almeno trincerarsi, davanti allo sguardo smarrito delle generazioni future, ma prima ancora di fronte a se stesso, dietro la scusante del “non sapevo, non mi rendevo conto”.

Dunque, parlavo di “febbre mentale”. Era un eufemismo, naturalmente. Quello di cui vado a scrivere è né più né meno che idiozia, cretinismo, stupidità, scegliete voi il termine. Ne ho già trattato ampiamente altrove (cfr. ad esempio Il mondo nelle mani degli stolti), direi addirittura che non ho fatto altro, ma sempre in termini molto generali, teorici, oppure stigmatizzando fenomeni singoli, quasi in forma di un divertissement preoccupato ma in fondo distaccato. Vorrei invece scendere un po’ più in profondità, perché anche il cretinismo, malgrado questo sembri un ossimoro, ha una sua ancestrale profondità, ha delle radici non solo sociali ma anche biologiche, e non va preso sottogamba, come un fenomeno di risulta, un effetto collaterale e solo un po’ fastidioso dell’evoluzione.  

Tra i collaboratori a questo sito c’è per fortuna chi ha conoscenze specifiche ben più ampie delle mie, e in futuri interventi proverà a spiegare in termini scientifici le origini e le motivazioni di questo tipo di comportamento.

Io per ora mi limito invece a produrre alcune pezze documentali ben precise, che ho pescato qua e là nel web. Le riporto seguendo un ordine “verticale” di rilevanza apparentemente decrescente, che induce un altro ordine “orizzontale” di collocazione, come si diceva una volta, da destra a sinistra. Posso garantire che sono frutto tutte della stessa escursione. Il percorso lungo il quale le ho attinte non era affatto preordinato, ma non può nemmeno essere considerato del tutto casuale: cercavo altro, ma se mi sono imbattuto in queste perle è appunto perché non c’è ambito al quale il cretinismo non si sia prepotentemente affacciato.

Sono notizie, ahimé, per nulla divertenti, che parlano di un istupidimento dilagante, trionfante, pericolosissimo, che andrà a toccare e già sta toccando le nostre vite in misura ben maggiore di quanto questa umana degenerazione abbia mai storicamente fatto. Sono il primo ad ammettere (e a scrivere) che da sempre, da Adamo in poi, sono state profetizzate da parte di ogni generazione sventure e apocalissi per quelle a venire: ma è pur vero che queste ultime nella maggior parte dei casi, almeno per i gruppi direttamente interessati, si sono poi verificate. E oggi però, di fronte ad un cretinismo che dispone di armi ben più potenti e incontra difese cerebrali disattivate dal bombardamento mediatico, il rischio si è davvero allargato a tutta l’umanità. È peraltro assodato che a fronte di questo tipo di contagio non si crea immunità di gregge: si crea solo il gregge.

Propongo queste cose nude e crude, così come le ho lette (citando anche la provenienza). Penso che ogni commento sia superfluo. Le lascio dunque alla vostra (spero sgomenta) riflessione, anche se già so che non potrò trattenermi dal tornarci sopra. Non sarebbe male se per una volta lo facesse anche qualcun altro.

QAnon, la teoria più amata dai complottisti americani
(Julia Carrie Wong, The Guardian, Regno Unito, 28 agosto 2020)

Per Donald Trump sono “persone che amano il nostro paese”. Per l’Fbi è una potenziale minaccia terroristica interna. E per chiunque altro abbia usato Facebook negli ultimi mesi potrebbe essere semplicemente un amico o un familiare che ha mostrato preoccupanti segnali d’interesse per il traffico di bambini messo in piedi da una “congrega” di devoti a satana o per teorie del complotto su Bill Gates e sul covid-19.

QAnon è una teoria del complotto basata sul nulla, cresciuta su internet e diventata popolare negli Stati Uniti ad agosto. Per anni i suoi adepti sono rimasti ai margini delle comunità di destra online, ma negli ultimi mesi – mentre negli Stati Uniti si diffondevano i disordini sociali e l’insicurezza dovuta alla pandemia – hanno trovato molta visibilità […].

Secondo questa teoria il mondo è governato da una congrega di celebrità di Hollywood, miliardari e democratici satanisti. Queste persone avrebbero messo in piedi un traffico di bambini e stanno cercando di allungarsi la vita usando un composto chimico preso dal sangue dei bambini vittime di abusi. I sostenitori di QAnon credono che Donald Trump stia conducendo una battaglia segreta contro questa congrega e i suoi collaboratori dello “stato profondo”, per rendere noti questi malfattori e mandarli tutti nella prigione della base statunitense di Guantanamo, a Cuba. Il presidente (che ha un ruolo fondamentale nella narrazione falsa di QAnon) si è naturalmente rifiutato di prendere le distanze: anzi, ha elogiato i sostenitori di QAnon, definendoli dei patrioti.

Esistono molte trame nella narrazione di QAnon, tutte improbabili e infondate: quella secondo cui John Kennedy, presidente assassinato nel 1963, sia in realtà ancora vivo; un’altra che accusa la famiglia Rothschild di controllare tutte le banche; oppure quella secondo cui i bambini rapiti sono venduti attraverso il sito web del rivenditore di mobili Wayfair (non è vero, ovviamente). Hillary Clinton, Barack Obama, George Soros, Bill Gates, Tom Hanks, Oprah Winfrey, la modella Chrissy Teigen e papa Francesco sono solo alcune delle persone che i sostenitori di QAnon hanno scelto come i cattivi di questa realtà alternativa.

Se tutto questo suona familiare, è perché ne abbiamo già sentito parlare. QAnon ha le sue radici in teorie del complotto esistenti, in altre relativamente nuove, e altre ancora vecchie di un millennio.

L’antecedente più recente è il cosiddetto Pizzagate, la teoria del complotto che si è diffusa durante la campagna presidenziale del 2016, quando siti d’informazione e influencer di destra hanno promosso l’idea infondata che i riferimenti al cibo e a una famosa pizzeria di Washington apparsi nelle email rubate del direttore della campagna di Clinton, John Podesta, fossero in realtà un codice cifrato che si riferiva a un traffico di bambini. Gli attacchi online hanno scatenato violenza reale contro il ristorante e i suoi dipendenti, culminati nel dicembre 2016 in una sparatoria per mano di un uomo convinto che nel locale ci fossero bambini da salvare.

Ma QAnon affonda le sue radici anche in teorie del complotto antisemite molto più antiche. L’idea di una congrega onnipotente che comanda il mondo viene direttamente dal Protocollo dei savi di Sion, un documento falso in cui viene descritto un piano segreto degli ebrei per controllare il mondo, e che è stato usato per tutto il Novecento per giustificare l’antisemitismo. Un’altra affermazione falsa dei seguaci di QAnon – l’idea che i membri della congrega estraggano dal sangue dei bambini l’adrenocromo, un composto chimico, e lo ingeriscano per allungarsi la vita – è una variante moderna di un’idea antisemitica calunniosa e vecchia di secoli relativa al sangue.

(L’articolo prosegue raccontando come è cominciata tutta questa vicenda, come funzionano le piattaforme di diffusione e a chi arrivano: “I più importanti gruppi Facebook dedicati a QAnon avevano circa duecentomila membri prima che la piattaforma li mettesse al bando, a metà agosto. Quando Twitter ha preso provvedimenti simili contro gli account QAnon a luglio, la misura ha colpito circa 150mila account […] In generale QAnon sembra essere popolare soprattutto tra gli elettori repubblicani più anziani e tra i cristiani evangelici.”,

quali strategie usano: “realizzare ‘documentari’ infarciti di disinformazione, prendere il controllo di hashtag popolari online per trasformarli in strumenti per diffondere le teorie QAnon; partecipare a comizi di Trump esibendo cartelli con su scritto Q; candidarsi alle elezioni. Una dimostrazione dell’efficacia di queste tattiche è arrivata quest’estate con la campagna #SaveTheChildren o #SaveOurChildren. Questo hashtag all’apparenza innocuo, usato in passato da ONG che lottano contro la violenza sui bambini, è stato inondato di argomenti dal forte contenuto emotivo da parte di seguaci di QAnon, con riferimenti alla più ampia narrativa del movimento”,

quanta  influenza stanno esercitando: “Media matters for America, associazione che monitora i mezzi d’informazione, ha compilato una lista di 77 candidati a seggi al congresso degli Stati Uniti che hanno dichiarato di sostenere QAnon. Una di loro, Marjorie Taylor Greene della Georgia, ha vinto le primarie repubblicane e a novembre con ogni probabilità entrerà al Congresso.”

Chi è Attila Hildmann, lo chef vegano dietro gli sfregi al museo di Berlino
(da  http://www.scattidigusto.it, 22 ottobre 2020)

Attila Hildmann, 39 anni, già star vegana dei masterchef tedeschi, è il principale indiziato per l’attacco che ha danneggiato 70 opere in tre musei di Berlino. Lo scorso 3 ottobre, qualcuno ha spruzzato una sostanza oleosa su decine di capolavori conservati nei musei. Sono stati macchiati e rovinati per sempre sarcofagi egizi, sculture, immagini di divinità greche e quadri dell’Ottocento.

Ieri, la Bild e altri mezzi d’informazione tedeschi hanno adombrato sospetti proprio su Hildmann, ricostruendo l’incredibile parabola che ha cambiato la vita del cuoco berlinese di origini turche. L’ex telechef è passato dal ruolo di amato vip dei fornelli mediatici, con una seconda carriera ben avviata da autore di bestseller culinari, a essere una bandiera dell’ultradestra.

Da quando preferisce agli show per la tv (anche americana) le piazze, da dove tenta, a suo dire, di aprire gli occhi a tutti i poveri stolti alle prese con l’epidemia globale, lo chef xenofobo, complottista, nonché negazionista del Covid-19, si è trasformato in un propagandista della spazzatura complottista sul Coronavirus. È stato lui a diffondere ai 100 mila follower del suo canale Telegram, il messaggio secondo cui il Pergamon Musem non sarebbe stato chiuso per la pandemia. Il vero motivo sarebbe la presenza all’interno del museo del “Trono di Satana”, essendo di fatto il Pergamom il “centro dei satanisti e dei criminali del Coronavirus”.

Martedì Attila Hildmann ha condiviso un link sui social che rimandava a un articolo sull’attacco ai musei. Il suo commento? “Fatto! È il trono di Baal (Satana)”.

Avevano fatto scalpore nel settembre scorso i messaggi pubblicati dal cuoco vegano ancora una volta sul suo canale Telegram. Protagonista la Cancelliera tedesca Angela Merkel, che in realtà sarebbe ebrea e a capo di “un regime sionista” che all’interno del Pergamom Museum consuma “sacrifici umani”.

Ted Huges, il poeta nella black list della British Library
(da http://www.leggo.it 22 novembre 2020)

Il celebre poeta Ted Hughes è stato aggiunto a un dossier che lo collega alla schiavitù e al colonialismo dalla British Library. Il poeta, nato in una famiglia di umili origini nello Yorkshire, è risultato essere un discendente di Nicholas Ferrar, che era coinvolto nella tratta degli schiavi circa 300 anni prima della nascita di Hughes.

Ferrar, nato nel 1592, e la sua famiglia erano “profondamente coinvolti” con la London Virginia Company, che cercava di stabilire colonie nel Nord America. La ricerca, ha riferito The Telegraph, è stata condotta per trovare prove di “connessioni con la schiavitù, profitti dalla schiavitù o dal colonialismo”.

Hughes è nato nel 1930 nel villaggio di Mytholmroyd nel West Yorkshire, dove suo padre ha lavorato come falegname prima di gestire un’edicola e una tabaccheria. Ha frequentato l’Università di Cambridge con una borsa di studio, e lì ha incontrato la sua futura moglie Sylvia Plath.

Quello di Hughes, che morì nel 1998, non è l’unico nome illustre della letteratura inglese identificato dalla British Library come beneficiario dei proventi della schiavitù attraverso parenti lontani: nella lista ci sono anche Lord Byron, Oscar Wilde e George Orwell. Tra gli intenti dell’istituzione, diventare “attivamente antirazzisti” fornendo un contesto alla memoria di personaggi storici sulla scia del movimento Black Lives Matter.

Ma il tenue legame tra Hughes e Ferrar, al quale è imparentato per parte di madre, ha suscitato l’ira tra gli esperti del grande scrittore. Il suo biografo, Sir Jonathan Bate, ha dichiarato: «È ridicolo incastrare Hughes con un legame con la tratta degli schiavi. E non è un modo utile per pensare agli scrittori. Perché diavolo giudichi la qualità del lavoro di un artista sulla base di antenati lontani?». Bate ha aggiunto che Ferrar era meglio conosciuto come sacerdote e studioso che ha fondato la comunità religiosa Little Gidding.

Il poeta romantico Lord Byron è stato aggiunto a questa lista perché il suo bisnonno era un commerciante che possedeva una tenuta a Grenada. Suo zio, attraverso il matrimonio, possedeva anche una piantagione a St Kitts.

Oscar Wilde è stato incluso a causa dell’interesse di suo zio per la tratta degli schiavi, anche se la ricerca ha rilevato che non c’erano prove che l’acclamato scrittore irlandese abbia ereditato alcun denaro attraverso la pratica.

George Orwell, che era nato Eric Blair in India, aveva un bisnonno che era un ricco proprietario di schiavi in Giamaica. Ma la Orwell Society ha specificato che il denaro era già scomparso tempo prima che Orwell nascesse.

Cosa ha detto J.K. Rowling sulle persone transgender e le donne
(www.ilpost.it 11 giugno 2020)

Mercoledì sera J.K. Rowling, notissima autrice dei libri su Harry Potter, ha pubblicato un lungo post sul suo sito per rispondere alle critiche e alle accuse di transfobia ricevute dopo alcuni suoi recenti commenti sull’identità di genere e su quello che lei definisce il “nuovo attivismo trans”, e per spiegare perché si è espressa pubblicamente su questi temi.

«Non mi piegherò di fronte a un movimento che ritengo stia facendo danni dimostrabili nel tentativo di erodere il concetto di “donna” come classe politica e biologica, offrendo protezione ai molestatori come pochi nella storia».

Ha inoltre rivelato di aver subito violenze domestiche e abusi sessuali durante il suo primo matrimonio, citando questa esperienza – insieme al suo passato di insegnante e alla sua convinzione dell’importanza della libertà di parola – come una delle ragioni a sostegno delle sue idee rispetto all’identità di genere e ai diritti delle persone trans.

Negli ultimi anni, Rowling ha più volte espresso opinioni controverse sul concetto di sesso e di identità di genere e sui diritti delle persone trans. Nel suo post ha commentato e cercato di spiegare le volte in cui era successo e ha fatto riferimento più approfonditamente all’episodio più recente, avvenuto lo scorso weekend. Sabato scorso Rowling aveva ironizzato sull’utilizzo dell’espressione “persone che hanno le mestruazioni” nel titolo di un articolo del sito Devex, che usava l’espressione per includere esplicitamente persone trans e non binarie: «Sono sicura che esistesse una parola per queste persone» ha scritto Rowling, «Aiutatemi… Danne? Done? Dumne?».

Il commento implicava una corrispondenza automatica tra le persone che hanno le mestruazioni e le donne: negando così la possibilità che esistano persone che le hanno ma non si identificano come donne (alcuni uomini trans, o persone che non si identificano in alcun genere, ad esempio), e ha generato critiche e discussioni.

Domenica Rowling ha risposto con tre nuovi tweet, affermando di «conoscere e sostenere persone transgender», ma opponendosi a «cancellare il concetto di “sesso”».

Anche questi tweet hanno ricevuto molte critiche e risposte, anche da famosi attori e attrici che avevano lavorato a film tratti dalla sua saga. Lunedì, ad esempio, l’attore Daniel Radcliffe – interprete del personaggio di Harry Potter nella serie di film tratti dai libri di Rowling – ha pubblicato una lettera in cui prendeva le distanze dalle parole di Rowling, evitando di attaccarla personalmente, e in cui esprimeva solidarietà verso le persone transgender e la volontà di “diventare un migliore alleato” (come vengono definite le persone che non appartengono alla comunità LGBTQIA+, ma condividono e sostengono le sue ragioni). Commenti simili sono stati fatti anche dagli attori Eddie Redmayne ed Emma Watson.

L’identità sessuale, oggi, viene definita in base a tre parametri: sesso, genere e orientamento sessuale. Il primo corrisponde al corpo sessuato (maschio-femmina), il secondo al senso di sé (al sentimento di appartenenza, all’identificarsi come uomo o donna a seconda di ciò che il mondo intorno riconosce come proprio dell’uomo e della donna), mentre il terzo riguarda la direzione dei propri desideri (eterosessuali-omosessuali-bisessuali, e altre categorie).

Il sistema sesso-genere-orientamento sessuale (usato oggi in tutto il mondo dalla maggior parte degli psichiatri, degli psicologi, dei sessuologi e dei sistemi giuridici) è però solo una griglia interpretativa e imperfetta della realtà, basata su rigide alternative binarie: la realtà stessa è ben più complessa e ricca di esperienze in cui i tre parametri non sono necessariamente “coerenti” tra loro. Un articolo del National Geographic riporta le esperienze di alcune persone che non rientrano perfettamente nella binarità, alcune dal punto di vista biologico, altre psicologico, più spesso un misto dei due.

La posizione di Rowling rifiuta queste posizioni e si può riassumere come segue: secondo lei esistono due sessi (maschio e femmina), che dipendono da fattori anatomici e fisici (come le mestruazioni); secondo lei, però, l’inclusione nella categoria di “donna” richiesta dalle donne trans rischierebbe di danneggiare le persone biologicamente donne.

(A scanso di equivoci, non sono un fan di Harry Potter, ma alla signora Rowling vanno naturalmente in questo caso tutta la mia stima e la mia solidarietà. Non aveva necessità di tirare in ballo gli abusi per giustificare la sua posizione. Decisamente meno, lo confesso, apprezzo l’opportunismo ipocrita di Daniel Radcliffe.

Mi si potrà inoltre obiettare che la rilevanza, in termini di pericolosità, tra i primi due casi e gli altri due che ho riportato sia molto diversa. Non ne sarei così convinto.)

Se in un giorno di ordinaria epidemia Diderot e George Romero si incontrano ​in una villa abbandonata …

di Stefano Gandolfi, 22 novembre 2020

Così ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci diè.

Accidenti, Paolo. Che “sturm und drang” ho scatenato con una innocua passeggiata rigorosamente entro i confini del comune di Alessandria (vedi “Estetica delle macerie ed etica delle rovine“), studiata su carta escursionistica 1:25000 con accurata analisi dei limiti comunali per non rischiare multe da lock-down (guai ad entrare nei comuni di Pietramarazzi o Montecastello!), dopo aver escluso brutalmente tutti i territori a ovest-sud-est della città per tragica piattezza dei suddetti e aver trovato l’unica ancora di salvezza nei primi rilievi a nord, sopra Valle San Bartolomeo, gli arcinoti viottoli e sterrati nei pressi del maneggio e del ripetitore, battutissimi da pedoni, ciclisti e cavalieri, ancor di più in questi mesi nei quali il popolo italiano si è scoperto e inventato una vocazione allo sport outdoor! E dove si può provare l’ebbrezza di arrivare a ben 250 metri di altitudine sul livello del mare e di compiere, con opportune varianti, fino a 200-250 metri di dislivello. Perché come mi hai diagnosticato magistralmente, la mia indole di trekker d’alta quota mi porta in sofferenza dopo poche centinaia di metri piatti e orizzontali e il mio debito di ossigeno trova sollievo solo in quei minimi, insignificanti saliscendi che con molta e fervida fantasia mi trasportano sulle Alpi, sulle Ande, in Himalaya, beh, anche sul Tobbio, certamente!

Dunque, una semplice passeggiata, ma con sorpresa: i ruderi di Villa Garrone, ben nascosti nella fitta boscaglia che la circonda. Tu la hai già descritta con dovizia di particolari, quindi non mi dilungo su questi dettagli. Affascinante, misteriosa, inquietante quel tanto che basta da non desiderare più di tanto di essere lì di notte (ahh, mica per paura di presenze aliene e demoniache lovecraftiane, bensì molto più pragmaticamente per le possibili presenze umane che con ogni probabilità ne fanno sede periodica di raduni e consumo di sostanze terrene). Urbex: certo, anche passione e mania fotografica, da eterno ragazzino mai adulto quale sono mia nipote Fiorenza non ha faticato granché per contagiarmi con questa “insana” bizzarria, lei molto più avanti su questo terreno con incursioni in ville abbandonate, alberghi, terme, manicomi, edifici da archeologia industriale e tutto quanto è stato abbandonato dall’uomo. Quante ore a fantasticare con lei su una folle incursione a Prypiat, l’epicentro dell’esplosione di Chernobil (siamo poco normali? va bene, ce ne faremo una ragione!).

E poi comunque Poe, Lovecraft, Matheson, la cosiddetta letteratura di serie B sull’orrido, l’ultraterreno, sulle sudicie creature striscianti che riemergono dagli inferi, e anche G. Romero col primo mitico “Zombie” nel quale, con genio e intuizione a mio avviso insuperabile individuava in un ipermercato il fulcro dell’inizio della fine del genere umano, l’ultimo avamposto di una (inutile) resistenza con i segni già avanzati della rovina, del degrado, della marcescenza del contenuto consumistico ivi contenuto.

Sono partito col botto? Certo, anche perché nulla potrei aggiungere o discutere su quanto hai saggiamente esposto in merito alle macerie e alle rovine e quasi necessariamente (ma non forzatamente) devo iniziare da un punto di osservazione diverso, da buon fotografo devo fare un’inquadratura non banale e non scontata, e forse la chiave di lettura più utile al dibattito è quella relativa all’unico aspetto che forse non hai preso in considerazione, quello della natura.

La convivenza fra naturale e artificiale, il conflitto fra uomo e ambiente, lo scontro fra tecnologia e primordialità, l’inquinamento e la devastazione del pianeta in nome della scienza, del progresso e delle sorti magnifiche e progressive del genere umano, gli effetti collaterali terribili e forse irreversibili derivanti dai comportamenti dell’attuale dominatore del mondo (intendo l’uomo rispetto agli altri animali, non l’ex-presidente U.S.A.!), il negazionismo di Trump (eccolo) sui cambiamenti climatici, il menefreghismo della Cina e dell’India, l’ipocrisia di noi poveri e ininfluenti europei che taciamo sui 500.000 morti annui per cause da inquinamento e poi ci piangiamo addosso per i morti da COVID, legittimamente e inevitabilmente, beninteso: sono Medico, non eretico né negazionista, ho totale assoluta consapevolezza della attuale tragedia ed empatia umana per le vittime dirette e indirette, non voglio sottrarre nulla a tutto questo, semmai vorrei aggiungere anche altri problemi, altre cifre, altre criticità che spesso e deliberatamente vengono ignorate.

La natura, dunque. Certo. Ma anche l’uomo, perché no, solo declinato in qualche variante minoritaria, sconfitta, sparita dalla faccia della terra ma non per questo perdente. Sconfitta non dalle armi, ma dal raffreddore, dall’influenza, dalla sifilide a loro sconosciute e quindi senza alcuna difesa immunitaria, come successo agli Inca da parte dei civilizzatori cattolici spagnoli.

Cosa c’entra tutto questo con Villa Garrone? Ci arrivo subito.

Perù, tanti anni fa, ma potrebbe essere oggi. Cuzco, l’antica capitale incaica. Una strada, apparentemente secondaria, insignificante, un muro di un vecchio edificio, niente di rilevante, sembrerebbe. Poi te la fanno vedere. Una pietra con 12 angoli. Perfettamente incastrata, con perfetti angoli retti, e incernierata con altre 12 pietre, senza chiodi, viti, calce, cemento o quant’altro. 13 pietre squadrate a mano, con precisione millimetrica a sostenere da secoli il muro di una casa. Sopravvissuta a decine e decine di terremoti, mentre gli edifici costruiti dagli spagnoli e dai loro discendenti, regolarmente, ad ogni terremoto, crollavano.

Machu-Picchu, la capitale imperiale. Resti, certo, ma ancora perfettamente integri, solidi, neppure minimamente scalfiti dai terremoti. Archi e portali costruiti con una certa inclinazione e una certa angolatura che li mettevano al riparo dai sismi più apocalittici. Progettati dai loro ingegneri, apparentemente senza alcuna conoscenza scientifica, perlomeno quelle che intendiamo noi oggi.

Ti sembro forse in contraddizione con l’assioma (ovvio, viste le premesse che ho fatto) che la natura è dannatamente superiore all’uomo in ogni sua manifestazione? No, voglio solo dire che l’uomo ha saputo costruire meraviglie e con sistemi meravigliosi, che resistono nel tempo, non immortali ma sicuramente molto longeve. Ma gli uomini che hanno saputo fare questi prodigi, sono stati sconfitti, annientati, annichiliti da altri uomini che non sanno (quasi mai) costruire case antisismiche e che disprezzano completamente il rapporto con la natura.

E sono gli uomini che attualmente hanno il dominio sociale, economico, politico, militare sul mondo. E che abbandonano i loro manufatti alla rovina. A Machu-Picchu e a Cuzco non ho mai avuto un’estasi della rovina e del declino della civiltà umana, ma sempre e solo grande ammirazione per queste civiltà passate. A Villa Garrone tocco con mano il degrado, il declino, l’incuria della nostra civiltà. Non so che farci, sicuramente non sono oggettivo e parto prevenuto, ma questa civiltà della quale volenti o nolenti facciamo parte non mi sta simpatica; troppo arrogante, troppo presuntuosa, troppo convinta che l’armamentario scientifico, tecnologico che possiede e mette in campo sia superiore ad ogni legge della natura, che possa dominarla, modificarla a proprio piacimento senza preoccuparsi delle conseguenze e dei danni che invece provoca, senza peraltro nemmeno ottenere quei risultati millantati, visto che la durata media di tutte le moderne costruzioni umane è ridicolmente inferiore a quella delle costruzioni dei nostri antenati, a ogni latitudine e longitudine.

La povera Villa Garrone è probabilmente una vittima innocente di questi mie strali, ma come tanti altri edifici analoghi diventa per me simbolo di un modo di essere, di vivere, nel quale non si dà più valore a nulla, tutto diventa superfluo, obsoleto, sostituibile, perde valore con noncuranza e perde anche quel senso di legame emotivo, psicologico con gli affetti, con le persone, con le vite stesse che sono state vissute a contatto con questi manufatti.

Tutto può essere ricostruito con facilità senza minimamente preoccuparsi del significato economico, materiale ma anche e soprattutto psicologico del passato, recente o remoto che sia. Si distrugge tutto con voluttà, con violenza, per speculazione, per guadagno, per ingordigia, per costruire oleodotti, autostrade, ferrovie, aeroporti, centri commerciali (George Romero!!!!), tutte cose che a loro volta potranno tranquillamente essere demolite per qualcos’altro. Incessantemente. Si costruisce qualunque cosa e nulla di ciò che si costruisce ha alcun riferimento, contatto, compatibilità, plausibilità di avere un rapporto con l’ambiente in cui viene edificato: e questa estraneità, non appena viene a mancare uno qualunque dei motivi per cui ha senso che rimanga funzionante, fa sì che con grande velocità vada in rovina. Un impianto sciistico dove non nevica più, una miniera da cui non conviene più estrarre minerali o carbone, un albergo dove il turismo è scomparso, un ipermercato non più frequentato perché ne hanno costruito uno nuovo a mezzo chilometro di distanza, un grattacielo perché pericolante, una piscina, un palazzetto dello sport, un cinema, un teatro, un ospedale senza soldi per assumere e pagare i dipendenti, un ecomostro in riva al mare, e potrei continuare a lungo.

E la natura, o ciò che resta di essa, se lo riprende con altrettanta velocità. Lo ingloba, lo fagocita, lo assorbe completamente in spire di vegetazione, di boscaglia che si trasforma in foresta inestricabile. E si prende la sua rivincita. Una vittoria di Pirro, senza dubbio, ma come gli anglosassoni ci hanno insegnato, ci sono anche delle sconfitte gloriose, che danno senso all’inutilità (Mallory e la “conquista” dell’Everest…).

Provo simpatia per questa natura che, non appena l’uomo manda in malora qualcosa, se lo riprende. Ammiro la velocità e l’efficienza con cui lo fa, così come gli enzimi della digestione degradano il bolo alimentare. Rimango affascinato dalla trasformazione di una entità materiale in qualcosa di completamente diverso rispetto alla sua funzione originaria, al suo scopo, alla sua utilità.

Mentre mi aggiro circospetto e con cautela sui pavimenti e sulle macerie di Villa Garrone la mia fantasia vola a immaginare cosa sarà fra dieci, fra cinquanta, fra mille anni. Non provo malinconia, semmai una sorta di eccitazione all’idea della trasformazione, del divenire, del ritorno all’entropia dell’universo, allo sbriciolamento di ogni pezzo di pietra, di legno, di cemento, dei travi, degli infissi, dei vetri, dei cavi elettrici, e al pensiero di come tutto ciò rientrerà a far parte del ciclo degli elementi primordiali della natura, molecole, particelle organiche e inorganiche, atomi. E cosa, a loro volta, diventeranno e di quale organismo vivente faranno parte fra secoli e millenni.

Sono un rinnegato? Disprezzo il genere umano del quale faccio parte? Parteggio acriticamente per la natura vedendo in essa qualcosa di benigno mentre invece sa essere spietata e crudele come e più dell’uomo? No, certo. Però la durezza della natura non è voluta, non è sadica, non è criminale. È e basta, per motivi che a noi sono e devono essere sconosciuti o che forse non esistono nemmeno, è solo il corso delle cose. Distrugge e ricostruisce, con una logica e un’armonia inconcepibile. I più grandi capolavori della natura, i vulcani, le dorsali oceaniche, le montagne che tanto amiamo, sono espressione della mostruosa forza distruttrice e ricostruttiva, quando ammiriamo le forme aggraziate, poetiche, idilliache delle Dolomiti in realtà vediamo semplicemente l’erosione, la fatale inevitabile loro dissoluzione e scomparsa, ma ne rimaniamo affascinati e non proviamo certo angoscia né struggimento, perlomeno io! Quando ho visto da vicino l’Everest e gli altri ottomila himalayani ero ben consapevole di vedere il risultato di eventi geologici di tale potenza da non poter essere compresi dalla mente umana, seppure conosciuti e spiegati dalla scienza. Il ghiacciaio del Perito Moreno che si sgretolava, cadeva nel mare con blocchi delle dimensioni di grattacieli o di portaerei non mi ha intristito né reso malinconico, se non eventualmente per quanto ci sia di intervento umano nel determinare o accentuare il corso degli eventi, i cambiamenti climatici in primis. Ma questi fenomeni di per sé non mi creano angoscia. Panta rei.

No, non rinnego il genere umano e le sue opere, semmai questo tipo di umanità che ha preso il sopravvento, questo pensiero unico del profitto, del guadagno, il Dio crescita, il “potere distruttivo del capitalismo” (sic!), gli effetti collaterali ritenuti indispensabili per il benessere economico, salvo poi cercare maldestramente di correre ai ripari per i danni sulla salute, a curare il cancro, la leucemia, le patologie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche da benessere, a giocare a guardie e ladri con la natura, a fare dei danni e poi “guardate come siamo bravi” a trovare dei rimedi che a loro volta, con un perfetto circolo vizioso, creano altri danni che richiedono ulteriori invenzioni per contrastarli; ma intanto l’economia gira, si creano i nuovi vaccini, si aspetterà la prossima epidemia per scoprire nuovamente che i comportamenti umani sono deleteri e dannosi (lasciamo stare le teorie complottiste: fin dal primo giorno dell’ epidemia continuo a sostenere che non è necessario pensare che qualcuno deliberatamente abbia creato tutto questo, è più che sufficiente la situazione ambientale, sociale di certe parti del mondo, l’antropizzazione, la promiscuità con altre specie animali in una elevatissima densità di popolazione, leggersi “Spillover” di d. Quammen che dovrebbe diventare libro di testo in tutte le scuole).

Potrei fare anch’io molte citazioni, mi limito a Tiziano Terzani e al suo struggimento per la devastante perdita di tutte le culture asiatiche spazzate via dal capitalismo e dal consumismo occidentale (aveva già capito tutto, la morte prematura perlomeno gli ha evitato l’amara consapevolezza di aver visto giusto). Questa Cina che coniuga il peggio del capitalismo ed il peggio del comunismo!, scartando come immondizia il suo immenso patrimonio culturale e quel poco che ci può essere di positivo nella civiltà occidentale, in termini di democrazia, tolleranza, rispetto dei diritti umani (ma che pena: l’Unione Europea non riesce nemmeno a farli rispettare all’Ungheria e alla Polonia, poi ci si indignava perché un po’ di anni fa il sindaco di Milano di allora aveva rifiutato la cittadinanza onoraria al Dalai Lama perché non faceva piacere al governo cinese!).

Non ne faccio una questione politica, sarebbe riduttivo, tu sai come la penso in merito, che si tratti di una posizione assolutamente trasversale che ha a che fare solo con il buon senso e con la lungimiranza del giocatore di scacchi che riesce a vedere non solo la mossa successiva, ma anche la successione di eventi fino alla sesta, settima, ottava mossa…

Certo, Villa Garrone c’azzecca poco con tutto questo sproloquio, sono sicuro che sia stata costruita con tutta la perizia, la competenza, le conoscenze del caso, con l’aspettativa di poter durare il più a lungo possibile, che potesse essere vissuta e abitata dalle generazioni successive, e mi immagino il dolore degli ultimi abitanti nell’essere costretti ad abbandonarla perché magari ne è rimasto uno solo vecchio, acciaccato e magari senza più la possibilità economica di mantenerla. Forse qualche erede esisteva pure, ma non gli interessava più perché ormai viveva in un edificio moderno e confortevole. Chi lo sa. Ma non è questo il punto.

Certo, sono affascinato da queste visioni, inquietato, stupito, ma non intristito, non provo nessuna malinconia. Vedo il corso degli eventi, il fluire del tempo, provo sollievo, come quando sono in cima a una montagna, per la consapevolezza della relatività di tutto ciò che sta sotto, della piccolezza e della precarietà della condizione umana, ma in un modo positivo, perché mi aiuta a ridimensionare e a dare la giusta dimensione e importanza alla sofferenza, al dolore, all’angoscia che sempre di più permeano l’esistenza nei pochi decenni di vita che ci vengono concessi. Penso con serenità alla transitorietà della vita, non perché la disprezzo, tutt’altro: perché la amo immensamente e voglio viverla il più intensamente possibile, ma sempre con la consapevolezza che in qualsiasi momento, qualsiasi evento può annichilire tutto. Non disprezzo quanto vi è di positivo nella scienza, sono ben contento che qualcuno mi abbia tolto il tumore dandomi un bel po’ di anni di aspettativa di vita, ma sono sempre più convinto che mi ritroverò addosso qualche altra rogna, anche peggiore, come “regalino” ed effetto collaterale di questa tecnologia alla quale siamo indissolubilmente legati e costretti ad accettare per sopravvivere.

Tornare all’età della pietra? a vivere in caverne con candele di cera o con un fuoco da mantenere sempre acceso per tenere lontane le bestie feroci? Ovvio che no. Pensare a una via di mezzo? Semplicistico, ma forse inevitabile. Smettere di chiamare Greta Thunberg “gretina”? potrebbe essere un piccolo, insignificante primo passo per l’uomo… riuscire a conciliare la necessità di sviluppo, di crescita economica, di benessere, di garantire lavoro e reddito a tutti con l’esigenza di garantire anche la salute? Non essere costretti a dare con una mano (il benessere materiale) e togliere con l’altra (il benessere fisico e mentale)? Utopistico. Forse… ma se diventasse inevitabile? Comincio a rompermi le scatole di tutti quelli che di fronte ad un discorso del genere lo troncano subito (anzi lo stroncano) con la famosa domanda retorica: “meglio morire di fame o di cancro?”. Perché il cancro si può sconfiggere, dicono. Non sempre e comunque non a costo zero (ne so qualcosa). E allora anche la fame si potrebbe sconfiggere, forse a costi minori se lo si fa con lungimiranza.

In definitiva vado a vedere e fotografare questi edifici, queste rovine, queste macerie semplicemente perché mi affascinano e le ritengo un buon soggetto fotografico, con una loro dignità artistica ed emotiva. Gli altri mille motivi per cui lo faccio li hai descritti magistralmente tu, mi identifico sicuramente in molte delle tue analisi. Ho ancora la curiosità per lo strano, l’imprevedibile, il disordinato, l’anomalo… e questo mi conforta perché la neurobiologia dice che possederla significa ancora essere giovani da un punto di vista biologico! Guardo avanti, e le rovine e le macerie del passato per qualche strano motivo mi stimolano ad un’immagine ottimistica del futuro.

Amo sempre di più la natura con tutte le sue possenti, maestose manifestazioni. Vorrei fotografare le eruzioni vulcaniche, i tornado, le tempeste, non per il gusto del catastrofico né per sentirmi onnipotente e sfidare la sorte (non ne ho più l’età da tempo!), ma solo per il fascino che provo di fronte ad eventi inconsapevoli, casuali, non voluti né creati, senza nessuna volontà di violenza, di crudeltà, di sopraffazione, di istinto sadico ed omicida. Forse per contrapposizione al fatto che nelle azioni umane tutti questi elementi sono ben presenti se non predominanti.

E allora ben venga la boscaglia che fra alcuni decenni avrà completamente fagocitato Villa Garrone. Se ci saremo ancora ne andremo a cercare qualcun’altra. Ma tu, per favore, non puoi venirci e farti fotografare in tuta da ginnastica, mi togli tutto il pathos alla scenografia ed alle suggestioni del luogo! Impara da tua figlia Elisa, perfetta modella chiaro-scura che emergeva tenuamente nei pochi raggi di sole filtranti fra le rovine, nel suo perfetto out-fit all-black!