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Se in un giorno di ordinaria epidemia Diderot e George Romero si incontrano ​in una villa abbandonata …

di Stefano Gandolfi, 22 novembre 2020

Così ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci diè.

Accidenti, Paolo. Che “sturm und drang” ho scatenato con una innocua passeggiata rigorosamente entro i confini del comune di Alessandria (vedi “Estetica delle macerie ed etica delle rovine“), studiata su carta escursionistica 1:25000 con accurata analisi dei limiti comunali per non rischiare multe da lock-down (guai ad entrare nei comuni di Pietramarazzi o Montecastello!), dopo aver escluso brutalmente tutti i territori a ovest-sud-est della città per tragica piattezza dei suddetti e aver trovato l’unica ancora di salvezza nei primi rilievi a nord, sopra Valle San Bartolomeo, gli arcinoti viottoli e sterrati nei pressi del maneggio e del ripetitore, battutissimi da pedoni, ciclisti e cavalieri, ancor di più in questi mesi nei quali il popolo italiano si è scoperto e inventato una vocazione allo sport outdoor! E dove si può provare l’ebbrezza di arrivare a ben 250 metri di altitudine sul livello del mare e di compiere, con opportune varianti, fino a 200-250 metri di dislivello. Perché come mi hai diagnosticato magistralmente, la mia indole di trekker d’alta quota mi porta in sofferenza dopo poche centinaia di metri piatti e orizzontali e il mio debito di ossigeno trova sollievo solo in quei minimi, insignificanti saliscendi che con molta e fervida fantasia mi trasportano sulle Alpi, sulle Ande, in Himalaya, beh, anche sul Tobbio, certamente!

Dunque, una semplice passeggiata, ma con sorpresa: i ruderi di Villa Garrone, ben nascosti nella fitta boscaglia che la circonda. Tu la hai già descritta con dovizia di particolari, quindi non mi dilungo su questi dettagli. Affascinante, misteriosa, inquietante quel tanto che basta da non desiderare più di tanto di essere lì di notte (ahh, mica per paura di presenze aliene e demoniache lovecraftiane, bensì molto più pragmaticamente per le possibili presenze umane che con ogni probabilità ne fanno sede periodica di raduni e consumo di sostanze terrene). Urbex: certo, anche passione e mania fotografica, da eterno ragazzino mai adulto quale sono mia nipote Fiorenza non ha faticato granché per contagiarmi con questa “insana” bizzarria, lei molto più avanti su questo terreno con incursioni in ville abbandonate, alberghi, terme, manicomi, edifici da archeologia industriale e tutto quanto è stato abbandonato dall’uomo. Quante ore a fantasticare con lei su una folle incursione a Prypiat, l’epicentro dell’esplosione di Chernobil (siamo poco normali? va bene, ce ne faremo una ragione!).

E poi comunque Poe, Lovecraft, Matheson, la cosiddetta letteratura di serie B sull’orrido, l’ultraterreno, sulle sudicie creature striscianti che riemergono dagli inferi, e anche G. Romero col primo mitico “Zombie” nel quale, con genio e intuizione a mio avviso insuperabile individuava in un ipermercato il fulcro dell’inizio della fine del genere umano, l’ultimo avamposto di una (inutile) resistenza con i segni già avanzati della rovina, del degrado, della marcescenza del contenuto consumistico ivi contenuto.

Sono partito col botto? Certo, anche perché nulla potrei aggiungere o discutere su quanto hai saggiamente esposto in merito alle macerie e alle rovine e quasi necessariamente (ma non forzatamente) devo iniziare da un punto di osservazione diverso, da buon fotografo devo fare un’inquadratura non banale e non scontata, e forse la chiave di lettura più utile al dibattito è quella relativa all’unico aspetto che forse non hai preso in considerazione, quello della natura.

La convivenza fra naturale e artificiale, il conflitto fra uomo e ambiente, lo scontro fra tecnologia e primordialità, l’inquinamento e la devastazione del pianeta in nome della scienza, del progresso e delle sorti magnifiche e progressive del genere umano, gli effetti collaterali terribili e forse irreversibili derivanti dai comportamenti dell’attuale dominatore del mondo (intendo l’uomo rispetto agli altri animali, non l’ex-presidente U.S.A.!), il negazionismo di Trump (eccolo) sui cambiamenti climatici, il menefreghismo della Cina e dell’India, l’ipocrisia di noi poveri e ininfluenti europei che taciamo sui 500.000 morti annui per cause da inquinamento e poi ci piangiamo addosso per i morti da COVID, legittimamente e inevitabilmente, beninteso: sono Medico, non eretico né negazionista, ho totale assoluta consapevolezza della attuale tragedia ed empatia umana per le vittime dirette e indirette, non voglio sottrarre nulla a tutto questo, semmai vorrei aggiungere anche altri problemi, altre cifre, altre criticità che spesso e deliberatamente vengono ignorate.

La natura, dunque. Certo. Ma anche l’uomo, perché no, solo declinato in qualche variante minoritaria, sconfitta, sparita dalla faccia della terra ma non per questo perdente. Sconfitta non dalle armi, ma dal raffreddore, dall’influenza, dalla sifilide a loro sconosciute e quindi senza alcuna difesa immunitaria, come successo agli Inca da parte dei civilizzatori cattolici spagnoli.

Cosa c’entra tutto questo con Villa Garrone? Ci arrivo subito.

Perù, tanti anni fa, ma potrebbe essere oggi. Cuzco, l’antica capitale incaica. Una strada, apparentemente secondaria, insignificante, un muro di un vecchio edificio, niente di rilevante, sembrerebbe. Poi te la fanno vedere. Una pietra con 12 angoli. Perfettamente incastrata, con perfetti angoli retti, e incernierata con altre 12 pietre, senza chiodi, viti, calce, cemento o quant’altro. 13 pietre squadrate a mano, con precisione millimetrica a sostenere da secoli il muro di una casa. Sopravvissuta a decine e decine di terremoti, mentre gli edifici costruiti dagli spagnoli e dai loro discendenti, regolarmente, ad ogni terremoto, crollavano.

Machu-Picchu, la capitale imperiale. Resti, certo, ma ancora perfettamente integri, solidi, neppure minimamente scalfiti dai terremoti. Archi e portali costruiti con una certa inclinazione e una certa angolatura che li mettevano al riparo dai sismi più apocalittici. Progettati dai loro ingegneri, apparentemente senza alcuna conoscenza scientifica, perlomeno quelle che intendiamo noi oggi.

Ti sembro forse in contraddizione con l’assioma (ovvio, viste le premesse che ho fatto) che la natura è dannatamente superiore all’uomo in ogni sua manifestazione? No, voglio solo dire che l’uomo ha saputo costruire meraviglie e con sistemi meravigliosi, che resistono nel tempo, non immortali ma sicuramente molto longeve. Ma gli uomini che hanno saputo fare questi prodigi, sono stati sconfitti, annientati, annichiliti da altri uomini che non sanno (quasi mai) costruire case antisismiche e che disprezzano completamente il rapporto con la natura.

E sono gli uomini che attualmente hanno il dominio sociale, economico, politico, militare sul mondo. E che abbandonano i loro manufatti alla rovina. A Machu-Picchu e a Cuzco non ho mai avuto un’estasi della rovina e del declino della civiltà umana, ma sempre e solo grande ammirazione per queste civiltà passate. A Villa Garrone tocco con mano il degrado, il declino, l’incuria della nostra civiltà. Non so che farci, sicuramente non sono oggettivo e parto prevenuto, ma questa civiltà della quale volenti o nolenti facciamo parte non mi sta simpatica; troppo arrogante, troppo presuntuosa, troppo convinta che l’armamentario scientifico, tecnologico che possiede e mette in campo sia superiore ad ogni legge della natura, che possa dominarla, modificarla a proprio piacimento senza preoccuparsi delle conseguenze e dei danni che invece provoca, senza peraltro nemmeno ottenere quei risultati millantati, visto che la durata media di tutte le moderne costruzioni umane è ridicolmente inferiore a quella delle costruzioni dei nostri antenati, a ogni latitudine e longitudine.

La povera Villa Garrone è probabilmente una vittima innocente di questi mie strali, ma come tanti altri edifici analoghi diventa per me simbolo di un modo di essere, di vivere, nel quale non si dà più valore a nulla, tutto diventa superfluo, obsoleto, sostituibile, perde valore con noncuranza e perde anche quel senso di legame emotivo, psicologico con gli affetti, con le persone, con le vite stesse che sono state vissute a contatto con questi manufatti.

Tutto può essere ricostruito con facilità senza minimamente preoccuparsi del significato economico, materiale ma anche e soprattutto psicologico del passato, recente o remoto che sia. Si distrugge tutto con voluttà, con violenza, per speculazione, per guadagno, per ingordigia, per costruire oleodotti, autostrade, ferrovie, aeroporti, centri commerciali (George Romero!!!!), tutte cose che a loro volta potranno tranquillamente essere demolite per qualcos’altro. Incessantemente. Si costruisce qualunque cosa e nulla di ciò che si costruisce ha alcun riferimento, contatto, compatibilità, plausibilità di avere un rapporto con l’ambiente in cui viene edificato: e questa estraneità, non appena viene a mancare uno qualunque dei motivi per cui ha senso che rimanga funzionante, fa sì che con grande velocità vada in rovina. Un impianto sciistico dove non nevica più, una miniera da cui non conviene più estrarre minerali o carbone, un albergo dove il turismo è scomparso, un ipermercato non più frequentato perché ne hanno costruito uno nuovo a mezzo chilometro di distanza, un grattacielo perché pericolante, una piscina, un palazzetto dello sport, un cinema, un teatro, un ospedale senza soldi per assumere e pagare i dipendenti, un ecomostro in riva al mare, e potrei continuare a lungo.

E la natura, o ciò che resta di essa, se lo riprende con altrettanta velocità. Lo ingloba, lo fagocita, lo assorbe completamente in spire di vegetazione, di boscaglia che si trasforma in foresta inestricabile. E si prende la sua rivincita. Una vittoria di Pirro, senza dubbio, ma come gli anglosassoni ci hanno insegnato, ci sono anche delle sconfitte gloriose, che danno senso all’inutilità (Mallory e la “conquista” dell’Everest…).

Provo simpatia per questa natura che, non appena l’uomo manda in malora qualcosa, se lo riprende. Ammiro la velocità e l’efficienza con cui lo fa, così come gli enzimi della digestione degradano il bolo alimentare. Rimango affascinato dalla trasformazione di una entità materiale in qualcosa di completamente diverso rispetto alla sua funzione originaria, al suo scopo, alla sua utilità.

Mentre mi aggiro circospetto e con cautela sui pavimenti e sulle macerie di Villa Garrone la mia fantasia vola a immaginare cosa sarà fra dieci, fra cinquanta, fra mille anni. Non provo malinconia, semmai una sorta di eccitazione all’idea della trasformazione, del divenire, del ritorno all’entropia dell’universo, allo sbriciolamento di ogni pezzo di pietra, di legno, di cemento, dei travi, degli infissi, dei vetri, dei cavi elettrici, e al pensiero di come tutto ciò rientrerà a far parte del ciclo degli elementi primordiali della natura, molecole, particelle organiche e inorganiche, atomi. E cosa, a loro volta, diventeranno e di quale organismo vivente faranno parte fra secoli e millenni.

Sono un rinnegato? Disprezzo il genere umano del quale faccio parte? Parteggio acriticamente per la natura vedendo in essa qualcosa di benigno mentre invece sa essere spietata e crudele come e più dell’uomo? No, certo. Però la durezza della natura non è voluta, non è sadica, non è criminale. È e basta, per motivi che a noi sono e devono essere sconosciuti o che forse non esistono nemmeno, è solo il corso delle cose. Distrugge e ricostruisce, con una logica e un’armonia inconcepibile. I più grandi capolavori della natura, i vulcani, le dorsali oceaniche, le montagne che tanto amiamo, sono espressione della mostruosa forza distruttrice e ricostruttiva, quando ammiriamo le forme aggraziate, poetiche, idilliache delle Dolomiti in realtà vediamo semplicemente l’erosione, la fatale inevitabile loro dissoluzione e scomparsa, ma ne rimaniamo affascinati e non proviamo certo angoscia né struggimento, perlomeno io! Quando ho visto da vicino l’Everest e gli altri ottomila himalayani ero ben consapevole di vedere il risultato di eventi geologici di tale potenza da non poter essere compresi dalla mente umana, seppure conosciuti e spiegati dalla scienza. Il ghiacciaio del Perito Moreno che si sgretolava, cadeva nel mare con blocchi delle dimensioni di grattacieli o di portaerei non mi ha intristito né reso malinconico, se non eventualmente per quanto ci sia di intervento umano nel determinare o accentuare il corso degli eventi, i cambiamenti climatici in primis. Ma questi fenomeni di per sé non mi creano angoscia. Panta rei.

No, non rinnego il genere umano e le sue opere, semmai questo tipo di umanità che ha preso il sopravvento, questo pensiero unico del profitto, del guadagno, il Dio crescita, il “potere distruttivo del capitalismo” (sic!), gli effetti collaterali ritenuti indispensabili per il benessere economico, salvo poi cercare maldestramente di correre ai ripari per i danni sulla salute, a curare il cancro, la leucemia, le patologie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche da benessere, a giocare a guardie e ladri con la natura, a fare dei danni e poi “guardate come siamo bravi” a trovare dei rimedi che a loro volta, con un perfetto circolo vizioso, creano altri danni che richiedono ulteriori invenzioni per contrastarli; ma intanto l’economia gira, si creano i nuovi vaccini, si aspetterà la prossima epidemia per scoprire nuovamente che i comportamenti umani sono deleteri e dannosi (lasciamo stare le teorie complottiste: fin dal primo giorno dell’ epidemia continuo a sostenere che non è necessario pensare che qualcuno deliberatamente abbia creato tutto questo, è più che sufficiente la situazione ambientale, sociale di certe parti del mondo, l’antropizzazione, la promiscuità con altre specie animali in una elevatissima densità di popolazione, leggersi “Spillover” di d. Quammen che dovrebbe diventare libro di testo in tutte le scuole).

Potrei fare anch’io molte citazioni, mi limito a Tiziano Terzani e al suo struggimento per la devastante perdita di tutte le culture asiatiche spazzate via dal capitalismo e dal consumismo occidentale (aveva già capito tutto, la morte prematura perlomeno gli ha evitato l’amara consapevolezza di aver visto giusto). Questa Cina che coniuga il peggio del capitalismo ed il peggio del comunismo!, scartando come immondizia il suo immenso patrimonio culturale e quel poco che ci può essere di positivo nella civiltà occidentale, in termini di democrazia, tolleranza, rispetto dei diritti umani (ma che pena: l’Unione Europea non riesce nemmeno a farli rispettare all’Ungheria e alla Polonia, poi ci si indignava perché un po’ di anni fa il sindaco di Milano di allora aveva rifiutato la cittadinanza onoraria al Dalai Lama perché non faceva piacere al governo cinese!).

Non ne faccio una questione politica, sarebbe riduttivo, tu sai come la penso in merito, che si tratti di una posizione assolutamente trasversale che ha a che fare solo con il buon senso e con la lungimiranza del giocatore di scacchi che riesce a vedere non solo la mossa successiva, ma anche la successione di eventi fino alla sesta, settima, ottava mossa…

Certo, Villa Garrone c’azzecca poco con tutto questo sproloquio, sono sicuro che sia stata costruita con tutta la perizia, la competenza, le conoscenze del caso, con l’aspettativa di poter durare il più a lungo possibile, che potesse essere vissuta e abitata dalle generazioni successive, e mi immagino il dolore degli ultimi abitanti nell’essere costretti ad abbandonarla perché magari ne è rimasto uno solo vecchio, acciaccato e magari senza più la possibilità economica di mantenerla. Forse qualche erede esisteva pure, ma non gli interessava più perché ormai viveva in un edificio moderno e confortevole. Chi lo sa. Ma non è questo il punto.

Certo, sono affascinato da queste visioni, inquietato, stupito, ma non intristito, non provo nessuna malinconia. Vedo il corso degli eventi, il fluire del tempo, provo sollievo, come quando sono in cima a una montagna, per la consapevolezza della relatività di tutto ciò che sta sotto, della piccolezza e della precarietà della condizione umana, ma in un modo positivo, perché mi aiuta a ridimensionare e a dare la giusta dimensione e importanza alla sofferenza, al dolore, all’angoscia che sempre di più permeano l’esistenza nei pochi decenni di vita che ci vengono concessi. Penso con serenità alla transitorietà della vita, non perché la disprezzo, tutt’altro: perché la amo immensamente e voglio viverla il più intensamente possibile, ma sempre con la consapevolezza che in qualsiasi momento, qualsiasi evento può annichilire tutto. Non disprezzo quanto vi è di positivo nella scienza, sono ben contento che qualcuno mi abbia tolto il tumore dandomi un bel po’ di anni di aspettativa di vita, ma sono sempre più convinto che mi ritroverò addosso qualche altra rogna, anche peggiore, come “regalino” ed effetto collaterale di questa tecnologia alla quale siamo indissolubilmente legati e costretti ad accettare per sopravvivere.

Tornare all’età della pietra? a vivere in caverne con candele di cera o con un fuoco da mantenere sempre acceso per tenere lontane le bestie feroci? Ovvio che no. Pensare a una via di mezzo? Semplicistico, ma forse inevitabile. Smettere di chiamare Greta Thunberg “gretina”? potrebbe essere un piccolo, insignificante primo passo per l’uomo… riuscire a conciliare la necessità di sviluppo, di crescita economica, di benessere, di garantire lavoro e reddito a tutti con l’esigenza di garantire anche la salute? Non essere costretti a dare con una mano (il benessere materiale) e togliere con l’altra (il benessere fisico e mentale)? Utopistico. Forse… ma se diventasse inevitabile? Comincio a rompermi le scatole di tutti quelli che di fronte ad un discorso del genere lo troncano subito (anzi lo stroncano) con la famosa domanda retorica: “meglio morire di fame o di cancro?”. Perché il cancro si può sconfiggere, dicono. Non sempre e comunque non a costo zero (ne so qualcosa). E allora anche la fame si potrebbe sconfiggere, forse a costi minori se lo si fa con lungimiranza.

In definitiva vado a vedere e fotografare questi edifici, queste rovine, queste macerie semplicemente perché mi affascinano e le ritengo un buon soggetto fotografico, con una loro dignità artistica ed emotiva. Gli altri mille motivi per cui lo faccio li hai descritti magistralmente tu, mi identifico sicuramente in molte delle tue analisi. Ho ancora la curiosità per lo strano, l’imprevedibile, il disordinato, l’anomalo… e questo mi conforta perché la neurobiologia dice che possederla significa ancora essere giovani da un punto di vista biologico! Guardo avanti, e le rovine e le macerie del passato per qualche strano motivo mi stimolano ad un’immagine ottimistica del futuro.

Amo sempre di più la natura con tutte le sue possenti, maestose manifestazioni. Vorrei fotografare le eruzioni vulcaniche, i tornado, le tempeste, non per il gusto del catastrofico né per sentirmi onnipotente e sfidare la sorte (non ne ho più l’età da tempo!), ma solo per il fascino che provo di fronte ad eventi inconsapevoli, casuali, non voluti né creati, senza nessuna volontà di violenza, di crudeltà, di sopraffazione, di istinto sadico ed omicida. Forse per contrapposizione al fatto che nelle azioni umane tutti questi elementi sono ben presenti se non predominanti.

E allora ben venga la boscaglia che fra alcuni decenni avrà completamente fagocitato Villa Garrone. Se ci saremo ancora ne andremo a cercare qualcun’altra. Ma tu, per favore, non puoi venirci e farti fotografare in tuta da ginnastica, mi togli tutto il pathos alla scenografia ed alle suggestioni del luogo! Impara da tua figlia Elisa, perfetta modella chiaro-scura che emergeva tenuamente nei pochi raggi di sole filtranti fra le rovine, nel suo perfetto out-fit all-black! 

Eventi

di Paolo Repetto, 17 settembre 2019

Non si devon mai scambiare
gamberetti con zanzare.
(proverbio africano)

Penso che anche questa meriti d’essere raccontata.

Da qualche anno, verso la fine dell’estate, partecipo ad una passeggiata notturna di otto o dieci chilometri che si svolge nelle campagne attorno a San Salvatore, ogni volta su sentieri diversi. La cosa è organizzata dalla biblioteca e da un gruppo di lettura e ciascuna edizione è intitolata ad un qualche percorso letterario: ma si tratta chiaramente solo di un pretesto, direi piuttosto efficace in termini di richiamo, visto che sino ad oggi la partecipazione è andata crescendo, per dare un certo tono alla faccenda. Il tutto è comunque giocato in maniera molto soft, senza alcuna pretenziosità, e le pause dedicate alla lettura o alla recitazione, affidate a umilissimi volontari (per qualche anno, quando ero a Valenza, anche a studenti del mio istituto) sembrano finalizzate soprattutto a ricompattare il gruppo, che durante la passeggiata tende naturalmente a sfilacciarsi. Per il resto, c’è il piacere di rivedere vecchi amici e conoscenti, di riallacciare contatti e di guadagnare il rinfresco finale, offerto da volonterose massaie indigene.

Tutto ciò ha funzionato egregiamente sino a quest’anno, sino a quando cioè qualcuno degli organizzatori ha pensato fosse giunto il momento del salto di qualità, di adeguarsi all’andazzo generale e di mettere alla guida della passeggiata un vip della cultura o dello spettacolo. Non ha tardato a trovarlo, perché ultimamente i vip, come un tempo i populisti russi, hanno scelto di portare la cultura al popolo e si esibiscono anche nelle sagre paesane e nelle feste patronali: o forse perché la concorrenza è ormai tale che devono esibirsi (naturalmente a cachet) dove trovano. Sia come sia, all’arrivo a San Salvatore scopro che nostro mentore sarà quest’anno Giuseppe Cederna, attore cinematografico (Mediterraneo), teatrale e televisivo, e anche scrittore (Il grande viaggio), nonché figlio di Antonio Cederna (fondatore di Italia Nostra) e nipote di Camilla Cederna, che non occorre spieghi chi fosse.

Ora, Cederna jr è una sorta di Terzani in sedicesimo, è stato in India, ha visto non la madonna ma la Trimurti, fa lunghe pause di meditazione in un ashram alternate a cicli di analisi, frequenta probabilmente i circoli lacaniani in Francia: insomma, ha tutte le caratteristiche che mi inducono, anche quando si presentano singolarmente, a stare alla larga dai soggetti portatori. Ma tanto valeva, ormai ero lì, ero con amici, avevo intravvisto il buffet e mi era parso eccezionalmente sostanzioso: mi sono dunque avviato, procurando di starmene almeno trecento metri indietro, in modo da non sorbirmi le pause di riflessione.

Invece sentite come è andata. Lo schema è stato quello di una via crucis, ma una via crucis vissuta dall’interno, nel ruolo del protagonista principale, da tutti i partecipanti. Come è sparito il crepuscolo, quando ancora non eravamo a metà del percorso, si è scatenato un attacco di zanzare mai visto. Sembrava un film di Hitchcock, una punizione divina, l’ottava piaga d’Egitto. Io stesso, che in genere non vengo punto (dicono che ho sangue cattivo) e che comunque tollero abbastanza tranquillamente le punture, non sapevo più a che santo votarmi. Immaginate dunque la scena: centocinquanta persone (il nome di richiamo aveva funzionato), al buio, in mezzo alla campagna, che si agitano come forsennate, bestemmiano, piangono, si asfaltano inutilmente di Autan, indossano felpe col cappuccio (la temperatura era ancora sui trenta gradi), ma non c’è felpa che tenga, e allora cercano di affumicarsi e rischiano di mandare a fuoco tutto il Monferrato accendendo le stoppie del grano: e in mezzo Cederna che, essendo stato pagato, e per non rischiare che il tutto vada a monte e salti il rimborso, pretende di fare le pause, mentre le zanzare lo mangiano vivo, e che tutti siedano a cerchio attorno a lui, su balle di paglia disposte ad anfiteatro in mezzo a un campo, per ascoltare le poesie della Szymborska o le parole di Pia Pera (tra l’altro introdotte con “è una poetessa che probabilmente non conoscete”, “è una scrittrice che senz’altro vi è ignota” e altre presuntuose stronzate del genere). E nemmeno le legge o le recita bene, quelle poesie: ma questo si può capire, credo che le zanzare l’abbiano punto persino nella trachea e nell’esofago. Ma c’è di più: aggiunge il commento suo, racconta la sua vita, la sua depressione di uomo che ha conosciuto il successo e pensava di non poterne più fare a meno, e che poi ne è uscito perché, complice l’India, ha scoperto la semplicità della natura. Non la sto esagerando: quasi mezz’ora di sbrodolamenti di questo tipo, nel pieno dell’attacco zanzaresco (le zanzare sono molto sensibili alle sbrodolate: mi sto convincendo che quell’aggressione non sia stata casuale). E poi, quando il bombardamento è diventato meno intenso, e noi pellegrini tutti tumefatti abbiamo velocemente guadagnato il ristoro, qualcuno per la fretta anche sbagliando strada e trovandosi a vagare al buio nei campi, ha aggiunto che quell’aggressione di violenza inusitata era stato in fondo un modo per metterci alla prova, per ricordarci che la natura è varia, e va colta positivamente in ogni suo aspetto. Lo ha detto mentre stavo facendomi largo nella ressa con due piatti e un bicchiere di plastica in mano, altrimenti lo avrei sotterrato.

Dunque: io nella natura ci sono nato, l’ho goduta e l’ho sofferta, e da quando avevo dieci anni ho anche lottato per addomesticarla, e mi sento raccontare da uno che non distinguerebbe un salice da un palo del telefono come devo approcciarla, e quanto sono felici coloro che hanno lasciato il posto da dirigente ministeriale o d’azienda per allevare pecore o coltivare zafferano. Sono cresciuto in una famiglia che non poteva permettersi la spesa di un gelato o di una gassosa, e devo sentirmi spiegare cos’è il proletariato e come si fa la lotta di classe da figli di papà stressati dal successo o dai soldi. O ascoltare gente che, a gettone, vuole convincermi di quanto sia importante superare l’attuale logica del profitto e opporsi alla mercificazione della cultura. Ne ho davvero sin sopra i capelli. Non ce l’ho con Cederna in particolare, è solo uno dei tanti che ultimamente percorrono le ville e i contadi, i festival filosofico-letterari e quelli scientifici, per dispensare anche ai poveri di spirito pillole del loro sapere. Non sopporto più questi marchettari ipocriti, ma non avendo né il tempo né la voglia di arrabbiarmi faccio l’unica cosa sensata che mi resti: li evito.

Il giorno seguente, un sabato sera, avevo a cena un piccolo gruppo di amici. Nessun discorso troppo impegnato, abbiamo parlato di sciocchezze o affrontato in maniera irriverente gli argomenti seri. Abbiamo fatto fuori quasi un chilo di trofie al pesto (sono l’unica mia specialità, trovo ottime quelle di Barilla). Quando ci siamo congedati uno di loro, uno nuovo del giro, mi ha detto: mi spiaceva un po’ perdere Cardini (Franco Cardini si esibiva quella sera in una lectio magistralis nella suggestiva atmosfera del castello di Casaleggio, a un paio di chilometri di distanza), ma ora ti garantisco che non lo rimpiango affatto. Non so se per via delle trofie, o del clima assieme acceso e rilassato nel quale si era discusso, ma credo che anche lui, come e più di Cederna, abbia visto la via della salvezza. E senza andare sino in India.


 

Per una storia della letteratura di viaggio in Italia

di Paolo Repetto, 2002

I percorsi e le scoperte (letterari) di questi ultimi anni mi hanno portato a rivedere, almeno parzialmente, il giudizio negativo sull’attenzione riservata in Italia alla letteratura di viaggio. Giudizio che avevo espresso diverso tempo fa e che ho volutamente riportato nel mio precedente articolo.

L’assenza di interesse cui mi riferivo caratterizza soprattutto il periodo del secondo dopoguerra (guarda caso, quello della mia formazione), quando gli italiani avevano un sacco di altre cose da sistemare e di cui occuparsi e il clima culturale era tutt’altro che propizio alla rievocazione delle scoperte e delle conseguenti avventure coloniali.

Ma nella prima metà del Novecento, per ragioni opposte, questo interesse c’era stato, e lo testimonia ad esempio un’iniziativa editoriale della Paravia dedicata a I grandi viaggi di esplorazione, che contava decine e decine di titoli. Si trattava di operette divulgative, caratterizzate da un marcato taglio agiografico e intrise, soprattutto quelle degli anni Trenta, dello sciovinismo di regime: avevano comunque il merito di portare all’attenzione degli adolescenti, ma non solo, la storia delle esplorazioni e dei viaggi. E anche quello di proporre, accanto alle biografie di Colombo, Magellano e Cook, vicende come quelle di Boggiani e Carlo Piaggia, e persino di Ludovico de Varthema. A giudicare da ciò che trovo nei mercatini dovette godere di una certa diffusione, almeno nelle librerie delle case borghesi, ed è l’unico mio motivo di rammarico per non essere nato in una famiglia benestante (in verità ce n’è un altro, legato alle riduzioni a fumetti dei grandi classici della letteratura avventurosa che anni dopo la Magnesia San Pellegrino distribuiva in omaggio ai clienti: a casa mia nessuno aveva problemi di digestione).

Rivista oggi, sotto un’altra luce, e ferme restando le differenze qualitative e quantitative rispetto a tradizioni letterarie come quelle inglese e francese, la letteratura italiana rivela in realtà un rapporto intenso col tema del viaggio, soprattutto fino al XVIII° secolo. Una breve carrellata lo dimostra.

Si può idealmente partire da Dante e da Brunetto Latini (Il tesoretto) per il viaggio allegorico, ma per il resoconto di viaggi reali occorre attendere Petrarca. Quest’ultimo è costantemente a caccia di manoscritti nelle biblioteche europee, e quindi visita Parigi, le Fiandre e i paesi della valle del Reno: ma nel frattempo attraversa anche a cavallo la selva delle Ardenne, e scala il Monte Ventoso (Ventoux). La sua irrequietudine è documentata nelle Epistole Familiari (I, 4 e 5).

È però già possibile ravvisare un atteggiamento tutto italiano nei confronti del viaggio nello stilnovista Guido Cavalcanti, che parte da Firenze nel 1294 per un pellegrinaggio a San Jacopo in Galizia, ma si ferma a Tolosa perché lì ha trovato una bella donna (lo confessa nel Canzoniere). Ed è questo, tra l’altro, l’unico motivo per cui abbiamo notizia del pellegrinaggio.

Il primo resoconto di un viaggio extraeuropeo di qualche interesse è invece quello di Giovanni dal Pian del Carpine, frate francescano inviato nel 1245 dal papa a Karakorum, presso il sovrano dei Tartari, nipote di Gengis Khan (Viaggio ai Tartari). Tira un po’ sul meraviglioso, ma la narrazione è sostanzialmente attendibile. Descrive il clima e l’estensione del paese, il modo di vestire, le abitazioni, la religione, l’alimentazione, l’organizzazione politica e militare dei mongoli, il modo di trattare i popoli sottomessi ecc… Per essere un religioso medioevale, si dimostra assolutamente libero da pregiudizi.

Un quarto di secolo dopo (1271) ha inizio il viaggio di Marco Polo, narrato poi (in francese) nel Livre des merveilles, e oggi conosciuto come Il Milione. Dal momento che il libro non fu scritto da Marco stesso, ma dettato a Rustichello da Pisa, si ha motivo di credere che molti degli elementi favolosi presenti nel racconto siano frutto della fantasia e della cultura di quest’ultimo. Ma il risultato non cambia. È una pietra miliare nel genere, e sorprende un po’ costatare che non ha trovato imitatori (almeno in Italia) per oltre due secoli.

Un piccolo boom della letteratura di viaggio si ha invece nel periodo rinascimentale. Tengono diari minuziosi dei loro spostamenti i diplomatici come Machiavelli e Guicciardini, soprattutto quest’ultimo (Diario del viaggio in Spagna), mentre raccontano viaggi fantastici su e giù per l’Europa e per il vicino oriente i poeti come Boiardo (Orlando innamorato) e Ariosto (Orlando furioso, con un salto anche sulla Luna). Tuttavia quando parla dei suoi viaggi reali (nelle Satire) Ariosto non manifesta grandi entusiasmi.

L’elemento cruciale di novità è però la scoperta di un continente nuovo. Cominciano a fioccare i resoconti dei viaggi oltre oceano, a partire da quelli di Cristoforo Colombo (Diario), di Amerigo Vespucci (Lettera a Pier Soderini, 1506) e di Giovanni Verrazzano (Lettera a Francesco I, re di Francia, 1524), destinati a diventare dei classici del genere. Sono altri però, molto meno noti, a lasciare le tracce più succose e intriganti del nuovo spirito nomade e avventuroso che anima il Cinquecento. Tra questi spicca il già citato Lodovico de Varthema (Itinerario dallo Egypto alla India, 1512), un incredibile avventuriero che arriva in India prima dei Portoghesi stessi, viaggiando per via di terra e attraversando tutto il mondo mussulmano. È difficile distinguere nel racconto di de Varhema la verità dalle millanterie, ma anche queste sono divertenti, di fatto comunque la gran parte delle sue avventure è testimoniata da riconoscimenti ufficiali.

Un secolo dopo il romano Pietro della Valle percorre un itinerario quasi identico (narrato nel Diario di viaggio in Persia), ma reso più complicato dal fatto che buona parte del percorso la fa in compagnia della salma imbalsamata della giovane moglie. Credo sia un’esperienza unica nella storia della letteratura di viaggio.

Il grande coordinatore di quest’ultima è Giovan Battista Ramusio, veneziano, che tra il 1550 e il 1559 pubblica i tre volumi delle Navigazioni e viaggi, dove sono raccolti tutti i materiali editi ed inediti relativi ai viaggi di scoperta del mezzo secolo precedente. Tra questi, la drammatica Relazione del primo viaggio attorno al mondo, scritta dal vicentino Antonio Pigafetta, compagno di Magellano e diarista ufficiale dell’impresa. La circumnavigazione è ripetuta verso la fine del secolo da un fiorentino, Francesco Carletti, che la descrive nei Ragionamenti del mio viaggio attorno al mondo, (editi solo nel 1701), magari meno emozionanti del racconto di Pigafetta ma di grande interesse per le descrizioni dei popoli delle Americhe e dell’Asia e delle loro culture.

Nel Seicento sono soprattutto i Gesuiti a raccontare le missioni evangelizzatrici proprie, come Matteo Ricci (Lettere e Storia dell’introduzione del Cristianesimo in Cina, 1608)), o altrui, come Daniello Bartoli (Missione al Gran Mogor, 1653). Per il resto, non essendosi sviluppata in Italia una cultura “libertina”, il tema del viaggio è relegato in secondo piano.

Un risveglio si ha nel secolo successivo. Gli stimoli che arrivano dall’Illuminismo, il clima cosmopolita e il desiderio di entrare nel Grand Tour invertendone la direzione inducono nuovamente i letterati italiani a muoversi. Lo fanno animati da un forte spirito critico nei confronti del proprio paese, ma non mancano di esercitarlo anche verso gli altri. E soprattutto lo riversano nei loro diari. A dare l’esempio è Francesco Algarotti, grande divulgatore scientifico e viaggiatore lungo un ventennio per tutti i paesi del Nord-Europa, autore tra l’altro dei Viaggi di Russia. Quasi contemporaneamente Giuseppe Baretti lascia nelle Lettere familiari ai suo’ tre fratelli (1762) delle pungenti annotazioni sui suoi itinerari attraverso Portogallo, Spagna e Francia e sul suo soggiorno in Inghilterra. Baretti quando è in giro non fa sconti a nessuno, ma è evidente che a stargli stretta è proprio l’Italia (e sceglierà infatti di rimanere in Inghilterra). Un altro bello spirito, Vittorio Alfieri, gira l’Europa per cinque anni, tra il 1767 e il 1772, toccando la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda, l’Austria, la Prussia, la Danimarca, la Svezia, e ce ne dà conto ne la Vita scritta da esso. Ne ricaviamo poco sulla situazione dei vari paesi, ma del carattere del conte alla fine non ignoriamo più nulla. Così come di Giacomo Casanova, che fa avanti e indietro per tutta la vita, battendo l’intero continente e raccontandolo (nella Storia della mia vita, 1798) da un punto di vista senz’altro singolare.

Meno attento a sé e più a ciò che lo circonda è Luigi Angiolini, che lascia delle interessantissime Lettere sopra l’Inghilterra, Scozia e Olanda (1790), nelle quali, come avviene per tutti gli altri autori di questo periodo, coglie l’occasione per lamentare il degrado culturale e civile dell’Italia a confronto con i paesi europei del Nord. Altri, come Giovan Battista Malaspina (Relazione del viaggio in Francia e in Spagna, 1786), sono meno esterofili, ma non mancano di sottolineare i ritardi italiani.

Il romanticismo nostrano, a differenza di quello europeo, non segna un ritorno alla grande del viaggio nella letteratura e della letteratura di viaggio. I nostri maggiori romantici magari si spostano all’estero (Foscolo in Francia e in Inghilterra, Manzoni in Francia), ma non reputano importanti queste esperienze. Meno che mai il viaggio costituisce un tema significativo nella narrativa e nella poesia. C’è molto attaccamento al focolare domestico, ai tetti e al campanile. Chi si sposta in genere non è un viaggiatore, ma un esule (Renzo, Jacopo Ortis, Carlino Altoviti ne Le confessioni di un Italiano del Nievo) o un emigrante. E solo nel tardo Ottocento compare qualche accenno a quest’ultimo tema. Edmondo de Amicis è l’unico autore italiano a raccontare, in Sull’oceano, un fenomeno che forza milioni di persone a cambiare latitudine o emisfero. Fioriscono in compenso le pubblicazioni periodiche destinate ad un pubblico di media e bassa cultura (il Giornale illustrato dei viaggi), infarcite di esotismi da salotto e di inverosimili peripezie, ed esplode il viaggio immaginario e popolar-avventuroso nei romanzi d’appendice di Emilio Salgari.

Tra i resoconti genuini di viaggi di esplorazione qualche valore anche letterario hanno La scoperta delle sorgenti del Mississippi di Giacomo Beltrami, Sette anni nel Sudan egiziano di Romolo Gessi, Due anni tra i cannibali di Carlo Piaggia e soprattutto il Viaggio allo Yemen di Renzo Manzoni, quest’ultimo forse l’unico in grado di reggere il confronto con i viaggiatori-narratori anglosassoni e francesi.

Ancora nella prima metà del Novecento il racconto di viaggio rimane confinato in un genere minore. Non mancano letterati che vi si cimentino (a partire da Guido Gozzano con Verso la cuna del mondo, o da Emilio Cecchi con America Amara e Viaggio in Grecia); ma sono soprattutto i giornalisti come Luigi Barzini (Il libro dei viaggi), Bruno Barrili (Il viaggiatore volante), Virgilio Lilli (Penna vagabonda) e Vittorio G. Rossi (Tropici) a produrre le cose migliori. In qualche caso, come per il Viaggio in India (1966) di Alfredo Todisco, sono le profonde trasformazioni intervenute nel frattempo a rendere interessante la fotografia di un mondo scomparso. In altri, come per Un’idea dell’India e Passeggiate africane di Moravia, ma anche L’odore dell’India di Pasolini, riesce fin troppo evidente come spesso nei viaggi si trovi null’altro che ciò che ci si porta.

Solo nell’ultimo scorcio del secolo il rinnovato interesse per l’argomento ha portato alla creazione di veri capolavori (come Danubio, di Claudio Magris), oltre che alla emersione (o in qualche caso, riemersione) di un paio di generazioni di bravi narratori di esperienze di viaggio, da quelle asiatiche di Fosco Maraini (Incontro con l’Asia), Tiziano Terzani (In Asia) e Giorgio Bettinelli (In Vespa), a quelle americane di Pino Cacucci (La polvere del Messico), Cesare Fiumi (La strada è di tutti) e Alessandro Portelli (Taccuini americani), a quelle africane di Carla Perrotti (Deserti), fino a quelle mondiali di Walter Bonatti (In terre lontane).

Si è ridestato anche l’interesse per la storia del viaggio e dei viaggiatori, che ha trovato ottimi narratori in Stefano Malatesta (Il cammello battriano, Il mare di sabbia) e soprattutto in Attilio Brilli (a partire da Quando viaggiare era un’arte). Brilli è il grande maestro della loggia dei viaggiatori “in su le carte”, una enciclopedia ambulante (appunto) della letteratura odeporica, e ha al suo attivo un numero straordinario di titoli.

La riscoperta del piacere e del valore culturale del viaggio, che nell’articolo sopra citato attribuivo soprattutto ad una moda di importazione (e confesso che sostanzialmente ne sono ancora convinto), ha dato nel nuovo secolo frutti notevoli, non inferiori a quelli anglosassoni. Il merito va ad autori del calibro di Paolo Rumiz, che con La leggenda dei monti naviganti ha toccato le vette della migliore letteratura, raccontando un fantastico itinerario dalle Alpi marittime alla Sicilia compiuto a bordo di una vecchia Topolino, seguendo a zig zag la dorsale appenninica, quindi la parte più sconosciuta e relativamente intatta della nostra penisola. Rumiz aveva già pubblicato il resoconto di un viaggio attraverso i Balcani in direzione di Costantinopoli (É oriente) ed ha poi proseguito nella riscoperta dell’Italia con Annibale. Un viaggio, una rivisitazione-confronto tra il passato e l’oggi sulle orme del grande condottiero cartaginese, per spostarsi infine nuovamente fuori dell’Italia con Trans-Europa Express, un itinerario che segue il vecchio confine della cortina di ferro dal circolo polare sino all’Adriatico.

Anche in Italia incontrano infine un crescente successo i “viaggiatori estremi”, in sostanza quelli che si muovono a piedi su lunghe distanze. Una traversata latitudinale completa della penisola è raccontata da Enrico Brizzi, sia pure con qualche eccessiva concessione al romanzesco, ne Gli Psicoatleti. Quella longitudinale, dall’Argentario al Cònero, l’aveva già narrata in Nessuno lo saprà. Brizzi percorre preferibilmente i vecchi itinerari del pellegrinaggio, quelli della Via Francigena o del Camino di Santiago di Compostela. Come Rumiz, e come tutti gli altri citati, sa scrivere bene. E questo è sempre un vantaggio per la letteratura, se non una condizione imprescindibile, ma per quella di viaggio può costituire anche un rischio. Perché chi ama le narrazioni di viaggio in realtà bada molto più alla sostanza che alla forma, vuole identificarsi con i luoghi e con le storie, più che lasciarsi coinvolgere dalla malìa delle parole. Oggi i viaggi vengono intrapresi sempre più solo per poterne poi scrivere, e c’è il rischio che il piacere letterario lasci poco spazio a quello della fantasia. Quando si legge per immaginare noi stessi a compiere il viaggio un racconto troppo perfetto ci esclude, non consente di figurarci qualcosa di diverso da ciò che viene raccontato.

È quanto sembra aver capito molto bene Roberto Giardina, che in due poderosi volumi (L’altra Europa. Itinerari insoliti e fantastici dell’Europa di ieri e di oggi e L’Europa e le vie del mediterraneo ha condensato un repertorio vastissimo di itinerari possibili e di suggestioni storiche da inseguire. Pochissime pagine per ciascuna tappa, descrizioni all’osso, rimandi storici a vicende e personaggi spesso sconosciuti: un liofilizzato di indicazioni che l’autore consegna al lettore come una possibilità, un ricettario con gli ingredienti essenziali: il gusto, sembra dirgli, ora devi mettercelo tu.