Israele e il suo peggior nemico

(con una premessa di Paolo Repetto)

di Giuseppe Rinaldi, appunti risalenti al 25 novembre 2023

Un anno fa, o forse più, Beppe Rinaldi trasmise a me e a Nico le bozze di un saggio sulle derive dell’attuale sistema politico israeliano. Ci stava lavorando da tempo e ne aveva fatto menzione durante uno dei nostri incontri. A quel punto quasi gliele estorcemmo, garantendogli che avrebbero costituito solo lo spunto per future discussioni e che la pubblicazione sul sito sarebbe stata considerata solo dopo la stesura definiva. A dispetto di ripetute sollecitazioni, però, Beppe non si è mai risolto a completare il saggio, o almeno non ci ha più aggiornati su eventuali ritocchi, ripensamenti o rifacimenti. Quando si tornava sull’argomento (e io ero particolarmente insistente, perché consideravo quello studio davvero prezioso) accampava la necessità di un lavoro accurato di revisione e di verifica, il che era senz’altro nelle sue corde di storico serio; ma fu chiaro sin da subito che il vero motivo della sua riluttanza alla divulgazione era un altro. Era il timore che gli intenti del suo lavoro non fossero compresi, o che addirittura fossero completamente equivocati. Timore più che giustificato, vista l’aria che tira, ma che personalmente non ho mai ritenuto possa giustificare alcuna autocensura. Il fatto è che Beppe nel fervore di una discussione sulle recenti vicende di Palestina, tra l’altro accesasi tra persone in teoria decisamente preparate e informate, era stato tacciato di antisemitismo, e la cosa lo aveva particolarmente ferito, perché implicava un totale misconoscimento della sua onestà intellettuale: della cosa cioè cui teneva di più in assoluto.

A nulla erano valse le mie assicurazioni di zelante smascheratore dell’antisemitismo (e non da ieri: vedansi, per cominciare, su questo sito Chi ha paura dell’ebreo cattivo e Una scrittura antisemita rosa pallido), sulla assoluta correttezza e liceità del suo studio e, anzi, sulla urgente necessità di renderlo pubblico per offrire finalmente un esempio di informazione non partigiana sui reali termini del problema. Se una debolezza a Beppe si poteva imputare era proprio questa sensibilità estrema ai travisamenti del suo pensiero: ciò che da un lato spiega l’ineguagliabile lucidità e accuratezza delle sue analisi, ma dall’altro gli impediva talvolta di azzardare per iscritto quegli scarti laterali e quelle previsioni spiazzanti che animavano invece i colloqui orali.

Oggi, a pochi giorni dalla sua scomparsa, mi sembra che il modo migliore per onorarne nell’immediato la memoria sia proprio la pubblicazione di quello studio, così come ce lo ha trasmesso, nella sua stringatezza documentale, senza minimamente intervenire sul testo (non ce n’era affatto bisogno: quello che voleva dire lo ha detto, e chiaro). Non si tratta solo di tener vivo il ricordo di Beppe (in questo senso, per farne meglio conoscere la statura e, appunto, l’onestà intellettuale, e per salvare materiali preziosissimi che nella malaugurata ma probabile ipotesi della chiusura del suo blog Finestre rotte andrebbero dispersi, abbiamo in programma a partire dalle prossime settimane la pubblicazione dei suoi saggi più significativi): si tratta di difendere il diritto alla critica, in qualunque direzione essa sia rivolta, purché fondata, corretta – nell’accezione vera del termine, non in quella “politica” – e onesta. E si tratta anche di dare un taglio a quel maledetto atteggiamento, tipico ormai della sinistra mainstream, per cui di certe cose non si deve parlare se non con tutti gli schwa o gli asterischi o le distanze del caso, per non rischiare di cavalcare a fianco della destra. La bozza di saggio che presentiamo ha tutte queste caratteristiche; e ne aggiungo una, che magari può sembrare irrilevante, ma che a ben considerare è invece significativa. Convince anche me, che ad un eventuale esame mi guadagnerei la patente non solo di filosemita, ma addirittura di filo-sionista (della prima ora, naturalmente). Mi convince perché l’unico modo che conosco per affrontare un problema è non negarlo, e andarne a scavare e metterne a nudo le radici. Con queste informazioni gli antisemiti veri, quelli che esibiscono croci uncinate ma anche quelli che si mascherano dietro le bandiere palestinesi, li combatterò meglio.

Mi considero (indegnamente) un erede spirituale di Beppe: per eventuali critiche o dissensi rivolgersi quindi direttamente al sottoscritto. (P. R., 17 luglio 2026)

1. Sul panorama internazionale sta accadendo uno strano fenomeno di censura, mai visto prima con simili proporzioni: ogni discussione di ordine politico e financo storiografico intorno alla Guerra di Gaza e alla Questione palestinese sta diventando impossibile. Per estensione, sta diventando impossibile ogni discussione intorno allo Stato di Israele. Appena si entra nel merito di argomenti del genere, scattano le censure del politically correct e si viene esposti alle accuse più estreme, che culminano inevitabilmente in quelle di genocidio e/o di antisemitismo. Viene evocato il disumano, il male assoluto, l’indicibile. Chiunque osi fare qualche osservazione viene subito neutralizzato con la censura e con il discredito morale. Qualunque argomentazione di tipo storico viene considerata pretestuosa e viene bandita come tentativo di giustificare ciò che si ritiene ingiustificabile.

2. Questo clima, per quanto già diffuso in precedenza, si è acuito particolarmente dopo i fatti di Gaza del 7 ottobre. Nel mio piccolo, ho reagito criticamente, pochi giorni dopo i fatti, a un articolo di Ernesto Galli della Loggia, giornalista e storico, che adottava in pieno questa prospettiva censoria[1]. Non immaginavo certo tutto quel che su quella strada di intolleranza sarebbe venuto dopo. Si badi bene che l’intolleranza è praticata dai sostenitori di entrambe le parti. Del resto è indubitabile che una parte dei palestinesi (ad esempio Hamas e la Jihad islamica) intenderebbe cancellare Israele e una parte di Israele intenderebbe cancellare i palestinesi. In mezzo agli estremi ci sta una colonizzazione sionista controversa che dura almeno da un secolo (la dichiarazione di Balfour è del 1917) e una Questione palestinese che dura da altrettanto e, nello specifico dello Stato di Israele, almeno da 75 anni. Ciascuna delle due parti ha la sua lettura “corretta” di quello che è avvenuto nel passato e ha la sua ricetta per il futuro. In mezzo, ancora, ci sta l’evento tragico della Shoah, addirittura negata da una parte consistente del mondo islamico e spesso usata strumentalmente da Israele per ignorare le numerose Dichiarazioni dell’ONU[2] e per avanzare le sue discutibili pretese territoriali.

3. Bisognerebbe riuscire a darsi una calmata. L’unico modo possibile per uscire dall’impasse è quello di deporre le assolutizzazioni e di utilizzare la contestualizzazione storica, per capire (e non giustificare!) i diversi punti di vista dei contendenti, usare gli strumenti della politica e della diplomazia, evitare la caccia a chi ha ragione o a chi ha torto, perché in quella situazione – per come è venuta a determinarsi – tutti hanno accumulato torti e ragioni ormai abbondanti e inestricabili.

C’è tuttavia un oggettivo squilibrio tra le due parti in causa: Israele ha uno Stato fondato nel 1948 (e che nel 2018 si è auto proclamato “Stato degli ebrei”) mentre i palestinesi non hanno uno Stato, con tutte le conseguenze del caso. In questa situazione, sul piano morale e su quello politico, si può avanzare la tesi che chi dei due è il più forte, e ha un potere immensamente superiore, abbia anche una maggiore responsabilità per risolvere la situazione. Israele, a partire dalla sua fondazione nel 1948, ha vinto platealmente tutte le guerre con i Paesi vicini. Ha accumulato un’indiscutibile supremazia militare. Attualmente occupa (seppure a diverso titolo) tutte le terre che, secondo l’ONU, sarebbero destinate allo Stato dei palestinesi e sta facendo in modo che non vi sia proprio più alcuno spazio di continuità per uno Stato palestinese. La situazione ormai può essere risolta solo da Israele. La domanda vera è se Israele sia un grado di farlo. Soprattutto se voglia farlo. Dopo 75 anni di predominio indiscusso.

Dunque il problema vero è quello della politica israeliana. In questo saggio si cercherà di analizzare gli aspetti salienti della politica israeliana, facendo riferimento anche e soprattutto agli opportuni contesti storici, sociali e culturali che l’hanno determinata e la determinano tuttora. Premetto che non sono un esperto di cose israeliane, anche se ho qualche dimestichezza con la disciplina storiografica e ho insegnato a lungo la storia contemporanea. Molte cose le conoscevo solo da lontano, piuttosto superficialmente. Ho ripreso lo studio dopo i tragici fatti di ottobre. Spero che queste mie analisi possano servire al lettore a farsi una propria idea non preconcetta, a mettere da parte le censure e le assolutizzazioni. Si tratta di cose forse risapute ma che, messe le une accanto alle altre, acquistano decisamente un significato più chiaro. E ci permettono di capire meglio cosa ci possiamo aspettare.

4. In questo periodo, in cui lo Stato di Israele è alla ribalta della politica internazionale ed è soggetto a ogni sorta di attenzione, anche e soprattutto per le sue vicende interne, può essere interessante avere qualche informazione in più sul suo sistema politico e partitico. I nostri comuni mezzi di informazione si guardano bene dal fornire dati utili a comprendere gli schieramenti politici che stanno dietro ai processi decisionali del governo israeliano. Non parliamo poi di produrre analisi che ci permettano di capire cosa ci possiamo aspettare in futuro. Va detto che il sistema partitico israeliano è piuttosto complesso e presenta taluni aspetti davvero singolari.

Appena ci si addentra nella questione, diventa subito chiaro che per capire il sistema politico e partitico di Israele occorre riandare alla storia della formazione dello Stato, alle vicissitudini della ideologia sionista, alle diverse componenti di tipo etnico e etnico-religioso che dividono la società israeliana. Saremo dunque costretti, nel corso dell’esposizione, ad aprire numerose parentesi esplicative e di approfondimento.

Vediamo.

La crisi del sistema politico israeliano e le ultime elezioni

5. Comincerò partendo dalla stretta attualità, per poi produrre gli opportuni approfondimenti sulle specifiche questioni, mano a mano che si presenteranno. Il primo elemento empirico immediato da prendere in considerazione è che Israele, negli ultimi anni, è andato soggetto a una crisi politica senza precedenti. Nel breve volgere di 4 anni, a partire dal 2019, si sono tenute ben cinque consultazioni elettorali per l’elezione del parlamento (Knesset)[3]:

  • 21a Knesset 9 aprile 2019
  • 22a Knesset 17 settembre 2019
  • 23a Knesset 2 marzo 2020
  • 24a Knesset 23 marzo 2021
  • 25a Knesset 1 novembre 2022

In precedenza, la 20a Knesset era stata eletta il 17 marzo 2015 ed era giunta quasi al termine naturale, quando era intervenuta una crisi nella coalizione di governo, dovuta a contrasti sulla proposta di legge riguardante il servizio militare per gli ultra ortodossi. E dovuta anche, indirettamente, alle accuse di corruzione da parte della magistratura nei confronti del premier Netanyahu. A parte i guai personali di Netanyahu, gli studiosi ritengono che, in quest’ultimo periodo, si sia verificato un cambiamento strutturale nel sistema politico israeliano che avrebbe comportato una marcata personalizzazione della politica. Si sarebbe passati, in altri termini, da una repubblica dei partiti[4] relativamente stabile a un regime populista altamente instabile, dovuto alle giravolte continue dei singoli leader, in continua competizione per massimizzare le proprie chance elettorali. Di conseguenza, i programmi elettorali sarebbero sempre meno legati alle effettive problematiche presenti nella società israeliana e sempre più legati all’interesse momentaneo di ottenere il consenso elettorale, sia da parte di gruppi mutevoli sia di singoli individui. Per questo, molte delle formazioni politiche nuove, che si sono presentate alle elezioni nell’ultimo quadriennio, sono il risultato di coalizioni labili e improvvisate. Israele ha da sempre, fin dalla fondazione, enormi problemi da risolvere e l’affermazione di questo nuovo stile politico non può certo contribuire alla loro soluzione.

6. Questo nuovo panorama del sistema politico israeliano rende la situazione assai complessa e mutevole. La cosa più facile, per chi sia del tutto estraneo a quel mondo, è quella di entrare in medias res e di esaminare la tabella dei risultati elettorali delle ultime elezioni che si sono tenute nel 2022.

Le elezioni che hanno determinato l’attuale quadro politico. Mi limiterò a citare i risultati essenziali.

PartitoOrientamentoVoti %Seggi
LikudCentro destra23,4132
Yesh AtidCentro progressista17,7924
Partito sionista religiosoDestra religiosa10,8414
Unità NazionaleCentro destra9,0812
ShasDestra religiosa8,2511
Ebraismo della Torah unitoDestra religiosa5,887
Israel BeitenuCentro destra4,486
Lista Araba UnitaPartito arabo4,075
Hadash – Ta’alSinistra radicale3,755
Partito Laburista (Ha’Avodà)Centro sinistra (Labour)3,694
MeretzCentro sinistra (Labour)3,16
BaladPartito arabo2,91
La casa ebraicaDestra religiosa1,19
Altri (28 formazioni con meno di 1%) 1,5
 100 120

Elezioni del 1° novembre 2022. Non sono stati riportati i risultati dei partiti che hanno ottenuto meno dell’1%. Lo sbarramento è al 3,25%. Sono evidenziati i partiti che fanno attualmente parte della coalizione del governo Netanyahu VI. Il Partito di Unità Nazionale non faceva parte della coalizione ma si è aggiunto nel Gabinetto di guerra, dopo i fatti di Gaza. Le posizioni dei diversi partiti saranno spiegate dettagliatamente nel seguito.

Come si vede, il sistema politico israeliano è estremamente frammentato. Nella politica israeliana, oltre a quelle mostrate nella tabella, sono presenti anche molte altre formazioni. Qui abbiamo elencato solo quelle che si sono effettivamente presentate alle elezioni del 2022 e hanno ottenuto più dell’1% dei voti. Diverse formazioni che si sono presentate in lista sono a loro volta coalizioni di altre formazioni. Un vero sistema di scatole cinesi. Si noti che ben 28 formazioni che si sono presentate non hanno neppure raggiunto l’1%. Si tenga anche conto del fatto che il sistema elettorale israeliano è proporzionale. Per l’attribuzione dei seggi alla Knesset (che sono 120 in tutto) in Israele c’è attualmente una soglia di sbarramento che ammonta al 3,25%.

7. Sulla base della nostra tabella, cerchiamo ora di comprendere come hanno votato gli elettori israeliani, a seconda di alcune grandi aree o raggruppamenti. La collocazione dei diversi partiti nelle varie aree, anche se relativamente arbitraria, è quella consuetudinaria. Si tenga presente che sono possibili raggruppamenti di tipo diverso[5]. Inoltre, per la formazione delle coalizioni di governo, che si formano sempre dopo le elezioni, all’interno di ciascuna area possono esserci anche rivalità o incompatibilità dovute alle specifiche tattiche dei singoli partiti, nelle diverse situazioni.

Elezioni Israele – 1 nov. 2022(%)
Centro destra36,99
Destra religiosa26,16
Centro17,79
Partiti arabi 6,98
Centro sinistra 6,85
Sinistra radicale 3,75

Secondo la nostra classificazione, il centro destra non religioso ha ottenuto complessivamente il 36,99%. La destra religiosa ha invece conseguito il 26,16%. Il centro ha guadagnato il 17,79%. I partiti arabi ammontano in tutto al 6,98%. Il centro sinistra ha il 6,85%. La sinistra radicale, costituita tuttavia in gran parte da voto arabo, il 3,75%.

Occorre tener presente che le nozioni di destra e sinistra in Israele sono alquanto diverse dalle nostre. Una discriminante tra i diversi partiti è il modo in cui si rapportano nei confronti del sionismo. Si tenga presente che ci sono attualmente almeno tre tipi ben distinti di sionismo (vedi oltre). I partiti che possono essere definiti genericamente come antisionisti (Sinistra radicale e Partiti arabi) arrivano appena al 10,73%. Tutti gli altri partiti, compresi i laburisti di centro sinistra, sono sionisti, più o meno radicali, di un tipo o dell’altro. C’è un partito della destra religiosa (Ebraismo della Torah) che si dichiara antisionista per il fatto che per motivi religiosi non riconosce lo Stato, ma che non disdegna di collaborare con lo Stato (vedi oltre). I partiti che hanno conseguito meno dell’uno per cento ammontano in tutto all’1,5%. Va considerato che il partito che attualmente occupa il centro progressista (Yesh Atid) non è stato estraneo in passato a collaborare con il Likud.

8. L’attuale governo Netanyahu è il 37º governo d’Israele, il sesto sotto la guida di Benjamin Netanyahu. Formatosi in seguito ai risultati delle elezioni del 2022, è stato definito come il governo più a destra nell’intera storia di Israele. Era nato dopo le elezioni come regolare governo di coalizione in sede civile, ma, in seguito allo scoppio, nell’ottobre del 2023, del pesante conflitto armato contro Hamas, presso la Striscia di Gaza, esso è stato mutato in un Governo di guerra. La possibilità di un gabinetto di guerra era già prevista nell’ordinamento di Israele. Occorre tenere presente che i provvedimenti del gabinetto di guerra non necessitano dell’approvazione della Knesset. Per tutta la durata della guerra, la Knesset sarà dunque esautorata.

Nella sua formazione iniziale, il governo Netanyahu VI era composto da 31 ministri, ed era supportato da una coalizione formata da Likud, Ebraismo della Torah Unito, Shas, Partito Sionista Religioso (che comprende Otzma Yehudit e Noam)[6]. A questi partiti, nel nuovo contesto bellico dopo il 7 ottobre 2023, si è aggiunto il Partito di Unità Nazionale, portando il governo ad un totale di 37 ministri, di cui 6 nominati in stato d’assedio. Il Partito di Unità Nazionale, che è venuto in soccorso di Netanyahu, è guidato da Benny Gantz ed è, a sua volta, una coalizione formata da due partiti (“Blu e Bianco” e “Nuova Speranza”). Si tratta nel complesso di una formazione liberale conservatrice, sionista di centro destra.

L’attività del governo è attualmente sostituita dal Gabinetto di guerra che è formato da cinque membri: Benjamin Netanyahu (Primo Ministro, Likud), Yoav Gallant (Ministro della Difesa, Likud), Benny Gantz (Ministro senza portafoglio, Partito di Unità Nazionale), Ron Dermer (Ministro degli Affari Strategici, Likud), Gadi Eizenkot (Ministro senza portafoglio, Partito di Unità Nazionale). Si tratta in gran parte di ex militari.

Invece lo Yesh Atid, partito non meno sionista ma centrista, genericamente progressista e laico, guidato dall’ex giornalista Yair Lapid, già precedentemente fuori dalla coalizione governativa, è rimasto fuori anche dal gabinetto di guerra. Pur avendo in passato collaborato con Netanyahu, lo Yesh Atid si è ultimamente caratterizzato con una posizione anti-Netanyahu.

Esaminando l’attuale composizione del governo Netanyahu VI appare abbastanza evidente come nella Guerra di Gaza si stiano combattendo sul campo due manifestazioni dell’estremismo religioso, quello fondamentalista terroristico di Hamas e quello fondamentalista sionista e religioso di Israele. Questo non significa certo mettere sullo stesso piano i due contendenti. Tuttavia il fondamentalismo costituisce il loro elemento comune e la chiave per interpretare molte delle loro decisioni.

Mi si permetta qui di aggiungere una nota di valutazione personale. Sui nostri media corre la voce che Netanyahu sia ormai caduto in disgrazia e che il pubblico israeliano voglia “fare i conti” con lui. In realtà le critiche rivolte a Netanyahu – oltre ai suoi problemi giudiziari personali e oltre al suo disegno di legge che mira a limitare l’indipendenza della magistratura – sono critiche che potremmo definire “di estrema destra”: Netanyahu non avrebbe tenuto la necessaria fermezza contro i Palestinesi. Per cui, quand’anche il Likud possa soffrire in futuro di una qualche emorragia elettorale, i voti persi andranno a destra e non certo a sinistra. Quelli che si consolano ripetendo di essere critici di Netanyahu (cioè degli errori dell’uomo politico) dovrebbero tenere a mente (si guardi bene la distribuzione dei consensi) che dopo Netanyahu potrà venire solo una coalizione ancora più a destra e sempre meno disponibile a intraprendere iniziative di pace con i Palestinesi. A parte i suoi errori personali e le sue defaillance politiche, Netanyahu interpreta perfettamente il sentire della gran parte del suo Paese.

Il centro-sinistra israeliano, con qualche ragguaglio storico

9. Proviamo ora, dopo lo sguardo panoramico generale, a entrare nel merito della consistenza qualitativa dei diversi schieramenti. Per quanto faticoso e ostico, è questo un sacrificio che va fatto se si vuol capire cosa ci possiamo aspettare dalla futura evoluzione politica di Israele. Cominciamo dal centro sinistra. Preferisco parlare di “centro sinistra” perché nel panorama degli schieramenti israeliani ci sono alcune formazioni di sinistra più radicali e perché gli attuali partiti di centro sinistra sono comunque sionisti, come tanti altri, pur con tutti i distinguo del caso. Abbiamo già premesso che ci sono diversi tipi di sionismo.

L’attuale centro sinistra israeliano – che, come si vede dai risultati elettorali, sta attraversando una notevolissima crisi – è l’erede degli storici partiti di ispirazione sionista socialista (e laburista), il Mapai e il Mapam che hanno sostanzialmente guidato, in termini egemonici, prima la migrazione in Palestina negli anni del Mandato, poi la formazione stessa di Israele nel 1948 e, poi ancora, i suoi sviluppi, fino al 1977. I sionisti laburisti hanno sempre avuto la maggioranza fin dal 1948 e, solo a partire dal 1977, l’elettorato israeliano si è spostato tendenzialmente sempre più a destra, fino a determinare la composizione dell’attuale governo Netanyahu VI. L’attuale centro sinistra è composto da due partiti principali che nel 2022 sono arrivati, insieme, al 6,85%. Insomma, a ben vedere, una catastrofe elettorale. Che ha le sue ragioni profonde.

10. Prima di proseguire, se vogliamo capirci qualcosa, è qui necessario un intermezzo di minima chiarificazione intorno alla “sinistra” israeliana. Nel nostro Paese si ha una conoscenza piuttosto superficiale della storia di Israele e si tende a considerare il sionismo come una specie di socialismo, o come una specie di socialdemocrazia. Questa discutibile convinzione è stata alimentata anche e soprattutto grazie alla mitologia dei kibbutzim, le imprese, soprattutto agricole, organizzate secondo una modalità collettivistica, tipiche soprattutto del periodo pionieristico. Ebbene, Zeev Sternhell – pubblico intellettuale israeliano e noto studioso delle ideologie della prima metà del Novecento – spiega che il sionismo ha poco o niente a che vedere con il socialismo e con la socialdemocrazia per come li intendiamo comunemente. Va detto che Sternhell non è molto amato dalla destra israeliana e ha subito un grave attentato nella sua abitazione il 28 settembre 2008. Tuttavia Sternhell qui parla da storico delle idee. La discriminante fondamentale, secondo lo studioso, è che socialismo e socialdemocrazia sono e restano ideologie universalistiche. Il sionismo invece deve essere considerato come una sorta di socialismo nazionalista. Sternhell, ovviamente, ci tiene a distinguere questo socialismo nazionalista dal socialismo nazionale, poiché quest’ultimo rischierebbe ovviamente di essere confuso con il nazionalsocialismo.

Dice Sternhell: «L’unicità del socialismo nazionalista europeo […] risiede in un punto essenziale: l’accettazione del principio del primato della nazione al cui servizio vengono posti i valori del socialismo. In questo modo il socialismo per[d]e il suo significato universale e diven[ta] uno strumento essenziale nel processo di edificazione dello Stato nazionale. I valori universali del socialismo furono dunque subordinati ai valori particolaristici del nazionalismo. Espressione pratica di tale ideologia furono il rifiuto totale del concetto di lotta di classe e la volontà di trascendere le contraddizioni sociali per il bene di tutta la collettività. Questa forma di socialismo predicò l’unità organica della nazione e la mobilitazione di tutte le classi della società allo scopo di conseguire gli obiettivi nazionali»[7]. Insomma, un’ideologia para socialista messa al servizio della costruzione della nazione.

Prosegue poi ancora Sternhell indicando una forte caratterizzazione antiborghese del sionismo, ma non anticapitalistica. Infatti, da parte del sionismo si ha la forte identificazione dei lavoratori con i “produttori”, senza alcuna distinzione di classe, senza alcuna differenziazione tra capitale e lavoro. Di conseguenza si ha una forte contrapposizione tra i lavoratori/ produttori e i “parassiti”. In quel contesto veniva dunque apprezzato il capitale produttivo e disprezzato il capitale speculativo. Si pensi che il sindacato sionista Histadrut (vedi oltre) era esso stesso possessore dei mezzi di produzione (noi diremmo, che era capitalista) e, nel contempo, difensore degli interessi dei soli lavoratori ebrei.

Aggiunge ancora Sternhell, a proposito del rapporto tra individuo e nazione: «Il socialismo nazionalista si basava […] sull’idea di nazione quale unità culturale, storica e biologica o, in senso figurato, una famiglia estesa. L’individuo era considerato come una parte organica della totalità e la totalità aveva priorità sull’individuo. I legami di sangue e culturali che univano i membri della nazione e la loro partecipazione allo sforzo generale nazionale erano considerati più importanti della posizione dell’individuo nel sistema produttivo»[8]. La nazione, così intesa, doveva difendersi contro i due grandi pericoli, costituiti dal liberalismo, che esaltava l’individualismo e dal marxismo che esaltava la lotta di classe e, dunque, la spaccatura del corpo della nazione.

Aggiunge poi ancora Sternhell a proposito della “dimensione sociale” che era ben presente nel sionismo originario: «Nel momento in cui negò la lotta di classe, il socialismo nazionalista favorì attivamente una soluzione dei problemi sociali. Esso proclamava che nessuno che avesse a cuore il futuro della nazione, poteva rimanere indifferente a una situazione in cui larghi segmenti del corpo nazionale si trovavano immersi in una condizione di povertà e di degrado […] il socialismo nazionalista non si oppose mai al capitale privato in sé. […] colpevoli erano i capitalisti improduttivi, non il capitale in sé»[9]. Di qui l’invocazione di un marcato interventismo statale nell’economia e nella dimensione del welfare o, se si vuole, dello stato sociale.

L’intero capitolo I del saggio di Sternhell spiega diffusamente questi concetti e li colloca opportunamente nel loro contesto storico. Ho riportato queste lunghe citazioni poiché da esse si desume con una certa chiarezza – Sternhell non lo dice evidentemente per carità di patria – che il sionismo storico, e quello del Mapai e simili, avessero numerosi punti in comune con la ben nota ideologia nostrana che ha nome fascismo. Se vogliamo, potrebbe essere considerato come una versione sociale del fascismo, cui va aggiunta tuttavia una forte caratterizzazione etnonazionalistica. Più di uno studioso ha sottolineato le parentele tra sionismo e fascismo. Il sionista revisionista Jabotinsky, fondatore di una delle correnti del sionismo, è stato più volte avvicinato al fascismo. Non è questa la sede per discutere gli apparentamenti ideologici tra il sionismo e le altre ideologie del Novecento. Spero di avere comunque chiarito esaurientemente che ogni tentativo di paragonare i laburisti israeliani ai partiti socialisti europei è destinato al più totale insuccesso. Il rischio è quello di non capire proprio niente.

I laburisti israeliani si sono sempre e soltanto occupati della costruzione della nazione. Il loro “socialismo” è sempre stato di tipo particolaristico. E strettamente legato alla colonizzazione e alle questioni militari e di confine con i Paesi vicini. Si pensi a personaggi come Golda Meir o Moshe Dayan. La questione palestinese è sempre stata per loro un grave incomodo, nazionale e internazionale. Il colonialismo è sempre stato un tratto fondamentale della loro prospettiva. Il labourista israeliano Yigal Allon – tanto per fare un esempio – è stato uno dei promotori della colonizzazione illegale della Cisgiordania dopo il 1967. Solo recentemente i laburisti sionisti si sono in un certo senso effettivamente socialdemocratizzati in senso europeo (mettendo l’accento sui diritti individuali, sul mercato, sul riformismo e sul welfare state e accettando, in politica estera, la teoria dei “due popoli, due Stati”). Ma queste trasformazioni sono avvenute proprio in seguito alla crisi sopravvenuta del sionismo originario.

11. Ci sono delle ragioni profonde che spiegano la crisi del sionismo socialista e nazionalista classico e dunque la progressiva conversione della maggioranza dell’elettorato israeliano dalla “sinistra” alla destra estrema. Intanto dobbiamo mettere in conto l’affievolirsi progressivo dell’ideologia sionista nazionalista originaria (sebbene non del progetto coloniale, che è passato alla destra e ai partiti religiosi). È noto da tempo che il socialismo collettivistico dei kibbutzim ha perso ogni spinta propulsiva ed è tuttora in crisi e le poche realizzazioni restano solo più con un valore simbolico. La società israeliana è stata contagiata dalla silenziosa marcia inarrestabile dell’individualismo. L’ideologia collettivista nazionale non attrae più e non sembra funzionare più. Secondariamente, dopo la fine della Guerra fredda, di fronte all’esigenza, fattasi più stringente, di risolvere la Questione palestinese con un compromesso, la “sinistra” israeliana è apparsa al pubblico troppo debole, troppo incline a rinunciare agli obiettivi securitari della destra, che sempre più coincidono con la espulsione degli arabi e la realizzazione della Grande Israele. Come è noto, il laburista Yitzhak Rabin, propenso a una pacificazione con i Palestinesi, è stato assassinato il 4 novembre 1995, proprio da un estremista di destra. Un messaggio assai chiaro.

Ma la causa principale della crisi della “sinistra” israeliana è stata la nuova immigrazione. Il sionismo socialista nazionalista era fortemente legato alla prima immigrazione askenazita[10], composta soprattutto da ebrei provenienti dall’Europa centrale. Com’è noto, secondo la legge del ritorno, Israele è tenuta ad accogliere e a conferire la cittadinanza a tutti gli ebrei[11] che la richiedano. Il fatto è che il processo migratorio verso Israele ha subito nel tempo un notevole cambiamento. Per dirla in sintesi, a livello mondiale, i ceti medio alti della diaspora ebraica non si sono neppur sognati di emigrare verso Israele. A fare la scelta dell’immigrazione sono stati sempre più i ceti meno privilegiati, provenienti dagli angoli più sperduti del mondo. Questi nuovi “cittadini” israeliani, a volte anche fatti segno di disprezzo e di manifestazione razziste da parte degli stessi israeliani di più vecchio insediamento, sono quelli che de facto hanno progressivamente determinato lo spostamento a destra dell’asse politico. Il cambiamento della composizione sociale e culturale dell’immigrazione ha determinato il cambiamento della composizione politica. Detto in altri termini, il sionismo socialista nazionalista originario pare abbia fallito nella socializzazione dei nuovi arrivati, i quali hanno continuato a mantenere i loro retroterra originario in termini di cultura politica, alimentando da un lato la prospettiva individualista (fortemente anticollettivista e contraria all’interventismo statale) e dall’altro quella etnico religiosa. Inoltre, essendo i nuovi immigrati appartenenti a ceti medio bassi, quando non a fasce marginali, ciò ha favorito lo sviluppo del rancore sociale della conflittualità interna e delle istanze securitarie e antiarabe.

12. Un altro aspetto assai rilevante per la comprensione della crisi della “sinistra” è costituito dalla crisi (a partire degli anni Ottanta e Novanta) e dalla trasformazione del sindacato sionista socialista Histadrut in una organizzazione sindacale vicina agli standard comuni dei Paesi occidentali. Si tratta della organizzazione sindacale tradizionale di Israele. Che ha avuto caratteristiche davvero singolari. Anzitutto si trattava di un’organizzazione che ha preceduto di gran lunga la formazione dello Stato di Israele. Essa ha avuto un ruolo enorme nella colonizzazione, a partire fin dagli anni Venti. Va spiegato bene che questo sindacato si rivolgeva esclusivamente ai lavoratori ebrei. Solo nel 1966 vennero ammessi gli arabi israeliani, seppure su un piano non del tutto paritario. Questo sindacato aveva avuto un peso enorme nella struttura stessa dello Stato. Dopo la costituzione dello Stato, Histadrut è stato addirittura definito come “uno stato nello stato”. In generale, nel nostro linguaggio politologico, Histadrut avrebbe potuto essere definita come una corporazione o sindacato corporativo. Aveva il controllo su una parte rilevante del sistema economico israeliano che notoriamente era gestito prevalentemente dallo Stato. Controllava la finanziarizzazione dell’economia (possedeva banche), organizzava le cooperative (kibbutz) organizzava la previdenza (pensioni) e il welfare (l’assistenza sanitaria e le farmacie). Si occupava della formazione professionale e del mercato del lavoro (gestiva il collocamento). Possedeva anche un giornale quotidiano diffuso. L’iscrizione dei lavoratori (ebrei) e il pagamento delle quote era praticamente obbligatoria. L’elemento “socialista” della economia israeliana stava appunto soprattutto in questa enorme corporazione onnipresente, con migliaia di dipendenti. I dirigenti erano eletti e, benché fosse consentito un certo pluralismo, la maggioranza schiacciante era costituita pressoché sempre all’interno dei partiti della “sinistra”. Una specie di cinghia di trasmissione tra politica, Stato ed economia.

A partire dagli anni Ottanta, questo apparato elefantiaco cominciò a dare segni di crisi, soprattutto sul piano della gestione finanziaria. Nel 1995 si arrivò al colpo di grazia con la riforma sanitaria che ne passò le competenze allo Stato. Dopo il 1995 l’Istadrut ebbe un notevole ridimensionamento, con perdita di adesioni, chiusura del giornale e diminuzione delle competenze. Questa diminuzione di importanza è legata, in generale, a una politica di liberalizzazioni che vennero portate avanti – contro i laburisti – dal nuovo partito (Herut) che poi diverrà il Likud. Insomma, quello che era l’apparato corporativo qualificante del sionismo socialista ha finito per mostrare la sua insostenibilità, tanto da essere drasticamente ridimensionato e con esso la politica sionista socialista.

È abbastanza significativo come queste enormi trasformazioni interne siano avvenute in concomitanza con la fine della Guerra fredda. L’immigrazione dei mizrahì (vedi oltre) dall’Oriente e dalla ex Unione Sovietica, il ridimensionamento in Israele della componente askhenazita, la liberalizzazione dell’economia (e la maggiore esposizione della politica alle pratiche clientelari), l’emarginazione progressiva del laburismo e del sindacato Histadrut sono senz’altro fenomeni interrelati e concomitanti. Cui va aggiunto il sopravvenire progressivo di un nuovo tipo di sionismo, il sionismo messianico (vedi oltre). Con la fine della Guerra fredda, in politica estera tenderà ad aumentare progressivamente, assieme allo spostamento politico a destra, la pressione sui Territori occupati palestinesi.

13. Come si evince da questo quadro, il sionismo socialista nazionalista che aveva determinato la fondazione dello Stato israeliano è andato incontro a una crisi irreversibile. Un processo che può essere tranquillamente inquadrato nella crisi delle ideologie. L’attuale sionismo è tutt’altra cosa.

Ma vediamo ora, per completare il quadro, un po’ più in dettaglio cosa è rimasto, qual è la consistenza attuale dei partiti del centro sinistra. L’attuale schieramento di centro sinistra è composto da due partiti principali. Anzitutto il Partito Laburista Israeliano, che si chiama Ha’Avodà. Il leader attuale è una donna, Merav Michaeli, ex conduttrice televisiva. È un partito sionista, seppure ormai di orientamento compiutamente socialdemocratico. Continua la tradizione laica originaria del sionismo. Fondato il 23 gennaio 1968, i suoi appartenenti provenivano dalle file del Mapai e del Mapam. Per un certo periodo si chiamarono “Israele Unita”. Il partito attuale fa parte dell’Internazionale socialista. Il partito si è spaccato sul sostegno dato al governo Netanyahu V (35°), quando due deputati su tre (tranne la Michaeli) lo hanno appoggiato. Il partito, sotto la nuova guida della Michaeli, ha poi sostenuto il governo di coalizione Bennett – Lapid (36°), in cui la Michaeli stessa ha fatto il Ministro dei trasporti[12]. Per quanto riguarda la questione palestinese, sostiene la soluzione dei «due popoli, due Stati». Il partito è aperto a una serie di questioni connesse ai diritti civili e sociali, come il matrimonio omosessuale, la legalizzazione della cannabis, i diritti LGBT. Il partito si era opposto alla approvazione della legge fondamentale del 2018 che ha dichiarato Israele “Stato degli ebrei”. Nelle elezioni del 2022 ha preso il 3,69% e ha così guadagnato 4 seggi.

L’altro partito di centro sinistra si chiama Meretz (che vuol dire “Energia”). È un partito sionista, di orientamento socialdemocratico e ambientalista. Nasce nel 1992 da alcune correnti del Mapam. Le posizioni politiche del partito sono la difesa dello Stato sociale, il riconoscimento dei diritti degli omosessuali, la separazione tra Stato e religione e l’avvio di un negoziato di pace tra israeliani e palestinesi che crei due Stati indipendenti. Tra i partiti sionisti, il Meretz è quello che si colloca più a sinistra. Nelle elezioni del 2022, col 3,16% dei voti, non ha superato la soglia di sbarramento del 3,25% e non ha ottenuto alcun seggio.

Come abbiamo mostrato, la crisi del laburismo israeliano viene da lontano e pare oggi decisamente irreversibile. Ben lungi dall’essere una crisi momentanea, manifesta la tendenza di questa “sinistra” a trasformarsi in una serie di piccoli partiti di opinione, rivolti ai ceti medio alti, tendenzialmente laici. Una ripresa elettorale del centro sinistra capace di impensierire le due destre israeliane è del tutto da escludere. L’unico partito che punta all’area laica progressista, senza le zavorre della tradizione e che quindi fa concorrenza spietata al centro sinistra, è il partito progressista di centro Yesh Atid (vedi oltre).

14. Possiamo occuparci ora – come appendice al centro sinistra – della sinistra radicale. Il partito di riferimento, nelle elezioni di cui ci stiamo occupando, si chiama Hadash (“Nuovo”). Si qualifica come “Fronte democratico per la Pace e l’eguaglianza”). Si tratta, a sua volta, di una coalizione di due partiti composta dal Partito Comunista di Israele (Maki o Rakah), che è un tipico partito comunista e marxista, e dalle Pantere Nere, che è un gruppo di sinistra radicale arabo. Hadash non è sionista, ma non si oppone alla collaborazione con altri partiti sionisti. Il partito si qualifica invero coraggiosamente come interetnico. Si definisce “arabo-ebraico”: sebbene la maggioranza dei suoi leader ed elettori siano arabi israeliani, ha permanentemente e simbolicamente mantenuto una rappresentanza ebraica tra i suoi membri e nelle liste elettorali. Alle elezioni del 2022 si è presentato con Ta’al (Movimento Arabo per il Rinnovamento) e ha guadagnato il 3,75%, con 5 seggi. Quella che abbiamo definito come sinistra radicale vale dunque, alle elezioni del 2022, il 3,75%. Si consideri comunque che questa coalizione, per la sua composizione, attrae una componente araba significativa. Sergio Della Pergola, su Limes, ha collocato queste formazioni radicali insieme ai partiti arabi.

I cittadini arabi di Israele e i loro partiti

15. In Israele abbiamo poi i partiti arabi. Sono i partiti che si rivolgono principalmente alla minoranza dei cittadini di Israele che sono arabi. Si tratta di partiti dunque che sono disegnati secondo una chiara linea di tipo etnico. Per avere un’idea della distribuzione etnica della popolazione israeliana, nel 2022 il 73,6% della popolazione era costituita da ebrei israeliani, il 21,1% della popolazione da arabi israeliani e il restante 5,3% da membri di altri gruppi etnici. In cifra assoluta, gli arabi israeliani ammontano a 2.065.000 unità. Si noti che i “cittadini arabi di Israele” non sono necessariamente definibili esattamente come palestinesi. Sul piano etnico religioso, tra loro ci sono musulmani, drusi, cristiani, e anche beduini.

È bene ricordare da dove vengano costoro. Storicamente sono gli eredi degli arabi che si trovavano sotto il Mandato britannico, nell’area assegnata inizialmente dall’ONU ad Israele, la cui entità complessiva è stata stimata in 950 000 unità. In seguito agli eventi tra il 1947 e il 1948 (la guerra civile interna e la guerra tra i Paesi arabi e Israele del 1948) si calcola che siano rimasti nei territori di Israele circa 100-150 000 arabi (meno del 20%). La differenza rende l’idea dell’entità della espulsione (o eliminazione) subita dagli arabi. Sulle modalità di tale espulsione è tuttora in corso un aspro dibattito, che coincide con quello relativo alla legittimità stessa della formazione di Israele. Alcuni dei nuovi storici israeliani hanno parlato documentatamente di pulizia etnica[13]. La versione ufficiale sionista dell’epoca è che gli arabi, istigati dai Paesi arabi vicini, si siano allontanati volontariamente, convinti di poter tornare a guerra finita con Israele sconfitta. Non ci interessa entrare qui nella questione storiografica. Quel che è sufficiente per noi è che tra il 1947 e il 1948 da 950 000 unità si sono ridotti a un centinaio di migliaia. Questo è stato l’impatto sulla popolazione araba locale.

Si noti che fino al 1966-1968 i cittadini arabi sono stati sottoposti al regime marziale e dunque a pesanti restrizioni (circa i diritti di proprietà, la libertà di circolazione, i diritti civili). Le terre degli arabi sono state espropriate (attraverso un pretestuoso e raffinato apparato legale), sono stati messi limiti, per gli arabi rimasti, agli investimenti e alle opportunità di impresa. È stata scoraggiata quando non impedita la partecipazione politica. Le testate giornalistiche arabe sono state chiuse ed è stata impedita ogni sistematica attività culturale. Gli arabi hanno dovuto sottostare a permessi di spostamento, coprifuoco, detenzioni amministrative e espulsioni senza processi.

16. Ovviamente per votare occorre avere la cittadinanza. La nozione di cittadinanza, nello Stato di Israele, è alquanto problematica. Per cui è il caso di fornire qualche ulteriore chiarimento. La cittadinanza è davvero piena solo per gli ebrei. Osserva Wikipedia che Israele può essere considerato un esempio di democrazia etnica, in cui il gruppo religioso ebraico predomina nettamente, anche se formalmente sono garantiti i diritti civili e politici a tutti. Tutti i cittadini israeliani godono dei diritti civili e politici, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica e religiosa. Gli arabi israeliani sono cittadini israeliani, ad eccezione tuttavia di quelli di Gerusalemme Est e delle alture del Golan, che hanno lo status di residenti permanenti e il diritto a richiedere la cittadinanza israeliana. Molti di costoro tuttavia hanno preferito non usufruire di questo diritto. Gli arabi israeliani, anche dopo l’abrogazione del regime militare nei loro confronti, sono tuttavia ancora soggetti a numerose restrizioni e trattamenti particolari rispetto ai cittadini ebrei. Ad esempio non hanno l’obbligo del servizio militare.

Gli arabi israeliani non vanno confusi con i numerosi lavoratori stranieri immigrati soprattutto dai Paesi circonvicini e – ovviamente – con i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza[14]. I palestinesi in teoria, dopo gli accordi di Oslo, votano per la Autorità palestinese, anche se, in seguito al conflitto interno tra Fatah e Hamas, le elezioni non sono più state convocate. Questi ultimi, attraverso un ordinamento rocambolesco, possono avere il permesso di lavorare in Israele, generando un flusso drammatico, soggetto a permessi, restrizioni, rigidi controlli.

Abbiamo poi, a partire dal 1967, la situazione dei coloni che sono cittadini israeliani e che sono però insediati nei Territori occupati (che avrebbero dunque la residenza “fuori Israele”, tranne nel caso dei territori annessi unilateralmente e non riconosciuti però dalla comunità internazionale). In quanto cittadini israeliani hanno il diritto di voto e quindi, nel voto, non potranno che tener conto dei loro interessi e della politica dei diversi partiti verso gli insediamenti. I coloni stimati nel 2023 sono circa 700 000. A questi vanno aggiunti i coloni che stanno negli israeli outpost illegali, insediamenti clandestini non riconosciuti ufficialmente neanche da Israele, ma comunque tacitamente appoggiati dal governo israeliano, mediante la fornitura di strade, allacciamenti, comunicazioni e servizi di difesa.

È il caso di precisare che fino al 1966-’68 è stata di fatto impedita agli arabi ogni forma di organizzazione politica, ogni forma di partito organizzato, anche se, fin dal 1948, erano presenti alla Knesset alcuni rappresentanti degli arabi. Va detto che la espulsione originaria avvenuta tra il 1947 e il 1948, ha privato per intero gli arabi israeliani della loro classe dirigente. La costituzione di formazioni politiche arabe in Israele è avvenuta solo con l’avvento delle successive generazioni che, mediamente, sono risultate più istruite e più disponibili alla partecipazione politica.

17. Torniamo ora ai partiti arabi. Abbiamo anzitutto la Lista Araba Unita (Ra’am). È un partito a forte caratterizzazione etnica che si rivolge agli arabo israeliani. Sorprendentemente, ma non troppo, è un partito che esprime un certo notevole conservatorismo sociale, legato sostanzialmente alla cultura islamica tradizionale. Si tratta dunque di un partito israeliano arabo di destra. Per quanto riguarda la questione palestinese, il partito sostiene la soluzione dei due Stati. Alle elezioni del 2022 ha preso il 4,07% e ha ottenuto 5 seggi.

Abbiamo poi Balad (“Assemblea Nazionale Democratica”). È un partito arabo-israeliano, antisionista e filo-palestinese. A differenza di Hadash, Balad si oppone alla cooperazione con qualsiasi partito sionista, compresi quelli di sinistra e pacifisti come Meretz. Balad rivendica una piattaforma politica tesa a trasformare Israele in una democrazia per tutti i cittadini, a prescindere dalla loro identità nazionale o etnica. Si oppone all’idea di uno Stato unicamente ebraico e sostiene la natura binazionale di Israele. Si batte quindi per affinché i palestinesi ottengano lo status di minoranza nazionale e abbiano pieno riconoscimento dei diritti all’autonomia culturale, educativa e comunicativa. Supporta la definizione di due Stati sulla base dei confini definiti prima della Guerra dei sei giorni, con la costituzione di un unico Stato di Palestina (composto da Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est) e l’attuazione della Risoluzione 194 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sul diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi. Indubbiamente si tratta forse del partito israeliano che ha la visione più progressista circa la soluzione della questione palestinese. Forse proprio per questo alle elezioni del 2022 ha preso solo il 2,91%, non riuscendo così a superare lo sbarramento e non ottenendo dunque neppure un seggio.

Di Ta’al (“Movimento Arabo per il Rinnovamento”) abbiamo già parlato. Alle elezioni del 2022 non compare separatamente poiché si è presentato con il partito Hadash della sinistra radicale. Insieme hanno preso 1 seggio.

Come si vede il partito arabo che ha maggiori consensi tra gli arabi israeliani è un partito “di destra” e conservatore. Gli altri partiti arabi, come Balad o Ta’al, hanno una caratterizzazione più “di sinistra” ma costituiscono una minoranza esigua. I partiti arabi, presi insieme, nel 2022 valgono il 6,98%. Qualcosa in più, se vogliamo considerare anche come partiti arabi i partiti della sinistra radicale di cui s’è già detto. Ci sono tuttavia anche altre formazioni minoritarie. Anche tra gli arabi israeliani abbiamo dunque anzitutto una notevole spaccatura tra destra e sinistra e poi una forte frantumazione elettorale.

Uno sguardo all’esiguo Centro progressista

18. Data la situazione di crisi del sistema politico israeliano, la collocazione di centro è piuttosto difficoltosa da individuare. Il centro tende a farsi e a disfarsi continuamente. I partiti di centro possono allearsi sia a destra sia a sinistra. Nelle elezioni del 2022, l’unico partito cui può essere attribuita una posizione centrista, talvolta inclinante verso la sinistra, è, a giudizio di chi scrive, lo Yesh Atid (“C’è un futuro”). È un partito sionista, liberale e laico, con tinte di anticlericalismo, nonché di populismo, guidato dall’ex giornalista Yair Lapid. Pur avendo in passato collaborato con il Likud, è attualmente il principale partito di opposizione a Netanyahu. Il Partito si rivolge al ceto medio e medio-alto, soprattutto delle grandi città, dove pesca la maggior parte del suo elettorato.

Cito da Wikipedia, nella versione inglese: «In generale, Yesh Atid è considerato principalmente come un partito centrista; tuttavia esso è stato anche considerato come partito di “centro destra” o di “centro sinistra”. Questo partito ha tendenze sia verso il libero mercato sia verso il liberalismo sociale, cose che determinano inclinazioni di stampo libertario. Esso cerca di rappresentare quello che è considerato il centro della società israeliana: il ceto medio secolarizzato. Esso è concentrato primariamente intorno ad istanze di tipo civico, socioeconomico e di governance, includendo una riforma del sistema di governo e l’abolizione delle esenzioni militari per gli ultra ortodossi. Yesh Atid ha sostenuto la ripresa di negoziati di pace con i palestinesi e l’arresto di ulteriori costruzioni negli insediamenti».

Il partito ha preso significative posizioni contro il tentativo di riforma della Corte suprema nonché contro la corruzione (di cui Netanyahu è accusato). Ha preso molte posizioni a favore di un ampliamento dei diritti civili. Si è schierato per l’istituzione del matrimonio civile[15] e a favore del mondo LGBTQ, a sostegno delle rivendicazioni gender e dei matrimoni omosessuali. Ha preso posizione contro la separazione scolastica delle varie “tribù” israeliane (vedi oltre) e contro le esenzioni dal servizio militare per i gruppi religiosi. Per quanto concerne la questione Palestinese, accetta la soluzione dei due Stati ed è favorevole a bloccare gli insediamenti dei coloni.

Alle elezioni del 2022 ha fatto il secondo miglior risultato, ha preso il 17,8% e ha guadagnato 7 seggi.

Il Centro-destra israeliano non religioso

19. Possiamo ora rivolgerci alla destra, che in Israele si presenta in due versioni, quella più laica e quella religiosa. A destra sono attualmente collocate le forze egemoni della politica israeliana. Distingueremo tra un centro destra e una destra religiosa. Semplicemente in base al fatto che la destra religiosa tende a essere più fondamentalista, mentre il centro destra tende a essere più pragmatico e spregiudicato nelle alleanze.

Il centro destra laico, non religioso, comprende anzitutto il Likud, il partito dell’attuale capo del governo Netanyahu. Likud significa “Consolidamento”. Si tratta di un partito, sionista, nazionalista e liberal conservatore. Anche il Likud affonda le sue radici nella storia per cui è necessario qualche ragguaglio, altrimenti si rischia di non capire gran che. Il Likud ripone le sue radici attuali in una corrente separata del movimento sionista, il sionismo revisionista di Vladimir Žabotinskij. Si tratta di un movimento che, all’epoca sua, è stato spesso accusato di avere un’ispirazione fascista. È stata questa l’ala del sionismo che ha portato avanti con maggiore decisione e violenza la colonizzazione della Palestina, non rinunciando talvolta all’uso di metodi terroristici e alla pulizia etnica.

20. Vediamo meglio. Sia i laburisti tradizionali sia il Likud sono sionisti. Tuttavia c’è una notevole differenza. I laburisti discendono dalla corrente sionista socialista nazionalista, della quale abbiamo detto. Il Likud invece discende dalla corrente sionista revisionista. Si tratta di due sionismi assai diversi, che si sono sempre avversati[16]. Il sionismo revisionista fa capo allo Jabotinsky, la cui opera si è svolta tra le due guerre.

Jabotinsky riteneva che con gli arabi non fosse possibile alcun accordo e che il programma sionista potesse e dovesse essere realizzato solo con la forza. A partire dal 1925 diede forma al programma dei sionisti revisionisti. Lo Stato ebraico doveva essere realizzato attraverso la colonizzazione di massa e la militarizzazione. I confini dello Stato ebraico dovevano coincidere con il progetto della Grande Israele, dal Giordano al mare. I revisionisti criticavano severamente il sionismo socialista dell’Histadrut (il sindacato sionista socialista nazionalista) e il collettivismo dei Kibbutz. Erano contrari agli interventi dello Stato nell’economia.

Per un certo periodo di tempo Jabotinsky sperò di giungere a egemonizzare l’Organizzazione Sionista Mondiale, senza tuttavia riuscirvi. Così nel 1935 lanciò la sua sfida, creando una Nuova Organizzazione Sionista. Nel 1937-38, sotto il Mandato britannico, quando il conflitto con gli arabi si fece più acceso, provò a fare concorrenza al sionismo socialista, anche e soprattutto sul terreno dell’organizzazione militare. I revisionisti promossero l’Irgun, un’organizzazione armata che usava la violenza sia contro gli arabi sia contro i britannici. Non disdegnava l’uso del terrorismo. Vennero messe bombe nei mercati e sugli autobus frequentati dai palestinesi. Il leader militare dell’Irgun è stato Menachem Begin, quello stesso che darà vita poi al Likud. Dall’Irgun, per una scissione, si costituirà il “Lehi”, la cosiddetta Banda Stern (dal revisionista Avraham Stern), il cui leader sarà Yitzhak Shamir (che avrà poi anch’egli una brillante carriera politica). Costoro usarono sistematicamente il terrorismo e l’assassinio politico ma si focalizzarono soprattutto nel combattere i britannici. Come forza militare, l’Irgun fu avversato e infine messo da parte da Ben Gurion, che intanto aveva fondato la Haganah, quella che diventerà poi Tzahal, la attuale forza militare di Israele (nota anche come IDF). Gli appartenenti sia dell’Irgun sia della Banda Stern saranno assorbiti in Tzahal.

Dopo il 1948 i sionisti revisionisti fondarono un partito, Herut (“libertà”), che sarà a lungo minoritario. Poi Herut si unì a frange minoritarie liberali (contro il “socialismo”, contro l’Histadrut, contro l’intervento dello Stato nell’economia, contro il nazionalismo economico dei laburisti). Confluì in Herut anche una frangia di sionisti socialisti particolarmente interessati alla colonizzazione dei Territori occupati. Il Likud fu fondato – a partire da Herut – nel 1973 da Menachem Begin (ex leader dell’Irgun, come è stato detto), che lo condusse alla storica vittoria del 1977, quando, per la prima volta, i laburisti andarono all’opposizione. Solo nel 1988 il Likud divenne un partito unitario.

Non possiamo non notare l’ironia della storia, per cui Begin, l’antenato politico di Netanyahu, colui che oggi fa la guerra ai terroristi, ha teorizzato e praticato proprio il terrorismo.

21. Per quanto riguarda la questione palestinese, le posizioni del Likud sono sempre state molto chiare, anche se negli ultimi anni sono divenute assai più ambigue. La piattaforma originale del partito del 1977 stabiliva che “[…] tra il mare e il Giordano ci sarà soltanto la sovranità di Israele”. Riprende cioè la parola d’ordine sionista revisionista “Dal fiume al mare”. Nella piattaforma del 1999 si legge: «Le comunità ebraiche in Giudea, Samaria e Gaza costituiscono la realizzazione degli obiettivi sionisti. La colonizzazione della terra è una chiara espressione dell’inattaccabile diritto del popolo ebraico alla Terra di Israele e costituisce un assetto importante in difesa dell’interesse vitale dello Stato di Israele. Il Likud continuerà a rafforzare e a sviluppare queste comunità e a impedire il loro sradicamento»[17].

Inoltre: «Il Governo di Israele» rifiuta categoricamente la costituzione di uno Stato arabo-palestinese a ovest del fiume Giordano. I palestinesi possono condurre le loro vite liberamente in un quadro di autonomia, ma non come uno Stato indipendente e sovrano. Così, per esempio, in materia di politica estera, sicurezza, immigrazione e ecologia, la loro attività sarà delimitata in accordo con gli imperativi dell’esistenza di Israele della sua sicurezza e dei suoi bisogni nazionali».

A partire dal 2009, in riferimento agli incarichi di governo, la posizione di Netanyahu si è cautamente moderata, anche se ha continuato a oscillare tra il rifiuto di qualsiasi Stato palestinese e la accettazione della teoria dei due Stati a certe condizioni. È chiaro che questa ambiguità è dovuta alle esigenze delle campagne elettorali, allo scopo di accontentare i suoi alleati estremisti religiosi di destra. La carta del Likud del maggio 2014 è ancor più vaga e ambigua. Sebbene questa contenga degli impegni a rafforzare gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, non esclude esplicitamente la costituzione di uno Stato Palestinese.

Il Likud attualmente (almeno fino a prima della guerra del 7 ottobre 2023) sostiene seppure assai ambiguamente la soluzione dei due Stati, per risolvere il conflitto israelo-palestinese, ma è molto cauto e ritiene che il riconoscimento dello Stato di Palestina sia subordinato alla piena accettazione dell’esistenza di Israele da parte di tutte le forze politiche palestinesi. In alternativa considera la soluzione a stato unico dell’opzione giordana, il cosiddetto Piano Elon. In sintesi, secondo il piano, sarebbe previsto un ridisegno dei territori della Cisgiordania che in parte tornerebbero alla Giordania, dove verrebbero trasferiti la gran parte dei palestinesi. La Giordania diverrebbe così lo Stato palestinese ufficiale. Il Piano è sostenuto dalla destra israeliana e in particolare da Netanyahu e Lieberman. Il Piano Lieberman ne è una variazione. Il Piano Elon è stato rifiutato da quasi tutti ed è stato accusato di voler realizzare una sorta di pulizia etnica.

È assai probabile – questa è una nostra valutazione – che l’accettazione della soluzione a due Stati costituisca piuttosto un paravento di fronte alla opinione pubblica internazionale. È un dato di fatto che gli insediamenti continuano e l’appoggio ai coloni, anche dei settlement illegali, non è mai venuto meno. I partiti religiosi, con cui puntualmente si coalizza Netanyahu, di norma rifiutano radicalmente la soluzione dei due Stati.

Alle elezioni del 2022 il Likud ha preso il 23,41% e ha guadagnato 32 seggi.

22. Abbiamo poi il Partito di Unità Nazionale. Si tratta di un partito sionista, nazionalista, conservatore e laico. Si tratta di una coalizione, una di quelle coalizioni momentanee che imperversano nel nuovo corso politico israeliano. Tra il 1999 e il 2013 questa sigla indicava una coalizione tra tre partitini personali. Nelle elezioni del 2022 che stiamo esaminando, consiste di una coalizione tra due partiti principali, Resilienza (Hosen LeYisrael) del leader Benny Gantz, che è un ex generale dell’IDF, e Nuova Speranza del leader Gideon Sa’ar (che è proveniente dal Likud). A costoro si sono uniti anche altri 2 indipendenti come Gadi Eizenkot (esponente militare) e Matan Kahana (proveniente da Yamina). È un partito assai vicino agli ambienti militari, assai sensibile alle questioni territoriali e di sicurezza interna ed esterna.

Vediamo brevemente i principali componenti. Blu e Bianco-Resilienza (noto anche come “Blu and White Israel Resilience Party”[18]) è stato fondato dal generale e imprenditore Benny Gantz nel 2018, quando decise di entrare in politica. Il programma è tipicamente sionista. Afferma Wikipedia: «Nel suo maggior discorso politico, il 29 gennaio 2019, Ganz s’impegnò per rafforzare gli insediamenti in Cisgiordania e affermò che Israele non avrebbe mai lasciato il Golan. Egli non sostenne né rifiutò la soluzione a due Stati per la questione palestinese. “La Valle del Giordano sarà il nostro confine, ma non permetteremo che milioni di palestinesi che vivono oltre la recinzione mettano a repentaglio la nostra identità come Stato ebraico”[19]. Decisamente ambiguo. Successivamente ha proposto: «la creazione unilaterale di una “entità” palestinese contigua sul 65% della Cisgiordania e il congelamento della costruzione negli insediamenti al di fuori dei principali blocchi di insediamenti che si prevede verranno mantenuti in un futuro accordo di pace». Questo per scongiurare la soluzione a un solo Stato, da lui considerata come una minaccia esistenziale per Israele. Insomma, una sorta di spartizione della Cisgiordania.

A proposito di Nuova Speranza di Gideon Sa’ar, definito come partito conservatore, recita Wikipedia: «Nuova Speranza concepisce lo Stato di Israele come lo Stato nazionale del popolo ebraico e attribuisce rilevanza agli aspetti militari, economici, tecnologici e di ricerca, nonché agli insediamenti, con supporto all’immigrazione in Israele. Il partito considera problematiche le divisioni sociali all’interno di Israele e promette di impegnarsi per la riconciliazione e per sviluppare le interrelazioni tra le diverse componenti della nazione». Il leader Sa’ar ha dichiarato che si oppone alla soluzione a due Stati. Nel 2020 ha dichiarato: “Tra il Giordano e il mare non ci può essere un altro Stato indipendente”. È tra i sostenitori dell’annessione della Cisgiordania. I palestinesi dovrebbero trovare una loro sistemazione in una federazione con la Giordania (dove dovrebbero presumibilmente trasferirsi). È una posizione analoga a quella di Lieberman.

Insomma, il Partito di Unità Nazionale è un blocco sionista che si rende conto della necessità di un qualche aggiustamento territoriale ma che intende cedere il meno possibile (cioè poco o nulla) ai palestinesi. Nelle elezioni del 2022 il Partito di Unità Nazionale ha guadagnato il 9,08% e ha conseguito 12 seggi. Il Partito di Ganz non faceva parte in origine del governo Netanyahu VI. Dopo i fatti di Gaza del 7 ottobre 2022 è entrato a sostenere il governo nel gabinetto di guerra. Il leader Gantz viene da molti osservatori considerato come il possibile successore di Netanyahu.

23. Nel campo del centro destra abbiamo infine Israel Beitenu (“Israele casa nostra”). Si tratta anche in questo caso di un partito che proviene da fuoriusciti del Likud. Il suo leader è Avigdor Lieberman. Il Partito dichiara anch’esso di ispirarsi alle idee del sionismo revisionista di Vladimir Žabotinskij. Si tratta di un partito sionista, liberal-conservatore, nazionalista, tuttavia in un certo senso laico, poiché propende per la separazione tra politica e religione. Questo anche se concorda nel considerare Israele “lo Stato degli ebrei”. È caratterizzato da un certo anticlericalismo ed è posizionato contro il sionismo religioso e contro le altre correnti religiose ultraortodosse antisioniste. Ritiene che anche gli ortodossi debbano fare il servizio militare. Presenta tuttavia anche un anti islamismo marcato.

Si tratta tendenzialmente di un partito a sfondo etnico, poiché rappresenta soprattutto gli immigrati provenienti dall’ex blocco orientale, soprattutto di lingua russa[20]. Tuttavia sta espandendo la sua influenza anche verso altri gruppi. Ritiene necessaria la fedeltà allo Stato da parte di tutti cittadini e propugna una linea dura nei confronti del terrorismo palestinese.

Per quanto riguarda la questione palestinese è favorevole alla soluzione dei due Stati che dovrebbe tuttavia essere conseguita in un modo particolare. Secondo il Piano Lieberman sarebbe possibile operare uno scambio di territori, non attualmente popolati, tra israeliani e palestinesi, con lo scopo di consolidare un minimo di continuità tra i territori dei due rispettivi Stati. Il Piano è stato tuttavia assai criticato. Comunque Lieberman sostiene attivamente i coloni e si è fatto recentemente sostenitore dell’iniziativa di distribuire armi ai coloni della Cisgiordania.

Alle elezioni del 2022 ha preso il 4,5% ottenendo 6 seggi.

In tutto, il centro destra non religioso, per come lo abbiamo classificato, vale nel 2022 il 36,99%. Si noti che non necessariamente i partiti di centro destra tendono a confluire tutti nella stessa coalizione di governo, data la concorrenza della destra religiosa. L’attuale governo Netanyahu VI si basa su una coalizione del Likud con i partiti della destra religiosa, cui si è aggiunto ora il Partito di Ganz nel gabinetto di guerra. Come si vede, a parte il Likud, si tratta di partiti e/o coalizioni messe in atto da leader che hanno soprattutto lo scopo di ottenere qualche successo elettorale, dove conta soprattutto la personalità del candidato più che il programma elettorale. Sono coalizioni che si fanno e disfanno e durano il tempo di una elezione. Lo stile è decisamente quello populista. Questi partiti e/o coalizioni sono il frutto e la causa della instabilità politica della Israele degli ultimi anni. Instabilità che ha determinato un frequente ricorso alle urne e un vero e proprio mercato elettorale in senso deleterio.

Il mondo della Destra religiosa israeliana e i suoi partiti

24. Resta da esaminare ancora la parte più caratteristica del panorama politico israeliano e cioè la destra religiosa ebraica. In questo campo la frammentazione è davvero enorme e per di più le distinzioni tra le diverse formazioni sono senz’altro di difficile comprensione agli osservatori esterni. Citerò solo i gruppi più importanti che si sono presentati alle elezioni del 2022. Oltre alla grande frammentazione c’è, anche in questa area, il fenomeno della formazione – a ogni nuova elezione – di alleanze elettorali che rispondono sempre più a strategie momentanee.

25. Per capire il complesso mondo della destra religiosa ebraica occorre comprendere, in via preliminare, alcuni aspetti del mondo degli ebrei ortodossi e/o ultraortodossi[21]. Sul piano della mera figurazione, sono quei personaggi che portano barba lunga (i maschi sono tra loro quelli che si esibiscono maggiormente) cappello nero a larga tesa, giacche e cappotti di colore scuro ed esibiscono contrassegni identitari come ad esempio le celebri treccioline. Il nome comune che può essere loro applicato è quello di haredim, che tradotto significa “i timorati” o “i tremolanti” (cioè, coloro che tremano di fronte alla parola del Signore). Gli haredim sono divisi tra loro in un’infinità di correnti, spesso su base etnico-religiosa. I raggruppamenti più noti e diffusi sono gli aschenaziti (“tedeschi”, discendenti dagli ebrei del Centro Europa, cioè il gruppo originario che ha fondato Israele) e i mizrahì (genericamente “orientali”, provenienti in genere dal Medio Oriente ma anche dall’Africa settentrionale). All’interno di questi ultimi sono piuttosto ben caratterizzati i sefarditi (“spagnoli”, lontani discendenti dagli ebrei spagnoli). Tra gli haredim c’è una concorrenza piuttosto feroce, una gerarchia di prestigio, e talvolta sono presenti varie forme di emarginazione e razzismo.

Gli haredim seguono, seppure con diversi gradi di radicalità, la Halakhah, la legge fondamentale ebraica, costruita rigorosamente in base ai precetti biblici. Per intenderci, la Halakhah sarebbe il corrispettivo ebraico della shari’a musulmana. Si tratta cioè di una sorta di legge civile ricavata direttamente dal testo religioso. Come si sa, seppure a seconda delle varie osservanze, i precetti biblici sono numerosissimi e tali da regolare ogni minimo aspetto della vita quotidiana, tutte le relazioni sociali e il diritto familiare, nonché molti aspetti della vita economica. Per quel che concerne il nostro argomento, occorre comprendere che gli haredim, a seconda delle loro specifiche affiliazioni, hanno atteggiamenti davvero assai diversi nei confronti della politica e soprattutto dello Stato. Ciò ha a che fare con il fatto ovvio che la legge religiosa fondata sulla Bibbia ha poco o nulla a che vedere con le leggi degli Stati nazionali tipici della modernità.

Ci sono anzitutto coloro che riconoscono soltanto la Halakhah e che non riconoscono affatto le leggi dello Stato. Per costoro, lo Stato di Israele in pratica non esiste. In quanto esiste è blasfemo. Il vero Israele è per loro un’entità religiosa che si costituisce tra il popolo ebraico e Dio, attraverso la legge biblica. Da simili convinzioni deriva che il sionismo – il progetto della ricostituzione dello Stato degli ebrei – rappresenta, secondo costoro, una offesa alla volontà divina. Un atto di infinita presunzione. L’opposizione al sionismo da parte di queste correnti si basava fin dall’Ottocento (e si basa tuttora) su un tradizionale precetto che va sotto il nome dei «tre giuramenti» che sono di fatto tre divieti: è vietato agli ebrei organizzare un ritorno alla Terra d’Israele forzando il corso degli eventi; è vietato agli ebrei ribellarsi al potere costituito (straniero) che domina la Terra; è vietato agli ebrei fare un qualsiasi atto che forzi la venuta del Messia.

Tutto ciò si inquadra in un assoluto determinismo storico religioso: tutto ciò che accade dipende dalla volontà dell’Onnipotente. L’uomo può solo prendere atto e obbedire. Il ritorno a Sion avverrà non ad opera dell’uomo ma solo ed esclusivamente per volontà di Dio. La stessa diaspora è interpretata come segno della volontà divina. Questo orientamento è del tutto analogo a quello degli haredim che ritengono che lo sterminio degli ebrei (shoah) sia avvenuto in conformità con la volontà di Dio. Per costoro, la Shoah costituirebbe dunque un olocausto, cioè un “sacrificio” richiesto e imposto da Dio al suo popolo. Quando usiamo “Olocausto” al posto di Shoah, non facciamo altro che adottare implicitamente la visione della storia ebraica di questi ultra-fondamentalisti[22].

26. Le posizioni degli haredim più fondamentalisti creano innumerevoli punti di frizione con l’ordinamento dello Stato israeliano. Questo accade fin dalle origini. I casi più tipici riguardano la questione del diritto di famiglia (che in Israele è completamente demandato alla Halakhah e ai tribunali rabbinici) e la questione del servizio militare, per il quale i gruppi religiosi chiedono l’esenzione. Tuttavia, col trascorrere del tempo, l’opposizione al sionismo di una gran parte degli haredim si è progressivamente indebolita, fino a trovare un punto di convergenza. Oggi la gran parte degli Haredim ha sviluppato e sostiene posizioni sioniste di qualche tipo.

Il rabbino Abraham Isaac Kook (1865-1935) e il suo discendente Zvi Yehuda Kook (1891-1982) hanno sviluppato, a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, una versione messianica del sionismo, in base alla quale, sempre secondo una concezione di totale determinismo della storia, i successi effettivi del sionismo (i successi mondani dello Stato di Israele nelle guerre e nella colonizzazione) sarebbero stati di fatto guidati dalla mano di Dio, in un certo senso “inconsapevolmente”. Dunque il movimento sionista, seppure non religioso e considerato talvolta blasfemo, che ha dato vita allo Stato di Israele, costituirebbe esso stesso il Messia, un Messia non personale ma inviato da Dio e capace di guidare il popolo ebraico alla Terra promessa. La recente storia di Israele costituirebbe dunque un evento messianico guidato dalla mano di Dio che si svolge sotto i nostri occhi. Il sionismo sarebbe dunque uno strumento inconsapevole della volontà divina, di fronte al quale gli haredim devono rapportarsi. Naturalmente queste diverse concezioni si riverberano nella vita politica di Israele e nella costituzione di diversi partiti religiosi che possono anche trovarsi tra loro in contrapposizione, proprio sulla questione del sionismo.

Accanto al variegato mondo degli haredim (e spesso confusa con esso) si trova anche la categoria dell’ebraismo ortodosso moderno. Costoro in generale si sforzano di trovare forme di compatibilità tra la Halakhah e le esigenze del mondo moderno. In realtà spesso per loro si tratta per lo più di aggirare le norme della legge moderna per renderla compatibile con la Halakhah. Negli ospedali, ad esempio, anche chi non è ebreo si deve accontentare della cucina ebraica. Gli smartphone sarebbero proibiti, perché contrari alla legge ebraica ma sono consentiti quelli che hanno delle limitazioni funzionali poste dal costruttore (come quelle che noi usiamo per i bambini). Comunque, nella religione ebraica non esiste una gerarchia ecclesiale e le diverse autorità rabbiniche possono elaborare e imporre le teorie e le pratiche più diverse.

27. Dopo questa premessa possiamo ora entrare nel merito dei diversi partiti della destra religiosa israeliana.

Abbiamo anzitutto il Partito Sionista Religioso. Noto anche come Tkuma (“Resurrezione”). È un partito di estrema destra, caratterizzato da liberalismo economico, ultranazionalismo, sionismo religioso, conservatorismo religioso e populismo di destra. Il partito ha come riferimento soprattutto gli interessi degli haredim sionisti e dei coloni.

Il Partito Sionista Religioso ha attualmente come leader Bezalel Smotrich (che è l’attuale ministro delle finanze del governo Netanyahu VI). È un sostenitore dell’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, si oppone alla creazione di uno Stato palestinese e nega l’esistenza del popolo palestinese. Riporta Wikipedia il fatto di cronaca che: «La [sua] famiglia vive fuori dall’insediamento di Kedumim in Cisgiordania, in una casa che è stata costruita illegalmente al di fuori del territorio demaniale e in violazione del piano generale dell’insediamento». Insomma, un ministro del governo Netanyahu VI che vive ostentatamente nei territori occupati in un insediamento per di più illegale.

Questa formazione politica ha attraversato diverse denominazioni e cambiamenti, che riportiamo qui di seguito. La Casa Ebraica (2015-2019). Unione dei partiti di destra (2019). Yamina (2019). La Casa Ebraica-Tkuma (2019-2020). Yamina (2020-2021). E infine Partito Sionista Religioso (2021- presente). Questo solo per sottolineare che la personalizzazione e la frantumazione non è solo caratteristica dei partiti laici. Ad ogni modo, tra i partiti religiosi è il meno legato ai gruppi religiosi tradizionali.

Per le elezioni del 2022 il Partito Sionista Religioso ha formato una lista di coalizione insieme al partito kahanista Otzma Yehudit e al partito anti-LGBT Noam. Può essere interessante sapere qualcosa in più su queste due formazioni.

Otzma Yehudit è un partito kahanista, sionista religioso, antiarabo e ultranazionalista. Il kahanismo fa riferimento al rabbino Meir Kahane (seguace delle idee di Kook il giovane) che ha dato vita a una forma di estremismo religioso, decisamente intollerante e a sfondo razzista. A lui si ispira il gruppo terrorista Jewis Defense League. Per costoro, la questione palestinese si risolve soltanto con la violenza e la guerra. Si tratta di formazioni che in Israele sono state addirittura proibite. Otzma Yehudit tuttavia si ispira esplicitamente seppure indirettamente proprio a queste ideologie di fondo. Il suo attuale leader è Itamar Ben-Gvir.

Noam è invece un partito religioso che intende difendere la famiglia tradizionale e combattere contro le aperture al mondo LGBT e le politiche gender. Il partito ha sia come presidente sia come leader spirituale due noti e prestigiosi rabbini. Il suo leader è Avi Maoz.

Alle elezioni del 2022 il Partito Sionista Religioso ha preso il 10,84% con 14 seggi. È tra i partiti che sostengono la coalizione del governo Netanyahu VI. Attualmente Avi Maoz è membro del governo Netanyahu VI e si occupa del Ministero dell’Educazione.

28. Lo Shas (“Unione internazionale dei sefarditi guardiani della Torah”) è un partito religioso, conservatore e nazionalista. Ha spesso collaborato con il Likud di Netanyahu, e ha ricoperto posizioni di governo. Sta nella coalizione dell’attuale governo Netanyahu VI. Il suo leader è Aryeh Deri. Il Partito rappresenta principalmente gli interessi degli ebrei haredim ultra ortodossi, soprattutto sefarditi e mizrahì, in gran parte immigrati dai paesi arabi. Tuttavia raccoglie nelle sue fila anche un elettorato di ortodossi moderni. La posizione del Partito è di aperta contrapposizione al gruppo degli askenaziti, che sono considerati dei privilegiati. La rivalità tra i due gruppi è così intensa che, secondo le consuetudini, sefarditi e askenaziti non possono neanche sposarsi tra loro. Shas raccoglie consensi anche tra i coloni. Recita Wikipedia: «Lo scopo statutario del partito è di “far tornare la corona all’antica gloria”, intendendo con ciò di proteggere l’eredità religiosa e culturale dell’ebraismo sefardita e di rettificare ciò che viene visto come “la continua discriminazione economica e sociale contro la popolazione sefardita di Israele». Shas si è fatto promotore per il finanziamento pubblico del suo particolare modello educativo, legato allo studio della Torah. Shas è intento a promuovere il recupero, nel campo legislativo, della Halakhah, cioè della legge ebraica. Il partito ha aderito al sionismo, è ostile ai palestinesi ed è avverso ai diritti per gli omosessuali. È stato accusato di maschilismo per il fatto di non avere donne tra i candidati.

Nelle elezioni del 2022 ha preso l’8,5% e ha ottenuto 11 seggi.

Abbiamo poi Yahadut haTorah, cioè “Ebraismo della Torah Unito”. È una coalizione religiosa che rappresenta soprattutto gli interessi degli haredim ashkenaziti. A differenza delle altre formazioni finora presentate, si tratta di una formazione non sionista. Si distinguono particolarmente per un uso avanzato della tecnologia della comunicazione. Leader del partito sono Yaakov Litzman e Moshe Gafni.

È anch’esso costituito da un’alleanza di due partiti politici. Uno è Unione di Israele (Agudat Yisrael) che segue lo hassidismo (corrente del misticismo ebraico) ashkenazita. È un partito storico, poiché fin dal 1890 si è opposto al sionismo (sulla base delle motivazioni che abbiamo già spiegato). La sua impostazione di fondo si basa sulla presa di distanza nei confronti dello Stato e delle cariche pubbliche. Tuttavia hanno talvolta partecipato a coalizioni di governo.

L’altro partito coalizzato è Bandiera della Torah (Degel HaTorah) vicina alla corrente dell’ebraismo lituano. “Bandiera della Torah” suona in 0pposizione alla bandiera di Israele, poiché costoro non riconoscono lo Stato secolare e tengono come legge solo la Torah. Di fatto sono dunque anti sionisti. Curiosamente, la corrente lituana per lungo tempo si è opposta allo hassidismo. Poi le divergenze sono state superate e ora, anche politicamente, possono ritrovarsi nello stesso partito in virtù del loro riconoscimento unicamente verso la legge della Torah. Queste formazioni sono tutte guidate da autorità religiose e sono interessate a promuovere i sistemi educativi delle rispettive parti. Questa coalizione è stata accusata di non consentire candidature delle donne. Nelle elezioni del 2022 Ebraismo della Torah Unito ha guadagnato il 5,9% con 7 seggi. La coalizione, nonostante il loro rifiuto dello Stato laico, fa parte del governo Netanyahu VI.

Per completare il quadro della destra religiosa, citiamo ancora un partitino che ha avuto diverse e travagliate vicende. La Casa Ebraica (HaBayit HaYehudi). La leader del partito, fino alle elezioni, è stata Hagit Moshe. Dopo le elezioni, nel 2023, il partito si è sciolto decidendo di confluire nel Partito Sionista religioso. Era un partito sionista di estrema destra) di impostazione religiosa. In passato aveva avuto come leader anche Naftali Bennett, noto politico israeliano che alle elezioni del 2022 non si è più presentato, ritirandosi dalla politica e tornando al mondo degli affari da cui proveniva. Si riferiva all’ebraismo ortodosso moderno, una posizione che avrebbe voluto conciliare la tradizione dell’ebraismo con la modernità. Caratterizzato da sionismo religioso, nazionalismo, conservatorismo religioso e conservatorismo sociale. Il partito era fautore dell’economia sociale di mercato. Difendeva gli interessi dei coloni degli insediamenti. Alle elezioni del 2022 ha guadagnato il 1,9%, ben al di sotto dello sbarramento. Non ha preso seggi.

Come si vede, la destra religiosa ebraica è anzitutto ripartita secondo le tradizionali linee di faglia etnico religiose. Su queste si innestano poi ulteriori divisioni, dovute ad apparentamenti con varie suggestioni di destra e al fenomeno della personalizzazione. Ci si può render conto di come il sionismo abbia avuto un notevole successo presso i gruppi religiosi, soprattutto col sionismo messianico dei Kook e di Kahane. In tutto, la destra religiosa vale il 26,16%.

La divisione dei poteri e l’attacco alla Corte Suprema

29. L’ultimo confuso periodo della vita politica israeliana ha visto una spaccatura radicale nel Paese – con ampie manifestazioni di Piazza – intorno a una proposta di legge di riforma della giustizia.

Apparentemente si tratta di una questione marginale, in realtà si tratta di una questione fondamentale che costituisce uno spartiacque tra uno Stato democratico e uno Stato autoritario. Oltre alla crisi dovuta all’instabilità elettorale degli ultimi 4 anni, in Israele si sta vivendo una crisi legata ai fondamenti stessi del sistema politico. Mi riferisco al conflitto intorno ai poteri della Corte suprema. Non si tratta soltanto di questioni legate alle inchieste sull’operato di Netanyahu[23]. La questione è strutturale e in effetti sembra proprio che sia in gioco il carattere democratico dello Stato israeliano stesso.

Israele non ha una Costituzione effettiva. Ai tempi della fondazione, nel 1948, c’era l’intendimento di procedere alla stesura di una Costituzione, ma poi – non stiamo qui a vedere perché nel dettaglio – non se ne è fatto nulla. La ragione di fondo è che se Israele avesse proceduto alla redazione di una Costituzione avrebbe dovuto dare una risposta a una serie di interrogativi cui nessuno aveva intenzione di rispondere. O a cui una qualsiasi risposta avrebbe prodotto spaccature catastrofiche. Intanto la determinazione dei confini, che hanno continuato a variare e che non sono ancora definiti dopo settant’anni. Avrebbe dovuto poi rispondere a una serie di questioni imbarazzanti relative alla cittadinanza. Avrebbe dovuto dire qualcosa di definitivo sulla Halakhah, la legge tradizionale ebraica che tuttora regola molte questioni civili, tra cui il diritto di famiglia. Avrebbe dovuto risolvere alcuni problemi inestricabili relativi al rapporto tra lo Stato e la religione ebraica. E avrebbe mostrato il carattere incompatibile delle diverse anime del sionismo.

La soluzione temporanea adottata – ormai di fatto definitiva – fu quella di considerare alcune delle leggi ordinarie prodotte nel tempo dalla Knesset come leggi fondamentali. L’idea è quella di costruire nel tempo una costituzione de facto facendo la collazione delle leggi fondamentali. Finora le leggi fondamentali riconosciute sono in numero di 13. La Knesset dunque esercita contemporaneamente, e confusamente, il potere costituente e il potere costituito.

In Israele vige la divisione dei poteri e il potere giudiziario è affidato a una Corte suprema. Col tempo, la Corte suprema ha cominciato a esercitare anche la funzione di controllo di costituzionalità delle leggi: il che vuol dire che la Knesset non può produrre leggi che siano in contrasto con le leggi fondamentali, già riconosciute. Ma ciò non basta perché le leggi fondamentali sono in fieri, data la situazione. Perciò la Corte agisce anche in base a un “principio di ragionevolezza” che, in fin dei conti, si auto fonda. In questo modo piuttosto contorto si assicura che il potere giudiziario possieda una sua indipendenza, in base alla quale si possa effettuale il controllo di costituzionalità delle leggi ordinarie.

La riforma della giustizia di Netanyahu è un pacchetto di diverse norme. Le più significative riguardano anzitutto il meccanismo di nomina dei giudici della Corte suprema. Attualmente i giudici sono nominati da una commissione di nove membri di cui tre giudici, quattro politici e due avvocati. In pratica, questa commissione designa automaticamente i candidati scelti dai giudici stessi. Il tentativo implicito della riforma è quello di subordinare la Corte Suprema al potere esecutivo. Il che costituirebbe una specie di colpo di stato ai danni del potere giudiziario. E vanificherebbe la divisione dei poteri tipica degli Stati liberaldemocratici.

Un’altra norma prevista dalla riforma è proprio la abolizione della “clausola di ragionevolezza” in base alla quale è attribuita alla Corte la possibilità di annullare provvedimenti del governo ritenuti incostituzionali. Oppure la prerogativa di annullare una legge della Knesset, anche se dichiarata come fondamentale. Tanto per capire il problema, un anno fa, grazie al principio della “clausola di ragionevolezza” la Corte suprema aveva determinato l’esclusione dal governo di Arieh Deri, leader del partito Shas, dopo che i giudici avevano stabilito che sarebbe stato “irragionevole” affidargli la carica di ministro degli interni – come fortemente voluto da Netanyahu – in quanto il candidato era stato condannato più volte per reati fiscali.

Di recente, il 1 di gennaio 2024, la Corte suprema ha deciso che la proposta di legge di riforma della giustizia, appoggiata dalla destra, è incostituzionale. La Corte in particolare ha dichiarato incostituzionale la proposta di abolizione della “clausola di ragionevolezza” e ha rivendicato anche la prerogativa di potere eventualmente annullare una legge fondamentale, il che sarebbe lecito “in casi eccezionali ed estremi nei quali la Knesset abbia varcato i limiti della sua autorità prestabilita”. Tra le motivazioni la Corte ha spiegato che questa decisione è dovuta “al grave danno senza precedenti” che una simile legge causerebbe “alle caratteristiche fondamentali dello Stato di Israele come stato democratico”.

Per cui, per ora questo capitolo sembra chiuso, anche se quella coalizione di interessi volta a rafforzare l’esecutivo ai danni del giudiziario potrebbe cercare altre strade per raggiungere i suoi obiettivi.

Le quattro tribù e i gravi problemi di coesione interna

30. Nonostante la relativa crisi del sistema politico, la società israeliana è andata soggetta a rapide trasformazioni che tuttavia stanno piuttosto minando la stabilità stessa del Paese. Nel 2015, l’allora Presidente di Israele Reuven Rivlin[24] pronunciò un discorso su Le quattro tribù di Israele che era stato riportato anche sulla nostra rivista Limes[25]. Le quattro tribù sono gli ebrei laici, gli ebrei religiosi, gli ultraortodossi e gli arabi.

Dice Rivlin, nel suo discorso del 2015: «Nel 1990, […], la società israeliana vedeva una netta maggioranza laica sionista e tre gruppi minoritari: ebrei religiosi, arabi e ultraortodossi. Mentre gran parte dell’opinione pubblica, della stampa e della politica israeliane sono rimaste ferme a questo schema, la realtà è cambiata totalmente. Oggi le prime elementari sono composte al 38% da ebrei laici, al 15% da ebrei religiosi, al 25% circa da arabi e quasi al 25% da ultraortodossi. […] la società risulta composta da quattro settori o, se volete, da quattro «tribù» principali, radicalmente diverse le une dalle altre e numericamente sempre più simili. Che ci piaccia o meno, la struttura della società israeliana e, dunque, lo Stato di Israele, stanno cambiando sotto i nostri occhi.»[26].

Continua così l’analisi: «Questa profonda divisione della società israeliana trova espressione principalmente nella presenza di diversi sistemi d’istruzione. Mentre gli ebrei askenaziti e sefarditi, di destra e di sinistra, mandano in genere i loro figli nelle stesse scuole, i bambini nati in Israele e appartenenti a gruppi sociali diversi sono di norma mandati in scuole diverse, il cui fine è inculcare nel bambino una cultura, un’etica, una religione e persino un’identità nazionale specifica. Un bambino di Bet ‘El, uno di Rahat, uno di Herzliya e uno di Beitar ‘Illiyt non solo non si incontrano mai, ma sono anche educati a visioni completamente diverse dello Stato di Israele e dei suoi valori fondamentali. Uno Stato siffatto sarà secolare, liberale, ebreo e democratico? Sarà uno Stato basato sulla legge religiosa ebraica? O uno Stato religioso e democratico? Sarà uno Stato di tutti i cittadini, di tutte le etnie? O sarà una giustapposizione di tribù? Analogamente, ogni tribù ha le sue piattaforme mediatiche, giornali, canali televisivi. Ogni tribù ha anche le sue città: Tel Aviv ospita una tribù, al pari di Umm al-Faõm, ‘Efrat, Bnei Braq. In Israele i sistemi di base che formano la coscienza delle persone sono tribali e separati e con ogni probabilità lo rimarranno».

Continua così l’analisi di Rivlin: «La politica israeliana è costruita in gran parte su un gioco intertribale a somma zero. Una tribù, gli arabi, per sua scelta o meno, non è realmente parte del gioco. Le altre tre sembrano assorbite da una lotta per la sopravvivenza, una guerra per le risorse all’istruzione, all’edilizia o alle infrastrutture, combattuta da ognuna a esclusivo vantaggio del proprio campo. Nel «nuovo ordine israeliano», in cui ogni componente sociale si percepisce come minoranza, questa dinamica sarà ancor più deleteria. Ma al di là di questo, dobbiamo esaminare le implicazioni morali e sociali del «nuovo ordine». Dobbiamo chiederci onestamente: cos’hanno in comune i vari settori della popolazione? Abbiamo un alfabeto civile condiviso, un’etica collettiva? Condividiamo un comun denominatore di valori capace di unire insieme i vari gruppi nello Stato ebraico e democratico di Israele? In passato, le Forze di difesa israeliane erano uno strumento cardine nella formazione del carattere israeliano. Nell’esercito la società israeliana poteva confrontarsi, consolidarsi e formarsi moralmente, socialmente e per molti versi economicamente. Tuttavia, nell’ordine israeliano emergente oltre metà della popolazione è esente dal servizio di leva. Sicché gli israeliani si incontrano per la prima volta, se va bene, sul luogo di lavoro. L’ignoranza reciproca e la mancanza di un linguaggio comune tra i quattro gruppi principali aumenta la tensione, la paura, l’ostilità e la rivalità reciproche».

Sebbene Rivlin, nel proseguimento del suo discorso, indichi poi una serie di indirizzi e di provvedimenti per far fronte alla situazione, le sue parole sono davvero sconsolanti. Il sistema di istruzione separa i diversi gruppi e l’esercito non riesce neanche più a svolgere una funzione di amalgama dei vari gruppi sociali. Mentre la politica è sempre più confinata nel gioco particolaristico.

Queste citazioni di Rivlin che abbiamo riportato contribuiscono senz’altro a fornire ulteriori elementi per una più chiara interpretazione dei risultati elettorali del 2022 e della complessa situazione del sistema politico israeliano. Sembra che Israele si stia muovendo verso una compartimentazione sempre più marcata e verso l’impossibilità della costruzione di una comune identità nazionale. Un vuoto interno che sembra essere l’esatto corrispettivo del vuoto strategico in politica internazionale, dove la “questione palestinese” si trascina da 75 anni, senza alcun barlume di soluzione. Anzi, con la prospettiva di un aggravamento.

Israele e il “sionismo reale”

31. Possiamo intendere le parole di Rivlin in una prospettiva storica appena un poco più ampia. Per questo scopo mi proverò a introdurre una categoria storico-interpretativa relativamente poco usata: la categoria del sionismo reale.

Si può dire che nel 1948 – nel bene o nel male – il sionismo socialista nazionalista (secondo la definizione di Sternhell) abbia vinto. Abbia compiuto con successo il compito della costruzione dello Stato nazionale. Abbia compiuto la sua rivoluzione nazionale. Secondo i programmi avrebbe dovuto realizzare una nuova forma di società (basata sul collettivismo nazionalista) e addirittura avrebbe dovuto sviluppare un nuovo modello di uomo (o modello di umanità). Per condurre fino in fondo il suo audace esperimento di ingegneria sociale, il sionismo originario (quello di Ben Gurion, per intenderci) ha goduto, oltre tutto, di molte condizioni favorevoli sia nel lungo periodo del Mandato sia nel corso di tutta la Guerra fredda).

Nel Novecento abbiamo visto diverse altre analoghe ideologie all’opera con l’intento di costituire una nuova società e un modello di uomo nuovo. Con esiti assai diversi. Col senno di poi è noto come ogni esperimento sociale di questo genere abbia finito per manifestare notevoli differenze tra la teoria e la pratica. Il che è del tutto normale; nella storia non sempre le ciambelle escono col buco. Solo quando, col passare del tempo, è diventato possibile mettere a confronto i risultati con i presupposti ideologici originari, si è finito spesso per dover prendere atto di una realtà di fatto ben diversa dalle intenzioni. Nel caso nostro, la realtà di fatto è, in soldoni, il nostro sionismo reale. Esattamente come abbiamo avuto un comunismo reale o, per stare al nostro Occidente, una democrazia reale. Sappiamo bene che le situazioni reali sono di solito meno entusiasmanti e assai più prosaiche delle teorie.

Oggi ci troviamo dunque di fronte al sionismo reale, con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni. Nel corso di questo scritto abbiamo già accennato alle profonde trasformazioni intervenute nell’ambito del sionismo. Dobbiamo allora domandarci seriamente in cosa consistano queste trasformazioni e quali siano le loro conseguenze. Arturo Marzano[27] ha ricordato con estrema chiarezza come, nel corso della Storia di Israele, non ci sia stato un unico sionismo e che, pertanto, sia necessario parlare di sionismi al plurale. In sintesi, i sionismi che Israele ha sperimentato nella sua storia sono almeno tre: 1) il sionismo socialista nazionalista, del quale e della cui crisi abbiamo abbondantemente trattato; 2) il sionismo revisionista e liberal militare e 3) il sionismo messianico. Mentre il primo, come si è visto, è ormai tramontato, gli ultimi due sono ancora ben vivi e vegeti. Il sionismo reale che ci interessa, quello che conferisce attualmente la sua forma alla società israeliana, è sostanzialmente un intreccio tra gli ultimi due.

Si tratta di un processo trasformativo che può essere inquadrato nell’ambito più generale della cosiddetta fine delle ideologie, processo di notevole importanza che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento[28].

32. Per capire bene la questione c’è bisogno di alcuni elementi di teoria. Le ideologie (almeno quelle del Novecento) sono state delle macchine trasformative del mondo sociale che hanno operato sia dal basso (piuttosto raramente) sia dall’alto (assai frequentemente). È accaduto piuttosto frequentemente che le ideologie siano state coltivate da una minoranza attiva che è riuscita a prendere il potere e che ha cercato poi di organizzare la società intera a sua immagine e somiglianza, spesso in maniera totale. Il prototipo storico di questa prassi è stato il giacobinismo. Nei processi di nation building è accaduto spesso che questa fosse la prassi. Il sionismo storico è stato un processo di nation building costruito proprio in questo modo, attraverso un intervento organizzato dall’alto. Un intervento che di fatto ha avuto successo, dunque si sarebbe trattato di una ideologia realizzata. Tuttavia il sionismo, sporcandosi le mani nella traduzione pratica della sua ideologia è andato incontro a processi di trasformazione e/o di degradazione che hanno avuto come risultato proprio quello che abbiamo definito come un sionismo reale. Il sionismo da modello teorico che era è diventato così discutibile. Confrontabile con i suoi risultati. È diventato possibile confrontare criticamente le premesse ideologiche con le realizzazioni pratiche. In questo senso, discutere criticamente le realizzazioni del sionismo non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo, come qualcuno fanaticamente sostiene.

Se per caso la realtà non mostra la compiuta realizzazione delle premesse ideologiche, o se la realtà si mostra nettamente inferiore alle premesse, o mostra conseguenze perverse, allora è facile che la costruzione creata possa vacillare, mostri segni di crisi, fino addirittura a sfasciarsi a partire dal suo interno stesso. Financo senza alcun intervento dall’esterno. Situazioni del genere sono ben note a proposito del comunismo o socialismo reale. Si pensi alla Jugoslavia o alla Unione Sovietica.

Cosa accade in questi casi? I trend dello sfaldamento dei grandi progetti ideologici sono ormai ben noti, sulla base di una ampia documentazione storica: a) la costruzione della entità politica in questione si cristallizza, fino a far riemergere come istanze autonome i segmenti sociali più elementari di tipo etnico e/o etnico religioso, o i blocchi di interessi di tipo paramafioso, spesso in conflitto tra loro[29]; b) le istituzioni indebolite lasciano spazio all’emergere della personalizzazione del potere, alla formazione di trame oligarchiche spesso in conflitto tra loro. Accade, piuttosto inevitabilmente, che i nuovi oligarchi, oltre al potere economico, dispongano dell’esercizio di un potere militare (fino all’estremo degli eserciti privati). In simili situazioni, dopo il fallimento o il ridimensionamento del progetto, non accade quasi mai che si sviluppino processi di democratizzazione. Accade piuttosto che si dia luogo a varie forme di conflittualità interna tra gruppi fra loro irriducibili, per interessi, differenze, residui ideologici, particolarismi vari. L’instabilità e l’insicurezza che ne derivano incentivano la domanda di maggiore forza, di violenza, di autorità. Così la strada è aperta verso democrazie autoritarie, democrature e simili. Naturalmente, ogni specifica situazione avrà il suo specifico decorso.

33. La descrizione di Rivlin della società israeliana di oggi, aspramente compartimentata, caratterizzata da interessi contrapposti, priva di una identità unificatrice, è del tutto consona al quadro concettuale che abbiamo tracciato. I processi disgregativi, oltre a un certo livello, tendono ad andare per conto loro e ogni tentativo di fermarli tende a generare ulteriori effetti controproducenti. Spesso accade che l’uso della forza possa sembrare l’unica alternativa possibile. Si pensi, in un’altra situazione, ai tentativi criminali di Mladic e Milosevic di tenere insieme la Jugoslavia.

Se guardiamo allo Stato di Israele sotto questo profilo, otteniamo un quadro complessivo davvero assai allarmante. I coloni in Cisgiordania – armati – sono pronti alla guerra civile contro i palestinesi. I palestinesi della Cisgiordania dal canto loro potrebbero dare luogo a qualcosa come una nuova intifada. Gli arabi israeliani sono considerati e si considerano come degli estranei in patria. Del sionismo originario il Likud ha mantenuto solo l’indirizzo espansivo coloniale per la Grande Israele e la prospettiva antiaraba. I gruppi religiosi e i loro leader sionisti messianici sono sempre più numerosi ed estremizzati. I laici sono sempre più in minoranza. Per non parlare della cintura di campi profughi[30] che circonda Israele e della presenza delle forze ostili di Hezbollah alla frontiera a nord del Paese.

Israele avrebbe bisogno oggi di una élite di politici democratici che non c’è, e che il sionismo in tutte le sue versioni non ha provveduto a formare. Una élite bene intenzionata e capace di fermare uno scempio che dura da 75 anni. I progressisti rimpiangono Rabin, ma nessuno si dà da fare per allevare e crescere nuovi Rabin. Yesh Atid, il partito centrista progressista del ceto medio/alto ha preso il 17%! Fa pena pensare ai cinque del Gabinetto di guerra (uomini di destra quasi tutti provenienti dall’ambiente politico militare) che stanno dirigendo la guerra ad Hamas a nome di tutti gli altri. In una situazione nella quale occorrerebbe una risposta politica, Israele oggi riesce soltanto a dare una risposta militare. In contrasto con la comunità internazionale e con l’opinione pubblica internazionale. Del resto la maggioranza della sua classe politica proviene dagli ambienti militari.

Problemi e prospettive

34. Che ne è del progetto sionista? Israele è uno Stato compiuto? Israele è un Paese democratico? La soluzione dei «due popoli, due Stati» – della quale tutti parlano – è davvero possibile?

Sono questioni della massima importanza. Sono tuttavia questioni cui ormai non si può più sfuggire. Altrimenti qualsiasi discorso sulla Questione palestinese rischia solo di aleggiare nel vuoto.

La prima questione è tutto sommato la meno complicata da risolvere. Israele possiede – come si è visto ampiamente – molti aspetti della democrazia formale. Ci sono le elezioni, c’è la divisione dei poteri, sono garantite talune libertà individuali, e così via. Questo tuttavia vale anche per la Russia di Putin. Eppure nessuno direbbe che la Russia odierna è uno Stato democratico.

Ma vediamo. Intanto Israele non ha una costituzione.

Non ha una definizione precisa dei suoi confini. E non si tratta di marginali contese confinarie. Si tratta di questioni confinarie di tipo sostantivo.

I suoi cittadini sono discriminati su base etnica e religiosa. (apartheid) Legge religiosa e legge civile.

L’apparato militare funge costantemente da polizia interna. Politica estera aggressiva e condizione di Stato occupante a Gaza, in Cisgiordania, nel Golan e a Gerusalemme est.

Abbiamo un progetto autoritario in corso [nomina del giudiziario da parte dell’esecutivo] che tuttavia per ora è stato cassato dalla Corte suprema. Ma che è destinato a ripresentarsi.

Test: faresti entrare Israele nella UE?

35. L’opinione pubblica internazionale continua a recitare ritualmente che occorre la soluzione «Due popoli, due Stati». Fingono di crederci tutti. Ma sono parole al vento. In realtà quella soluzione forse non è mai stata davvero possibile. Ma sicuramente è diventata impossibile ora. È stata resa progressivamente impossibile attraverso una serie di piccoli passi che ormai hanno creato una situazione irreversibile.

Il problema dei coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Il problema di Gaza.

Per favore, smettiamola con le ipocrisie.

36. Dopo avere – si spera – reso più comprensibile l’attuale sistema politico israeliano, proverò ad avanzare alcune questioni interpretative di ordine più generale, che sono tuttavia le questioni che stanno a cuore al pubblico internazionale.

Le questioni sono tre: 1) Israele è un paese democratico? 2) La soluzione dei «due popoli, due Stati» è davvero possibile? 3) Il progetto sionista è fallito e Israele è destinato a implodere per i suoi problemi interni irrisolti?

Mi pare obbligatoria una premessa, onde scoraggiare le fatiche di coloro che sono pronti ad accusare l’autore di essere un detrattore di Israele e magari un antisemita. Penso che Israele non avesse alcun particolare “diritto” a costituirsi come Stato, nel 1948. Come penso che l’ideologia sionista del secolo precedente fosse un coacervo confuso e arbitrario di teorie socialiste, nazionaliste, colonialiste e para religiose. Penso anzi che il sionismo debba correttamente essere accomunato alle ideologie nefaste del XX secolo.

Ciò detto, Israele ha pienamente guadagnato il diritto di esistere per il semplice fatto che ha vinto tutte le guerre con cui si voleva impedire la sua esistenza. E poi anche per il fatto che ha – parzialmente – avuto l’avallo a costituirsi dall’ONU, cioè da una Organizzazione internazionale di Stati sovrani (anche se la procedura di costituzione è stata poi altamente irregolare[31]). La storia funziona anche e soprattutto in questo modo. Sono passati 75 anni. Se Israele mai sparirà non sarà certo per i suoi bellicosi vicini ma piuttosto per le sue contraddizioni interne che – vedremo – non sono poche. Il peggior nemico di Israele è Israele stesso.

Aggiungo che non basta, per delegittimare Israele in termini di esistenza, fare il lungo elenco dei suoi «peccati originali» [il terrorismo, il colonialismo, la pulizia etnica, l’occupazione dei territori, le gravi inadempienze verso l’ONU, …]

37. La questione della nascita di Israele. O se si vuole, della sua legittimità. Tralasciando i discorsi ideologici sulla presenza storica degli ebrei in Palestina ai tempi biblici, che sono semplicemente demenziali, occorre considerare che il tutto va inquadrato nella ideologia sionista, che è una manifestazione tipica del nazionalismo ottocentesco che, come è noto, ha assunto le forme più svariate.

È chiaro che il nazionalismo sionista aveva un suo nucleo nella ideologia imperialistico coloniale. Basta leggere Herzl. Quando il sionismo ha cominciato a diffondersi, la Palestina era governata dal decrepito impero ottomano. In quel contesto, fu un fatto, conseguenza della ideologia sionista, l’inizio della colonizzazione, l’inizio delle diverse aliya (ascensioni). La colonizzazione procedeva in forma legale mediante l’acquisto della terra. I latifondisti ottomani vendevano la terra, i coloni ebrei la comperavano e facevano lavorare solo lavoranti ebrei, così i lavoranti palestinesi trovavano meno spazio per le loro attività. Si trattava di un tipico conflitto relativo agli insediamenti.

Una svolta avvenne con l’assegnazione alla Gran Bretagna del Mandato da parte della SDN. I mandati avevano a che fare con il tentativo di superare il colonialismo. Partivano dal principio che certe popolazioni non avevano la capacità di autogovernarsi. Lo Stato mandatario aveva il compito di fare degli interventi tali da permettere alle popolazioni di diventare in grado di governarsi. Naturalmente una questione rilevante è la divisione territoriale che fu effettuata (compresa quella dei paesi confinanti), e dei problemi che solleverà. I britannici si trovarono tuttavia, sullo stesso territorio, due popolazioni decisamente eterogenee. Una era quella originaria. L’altra era quella della quale essi stessi avevano favorito l’insediamento.

Il Mandato ebbe inizio nel 1919 e terminò nel 1948. Il disastro di cui oggi siamo ancora testimoni fu approntato nell’ambito del Mandato. Non risulta che abbiano mai fatto ammenda.

È un fatto che i Britannici hanno reso possibile la crescita degli insediamenti. In taluni momenti li hanno favoriti; in altri momenti li hanno disincentivati. Certo, l’organizzazione sionista premeva per allargare. I sionisti nazionalisti non si sono curati degli effetti sulla popolazione palestinese. Erano poco più di un’impresa privata, diretta da motivazioni private, particolaristiche. Che aveva senz’altro un particolare tipo di investimento ideologico. La compagnia delle Indie comunque avrebbe fatto lo stesso. Avrebbero più o meno fatto lo stesso i coloni americani. Fa un po’ ribrezzo che a fare certe cose siano stati i perseguitati sopravvissuti della shoah, ma chi conosce la storia non si stupisce di nulla. I coloni del nord America erano religiosi anche loro.

Ci furono le rivolte arabe e gli inglesi tesero a chiudere i flussi. I coloni si diedero una organizzazione militare oltre che economica e di fatto scoppiò una specie di guerra civile. Tra arabi, coloni ebrei e Stato Mandatario.

L’ONU, sotto varie sollecitazioni, nel 1948 determinò la fine del mandato e la costituzione dei due Stati. Uno dei due si costituì effettivamente e si consolidò con la guerra, a partire dal 1948. Ci furono poi le successive guerre di difesa. Con ciò termina la rivoluzione nazionale di Israele, sebbene in modo irregolare. Fu una rivoluzione nazionale contestata e messa in discussione. Fu una rivoluzione nazionale compiuta ai danni della popolazione palestinese. La marea di campi profughi sta lì a testimoniare dello sfacelo. Nel contesto della rivoluzione nazionale ebraica ci fu la pulizia etnica palestinese (la nakba).

La guerra del 1967 fu un fatto nuovo, di fatto fu una guerra di attacco, guidata dalla ideologia sionista in politica estera. In sostanza il nazionalismo sionista che aveva svolto un ruolo di guida nella costituzione dello Stato nazione (nation building) diventa nazionalismo di conquista, di aggressione territoriale. Con l’aggravante della violazione delle deliberazioni dell’ONU. Questo nazionalismo aggressivo fu condotto prima dal sionismo socialista (1967-1977), poi dal sionismo revisionista e, contemporaneamente, dal sionismo messianico. Dalla fine della Guerra fredda in poi, il sionismo revisionista e quello messianico si sono stretti in un’alleanza strutturale volta a realizzare la Grande Israele e a rendere di conseguenza la Palestina un bantustan.

Israele – con la ormai compiuta distruzione materiale di Gaza – ormai ha vinto militarmente e farà tutto quello che vuole. Ma non sa cosa vuole. Ma non ha una strategia, perché non è più in grado di averla. Perché è costretta a giocare continuamente al rialzo dai suoi appetiti scatenati. Come l’impero romano. Ma è cominciato il suo momento più pericoloso, perché ora il nemico più grande di Israele è proprio Israele. Le questioni irrisolte busseranno alla porta. Hamas è solo una di queste.

38. Il fallimento del sionismo. Non è la prima ideologia ad avere fallito. Togliamo le narrazioni superflue, … romantiche.

Cosa voleva ottenere? Uno Stato che riunisse tutti gli ebrei del mondo

Israele è senz’altro un prodotto del sionismo. Tuttavia nella sua storia si sono avvicendati diversi sionismi[32]. Almeno tre. Il sionismo socialista, il sionismo revisionista e il sionismo messianico. Quello socialista è ormai tramontato. A guidare politicamente Israele oggi è il blocco dei sionisti revisionisti uniti ai sionisti messianici. Solo così si spiega la politica di Netanyahu.

Appendice

Riportiamo qui – a scopo di ulteriore documentazione – una tabella relativa ai risultati delle elezioni del 2019, le elezioni di 4 anni or sono, quelle che hanno in un certo senso dato l’avvio al processo di instabilità del sistema elettorale che dura a tutt’oggi – e che probabilmente è destinato a durare.

PartitoOrientamentoVoti %Seggi
Likud[CD]26,4635
Blu e Bianco 26,1335
Shas[DR][S]5,998
Ebraismo della Torah unito[DR][S]5,788
Hadash – Ta’al[SR]4,496
Partito laburista (Ha’Avodà)[CS] [S]4,436
Israel Beitenu[CD][S]4,015
Destra Unita 3,705
Meretz[CS] [S]3,634
Kulanu 3,544
Ra’am – Balad[PA]3,334
La Nuova Destra 3,22
Zehut 2,74
Gesher 1,73
Altri (29 formazioni) 0,77

Elezioni dell’aprile 2019. Non sono stati riportati i risultati dei partiti che hanno ottenuto meno dell’1%. CD = Centro Destra; DR= Destra religiosa. PA=Partito Arabo. S=Sionismo. SR= Sinistra radicale. Lo sbarramento è al 3,15%.

Riportiamo qui le informazioni basilari circa alcune formazioni che non compaiono più nelle elezioni del 2022.

Kulanu (“All of Us”) was a centrist political party in Israel founded by Moshe Kahlon that focused on economic and cost-of-living issues.

Zehut (“Identity”) was a right-libertarian and nationalist political party in Israel founded in 2015 by Moshe Feiglin. Its platform was centered around promoting individual liberty, including economic freedom, and annexing the West Bank. The party also advocated for legalization of cannabis.

Gesher è un partito di centro promosso dalla modella Orly Levy-Abekasis. Ha espresso posizioni affini a quelle di una sorta di sinistra del Likud, sensibile alla questione sociale. Nel 2021 è rientrata nel Likud.

La nuova destra. The New Right (HaYamin HeHadash) is a right-wing political party in Israel, established in December 2018 by Ayelet Shaked and Naftali Bennett. The New Right aims to be a right-wing party open to both religious and secular people. The party did not win any seats in the April 2019 election, though it won three seats in the subsequent election of September 2019, retained these in the March 2020 election and increased to seven seats in the 2021 Israeli legislative election. It is currently the sole member of the Yamina alliance.

Opere citate

2017 Marzano, Arturo – Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi, Carocci, Roma.

2015 Rivlin, Reuven – “Le quattro tribù di Israele”, in Limes, n. 10/2015: 141 e segg.

2023 Shamir, Michal & Rahat, Gideon (a cura di) – The Elections in Israel, 2019-2021, Routledge, London.

1998 Sternhell, Zeev – The Founding Myths of Israel, Princeton University Press, Princeton. Tr. it.: Nascita d’Israele. Miti, storia, contraddizioni, Baldini & Castoldi, Milano, 1999.

2001 Sullam Calimani, Anna-Vera – I nomi dello sterminio, Einaudi, Torino.


Note

[1] Cfr. ***.

[2] C’è chi le ha contate. Le Dichiarazioni dell’ONU inevase da Israele sono in tutto più di 140.

[3] Si tratta di un parlamento monocamerale che comprende 120 membri, eletto con metodo proporzionale. Il mandato dura 4 anni.

[4] Traduco così l’espressione party state.

[5] Ad esempio, Sergio Della Pergola, su Limes, ha prodotto una classificazione leggermente diversa da quella che presentiamo. Per Della Pergola, Ysrael Beitenu sarebbe da considerarsi come partito trasversale. I partitelli che noi abbiamo considerato come radicali sarebbero poi in realtà partiti arabi. Unità nazionale sarebbe piuttosto un partito di centro e potrebbe essere assimilato con Yesh Atid.

[6] Otzma Yehudit e Noam alle elezioni del 2022 si erano presentati in coalizione con il Partito sionista religioso. Otzma Yehudit è un partito kahanista (dal nome del rabbino Meir Kahane) che predica l’espulsione dei cittadini arabi da Israele e la guerra ai palestinesi. Si tratta di un partito che sta sui limiti della legalità, poiché accusato di razzismo e di terrorismo (di destra!). Noam è invece un partito religioso, sionista, che si caratterizza per le sue posizioni anti LGBT e antifemministe.

[7] Cfr. Sternhell 1998: 22-23.

[8] Cfr. Sternhell 1998: 24.

[9] Cfr. Sternhell 1998: 25.

[10] Askenazita vuol dire “tedesco”.

[11] Anche se la precisa definizione di cosa significhi “essere ebreo” non è mai stata chiarita. La attuale definizione adottata è meramente formale e può creare problemi di vario genere.

[12] Questo governo di ampia coalizione, alternativo alla destra di Netanyahu, è durato per un breve periodo, dal 13 giugno 2021 fino al 30 giugno 2022.

[13] Cfr. Pappé ***.

[14] Gerusalemme Est fu annessa unilateralmente da Israele nel 1980 e le alture del Golan nel 1981. Su entrambe queste annessioni è ancora vivo un aspro contenzioso.

[15] In Israele il diritto di famiglia è riservato ai codici religiosi. Non esiste il matrimonio civile. Ogni gruppo religioso segue il suo codice religioso. Una donna che voglia divorziare deve presentarsi di fronte a una corte rabbinica che applica la Halakhah.

[16] Sono giunti pressoché alla guerra civile nel caso dell’affondamento della nave **.

[17] Riportato in Wikipedia nell’articolo “Likud” in lingua inglese.

[18] Cito il nome inglese poiché sono possibili traduzioni leggermente diverse. Da non confondere con una coalizione presentatasi in precedenza nel 2019 di nome Blu e Bianco, di cui faceva parte anche Yesh Atid.

[19] Citato da Wikipedia in versione inglese.

[20] In seguito alla caduta dell’Unione Sovietica e all’apertura delle frontiere, Israele ha subito una vera e propria ondata migratoria che ha modificato la composizione della popolazione.

[21] Tra i due termini non c’è una distinzione consolidata.

[22] Cfr. Sullam Calimani 2001.

[23] Nel 2019 Netanyahu è stato formalmente incriminato di corruzione, frode e abuso d’ufficio per modifiche legislative effettuate al fine di favorire aziende di comunicazione e importanti uomini d’affari.

[24] Si tratta di una carica dotata di pochi poteri, dal ruolo piuttosto simbolico. Forse per questo i Presidenti israeliani vedono cose che altri non vogliono vedere.

[25] Cfr. Rivlin 2015.

[26] Cfr. Rivlin 2015.

[27] Cfr. Marzano **.

[28] Con ciò non intendo suggerire che le ideologie sia definitivamente finite. Anzi, è assai probabile che si tratti solo di un momento di crisi. La fabbrica delle ideologie è sempre al lavoro.

[29] Fabio Armao ha messo l’accento sui gruppi di interesse para mafiosi.

[30] Una delle questioni che ha sempre impedito qualsiasi trattativa di pace è quella dei campi profughi e del diritto al ritorno. Il fatto che Israele rifiuti da sempre qualsiasi apertura in tal senso la dice lunga.

[31] Le risoluzioni dell’ONU inattuate da Israele sono ormai più di 140. Da questo punto di vista – a meno che non si voglia sostenere che l’ONU è antisemita – sarebbe per lo meno da considerare Israele come Stato pervicacemente avverso alla comunità internazionale.

[32] Intorno alla varietà dei sionismi, si veda l’ottima sintesi in Marzano 2017.

Battalòn San Patricio

di Vittorio Righini, 9 maggio 2026

Dopo aver letto il corposo e interessante scritto di Paolo Repetto ( Vamos a comer, compaňeros), mi è venuta l’idea di scrivere poche righe su un altro momento della storia messicana, antecedente a quella narrata, e che la dice lunga soprattutto sugli americani e le loro eterne pessime attitudini.

Diventa facile farlo, in un periodo turbolento come questo, con un Presidente che, dopo aver chiuso La Guerra dei Roses, Guerre Stellari e La Guerra del Pianeta delle Scimmie ne inizia altre, contro lo Stretto di Hormuz (che perde, perché non si combatte contro la geografia) e magari domani ne apre di nuove, contro la Groenlandia ad esempio (dice che gli serve …) o Ischia (ci sono poche Terme negli USA, non avrebbe torto); quindi sparlare degli americani oggi è più che mai possibile, anche a causa di chi li rappresenta.

Però questa pagina è di storia “messicana e irlandese” e si deve andare indietro nel tempo fino al 1846, all’inizio della guerra tra Messico e USA, che si concluse due anni dopo con la sconfitta dei messicani.

Il battaglione San Patricio era formato da alcune centinaia di irlandesi (e alcuni tedeschi, comunque circa 700 in totale) immigrati negli USA e, non appena arrivati, obbligati a entrare nell’esercito statunitense se volevano ottenere la nazionalità. Considerati delle “rape” o delle “teste di patata” dai loro stessi commilitoni, cioè dai “nativi” immigrati di terza o quarta generazione, subirono umiliazioni e soprusi d’ogni genere, anche per il contrasto tra protestanti e cattolici, cioè con la religione sempre tra le palle (scusate). Oltre al becero trattamento e alle privazioni cui vennero sottoposti, gli irlandesi videro con i loro occhi le infamie che gli americani (in ispecie bande di ranger texani, delinquenti e stupratori della peggior risma) compirono nei confronti del nemico, spesso inermi civili (poveri contadini come lo erano gli irlandesi in patria), quando entravano e devastavano i loro villaggi. A quel punto, sotto il comando di John Riley, che aveva disertato prima dell’inizio della guerra, alcune centinaia di loro passarono dalla parte del Messico, per combattere proprio contro gli stessi americani con i quali si erano arruolati.

I Patricios combatterono sempre con grandissimo coraggio, abilità e sprezzo del pericolo, fino alla ultima battaglia, al Monastero di Churubusco, ultimo baluardo di difesa dei messicani prima di Città del Messico, dove subirono una pesante sconfitta a causa della differenza di uomini, mezzi ed armi a disposizione e per le scarsissime doti dei loro Comandanti messicani. I vincitori, tanto per dare un’idea, si appropriarono di Texas, California, Arizona, Nevada, Utah, New Mexico e altre terre ancora …

I pochi disertori sopravvissuti furono fatti prigionieri a Churubusco; quelli che avevano disertato in tempo di guerra furono impiccarti simultaneamente, per ordine dell’infame Generale William S. Harney (lo stesso che ordinò il massacro di Ash Hollow contro i nativi americani). I pochissimi rimasti, che riuscirono a fuggire, si ricongiunsero all’esercito messicano, per combattere fino alla fine. John Riley, il loro Comandante, che aveva disertato prima della Guerra e per la legge americana non poteva essere giustiziato, subì 50 frustate e venne marchiato a fuoco con la D di deserter (disertore) sulla fronte. Quando venne liberato tornò nell’esercito messicano, ma di lui si seppe poco o nulla, per il senso di colpa di non essere morto insieme al suo battaglione.

I Patricios sono rimasti nella memoria come eroi nazionali, in Messico e in Irlanda; la loro festa, la principale, è il 17 marzo, San Patrizio.

La storia del battaglione che ha combattuto in Messico finisce con la sconfitta subita per opera degli americani nel 1848, ma dopo il 1860 il San Patrizio venne di nuovo rifondato in Irlanda, e inviato in Italia su richiesta dello Stato Pontificio di Papa Pio IX, che temeva l’attacco della Regia Armata Sarda (o anche Reale esercito Sardo-Piemontese) e chiamò tutti i cattolici alle armi per proteggere appunto lo Stato Pontificio. Il Battaglione si riformò, con circa 1040 uomini, e venne inviato nelle Marche, dove venne suddiviso in 8 Compagnie, guidate da comandanti irlandesi. Queste Compagnie si distinsero nella difesa di città come Spoleto e Perugia, mentre la quarta Compagnia del Battaglione partecipò alla battaglia di Castelfidardo, nella quale nonostante il coraggio degli irlandesi venne sconfitta e decimata, a causa della disorganizzazione dell’esercito Pontificio e del suo scarso armamento.

Un aneddoto curioso.

Alcuni dei sopravvissuti della battaglia di Castelfidardo ricevettero la Medaglia al Valore, che vedete in foto. Uno di questi, Miles Walter Keogh, dall’Italia andò poi ad arruolarsi nell’esercito americano, e a combattere per il VII Reggimento di Cavalleria del Generale George Stoneman (poi divenuto Governatore della California) durante la Guerra Civile Americana, ma a combattere anche contro gli indiani d’America. Fu particolarmente valoroso, e quando morì in uno scontro con i nativi un capo tribù gli tolse la medaglia e se la mise al collo, in segno di rispetto per quel coraggioso combattente.

Quel capo indiano era Toro Seduto, e la medaglia fu rinvenuta tra le sue spoglie mortali. Lo prova anche una fotografia della medaglia e di Toro Seduto conservata al Museo di Boston. Ricordo, anche se fuori tema, che il grande Capo disse: “Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche”. Aveva visto lontano, e che Manitou lo abbia in gloria.

Ho letto il bel libro Quelli del San Patricio di Pino Cacucci della Feltrinelli. È in parte cronaca e in parte romanzo storico, e scorre veloce e appagante. La voce narrante del libro è quella di John Riley, il comandante, che rende più suggestivo il racconto. Il vessillo del Battalòn è quello allegato in foto, e il motto “Ering Go Bragh” significa Irlanda per sempre, o per l’eternità.

Io lo affianco al CD (o LP o DVD, se vi è più caro) del 2010, San Patricio, The Chieftains featuring Ry Cooder, album imperdibile, con un mix tra il folk irlandese dei Chieftains e il Tex-Mex del grande Ry Cooder, che rivisita alcune canzoni tradizionali messicane. Il mix sonoro tra Irlanda e Messico è totalmente inebriante, e il disco uno dei miei preferiti.

Ariette 27.0: Quel che non ha rimedio

di Maurizio Castellaro, 19 ottobre 2025 [1]

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Sempre più spesso di fronte alle notizie dalla Palestina ripenso alla Shoah e alla nascita di Israele come tentativo dell’Occidente di un risarcimento impossibile, come speranza di purificazione di una ferita aperta, ancora e per sempre. L’inconcepibilità di Auschwitz si rovescia nell’inconcepibilità di un Israele terra promessa inventata, legittimata dalla forza, che afferma l’insostenibilità del suo esistere aprendo ferite inguaribili attorno a sé e dentro di sé. Il veleno che ancora oggi intossica le nostre vite e i nostri pensieri è stato prodotto nelle camere a gas dei lager nazisti, ed è sempre attivo. Ne bastano poche gocce per inquinare per sempre i mari delle buone intenzioni.


[1] L’immagine d’apertura è di Anselm Kiefer, “Angeli caduti”.

La lingua batte …

di Nicola Parodi, da un colloquio con Paolo Repetto, 18 ottobre 2025

Sono abbastanza vecchio da aver prestato servizio di leva obbligatorio (quello pre-riforma, quindici mesi di naia), e abbastanza poco raccomandato da averlo prestato come soldato semplice, non dietro il tavolo di un ufficio ma secondo il modello old style, marcia o crepa: e per di più in un reparto dell’artiglieria someggiata (muli e mortai). Tutto sommato, al netto dei residui quasi solo linguistici del nonnismo (nel frattempo era arrivata la contestazione sessantottina), delle prevaricazioni e dell’imbecillità diffusa nelle gerarchie di comando (cose che peraltro non sono affatto scomparse, si sono soltanto ulteriormente diffuse in altri ambiti della società), di quella esperienza ho un ricordo positivo: tanta fatica, disagi, a volte arrabbiature, ma anche tanto sano cameratismo, tanta reciproca solidarietà, un po’ di avventura: la consiglierei oggi ai nostri nipoti (naturalmente in tempi di pace), per evitare loro la ricerca di prove fisiche a volte insensate, di rischi fini a se stessi, di guerriglie urbane.

Comunque: oggi le chiacchiere con un amico convalescente hanno fatto riemergere un ricordo vecchio di oltre mezzo secolo. Sono ai campi estivi, ormai quasi in chiusura, con la 8a batteria del Gruppo artiglieria da montagna Pinerolo. Abbiamo trascorso diversi giorni sulle Dolomiti Friulane senza incontrare un paese e nutrendoci solo delle famigerate razioni K, e stasera ci siamo accampati presso una diga della val Tramontina. A me e ad un commilitone è toccato il primo turno di guardia. Ci aggiriamo così fra le tende che ospitano un piccolo plotone di artiglieri, mentre poco più in là sonnecchiano le file dei muli.

Nelle tende sparse aspettano il sonno giovanotti ventenni robusti e di sani appetiti, che conversano pacatamente, anche per via della stanchezza cumulata durante la marcia del giorno precedente. Quel che ci sorprende (ma neanche poi tanto) è che l’unico argomento di conversazione sia il cibo. Non che ci aspettassimo disquisizioni filosofiche, ma da ragazzi di quell’età sarebbe lecito attendersi qualche struggente riferimento al sesso, alle donne, ai motori. Invece si parla esclusivamente di pesto, magari associato alle trenette o alle trofie, di torte pasqualine, di lardo (circa la metà dei soldati proviene dalla Liguria).

Siamo stupiti ma, ripeto, non troppo: in fondo anche nella nostra testa (e per il nostro fisico) la priorità è quella. Rimarchiamo la cosa, ci scherziamo sopra, senza tuttavia avventurarci in considerazioni più generali. Ciò che invece vado a fare ora.

Si tratta di una gerarchia naturale di priorità. La prima preoccupazione di qualsiasi essere vivente è la propria sicurezza, e in quel frangente in rischio era contenuto, fatta salva l’eventualità di un calcio di mulo. Subito dopo viene la necessità di nutrirsi adeguatamente e abbondantemente: il miraggio era quindi in quel caso una bella tavola imbandita. Solo quando sono soddisfatti i primi due istinti si passa al resto. Oggi, a più di mezzo secolo di distanza possiamo dire che, almeno dalle nostre parti, questi istinti prioritari sono sufficientemente garantiti: momentaneamente nessuno corre il rischio di essere sbattuto in trincea, e nessuno – tranne casi estremi – conosce i morsi della fame. A quell’epoca, e in quella situazione, invece, non lo erano affatto. O almeno, non del tutto. Il servizio militare era obbligatorio, il rancio e, peggio ancora, le razioni K (confezionate in scatole metalliche, per durare anni nei magazzini, e contenenti, fra l’altro, delle gallette così dure che solo i muli riuscivano a rosicchiarle. Per mangiarle bisognava bollirle!), non seguivano le indicazioni del dietologo ma quelle dei marescialli di fureria: quindi facevano schifo. Soprattutto durante le esercitazioni e i campi esterni era normale dover tirare la cinta fino all’ultimo buco. Per questo le chiacchiere sotto le tende giravano tutte attorno allo stesso argomento: era un modo per condividere un bisogno primario impellente, creando socializzazione, ma anche per esorcizzarlo, scaricarlo, scherzandoci magari sopra.

Ora, per non tirarla troppo in lungo e per trarne un paio di considerazioni magari elementari ma pienamente fondate, il fatto è che noi siamo condizionati molto più di quanto vorremmo credere dai nostri istinti. La storia della “umanizzazione” è quella del progressivo controllo sulla nostra istintualità, dell’emancipazione dal dominio biologico: ma è una storia ben lontana dall’essere arrivata a compimento. E anzi, è una storia periodicamente smentita dai fatti, dalle necessità, dalla ricaduta nella precarietà e nella barbarie. Per questo le vicende umane andrebbero lette con minor presunzione: non possiamo hegelianamente spiegarle come vicende “dello spirito”. C’è altro che si muove, e che ci muove, dentro di noi. Questo non significa che siamo delle “bestie”, ma che siamo comunque degli animali, ufficialmente pensanti, ma spesso anche no (basta guardarci attorno): e voler negare questo dato significa metterci in condizione di non capire o di male interpretare le reazioni altrui, di relazionarci sulla base di convenzioni estremamente fragili, diverse nei tempi e nelle svariate aree culturali, e pretendere che le risposte che otteniamo siano sempre conseguenti. Significa negare il nostro sostrato naturale e il condizionamento da esso esercitato. Anzi, ci siamo talmente convinti del potere dell’intelligenza culturale sull’istinto naturale da attribuire la prima anche ai nostri cugini più o meno prossimi, con zampe, ali e piume, e siamo finiti ad adottare nei loro confronti comportamenti stupidamente esasperati.

Mio padre, che il militare lo aveva fatto durante l’ultima guerra, mi raccontava come sul fronte greco/albanese alcuni suoi commilitoni, comandati di pattuglia, stanchi ed affamati, avessero preso a sparare contro i loro stessi compagni in fila per il rancio giù nella vallata. È probabile che la sera, nelle loro tende quei pochi fortunati che ne disponevano, quei ragazzi ragionassero di giacigli caldi, di mura sicure, di volti amici, e cercassero di scacciare dalla mente le immagini dei corpi straziati di morti e di feriti che impedivano loro di chiudere occhio. A volte magari lo facevano nella maniera più stupida, reagivano inconsultamente, ma si trattava appunto di una reazione sfuggita al controllo che chi non ha vissuto quei momenti non è in grado di valutare né di giudicare.

Oggi, alla loro stessa età, i ragazzi stazionano la sera non sotto le tende, tremando di paura o rosi dalla fame, ma nei dehors spuntati come funghi, sorseggiando l’apericena: e quando non si inchiodano al loro iPhone sproloquiano del nulla, annichiliti dal deserto di senso e di idealità che li circonda. Si badi bene: non sto dicendo che siano degli idioti, o abbiano meno risorse mentali delle generazioni che li hanno preceduti. Dico che ogni generazione reagisce in base agli stimoli, negativi o positivi, che arrivano dall’ambiente, e sono questi stimoli a determinare l’ordine delle priorità. Può sembrare un ossimoro, e può sembrare in contraddizione con quanto detto sinora, ma esistono anche “priorità secondarie”, apparentemente solo “culturali”, in realtà dettate anch’esse da un input biologico. In questo caso ad agire è una somma confusa di stimoli, da quello riproduttivo a quello del dominio, tradotti e ricondizionati dal nostro cervello per essere compatibili con i modelli in costante evoluzione della socialità, ma pur sempre basilari per indirizzare i nostri comportamenti.

Insomma, anche là dove non intervengono la fame o il rischio fisico noi reagiamo in primo luogo a bisogni originari, per quanto mascherati e rimossi, e faremmo bene a non dimenticarlo mai, quando parliamo di educazione, di politica, di socialità, di tutto ciò che consideriamo erroneamente di assoluta pertinenza “culturale”, e quindi passibile di un controllo quasi completo. Il pensiero risponde prima di tutto alle istanze della biologia.

Ovvero, come dicevano gli antichi, la lingua batte dove il dente duole.

Occidente senza pensiero

di Giuseppe Rinaldi, 13 luglio 2025

Pubblichiamo il saggio più recente di Beppe Rinaldi, già comparso nei giorni scorsi sia sul blog personale, Finestre rotte, sia su Città futura on line. Lo pubblichiamo perché riteniamo meriti, come tutti gli altri scritti di Rinaldi che abbiamo ripresi e quelli che vi invitiamo a leggere direttamente sul suo sito, la maggiore visibilità possibile. È difficile di questi tempi trovare analisi altrettanto puntuali ed esaurienti dell’attualità politica e delle derive del pensiero contemporaneo, e siamo quindi ben felici di poterle ospitare. Paolo Repetto

***

1. Il titolo di questo saggio[1] fa riferimento a un recente libretto di Aldo Schiavone nel quale egli descrive e denuncia un ormai consumato degrado della vita intellettuale e morale dell’Occidente e, dunque, anche e soprattutto del primo Occidente, cioè dell’Europa. La nozione di un Occidente senza pensiero costituisce una sintesi assai evocativa di una situazione di vuoto culturale che si sarebbe instaurata, sulle sponde atlantiche, pressappoco con l’affievolirsi delle cosiddette ideologie, proprio quelle ideologie peraltro già in crisi che avevano avuto il loro ultimo momento di gloria nell’ambito della Guerra fredda.

2. Sulla cosiddetta fine delle ideologie sono state ormai scritte intere biblioteche[2]. Daniel Bell, già alla metà del secolo scorso, parlava di una «exhaustion of political ideas». Su questa “fine”, e su altre “fini”, la baldanzosa corrente filosofica postmodernista ha campato di rendita per alcuni decenni. Qualcuno ha anche provato a ipotizzare una fine della storia. Con la fine delle ideologie, comunque si valuti l’evento, ci si poteva attendere il luminoso inizio di una nuova prospettiva culturale, scevra di ideologismi, realistica, con i piedi ben piantati in terra, capace di guidarci con sicurezza nell’affrontare le difficili sfide che abbiamo di fronte. Invece, a quanto pare, l’ipotesi più probabile è che sia subentrato il vuoto. Un vuoto che non si può soltanto più considerare come un momentaneo smarrimento, una crisi di crescita. Si tratta piuttosto di un vuoto che si appresta a diventare un vuoto permanente, visto che il Muro è caduto nel 1989, quasi quarant’anni fa, 36 per la precisione.

3. Cosa vuol dire che siamo rimasti “senza pensiero”? È proprio vero? Perché non ce ne eravamo accorti prima? O non si tratta forse dell’ennesima moda denigrativa dell’Occidente, tanto popolare nella cultura woke e recentemente denunciata, ad esempio, da Federico Rampini[3]? Le assenze sono decisamente più difficili da rilevare delle presenze. I vuoti non parlano, non protestano, non hanno effetti causali diretti. Per cui occorre un certo tempo perché vengano identificati, perché venga loro attribuito uno status, per così dire, ontologico. Non è facile – soprattutto nel dominio culturale – rendersi conto del fatto che ci manca qualcosa. Che siamo sull’orlo di un buco nero. A parere di chi scrive l’avvertimento acuto della assenza di un pensiero dell’Occidente (e dell’Europa) si è avuto piuttosto tardi, in concomitanza con una serie di fenomeni che avrebbero dovuto avere una interpretazione univoca e una risposta altrettanto univoca da parte dell’Occidente. E invece non l’hanno avuta. Fenomeni come: 1) l’aggressione russa all’Ucraina; 2) la diffusione stessa della cultura woke entro e fuori degli USA; 3) la Brexit che in sostanza ha costituito una scissione dell’Unione Europea; 4) la prima vittoria di Donald Trump alle elezioni nel 2017, l’assalto al Campidoglio e la sua seconda elezione nel 2024; 5) l’aggressione di Hamas nei confronti di Israele e la reazione sproporzionata dello “Stato degli ebrei” nei confronti del territorio di Gaza; 6) lo svuotamento dell’ONU e dei Tribunali internazionali (a seguito delle guerre di Ucraina e di Gaza); 7) in generale, poi, la estrema lentezza e riluttanza con cui si sta realizzando la unificazione europea. Se si vuol essere un poco più drastici, il blocco ormai pluridecennale del processo di unificazione europea. Se ne potrebbero citare altri.

Questi meri fatti hanno diviso profondamente il mondo della politica, gli intellettuali e l’opinione pubblica europea e hanno mostrato come, da tempo ormai, fosse diventato impossibile l’impiego di criteri comuni di interpretazione, di fronte a questioni che pure sono di enorme importanza, che pure toccano profondamente i valori e i principi fondamentali. Se di fronte a fatti di questa portata non hai una risposta tendenzialmente univoca, vuol dire che non sai tanto bene chi sei, che non hai propriamente un’identità. È lecito domandarsi se non ci sia un limite nella disomogeneità di pensiero che possa essere sopportato da una società, in termini di coesione e di funzionamento. Una società che peraltro è impegnata in un programma di unificazione politica.

4. Se si guarda alla fase storica precedente, quella della Guerra fredda, avevamo mezzo mondo mobilitato per la costruzione del socialismo, in qualcuna delle sue molteplici varianti (alcune delle quali davvero discutibili). Un altro mezzo mondo era alacremente impegnato nella costruzione delle società democratiche aperte e per resistere alla minaccia del socialismo o comunismo reale. Un “Terzo mondo” era poi impegnato nella costruzione di nuovi Stati nazione, per liberare i diversi Paesi dal colonialismo e dallo sfruttamento straniero. Non si può certo dire che mancassero ideologie, valori e finalità. Non mancava dunque il pensiero. Certo, c’erano dei conflitti e alcuni “pensieri” erano del tutto sbagliati, ma questo è il rischio che si corre sempre quando si è impegnati a fare la storia in qualche modo.

Con l’implosione dell’Unione Sovietica e con la fine della Guerra fredda, l’Occidente, che poteva considerarsi come il virtuale vincitore della lunga contesa, è invece entrato in una sorta di stato comatoso, in una sconcertante assenza di progettualità e di prospettive, in una stupida concentrazione sugli egoismi nazionali e sui particolarismi. Sono diventati così visibili, in un certo senso, i due Occidenti, uno dalla statualità muscolare e l’altro dalla statualità evanescente. L’Occidente europeo evanescente ha delegato all’altro, agli USA, una serie importante di responsabilità[4] collettive e questi – oggi possiamo affermarlo con totale certezza – si sono dimostrati assolutamente incapaci, assolutamente non all’altezza del compito. Con una “assenza di pensiero” forse ancora più plateale di quella diffusa in Europa. Basta nominare, uno in fila all’altro, i recenti Presidenti americani. Ve li trascrivo qui di seguito per comodità. Richard Nixon (1969-1974), Gerald Ford (1974-1977), Jimmy Carter (1977-1981), Ronald Reagan (1981-1989), George H. W. Bush (1989-1993), Bill Clinton (1993-2001), George W. Bush (2001-2009), Barack Obama (2009-2017), Donald Trump (2017-2021), Joe Biden (2021-2025) e Donald Trump (2025-). Messi così, uno in fila all’altro, che impressione vi fanno? Riuscite a identificare una qualche linea di pensiero?

5. Gli ultimi quarant’anni della nostra storia, nel primo e nel secondo Occidente, ci mettono drammaticamente di fronte a questo vuoto di prospettiva, vuoto di politica, vuoto di cultura, vuoto, appunto, di pensiero. Un vuoto che si sta facendo sempre più evidente nella misura in cui i problemi, abbandonati a se stessi, urgono per una soluzione e si incancreniscono sempre più. Nel proseguimento di questo saggio – che non va propriamente inteso come una recensione – prenderò in considerazione soprattutto la parte introduttiva e la parte conclusiva del libro di Schiavone, al solo scopo di meglio caratterizzare questo fenomeno, oggi per me divenuto evidentissimo, di un Occidente senza pensiero.

6. Così esordisce Schiavone nel suo libretto: «Nel quadro delle conoscenze e dei saperi che alimentano la vita pubblica delle nostre società […] si è aperto da qualche tempo, nell’indifferenza generale, un vuoto inquietante. Prodottosi quasi di colpo, ha per causa un fatto senza precedenti, con conseguenze che si stanno rivelando via via più disastrose: la scomparsa dalla scena d’Europa del grande pensiero sull’umano: filosofia, teoria politica, scienze storiche e sociali»[5].

Va notata qui l’espressione “pensiero sull’umano”, una terminologia di cui sembra si sia persa decisamente l’abitudine. Vorrei ricordare che anche le atroci lacerazioni del Novecento vertevano comunque, bene o male, intorno a un qualche “pensiero sull’umano”. L’amaro tribunale della storia ha alfine decretato qualcosa di abbastanza preciso, intorno all’umano e al disumano. Qualcosa abbiamo dovuto forzatamente imparare. Oggi, per contro, l’umano e il disumano sono mescolati in una poltiglia inestricabile: Hamas, Trump, Putin, Netanyahu, cui possiamo aggiungere, fuori Occidente, gli ayatollah, i talebani e diverse varietà di islamisti. Ma anche Xi e Kim Jong-un. Eppure ci siamo così abituati che invocare l’umano oggi suscita senz’altro, presso il pubblico, ilarità e compassione.

Schiavone qui giustamente denuncia il progressivo venir meno della cultura umanistica nell’attuale contesto europeo, e più ampiamente nel contesto di quello che suole definirsi come Occidente. È implicito nel suo discorso che la cultura umanistica costituisca ancora una componente fondamentale nella definizione degli orientamenti di una società. Possiamo aggiungere che non assistiamo soltanto a un venir meno della prospettiva umanistica e alla proliferazione del cinico disincantato, stiamo assistendo a una promozione sfacciata dell’antiumanismo, in una varietà di forme che hanno sempre più successo o che comunque, invece di una condanna, suscitano solo benevola indifferenza[6]. Difendere l’umanismo oggi significa spesso fare la parte dell’anima bella che sogna i bei tempi andati. Significa essere malamente apostrofati dai truci realisti della politica che oggi abbondano più che mai. Questa tendenza antiumanistica si accompagna costantemente con lo screditamento della modernità, lo screditamento della tradizione stessa dell’Occidente e con l’implicito e conseguente screditamento della democrazia.

7. Schiavone chiama direttamente in causa le humanities: filosofia, teoria politica, scienze storiche e sociali. Altre volte cita le discipline giuridiche, l’etica, l’economia. Chi scrive si è occupato di filosofia e scienze umane fin da quando era sui banchi di scuola. Ebbene, la filosofia occidentale, nella sua versione continentale, sta attraversando una crisi epocale dalla quale difficilmente riuscirà a riprendersi. Ho trattato ampiamente di questo argomento nel mio recente saggio Esiste la filosofia continentale?[7] L’aspetto interessante della questione è il fatto che, a partire dagli anni Settanta la filosofia continentale europea, soprattutto tedesca e francese (la french theory), ha completamente colonizzato le facoltà umanistiche americane, gettando le basi di quella cultura del piagnisteo politically correct, che si svilupperà poi nel movimento stay woke. In altri termini, stiamo importando in forma peggiorativa, come vuoto di pensiero, quello che abbiamo esportato oltre atlantico qualche decennio fa.

Per le scienze sociali è avvenuto un processo inverso. Le scienze sociali americane del primo Novecento, che avevano studiato per prime la nuova società di massa, sono state esportate in Europa, dove hanno avuto una diffusione straordinaria e hanno contribuito alla conoscenza e all’ammodernamento delle società europee, almeno quelle al di qua del Muro. Per decenni le scienze sociali nord americane furono le sole capaci di fare una dura concorrenza all’ortodossia marxista, che pretendeva il monopolio della conoscenza sociale. Esse diedero notevoli contributi ai processi di riforma delle società europee postbelliche. Negli anni Novanta tuttavia le scienze sociali americane caddero vittima dei social studies, del piagnisteo politically correct e lo stesso accadde, di converso in Europa. Con l’avvento del neo liberismo (la Tatcher sosteneva che “la società non esiste”) e con l’abbandono dei grandi progetti di riforma, le scienze sociali cominciarono a perdere qualsiasi ruolo e centralità. Contribuendo così a quel vuoto di pensiero di cui stiamo discutendo.

8. Una delle manifestazioni più tangibili di questo vuoto inquietante è – per Schiavone – la progressiva scomparsa dei Maestri. «Una volta c’erano tra noi i Maestri. Non in un’età ormai lontana, ma appena qualche decennio fa, ancora nel tardo Novecento. Guide da cui non si poteva prescindere e con cui ci siamo a lungo confrontati, fin quasi al passaggio del secolo. Spesso discussi e criticati, e non soltanto seguiti e imitati, ma comunque riconosciuti in grado di misurarsi con le grandi personalità del passato, e di aprire, attraverso quel dialogo, vie inesplorate per affrontare i problemi del presente nella continuità di una tradizione: quella stessa della modernità»[8].

La collocazione cronologica posta da Schiavone, “appena qualche decennio fa”, dell’avvento del vuoto di pensiero, è all’incirca quella che ho segnalato nella mia introduzione. Va poi ricordato che intellettuali e modernità hanno costituito, per secoli, un binomio inseparabile. Gli intellettuali, pur con molte contraddizioni, hanno costantemente svolto il ruolo di coscienza critica della modernità. Anche i conflitti del Novecento sono stati elaborati e consumati nell’ambito di un aspro dibattito intellettuale intorno alla modernità, o a quel che ne restava.

Ma è ora subentrata la postmodernità, la reazione contro la modernità che ha finito per scindere il ruolo stesso degli intellettuali nei confronti della società e della storia. Intellettuali e modernità sono due categorie che hanno subìto, negli scorsi decenni, un attacco violentissimo. Proprio ad opera della postmodernità che, in virtù di questo vandalismo di principio, ha mostrato alla fine la propria vacuità e inconsistenza. Senza l’apporto della modernità, senza il ruolo degli intellettuali, abbiamo perso progressivamente la capacità di pensare al nostro passato, al nostro presente, al nostro destino. Abbiamo rinunciato a domandarci chi siamo, donde veniamo, dove andiamo. Con chi ci accompagniamo.

9. Schiavone usa alcune pagine per elencare una nutrita schiera dei grandi Maestri cui faceva riferimento in apertura. «Era insomma la grande cultura formatasi nel cuore del ventesimo secolo che continuava a svolgere il proprio ruolo, e finiva con l’illuminare un’intera civiltà. […] Di comparabile a tanta ricchezza, oggi non rimane più nulla: ed è così che il buio è sceso senza preavviso sul cuore dell’Occidente. I primi risultati sono sotto gli occhi di tutti: un’America irriconoscibile, e un’Europa che tace o balbetta»[9].

Si noti che l’elenco dei Maestri citati, che qui non riporto e discuto per brevità, comprende posizioni culturali anche assai diverse e talvolta incompatibili. In omaggio dunque alla natura sempre conflittuale del pensiero. Per quel che riguarda invece il buio che ha colto il secondo Occidente, ci dovremmo soffermare a lungo sulla cultura woke, che è insieme causa e conseguenza della sparizione dei grandi Maestri e del rifiuto della modernità. Luca Ricolfi nel suo saggio sul Follemente corretto[10] ha esaurientemente descritto il fenomeno e ne ha tracciate alcune linee interpretative. Il politically correct e la cultura woke, con tutti i loro annessi e connessi, hanno gravemente minato la libertà di pensiero, uno dei principi cardine dell’Occidente.

10. Tuttavia Schiavone mette anche l’accento sul deterioramento qualitativo della produzione culturale. Ciò ovviamente mette in causa i meccanismi stessi della produzione e riproduzione dei saperi umanistici. Afferma Schiavone che: «[…] se si considerasse l’elenco dei docenti di una qualunque importante Facoltà umanistica in Francia, in Germania, in Italia qual era quaranta o cinquanta anni fa, e lo si mettesse a confronto con coloro che vi insegnano oggi, sarebbe arduo sottrarsi all’impressione di una distanza crescente e incolmabile, se appena si avesse una cognizione non superficiale delle materie prese in esame: filosofiche, storiche, giuridiche, sociologiche»[11].

Va osservato, da parte nostra, che l’appiattimento qualitativo riguarda non solo l’offerta culturale, ma anche il lato della domanda. Le capacità medie conseguite dagli studenti nelle nostre scuole sono in caduta libera. Lo stesso vale per le capacità medie dei cittadini di svolgere efficacemente i doveri loro prescritti dalla Costituzione. Anche su questo appiattimento ormai esiste una letteratura ampia e ben documentata.

11. Ciò vale perfino – ci permettiamo di aggiungere – nel campo dell’intelligenza. Secondo gli studiosi dell’effetto Flynn, nei Paesi occidentali anche l’intelligenza media avrebbe cessato di crescere. L’Effetto Flynn[12] era quel fenomeno, ben conosciuto dagli psicologi, per cui le prestazioni nei test di intelligenza tendevano a crescere col passare del tempo (3 punti ogni decennio). Questo fenomeno era stato rilevato sulla base dell’accumulo dei dati conseguenti alla pratica sistematica della somministrazione dei test di intelligenza diffusa in varie nazioni e istituzioni. Dall’inizio del nuovo secolo sono comparsi diversi studi che testimoniano di un arresto del fenomeno di crescita dei punteggi medi nei test di intelligenza. O, addirittura, sembrano avallare la presenza generalizzata di un effetto Flynn rovesciato. Col passare del tempo, le prestazioni individuali nei test di intelligenza non solo avrebbero cessato di crescere ma addirittura tenderebbero a diminuire. La cosa è tuttora controversa sul piano statistico, ma decisamente allarmante, se collegata ad altri sintomi di degrado del livello culturale medio delle nuove generazioni.

12. Eppure viviamo in un’epoca formidabile di progresso tecnico scientifico. Abbiamo fotografato i buchi neri, abbiamo scoperto il bosone di Higgs e intercettato le onde gravitazionali. L’intelligenza artificiale contribuisce a migliorare la nostra vita in un’enorme quantità di settori. Schiavone precisa che, a suo giudizio, il vuoto di pensiero incombente concerne proprio il contesto delle humanities, visto che, per quel che riguarda le scienze della natura, non pare proprio esserci alcuna crisi alle porte. Non abbiamo dunque a che fare con disturbi funzionali di base, visto che nel campo scientifico hard il prodotto è rimasto per ora del tutto competitivo. Abbiamo proprio a che fare col vuoto di pensiero sull’umano. Un autentico smarrimento. Come un gigante dotato di un’enorme muscolatura, ma col cervello di un moscerino.

Schiavone confronta l’epoca della prima Rivoluzione industriale, quando il passaggio d’epoca fu caratterizzato da un intenso lavorio culturale allo scopo di comprendere le trasformazioni che stavano avvenendo, con l’epoca nostra, un’epoca di grandi trasformazioni che avvengono in una totale mancanza di comprensione. «Ma questa volta dov’è il pensiero – filosofico, economico, sociale, politico, giuridico, etico: in una parola, l’indagine sulle società e sull’umano in trasformazione e sui loro nuovi caratteri – che dovrebbe fare da guida al passaggio d’epoca, orientandone direzione e conseguenze, come è accaduto con le grandi rivoluzioni della modernità?»[13]. Stiamo, in altri termini, vivendo una grande trasformazione con gli occhi completamente bendati.

13. Insiste Schiavone: «Quello che manca è in particolare una cultura – storica, filosofica, sociale – che si ponga il problema di una lettura d’insieme dei processi che si stanno sviluppando nel mondo, dei loro caratteri e delle loro tendenze, e che offra soluzioni innovative alla politica. Un pensiero che analizzi da vicino, con capacità teorica adeguata, il salto di qualità avvenuto nella struttura dell’economia capitalistica in seguito alla rivoluzione tecnologica, con il definitivo tramonto della centralità storica del lavoro umano produttivo di beni materiali – il lavoro della classe operaia. Un passaggio, quest’ultimo, che ha posto fine a un intero tratto della modernità, ha provocato il crollo dei regimi comunisti, e ha portato alla nascita di uno specifico meccanismo unico di tecnica e di economia per la prima volta senza alternative nell’intero pianeta – sul quale tuttavia sappiamo pochissimo dal punto di vista della sua teoria e della sua critica»[14].

Qui torna uno dei problemi su cui Schiavone aveva già insistito, in passato, e cioè «il definitivo tramonto della centralità storica del lavoro umano produttivo di beni materiali». Si tratta di un motivo ben presente nel suo Sinistra! Un manifesto del 2023[15]. La presenza del conflitto di classe aveva caratterizzato i due secoli precedenti della modernità e aveva monopolizzato i dibattiti intorno alla configurazione della società. Intorno alla società giusta. Ora quella centralità storica non c’è più e ciò imporrebbe lo sviluppo di un nuovo pensiero intorno al futuro stesso delle società occidentali. Un manifesto, appunto, per una nuova sinistra[16]. Ma la sinistra europea appare ammutolita e in difficoltà. Non parliamo poi dei Democratici americani. Sia le destre tradizionali, sia le sinistre, che bene o male avevano entrambe una qualche solida visione della società e della storia, sono oggi soppiantate dal non pensiero dei populismi organizzati, spesso inestricabilmente rossobruni, nazicomunisti nei loro fondamenti. A ogni consultazione elettorale questi registrano incrementi preoccupanti di consensi.

14. Così Schiavone sintetizza la situazione: «L’Occidente è rimasto in tal modo orfano della sua stessa intelligenza: che lo ha lasciato all’improvviso completamente solo, a metà strada di un cammino incompiuto. E ne è rimasta orfana in particolare la politica, sia progressista sia conservatrice. Una specie di nuovo “tradimento dei chierici”, consumato quando mettere in campo nuovo pensiero sarebbe stato indispensabile per concepire e realizzare scenari adeguati alle peculiarità della nuova realtà capitalistica e al suo rapporto con la tecnica e con la politica»[17]. In questi passi si evoca il tradimento dei chierici, uno smarrimento cioè della funzione intellettuale, un inchino del mondo della cultura a interessi totalmente estranei. Il riferimento ovviamente va a Julien Benda (1867-1956) e al suo noto Tradimento dei chierici (1927)[18]. E il tradimento dei chierici ha avuto effetti esiziali sulla politica: «E invece proprio nel momento cruciale del salto, il circuito delle conoscenze si è interrotto. E la politica è diventata cieca, senza concetti e categorie in grado di leggere oltre la superficie dei processi che ci coinvolgono, nei caratteri e nelle tendenze di lunga durata del mutamento»[19].

La debolezza della politica è senz’altro un effetto della debolezza del pensiero. Il problema è che, in un simile quadro, pare davvero impossibile che la politica riesca a porre un qualche rimedio alla stessa debolezza del pensiero. L’immagine che se ne trae è quella di un Occidente sempre più invischiato in un circolo vizioso autolesionistico. Invece di politica e cultura, come in Norberto Bobbio, avremo sempre più politica senza cultura.

15. Non seguiremo da vicino i vari capitoli nei quali Schiavone approfondisce la propria analisi. Dove si affrontano questioni come il degrado della politica, la globalizzazione, l’impatto delle nuove tecnologie, i problemi della democrazia, la situazione americana. Le conclusioni di Schiavone si aprono con un’affermazione davvero impegnativa: «Solo una rivoluzione intellettuale e morale dell’intera cultura europea di portata eguale alla trasformazione che stiamo vivendo potrà essere in grado di indirizzare per il meglio il cambiamento in cui siamo immersi. Perché lo ripetiamo: la tecnica dona potenza, non assicura salvezza. Stabilisce la direzione e l’irreversibilità del cammino, contribuendo a fissare la forma dell’umano attraverso l’aumento del suo controllo sulle proprie condizioni materiali di esistenza; non garantisce il buon esito dell’intero viaggio»[20].

La tecnica ci rende sempre più forti ma non può darci alcuna indicazione su come usare proficuamente questa stessa forza. Mentre i vari corifei della sinistra in senso lato invocano il disarmo, oppure gli ennesimi provvedimenti di tutela a favore di questi o quelli – quelli che non arrivano alla fine del mese – oppure ancora evocano il diritto alla rivolta e il ritorno alla lotta di classe, ebbene Schiavone va contro corrente e avverte che è necessaria principalmente una «rivoluzione intellettuale e morale», due rivoluzioni con cui nell’immediato «non si mangia». Due rivoluzioni senza cui non sapremmo neanche quale sia la meta verso cui andare. Non ci mancano i mezzi, ci mancano i fini. O forse ne abbiamo di troppi, e di confusi. Il che è come non averne neanche uno.

16. Sarebbe allora da fare una riflessione profonda intorno al significato di queste parole. Cosa significa «rivoluzione intellettuale e morale»? In estrema sintesi, così interpreto io, l’Occidente senza pensiero ha coltivato – ancora una volta – la fiducia nei meccanismi automatici. Come quando aveva creduto alle leggi marxiane della storia. Oggi si tratta della fiducia nelle leggi automatiche dei mercati, nella iniziativa individuale e nella concorrenza, nello slogan «Enrichissez vous!», nella fiducia del gocciolamento del benessere verso tutti gli strati della società. L’Occidente senza pensiero ha fatto di tutto per ridurre ai minimi termini lo Stato e le istituzioni, per dare mano libera alla vandalica deregulation. È stata questa una comune ubriacatura che ha coinvolto sia la destra sia la sinistra. Destre e sinistre che la capacità di pensare l’avevano forse persa da tempo. Così ci siamo ritrovati immersi nel populismo e stiamo così mettendo a repentaglio le stesse istituzioni democratiche. L’Occidente europeo ha pensato che bastasse «laissez faire, laissez passer». Che bastasse stare a guardare, e tutto si sarebbe aggiustato da sé.

17. Ora, a quanto pare, la storia ci sta presentando il conto, e non sappiamo cosa fare. Il fatto è che – di questo dobbiamo davvero convincerci – la società va pensata. La società è fatta proprio per essere pensata. Soprattutto le società altamente complesse come le nostre. Per le quali occorre un pensiero di pari complessità. Invece abbiamo creduto alle semplificazioni. Da noi, per stare a casa nostra, abbiamo creduto al pensiero semplice di Berlusconi, di Bossi, di Renzi, di Grillo, di Meloni, di Salvini. Mi spiace molto dirlo, ma anche quello di Schlein e di Landini, di fronte ai problemi che abbiamo davanti, è puro pensiero semplice[21].

In Europa, pensare di continuare a sopravvivere come uno Stato senza Stato (che non unifichi in sé le fondamentali prerogative di uno Stato) è puro pensiero semplice, come quello dei pacifinti che vogliono la pace e la sicurezza, non vogliono la NATO e non vogliono spendere una lira per comperare le cartucce. Pensiero semplice anche quello dei governi europei che vorrebbero, a fasi alterne, una politica estera di grande potenza, senza però cedere alcun potere a un Ministro degli esteri europeo di un Governo europeo. Purtroppo siamo guidati dal pensiero semplice e gli elettori, divenuti semplici anch’essi, non sembrano neanche più persuasi di dover andare ogni tanto a votare. Non vanno più a votare non perché siano delusi dalla politica ma perché sono divenuti incapaci di un qualsiasi pensiero effettivamente politico. Ricordo che gli esponenti del secondo partito di opposizione italiano andavano in parlamento agitando l’apriscatole. Non solo intellettuali senza pensiero dunque, ma anche elettori senza pensiero.

18. Già, ma allora, come possiamo fare per recuperare un pensiero alto, degno dell’Europa e dell’Occidente migliore? Davvero all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte? Schiavone si pone il problema, ma qui mi permetto di dubitare alquanto sulla fattibilità della sua proposta. Dice: «[…] almeno in Europa, per rimettere in moto la macchina del pensiero serve una scossa esterna al mondo delle idee, tanto forte da rendere possibile la ripresa del cammino interrotto. Un impulso che può venire soltanto dalla politica: da una politica che sappia spezzare con la forza di una decisione il vuoto di idee che la circonda. E questa non può consistere in altro se non in un passo avanti decisivo verso l’unificazione del continente»[22].

Qui Schiavone incorre purtroppo in una qualche circolarità di pensiero, visto che, nella introduzione ha sostenuto che proprio il vuoto di pensiero confina la politica alla mera amministrazione. Come farà una politica priva di pensiero a trovare da sé la forza di una decisione? Personalmente una risposta ce l’ho, ed è una risposta poco piacevole. Solo una colossale esternalità negativa, una grave catastrofe, potrà costringere i nostri maestri del pensiero semplice a prendere decisioni forti. A prendere finalmente le ovvie decisioni indispensabili. Non resta che sperare nella catastrofe.

19. Così l’Occidente si è cacciato in un circolo vizioso che lo condanna a rendimenti sempre più bassi. A continuare a rimandare e ad attendere, come se avessimo davanti un tempo infinito. Certo, è comodo fare l’ammuina. Schiavone avverte che: «Progresso tecnico e scadimento morale e sociale possono coesistere, entro certi limiti. Con la conseguente deriva verso un mondo in cui l’anomia sarà diventata la regola di un suprematismo capitalistico – tecnologico fuori controllo: segnato dal dominio di minoranze più o meno ristrette – arroccate nei privilegi derivanti dalla loro posizione rispetto al dispositivo tecnoeconomico globale – su moltitudini uniformate dalla comune sconfitta e dal patimento condiviso della sopraffazione»[23]. L’Amministrazione Trump è oggi un perfetto esempio di coesistenza di progresso tecnico e scadimento morale, intellettuale e sociale. Questo è forse il destino che ci aspetta.

Rincarando la dose, secondo Schiavone oggi ci troviamo in: «Una congiuntura in cui la capacità del pensiero sull’umano di padroneggiare e di orientare verso paradigmi di razionalità fondati sul bene comune quel potere di trasformazione del reale che stiamo acquisendo con tanta velocità appare drammaticamente ridotta, se non addirittura azzerata. Se non riusciremo a riequilibrare in corsa questo scompenso; se una parte di quella che chiamiamo la nostra civiltà continuerà a rimanere indietro rispetto all’altra, il prolungarsi del ritardo renderà realistiche ipotesi di futuro nelle quali l’aver cancellato la comune identità dell’umano diverrà il principale carattere di una costituzione materiale del pianeta fondata esclusivamente sulla discriminazione e sul dispotismo»[24].

Val la pena di aggiungere che non sarà certo demandando alla intelligenza artificiale la soluzione delle maggiori questioni – come qualcuno auspicherebbe – che risolveremo il nostro deficit di pensiero. Un imbecille con l’AI diventa un imbecille al quadrato. C’è già chi pensa di infilare l’intelligenza artificiale nelle scuole, così avremo finalmente il pensiero semplificato a disposizione di tutti, paziente, autorevole, efficiente e del tutto incontrollabile. Non sono tra gli scettici oppositori della AI, sono piuttosto tra gli scettici che dubitano della nostra capacità di controllare la AI, cui ci stiamo affidando con tanta disinvoltura e dabbenaggine. Anche qui è in gioco il vuoto del pensiero. Chi pensiero non ha, non può darselo artificialmente.

20. Schiavone manifesta tuttavia, nonostante tutto, un certo ottimismo: «[…] nonostante tutti gli ostacoli che si frappongono, credo che in questo frangente sia proprio dall’Europa che possa partire il primo e più forte segnale di risveglio; che sia da qui che si possa riannodare il filo spezzato del nostro pensiero»[25]. Schiavone entra qui nel merito di alcuni punti di forza restanti su cui l’Europa potrebbe basarsi per dare il via a una ripresa. In effetti, dopo il declino ormai palese e profondo della democrazia americana, del secondo Occidente, non resta che riporre qualche speranza nel primo Occidente. Effettivamente se il patrimonio di pensiero dell’Occidente non è rimasto da qualche parte in Europa, può allora esser tranquillamente dichiarato in via di estinzione. Basti pensare al trattamento inferto da Trump alle università americane per rendersi conto che da quelle parti non verrà più fuori alcunché, per un bel po’. Bisogna riconoscere che Alexandr Dugin, al di là del suo tono profetico ed esaltato, nei suoi scritti è andato vicino a una diagnosi ben precisa della capitolazione dell’Occidente di fronte all’Euroasiatismo. In un suo scritto[26] di qualche anno fa aveva individuato proprio in Trump il capofila inconsapevole della reazione dei popoli del Mondo contro l’Occidente, irrimediabilmente corrotto e pervertito.

Comprendiamo che Schiavone, nel suo ruolo di pubblico intellettuale, si sforzi di mostrare un volto tutto sommato ottimistico. Comprendiamo come si sia sentito in dovere di considerare la partita del pensiero dell’Occidente ancora come aperta. Di mostrare una strada praticabile per uscire dalla crisi. Di considerare come ancora non del tutto perduto il nostro patrimonio di pensiero, la nostra scala di valori e le nostre istituzioni. In questo senso, il suo saggio è un appello. Purtroppo la sua diagnosi è perfetta, ma una eventuale prognosi positiva è invece dipendente da una miriade di condizioni che, se considerate da vicino, non possono che risultare altamente improbabili.

21. Il lettore, compulsando attentamente il testo di Schiavone, potrà farsi un’idea di quanto realistiche siano le possibilità di successo di un programma di rinascita del pensiero europeo da lui intravisto e propugnato. Personalmente, siamo alquanto più pessimisti e il vuoto di pensiero dell’Occidente oggi ci sembra ormai decisamente irreparabile. Più che di un improbabile programma di rinascita, oggi ci pare quanto mai necessario un programma di resistenza. Un appello disperato che chiami alla resistenza le poche forze del pensiero d’Occidente sopravvissute, e non ancora del tutto stravolte. Una resistenza, appunto, intellettuale e morale. Una resistenza destinata tuttavia a diventare sempre più clandestina, sempre più confinata nei bantustan o nelle riserve indiane. Il trattamento inferto da Trump alle università americane è di una chiarezza esemplare. Una resistenza nella lucida consapevolezza che la guerra è stata ormai perduta, che i barbari sono alle porte e che domineranno per secoli. Si tratta allora di mettere da parte e conservare i codici, ricopiare e commentare i testi, trasmettere la tradizione, tenere acceso il lumicino in attesa di un’improbabile nuova alba. Proprio come i monaci irlandesi nei secoli bui della decadenza europea.

Opere citate

1960 Bell, Daniel, The End of Ideology. On the Exhaustion of Political Ideas in the Fifties, Harvard University Press, Cambridge. Tr. it.: La fine dell’ideologia. Il declino delle idee politiche dagli anni Cinquanta a oggi, SugarCo Edizioni, Milano, 1991.

1958 Benda, Julien, La trahison des clercs, Editions Grasset, Paris. [1927]

2021 Dugin, Alexandr, Contro il Grande reset. Manifesto del Grande risveglio, AGA Editrice.

2022 Rampini, Federico, Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori, Mondadori, Milano.

2024 Rampini, Federico, Grazie Occidente!, Mondadori, Milano.

2024 Ricolfi, Luca, Il follemente corretto. L’inclusione che esclude e l’ascesa della nuova élite, La nave di Teseo, Milano.

2023 Schiavone, Aldo, Sinistra! Un manifesto, Einaudi, Torino.

2025 Schiavone, Aldo, Occidente senza pensiero, Il Mulino, Bologna.


[1] Nella scrittura di questo saggio non ho fatto uso alcuno di strumenti di intelligenza artificiale.

[2] La prima occorrenza della questione risale al 1960. Si veda Bell 1960.

[3] Cfr. Rampini 2022 e Rampini 2024.

[4] Tra queste responsabilità, attribuite di fatto dall’Europa agli USA, abbiamo la difesa (attraverso la NATO), il governo monetario e del commercio internazionale, la politica internazionale, il controllo degli Stati canaglia, il governo delle crisi internazionali derivanti da alcuni Paesi ex comunisti e dall’insorgente fondamentalismo islamico, compresa anche la lotta al terrorismo. Possiamo aggiungere la responsabilità della salvaguardia e della promozione delle organizzazioni internazionali. A uno sguardo retrospettivo, gli USA hanno fallito in tutti questi compiti. Marcatamente, in politica internazionale hanno fallito sulla questione israelo-palestinese, hanno fallito in Iraq e in Afghanistan. Solo per elencare le crisi più importanti. Per quanto riguarda le organizzazioni internazionali, gli USA hanno dato un notevole contributo al loro indebolimento.

[5] Cfr. Schiavone 2025: 15.

[6] Fanno parte dell’antiumanismo, a nostro parere, anche il transumanismo e il postumanismo nelle loro varie e confuse manifestazioni.

[7] Si veda Finestre rotte: Esiste la filosofia continentale?

[8] Cfr. Schiavone 2025: 16.

[9] Cfr. Schiavone 2025: 19.

[10] Cfr. Ricolfi 2024.

[11] Cfr. Schiavone 2025: 20.

[12] Dal nome dello psicologo neozelandese James Robert Flynn (1934-2020).

[13] Cfr. Schiavone 2025: 25.

[14] Cfr. Schiavone 2025: 26-27.

[15] Cfr. Schiavone 2023.

[16] In un mio saggio precedente ho analizzato dettagliatamente il Manifesto di Schiavone. Per chi fosse interessato, si veda Finestre rotte: Prolegomeni a una nuova sinistra.

[17] Cfr. Schiavone 2025: 30.

[18] Cfr. Benda 1958.

[19] Cfr. Schiavone 2025: 30.

[20] Cfr. Schiavone 2025: 123.

[21] Mi permetto qui di richiamare la mia recente analisi sui Referendum del giugno 2025: Finestre rotte: Referendum 2025.

[22] Cfr. Schiavone 2025: 123.

[23] Cfr. Schiavone 2025: 124.

[24] Cfr. Schiavone 2025: 124.

[25] Cfr. Schiavone 2025: 124-125.

[26] Cfr. Dugin 2021.

Esuli, infiltrati e vita di bohème

Stefano Oberti e i fuorusciti parigini

di Paolo Repetto, 23 maggio 2025

La memoria crea talvolta connessioni inattese e singolari. Anzi, per la precisione non le crea, ma le scopre, perché erano già lì ad aspettarci nella realtà, in quella storica o in quella naturale. Accende solo la luce. Accade che ci occupiamo di una vicenda, di un ambiente, di un personaggio, e poco a poco esce dall’ombra tutto ciò che sta attorno, si allarga il nostro campo visivo, si schiudono nuove curiosità.

A me è capitato proprio recentemente, mentre scrivevo il pezzo su Andrea Caffi. Fantasticavo come al solito su come sarebbe stato conoscerlo, quando all’improvviso ho realizzato che se Caffi non avrei potuto incontrarlo comunque, non fosse altro per ragioni anagrafiche, ho conosciuto però qualcuno che probabilmente l’aveva incrociato, dal momento che entrambi avevano vissuto come fuorusciti a Parigi negli anni Trenta e avevano frequentato più o meno gli stessi circoli antifascisti. Non ho testimonianze certe di una loro frequentazione diretta, ma le probabilità che ci sia stata mi paiono altissime.

Ora, il motivo che mi ha spinto a scrivere queste righe non è il compiacimento per la possibilità di essere collegato a Caffi da una catena molto corta di relazioni: è invece la curiosità destata dagli sviluppi e dagli esiti diversi di due storie che almeno nella condizione iniziale presentano molte somiglianze. A dimostrazione del fatto che l’ambiente agisce sino a un certo punto, ma è poi l’indole a fare la differenza.

È andata così. Nell’autunno-inverno tra il ‘68 e il ‘69 mi fermai a Genova, dove, oltre a seguire (molto saltuariamente) i corsi universitari e vivere gli ultimi fuochi della contestazione studentesca, avevo trovato un’occupazione part time presso un mobiliere (non in ufficio, camallavo frigoriferi e lavatrici). Alloggiavo in una camera in subaffitto in Castelletto, uno dei quartieri più eleganti della città, scovata da un compagno che aveva un’altra camera nello stesso alloggio. Il costo era irrisorio. Scoprimmo più tardi che potevamo permettercela perché il tizio che ci ospitava non pagava a sua volta l’affitto alla proprietaria.

Il tizio era un signore anziano, alto e corpulento, segnato in viso da diverse cicatrici, simpatico ma decisamente fuori dagli schemi. Si chiamava Stefano Oberti (“dottor” Oberti puntualizzava lui), e vantava un passato interessante. Era infatti stato esule in Francia per più di un decennio, dalla fine degli anni Venti, per sfuggire alla persecuzione dei fascisti. Tra le amicizie che raccontava di avere lì contratto spiccavano quelle col nipote di Nitti e con Rosselli (il futuro Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, lo aveva già conosciuto prima), ma in pratica non era possibile citare qualcuno di quel giro col quale non vantasse confidenza. Sospettavamo che buona parte del suo racconto fossero millanterie, ma al tempo stesso eravamo divertiti dalle stravaganze e dall’assurdità del personaggio. Girava per casa quasi sempre inguainato in un capo unico maglia-mutandoni di lana, di quelli che Terence Hill indossa in Trinità, abbottonato davanti e con lo sportelletto sul fondoschiena, che gli dava una silhouette da orso Yogi. Ad un certo punto ho persino cominciato a invidiargli quella tenuta, perché il riscaldamento era sempre spento.

Oberti seguiva e ci segnalava tutti gli eventi culturali e politici della città, compresi quelli cui non era invitato, ma nei quali riusciva ad infiltrarsi invariabilmente tra gli organizzatori o tra gli ospiti d’onore. Una sera ci chiese di accompagnarlo ad una conferenza alla Terrazza Martini, il luogo più elegante di Genova, in cima ad un grattacielo dal quale si vedeva tutta il golfo. Lo stipammo sulla 500 del mio socio, con l’auto che dalla parte in cui era seduto lui raschiava quasi l’asfalto, e dovemmo anche arrischiare l’ascensore per salire i Trenta piani che portavano alla terrazza. Arrivammo naturalmente a conferenza già iniziata, ma non fu un problema, perché guidati dall’addome perentorio di Oberti ci dirigemmo immediatamente al buffet, imbandito su un lato del salone. Ci fu un mormorio di disapprovazione, che distrasse e irritò anche il conferenziere, ma a quanto pare l’argomento proposto non era granché, perché di lì a breve gli astanti cominciarono ad alzarsi, uno o due alla volta, e a raggiungerci ai tavoli. Avevano visto come noi, e soprattutto Oberti, stavamo spazzolando salatini e beveraggi. Credo sia stata la conferenza più breve di tutta la stagione.

Qualche serata la trascorremmo anche a discorrere di politica col nostro locatore, ma non riuscivamo a cavarne molto, perché lui era impallato con la massoneria e con una statua che avrebbe dovuto essere eretta a Mazzini nel cimitero di Staglieno (dove già peraltro le spoglie del patriota erano raccolte in un mausoleo scavato nella roccia). Ci dettagliava anche sulle annose schermaglie di potere che caratterizzano da sempre gli ambienti massonici, e tanto più quelli di provincia, sui voltafaccia e i tradimenti e su quanto fossero infidi i suoi rivali. Ma l’impegno maggiore era rivolto in quel periodo a raccogliere fondi per il monumento, e a lamentarsi della tirchieria dei genovesi, che a quanto pare non si rivelavano particolarmente entusiasti dell’iniziativa. (All’epoca noi non avevamo dubbi che non se ne sarebbe fatto nulla, ma come vedremo ho dovuto poi ricredermi).

Della sua vita di fuoruscito, oltre ad elencare le conoscenze, non raccontò praticamente nulla: sembrava gli fosse rimasta solo una fortissima ammirazione per le donne francesi (confermata nell’autobiografico Esilio a Parigi, dove almeno tre capitoli sono dedicati alle sue presunte conquiste e alla frequentazione di un postribolo d’alto bordo) e aveva maturato una vera passione per Marie Laforet. Una sera dovemmo scarrozzarlo fino al cinema di una delegazione periferica dove proiettavano Delitto in pieno sole: per tutta la durata del film la Laforet recita in bikini, e in qualche scena anche senza. Ne uscì entusiasta.

Una cosa comunque devo riconoscergliela. Quando gli proposi di assistere assieme a me al Cinema Centrale, la sala più “di sinistra” della Genova dell’epoca, alla proiezione di Ottobre di Eisenstein, mi rispose, anticipando di molto Fantozzi, che non solo era una boiata pazzesca, ma travisava anche rozzamente la verità storica. Non ci misi molto ad arrivare alle stesse conclusioni, ma gli avessi dato ascolto mi sarei risparmiato almeno il penoso dibattito che seguì la proiezione.

Alla fine di marzo purtroppo dovetti lasciare la camera, la campagna aveva bisogno di me. Tornai a Genova solo per dare una manciata di esami a giugno, e non rividi mai più Oberti. Il mio coinquilino mi raccontò poi di altre scorribande in cui era stato coinvolto, ma anche lui l’autunno successivo dovette cambiare sistemazione.

L’impressione che entrambi avevamo maturato era quella di un personaggio simpaticissimo, ma decisamente mitomane e inaffidabile. Infatti mi sorprese, ma non mi meravigliò più di tanto, trovare alla fine degli anni Ottanta il suo nome in capo ad una lista elettorale della Lega Nord. Mi confermò l’immagine di un uomo pronto a cavalcare qualsiasi cavallo, pur di stare in sella, e l’idea che il fuoriuscitismo non raccogliesse soltanto idealisti come Gobetti, Caffi, Chiaromonte, Rosselli e Berneri, ma anche diversi opportunisti e qualche sballato, per tacere del gran numero di infiltrati dalla polizia politica del regime.

Per questo, nel raccontare Caffi mi è tornato immediatamente in mente Oberti. E per questo ho voluto indagare un po’ più a fondo il personaggio, ricavandone una storia sorprendente.

Ciò che ho sin qui raccontato attiene alla mia personalissima memoria. È tutto ciò che posso dire dell’uomo Oberti come io l’ho conosciuto quasi sessant’anni fa, o almeno tutto ciò che mi era parso significativo.

Quanto segue appartiene invece alla Storia, non solo alla sua, ma a quella di un particolare fenomeno in un particolare momento. L’ho desunto confrontando diverse fonti, tutte quelle cui mi è stato possibile attingere, e penso che quanto ne viene fuori si avvicini accettabilmente alla verità dei fatti.

Infine, l’ultima parte di questo scritto ospita delle riflessioni di carattere generale, che niente hanno a che vedere con una valutazione o un giudizio storico. Dalle letture e dalle ricerche che ho fatto sono nate delle impressioni, che non riguardano solo il personaggio Oberti, e che propongo in funzione interlocutoria, sperando che il discorso non si chiuda qui.

****

Stefano Oberti nasce a Genova nel 1903. Il padre, Zaccaria, è un massone, repubblicano convinto e anticlericale, imprenditore di un certo successo ma sin da giovanissimo portato a cacciarsi nei guai per le sue idee politiche libertarie (anche lui sarà costretto, dopo l’avvento del fascismo, ad emigrare in Francia, dove rimarrà poi sino alla morte).

Stefano si distingue invece in gioventù soprattutto per le passioni sportive, il canottaggio e il calcio: quest’ultimo lo fa entrare in contatto con Sandro Pertini, presidente della compagine universitaria genovese. Non tarda però a seguire le orme del padre e ad essere iscritto nella lista nera dalle autorità del nuovo regime. Come studente di legge fonda infatti l’Unione goliardica italiana per la libertà, che osteggia la riforma Gentile, e ad un convegno internazionale delle federazioni universitarie tenutosi a Varsavia, nel 1924, attacca decisamente gli altri esponenti della delegazione italiana, già allineati col fascismo. La sua attività politica si intensifica dopo il delitto Matteotti, sino a che, una notte del gennaio 1925, viene aggredito da un gruppo di squadristi che lo bastonano fino a sfigurargli il volto. Nell’immediato non vuole demordere, ma quando alla fine dell’estate successiva gli è ritirato il passaporto capisce che è venuto il momento di cambiare aria ed emigra clandestinamente in Francia.

«A Parigi arrivai a fine settembre 1925. Ben consigliato sul da farsi, presi alloggio in un albergo del Quartiere Latino […]. Presentai domanda alle Autorità francesi per ottenere asilo politico e m’iscrissi all’ “Alliance Française” per perfezionare il mio francese. La Sûreté Nationale fece le sue indagini e tutto risultò a mio favore. […] Poi andai ad abitare […] sulla riva destra della Senna, oltre Passy, presso una signora francese che ospitava un altro studente straniero. Questa signora aveva due figlie […]. Esse mi furono di grande utilità, insegnandomi come dovevo comportarmi con le famiglie parigine, molto restie a legarsi con gli stranieri. […] A noi italiani, tutto sommato, il trapianto in Francia è stato facilitato dalla presenza di una forte comunità di connazionali e dalla benevolenza del Governo francese. Io avevo amici fedeli […]. Un anno dopo fui raggiunto in esilio da mio padre. […] Facevamo colazione assieme e con noi c’erano italiani come il figlio del presidente Nitti, […], francesi e spie italiane di cui ingoiavo la presenza assieme alla pastasciutta e ai sughi all’italiana che cucinavano per noi

Fa a tempo ad incontrare Gobetti poco prima della morte di quest’ultimo e stringe amicizia con l’avvocato siciliano Teocrito Di Giorgio, personaggio che ricomparirà nella sua vita a più riprese: con la gran parte degli altri esuli, invece, e con le diverse formazioni in cui sono raggruppati, entra quasi subito in conflitto. In un libello sollecitamente pubblicato (Episodi della lotta antifascista) ci va giù particolarmente duro: “Qualche mezza dozzina di persone che pretendono di costituire e monopolizzare il fuoruscitismo ufficiale a Parigi sono un’accozzaglia acefala di esseri privi di senso storico, di coraggio personale molto discutibile, di scarsa volontà e iniziativa e quasi totalmente sprovvisti di quello spirito di indipendenza e di sacrificio richiesto dalla grandiosità della lotta”. Al tempo stesso li accusa di offrire dell’Italia all’estero “l’immagine di un Paese immerso nel terrore da un manipolo di bravi […] ciò che significava divenire ancora una volta lo zimbello dell’Europa”.

I suoi atteggiamenti a volte assurdamente intransigenti, spesso sconcertanti, e comunque sempre confusi e dettati da smania di protagonismo, creano non poco imbarazzo nell’ambiente dei fuorusciti; in qualche occasione però tornano utili e sono sfruttati strumentalmente dalle diverse fazioni dell’antifascismo parigino in funzione delle rivalità che più o meno scopertamente allignano (ad esempio, quella tra i togliattiani e tutte le altre). Di fatto comunque Oberti finisce sempre più isolato, se si escludono tre o quattro “seguaci” che gli si associano per calcolo o per spirito gregario, e di conseguenza diventa sempre più insofferente della sua vita di esule e rancoroso nei confronti dei compagni.

Anche sopravvivere materialmente, in questo isolamento, non è facile, a dispetto delle conoscenze di cui può avvalersi tramite il padre. Per un certo periodo sbarca il lunario grazie al denaro che quest’ultimo gli invia dall’Italia. Quando poi questo viene meno comincia a passare per una serie di occupazioni le più diverse, comunque sempre molto precarie: operaio alla Renault, agente di commercio, corrispondente estero, persino comparsa alla Comédie Française . Non è particolarmente portato per il lavoro, mentre è invece attivissimo nella polemica e nelle iniziative di organizzazione: dà vita a gruppi scissionisti all’interno della Concentrazione antifascista, cerca contatti a destra e a sinistra, pubblica opuscoli come Notre bataille dans les Universités et à l’Etranger, avec versions espagnole et italienne. Fino ai primi anni Trenta continua comunque a ruotare nell’ambito dell’organizzazione, e per qualche tempo è in rapporto anche col gruppo di Giustizia e Libertà.

La situazione internazionale sta però evolvendo. Il governo francese comincia a cercare approcci con il fascismo, che nel frattempo ha ammorbidito i toni e le rivendicazioni. Cresce, di qua e di là delle Alpi, il timore per una possibile salita al potere di Hitler, e vengono opportunamente rispolverate le affinità culturali e i possibili interessi comuni. Anche all’interno del mondo dei fuoriusciti le idee non sono chiare: la maggioranza chiaramente è contraria, ma c’è anche chi vede di buon occhio un riavvicinamento pacifico tra i due paesi.

Di questa posizione si fa immediatamente alfiere Oberti, che su iniziativa personale, senza consultare nessuno, si reca ad esporre direttamente al console italiano di Parigi la concordanza d’intenti del suo sparuto gruppo di seguaci con i due governi in riconciliazione, esprimendosi a nome di tutto l’antifascismo. La notizia si diffonde con la pubblicazione di un’intervista rilasciata al quotidiano La République, e la cosa scatena le ire dei dirigenti in esilio, che si affrettano a sconfessare Oberti e lo espellono dal raggruppamento. Ciò non gli impedirà comunque, nel giugno 1933, in occasione dei funerali di Claudio Treves, di sfilare nella processione silenziosa che segue il feretro, al fianco di Emilio Lussu, di Carlo Rosselli, di Raffaele Rossetti e di Camillo Berneri, e accanto a personalità di spicco della sinistra francese.

Nel frattempo però Oberti ha già intrapreso una nuova strada. È stato chiamato da Alberto Giannini, altro bizzarro e sfuggente personaggio e fuoruscito “pentito”, a collaborare alla rivista satirica Il Merlo. Giannini aveva dovuto rifugiarsi in Francia per aver pesantemente satireggiato col suo giornale Il becco giallo il regime fascista, e ha continuato per un certo periodo a farlo riprendendo la pubblicazione oltralpe e introducendola clandestinamente in Italia: ma ad un certo punto i finanziamenti elargiti dai fuorusciti hanno cominciato ad assottigliarsi ed è venuto meno anche il rapporto di fiducia che lo legava a Carlo Rosselli. Fonda allora una nuova testata, finanziata stavolta dal regime stesso, e finisce sul libro paga dell’OVRA, il servizio segreto mussoliniano. Come racconta Gaetano Salvemini parlando del gruppo dei fuoriusciti a Parigi: “Alberto Giannini era il più faceto della compagnia, finché non passò, nel 1934, dalla sera alla mattina, armi e bagagli, nel campo dei fascisti, il più svergognato caso di voltafaccia che io abbia mai visto”.

Non risulta che anche Oberti sia diventato a pieno titolo un informatore, ma senz’altro non gli par vero scrivere articoli denigratori contro esponenti del gruppo che lo ha cacciato, e più in particolare contro quelli del partito socialista in esilio.

Intanto sta già muovendosi per regolarizzare la propria situazione di emigrato presso il Consolato italiano. Tenuto ormai forzatamente fuori dalla politica, da Parigi si trasferisce a Nancy, e si butta assieme al padre in un tentativo di rientrare nell’imprenditoria, che si rivela fallimentare.

A questo punto non gli rimane che rientrare in Italia, approfittando di una serie di condoni e della prescrizione dei reati per i quali era stato condannato in contumacia (la renitenza alla leva e l’espatrio clandestino). Decide per questa soluzione alla fine del 1938, e se la cava a buon mercato, con soli due mesi di effettiva reclusione. Nel maggio del 1940, all’entrata in guerra dell’Italia, è nuovamente un uomo libero.

Nei primi anni del conflitto Oberti risiede a Milano, dove, a quanto lui stesso afferma, svolge un’attività di intermediazione industriale (della quale peraltro non si ha alcun riscontro). L’occasione di tornare alla ribalta gliela offrono paradossalmente la caduta di Mussolini e la successiva nascita della repubblica sociale italiana nel settembre del 1943. Agli inizi dell’anno successivo rivolge al ministro della Cultura Popolare del regime collaborazionista una serie di richieste dal tono perentorio, com’è nel suo stile, proponendosi come custode dell’autentica tradizione mazziniana contro l’opera di oscuramento e di travisamento compiuta dalla monarchia sabauda. È assecondato in questo tentativo delirante da vecchi compari anch’essi ex transfughi, come l’avvocato Di Giorgio, e addirittura da ex acerrimi nemici, come Gian Gaetano Cabella, fascista della prima ora, direttore de Il popolo di Alessandria (una delle più feroci gazzette dei fasci repubblichini), specializzato in falsi (nel 1948 sarà arrestato per aver pubblicato un falso testamento di Mussolini: ma pubblicherà anche un romanzo, Dieci anni a Parigi, ispirato probabilmente proprio alle vicende di Oberti).

Per quanto confuse e velleitarie le sue richieste (il trasferimento di tutto l’archivio mazziniano da Genova in Alessandria, per sottrarlo al pericolo di bombardamenti, e l’apertura di un Istituto di Studi Mazziniani in quest’ultima città, con lui e i suoi sodali naturalmente a dirigerlo) sono in linea con il tentativo del nuovo regime di prendere le distanze dalla monarchia e di dare una legittimità e una continuità storica alla repubblica pescando nel Risorgimento, e trovano udienza. Insomma, si ripete la storia, anche se cambiano gli interlocutori, che ora sono le autorità repubblichine: Oberti è percepito chiaramente anche da queste ultime come uno spostato (nelle informative dell’OVRA sul suo periodo parigino era definito il “ragazzo semipazzo”), tanto più che ormai va a briglia sciolta e affastella un mare di proposte farneticanti per pubblicazioni (una storia d’Italia illustrata per ragazzi), per cerimonie ufficiali celebrative e rievocative (l’inaugurazione di una lapide alla cittadella di Alessandria, dove era stato imprigionato Andrea Vochieri, con tanto di divi del cinema fascista che officiano in costume), per lavori teatrali, sempre su tematiche patriottiche (una storia d’Italia raccontata per quadri scenici). Eppure alle sue stravaganti iniziative si interessano, e le appoggiano e le finanziano, persino un paio di ministri di Salò, oltre alle autorità locali (anch’esse evidentemente in gran confusione). Questo mentre nei dintorni di Genova e di Alessandria il grande rastrellamento nazifascista di primavera porta alla strage della Benedicta e all’arresto e alla deportazione di centinaia di giovani.

Tanto fervore si spegne però nell’estate del ‘44, dopo che un bombardamento su Alessandria ha coinvolto anche la sede del neonato istituto mazziniano. Oberti si eclissa. Di cosa combini da quel momento non ho trovato notizia negli archivi, ma è certo che non collabora con le bande partigiane genovesi, come invece lui stesso sostiene. Riesce poi evidentemente ad attraversare indenne il periodo post-liberazione, così che nel giro di qualche anno torna sulla scena.

Sul dopoguerra e su come la sfanga nei quaranta e passa anni successivi, a parte la breve parentesi di “convivenza” di cui ho raccontato, so soltanto quel che ho potuto trovare spulciando qualche periodico e qualche quotidiano. Frammenti che sono comunque indicativi e mi confermano quel che già all’epoca avevo intuito del personaggio.

Naturalmente Oberti è sempre in rotta con qualcuno. Dal periodico Il pensiero mazziniano (Anno VI, N. 6, 10 Giugno 1951) veniamo a sapere che “A proposito del comunicato inserito nel numero scorso in cronaca da Genova, ove è citato il dott. Stefano Oberti, questi ci scrive per contestare che l’espulsione sua dalla Sezione di Genova dell’A.M.I. (Associazione Mazziniana Italiana) sia stata allargata all’indegnità morale, oltre a quella politica)”. Sarei curioso di sapere a cosa alludeva l’indegnità morale, ma avendo potuto apprezzare da vicino la sua disinvoltura economica l’allargamento dell’accusa non mi stupisce affatto.

Quindici anni dopo la stessa fonte ci fa capire però che il nostro è stato riaccolto, tanto che «Il 7 settembre, a Parigi, l’amico Stefano Oberti di Genova ha deposto sulla tomba di Piero Gobetti un fascio di garofani rossi di Liguria: sui nastri tricolori era la scritta: “A Piero Gobetti e ai duemila combattenti antifascisti morti in esilio”. Si sono voluti ricordare, nel ventennale della Repubblica, quanti all’estero, a fianco dei repubblicani spagnoli e dei resistenti francesi, si sacrificarono per la libertà» (Il pensiero mazziniano, Anno XXI, N. 8-9, 25 settembre 1966. L’iniziativa è commentata anche su La Stampa dell’8 settembre 1966, pag. 7: Commemorati gli esuli italiani morti in Francia durante il fascismo.)

Sempre La Stampa, nella sua edizione serale (Stampa Sera, 20 luglio 1970, pag. 2: Roma deve darci le spoglie di Mameli), qualche anno dopo ci informa che Oberti ha chiesto il trasferimento della salma di Mameli da Roma al Pantheon di tutti gli esuli invitti dell’umanità costruito a Staglieno. E lo ha fatto in qualità di presidente del Comitato Nazionale per le onoranze agli esuli morti in esilio difensori della libertà dei popoli.

Nella stessa veste l’ho trovato menzionato in GRECIA (mensile di informazione della resistenza greca, Anno II, N. 10-11, ottobre 1970, Nel Pantheon degli esuli) in occasione dell’autoimmolazione dello studente Costas Georgakis. «Il nome di Costantino Georgakis è stato inciso nel Pantheon di tutti gli esuli invitti dell’Umanità al Cimitero di Staglieno. La decisione stata comunicata dal presidente del Comitato Nazionale per le onoranze agli esuli morti in esilio difensori della libertà dei popoli, dott. Stefano Oberti, alla fidanzata di Kostas, con una lettera inviata alla Casa dello Studente. Nella lettera tra l’altro, si legge: “Oggi, dopo avér attraversato quasi mezzo secolo di cedimenti e conosciuto tanti traditori, testimonio che Costas Georgakis fu un eroe, perché volle sacrificare soltanto se stesso, sottraendo ogni altra persona a lui cara agli aguzzini di oggi, di domani e di sempre. Lenito il Suo dolore, Ella ritroverà la pace dei giusti; quella che Costas Georgakis ha certamente ritrovata, morendo in esilio senza compromessi con coloro che umiliano oggi la patria di Eschilo, di Socrate e di Platone, ponendola al servizio dell’imperialismo straniero. Se può esserLe di un piccolo conforto, sappia prima di ogni altro, che, per decisione del Comitato Nazionale per le onoranze agli esuli morti in esilio combattendo per la libertà dei popoli, il nome di Costas Georgakis sarà inciso nel Panthéon di tutti gli ‘esuli invitti dell’Umanità, nel cimitero monumentale di Staglieno in Genova, accanto a quello del drammaturgo greco Eschilo, del poeta inglese George Byron e del patriota interalleato italiano Santorre Annibale di Santarosa, morti per la libertà della Grecia”».

È sempre lui. L’enfasi retorica, gli accostamenti peregrini e l’autocelebrazione recriminatoria sono tipicamente suoi. E a quanto pare è anche riuscito a realizzare, nel 1970, il Panthéon di tutti gli esuli invitti dell’Umanità. Segno che qualcuno ha continuato a dargli fiducia. Tanto da riproporlo, dopo quasi altri vent’anni, come capolista in una competizione elettorale.

Contavo di trovare qualche ulteriore notizia nello scritto autobiografico Esilio a Parigi, redatto quando Oberti aveva ormai superato l’ottantina, ma tutto ciò che ne ho ricavato è l’accenno del prefatore a un eccezionale impegno del nostro per la causa del divorzio. Per il resto è una somma piuttosto confusa di ricordi, tra i quali primeggiano quelli dei sughi e delle pastasciutte, o di avventure galanti piuttosto improbabili. Unica notazione interessante: ha lavorato alle officine Renault quasi contemporaneamente a Simone Weil, ma ne ha tratto un’impressione ben più positiva. In compenso, ci ha resistito ancor meno. C’era da aspettarselo.

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Non mi sono soffermato così a lungo su questa vicenda per il suo intreccio con la mia aneddotica personale, o per quella malintesa voglia di un protagonismo tutto di riflesso che sembra essere diventata l’unica modalità di autorealizzazione (l’io c’ero, o l’io l’ho conosciuto, i selfie al funerale del papa o sui luoghi di un incidente o di un delitto, ecc.). L’ho raccontata, come dicevo sopra, perché mi sembra aprire ad alcune considerazioni di carattere più generale.

Il tema immediato cui mi rimanda è quello della memoria, e più specificamente quello della “memoria condivisa”. La memoria non coincide con la Storia (intesa etimologicamente, come narrazione dei fatti), anche se ne è uno strumento indispensabile. È una lettura della Storia alla luce di esperienze personali o collettive, vissute o tramandate, comunque sempre parziali, vuoi nei contenuti, vuoi nel punto di vista. Anche la Storia non ci racconta la verità, sappiamo che generalmente la scrivono i vincitori, ma il suo carattere di “disciplina” impone confronti e riscontri che dovrebbero, col tempo, farci approssimare almeno a grandi linee a quanto è veramente accaduto. Insomma, la Storia ci dovrebbe informare di quanto è successo, la memoria ci dice come è stato vissuto quel che è successo.

Ciò rende decisamente improbabile pensare di arrivare un giorno ad una “memoria condivisa”, mentre avrebbe un senso puntare a scrivere una “Storia” il più possibile condivisa. Quanto alla prima, è più probabile che si arrivi ad una sua perdita, che già incombe con la scomparsa degli ultimi protagonisti o degli ultimi depositari dei loro racconti. Per cui, anziché condivisa credo diverrà una memoria confusa, una nebbia entro la quale tutti i gatti saranno grigi e all’interno della quale ciascuno potrà pescare ciò che più gli conviene, e farsene bandiera (come accade oggi, ma come è accaduto anche per tutta la seconda metà del Novecento).

Il problema dunque sta a monte, proprio nel fatto che si insiste sulla memoria, che per forza di cose è partigiana, e non ci si sforza di ricostruire un po’ più fedelmente la storia. Il che vale allo stesso modo per tutte le parti in causa, ivi compresa la sinistra, così che gli argomenti che potrebbero risultare più scabrosi, che andrebbero ad intaccare alcuni miti sui quali si sono costruite le narrazioni e le rivendicazioni politiche dei diversi schieramenti, vengono accuratamente evitati.

Quanto detto sopra è perfettamente applicabile alla storia del fuoriuscitismo italiano. Dopo il libro di Aldo Garosci (Storia dei fuorusciti, Laterza, 1953) scritto settant’anni fa da uno storico più che serio e onesto, ma coinvolto direttamente nella vicenda e uscitone da pochissimi anni, sembra che a nessuno importi di riprenderla, nemmeno infedelmente. Il libro non è mai più stato ristampato, è rarissimo ed è un miracolo se te lo lasciano consultare nelle biblioteche, sempre che lo si trovi. Non a caso, l’argomento trova poco o zero spazio nei programmi di divulgazione storica che vanno per la maggiore in tivù, i vari Barbero e Cazzullo, ma anche Mieli, Augias and co. Non mi è mai capitato, ad esempio, di sentir rievocare il maggio barcellonese del ‘36 e l’uccisione di Berneri. C’è un tabù che ostacola la ricostruzione “critica” dell’opposizione al fascismo: del tipo, gioca coi fanti, ma lascia stare i santi.

Il risultato di non fare mai seriamente i conti col proprio passato, con la propria storia, è quello di lasciare aperta la strada alla rilettura, naturalmente altrettanto poco obiettiva, che ne daranno gli avversari. La motivazione sottintesa (anche quando in realtà ne esistono altre meno nobili) è che non si vogliono concedere armi alla polemica revisionista: ma il non dire tutta la verità, il coprire le macchie confidando che il tempo le cancelli, non è solo fuorviante, è altresì il miglior regalo che si possa fare a quest’ultima. Perché allunga l’ombra del dubbio anche su ciò che è ormai assodato e incontestabile. È accaduto con i vari punti oscuri della Resistenza stessa, con lo stalinismo togliattiano, persino con il Sessantotto. E tanto più questo vale per ciò di cui mi sto oggi occupando. Sono trascorsi novant’anni, ma sembra non ci sia stato verso di imparare la lezione.

Lo dimostra anche un altro fatto. Alla vicenda dei fuorusciti in Francia la nostra letteratura non ha prestato la minima attenzione. Ci sono alcuni libri di memorie, anche notevoli, alcuni diari, qualche saggio, ma non c’è un’opera letteraria che abbia offerto, ai giovani e ai meno giovani, l’opportunità di incuriosirsi per questa pagina di storia. A vent’anni avevo già letto le descrizioni degli espatriati (volontari) americani, da Hemingway a Miller, o di quelli (forzati) russi come Herzen, o alcune cose di Benjamin, ma non avrei potuto trovare alcun italiano che raccontasse queste cose. E temo che chi ne avrebbe avuto magari le capacità si sia astenuto per timore (fondato, stante l’egemonia che per tutta la seconda metà del secolo la sinistra, ortodossa e non, ha esercitato sulla cultura storica) di apparire sacrilego e di essere immediatamente colpito dall’ostracismo.

Prima di proseguire penso dunque mi convenga ricordare sinteticamente in quale reale scenario si sono svolte le vicende che ho scelto di raccontare (quella di Caffi e quella di Oberti, ma già ne avevo parlato nella storia di Berneri): non credo sia molto conosciuto.

Dopo l’avvento del fascismo (ma anche prima del ‘22) ha inizio la diaspora degli attivisti e degli intellettuali di sinistra presi di mira dal regime, spesso aggrediti anche fisicamente e comunque impediti a svolgere qualsiasi attività, non solo quella politica. La migrazione verso la Francia procede a ondate, aumenta dopo il delitto Matteotti e conosce un ulteriore incremento dopo che nel 1926 vengono emanate le leggi speciali. A metà degli anni Trenta gli aderenti ai movimenti politici antifascisti ospitati in terra francese possono essere valutati in oltre diecimila, e ad essi va aggiunto un numero almeno doppio di simpatizzanti, reclutati direttamente in loco tra i migranti economici. I più attivi e i più organizzati in questo senso sono i comunisti, che lavorano soprattutto attraverso l’UPI (Unione Popolare Italiana) e dispongono anche di un organo di stampa.

Socialisti riformisti e massimalisti, repubblicani, liberali, mazziniani, massoni, ecc… confluiscono invece nella Concentrazione d’azione antifascista, all’interno della quale però ciascun gruppo mantiene la propria autonomia e ampia libertà di azione. Come a dire che poi ciascuno fa un po’ come gli pare.

Gli esuli purtroppo si portano appresso le rivalità che già avevano caratterizzato la sinistra in patria nell’immediato dopoguerra. Lo schieramento antifascista rimane quindi costantemente diviso, sia per divergenze di ordine ideologico, sia per il contrasto di tipo generazionale. Tanto che la maggioranza degli oppositori preferirà il silenzio alla militanza attiva. E le contrapposizioni sono anche accese, risentendo delle continue oscillazioni provocate a metà degli anni Trenta dal mutare delle direttive politiche di Stalin: così che quando si passa dal tacciare di social-fascismo le componenti che non orbitano attorno al bolscevismo ad incoraggiare la costituzione dei “fronti popolari”, e i comunisti entrano a far parte della Concentrazione antifascista, la convivenza si rivela da subito problematica. Ancor più lo sarà verso la fine del decennio, dopo la negativa esperienza spagnola e di fronte ai voltafaccia dell’URSS nei confronti della Germania nazista.

Quale sia l’atmosfera nell’ambiente dei fuorusciti italiani in Francia tra la metà degli anni Venti e la Seconda guerra mondiale lo si evince bene, forse ancor meglio che dal saggio già citato di Garosci, dalle Memorie di un fuoruscito (Feltrinelli, 1960) di Gaetano Salvemini. Rispetto ai compagni d’esilio Salvemini era senza dubbio un privilegiato, visto che i suoi lavori storico-giuridici gli avevano già procurata un notorietà internazionale che gli permetteva di trascorrere molto tempo all’estero, ad esempio negli Stati Uniti e in Inghilterra, con incarichi di insegnamento nelle più prestigiose università o per giri di conferenze; mentre il suo passato di intransigente antifascista della prima ora gli garantiva credibilità e autorevolezza presso tutti i diversi gruppi. Questa condizione gli consentiva d’altro canto un punto di vista più equilibrato rispetto a quello di coloro che al di là dell’antifascismo propugnavano poi specifiche soluzioni politiche o ideologiche (primi tra tutti naturalmente i comunisti, che infatti lo avversarono costantemente).

La sua posizione è perfettamente espressa nel documento di presentazione di Giustizia e Libertà che redasse nel 1932 (ma l’organizzazione era già nata nel 1929). «Giustizie e Libertà è un’organizzazione di lotta rivoluzionaria antifascista in Italia, e raggruppa a questo scopo in Italia gli uomini di tutti i partiti di sinistra, e gli uomini fuori partito, purché di idee democratiche e repubblicane, che sono disposti a mettere a rischio la vita per la lotta rivoluzionaria contro la dittatura fascista […] Questi uomini, che in tutti i partiti e fuori di tutti i partiti formano una esigua minoranza – una vera e propria “compagnia della morte” che si batte nelle trincee più avanzate e più pericolose, non debbono rimanere in gruppi indipendenti. Debbono coordinare i loro sforzi contro il nemico comune. Debbono tenersi affiatati gli uni agli altri. Non hanno tempo e non vogliono discutere quel che sarà l’Italia dopo che la dittatura fascista sarà abbattuta.»

Quanto poco questo intento fosse comune lo si vide proprio in occasione dei diversi atteggiamenti assunti rispetto ai fronti popolari che si avvicendarono nell’Europa occidentale negli anni Trenta. L’interesse di partito veniva sempre anteposto a quello della causa comune.

Ma c’è dell’altro, ed è questo che tengo a mettere in luce. Sempre Salvemini, nelle sue memorie scrive: “La mia persuasione era – ed è tuttora – che su tre cospiratori uno è una spia; il secondo è uno scioccone, che per vanità di parere bene informato, racconta alla spia quanto sa sul terzo; e il terzo e il secondo vanno in galera, grazie al primo. D’altra parte il terzo, se non fa niente per paura dello scioccone e della spia, non andrà in galera, ma non farà niente, cioè lascerà padrone delle acque il nemico”. Ragion per cui: “bisogna correre il rischio di andare in galera, e alla fine andarci. Cioè bisogna obbedire alla legge del proprio temperamento, quanto al resto, sarà quel sarà”.

Cosa ci sta dunque dicendo Salvemini? Innanzitutto che prima di accapigliarsi su quel che sarà il futuro sarebbe bene affrontare il più possibile uniti, e provare a sconfiggere, l’avversario presente. Cosa che a leggere un resoconto sull’atteggiamento dei fuorusciti antifascisti nei due anni precedenti lo scoppio del conflitto c’è da mettersi le mani nei capelli (cfr. Leonardo Rapone, I fuorusciti antifascisti, la Seconda Guerra Mondiale e la Francia). Divisi sino all’ultimo momento e ostinatamente decisi a farsi la guerra, come i capponi di Renzo.

Poi, che anche prescindendo dalle divisioni e dalle contrapposizioni politiche occorre tenere conto di quelle che sono le differenze umane. Che cioè non sono tutti eroi e sinceri paladini della libertà coloro che bazzicano l’opposizione, e che la bontà di una causa e l’eccezionalità della condizione di espatriati politici non è da sola una garanzia di genuinità. Dice cioè ciò che sappiamo tutti (o che dovremmo sapere): le situazioni vanno affrontate con realismo, se vogliamo darci almeno una possibilità di uscirne vincitori. E realismo non significava, nella particolare situazione in cui Salvemini si trovava ad operare, cinismo o spregiudicatezza, ma massima prudenza, discrezione, parsimonia nell’accordare fiducia. Invece “In Parigi nessuno credé necessario preoccuparsi […]. L’ambiente formicolava di spie, ma anche di persone che non capivano la necessità di tenersi in guardia dalle spie”. Persone che alla fine hanno obbedito “alla legge del proprio temperamento”, hanno cioè scelto di correre coerentemente il rischio, ma troppo spesso questa scelta l’hanno pagata cara

Realismo perciò significa anche, se applicato alla rilettura storica di quella vicenda, mettere in evidenza questa debolezza, l’autolesionismo derivante dai facili e malriposti entusiasmi che hanno da sempre caratterizzato la storia della sinistra. Se si rimuovono queste cose per non scalfire l’immagine di eroi e martiri ormai incorniciati in santini (oggi magari in poster), se si imbelletta la realtà per farla coincidere con le proprie ideologie e strategie, si ottiene l’effetto opposto: i valori etici della resistenza ad ogni forma di totalitarismo vengono affidati al mito, così come i suoi protagonisti, e questo significa imbalsamarli in una dimensione che non ha più alcuna valenza di esemplarità, perché troppo lontana dalla realtà.

Prendiamo il caso di Camillo Berneri, che è quello che conosco meglio. Se qualcosa ho amato nella sua personalità, insieme alla schiettezza e al coraggio, è la capacità di prendere atto dei tanti errori commessi per eccessiva fiducia nella lealtà altrui, senza comunque arretrare di un passo nell’impegno. Al tempo stesso però non posso negare che, al netto della fulgida testimonianza di eroismo, la lezione più importante da trarsi dalla sua vicenda sia quella dell’inutilità, oltre che dell’inopportunità, delle azioni “dimostrative” mirate (come recitava ancora il terrorismo degli anni di piombo) a “colpire il cuore dello Stato”. Si può tenere il suo ritratto nello studio, come faccio io, si può opporre la sua lucidità e coerenza, nonché tutta la complessità del pensiero anarchico, all’imbecillità, all’ignoranza e alla riduzione in slogan omeopatici che ne fanno i sedicenti anarco-rivoluzionari odierni, ma si deve avere ben chiaro che su un piano prosaicamente pratico tutto quell’eroismo non ha sortito granché.

Lo stesso realismo andrebbe poi impiegato nella narrazione dell’acquiescenza di quasi tutto il popolo italiano al regime, quella che era già denunciata, prima ancora che la guerra avesse termine, da un altro giovanissimo fuoruscito (questo in Svizzera): «Va anzitutto definito quello che si intende precisamente col termine «fascista» per colpirlo e eliminarlo inesorabilmente come realtà – insieme al vocabolo “antifascista” (troppo generico ormai e ambiguo) – dalla vita italiana. Non è mai esistita una dottrina fascista; sono invece esistiti (e esistono tuttora, ben lungi dal tramontare) una mentalità e un costume fascisti: irridenti – sul piano politico – alle nozioni di libertà, di democrazia, di dignità civile (cose degne dello “stupido diciannovesimo secolo” per gli “uomini nuovi”), e – sul piano morale – alle forme del vivere onesto, prudente, vigilato (“vecchio gioco” per chi voleva forzare gli altri a “vivere pericolosamente”). […] Da allora l’abdicazione è venuta crescendo, la responsabilità allargandosi per cerchi concentrici a masse sempre più vaste fino ad abbracciare la quasi totalità del popolo italiano. La complicità – tolta qualche voce clamorosa – è stata fatta di silenzio e d’assenso». (Ariberto. Mignoli, Epurazione, su Giovane Italia, 10 aprile 1945, n. 5).

Vent’anni prima queste cose le aveva già scritte anche Andrea Caffi, che sull’anelito degli italiani alla libertà (e alla verità) nutriva giustamente i suoi dubbi. E infatti: ancora oggi noi sappiamo tutto su I volenterosi carnefici di Hitler, e quanto alla complicità collettiva del popolo tedesco ci chiediamo se sia vero che “La Germania si che ha fatto i conti col nazismo”, ma su un sincero esame di coscienza nostro ci andiamo cauti. Tanto cauti che a furia di autocompiacerci per l’immagine artificiosa di una gente italica disposta comunque al buono e al bello stiamo già arrivando alla riabilitazione del regime.

C’entra tutto questo con le vicende parallele eppure divergenti (per cui non si incontrerebbero neppure all’infinito) di Caffi e di Oberti? C’entra eccome, perché l’accostamento riguarda solo la condivisione della condizione di fuorusciti, mentre il modo in cui questa condizione è stata vissuta dai due e quello in cui è stata recepita da coloro che l’hanno condivisa con loro mettono a fuoco piuttosto il contrasto.

Senz’altro entrambi viaggiavano in asincrono rispetto ai loro compagni di sventura: ma mentre a questa differenza di ritmo il primo cercava di ovviare con una presenza ferma e tuttavia discreta, non invasiva, anzi piuttosto elitaria, che lo faceva apprezzare da tutti coloro che lo conoscevano, l’altro la differenza la rimarcava costantemente, autoproclamandosi unico genuino custode dei valori dell’antifascismo ed entrando immediatamente in conflitto con tutti. La differenza non concerneva però solo i modi della partecipazione, il primo sempre sottotraccia, nell’ombra, il secondo amante delle celebrazioni, dei rituali, del centro della scena; riguardava anche, e soprattutto, i valori per i quali si battevano. Caffi europeista, cosmopolita, anarchico, Oberti nazionalista sfegatato, cultore del mito della patria e della nazione, legato alle consorterie massoniche, ecc.

Ora, capisco che il parallelo tra i due possa sembrare già in partenza assurdo: in effetti, pur con tutta la divertita simpatia che all’epoca della coabitazione Oberti mi ispirava, mi rendo conto che sto mettendo a confronto due livelli di umanità incomparabili. Caffi era un puro, con tutto ciò che di affascinante, ma anche in qualche misura di escludente, questa disposizione comporta. E infatti si è tenuto, ed è poi stato volutamente confinato, a margine, perché la sua intransigente purezza fissava dei parametri troppo alti. Oberti era un mitomane squinternato, e d’altro canto lui stesso confidava che “i ferri del chirurgo penetratimi mediante incisioni all’interno delle fosse nasali mi hanno scosso la cassa cranica”. Non so quanto i suoi squilibri fossero stati determinati o acuiti dalla bastonatura, sono propenso a pensare che non fosse del tutto in quadra nemmeno prima. Anche se, a scanso di equivoci, rimango convinto che pure in mezzo a tutte le sue palesi contraddizioni Oberti fosse sempre sinceramente convinto della legittimità e bontà del proprio operato (il che poi in molti casi è ancora più grave, ed è un problema comune a tanti apparentemente più coerenti di lui). Ma, ripeto, non è tanto il personaggio in sé ad intrigarmi quanto piuttosto il fatto che per settant’anni qualcuno abbia potuto continuare a prenderlo sul serio.

Li ho accomunati solo perché mi sembrano incarnare significativamente gli estremi dell’ampio spettro di modalità nelle quali la condizione dell’esule, e nella fattispecie dell’esule antifascista, poteva essere declinata. E perché giustificano le domande che Garosci si poneva a caldo nella presentazione del suo tempestivo studio: “Chi sono stati i fuorusciti? Come hanno influito sul destino dell’Italia? Si può porre un problema generale dei fuorusciti, oppure si danno problemi e soluzioni diverse per diversi periodi e personalità?” Domande cui la ricerca storica, della quale Garosci auspicava che la sua Storia fosse solo un punto di partenza, non ha in realtà ancora dato risposte soddisfacenti.

Quanto poi al motivo per cui due vicende e due personaggi ciascuno a suo modo così singolari sono finiti nell’oblio, potrebbe sembrare legato al fatto che in definitiva entrambi, sul piano pratico, hanno combinato poco o nulla. Ma questo, se vogliamo essere sinceri, vale in fondo anche per tutti gli altri loro compagni d’esilio. Io credo invece che il motivo stia per l’uno nel non aver lasciato eredi “istituzionali”, partiti, movimenti, congreghe, che avessero interesse a coltivarne la memoria, magari anche strumentalizzandola; per l’altro in una rimozione mirata a spazzare la polvere sotto il tappeto. Rispetto al quadro che della resistenza degli esiliati si voleva dare, uno ne era fuori, l’altro è stato coperto dal bordo esterno della cornice. A volte la “menzogna utile”. contro la quale si battevano tra i fuorusciti soprattutto Caffi e Chiaromonte, non ha nemmeno bisogno delle “post-verità”, può servirsi altrettanto proficuamente dei silenzi. Nel caso dei miei due protagonisti, poi, l’esclusione dalla memoria e l’assenza di una lettura distintiva non solo dà luogo ad una palese ingiustizia, ma tace una realtà, e quindi non insegna nulla.

Qui volevo arrivare. Ho forzato questo confronto, senza la pretesa di dare il minimo contributo alla ricostruzione della verità storica, semplicemente per offrire un esempio di come la melassa acritica e celebrativa finisca per appiattire o addirittura azzerare i valori, e di quanto sarebbe invece necessario operare delle distinzioni proprio per ristabilire e riaffermare la pregnanza di questi ultimi.

Al di là dei risultati concreti, infatti, rimane comunque l’importanza della testimonianza etica, in positivo o in negativo, che può essere lasciata in eredità, e che tanto più in questi tempi di carestia morale andrebbe recuperata. Proprio per questo il loglio andrebbe separato dal grano, con una ricostruzione documentata di chi ha fatto davvero cosa, e di come, e del perché. Quanto ai nostri, senza scendere ulteriormente nel dettaglio, è evidente che se Caffi apparteneva al novero ristretto di coloro che vivono sentendosi sempre in debito, Oberti è il prototipo, al di là della sua ‘stranezza’, di chi si sente sempre in credito. E tutta la vicenda racconta di come anche nei gruppi più selezionati, addirittura nei gruppi in cui la selezione la fa la sventura, questi ultimi esistono, e non sono pochi, e nella gran parte dei casi sopravvivono e hanno modo di raccontarla alla loro maniera.

Mentre i primi, come testimonia Primo Levi ne I sommersi e i salvati, le rare volte in cui scampano provano quasi rimorso per non avere seguito la sorte di chi è rimasto sul terreno.

vignetta di Mauro Biani, 2024

Riferimenti bibliografici

Per le notizie relative alla vita e alle attività di Oberti sia in Francia che Italia sono debitore soprattutto degli studi (e delle indicazioni) di:
Donato D’Urso, Quando la pietà era morta. Aspetti della guerra civile 1943-1945, Bastogi libri, 2015
Donato D’Urso, Stefano Oberti, in Tuttostoria.net, 29/03/2015

Altre informazioni le ho attinte in:
Emanuela Miniati, La migration antifasciste de la Ligurie à la France dans l’entre-deux-guerres: familles et subjectivité à travers les sources privées (Tesi di dottorato in Storia contemporanea discussa presso Université Paris X Ouest Nanterre-La Défense, Anno accademico 2014-2015)
Emanuela Miniati, Antifascisti liguri in Francia. Caratteristiche e percorsi del fuoriuscissimo regionale, in Percorsi Storici, 1 (2013)

Trattazioni più generali sulla migrazione antifascista in Francia sono in:
M. Franzinelli, I tentacoli dell’OVRA, Torino. 1999
Aldo Garosci, Storia dei fuorusciti, Laterza, 1953
Leonardo Rapone, I fuorusciti antifascisti, la Seconda Guerra Mondiale e la Francia, in Persée pubbl. dell’École Française de Rome 1986 n. 94 (fa parte del numero tematico: Les Italiens en France de 1914 à 1940)
Gaetano Salvemini, Memorie di un fuoruscito, Feltrinelli, 1960
Fedele Santi, Storia della Concentrazione antifascista, 1927-1934, Feltrinelli, 1976
Fedele Santi, I Repubblicani in esilio nella lotta contro il fascismo (1926-1940), Le Monnier, 1983
Simonetta Tombaccini, Storia dei fuorusciti italiani in Francia, Mursia, 2022

Degli scritti di Oberti ho potuto consultare solo
Esilio a Parigi. 1922-1943 Il ventennio fascista raccontato da un fuoruscito, Lanterna, 1984

Non Ho rintracciato Mazzini perseguitato dai Savoia (Alessandria, 1944), né Episodi della lotta antifascista, mentre presso l’Istituto Storico Toscano della Resistenza, Archivi di Giustizia e Libertà è consultabile Notre bataille dans les Universités et à l’Etranger, avec versions espagnole et italienne (Parigi, 1927?)

Fuori dalle nuvole

di Stefano Gandolfi, 19 ottobre 2024

Pubblichiamo il commento di Stefano alle perplessità espresse da Nicola e Paolo a proposito dell’Intelligenza Artificiale (cfr. Nella nuvola). Dal momento che Stefano risponde puntualmente, paragrafo per paragrafo, a queste perplessità, per non appesantire troppo il testo ripubblicando il nostro pezzo rimandiamo di volta in volta il lettore alle singole parti oggetto della riflessione, indicandone l’incipit e la frase finale.

Buon giorno Viandanti. Provo sempre un po’ di disagio a confrontarmi con dei maestri della dissacrazione quali siete. Mi sento totalmente inadeguato, ma cercherò di fare come quando, studente liceale, sceglievo sempre il tema di attualità per sopperire alle lacune in tutti gli altri settori specifici … Tu sai bene, Paolo, quanto io ami esprimermi anche (non solo) per “provocazioni”, non fini a se stesse, ma nella speranza di stimolare un dibattito.

Vediamo se mi riesce …

Mi sono imbattuto […] neppure le briciole saranno del tutto gratis, perché serviranno soprattutto a farci prendere gusto a quel pane, a rendercelo indispensabile e a indurci a farne un elemento essenziale della nostra dieta. A pagamento, naturalmente.”

Beh, nessun dubbio e nessuna illusione, e questo vale per qualsiasi ambito. Da medico posso parlare ad esempio della sanità. Ci stiamo avviando ai modelli privatistici, in Italia abbiamo ancora una discreta riserva di servizi pubblici, che per ancora molti anni garantiranno prestazioni imprescindibili, ma sempre più con affanno, lentezza, minore qualità e disagi nelle prenotazioni, liste d’attesa, rapporti umani con il personale sanitario. Tutto ciò si tradurrà in quanto già si verifica adesso, la qualità la paghi e quando lo fai (se lo puoi fare) tocchi con mano la differenza; sapete bene come in più di una occasione io ho dovuto sperimentare di persona questo percorso. Se pagheremo per la salute, perché scandalizzarsi se dovremo pagare per la cultura? Per lo meno ci sarà la ben magra consolazione che, se nella salute un errore lo paghi anche con la vita, nella cultura tutt’al più pagherai con disinformazioni, fake news, abbrutimento della già pessima cultura di base della popolazione, ma forse la pelle riusciamo ancora a salvarla …

Per questo ritengo […] al più possa essere opposta una consapevolezza, che non può essere che individuale, di come funziona tutta la faccenda. O meglio ancora: di come ha sempre funzionato.

Individuale: giusto. E qui mi (vi) faccio una domanda retorica: a quanti potrà interessare come funziona? tranne ovviamente a noi (si dice sempre: esclusi i presenti) e a quei sempre più sparuti e in minoranza intellettuali, storici, giornalisti, semplici cittadini che abbiano ancora la forza di porsi il problema della veridicità delle fonti? che vogliano ancora combattere per difendere una verità che già adesso, oggettivamente, e non solo in tempi recenti, è sempre più difficile da cercare e conservare preziosamente?

Mi permetto una digressione (prof., fuori tema? rischiamo): sapreste dirmi, in pochi secondi, quanti e quali dei grandi avvenimenti degli ultimi 100 anni, 50 anni, 30 anni, 2 anni, possano con assoluta certezza e obiettività essere ascritti ad una verità vera, inconfutabile, indiscutibile? non parlo dei fatti in sé, ma della interpretazione storica, politica, etica, antropologica, religiosa ecc. che di quei fatti sia doveroso esprimere? A me viene in mente la Shoah, con buona pace dei negazionisti, dopodiché si attraversa un terreno minato: conflitto Russia-Ucraina, conflitto Israele-Palestina, tutto ciò che hanno fatto gli U.S.A. dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti, la assoluta impossibilità di sapere chi ha fatto uccidere Kennedy e chi sono stati i mandanti delle efferate stragi in Italia (Ustica ecc.), il nuovo ordine mondiale che sconvolgerà e modificherà radicalmente tutte le categorie etiche da parte delle nuove potenze dominanti (Cina e non solo, pensiamo anche a Modi e all’India, ai paesi arabi del golfo), le furiose polemiche sul Climate Change (anche, e in primis, da parte di scienziati che dicono tutto ed il suo contrario, anche in buona fede intendiamoci, non solo per ovvi interessi economici e di corruzione), il problema dell’inquinamento e dell’intossicazione e avvelenamento collettivo dell’umanità che, analogamente, fa litigare furiosamente tutti perché se lo si accettasse bisognerebbe accettare anche di parlare di decrescita e di un cambiamento radicale dello stile di vita di tutta l’umanità? non mi dilungo, è solo per fare degli esempi, ma il succo della questione che pongo è: al di là che possa interessare, e a quanti, ma che possibilità ci sono, ben prima dell’avvento dell’I.A., di mettere una linea di confine netta e inconfutabile fra verità e interpretazione? In questo mio lungo paragrafo di sproloqui tocco anche considerazioni valide per i passi successivi.

Ma non basta […] Rimane allora il dubbio che possano un giorno tornare utili i cinquanta e passa tomi della vecchia Treccani che Paolo ha messo al sicuro nel Capanno.

Sugli aspetti tecnici della conservazione dei dati non mi preoccuperei più di tanto, anche perché qui non si tratta più di semplice “cultura” di roba per intellettuali di élite, ma di dati assolutamente indispensabili per la sopravvivenza dell’umanità, quindi sarei disposto a scommettere che, quando il gioco si farà serio, si spenderanno cifre folli per riuscire a gestire e conservare con sicurezza tutto quanto, ivi compreso anche l’attacco degli hacker; basta che i “buoni” li paghino un dollaro di più dei cattivi e questi, come già succede abitualmente, si mettono al servizio della “parte giusta”.

La preoccupazione maggiore e più attuale […] ogni innovazione tecnologica da un lato ha ampliato la cerchia degli utenti sui quali la cultura “addomesticata” poteva esercitare influenza, ma dall’altro ha progressivamente eroso a chi la deteneva ampi margini di controllo.

Anche qui il problema può essere valutato in due direzioni uguali ed opposte: intanto, come considerazione terra-terra, nessuno può negare come oggi chiunque possa avere accesso ad una quantità mostruosamente più grande di dati di quanti ne avessimo noi da giovani, ovunque, anche nei posti più poveri, arretrati e remoti del pianeta, un ragazzo ha un cellulare in mano con una connessione, noi lo abbiamo sperimentato in Bolivia a 4500 metri di altitudine, in Nepal, in tutta l’Africa. Poi, che uso uno faccio dei dati, è un altro discorso, qui entra in gioco anche il libero arbitrio del genere umano, nessuno può essere obbligato a usare la connessione per leggere i classici, magari gli interessa solo sapere i risultati di campionati di calcio, dell’NBA o quant’altro, e non dobbiamo correre il rischio del giudizio snobistico ed elitario su quali siano i temi su cui uno si documenta …

Le nuove tecnologie fanno intuire invece un controllo molto più soft […] provvederà il sistema stesso pilotando sapientemente all’interno del bailamme le nostre aspettative, a liquidare o a banalizzare sul nascere ogni tentazione di eresia o di autonomia di pensiero.”

Qui purtroppo, sul tema del controllo, temo che non ci sia molto dire, ma non sull’I.A. in senso stretto, ma su qualunque modalità di informazione, di comunicazione, di relazioni umane che siano sviluppate, succedute nel corso della storia: da sempre chi detiene il potere, politico, economico, religioso, culturale esercita o tenta di farlo, il controllo sulla popolazione che governa, in modo più o meno democratico, in modo più o meno subdolo e feroce, ma sempre con l’obiettivo di tenere sotto controllo le opinioni pubbliche e tutti coloro che possono influenzarle. Tramite i testi religiosi, i testi di storia da usare nelle scuole, i programmi televisivi, insomma l’“egemonia culturale” di cui si discute bilateralmente e appassionatamente nel nostro paese anche oggi. Lancio sul piatto però un’altra provocazione: perché i regimi totalitari come la Cina limitano enormemente l’accesso alla rete? non sarà che poi nessuno, nemmeno i dittatori più spietati, hanno/avranno la possibilità tecnica e politica di limitare l’accesso ai dati? Ne sono letteralmente terrorizzati, il che starebbe a significare non tanto che possano manipolarli a loro piacimento, bensì, al contrario, siano consapevoli che non possono opporsi allo “tsunami” del flusso di dati in rete. Questo potrebbe ribaltare, o se non altro modificare, la preoccupazione sul controllo dei dati e delle informazioni.

Seconda considerazione scientifica: La mente umana, nel senso anatomico-funzionale del cervello, è un organo nobile enormemente plasmabile, modificabile nei suoi circuiti neuronali, nelle sue singole aree di funzionalità, nelle sue connessioni interemisferiche, nel suo sviluppo plastico principalmente nell’infanzia-adolescenza ma anche nei decenni successivi, se adeguatamente “allenato” e sollecitato. I millennial, rispetto ai boomer, possiedono, già, da questo punto di vista, peculiarità da “digitali nativi” ormai universalmente accettate e documentate a livello neurobiologico. Le connessioni con devices esterni, al momento oggetto di scrittori di fantascienza, non penso siano molto lontane da applicazioni pratiche con scenari a seconda dei punti di vista, minacciosamente distopici, inquietanti oppure di progresso ed evoluzione inimmaginabili. Potremmo ipotizzare che in un futuro nemmeno troppo remoto le menti umane potranno competere o comunque confrontarsi alla pari con I.A.? Arrivare ad un punto tale in cui non avrà più senso chiedersi chi modifichi cosa o viceversa, perché il cambiamento, il rimodellamento, sarà un flusso continuo, bidirezionale senza un conduttore che prevale sull’altro? Un potenziamento in cui la parte umana potrà esprimere sempre più potentemente la sua componente psichica, emotiva, imprevedibile, intuitiva e geniale grazie alla quale potrà adeguarsi al potentissimo incremento tecnologico e informatico di I.A.? Un gioco alla pari? Poi, la domanda delle domande, sono d’accordo, è: chi potrà usufruire di tutto questo? sempre i soliti ricconi l’élite che comanda il mondo senza che se ne conoscano i nomi e i volti, oppure saranno accessibili a tutti? E chi li distribuirà alla popolazione? l’OMS, l’ONU, un comitato di Premi Nobel per la Medicina, Fisica, Biochimica oppure personaggi come Elon Musk? Ma anche in questo caso il problema si pone e si porrà per tutto: per il cibo, per l’acqua, per i farmaci, per l’aria che respiriamo, arriveremo a pagare l’acqua e l’ossigeno? In tal caso temo che l’I.A sia se non l’ultimo, comunque il meno urgente dei problemi …

L’idea poi che le leggi, le regole sulle quali si basa la nostra convivenza, possano essere affidate ad un cloud ci inquieta […] E infine, comunque la si metta, anziché agevolare il recupero o il potenziamento di quella intelligenza naturale che tanto sembra oggi difettare, c’è il rischio concreto che ne sanciscano la definitiva atrofizzazione.

A conti fatti, non sembriamo messi troppo bene.

Sì, non troppo bene, ma, ripeto, per molti altri motivi fra i quali l’I.A. non necessariamente potrebbe essere il motivo peggiore … l’intelligenza naturale non si atrofizzerà, più probabilmente si trasformerà in qualcosa che difficilmente oggi possiamo immaginare. Sarà meglio? peggio? chi può dirlo? Dipenderà, come sembra, da quanto questo cambiamento sarà “democratico” piuttosto che elitario, da come verrà gestito e da chi, e non ultimo da cosa l’essere umano vorrà fare di questi nuovi strumenti … e sulla affidabilità e fiducia nel genere umano, Paolo ce lo insegna, non c’è molto da stare allegri “a prescindere”, come direbbe Totò!

Mi viene in mente un malsano pensiero, che cercherò di ricacciare indietro, o magari ne potremo parlare poi (tu Paolo sai già dove vado a parare …), ovvero la considerazione che, diventando vecchi, diventiamo tutti chi più chi meno più pessimisti, più negativi, più categorici, più nostalgici dei bei tempi passati, più severi nel giudizio sulle nuove generazioni, più intolleranti, meno in grado di adeguarci al nuovo, al mondo presente e futuro e più spaventati, inquietati e disturbati dalle nuove tecnologie … non esiste nessuno, nella storia dell’umanità, che ad un certo punto ben preciso della propria vita, all’incirca fra i 55-60-65 anni ed oltre, non individui in quel preciso momento il punto di svolta dell’universo, in cui tutto ineluttabilmente volge al peggio, un punto preciso in cui fino a prima le cose erano migliori e da subito dopo diventeranno irreversibilmente peggiori … potrebbe essere che questo c’entri qualcosa ??

P.S. ma Leonardo da Vinci avrebbe avuto paura dell’I.A ??

Ariette 20.0: Cartoline dalla Baviera

di Maurizio Castellaro, 30 gennaio 2024

Ariette logoLe “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso».
Ben vengano dunque, se possono mitigare con un refolo di leggerezza un clima che per ragioni obiettive e per stanchezza di chi lo vive sta diventando davvero troppo pesante (n.d.r).

Ho trascorso qualche giorno a Monaco di Baviera, la sorprendente “ultima città italiana al di là delle Alpi”, come dicono i tanti italiani che ci vivono. Ai tempi della Riforma il Papainviò qui un piccolo esercito di Gesuiti per fronteggiare l’attacco, e direi che i Padri non hanno tradito le aspettative, dato che i cattolici sono ancora in maggioranza. E che dire dei Wittelsbach, la loro antica dinastia regnante? Oltre a difendere con spregiudicatezza la loro autonomia territoriale (ad esempio furono alleati di Napoleone in funzione antiaustriaca), e a modellare la capitale sui modelli di Atene e Firenze, hanno riempito i loro splendidi musei di capolavori fiamminghi e greci. Essendo stati a lungo i governatori delle Fiandre (nel 600) e i re di Grecia (nell’800), immagino fosse difficile per i poveri sudditi rifiutare le loro proposte di acquisto.

Sono stato naturalmente anche nelle famose birrerie di Monaco. Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale in quelle sale si potevano trovare prima i comunisti rivoluzionari di Rosa Luxemburg e poi nazisti come Himmler e Goering, che condivisero con Hitler il fallito colpo di stato del 1922, partito proprio da Monaco. Oggi nel centro dalla città, in larga parte ricostruito dopo i 74 bombardamenti subiti durante la Seconda Guerra, si può visitare il Museo Cittadino, dove una intera sezione è dedicata alla Storia del Nazionalsocialismo a Monaco. Aggirandomi tra manifesti di propaganda nazista, foto di adunate e di bombardamenti, divise brune e testimonianze di Dachau (a pochi chilometri) mi sono chiesto se in Italia avevo mai visitato un museo del genere. E mi sono reso conto che in Italia si trovano Musei della Resistenza, Musei dell’Olocausto, ma nessun Museo del Fascismo.

Ho sempre pensato che il fascismo si aggiri come un convitato di pietra nella storia del nostro infinito dopoguerra. Ma nelle strade di Monaco penso di averne compreso il motivo. Rispetto alla Seconda Guerra Mondiale a noi la storia non ha dato, come alla Germania, la possibilità di un finale tragico, coerente fino al suicidio finale di Hitler nel bunker di Berlino. E poi lo shock dei campi di concentramento, la Germania Anno Zero, il processo di Norimberga, la ricostruzione. In Italia niente è finito davvero con chiarezza, quindi niente è mai finito davvero. Abbiamo avuto un re vigliacco in fuga, che ha lasciato l’esercito allo sbando, e nonostante ciò nel referendum del 1946 la democrazia si è affermata a fatica. Poi abbiamo avuto la fine pasticciata del Fascismo. Lo scempio di Piazzale Loreto ci ha regalato un capro espiatorio che ha assolto tutti senza processo, incoraggiando poi il trasformismo politico di cui siamo maestri insuperati. La celebrazione dei Valori della Resistenza e la memoria dell’Olocausto hanno poi fornito una narrazione fondativa che alla distanza si è rivelata indebolita dal troppo rimosso, un rimosso che torna a bussare e a chiedere ragione di sé.

A Monaco di Baviera a gennaio 2024 c’era una mostra su Eichmann e sulla banalità del male. In Italia quando pensiamo al fascismo pensiamo al folclore di Predappio, ma sbagliamo il bersaglio. Di recente a Roma hanno proposto di aprire il primo serio Museo sul Fascismo, ma ancora una volta non se ne è fatto nulla. La Fiamma che ricorda il passato rimosso e negato è ancora viva, incuba nuove forme, e rischia di perderci ancora.

Il legno storto

Una dieta ricostituente. Ho chiesto a Beppe Rinaldi l’autorizzazione a riportare sul sito dei Viandanti delle Nebbie due suoi recenti saggi, già postati nel blog Finestre rotte. Il link che rimanda a Finestre rotte compare da tempo nella home page dei Viandanti, e a quello avrei potuto semplicemente indirizzare: ma ho ritenuto opportuna in questo caso anche la pubblicazione diretta, per più di una ragione.

In primo luogo perché ritengo che questi scritti abbiano una rilevanza intrinseca assoluta: ultimamente ho letto ben poche cose di questo livello (forse nessuna) e mi pare dunque doveroso pubblicizzarli e renderli disponibili il più possibile. La nostra non sarà una gran tribuna, ma è comunque una “finestra” in più.

In secondo luogo perché ho egoisticamente “calcolato” (eccola la “ragione calcolante” tanto aborrita dai post-moderni) che la loro pubblicazione avrebbe alzato decisamente il tiro e il tono del nostro sito, negli ultimi tempi piuttosto moscio.

Infine perché questi scritti costituiscono una sfida, alla nostra intelligenza e alla nostra capacità di concentrazione: stiamo rammollendo i nostri cervelli, nutrendoli di pappine omogeneizzate e precotte che non richiedono alcuno sforzo nell’assunzione e nella digestione, ma atrofizzano le nostre papille gustative e il vello intestinale. I risultati purtroppo si vedono, non solo in tivù o nell’informazione cartacea, ma nella impossibilità di un qualsivoglia confronto serio nel dibattito “domestico”, conviviale, socratico, chiamatelo un po’ come volete. Questi saggi vanno in una direzione diametralmente opposta: esigono impegno nella lettura e coerenza nella riflessione. Li ho letti una prima volta, mi hanno colpito e li ho riletti, non perché temessi di non aver capito – si capisce tutto benissimo, ogni argomento è spiegato e sviscerato come meglio non si potrebbe – ma per assicurarmi di non aver saltato alcun passaggio. Ora li ripropongo agli amici, appunto come una sfida, come stimolo a rompere un po’ la linea sulla quale si va appiattendo il pensiero.

Gli scritti di Beppe mi sembrano costituire il miglior campo base per ogni eventuale tentativo di risalita. Le sue argomentazioni e le idee ad esse sottese possono essere condivise in toto, com’è nel mio caso, oppure discusse e contestate: ma se si vuole chiudere la ricreazione e tornare allo studio serio non si può prescinderne.

Spero dunque sia evidente che non propongo questi saggi come testi sacri, novelli Atti dei Viandanti, o come manifesti programmatici del sodalizio: li promuovo a titolo personale, me ne assumo ogni responsabilità, e li concepisco come strumenti per tornare a far lavorare un po’ i nostri cervelli. Sono strumenti che vanno dalla pinzetta da orafo al martello pneumatico, per cui ci sarà da divertirsi (e da nutrirsi) per tutti.

Il piano di pubblicazione prevede per i due saggi (che sono piuttosto impegnativi rispetto allo standard dei documenti digitali) momenti separati, un intervallo di qualche settimana l’uno dall’altro, per dare modo ai Viandanti “volenterosi” di digerire e assimilare con calma il loro enorme apporto proteico. Nel frattempo io rimango in attesa, curioso di vedere se la nuova dieta avrà qualche effetto.

Il tema che Beppe tratta in questo primo saggio è quello della pace. Tema scivoloso e controverso, rispetto al quale siamo abituati a prendere posizioni decisamente rozze (cfr. ad esempio il mio Contare a fino a dieci, del 2003) o ambigue e superficiali, oppure assolutamente ipocrite (vedi le manifestazioni pacifiste che finiscono a sassate e manganellate): sempre comunque dettate da una profonda ignoranza rispetto all’argomento. Qui ci è offerta l’occasione, una volta per tutte, di avere almeno chiaro di cosa parliamo quando parliamo di pace. Dopodiché, non ci saranno più alibi all’uso improprio o distorto o strumentale del termine.

di Paolo Repetto, 18 ottobre 2023

Una dieta ricostituente 01

Il legno storto

Note di filosofia della pace e della guerra

di Giuseppe Rinaldi, pubblicato su Finestre rotte il 24 novembre 2022

1. Solo quando scoppiano le guerre[1], come quella attuale in Ucraina, tendiamo a porci una serie d’interrogativi sulla pace come fossimo nati ieri. E gli interrogativi tendono a moltiplicarsi, quanto più le prospettive della pace si fanno oscure e incerte e quanto più siamo coinvolti dalla guerra, anche nella nostra vita quotidiana. La riflessione sulla pace e sulla guerra sembra dunque procedere a sbalzi, al ritmo delle guerre che ci colpiscono da vicino. Le due Guerre del Golfo (1990-91 e 2003-11) erano state, in ordine di tempo, l’ultima ormai scordata occasione di riflessione pubblica sull’argomento. Quasi contemporaneamente, analoghi dibattiti si erano tenuti in occasione delle Guerre jugoslave (1991-2001) e in occasione dell’11 settembre 2001. Nessun dibattito ovviamente intorno alle innumerevoli guerre lontane o guerre dimenticate[2], quelle guerre che, abitualmente, appena possiamo, ci scrolliamo di dosso.

La guerra russo ucraina combattuta alle porte dell’Europa ci ha dunque trovati piuttosto impreparati e così abbiamo finito per rispolverare e riportare in auge vecchi luoghi comuni. Si sono avute molte grida ma decisamente poche riflessioni approfondite e argomentate. E si è preferito trascurare l’ampio patrimonio di riflessione sulle questioni della pace e della guerra che si è ormai accumulato nel campo degli studi politologici e filosofici, nonché nel campo storiografico. In questo scritto cercherò di compiere un’esposizione sintetica intorno alle principali questioni teoriche che si pongono da sempre a proposito della pace e della guerra. Niente di particolarmente nuovo dunque, ma una sintesi intorno alle questioni fondamentali. Insomma, quello che a me pare il minimo indispensabile da cui partire.

2. Pace e definizioni. Per mettere un po’ di ordine nelle diverse questioni, è preferibile, come sempre, cominciare dalle definizioni. Cominceremo proprio dalla pace. Si tratta anzitutto, in via preliminare, di mettere da parte certi usi generici della parola “pace”. La pace che ci interessa e sulla quale ci concentreremo è quella connessa all’ambito stretto delle comunità politiche, sia nei loro rapporti esterni, internazionali, sia al proprio interno, come nel caso della guerra civile. Il termine “pace” sta a indicare genericamente, in quest’ambito, un’assenza di conflitto violento[3], quel tipo di conflitto cioè che generalmente è identificato con il termine guerra. Parlare di pace significa necessariamente tirare in ballo il suo rovescio, cioè appunto il conflitto violento e la guerra. Si tratta dunque di una definizione in termini negativi. La pace, a quanto pare, non ha un suo significato autonomo e non può che essere definita in stretta antitesi con la guerra. Pace e guerra sono due diversi alternativi stati possibili. Una familiare dicotomia suggerisce che ci si trovi in pace, oppure ci si trovi in guerra.

Le cose tuttavia non sono così semplici. Se appena facciamo un qualche sforzo di riflessione, ci renderemo conto immediatamente che, all’occorrenza, possiamo individuare diversi stati intermedi compresi tra la pace e la guerra. In certi casi può anche risultare non del tutto chiaro se una certa situazione sia di pace o di guerra. Nel linguaggio comune si esprime qualcosa di simile dicendo: “Siamo sull’orlo di una guerra”, oppure: “Ci sono segnali di pace all’orizzonte”. In taluni casi, un chiarimento definitivo può derivare solo da un’esplicita dichiarazione di guerra o dalla sottoscrizione di una tregua, oppure di un trattato di pace. Ci sono poi delle situazioni che possono essere considerate come guerre anomale o guerre non convenzionali.

Una simile incertezza terminologica e concettuale la stiamo sperimentando proprio in questi mesi. Notoriamente, per i Russi l’aggressione all’Ucraina non è una guerra. È stata denominata operazione militare speciale. I cittadini russi che la chiamassero “guerra” potrebbero essere perseguiti penalmente[4]. Del resto nessuna esplicita dichiarazione di guerra è stata pronunciata da entrambe le parti. Secondo Putin, chi fornisce armi all’Ucraina è già “in guerra” con la Russia. Secondo alcuni pacifisti, gli USA, la UK, l’Europa sarebbero già in guerra con la Russia. Secondo il papa, questa sarebbe la Terza guerra mondiale “a pezzi”. Secondo alcuni altri, poi, la NATO aggressiva era già in guerra con la Russia fin dagli anni Novanta. Come si vede, la definizione dei confini tra pace e guerra è tutt’altro che semplice. I dati di fatto e la propaganda sembrano ormai intrecciarsi in maniera indissolubile.

Ancora più complessa è la situazione nel caso della guerra interna, o guerra civile. È difficile che le guerre civili siano dichiarate (anche se talvolta accade). Ci sono guerre civili de facto che non sono mai state combattute come tali e che sono state riconosciute come tali solo successivamente. È il caso, ad esempio, del riconoscimento, da parte dello storico Claudio Pavone, della Resistenza italiana al nazifascismo come guerra civile. È probabile che nel Donbass, dal 2014 in poi, si sia combattuta una guerra civile, con ogni probabilità fomentata dalla Russia con l’introduzione clandestina di uomini e mezzi. O forse una guerra di secessione.

3. Almeno due tipi di pace. Nella letteratura filosofica e politologica è stato spesso fatto notare come si possano annoverare due tipi di pace, quella negativa, quella più ovvia cui abbiamo già accennato, e quella positiva. La distinzione risale a Johan Galtung 1969. Galtung tratta non tanto della guerra quanto della violenza. La pace negativa è costituita dalla assenza di violenza personale, mentre la pace positiva è costituita dall’assenza della violenza strutturale. Per Galtung la pace positiva coincide dunque con la giustizia sociale. La distinzione tra pace negativa e positiva è stata poi usata ampiamente da Bobbio specificatamente in relazione alla guerra. Si parla comunemente di pace negativa quando il significato che si conferisce al concetto è soprattutto quello di negazione della guerra, cioè negazione del conflitto violento interno o internazionale. Si parla invece di pace positiva quando, oltre alla mera negazione della guerra, si vuol riempire il concetto della pace di una serie di connotazioni positive, che appartengano solo e soltanto alle situazioni di pace. Queste connotazioni dunquesi aggiungono alla pace negativa, cioè all’assenza di guerra. Si può parlare, in tal caso, di cessazione della violenza strutturale, ma anche di tranquillità, felicità, di fioritura umana, di prosperità, di progresso e simili. Oppure anche di armonia, integrazione, aiuto reciproco, cooperazione e scambio. Come ben si vede da questi esempi, se la nozione di pace negativa come assenza di guerra è relativamente precisa, pur con tutti i problemi del caso, la nozione di pace positiva è ancor più vaga, tanto che questa può essere ricondotta al capitolo generico dei benefici della pace – quali che questi possano essere. Oppure anche delle conseguenze positive della pace[5]. Si noti tuttavia che la condizione di pace positiva non si presta a definire un modello preciso di società, come, per esempio, la società cristiana, la società aperta, oppure la democrazia o il socialismo. Cioè, la pace difficilmente si lascia tradurre in un preciso modello di società che sia alternativo ad altri modelli. Sono i diversi modelli di società che possono sperimentare, talvolta, la condizione della pace positiva (o della guerra).

4. La guerra. Se vogliamo sapere cosa è la pace, almeno nella sua forma elementare, dobbiamo dunque come minimo sapere bene cosa sia la guerra. La guerra necessita dunque, a sua volta, di una definizione, che può risultare anch’essa piuttosto difficoltosa. Di solito non basta però definire la guerra come non pace. La guerra ha invece una sua definizione in positivo, cioè dotata di suoi specifici e autonomi contenuti. Vagamente, il termine guerra può significare un conflitto di qualsiasi tipo, ma abbiamo già detto che ci sono conflitti che non sono guerre. Allora abbiamo dovuto introdurre fin da subito la specificazione di “conflitto violento”. La guerra è un conflitto la cui caratteristica precipua è l’uso sistematico della violenza. Secondo una definizione esaustiva proposta da Bobbio, la guerra in senso stretto sarebbe caratterizzata dal conflitto violento entro o tra comunità politiche e/o Stati[6]. Osserva Bobbio: «Va da sé che, una volta definita la pace come non guerra, la definizione di pace dipende dalla definizione di guerra […]. Le più frequenti connotazioni di “guerra” sono queste tre: la guerra è, a) un conflitto, b) tra gruppi politici rispettivamente indipendenti o considerati tali, c) la cui soluzione viene affidata alla violenza organizzata»[7].Si noti che, secondo Bobbio, la guerra rientra nel novero della politica e che la violenza impiegata non ha da essere sporadica o casuale, bensì organizzata.

5. La questione della violenza. La definizione della guerra non poteva che evocare anche la questione della violenza. La violenza è uno dei principali contenuti della guerra. La nozione di violenza, ovviamente, è assai più ampia della nozione della guerra. Non ogni violenza è guerra. Possiamo pensare alla violenza dei fenomeni naturali, a parole violente, alla violenza nei confronti degli animali, oppure alla violenza psicologica. Nel caso della guerra, siamo interessati a un particolare uso della violenza allo scopo di risolvere un conflitto di tipo politico, tra comunità politiche o entro di esse.

Che tipo di violenza è quella della guerra? Secondo Hobbes la guerra era lo stato prepolitico per eccellenza che comportava svariate forme di violenza, la cui massima espressione poteva giungere fino all’estremo dell’uccisione del nemico. La soglia minima che ci interessa in questo caso sembra sia proprio l’ammissibilità dell’uccisione del nemico. Altrimenti anche un incontro di boxe potrebbe essere considerato come una guerra. Per Hobbes, la costituzione dello stato politico attraverso il contratto determinava la fine della guerra di tutti contro tutti e del conseguente rischio di essere ammazzati. La pace negativa (la negazione della guerra) si oppone dunque al conflitto violento entro le comunità politiche e tra gli Stati e, dunque, a quelle forme di violenza che, oltre alla distruzione delle cose, ammettono l’uccisione del nemico.

Fatta questa distinzione fondamentale, tuttavia, fin dai tempi di Hobbes le forme della violenza connesse alla guerra si sono moltiplicate a dismisura, in un museo degli orrori senza fine. Dalla generica uccisione del nemico si è giunti al genocidio, ossia al tentativo di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Oppure alla minaccia atomica, la quale implicherebbe la possibile distruzione dell’intera umanità.

Occorre riconoscere che si è fatto uno sforzo per codificare l’uso della violenza in guerra, giungendo alla proibizione di determinate condotte e alla definizione dei crimini di guerra e di tribunali internazionali. Alla messa al bando di determinati tipi di armi. Va tuttavia riconosciuto che lo ius in bello, cioè il diritto bellico, nazionale e internazionale, nonostante i lodevoli sforzi, ha ottenuto scarsi successi nel governo della violenza in guerra. L’attuale guerra russo ucraina fornisce in merito una documentazione impressionante di barbarie. D’altro canto questa guerra mostra anche come non tutti i contendenti sono uguali nell’osservanza del diritto bellico e nel contenimento della barbarie della guerra. Qui mi riferisco precisamente alla guerra contro i civili messa in atto sistematicamente dai Russi in Ucraina. Ciò va detto chiaramente, contro le troppo facili generalizzazioni che corrono. E contro le troppo comode equidistanze.

In generale, abbiamo dunque la possibilità minimale di cercare di controllare l’uso della violenza in guerra, oppure la possibilità di far cessare ogni violenza bellica attraverso la pace. Abbiamo tuttavia anche la possibilità di rifiutare altri tipi di violenza che sono di fatto possibili. Fino al rifiuto di tutti i tipi possibili di violenza – ammesso che ne sia possibile un inventario[8]. In questo caso non possiamo parlare semplicemente di diritto bellico o di pace negativa, ma dovremo parlare proprio di un’altra cosa e cioè della nonviolenza[9]. Questa va oltre la guerra in senso stretto e diventa così un atteggiamento, una predisposizione a comportarsi, da applicare sempre, in tutte le situazioni, in tutti i casi della vita, non solo in contrapposizione alla guerra. L’insieme della nonviolenza è dunque assai più ampio dell’insieme della pace negativa. Anche se la pace negativa non può che essere uno degli aspetti compresi nella nonviolenza.

6. La nonviolenza. Trascrivo qui una definizione generale e generica: “La nonviolenza è una pratica personale che consiste nel non causare offesa ad altri in qualsiasi caso. Essa può derivare dalla credenza che offendere persone, animali e/o l’ambiente non sia necessario per ottenere qualsiasi tipo di scopo. Può avere come riferimento una filosofia complessiva che implichi l’astensione da ogni violenza. Può essere basata su principi morali, religiosi o spirituali, oppure le ragioni per promuoverla possono anche essere di tipo strategico o pragmatico[10]. La nonviolenza è dunque anzitutto una pratica personale, più che uno strumento di lotta politica, anche se questa è stata talvolta impiegata proprio in questo senso. Si noti che la nonviolenza, secondo Aldo Capitini, non andrebbe intesa semplicemente come negazione della violenza, bensì dovrebbe essere intesa come un valore autonomo, dotato di un proprio contenuto positivo.

Per comprendere la posizione della nonviolenza, che riguarda indubbiamente il nostro discorso e a cui faremo spesso riferimento, può essere utile riandare a Lev Tolstoj (1828-1910). Preferisco rifarmi a Tolstoj, piuttosto che al ben più noto Gandhi, perché la sua posizione mi pare più chiara ed esemplare. Per una considerazione critica di Gandhi, si veda Losurdo 2010. Tra la fine degli anni Settanta e degli anni Ottanta dell’Ottocento, anche in seguito all’ esperienza personale della guerra, Tolstoj visse una profonda crisi[11] e sperimentò un’intensa trasformazione interiore che lo spinse alla fede in Dio, alla semplicità volontaria, al rifiuto di tutte le forme di violenza, alla dieta vegetariana e all’animalismo. In questo ambito elaborò i principi fondamentali della nonviolenza, in un contesto fondamentalmente di tipo religioso. I riferimenti principali da cui aveva attinto sono costituiti dai Vangeli, dal cristianesimo minoritario (ad esempio i Quaccheri), da alcuni testi orientali e da alcune filosofie, tra cui quella di Schopenhauer.

Nell’ambito della nonviolenza, la dottrina centrale di Tolstoj – che si rifà soprattutto al Discorso della montagna evangelico – è quella della non-resistenza al male con il male[12]. Tolstoj ritiene che la non resistenza al male, quando sia perseguita rigorosamente, possa condurre – oltre che alla liberazione interiore – a un’autentica trasformazione sociale e possa provocare il dissolvimento degli ordinamenti sociali oppressivi e disumani. Tutto ciò senza ricorrere ad alcuna forma di violenza. Per questo occorre tuttavia un radicale impegno personale individuale, fino a giungere a praticare la disobbedienza civile, rifiutare il servizio militare e rifiutare il pagamento delle tasse, poiché queste sono usate dagli Stati per finanziare le guerre. In ciò seguendo David Henry Thoreau (1817-1862) come precursore. Il fondamento ultimo della nonviolenza è posto da Tolstoj nel comando divino contenuto nel Vangelo. E in ultima analisi nella fede. Notoriamente fu Tolstoj a influenzare Gandhi, con tutto quel che ne seguirà, circa la dottrina della nonviolenza, dottrina che in Gandhi prende il nome di ahimsa.

Come si può notare, si tratta di un pensiero senz’altro estremamente profondo. È stato tuttavia sempre fatto notare come sia anche piuttosto difficile da praticare, poiché implica, negli eventuali praticanti, un cambiamento radicale di vita e, di fatto, uno scontro radicale con l’esistente, in pressoché tutte le sue manifestazioni. Si noti che la strada proposta dalla nonviolenza implica uno scoglio di gran rilievo in materia di etica, su cui avremo modo di discutere ampiamente, e cioè la possibilità che il male sia lasciato libero di agire senza ostacoli. Questo poiché gli eventuali ostacoli posti al male implicherebbero a loro volta il ricorso alla violenza. E dunque alla riproposizione della violenza stessa. Questa posizione – come vedremo oltre – implica un’irrisolvibile incongruenza dei valori.

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7. Bellicisti, pacifisti e nonviolenti. Siamo così giunti a circoscrivere, in termini di prima approssimazione, oggetti concettuali come pace negativa e positiva, guerra, violenza e nonviolenza. Siamo ora in grado di meglio comprendere le dottrine o le elaborazioni teoriche corrispondenti a questi concetti e, conseguentemente, anche una serie di movimenti pratici che vi si ispirano. Avremo dunque le teorie pacifiste (nel senso della pace negativa ed eventualmente della pace positiva), le teorie belliciste (ed eventualmente violentiste, cioè le filosofie della violenza, anche se queste sono state raramente esplicitate e professate[13]) e le teorie della nonviolenza sul modello tolstojano e poi gandhiano. Avremo dunque, di conseguenza, come prima sistemazione, su un continuum, orientamenti e movimenti bellicisti, pacifisti e nonviolenti. Si potrebbero produrre ulteriori distinzioni, ma la cosa andrebbe troppo oltre i nostri scopi.

8. Esistono davvero i bellicisti? Dei tre punti di vista, il bellicismo è oggi l’orientamento meno caratterizzato, meno teorizzato, meno organizzato. Si tratta di un “–ismo”, il che comporterebbe, in senso proprio, una sorta di esaltazione della guerra, una sua promozione fino alla sua massima realizzazione, che corrisponderebbe al perseguimento di una sorta di guerra perfetta o di guerra perpetua[14]. Sicuramente, guardando al passato, possiamo trovare in merito numerosi casi storici. Molte società del passato si sono costituite avendo la guerra come fulcro. O, per lo meno, avendo al proprio interno gruppi sociali interamente devoti alla pratica della guerra. I quali spesso, proprio per questa loro attività connessa all’esercizio della forza, finivano per ricoprire una posizione sociale centrale e dominante. Oggi, in generale, nelle più diverse società, la centralità della guerra sembra in via di superamento. Anche molti di coloro che oggi sono impegnati settore della guerra, nel settore militare, ritengono auspicabile non doversi mai ricorrere effettivamente alla guerra. Il termine “bellicismo” oggi – almeno in Occidente – viene applicato in forma residuale soprattutto per designare coloro che ritengono possibile l’uso della guerra in determinate situazioni, oppure che, pur non esaltando la guerra, la accettano come necessaria, oppure ancora coloro che, una volta scoppiata una guerra, non vi si oppongano con la dovuta risolutezza. Talvolta si tratta di un termine che ha abbandonato la connotazione descrittiva e ha assunto connotazione retorica e dispregiativa, come il ben più noto termine guerrafondaio.

La domanda che ci dobbiamo porre allora è se oggi esistano realmente i bellicisti in senso proprio, o se questi non siano soltanto dei pacifisti deboli. Oppure pacifisti minimali, pacifisti moderati, o anche pacifisti imperfetti. In talune situazioni retoriche coloro che, pur non desiderandola, accettano la guerra come una necessità sono stati considerati come dei bellicisti. Si ponga mente al dibattito occorso in Italia alla vigilia della Grande guerra. Bellicisti autentici erano sicuramente gli interventisti, ma oggi sarebbero considerati bellicisti anche coloro che avevano come motto “Né aderire, né sabotare”, oppure i cattolici che, pur disapprovando la “inutile strage”, la ritenevano comunque doverosa in termini di obbedienza alle leggi vigenti dello Stato. Ancora diversa la posizione di taluni interventisti democratici, che volevano unicamente quella guerra per porre fine a tutte le guerre.

Come si vede, anche in questo caso, la distinzione tra bellicismo e pacifismo sembra piuttosto evocare un continuum, piuttosto che una secca dicotomia, come sembra invece emergere invece dal dibattito superficiale dei giorni nostri. Può essere anche comprensibile il fatto che nello scontro politico si sia indotti a dicotomizzare, ma è sufficiente un minimo di riflessione per concludere che la dicotomia tra pacifismo e bellicismo costituisce una ben povera rappresentazione della realtà. Soprattutto una rappresentazione di fatto priva di utilità. Tratteremo più in là della teoria della guerra giusta, che è un caso esemplare di situazione di continuità tra i due opposti.

9. Militaristi. Abbiamo visto che la guerra è una forma di violenza organizzata. Nelle società a elevata divisione del lavoro, i militari sono i professionisti della guerra. La questione degli armamenti, degli eserciti e più in generale della tecnica militare, è una conseguenza delle distinzioni precedenti. Armi, eserciti e tecniche militari sono impiegati per produrre i conflitti violenti e organizzati tra le comunità politiche ed entro gli Stati, cioè le guerre. La posizione attribuita all’organizzazione militare nell’ambito della società diventa dunque fondamentale. Quando la sfera strumentale della guerra tende a prevalere e a sopravanzare le altre sfere della società, si parla di militarismo e di società e/o Stati militaristi. Possiamo parlare più correttamente, in generale, di società a trazione militare. Si tratta di società la cui attività fondamentale ruota attorno alla guerra e dove i militari giocano un ruolo centrale nelle principali decisioni. E dove consumano nella loro attività le principali risorse economiche e finanziarie accumulate dalla società stessa. Nel corso dei secoli, in Occidente siamo stati testimoni del passaggio progressivo da società a trazione militare verso società a trazione commerciale, o a trazione industriale, tecnologica e finanziaria. Queste ultime tendono ad attribuire al settore militare un ruolo sempre più strumentale e marginale. Questa tendenza si è accentuata dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il caso degli USA è esemplare: pur essendo una potenza militare, la sua trazione fondamentale è di tipo tecnologico, industriale e finanziario. Oggi è di moda trascurare questo punto, a causa dell’anti americanismo pregiudiziale assai diffuso nel nostro Paese. Sul piano del militarismo, gli USA e la Russia non sono proprio la stessa cosa. La Russia di Putin, insieme a pochi altri esempi, è invece effettivamente una potenza a trazione militare (o si illude di esserlo, viste le scarse prestazioni sul campo).

Dunque, armamenti, eserciti e tecnica militare costituiscono dei mezzi che rendono possibile l’esercizio della guerra. Secondo un certo senso comune diffuso, il semplice possesso di armamenti ed eserciti sarebbe un indice certo di militarismo. Si trascura tuttavia il fatto che oggi, nella maggioranza dei casi, il possesso di armamenti ed eserciti ha la funzione di provvedere alla difesa. Questo per garantire un bene pubblico indubbio che si chiama sicurezza. Si è discusso a lungo su come ottenere la sicurezza senza disporre tuttavia di apparati di difesa ma una soluzione efficace non pare sia stata ancora trovata. Se comunque nel mondo tutti gli eserciti servissero solo per la difesa, non ci sarebbero più guerre. Forse è vero che in determinate circostanze i mezzi militari rendono anche più probabile l’esercizio della guerra. Ma è anche del tutto possibile pensare ad armi, eserciti e tecniche militari che siano perfettamente approntate, ma mai adoperate. L’idea che se hai un’arma prima o poi la usi è un’idea stupida e superficiale. Anche gli svizzeri tengono lo schioppo sotto il letto, ma è difficile pensarli come pericolosi aggressori e guerrafondai. Secondo la teoria della deterrenza, le atomiche sarebbero armi prodotte proprio per non essere mai usate.

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C’è ancora indubbiamente, da qualche parte nel mondo, un militarismo aggressivo. Ci sono ancora imperialismi a trazione militare, com’è proprio il caso della Russia. Ma oggi nel mondo c’è anche un realistico impiego di eserciti e armamenti per la mera difesa. O anche per gli interventi umanitari nelle situazioni di crisi. L’esigenza di finanziare con risorse pubbliche una forza di difesa non può che dipendere dalla valutazione razionale di quanto pericoloso sia l’ambiente internazionale in cui ci si trova. I recenti avvenimenti dell’aggressione della Russia all’Ucraina hanno indubbiamente reso più pericoloso l’ambiente internazionale, determinando così – a parere di molti – l’esigenza di maggiori investimenti nella sicurezza[15]. Dunque, anche nell’ambito del militarismo, sarebbe il caso di introdurre delle distinzioni. Anche il povero Enrico Letta è stato rappresentato con l’elmetto. Non tutti i militarismi sono uguali. Dovrebbe essere evidente che il militarismo della NATO non è esattamente uguale al militarismo della Russia di Putin. Le semplificazioni eccessive precludono la comprensione della realtà e impediscono un’azione efficace nel mondo.

Può ben essere che il superamento e infine l’abolizione dell’apparato militare possa essere in futuro una conseguenza desiderabilissima dell’affermazione universale di una situazione di pace positiva. Magari connessa anche all’accettazione universale della prospettiva filosofica e religiosa della nonviolenza. Al giorno d’oggi però un simile obiettivo non sembra essere alla nostra portata. Può al più costituire al più una idea regolativa, nel senso kantiano del termine.

10. La pace si dice in molti modi. Gli elementi definitori che abbiamo fin qui introdotto hanno mostrato la complessità delle questioni affrontate, tale da afflosciare la sicumera di molti protagonisti dell’odierno dibattito pubblico. La prima acquisizione inevitabile, per chi frequenti ancorché saltuariamente questo campo, è proprio quella per cui la pace “si dice in molti modi”. Questo vuol dire che, a dispetto del senso comune, non c’è un concetto unico di pace. Si tratta piuttosto – come dicono i filosofi – di una “somiglianza di famiglia”, cioè di una rete di concetti interconnessi e di relativi usi linguistici. Dunque chi dice di essere per la pace non ha ancora detto niente: dovrebbe sforzarsi di esplicitare chiaramente cosa intende per pace. Altrimenti, bisognerebbe concludere inevitabilmente che tutti vogliono la pace. Ma una volta affermato il punto, tutti si scontrerebbero immediatamente intorno alle questioni che hanno appena evitato di chiarire. Nella letteratura filosofica e politologica si fa riferimento ad almeno quattro tipi di pace[16]. Molto diversi tra loro. Abbiamo dunque: a) la pace come resa incondizionata; b) la pace come tregua; c) la pace come trattato; d) la pace positiva. Potremmo aggiungere un quinto tipo: e) la pace come conseguenza della nonviolenza, che sarebbe poi un tipo particolare di pace positiva, alla quale abbiamo tuttavia già accennato.

11. La pace come resa incondizionata. È questo un tipo di pace che sopravviene quando uno dei contendenti (o più di uno) è talmente coartato che non può neanche decidere di scendere in guerra. Di solito si cita in proposito un famoso esempio da Rousseau. Il filosofo, all’inizio del suo Contratto sociale[17], scrive contro Hobbes: “Si vive tranquilli anche nelle carceri: basta questo per trovarcisi bene? I Greci rinchiusi nell’antro del Ciclope ci vivevano tranquilli, aspettando che venisse il loro turno di essere divorati”. Si trovavano dunque certo in pace i marinai di Ulisse, chiusi nella prigione del ciclope, in attesa di essere divorati. È questa una condizione di pace (senz’altro assenza di guerra e di violenza nell’immediato!) che deriva dalla totale passività, dalla totale costrizione, cioè dalla resa incondizionata al nemico.

La storia è piena di casi in cui una comunità politica avrebbe sicuramente scelto di combattere, solo se appena avesse potuto farlo. Possiamo pensare a situazioni nelle quali l’oppressione è così forte che i soggetti non hanno neppure la possibilità di scegliere eventualmente la via delle armi. L’attuale Afghanistan gode senz’altro di una situazione di pace in seguito alla resa incondizionata ai talebani. L’attuale Iran, che godeva senz’altro della pace interna, sta mostrando che quella pace si fondava sostanzialmente sull’oppressione (in particolare delle donne) e sta precipitando verso una situazione di guerra civile. Spesso ci si dimentica che per decidere di scendere in guerra occorre perlomeno disporre di un minimo di libertà d’azione. Rispetto a una situazione di totale dominazione, checché ne pensasse Tolstoj, la possibilità di combattere una guerra può anche essere considerata, in taluni casi, come una sorta di miglioramento della propria posizione, un auspicabile avanzamento. Solo la determinazione assoluta di non opporsi al male può sconsigliare di ricorrere alla guerra nelle situazioni più estreme di oppressione.

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12. La pace come non libertà. Coloro che sono nella situazione descritta da Rousseau hanno sicuramente la pace (ammesso che così si possa chiamare), ma non hanno alcuna libertà. Non si tratta di un caso tanto raro. Assomiglia questa alla situazione hobbesiana post contrattuale, dopo che i cittadini hanno ceduto tutti i loro poteri al Leviatano (lo stato assolutistico) e sono così diventati sudditi. Hanno la pace ma sono sottomessi in tutto e per tutto al potere assoluto. Per di più l’hanno fatto per propria scelta e volontà. Si ricorderà che quella situazione, secondo Hobbes, in un solo caso si sarebbe potuta risolvere in una guerra civile: qualora il Leviatano avesse attentato alla vita dei cittadini. I sudditi sottomessi nel patto hobbesiano sarebbero dunque appena più fortunati dei marinai di Ulisse nella prigione del ciclope. Questo tipo paradossale di pace, intesa come resa incondizionata e totale sottomissione all’arbitrio, è stata ampiamente teorizzata e praticata. Ad esempio, nel caso di certi martiri cristiani. O nel caso della nonviolenza tolstojana già citata. È tuttavia davvero singolare – dovrebbe indurre a qualche riflessione coloro che in questa materia mostrano grandi certezze – che il tipo più infimo di pace, la pace come resa incondizionata, finisca con il coincidere con quella che taluni presumono essere il tipo più nobile di pace e cioè quello derivante dalla applicazione integrale della nonviolenza.

13. Una digressione nell’attualità: forse la pace non è tutto. Più recentemente, e assai più ignobilmente, nel dibattito nostrano seguente alla guerra in Ucraina, il noto opinionista prof. Orsini ha teorizzato l’opportunità della resa incondizionata di fronte all’aggressore russo, pur di avere salva la vita. Così, secondo il professore, avrebbero dovuto fare gli Ucraini di fronte all’invasione russa. In uno dei tanti talk-show, il prof. Orsini ci ha ricordato anche che: “Anche sotto il fascismo i bambini potevano vivere felici”. Poiché Putin non avrebbe probabilmente divorato gli Ucraini come il ciclope – anche se avrebbe potuto far ammazzare il loro presidente – dunque gli Ucraini, se si fossero subito arresi, avrebbero certo perso totalmente la libertà ma avrebbero guadagnato comunque la pace. Almeno per la popolazione civile e per i bambini. Dunque, ne conseguirebbe che i morti che la resistenza degli Ucraini ha indirettamente provocato (militari, civili e i bambini) sarebbero tutti da mettere sulla coscienza di Zelens’kyj, del suo bellicoso governo, con tutti i suoi alleati, che non si sono prontamente arresi. E sulla coscienza di tutti quelli che hanno dato ragione a Zelens’kyj e lo hanno aiutato. Si tratta ovviamente, questa di Orsini, non della conseguenza di una professione di fede nonviolenta, ma di una davvero singolare applicazione dell’etica della responsabilità (vedi oltre). Al professor Orsini non viene neppure in mente il punto problematico fondamentale e cioè il fatto che forse la pace non è tutto.

14. Scoglio: la pace e l’incongruenza dei valori. La situazione della pace come resa incondizionata ci fornisce l’occasione per affrontare uno scoglio teorico di notevole interesse. Ci costringe a domandarci se la pace (la pace prima di tutto, a qualunque costo) possa essere davvero considerata come il bene supremo. Se possa cioè essere considerata indipendentemente dalla situazione nella quale essa si realizza. Se possa cioè essere valutata in piena autonomia da ogni altra considerazione, se sia davvero un valore in sé, incomparabile rispetto ad altri valori. Appena la pace viene tolta dal suo carattere assoluto e viene considerata in termini situazionali, viene cioè confrontata con altri valori, o altri beni, nascono molte questioni inaspettate. Per avere in cambio la pace, possiamo rinunciare completamente alla nostra libertà? Cos’è una pace senza libertà? Anche la giustizia può essere tirata in causa. Una pace ingiusta è una vera pace?

Molti autorevoli intellettuali nostrani, soprattutto di sinistra, negli infiniti talk-show che si sono susseguiti dopo il 24 febbraio, seguendo più o meno consapevolmente il prof. Orsini, consigliavano senz’altro agli Ucraini di non resistere. Che deponessero le armi. Qualcuno si affannava addirittura a negare con argomentazioni fantasiose che quella messa in atto dagli Ucraini fosse una resistenza. Addirittura, si sentivano di decidere che non si dovessero mandare armi agli Ucraini, perché questi si arrendessero prima, dunque con meno danni per loro. Qualcuno, beato lui, s’inventò anche le “armi non offensive”. Possiamo qui parlare di altruismo? Se gli Ucraini avessero subito obbedito a questi desiderata, oggi sarebbero senz’altro in pace, sarebbero cioè sotto la pace di Putin (dove senz’altro anche i bambini potrebbero vivere felici!). Qualcuno ha pensato di mettere a confronto il bene di una simile pace con i beni della libertà e della giustizia? Qualcuno di questi “altruisti” ha pensato almeno di chiedere il parere degli Ucraini? Cioè dei diretti interessati. Purtroppo nell’epoca del pensiero incontinente nessuno si ferma ad approfondire le questioni.

Credo abbia colto nel segno il filosofo Alexandr Dugin (un filosofo russo euroasiatista e nazibolscevico, per chi non lo conoscesse) quando dice che gli Occidentali si sono rammolliti, sono in piena decadenza, perché non sono neanche più in grado di pensare di poter morire per la propria causa. Del resto Heidegger era dello stesso parere. Fa davvero pena, oggi, vedere coloro che hanno imbracciato le armi per difendere il proprio Paese, o chi per essi, negare ad altri di fare la stessa cosa, in nome della pace.

Queste considerazioni (e questi esempi) ci pongono di fronte a un problema ben noto nell’ambito dell’etica. Normalmente si pensa che i valori e/o i beni siano semplicemente di carattere additivo, che possano cioè essere sempre assommati tra loro a piacere. Per questo tutti i valori e/o i beni dovrebbero sempre essere tra loro compatibili. In realtà è noto fin dalla filosofia antica che i valori o i beni possono non essere compatibili tra loro. Perseguire determinati valori può implicare necessariamente la rinuncia ad altri. I due tipi aristotelici di giustizia, la giustizia distributiva e la giustizia commutativa, ad esempio, non sono affatto compatibili. Per avere l’uno si deve necessariamente sacrificare l’altro. In generale, è poi noto come sia molto difficile essere giusti e buoni contemporaneamente. In campo teologico, se Dio è giusto, non può essere buono, e viceversa. Nel caso del contratto hobbesiano, accade che per avere la pace si debba sacrificare la libertà. Questa spiacevole situazione è nota come incongruenza dei valori[18]. Dunque – spiace per taluni pacifisti puri – la pace deve scendere dal piedistallo del bene assoluto o per lo meno deve accettare di essere messa a confronto con altri possibili valori o beni. Come minimo con la libertà e la giustizia. Ma anche con beni assai più prosaici. Come ad esempio la sopravvivenza materiale, cioè la vita[19]. Per Orsini, la vita dei bambini vale la capitolazione e dunque la pace come resa incondizionata. Per altri tuttavia la guerra può significare una possibilità di vita. I poveri buriati (una delle etnie asiatiche prevalenti nell’esercito Russo attuale che combatte in Ucraina – la Repubblica di Buriazia è una repubblica della Federazione Russa) sono spinti ad arruolarsi e a combattere perché è pressoché l’unico lavoro che è messo loro a disposizione. Non possono permettersi di fare i pacifisti più di tanto. Poiché l’incongruenza dei valori è una questione fondamentale, ce ne occuperemo oltre.

15. La pace come tregua o “situazione di pace”. È questa la pace che corrisponde all’interruzione temporanea delle ostilità. Se vogliamo, corrisponde alla nozione della tregua. I contendenti sono ostili tra loro. Sono liberi di decidere se continuare o meno a combattersi. Decidono tuttavia di sospendere le ostilità. Siamo cioè in una situazione di ostilità non belligerata.

È questa una situazione ben nota, poiché l’abbiamo sperimentata nel corso della lunga Guerra fredda. Anche se la Guerra fredda è stata in realtà belligerata indirettamente, attraverso una serie notevole di proxy war, le guerre indirette o guerre per procura. È questa anche la situazione descritta dalla locuzione della pace armata. È anche la situazione descritta dall’equilibrio del terrore, o dall’equilibrio della deterrenza. Non si combatte più, cioè ci si è messi in una situazione di tregua, per il fatto che la prosecuzione dei combattimenti produrrebbe esiti non desiderati o temuti da entrambe le parti. Dunque, ci si mette in uno stato di tregua per la paura degli effetti di una continuazione dello stato di guerra belligerata. Si accetta di smettere di combattere perché si è sottoposti a una minaccia (o a uno svantaggio) più grande (sia da parte dell’altro contendente, sia da parte di un Terzo che sia intervenuto). Tuttavia perdura l’inimicizia e la minaccia reciproca, e resta alta la probabilità di riprendere il conflitto.

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16. Scoglio: si può imporre la pace? Un caso filosofico interessante, un vero e proprio scoglio etico, è quello dell’imposizione della pace (nel senso della tregua o del trattato). Affinché si dia il caso, occorrono minimamente due contendenti e un Terzo, il mediatore, il pacificatore, che costringa i due a deporre le armi. Usando magari la persuasione, l’influenza, distribuendo garanzie e vantaggi di qualche tipo. Ma è possibile anche pensare che il Terzo possa provvedere all’imposizione della pace attraverso l’uso della forza.

Non sarà sfuggito al lettore che, in un certo senso, la possibilità di imporre la pace, cosa spesso effettivamente successa nella storia, ha in sé qualcosa di contradditorio. In una visione completamente irenica, la pace dovrebbe in un certo senso imporsi da sé. Tuttavia purtroppo la guerra, una volta iniziata, tende ad auto alimentarsi, tende addirittura a intensificarsi. Il Terzo allora è posto di fronte al dilemma di lasciare che la guerra continui oppure di imporre la pace. Se tuttavia sceglie di imporre la pace, si troverà a usare una guerra per imporre la pace. I pacifisti si scandalizzeranno, ma questo è un altro problema legato all’incongruenza dei valori. Per avere la pace si finisce per accettare che si apra una nuova guerra tra il Terzo pacificatore e i due contendenti. Non affrontiamo qui quali possano essere gli eventuali interessi del Terzo nello scendere in guerra per imporre la pace. In generale, dall’intervento del Terzo non si ha alcuna garanzia preventiva; potrebbe certo scaturire anche una pace senza libertà e/o senza giustizia.

L’idea di un Terzo pacificatore attraverso l’uso della forza non dovrebbe tuttavia risultare così peregrina. Si tenga conto che l’ONU dovrebbe, in teoria, proprio agire come un Terzo virtuoso, capace di sedare i conflitti internazionali eventualmente anche con la forza, come sta scritto nella sua Carta. Si noti tuttavia di sfuggita che, se appena si accetta la prospettiva che il Terzo possa (o sia tenuto a) intervenire con la forza per riportare la pace, allora si dovrà come minimo ammettere che non tutte le guerre sono uguali. Alcune sarebbero guerre comuni destinate a continuare o a finire con la sopraffazione dell’uno da parte dell’altro. Altre sarebbero invece guerre determinate dall’intervento del Terzo che avrebbe tuttavia come scopo il ristabilimento della tregua o della pace.

Dovrebbe suscitare un certo stupore il fatto che – in concomitanza con la attuale guerra russo ucraina – a livello mondiale non si sia aperto per lo meno un acceso dibattito circa la riforma dell’ONU, organizzazione oggi pesantemente screditata dal fatto che lo Stato palesemente aggressore, la Russia, siede nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con il diritto di veto. Questo significa che la Russia, con la sua aggressione, ha di fatto privato il mondo intero di quel minimo di organizzazione internazionale abilitata a fungere da Terzo virtuoso nelle controversie. È come pretendere da ora in avanti che – ove sia violata – la pace si ristabilisca da sola. Perché questa reticenza ad affrontare la questione della riforma dell’ONU? Evidentemente l’idea di una forza militare internazionale capace di fare interventi di pacificazione anche con le armi non è così popolare, in parte per una forma di pacifismo estremista ma in parte anche per malcelato bellicismo: qualora ci si trovasse nella situazione di fare la guerra è preferibile avere le mani libere.

Così avviene che si stia togliendo di mezzo proprio il Terzo virtuoso che sarebbe in grado di intervenire con la forza e di “rendere il male con il male” all’aggressore. Ciò paradossalmente potrebbe anche essere in linea con i migliori auspici dei nonviolenti. Quel che seguirà tuttavia a questa nuova situazione non sarà il regno della pace positiva ma il regno dell’anarchia internazionale, dove ognuno farà quello che vuole, o quello che si potrà permettere, grazie magari alle sue bombe atomiche. Così gli Stati deboli cercheranno la protezione degli Stati forti, di coloro che sono in grado di vendere protezione nel più puro stile mafioso.

17. La pace come ordine privo di ostilità. È la condizione che si configura quando cessano tutte le ostilità. Solitamente questa è la condizione che si consegue sul piano del diritto attraverso la stipulazione di un trattato di pace e, in termini fattuali, attraverso la cessazione delle violenze, il ritiro delle forze e il disarmo. È quella che Bobbio, sulle orme di Aron, chiamava la pace di soddisfazione. Perché è così difficile la pace di soddisfazione? La difficoltà è dovuta al fatto che la condizione di pacificazione, una volta raggiunta, non garantisce il mantenimento della pace stessa. Detto in altri termini, la pace non si auto rigenera, la pace non è in grado di garantire il mantenimento della pace stessa. Poiché i trattati di pace possono sempre essere violati, la condizione pacifica guadagnata è sempre reversibile. La pace non ha alcuna autonomia, è comunque instabile e può tendere a precipitare verso la guerra.

Si tratterebbe allora di comprendere quali siano le condizioni, che non dipendono dalla pace stessa, che possono favorire (o addirittura garantire) il mantenimento della pace. Ad esempio, secondo un famoso assunto del politologo Michael W. Doyle, gli Stati democratici di solito non si fanno la guerra tra loro. Dunque la democratizzazione globale degli Stati costituirebbe una delle precondizioni per il mantenimento di una pace priva di ostilità. Anche un ONU riformato e funzionante (non quello attuale) potrebbe dare un contributo. È chiaro che le condizioni che potrebbero mantenere la pace potrebbero essere le più varie. Non posso entrare nel merito. C’è un’intera disciplina dedicata a questo tipo di questioni e cioè i peace studies, o anche peace and conflict studies.

In generale, possiamo però dire con relativa certezza che una delle cause principali della fine della pace è il sopravvenire dell’ingiustizia, sia all’interno delle nazioni sia tra di loro. Il mantenimento di un ordine privo di ostilità, il mantenimento di una pace di soddisfazione conseguita, implica evidentemente la giustizia. La pace senza giustizia percorre poca strada. Chi voglia mantenere una pace ordinata senza ostilità dovrebbe dunque contemporaneamente procurare la giustizia. È chiaro che una condizione di ingiustizia può spingere al ricorso alla violenza, determinando una catena causale che può portare alla guerra, interna o esterna. Sappiamo bene tuttavia che la pace di per sé non è senz’altro in grado di procurare la giustizia. D’altro canto, lo scopo di procurare la giustizia può implicare anche la rottura della pace. Per questo la pace è sempre a rischio. Ovviamente, la giustizia sussistente in una data situazione viene sempre giudicata dal punto di vista dei soggetti coinvolti, i quali potrebbero non essere affatto concordi sulla natura giusta o ingiusta della pace in questione. Anche in questo caso si presenta l’opportunità di ricorrere all’intervento di un Terzo, capace di intervenire nel merito delle ingiustizie rivendicate. Ma il Terzo come si è visto non è sempre un ospite gradito.

Queste semplici considerazioni stanno a significare che gli sforzi per realizzare e mantenere la pace non possono avere mai fine. Una volta stipulato il trattato di pace c’è sempre il rischio che l’ingiustizia, sopravvenuta o latente, rovini la pace. Allora al pacifista consapevole non resterebbe altro che reinterpretarsi come politico impegnato indefinitamente per l’implementazione della giustizia. Impegnarsi solo per la pace è indice davvero di corte prospettive sulla natura della pace stessa.

18. Pace positiva. I filosofi hanno spesso anche trattato della pace positiva, della quale abbiamo già accennato in apertura, per circoscrivere la pace negativa. Questa non è soltanto un effetto del diritto, attraverso un trattato di pace, che come abbiamo visto può però sempre essere violato. È piuttosto la condizione che la società nazionale e la comunità internazionale assumono dopo che si sia instaurata una pace giusta e sia stata instaurata la giustizia. Un caso tipico è costituito dalla teoria di Galtung, cui abbiamo già accennato.

Spesso questo concetto è stato tacciato di essere un concetto assai vago e di fatto utopico. Esso implica l’esistenza di società pacifiche e giuste e la contestuale trasformazione spirituale degli individui in modo da diventare essi stessi pacifici e giusti. Quando si pensa alla pace positiva non si può fare a meno di evocare la kantiana pace perpetua[20]. La quale tuttavia – Kant era un pessimista cronico – assomigliava più a una pace trattata che non a una pace positiva universale. Sul piano filosofico si può disquisire se una pace positiva fondata sulla giustizia sia possibile, sia effettivamente alla portata della natura umana o se non sia piuttosto incompatibile con questa. Per qualificare la inemendabilità della natura umana Kant ha usato la nota metafora del legno storto: “Dal legno storto dell’umanità non si potrà mai cavare alcuna cosa dritta”[21]. Non posso addentrami in questa problematica del rapporto tra la guerra e la natura umana ma la segnalo al lettore come stimolo per la riflessione.

Tutto ciò ha comunque una conseguenza importante, cui ho già accennato ma che vale la pena di ribadire in forma più estesa. La realizzazione della pace positiva non può essere conseguita restando all’interno dell’esclusivo dominio della pace stessa (e dei relativi pacifismi). La pace da sola non è sufficiente. Non pare bastevole alla sua compiuta realizzazione positiva. Questo significa che l’impegno per la pace non può essere disgiunto dall’impegno politico per la realizzazione di una società giusta. L’impegno per la pace non può dunque essere single issue. Raramente tuttavia i movimenti pacifisti mostrano esser consapevoli dell’esigenza, per la costruzione e il mantenimento della pace, di connettere strettamente la difesa della pace con la realizzazione della giustizia. Questa miopia dei pacifisti si spiega col fatto che ammettere di doversi impegnare per la giustizia finirebbe per sporcare le mani alla purezza apparente dell’impegno per la pace. Queste considerazioni mostrano anche i limiti della nonviolenza. La quale azzarda a ritenere che sia sufficiente la diffusione della nonviolenza per la realizzazione della giustizia. Una società con una maggioranza di nonviolenti praticanti sarebbe presumibilmente comunque sempre ostaggio di una minoranza di violenti praticanti. Anche a Paperopoli c’era la Banda Bassotti.

19. Un’altra classificazione. I diversi tipi di pace di cui abbiamo discusso rappresentano solo una delle tante classificazioni delle situazioni di pace[22]. Un’altra classificazione della pace, che riprende alcuni aspetti della precedente, è stata fornita da Raymond Aron[23].Egli distingue tre tipi di pace. A) Anzitutto la pace di potenza. È la pace che si ottiene grazie al sopravvenire di un potere forte che impone l’ordine e, dunque, la pace. Può essere di tre tipi, di equilibrio, di egemonia o di imperio. B) Abbiamo poi la pace di impotenza, che era quella fondata – all’epoca di Aron – sull’equilibrio del terrore tra le potenze atomiche. Queste erano costrette a non farsi la guerra poiché la guerra avrebbe implicato la mutua distruzione assicurata. C) In ultimo, abbiamo la pace di soddisfazione. È la pace che sopravviene quando ciascuno è in sé soddisfatto della propria situazione, per cui non cerca in nessun modo l’aggressione. Spiega Bobbio che: “La pace di soddisfazione ha luogo quando in un gruppo di stati nessuno ha pretese territoriali o d’altro genere verso gli altri, e i loro rapporti sono fondati sulla fiducia reciproca (che è proprio l’opposto del timore reciproco); pace di soddisfazione è quella che vige dopo la seconda guerra mondiale fra gli stati dell’Europa occidentale”[24].

La classificazione di Aron ha il merito di mettere in luce la dimensione di potere (e di disuguaglianza) che comunque è spesso connessa anche alle situazioni di pace (come nel caso estremo dell’antro del ciclope) e che contribuisce drammaticamente a privare la pace di quel manto idealistico che spesso i pacifisti le attribuiscono. La pace non elimina il potere e questo può sempre riprodurre l’ingiustizia.

20. Dai tipi di pace ai tipi di pacifismo. Visti i diversi tipi di pace, si possono anche dare per definiti i principali obiettivi possibili dei diversi movimenti pacifisti, cui – come dicevamo – possiamo aggiungere anche i movimenti nonviolenti. Per la chiarezza del discorso pubblico, e per l’efficacia del dibattito, questi movimenti dovrebbero però dichiarare esplicitamente quale tipo di pace vorrebbero raggiungere, nelle diverse specifiche situazioni. E dovrebbero evitare di contrabbandare un tipo di pace per un altro, come invece amano fare abitualmente, quasi senza accorgersene.

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21. Intermezzo. Nell’intento di capitalizzare i dubbi del lettore volenteroso che sia giunto fino a questo punto, propongo un esercizio di riflessione su un caso concreto[25]. Vediamo con qualche dettaglio la narrazione di quel che accadde a Srebrenica tra il 6 e il 25 luglio 1995. Siamo in Bosnia-Erzegovina, pochi mesi prima della firma dell’accordo di Dayton sulla spartizione interna del Paese tra la Repubblica serba (RepublikaSrpska) e quella croato bosniaca. Srebrenica era una delle tre enclave bosniache in territorio serbo (Srebrenica, Žepa e Goražde). Di qui la forte pressione dell’esercito serbo nei confronti delle poche enclave rimaste. L’intento era quello di effettuare una pulizia etnica dell’enclave che sarebbe in prospettiva divenuta territorio serbo. Srebrenica era presidiata da un contingente di alcune centinaia di caschi blu olandesi dell’UNPROFOR, cioè dell’ONU. Avrebbero dovuto difendere gli abitanti locali da eventuali aggressioni dei serbi. Tra il 6 e il 25 luglio le forze soverchianti dei serbi, comandati dal generale Mladich, circondarono l’enclave, la conquistarono senza difficoltà e, sotto la minaccia delle armi, ridussero all’impotenza il contingente dei caschi blu olandesi. Nei giorni successivi perpetrarono sistematicamente il massacro di più di 8000 civili bosniaci. La Corte internazionale di giustizia ha successivamente definito il massacro come genocidio.

Nonostante vari processi e inchieste, la posizione del battaglione olandese dell’UNPROFOR non è stata ancora del tutto chiarita. Gli olandesi avevano solo armi leggere ed erano sicuramente inferiori di forze rispetto ai serbi. Per cui non furono in grado di intervenire e di assolvere al loro compito di proteggere la popolazione[26]. In un quadro di disorganizzazione della catena di comando, non ci fu alcun significativo aiuto o intervento aereo dall’esterno in difesa dall’enclave, nonostante fosse stato più volte richiesto dal comandante del contingente, questo perché a quanto si disse non sarebbe stato conforme alle regole di ingaggio della missione. Ai caschi blu non restò che riparare nella loro base e cercare di intavolare qualche timida trattativa con Mladich. Una moltitudine di bosniaci sfollati si radunò nei pressi della base ma gli olandesi non furono in grado né di ospitarli né di difenderli. Gli uomini di Mladich li prelevarono con il pretesto della identificazione, separarono gli uomini, li caricarono su mezzi e li portarono via e procedettero al massacro che infuriò nei giorni successivi.

Quando si resero conto di quel che stava accadendo, gli olandesi non furono comunque in grado di intervenire. Le inchieste e i processi che ci furono, a vari livelli, non hanno portato a nulla di definitivo. Circolano diverse versioni interpretative, da chi dice che, praticamente abbandonati dal Comando centrale della missione, i caschi blu non abbiano potuto fare altro che stare a guardare. Qualcuno li accusa addirittura di avere anche, per certi aspetti, collaborato con i Serbi, avendo consentito il prelevamento di coloro che si erano rifugiati nei pressi o addirittura dentro alla base. È stato accertato che, in alcuni specifici casi, i caschi blu non abbiano dato rifugio ad alcuni bosniaci che lo richiedevano espressamente e che poi sono stati massacrati. Per alcune specifiche omissioni processualmente accertate alcuni ufficiali sono stati condannati. Comunque, nonostante la situazione imbarazzante della loro posizione, forse per una sorta di riparazione, i soldati del contingente hanno anche ricevuto un’onorificenza dal governo olandese.

Il caso dei caschi blu olandesi nella sua complessità resta insoluto. A parte la responsabilità penale, gli olandesi del contingente UNPROFOR restano a tutt’oggi nel limbo indistinto di una non accertata responsabilità morale. In una posizione che può essere definita come “al di là del bene e del male”. Ecco allora qualche motivo di riflessione circa la filosofia della pace e della guerra. Qualcuno può sostenere che l’ONU, come pacificatore armato, non dovesse neppure trovarsi nella ex Jugoslavia, lasciando così che i diversi contendenti di quella guerra si pacificassero da soli. Qualche sincero umanitario può sostenere che, pur essendo inferiori in termini di forze, i caschi blu dovevano comunque intervenire per tentare di proteggere la popolazione; avrebbero cioè dovuto fare il loro dovere morale comunque, eventualmente anche sacrificando la propria vita. Oppure si può sostenere che l’ONU abbia peccato di omissione: doveva intervenire con regole di ingaggio più dure, con maggiori forze e più efficacemente, costringendo i Serbi a stare al loro posto. Anche con la minaccia o l’uso delle armi. Ma c’è anche un altro interessante punto di vista: i caschi blu olandesi non hanno fatto altro che tenere un comportamento del tutto consono con le prescrizioni nonviolente tolstojane di non rispondere al male con il male.Meglio dunque sarebbe stato in questo caso che non si fossero neanche presentati in Jugoslavia.

22. Un po’ di metaetica. Dopo il nostro intermezzo, passiamo ora a proseguire il nostro ragionamento. Finora ci siamo accontentati di individuare diversi tipi di pace, mostrando svariati problemi ad essi connessi. Ci siamo cioè occupati principalmente dei diversi obiettivi che possiamo avere in mente quando dichiariamo di essere per la pace. Dovrebbe essere emerso come minimo che la pace è un obiettivo di per sé assai problematico. Ma la pace non è solo problematica in quanto obiettivo. È anche decisamente problematica se consideriamo il modo con cui la vogliamo. Ebbene sì, la pace non solo si dice ma anche si vuole in diversi modi. Prenderemo in considerazione due modi principali. Ce ne sarebbero anche altri, ma questi due sono i più importanti. In termini di metaetica[27], la pace può essere considerata in due modi diametralmente opposti: dal punto di vista deontologico oppure da quello consequenzialista. Si tratta di una distinzione del tutto analoga a quella forse più nota di Max Weber tra l’etica dell’intenzione (o convinzione) e l’etica della responsabilità. Il primo punto di vista tende a considerare la pace come principio in sé. Il secondo punto di vista tende a considerare la pace in base alle sue conseguenze. Detto in sintesi, se assumiamo la pace come un principio universalmente valido, e dunque moralmente doveroso, saremo portati a disinteressarci delle sue conseguenze, le quali però, come s’è visto, possono anche non essere sempre buone. Se consideriamo invece primieramente le conseguenze della pace, non saremo più in grado di trattare la pace come un principio universale, valido sempre e comunque. Potremmo anche mettere in conto, in certi casi, di dover rinunciare alla pace, per evitare certe sue conseguenze negative e/o per conseguire altri beni che siano ritenuti preferibili o prioritari.

23. Deontologi. Vediamo meglio. Chi adotta la prospettiva deontologica ritiene in generale che ci siano dei principi, proprio come la pace, che sono buoni o cattivi in sé. Questi principi sarebbero dunque dotati di un loro valore intrinseco. Questa convinzione si traduce in un dovere, in un comandamento morale al quale si deve soltanto obbedire. Chi non obbedisce si rende colpevole e si colloca ipso facto dalla parte del male. Il principio della pace è dunque considerato una cosa buona di per sé e dovrebbe sempre essere realizzato senza discutere, a tutti i costi: etsipereat mundus.

Resta allora solo il problema di definire come si giunga a stabilire un principio come quello della pace, quale ne sia il fondamento o la giustificazione. I fondamenti che possono essere individuati sono molteplici e curiosamente possono anche essere in contrasto tra loro. Tuttavia mirano tutti a conferire alla pace il suo valore intrinseco. Qui può essere utile, a scopo meramente illustrativo della problematica, rammentare la vecchia classificazione kantiana delle etiche eteronome, formulata a seconda del carattere internoo esternorispetto all’individuo del principio che le guida. In termini esterni, il dovere della pace può derivare da un comando divino, oppure da un’abitudine sociale trasmessa (la tradizione e l’educazione) oppure ancora da una legge degli uomini. In termini interni può derivare invece da un impulso socievole, fornitoci dalla natura, oppure da un sentimento morale, oppure ancora dalla spinta verso la perfezione derivante dalla nostra coscienza razionale. Se si vuol essere kantiani fino in fondo, si può poi invocare anche l’imperativo categorico, come caso di etica dell’autonomia[28].

Quale che sia il fondamento posto alla sua base, è opportuno notare che, in ambito deontologico, il principio della pace viene in tal modo assolutizzato. Ciò indubbiamente lo mette al riparo da qualsiasi dubbio e da qualsiasi eccezione. Questa strategia può tuttavia essere controproducente. Già Kant aveva avvertito come l’assolutizzazione di un principio possa costituire l’anticamera del perfezionismo morale, del ritualismo e financo del fanatismomorale. In fin dei conti le cose dai tempi di Kant non sono cambiate molto. L’impressione è che coloro che si auto proclamano pacifisti in senso deontologico non siano gran che consapevoli di questi rischi. Se il principio così individuato è considerato come un assoluto allora non può mai essere confrontato e messo in concorrenza con altri valori. Gli eventuali insuccessi pratici derivanti dall’applicazione del principio (la prova dei fatti) non scalfiscono minimamente il valore che è stato assunto. Il tutto in linea con la convinzione che le conseguenze non interessino più di tanto: “Il mio dovere l’ho fatto, accada ciò che vuole”.

24. Qualche esempio particolare. Discutiamo più concretamente qualche caso. Almeno i casi principali. Chi è religioso è facile che, per fondare la pace, invochi la legge divina. Spesso in ambito cristiano si cita il Vangelo come legge suprema. Tuttavia ciò non sempre sembra bastare. Il caso di Tolstoj mostra come ci si possa trovare in disaccordo anche a partire dal Vangelo. Tolstoj riteneva che il vangelo predicasse una forma radicale di nonviolenza e ciò lo portò allo scontro con la sua Chiesa. Il moscovita patriarca Kirill oggi benedice la guerra di Putin. Il Catechismo della Chiesa cattolica sostiene invece la teoria della “guerra giusta” discostandosi dalla prospettiva deontologica (vedi oltre). Non ci potrebbero essere interpretazioni più divergenti dello stesso principio.

Secondariamente, tra i deontologisti c’è chi preferisce fondare il principio della pace sulla legge umana, sulle prescrizioni del diritto. In Italia, ad esempio, c’è chi sostiene che la nostra Costituzione proibirebbe la guerra in tutte le sue forme. Secondo i pacifisti che fondano la pace sulla Costituzione, poiché la Costituzione proibisce la guerra, il nostro Paese non dovrebbe neppure partecipare alle missioni internazionali di pacificazione, non dovrebbe produrre e vendere armi. Non dovrebbe stare nella NATO. In teoria non dovrebbe neppure possedere un esercito e (forse) non dovrebbe neppure difendersi in caso di aggressione. È evidente che una simile interpretazione della Costituzione istituirebbe la Pace non solo come obbligo morale o politico individuale ma anche come obbligo legale per tutti i cittadini italiani e le loro istituzioni. In realtà sappiamo che la questione è piuttosto controversa. Secondo autorevoli giuristi, sembra che la Costituzione proibisca certamente le guerre di aggressione. Tuttavia non è certo che proibisca le guerre di difesa e/o di resistenza. Altrimenti non sarebbe stato neanche previsto un Ministero della Difesa.

In terzo luogo è stata spesso indicata come fondamento della pace una convinzione della coscienza, intima e individuale, che imporrebbe all’ individuo di non indossare divise, di non portare armi, di non fare il servizio militare, di rifiutare dunque la guerra, o anche tutte le forme di violenza. Si tratta della cosiddetta obiezione di coscienza. Si tratta questo di un principio che non è fatto valere per tutte le coscienze o per le istituzioni ma limitato alla coscienza individuale. L’obiettore, insomma, ammette che gli altri eventualmente facciano la guerra, tuttavia rivendica per sé la prerogativa di seguire la propria coscienza e di rifiutarsi di farla. Il principio dell’obiezione di coscienza è stato accolto – com’è noto – dalla legge italiana dopo molte controversie (è appena il caso di ricordare in merito la figura di Don Milani[29] e la sua polemica con i cappellani militari). Naturalmente anche in questo caso la convinzione intima può derivare da una pluralità di fonti, dall’adesione a qualche religione, dall’adozione di un qualche imperativo morale, o simili, da un sentimento di amore verso tutti gli umani o addirittura verso tutti gli esseri viventi. Molte delle argomentazioni individuali addotte per l’obiezione di coscienza possono essere legate non solo al rifiuto della guerra ma anche al rifiuto di ogni violenza.

25. Consequenzialisti. Vediamo ora l’altra posizione metaetica. Secondo la prospettiva consequenzialista, o dell’etica della responsabilità, non accade mai che un’azione sia buona o cattiva in sé, ma va sempre valutata in base ai suoi effetti o conseguenze. Una scelta è buona solo se produce conseguenze buone, anche e soprattutto nel caso specifico. Unico criterio normativo che deve stare alla base della scelta sono dunque le conseguenze. Questo orientamento si richiama alla responsabilità di colui che sceglie la linea di condotta. L’eventuale ossequio a principi a-priori implicherebbe invece laderesponsabilizzazioneindividuale e una universalizzazione irrealistica. Per comprendere questa posizione ci si può rifare dibattito intorno alla questione dell’obbedienza assoluta alle leggi. Se n’è discusso alquanto a proposito del caso Eichmann. Se obbedire alla Legge o allo Stato è sempre un atto dovuto, allora non si sarà mai responsabili delle eventuali conseguenze dannose. Deontologicamente, in senso stretto, Eichmann avrebbe avuto perfettamente ragione. La sentenza di condanna contro Eichmann – piaccia o no – è stata pronunciata in un quadro consequenzialista.

Mentre sul piano deontologico, il principio della pace è considerato come universale, sul piano del consequenzialismo invece non può mai essere considerato come universale, deve sempre essere messo in relazione alle specifiche situazioni. Dipende, in altri termini, dalle circostanze. Questo significa che il principio della pace, come ogni altro principio, viene considerato come contingente. Poiché le conseguenze di una scelta possono essere diverse da caso a caso, nella prospettiva consequenzialista è ammesso dare valutazioni diverse a seconda dei casi. In certi casi si può decidere per la pace, in altri per la guerra. Dato quest’approccio per così dire minimalista, i consequenzialisti tendono a non assolutizzare le loro scelte e così rischiano assai meno di incorrere nel perfezionismo morale o nel fanatismo.

26. Obiezioni. Un’obiezione al consequenzialismo è che non possiamo conoscere tutte le conseguenze delle nostre scelte, per cui il processo decisionale per essere corretto dovrebbe essere infinito. Inoltre tutti i principi sarebbero relativizzati alle singole situazioni esaminate. Ogni decisione sarebbe unica e diversa da ogni altra. In questo modo il mondo dei valori diverrebbe altamente instabile, sottoposto all’arbitrio valutativo di ciascun singolo e di ciascuna situazione. Un’altra obiezione è che possiamo non trovarci d’accordo sull’analisi delle conseguenze, poiché, in quanto umani, ragioniamo sempre in condizioni di incertezza o di relativa ignoranza. Oppure siamo sempre sottoposti ai condizionamenti più diversi. Il consequenzialista dunque non avrebbe alcuna garanzia di essere nel giusto, non potrebbe mai rifarsi ad alcun fondamento consolidato. I consequenzialisti risponderebbero che è proprio così, che queste sono le autentiche condizioni di ogni scelta morale.

 

27. Qualche implicazione. Vediamo qualche concreta implicazione. Nello specifico della guerra russo-ucraina, i pacifisti deontologici anche più soggettivamente sinceri si stupiscono di essere considerati spesso come “amici di Putin”. In realtà essi, adottando deontologicamente il principio della pace, facendo dunque il loro “dovere”, non si faranno mai carico delle specifiche conseguenze delle loro azioni, anche quando siano abbastanza prevedibili. Ad esempio, è fattualmente abbastanza chiaro che se si togliessero gli aiuti militari all’Ucraina, questa sarebbe facilmente sopraffatta. I deontologisti tuttavia non si sentono minimamente imbarazzati da simili conseguenze, perché le conseguenze non li riguardano affatto. Se tutti ragionassero come loro, Putin avrebbe già vinto. Ma questo, appunto, non li riguarda proprio. E così si stupiscono di essere considerati “alleati oggettivi” di Putin.

Anche gli interventisti consequenzialisti (si noti che i consequenzialisti possono anche essere non interventisti) hanno un dilemma da risolvere. Accettando la guerra, anche dopo articolata riflessione, non possono che accettarne anche le gravose conseguenze, le quali si manifesteranno però solo dopo la scelta. Essi, al momento della scelta avevano ritenuto che le conseguenze sarebbero state tutto sommato accettabili se messe a confronto con un male peggiore che sarebbe derivato se avessero deciso altrimenti. Tuttavia costoro si espongono alla confutazione da parte della realtà. La posizione dei deontologi resta invece inconfutabile. Il consequenzialista interventista può essere comunque accusato di avere scelto il male minore della guerra, perché è comunque un male. Ma potrebbe anche essere ancor più accusato qualora il male minore si riveli essere in realtà un male peggiore. Il consequenzialista non può mai avere la coscienza del tutto tranquilla, finisce sempre per avere in qualche modo le mani sporche. E questo può sempre essergli rimproverato dal deontologo (il quale può sempre comodamente dire “Non in mio nome!”). In altri termini, i consequenzialisti sono indotti, in ogni situazione, a cercare di calcolare e prevedere i risultati (di cui saranno comunque responsabili, nel bene e nel male) e a scegliere di conseguenza. Ai deontologi invece non importa dei risultati specifici, dei quali non si sentono responsabili. Per loro conta solo l’aderenza al principio assoluto.

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28. Dell’incompatibilità delle due posizioni. Possiamo domandarci a questo punto se sia possibile conciliare queste due prospettive. Ebbene, no, non è possibile. Si può solo stare da una parte o dall’altra. Si può, volendo, argomentare a favore dell’uno o dell’altro punto di vista, in maniera più o meno convincente, ma mai in termini risolutivi. Per questi due mondi, “fare la cosa giusta” può significare cose completamente diverse.

Che fare allora? Di fronte a questi due orientamenti incompatibili si finisce spesso per scegliere una modalità o l’altra a seconda dei casi. Diciamo pure a seconda della convenienza del momento. Si finisce per formulare delle argomentazioni miste che possono essere anche abbastanza ridicole. Ci sono tuttavia dei soggetti che sono invece più costanti e tendono più o meno a essere sempre deontologi oppure sempre consequenzialisti, in base a un atteggiamento personale spesso poco consapevole. Una specie di predisposizione.

Mi permetto qui di suggerire una scappatoia. Di porre all’attenzione la possibilità di adottare un criterio di tipo decisamente pragmatico, un criterio piuttosto “a spanne”, anche se si tratta di un criterio piuttosto vicino al modo di pensare consequenzialista. Si tratta di far ricorso alla casistica empirica nota, all’esperienza passata. Nella storia passata hanno avuto migliori risultati (cioè, hanno fatto meno disastri) coloro che hanno applicato ciecamente i loro valori o principi, oppure coloro che hanno esaminato attentamente e prudentemente le possibili conseguenze delle loro scelte? Cosa convien fare in generale, sulla base del senno di poi? È chiaro che ciascuno formulerà la propria risposta. Dal mio punto di vista, da un esame spassionato, emerge come i consequenzialisti siano meglio adattati alla democrazia. Le ragioni dovrebbero essere facilmente ricavabili da chiunque conosca appena un po’ le regole elementari della democrazia. Propongo al lettore questo compito come esercizio. Sono disposto a correggere gli elaborati.

29. La teoria della guerra giusta. Il caso più celebre di consequenzialismo è senz’altro quello della teoria della guerra giusta[30] alla quale val la pena di riservare uno spazio particolare. È una teoria che risale addirittura ad Agostino e a Tommaso d’Aquino[31]. Prima ancora si trova, ad esempio, in Cicerone. È stata ripresa nell’ambito del giusnaturalismo moderno e, per suo tramite, è giunta fino a noi. A tutt’oggi è una teoria che ha molti sostenitori ed è ancora ampiamente dibattuta. C’è una letteratura immensa sull’argomento. In campo filosofico, tra i sostenitori contemporanei della teoria della guerra giusta possiamo annoverare i filosofi Michael Walzer[32] e Norberto Bobbio[33].

La premessa minimale della teoria è che le guerre non sono tutte uguali. Ci sono guerre inique e guerre giuste. Le guerre giuste si distinguono per essere tali sia nelle motivazioni che le hanno scatenate (jus ad bellum) sia nella condotta sul campo (jus in bello). Per quel che concerne lo jus ad bellum, la sola guerra giusta tendenzialmente è quella che è messa in atto per difendersi da una aggressione. La guerra di offesa non è mai giusta. Nel corso della complessa storia di questa teoria sono state dettate precise condizioni affinché si possa parlare di guerra giusta. Abbiamo, nell’ordine: 1) La giusta causa. 2) La retta intenzione. 3) L’autorità appropriata (legale) e la dichiarazione pubblica. 4) La guerra come ultima risorsa. 5) La probabilità di successo. 6) La proporzionalità. Entrare nel merito dei punti precedenti esula dalle finalità di questo scritto. Il lettore che fosse interessato non farà fatica a trovare un’adeguata documentazione. Va segnalato che l’epiteto di “guerra giusta” non ha in questo caso alcun significato morale, bensì ha un significato giuridico. È definita giusta la guerra che abbia determinati requisiti accertabili in base alla tecnica giuridica. La teoria permette dunque di esprimere un giudizio di tipo giuridico sulla guerra. Il giudizio ovviamente, come tutti i giudizi, potrebbe anche essere errato. Potrebbe anche essere riconsiderato nel caso del sopravvenire di nuovi dati.

Non manca chi ha fatto notare come la teoria della guerra giusta sia del tutto corretta ma che nessuna delle guerre passate sarebbe in grado di passare la prova, se questa fosse condotta in maniera rigorosa. Questa teoria si presta soprattutto a essere impiegata quando in sede internazionale un consesso di nazioni (ad esempio in sede ONU) deve decidere se operare o meno un intervento. Come accade facilmente nelle faccende umane, la teoria è tuttavia stata anche usata strumentalmente dai bellicisti. L’aggressione americana all’Iraq nel 2003, ad esempio, è stata giustificata anche col pretesto che fosse una guerra giusta[34]. In quell’occasione fu anche elaborata una assai discutibile dottrina della guerra preventiva. Occorre dunque tener conto di un possibile uso ideologico e propagandistico della teoria della guerra giusta. Le strumentalizzazioni non bastano tuttavia a invalidarla e, come si diceva, è ancora ampiamente dibattuta.

Taluni hanno sostenuto – lo riporto per imparzialità affinché siano chiare tutte le posizioni – che la teoria della guerra giusta poteva valere per le guerre convenzionali. Non varrebbe più ora che c’è la possibilità della guerra atomica. Norberto Bobbio ha discusso ampiamente su questo punto. Il problema è che la possibilità della guerra atomica non ha messo fuori mercato le altre guerre convenzionali. E su queste, che sono di fatto le uniche a essere praticate, è comunque il caso di pronunciarsi. In effetti l’arma atomica ha una funzione di deterrenza ed è poco probabile che venga mai più usata (dopo il caso del Giappone) poiché con la tecnologia odierna l’uso dell’arma atomica implicherebbe la mutua distruzione assicurata. Le guerre convenzionali hanno invece molta più probabilità di essere utilizzate e di fatto lo sono. Abbiamo dunque bisogno anche di ragionare circa il da farsi relativamente alle guerre non atomiche.

Ma avremmo anche bisogno di ragionare rispetto alle armi atomiche. Negli ultimi decenni l’arsenale atomico mondiale è rimasto congelato dal TNP (Trattato di non proliferazione nucleare) e l’opinione pubblica non pare si sia mai preoccupata più di tanto circa la questione dello smantellamento. Solo nel 2017 è stato proposto da un ristretto gruppo di Paesi il TPNW (Trattato per la proibizione delle armi nucleari) cui però non hanno aderito gli Stati possessori delle bombe o aspiranti tali. Certi pacifisti si rifiutano di mandare qualche cartuccia e qualche obice agli Ucraini che stanno facendo la loro resistenza, un caso cioè che sarebbe generalmente riconosciuto come guerra giusta, ma non dedicano neanche un tweet alla causa della messa al bando delle armi nucleari. Meno male che ci ha pensato Putin a riproporre la questione.

30. L’ambiguo caso della Chiesa cattolica. Come ho spiegato ampiamente in un mio saggio precedente[35], da sempre la Chiesa cattolica sostiene esplicitamente la dottrina della guerra giusta, fin da Agostino e Tommaso d’Aquino. Nel mio saggio ho mostrato dettagliatamente come il Catechismo della Chiesa cattolica sia totalmente incentrato intorno alla teoria della Guerra giusta. Ciò significa l’adesione piena a una prospettiva consequenzialista. Ciononostante, il Papa nel suo attuale pubblico insegnamento mostra di condividere una prospettiva deontologica talvolta assai estrema, fino quasi alla nonviolenza tolstojana, cioè alla proibizione di rendere il male con il male. Questo soprattutto quando sono in questione gli aiuti militari e le spese per la difesa. Ma poi il Papa non trae tutte le conseguenze dalla sua adesione alla nonviolenza. Il messaggio è dunque piuttosto ambiguo. Nel Catechismo si teorizza il diritto alla difesa e alla resistenza da parte di chi è aggredito e invece nelle piazze la Chiesa tuona contro l’invio delle armi in Ucraina e contro gli investimenti nella sicurezza. Si tratta di una palese contraddizione che, nel mio saggio, ho sintetizzato nella formula del peace populism. Intendendo con ciò che questa contraddizione sia dovuta principalmente allo scopo più o meno consapevole della Chiesa di ottenere una qualche popolarità a buon mercato. Un pacifismo deontologico e fondamentalista è senz’altro più popolare di un consequenzialismo responsabile.

Va notato che la teoria consequenzialista della guerra giusta della Chiesa cattolica (almeno quella contenuta nel Catechismo) si espone alle critiche deontologistiche di coloro che professano rigorosamente la teoria della nonviolenza. Per rendersene conto, basta mettere a confronto il Catechismo della Chiesa cattolica con Tolstoj[36]. Agli occhi di Tolstoj, il Catechismo cattolico sarebbe da considerarsi come una mera manifestazione di eresia, un vero e proprio tradimento dell’insegnamento di Cristo. Se stiamo alla lettera, è probabile che Tolstoj abbia ragione. Solo la plateale ignoranza dilagante presso il grande pubblico permette oggi alla Chiesa cattolica di sostenere e insegnare la guerra giusta nel Catechismo e, contemporaneamente, di presentarsi come sostenitrice di un pacifismo deontologico nonviolento, senza che nessuno ne ravvisi le incongruenze.

31. Di che pacifismo sei? Da quanto detto, dovrebbe risultare chiaro fin qui che i problemi che questa materia comporta sono davvero complessi e che ciascuno dovrebbe essere attentamente impegnato nel costruire la propria posizione personale. Una posizione comunque che, per la natura stessa della cosa, non sarà alla fine esente da lati oscuri, incongruenze, conseguenze non desiderate. Sarà dunque una posizione che avrà punti forti, ma anche punti di debolezza. Sarà una simile posizione che sarà poi utilizzata per formulare gli opportuni cauti giudizi sui casi concreti. Dovrebbe dunque risultare chiaro che non ci si può accontentare di superficialità e banalità. Se il ragionamento fin qui sviluppato sarà sembrato eccessivo, ebbene pensi il nostro coraggioso lettore che quel che qui è stato fornito è solo un approccio del tutto elementare. La complessità delle questioni è ben maggiore. In altri termini, non c’è via di scampo, bisogna studiare! Vediamo allora in sintesi, ad usumdelphini, quali sono le principali posizioni possibili.

32. Nonviolenti. Abbiamo anzitutto i nonviolenti. Pare questo il caso relativamente più chiaro, sebbene sia il più difficile da mettere in pratica. Riteniamo di doverli collocare in una loro categoria a parte per il fatto che essi hanno, come obiettivo, non tanto la eliminazione della guerra bensì l’eliminazione della violenza in generale. Se poi intendono – come fa Galtung – per violenza anche la violenza sociale (cioè le disuguaglianze, lo sfruttamento, l’impedimento allo sviluppo delle potenzialità umane di ciascuno, la discriminazione e simili) essi sarebbero impegnati nella impresa di costruire, senza fare uso della violenza, una società completamente nuova, in una vera e propria rivoluzione, sia sul piano istituzionale sia sul piano degli individui. Dal punto di vista metaetico, l’approccio dei nonviolenti è generalmente di tipo deontologico, con tutti i suoi pregi ma anche con i difetti che abbiamo ampiamente discusso in precedenza. I nonviolenti, posti di fronte alla guerra, si troveranno comunque a dover affrontare e risolvere la molteplicità dei dilemmi circa la pace e la guerra che abbiamo segnalato. In particolare, potranno facilmente trovarsi di fronte alla incongruenza dei valori e ai paradossi derivanti dal “non opporsi al male con il male”. E al rischio del fanatismo. Un problema particolare poi è quello della efficacia effettiva in termini pratici della metodologia nonviolenta.

33. Pacifisti assoluti. Abbiamo poi i pacifisti deontologici. Sono coloro che – per i principi più diversi – scelgono sempre la pace, “senza se e senza ma”. Costoro potrebbero essere definiti come pacifisti assoluti. Diciamo pure che costoro, per quanto ampiamente variegati al loro interno, costituiscono un blocco relativamente monolitico. Questa posizione deve comunque risolvere il problema (che non hanno i nonviolenti) di identificare cosa si debba intendere per guerra, cioè di identificare l’oggetto della loro opposizione. Abbiamo visto che l’oggetto guerra è piuttosto fuzzy e, a seconda di quel che si intende, può produrre comunque già delle differenziazioni interne assai marcate nello schieramento. Ci possono essere posizioni assai radicali ove si vietino la produzione e il commercio di armi, ove si chieda lo smantellamento degli eserciti, ma anche ove si vietino i cosiddetti interventi umanitari, le varie forme di interposizione, oppure gli interventi dell’ONU. Ove si condannino nel passato e nel futuro tutte le forme di resistenza armata e ove si condanni anche la guerra passata al nazifascismo. C’è poi anche chi intende la pace solo come obiezione di coscienza individuale (la riserva solo per sé e non la impone agli altri) e chi la intende invece come norma legale da imporre a tutti attraverso una Costituzione. Anche i pacifisti deontologici possono facilmente trovarsi di fronte alla incongruenza dei valori e al paradosso di “non opporsi al male con il male”. E al rischio del fanatismo. Il pacifismo assoluto sembrerebbe dunque la posizione più facile ma al proprio interno, osservando un minimo di rigore, può riservare molti problemi piuttosto difficili da risolvere.

34. Pacifisti relativi. Ma l’elenco non è finito. L’approccio metaeticoconsequenzialista pone più di un problema, per quel che riguarda il da farsi rispetto alla pace (e alla guerra). Se i pacifisti deontologici sceglieranno pressoché sempre la pace, senza badare alle conseguenze, i consequenzialisti invece potranno essere indotti a scegliere, in casi specifici diversi, sia la pace sia la guerra. Ma allora, i consequenzialisti sono da considerare come pacifisti o non piuttosto come bellicisti? Oppure vanno considerati di volta in volta, solo sulla base della loro scelta del momento? Risultando così come dei ballerini morali che transitano troppo facilmente da una posizione all’altra?

Una dieta ricostituente 09Facciamo un esempio per capirci. Bertrand Russell (1872-1970) è ritenuto generalmente un’importante figura di filosofo e attivista pacifista. È famoso per essersi impegnato per la messa al bando delle armi atomiche. Si è opposto alla partecipazione della Gran Bretagna alla Prima guerra mondiale. Per questo fu privato della cattedra e fu perfino incarcerato. Eppure Russell, dopo un notevole impegno per prevenire il conflitto, giunse ad approvare la guerra contro la Germania nazista. Come dovremmo considerare la sua posizione? Siamo in presenza di un pacifista eroico, oppure di un bellicista guerrafondaio? Oppure di un voltagabbana? Russell ha chiarito la sua posizione in un famoso articolo del 1943[37] nel quale egli si considera non un pacifista assoluto ma “pacifista politico relativo”[38]. Ben al di là di essere un altalenante, egli si considera dunque un pacifista perfettamente coerente. Ma come tale, e proprio in quanto tale, ammette che talune guerre vadano appoggiate. Va da sé che i nonviolenti e i pacifisti assoluti difficilmente accetterebbero Russell in loro compagnia.

Se non vogliamo trattare anche Russell come un guerrafondaio allora non possiamo fare altro che accettare la sua argomentazione e ampliare la nostra classificazione dei pacifisti. Avremo allora, da un lato, i pacifisti assoluti che deontologicamente scelgono sempre la pace e poi avremo, d’altro canto, anche i pacifisti non assoluti, pacifisti “relativi”, che non scelgono sempre la pace e si riservano di giudicare caso per caso. Dovrebbe essere abbastanza chiaro, almeno a partire dall’esempio di Russell, che i pacifisti relativi non possono essere assimilati tout court ai bellicisti (i quali sceglierebbero pressoché sempre la guerra). Assumiamo dunque che non basta dare un appoggio circostanziato a una certa guerra, per essere considerati tout court bellicisti o guerrafondai. Si può combattere Hitler anche in nome della causa della pace. Anche qui, le distinzioni sono importanti, non si tratta della stessa cosa! Nella recente letteratura anglosassone sulla pace e sulla guerra si parla tranquillamente di relative pacifism, di contingentpacifism, oppure di conditionalpacifism. Se non si accetta questa soluzione si corre il rischio di screditare una categoria di pacifisti sicuramente numerosa e ben impegnata. Facendo un cattivo servizio alla causa della pace. Si tratterebbe dunque di ammettere una buona volta che i pacifisti relativi siano comunque dei pacifisti a pieno titolo e che un pacifista in certi casi possa anche stare dalla parte della guerra. Pazza idea! Ancora una volta, questa non è una questione che può essere affrontata in maniera schematica. Il pericolo del fanatismo è sempre alle porte.

35. Pacifisti relativi insufficienti. I pacifisti relativi (che non possono che essere consequenzialisti) costituiscono tuttavia un gruppo davvero composito, spesso diviso al proprio interno in base alle diverse analisi condotte circa l’opportunità o i costi e i benefici delle diverse scelte di pace o di guerra. È il caso di ricordare che molti pacifisti relativi (forse la maggioranza!) sembra che, nel caso del conflitto russo – ucraino, abbiano optato proprio per la pace (cioè, di fatto, per la resa incondizionata dell’Ucraina). Sembra tuttavia che i pacifisti relativi facciano notizia solo quando scelgono di appoggiare la guerra. Nel caso della guerra russo – ucraina, diversi di loro hanno appoggiato la resistenza ucraina, fino ad approvare le sanzioni, l’invio di armi, guadagnandosi così l’appellativo dispregiativo di pacifisti con l’elmetto. Ugualmente hanno approvato l’aumento delle spese militari per la sicurezza, beccandosi l’accusa di essere dei guerrafondai e di voler togliere risorse alla sanità, all’istruzione e a una miriade di altre buone cause.

Il livello decisamente poco elevato dell’attuale dibattito italiano sulla guerra in Ucraina suggerisce, ahimè, una pessimistica considerazione circa i molti pacifisti relativi che sono in circolazione. Tra i quali può essere anche collocato il già citato prof. Orsini. Nonostante il parere autorevole di Ockham[39],per tutti costoro mi verrebbe di suggerire una nuova categoria, quella dei pacifisti relativi insufficienti. Se non piace questo termine, si potrebbe anche parlare di pacifisti relativi deboli. Come diceva Viano: “di quelli che non ce la fanno”. O, ancora, di pacifisti relativi opportunisti. Che abbiano optato per la pace o per la guerra, costoro, come consequenzialisti, mostrano abbastanza palesemente di avere operato la loro scelta in base ad analisi assai discutibili delle conseguenze. Purtroppo, l’analisi delle conseguenze non sempre è caratterizzata da onestà e imparzialità, da considerazioni approfondite e di ampio respiro. Talvolta può essere caratterizzata da basse e ciniche convenienze, da abietti e futili motivi. Non tutti si chiamano Bertrand Russell. Non tutti si chiamano Albert Einstein (il quale sulla guerra a Hitler ha sostenuto posizioni analoghe a quelle di Russell). L’analisi delle conseguenze poi può non sempre essere caratterizzata dall’impiego di dati fondati e deduzioni logicamente corrette. Dunque, bisogna purtroppo riconoscerlo, il consequenzialismo è in fin dei conti fin troppo democratico. Ce n’è davvero per tutti i gusti, e anche gli imbecilli sono comunque sempre autorizzati a fare la loro brava analisi delle conseguenze. Del resto in una democrazia è senz’altro giusto che sia così. La democrazia dovrebbe essere così robusta da scoraggiare gli imbecilli e invece li subisce continuamente. E forse li alimenta.

36. Utilitarismo e verità. I pacifisti relativi insufficienti, che sono una legione, non sono purtroppo una sorpresa poiché abbiamo già sottolineato la possibile parentela del consequenzialismo con le etiche utilitaristiche. L’utilitarismo tradotto in pratica purtroppo spesso dimentica il principio cardine che lo dovrebbe improntare, il principio della “maggior felicità per il maggior numero”[40],e tende a scadere in mero opportunismo individualistico. Questo è il motivo per cui, in ambito consequenzialistico occorre sempre esercitare una grande vigilanza affinché l’analisi delle conseguenze non sia viziata dagli innumerevoli bias in cui ci si può imbattere. Mentre in campo deontologico il dibattito non può che vertere intorno ai valori universali (i quali però per lo più si assumono a torto o a ragione senza gran ché dibattere), in campo consequenzialista invece il dibattito è essenziale.Dovrebbe sempre essere approfondito, ampio, documentato, e soprattutto pubblico, per permettere la formazione di un’opinione pubblica matura e consapevole. In altri termini, per fare bene i consequenzialistibisogna studiare. Mi permetto in proposito di richiamare una considerazione recentemente espressa da Emanuele Parsi[41], e cioè che le democrazie non possono proprio funzionare al di sotto di una certa soglia di circolazione della verità. A maggior ragione, ciò dovrebbe valere di fronte a questioni gravi come quelle della pace e della guerra. Occorrerebbe dunque un forte commitment per la verità. È invece un dato fatto che il pubblico medio attuale non si occupa di politica e men che mai di politica internazionale. E le informazioni che circolano sono quelle che corrono sui social media e sui media nazionali. E, soprattutto, i nostri pacifisti relativi insufficienti tendono a decidere piuttosto irresponsabilmente con un tweet o con un Like, magari in base a un bel corredo di fake.

37. Per concludere. Lo scopo di questo saggio, divenuto ormai fin troppo lungo, era quello di fornire alcuni strumenti elementari di analisi a chi volesse condurre una riflessione indipendente e non banale sulle questioni della guerra e della pace. Lo scopo era anche di esercitare un’opera minima di chiarificazione del linguaggio che, su questo tema, è oggi davvero molto inquinato. Spero di avere mostrato ancora una volta come la filosofia possa disseminare dubbi piuttosto che propinare certezze e come possa rappresentare tuttavia uno strumento critico nei confronti per lo meno delle forme più crasse di superficialità. Ho cercato di essere il più obiettivo possibile, non rinunciando ovviamente di volta in volta a esprimere le mie opinioni. Per rispetto nei confronti del lettore, mi sono tuttavia sforzato di rendere sempre ben distinguibili le mie analisi argomentate dalle mie opinioni e valutazioni. Ringrazio i pochi lettori che siano giunti fin qui, sperando di avere fatto loro un qualche buon servizio. Disponibilissimo a ricevere critiche e osservazioni. E a ricevere, qualora fosse il caso, anche qualche ringraziamento. In ossequio al motivo kantiano del “legno storto”, non mi faccio comunque nessuna illusione che tutto ciò possa servire a migliorare anche di un solo millimetro la nostra etica pubblica.

Opere citate

2021 AA. VV., (a cura di), Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo. Decima edizione, Terra Nuova Edizioni.

1962 Aron, Raymond, Paix et guerre entrelesnations, Calmann-Lévy, Paris.Tr. it.: Pace e guerra tra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano, 1970.

1990 Berlin, Isaiah, “Alla ricerca dell’ideale”, in AA., VV. (a cura di), Etica ed economia, La Stampa, Torino. [1988]

1984 Bobbio, Norberto, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna.

1989 Bobbio, Norberto, Il terzo assente. Saggi e discorsi sulla pace e sulla guerra, Edizioni Sonda, Torino.

1991 Bobbio, Norberto, Una guerra giusta? Sul conflitto del Golfo, Marsilio, Venezia.

2010 Losurdo, Domenico, La non-violenza. Una storia fuori dal mito, Laterza, Bari.

1967 Erasmo, da Rotterdam, Il lamento della Pace (a cura di Luigi Firpo), UTET, Torino. [1517]

1969 Galtung, Johan, “Violence, Peace, and Peace Research”, in Journal of Peace Research, Vol. 6, No. 3 (1969), pp. 167-191.

1995 Kant, Immanuel, Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, in Kant, Immanuel, Scritti di storia, politica e diritto (a cura di Filippo Gonnelli), Laterza, Bari. [1784]

1965 Milani, Lorenzo (Don), L’obbedienza non è più una virtù, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze.

1991 Kant, Immanuel, Per la pace perpetua (a cura di salvatore Veca), Feltrinelli, Milano. [1795]

2022 Parsi, Vittorio Emanuele, Il posto della guerra e il costo della libertà, Bompiani, Milano.

1992 Rousseau, Jean-Jacques, Il contratto sociale (a cura di Tito Magri), Laterza, Bari. [1762]

1943-44 Russell, Bertrand, “The Future of Pacifism”, in The American Scholar, Vol. 13, No. 1 (Winter 1943-44), pp. 7-13.

2009 Tolstoj, Lev, La confessione, Feltrinelli, Milano. [1882]

1988 Tolstoj, Lev Nikolàevič, La mia fede, Editoriale Giorgio Mondadori. [1884-1892]

1894 Tolstoi, Leone, Il Regno di Dio è in voi, Fratelli Bocca, Roma.

1997 Walzer, Michael, Just and Unjust Wars, Basic Books, Harper Collins Publishers. Tr. it.: Guerre giuste e ingiuste. Un discorso morale con esemplificazioni storiche, Liguori, Napoli, 1990.

[1]Ho iniziato a scrivere questo saggio pochi giorni dopo il 24 febbraio 2022, data dell’aggressione all’Ucraina da parte della Russia. Per questo sono andato a ripescare materiali relativi alla mia attività di insegnamento, insieme a una gran quantità di vecchi appunti e scritti risalenti al periodo delle guerre jugoslave e al periodo della occupazione dell’Afghanistan. Ricordo in proposito di avere dato un mio perdurato contributo alla Campagna contro le mine antiuomo in Afghanistan, condotta dall’ICS. La stesura del saggio è durata per tutti questi lunghi mesi di guerra, nel corso dei quali ho potuto tuttavia assistere al pressapochismo sia del dibattito mediatico sia delle prese di posizione delle diverse forze politiche, pacifisti compresi. Ho potuto assistere anche alle incertezze, alle ambiguità e al tradimento della causa dei resistenti ucraini da parte di molti degli appartenenti alla mia stessa parte politica, fattori questi spesso uniti all’ignoranza e allo stravolgimento della verità storica. Ho pensato più volte di lasciar perdere. Che non ne valesse proprio la pena. Ho trovato la motivazione minima per condurre a termine questo lavoro dopo la liberazione di Kherson. Slava Ukraini!

[2]Cfr. AA. VV. 2021.

[3]Si noti che possono ben sussistere conflitti d’altro tipo, considerati come accettabili o addirittura utili e indispensabili. Come, ad esempio, il conflitto tra i candidati in una democrazia.

[4] Putin dichiara che la sua è un’operazione militare speciale, ma poi dichiara la mobilitazione “parziale” come se fosse in guerra. D’altro canto, l’Ucraina non ha mai dichiarato guerra alla Russia. Si è trovata in guerra suo malgrado.

[5]Si veda il noto saggio di Erasmo da Rotterdam: Il lamento della pace. Cfr. Erasmo da Rotterdam 1967[1517].

[6] È il caso di far notare che perché si possa parlare di guerra occorre che ci siano delle comunità politiche. La nozione di guerra dunque ha poco a che vedere con la questione dell’aggressività umana, com’è stata trattata dagli etologi, o dagli psicologi. Certo, l’aggressività rappresenta uno dei substrati biologici della guerra. Ma si può dire la stessa cosa anche del pollice opponibile.

[7] Cfr. Bobbio 1984: 124.

[8] La definizione di ciò che è considerato violento è senz’altro di tipo storico e culturale. Certi rituali primitivi erano – e sono talvolta tuttora – violenti. Violenti i sacrifici, animali ma anche umani, previsti da talune religioni. Violenti certi metodi educativi, o certe modalità nel rapporto tra uomo e donna. Taluni considerano violento il cibarsi di carne animale o di certi prodotti animali. Qualcuno considera violento anche l’uso di certi aggettivi o espressioni linguistiche. Ma violenza è anche quella legale, esercitata dallo Stato. È nozione comune il fatto che lo Stato moderno abbia il “monopolio della violenza”.

[9] Scrivo “nonviolenza” senza il trattino seguendo un’indicazione di Aldo Capitini.

[10]La definizione è tratta da Wikipedia, versione in lingua inglese. La traduzione è mia.

[11]Di questa crisi è dato conto nello scritto La confessione. Cfr. Tolstoj 2009.

[12] Trascrivo per comodità del lettore quello che secondo Tolstoj costituirebbe l’autentico comandamento del Discorso della Montagna. Il testo è banalmente tratto da Wikipedia:

“Primo precetto (Matteo, V, 21-26). L’uomo non solo non deve uccidere l’uomo, ma nemmeno adirarsi contro di lui, suo fratello; non deve disprezzarlo né considerarlo “stupido”. Se avrà questionato con qualcuno dovrà riconciliarsi con lui prima di offrire i suoi doni al Signore, vale a dire prima di accostarsi a Dio con la preghiera.

Secondo precetto (Matteo, V, 27-32). L’uomo non solo non deve commettere adulterio, ma neppure servirsi della bellezza della donna per il proprio piacere; e se sposa una donna, deve restarle fedele per tutta la vita (nella tradizione cattolica corrente sono qui unificate la seconda e terza antitesi).

Terzo precetto (Matteo, V, 33-37). L’uomo non deve impegnarsi in niente, sotto giuramento.

Quarto precetto (Matteo, V, 38-42). L’uomo non solo non deve rendere occhio per occhio, ma quando qualcuno lo percuote su una guancia, deve porgergli l’altra; deve perdonare le offese, sopportarle con rassegnazione e non rifiutare nulla di ciò che gli venga chiesto.

Quinto precetto (Matteo, V, 43-48). L’uomo non solo non deve odiare i suoi nemici e combatterli, ma deve amarli, aiutarli e servirli”.

[13] Nella filosofia di Hobbes, lo stato di natura è descritto come una lotta violenta di tutti contro tutti, dove è contemplata l’uccisione del nemico. In Hegel la violenza è generatrice della Storia. Si ricordi la sua metafora del bancone del “macellaio della storia”. La volontà schopenhaueriana è eminentemente conflittuale e violenta. In alcuni aspetti della filosofia di Nietzsche la violenza è contemplata come fondamento stesso della realtà. La teoria darwiniana – che è teoria scientifica – implica, di fatto, la predazione che rappresenta comunque una forma di violenza. Ma una vera e propria filosofia della violenza è contenuta nel darwinismo sociale che è uno stravolgimento della teoria darwiniana. Molte filosofie della razza si fondano sul conflitto razziale inteso come motore della storia. Nonostante molte ragguardevoli filosofie abbiano posto come fondamento la violenza, nella storiografia filosofica si esita a riconoscere l’esistenza di una corrente sotterranea che potremmo chiamare violentismo. Quando si vuol dire qualcosa del genere di solito si ricorre al realismo politico. Ma non è la stessa cosa.

[14]Osserva Bobbio che, mentre si può pensare a una pace perpetua, assai più raramente è stato elaborato il pensiero di una guerra perpetua. I bellicisti che ammettono la guerra normalmente la considerano come un elemento temporaneo, da concludersi con una pace. Sorge dunque il dubbio che i bellicisti possano, in qualche misura, essere considerati minimamente pacifisti.

[15]Coloro che sono contrari alle spese militari di solito lo sono per principio. E tendono a non considerare se la situazione attuale internazionale sia o meno una situazione di insicurezza. Il problema sembra non li riguardi. Posto che si ammetta di essere in una situazione di insicurezza, non spiegano se in tal caso si debba ugualmente procedere con un disarmo unilaterale.

[16]Faccio qui riferimento all’articolo di Andrew Fiala contenuto nella Enciclopedia Stanford. Vedi: Fiala, Andrew, “Pacifism”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Fall 2021 Edition), Edward N. Zalta (ed.), URL = https://plato.stanford.edu/archives/fall2021/entries/pacifism/.Fiala è uno tra i più importanti studiosi anglosassoni della materia.

[17] Cfr. Rousseau Capitolo IV, Della schiavitù.

[18]Per un orientamento sulla questione si può vedere: Hsieh, Nien-hê and Henrik Andersson, “IncommensurableValues”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Fall 2021 Edition), Edward N. Zalta (ed.), URL = https://plato.stanford.edu/archives/fall2021/entries/value-incommensurable.

[19]Si noti si può sostenere che anche la vita non sia un valore assoluto. E che vada comunque sempre commisurato con altri beni materiali o immateriali altrettanto importanti. È noto che gli umani, essendo animali culturali, sono in grado di sacrificare volontariamente la propria vita, in determinate condizioni. Giusta o sbagliata che sia la decisione. Una riflessione articolata sulla questione si trova nel mio saggio: Durkheim e i “suicide bombers”. Cfr. Finestre rotte: Durkheim e i “suicide bombers”.

[20]Cfr. Kant 1991 [1795].

[21]Cfr. Kant 1995[1784]. La traduzione che propongo qui si trova in Berlin 1990.

[22]Ci siamo rifatti particolarmente ad Andrew Fiala, uno dei più importanti studiosi anglosassoni di queste questioni.

[23] Cfr. Aron 1962.

[24]Cfr. Bobbio :137

[25]Il resto di questo paragrafo è tratto da un mio saggio precedente.

[26]Cfr. Pirjevec 2001: 469 e segg..

[27]La pace può essere trattata anche sul piano della metaetica, cioè attraverso quella disciplina dell’etica che riflette sui metodi dell’etica stessa.

[28]Non posso qui dilungarmi su questa classificazione. Chi fosse interessato troverà ampi ragguagli in merito su un qualsiasi manuale di storia della filosofia o in qualsiasi monografia su Kant.

[29] Cfr. Milani (Don) 1965.

[30] Si noti che il consequenzialismo ha prodotto molte altre argomentazioni a proposito della pace e della guerra.

[31] Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, II-II, Questione 40.

[32]Cfr. Walzer 1997.

[33]Cfr. Bobbio 1984, Bobbio 1989, Bobbio 1991

[34]Detta anche Seconda Guerra del Golfo, fu combattuta nel 2003 anche se gli eventi possono essere datati tra 2003 e 2011. La guerra fu condotta dagli USA (allora presidente era George W. Bush) e da una coalizione dei cosiddetti Volenterosi. Si tratto di una cosiddetta “guerra preventiva”. Le analisi e le inchieste successive dimostrarono che non sussistevano le motivazioni per considerare questa guerra come una “guerra giusta”.

[35]Cfr. il mio saggio Catechismo, guerra e resistenza. Finestre rotte: Catechismo, guerra e resistenza.

[36]Si veda Tolstoj 1988 e Tolstoi 1894.

[37]Cfr. Russell 1943-44.

[38]La qualificazione di “politico” Russell intende distinguere la sua posizione da quella degli obiettori di coscienza.

[39]Il quale sosteneva che le entità (i concetti) non dovrebbero essere moltiplicate se non per estrema necessità.

[40]Il principio benthamiano costituisce un nobile tentativo di universalizzare in qualche modo l’utilitarismo.

[41]Cfr. il recente Parsi 2022.

Risvegli

di Paolo Repetto, 29 luglio 2023

Nelle Vite dei maggiori filosofi Diogene Laerzio racconta di un giovane cretese, Epimenide, che fu mandato un giorno dal padre in campagna a cercare una pecora dispersa. Dopo aver girovagato a lungo il ragazzo, sfinito per il caldo e la fatica, si addormentò in una caverna, per risvegliarsi solo cinquantasette anni dopo. Devo dire che Diogene Laerzio non è particolarmente attendibile, tirava un po’ all’enfasi sensazionalistica, e che altri che hanno scritto di Epimenide prima di lui, come lo stesso Platone e poi Plutarco, non fanno cenno a questo episodio, mentre colui che fu probabilmente la sua fonte, lo storico-geografo Pausania, parla di “soli” quarant’anni. Anche nelle trasposizioni moderne della leggenda (Goethe ne Il risveglio di Epimenide e Washington Irving ne La leggenda di Rip Van Winkle) le cifre sono discrepanti: cinquant’anni di sonno per il primo, venti per il secondo: ma c’è una spiegazione, e la vedremo.

La sostanza della storia è comunque che, a prescindere dalla durata del riposino, al suo risveglio Epimenide trovò il mondo molto cambiato, quasi irriconoscibile (e si parla di sei o sette secoli prima di Cristo). A quanto pare già in gioventù il bell’addormentato era un tipo poco convenzionale (ad esempio, portava i capelli lunghi, contro l’uso dei tempi) ed è naturale che al momento in cui rientrò dal mondo dei sogni la sua eccentricità apparisse ancora più marcata. Ma nelle società antiche la stranezza, se da un lato era vista con sospetto, dall’altro veniva letta come spia di facoltà speciali, in questo caso divinatorie. Epimenide cominciò dunque ad essere chiamato in tutta l’Ellade per fornire consulenze su situazioni difficili. Lo interpellarono anche gli ateniesi, prostrati da un’annosa pestilenza, e il nostro risolvette in quattro e quattr’otto il loro problema, identificandone le cause; poi se ne andò, schivo di onori e rifiutando oltretutto qualsiasi compenso (era davvero un eccentrico). Pare invece che, come sempre accade, non fosse particolarmente apprezzato dai suoi compatrioti, dei quali infatti diceva: “Cretesi, cattive bestie, ventri pigri, mentitori sempre” (questa invettiva gli è attribuita da Paolo di Tarso). Di qui il famoso paradosso del mentitore, per cui, essendo lui cretese, se tutti i cretesi mentono nemmeno lui è credibile, e le sue accuse sono infondate.

Ma non è questo che mi interessa. Mi interessano invece la capacità divinatorie, perché interrogato sull’origine dei suoi poteri Epimenide si scherniva asserendo di non vaticinare rivolgendo lo sguardo al futuro, ma sulla base della conoscenza del passato. Mi pare un’affermazione tutt’altro che scontata, degna nel caso specifico di una riflessione più approfondita: credo infatti che il filosofo-vate non volesse affermare semplicemente che pensare al passato è fondamentale per capire il presente e orientare il nostro futuro, cosa abbastanza ovvia (anche se oggi non lo è affatto). Intendeva dire, sulla base della sua straordinaria esperienza, che chi per qualche motivo è rimasto più strettamente vincolato al passato, o non ha vissuto direttamente i cambiamenti, quando se li trova di fronte è in grado di apprezzarne la reale portata, si rende conto più nitidamente della di-stanza intercorsa. È in fondo ciò che accade a noi tutti, che non avvertiamo i mutamenti che avvengono in noi stessi e nelle persone con le quali abbiamo maggiore consuetudine, mentre li constatiamo sgomenti in coloro che abbiamo perso di vista per venti o più anni.

La cosa mi coinvolge perché in qualche modo un’esperienza simile a quella di Epimenide la sto vivendo anch’io. Provo sempre più spesso la sensazione di risvegliarmi da un lungo letargo e di trovarmi di fronte ad una realtà nella quale non mi raccapezzo. Ne avrei tutti i motivi, perché nel frattempo la trasformazione del mondo ha conosciuto un’accelerazione esponenziale. I cambiamenti che mi sorprendono in realtà io li ho vissuti da dentro, sono passati sulla mia pelle, sul mio corpo, sulle mie speranze e aspirazioni (lasciando anche cicatrici evidenti): eppure, sarà senz’altro per effetto dell’età e del rimbambimento senile, che induce anche patologiche nostalgie, il mondo nel quale mi risveglio ad ogni notizia di telegiornale, ma anche ad ogni esperienza di quotidiana banalità, non lo riconosco, non mi piace, mi respinge (il che potrebbe in fondo essere un bene, perché avrò meno rimpianti al momento di lasciarlo). Insomma, l’impressione è di essermi addormentato sessant’anni fa pieno di certezze e di speranze e di risvegliarmi oggi pieno di dubbi e di delusioni.

Per esemplificare questa sensazione ricorro ad alcune notazioni che ho appuntato in una giornata tipo della scorsa settimana. Non tengo un diario, ma assicuro che è andata proprio così, non sto inventando nulla.

Dopo aver tentato invano di chiudere gli occhi per più di un paio d’ore consecutive, e troppo stanco per leggere, mi piazzo ad un un’ora antelucana davanti al televisore, lasciando scorrere distrattamente le immagini mute e sperando nel loro effetto soporifero. Ad un certo punto però mi imbatto in un vecchio film-documentario, di quelli in voga nei tardi anni cinquanta, che giocavano maliziosamente col pretesto del cinema-verità per offrire agli spettatori immagini che all’epoca apparivano pruriginose. Si tratta di Europa di notte, di Alessandro Blasetti, che quella moda l’ha inaugurata. Mi sono perso tutta la parte “spettacolare”, ma mi godo invece lo spezzone finale, quello davvero documentale, che mostra in bianco e nero una Roma percorsa ai primi chiarori dell’alba dalla cinepresa, a raccontare un lento risveglio dopo i bagordi notturni: una Roma semideserta (per le strade ci sono solo i netturbini e distributori dei pacchi dei giornali alle edicole), grigia ma pulitissima (è quella dei film tardo-neorealistici, tipo Poveri ma belli – quella sporca comincerà ad apparire solo tre anni dopo, con Accattone).

Il caso (?) vuole che uno dei servizi del telegiornale trasmesso immediatamente dopo sia dedicato proprio all’immondizia che sta sommergendo ormai da decenni la capitale. Roba da chiedersi come abbia fatto una città che un tempo dominava il mondo – e già all’epoca era abitata da più di un milione di persone – a ridursi ad un tale letamaio. E non c’è in giro un Epimenide da consultare (se ci fosse se ne andrebbe via di corsa), o meglio, ne vengono consultati una miriade, ma si limitano a intascare il compenso. Soprattutto non c’è l’ombra di netturbini (anche se a ruolo paga ne risultano duemilaquattrocento).

Con la prima sigaretta arriva anche la prima riflessione: allora la mia non è solo una percezione distorta, falsata dalla nostalgia: il mondo che ho conosciuto prima di addormentarmi era molto più pulito, nelle città come nelle campagne, lungo le strade di montagna come sul greto dei fiumi. Come ho già raccontato altrove, nelle campagne non si producevano rifiuti: tutto veniva riutilizzato, legno e carta per le stufe, l’organico per gli animali o come fertilizzante, la plastica non esisteva e le bottiglie di vetro erano preziose, i mobili, gli abiti e persino la biancheria passavano di padre in figlio. Persino le cicche venivano disfatte per recuperare il tabacco. Lungo le strade che salivano al paese e nelle vie interne le cunette erbose erano rasate ogni tre o quattro giorni, a ciascun cantoniere competeva la manutenzione di un tratto e c’era una vera e propria gara a chi lo teneva più in ordine. Anche nelle città funzionava una raccolta minuziosa. A Genova, dove ho trascorso nell’infanzia brevi periodi presso una zia portinaia, lo smaltimento dei rifiuti era quasi un rito, i netturbini erano implacabili con chi non rispettava i tempi e i luoghi del conferimento. Certo, la mia è una visione di superficie, ma almeno la superficie era pulita.

Risvegli 02

Mentre attendo che il caffè gorgogli nella moka il telegiornale prosegue. Un automobilista ubriaco, tra l’altro già privato un sacco di volte della patente, ha sterminato una famiglia che passeggiava tranquillamente a bordo strada. Gli omicidi stradali danno ormai vita ad una rubrica quotidiana, come i femminicidi e le previsioni meteo. Quando mi sono assopito, sessant’anni fa, naturalmente queste cose non accadevano. Mi si obietterà che circolavano forse un cinquantesimo delle auto odierne, ma la realtà è che c’erano anche molti meno ubriachi, alla faccia delle statistiche che vengono sbandierate ad ogni occasione, e quelli che c’erano in genere potevano fare del male solo a se stessi. Durante tutta l’adolescenza e la giovinezza non ricordo comunque di aver mai visto un mio coetaneo sbronzo. C’era sì qualche adulto o qualche anziano che alzava il gomito, ma al massimo capitava di trovarlo steso in una cunetta, dove aveva trascorso la notte dentro la neve, protetto dall’antigelo che circolava nel suo corpo. Oggi, a quanto mi arriva, lo sballo e la sbornia sono diventate abitudini giovanili, riti di passaggio che tendono a protrarsi poi all’infinito, e hanno anche cancellato le differenze di genere.

Al contrario di quanto faccio al solito, dopo il caffè non spengo il televisore. Una sindrome masochistica mi spinge a seguire anche le notizie internazionali. A meno di duemilacinquecento chilometri da noi, distanza che un aereo di linea percorre in tre ore, è in corso una guerra. Dopo quasi un anno e mezzo di carneficina, della quale non conosciamo nemmeno approssimativamente i costi reali, in vite umane, in sofferenze e in distruzioni, siamo a constatare che la cosa potrebbe durare all’infinito, così come evolvere all’improvviso in un disastro globale. Ci siamo già assuefatti, e le notizie dal fronte arrivano ormai di spalla, dopo le polemiche sulla Santanché e su La Russa.

Risvegli 03

Nessuno dei miei coetanei, nati a immediato ridosso dell’ultimo grande conflitto, avrebbe mai immaginato sessant’anni fa una cosa del genere. Si parlava di guerra fredda, è vero, veniva evocato ad ogni piè sospinto lo spauracchio nucleare, ma almeno dalle nostre parti (intendo in Italia, e penso anche al resto d’Europa) nessuno ci ha mai creduto veramente. A differenza che negli Stati Uniti, le aziende produttrici di rifugi antiatomici da noi hanno chiuso velocemente i battenti, e i pochi che sono stati venduti erano più intesi ad esibire uno status che a garantire una improbabile sicurezza.

Questo non significa che le guerre non ci fossero, che non fossero sanguinose e che non ne avessimo notizia. Sapevamo dell’Algeria, del Congo, del Biafra, del Vietnam e di tutti gli altri conflitti in corso in ogni angolo del mondo. Ma almeno li percepivamo come gli ultimi sussulti di un imperialismo in agonia, speravamo che avrebbero chiuso definitivamente la vergogna dello sfruttamento coloniale e aperto ad un mondo più giusto. Non è certamente il caso di quest’ultimo scontro: ed è indubbiamente assai più concreto il rischio di una deriva nucleare, anche se lo si esorcizza parlando di “atomiche tattiche”. Sembra che il mondo si sia rassegnato alla ineluttabilità di questo esito.

Di fronte a tutto ciò appare ancora più colpevole e scandalosa l’impotenza dell’Europa. All’epoca l’Unione Europea era ancora in fasce, esisteva solo per determinati settori economici, ma davvero si credeva che avrebbe potuto evolvere in una realtà politica. Magari eravamo tutti molto più ingenui, e non solo noi ragazzi, ma a volere questa unione era una classe politica che aveva vissuti gli orrori della guerra ed era determinata a non consentire che si ripetessero. Se potesse assistere allo spettacolo offerto dalle istituzioni politiche europee odierne inorridirebbe.

In appendice alle immagini della guerra arrivano quelle degli sbarchi dei migranti dall’Africa e dall’Asia. Nella sola giornata di ieri se ne sono contati settecento, e si sospetta che almeno un centinaio siano scomparsi nelle acque dello Ionio. Non riesco a seguire le polemiche e le dichiarazioni su accoglienza, respingimenti e ricollocazioni: un teatrino nauseante. Da neo-risvegliato mi colpiscono invece la natura e la dimensione del fenomeno. Mi ero assopito più mezzo secolo fa nella convinzione che la grande novità del terzo millennio sarebbe stata costituita da un terzo mondo finalmente libero e indipendente, capace di giocare un ruolo da protagonista: non mi aspettavo certo che la cosa prendesse questa tragica piega. Anche se non sono mai stato facile agli entusiasmi “rivoluzionari” del terzomondismo (voglio dire, niente Cuba, niente libretto rosso, niente Angola, ecc…), se guardo alla situazione geopolitica mondiale con gli occhi di allora non posso che rimanere allibito. È accaduto tutto il contrario di quanto speravo: il colonialismo ha cambiato pelle e ha trovato nuovi interpreti (la Cina, la Russia, gli stati arabi del golfo, …), le classi dirigenti indigene, in Africa come in Asia come nell’America Latina, hanno dato di sé pessima prova, dimostrandosi tutte egualmente incapaci e corrotte, quale che ne fosse l’estrazione o l’ideologia di riferimento, l’ONU è un baraccone privo di qualsiasi credibilità e potere, mentre tutte le agenzie specializzate che ha partorito, come l’UNESCO, la FAO e compagnia cantante sono diventate delle greppie inefficienti alle quali si nutre un numero scandaloso di funzionari, reclutati per lo più nei paesi “in via di sviluppo” e affamatissimi. Certo, hanno concorso gli stravolgimenti climatici, la desertificazione, lo sfruttamento criminale delle risorse operato dalle potenze neocoloniali: ma quello che balza agli occhi è ad esempio il fallimento di ogni progetto di “negritudine”, quello che aveva ispirato i primi anni dell’indipendenza africana. Altro che terzomondismo: e infatti, persino il termine è sparito dal vocabolario politico (così come “negritudine”, che da bandiera è diventata un insulto), e l’eredità è stata raccolta dall’azione “caritatevole” delle organizzazioni non governative, che anche quando sono in buona fede sembrano travasare l’acqua dell’oceano con un cucchiaio.

Risvegli 04

Le previsioni del tempo completano il quadro. Mezza Europa è prostrata da temperature torride, una buona parte è devastata da roghi che mandano in cenere il poco che rimane del patrimonio boschivo, mentre l’altra mezza è bombardata da fenomeni atmosferici estremi, trombe d’aria, bombe d’acqua, grandinate. Questo accadeva senz’altro anche sessant’anni fa, e seicento, e seimila: ma si trattava di situazioni eccezionali, ed erano percepite come tali. Oggi rappresentano la nuova “normalità” meteorologica, al di là dei titoli strillati sui quotidiani e del sensazionalismo isterico dei notiziari televisivi: una “normalità” percepita attraverso lo stravolgimento mediatico, nel quale all’afa e alla grandine si aggiungono le inconcludenti polemiche tra catastrofisti e negazionisti (che, è sin troppo scontato dirlo, lasciano il tempo che trovano). La chiusa finale, prima del diluvio pubblicitario, reca almeno una nota comica, ma di una comicità desolante, priva di qualsiasi umorismo: sono i consigli dispensati degli esperti, che tutti seri in volto e qualche volta supportati dall’autorevolezza di una divisa suggeriscono di bere molta acqua e di stare all’ombra, o nel caso opposto di rimanere in casa durante i nubifragi e non cercare riparo sotto gli alberi.

È ora di spegnere e di staccarsi dal divano. Una passeggiata solitaria mi porta al Capanno, dove trascorrerò il resto della mattinata trafficando e leggendo. Ma lungo il percorso mi guardo attorno. Sessant’anni fa questa passeggiata la ripetevo quattro volte il giorno, con un passo decisamente diverso, oppure in bicicletta. L’ultima casa del paese era in fondo al viale, dopo partivano i vigneti. Non c’era un metro di incolto, e a vista d’occhio i filari coprivano le colline più prossime ma anche quelle al di là del fiume. Dalla tonalità di verde delle foglie potevi capire dove maturavano il dolcetto, la barbera, il moscato. Oggi la macchia ha riconquistato tutti i declivi. Nella Valle del Fabbro non c’è più una sola vite, l’unico fazzoletto di coltivo è costituito dal mio frutteto, anch’esso purtroppo in via di inselvatichirsi. Per certi versi può apparire un angolo paradisiaco, ma è il paradiso dei rovi, e anche se egoisticamente me lo godo non può non trasmettermi la sensazione triste dell’abbandono.

Per la lettura mi rifugio in alcuni fascicoli de Le vie del mondo, risalenti agli anni in cui mi sono addormentato. Ho conferma di ciò che scrivevo sopra quanto alle aspettative su un mondo più libero, più giusto, più pacifico. E noto anche come non ci sia traccia di razzismo nella descrizione di paesi e di popoli lontani, appena emersi dal limbo della storia: c’è solo una gran curiosità, checché ne dicano gli odierni cancellazionisti, per i costumi, per le tradizioni, per le prospettive future che ciascuna di queste culture potrà perseguire senza negarsi. L’occidente non ha atteso i cultori della memoria particolaristica per farsi un esame di coscienza, come ben sa qualsiasi appassionato del western classico: nel cinema degli anni Cinquanta dietro ogni rivolta o scorreria o massacro operato dagli indiani c’erano la mano o le mene di mascalzoni bianchi.

Nel pomeriggio cerco consolazione dal Tour de France. Un tempo, nel dormiveglia di fine secolo scorso, andavo a seguirne dal vivo qualche tappa alpina. E prima della metà degli anni Sessanta lo vivevo attraverso le radiocronache. Ho tifato e ho urlato anch’io, ma quella che vedo oggi è una mandria di idioti assiepati lungo le salite, che intralciano con bandiere e cartelli la fatica dei corridori, corrono al loro fianco mezzi nudi per scattarsi un selfie, rischiando ad ogni passo di buttarli a terra, o si parano davanti alle moto bardati da cerebrolesi per strappare un attimo di visibilità internazionale. Non mi si venga a dire che è sempre stato così, che anche Bartali e Nencini erano stati ostacolati: si tratta di cose ben diverse. Là c’era di mezzo uno sciovinismo esasperato, stupido ma ingenuo: qui vediamo invece manifestarsi platealmente gli effetti del rincretinimento mediatico, della spettacolarizzazione di tutto, e in primis della stupidità. Lo sciovinismo, il tifo, sono degenerazioni della sportività: questa è invece degenerazione assoluta, una crescente tabe antropologica.

Non riesco neppure ad attendere l’arrivo della tappa, sono disgustato. Esco a fare un giro per strada. Il paese sembra un villaggio fantasma. Non un’anima, neppure un cane o un gatto (oggi vivono in casa), e non certo per via del Tour. È già l’ora nella quale dalle porte delle case che si affacciano in via Benedicta o dai vicoli che ne dipartono uscivano sedie e sgabelli, e zie e nonne e mamme si riunivano in capannelli lungo la strada, dandosi sulla voce da un gruppo all’altro, commentando ogni passaggio e facendo la tara ad ogni acquirente che uscisse dai negozi aperti sullo stradone. Oggi i capannelli non ci sono più, in compenso malgrado il divieto ci sono auto posteggiate lungo tutta la via, e non ci sono più nemmeno i negozi (erano dodici, oggi ne rimane uno). Se muore qualcuno paradossalmente se ne ha notizia solo il giorno dopo, dai manifesti affissi nella bacheca, se qualcuno è malato o finisce all’ospedale lo si viene a sapere quando ricompare, per i pettegolezzi ci si può rivolgere solo all’agenzia informale che opera davanti al bar, ma con gravi ritardi e scarsi dettagli. Insomma: non c’è più alcun controllo sociale, e questo in un paese di meno di mille abitanti. Figuriamoci in città. L’unico controllo è quello che passa attraverso gli iphone, ma è tutta un’altra faccenda.

In tre quarti d’ora, misurando il passo e cercando di cogliere i minimi indizi di cambiamento, di interventi edilizi, di restauro dei muri e degli infissi, dei segni di vita insomma, faccio il giro completo del paese. Incrocio quattro persone, e non ne conosco nemmeno una. Più della metà degli attuali abitanti è arrivata recentemente da fuori, attratta dai costi stracciati delle case – che nonostante ciò rimangono invendute per anni.

Alla metà del secolo scorso, quando i residenti erano quasi il doppio, li conoscevo benissimo tutti, sapevo dove abitavano, che attività svolgevano, che carattere avevano, se fossero affidabili o meno. Oggi mi sento uno straniero nella terra nativa. Continuo a non chiudere a chiave la porta la notte, ma in realtà non sono più così serenamente fiducioso.

Risvegli 05

Scende finalmente la sera, e con essa torna purtroppo anche l’incubo dell’insonnia. Una volta era costume tirar tardi in cortile, dove confluivano vicini, dirimpettai e passanti occasionali: ma dopo la morte dei miei genitori la consuetudine si è rapidamente persa.

La televisione naturalmente non aiuta, i film sono gli stessi già trasmessi cinquanta volte, persino i western sono inguardabili, ridotti a uno spezzatino in un mare di pubblicità, i talk show sono un oltraggio costante al pudore intellettuale. Non restano che i libri, ma anche la dondolo a quest’ora è scomoda, e a letto ogni posizione di lettura è immediatamente stancante. Spengo la luce, chiudo gli occhi e mi concentro.

Realizzo che per tutta la giornata ho comunque fatto uso senza pensarci affatto di strumenti (il computer, il cellulare, il forno a microonde, ecc …) dei quali sessant’anni fa nemmeno avrei sospettato l’avvento, e di altri dei quali non avevo la disponibilità (auto, telefono, televisione, …). Che ho mangiato cibi conservati in confezioni di plastica, e lo stesso vale per le bevande. E che tutto sommato, a dispetto della consapevolezza negativa, ho anche pensato secondo gli schemi conseguenti a tutto questo modo di vita. Solo ora mi rendo conto di quanti bisogni artificialmente indotti ho cumulato, di quanto ne sono diventato dipendente. Mi vien da pensare di essermi mosso per tutto questo tempo come un sonnambulo. Di fatto, mi piaccia o meno, mi sono adeguato a tutti i cambiamenti, a tutte le novità. Non dico di averli digeriti o capiti tutti, ma quantomeno ci ho convissuto. E nemmeno ho scordato come il mondo preletargico non fosse propriamente un Eden. Diciamo che ho vissuto in uno stato di coma vigile, e che forse sono meno convinto di quanto credo di volerne davvero uscire.

Comunque ci provo. Può essere che stavolta mi addormenti, per risvegliarmi sessant’anni addietro. Non con sessant’anni di meno, non è questo a interessarmi. Eden o no, ciò che rivoglio, almeno per un attimo, è quel mondo.

P.S. Ho accennato inizialmente alle discrepanze sulla durata del sonno di Epimenide (alias Rip Van Vinkle) che si trova nelle versioni moderne della leggenda. Me ne do questa spiegazione. Goethe scrive Il risveglio di Epimenide nel 1814. Dietro l’opera c’è una motivazione politica autogiustificatoria. L’autore cerca di spiegare il suo cinquantennale silenzio di fronte agli straordinari accadimenti dell’ultimo secolo, rivoluzioni americana e francese comprese, e soprattutto rispetto a quelli che hanno profondamente toccato la vita della Germania. Sembra voler dire che il suo non è stato un atteggiamento di fuga e di non compromissione con la realtà, ma di osservazione della realtà dall’alto di una speciale consapevolezza indotta dal sapere artistico. E infatti, dopo tanti sconvolgimenti, le cose sono tornate al loro posto (Napoleone è appena stato sconfitto), l’ordine è stato ristabilito. Al contrario Irwing, che scrive il Rip van Winkle pochi anni dopo (1819) in Inghilterra, ma lo ambienta in America, constata che in vent’anni le cose sono cambiate moltissimo, sia sul piano politico che su quello economico e sociale. Si è addormentato in una colonia inglese e si risveglia negli Stati Uniti, rischiando addirittura di essere linciato quando in perfetta buona fede dichiara la propria lealtà alla corona britannica. Ma soprattutto prende atto di una rivoluzione ancora più importante, quella industriale, che viaggia sulle ferrovie e sui battelli a vapore, e del fatto che le trasformazioni sono destinate a diventare sempre più veloci. Nessuno attribuisce a Rip facoltà divinatorie, ma molti credono alla sua storia e invidiano la sua esperienza, non fosse altro per il fatto che gli ha consentito di sfuggire alla tirannia della moglie. In sostanza, secondo Irwing, due decenni sono sufficienti a cambiarti la vita e a trasformare il mondo.

Direi che alla luce degli ultimi due secoli abbia visto ben più lontano di Goethe.

Risvegli 06