Camuserìe (seconda parte)

dieci tracce per vite (quasi) parallele

di Paolo Repetto, 2 agosto 2026 [1]

5. Impegno

Devo scrivere come devo nuotare:
è il mio corpo che lo esige.

Per Camus compito dell’intellettuale o dello scrittore è sostenere la lotta per la verità. Nei Carnets scrive: “Nessuna sofferenza ha potuto, né potrà mai, indurmi ad affermare il falso”. Ma il suo impegno, prima che come intellettuale, è come cittadino. Il che significa che in lui prevale la postura critica su quella ideologica: e l’attitudine critica rimanda al buon senso e all’onestà. In effetti non ha una verità oggettiva da affermare e da dimostrare, e non nasconde le proprie perplessità e le proprie esitazioni: “La verità è misteriosa, sfuggente, sempre da conquistare. La libertà è pericolosa, dura da vivere quanto esaltante. Dobbiamo marciare verso questi due obiettivi, con fatica ma decisi, ben consci dei nostri errori in un così lungo cammino”.

Alla base dell’impegno di Camus c’è dunque la necessità di denunciare, di testimoniare contro la menzogna, di destra o di sinistra che sia. Di parlare chiaro. Lo ribadisce nel discorso di accettazione del Nobel: “L’artista non può mettersi al servizio di coloro che fanno la storia, è al servizio di quelli che la subiscono”. Tanto meno l’arte può essere uno strumento di autogratificazione: deve comunicare, scuotere, svegliare. “L’arte non è ai miei occhi gioia solitaria: è invece un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti”.

La battaglia che l’intellettuale deve portare avanti non è di attacco: non combatte in nome di particolari ideologie e neppure in nome della ragione. Non mira alla conquista di un potere o per affermare un’idea. Quella di Camus è una lotta di resistenza. Sceglie di vivere un presente indignato anziché vagheggiare un futuro radioso. E fa questa scelta perché, “bisogna amare la vita prima ancora di amarne il senso: e quando l’amore per la vita sparisce, nessun senso può darci consolazione”.

L’ impegno di Camus quindi non è politico in senso stretto: e nemmeno può essere definito a pieno titolo filosofico. “Perché sono un artista e non un filosofo? E’ che io penso secondo le parole, non secondo le idee.” Camus può essere definito un progressista di sinistra, ma rimane sostanzialmente un eretico, uno “straniero”, isolato nel contesto intellettuale francese per le sue posizioni contro ogni forma di totalitarismo, in particolare contro lo stalinismo. Al contrario di quanto professato dagli engagés della rive gauche, Camus non concepisce che la verità possa essere sacrificata all’efficacia (virtù questa particolarmente cara ai comunisti). “Siamo molto pochi, certo. Ma la verità viene prima dell’efficacia. Bisogna definire quella prima di preoccuparci di quest’ultima. A cosa servirebbe essere milioni se la nostra “chiesa” avesse per primo comandamento: Tu mentirai? Questo non significa affatto che l’efficacia non sia importante. Ma ha un senso subordinato. La sopravvivenza della verità non è un problema meno importante della verità stessa. Ma è un problema che viene dopo. Ecco tutto. E ancora deve essere risolto … I cristiani hanno iniziato in dodici – i marxisti in due”.

Non accetta compromessi, perché la verità non è una virtù, ma una passione. E come tale non può essere indulgente, tollerante. Quando il suo amico e maestro Jean Grenier gli obietta che le tesi esposte ne L’uomo in rivolta sembrano abbracciare la linea reazionaria di Charles Maurras, il teorico dell’Action Francaise, risponde: “Tanto peggio. Non bisogna guardare a chi si somiglia, ma dire ciò che va detto”.

Ma come va detto? Camus ritiene che si possa pensare, e di conseguenza comunicare efficacemente, solo per immagini. Le immagini trasmettono in maniera non mediata le emozioni del nostro corpo, e diventano metafora del pensiero. Per questo, a suo giudizio, chi vuol fare filosofia deve scrivere romanzi. “I sentimenti, le immagini moltiplicano per dieci la filosofia.” La letteratura può dipingere allegorie più efficaci di qualsiasi trattato (La peste ne è uno splendido esempio). E non solo: proprio in ragione di ciò che dicevo sopra, è l’unico modo per rappresentare il pensiero in maniera chiara e onesta: per tenere cioè assieme l’uomo e il filosofo.

Per Camus è necessario infatti, anzi, è indispensabile, che si dia coerenza tra la vita e il pensiero. La coerenza è indice di onestà intellettuale. Non a caso chiede spesso ai suoi corrispondenti informazioni sulla vita e sui comportamenti dei pensatori coi quali viene a contatto (su Sartre, ad esempio, nei primi momenti del loro rapporto – poi arriverà a conoscerlo sin troppo bene). Non cerca materiali per la polemica, ma strumenti per capire a fondo il loro pensiero, per riconoscerne o meno la credibilità. Scrive: “In fondo a se stesso, ogni artista custodisce in tal modo un’unica sorgente che nel corso della vita alimenta quel ch’egli è e quello che dice. Quando la sorgente è inaridita, si vede l’opera accartocciarsi a poco a poco e screpolarsi. L’invisibile corrente non irriga più le terre ingrate dell’arte. Coi capelli radi e secchi, l’artista, coperto di stoppie, è maturo per il silenzio, o per i salotti, che è lo stesso”. Ha bisogno di sapere che può guardare dritta negli occhi l’opera. Come farebbe con il suo autore.

Naturalmente la poetica di Camus, a dispetto, o forse proprio in ragione, del successo editoriale de La peste, non è condivisa da molti dei suoi colleghi “impegnati”. Dal redattore di Combat si aspettavano una adesione “organica”, vale a dire acritica, al credo socialista e alla mitologizzazione della Resistenza. Qualcosa che rispondesse ai canoni del “realismo socialista”. Si trovano invece di fronte ad una allegoria del male e del suo impatto sui singoli e sulla comunità che prescinde da ogni specifica contingenza storica, e nel contempo però adombra perfettamente la condizione della Francia di Vichy : ciò che impedisce ad una classe intellettuale, ma oserei dire ad un intero popolo, di trincerarsi dietro giustificazioni speciose della propria iniziale inerzia, o addirittura del collaborazionismo, e di mistificare la squallida realtà dei fatti reinventando o enfatizzando un glorioso passato resistenziale (ciò che è accaduto peraltro anche in Italia, senza alcun Camus che smascherasse l’operazione).

Intendiamoci: Camus non accusa nessuno. È perfettamente consapevole della debolezza umana, cosciente del fatto che sulle scelte di ciascuno pesano i fattori più diversi: ma chiede che almeno non ce la si racconti pretendendo di negare la realtà, perché questo significherebbe non aver imparato nulla, non aver appreso alcuna lezione, ed essere impreparati ad ogni nuova prossima e più che probabile manifestazione del male.

6. Responsabilità

Anziché appellarsi alla ragione o a qualsivoglia “verità” ideologica, Camus invita a un’etica della responsabilità. Da intendersi quest’ultima come responsabilità nei confronti dei propri simili, di denuncia della menzogna, da qualunque parte arrivi, e dunque tanto più indispensabile in chi esercita un ruolo intellettuale. Il che è cosa ben diversa dal dover rispondere delle proprie scelte e del proprio operato a una volontà divinità o a una legge storica. È la responsabilità che ogni uomo deve (dovrebbe) assumere nei confronti di se stesso.

Ne La caduta scrive: “Dopo una certa età, ognuno è responsabile della propria faccia”. La “certa età” non è quella della ragione, facoltà della quale diffida, perché pretende di esaurire la complessa varietà dell’essere e del sentire, ma quella della consapevolezza: che non scaturisce dalla comprensione di come il mondo funzioni, ma, al contrario, proprio dalla sua incomprensibilità, dall’assenza di un senso, e dalla constatazione che a dargliene uno non valgono ideologie o dogmi o teologie. L’assurdità nasce proprio dal contrasto tra la nostra innata ricerca di significato e l’indifferenza della realtà che ci circonda. “L’uomo si trova davanti all’irrazionale. Sente entro di sé il desiderio di felicità e di razionalità. L’assurdo nasce da questo confronto tra la domanda umana e il silenzio irragionevole del mondo. È essenzialmente un divorzio. Non sta né nell’uno né nell’altr0 degli elementi che si fronteggiano, ma nel confronto stesso. […] In un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci l’uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza ritorno.

L’uomo cerca dunque risposte, desidera comprendere qual è il proprio posto nel cosmo, ma l’universo non offre alcuna spiegazione. Non c’è un progetto, un destino o un disegno divino che giustifichi la nostra esistenza. In questa dissonanza si consuma la tragedia dell’essere umano: la nostra fame di senso si scontra con l’indifferenza e l’incomprensibilità dell’universo. L’uomo è solo di fronte a questa assurdità, buttato lì, per dirla dalla Heidegger: ma è anche, in questa condizione, totalmente libero. Libero di scegliere, di assumersi delle responsabilità, di farsi carico del male assurdo che lo circonda, e quindi di combattere ogni forma di oppressione e di sofferenza, indipendentemente da quelli che potranno essere gli esiti della sua lotta. Anzi, già sapendo che non ci saranno esiti, che la sua è la condizione di Sisifo, condannato in eterno a spingere verso la vetta il masso che immancabilmente tornerà a rotolare a valle.

Ma “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Dobbiamo anche immaginare – dice Camus – Sisifo felice”. Che vuol dire accettare radicalmente e sfidare risolutamente l’assurdità della vita. L’eterna condanna a spingere il masso rappresenta la nostra lotta quotidiana: e allora la felicità non nasce dal raggiungimento di uno scopo finale, ma dalla piena consapevolezza del proprio destino, dalla ribellione contro l’insensatezza: una ribellione che può diventare “gioiosa” se si traduce nel vivere appieno il presente. In sostanza, l’uomo cosciente dell’assurdo sceglie di mantenere contemporaneamente viva la coscienza del nonsenso del mondo e l’esigenza di senso che gli è propria. Sceglie di ribellarsi.

L’etica della responsabilità si traduce quindi in una etica della rivolta, che propugna il rifiuto dell’ingiustizia del mondo e dell’oppressione degli uomini. (vedi Camuserìe 7).) Non senza condizioni, però. Perché per ciascun individuo la libertà nasce dal riconoscimento della propria dignità, dal rispetto di se stesso, e questo rispetto si estende automaticamente alla dignità altrui: diventa cioè solidarietà contro la sofferenza che tutti ci accomuna, e contro ogni prevaricazione da parte di chi la dignità non la conosce e il rispetto non lo coltiva. Quindi ci si deve ribellare anche contro chi giustifica le sofferenze prodotte ai singoli individui nel presente in nome di un futuro e indefinito riscatto collettivo. Per farla breve, Camus non crede nelle rivoluzioni portate avanti con la violenza. Non è un pacifista senza se e senza ma, crede che il male assoluto esista, e che occorra combatterlo, ma evitando di conformarsi ad esso nei comportamenti.

È una posizione meno semplicistica di quanto potrebbe sembrare da questa sintesi, e non è mio intento in questa sede dettagliarla. Resta il fatto che Camus comunque non è un esistenzialista, alla Sartre per intenderci: perché alla coscienza dell’assurdo non risponde con una adesione rassegnata e nichilistica al “male minore”, cioè ad una “fede” ideologica alla quale va sacrificato ogni altro valore, e all’ombra della quale ogni responsabilità individuale si azzera, ma con una lucida e disincantata e personalissima ribellione, che scaturisce da un imprescindibile senso del dovere. Quello di agire sempre con equità e solidarietà. “Nel momento più nero del nostro nichilismo, ho cercato solo delle ragioni per superare questo nichilismo. E non per una particolare virtù, né per una rara elevazione dell’anima, ma ‘per fedeltà istintiva a una luce nella quale da millenni gli uomini hanno appreso a salutare la vita persino dentro la sofferenza.”

Io penso che Camus sentisse anche il peso di una responsabilità ulteriore. Credo fosse cosciente, e persino un po’ intimorito, del fascino che esercitava, sia come scrittore che come uomo. Julien Green, che era in rapporti con la crema dell’intellighentjia francese, scriveva di lui: “La sua figura così sensibile e così umana mi ha vivamente toccato. In quest’uomo c’è una probità così evidente da ispirarmi un rispetto quasi immediato; semplicemente, non è come gli altri”. Raymond Aron dice che ai tempi di Combat i lettori si nutrivano letteralmente dei suoi editoriali, e che la sua era considerata la voce morale del tempo.

Una responsabilità di questo tipo, anche se consapevolmente accettata, alla lunga può diventare un fardello. Per questo in una delle ultime interviste, rilasciata poco prima di morire, Camus rifiutava categoricamente il ruolo di maître à penser: “Non parlo a nome di nessuno. Ho già abbastanza difficoltà a parlare per mio conto. Non sono la guida di nessuno. Non so, o so solo vagamente, dove sto andando”.

***

Naturalmente io non ho problemi di questo genere: non c’è pericolo che eserciti una qualche influenza, negativa o positiva che sia, non ho la presunzione di parlare a nome di qualcuno o di fungere da guida. E mi sta bene così, per gli stessi motivi addotti da Camus. Ciò non significa però che negli oltre quarant’anni vissuti da insegnante non mi sia posto domande sui limiti e sulla liceità del mio tipo di insegnamento. Se tutto sommato mi è stato facile assolvermi, è perché le alternative prospettate da tutte le altre “agenzie” culturali, compresa la scuola, non erano granché migliori.

Comunque, questo tema l’ho trattato in almeno una dozzina di articoli precedenti. Mi accorgo piuttosto che il termine “responsabilità” è quello che ricorre più costantemente nelle ultime cose che ho scritto, assieme agli sconsolati appelli per una riabilitazione della “verità”. Sarà che con l’avanzare degli anni tendo a fare bilanci piuttosto che progetti, a ripensare il passato anziché immaginare un futuro; o magari per il fatto che questo termine lo ritrovo negli autori e nei personaggi di cui mi occupo; o più ancora, probabilmente, perché lo sento invocare sempre a sproposito dai politici, dai media, da maggioranze rumorose in caccia di qualcuno su cui scaricare le proprie insoddisfazioni; come che sia, conviene forse chiarire, prima di tutto a me stesso, il significato che gli attribuisco. Che non è poi in sostanza diverso da quello nel quale lo declina Camus.

Come al solito la prendo larga, a costo di insistere sino alla noia su concetti che molti (quelli ancora in grado di pensare) danno per scontati e i più (quelli che hanno delegato da un pezzo il compito all’intelligenza artificiale) non sono in grado o si rifiutano di formulare. Ci insisto perché per tutti il pericolo è di farsi distrarre dalle guerre che infuriano in mezzo mondo (dove distrarsi non significa farsi autonomamente un’idea, ma abbandonarsi a prese di posizione da tifo calcistico), dai papi e dai presidenti e dai tennisti che monopolizzano l’informazione, dal delirio delle rivendicazioni di genere e da quelle di specie. E non è una distrazione da sbadataggine, al contrario, è fortemente voluta e cercata, è il modo più spiccio e meschino di girare lo sguardo altrove per trovare qualcuno o qualcosa su cui puntare il dito, e non farsi inchiodare alla propria coscienza. Non solo. L’idea che forse dovremmo soffermarci a riflettere prima di aprire bocca sembra non sfiorare nessuno. E allora, penso valga la pena rischiare la banalità, senza farci sconti.

Se ragioniamo in termini di “ere” ciascuno di noi, e tutti coloro che sono venuti prima e tutti quelli che verranno, insomma, l’intera nostra specie, passerà su questo pianeta senza lasciare un segno: rimarrà al massimo qualche fossile, qualche rudere, qualche cicatrice nella natura, ma anche questo per un periodo geologicamente limitato. E non è finita qui. Il nostro stesso pianeta, e il sistema solare di cui fa parte, e la galassia nella quale è iscritto, hanno una scadenza. Voglio dire che l’assurdo di cui parla Camus non è frutto solo dell’incapacità nostra di cogliere le ragioni dell’esistente, è intrinseco all’esistente stesso. L’universo intero è frutto di un caso, se vogliamo di una infinità di casi, È indubitabilmente così, quindi non ha senso recriminare né fare gesti scaramantici, non ci sarà un ritorno ciclico né alcun altro tipo di resurrezione. Quando la nostra vicenda si chiuderà sarà chiusa per sempre, in eterno, qualsiasi cosa ciò voglia dire.

Questa è la notizia “cattiva”, se così vogliamo considerarla, perché la prospettiva cieca parrebbe porre fine in partenza a ogni discorso. Ora arriva invece quella che potremmo considerare buona, se accettassimo con un po’ di umiltà di ridimensionare la scala delle nostre aspettative, perché paradossalmente l’assenza di una prospettiva a lungo termine non chiude il discorso, ma anzi, lo apre.

L’estinzione è infatti nel destino di tutti gli esseri animati, non solo nostro e degli altri animali, ma anche delle piante. La differenza sta nel fatto che di questa condizione noi siamo coscienti, gli altri esseri animati no. Leopardi diceva “beati loro”, ma non ne era poi così convinto, e i molti che lo pensano anche oggi lo fanno più in ossequio a una moda culturale che a seguito di una riflessione profonda. Non sto parlando naturalmente della scomparsa dei singoli, della quale siamo testimoni tutti i giorni e alla quale ci siamo bene o male (quasi) tutti rassegnati, cercando semmai di stordirci con continui impegni e distrazioni: parlo proprio della scomparsa della specie, che si porterà dietro il lungo processo evolutivo e le speranze in magnifiche sorti e progressive e le vite esemplari e le esistenze sciagurate, e guerre e paci e tutto il resto.

Di questa sembriamo essere meno coscienti, e la cosa vale per tutti, anche per coloro che il problema almeno qualche volta se lo sono posti. La procrastiniamo, pensiamo che non sarà cosa di domani né, si spera, della settimana ventura, o del prossimo decennio (più in là non mi spingo): ma per quanto cerchiamo di rimuoverla rimane comunque lì, sospesa sul nostro capo, ineluttabile, e motiva i nostri comportamenti molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Lasciamo stare come ne siamo diventati coscienti, provo a spiegarmelo da quel dì e ancora devo venirne a capo. Una cosa però mi è chiara: essere coscienti della propria condizione, e più ancora di quella della nostra specie, significa porsi delle domande, anzi, “la domanda” fondamentale, dalla quale scaturiscono poi tutte le altre. Per dirla con Chatwin: “ma allora, che ci faccio qui?”.

Ecco, lo “snodo” è questo. È nel momento in cui, posti davanti al buco nero che sappiamo ci inghiottirà, ci interroghiamo sul senso del nostro esistere. È qui che entra in ballo la “responsabilità”. Etimologicamente responsabilità deriva da responsum, risposta; anzi, più direttamente ancora, dal plurale, responsa. Alla lettera responsabile significa dunque “capace di dare delle risposte”. A che? Se non al fatto in sé di esserci, almeno a quello di percepirci diversi dagli altri esseri animati, proprio in quanto coscienti di tale condizione. E a chi? A noi stessi, e nella misura in cui quel noi stessi arriva a comprendere la relazione stretta che ci lega al resto dell’umanità, a tutti gli altri.

Dunque, la coscienza della nostra condizione – Camus dice dell’assurdità della nostra condizione – non è affatto paralizzante. Perché dallo sconcerto in cui ci lascia, dall’impossibilità che avvertiamo di “trovare” fuori di noi una risposta, nasce la consapevolezza che la risposta non dobbiamo trovarla, o attendere che ci arrivi dall’alto, ma dobbiamo formularla noi stessi. Che non dobbiamo puntare lo sguardo su un orizzonte nel quale non può che perdersi: siamo qui, ora, e attorno a noi ci sono gli altri, e tutta la nostra esistenza, nella sua infinitesimale brevità, trascorre nel rapporto con essi.

Qui arriva il secondo snodo. Alla coscienza della propria condizione gli uomini non rispondono tutti allo stesso modo: la coscienza crea libertà, e la libertà implica che si possa scegliere di rispondere in maniere diverse (è il tema di fondo de La peste). A monte della responsabilità sta dunque la possibilità di scegliere, e a monte di questa possibilità c’è la libertà. Significa che tutti in un modo o nell’altro scelgono, da coloro che pensano che scegliere non sia un’opzione, ma un dovere, a coloro che si illudono di potersi astenere. Quest’ultima alternativa in realtà non esiste. C’è quindi chi sceglie di dare un senso alla propria esistenza, chi si accontenta (per ignavia, o perché le sue possibilità di scelta sono oggettivamente poche, o perché di queste possibilità ha scarsa coscienza) di consumarla, chi di riempirla di surrogati.

Ora, io non giudico sul merito di queste scelte, almeno fino a quando non vanno a interferire in quelle altrui, a negarne o a ostacolarne la possibilità. Semplicemente, la seconda e la terza opzione non mi interessano. Preferisco complicarmi la vita stimando la si possa, e la si debba, attraversare con dignità. Sebbene non sappia perché sono qui, o meglio, sappia che sono qui per un caso, intendo starci per quel che mi è concesso senza rammaricarmi costantemente per il tempo sprecato, per le occasioni perdute, per le offese o i dolori arrecati. “La libertà – come dice Camus – non è la speranza nell’avvenire. È il presente e l’accordo con gli esseri e il mondo nel presente.

Beninteso, questa è una linea di massima, e non ho la presunzione di averla sempre correttamente seguita, né la pretesa che la seguano sempre gli altri. Scegliere questa strada non significa consacrarsi all’imitazione di Cristo. Non siamo tutti san Francesco (per fortuna, direi: non sono sicuro che Francesco non interferisse nelle vite degli altri, e troppe figure esemplari alla fine verrebbero a conflitto). Nemmeno significa dare fuoco al mondo per rifarlo più bello e più giusto: non siamo neanche Jacopone da Todi, non tutti abbiamo la vocazione al martirio o a vivere pericolosamente. Tutti quanti invece sgarriamo, più o meno consapevolmente: ma dovremmo ammetterlo, e non assolverci con leggerezza: dovremmo rimediare per quanto possibile, e quando non è possibile cercare almeno di far tesoro della lezione, per non ricascarci. Non è importante lasciare un segno del nostro passaggio su questa terra, quanto piuttosto non lasciare ferite in chi cammina con noi, o debiti da pagare a chi verrà dopo.

Questo io chiamo vivere in maniera responsabile. Accettare la sfida della nostra irrilevanza, e portarla fino in fondo. Come andrà a finire lo sappiamo già, ma non è questo che conta. Per usare una frase fatta, non è importante la meta, ma il viaggio. Da quello traiamo il senso. Dalla modalità in cui scegliamo di viaggiare.

A questo proposito Camus parla, oltre che di responsabilità, di “rispetto”. Anche per me questa è una parola chiave, quando se ne dia la giusta interpretazione. Mi piace ad esempio quella sintetizzata da Byung-Chul Han (un intellettuale tedesco-coreano che mi era stato spacciato per un filosofo di pronto consumo, da apericena, alla Maffesoli, e ho scoperto invece essere solo estremamente diretto, laconico, lontano dai giri di parole e dai giochi di immagini nei quali si crogiolano i maitres à penser nostrani): “Letteralmente, rispettare significa distogliere lo sguardo. È un riguardo. Nel rapportarsi con rispetto agli altri ci si trattiene dal puntare lo sguardo in modo indiscreto. Il rispetto presuppone uno sguardo distaccato, un pathos della distanza. Oggi questo sguardo cede a una visione priva di distanza, che è tipica dello spettacolo (che ha la stessa radice, spectare). La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare. […] Il rispetto è vincolato al nome. Anonimato e rispetto si escludono a vicenda. La comunicazione anonima, incoraggiata dal medium digitale, riduce drasticamente il rispetto ed è corresponsabile della dilagante cultura dell’indiscrezione e della mancanza di rispetto. Nome e rispetto sono in stretta correlazione: il nome è la base del riconoscimento, che avviene sempre nominativamente. Alla nominalità sono legate anche pratiche come la responsabilità, la fiducia e la promessa”.

Appunto. La responsabilità va assunta nominalmente, in prima persona. Non assistendo come spettatori, dal buio della platea, allo spettacolo che il mondo e l’umanità offrono, ma uscendo dal teatro e lavorando allo scoperto, “rispettando” la giusta misura e la dignità, la “sfera privata” altrui. Ciò non significa diventare “protagonisti” nell’accezione spettacolare del termine, ma semplicemente fare qualcosa per migliorare non tanto questo mondo ma la qualità della vita, la nostra e quella degli altri, in questo mondo. Avere riguardo per sé e per gli altri. Dal punto di vista oggettivo, nei tempi infiniti dell’universo come in quelli lunghissimi della storia, l’operato responsabile del singolo può apparire irrilevante e ininfluente, una goccia che si perde nell’oceano. Ma non è rispetto a questi tempi che lo dobbiamo giudicare, quanto rispetto ai nostri. È il tentativo di dare un senso alla nostra esistenza: come tale, dipende esclusivamente dalla nostra indole cercare di viverla nella maniera più predatrice possibile, cercando fama, onori, successo, ricchezza, sesso a gogò, o in quella più altruistica, cercando innanzitutto di non fare danno agli altri, e se possibile anche di recare conforto, di aiutarli.

Si potrebbe dire che anche questa è una forma di egoismo, perché mira a soddisfare una propria esigenza: ma è un egoismo che non va a cozzare con quello altrui, che appartiene alla specie piuttosto che all’individuo: un egoismo che negli esiti si rivela altruistico.


[1] Vedi Camuserìe (prima parte)

Battalòn San Patricio

di Vittorio Righini, 9 maggio 2026

Dopo aver letto il corposo e interessante scritto di Paolo Repetto ( Vamos a comer, compaňeros), mi è venuta l’idea di scrivere poche righe su un altro momento della storia messicana, antecedente a quella narrata, e che la dice lunga soprattutto sugli americani e le loro eterne pessime attitudini.

Diventa facile farlo, in un periodo turbolento come questo, con un Presidente che, dopo aver chiuso La Guerra dei Roses, Guerre Stellari e La Guerra del Pianeta delle Scimmie ne inizia altre, contro lo Stretto di Hormuz (che perde, perché non si combatte contro la geografia) e magari domani ne apre di nuove, contro la Groenlandia ad esempio (dice che gli serve …) o Ischia (ci sono poche Terme negli USA, non avrebbe torto); quindi sparlare degli americani oggi è più che mai possibile, anche a causa di chi li rappresenta.

Però questa pagina è di storia “messicana e irlandese” e si deve andare indietro nel tempo fino al 1846, all’inizio della guerra tra Messico e USA, che si concluse due anni dopo con la sconfitta dei messicani.

Il battaglione San Patricio era formato da alcune centinaia di irlandesi (e alcuni tedeschi, comunque circa 700 in totale) immigrati negli USA e, non appena arrivati, obbligati a entrare nell’esercito statunitense se volevano ottenere la nazionalità. Considerati delle “rape” o delle “teste di patata” dai loro stessi commilitoni, cioè dai “nativi” immigrati di terza o quarta generazione, subirono umiliazioni e soprusi d’ogni genere, anche per il contrasto tra protestanti e cattolici, cioè con la religione sempre tra le palle (scusate). Oltre al becero trattamento e alle privazioni cui vennero sottoposti, gli irlandesi videro con i loro occhi le infamie che gli americani (in ispecie bande di ranger texani, delinquenti e stupratori della peggior risma) compirono nei confronti del nemico, spesso inermi civili (poveri contadini come lo erano gli irlandesi in patria), quando entravano e devastavano i loro villaggi. A quel punto, sotto il comando di John Riley, che aveva disertato prima dell’inizio della guerra, alcune centinaia di loro passarono dalla parte del Messico, per combattere proprio contro gli stessi americani con i quali si erano arruolati.

I Patricios combatterono sempre con grandissimo coraggio, abilità e sprezzo del pericolo, fino alla ultima battaglia, al Monastero di Churubusco, ultimo baluardo di difesa dei messicani prima di Città del Messico, dove subirono una pesante sconfitta a causa della differenza di uomini, mezzi ed armi a disposizione e per le scarsissime doti dei loro Comandanti messicani. I vincitori, tanto per dare un’idea, si appropriarono di Texas, California, Arizona, Nevada, Utah, New Mexico e altre terre ancora …

I pochi disertori sopravvissuti furono fatti prigionieri a Churubusco; quelli che avevano disertato in tempo di guerra furono impiccarti simultaneamente, per ordine dell’infame Generale William S. Harney (lo stesso che ordinò il massacro di Ash Hollow contro i nativi americani). I pochissimi rimasti, che riuscirono a fuggire, si ricongiunsero all’esercito messicano, per combattere fino alla fine. John Riley, il loro Comandante, che aveva disertato prima della Guerra e per la legge americana non poteva essere giustiziato, subì 50 frustate e venne marchiato a fuoco con la D di deserter (disertore) sulla fronte. Quando venne liberato tornò nell’esercito messicano, ma di lui si seppe poco o nulla, per il senso di colpa di non essere morto insieme al suo battaglione.

I Patricios sono rimasti nella memoria come eroi nazionali, in Messico e in Irlanda; la loro festa, la principale, è il 17 marzo, San Patrizio.

La storia del battaglione che ha combattuto in Messico finisce con la sconfitta subita per opera degli americani nel 1848, ma dopo il 1860 il San Patrizio venne di nuovo rifondato in Irlanda, e inviato in Italia su richiesta dello Stato Pontificio di Papa Pio IX, che temeva l’attacco della Regia Armata Sarda (o anche Reale esercito Sardo-Piemontese) e chiamò tutti i cattolici alle armi per proteggere appunto lo Stato Pontificio. Il Battaglione si riformò, con circa 1040 uomini, e venne inviato nelle Marche, dove venne suddiviso in 8 Compagnie, guidate da comandanti irlandesi. Queste Compagnie si distinsero nella difesa di città come Spoleto e Perugia, mentre la quarta Compagnia del Battaglione partecipò alla battaglia di Castelfidardo, nella quale nonostante il coraggio degli irlandesi venne sconfitta e decimata, a causa della disorganizzazione dell’esercito Pontificio e del suo scarso armamento.

Un aneddoto curioso.

Alcuni dei sopravvissuti della battaglia di Castelfidardo ricevettero la Medaglia al Valore, che vedete in foto. Uno di questi, Miles Walter Keogh, dall’Italia andò poi ad arruolarsi nell’esercito americano, e a combattere per il VII Reggimento di Cavalleria del Generale George Stoneman (poi divenuto Governatore della California) durante la Guerra Civile Americana, ma a combattere anche contro gli indiani d’America. Fu particolarmente valoroso, e quando morì in uno scontro con i nativi un capo tribù gli tolse la medaglia e se la mise al collo, in segno di rispetto per quel coraggioso combattente.

Quel capo indiano era Toro Seduto, e la medaglia fu rinvenuta tra le sue spoglie mortali. Lo prova anche una fotografia della medaglia e di Toro Seduto conservata al Museo di Boston. Ricordo, anche se fuori tema, che il grande Capo disse: “Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche”. Aveva visto lontano, e che Manitou lo abbia in gloria.

Ho letto il bel libro Quelli del San Patricio di Pino Cacucci della Feltrinelli. È in parte cronaca e in parte romanzo storico, e scorre veloce e appagante. La voce narrante del libro è quella di John Riley, il comandante, che rende più suggestivo il racconto. Il vessillo del Battalòn è quello allegato in foto, e il motto “Ering Go Bragh” significa Irlanda per sempre, o per l’eternità.

Io lo affianco al CD (o LP o DVD, se vi è più caro) del 2010, San Patricio, The Chieftains featuring Ry Cooder, album imperdibile, con un mix tra il folk irlandese dei Chieftains e il Tex-Mex del grande Ry Cooder, che rivisita alcune canzoni tradizionali messicane. Il mix sonoro tra Irlanda e Messico è totalmente inebriante, e il disco uno dei miei preferiti.

La lingua batte …

di Nicola Parodi, da un colloquio con Paolo Repetto, 18 ottobre 2025

Sono abbastanza vecchio da aver prestato servizio di leva obbligatorio (quello pre-riforma, quindici mesi di naia), e abbastanza poco raccomandato da averlo prestato come soldato semplice, non dietro il tavolo di un ufficio ma secondo il modello old style, marcia o crepa: e per di più in un reparto dell’artiglieria someggiata (muli e mortai). Tutto sommato, al netto dei residui quasi solo linguistici del nonnismo (nel frattempo era arrivata la contestazione sessantottina), delle prevaricazioni e dell’imbecillità diffusa nelle gerarchie di comando (cose che peraltro non sono affatto scomparse, si sono soltanto ulteriormente diffuse in altri ambiti della società), di quella esperienza ho un ricordo positivo: tanta fatica, disagi, a volte arrabbiature, ma anche tanto sano cameratismo, tanta reciproca solidarietà, un po’ di avventura: la consiglierei oggi ai nostri nipoti (naturalmente in tempi di pace), per evitare loro la ricerca di prove fisiche a volte insensate, di rischi fini a se stessi, di guerriglie urbane.

Comunque: oggi le chiacchiere con un amico convalescente hanno fatto riemergere un ricordo vecchio di oltre mezzo secolo. Sono ai campi estivi, ormai quasi in chiusura, con la 8a batteria del Gruppo artiglieria da montagna Pinerolo. Abbiamo trascorso diversi giorni sulle Dolomiti Friulane senza incontrare un paese e nutrendoci solo delle famigerate razioni K, e stasera ci siamo accampati presso una diga della val Tramontina. A me e ad un commilitone è toccato il primo turno di guardia. Ci aggiriamo così fra le tende che ospitano un piccolo plotone di artiglieri, mentre poco più in là sonnecchiano le file dei muli.

Nelle tende sparse aspettano il sonno giovanotti ventenni robusti e di sani appetiti, che conversano pacatamente, anche per via della stanchezza cumulata durante la marcia del giorno precedente. Quel che ci sorprende (ma neanche poi tanto) è che l’unico argomento di conversazione sia il cibo. Non che ci aspettassimo disquisizioni filosofiche, ma da ragazzi di quell’età sarebbe lecito attendersi qualche struggente riferimento al sesso, alle donne, ai motori. Invece si parla esclusivamente di pesto, magari associato alle trenette o alle trofie, di torte pasqualine, di lardo (circa la metà dei soldati proviene dalla Liguria).

Siamo stupiti ma, ripeto, non troppo: in fondo anche nella nostra testa (e per il nostro fisico) la priorità è quella. Rimarchiamo la cosa, ci scherziamo sopra, senza tuttavia avventurarci in considerazioni più generali. Ciò che invece vado a fare ora.

Si tratta di una gerarchia naturale di priorità. La prima preoccupazione di qualsiasi essere vivente è la propria sicurezza, e in quel frangente in rischio era contenuto, fatta salva l’eventualità di un calcio di mulo. Subito dopo viene la necessità di nutrirsi adeguatamente e abbondantemente: il miraggio era quindi in quel caso una bella tavola imbandita. Solo quando sono soddisfatti i primi due istinti si passa al resto. Oggi, a più di mezzo secolo di distanza possiamo dire che, almeno dalle nostre parti, questi istinti prioritari sono sufficientemente garantiti: momentaneamente nessuno corre il rischio di essere sbattuto in trincea, e nessuno – tranne casi estremi – conosce i morsi della fame. A quell’epoca, e in quella situazione, invece, non lo erano affatto. O almeno, non del tutto. Il servizio militare era obbligatorio, il rancio e, peggio ancora, le razioni K (confezionate in scatole metalliche, per durare anni nei magazzini, e contenenti, fra l’altro, delle gallette così dure che solo i muli riuscivano a rosicchiarle. Per mangiarle bisognava bollirle!), non seguivano le indicazioni del dietologo ma quelle dei marescialli di fureria: quindi facevano schifo. Soprattutto durante le esercitazioni e i campi esterni era normale dover tirare la cinta fino all’ultimo buco. Per questo le chiacchiere sotto le tende giravano tutte attorno allo stesso argomento: era un modo per condividere un bisogno primario impellente, creando socializzazione, ma anche per esorcizzarlo, scaricarlo, scherzandoci magari sopra.

Ora, per non tirarla troppo in lungo e per trarne un paio di considerazioni magari elementari ma pienamente fondate, il fatto è che noi siamo condizionati molto più di quanto vorremmo credere dai nostri istinti. La storia della “umanizzazione” è quella del progressivo controllo sulla nostra istintualità, dell’emancipazione dal dominio biologico: ma è una storia ben lontana dall’essere arrivata a compimento. E anzi, è una storia periodicamente smentita dai fatti, dalle necessità, dalla ricaduta nella precarietà e nella barbarie. Per questo le vicende umane andrebbero lette con minor presunzione: non possiamo hegelianamente spiegarle come vicende “dello spirito”. C’è altro che si muove, e che ci muove, dentro di noi. Questo non significa che siamo delle “bestie”, ma che siamo comunque degli animali, ufficialmente pensanti, ma spesso anche no (basta guardarci attorno): e voler negare questo dato significa metterci in condizione di non capire o di male interpretare le reazioni altrui, di relazionarci sulla base di convenzioni estremamente fragili, diverse nei tempi e nelle svariate aree culturali, e pretendere che le risposte che otteniamo siano sempre conseguenti. Significa negare il nostro sostrato naturale e il condizionamento da esso esercitato. Anzi, ci siamo talmente convinti del potere dell’intelligenza culturale sull’istinto naturale da attribuire la prima anche ai nostri cugini più o meno prossimi, con zampe, ali e piume, e siamo finiti ad adottare nei loro confronti comportamenti stupidamente esasperati.

Mio padre, che il militare lo aveva fatto durante l’ultima guerra, mi raccontava come sul fronte greco/albanese alcuni suoi commilitoni, comandati di pattuglia, stanchi ed affamati, avessero preso a sparare contro i loro stessi compagni in fila per il rancio giù nella vallata. È probabile che la sera, nelle loro tende quei pochi fortunati che ne disponevano, quei ragazzi ragionassero di giacigli caldi, di mura sicure, di volti amici, e cercassero di scacciare dalla mente le immagini dei corpi straziati di morti e di feriti che impedivano loro di chiudere occhio. A volte magari lo facevano nella maniera più stupida, reagivano inconsultamente, ma si trattava appunto di una reazione sfuggita al controllo che chi non ha vissuto quei momenti non è in grado di valutare né di giudicare.

Oggi, alla loro stessa età, i ragazzi stazionano la sera non sotto le tende, tremando di paura o rosi dalla fame, ma nei dehors spuntati come funghi, sorseggiando l’apericena: e quando non si inchiodano al loro iPhone sproloquiano del nulla, annichiliti dal deserto di senso e di idealità che li circonda. Si badi bene: non sto dicendo che siano degli idioti, o abbiano meno risorse mentali delle generazioni che li hanno preceduti. Dico che ogni generazione reagisce in base agli stimoli, negativi o positivi, che arrivano dall’ambiente, e sono questi stimoli a determinare l’ordine delle priorità. Può sembrare un ossimoro, e può sembrare in contraddizione con quanto detto sinora, ma esistono anche “priorità secondarie”, apparentemente solo “culturali”, in realtà dettate anch’esse da un input biologico. In questo caso ad agire è una somma confusa di stimoli, da quello riproduttivo a quello del dominio, tradotti e ricondizionati dal nostro cervello per essere compatibili con i modelli in costante evoluzione della socialità, ma pur sempre basilari per indirizzare i nostri comportamenti.

Insomma, anche là dove non intervengono la fame o il rischio fisico noi reagiamo in primo luogo a bisogni originari, per quanto mascherati e rimossi, e faremmo bene a non dimenticarlo mai, quando parliamo di educazione, di politica, di socialità, di tutto ciò che consideriamo erroneamente di assoluta pertinenza “culturale”, e quindi passibile di un controllo quasi completo. Il pensiero risponde prima di tutto alle istanze della biologia.

Ovvero, come dicevano gli antichi, la lingua batte dove il dente duole.

Ariette 23.0: Tornino i volti

di Maurizio Castellaro, 2 novembre 2024

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Nel 2007 tre ragazzi di San Francisco ebbero l’idea di ospitare a casa loro dei turisti, misero a disposizione letti gonfiabili e colazione (air bed and breakfast da cui l’acronimo Airbnb, appunto), prezzi imbattibili e relazioni umane garantite dalla condivisione di spazi e tempi. “Condivisione” era anche la parola chiave di Blablacar, un sito di car sharing che già dal nome puntava sulle relazioni umane come valore aggiunto del “passaggio” in auto. Dopo il G8 di Genova e la fine dell’“altro mondo possibile” da costruire per via politica, ci fu la stagione del “Fai la cosa giusta!”, cioè della speranza di riuscire a cambiare il mondo “a pezzettini”, con scelte di acquisto responsabili, capaci di dare concretezza a progetti solidali con le persone e con l’ambiente. È stata una stagione di grande innovazione sociale (ricordiamo ad esempio la nascita dei GAS, Gruppi di Acquisto Solidale) che, nel mio piccolo, ho condiviso a livello personale, sia come consumatore sia come organizzatore.

Vediamo un po’ che piega ha preso oggi questa storia. Airbnb è una realtà globale che nel 2023 ha fatturato 9 miliardi di dollari e ha coinvolto oltre 6 milioni di hosts in tutto il mondo. Blablacar esiste ancora ma non ha di certo sfondato (mai accettare passaggi dagli sconosciuti …). Nel trasporto lowcost hanno sfondato invece Flixbus, che fattura oltre 2 miliardi l’anno, e Uber (mobilità urbana a chiamata) che di miliardi ne fattura 37. I GAS esistono ancora ma si sono indeboliti, stritolati dal conflitto tra la necessità di mantenere la purezza delle intenzioni e la necessità di garantire una sostenibilità economica per produttori e consumatori.

Insomma, sono rimaste in piedi solo le realtà che hanno messo al centro il tema della sostenibilità economica, o che hanno accettato l’ingresso dei grandi capitali. Le organizzazioni più radicali e meno inclini a compromessi si sono invece sfaldate a causa dei conflitti ideologici interni e della carenza di risorse. Nei siti di queste aziende “sopravvissute”, la prima cosa di cui si parla al potenziale cliente è il costo, la vera forma della razionalità occidentale, con buona pace delle relazioni umane e della condivisione. Oggi “condividere” significa anzitutto rilanciare un post sui social, niente che abbia a che fare con l’Altro. L’utopia dell’“ospitalità condivisa” dei fondatori di Airbnb ha creato nel mondo reale centri storici desertificati, in cui le persone hanno fatto posto a b&b improvvisati, segnalati da box con apertura a codice appesi ovunque per il check in a distanza, occupati da turisti globali che si aggirano per le strade come rabdomanti, l’occhio fisso su Google maps che indica la direzione. Naturalmente non ho in mente soluzioni alla questione che non siano assolutamente private. Si tratta però pur sempre di un’Arietta, e quindi chiudo, aggrappandomi al dimenticato appello di Emmanuel Lévinas: “Tornino i volti”.

Ariette 23 01