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Una dose di pensiero divergente

di Fabrizio Rinaldi, 30 aprile 2018

I “coccodrilli” si scrivono in attesa che qualche grossa personalità del circuito culturale o mediatico si decida a schiattare. In genere vi si assemblano episodi e aneddoti più o meno rilevanti della vita del morituro, ma soprattutto sviolinate, così da essere pronti per la pubblicazione un istante dopo la morte.
Questo evidentemente non è un coccodrillo. Innanzitutto il protagonista sta benissimo, e poi si tiene volentieri lontano dagli “eventi” e dal cicaleccio intellettuale che impazza sulle riviste e sui teleschermi e non ci tiene alle sviolinate. Preferisce una vita ritirata in un paesino sperduto nell’appennino, evitando inutili protagonismi, razionando con parsimonia i contatti umani, per lasciar spazio al lavoro delle braccia nel suo frutteto e del pensiero nella sua testa, zeppi entrambi di sterpaglie da estirpare, governare e contenere.
Questo scritto vuol essere dunque solo un augurio di lunga vita ad un amico che ha incrociato le strade di molti pellegrini del pensiero, accompagnandoli lungo i più diversi sentieri, da quello scolastico a quelli che portano al Tobbio, passando magari per le mostre di pittori sconosciuti – non a lui! – o per i libri di autori ignorati o dimenticati.
L’altro giorno sono andato a trovarlo. Era al Capanno, intento a piazzare i pali per un pergolato su cui dovrebbe crescere la vite canadese e a riutilizzare vecchie travi per farne le panchine su cui siederà, all’ombra, a chiacchierare con i selezionati amici che andranno a trovarlo.
La “C” maiuscola il Capanno l’ha conquistata di diritto perché, dopo sua la costruzione in solitaria da parte del protagonista, è diventato un luogo ove da anni si consumano pranzi frugali, si conciliano il cibo, la parola e il giusto silenzio, si beve del buon vino e si tenta di fare chiarezza nelle idee e nelle azioni.
Il Capanno è un “gompa”, un “buen ritiro”: lì è possibile disciplinare il moto perpetuo e disordinato delle idee con la lenta concretezza imposta dalla terra, alla quale, per avere dei frutti, è necessario inchinarsi.
La stessa perseveranza che mette nelle faccende manuali Paolo la impiega per governare le idee che gli fioriscono nella mente: è tutto un lavorio di ragionamenti, di approfondimenti e di riflessioni che richiedono poi un impegno certosino di sforbiciatura e limatura, per arrivare a quel pensiero ordinato che vuole traspaia dalle sue parole. Forse quando termina di scrivere uno dei suoi “Quaderni dei Viandanti” prova la stessa sensazione che avrà assaporato suo nonno in vigna, dopo una giornata nei campi, quando stanco ma appagato per il lavoro meticoloso e accurato si sedeva sotto una vite e si fumava una sigaretta, soddisfatto anche dell’aspetto estetico di ciò che aveva realizzato.
Nell’ora che ho trascorso con lui mi ha snocciolato tutta una serie di nuovi progetti, passando dal pergolato al pezzo che vorrebbe scrivere su Leopardi e l’Islanda, dal tetto da sistemare alle considerazioni sul cibo e la scrittura, un piano di lavoro che terrebbe occupato chiunque per i prossimi dieci anni. Non importa quando troverà il tempo per dedicarsi a tutte queste cose, magari alcune le tralascerà per buttarsi su altri progetti: non ha fretta e non deve dimostrare nulla, sa che non è necessario e sarebbe superfluo.
Non smette invece, e credo non lo farà mai, di individuare sempre nuovi lavori – manuali o intellettuali, su un piano di pari dignità – che gli consentano di continuare il suo viaggio e di soddisfare la sua curiosità, mai appagata e rivolta in tutte le direzioni. Si tratti di libri (scovati in qualche mercatino) su esploratori che nessuno ricorda più, o di possibili migliorie da realizzare attorno al Capanno, oppure d’inseguire autori, ai più sconosciuti, che lo stimolino a pensare, a Paolo preme la continua ricerca di ciò che non conosce. E vuole anche renderne partecipi gli altri.
La complessità del percorso e i ragionamenti che lo scandiscono si traducono negli scritti in nitidezza di concetto, in chiarezza di parole e in un’inappuntabile logica. Chi legge viene accompagnato per mano a capire dove si vuol arrivare.
Non so se tra i suoi progetti ci sia pure quello di scrivere poesie (probabilmente no). Ma forse tutto ciò che ha scritto (e scriverà) è un unico testo poetico: ragionamenti, scelte e ripensamenti sono armonizzati in versi liberi di filosofia e di biologia, raccolti in odi che cantano la storia comune come pure la Storia con la maiuscola, racchiusi in sonetti che raccontano viaggi nell’immaginario.
E a proposito: durante il nostro ultimo incontro ha accennato ad un viaggio che intende fare ripercorrendo l’Appennino fino ad arrivare in Sicilia. Non è stato necessario accennare a “La leggenda dei monti naviganti” di Paolo Rumiz, perché era del tutto superfluo. Magari ne rifarà solamente un pezzo, e farà un viaggio sicuramente differente, alla maniera del Viandante, ma con lo stesso spirito che mosse Rumiz quando percorse la colonna vertebrale dell’Italia: scoprire paesi e climax in via d’estinzione.
Sono certo che pure a lui sia venuto in mente quel libro quando ha iniziato a progettare quel viaggio, ma non ho ritenuto necessario accennare esplicitamente al quel volume. La comprensione tra due persone che reciprocamente si stimano non ha bisogno di parole. Il non detto vale più di ciò che è esplicitato.
Coloro che hanno la sua fiducia sono vicini ai suoi valori e al suo modo di concepire un’esistenza dignitosa e moralmente accettabile. Sono a volte su linee temporali differenti – anche molto –, ma hanno un vissuto, un’impostazione di pensiero simile ai suoi. Paolo ha scelto queste persone per coltivare assieme a loro il sistema di valori da cui sono nati i Viandanti delle Nebbie.
Nel farlo non ha cercato proseliti, ma ha aiutato gli altri a ragionare con la propria testa. Non gli interessa convincere, ma confrontarsi, e ciò è possibile solo con un pensiero divergente rispetto al suo.
Credo che le visite a Paolo siano ormai quasi un rito. Se ne sente il bisogno dopo un po’ di privazione, per avere la personale dose di LSD di pensiero. Da ogni incontro sgorga una valanga di idee costruttive, e cambia la percezione dell’agire quotidiano. Si fa un pieno di stimoli che possono tradursi in altri scritti dei Viandanti, o semplicemente ti permettono una visione differente della realtà.
Le dosi di Paolo creano dipendenza? Sì, perché alimentano la voglia di un pensiero divergente. E questo è un bisogno che in molti sentiamo, una necessità quasi vitale per sfuggire all’omologazione.
Se ne potrebbe fare a meno? Certo, prima o poi avverrà. Ma rimarrà chi ha vissuto con lui questo tempo, e le cose che ha scritto alimenteranno ancora altre discussioni, magari in generazioni nuove, nei figli e nei nipoti dei Viandanti di oggi.
Sono sicuro che se Paolo potesse raccoglierli sotto il pergolato del Capanno riuscirebbe ad imporre anche a loro di essere seri, di ragionare con la propria testa, e magari a chiarire loro un po’ le idee, come di frequente succede oggi a noi.

 

Quando lo sguardo diventa storto

di Paolo Repetto e Fabrizio Rinaldi, novembre 2017, da sguardistorti n. 01 – gennaio 2018

Chi ha partecipato all’esperienza di Sottotiro review, o ha comunque sfogliato quella rivista, sa che gli autori coltivavano ancora, solo vent’anni fa, la presunzione (e l’illusione) di essere un corpo estraneo, una pietra d’inciampo per una società che viaggiava su strade del tutto differenti dai sentieri segnalati in quelle pagine. Sottotiro stava a indicare la duplice condizione di chi è nel mirino come un possibile sovvertitore e di chi mira a colpire, insinuando il tarlo del dubbio.

Non c’è dubbio, alla luce del tempo trascorso, per quella società senz’altro più velocemente che per noi, che si trattasse di una aspirazione ingenua. Non del tutto, però: sapevamo di non avere le forze né per diventare pietre né per scagliarle, e che se anche le avessimo avute, le pietre si sarebbero fermate, come ogni altra provocazione, contro un muro di gomma. Ma contavamo su un’arma segreta: pensavamo che l’ironia potesse farci scudo.

Oggi le cose non sono cambiate, se non in peggio. Il mondo è sempre più simile alla grande matrix cinematografica, il controllo è sempre più pervasivo e sottile: chi pensa, chi vive, chi parla “diversamente” non è nemmeno più nel mirino, rientra anche lui in un gioco che prevede una percentuale di dissidenti, anzi, ne ha bisogno per essere più credibile e meno noioso. La globalizzazione alla fin fine è questo: l’estensione del controllo e l’imposizione delle sue molteplici forme a livello planetario, nel disegno d’insieme; la “normalizzazione”, la creazione di uno standard umano unico, attraverso la cancellazione di ogni differenza, a livello genetico e neuronale, nel dettaglio degli individui.

Ne siamo perfettamente coscienti: ma ciò che non toglie che ci ostiniamo, nel nostro piccolo, a chiamarci fuori, a pretendere di capire cosa sta succedendo, a voler guardare cosa c’è dietro i fondali virtuali (una volta si sarebbe detto “di cartone”) che ci vengono eretti attorno.

Questo è il senso degli sguardistorti: gettare sulla realtà sociale un occhio non condizionato da lenti colorate o deformanti, avvertire sotto il catrame della distopia quotidiana il lavorio dei meccanismi di autodistruzione che stanno erodendo questo mondo, opporre alla segnaletica ufficiale, che prevede ormai solo il senso unico, indicazioni di sentieri alternativi.

Questa ostinazione non è poi così inutile. Non farà argine al rimbambimento collettivo, ma ci permette ancora di camminare al di fuori della linea bianca laterale, di viaggiare ad una velocità diversa, di puntare altrove lo sguardo. E di farlo con gli stessi mezzi che vengono usati per tessere la rete di controllo: ogni utensile ha mille possibili utilizzi e finalità, e per il momento sono ancora le mani e la mente dell’uomo a scegliere. Questo vale anche, e più che mai, per un sito che accolga idee, sguardi, opinioni e sogni fuori dal coro, e che si basi su pochi, semplici ed elementari principi, proprio quelli che di norma in rete sono ignorati: la correttezza, dell’informazione e del linguaggio (niente bufale né volgarità), l’indipendenza di giudizio e l’assunzione individuale di responsabilità (in calce ai pezzi troverete sempre i nomi degli autori).

Usare Internet anziché il ciclostile e i volantini può sembrare un atto di resa. Ma allora andrebbe letta come tale tutta la storia umana, ogni suo passaggio e ogni innovazione tecnologica. Per uscire dal senso unico non è necessario rimettersi a camminare a quattro zampe. In realtà è solo un segno dei tempi, e forse anche un po’ del tempo nostro, inteso come età. Nessuna incoerenza, dunque: la coerenza deve stare nei fini, non nei mezzi. Rispetto a questi ultimi è sufficiente essere consapevoli della loro pericolosità, non dare per scontato che siano neutri. Questa consapevolezza l’abbiamo. Quanto ai fini, che sono quelli esposti sopra, esiste un parametro di risultato indipendente da ogni riscontro esterno, ed è quello del divertimento. Se a distanza di vent’anni, e a dispetto di tutto, continuiamo a divertirci (e il fatto di aver riproposto il sito ne è la prova), nel senso che ancora sappiamo indignarci, leggere tra le righe e dire “grazie, preferisco di no”, beh, allora tutto questo, noi e quello che facciamo e le nostre esistenze, un senso ce l’ha.

Reazioni acide

di Paolo Repetto, 2016

Non ho ancora richiuso la porta che Sandro è già sprofondato nella dondolo. Dovrò mettere un cartello e incorniciarlo, come per i libri dati in prestito. “La dondolo non è riservata agli ospiti, neppure agli amici”. Non mi piace conversare trincerato dietro la scrivania: sono meno rilassato, divento professorale e mi agito sulla poltroncina.

Lui invece sembra perfettamente a suo agio. Mentre ci scambiamo gli aggiornamenti sui rispettivi malanni soppesa il disordine dello studio: libri che traboccano dagli scaffali, raccoglitori e fogli ammonticchiati sulle sedie, quadri parcheggiati da anni sotto l’inutile caminetto. Poi mi guarda al di là della scrivania completamente ingombra. “Dì un po’, non ti sei ancora stufato? Ne hai ancora voglia?

Lo conosco. Si aspetta una concione sulla miseria dei tempi e sulle malinconie della senescenza, per farci su un po’di ironia. Ma non è giornata, e poi non sono sulla dondolo. Taglio corto. “Al contrario. Sono sempre più curioso. Anzi, sto diventando addirittura ansioso”. La cosa finisce lì. Visto che non gli reggo il gioco non insiste. Cerchiamo di ricostituire la complicità passando al pettegolezzo, e lì andiamo giù a sguazzo. Ma quando l’amico si congeda, gli occhi ancora umidi per le risate, riprendo possesso della dondolo e torno sulla sua domanda. Davvero ne ho ancora voglia?

Questa volta rifletto più a lungo. La domanda non è affatto stupida. È preoccupante semmai che arrivi da chi ha dieci anni meno di me. Dieci anni fa l’avrei trovata assurda: ero in campo, impegnato ad arginare dal mio piccolissimo ridotto i danni di riforme demenziali e di uno svacco generalizzato. Oggi però un senso ce l’ha. Non sono nemmeno più in panchina, e vista da fuori la partita perde ogni interesse. Ho rimosso completamente la scuola, i precari, i presidi sceriffi e le classi digitali. E più in generale non leggo i giornali, non seguo la televisione, so chi è al governo perché non potrei ignorarlo nemmeno volendo, e comunque se non lo sapessi non cambierebbe nulla. Forse quest’anno mi perderò per la prima volta gli arrivi del Tour.

Ma alla fine la risposta è la stessa. Ne ho ancora voglia! Anzi. Proprio perché non sono più distratto da queste cose ho ripreso a chiedermi dove andrà il sole quando scende dietro le montagne. Forse dovrei darmi una calmata, godere in santa pace ciò che resta del giorno, perché quel che c’è dietro in effetti lo so già: ci sono altre montagne. Ma a me piace arrampicare, e non solo sui sentieri alpini. Se ancora voglio intravvedere qualcosa devo risalire la parete del tempo. E qui le mie corde e i miei chiodi sono i libri.

Ultimamente ne acquisto molti meno. Non so più dove infilarli (ormai per uno che entra un altro deve uscire, destinazione il capanno dei Viandanti), e trovo poche novità che mi interessino: ma in compenso sto riscoprendo la mia biblioteca. Ci sono testi che nemmeno ricordavo di possedere e trovo invece sottolineati (a matita, leggera), e capisco allora da dove arrivano certe idee che mi circolano da tempo in vena: o altri che pensavo di aver letto ma risultano praticamente intonsi, e devo rammaricarmi di non averli letti prima. Le sorprese arrivano comunque soprattutto dalla rilettura. È incredibile cosa può dirti di nuovo un libro alla luce di tanti anni e di tantissimi altri libri venuti dopo. E quanto può rivelarti di te.

Ho sempre letto per capire. Può sembrare scontato, ma non è così. C’è chi legge per sognare, per svagarsi, per dimenticare, e sono tutte motivazioni più che legittime. Io leggevo Salgari per immergermi nell’avventura, ma allo stesso tempo annotavo tutte le isole dell’arcipelago della Sonda, e facevo mappe dei percorsi di José il Peruviano. Le ho ritrovate disegnate sulle controcopertine. Volevo conoscere tutto. E appena ho potuto mettere mano sui libri di storia ho messo meglio a fuoco l’obiettivo: volevo capire l’origine di tutto. Che è un’aspirazione insensata, perché ti obbliga a non trascurate niente, a spaziare in ogni campo dello scibile, dall’astrofisica alla zoologia. Ma io ho dei vantaggi: non sono credente, e quindi per me l’origine si situa già ad un certo punto del percorso. Mi incuriosisce quella dell’universo, ma mi interessa davvero quella dell’uomo. E non ho nemmeno la pretesa di scendere troppo in profondità. Mi pongo dunque delle domande alle quali sembra possibile dare una risposta, sia pure approssimativa.

Ho anche la convinzione di conoscerla già, questa risposta. Leopardi ci ha impiegato molto meno ad arrivarci, ma lui era Leopardi, e non a caso la sua era (ed è rimasta, per molti aspetti) una voce isolata. Non è una rivelazione, è una semplice disarmante constatazione: l’uomo è frutto di una casualità, un accidente temporaneo nella storia (ma possiamo chiamarla storia?) naturale. Detto questo, rimane il fatto che gli uomini ci sono, che io faccio parte di questa specie e mi interessa almeno capire come siamo diventati quel che siamo. Ma come, e non perché. In questo senso dico che un quadro generale, tra evoluzione, preistoria e storia, l’ho già in testa: e questo parrebbe dar ragione alla domanda dell’amico: non ti basta?

Non mi basta. Nei libri che continuo a leggere e in quelli che rileggo scovo sempre qualcosa che mi sposta un po’ più in là l’orizzonte, che aggiunge al quadro qualche particolare. Certo, in questo modo ogni passo allontana di due la tanto desiderata “risposta definitiva”, perché apre altri sentieri che promettono panorami mozzafiato: ma appunto questo sto cercando. Il senso è nel viaggio, non nella meta. La bellezza di una dimostrazione matematica non sta nel risultato, che spesso è uguale a zero, ma nell’eleganza dei passaggi. E allora continuo, tra deviazioni e soste e retromarce. Ma non mi muovo a casaccio: ho in mente una direzione, il percorso lo stabilisco poi di tappa in tappa. Diciamo che vorrei andarmene sapendo almeno cosa mi lascio dietro, visto che non ho grandi aspettative su quello che dovrei trovarmi davanti.

L’itinerario attraversa anche la scrittura. Un altro bisogno originato dalla consapevolezza. Mi sono dato tante motivazioni: la più sensata è che scrivo per mettere ordine nel caos delle idee che mi frullano in testa, ma quella vera è che lo faccio per oggettivare qualcosa della mia esistenza. Per fissare scoperte, entusiasmi, stati d’animo che altrimenti volerebbero via e diverrebbero immediatamente “non più essere”. È solo un’illusione, perché anche quelle pagine diverranno in breve tempo un non più essere: ma è un’illusione alla quale ci si aggrappa volentieri. Canetti scriveva: “Talvolta ho la sensazione che le parole siano tutte prive di valore, e mi domando perché ho vissuto. Ma non trovo risposte. E l’intensità della domanda poco a poco viene meno, e io mi siedo alla scrivania ed è di nuovo far parole”. Accade anche a me. Scrivendo fermo per un attimo il tempo, lo vivo un’altra o innumerevoli altre volte, lo stringo tra le dita. Persino letteralmente, perché nel mio caso l’oggettivazione passa anche attraverso la fisicità cartacea dei volumetti che creo, da guardare, da sfogliare, da rileggere di tanto in tanto. E da regalare.

La scrittura, e tanto più la produzione dei libretti, implicano la speranza di una condivisione, immediata o remota. Mi piace l’idea che tra trenta o quarant’anni qualcuno, magari un pronipote, li trovi e ne sia incuriosito. Ma già oggi, anche se mi ostino a pensare di scrivere essenzialmente per me stesso, nella scrittura cerco una forma di dialogo a distanza. Quello ravvicinato non è quasi mai soddisfacente, perché abbiamo il tempo contato, perché mancano le occasioni, perché siamo proprio disabituati alla conversazione pacata, e soprattutto ad ascoltare gli altri. Penso sia molto più facile concentrare l’attenzione sulla pagina scritta. Scrivendo siamo costretti a chiarire a noi prima che agli altri il nostro pensiero, e leggendo ci confrontiamo in tutta serenità con angolazioni diverse dello sguardo.

Non credo comunque che chiedendo non ti basta? l’amico si riferisse a questo, perché in realtà è uno dei miei interlocutori più attenti: i libretti li aspetta e li sollecita, poi si prende il suo tempo per digerirli e alla fine li commenta e li discute, a volte anche per iscritto, con una serietà quasi filologica ma con un taglio ironico. Probabilmente lo avrebbe fatto anche oggi, se la mia vena non fosse in secca e se gliene avessi comunque fornito il pretesto. Avrebbe colto tutte le contraddizioni, ma anche le aperture su potenziali nuovi percorsi. Ho perso un’occasione.

A questo punto dovrei tornare alla scrivania, a cercare carta e penna e a far parole, ma il dondolio induce a divagazioni oziose. Alle spalle ho lo scaffale della letteratura inglese. Allungo una mano e pesco un volume di saggi di William Hazlitt, Sull’ignoranza delle persone colte. Un segno del destino. Hazlitt è il più acido dei saggisti inglesi, che quanto ad acidità non si risparmiano mai. Un’altra sua raccolta, contigua a questa, si intitola Il piacere dell’odio. Ha passato la vita a litigare con tutti, quasi come Fichte, e a vendicarsi poi nei suoi Talk Tables, una rubrica giornalistica, dispensando equamente veleni. Potrebbe essere paragonato al Tommaseo, con la differenza che in quest’ultimo agiva l’acredine propria del cattolico fervente, ipocrita e insopportabile, mentre quella di Hazlitt è una cattiveria tutta inglese, che alla lunga riesce persino simpatica. E ha un pregio: è sincero in maniera disarmante.

Il saggio sull’ignoranza delle persone colte non è tra le sue cose migliori (bisogna leggere piuttosto Caldo e freddo, dove mette a paragone gli italiani e gli svizzeri: uno spasso). Si salvano alcune chicche (“Le donne hanno più buon senso degli uomini: non possono ragionare male, perché non ragionano affatto”), il resto è una tirata contro i danni che l’istruzione “accademica” e pedantesca arreca alla fantasia e alla spontaneità: cose abbastanza scontate. Ma in questo momento la mia attenzione va tutta al titolo. Sulla scrivania ho un altro libro, La barbarie dell’ignoranza, di George Steiner. Guarda caso un libro di conversazioni, di cui vorrei parlare altrove. Non ha molto a che vedere con il saggio di Hazlitt, ma il ricorso dell’ignoranza nei due titoli mi ha messo addosso una pulce.

La riflessione prende un’altra strada. Mi riporta alla domanda iniziale, ma la illumina di una luce diversa. Certo, in bocca all’amico quella domanda era solo provocatoria, o forse ingenua, comunque in buona fede: riecheggiava però un interrogativo che avverto spesso attorno a me, e che non è affatto provocatorio e nemmeno ingenuo. È volutamente maligno. Perché nasce proprio dall’ignoranza.

Spesso designiamo con lo stesso termine condizioni spirituali molto diverse, addirittura antitetiche. “Ignoranza” è tra quelli più ambigui. Fino ad ora ho parlato infatti di un’ignoranza consapevole ed umile, aggettivazione che crea un ossimoro, ma è consentita se si usa il sostantivo solo nel significato letterale, riferendolo ai contenuti. È quella di chi riconosce che quanto sa è molto meno di quel che ignora, e deve quindi darsi da fare a conoscere di più. Insomma, il “sapere di non sapere” socratico. Stringendomi un po’ posso rientrarci anch’io. Consapevole lo sono fin troppo, umile magari un po’ meno.

La titolarità del termine, però, nella sua accezione più ampia e legittima, quindi peggiore, spetta all’ignoranza proterva. Ed è a questa che entrambi i titoli mi rimandano. L’ignoranza proterva non è mai totalmente inconscia (quando è totalmente inconscia assume un altro nome, si chiama idiozia), è invece sempre barricata dietro la volontà di non conoscere, e di questo scudo fa un’arma offensiva. Mettiamola in questo modo: in qualche misura tutti abbiano coscienza di non sapere, e quindi nessuno è in pace con se stesso (va bene, tranne gli idioti): ma molti, forse i più, per pigrizia o per viltà non si assumono la responsabilità che ne consegue, e invece di trarne lo stimolo a conoscere hanno quello a disconoscere il valore del sapere, o almeno della voglia di sapere, altrui. Sono mossi dall’invidia, non tanto per le conoscenze che altri possiedono (perché il parametro come si è visto non è questo) ma per lo spirito che porta chi insiste nel perseguire la conoscenza ad attribuire una importanza relativa a tutto il resto, posizione economica e sociale, mode, ecc… Li sentono lontani dalla propria piccineria, interessati ad altro, sottratti al confronto. E si rendono conto che questo è il più sereno degli atteggiamenti. Ciò che dà loro veramente fastidio è l’essere posti di fronte all’evidenza di una possibilità di scelta che non hanno l’animo di compiere.

Qui non valgono gli alibi dell’estrazione sociale, delle situazioni non eque di partenza, ecc Tutto questo c’entra nulla, perché la differenza è data dal tipo di reazione ad una condizione comune. La percentuale dei veri ignoranti, come quella degli stupidi di cui parla la seconda legge di Cipolla, è costante in tutti i ceti sociali, i livelli economici e gli ambienti culturali, ed è altrettanto alta, visto che in fondo le due patologie coincidono. Se assumiamo che l’ignoranza non si misura sulle cose che non si sanno, ma sul fatto che si abbia o meno la coscienza “positiva” di non saperle, si può essere terribilmente ignoranti occupando qualsiasi “ruolo” intellettuale di primo piano (per gli esempi c’è solo da scegliere). Non è quindi questione di ceto sociale, di censo o di ambiente familiare: sarebbe come dire che dipende dal Fato. Ma neppure di determinazione genetica, che ci assolverebbe egualmente da ogni responsabilità. Quanto questa proterva arroganza sia connaturata e quanto coltivata, o meglio, assecondata, non lo so: ma se fosse davvero iscritta nel nostro DNA credo che non starei qui ora a pormi queste domande. La cosa certa è che esercita il suo veleno in ogni ambito delle relazioni umane.

Parlo dell’argomento con cognizione: l’ignoranza proterva l’ho conosciuta precocemente. Alle elementari si manifestava sotto le specie apparentemente innocue del “dagli al secchione”. Non è una manifestazione benigna, anche se tendiamo a liquidarla con un sorriso di tolleranza, quando non addirittura di complicità: nasce dallo stesso ceppo virale, ne è solo lo stadio di incubazione. Purtroppo di fronte a queste cose non ci mettiamo mai nell’ottica della vittima. Io non ero affatto un secchione, e tantomeno un ruffiano: non ci tenevo a primeggiare, non segnavo i cattivi alla lavagna, non blindavo i quaderni, non rifiutavo di passare i compiti (anzi, ho continuato a farlo sino a tutto il liceo, ed ero piuttosto bravo a non farmi beccare). Solo, anche se il “sapere di non sapere” era ancora inconscio, ero curioso di tutto e studiavo con passione: leggere, scrivere, disegnare, persino far di conto erano i miei divertimenti preferiti. E mi sembrava naturale, già a sei o sette anni, che ciò che avevo imparato, che mi aveva meravigliato, andasse condiviso: mi spiaceva semmai che i miei compagni non si divertissero altrettanto, non godessero come me di queste scoperte. Pensavo poi che quel divertimento, tradotto in gioco, poteva essere moltiplicato: ma non nella formula del Sapientino. Mi sembrava che giocare agli antichi romani sapendo chi era Muzio Scevola o agli indiani avendo un’idea di dove stavano il Mississippi o le Montagne Rocciose fosse tutta un’altra cosa. Salvo poi scoprire che non solo agli altri non interessava, ma a qualcuno dava proprio fastidio. A conti fatti quella vaccinazione è stata dolorosa, perché soffrivo dell’etichettatura ingiusta, ma ha funzionato. Ho imparato a non alzare più la mano nemmeno quando facevano l’appello, ma anche a difendere la mia attitudine verso il mondo, ad esserne orgoglioso e persino ad imporla. Oltre che a giocare da solo.

Col passaggio alle superiori la sintomatologia è cambiata. Il problema non erano più i compagni, perché ormai ero abbastanza scafato da tenermi in ombra e farmi gli affari miei. Il problema era che, stante la situazione economica della mia famiglia, avrei dovuto essere l’ultimo in paese a pensare di proseguire gli studi. La cosa infastidiva soprattutto i genitori di quei coetanei che avrebbero a loro volta meritato di proseguire, ma erano stati destinati all’avviamento professionale. Davanti a un invalido che campava lavorando la terra e risuolando ciabatte, e che sognava per i suoi figli un futuro di studi, gli altri non avevano più scusanti. Non potevano far altro che ripetere ai figli propri che tutto quello studio non valeva niente: non a caso a quattordici anni ero l’unico a non viaggiare in motorino

A colmare la misura vennero la scelta del liceo classico e più tardi quella universitaria. Un diploma di ragioniere o di perito industriale ci stava ancora, ma il classico sottintendeva l’intenzione di proseguire: questo proprio mentre una parte sempre maggiore del carico dei lavori agricoli stava passando sulle mie spalle. Si aggiungeva quindi il fatto che non solo non ero un secchione, ma neppure un “mangiapane a tradimento”, come venivano classificati allora quelli che non lavoravano. Mi guadagnavo ogni briciola, e andavo avanti a borse di studio. E allora, naturalmente, queste erano ottenute attraverso qualche oscura rete di conoscenze politiche e di raccomandazioni.

Ma la cosa davvero spiazzante fu la scelta universitaria. L’insegnamento? Dal momento che ero in ballo, tanto valeva studiare per qualcosa che rendesse, fare l’avvocato o il medico. Quanto guadagna un insegnante? E comunque, come volevasi dimostrare, si trattava di una laurea di serie B, di quelle che te le tirano dietro se solo frequenti.

Non voglio dipingere un santino da eroe sovietico dello studio: penso che la mia vicenda fosse comune in quel periodo a molti altri. Ma nemmeno sto esagerando la reazione negativa alla mia determinazione a studiare. Ho continuato a percepire per anni, tra i parenti prima ancora che negli estranei, un’ostilità non sempre silenziosa. In parte la davo per scontata, era frutto dell’atavico sospetto contadino per una cultura dalla quale si aspettavano solo fregature. C’è stato un periodo in cui ero quasi tentato di scusarmene: parlavo ostinatamente il dialetto con tutti, anche con quelli che mi si rivolgevano in italiano, discutevo quasi solo di lavori in campagna, evitavo di pubblicizzare qualsiasi successo di tappa della mia carriera scolastica (cosa che non mi costava alcun sacrificio). Ma non durò a lungo, a dispetto delle ubriacature ideologiche (era il sessantotto). Avevo imparato ormai a distinguere tra l’ignoranza buona e quella tossica, quella che rifiutava di considerare lo studio un valore in sé. Questo non potevo darlo per scontato. Eppure non c’era verso a far capire che non importava la laurea, ma il percorso: e che quel percorso poteva essere di tutti, e che diplomi e certificati erano solo pezzi di carta. Scattava immediatamente l’alibi: Per carità! Sono troppo ignorante. Sottinteso: E mi sta bene così.

Non ho mai digerito questo atteggiamento. Ho persino avuto il dubbio di essere troppo in anticipo, quando ancora sembrava che il sole dell’avvenire fosse allo zenit. Poi ho capito che in realtà ero in ritardo. Avendo vissuto sin dall’infanzia immerso più nei libri che nella realtà, avevo colto l’ultima eco di un’epoca nella quale la cultura veniva considerata un veicolo di promozione umana, prima che sociale ed economica. Di un tempo nel quale vigeva ancora la convinzione che istruirsi rendesse liberi e capaci di opporsi alle ingiustizie, fornisse gli strumenti per uscire da una sudditanza sentita prima di tutto come culturale. Il vanto maggiore di mia madre, che a dieci anni già stava a servizio presso una famiglia borghese, era quello di aver sempre corretto gli strafalcioni grammaticali e sintattici del padrone di casa e di aver letto più libri di tutti i componenti del nucleo famigliare messi assieme, comprese le figlie studentesse e i nonni, pescando proprio dagli scaffali della biblioteca domestica. Conoscendola, credo che in quella casa ad un certo punto la temessero come il fuoco, ma ne avessero un enorme rispetto. Una padronanza linguistica strappata con i denti, una cultura letteraria disordinata ma profonda e convinta, erano state le sue armi per affrontare un mondo che l’aveva lasciata orfana a due anni.

Mia madre condivideva con gli Illuministi e con tutti i progressisti delle varie bandiere l’idea che il vero riscatto venisse di lì, e che la conquista della conoscenza fosse prioritaria rispetto a quella dell’eguaglianza, ne fosse addirittura una necessaria precondizione. Per un secolo in tutto l’occidente, nei circoli operai, anarchici e socialisti, la prima cura è stata rendere disponibile una biblioteca. Sconfiggere l’ignoranza avrebbe significato davvero offrire a tutti le stesse opportunità. E non erano solo i socialisti a pensarlo. Quali che fossero poi i fini remoti, se c’erano, ciò che spingeva George Peabody (uno tra i fondatori della JP Morgan, l’emblema stesso della speculazione finanziaria, oggi “il nemico” in carne ed ossa) a istituire il Peabody education fund rispondeva alla stessa esigenza sentita da Diogene duemila anni prima, e ribadita all’epoca sua dai populisti russi, da Cattaneo e da Tolstoj, e nel nuovo secolo da Gorkij e da Berneri, insomma dai veri libertari in ogni parte del mondo: la necessità di emanciparsi attraverso la cultura.

Questa convinzione, dunque, oltre che trovarla nei libri la respiravo in casa. Fuori invece mi scontravo sempre più con la resa immediata e incondizionata, con l’alibi dell’ignoranza giocato preventivamente. Sulle prime ero sconcertato. Mi c’è voluto del tempo a capire che il problema era proprio la libertà, quella che i miei anarchici cercavano nella cultura. Perché la libertà è responsabilità. Per un breve periodo la cultura era stata davvero accessibile a tutti: nel mio piccolo, ne ero anch’io una dimostrazione. Ma l’accesso si paga, perché quanto più arrivi a conoscere, tanto meno sei giustificato a non scegliere. Non sei libero di sprecare la tua libertà: sei libero di scegliere come usarla, anzi, hai il dovere di farlo. Ed è questo a fare paura.

Ho insegnato per trent’anni letteratura e storia in un istituto tecnico per l’industria. Era la mia personale battaglia. Non ammettevo che l’istruzione potesse essere sganciata dalla cultura e aggiogata al servizio della professionalità. È stata un’esperienza esaltante. Non so quanto i futuri periti fossero bravi nel disegno meccanico, ma posso assicurare che quasi tutti amavano Leopardi e Ariosto, e a differenza dei giornalisti televisivi non confondevano la prima con la seconda guerra mondiale, e sapevano anche che tra le due c’era stata la guerra di Spagna. il tutto senza l’uso di strumenti di tortura. Lo sapevano perché avevano capito quanto fosse importante saperlo. Proprio da quell’osservatorio ho dovuto però assistere al progressivo appannamento della motivazione culturale pura, mentre fuori orde sempre nuove di barbari inalberavano l’ignoranza come vessillo. Perché nel frattempo era accaduto qualcosa.

In realtà di cose ne sono accadute tante. Per capire come negli ultimi settant’anni sia stato ribaltato lo statuto morale e sociale dell’ignoranza sarebbe necessario metterle in riga tutte, e forse un giorno proverò anche a farlo. Qui, ora, dalla dondolo, non posso che abbandonarmi a qualche considerazione spicciola.

Il primato della cultura sulle altre esigenze è durato per tutto il diciannovesimo secolo. Era naturalmente un primato solo nominale, auspicato nei programmi di quasi tutti gli schieramenti e nelle costituzioni di tutti gli stati, quali ne fossero i regimi, e negato poi nella prassi politica: ma che il potenziale ruolo della cultura fosse in qualche modo presente alle coscienze lo dimostra ad esempio la considerazione riservata all’insegnamento, o il fatto che l’indice più importante per valutare i progressi di un popolo fosse il tasso di alfabetizzazione, e non quello di crescita del prodotto. Quale fosse poi l’uso che della cultura veniva fatto, come essa venisse manipolata a fini di potere, è un altro discorso. Io mi riferisco al suo status ufficiale prioritario.

A partire dai primi del secolo scorso, invece, con la sindacalizzazione delle lotte sociali, la priorità è passata dal riscatto culturale a quello economico. In luogo di continuare a sperare che una crescita culturale diffusa avrebbe portato alla giustizia sociale, si è assunto che la perequazione economica avrebbe, casomai, favorito quella culturale, e che tutto sommato fosse realizzabile in tempi più brevi. I risultati li abbiamo sotto gli occhi.

Dare la precedenza alla perequazione economica implica l’adozione di una scala di valori completamente diversa: si sostituiscono i beni materiali a quelli spirituali. Ma è esattamente quanto richiesto da un modello produttivo giunto alla maturità, che non costituisce più una risposta ai bisogni, neppure a quelli secondari, ma i bisogni deve crearli per sopravvivere, per autoalimentarsi. Questo modello coltiva una coazione collettiva al consumo, anziché la coscienza critica individuale: e per farlo deve avere il controllo dell’istruzione, del rapporto con la conoscenza. In un primo momento favorisce quel minimo di istruzione funzionale a creare una “opinione pubblica”, ad educare a un pensiero di massa attraverso il quale veicolare gli orientamenti politici e gli stili di vita; poi, dopo il secondo conflitto mondiale, mette a punto con i nuovi media una macchina della persuasione che prescinde da qualsiasi competenza, anche elementare, dell’”utente”, e riscrive totalmente tanto i modi quanto i contenuti della conoscenza stessa. Il sogno di una cultura universalmente diffusa non è mai stato così vicino a realizzarsi: solo, sono cambiati totalmente la qualità e il senso di questa “cultura”.

Per quanto possa sembrare paradossale, del ribaltone si sono fatti complici proprio coloro che la coscienza critica avrebbero dovuto rappresentarla, gli intellettuali, e segnatamente quelli “progressisti”: Costoro giustamente, dopo quanto era accaduto nel secondo conflitto mondiale, hanno messo sotto accusa la cultura “borghese”, ma traditi dall’entusiasmo hanno finito per confonderla con la cultura tout court. È così, in nome di quella “cultura proletaria” che Camillo Berneri già negli anni trenta stigmatizzava come inconsistente o addirittura inesistente (la retorica socialista … non contenta dell’“anima proletaria”, si e inventata anche la “cultura proletaria”) si sono fatti beffe di quanto per i proletari veri, per mia madre, era invece una conquista, era orgoglio (ancora Berneri: In tutti campi il passato ci ha fatti eredi di beni inestimabili che non potrebbero essere attribuiti a questa o a quella classe). Vogliamo fare degli esempi? L’elogio di Franti tessuto da Eco, sia pure giocato dall’autore sempre sul filo del paradosso, per non compromettersi, ha finito per legittimare tutti i Franti contemporanei, quelli dei quali poi lo stesso Eco poco prima di morire si lamentava. Allo stesso modo, la democratizzazione della scuola è stata risolta in un abbassamento drastico del livello delle attese: invece di spronare tutti a perseguire obiettivi alti, col sacrosanto rischio che quelli particolarmente tetragoni dovessero intraprendere percorsi a loro più congeniali, si è preferito abbassare le richieste a un livello che include tutti ma non emancipa nessuno. Nella sostanza, si è passati dal dovere di darsi un’istruzione al diritto a ricevere un’istruzione: e in questo caso, come per il termine ignoranza, anche la parola istruzione assume significasti e valori ben diversi.

Sono riflessioni all’ingrosso, ma sufficienti a spiegare la fenomenologia molto più complessa dell’ignoranza odierna. Alle manifestazioni classiche se ne sono aggiunte di nuove. A volte possono sembrare antitetiche, ma in realtà sono accomunate tutte dai due fattori chiave della protervia: il rifiuto di una acquisizione critica della cultura e la sua concezione come “strumento” e non come valore in sé. Questi due fattori negativi vengono declinati in tutte le sfumature possibili, stringendo attorno al collo della cultura un cordone che la sta velocemente soffocando.

Per un attimo accarezzo l’idea di stilare di queste fenomenologie un catalogo, una cosa velenosa, nello stile di Hazlitt, Poi mi dico che tutto sommato un’operazione del genere non sarebbe granché elegante, anzi, riuscirebbe abbastanza gratuita. Rischierei seriamente di entrarci di diritto. Inoltre ne verrebbe fuori un volumone, e di spazio gli ignoranti se ne prendono già sin troppo, non è il caso di offrirne loro altro. Eppure la tentazione c’è. Ecco, magari potrebbe essere l’oggetto di un divertente pomeriggio con l’amico, seduto lui alla scrivania e io sulla dondolo. Già lo immagino …

Lo squillo del telefono interrompe al momento giusto il corso dei miei pensieri. È proprio Sandro, che evidentemente una volta arrivato a casa si è messo come me in poltrona (non ricordo però se abbia una dondolo) e ha riflettuto. “Tu sei un po’ stronzo, esordisce, ma ti confesso che ho continuato a pensarci, e mi rendo conto che la domanda era idiota. In verità non era una domanda. Cercavo un alibi per giustificare la mia attuale abulia. Hai ragione, è più che mai necessario insistere, non potremmo fare altro. E anzi, perché non scrivi qualcosa in proposito? Mi piacerebbe leggerlo e discuterne. Comunque, grazie”.

Lo sto già facendo, amico mio: e la domanda non era affatto idiota. Però non glielo dico.

Hazlitt non lo avrebbe mai fatto.

 

Reazionario controvoglia

di Paolo Repetto, 2013

“Reazionario”, controvoglia o no, è un epiteto spregiativo. Da almeno due secoli marchia la posizione concettuale di chi oppone un totale rifiuto alla storia. Quello del reazionario infatti nemmeno rientra nella scala dei possibili atteggiamenti “interni” alla storia stessa, che si dispiegano per coppie di opposti, conservatore-rivoluzionario agli estremi, moderato-progressista al centro, spaziando dalla semiimmobilità all’accelerazione veloce, ma sono tutti pur sempre accomunati dalla “necessità” di una progressione verso il futuro. Il reazionario si pone invece fuori. Non solo vuole fermare la storia, ma addirittura vuole tornare indietro.

Che il termine venga utilizzato solo in una valenza negativa lo dimostra il fatto che neppure i movimenti storicamente ascritti alla reazione, quello fascista e quello nazista in particolare, si sono mai proposti e hanno mai accettato di essere interpretati come reazionari. Al contrario, si sono sempre qualificati come rivoluzionari (e a ragione, direi).

Io non voglio tornare indietro nella storia. Non ne avrei motivo. Della storia ho vissuto uno dei periodi più tranquilli, almeno per quanto concerne l’Europa, e il mio paese in particolare. Sulla mia pelle non sono rimaste cicatrici. Ad essere onesto avrei nulla da recriminare nei confronti del passato, ma anche poco da rimpiangere, se non una giovinezza non sempre spesa bene, come tutte le giovinezze. Ciò non significa che non conosca il repertorio infinito di tragedie che ha caratterizzato questi sessantacinque anni; ma sono cosciente del fatto che solo poco prima della mia nascita se ne compiva una quale mai il genere umano aveva vissuta, e che io me la sono scansata.

Ho scelto la titolazione del libretto proprio per questo motivo. Non riesco a rallegrarmi del fatto che se dura così per almeno altri vent’anni (o anche meno) mi sarò risparmiato l’orrore. Lascio dei figli, dei nipoti, e vorrei che l’orrore fosse evitato anche a loro: ma i segnali che scorgo all’orizzonte mi confortano poco. Non è facile spiegare la sensazione che provo; inoltre, so che va sottratta la tara della posizione dell’osservatore, che naturalmente vede sempre più buio il futuro mano a mano che quel futuro lo esclude. Non credo però si tratti solo di un effetto ottico.

Ho in primo luogo l’impressione di una smemoratezza collettiva, percepibile soprattutto nei più giovani, che hanno una vaghissima idea, quando ce l’hanno, di ciò che è accaduto prima della loro nascita. Il moltiplicarsi delle ricorrenze anniversarie, la creazione di una liturgia della memoria, anziché alimentare un interesse ed un raccordo vivo col passato si risolve in una ritualizzazione arida, spesso manipolata, che i giovani mostrano di subire con fastidio e passivamente. Questo perché la smemoratezza è anche, e prima ancora, delle generazioni più mature, per le quali sempre più imperiosa sembra la voglia di fermare il tempo, annullarne il trascorrere in un eterno presente. E non mi riferisco a fenomeni frivoli, anche se significativi, come quello del “giovanilismo”, che se non altro alimenta nuovi settori economici, dalla chirurgia estetica alle palestre, ma all’incosciente miopia di classi dirigenti, a livello mondiale, che non riescono ad alzare lo sguardo oltre i propri piedi. L’eterno presente è il regno dell’oblio, e l’oblio significa rilassarsi, abbassare la guardia, sottovalutare i segnali di un’accelerazione dello scivolamento nella barbarie che ormai si moltiplicano.

In genere, a chi manifesta questo tipo di preoccupazioni si fa notare che i profeti di sventura ci sono sempre stati, la Bibbia e i poemi omerici ne sono già pieni. Infatti. Quel che di norma non si dice, però, è che nella gran parte dei casi le sventure si sono poi avverate. Magari non è finito il mondo, ma milioni di esseri umani ne sono stati travolti, cancellati, umiliati. Io non so se agisca un’astuzia della ragione, qualche dubbio lo avrei, e comunque mi interessa anche poco: mi interessa che a loro, per le loro sofferenze, vada almeno il risarcimento della memoria; che questa memoria costituisca per noi, oggi, un monito e un impegno, e non si riduca a una distratta celebrazione; e che questo impegno consenta domani, a coloro che verranno, di vivere con dignità.

Tutto ciò non farebbe evidentemente di me un reazionario. Ma c’è qualcosa che mi spinge a leggere in un’ottica diversa il ruolo dei reazionari. Per un motivo comprensibilissimo, per il fatto di voler difendere il passato da un futuro che ai loro occhi si presentava fosco, i pensatori reazionari sono stati in genere gli analisti più lucidi della modernità e quelli più spietatamente preveggenti rispetto alle derive politiche, economiche e sociali che avrebbe comportato. A partire da De Maistre il pensiero reazionario ha sottoposto la società uscita dall’ancien regime ad una critica preventiva che andava ad evidenziare i problemi prima ancora che questi cominciassero a porsi o ad essere visibili.

Io non sono certamente mosso dallo stesso spirito di un Burke o di un Lamennais: semmai vale il contrario. Ma neppure mi riconosco in quello che sembra oggi animare i miei contemporanei, che paiono essersi arresi ad una sorta di ineluttabilità storica. Sono ancora convinto che la storia la facciamo noi, quotidianamente, con le nostre scelte, e che la nostra “insignificanza” a fronte di un mondo tanto vasto e complesso non ci solleva dalle nostre responsabilità.

E allora si, allora vorrei che potessimo scendere da quel treno blindato dello “sviluppo” sul quale nessuno ci ha caricato a forza, ma che ci ha attratti con i suoi specchietti e le sue offerte speciali e ci ha portati in un tunnel del quale non intravvediamo la fine. Vorrei che tutte le opportunità che in questi anni ci sono state concesse per migliorare la condizione umana, e che non abbiamo saputo sfruttare, fossero rimesse in gioco. Ciò che non è possibile per una singola vita, è almeno pensabile per un insieme relativamente sottratto al tempo quale l’umanità.

Al di là della professioni di intenti, però, si può fare concretamente qualcosa? Credo di si, penso sia ancora possibile opporre una resistenza alla deriva e all’accelerazione verso il buio. Non è il caso di immaginare grandi rivoluzioni o palingenesi, anzi, visti i risultati delle precedenti direi di lasciar proprio perdere. No, qui si tratta di difendere con i denti quel minimo di buono che, a dispetto proprio dei reazionari classici, la modernità ha anche apportato, e quello che le epoche precedenti ci avevano trasmesso. Se già Socrate, duemilacinquecento anni fa, poteva convenire con i suoi discepoli sui valori fondamentali che rendono la vita degna di essere vissuta, voglio poter continuare a farlo anch’io con mio nipote. I valori sono rimasti quelli, alla faccia del postmoderno, del mercato, della crescita e della globalizzazione. E allora, molto semplicemente, si tratta di rispettarli nel quotidiano rapporto con gli altri e con noi stessi; di chiederne, anzi, di pretenderne il rispetto dai nostri interlocutori, anche a costo di apparire fuori tempo; di affermarli attraverso un’esemplarità non conclamata, vissuta nella consapevolezza dei limiti propri e della propria funzione, ma senza fare di questi limiti un alibi per assolversi dalle responsabilità. Di vedere, in altre parole, se tornando indietro di qualche passo possiamo ritrovare la strada e lo slancio per uscire da questa palude.

In questo senso sono un reazionario, e rivendico questo titolo. Soltanto, sono uno che cerca di reagire non alla storia, ma a una possibile, e non improbabile, fine della storia.

 

Ogni passione spenta

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Questo numero di Sottotiro, nono della serie, sesto delle edizioni dei Viandanti, è assolutamente inutile. Non è una novità, lo erano anche gli altri. Ma questo è diverso. C’è di più. È infatti assolutamente inutile non solo negli esiti, come i precedenti, ma già negli intenti. È quindi animato da una nuova consapevolezza. Vuole essere inutile, a tutti gli effetti. Non influirà sul PIL, né su quello nazionale né tantomeno su quello privato dei redattori, non aprirà inediti orizzonti, non favorirà scambi culturali e non cementerà vecchie amicizie. Rinuncia in partenza a qualsivoglia ambizione polemica o letteraria, e a dire il vero per ottenere tutto ciò non è stato necessario un grosso sacrificio, è bastato continuare sulla vecchia linea.

Che bisogno c’era allora di questa dichiarazione, se nella sostanza non è cambiato niente? Beh, intanto urgeva la necessità di un editoriale: la regola è questa e una chiave di lettura occorre pur darla. E poi c’è il fatto della scommessa. Questo numero nasce, a distanza di tre anni dall’ultimo uscito, solo in risposta ad una scommessa. Ci eravamo ripromessi di arrivare sino a dieci, ci sembrava il minimo perché una rivista potesse ambire ad una presenza «storica». Non ce l’abbiamo fatta. Non siamo stati sorretti da sufficiente spirito, o forse siamo rimasti ingenuamente delusi dall’assenza di un qualsivoglia riscontro, o semplicemente non ci divertivamo più. Sta di fatto che abbiamo finito per parlarne sempre più raramente, dando per scontato che era finita un’epoca, o più modestamente il momento magico dei Viandanti delle Nebbie. Ma le scommesse vanno onorate, prima di tutto quelle con se stessi, se si vuol mantenere un minimo di autostima; e quindi il tarlo ha continuato a lavorare, in tutti questi anni, e a non dare pace. Ed ecco il risultato, l’ormai dato per disperso numero nove. Il Nove sarà dunque solo la penultima rata, pagata oltre scadenza, di un debito che avevamo contratto con noi stessi sei anni fa (e pare un secolo) e che intendiamo estinguere. Non vuole dimostrare niente, non vuole fingere che siano ancora in vita sodalizi e sentimenti e speranze che semplicemente, senza drammi, hanno lasciato il posto ad altro. Ci siamo ancora divertiti a farlo, crediamo che qualche attimo di piacere la lettura di queste pagine possa regalarlo, senza sottrarne alla conoscenza (quale?). E questo ci basta per promettere che un giorno, forse tra altri tre anni, o invece solo fra tre mesi, comparirà anche il fatidico dieci. Che sarà magari uno speciale, denso di stimoli e di ricordi e di esperienze nuove; oppure, più realisticamente, un numero di commiato. Mesto, solitario e definitivo.

 

Per una metacritica della gnoseologia

ovvero: Dell’importanza di titolarsi giusto

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Credo che pochi possano azzardare un titolo come questo. Solo quegli autori che occupano quasi uno scaffale nel settore scienze umane. Infatti il titolo non è mio, è di un libro di T.W. Adorno, libro che peraltro non ho mai letto e che non ha alcuna attinenza con l’argomento che vado a trattare. Serve solo ad introdurre il tema vero, quello proposto tra parentesi: quanto sia importante un titolo che suona giusto.

Ho sempre subìto la seduzione dei titoli azzeccati. Di quelli molto musicali, soprattutto di quelli metricamente ben scanditi: per esempio, quello di cui mi sono sfacciatamente appropriato è un perfetto doppio ottonario, che mi aveva immediatamente affascinato perché suggerisce una inspirazione ed una espirazione complete. Lo tenevo in fresco da trenta e passa anni, aspettando il momento per giocarmelo al meglio. Nel frattempo ho fantasticato tutti gli usi possibili di un libro con un titolo simile: deterrente per gli scocciatori che pretendono di dividere con noi lo scompartimento ferroviario (il volume abbandonato supino sul sedile, la copertina spalancata, come in una pausa momentanea): oppure posato con noncuranza, ma bene in vista, sulla cattedra dell’esaminatore, come scelta di lettura facoltativa. O ancora, da far trovare sul tavolo in occasione delle visite di parenti, per abbreviarle: o sulla scrivania, alla vista dei visitatori, per metterli subito al loro posto. Ma non l’ho mai comprato. Temevo mi vincesse la curiosità di leggerlo, o quanto meno di sfogliarlo, e che l’incanto svanisse.

Non è andata così, invece, per un altro dei miei titoli preferiti, Il cuore è un cacciatore solitario, endecasillabo in tre battute che traduce mirabilmente il triplice soffio del novenario originale: The heart is a lonely hunter. In questo caso da esso mi è venuto uno stimolo fortissimo alla lettura, e sono grato alla McCullers di averlo scelto. L’endecasillabo trifasico è indubbiamente il mio preferito: qualcosa che si intitoli Sogno di una notte di mezza estate è un capolavoro già in sé, e Se una notte d’inverno un viaggiatore o Passeggiate nei boschi narrativi non possono non imprimersi tentatori nella memoria. Ma apprezzo anche il dodecasillabo in doppio senario, soprattutto quando è intriso di una secchezza anticipatrice come ne La solitudine del maratoneta: e godo della perfezione ritmica di novenari come L’inverno del nostro scontento o Ilona arriva con la pioggia, anche se in questi casi la lettura non conferma l’incantesimo. Ho notato per inciso come stranamente Leopardi, creatore di suggestivi incipit endecasillabici, prediliga nelle titolazioni gli ottonari (La sera del dì di festa, Il sabato del villaggio, L’ultimo canto di Saffo), più raramente i novenari (La quiete dopo la tempesta, Cantico del gallo silvestre), salvo poi sforare fino alle quattordici sillabe del Canto notturno o dei Paralipomeni.

Perché tutta questa attenzione per i titoli? Perché il titolo non è solo parte integrante dell’opera, ma viene prima e dopo l’opera stessa. Ne è l’annuncio e il veicolo pubblicitario, e quindi deve contenere dei messaggi forti che riguardino i contenuti, i personaggi e le atmosfere, o che non li riguardino affatto ma chiamino in causa la curiosità e la capacità associativa del lettore. Può farlo in molti modi. Può suggerire ad esempio alcuni aspetti dell’argomento, lasciandoci poi il gusto di riconoscerli nel testo: In mezzo scorre il fiume riesce a condensare l’elemento unificante, il fiume appunto, e il rapporto con esso e con la pesca, ma anche la diversificazione dei destini dei due protagonisti, perché il fiume che li unisce è anche metafora di una vita affrontata in modi dissimili. Allo stesso modo, Il senso di Smilla per la neve anticipa sia l’ambientazione che la straordinaria personalità della protagonista.

Ma il messaggio può scegliere anche strade diverse, per esempio quella dell’incisività, che non suggerisce ma impone il contenuto (formidabile la triade bisillabica di Camus, L’etranger, La peste, La chute, ma riesce anche molto incisivo, ad esempio, Senilità di Svevo). Oppure quella della stranezza, che punta sullo spiazzamento del lettore: Qualcuno volò sul nido del cuculo non ci dice assolutamente nulla dei contenuti (ma anche The Catcher in the rye, l’originale de Il giovane Holden, alla lettera “L’acchiappatore nella segale”, in questo senso non scherza), e tuttavia ci lascia una gran voglia di sapere perché diavolo l’abbia fatto – di volare nel nido del cuculo, intendo. O, ancora più sottile, quella della banalità, che non risulta più tale quando va a titolare un libro, e che ci spinge a leggere Morte di un apicultore (sembra il titolo di un breve di cronaca sul giornaletto locale) o Il pomeriggio di un piastrellista. Più smaccata, in questo senso, appare la maniera pirandelliana, che gioca ad anticipare il paradosso contenuto nel testo: Così è, se vi pare, Ma non è una cosa seria, Stasera si recita a soggetto, ecc… (ma anche Pirandello, con Uno, nessuno, centomila conia uno splendido novenario in tre tempi crescenti).

La funzione ruffiana del titolo non si esaurisce però con lo stimolo alla lettura. Come dicevo, il titolo ha un suo ruolo anche dopo la lettura, deve favorirne l’archiviazione mentale. Il grande amico Meaulnes, Giuda l’oscuro o La luna e i falò rimangono indelebili nella memoria, mentre Tre operai, Menzogna e sortilegio e Allegoria e derisione li si dimentica prima ancora di aver richiuso i volumi (ma forse c’entra anche la qualità delle opere). È vero peraltro che alcuni titoli si impongono a dispetto o proprio in ragione di una cacofonia. È il caso di Con gli occhi chiusi, decisamente una delle titolazioni più sciatte della nostra letteratura, seconda solo forse a Il Sempione strizza l’occhio al Frejus (mi chiedo come si fa a leggere un libro con un titolo simile: e infatti mi sembra non lo legga più nessuno); oppure de La mia Antonia, di Willa Cather, che mi intriga, malgrado a pronunciarlo impasti la bocca e suggerisca scenari domestici. Altri invece sortiscono l’effetto opposto. Uno dei più bei racconti che abbia mai letto è contenuto ne L’italiano, di Thomas Bernhard: morire che mi ricordi una volta il titolo quando voglio consigliarlo a qualcuno.

Tutto ciò, in realtà, attiene soprattutto a quel che noi leggiamo nei titoli, che non sempre corrisponde a quel che gli autori volevano dirci. Ad esempio, ritengo possibile una netta distinzione d’intenti tra titoli che anticipano l’universalità del tema e titoli che rimandano ad una vicenda particolare. Quando si titolano le proprie opere Il rosso e il nero, Guerra e pace, Ragione e sentimento, Delitto e castigo, I sommersi e i salvati, si gioca su una opposizione archetipica, sulla conflittualità dialettica nella quale si riassume la storia dell’umanità, e che viene raccontata generalmente da voce esterna, con uno sguardo obiettivo ed estraneo alla scena. Al contrario, se si utilizzano le generalità di un singolo (Tonio Kroger, Lucien Leuwen, Anna Karenina), o addirittura il nome proprio (Adolphe, Renée) o il nome più una connotazione particolare (Il giovane Holden, La signorina Else, Gimpel l’idiota) si avverte il lettore che la narrazione avverrà dall’interno, e il mondo e il resto dell’umanità ci arriveranno attraverso la coscienza che ne ha il protagonista. Naturalmente non è sempre così, e per esempio nei romanzi di Dickens il titolare-protagonista è più pretesto alla rappresentazione che filtro della stessa: ma non bisogna dimenticare che in buona parte dei casi la scelta è dettata dalle mode correnti, e anche il realismo postromantico non poteva rinunciare ad allettare il pubblico con la promessa di un eroe. La combinazione delle due tipologie non può infine che produrre titoli apparentemente neutri: L’uomo senza qualità, in quanto è un singolo che non ha nome, ci rimanda ad un protagonista che è l’uomo moderno in generale.

L’importanza e le valenze attribuite al titolo non sono comunque le stesse in tutti gli autori. Manzoni arriva a sacrificare la fluidità del suono (Gli sposi promessi, senario in tre battute in crescendo) alla correttezza del messaggio (Renzo e Lucia sono “promessi” per tutta la durata del romanzo, e “sposi” solo nell’ultima pagina), mentre Melville depista la nostra attenzione sull’antagonista, Forster sul peso della situazione rispetto alle scelte (Camera con vista, Passaggio in India) e Sthendal sul teatro della vicenda (La certosa di Parma). Svevo decreta invece la destinazione al macero del suo primo romanzo, affibbiandogli il più anodino e scoraggiante dei titoli, Una vita, tra l’altro già usato pochi anni prima da Maupassant (l’avesse titolato Una morte, o avesse riscattato il sostantivo con una aggettivazione, forse avrebbe incontrato una diversa fortuna).

Chi sembra potersene infischiare del messaggio di copertina sono i poeti. Per essi il volume è più un contenitore di fogli sparsi che un assieme, e questo giustifica le notarili titolazioni: Canti, Canzoniere, Poemetti, Laudi o, scelta di olimpica indifferenza, semplicemente Poesie. È pur vero che le eccezioni sono tante, ma l’atteggiamento di fondo rimane quello. Nel loro caso, a quanto pare, la promessa è da ritenersi già implicita nel nome.

Nessuna promessa invece, di nessun tipo, nelle mie titolazioni. Sono partito da me e ritorno, prima di chiudere, ai criteri delle mie scelte. Il titolo è per me determinante non solo per la motivazione alla lettura, ma anche e soprattutto quale incentivazione alla scrittura. Non lo formulo mai a posteriori, adattandolo alla materia trattata, ma a priori, e finisco per adattare ad esso la materia. In pratica quando scrivo ho necessità di aver chiaro non tanto l’argomento (e si vede) quanto il titolo. In più di un caso mi è capitato di scrivere sotto lo stimolo di una bella titolazione che mi era passata per la testa, e che ritenevo di non poter sprecare (e ciò spiega, almeno in parte, la futilità di molti degli assunti attorno ai quali mi sono cimentato, primo tra tutti quello che ha dato origine a questo articoletto).

Questi titoli, come si sarà ormai capito, non sono mai originali, ma si limitano a parodiarne altri, desunti dai generi letterari o saggistici più svariati, dal cinema, dalle arti figurative e dalla musica. Non credo di aver mai coniato un titolo che non strizzasse l’occhio al mio ipotetico lettore, rimandandolo ruffianamente ad una comune formazione, e cercandone quindi la complicità. Ciò ha senz’altro a che fare con la mia concezione della scrittura come forma di comunicazione ristretta, per circoli di intimi, ma è soprattutto connesso ad un’esperienza del mondo e della vita totalmente filtrata dalla lettura, a dispetto delle condizioni in cui si è realizzata. Non ho mai potuto fare a meno di “riconoscere” le mie esperienze nei libri, o addirittura di mediarle da subito attraverso le conoscenze libresche. E questo ci traghetta, finalmente alla questione di fondo.

Credo che a monte del mio atteggiamento, sia in ordine alla scelta dei titoli che, più in generale, rispetto alla scrittura, ci sia una radicata convinzione: quella che tutti i temi fondamentali relativi all’uomo e al suo posto nella natura e nella storia fossero già stati trattati ai tempi di Esiodo, e che tutto ciò che è seguito non sia che riscrittura. Dalla Bibbia e da Omero in poi ogni opera non è che commento o aggiornamento delle precedenti, e la varietà dei titoli ci racconta le evoluzioni, più che l’evoluzione, della cultura, il moltiplicarsi delle risposte a quelle che rimangono sempre le stesse domande. In quest’ottica, titolazioni troppo nuove o originali possono essere accattivanti e curiose, ma sono in definitiva fuorvianti. La favola rimane bene o male sempre quella. Pertanto, come postmoderno dissidente e praticante ecologista, applico questa convinzione, e riciclo a modo mio quanto è già stato prodotto. Cosa che, detto francamente, è anche molto più comoda.

 

P.S. – Ho acquistato recentemente su una bancarella un’ennesima copia del Mozart auf der Reise nach Prag, di Eduard Morike, affascinato dalla stupenda veste editoriale della vecchia Biblioteca Romantica Mondadori. L’edizione è fantastica, la versione di Tomaso Gnoli restituisce una patina quasi ottocentesca al linguaggio: ma il titolo! È stato tradotto in Mozart in viaggio per Praga, ottonario che rispetta alla sillaba l’originale, ma non ne trasmette affatto la musicalità. Ci dice solo prosaicamente che Mozart va a Praga, del che sinceramente non ci frega granché, e potrebbe essere utilizzato al più come didascalia per una illustrazione. È la prima volta che trovo questa traduzione: ho sempre conosciuto questo testo sotto la titolazione Mozart in viaggio verso Praga, perfetto novenario in crescendo (2 – 3 – 4) che ci comunica ben altra cosa, quella cosa appunto che ha risvegliato il mio interesse. E cioè che il soggetto del racconto è quel “verso”, vale a dire il viaggio, vale a dire gli incontri, le peripezie, gli stupori nei quali incappano, lungo il tragitto, il giovanissimo musicista e la sua dolce consorte. Questo ci si deve attendere da un titolo.

 

Una sinistra possibile

di Luis Sepúlveda (brano tratto dal libro “Raccontare, resistere”), da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Storicamente e simbolicamente, la sinistra è quella che vota contro, che si oppone allo status quo, che propone qualcosa di diverso e possibilmente di migliore rispetto a ciò che esiste, rappresentando una parte della società che non si trova a suo agio nell’assetto politico dato. Fino all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, questa distinzione era abbastanza chiara, poi le differenze si sono sfumate fino a scomparire quasi del tutto, perché in fondo ci si combatte e ci si scontra per amministrare lo stesso sistema. A parte alcune piccole formazioni politiche, non esiste più una differenza radicale fra destra e sinistra, non c’è una sostanziale differenza di idee. Il discorso di Blair o di Schröder è molto simile a quello di Aznar o di Berlusconi, e così via … […]

Finora, per la sinistra, si è trattato di far partecipare gli esclusi al benessere sociale, però adesso sembra che abbia dimenticato le basi etiche su cui si fonda e parli un linguaggio non molto diverso da quello della destra. La destra ha imparato molto dalla sinistra, ma la sinistra dalla destra ha imparato solo ad accontentarsi di governare il sistema dato, a non opporvisi frontalmente. In realtà bisognerebbe essere capaci di immaginare una sinistra di governo, ma bisognerebbe anche ridefinire i suoi compiti critici. Si tratta, credo, di immaginare nuove forme di agire politico. L’alternativa è fra limitarsi alla semplice azione parlamentare oppure trovare spazio e voce nella società, praticando forme alternative in piccoli ambiti che poi si espandano sempre di più, facendo vivere questo atteggiamento etico dentro e fuori le istituzioni, testimoniandone l’importanza, offrendo un’alternativa vivente al sistema. Io credo che oggi questa seconda ipotesi sia lo spazio naturale dell’agire politico di una sinistra che voglia dirsi tale. […]

Quando ho iniziato a documentarmi sulla situazione italiana, sono ben presto giunto a conclusioni molto tristi, perché non pensavo che la dirigenza della sinistra italiana fosse insieme tanto ingenua e tanto irresponsabile. Prima, molti dei dirigenti hanno sperato che i magistrati di Mani pulite risolvessero problemi politici che non erano di loro competenza, causando così un dannosissimo vuoto politico. Poi, quando l’Ulivo è andato al governo, hanno avuto la possibilità di risanare la vita istituzionale, approvando per esempio una legge sul conflitto d’interessi, e non l’hanno fatto. Perché? Credo che il fallimento della sinistra italiana confermi ancora una volta che il problema consiste nella mancanza di immaginazione. I dirigenti dei partiti di sinistra si sono appiattiti su un liberismo più o meno temperato, con il risultato che al momento del voto la gente ha scelto l’interprete più conseguente di quel liberismo, vale a dire Berlusconi. In più, sono stati travolti da una vanità quasi smisurata che ha impedito loro perfino il gesto più logico dopo una sconfitta, cioè quello di cedere il passo alle nuove leve. Adesso alla sinistra, e non parlo dei dirigenti, non resta che resistere, visto che siamo in una fase difensiva. Però sia chiaro che resistere non significa solo asserragliarsi in un fortino. Non bisogna confondere la resistenza con la passività. La resistenza è azione. Le ultime manifestazioni sono forme di resistenza, ma anche di proposta: larvata, embrionale, ma pur sempre una proposta per il futuro che supera il liberismo. Resistere significa pensare con una prospettiva, significa generare un immaginario. Le forme di resistenza finali sono sempre forme di immaginazione molto audaci.

 

L’ultima volta che (non) vidi Parigi

di Matteo Mottin, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Conoscete qualcuno che dopo tre ore di vacanza riesce a lussarsi una spalla e a bivaccare per cinque ore nel pronto soccorso di un paese straniero, dove le uniche parole che sa pronunciare correttamente sono “ecargot” e “voulez vous coucher avec moi”? Io purtroppo si, e so anche dove abita.

In questo momento scrivo usando un solo dito della mano sinistra e spero entro nat(uffa, maiuscolo)Natale di finire ‘sto racconto. Chi diceva “la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo”? Boh, aveva fin troppo ragione.

Alors; io e una mia amica progettavamo almeno da marzo di fare una vacanza assurda, stile barbonaggio, in giro per l’Europa. Col passare dei mesi e dopo l’intervento dei rispettivi genitori il tutto si è ridotto a “una settimana a Parigi e non ne parliamo più”, che grazie alla mia abilità si è ristretta a due giorni sfigati.

Vi spiego com’è andata. E per farlo è necessario richiamare la vostra attenzione sugli orari (sono fondamentali). Dunque. Alle 7.30 io, Cristina e Poldo partiamo dalla stazione di Novi; arriviamo a Genova Pricipe alle 8.10, e alle 8.30 saliamo su un treno che alle 12.30 ci scarica a Nizza, en France!

Poldo, che quest’estate sta lavorando come cuoco in un albergo vicino a Saint Tropez, prosegue sulla scatola viaggiante alle 13.30. Noi alle 15.30, dopo avere abilmente cazzeggiato per le strade nicesi, decidiamo di andare al mare; alle 16.10 sono già in ambulanza a bestemmiare.

Stendiamo gli asciugamani, ci costumiamo e decidiamo di fare il bagno a turno, cosi che uno possa fare la guardia agli zaini – sai che sfiga se ti rubano lo zaino il primo giorno – mentre l’altro sguazza nella salata striscia azzurra.

Da buon cavaliere faccio andare prima lei, e quando torna dicendomi “ehi, Matte, ci sono le onde furbe” parto, sinceramente un po’ svogliato, ed entro in acqua.

Ci sono dei cavalloni giganteschi e io, come al solito, mi metto a fare il deficiente.

Dopo dieci minuti sono solo in acqua, a saltare come un lobotomizzato; a un certo punto arriva un’onda che ho calcolato male, mi fa su e mi sbatte sul fondo, facendomi strisciare per un paio di metri.

Quando mi alzo sento un po’ di dolore alla spalla, la tocco e mi sembra cambiata rispetto a un attimo prima; mentre sto cercando di capire una seconda onda, altro che furba, questa proprio bastarda, mi falcia e mi fa nuovamente cadere.

Come uno sfigato Crusoe esco dall’acqua e chiedo aiuto alla prima persona dalla faccia gentile; fortunatamente non ha solo quella, poiché mi fa sedere, chiama il cent dix–huit o qualcosa di simile e mi da i primi soccorsi.

Il mio problema é di trovare Cristina, visto che facendo il cretino sono finito in un’altra spiaggia.

Un attimo prima che mi carichino in ambulanza la individuo e le grido “ehi Cri mi sono rotto un braccio, ora andiamo a visitare l’ospedale di Nizza”.

Lì sono tutti gentili, e visto che gli risulto anche così simpatico mi tengono cinque ore con loro.

Ora salto tutti i noiosi particolari ospedalieri e passo alla cosa che mi ha colpito di più, in tutti i sensi: la morfina.

Uau! una cosa eccezionale, mi ha detto poi la mia amica che deliravo, dicevo di aver visto passare dei miei conoscenti in macchina, cantavo a ritmo dei bip dell’elettrocardiogramma, parlavo con tutte le infermiere e i malati che mi trovavo vicino, giocavo con tutte le cose che mi avevano lasciato sottomano. In poche parole è come un’iniezione di divertimento concentrato, come una pillola di Gardaland o un sorso di delirio.

Al mio ritorno ho descritto tutte queste cose alla mia ragazza e le ho chiesto se la vendevano in farmacia. Lei, beato il giorno in cui l’ho conosciuta, mi ha cassato dicendo: “Matte, quella roba la danno ai malati terminali, è una droga e tu sei contrario, ricordi?”. Peccato. Per questa volta addio, Madame Morfina.

Comunque lì in ospedale non sono solo. A farmi compagnia trovo due coppie di compatrioti che, sentendomi bestemmiare, si avvicinano e chiedono “italiano?”. La prima coppia è lì perché alla moglie, dopo un giorno di vacanza, è scoppiato un febbrone da cavallo. La seconda perché il marito si è disintegrato un dito del piede con le onde alte.

Si consolano ampiamente sentendo che c’è in giro qualcuno più sfigato di loro. Mi fanno tutti i migliori auguri di pronta guarigione, ricambio e mi aiutano ad arrivare in stazione.

Ah! ricordate Parigi? Ecco, il nostro treno partiva alle 20.48 e noi arriviamo in stazione alle 21 precise.

Avevamo già fatto i biglietti (circa 96 euro a testa) e forse non ce li rimborseranno.

Passiamo la “notte” in un “hotel” a due stelle, per poi svegliarci alle 5.30 e tornare a casa.

In paese tutti mi hanno preso per il culo. I vecchietti del bar mi chiedono se è stato un cavallone o una cavallona a ridurmi così, ho una voglia assurda di suonare coi miei amici ma il basso con una mano sola è un po’ difficile da far andare e in più non posso guidare.

Ma guardiamo il lato positivo dalle cose: il braccio guarirà giusto in tempo per consentirmi di fare gli esami di ammissione all’università, non sto lavorando (anche se non lavorerei comunque, visto che mio padre in questo momento è in ferie. Ma vabbé), mi faccio fare la barba da mia sorella, gli amici di mio padre sono sempre felici di vedermi e non devo tagliare il prato.

Magari poi a Parigi mi annoiavo.

 

Che nostalgia per la solitudine del viandante!

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Non si tratta di glorificare o di stigmatizzare le innumerevoli potenzialità dei mezzi di comunicazione, ma di comprendere il più appieno possibile la trasformazione profonda e verosimilmente irreversibile dell’uomo e della sua vita per effetto di questo potenziamento.

Che l’uomo possa usare la tecnica come qualcosa di neutrale rispetto alla sua natura –senza nemmeno sospettare che la natura si trasforma in base alle modalità con cui si declina tecnicamente – è un luogo comune per non dire un abbaglio giustificabile solo qualche decennio fa, quando, sedotti dall’entusiasmo per il futuro prossimo dei nostri mezzi di comunicazione, non era forse agevole supporre il conseguente mutamento antropologico.

L’apparato tecnologico ha il fine di un continuo e indefinito incremento della propria potenza, tra le cui conseguenze dobbiamo contare la riduzione della ragione a procedura strumentale, della verità a efficacia, della politica ad ancella dell’economia e dell’economia a gregario della tecnica, dell’etica – sia quella dell’intenzione inaugurata dal cristianesimo e riproposta da Kant nei termini della “pura ragione”, sia quella della responsabilità introdotta da Max Weber – a ramo secco privato della sua capacità di intervenire e di indirizzare scelte e intenzioni.

L’uomo recupera una propria identità soltanto nel quadro dell’apparato e della funzionalità che in esso svolge, ma nella quale è sempre sostituibile poiché omologato.

Si tratta di prendere atto che si è intrapreso un cammino verso la progressiva de-individualizzazione dei singoli soggetti, che sono destinati a identificarsi alla struttura, vista come l’unico scenario possibile di esistenza e alla funzione che svolgono in essa. E si tratta di avere la consapevolezza che, se la tecnica, intesa come apparato scientifico-tecnologico, da semplice strumento o, addirittura, da qualcosa di neutrale è diventata soggetto (e l’uomo da soggetto a suo funzionario), i concetti antropologici di libertà, individuo, identità e, conseguentemente, di storia, religione, etica e politica vanno se non accantonati rifondati dalle radici.

E in questi termini va considerata la citazione di Bernanos.

Il mondo conquistato dalla tecnica è un mondo perduto per la libertà.
GEORGES BERNANOS,
Ultimi scritti politici

Ignorare o sottovalutare la relazione tra l’uomo e il modo in cui manipola il mondo (alla trasformazione dei mass media segue la trasformazione dell’uomo stesso) significa essere ancora convinti che i mezzi di comunicazione sono solo mezzi, cui è importante assegnare buoni scopi. Ma come non intuire che televisione, radio, cd rom, personal computer ci “formano” di là dagli scopi per cui li impieghiamo?

Il mezzo ci istituisce, al di là dello scopo, come spettatori e non come partecipi di un’esperienza o attori di un evento. Questa condizione, evidentissima nell’uso della televisione ha valore anche per l’Internet, dove il consumo in comune non vale una reale esperienza comune. La realtà che ci si scambia – al di là dello spropositato ammontare di banalità e di volgarità – non è una realtà condivisa, ma è e rimane una realtà personale.

Gli eremiti si isolano dal mondo per un gesto di rinuncia, gli operatori in questione, eremiti di massa, si isolano per non perdere nemmeno un frammento del mondo in immagine, attraverso un presunto scambio dall’andamento solipsistico.

Come non sospettare una degradazione dell’individualità, una massificazione della razionalità attraverso la produzione dell’uomo massa, per generare il quale non necessitano maree oceaniche, ma oceaniche solitudini, che, come lavoratori a domicilio, producono beni di massa e, come fruitori a domicilio, consumano gli identici beni di massa che altre solitudini hanno prodotto.

Da tutto ciò ne consegue un ribaltamento tra interno ed esterno e, più specificamente, tra interiorità ed esteriorità.

Oggi la famiglia è il luogo in cui è di casa il mondo esterno, reale o fittizio che sia: la casa reale è ridotta a un contenitore per la ricezione del mondo esterno via etere, via cavo, via telefono e quanto più il lontano si avvicina, tanto più il vicino, la realtà di casa, quella famigliare, con i suoi tratti affettivi, si allontana e si scolora. E anche quando sembra ci sia una condivisione questa è fittizia. A differenza della tavola attorno cui ci sedeva facendo scorrere in un movimento continuo sentimenti e interessi, sguardi e parole di cui si nutriva la trama della famiglia, davanti allo schermo la famiglia è raccolta non più in direzione centripeta, ma centrifuga, dove ciascuno, che non è più con l’altro, ma solo accanto all’altro, si isola verso una fuga solitaria e incondivisa se non apparentemente con un milione di solitari del consumo di massa che, contemporaneamente a lui, ma non insieme a lui, guardano lo schermo.

E ciò non dipende dall’uso che facciamo dei mezzi, ma dal fatto che ne facciamo semplicemente uso, per cui non gli scopi per cui sono preposti i mezzi, ma i mezzi come tali trasformano l’immagine in realtà e la realtà in simulacro.

Come non sospettare che se mi porto il mondo a domicilio non faccio esperienza del mondo?

L’universo si riflette per ognuno di noi e si offre a portata di mano quando ciascuno di noi, ridotto a una monade senza porte né finestre che si aprono al mondo, vi accede senza andarvi incontro, senza attraversare lo spazio – anche simbolico – che lo distanzia, essendone dispensato in partenza. Non più il viandante che esplora il mondo, ma il mondo che si offre al sedentario che è al mondo perché non lo percorre e, forse, nemmeno lo abita.

Si ribaltano i termini con cui l’uomo ha sempre fatto esperienza: non è più il mondo a stare e l’uomo a percorrerlo, ma l’uomo sta e il mondo gli gira attorno. Le conseguenze di questa trasformazione copernicana non sono certo trascurabili: se il mondo viene a noi, noi non siamo nel mondo –  come vuole la famosa espressione di Heidegger – ma semplici consumatori del mondo.

Se poi viene a noi solo in forma di immagine, ciò che consumiamo è solo il fantasma, che possiamo, è vero, evocare in qualsiasi momento e tutte le volte che vogliamo, ma questa onnipotenza è fittizia, poiché, se possiamo vedere il mondo senza potergli parlare, siamo dei voyeur condannati all’afasia.

Tutto ciò senza mettere in conto che, se un evento che accade in un luogo determinato può essere trasmesso in qualsiasi luogo del pianeta, quell’evento smarrisce la sua individuazione, che è sempre stato il tratto caratteristico degli eventi.

Se poi per vederlo occorre pagarlo, allora quell’evento – insieme a tutti gli eventi, cioè il mondo- diventa merce.

Se inoltre la sua importanza è subordinata alla sua diffusione attraverso i media, allora l’essere si misurerà sull’apparire.

Senza mettere in conto che se una realtà, reale o fittizia, è, anche solo apparentemente, a portata di mano nella sua totalità e fin troppo trasparente e illusoriamente agevole nella sua presunta comprensibilità, appartiene a una visione della realtà priva di simbolizzazione, che non lascia spazio all’immaginazione e all’intuizione. Tutto ciò quando sappiamo che invece recuperare una dimensione simbolica dell’immagine significa recuperare la propria capacità di intervenire e di misurarsi sui dolori della vita.

 

Meglio ladro che rivoluzionario!

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

– … E poi vedessi il ben di Dio che c’è giù nella dispensa: vasi di burro, formaggio, olio, frutta secca e prosciutti affumicati. Tutta roba da far venire l’acquolina in bocca solo a guardarla –. Urbina andava avanti e indietro nel salone e raccontava eccitato al suo jefe ciò che aveva trovato nei magazzini dell’hacienda abbandonata. – Di sicuro per un po’ non avremo problemi di cibo. E gli uomini sono davvero contenti.

Villa lo ascoltava impassibile, disteso su un divano Luigi XIV. Aveva il cappello calato sugli occhi e sembrava quasi che dormisse. Ma il suo sguardo invece vagava lontano e fissava uno per uno i ritratti degli antenati di famiglia in bella mostra sulla parete di fronte. Erano tutti visi spagnoli, sprezzanti, altezzosi, visi di gente abituata a far da padrona. Quante migliaia di peones avevano vissuto come schiavi sotto di loro? Villa conosceva la disumanità degli hacendados perché l’aveva sperimentata sulla sua pelle. Proprio per questo era diventato un bandito. E ogni volta provava un piacere indicibile a profanare le loro case e a farci bivaccare i cavalli.

– Certo ora, compadre, chiedono anche di andare un po’ a donne giù in città. E mi pare giusto, no, farsi una panocha ogni tanto –. Tomas pronunciò queste parole con tono malizioso, come se fosse sicuro di poter contare sulla solidarietà del suo comandante. Villa invece, che fino ad allora era sembrato un po’ assente, di colpo si mise a sedere e assunse un portamento serio.

– È meglio di no, Tomas, succederebbe di sicuro qualcosa. E io non voglio grane.

Urbina, che non si aspettava una risposta del genere, stette per un po’ in silenzio, rigirandosi lo stetson tra le mani. Poi ebbe come uno scatto.

– Mi pare che tu stia esagerando, compadre. Da quando siamo diventati dei patrioti non abbiamo più potuto rubare né fare a pugni. E ora tu vorresti impedirci anche di andare a donne? Al diavolo la rivoluzione, chi glielo farà capire a quegli uomini là fuori?!

– Tu, Tomas, che sei il loro capitano. Se tu saprai rinunciare, anche loro lo faranno.

– Non ti capisco più, Pancho. Parli come se tu fossi un prete. Ma noi lo sappiamo bene chi siamo, no es verdad? Siamo dei banditi, è l’unica cosa che sappiamo fare. Perché non dovremmo rubare ai ricos e prenderci le loro donne? –. Urbina si stava scaldando ed era sempre più rosso in faccia. Villa allora si alzò in piedi, fece alcuni passi verso il centro del salone e poi, dopo essersi lisciato i baffi con entrambe le mani, rispose: – Noi non siamo più banditi, Tomas, ma soldati dell’esercito rivoluzionario del Messico. Noi rappresentiamo il futuro governo costituzionale di Francisco Madero, il piccolo jefe. Perciò non basta che buttiamo fuori quei bastardi dalle città come abbiamo fatto a Camargo, ma dobbiamo anche imparare a comandare le città. E per comandarle ci vuole disciplina, altro che viejas e tequila.

Urbina ora teneva la testa bassa e non aveva il coraggio di ribattere. La serietà di Villa aveva gelato la sua allegria e gli aveva tolto il piacere di sentirsi una volta tanto padrone. Ma, a ripensarci bene, con Pancho era andata sempre a finire così. Insieme avevano rubato migliaia di pesos, poi, quando era stato il momento di goderseli, lui li aveva regalati tutti e ogni volta avevano dovuto ricominciare da capo.

– Che cosa intendi per comandare le città? Che saremo noi a far pagare le tasse e che andremo a vivere nei palazzi dei ricos? – chiese in tono volutamente provocatorio.

Villa lo fulminò con lo sguardo. Poi, ficcandosi i pollici nel cinturone con un gesto di sfida, gli rispose un po’ brusco: – Cabròn che non sei altro, possibile che tu non riesca proprio a cambiare! Noi non comanderemo le città per fare i nostri interessi, ma per il bene del popolo. Perché il popolo è la nostra forza e senza il suo aiuto non riusciremo mai a vincere.

Urbina sembrava trasformato. Come se si prendesse gioco delle parole del suo jefe, cominciò a ridere in quel suo modo agghiacciante.

– El pueblo! El pueblo! La revolucion! Ma cosa credi che gliene importi al popolo del governo e della rivoluzione?! A loro basta che tu gli riempia la pancia e poi, che tu sia Diaz o Madero, fa lo stesso. Entiende? E secondo te io dovrei rinunciare a una panocha per il bene del popolo che intanto gode, va a letto e se ne infischia di me? No, Pancho, stavolta non posso seguirti.

Ci fu un breve silenzio, durante il quale i due uomini evitarono di guardarsi negli occhi. Ognuno di loro rimuginava dentro di sé le cose che si erano detti ed era assolutamente convinto di avere ragione. E non riusciva a capire perché l’altro non lo intendesse. Quando sembrava che ormai più nessuno parlasse, Villa assunse un atteggiamento grave e solenne e si rivolse a Urbina con il tono perentorio del comandante.

Compadre, se vengo a sapere che hai trasgredito il mio ordine, ti farò fucilare come un qualsiasi traditore.

Urbina, per la prima volta da quando erano insieme, si sentì stringere un nodo in gola: Pancho lo stava minacciando. Proprio lui, l’amico fidato, l’unico per cui avrebbe dato anche la vita. Tomas per un attimo credette di sognare, ma lo sguardo feroce del suo jefe gli gelò il sangue. Ma che cosa gli era successo? E perché si accaniva così? Villa era molto cambiato dai tempi della Sierra: ora stava sempre solo, parlava poco e qualsiasi cosa gli dava fastidio, anche lo scherzo più innocuo. Ma soprattutto, da quando si era messo in testa di trasformare le sue bande in un vero esercito, era diventato molto esigente con gli uomini, fino al punto da pretendere che rinunciassero ai loro istinti. Ma qual era l’esercito vittorioso che non faceva baldoria? E che ne era del vulcanico compadre che era capace di stare sveglio delle settimane intere pur di non rinunciare al suo divertimento? Tomas pensò che, se quello era l’effetto della rivoluzione, era meglio tornare ad essere un bandito qualunque, perché almeno nessuno avrebbe deciso per lui quando era il tempo di fare all’amore o di scolarsi una bottiglia di tequila.