Ariette 13.0

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

di Maurizio Castellaro, 28 novembre 2022

Beppe

Fenoglio è morto a quarant’anni, e chissà quante righe meravigliose avrebbe scritto ancora se fosse vissuto più a lungo, come il suo amico Calvino, ad esempio. Però fumava come un turco, tutto il giorno e tutte le notti che passava sveglio a scrivere nella sua casa di Alba, e queste cose alle volte le paghi care. Fenoglio e le sue parole sono piantate come un ciocco nelle nostre colline, e anch’io, che sono figlio adottato di questa terra grazie alle tante vendemmie e al profumo delle acacie in fiore, sono stato come tutti folgorato dalla sua voce. Fenoglio ti incanta per i tagli secchi di marasso con cui ti restituisce l’essenziale, ti incanta per quello che non dice, nella sua scrittura che sembra tutta cose e che invece è tutta spirito, perché lo spirito è la verità delle cose. E che sia così lo capisci anche di fronte a casa sua, dove hanno messo un monumento e ci hanno scritto: “Johnny pensò che un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina guardando la città la sera della sua morte. Ecco l’importante: che ne rimanesse sempre uno”. Quel monumento tra 100 anni potrebbe non esserci più, ma quelle parole saranno di ispirazione alle resistenze dei prossimi duemila anni. Attraversando Alba la ricca in cerca delle parole di Beppe Fenoglio ho una volta di più la conferma che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, grazie a dio.

sentieri in utopia

catalogo della mostra in Ovada, dal 3 all’11 dicembre 2022

Perché una “vetrina”

sentieri in utopia copertinaDal 3 all’11 dicembre i Viandanti usciranno dalle nebbie (che sono state sino ad oggi il loro naturale habitat, e lo saranno ancora per il futuro) per proporre una testimonianza del loro operato in cinque lustri di esistenza. Non è una vetrina promozionale: non siamo depositari di verità, non imbandiamo sapienza, non cerchiamo adepti, non chiediamo finanziamenti. Semplicemente, dal momento che il sodalizio esiste da oltre un quarto di secolo, ci teniamo a far sapere a chi già ci conosce che è ancora vivo, e a chi ancora non ci conosce che ci siamo anche noi.

È una scelta che parrebbe contraddire quella che è stata sinora la nostra discrezione: ma essere discreti non significa agire nell’ombra come una società segreta. L’accesso ai nostri scritti e alle nostre immagini è sempre stato libero (e gratuito), le nuove collaborazioni sono sempre state ben accette: uniche pregiudiziali, l’uso del buon senso e la capacità di autoironia.

La mostra va letta quindi con questo spirito. Se dopo un giro completo della sala vi sarete incuriositi o divertiti, potrete già considerarvi viandanti ad honorem.

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Riproponiamo di seguito il vecchio biglietto da visita dei Viandanti. Sotto una patina di retorica che oggi può anche far sorridere, e a dispetto delle situazioni diverse che gli oltre venticinque anni trascorsi hanno creato, i propositi professati all’epoca non solo sono rimasti validi, ma hanno acquistato un’attualità ancora maggiore. Viandanti per sempre, dunque.

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Io sono un viandante, uno scalatore, disse egli al proprio cuore; io non amo le pianure e, a quanto pare, non posso starmene a lungo tranquillo. E qualunque destino o esperienza mi tocchi, – in essi sarà sempre un peregrinare e un salire sulle montagne: alla fine non si esperimenta che se stessi.
FRIEDRICH NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra

Chi sono i Viandanti delle Nebbie?

Si fa prima a dire “cosa” non sono. I “Viandanti” non sono un partito politico, ma oppongono una resistenza politica ad ogni forma di omologazione istupidente; non sono un gruppo sportivo, ma praticano la disciplina sportiva più pura, quella che richiede solo buone gambe, volontà e fantasia; non sono un’agenzia di viaggi, ma promuovono una conoscenza non utilitaristica del territorio; non sono un’associazione ecologica, ma si battono da bravi indigeni per la difesa del “loro” ambiente; non sono un’accademia culturale, ma coltivano ogni manifestazione non istituzionalizzata del sapere; non sono un ordine mendicante, ma rifiutano la mercificazione di ogni idealità.

In breve, non rispondono ai requisiti di visibilità imposti dal dominio dell’insignificanza virtuale. Sono invece un’esperienza, anzi tante, diverse, continue esperienze di (r)esistenza extra-catodica e post-cellulare, cioè di vita degna di questo nome, di amicizie, di letture, di escursioni, di convivi, di scoperte, che non vogliono essere consumate in un arcadico distacco, ma vanno trasmesse nelle forme più semplici, dirette e genuine, attraverso le quali è possibile esprimere sogni, idee ed emozioni, ed invitare gli altri ad esserne partecipi (e non spettatori).

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Wanderers forever

cropped-tobbio4.jpgC’era una volta, tanti e tanti … beh, insomma, una ventina d’anni fa, un gruppo di amici, di quelli messi assieme dalle circostanze della vita e dalle passioni in comune anziché dall’anagrafe, che si ritrovavano sempre più spesso a frugare tra gli scaffali di una caotica libreria ovadese, a camminare lungo i sentieri del Parco di Marcarolo o a cenare in un capanno sperduto nella campagna. Era un’allegra brigata, a metà strada tra il cenacolo intellettuale e la compagnia del calcetto …

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Storia del logo

cropped-vianda-300-ppi-png.pngLa storia del logo dei Viandanti merita di essere raccontata. Dunque: siamo nel novembre del novantacinque e i Viandanti delle Nebbie hanno organizzato in Ovada una mostra su Il West nel fumetto italiano, che ospita tra le altre cose una sezione dedicata alle illustrazioni di Renzo Callegari. In occasione della chiusura provo a contattare, (senza molte aspettative ma nemmeno cerimonie, una semplice telefonata da uno sconosciuto) il maestro, che sembra incuriosito e si presenta in effetti puntuale, accompagnato da un paio di allievi della sua scuola di fumetto di Rapallo. Chiusa la mostra, li invitiamo a cenare con noi al Capanno, già all’epoca sede ufficiale dei Viandanti …

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Come è nato il Capanno

Capanno 2018 10 06 01 seppiaCredo che anche la storia del Capanno, come quella del logo, meriti di essere raccontata.
È andata così. Quando ancora erano in vita i miei genitori avevo l’abitudine di trascorrere tutte le sere, subito dopo cena, una mezzoretta con loro (abitavano al piano inferiore). Si commentava la giornata, si programmavano i lavori, a volte semplicemente seguivo assieme a loro il telegiornale. All’epoca (parlo di venticinque e passa anni fa) ero affetto da una sorta di compulsione a disegnare, cosa che mi portavo dietro sin dall’infanzia. Era probabilmente un modo per isolarmi dagli altri e per evadere nei miei mondi fantastici …

la foresta, paesaggio, 1901 01

Istruzioni per l’uso del sito, della mostra, della mappa

I materiali prodotti dai Viandanti in tutti questi anni sono ospitati nel sito https://viandantidellenebbie.org/. Ma è sufficiente digitare “Viandanti delle Nebbie” per trovarci. Una volta entrati nella home appaiono sulla destra del monitor una serie di voci che aprono altrettante sezioni. Sempre sulla destra, scendendo, trovate gli elenchi di quanto è stato pubblicato anche in formato cartaceo. Sulla sinistra potete aprire direttamente gli interventi più recenti. Nella parte bassa della home scorrono infine immagini tratte dagli album. Non troverete cookies o messaggi promozionali di alcun genere.
Tutti i materiali sono consultabili e scaricabili gratuitamente.
La mostra prevede alcuni pannelli iniziali di presentazione del sodalizio, per passare poi a proporre le copertine di tutti i volumetti editi dai Viandanti. I codici QR presenti su ciascuna copertina aprono direttamente alla consultazione integrale dei libretti. Sono esposte anche le locandine delle mostre curate dai Viandanti, oltre ad una serie di pannelli tratti dalle stesse. Gli esemplari delle pubblicazioni cartacee sono disponibili per una presa di visione, ma comprensibilmente non per l’asporto.

La mappa che potete consultare nelle pagine seguenti è stata costruita per suggerire ai visitatori del sito e della mostra una serie di itinerari percorribili attraverso le nostre pubblicazioni. In effetti i percorsi avrebbero potuto essere molti di più, o essere tracciati tenendo conto di direzioni diverse: ma preferiamo siano eventuali visitatori o estimatori del sito a riconoscerli e a costruirli. Le “stazioni” non rispettano un ordine cronologico di pubblicazione, ma un semplice gioco di rimandi. In alcuni casi sono poste all’incrocio di diverse linee, in quanto fruibili lungo più itinerari: ma in realtà la cosa potrebbe valere per quasi tutte le pubblicazioni. Come potrete constatare, nessuna linea prevede stazioni terminali. Il cammino di un Viandante è sempre aperto.

sentieri in utopia - mappa a mano 2la prima versione della mappa

Mappa dei sentieri in utopia

sentieri in utopia - mappa download

sentieri in utopia locandina con margini

Parole in cammino

Diable_à_Paris_fronstispice (2)Durante il periodo di apertura della mostra sono previsti tre incontri pubblici, mirati a presentare il lavoro del sodalizio dei Viandanti, a giustificarne per quanto possibile lo spirito e a suggerire ai visitatori alcune possibili modi per gustarlo e per trarne, se non briciole di sapere, almeno un po’ di piacere.
Con queste premesse è evidente (ma lo era già dai titoli) che gli argomenti proposti saranno solo dei pretesti per spaziare in lungo e in largo, come facciamo abitualmente nei nostri testi, tra natura e cultura, realtà e fantasia, quotidianità e storia.
Abbiamo immaginato questi incontri non come conferenze o, peggio ancora, come “dibattiti”, ma come amichevoli conversazioni dalle quali tutti i partecipanti escano possibilmente con la voglia di rivedersi ancora. Come uno scambio non pedantesco di esperienze, tale magari da indurre qualcuno ad andarsi a leggere ciò di cui ha sentito parlare, a riflettere sui temi che sono stati toccati, a rassicurarsi sul fatto che il regime dei social e dei talk show non ha ancora occupato tutti gli spazi.
Le titolazioni assegnate agli incontri riflettono naturalmente, sia pure in maniera molto sommaria, gli interessi comuni ai curatori e ai visitatori del sito. Ma chi appunto il sito già lo conosce sa che questi interessi non sono mai “specialistici” e vengono coltivati in campi aperti e con metodi tutt’altro che canonici. E chi non lo conosce potrà verificarlo integrando gli incontri con qualche incursione nel nostro catalogo. Sarà il benvenuto.

Comunque, per fingere un minimo in più di informazione, negli incontri saranno (grosso modo) trattati i seguenti temi:

  • Viaggi e peregrinazioni | Perché si viaggia. Storia dei viaggi e storie di viaggio. Pensare con i piedi. Tipologie della letteratura di viaggio.
  • Biografie e bibliografie | L’importante è non nascere adatti. Vizi privati e pubbliche virtù.  Confessioni di un bibliopatico. Perché si mente dicendo di aver riletto un libro.
  • Natura e cultura | Siamo un tragico errore della selezione naturale? Le storie che ci siamo raccontati. La memoria e il piagnisteo. Quattro salti nella cultura (in offerta).

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I Quaderni dei Viandanti

sentieri in utopia Uomo x Quaderni (2)I Quaderni sono nati con l’intento di raccogliere in volumetti e rendere disponi-bili per eventuali estimatori (?)i materiali pubblicati su Sottotiro review. E così è stato, almeno per i primi due o tre libretti. Poi la cosa ha ci preso la mano, e si è tra-sformata in una vera e propria impresa editoriale …

Quaderni logo

Gli Album dei Viandanti

sentieri in utopia x Album Viandante - Pietro Morando2Un viandante non è un viaggiatore. Non si limita a superare occasionalmente delle distanze, ma percorre degli itinerari, connota degli spazi. E dal momento che nemmeno è un pendolare, questi spazi, questi itinerari sono sempre diversi. Il viaggio è la sua vita, lo spostamento è la sua meta …

Album logo

Gli sguardistorti

UNASOS~1È il proseguo di Sottotiro review in modalità digitale, per quel che possiamo fare noi restii al digitale. Ci autorizziamo a lanciare degli sguardi nella rete che hanno la presunzione di proiettare delle occhiate “ostinate e contrarie” verso ciò che il quotidiano ci offre. Sono sguardistorti verso un mondo di cui dichiariamo la nostra difficoltà a comprenderne i meccanismi autodistruttivi, ma che ci stupiamo a scrutare per indagarne le distopie …

Nuovi sguardistorti2 - Bottone

La sottotiro review

sentieri in utopia x sottotiroSottotiro è una rivista nata nei primi anni novanta dello scorso secolo in Toscana. Dopo un paio di numeri e un lungo letargo è rinata in Piemonte, nelle colline ovadesi. L’intento era quello di costituire, nel suo piccolo, un tramite e un luogo di contatti, di scambi culturali, di amicizie e (magari!) anche di discussioni. Per un certo periodo lo è anche stata, e non solo a livello strettamente locale: non avrà inciso sull’opinione pubblica, ma ha senz’altro contribuito, tramite il comune impegno, le discussioni redazionali, gli incontri necessari per costruirla materialmente, a creare o a rinsaldare amicizie …

Sottotiro review

La Biblioteca del Viandante

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La Biblioteca raccoglie diverse opere attinte dalle fonti più disparate, che potrebbero riuscire interessanti per altri frequentatori del nostro sito. Avremmo potuto fornire semplicemente le indicazioni per rintracciarle, ma ci sembra di offrire un servizio utile proponendole in PDF, che consente di scaricarle direttamente in formato stampa. Si tratta in genere di testi di pensatori pochissimo conosciuti, o sconosciuti del tutto, difficilmente reperibili in commercio, oppure di antologie …

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Amici

La mostra è dedicata agli amici che in questi venticinque anni hanno percorso coi Viandanti un ultimo tratto della loro strada. Poi si sono congedati, ma il loro cammino non si è interrotto. Gli amici ci lasciano, ma non scompaiono: e oggi sono presenti con noi in questa sala.
Non vogliamo raccontarli, l’hanno già fatto loro stessi, ciascuno a modo suo. Chi volesse conoscerli meglio può trovarli sul sito (per Mario Mantelli, oltre ai suoi libri – Di cosa ci siamo nutriti e Viaggio nelle terre di Santa Marta e San Rocco – e ai quattro Quaderni di prose e di poesie pubblicati dai Viandanti, si possono leggere: Una raccolta di silenzi; Arrivederci, maestro!; Visite guidate nei giardini della memoria; Che belle figure!. Per Armando Cremonini, Il collezionista. Per Gianmaria Olivieri Un viandante parte in sordina. A Piero Jannon è dedicato l’Albo A spasso con Piero, Per Gianni Martinelli parlano le immagini de Il West nel fumetto italiano: sono quasi tutte tratte dalle sue raccolte).

Quelli che dormono sulla montagna

Quelli che dormono sulla montagnaQuando i Viandanti delle Nebbie si misero alla ricerca di riferimenti ideali si imbatterono quasi per caso negli Yamabushi. I riferimenti ideali sono importanti, soprattutto se sono abbastanza lontani nel tempo e nello spazio da rimanere ideali. Per noi gli Yamabushi erano perfetti: stavano dall’altra parte del globo ed erano praticamente spariti dalla circolazione da almeno un secolo e mezzo. In più, anche in piena New Age li conosceva nessuno (tanto che per un attimo l’idea di riesumarli ci ha sfiorato, e resto convinto che avremmo trovato adepti) e i loro rituali erano impegnativi solo sul piano fisico. Adoravano come noi le montagne, le salivano come noi, come noi le rispettavano, senza provare alcun bisogno di domarle e di sconfiggerle. Non c’era da cambiare una virgola nel nostro atteggiamento e nei nostri comportamenti. Gli Yamabushi sono quindi …

Quei cretini di Dunning e Kruger

Ariette 2 01I Viandanti delle Nebbie sono da sempre consapevoli della prevalenza del cretino, tanto da auspicare emendanti spedizioni di massa alla chiesa francese che ospita il sarcofago di San Menulfo, antico miglioratore delle sinapsi di chiunque introduca il capo nel suo apposito orifizio (rimando all’articolo “Il decretinatore”). Dò il mio piccolo contributo al dibattito presentando l’“effetto Dunning e Kruger”, scoperto nel 1999. Dunning e Kruger sono due simpatici psicologi che hanno dimostrato scientificamente il motivo per cui individui incompetenti in un campo tendano a sopravvalutare le proprie abilità …

Tracce e impronte

sentieri in utopia 11Il mondo lo si può “camminare” in vari modi, da soli o in compagnia, di fretta o in tutta calma, motivati da una scelta o spinti da una necessità; così come sono svariati i mezzi, oltre ai piedi, grazie ai quali si può viaggiare. Ma gli atteggiamenti fondamentali che inducono a incamminarsi per il mondo sono riconducibili in linea di massima a due: la semplice voglia di scoprirlo, magari in cerca di rifugio, e viverlo, oppure il desiderio di raccontarlo, studiarlo o conquistarlo.  Nel primo caso sulla polvere o sul fango della strada percorsa si lasciano soltanto delle tracce, che vengono prima o poi spazzate via dal vento del tempo o dilavate dalle acque, mentre rimangono fortemente impresse nell’animo; negli altri casi si marcano invece delle impronte, a volte talmente profonde e durature che quel mondo vanno anche a modificarlo. E qualche volta accade anche che le orme involontarie diventino letteralmente impronte rivelatrici, come nei casi di Laetoli, dell’isola di Calvert o del deserto del Nefud.

Le pagine qui raccolte sono dedicate a uomini che il mondo lo hanno percorso nell’una e nell’altra maniera, in piccolo o in grande, con differenti intenti e nei contesti temporali più lontani, accomunati comunque dal desiderio di conoscerlo e di lasciare una traccia, almeno scritta, del loro passaggio. Si va dai grandi esploratori e dai camminatori instancabili a personaggi semisconosciuti, ai dilettanti del camminare, dell’arrampicare o del viaggiare, in una varietà che spiega, anche se forse non giustifica, il “vario stile” delle trattazioni. La continuità tra costoro è assicurata non da ciò che hanno fatto, hanno visto o hanno descritto, ma dallo spirito col quale hanno esaltato una naturale disposizione biologica traducendola in una scelta culturale.

Quanto poi tale scelta sia stata positiva o meno per l’umanità lo lasciamo discutere agli osservanti del “politically correct”: per quanto ci riguarda, crediamo si tratti di una diatriba stupida, o perlomeno inconcludente, perché quello di ampliare e allontanare sempre più il proprio orizzonte è per l’uomo un istinto, dettato dalla necessità di sopravvivenza, sin dal momento in cui ha assunto la postura eretta. Forse non ha ottemperato appieno all’imperativo di Ulisse, e nel suo peregrinare ha perseguito più “canoscenza” che “virtute”: ma questa è un’altra storia, e l’affronteremo altrove.

Mutazioni

mutazioniLe vespe sono tornate a nidificare nella mia libreria. Accade da cinque o sei estati, prima non si era mai verificato. Probabilmente ne è entrata una per caso, ha apprezzato l’ambiente e lo ha comunicato alle altre. Le vespe, a differenza dei cristiani, comunicano molto e hanno una formidabile memoria della specie. Magari si tratta delle discendenti di quella prima esploratrice, immigrate di terza, quarta o quinta generazione, che ormai considerano casa mia anche la loro …

L’ignavia delle democrazie

considerazioni sull’attualità

di Carlo Prosperi, 28 febbraio 2022

Inutile girarci intorno: la politica è ancora (e da sempre) quella delineata da Machiavelli e regolata dalla forza o, meglio, dalla combinazione di forza e astuzia, di “lione” e di “golpe”. E il motto latino Si vis pacem, para bellum è più che mai di attualità. Dimenticato troppo presto da un’Europa imbelle ed, etimologicamente parlando, imbecille, illusa di poter fare a meno della forza per difendersi o fin troppo fiduciosa nella forza (l’ombrello) del “padrone” americano, paciosa e pacifista per ignavia, per calcolo o per paura. Chi non ricorda: “Meglio rossi che morti”? Eppure, la nostra mitizzata Resistenza ha richiesto il ricorso alle armi e il rischio della vita. Ci siamo illusi che bastassero le parole (del diritto, della diplomazia, della religione), il mantra del “volemosi bene” ad ogni costo e lo sviluppo dei traffici per imbrigliare le pulsioni della volontà di potenza, per stornare o per sedare gli appetiti dei popoli più agguerriti. La persuasione dei retori, la melassa verbale dei chierici, l’arte imbonitrice dei mercanti. E insieme l’evocazione dell’apocalisse dietro l’angolo, a mo’ di deterrente.

Bisognerebbe ricordare la ben nota risposta di Freud alla lettera di Einstein che sollecitava da lui un consiglio su come agire sulla mente umana per indirizzarla al rifiuto della guerra. Nella storia – secondo il padre della psicanalisi – i conflitti d’interesse tra gli uomini si sono generalmente risolti mediante la violenza, per eliminare o asservire il nemico, assecondando un’inclinazione pulsionale. Ebbene, due sono i tipi di pulsione: uno, Eros, tende alla conservazione; l’altro, Thanatos, tende all’aggressione e alla distruzione. Per quanto essi siano antitetici, anche il primo presuppone una qualche dose di aggressività, in quanto pure la pulsione amorosa mira ad appropriarsi dell’oggetto desiderato. Nondimeno, per infrenare in qualche modo la propensione alla guerra, non resta che incentivare quei legami tra gli uomini che creano amore e solidarietà; né questo basta a garantire la pace, giacché la comunità, fin dall’inizio, comprende elementi di forza disuguale: uomini e donne, genitori e figli, classi sociali diverse, diversi temperamenti. E ciò fa sì che non manchino mai motivi e momenti di competizione. La conflittualità convive così con l’amore. Non sempre armonicamente, non sempre pacificamente. Freud conclude pertanto che non c’è speranza di potere eliminare le inclinazioni aggressive degli uomini. Ed aggiunge che anche i bolscevichi speravano di sopprimere l’aggressività garantendo il soddisfacimento dei bisogni materiali e stabilendo l’uguaglianza tra tutti i membri della loro comunità, ma intanto avevano provveduto ad armarsi con il massimo scrupolo. E sappiamo che cosa ne è seguito.

L'ignavia delle democrazie 02

Ci siamo crogiolati nel benessere materiale, mentre altrove “i grandi Barbari bianchi” si preparavano ad affrontare “lunghe battaglie cruente”. Lo diceva Verlaine, più di un secolo fa; prima di lui Tacito, nella Germania, aveva inutilmente ammonito i Romani sul pericolo che incombeva su di loro. Noi ci siamo affidati alla diplomazia, abbiamo confidato nei “profeti disarmati”, ed ora ecco che i nodi vengono al pettine. Senza la forza non si difendono né i diritti né gli interessi. I trattati vengono stracciati, il lupo rimbrotta l’agnello di volerlo azzannare: un déjà vu impressionante. La storia stessa viene artatamente piegata dal prepotente a sostegno delle proprie ambizioni. Modeste all’inizio, almeno all’apparenza, ma si sa: l’appetito vien mangiando. L’orso ha prima ingoiato la Crimea, ora s’appresta a fagocitare il Donbass, domani punterà su Odessa … Già ha detto che per lui l’Ucraina è un’espressione geografica. La storia, come vediamo, si ripete. E l’Occidente parla di sanzioni, che dicono devastanti. Ma per chi? E poi la memoria è corta: le sanzioni non hanno fermato nemmeno l’Italietta di Mussolini, anzi, per certi versi, hanno contribuito a compattare la nazione attorno al Duce, a consolidarne il consenso. Peraltro, gli effetti più incresciosi delle sanzioni ricadono in genere sui più poveri …

La situazione attuale, mutatismutandis, ricorda molto quella del settembre 1938, sfociata nel disastroso accordo di Monaco. Contro Chamberlain, che lo sottoscrisse, inveì allora Churchill, bollandolo con le impietose parole: “Potevano scegliere tra il disonore e la guerra, hanno scelto il disonore ed avranno la guerra”. Per quanto terribile – mi viene da chiosare –, la guerra è meglio che arrendersi, sperando nella pace, a chi la guerra vuole a tutti i costi e la farà, senza chiederci il permesso per quanto pacifisti ci dimostriamo. Non ho mai provato grande simpatia per Churchill, che giudico cinico, ma è fuor di dubbio che aveva ragione: “il pacifista è quello che nutre il coccodrillo sperando che lo mangi per ultimo”. È ben vero che grandi sono le colpe dell’Occidente e, in particolare, degli USA, che, dopo aver illuso Tbilisi, ora ha fatto lo stesso lasciando balenare agli occhi degli ucraini un’impossibile adesione alla Nato. Biden ha già fatto rimpiangere Trump, ed è tutto dire. Frustrato della pessima e ignominiosa figura fatta in Afghanistan, ha cercato di rivalersi facendo la voce grossa contro la Russia, agitando davanti all’orso il drappo rosso della Nato, fomentando contro di esso il risentimento del popolo ucraino, aizzandolo a distanza, usandolo come cavia, in una versione aggiornata dell’”Armiamoci e partite!” di casa nostra. Un vero apprendista stregone. E sono convinto che a incoraggiare e a convincere Putin a invadere l’Ucraina sia stato proprio la disastrosa ritirata dall’Afghanistan, che ha dimostrato al mondo come gli Stati Uniti non si siano ancora ripresi dal trauma del Vietnam.

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Putin, maestro di provocazioni, ma di pasta ben diversa dal Giovannin Bongee di portiana memoria, di provocazioni non aveva bisogno per attaccare, ma se n’è servito per coonestare una decisione già presa e volta a restaurare, su nuove basi, l’impero sovietico. Non è un caso che le truppe russe stanzino tuttora in Bielorussia, donde aveva promesso di ritirarle in breve; non è un caso che siano intervenute nel Kazakistan, dove ovviamente sono state invocate dall’ineffabile Nazarbayev; ed ora entrano, sollecitate a pacificarlo, nel Donbass. Il solito copione, mille volte già sperimentato. Tutto per portare la pace. Oggi la guerra si chiama pace: quante volte l’abbiamo già sperimentato: in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Afghanistan, in Iraq, in Serbia, in Kosovo e altrove! In fondo, anche il monaco medievale agiva così: quando non aveva pesci a disposizione per i giorni di magro, ricorreva ad analogo espediente, prendeva cioè un pezzo di carne e, tracciando su di esso un segno di croce, diceva: Ego te baptizo piscem.

Ma non è finita qui: questo, anzi, è solo l’inizio. La storia – dicevo – si ripete: al patto Ribbentrop-Molotov corrisponde quello tra Putin e Xi Jinping. E si può scommettere che, mentre la Russia sbranerà l’Ucraina, la Cina azzarderà un allungo su Taiwan. Si ripeteranno insomma i drammi della Polonia e della Finlandia. Come se tutto fosse già scritto. Parliamo tanto del caso, ma dietro il caso s’intuisce una logica – quella degli eventi – che ogni volta ci sorprende. Ma ciò dipende dal fatto che “la storia non è magistra di niente che ci riguardi”. O dal fatto che noi non vogliamo vedere, per non fare i conti con la realtà, con la sua granitica durezza.

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Qualcuno pensa davvero che la nostra democrazia sia davvero riformabile dall’interno? Quando la libertà diventa licenza, gli uzzoli diritti, l’irresponsabilità verso la comunità e il bene comune la norma, il relativismo nichilista la stella polare, dove si può andare se non alla deriva? La democrazia per funzionare dev’essere sana e forte: deve farsi rispettare. E questo da noi non avviene più. E troppi non sono più disposti ai sacrifici che la sua difesa comporta. Come se, vivendo nel migliore dei mondi possibili, non ci fosse più da preoccuparsi di alcunché. La democrazia – diceva qualcuno – è un plebiscito quotidiano, ma per molti oggi è una sinecura. Oggi le democrazie faticano (per usare un eufemismo) a immaginare una dimensione militare. I despoti, a differenza delle democrazie, sono disposti e non hanno remore a pagare in vite umane. Chi non era disposto ieri a morire per Danzica, non lo è oggi per Kiev, non lo sarà domani per Taiwan. Le dittature sanno che nessuno si azzarderà a contrastarle, se non a parole. Già in Siria, a parole, per Obama la linea rossa da non superare era l’uso delle armi chimiche. Assad, però, non esitò a superarla, e Obama non intervenne. L’Occidente, oggi, si limita ad ammirare la resistenza eroica del popolo ucraino, la incoraggia, ne auspica il prolungarsi, ma, a ben pensarci, sa che non riuscirà a frustrare i piani dell’aggressore. Tanto vale, allora, che finisca presto, prima che il bagno di sangue si espanda.

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Ad ogni piè sospinto inneggiamo all’Europa, ma dov’è l’Europa, la sua unità d’intenti, la sua lungimiranza? Dov’è la progettualità realistica, il respiro in grande, l’azione comune? Dove imperano gli egoismi, dove la gelosia prevale, non può esservi solidarietà. E là dove si rinunci alla sovranità, il cittadino non è motivato ad agire. La sovranità non si può delegare, non può diventare un processo burocratico o essere affidata ad una casta di tecnici o, peggio ancora, ad una élite di poteri forti. Manca un idem sentire, anche perché i valori storico-culturali che potrebbero fare da collante si sono diluiti nella fluidità delle società moderne, dove ognuno la pensa a suo modo e a suo modo agisce, senza saldi punti di riferimento, senza principi regolativi, senza coerenza e senza coscienza.

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Se la consideriamo con distacco, la realtà ci dice che i regimi da noi democratici esecrati, autocratici o dispotici che siano, a volte funzionano. Anche meglio della democrazia. Prendiamo ad esempio quel monstrum che è la Cina, dove il comunismo si è realizzato come capitalismo di Stato. Intanto, però, è riuscito a sfamare un miliardo e mezzo di persone e a consolidare un impero, eminentemente economico, evitando l’anomia, il caos e la disintegrazione con il classico binomio del bastone e della carota, all’occorrenza pure con il pugno di ferro; altrimenti non vi sarebbe riuscita. Noi che siamo affezionati alla democrazia, non ci avvediamo che essa – come ha ben spiegato Nick Land – è tirannia della maggioranza, e purtroppo, vista la composizione di ogni maggioranza, tirannia dei peggiori. La democrazia è legata all’espansione infinita dello Stato e non può che finire male. Spogliata da ogni retorica, è solo un sistema per depredare (nei casi migliori a turno) le minoranze del momento attraverso la redistribuzione delle tasse. Aspettarsi dalle volubili democrazie un modello di sviluppo sensato è insensato. Nella democrazia, conta il presente: bisogna depredare il possibile perché al prossimo turno il governo potrebbe toccare ad altri. Questo fenomeno predatorio riguarda la politica ma anche i gruppi sociali rappresentati dai partiti vincitori. Dice Land: “Mentre il virus democratico distrugge la società, le abitudini scrupolosamente accumulate e gli atteggiamenti di lungimirante e cauto sviluppo umano e industriale vengono sostituiti da un consumismo sterile e orgiastico, dall’incontinenza finanziaria e da un circo politico in stile reality show”.

Non so se la Russia ambisca ricalcare le orme della Cina, se ne sia in grado. Guardando alla storia, si direbbe di no. Ma intanto sembra che Putin, tappa dopo tappa, stia impeccabilmente realizzando il suo progetto di restaurazione imperiale. Qualcuno (e chi se non Trump?) lo ha addirittura definito un genio, e del grande dispiegamento di carri armati russi presentati come una forza di pace ha parlato con l’ammirazione dimostrata dal Segretario fiorentino per le gesta omicide del Valentino. O, per restare più vicino a noi, con la basita stupefazione che indusse Karlheinz Stockhausen a definire l’attentato alle Twin Towers come “la più grande opera d’arte possibile nell’intero cosmo”.

​ Introduzione a “Collezione di licheni”

di Fabrizio Rinaldi, 9 dicembre 2020

Attribuire un titolo alla mia raccolta di “articoli” (le virgolette sono dovute poiché il termine è – per me – ridondante) è complicato. Il motivo è semplice: gli argomenti trattati sono disomogenei. Mi sono concesso di dire la mia sulla polvere e sui libri, sul vagare per boschi e per monti, sulle nuvole d’acqua e di bit, sul leggere e sullo scrivere, e su altri temi ancora, senza una competenza specifica che non ho e non millanto.
Alla fine il materiale è quindi classificabile come una “collezione” di opinioni personali, a volte in contraddizione fra loro, altre volte unite da un esile filo.
Ma, una “collezione” di cosa? Di “licheni” direi, quelli che attecchiscono sulla nuda roccia, in ambienti inospitali ai quali i più non pongono attenzione perché distratti da altre più evidenti bellezze del creato. Ecco, sento di avere una predilezione per gli sguardi rivolti a “esistenze in sordina”, direbbe Camillo Sbarbaro.
Il tutto forse non sarebbe mai nato se i Viandanti delle Nebbie non esistessero. La nebbia è la condizione climatica costante per chi è in cerca di un po’ di conoscenza, ma penetrarvi con lo spirito del viandante, attento ai segnali minimi che arrivano da ciò che lo circonda, aiuta ad orientarsi e a dare un senso e una direzione al cammino.

Collezione di licheni bottone

Echi dal passato

di Marco Moraschi, 5 novembre 2020

Eccomi. Manco da molto tempo su queste pagine, ma da quando ho terminato la mia vita da studente non ho ancora imparato a gestire in maniera ordinata il tempo a disposizione. Mi perdonerete se ci siamo lasciati in pieno lockdown con determinati argomenti e riprendo ora a scrivere con gli stessi argomenti di qualche mese fa. Il fatto è che questi mesi di libertà vigilata mi hanno dato la possibilità di riflettere su ciò che leggevo e scrivevo allora e di poter quindi tirare le somme di quanto abbiamo visto. Si sentano in particolar modo chiamati in causa tutti i Viandanti delle Nebbie, in quanto sono andato a rileggere le loro riflessioni dalla Quarantena per vedere un po’ che effetto fa analizzarle a distanza di qualche mese e in prossimità di un nuovo lockdown. Direi che per non perdere le buone abitudini queste riflessioni debbano necessariamente essere strutturate per punti come in precedenza. Non perdiamo quindi tempo.

1. L’impressione che i più avevano a marzo della nostra classe politica era che nonostante nessuno avrebbe dato loro alcun credito prima della pandemia, siano invece apparsi più brillanti di quanto non sembrassero, prendendo provvedimenti unici “a memoria d’uomo”. La verità è che naturalmente la nostra visione era offuscata dalla condensa del respiro sugli occhiali quando si tiene la mascherina: ci siamo auto convinti che data l’eccezionalità e la difficoltà della situazione qualunque decisione fosse adeguata, purché non fossimo noi a prenderla. Nessuno sano di mente vorrebbe infatti ritrovarsi nei panni del Presidente del Consiglio a gestire una pandemia. Dobbiamo molto probabilmente aver pensato che qualunque errore fosse perdonabile, perché la situazione era del tutto inedita e fosse quindi molto più comodo che a decidere come comportarci fosse qualcun altro. Ci rendiamo ora conto di quanto impreparata sia quest’accozzaglia al governo e non: la seconda ondata è infatti caratterizzata proprio dal fatto che non è la prima e quindi ci si aspetterebbe di aver fatto tesoro dell’esperienza dei mesi passati. La politica si mostra invece nelle stesse doti di prima: decisioni raffazzonate prese da un giorno all’altro (la domenica sera per il lunedì mattina) senza alcun piano alle spalle che indichi come procedere se non a tentoni.

2. Dobbiamo però essere sinceri perché come al solito quando ci lamentiamo del governo non ci rendiamo conto che quasi sempre è lo specchio del paese che governa. E infatti non solo il governo è arrivato impreparato alla seconda ondata, ma in ogni ambito, dal pubblico al privato, vediamo una mancanza di organizzazione francamente demoralizzante. Sembra quasi che i mesi primaverili non siano esistiti. Spero che queste nostre lacune siano dovute al fatto che la storia non la conosciamo o ce la dimentichiamo velocemente, piuttosto che alla nostra ferma volontà di ignorarne deliberatamente gli insegnamenti.

3. Sognavamo di uscire dal lockdown e risvegliarci in un mondo migliore di come lo avevamo lasciato. La verità è che, come qualcuno aveva predetto (non io), nulla è cambiato e anzi la situazione sembra quasi peggiore di prima. Il lockdown ci ha insegnato che il mondo è dei furbi: di chi non rispettava le regole e veniva multato e ha poi fatto ricorso vincendolo, di chi non ha fatto il tampone per non rischiare di essere “bloccato” in casa, di chi se n’è fregato della vita di migliaia di persone e non ha quasi visto crollare i propri consensi (leggi alla voce Trump), di chi ha compreso che lo scaricabarile funziona tanto meglio se in corso c’è una pandemia. Viviamo nell’epoca della non responsabilità: tutti parlano, pochi decidono, nessuno ne ha colpa.

4. Su una cosa ci avevamo azzeccato: il mondo non è finito. Non era ovviamente una previsione così difficile da indovinare. Per il momento non siamo sprofondati nell’anarchia e forse è un peccato: a volte dalle ceneri nascono freschi germogli.

5. Questa situazione inedita mi sta facendo però rendere conto che sono cambiato: inizio a comprendere molto di più quanto avevano da insegnarmi le persone con più anni ed esperienza di me. Per la verità le ho sempre ascoltate con grande interesse, spesso perché ne condividevo di più le idee rispetto a tanti altri ragazzi coetanei. Qualcuno si spingerebbe fino al punto di dirmi che sono nato vecchio: arriverà finalmente il giorno in cui la mia età esterna coinciderà con quella interna, vi aspetto lì. A ogni modo mi rendo conto che fino a non molto tempo fa pensavo che non esistesse compromesso per un ideale: ogni cosa in cui crediamo ritenevo dovesse essere difesa senza se e senza ma. Ma mano a mano che vado avanti mi rendo conto che cercare di cambiare il mondo è una battaglia contro i mulini a vento: inutile, estenuante e con poche soddisfazioni. Il problema nasce dal fatto che non mi sono ancora rassegnato a rinunciare a cambiarlo e mi trovo quindi in una sorta di impasse da cui fatico a uscire: mi sento troppo giovane per rinunciare senza lottare a ciò in cui credo, ma non più così tanto da sperare di ottenerne grossi risultati. La mia unica certezza è che non sono disposto a “cambiare me stesso” come i saggi mormorano negli aforismi. Il compromesso a cui posso scendere è di non prendermi impegni a tempo pieno: perfino Dio si è riposato, non vedo perché non possa concedermi anche io altrettanto. Per stasera è tutto, a cambiare il mondo ci penserò domani.

Una dose di pensiero divergente

di Fabrizio Rinaldi, 30 aprile 2018

I “coccodrilli” si scrivono in attesa che qualche grossa personalità del circuito culturale o mediatico si decida a schiattare. In genere vi si assemblano episodi e aneddoti più o meno rilevanti della vita del morituro, ma soprattutto sviolinate, così da essere pronti per la pubblicazione un istante dopo la morte.
Questo evidentemente non è un coccodrillo. Innanzitutto il protagonista sta benissimo, e poi si tiene volentieri lontano dagli “eventi” e dal cicaleccio intellettuale che impazza sulle riviste e sui teleschermi e non ci tiene alle sviolinate. Preferisce una vita ritirata in un paesino sperduto nell’appennino, evitando inutili protagonismi, razionando con parsimonia i contatti umani, per lasciar spazio al lavoro delle braccia nel suo frutteto e del pensiero nella sua testa, zeppi entrambi di sterpaglie da estirpare, governare e contenere.
Questo scritto vuol essere dunque solo un augurio di lunga vita ad un amico che ha incrociato le strade di molti pellegrini del pensiero, accompagnandoli lungo i più diversi sentieri, da quello scolastico a quelli che portano al Tobbio, passando magari per le mostre di pittori sconosciuti – non a lui! – o per i libri di autori ignorati o dimenticati.
L’altro giorno sono andato a trovarlo. Era al Capanno, intento a piazzare i pali per un pergolato su cui dovrebbe crescere la vite canadese e a riutilizzare vecchie travi per farne le panchine su cui siederà, all’ombra, a chiacchierare con i selezionati amici che andranno a trovarlo.
La “C” maiuscola il Capanno l’ha conquistata di diritto perché, dopo sua la costruzione in solitaria da parte del protagonista, è diventato un luogo ove da anni si consumano pranzi frugali, si conciliano il cibo, la parola e il giusto silenzio, si beve del buon vino e si tenta di fare chiarezza nelle idee e nelle azioni.
Il Capanno è un “gompa”, un “buen ritiro”: lì è possibile disciplinare il moto perpetuo e disordinato delle idee con la lenta concretezza imposta dalla terra, alla quale, per avere dei frutti, è necessario inchinarsi.
La stessa perseveranza che mette nelle faccende manuali Paolo la impiega per governare le idee che gli fioriscono nella mente: è tutto un lavorio di ragionamenti, di approfondimenti e di riflessioni che richiedono poi un impegno certosino di sforbiciatura e limatura, per arrivare a quel pensiero ordinato che vuole traspaia dalle sue parole. Forse quando termina di scrivere uno dei suoi “Quaderni dei Viandanti” prova la stessa sensazione che avrà assaporato suo nonno in vigna, dopo una giornata nei campi, quando stanco ma appagato per il lavoro meticoloso e accurato si sedeva sotto una vite e si fumava una sigaretta, soddisfatto anche dell’aspetto estetico di ciò che aveva realizzato.
Nell’ora che ho trascorso con lui mi ha snocciolato tutta una serie di nuovi progetti, passando dal pergolato al pezzo che vorrebbe scrivere su Leopardi e l’Islanda, dal tetto da sistemare alle considerazioni sul cibo e la scrittura, un piano di lavoro che terrebbe occupato chiunque per i prossimi dieci anni. Non importa quando troverà il tempo per dedicarsi a tutte queste cose, magari alcune le tralascerà per buttarsi su altri progetti: non ha fretta e non deve dimostrare nulla, sa che non è necessario e sarebbe superfluo.
Non smette invece, e credo non lo farà mai, di individuare sempre nuovi lavori – manuali o intellettuali, su un piano di pari dignità – che gli consentano di continuare il suo viaggio e di soddisfare la sua curiosità, mai appagata e rivolta in tutte le direzioni. Si tratti di libri (scovati in qualche mercatino) su esploratori che nessuno ricorda più, o di possibili migliorie da realizzare attorno al Capanno, oppure d’inseguire autori, ai più sconosciuti, che lo stimolino a pensare, a Paolo preme la continua ricerca di ciò che non conosce. E vuole anche renderne partecipi gli altri.
La complessità del percorso e i ragionamenti che lo scandiscono si traducono negli scritti in nitidezza di concetto, in chiarezza di parole e in un’inappuntabile logica. Chi legge viene accompagnato per mano a capire dove si vuol arrivare.
Non so se tra i suoi progetti ci sia pure quello di scrivere poesie (probabilmente no). Ma forse tutto ciò che ha scritto (e scriverà) è un unico testo poetico: ragionamenti, scelte e ripensamenti sono armonizzati in versi liberi di filosofia e di biologia, raccolti in odi che cantano la storia comune come pure la Storia con la maiuscola, racchiusi in sonetti che raccontano viaggi nell’immaginario.
E a proposito: durante il nostro ultimo incontro ha accennato ad un viaggio che intende fare ripercorrendo l’Appennino fino ad arrivare in Sicilia. Non è stato necessario accennare a “La leggenda dei monti naviganti” di Paolo Rumiz, perché era del tutto superfluo. Magari ne rifarà solamente un pezzo, e farà un viaggio sicuramente differente, alla maniera del Viandante, ma con lo stesso spirito che mosse Rumiz quando percorse la colonna vertebrale dell’Italia: scoprire paesi e climax in via d’estinzione.
Sono certo che pure a lui sia venuto in mente quel libro quando ha iniziato a progettare quel viaggio, ma non ho ritenuto necessario accennare esplicitamente al quel volume. La comprensione tra due persone che reciprocamente si stimano non ha bisogno di parole. Il non detto vale più di ciò che è esplicitato.
Coloro che hanno la sua fiducia sono vicini ai suoi valori e al suo modo di concepire un’esistenza dignitosa e moralmente accettabile. Sono a volte su linee temporali differenti – anche molto –, ma hanno un vissuto, un’impostazione di pensiero simile ai suoi. Paolo ha scelto queste persone per coltivare assieme a loro il sistema di valori da cui sono nati i Viandanti delle Nebbie.
Nel farlo non ha cercato proseliti, ma ha aiutato gli altri a ragionare con la propria testa. Non gli interessa convincere, ma confrontarsi, e ciò è possibile solo con un pensiero divergente rispetto al suo.
Credo che le visite a Paolo siano ormai quasi un rito. Se ne sente il bisogno dopo un po’ di privazione, per avere la personale dose di LSD di pensiero. Da ogni incontro sgorga una valanga di idee costruttive, e cambia la percezione dell’agire quotidiano. Si fa un pieno di stimoli che possono tradursi in altri scritti dei Viandanti, o semplicemente ti permettono una visione differente della realtà.
Le dosi di Paolo creano dipendenza? Sì, perché alimentano la voglia di un pensiero divergente. E questo è un bisogno che in molti sentiamo, una necessità quasi vitale per sfuggire all’omologazione.
Se ne potrebbe fare a meno? Certo, prima o poi avverrà. Ma rimarrà chi ha vissuto con lui questo tempo, e le cose che ha scritto alimenteranno ancora altre discussioni, magari in generazioni nuove, nei figli e nei nipoti dei Viandanti di oggi.
Sono sicuro che se Paolo potesse raccoglierli sotto il pergolato del Capanno riuscirebbe ad imporre anche a loro di essere seri, di ragionare con la propria testa, e magari a chiarire loro un po’ le idee, come di frequente succede oggi a noi.

Collezione di licheni bottone

Quando lo sguardo diventa storto

di Paolo Repetto e Fabrizio Rinaldi, novembre 2017, da sguardistorti n. 01 – gennaio 2018

Chi ha partecipato all’esperienza di Sottotiro review, o ha comunque sfogliato quella rivista, sa che gli autori coltivavano ancora, solo vent’anni fa, la presunzione (e l’illusione) di essere un corpo estraneo, una pietra d’inciampo per una società che viaggiava su strade del tutto differenti dai sentieri segnalati in quelle pagine. Sottotiro stava a indicare la duplice condizione di chi è nel mirino come un possibile sovvertitore e di chi mira a colpire, insinuando il tarlo del dubbio.

Non c’è dubbio, alla luce del tempo trascorso, per quella società senz’altro più velocemente che per noi, che si trattasse di una aspirazione ingenua. Non del tutto, però: sapevamo di non avere le forze né per diventare pietre né per scagliarle, e che se anche le avessimo avute, le pietre si sarebbero fermate, come ogni altra provocazione, contro un muro di gomma. Ma contavamo su un’arma segreta: pensavamo che l’ironia potesse farci scudo.

Oggi le cose non sono cambiate, se non in peggio. Il mondo è sempre più simile alla grande matrix cinematografica, il controllo è sempre più pervasivo e sottile: chi pensa, chi vive, chi parla “diversamente” non è nemmeno più nel mirino, rientra anche lui in un gioco che prevede una percentuale di dissidenti, anzi, ne ha bisogno per essere più credibile e meno noioso. La globalizzazione alla fin fine è questo: l’estensione del controllo e l’imposizione delle sue molteplici forme a livello planetario, nel disegno d’insieme; la “normalizzazione”, la creazione di uno standard umano unico, attraverso la cancellazione di ogni differenza, a livello genetico e neuronale, nel dettaglio degli individui.

Ne siamo perfettamente coscienti: ma ciò che non toglie che ci ostiniamo, nel nostro piccolo, a chiamarci fuori, a pretendere di capire cosa sta succedendo, a voler guardare cosa c’è dietro i fondali virtuali (una volta si sarebbe detto “di cartone”) che ci vengono eretti attorno.

Questo è il senso degli sguardistorti: gettare sulla realtà sociale un occhio non condizionato da lenti colorate o deformanti, avvertire sotto il catrame della distopia quotidiana il lavorio dei meccanismi di autodistruzione che stanno erodendo questo mondo, opporre alla segnaletica ufficiale, che prevede ormai solo il senso unico, indicazioni di sentieri alternativi.

Questa ostinazione non è poi così inutile. Non farà argine al rimbambimento collettivo, ma ci permette ancora di camminare al di fuori della linea bianca laterale, di viaggiare ad una velocità diversa, di puntare altrove lo sguardo. E di farlo con gli stessi mezzi che vengono usati per tessere la rete di controllo: ogni utensile ha mille possibili utilizzi e finalità, e per il momento sono ancora le mani e la mente dell’uomo a scegliere. Questo vale anche, e più che mai, per un sito che accolga idee, sguardi, opinioni e sogni fuori dal coro, e che si basi su pochi, semplici ed elementari principi, proprio quelli che di norma in rete sono ignorati: la correttezza, dell’informazione e del linguaggio (niente bufale né volgarità), l’indipendenza di giudizio e l’assunzione individuale di responsabilità (in calce ai pezzi troverete sempre i nomi degli autori).

Usare Internet anziché il ciclostile e i volantini può sembrare un atto di resa. Ma allora andrebbe letta come tale tutta la storia umana, ogni suo passaggio e ogni innovazione tecnologica. Per uscire dal senso unico non è necessario rimettersi a camminare a quattro zampe. In realtà è solo un segno dei tempi, e forse anche un po’ del tempo nostro, inteso come età. Nessuna incoerenza, dunque: la coerenza deve stare nei fini, non nei mezzi. Rispetto a questi ultimi è sufficiente essere consapevoli della loro pericolosità, non dare per scontato che siano neutri. Questa consapevolezza l’abbiamo. Quanto ai fini, che sono quelli esposti sopra, esiste un parametro di risultato indipendente da ogni riscontro esterno, ed è quello del divertimento. Se a distanza di vent’anni, e a dispetto di tutto, continuiamo a divertirci (e il fatto di aver riproposto il sito ne è la prova), nel senso che ancora sappiamo indignarci, leggere tra le righe e dire “grazie, preferisco di no”, beh, allora tutto questo, noi e quello che facciamo e le nostre esistenze, un senso ce l’ha.

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Reazioni acide

di Paolo Repetto, 2016

Non ho ancora richiuso la porta che Sandro è già sprofondato nella dondolo. Dovrò mettere un cartello e incorniciarlo, come per i libri dati in prestito. “La dondolo non è riservata agli ospiti, neppure agli amici”. Non mi piace conversare trincerato dietro la scrivania: sono meno rilassato, divento professorale e mi agito sulla poltroncina.

Lui invece sembra perfettamente a suo agio. Mentre ci scambiamo gli aggiornamenti sui rispettivi malanni soppesa il disordine dello studio: libri che traboccano dagli scaffali, raccoglitori e fogli ammonticchiati sulle sedie, quadri parcheggiati da anni sotto l’inutile caminetto. Poi mi guarda al di là della scrivania completamente ingombra. “Dì un po’, non ti sei ancora stufato? Ne hai ancora voglia?

Lo conosco. Si aspetta una concione sulla miseria dei tempi e sulle malinconie della senescenza, per farci su un po’di ironia. Ma non è giornata, e poi non sono sulla dondolo. Taglio corto. “Al contrario. Sono sempre più curioso. Anzi, sto diventando addirittura ansioso”. La cosa finisce lì. Visto che non gli reggo il gioco non insiste. Cerchiamo di ricostituire la complicità passando al pettegolezzo, e lì andiamo giù a sguazzo. Ma quando l’amico si congeda, gli occhi ancora umidi per le risate, riprendo possesso della dondolo e torno sulla sua domanda. Davvero ne ho ancora voglia?

Questa volta rifletto più a lungo. La domanda non è affatto stupida. È preoccupante semmai che arrivi da chi ha dieci anni meno di me. Dieci anni fa l’avrei trovata assurda: ero in campo, impegnato ad arginare dal mio piccolissimo ridotto i danni di riforme demenziali e di uno svacco generalizzato. Oggi però un senso ce l’ha. Non sono nemmeno più in panchina, e vista da fuori la partita perde ogni interesse. Ho rimosso completamente la scuola, i precari, i presidi sceriffi e le classi digitali. E più in generale non leggo i giornali, non seguo la televisione, so chi è al governo perché non potrei ignorarlo nemmeno volendo, e comunque se non lo sapessi non cambierebbe nulla. Forse quest’anno mi perderò per la prima volta gli arrivi del Tour.

Ma alla fine la risposta è la stessa. Ne ho ancora voglia! Anzi. Proprio perché non sono più distratto da queste cose ho ripreso a chiedermi dove andrà il sole quando scende dietro le montagne. Forse dovrei darmi una calmata, godere in santa pace ciò che resta del giorno, perché quel che c’è dietro in effetti lo so già: ci sono altre montagne. Ma a me piace arrampicare, e non solo sui sentieri alpini. Se ancora voglio intravvedere qualcosa devo risalire la parete del tempo. E qui le mie corde e i miei chiodi sono i libri.

Ultimamente ne acquisto molti meno. Non so più dove infilarli (ormai per uno che entra un altro deve uscire, destinazione il capanno dei Viandanti), e trovo poche novità che mi interessino: ma in compenso sto riscoprendo la mia biblioteca. Ci sono testi che nemmeno ricordavo di possedere e trovo invece sottolineati (a matita, leggera), e capisco allora da dove arrivano certe idee che mi circolano da tempo in vena: o altri che pensavo di aver letto ma risultano praticamente intonsi, e devo rammaricarmi di non averli letti prima. Le sorprese arrivano comunque soprattutto dalla rilettura. È incredibile cosa può dirti di nuovo un libro alla luce di tanti anni e di tantissimi altri libri venuti dopo. E quanto può rivelarti di te.

Ho sempre letto per capire. Può sembrare scontato, ma non è così. C’è chi legge per sognare, per svagarsi, per dimenticare, e sono tutte motivazioni più che legittime. Io leggevo Salgari per immergermi nell’avventura, ma allo stesso tempo annotavo tutte le isole dell’arcipelago della Sonda, e facevo mappe dei percorsi di José il Peruviano. Le ho ritrovate disegnate sulle controcopertine. Volevo conoscere tutto. E appena ho potuto mettere mano sui libri di storia ho messo meglio a fuoco l’obiettivo: volevo capire l’origine di tutto. Che è un’aspirazione insensata, perché ti obbliga a non trascurate niente, a spaziare in ogni campo dello scibile, dall’astrofisica alla zoologia. Ma io ho dei vantaggi: non sono credente, e quindi per me l’origine si situa già ad un certo punto del percorso. Mi incuriosisce quella dell’universo, ma mi interessa davvero quella dell’uomo. E non ho nemmeno la pretesa di scendere troppo in profondità. Mi pongo dunque delle domande alle quali sembra possibile dare una risposta, sia pure approssimativa.

Ho anche la convinzione di conoscerla già, questa risposta. Leopardi ci ha impiegato molto meno ad arrivarci, ma lui era Leopardi, e non a caso la sua era (ed è rimasta, per molti aspetti) una voce isolata. Non è una rivelazione, è una semplice disarmante constatazione: l’uomo è frutto di una casualità, un accidente temporaneo nella storia (ma possiamo chiamarla storia?) naturale. Detto questo, rimane il fatto che gli uomini ci sono, che io faccio parte di questa specie e mi interessa almeno capire come siamo diventati quel che siamo. Ma come, e non perché. In questo senso dico che un quadro generale, tra evoluzione, preistoria e storia, l’ho già in testa: e questo parrebbe dar ragione alla domanda dell’amico: non ti basta?

Non mi basta. Nei libri che continuo a leggere e in quelli che rileggo scovo sempre qualcosa che mi sposta un po’ più in là l’orizzonte, che aggiunge al quadro qualche particolare. Certo, in questo modo ogni passo allontana di due la tanto desiderata “risposta definitiva”, perché apre altri sentieri che promettono panorami mozzafiato: ma appunto questo sto cercando. Il senso è nel viaggio, non nella meta. La bellezza di una dimostrazione matematica non sta nel risultato, che spesso è uguale a zero, ma nell’eleganza dei passaggi. E allora continuo, tra deviazioni e soste e retromarce. Ma non mi muovo a casaccio: ho in mente una direzione, il percorso lo stabilisco poi di tappa in tappa. Diciamo che vorrei andarmene sapendo almeno cosa mi lascio dietro, visto che non ho grandi aspettative su quello che dovrei trovarmi davanti.

L’itinerario attraversa anche la scrittura. Un altro bisogno originato dalla consapevolezza. Mi sono dato tante motivazioni: la più sensata è che scrivo per mettere ordine nel caos delle idee che mi frullano in testa, ma quella vera è che lo faccio per oggettivare qualcosa della mia esistenza. Per fissare scoperte, entusiasmi, stati d’animo che altrimenti volerebbero via e diverrebbero immediatamente “non più essere”. È solo un’illusione, perché anche quelle pagine diverranno in breve tempo un non più essere: ma è un’illusione alla quale ci si aggrappa volentieri. Canetti scriveva: “Talvolta ho la sensazione che le parole siano tutte prive di valore, e mi domando perché ho vissuto. Ma non trovo risposte. E l’intensità della domanda poco a poco viene meno, e io mi siedo alla scrivania ed è di nuovo far parole”. Accade anche a me. Scrivendo fermo per un attimo il tempo, lo vivo un’altra o innumerevoli altre volte, lo stringo tra le dita. Persino letteralmente, perché nel mio caso l’oggettivazione passa anche attraverso la fisicità cartacea dei volumetti che creo, da guardare, da sfogliare, da rileggere di tanto in tanto. E da regalare.

La scrittura, e tanto più la produzione dei libretti, implicano la speranza di una condivisione, immediata o remota. Mi piace l’idea che tra trenta o quarant’anni qualcuno, magari un pronipote, li trovi e ne sia incuriosito. Ma già oggi, anche se mi ostino a pensare di scrivere essenzialmente per me stesso, nella scrittura cerco una forma di dialogo a distanza. Quello ravvicinato non è quasi mai soddisfacente, perché abbiamo il tempo contato, perché mancano le occasioni, perché siamo proprio disabituati alla conversazione pacata, e soprattutto ad ascoltare gli altri. Penso sia molto più facile concentrare l’attenzione sulla pagina scritta. Scrivendo siamo costretti a chiarire a noi prima che agli altri il nostro pensiero, e leggendo ci confrontiamo in tutta serenità con angolazioni diverse dello sguardo.

Non credo comunque che chiedendo non ti basta? l’amico si riferisse a questo, perché in realtà è uno dei miei interlocutori più attenti: i libretti li aspetta e li sollecita, poi si prende il suo tempo per digerirli e alla fine li commenta e li discute, a volte anche per iscritto, con una serietà quasi filologica ma con un taglio ironico. Probabilmente lo avrebbe fatto anche oggi, se la mia vena non fosse in secca e se gliene avessi comunque fornito il pretesto. Avrebbe colto tutte le contraddizioni, ma anche le aperture su potenziali nuovi percorsi. Ho perso un’occasione.

A questo punto dovrei tornare alla scrivania, a cercare carta e penna e a far parole, ma il dondolio induce a divagazioni oziose. Alle spalle ho lo scaffale della letteratura inglese. Allungo una mano e pesco un volume di saggi di William Hazlitt, Sull’ignoranza delle persone colte. Un segno del destino. Hazlitt è il più acido dei saggisti inglesi, che quanto ad acidità non si risparmiano mai. Un’altra sua raccolta, contigua a questa, si intitola Il piacere dell’odio. Ha passato la vita a litigare con tutti, quasi come Fichte, e a vendicarsi poi nei suoi Talk Tables, una rubrica giornalistica, dispensando equamente veleni. Potrebbe essere paragonato al Tommaseo, con la differenza che in quest’ultimo agiva l’acredine propria del cattolico fervente, ipocrita e insopportabile, mentre quella di Hazlitt è una cattiveria tutta inglese, che alla lunga riesce persino simpatica. E ha un pregio: è sincero in maniera disarmante.

Il saggio sull’ignoranza delle persone colte non è tra le sue cose migliori (bisogna leggere piuttosto Caldo e freddo, dove mette a paragone gli italiani e gli svizzeri: uno spasso). Si salvano alcune chicche (“Le donne hanno più buon senso degli uomini: non possono ragionare male, perché non ragionano affatto”), il resto è una tirata contro i danni che l’istruzione “accademica” e pedantesca arreca alla fantasia e alla spontaneità: cose abbastanza scontate. Ma in questo momento la mia attenzione va tutta al titolo. Sulla scrivania ho un altro libro, La barbarie dell’ignoranza, di George Steiner. Guarda caso un libro di conversazioni, di cui vorrei parlare altrove. Non ha molto a che vedere con il saggio di Hazlitt, ma il ricorso dell’ignoranza nei due titoli mi ha messo addosso una pulce.

La riflessione prende un’altra strada. Mi riporta alla domanda iniziale, ma la illumina di una luce diversa. Certo, in bocca all’amico quella domanda era solo provocatoria, o forse ingenua, comunque in buona fede: riecheggiava però un interrogativo che avverto spesso attorno a me, e che non è affatto provocatorio e nemmeno ingenuo. È volutamente maligno. Perché nasce proprio dall’ignoranza.

Spesso designiamo con lo stesso termine condizioni spirituali molto diverse, addirittura antitetiche. “Ignoranza” è tra quelli più ambigui. Fino ad ora ho parlato infatti di un’ignoranza consapevole ed umile, aggettivazione che crea un ossimoro, ma è consentita se si usa il sostantivo solo nel significato letterale, riferendolo ai contenuti. È quella di chi riconosce che quanto sa è molto meno di quel che ignora, e deve quindi darsi da fare a conoscere di più. Insomma, il “sapere di non sapere” socratico. Stringendomi un po’ posso rientrarci anch’io. Consapevole lo sono fin troppo, umile magari un po’ meno.

La titolarità del termine, però, nella sua accezione più ampia e legittima, quindi peggiore, spetta all’ignoranza proterva. Ed è a questa che entrambi i titoli mi rimandano. L’ignoranza proterva non è mai totalmente inconscia (quando è totalmente inconscia assume un altro nome, si chiama idiozia), è invece sempre barricata dietro la volontà di non conoscere, e di questo scudo fa un’arma offensiva. Mettiamola in questo modo: in qualche misura tutti abbiano coscienza di non sapere, e quindi nessuno è in pace con se stesso (va bene, tranne gli idioti): ma molti, forse i più, per pigrizia o per viltà non si assumono la responsabilità che ne consegue, e invece di trarne lo stimolo a conoscere hanno quello a disconoscere il valore del sapere, o almeno della voglia di sapere, altrui. Sono mossi dall’invidia, non tanto per le conoscenze che altri possiedono (perché il parametro come si è visto non è questo) ma per lo spirito che porta chi insiste nel perseguire la conoscenza ad attribuire una importanza relativa a tutto il resto, posizione economica e sociale, mode, ecc… Li sentono lontani dalla propria piccineria, interessati ad altro, sottratti al confronto. E si rendono conto che questo è il più sereno degli atteggiamenti. Ciò che dà loro veramente fastidio è l’essere posti di fronte all’evidenza di una possibilità di scelta che non hanno l’animo di compiere.

Qui non valgono gli alibi dell’estrazione sociale, delle situazioni non eque di partenza, ecc Tutto questo c’entra nulla, perché la differenza è data dal tipo di reazione ad una condizione comune. La percentuale dei veri ignoranti, come quella degli stupidi di cui parla la seconda legge di Cipolla, è costante in tutti i ceti sociali, i livelli economici e gli ambienti culturali, ed è altrettanto alta, visto che in fondo le due patologie coincidono. Se assumiamo che l’ignoranza non si misura sulle cose che non si sanno, ma sul fatto che si abbia o meno la coscienza “positiva” di non saperle, si può essere terribilmente ignoranti occupando qualsiasi “ruolo” intellettuale di primo piano (per gli esempi c’è solo da scegliere). Non è quindi questione di ceto sociale, di censo o di ambiente familiare: sarebbe come dire che dipende dal Fato. Ma neppure di determinazione genetica, che ci assolverebbe egualmente da ogni responsabilità. Quanto questa proterva arroganza sia connaturata e quanto coltivata, o meglio, assecondata, non lo so: ma se fosse davvero iscritta nel nostro DNA credo che non starei qui ora a pormi queste domande. La cosa certa è che esercita il suo veleno in ogni ambito delle relazioni umane.

Parlo dell’argomento con cognizione: l’ignoranza proterva l’ho conosciuta precocemente. Alle elementari si manifestava sotto le specie apparentemente innocue del “dagli al secchione”. Non è una manifestazione benigna, anche se tendiamo a liquidarla con un sorriso di tolleranza, quando non addirittura di complicità: nasce dallo stesso ceppo virale, ne è solo lo stadio di incubazione. Purtroppo di fronte a queste cose non ci mettiamo mai nell’ottica della vittima. Io non ero affatto un secchione, e tantomeno un ruffiano: non ci tenevo a primeggiare, non segnavo i cattivi alla lavagna, non blindavo i quaderni, non rifiutavo di passare i compiti (anzi, ho continuato a farlo sino a tutto il liceo, ed ero piuttosto bravo a non farmi beccare). Solo, anche se il “sapere di non sapere” era ancora inconscio, ero curioso di tutto e studiavo con passione: leggere, scrivere, disegnare, persino far di conto erano i miei divertimenti preferiti. E mi sembrava naturale, già a sei o sette anni, che ciò che avevo imparato, che mi aveva meravigliato, andasse condiviso: mi spiaceva semmai che i miei compagni non si divertissero altrettanto, non godessero come me di queste scoperte. Pensavo poi che quel divertimento, tradotto in gioco, poteva essere moltiplicato: ma non nella formula del Sapientino. Mi sembrava che giocare agli antichi romani sapendo chi era Muzio Scevola o agli indiani avendo un’idea di dove stavano il Mississippi o le Montagne Rocciose fosse tutta un’altra cosa. Salvo poi scoprire che non solo agli altri non interessava, ma a qualcuno dava proprio fastidio. A conti fatti quella vaccinazione è stata dolorosa, perché soffrivo dell’etichettatura ingiusta, ma ha funzionato. Ho imparato a non alzare più la mano nemmeno quando facevano l’appello, ma anche a difendere la mia attitudine verso il mondo, ad esserne orgoglioso e persino ad imporla. Oltre che a giocare da solo.

Col passaggio alle superiori la sintomatologia è cambiata. Il problema non erano più i compagni, perché ormai ero abbastanza scafato da tenermi in ombra e farmi gli affari miei. Il problema era che, stante la situazione economica della mia famiglia, avrei dovuto essere l’ultimo in paese a pensare di proseguire gli studi. La cosa infastidiva soprattutto i genitori di quei coetanei che avrebbero a loro volta meritato di proseguire, ma erano stati destinati all’avviamento professionale. Davanti a un invalido che campava lavorando la terra e risuolando ciabatte, e che sognava per i suoi figli un futuro di studi, gli altri non avevano più scusanti. Non potevano far altro che ripetere ai figli propri che tutto quello studio non valeva niente: non a caso a quattordici anni ero l’unico a non viaggiare in motorino

A colmare la misura vennero la scelta del liceo classico e più tardi quella universitaria. Un diploma di ragioniere o di perito industriale ci stava ancora, ma il classico sottintendeva l’intenzione di proseguire: questo proprio mentre una parte sempre maggiore del carico dei lavori agricoli stava passando sulle mie spalle. Si aggiungeva quindi il fatto che non solo non ero un secchione, ma neppure un “mangiapane a tradimento”, come venivano classificati allora quelli che non lavoravano. Mi guadagnavo ogni briciola, e andavo avanti a borse di studio. E allora, naturalmente, queste erano ottenute attraverso qualche oscura rete di conoscenze politiche e di raccomandazioni.

Ma la cosa davvero spiazzante fu la scelta universitaria. L’insegnamento? Dal momento che ero in ballo, tanto valeva studiare per qualcosa che rendesse, fare l’avvocato o il medico. Quanto guadagna un insegnante? E comunque, come volevasi dimostrare, si trattava di una laurea di serie B, di quelle che te le tirano dietro se solo frequenti.

Non voglio dipingere un santino da eroe sovietico dello studio: penso che la mia vicenda fosse comune in quel periodo a molti altri. Ma nemmeno sto esagerando la reazione negativa alla mia determinazione a studiare. Ho continuato a percepire per anni, tra i parenti prima ancora che negli estranei, un’ostilità non sempre silenziosa. In parte la davo per scontata, era frutto dell’atavico sospetto contadino per una cultura dalla quale si aspettavano solo fregature. C’è stato un periodo in cui ero quasi tentato di scusarmene: parlavo ostinatamente il dialetto con tutti, anche con quelli che mi si rivolgevano in italiano, discutevo quasi solo di lavori in campagna, evitavo di pubblicizzare qualsiasi successo di tappa della mia carriera scolastica (cosa che non mi costava alcun sacrificio). Ma non durò a lungo, a dispetto delle ubriacature ideologiche (era il sessantotto). Avevo imparato ormai a distinguere tra l’ignoranza buona e quella tossica, quella che rifiutava di considerare lo studio un valore in sé. Questo non potevo darlo per scontato. Eppure non c’era verso a far capire che non importava la laurea, ma il percorso: e che quel percorso poteva essere di tutti, e che diplomi e certificati erano solo pezzi di carta. Scattava immediatamente l’alibi: Per carità! Sono troppo ignorante. Sottinteso: E mi sta bene così.

Non ho mai digerito questo atteggiamento. Ho persino avuto il dubbio di essere troppo in anticipo, quando ancora sembrava che il sole dell’avvenire fosse allo zenit. Poi ho capito che in realtà ero in ritardo. Avendo vissuto sin dall’infanzia immerso più nei libri che nella realtà, avevo colto l’ultima eco di un’epoca nella quale la cultura veniva considerata un veicolo di promozione umana, prima che sociale ed economica. Di un tempo nel quale vigeva ancora la convinzione che istruirsi rendesse liberi e capaci di opporsi alle ingiustizie, fornisse gli strumenti per uscire da una sudditanza sentita prima di tutto come culturale. Il vanto maggiore di mia madre, che a dieci anni già stava a servizio presso una famiglia borghese, era quello di aver sempre corretto gli strafalcioni grammaticali e sintattici del padrone di casa e di aver letto più libri di tutti i componenti del nucleo famigliare messi assieme, comprese le figlie studentesse e i nonni, pescando proprio dagli scaffali della biblioteca domestica. Conoscendola, credo che in quella casa ad un certo punto la temessero come il fuoco, ma ne avessero un enorme rispetto. Una padronanza linguistica strappata con i denti, una cultura letteraria disordinata ma profonda e convinta, erano state le sue armi per affrontare un mondo che l’aveva lasciata orfana a due anni.

Mia madre condivideva con gli Illuministi e con tutti i progressisti delle varie bandiere l’idea che il vero riscatto venisse di lì, e che la conquista della conoscenza fosse prioritaria rispetto a quella dell’eguaglianza, ne fosse addirittura una necessaria precondizione. Per un secolo in tutto l’occidente, nei circoli operai, anarchici e socialisti, la prima cura è stata rendere disponibile una biblioteca. Sconfiggere l’ignoranza avrebbe significato davvero offrire a tutti le stesse opportunità. E non erano solo i socialisti a pensarlo. Quali che fossero poi i fini remoti, se c’erano, ciò che spingeva George Peabody (uno tra i fondatori della JP Morgan, l’emblema stesso della speculazione finanziaria, oggi “il nemico” in carne ed ossa) a istituire il Peabody education fund rispondeva alla stessa esigenza sentita da Diogene duemila anni prima, e ribadita all’epoca sua dai populisti russi, da Cattaneo e da Tolstoj, e nel nuovo secolo da Gorkij e da Berneri, insomma dai veri libertari in ogni parte del mondo: la necessità di emanciparsi attraverso la cultura.

Questa convinzione, dunque, oltre che trovarla nei libri la respiravo in casa. Fuori invece mi scontravo sempre più con la resa immediata e incondizionata, con l’alibi dell’ignoranza giocato preventivamente. Sulle prime ero sconcertato. Mi c’è voluto del tempo a capire che il problema era proprio la libertà, quella che i miei anarchici cercavano nella cultura. Perché la libertà è responsabilità. Per un breve periodo la cultura era stata davvero accessibile a tutti: nel mio piccolo, ne ero anch’io una dimostrazione. Ma l’accesso si paga, perché quanto più arrivi a conoscere, tanto meno sei giustificato a non scegliere. Non sei libero di sprecare la tua libertà: sei libero di scegliere come usarla, anzi, hai il dovere di farlo. Ed è questo a fare paura.

Ho insegnato per trent’anni letteratura e storia in un istituto tecnico per l’industria. Era la mia personale battaglia. Non ammettevo che l’istruzione potesse essere sganciata dalla cultura e aggiogata al servizio della professionalità. È stata un’esperienza esaltante. Non so quanto i futuri periti fossero bravi nel disegno meccanico, ma posso assicurare che quasi tutti amavano Leopardi e Ariosto, e a differenza dei giornalisti televisivi non confondevano la prima con la seconda guerra mondiale, e sapevano anche che tra le due c’era stata la guerra di Spagna. il tutto senza l’uso di strumenti di tortura. Lo sapevano perché avevano capito quanto fosse importante saperlo. Proprio da quell’osservatorio ho dovuto però assistere al progressivo appannamento della motivazione culturale pura, mentre fuori orde sempre nuove di barbari inalberavano l’ignoranza come vessillo. Perché nel frattempo era accaduto qualcosa.

In realtà di cose ne sono accadute tante. Per capire come negli ultimi settant’anni sia stato ribaltato lo statuto morale e sociale dell’ignoranza sarebbe necessario metterle in riga tutte, e forse un giorno proverò anche a farlo. Qui, ora, dalla dondolo, non posso che abbandonarmi a qualche considerazione spicciola.

Il primato della cultura sulle altre esigenze è durato per tutto il diciannovesimo secolo. Era naturalmente un primato solo nominale, auspicato nei programmi di quasi tutti gli schieramenti e nelle costituzioni di tutti gli stati, quali ne fossero i regimi, e negato poi nella prassi politica: ma che il potenziale ruolo della cultura fosse in qualche modo presente alle coscienze lo dimostra ad esempio la considerazione riservata all’insegnamento, o il fatto che l’indice più importante per valutare i progressi di un popolo fosse il tasso di alfabetizzazione, e non quello di crescita del prodotto. Quale fosse poi l’uso che della cultura veniva fatto, come essa venisse manipolata a fini di potere, è un altro discorso. Io mi riferisco al suo status ufficiale prioritario.

A partire dai primi del secolo scorso, invece, con la sindacalizzazione delle lotte sociali, la priorità è passata dal riscatto culturale a quello economico. In luogo di continuare a sperare che una crescita culturale diffusa avrebbe portato alla giustizia sociale, si è assunto che la perequazione economica avrebbe, casomai, favorito quella culturale, e che tutto sommato fosse realizzabile in tempi più brevi. I risultati li abbiamo sotto gli occhi.

Dare la precedenza alla perequazione economica implica l’adozione di una scala di valori completamente diversa: si sostituiscono i beni materiali a quelli spirituali. Ma è esattamente quanto richiesto da un modello produttivo giunto alla maturità, che non costituisce più una risposta ai bisogni, neppure a quelli secondari, ma i bisogni deve crearli per sopravvivere, per autoalimentarsi. Questo modello coltiva una coazione collettiva al consumo, anziché la coscienza critica individuale: e per farlo deve avere il controllo dell’istruzione, del rapporto con la conoscenza. In un primo momento favorisce quel minimo di istruzione funzionale a creare una “opinione pubblica”, ad educare a un pensiero di massa attraverso il quale veicolare gli orientamenti politici e gli stili di vita; poi, dopo il secondo conflitto mondiale, mette a punto con i nuovi media una macchina della persuasione che prescinde da qualsiasi competenza, anche elementare, dell’”utente”, e riscrive totalmente tanto i modi quanto i contenuti della conoscenza stessa. Il sogno di una cultura universalmente diffusa non è mai stato così vicino a realizzarsi: solo, sono cambiati totalmente la qualità e il senso di questa “cultura”.

Per quanto possa sembrare paradossale, del ribaltone si sono fatti complici proprio coloro che la coscienza critica avrebbero dovuto rappresentarla, gli intellettuali, e segnatamente quelli “progressisti”: Costoro giustamente, dopo quanto era accaduto nel secondo conflitto mondiale, hanno messo sotto accusa la cultura “borghese”, ma traditi dall’entusiasmo hanno finito per confonderla con la cultura tout court. È così, in nome di quella “cultura proletaria” che Camillo Berneri già negli anni trenta stigmatizzava come inconsistente o addirittura inesistente (la retorica socialista … non contenta dell’“anima proletaria”, si e inventata anche la “cultura proletaria”) si sono fatti beffe di quanto per i proletari veri, per mia madre, era invece una conquista, era orgoglio (ancora Berneri: In tutti campi il passato ci ha fatti eredi di beni inestimabili che non potrebbero essere attribuiti a questa o a quella classe). Vogliamo fare degli esempi? L’elogio di Franti tessuto da Eco, sia pure giocato dall’autore sempre sul filo del paradosso, per non compromettersi, ha finito per legittimare tutti i Franti contemporanei, quelli dei quali poi lo stesso Eco poco prima di morire si lamentava. Allo stesso modo, la democratizzazione della scuola è stata risolta in un abbassamento drastico del livello delle attese: invece di spronare tutti a perseguire obiettivi alti, col sacrosanto rischio che quelli particolarmente tetragoni dovessero intraprendere percorsi a loro più congeniali, si è preferito abbassare le richieste a un livello che include tutti ma non emancipa nessuno. Nella sostanza, si è passati dal dovere di darsi un’istruzione al diritto a ricevere un’istruzione: e in questo caso, come per il termine ignoranza, anche la parola istruzione assume significasti e valori ben diversi.

Sono riflessioni all’ingrosso, ma sufficienti a spiegare la fenomenologia molto più complessa dell’ignoranza odierna. Alle manifestazioni classiche se ne sono aggiunte di nuove. A volte possono sembrare antitetiche, ma in realtà sono accomunate tutte dai due fattori chiave della protervia: il rifiuto di una acquisizione critica della cultura e la sua concezione come “strumento” e non come valore in sé. Questi due fattori negativi vengono declinati in tutte le sfumature possibili, stringendo attorno al collo della cultura un cordone che la sta velocemente soffocando.

Per un attimo accarezzo l’idea di stilare di queste fenomenologie un catalogo, una cosa velenosa, nello stile di Hazlitt, Poi mi dico che tutto sommato un’operazione del genere non sarebbe granché elegante, anzi, riuscirebbe abbastanza gratuita. Rischierei seriamente di entrarci di diritto. Inoltre ne verrebbe fuori un volumone, e di spazio gli ignoranti se ne prendono già sin troppo, non è il caso di offrirne loro altro. Eppure la tentazione c’è. Ecco, magari potrebbe essere l’oggetto di un divertente pomeriggio con l’amico, seduto lui alla scrivania e io sulla dondolo. Già lo immagino …

Lo squillo del telefono interrompe al momento giusto il corso dei miei pensieri. È proprio Sandro, che evidentemente una volta arrivato a casa si è messo come me in poltrona (non ricordo però se abbia una dondolo) e ha riflettuto. “Tu sei un po’ stronzo, esordisce, ma ti confesso che ho continuato a pensarci, e mi rendo conto che la domanda era idiota. In verità non era una domanda. Cercavo un alibi per giustificare la mia attuale abulia. Hai ragione, è più che mai necessario insistere, non potremmo fare altro. E anzi, perché non scrivi qualcosa in proposito? Mi piacerebbe leggerlo e discuterne. Comunque, grazie”.

Lo sto già facendo, amico mio: e la domanda non era affatto idiota. Però non glielo dico.

Hazlitt non lo avrebbe mai fatto.

 

Reazionario controvoglia

di Paolo Repetto, 2013

“Reazionario”, controvoglia o no, è un epiteto spregiativo. Da almeno due secoli marchia la posizione concettuale di chi oppone un totale rifiuto alla storia. Quello del reazionario infatti nemmeno rientra nella scala dei possibili atteggiamenti “interni” alla storia stessa, che si dispiegano per coppie di opposti, conservatore-rivoluzionario agli estremi, moderato-progressista al centro, spaziando dalla semiimmobilità all’accelerazione veloce, ma sono tutti pur sempre accomunati dalla “necessità” di una progressione verso il futuro. Il reazionario si pone invece fuori. Non solo vuole fermare la storia, ma addirittura vuole tornare indietro.

Che il termine venga utilizzato solo in una valenza negativa lo dimostra il fatto che neppure i movimenti storicamente ascritti alla reazione, quello fascista e quello nazista in particolare, si sono mai proposti e hanno mai accettato di essere interpretati come reazionari. Al contrario, si sono sempre qualificati come rivoluzionari (e a ragione, direi).

Io non voglio tornare indietro nella storia. Non ne avrei motivo. Della storia ho vissuto uno dei periodi più tranquilli, almeno per quanto concerne l’Europa, e il mio paese in particolare. Sulla mia pelle non sono rimaste cicatrici. Ad essere onesto avrei nulla da recriminare nei confronti del passato, ma anche poco da rimpiangere, se non una giovinezza non sempre spesa bene, come tutte le giovinezze. Ciò non significa che non conosca il repertorio infinito di tragedie che ha caratterizzato questi sessantacinque anni; ma sono cosciente del fatto che solo poco prima della mia nascita se ne compiva una quale mai il genere umano aveva vissuta, e che io me la sono scansata.

Ho scelto la titolazione del libretto proprio per questo motivo. Non riesco a rallegrarmi del fatto che se dura così per almeno altri vent’anni (o anche meno) mi sarò risparmiato l’orrore. Lascio dei figli, dei nipoti, e vorrei che l’orrore fosse evitato anche a loro: ma i segnali che scorgo all’orizzonte mi confortano poco. Non è facile spiegare la sensazione che provo; inoltre, so che va sottratta la tara della posizione dell’osservatore, che naturalmente vede sempre più buio il futuro mano a mano che quel futuro lo esclude. Non credo però si tratti solo di un effetto ottico.

Ho in primo luogo l’impressione di una smemoratezza collettiva, percepibile soprattutto nei più giovani, che hanno una vaghissima idea, quando ce l’hanno, di ciò che è accaduto prima della loro nascita. Il moltiplicarsi delle ricorrenze anniversarie, la creazione di una liturgia della memoria, anziché alimentare un interesse ed un raccordo vivo col passato si risolve in una ritualizzazione arida, spesso manipolata, che i giovani mostrano di subire con fastidio e passivamente. Questo perché la smemoratezza è anche, e prima ancora, delle generazioni più mature, per le quali sempre più imperiosa sembra la voglia di fermare il tempo, annullarne il trascorrere in un eterno presente. E non mi riferisco a fenomeni frivoli, anche se significativi, come quello del “giovanilismo”, che se non altro alimenta nuovi settori economici, dalla chirurgia estetica alle palestre, ma all’incosciente miopia di classi dirigenti, a livello mondiale, che non riescono ad alzare lo sguardo oltre i propri piedi. L’eterno presente è il regno dell’oblio, e l’oblio significa rilassarsi, abbassare la guardia, sottovalutare i segnali di un’accelerazione dello scivolamento nella barbarie che ormai si moltiplicano.

In genere, a chi manifesta questo tipo di preoccupazioni si fa notare che i profeti di sventura ci sono sempre stati, la Bibbia e i poemi omerici ne sono già pieni. Infatti. Quel che di norma non si dice, però, è che nella gran parte dei casi le sventure si sono poi avverate. Magari non è finito il mondo, ma milioni di esseri umani ne sono stati travolti, cancellati, umiliati. Io non so se agisca un’astuzia della ragione, qualche dubbio lo avrei, e comunque mi interessa anche poco: mi interessa che a loro, per le loro sofferenze, vada almeno il risarcimento della memoria; che questa memoria costituisca per noi, oggi, un monito e un impegno, e non si riduca a una distratta celebrazione; e che questo impegno consenta domani, a coloro che verranno, di vivere con dignità.

Tutto ciò non farebbe evidentemente di me un reazionario. Ma c’è qualcosa che mi spinge a leggere in un’ottica diversa il ruolo dei reazionari. Per un motivo comprensibilissimo, per il fatto di voler difendere il passato da un futuro che ai loro occhi si presentava fosco, i pensatori reazionari sono stati in genere gli analisti più lucidi della modernità e quelli più spietatamente preveggenti rispetto alle derive politiche, economiche e sociali che avrebbe comportato. A partire da De Maistre il pensiero reazionario ha sottoposto la società uscita dall’ancien regime ad una critica preventiva che andava ad evidenziare i problemi prima ancora che questi cominciassero a porsi o ad essere visibili.

Io non sono certamente mosso dallo stesso spirito di un Burke o di un Lamennais: semmai vale il contrario. Ma neppure mi riconosco in quello che sembra oggi animare i miei contemporanei, che paiono essersi arresi ad una sorta di ineluttabilità storica. Sono ancora convinto che la storia la facciamo noi, quotidianamente, con le nostre scelte, e che la nostra “insignificanza” a fronte di un mondo tanto vasto e complesso non ci solleva dalle nostre responsabilità.

E allora si, allora vorrei che potessimo scendere da quel treno blindato dello “sviluppo” sul quale nessuno ci ha caricato a forza, ma che ci ha attratti con i suoi specchietti e le sue offerte speciali e ci ha portati in un tunnel del quale non intravvediamo la fine. Vorrei che tutte le opportunità che in questi anni ci sono state concesse per migliorare la condizione umana, e che non abbiamo saputo sfruttare, fossero rimesse in gioco. Ciò che non è possibile per una singola vita, è almeno pensabile per un insieme relativamente sottratto al tempo quale l’umanità.

Al di là della professioni di intenti, però, si può fare concretamente qualcosa? Credo di si, penso sia ancora possibile opporre una resistenza alla deriva e all’accelerazione verso il buio. Non è il caso di immaginare grandi rivoluzioni o palingenesi, anzi, visti i risultati delle precedenti direi di lasciar proprio perdere. No, qui si tratta di difendere con i denti quel minimo di buono che, a dispetto proprio dei reazionari classici, la modernità ha anche apportato, e quello che le epoche precedenti ci avevano trasmesso. Se già Socrate, duemilacinquecento anni fa, poteva convenire con i suoi discepoli sui valori fondamentali che rendono la vita degna di essere vissuta, voglio poter continuare a farlo anch’io con mio nipote. I valori sono rimasti quelli, alla faccia del postmoderno, del mercato, della crescita e della globalizzazione. E allora, molto semplicemente, si tratta di rispettarli nel quotidiano rapporto con gli altri e con noi stessi; di chiederne, anzi, di pretenderne il rispetto dai nostri interlocutori, anche a costo di apparire fuori tempo; di affermarli attraverso un’esemplarità non conclamata, vissuta nella consapevolezza dei limiti propri e della propria funzione, ma senza fare di questi limiti un alibi per assolversi dalle responsabilità. Di vedere, in altre parole, se tornando indietro di qualche passo possiamo ritrovare la strada e lo slancio per uscire da questa palude.

In questo senso sono un reazionario, e rivendico questo titolo. Soltanto, sono uno che cerca di reagire non alla storia, ma a una possibile, e non improbabile, fine della storia.

 

I quasi adatti

di Paolo Repetto, 30 settembre 2012

Da qualche tempo scrivo solo di “poco adatti”. Non è proprio una novità, lo faccio da sempre, perché ho scritto di me per tutta la vita (come del resto fanno tutti); oggi uso solo travestimenti più fantasiosi. Forse dovrei però chiarire un poco questa storia della “scarsa adattabilità”.

Ci sono almeno due tipologie di poco adatti. La prima è quella più o meno ufficialmente riconosciuta e da sempre perseguitata (oggi anche e soprattutto da chi ritiene necessario cancellare i margini, e così facendo nega in sostanza quel diritto alla differenza che pretenderebbe di difendere). Gli appartenenti a questa categoria trovano la vita troppo larga, troppo piena, troppo confusa, e hanno bisogno di cintare un loro spazio, un loro margine appunto, nel quale rifugiarsi. Purtroppo questo spazio viene quasi sempre violato dalla prepotenza e dell’invadenza altrui, per cui i poveretti sono in fuga costante. Si sentono inadatti perché la vita soffia loro sul collo e non concede il tempo e l’occasione per amarla. Nei crudi termini della selezione naturale avrebbero poche chanches, ma dal momento che come diceva Wallace la selezione non è più tanto naturale, si stanno invece moltiplicando.

Io appartengo ad una seconda tipologia, così come tutti i personaggi di cui scrivo. I soggetti di questo tipo non si sentono o non risultano oggettivamente ai margini della vita. Tutt’altro. La amano ad un punto tale da volerne vivere altre, e non “dopo”, ma subito. Il tempo e gli spazi di una sola esistenza vanno loro stretti, ragion per cui ne costruiscono di parallele, spesso con qualche comprensibile difficoltà a raccapezzarcisi. C’è tanto da fare al mondo, tanto da vedere, da capire, da conoscere, magari da correggere, che non possono permettersi un attimo di sosta, né fisica né mentale. Sono alla costante ricerca di altro, non per insoddisfazione, ma per curiosità. Li definirei dei “quasi adatti”.

Il disagio in questo caso nasce dalla mancata sintonia della mente con il corpo, come se la prima non volesse farsi una ragione dei limiti fisici del secondo. Il che non significa avere una massa di materia grigia più grande della scatola cranica in cui è costretta (cosa che magari Wallace avrebbe sottoscritto), quanto piuttosto avere una centrifuga cerebrale in perenne attività, neuroni impazziti che non girano in tondo nella vaschetta come i pesci rossi ma sbattono e rimbalzano da una parte all’altra, in un caos perpetuo. Significa in sostanza essere affetti dalla “sindrome di Dio”, con l’aggravante di non concedersi riposo nemmeno il settimo giorno e l’attenuante di una coscienza comunque lucida della propria imperfetta umanità.

La sindrome di Dio non è riconosciuta dalla neuropsichiatria ufficiale. L’ho identificata io, sfruttando un assist offertomi da Woody Allen quando afferma che se proprio è necessario prendere a modello qualcuno, tanto vale scegliere direttamente Lui. Dio in verità con la mia sindrome c’entra poco: anche se il ragionamento non fa una grinza, va considerato che la traduzione dal piano teorico a quello pratico sarebbe comunque un po’ complicata, e che se dall’assunzione a modello si scivola nella identificazione c’è il rischio di finire nudi ad abbracciare cavalli a Torino, come Nietzsche. E non è questo l’unico problema. Allen ha un bel dire: lui è ebreo, e volente o nolente una presenza divina, sia pure beffarda e capricciosa, se la porta dentro. Ma quelli come me, perfettamente agnostici, a chi dovrebbero rivolgersi? Devono arrangiarsi con ciò che trovano. Il punto quindi non è Dio, ma semmai la necessità o meno di avere dei modelli (nelle patologie più spinte, di diventare dei modelli). È questa la sindrome specifica cui mi riferisco: una sindrome da dio minore, che rinuncia all’onnipotenza e all’onniscienza e si accontenta di una certa ubiquità esistenziale.

La sindrome di Dio non va peraltro confusa con la megalomania, e nulla ha a che fare con altre patologie che potrebbero sembrare apparentabili (ad esempio, con l’imitazione di Cristo). Non comporta alcuna presunzione di superiorità o aspirazione alle stigmate, è sostanzialmente innocua e ha il solo effetto di uno spaesamento spazio-temporale costante, di una distonia avvertita più dagli altri che da chi ne è soggetto. Presenta sintomi ben precisi, ha le sue brave cause scatenanti ma è legata soprattutto ad una disposizione che chiamerei genetica, prima ancora che etica.

Il fattore predisponente è un amore vero per la storia, quello che non si accontenta della spettacolarità dei Grandi Eventi, interpretati dai Grandi Attori, ma nemmeno dell’immagine di un tritasassi inarrestabile che riduce alla fine tutto in polvere. Un tipo di amore che nella storia cerca un senso, e non un verso: e trova che il senso alla storia lo ha dato il lavoro quasi sempre oscuro di quanti hanno saputo tener viva in sé e proporre agli altri l’umanissima (questa si) aspirazione alla dignità e alla coerenza. Questo lavoro, se ci riflettiamo, lo hanno fatto tutto e sempre i “quasi adatti”, quelli che in luogo di adeguarsi alla determinazione “ambientale”, ai vincoli imposti da una situazione sociale, da una condizione personale o da una contingenza storica hanno scelto di vivere “come se”, e così facendo alla vita hanno aggiunto un valore. Per farlo hanno dovuto costantemente violare il confine tra il reale e l’ideale, tra un’esistenza che impone tempi, spazi e rapporti e un’altra, o più altre, che consentono invece di sceglierli, cercando di trasferire nella prima la pienezza di senso possibile nella seconda. Sto parlando evidentemente di sognatori, che però, a dispetto dell’apparenza, sono coscienti di sognare, lo fanno per una scelta consapevole e sono seri con i loro sogni. E sono confortati ad esserlo dalla certezza che altri prima lo hanno fatto, dalla possibilità di raccogliere il testimone di una staffetta che va avanti da quando l’uomo ha sviluppato una coscienza morale.

Per questo continuo a scrivere di “quasi adatti”. Ho la presunzione di mantenere in vita in qualche misura il loro sogno, magari di farne partecipi anche altri, e soprattutto la cosa mi consente di attraversare a mio piacere gli specchi nei quali vorrei riflettermi. Le vite che ho raccontato in questi ultimi anni sono estremamente diverse tra loro, ma avrei voluto viverle tutte.

 

P.S. Dimenticavo: alla fine, in questo quadro, che ruolo hanno gli adatti? Beh, è evidente: sono loro ad assicurare la continuità biologica. Se tutti fossero poco o quasi adatti forse ci saremmo già estinti. Ma non è pacifico che gli adatti garantiscano ancora la sopravvivenza della specie, dal momento che in realtà non partecipano più della sua evoluzione. Ormai infatti l’adattamento non è più riferibile alle trasformazioni dell’ambiente naturale: è adeguamento ad un sistema economico autoreferenziale, ad una cultura ridotta a spettacolo, ad una rete di rapporti solo virtuali, ad una esistenza alleggerita di ogni responsabilità, quindi privata di ogni necessità e possibilità di scelta. Gli adatti non hanno sogni, si accontentano di consumarne gli insipidi surrogati offerti dal mercato. Si riproducono sempre più simili, e la rifinitura “educativa” li rende identici. Ad evitare gli errori di ricopiatura del DNA sono oggi persino clonabili o programmabili geneticamente. Stiamo tornando, e non solo in metafora, alla riproduzione asessuata, quella da cui siamo partiti con le amebe. Gli adatti non sono più selezionati dall’ambiente: sono prodotti in serie e coltivati in batteria per popolare l’enorme plastico che ha sostituito la natura.

I più ottimisti pensano che alla fine provvederà comunque la natura stessa a rimettere a posto le cose: i non adatti ritengono che lo stia già facendo, spingendoci come lemming impazziti a gettarci tutti quanti a mare. Se così fosse, ed è molto probabile che lo sia, occorrerebbe ripensare tutta la teoria dell’evoluzione: ma a quel punto non rimarrebbe nessuno per farlo.

Peccato: sarebbe stata un’altra bella storia da raccontare.

I quasi adatti (1)