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Carl Bodmer. Uno svizzero al paese dei Blakfoot

di Paolo Repetto, 7 novembre 2020 – dall’Album “Carl Bodmer. Uno svizzero al paese dei Blakfoot

Non sempre il tempo è “giusto di gloria dispensiere”. Se andate a cercare notizie di Johan Carl Bodmer sul web, per trovare una sua stringatissima biografia in italiano dovete saltare alla quarta pagina. Eppure Bodmer realizzò il primo vero e proprio reportage iconografico sulle popolazioni native americane (per usare il politicamente corretto. Altrimenti leggi: pellerossa), anche se nelle storie della pittura del West viene quasi sempre citato come un epigono del ben più famoso George Catlin o addirittura come un imitatore di Charles Bird King, che gli indiani li ritraeva nel suo studio a Washington.

In realtà Bodmer visitò il West esattamente negli stessi anni in cui vi soggiornò Catlin, e lo percorse per ventotto mesi, senza averne avuto precedentemente la minima esperienza. Era nato a Zurigo nel 1809, nello stesso anno e nello stesso mese di Darwin, ed esattamente come Darwin a ventitré anni incontrò uno di quei colpi di fortuna che ti cambiano totalmente la vita. Nipote di artisti e talento precoce, venne infatti invitato dal principe Massimiliano di Wied-Neuwied, scienziato ed etnologo, a partecipare ad una spedizione scientifica nel Nord America come illustratore. Scopo della spedizione era esplorare i bacini dei maggiori fiumi, partendo dal Golfo del Messico e risalendo il Mississippi, il Missouri e l’Ohio. Karl ripagò ampiamente la fiducia che gli era stata accordata: nel corso del viaggio produsse più di 400 disegni ed acquerelli, nei quali erano raffigurati con precisione scientifica i membri di diverse tribù indiane, nei loro abbigliamenti e nelle loro acconciature distintive, e poi i villaggi, le sepolture, i costumi, le danze, oltre agli animali e ai paesaggi offerti dal West. L’insieme costituisce un corpo documentale etnografico eccezionale, la principale testimonianza della cultura e dell’ambiente di vita degli indiani a quell’epoca. È anche Arte con la maiuscola? Molto probabilmente Bodmer questo problema non se lo poneva (ce lo poniamo noi, condizionati come siamo da un’estetica che è ormai solo un’appendice del Mercante in fiera). Il suo compito era di supportare iconograficamente quello che il suo amico e committente relazionava per iscritto: avesse posseduto una macchina fotografica lo avrebbe fatto con quella (e infatti più tardi, divenne un ottimo fotografo). Di fatto, le opere realizzate nella maturità, dopo che si trasferì in Francia ed entrò in contatto con la scuola di Barbizon, non le ricorda nessuno, mentre i suoi acquerelli americani hanno fatto conoscere all’Europa una immagine completamente nuova dei pellerossa e hanno contribuito in maniera determinate a ribaltare l’attitudine nei loro confronti.

Gli amerindi di Bodmer si presentavano infatti con caratteristiche inedite. Sono ad esempio sempre elegantemente e riccamente vestiti, mentre l’iconografia tradizionale, dalle incisioni di Theodor de Bry in poi, li presentava in genere seminudi, a sottolinearne la selvatichezza e la barbarie. Sono ritratti in atteggiamento pacifico, in posa, né più né meno che i gentiluomini europei loro contemporanei, e inseriti nel contesto della loro quotidianità, della vita e dei costumi dei loro villaggi, anziché in istantanee di agguati e di scontri feroci. Vengono evidenziate la fierezza e la bellezza dei loro tratti, e sono sottolineate le differenze somatiche esistenti tra l’una e l’altra tribù, mentre in precedenza erano accomunati in una tipologia fisiognomica indifferenziata.

Diverso è anche lo sguardo che Bodmer ha per il paesaggio. A differenza dei pittori americani della scuola dell’Hudson, portati ad esaltare e qualche volta ad esasperare colori e dimensioni, a “drammatizzare” il paesaggio con rilievi scoscesi e cascate e fiumi impetuosi, Bodmer sembra colpito piuttosto dalla vastità, in certo qual modo anche monotona, dei panorami che ha di fronte. Gli orizzonti dei suoi dipinti non sono mai chiusi da imponenti catene montuose, quelle che ad esempio in Bierstadt o in Thomas Moran evidenziano la frontiera: lo sguardo scivola su corsi d’acqua che percorrono piatti e tranquilli immense vallate.

Va sottolineata infine un’altra cosa. Pochissimi anni prima che vi penetrassero Catlin e Bodmer il West era stato visitato da due intellettuali, anche in questo caso un americano, Washington Irving, e un europeo, Alexis de Tocqueville, che ne avevano riportato una immagine molto diversa. I nativi che avevano incontrato, appartenenti a tribù da tempo a contatto con la “civilizzazione” occidentale, erano ridotti ormai a larve prive di ogni dignità e di ogni fierezza, sporchi, alcoolizzati, costretti ad uno stile di vita per il quale erano assolutamente inadatti.

A chi credere? Forse sono vere entrambe le immagini, forse Bodmer e Catlin si erano spinti più a occidente. Noi preferiamo credere ai loro occhi e ai loro pennelli, che hanno ritratto l’America un attimo prima che iniziasse l’era Trump.

Charles Marion Russell. L’uomo del Montana

di Paolo Repetto, 22 marzo 2020 – vedi l’Album

Russell, assieme a Remington, è il West. Lo hanno inventato loro, o comunque lo hanno fatto conoscere in tutto il mondo, ricamando su una realtà che di spunti ne offriva a bizzeffe. Il resto lo ha fatto John Ford.

Russel non ha semplicemente viaggiato nel West: lo ha amato sin da bambino, attraverso le narrazioni di mercanti e vagabondi e sulle pagine delle dime novel, ci ha lavorato a partire da sedici anni, come allevatore di pecore, come cacciatore e come cow boy, ha vissuto tra gli indiani, ci è rimasto fino alla morte. E una volta scoperta la sua vera vocazione il West lo ha poi ritratto in più di duemila dipinti e in numerosi racconti, dando il tocco decisivo all’ultima, e unica, grande epopea della modernità.

I suoi quadri li abbiamo già visti tutti: magari non direttamente, ma senz’altro attraverso gli adattamenti e le citazioni che ne sono stati fatti nei fumetti e nel cinema. La mia generazione è cresciuta, in genere senza saperlo, nutrendosi per interposta balia con l’arte di Russel. E quell’arte oggi non c’è alcun motivo di rinnegarla, o di declassarla a pittura “di genere”. Semmai va rivendicata come costruttrice di sogni, in un mondo sempre più disincantato. Non importa che Russel sia diventato col tempo un artista “istituzionale” (un suo murale fregia il Campidoglio della capitale del Montana), che gli sia stato dedicato un apposito museo e che le sue opere scaldino il mercato (un dipinto della maturità, Piegans, è stato venduto per sei milioni di dollari): i suoi indiani, i suoi cow boys, i suoi cavalli e le sue terre selvagge ormai ci appartengono. Il suo vero museo è il nostro immaginario.

Russell è coetaneo di Wölfli, sono nati a neanche un mese di distanza (il 29 febbraio lo svizzero, il 19 marzo del 1864 Russell), ma in parti molto diverse del mondo. È  interessante, e senz’altro anche istruttivo, fare un confronto tra le loro opere e i loro destini. Per questo presentiamo in contemporanea i due Album.

Mano di ferro

di Paolo Repetto, 2011

Siamo prima di tutto dei decouvreurs, anche se è dura
abbandonare il fuoco del proprio camino […] per dormire
sulla nuda terra e talvolta senza neppure quella possibilità,
accucciati nell’acqua, la paura che manda brividi su
per la schiena, la pancia vuota, la debolezza nelle viscere
e la sonnolenza nel cuore.
Pierre-Esprit Radisson, coureur de bois

Nell’estremo lembo nord-occidentale dell’Arkansas (lo stato di Bill Clinton e delle noccioline) c’è una cittadina di nome Tontitown. Fossimo in Italia si potrebbe pensare a un toponimo nato dall’irrisione campanilistica dei villaggi vicini, ma qui siamo negli USA, e gli statunitensi sono seri: consacrano i loro luoghi a gente in gamba, che per un motivo o per un altro abbia ben meritato.

È così che troviamo città intitolate a Humboldt o contee dedicate a Garibaldi (manca stranamente Darwin, che si è guadagnato invece una grossa città sulle coste australiane). Per gli esploratori, poi c’è un trattamento preferenziale: accanto a Carson City, a Freemont e a Bridger Town, esiste addirittura una contea che si fregia del nome di Beltrami e c’è anche, appunto, Tontitown, intitolata a Enrico Tonti immigrato benemerito di primissima generazione (mi risulta ci siano anche diverse scuole e associazioni sportivo-patriottiche a lui dedicate).

A dispetto del cognome, Enrico Tonti – in Francia e in America è conosciuto come Henry de Tonti, o de Tonty – è un personaggio talmente avventuroso da sembrare uscito dalla penna di Salgari. Vive in un secolo, il XVII, già di per sé sin troppo “interessante”, e ci mette poi molto del suo, nel senso che non perde occasione per complicarsi la vita.

Segue ancora in fasce il padre Ludovico, costretto a lasciare di corsa l’Italia (è un banchiere napoletano e ha appoggiato la rivolta antispagnola di Masaniello) per rifugiarsi in Francia. Le fortune della famiglia, un tempo ricca e nobile, in terra francese declinano rapidamente, ma Enrico (e come lui i suoi numerosi fratelli) è portato alla vita avventurosa e la politica di Luigi XIV gli offre un sacco di opportunità per sperimentarla.

Tra i venti e i venticinque anni combatte in sette diverse campagne militari, imbarcato come guardiamarina, guadagnandosi sulla tolda il grado di capitano: paga però la carriera con la perdita della mano sinistra, che gli è strappata via dall’esplosione di una granata. Nell’occasione viene anche catturato dagli Spagnoli e trascorre in carcere sei mesi, prima di entrare in uno scambio di prigionieri e tornare in Francia. Qui si fa applicare una protesi in metallo, che copre con un guanto, ed è immediatamente pronto a ributtarsi nella mischia.

Noi lo prendiamo in carico a questo punto, per seguirlo in una girandola di avventure che avrebbero meritato le matite di Hugo Pratt. Ed è proprio così che provo a raccontarlo, ricostruendo una vita a fumetti da quei pochi stralci di notizia che si possono ricavare qui e là.

Dunque, troviamo Tonti a ventisette anni, alto e magro, con baffetti sottili e lunghi capelli scuri, monco di una mano (ricorda un po’ capitan Uncino), ricco di una grande esperienza di navigazione e di battaglie, ma praticamente al verde, quindi intenzionato a cercar fortuna a ogni costo. Si è già fatto una reputazione, e quando nel 1678 incontra René Robert Cavelier de La Salle trova anche una causa.

La Salle è un altro gran bel personaggio. Dieci anni prima aveva lasciato l’Europa per la Nouvelle France, abbandonando la Compagnia di Gesù presso la quale aveva studiato (e che non glielo perdonerà mai). Ha cominciato a battere la regione dei Grandi Laghi insieme ai marchands voyageurs (che sono i trafficanti di pellicce di castoro “autorizzati”) e ai coureurs de bois (che sono quelli indipendenti, considerati come una sorta di bracconieri), ma preferibilmente da solo, a volte sparendo dalla circolazione per anni interi.

Coltiva il sogno di trovare la via d’acqua che dalla regione dei laghi porti fino al Pacifico (il famoso passaggio a nord-ovest). Per un certo periodo si ostina in questa idea, alimentata dal fatto che tutti i corsi d’acqua più importanti in cui si è imbattuto nelle sue peregrinazioni (l’Ohio e l’Illinois) viaggiano verso ovest e che le voci raccolte tra gli indiani parlano di una grande acqua occidentale (in realtà si riferiscono al lago Winnipeg).

La Salle è quindi tornato in Francia alla ricerca di sponsor per una grande missione esplorativa e per ottenere tutte le autorizzazioni e le patenti reali del caso. È in questa occasione che avviene l’incontro, e per il giovane italiano si tratta di un vero colpo di fulmine. La Salle è un uomo imponente, dotato di una forza straordinaria, parco di parole e persino scorbutico, ma emana il fascino del condottiero e dell’uomo d’azione. Enrico lo farà oggetto d’ora innanzi di una amicizia devota e incondizionata, anche se mai gregaria.

Le ambizioni della spedizione organizzata da La Salle sono decisamente sproporzionate rispetto alle forze che riesce a mettere in campo: ha trovato in patria molti incoraggiamenti, ma scarso credito economico. A sbarcare con lui in Canada, dopo una traversata tempestosa, sono una cinquantina di uomini, tra soldati e artigiani, ma quando arrivano attraverso la via dei laghi alla foce del fiume Niagara, dove La Salle ha deciso di impiantare il primo campo base, sono solo quattordici. Tra questi il sacerdote francescano Louis Hennequin, destinato a ricoprire un ruolo di rilievo nella vicenda.

Lo scenario naturale e storico nel quale si immergono è quello raccontato nel bel libro di Brian Moore, Manto nero (e nel film omonimo, altrettanto bello) e rievocato da Pratt, sia pure con uno scarto di mezzo secolo, in Ticonderoga: foreste, laghi, pellicce e indiani. Questi ultimi sono in parte tiepidi alleati, come gli Uroni e gli Algonchini, in parte ferocissimi nemici, come gli Irochesi.

Dagli inizi del Seicento, da quando Samuel de Champlain ha fondato Quebec sulle rive del San Lorenzo e ne ha fatto un centro di scambio e di raccolta, la regione attorno ai Grandi Laghi è divenuta teatro di una guerra sanguinosa e persistente. I primi a prendere contatto con i francesi sono stati gli Hurons (i Calvi), tribù semi-nomadi che già prima dell’arrivo degli europei svolgevano un ruolo di intermediari commerciali, e che ne diventano ora gli interlocutori privilegiati.

Con l’introduzione delle nuove merci, prime tra tutte le armi, il quadro dei rapporti viene completamente destabilizzato: gli Uroni allargano di molto l’area dei loro traffici e creano un vero e proprio impero commerciale, andando inevitabilmente a pestare i piedi ad altre popolazioni.

La più agguerrita e la più potente di queste ultime, gli Iroquis, termine sotto il quale sono raccolte cinque grandi “nazioni”, non accetta questo monopolio che garantisce attraverso la maggior disponibilità di armi da fuoco anche una superiorità militare, e parte al contrattacco con una serie di sanguinose incursioni, interrompendo a più riprese la rete dei traffici. Ciò induce i francesi a schierarsi dalla parte degli Uroni, e di qui nasce una rivalità che si trascinerà sino alla Guerra dei Sette Anni. Dopo essere stati tenuti a bada bene o male per mezzo secolo, quando troveranno l’appoggio e le armi degli inglesi gli Irochesi procederanno a uno sterminio quasi sistematico dei loro rivali.

All’interno di questo scontro si inseriscono altre vicende: le rivalità già accennate tra la compagnia ufficiale delle pellicce e i liberi cacciatori, da un lato, e quella tra la Compagnia di Gesù e i francescani dall’altro. Sono i recollets, francescani di stretta osservanza, a mettere per primi i piedi nella regione, ma alla fine saranno i Gesuiti, molto più potenti e ricchi, a ottenere il monopolio delle anime: questo, tra l’altro, avrà un effetto devastante per gli Uroni, resi meno aggressivi dalla cristianizzazione.

Ma non è finita. Se allontaniamo ancora un po’ lo zoom, troviamo che a est gli inglesi si sono ormai saldamente impiantati sulla costa atlantica e cominciano a guardare verso l’interno, anche se per il momento rimangono fermi al di là degli Appalachi, e che a sud gli spagnoli rivendicano il possesso di tutti i territori percorsi dai conquistatori Hernando de Soto, Pánfilo de Narváez e Francisco Vázquez de Coronado tra il Rio Grande e la Florida, anche se nella realtà possono far conto solo su effimere e sperdute postazioni militari. Insomma, una situazione estremamente mossa, nella quale una sola cosa è certa: la conoscenza geografica e antropologica di tutta l’area è in pratica quasi nulla.

Torniamo ora a La Salle, e soprattutto a Tonti. Una volta arrivati sul Niagara, il piano prevede di impiantare un forte e di costruire un vascello per esplorare le rive dei Laghi e cercare la via fluviale di sbocco verso l’ovest. A Tonti spetta il primo compito, ma i guai cominciano subito. Enrico si becca, infatti, la peste, una delle esportazioni europee di maggior successo nell’interscambio con le colonie del nuovo mondo. Arriva sino in punto di morte, ma ha una fibra eccezionale e ne esce in tre mesi, sempre più magro e pieno tuttavia di anticorpi che gli garantiranno per anni una sorta di immunità. Si affretta quindi a completare la costruzione dell’avamposto (che prende il nome beneaugurante di fort Crèvecoeur, forte Crepacuore), mentre La Salle torna in Canada per organizzare la seconda fase, e il vascello, battezzato Le Griffon, dopo un primo viaggio sino alla Green Bay, sul lago Michigan, scompare col suo equipaggio (probabilmente affondato, ma secondo un’altra versione venduto con tutto il carico ai mercanti di pellicce). Il forte viene terminato appena in tempo, perché deve poi essere difeso per un anno intero dalle incursioni degli Irochesi, con i pochi uomini che sono rimasti di guarnigione. Tonti è in pratica in balìa degli avversari, ma allorché questi si presentano con dei doni per ammorbidirlo li butta fuori a calci, chiarendo subito di che stoffa è fatto. Alla fine, quando La Salle non arriva e tutto ormai sembra perduto, dà fuoco alle fortificazioni e con una sortita disperata rompe l’assedio indiano e porta in salvo i suoi compagni.

Dopo il ricongiungimento con La Salle comincia, nel 1680, la grande stagione delle esplorazioni: i due, insieme o con gruppi separati, battono le foreste dell’Ontario e del Michigan, e intraprendono poi la ricognizione dei bacini dell’Ohio e dell’Illinois. Il tutto in mezzo a imboscate, assalti, sanguinose ritorsioni, tradimenti, dai quali l’italiano esce sempre indenne e nei quali sembra trovarsi perfettamente a suo agio.

Lo capiscono anche gli indiani, che cominciano a loro modo a rispettarlo e soprattutto a temerlo. Mano di ferro è per loro un diavolo dotato di poteri magici, la sua fama corre per i sentieri delle foreste e Tonti non fa niente per smentirla: risponde alla ferocia degli indiani con una ferocia e una determinazione ancor maggiore. Una volta abituatosi alla vita della foresta, ha su di loro tutti i vantaggi di una educazione militare europea e in più uno sguardo sfuggente che non permette mai di far capire i suoi veri sentimenti. Sembra di raccontare la saga di Kinowa, il diavolo scotennato dei fumetti della mia infanzia.

Nel 1680 è comunque incaricato di costruire un altro forte a Starved Rock (Rocca della fame) nell’Illinois (dove oggi c’è un magnifico parco naturale; ma all’epoca c’erano anche, e soprattutto, gli indiani). Viene presto abbandonato dai suoi uomini che temono di finire al palo ed è costretto a rientrare nel Wisconsin da solo, sfuggendo alla caccia degli Irochesi. Ha imparato a sopravvivere con quello che il territorio offre, dal granoturco alle ghiande e agli animali selvatici, a essere invisibile, a muoversi e uccidere in modo silenzioso e veloce. «È più indiano degli indiani», dirà di lui un commilitone: tanto che questi non riescono a braccarlo e la leggenda di Mano di Ferro diventa epopea.

Tornato presso La Salle e inflitta una punizione spietata agli ammutinati che lo avevano spacciato per morto, riparte con lui nel 1682 per l’esplorazione del bacino del Mississippi. Lungo il percorso La Salle prende possesso, in nome del Re di Francia e con una serie di cerimonie simboliche e trattati con le esterrefatte popolazioni rivierasche, di tutte le terre sulle due sponde. In pratica taglia la strada alla possibile espansione delle colonie inglesi verso le grandi pianure.

La vista di quei territori (e quella di alcuni grandi villaggi con costruzioni in fango e paglia, ciò che di più simile a una città ha mai incontrato in America) lascia stupito Tonti che scrive: «è il più bel paese del mondo, e contiene le più belle terre che mai sian state viste». E convince sempre più La Salle nel nuovo progetto che gli sta maturando in testa: una linea di avamposti fortificati dai Grandi Laghi scenda sino al Golfo del Messico, uniti tra loro attraverso la rete fluviale, lungo la quale fare correre il commercio in verticale e dare il via alla colonizzazione della Luisiana.

La spedizione oltrepassa i limiti toccati dieci anni prima da quella di altri due esploratori, Louis Jolliet e Jacques Marquette (che avevano comunque stabilito, in base alla direzione del fiume, che il suo sbocco non poteva essere né nelle acque della California né in quelle dell’Atlantico, ma solo nel Golfo del Messico), e il 9 aprile del 1682 arriva al mare. È la prima discesa testimoniata del Mississippi sino alla foce. Con una solenne cerimonia, culminata nell’erezione di una colonna di legno iscritta e di una croce, alla presenza di venti francesi e di trentun indiani del nord-est, La Salle rivendica per il Re Sole il dominio su tutte le terre di cui il Mississippi raccoglie le acque (vale a dire, oltre la metà del territorio degli Stati Uniti).

Nell’autunno successivo, sulla via del ritorno, Tonti è incaricato della costruzione di un nuovo forte, Fort St. Louis, che nasce su uno scoglio roccioso sopra il fiume Illinois. Diventa quindi governatore e comandante della “città” di St. Louis, un agglomerato di poche baracche e di tende degli indiani Illini (quelli appunto che danno nome all’Illinois e che si estingueranno completamente durante le guerre del Settecento), mentre La Salle rientra in Francia per convincere Luigi XIV della ricchezza dei territori conquistati e delle incredibili prospettive economiche della sua impresa.

Tonti naturalmente non sta con le mani in mano: cerca alleanze con nuove tribù indiane e appena può organizza spedizioni contro gli Irochesi, tanto per ricordare loro che c’è e che non li dimentica. Di questo periodo sappiamo poco, perché non c’è nessun altro a raccontarlo e lui liquida le operazioni belliche con una glaciale laconicità: «Li abbiamo respinti e ne abbiamo fatti fuori parecchi» oppure «Ci hanno assediati per sei giorni, ma se ne sono andati a mani vuote».

Viene poi a sapere, nel 1686, che La Salle è tornato in America e intende risalire il Mississippi dal mare. In realtà La Salle è già approdato nel nuovo continente un anno e mezzo prima, dopo essere partito dalla Francia con due fregate e trecento persone, ma le cose si sono messe subito al peggio. Metà degli imbarcati non ha nemmeno toccato la costa continentale, in parte per le malattie scoppiate sulle navi, in parte per le diserzioni avvenute durante uno scalo ai Caraibi. La spedizione ha mancato poi clamorosamente l’approdo, finendo oltre duecento miglia a ovest delle foci del Mississippi, e si è impantana nella zona paludosa e inospitale di Matagorda Bay. Qui è stato creato un nuovo Fort St. Louis, ma dopo quasi due anni di stentata sopravvivenza i superstiti non sono più di quaranta. A questo punto, agli inizi del 1687, La Salle tenta di raggiungere via terra la foce: ma nel corso di una marcia divenuta ben presto un calvario viene assassinato dai suoi compagni.

Di tutte queste vicissitudini Tonti non è a conoscenza, ma quando si tratta di La Salle non ha bisogno d’altro: parte con una trentina di uomini per andare a dare man forte al suo vecchio comandante. Mentre è in viaggio viene però richiamato urgentemente indietro dalla guarnigione che aveva lasciato a St. Louis, attaccata dagli Irochesi appena lui se n’è andato.

Torna indietro, dà una lezione agli indiani e riparte in esplorazione, arrivando alla foce del fiume Arkansas. Di La Salle nemmeno l’ombra. Chiede e ottiene dal governatore canadese la signoria del territorio e fonda immediatamente una nuova città, che sorge attorno al forte di Arkansas Post. A questo punto ha raccolto attorno a sé anche le famiglie dei suoi soldati, cede ai coloni una parte del territorio e la colonia diverrà ben presto una delle più ricche del sistema francese.

Ma Tonti non è fatto per la vita sedentaria: nel 1687 è già al fianco del marchese di Denonville per una spedizione contro i Seneca, una delle cinque nazioni Irochesi. Fa la sua parte nella carneficina e rientra a Fort St. Louis, dove l’anno successivo viene a conoscenza tramite gli indiani della morte di La Salle: quello che non sa è che il marchese è stato ucciso dai suoi stessi uomini.

Si mette immediatamente in moto, sperando di trovare qualche superstite (in realtà, dopo l’uccisione di La Salle sono stati quasi tutti massacrati dagli indiani Karankawa). Manda in giro esploratori in cerca di notizie e sulla base di qualche vaga indicazione della presenza di prigionieri bianchi parte nel 1689 per i territori delle tribù Caddo, oltre il Red River.

Attraversa l’Arkansas e si spinge sino al Texas. Qui ha la conferma che dei francesi sono trattenuti (o si sono nascosti) tra gli indiani Tonkawa, ed è sempre più determinato a cercarli. Non sono dello stesso parere i suoi uomini, ormai stanchi del lungo inseguimento, che lo abbandonano ancora una volta quasi in massa (ma almeno non lo uccidono, come era successo a La Salle).

È già trascorso un anno dalla partenza ma Tonti non demorde e arriva anche al villaggio Tonkawa, solo per scoprire che i francesi non sono più lì. Questa volta la ricerca è davvero finita e inizia un lungo e travagliatissimo viaggio di ritorno, perché gli indiani non sono per niente disposti a fargli da guida, il territorio gli è sconosciuto ed è molto meno ricco delle foreste del nord, i pochi compagni sono sfiniti e demoralizzati. Tonti rischia la morte per fame, perde tutti i suoi ricchissimi appunti di viaggi, ma alla fine salva ancora una volta la pelle e a metà del 1690 è di ritorno per l’ennesima volta a St. Louis.

E qui anche noi ci fermiamo, perché il suo decennio d’oro è finito e il resto della vita di Tonti è relativamente meno agitato. Sposa una donna indiana, (sembra fosse bellissima), si invischia in imprese commerciali che vanno regolarmente buche, partecipa con i suoi devoti Illini alla guerra contro gli Irochesi, discende ancora il Mississippi per procedere alla colonizzazione di quella Louisiana che aveva contribuito tanto attivamente a fondare, fa anche un breve ritorno in Francia, dove riceve onorificenze, ma non i prestiti che cercava e infine muore, a cinquantacinque anni, nel 1704, durante una nuova esplorazione, divorato dalla febbre gialla. Anche la pazienza degli anticorpi ha un limite.

Aggiungo solo un’appendice su padre Hennepin. Anche se è stato assegnato alla prima spedizione di La Salle come cappellano, Hennepin è in realtà al momento del suo sbarco nella Nuova Francia un eretico convinto (ha frequentato ambienti giansenisti). Lascia perdere ogni intento di evangelizzazione e si dedica immediatamente a esplorare il corso del Niagara, del quale fornirà la prima descrizione data a stampa, mostrando ottime qualità di geografo. Partecipa poi al viaggio del Griffon sino alla Green Bay, nel lago Michigan e sverna con Tonti a fort Crèvecoeur.

Nel 1681 viene incaricato da La Salle di compiere una ricognizione del corso superiore del Mississippi, in compagnia di due voyageurs, ma dopo un paio di mesi è catturato da una banda di Sioux, che se lo porta appresso come schiavo nelle sue scorrerie. È una schiavitù piuttosto morbida, ottiene persino di poter compiere una serie di esplorazioni da solo, dando la sua parola agli indiani. Viene poi liberato da un altro esploratore, Daniel Greysolon Duluth, che è in cerca del passaggio a nord ovest e gode di un grande ascendente sui nativi. A questo punto ritiene di aver visto abbastanza, rientra a Montreal e si reimbarca per la Francia.

Dalla sua esperienza trae tre successivi libri, che conoscono un grande successo e sono preziosi per la ricostruzione della prima parte della vicenda di La Salle, anche se il racconto è condito di molta fantasia (e di fandonie spudorate, come quando afferma di aver esplorato non solo il corso dell’alto Mississippi, ma il fiume intero, scendendo sino alla foce e scoprendola quindi prima ancora di La Salle). La sua Description de la Louisiane, dove da ogni pagina traspare lo stupore della scoperta, avrà l’effetto di calamitare agli inizi del Settecento verso le regioni della Nuova Francia una folla di avventurieri e l’attenzione del nuovo spirito libertino.

La parte del protagonista Hennepin la riserva naturalmente a se stesso, e non mostra grande considerazione per le qualità altrui, ma quando parla di Henry de Tonti, pur senza lasciarsi troppo andare, non riesce a nascondere il rispetto e l’ammirazione per l’uomo dalla mano di ferro.

Che dire? Quella di Enrico Tonti non è una vita esemplare ma è senza dubbio avventurosa. Ci racconta un’epoca in cui il termine “avventuriero” aveva un significato quanto mai aderente all’etimo: ad venturam.

Tonti si butta a capofitto dovunque sente odore di avventura. Lo fa anche per sete di ricchezza e per ambizione, ma visti i risultati non sembrerebbe molto portato in questo senso. Piuttosto, lo fa per amicizia, o almeno per un alto senso di lealtà. Spende anni a cercare La Salle e quando realizza che ormai è morto cerca di ritrovare e portare in salvo almeno gli ultimi suoi compagni. Sarebbe capace di ammazzarli con le sue mani, all’occasione, ma non può accettare di abbandonarli nel pericolo.

Non voglio farla troppo lunga, perché la vicenda si commenta da sola. A volte mi dico che ho avuto una gran fortuna a vivere la maggior parte della mia esistenza nella seconda metà del secolo scorso, che almeno dalle nostre parti non è stata particolarmente “interessante”, e credo che razionalmente si debba pensare proprio così. So benissimo che vista “da dentro” la vita di Tonti sarebbe molto meno affascinante di quanto appare in questa fumettistica ricostruzione. Sarebbe piena di pidocchi, di freddo, di zanzare, di fame, di ferite curate alla meglio, di sporcizia, di violenza, e poi di malattie e di morti atroci e di fatiche disumane. Tonti è inoltre un colonialista, uno che va a imporre con la violenza le leggi, i costumi, la religione e gli interessi degli europei alle popolazioni indigene. Questo non lo dimentico. Ma nemmeno voglio ipocritamente raccontarmi che vada a distruggere un paradiso di armonia, perché la guerra di tutti contro tutti, e degli Irochesi in particolare contro tutte le altre tribù, era già la norma molto prima che i francesi mettessero piede in America. E poi, non è questo che mi interessa.

Mi piace invece immaginare cosa avrebbe potuto raccontare il nostro Enrico ai nipoti, se ne avesse avuti, davanti al camino o al fuoco di un bivacco, e paragonarlo a quanto potremmo essere in grado di raccontare noi, sempre che la concorrenza di televisione e videogiochi e l’assenza di caminetti e bivacchi ce lo consentissero. Certo, il senso della vita non è dato dalle imboscate sventate, dalle marce forzate, dalle lotte corpo a corpo, ma dal momento che non è nemmeno infuso da qualche divinità o idealità trascendente, forse una qualche relazione con la molteplicità e la concretezza delle esperienze, con l’intensità delle sensazioni, con la forza e la genuinità dei sentimenti potrebbe averla.

Non è un caso che oggi, in una società che più o meno assicura un ricovero a tutti, ci sia gente che affronta bivacchi in parete, al gelo e sotto la tempesta. Che in un mondo dove chiunque possiede almeno un motorino ci siano dei fachiri che affrontano a piedi, e di corsa, percorsi di centinaia di chilometri, nei deserti, in alta montagna, in mezzo alle foreste, con sforzi disumani. Che in una cultura che pone al primo posto la sicurezza ci si butti col parapendio o con l’elastico, e qualche volta anche senza. Che persino nell’universo del virtuale gli spettacoli di maggior richiamo televisivo siano quelli in cui si parla di natura selvaggia, e nei quali si vanno a prendere i cobra o i leoni per la coda. Tutte queste esperienze sono dei surrogati di qualcosa che, in effetti, ci manca e di cui la nostra natura evidentemente non può fare a meno.

Per Mano di ferro questa adrenalina era pane quotidiano e ad un certo punto deve essergli parsa anche una condizione normale. Gli sembrava normale anche mettersi a repentaglio, senza un secondo di esitazione, quando si trattava di soccorrere gli amici ed essere assolutamente leale nei loro confronti. Questo, ho l’impressione che oggi funzioni un po’ meno. Forse non fa parte della natura umana (anche se io sono convinto di sì), ma senz’altro dovrebbe far parte della nostra cultura. Se così non è, temo che abbiamo proprio buttato qualche milione di anni.

Per saperne molto di più sull’America di Tonti, e su Tonti stesso:
CARTER, R. – L’Europa alla conquista dell’America – GARZANTI, 1963
DE VOTO, B. – La corsa all’Impero – IL MULINO, 1963
MAFFI, M.– Mississippi. Il grande fiume: un viaggio alle fonti dell’America – RIZZOLI, 2004
MEISSNER, H. O. – La Louisiana per il mio re – PAOLINE, 1970
PIERONI, P. – Sulle piste dei cacciatori di castori – MURSIA, 1989
In queste opere vengono date delle imprese di Tonti versioni discordanti su diversi punti, anche se la sostanza rimane poi quella. La mia non sfugge alla regola. In assenza di un vero e proprio diario redatto dal protagonista le notizie sulla sua vita devono essere desunte infatti da poche lettere e dall’incrocio delle testimonianze di alcuni commilitoni, alcuni dei quali, come padre Hennepin, tutt’altro che attendibili.
Una biografia sufficientemente plausibile ed esauriente si trova comunque nel DICTIONARY OF CANADIAN BIOGRAPHY, VOL II (1701–1740) (edizione online). – UNIVERSITY OF TORONTO PRESS (esiste anche in versione francese, come “DICTIONNAIRE BIOGRAPHIQUE DU CANADA”)