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Endogenesi delle cause o eterogenesi dei fini

di Nicola Parodi, 21 dicembre 2020

Ho letto le riflessioni di Carlo Prosperi esposte ne “La luce fredda dell’Utopia”. Condivido in gran parte le sue osservazioni, in particolare quando parla delle “aberrazioni della cancel culture, quella che, per political correctness, pretende di correggere la storia”. Per una sorta di reazione istintiva mi sento tuttavia in dovere di difendere il valore della razionalità come strumento di conoscenza. Carlo sostiene che quelle aberrazioni sono i frutti perversi dell’Aufklärung. E aggiunge: “È ben vero che il sonno della ragione produce mostri, ma non meno mostruosi sono i parti dell’insonnia della ragione”. Qui non riesco a seguirlo, e mi sembra strano che ci arrivi per un percorso che in realtà almeno fino ad un certo punto è esattamente il mio, quando ad esempio afferma: “La razionalità non può sostituirsi a ciò che è frutto, in gran parte inconscio, di millenni di tentativi, per prove ed errori; non può impunemente sovvertire la tradizione (che non è un fossile) e pretendere di fare tabula rasa dell’esistente nella presunzione di costruire un mondo perfetto”. Sono d’accordo su tutto, tranne che sul soggetto iniziale della frase, o meglio, sull’uso che Carlo fa dei termini “ragione” e “razionalità”: quindi, mentre faccio mio il drastico giudizio sul sorgere di una nuova religione laica, che come le altre religioni ha la pretesa di definire ciò che è bene e ciò che è male, vorrei chiarire che le aberrazioni cui giungono gli adepti di questa neo-religione non sono il frutto di una fredda analisi razionale, il più scientifica possibile, ma sono generati e guidati dalle emozioni e dai sentimenti,  e soprattutto sono condizionati dalle mode culturali.

Vorrei partire da alcune idee proposte da Richard Dawkins[1] (*). Prendendo spunto dalla convinzione di Lorenz che un modello di comportamento può essere trattato come un organo anatomico, Dawkins propone la teoria del fenotipo esteso. Con il termine fenotipo si intende la forma che assume un organismo sviluppato; in questa accezione il concetto di fenotipo viene esteso, oltre che alla forma dell’organismo, anche ai prodotti delle sue azioni nell’ambiente esterno (azioni che sono indotte dai geni).

Faccio un esempio. La trappola a forma di buca conica scavata dal formicaleone[2] è l’espressione di un comportamento determinato geneticamente, così come lo sono tutte le varie tipologie delle ragnatele. Tutto questo lo diamo ormai per scontato, perché quando esaminiamo il comportamento degli insetti sociali siamo psicologicamente disponibili a riconoscere che è determinato geneticamente. Allo stesso modo, con un minimo sforzo intellettuale in più realizziamo che anche le dighe costruite non da un singolo castoro, ma da un gruppo, rispondono ad analoghi criteri e quindi rientrano nella definizione di fenotipo esteso (*).

Continuando a salire di livello nella scala della complessità animale, riusciamo ancora ad accettare, sia pure con un po’ di difficoltà, che persino la “cultura” e l’organizzazione sociale dei primati possa rientrare nella definizione di “fenotipo esteso”. Ma quando facciamo un passo ulteriore, saliamo di un altro gradino, ecco che nasce il problema. L’idea di considerare la cultura umana e le sue realizzazioni tecnologiche ed artistiche come fenomeni rientranti nel concetto di “fenotipo esteso” urta la sensibilità di quanti ritengono l’uomo qualcosa di speciale. Diciamo che di primo acchito la reazione è comprensibile: in fondo sembra esserci una bella differenza tra chi è riuscito ad andare sulla luna e chi continua a salire e scendere dagli alberi. Eppure, se accettiamo come valida la definizione di cultura data da Luigi Luca Cavalli Sforza, per il quale “la cultura va intesa come insieme di conoscenze che acquisiamo e comportamenti che sviluppiamo durante la nostra vita; questi due elementi (conoscenze e comportamenti) creano la cultura sulla base dell’azione congiunta della nostra eredità biologica, cioè il programma genetico di istruzioni del DNA che dirige il nostro sviluppo, e dei numerosissimi contatti individuali e sociali di qualunque natura vissuti da qualunque gruppo sociale”, dovrebbe essere più facile accettare le realizzazioni della società umane come espressioni del “fenotipo esteso”[3].

Anche se Cavalli Sforza non è affatto entusiasta della cosa, ultimamente in assonanza al termine “gene” è stato coniato (*) il termine “meme”, che sta ad indicare un’unità di trasmissione culturale o un’unità di imitazione. Nelle società umane la diffusione dei memi è molto rapida, in virtù delle molteplici modalità di trasmissione che abbiamo escogitato, e con l’avvento di internet si rischia addirittura che la loro trasmissione, pressoché immediata, sfugga a quella sorta di selezione naturale che ne misura la capacità di funzionare positivamente per la sopravvivenza della società in cui si diffondono. Vale a dire che tendono a circolare liberamente, fuori controllo, sia gli input positivi che le stupidaggini e le bufale: il che comporta una gran confusione, e il rischio (molto concreto, per quanto è dato vedere oggi) che le false informazioni, in genere più facilmente “digeribili” da spiriti pigri, finiscano per prevalere e mettere a repentaglio tutto ciò di buono che sino ad oggi si è costruito.

Vedo di spiegarmi meglio. Il fatto che le culture evolvano comporta l’esistenza un qualche meccanismo di selezione darwiniana. Questo permette la sopravvivenza delle culture (e quindi delle società che quella determinate culture esprimono) che meglio rispondono alle esigenze di riproduzione degli individui che ne fanno parte, in determinati luoghi e periodi; inoltre ci costringe a prendere atto che il “valore” che attribuiamo al modello culturale a cui apparteniamo è, nelle migliori delle ipotesi, valido per un più o meno breve lasso di tempo.  Ora, ogni cervello animale tratta le informazioni servendosi di moduli mentali che sono frutto di un’evoluzione durata centinaia di milioni di anni: ha insomma un programma di risposte già pronte, adattabili alle singole situazioni, e in questo modo risolve i problemi che l’individuo si trova ad affrontare, aumentando le sue probabilità di sopravvivere e riprodursi. In questa operazione la rapidità nella risposta agli stimoli esterni è un requisito essenziale, anche se va a scapito della precisione. I moduli mentali che utilizziamo noi umani sono dunque quelli che si sono dimostrati più efficaci alla luce dei meccanismi evolutivi, anche se, in base al principio di precauzione, a volte ci facevano fuggire di fronte a un pericolo non concreto.

Il discrimine sta qui. Per una serie di processi che non possono essere approfonditi in questa sede i membri della specie Homo sapiens sapiens hanno finito per ritrovarsi dotati, oltre che di moduli cognitivi automatici, anche di un processo cognitivo più lento ma più riflessivo[4]. Ovvero, noi non reagiamo in base al puro istinto, ma a seguito di una ponderata riflessione. Questa modalità di trattare le informazioni implica naturalmente la possibilità di errori di sistema, e anche il nostro modello riflessivo può essere soggetto a condizionamenti emozionali e culturali. Quindi la cautela è d’obbligo. Se è vero che, come abbiamo visto sostenere da Cavalli Sforza, gli aspetti più importanti del nostro sviluppo risultano da una complicata interazione fra il nostro DNA e la nostra cultura, per capire qualcosa di come ci comportiamo e come funzionano le società di cui facciamo parte è indispensabile una analisi razionale di questi aspetti. L’eterogenesi dei fini di cui parla Carlo è solo frutto, a mio parere, di una nostra insufficiente capacità di condurre a fondo questa analisi.

Proviamo a trasporre tutto questo sul piano dell’agire sociale e politico. Giustamente diffidiamo delle pretese di chi vuol costruire un mondo migliore sulla base di convinzioni religiose o ideologiche, al fondo delle quali c’è la certezza dell’esistenza di un vero e di un giusto assoluti. Non siamo in grado di conoscere con sufficiente dettaglio i meccanismi sociali per progettare riforme con la certezza che i risultati corrispondano alle aspettative. Nemmeno la scienza è in grado di dare risposte certe a problemi di tale complessità: ci ha provato sinora solo la fantascienza, con Asimov, inventando la “psicostoria”.

È pur vero però che se in un gruppo di cacciatori-raccoglitori non è necessario intervenire per modificare ciò che regola i rapporti fra gli individui,  stante la sostanziale “immobilità” sociale, in una società complessa, le cui principali regole non sono ormai più quelle selezionate dall’evoluzione e codificate geneticamente, ma quelle di origine culturale definite storicamente, di fronte a modifiche dell’equilibrio sociale,  per degrado intrinseco o al presentarsi di condizioni socio/economiche nuove,  si rendono indispensabili interventi che modifichino l’organizzazione tradizionale. E dovendo agire è necessario farlo con la maggiore razionalità possibile, che consiste anche nel cercare di modificare il minimo indispensabile. Soprattutto, nessuna riforma può funzionare se le regole nuove contrastano con i dettami morali codificati geneticamente.

Insomma, voglio dire che se alcuni grandi riformatori del passato sono riusciti (magari solo parzialmente) nel loro intento, sono sicuramente molti di più i tentativi di riforma che non hanno funzionato. E i fallimenti sono venuti di norma da una voluta o colpevole ignoranza degli effetti di quella complessa interazione fra il nostro DNA e la nostra cultura di cui parla Cavalli Sforza.  Ovvero dal fatto che quei progetti non erano sufficientemente razionali. Sarebbe semmai poi da aprire un dibattito su ciò che intendiamo per “razionale”, perché troppo spesso trovo l’aggettivo è usato nella sola valenza di “efficace, efficiente, capace di produrre risultati”, ma il suo significato non può certo esaurirsi in questo. Se così fosse, Himmler avrebbe realizzato una delle operazioni più razionali della storia. Per quanto mi riguarda, è razionale ciò che “funziona” tanto nella prospettiva individuale che in quella della specie (e non sempre le due cose coincidono: posso fare un sacco di soldi e moltiplicare le mie possibilità di sopravvivere e riprodurmi producendo scorie inquinanti, ma per la specie sono solo un danno): ciò quindi che riesce a mantenere un equilibrio tra le mie pulsioni egoistiche istintuali e la mia disposizione altruistica acquisita. Sono d’accordo con Carlo quando rievoca i Terrori generati dall’idolatria della Ragione, dai sogni degli utopisti, dalla forzatura radicale di Marx, ma mi sembra dimentichi quali altri terrori sono stati ingenerati da chi ad esempio si è fatto “interprete” monopolistico e ufficiale dell’insegnamento cristiano. Ora, la lettera del Vangelo detta ben altro che le stragi degli eretici o degli infedeli, allo stesso modo in cui la Ragione non prevede i campi di sterminio e la ghigliottina. La Ragione è uno strumento, come lo è la Religione: e come ogni strumento può capitare nelle mani sbagliate, ed essere usato malamente.  Ma questo può valere anche per una padella, o una forchetta: significa che dovremmo mangiare cibi crudi, e con le mani?

Per il resto, sono d’accordo (almeno in parte) sulla lettura in negativo delle rivoluzioni. Diciamo che sono piuttosto un tiepido riformista, anche se può sembrare una brutta cosa, perché “Occorre fare le riforme” è purtroppo lo slogan di moda fra la classe dirigente attuale. Non sono pregiudizialmente contrario alle riforme se e quando necessarie, ma mi  piace  ricordare quanto sostiene Montesquieu nelle Considerazioni sulle cause della grandezza e decadenza dei Romani:   “Quando il governo ha una forma stabilita da tempo e le cose sono disposte in un certo modo, è quasi sempre prudente lasciarle come sono, perché le ragioni, spesso complicate e ignote, per cui una tale situazione si è mantenuta, fanno si che essa duri ancora; ma quando si cambia il sistema totale, si può rimediare soltanto agli inconvenienti che si presentano nella teoria, tralasciandone altri che solo la pratica può far scoprire”.

NOTE

[1] (*) Richard Dawkins, Il fenotipo esteso, Zanichelli 1986 – Il gene egoista, Mondadori 2017

[2]Per il formicaleone scavare trappole è ovviamente un adattamento per catturare le prede. I formicaleoni sono insetti, larve neuroptere, con l’aspetto e il comportamento di mostri spaziali. Sono predatori pazienti che scavano nella sabbia soffice trappole con le quali catturano formiche e altri insetti terricoli. La trappola ha una forma quasi perfettamente conica, con le pareti talmente inclinate che la preda non può arrampicarsi per uscire, una volta caduta dentro. Tutto quello che fa il formicaleone è di stare sul fondo della trappola, dove con le sue mandibole stritola, come in un film dell’orrore, qualsiasi cosa gli capiti a tiro” da Richard Dawkins, Il fenotipo esteso

[3] Cavalli Sforza aggiunge anche “Purtroppo nella maggior parte dei quotidiani e dei settimanali le pagine dedicate alla cultura limitano il loro interesse quasi esclusivamente a film, romanzi e in genere agli spettacoli. Intendiamoci, sono anche loro importanti, in quanto contribuiscono in modo non indifferente ai piaceri della vita, ma vi sono molti aspetti del nostro sviluppo che sono ancora più importanti e che risultano da una complicata interazione fra il nostro DNA e la nostra cultura, intesa nel senso più vasto su cui quest’opera è basata” (Luigi Luca Cavalli Sforza, L’evoluzione della cultura, Codice ed. 2010)

[4] Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori 2020

Carl Bodmer. Uno svizzero al paese dei Blakfoot

di Paolo Repetto, 7 novembre 2020 – dall’Album “Carl Bodmer. Uno svizzero al paese dei Blakfoot

Non sempre il tempo è “giusto di gloria dispensiere”. Se andate a cercare notizie di Johan Carl Bodmer sul web, per trovare una sua stringatissima biografia in italiano dovete saltare alla quarta pagina. Eppure Bodmer realizzò il primo vero e proprio reportage iconografico sulle popolazioni native americane (per usare il politicamente corretto. Altrimenti leggi: pellerossa), anche se nelle storie della pittura del West viene quasi sempre citato come un epigono del ben più famoso George Catlin o addirittura come un imitatore di Charles Bird King, che gli indiani li ritraeva nel suo studio a Washington.

In realtà Bodmer visitò il West esattamente negli stessi anni in cui vi soggiornò Catlin, e lo percorse per ventotto mesi, senza averne avuto precedentemente la minima esperienza. Era nato a Zurigo nel 1809, nello stesso anno e nello stesso mese di Darwin, ed esattamente come Darwin a ventitré anni incontrò uno di quei colpi di fortuna che ti cambiano totalmente la vita. Nipote di artisti e talento precoce, venne infatti invitato dal principe Massimiliano di Wied-Neuwied, scienziato ed etnologo, a partecipare ad una spedizione scientifica nel Nord America come illustratore. Scopo della spedizione era esplorare i bacini dei maggiori fiumi, partendo dal Golfo del Messico e risalendo il Mississippi, il Missouri e l’Ohio. Karl ripagò ampiamente la fiducia che gli era stata accordata: nel corso del viaggio produsse più di 400 disegni ed acquerelli, nei quali erano raffigurati con precisione scientifica i membri di diverse tribù indiane, nei loro abbigliamenti e nelle loro acconciature distintive, e poi i villaggi, le sepolture, i costumi, le danze, oltre agli animali e ai paesaggi offerti dal West. L’insieme costituisce un corpo documentale etnografico eccezionale, la principale testimonianza della cultura e dell’ambiente di vita degli indiani a quell’epoca. È anche Arte con la maiuscola? Molto probabilmente Bodmer questo problema non se lo poneva (ce lo poniamo noi, condizionati come siamo da un’estetica che è ormai solo un’appendice del Mercante in fiera). Il suo compito era di supportare iconograficamente quello che il suo amico e committente relazionava per iscritto: avesse posseduto una macchina fotografica lo avrebbe fatto con quella (e infatti più tardi, divenne un ottimo fotografo). Di fatto, le opere realizzate nella maturità, dopo che si trasferì in Francia ed entrò in contatto con la scuola di Barbizon, non le ricorda nessuno, mentre i suoi acquerelli americani hanno fatto conoscere all’Europa una immagine completamente nuova dei pellerossa e hanno contribuito in maniera determinate a ribaltare l’attitudine nei loro confronti.

Gli amerindi di Bodmer si presentavano infatti con caratteristiche inedite. Sono ad esempio sempre elegantemente e riccamente vestiti, mentre l’iconografia tradizionale, dalle incisioni di Theodor de Bry in poi, li presentava in genere seminudi, a sottolinearne la selvatichezza e la barbarie. Sono ritratti in atteggiamento pacifico, in posa, né più né meno che i gentiluomini europei loro contemporanei, e inseriti nel contesto della loro quotidianità, della vita e dei costumi dei loro villaggi, anziché in istantanee di agguati e di scontri feroci. Vengono evidenziate la fierezza e la bellezza dei loro tratti, e sono sottolineate le differenze somatiche esistenti tra l’una e l’altra tribù, mentre in precedenza erano accomunati in una tipologia fisiognomica indifferenziata.

Diverso è anche lo sguardo che Bodmer ha per il paesaggio. A differenza dei pittori americani della scuola dell’Hudson, portati ad esaltare e qualche volta ad esasperare colori e dimensioni, a “drammatizzare” il paesaggio con rilievi scoscesi e cascate e fiumi impetuosi, Bodmer sembra colpito piuttosto dalla vastità, in certo qual modo anche monotona, dei panorami che ha di fronte. Gli orizzonti dei suoi dipinti non sono mai chiusi da imponenti catene montuose, quelle che ad esempio in Bierstadt o in Thomas Moran evidenziano la frontiera: lo sguardo scivola su corsi d’acqua che percorrono piatti e tranquilli immense vallate.

Va sottolineata infine un’altra cosa. Pochissimi anni prima che vi penetrassero Catlin e Bodmer il West era stato visitato da due intellettuali, anche in questo caso un americano, Washington Irving, e un europeo, Alexis de Tocqueville, che ne avevano riportato una immagine molto diversa. I nativi che avevano incontrato, appartenenti a tribù da tempo a contatto con la “civilizzazione” occidentale, erano ridotti ormai a larve prive di ogni dignità e di ogni fierezza, sporchi, alcoolizzati, costretti ad uno stile di vita per il quale erano assolutamente inadatti.

A chi credere? Forse sono vere entrambe le immagini, forse Bodmer e Catlin si erano spinti più a occidente. Noi preferiamo credere ai loro occhi e ai loro pennelli, che hanno ritratto l’America un attimo prima che iniziasse l’era Trump.

Darwin e la Via del camminare

di Marco Moraschi, 5 febbraio 2019

Nel 1836, tornato da 5 anni e mezzo di viaggio sulla nave Beagle, passati a osservare la storia naturale del Sudamerica e del Pacifico, Charles Darwin si trasferì in una casa nel centro di Londra, in una posizione certamente favorevole allo scambio di idee con il mondo scientifico dell’epoca. Dopo 6 anni, però, nel 1842, con la moglie Emma, si rifugiò in una tranquilla casa nella campagna inglese, pur rimanendo abbastanza vicino a Londra per essere accessibile agli amici e avere notizie sugli ultimi studi e ricerche. Il suo intento era quello di mettere su famiglia e sfuggire alle distrazioni cittadine. Nella villa vive ancora oggi uno dei discendenti del grande scienziato, che si occupa di curare la casa e la proprietà intorno. È grande e bianca, con un ampio giardino che si estende nel parco e poi nella campagna circostante, occupando uno spazio di oltre sette ettari. Darwin aveva acquisito il terreno da un vicino, ci aveva piantato noccioli, betulle, cornioli, carpini e altri alberi e aveva creato un sentiero di terra battuta per camminare nella sua proprietà, un viale alberato che gira tutto intorno alla “Down House”.

Quasi ogni giorno, Darwin percorreva questo viale, il “Sandwalk”, pensando ai non pochi problemi che la formulazione della teoria dell’evoluzione certamente gli poneva. Il suo metodo era questo: appena aveva un’idea, iniziava a sottoporla a tutte le possibili obiezioni finché non ne trovava tutte le spiegazioni e la poteva considerare a prova di confutazione. A ogni giro del Sandwalk, spostava un ciottolo del sentiero sul bordo della strada. Quando aveva risolto il problema, guardava quanti ciottoli aveva accumulato, quindi quanti giri aveva fatto pensando alla soluzione. In questo modo catalogava l’importanza e la difficoltà dei problemi che andava affrontando e risolvendo. Per quasi quarant’anni, Darwin percorse questo sentiero di circa quattrocento metri in lungo e in largo, meditando sulle proprie idee, in uno dei periodi più fruttuosi della sua vita.

Sul lato nord della proprietà aveva fatto costruire un muro di cinta alto circa tre metri, sollevando il terreno, piantando nuovi alberi e abbassando la strada che correva intorno alla casa, realizzando un altro muro con le pietre estratte durante i lavori.
L’obiettivo era quello di non subire interruzioni imprevedibili, evitando i pettegolezzi e le distrazioni della mondanità per avere un posto tranquillo dove dare forma ai propri pensieri. Nella sua villa apportò con il tempo anche altre modifiche, costruendo una serra e dedicando parte del giardino alle sue ricerche, osservando l’ecologia locale e notando cose interessanti che, a suo dire, gli altri finivano per perdersi. Down House divenne quindi la sua stazione scientifica personale, ma anche un luogo in cui amplificare la propria mente e ritrovare la concentrazione.
Secondo i biografi del noto scienziato, gli anni trascorsi alla Down House sono stati fondamentali tanto quanto quelli trascorsi in giro per il mondo sul Beagle.

Quando altri amici o scienziati lo andavano a trovare, chiacchieravano percorrendo a piedi il Sandwalk, a ulteriore dimostrazione della connessione che c’è tra camminare e pensare. In Darwin così come in molti altri pensatori, scienziati e personaggi illustri, la camminata assume un ruolo fondamentale per la riflessione e la creatività. Camminare stimola il pensiero, offrendo uno stacco dalle attività che richiedono grande concentrazione, pur senza distrarre del tutto la mente, ma offrendole anzi uno spiraglio per rimettersi a fuoco. Nelle passeggiate che Darwin faceva sin da bambino, egli ha probabilmente trovato forza e conforto, riuscendo a instaurare una connessione permanente tra cammino e contemplazione. Accumulando ciottoli a lato del sentiero a ogni nuovo giro, camminare diventava quindi un modo non solo per tenere traccia della complessità di un problema, ma per avanzare fisicamente a piedi verso la sua risoluzione.

Dal Sandwalk ai boschi di Thoreau, l’esigenza di uno spazio contemplativo semplice e contrastante, accessibile, ma distante dalla comodità della stagnazione, crea uno stato in cui azione e contemplazione non si escludono mutuamente, ma si uniscono in una dolce sinfonia.
La prossima volta che vi sentite stanchi o faticate a concentrarvi, anziché bere l’ennesimo caffè nella speranza di curare la mente svuotata, uscite a camminare. Se imparerete a farlo ogni giorno, scegliendo con attenzione lo spazio in cui immergervi, occupando la mente cosciente e lasciando il vostro inconscio libero di vagare senza sforzo, avrete trovato anche voi l’unica vera Via che l’umanità abbia mai conosciuto.

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Hamsun, o della natura

di Paolo Repetto, 2014

E questo ci riporta al discorso del rapporto nordeuropeo con la natura. Il tema è talmente scivoloso che non arrischio nemmeno l’arrampicata. Butto lì però un paio di riflessioni maturate a pelle, senza dubbio semplicistiche, forse anche irritanti, ma non del tutto prive di fondamento (almeno, credo).

Dobbiamo tornare indietro parecchio. Nella cultura tedesca, e per irradiamento in quella scandinava, una vocazione “ambientalista” matura assai precocemente. O meglio, esiste una tradizione che affonda le sue radici nel paganesimo, che resiste alla cristianizzazione e che sopravvive poi in età moderna anche alle trasformazioni prodotte dal nuovo modo di produzione industriale, assumendo evidenza proprio per contrasto. Dall’ultimo passaggio esce però essa stessa profondamente trasformata. All’indomani della rivoluzione francese, quando sul continente il processo della rivoluzione industriale è ancora all’alba, Ernest Moritz Arndt scrive in Sulla cura e conservazione delle foreste: “Cespugli, vermi, piante, esseri umani, pietre, niente primo o ultimo, ma tutto una sola singola unità”. Una cosa del genere avrebbero potuto scriverla già Giordano Bruno o Spinoza, o il loro epigono e suo connazionale Schelling. La novità è che Arndt sta parlando di vermi, piante ed esseri umani rigorosamente tedeschi: il suo ambientalismo è nazionalismo, difesa del suolo e del popolo germanici. Quindi è anche difensore della purezza teutonica, xenofobo e assolutamente contrario alle mescolanze razziali (che sarebbero contro natura): ovvero razzista, e antisemita. Dietro questa visione totalizzante e organicistica c’è un quarto di secolo di sconquassi che hanno bruscamente scaraventata la Germania nel presente. Siamo negli anni venti dell’Ottocento, gli ebrei hanno appena ottenuta una parziale emancipazione, la cultura tedesca è permeata dello strabismo romantico, un occhio carico di nostalgia al passato agreste e l’altro in cerca di identità e potenza al futuro. Tutto, e la natura in primis, viene letto e interpretato e piegato a questa volontà identitaria. Non è un caso isolato, anche se quello della Germania è forse il più eclatante: alle origini del moderno ambientalismo ci sono anche queste contaminazioni inquietanti.

Vanno operati però dei distinguo. Come abbiamo visto, anche in Inghilterra si sviluppa una sensibilità particolare per l’ambiente, a partire appunto dai primi dell’Ottocento. In questo caso l’acuirsi della sensibilità è ampiamente giustificato dalle trasformazioni economiche che hanno ormai investito, sia pure in misura diversa a seconda delle regioni, tutto il paese: miniere, canalizzazioni, recinzioni, trasformazione delle culture, deforestazione. Anche gli eccentrici errabondi inglesi, ad esempio personaggi come Jeffries, professano una attenzione ed una nostalgia per il vecchio mondo rurale, per ambienti incontaminati e per la forma di socialità che a quegli ambienti era legata, anticipando Hamsun e Jensen. Quella che non si manifesta nella cultura inglese è invece la componente nazionalistica e xenofoba (anzi, l’interesse per gli zingari, almeno per quanto concerne la letteratura, va in direzione contraria): e anche il rifiuto della modernità ha altre sfumature.

Una delle spiegazioni, non certo l’unica, di questo differente atteggiamento è legata ai tempi della trasformazione, intesi sia come durate che come momenti storici. In Inghilterra il grosso dei cambiamenti e delle innovazioni ha avuto luogo nel XVIII secolo, in pieno clima illuministico, di esaltazione delle tecniche. Nel secolo successivo le novità bene o male sono già state digerite, la situazione si è stabilizzata, anche se il processo di industrializzazione continua a viaggiare ad un ritmo formidabile. I romantici inglesi conoscono una natura che già è stata sottoposta al saccheggio e alla devastazione, mentre sono di converso stati identificati dei santuari naturalistici da salvaguardare. I continentali vedono invece arrivare le trasformazioni dopo aver subito lo shock della rivoluzione francese, e identificano con quella la modernità. I tedeschi poi, in particolare, debbono ancora digerire l’onta della conquista e della soggezione napoleonica. Il loro attaccamento alla terra è, prima ancora che passione per la natura, religione del suolo.

Un altro elemento differenziante può essere costituito dal fatto che i britannici hanno maggiore facilità ad acquisire consuetudine con la natura dell’intero globo. Sono più cosmopoliti, non tanto nel senso di una appartenenza al mondo intero quanto per la convinzione che tutto il mondo appartenga loro. I più motivati non hanno difficoltà a sparpagliarsi in giro, più o meno direttamente al servizio del nascente imperialismo inglese. Per capire la differenza è sufficiente mettere a confronto le vicende di Darwin e di Wallace con quelle di Humboldt: quest’ultimo riesce a compiere le sue esplorazioni solo perché gode di mezzi propri.

Arndt comunque in Germania fa scuola. Un suo allievo, W.H. Riehl, è un oppositore a tutto campo della modernità (Campi e foreste, del 1853). Industrializzazione e urbanizzazione sono le sue bestie nere, e il suo integralismo ambientalista si spinge sino ad invocare la difesa delle terre incolte. Anche in questo caso, naturalmente, lo scopo finale è che “la vita del popolo continui a battere, e la Germania resti tedesca”. Ciò significa che è antisemita, in nome dei valori morali contadini che vengono erosi dalla cultura giudaico-razionalista, e che auspica una Germania rurale, di contadini guerrieri, e unita. Un Reich, insomma.

Su queste premesse nella seconda metà dell’800 si sviluppa il movimento völkisch (“etnico”, “popolar-nazionale”). Presenta analogie col populismo russo, ma sono molte di più le differenze; i russi cercano la valorizzazione-conservazione dell’esistente con lo sguardo rivolto al futuro, mentre i tedeschi lo volgono al passato per tenere in vita una situazione sociale ed economica che è ormai in avanzata trasformazione. I völkisch teorizzano un romanticismo agrario: ritorno alla terra, alla vita semplice del mondo contadino, all’armonia totale con la natura, di contro al cosmopolitismo, al razionalismo e alla cultura tecnologica predicata dagli Illuministi. E naturalmente anche per loro ogni portato negativo, cultura urbana, pensiero razionale, industrialismo e dissoluzione dell’identità nazionale, è frutto del dilagante giudaismo.

A supportare queste idee arriva nell’ultimo trentennio del secolo anche la versione tedesca del darwinismo, quella rielaborata e diffusa da Ernest Haeckel, che mescola ecologismo (sarà tra i primi ad utilizzare il termine), misticismo, darwinismo sociale, eugenetica e razzismo. Uno dei cardini di questo ambientalismo reazionario è l’antiumanesimo. L’uomo è visto nella sua insignificanza di contro all’immensità del cosmo e alla potenza della natura. In base alle “leggi della vita” l’ordine naturale determina l’ordine sociale. Come scrive Haeckel, “la civiltà e la vita delle nazioni sono governate dalle stesse leggi che prevalgono in tutta la natura e la vita organica”. Il che implica che il passaggio da una società agraria ad una industriale determini il declino della razza. Si badi che trent’anni prima un britannico, Herbert Spencer, appellandosi alle stesse leggi, anzi, formulandole in anticipo persino su Darwin, arrivava a conclusioni opposte. Anche questo non è casuale.

La circolazione presso il grande pubblico di queste idee trova il suo veicolo ideale in un movimento giovanile esploso ai primi del novecento, i wandervögel (“uccelli migratori”, da interpretarsi come “spiriti liberi vagabondi”). Il movimento nasce come organizzazione studentesca delle gite scolastiche, ma si arricchisce ben presto di suggestioni diverse, in molti casi anche contradditorie, come quella del libertarismo pedagogico di Gustav Wyneken. Parte da Berlino e poco a poco dilaga per tutto il paese, assumendo dimensioni nazionali e connotazioni le più svariate: nel primo decennio del secolo diventa una vera febbre. Le idealità propugnate combinano la riscoperta dell’animo popolare, che avviene soprattutto attraverso i canti (Volkslied), al ritorno ad un rapporto genuino e quasi mistico con la natura, la scoperta delle filosofie orientali alla rivalutazione della medicina e dell’alimentazione naturali, il nudismo al culto della forma fisica, il nazionalismo, l’antipartitismo e l’antiparlamentarismo ad un socialismo vagamente tolstoiano. Per i wandervögel l’avvento delle macchine è la prima causa dell’involuzione spirituale dell’umanità: per contrapporsi al mondo della materia e del potere tecnocratico è necessario rivalutare la cultura romantica e medievale, purificare l’umanità dalle incrostazioni del progresso tecnologico, dalle ciminiere industriali, dall’ipocrisia del mondo borghese. È questo anche il periodo nel quale nasce il mito ariano, e si comincia a cercare nell’Asia centrale il ceppo indoeuropeo originario delle popolazioni germaniche.

All’atto pratico, comunque, i giovani tedeschi fuggono dalle città alla riscoperta della vita semplice e spontanea: sciamano per le foreste, passano le notti presso le rovine di antichi castelli, intonano attorno ai fuochi o sulle cime dei monti vecchi canti popolari e sviluppano il culto di una fisicità che si modella nel contatto, anzi, nella totale immersione nella natura. Con una significativa contraddizione: a dispetto della totale ripulsa del modernismo, esiste poi tra i wandervögel un diffuso culto dell’immagine, in particolare di quella fotografica. Ciò che induce a sospettare che molta di quella filosofia sia puro atteggiamento.

Nel 1913 il movimento celebra la sua apoteosi con un favoloso raduno nell’Alto Meissner, una montagna a sud di Kassel, nella Germania centrale, carica di suggestioni legate alle fiabe popolari. In quell’occasione tutte le diverse associazioni regionali e locali si fondono in un unico blocco. La manifestazione anticipa di vent’anni altre adunate tristemente famose, e di oltre mezzo secolo quella altrettanto mitica di Woodstok: e questo duplice possibile apparentamento è già indicativo delle ambiguità che il movimento si porta appresso.

Proprio per questo raduno viene scritto da Ludwig Klages il saggio L’uomo e la terra. Klages è l’autore più significativo della temperie spirituale dominante in Germania alla vigilia del primo conflitto mondiale, e per certi versi anche dopo. Ne L’uomo e la terra le tematiche ecologiche sono proposte in termini decisamente attuali: vanno dalla deforestazione avanzante all’estinzione delle specie e delle popolazioni aborigene delle zone più remote del globo, dall’urbanizzazione crescente e incontrollata alla distruzione degli equilibri ambientali. Sono soprattutto identificate le responsabilità: nell’ordine, cristianesimo, capitalismo, utilitarismo, consumismo, ideologia del progresso, persino il turismo: e a condensare il tutto, il pensiero razionale, e per traslato, il giudaismo. Per recuperare, visto che la ragione non solo non consente di difendere la natura e di ripristinare un giusto rapporto con l’uomo, ma è all’origine della distruzione dell’una e dell’altro, occorre diffidare del portato politico del razionalismo, la democrazia e il suo strumento parlamentare. Ergo, passare ad una dittatura ecologista.

Nel primo dopoguerra le idee di Klages vengono naturalmente riprese ed inserite tra i fondamenti del movimento nazista. I vari gruppi giovanili sono assorbiti, sia pure con qualche resistenza, nelle organizzazioni del nazionalsocialismo: le idee vengono tradotte in proposta politica da alcuni esponenti di quest’ultimo che arrivano ai vertici del regime, primo tra tutto Walther Darré, ministro dell’Agricoltura per nove anni. Darrè scrive nel 1930 un libro altrettanto fondamentale di quello di Klages, se non altro per verificare come in vent’anni il pensiero ambientalista si sia evoluto decisamente in direzione nazional-imperialistica. Il libro è La nuova nobiltà di Sangue e Suolo, lo slogan che lo riassume è “Deve essere restaurata l’unità di sangue e suolo”. Questa mistica unità è per Darré tipica e originaria del popolo tedesco: ricrearla significa ruralizzare totalmente la Germania e, sul lungo periodo, l’Europa intera, creare una base sociale di piccoli coloni proprietari, difendere la purezza razziale da un lato e l’integrità ambientale dall’altro. Darré non è affatto un isolato, anche nei vertici nazisti: Hess, Himmler, lo stesso Hitler, e tra gli ideologi Rosemberg, ne condividono le convinzioni ecologiste.

Dove vado a parare, con questo raffazzonato riassunto delle puntate precedenti? Non ne traggo alcuna conclusione, ma un problema me lo pongo. Il problema è: sarà un caso che una certa sensibilità “ambientalista”, soprattutto nella sua estrema ramificazione “animalista”, si sposi sovente, molto sovente, ad una insensibilità umanistica? Che la mia collega attivista della LIPU che chiedeva firme per la tutela della cinciallegra rifiutasse poi di sottoscrivere qualsiasi campagna di Amnesty International? So che vado a pescare dei casi limite, paradossali, ma è proprio attraverso questi che si può aprire la cerniera dell’apparente normalità e verificare cosa c’è dietro.

Ho parlato essenzialmente dell’ecologismo germanico, ma come si è visto a proposito di Hamsun l’assunzione di responsabilità nei confronti della natura, che nasce dall’attesa di una risposta alla insignificanza dell’esistere che arrivi proprio da quest’ultima (e qui si potrebbe dire che tutta questa tematica è riassunta nella filosofia di Heidegger), è comune all’intera area nordeuropea. O meglio, in quest’area, per una combinazione di motivi storici e sociali e di fattori culturali (c’entra anche quello religioso, ma soprattutto c’entra il fatto che proprio dalla Scandinavia, da Linneo e dai suoi discepoli, parte il grande progetto di studio e di sistemazione tassonomica della natura), si diffonde precocemente un atteggiamento mentale che oggi, in varie misure e sfumature, sembra comune a tutto l’occidente. Quanto poi esso rappresenti un effettivo mutamento della coscienza ambientale o sia invece solo frutto di mode, e debba essere ascritto a quel contenitore dell’indifferenziato che è la new age, è un altro discorso. A me interessano, in questa breve riflessione, gli esiti. Ovvero: mi chiedo fino a quale livello può arrivare la sensibilità nei confronti del problema ecologico senza indurre un atteggiamento antiumanistico, e senza che questo a sua volta si traduca poi in un integralismo intollerante e potenzialmente dispotico.

Penso in realtà che il problema stia a monte: stia cioè non nel livello quantitativo, ma nei modi in cui questa sensibilità si sviluppa. E Hamsun offre a mio parere l’esempio perfetto dell’inghippo. Lo abbiamo visto trasformarsi improvvisamente in contadino a cinquant’anni, con una scelta apparentemente tutta di cuore, in realtà tutta di testa. Voleva essere coerente con quello che era andato per anni scrivendo e maturando, e con gli esiti ai quali questo percorso lo aveva condotto. Si scontra col fatto che la sua testa non viaggia affatto agli stessi ritmi della natura, e che se cerchi significato annullandoti in questa non puoi al contempo voler riuscire visibile: ciò che risulta fortemente visibile, all’interno di un quadro naturale, è una anomalia. Se sei parte del quadro, non devi risaltare. La contraddizione di Hamsun è la spia di una contraddizione che è insita in tutta la cultura, e non solo in quella contemporanea. La cultura, per forza di cose, è altro dalla natura: coltivare significa addomesticare, piegare alle proprie esigenze. Nel momento stesso in cui teorizzi o racconti una totale identificazione con l’ambiente naturale realizzi un falso. Pretendi di vivere e di vederti vivere ad un tempo (i wandervögel e la fotografia). E nel momento in cui ti guardi vivere eserciti una critica, esprimi un giudizio, tenti degli aggiustamenti: falsi cioè tutta intera la tua adesione. Allora, tanto vale dichiarare subito la propria posizione, essere onesti con se stessi e con ciò che si ha di fronte. Non fingere di non sapere che il fatto stesso di porsi il problema dell’atteggiamento da assumere nei confronti della natura significa avere già operato lo strappo ed esclude ogni possibilità di tornare ad essere natura. Riconoscere cioè la singolarità e l’eccezionalità non degli uomini ma della loro condizione: perché stanno contemporaneamente dentro e fuori del quadro, lo vivono e lo guardano.

Nel caso dell’animalismo odierno la contraddizione a mio parere esplode. Non è in discussione il presupposto: e cioè che siamo qui con gli stessi diritti degli altri animali. Sono in discussione gli esiti. Perché non ha senso affermare che non dobbiamo considerare il mondo una nostra proprietà: ogni animale vede il mondo in funzione propria: quello è il suo diritto. Semmai ha senso dire che proprio perché lo consideriamo un dominio nostro dovremmo averne una cura diversa, ma senza fingere di ignorare che anche altri animali, quando è loro dato, devastano il loro ambiente (si veda il comportamento degli elefanti). Non è la stessa cosa che sacralizzarlo, sulla base poi di una visione che, quella si, è invece l’applicazione di occhiali umani ad occhi animali. Sulla base di un integralismo naturalistico, qual è il diritto del leone e quale quello della gazzella? Posso contestare il diritto del gorilla o della tigre cui ho rapito un cucciolo di farmi a pezzi? E se no, perché dovrei negare a qualsiasi genitore della nostra specie di fare altrettanto? Ma questo ci porterebbe su una china pericolosa: meglio lasciar perdere.

Ho fatto a tempo a conoscere nell’infanzia un mondo in cui i lavori agricoli, trasporti, aratura erano eseguiti tutti con l’ausilio degli animali: la mia famiglia è arrivata ad avere in stalla sino a quattro bovini, oltre a una miriade di animali da cortile, e ai maiali. Gli animali faticavano, e gli uomini dietro di loro: era normale trattare bene un animale, era un bene prezioso, non si poteva rischiare di comprometterlo; ma era anche considerato naturale che faticasse, come lo era per gli umani. Abitavano con noi. Mio nonno passava più tempo in stalla a governarli che in casa, e si sentiva anche. Le rarissime occasioni in cui lo udii esprimere un giudizio su qualcuno riguardavano proprio il modo in cui venivano trattati gli animali. Sul trattamento riservato alle mogli non metteva becco, erano un po’ affari loro, ma sugli animali si sbilanciava. Di un vicino che aveva preso un calcio da un mulo disse semplicemente: “Era ora”.

Voglio dire che ho conosciuto un mondo nel quale c’erano senz’altro eccessi di crudeltà, e non solo nei confronti degli animali, ma la norma erano l’equilibrio e il rispetto, perché con gli animali si viveva in pratica in simbiosi (c’erano ancora case, e parlo di sessant’anni fa, e di cose che ho visto, nelle quali le galline vivevano in cucina, fungevano da spazzini. E a Natale finivano in pentola). Ciò cui assisto oggi mi sembra invece davvero una deriva “culturalista”, ma tutta nel segno di una malintesa concezione della cultura, e per indotto, della natura. Torna la distinzione tra adorazione della natura e passione per la terra di cui si parlava sopra. Io ho la passione per la terra e credo in un rapporto laico con la natura. La laicità, in questa accezione, nasce da una conoscenza profonda, e la conoscenza a sua volta è per forza di cose utilitaristica: ogni conoscenza, al fondo, è tale. Conosci la terra e le sue vene se l’hai zappata, e la rivolti per ricavarne nutrimento, come del resto fanno i cinghiali e le talpe: gli alberi se li hai potati, allo stesso scopo, gli animali se hai condiviso con loro la fatica e la durezza del vivere, e in qualche modo anche il foraggio. Non ti sogneresti mai di mutilare una pianta per spregio, o di inquinare una sorgente, o di torturare un animale per puro sadismo. Certo, c’è purtroppo un sacco di gente che si comporta in questo modo: c’è sempre stata, ma la sua moltiplicazione odierna è il risultato di una perdita generalizzata del senso e del valore delle cose, è lo scotto terrificante che paghiamo al mito della “crescita” ad ogni costo. Non sarà certo sanata dall’istituzionalizzazione del diritto animale, cosa che, anzi, comporta uno snaturamento del concetto stesso di diritto.

Il diritto è un’invenzione tutta culturale, tutta umana, nasce come strumento di difesa all’interno di una specie che non interagisce più in termini di zanne e artigli, ed ha a che fare con una attribuzione ed una assunzione di responsabilità. Se regoliamo i nostri rapporti con gli animali sulla base del diritto torniamo all’epoca nella quale gli animali erano considerati moralmente responsabili, e si celebravano processi a bestie che avessero causato la morte di esseri umani, o fossero implicati con essi in commerci sessuali. Per favore, un po’ di buon senso! Sono il primo a pensare che alcuni animali sono più intelligenti di tanti uomini, anche perché ci vuole poco; persino Engels sosteneva, e ne era convinto, che alcuni di essi pensano come noi e non parlano solo perché non hanno l’apparato fonatore adatto. Ma detto questo, non mi sembra sensato, e mi pare anzi pericoloso, perdere la misura di una distanza che non giustifica alcuna crudeltà, che non ci dà alcun diritto che non sia quello del succitato leone o di un caimano in agguato all’abbeverata, ma che esiste, e va tenuta ben presente. Pena l’arrivare pericolosamente a non fare più alcuna distinzione tra cespugli, vermi, piante, esseri umani, pietre, come chiedeva Arndt e come si sforzava di sentire Glahn (che pure era un cacciatore) e riportare tutto ad una sola singola unità: magari, secondo l’interpretazione di Himmler, sotto la specie di cenere.

 

Darwin disperso sulla Colma

di Paolo Repetto, 1975 e 2010

Più di quaranta anni fa (mi pare fosse il sessantasette o il sessantotto) i boschi che coprono la schiena del monte Colma conobbero una breve ed improvvisa celebrità. Nel decennio precedente il boom e la fuga verso la città li avevano completamente spopolati, riportandoli alla condizione medioevale di selva oscura. Poi, di colpo, quell’estate cominciarono ad affluire gruppi di ragazzi e ragazze giovanissimi, che occupavano i cascinali deserti, praticavano un convinto naturismo e sperimentavano i primi acidi, d’importazione o fatti in casa, aprendo la strada alla strinatura cerebrale di un’intera generazione. Quella torma di sbandati sarebbe poi stata raccontata nelle immancabili rievocazioni anniversarie come la più grande comune hippie italiana.

Io ricordo solo una massa di cittadini sprovveduti, che dopo qualche settimana erano inebetiti dalla fame più che dai fumi e straparlavano di ritorno alla terra e alla natura senza saper distinguere una pigna da un carciofo. In una delle cascine seminarono il quintale di patate che avevo procurato loro di sfrodo in un fazzoletto di terra sassosa lungo il fiume, che non ne avrebbe potuti ricevere dieci chili e non ne avrebbe restituiti nemmeno cinque (ma il problema non si pose, perché per fortuna le disseppellirono pochi giorni dopo per mangiarle). La comune fu dissolta in un batter d’occhio dai primi freddi di metà ottobre e dai carabinieri sguinzagliati dalle famiglie. Delle quasi settecento persone che si erano insediate nella valle del Piota rimasero solo una dozzina di irriducibili: ma questa è una storia, tra l’altro anche avventurosa, che merita di essere raccontata a parte.

L’aneddoto da cui intendo prendere le mosse si riferisce invece all’antefatto. Quell’invasione ebbe infatti le sue avanguardie, piccoli gruppi pittoreschi che erano comparsi l’estate precedente, suscitando perplessità e inquietudine in paese. Avendo già letto Kerouack, ed essendo curioso per natura di ogni esperienza “alternativa”, non potevo non farmi coinvolgere: finì quindi che mi trovai una sera di settembre a cenare, assieme ad un paio di amici, con i componenti del nucleo originario, se non erro alla cascina Binella. Cenare è un eufemismo, perché mangiammo quel poco di pane e di salame che uno dei miei soci aveva sottratto in casa, e bevemmo il vino che avevo portato io. In compenso ci offrirono il thè, dentro vecchi barattoli da conserva che a quanto pare costituivano le uniche stoviglie in dotazione, ma non per questo erano tenute e lavate con particolare cura.

Si trattava di quattro ragazzi e tre ragazze; si spacciarono per appartenenti ad una formazione musicale che faceva capo a Mario Schifano. O forse ricordo male, forse era un gruppo di artisti, perché non mi risulta che Schifano fosse anche musicista. Comunque, poco importa: io avevo giusto vent’anni, dell’arte mi fregava poco (non sapevo affatto chi fosse Schifano) ed ero intrigato invece dalle implicazioni o complicazioni sessuali della vita di comunità: finii dunque per far scivolare il discorso sulle combinazioni relazionali interne al gruppo. Il primo ragazzo mi disse che stava con la ragazza x, il secondo con la ragazza y e il terzo con la ragazza z. Mi rivolsi allora con un po’ d’imbarazzo all’ultimo, il quale mi confidò, serafico: io studio filosofia indiana.

La risposta mi mise in agitazione. In quel periodo ero iscritto a Lettere, con pencolamenti verso Filosofia, ma più ancora verso un qualsiasi lavoro che mi consentisse di sbarcare il lunario. Inoltre, a dispetto di un innegabile impegno la mia educazione sentimentale lasciava molto a desiderare: ero un romanticone immaturo, di quelli che aspirano all’infinito e incontrano sempre cose, e non avevo neppure la consolazione della sapienza orientale. Quella serata non fece che consolidare la personalissima interpretazione delle matrici della cultura che stavo elaborando e che mi ha poi accompagnato a lungo, nella quale applicavo confusamente il poco di Freud e il quasi nulla di Darwin che avevo letto per dovere, senza affatto digerirli, alle altrettanto confuse esperienze di competizione maturate nel gioco dello struscio paesano, nelle sale da ballo o nelle aule scolastiche.

La teoria era molto semplice: in sostanza, pensavo, la cultura è un frutto spurio dell’evoluzione naturale, il prodotto della sublimazione di chi viene escluso dal gioco sessual-riproduttivo. Postulavo l’esistenza di due percorsi distinti nella storia della specie umana, uno naturale-riproduttivo, l’altro innaturale-creativo. Del primo vedevo protagonisti gli individui che possiedono doti più spiccate di prepotenza, di affermazione di sé, di capacità di spettacolarizzarsi, ecc… : quelli che secondo parametri etici dovremmo definire pessimi. Il secondo raccoglieva i timidi, gli schivi, quelli dotati di sensibilità più acuta, che creano disturbo con la loro sola esistenza perché incarnano la possibilità di un modello umano diverso. Costoro avevano ben poche chanches nell’agone sessuale (che io preferivo leggere come “sentimentale”) a dispetto di un potenziale affettivo enorme: e finivano per riversare questa energia, sotto forme diverse di cultura, sull’umanità intera. Tra l’altro, questo spiegava anche molto bene il superiore apporto culturale degli omosessuali, che si autoescludono dal primo percorso.

Magari, pensavo, non tutta la cultura è prodotta dagli esclusi, così come non tutti gli esclusi producono cultura, e l’esclusione non è condizione né necessaria né sufficiente: ma le eccezioni mi sembravano pochine, se guardavo al significato “alto” del termine. Vuoi per scelta, vuoi per costrizione, di norma coloro che avevano dato un grosso contributo culturale non avevano conosciuto un altrettale successo riproduttivo. Va tenuto presente che i miei riferimenti ideali erano all’epoca (e per tanti versi sono rimasti) Leopardi, Spinoza, ed Evariste Galois, tutta gente che per un motivo o per l’altro non ha diffuso geni, ma conoscenza.

Il fatto che ciò nonostante, nonostante cioè prevalga la trasmissione dei geni dei più incolti, la cultura abbia continuato ad esistere, e ad evolversi, favorendo nel contempo le condizioni di successo riproduttivo dell’intera specie, lo spiegavo col ripetersi in ogni generazione del medesimo fenomeno di esclusione dalla competizione riproduttiva dei più miti e dei più sensibili, ai quali non era stato difficile sintonizzarsi sulla sensibilità dei colti precedenti e continuarne l’opera. Inoltre nelle società del passato, sino agli albori dell’era contemporanea, la cultura aveva escogitato un suo stratagemma di regolazione, che bene o male assicurava un certo margine di potenzialità riproduttiva anche ai “miti”. Questo stratagemma era costituito dalla consuetudine contrattuale del matrimonio, dall’usanza diffusa nella maggior parte delle società di combinare matrimoni a tavolino, già al momento della nascita dei futuri coniugi. Ciò aveva messo fuori gioco, almeno in parte, i fattori di “prepotenza genetica” di cui sopra, e assicurato in qualche modo un equilibrio, all’interno del quale anche coloro che sarebbero rimasti esclusi in un gioco normale finivano per avere delle chances. Anziché rivelarsi negativo, questo correttivo della tendenza naturale aveva garantito una maggiore varietà nei caratteri genetici delle successive generazioni.

Con l’introduzione del libero mercato matrimoniale, della scelta cioè sulla base della pura attrazione individuale, l’equilibrio era stato decisamente sconvolto. I miti, i timidi, gli alieni dalla spettacolarizzazione di sé erano stati esclusi automaticamente dalla corsa riproduttiva e nessun meccanismo correttivo poteva più rimetterli in gioco. Un grandissimo patrimonio genetico di bontà, di serietà, di intelligenza veniva disperso, sacrificato alla legge della discoteca. I peggiori, i più villani, gli ignoranti potevano prevalere e trasmettere geni negativi, destinati ad incattivirsi ulteriormente nell’agone riproduttivo aperto. Nel giro di due o tre generazioni la percentuale degli idioti era andata visibilmente aumentando, e aveva imposto modelli sociali e culturali che sempre più spostavano a margine la razionalità, la tolleranza, la mitezza. La crescita appariva esponenziale, e nulla lasciava presagire che potesse un giorno fermarsi. Tutto questo lo interpretavo come una vendetta della natura, o meglio, come un intervento riequilibratore; la natura che correggeva un errore commesso nella selezione, qualche milione di anni fa, quando aveva consentita la crescita e la perpetuazione di un animale intelligente.

Mi sembra doveroso precisare, prima di procedere oltre, che la mia teoria raccontava solo in parte di me. A vent’anni avevo già vinta, almeno in superficie, la timidezza innata, mi ero forgiato una discreta faccia tosta e avevo spalle abbastanza larghe da permettermi di non subire prepotenze da nessuno: non mi stavo costruendo una filosofia ad personam, e solidarizzavo con Leopardi non perché lo sentissi come un compagno di sventura, ma perché ne ammiravo il coraggio di guardare dritta in faccia la verità. Semmai la mia solidarietà andava a tutti coloro che sapevo, perché c’ero passato vicino, vivere una ricchissima vita interiore ed essere poco o niente considerati esteriormente. Da Saffo al giovane Holden, tutta la letteratura di cui ero imbevuto raccontava la stessa storia.

C’era poi anche un’altra motivazione, questa si personalissima: sapevo che il matrimonio dei miei nonni materni era stato combinato, come quasi tutti nel mondo contadino fino a metà novecento, e mi chiedevo quali chanches avrebbe avuto diversamente mio nonno, che era un uomo buono ed estremamente schivo: con ogni probabilità non sarei mai nato.

Devo confessare infine che tutto ciò che avete letto sin qui l’ho ripreso pari pari da un pezzo buttato giù in epoca molto vicina ai fatti raccontati. Per questo ho ancora così chiare le mie convinzioni di quel tempo. Ho solo coniugato i verbi al passato, il che non significa prendere le distanze, ma “storicizzare”.

Ci torno su infatti, a un quarto di secolo di distanza, perché mi accorgo che malgrado abbia risciacquato le idee nel darwinismo ortodosso e nel neo-darwinismo, qualcosa di quella interpretazione mi è rimasto appiccicato. Sarà che i modelli hanno continuato ad essere gli stessi o quasi, e che distinguo tra l’ “altruismo culturale” e la genialità, che è invece quasi sempre legata ad un egoismo feroce: sta di fatto che continuo a pensare che la cultura vera sia quella creata dagli “esclusi” (o almeno dagli “autoesclusi”, da chi non si esibisce nel circo mediatico), da chi lavora nell’ombra e si sforza di mantenere moralmente pulito e vivibile quel pezzettino di mondo che gli è toccato di abitare. Penso di poter dire che è cambiato l’ordine dei fattori, e forse il tipo stesso di operazione, ma il prodotto finale è rimasto grosso modo lo stesso.

Vediamo dunque di ricostruirlo quest’ordine. Ci sono tre aspetti in particolare della teoria evoluzionistica che contrastano con i miei assunti giovanili. Uno è darwiniano doc, e concerne i modi della selezione sessuale. L’altro riguarda il problema dell’altruismo, ed è darwiniano solo a livello di intuizione. L’ultimo è uno sviluppo più recente della teoria, e riguarda l’interpretazione della cultura come “coda di pavone”, strategia competitiva ai fini della riproduzione.

La teoria espressa ne “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale” provocò a suo tempo (nel 1872) un enorme scandalo, superiore anche a quello creato da “L’origine della specie”. Lo stesso Darwin ebbe molte titubanze ad enunciarla, ma poi, in nome di quel rigore intellettuale che ne ha contraddistinto tutta la vita e l’opera, decise di uscire allo scoperto. In pratica, ponendosi il problema del persistere di caratteri che non paiono affatto adattivi, nel senso che risultano addirittura un ostacolo nella lotta per la sopravvivenza (la famosa coda del pavone, che era diventata quasi un’ossessione. Diceva: “La vista di una piuma della coda di un pavone, ogni volta che la guardo, mi fa star male”), Darwin spostò l’attenzione da quest’ultima alla competizione riproduttiva. Pur senza avere alcuna idea della trasmissione genetica, intuì che la selezione non va interpretata in termini di successo individuale, ma di continuità della specie. Gli individui non competono semplicemente per sopravvivere, per esercitare il potere, per affermarsi economicamente. Fanno tutto questo per assicurare spazio alla propria discendenza. Un maggiore successo riproduttivo garantisce una maggiore diffusione dei propri caratteri: e se questi sono “evolutivi”, garantisce la continuità e il successo della intera specie. Fin qui a dire il vero c’ero arrivato; non fosse che, per come la pensavo io, il successo arride in realtà ai peggiori, e quindi l’evoluzione si ha a dispetto di questo tipo di selezione.

Le cose però – avrebbe ribattuto Darwin – non stanno proprio così. In primo luogo che siano i peggiori lo diciamo noi, in base a nostre personalissime scale di valori: e se anche utilizzassimo un criterio universalmente condiviso dagli umani (cosa che non è), sempre di una scala umana si tratterebbe, e non naturale. Ma su questo torneremo. In secondo luogo, quando si parla di sopravvivenza del più adatto, concetto che peraltro Darwin non ha mai formulato, almeno in questi termini, non ci si riferisce all’esito di una guerra aperta ed esplicita di tutti contro tutti. Il successo riproduttivo è senz’altro legato alla prestanza fisica: ma questo non significa che il ruolo attivo sia assegnato ai maschi che riescono ad imporsi ai rivali con la violenza (il maschio dominante della gran parte dei gruppi di mammiferi, dai gorilla ai lupi) o comunque con la prestanza fisica (quello dal piumaggio o dai colori più brillanti e quello da discoteca del sabato sera): il maschio lotta o si esibisce, ma la scelta è operata dalle femmine, ed è motivata da ragioni solo apparentemente “estetiche”.

È questo il vero nodo, e non a caso fu questo tra i lettori di Darwin il vero motivo di scandalo: l’idea che sia il gentil sesso a condurre il gioco, e che le sue scelte vengano effettuate sulla base non delle pure apparenze, ma di solidi criteri pratici. In pratica, la coda del pavone non lo agevola certamente quando deve sfuggire alla volpe; ma l’individuo dotato di una coda vistosa e capace malgrado questo di arrivare sino all’età riproduttiva dimostra di non essere uno sprovveduto, e garantisce quindi geni robusti e intelligenti alla prole. Questi criteri pratici che guidano la scelta femminile si ricollegano, sia chiaro, alla scala naturale dei valori, e non a quella culturale. Ma solo sino ad un certo punto, come vedremo.

Tutto ciò sferra un primo huppercut alla mia teoria, anche se ancora non la manda al tappeto. In fondo sempre di esibizionismo, attivo o passivo, si parla, e anche ammettendo che si tratti di una competizione naturale, nella quale i valori morali non c’entrano, come si spiega che possa esserci stato un qualsivoglia avanzamento proprio nel campo etico, se l’etica non è evolutivamente remunerativa?

All’epoca non avevo presente che Darwin, da bravo inglese, aveva letto Hobbes. Anzi, a dire il vero non avevo proprio in mente Hobbes, perché da buon liceale italiano avevo studiato solo la formuletta dell’homo homini lupus, e non avevo collegato. Adesso che Hobbes l’ho letto capisco invece da dove arriva la teoria darwiniana.

Gli uomini, dice Hobbes, saranno anche lupi, ma non sono cretini: e quando capiscono che a viver come lupi, cioè secondo la pura legge naturale, non c’è una gran convenienza (e lo capiscono proprio perché chi più chi meno “evolvono”, si differenziano dagli animali, si umanizzano, cioè producono cultura) preferiscono sacrificare un po’ della loro libertà ad una condizione di maggiore sicurezza, diciamo di giustizia. Sviluppano un ethos “sociale”, ovvero “altruistico”, che si contrappone o si sovrappone all’istinto naturale. Questo è quanto dice Hobbes, sulla base naturalmente di un approccio solo meccanicistico. Alla sua epoca era impossibile andare più in là.

Con la teoria della selezione naturale Darwin accetta in sostanza la visione di Hobbes, ma risale più addietro, a prima dello sviluppo di quelle facoltà logiche sulle quali può fondarsi una presunta eticità (Darwin la chiama “moralità”, perché la considera come una funzione di gruppo, piuttosto che individuale). Considera i comportamenti cooperativi come frutto di un “istinto sociale” che non appartiene originariamente alla specie, ma si acquisisce attraverso la selezione naturale, e si diffonde a livello di comunità. La cooperazione produce un vantaggio per il gruppo, quest’ultimo risulta più attrezzato alla sopravvivenza rispetto ad altri nei quali non si coopera. La selezione naturale fa il suo corso.

Questo per quanto concerne la competizione tra gruppi: ma all’interno del gruppo, la domanda gli si pone negli stessi termini in cui me la ponevo io, alla cascina sulla Colma o nella biblioteca universitaria, quando non trovavo il coraggio di agganciare una ragazza che mi interessava. Se gli individui più generosi, proprio perché altruisti, si riproducono meno, com’è che la selezione non spazza via il carattere cooperativo?

Darwin in realtà una risposta a questa domanda non la fornisce, e preferisce insistere sull’“istinto sociale”. Tentativi di spiegazione sono invece stati avanzati nel secolo scorso, applicando la genetica dei comportamenti e quella delle popolazioni. In pratica oggi la soluzione più accreditata è quella fornita dai genetisti della “grande sintesi”: l’altruismo è un allele, il risultato di una mutazione genetica, che si diffonde perché la perdita di competitività riproduttiva individuale è largamente compensata a livello di gruppo. Del gruppo parentale, naturalmente; anche se poi, al sesto grado, siamo tutti parenti.

Darwin e i suoi innumerevoli esegeti ritengono insomma che per qualsiasi specie l’assunzione di un comportamento “cooperativo” sia remunerativa, e che quindi lo sia anche per la nostra già al momento dell’ominazione; anzi, lo è da prima ancora della speciazione che ci stacca dai nostri cugini antropomorfi e tanto più lo diventa nella fase successiva, quella dell’elaborazione di “attitudini culturali”, che si possono riassumere nella capacità di insegnare e di imparare.

Dove ci porta tutto questo? Intanto al fatto che la “progressione etica”, se così vogliamo chiamarla, c’è per via di questo modo di selezione e non, come ritenevo io, a suo dispetto: e poi al fatto appunto che non di un miglioramento (che ha in sé una valenza qualitativa), ma di una progressione (che ha una valenza solo quantitativa) si tratta. Per quanto riguarda inoltre la scelta sessuale operata dal sesso “debole”, il criterio sul quale questa scelta si basa non è soltanto quello della trasmissione di “buoni geni”, ma anche quello della loro salvaguardia: cioè della garanzia di una cura parentale, ergo di un atteggiamento altruistico-cooperativo da parte del maschio.

In sostanza, non sono poi quelli più bulli ad essere scelti, ma quelli che offrono migliori garanzie di saper poi proteggere un investimento riproduttivo che per la femmina ha limiti ben più stretti e costi ben più alti che per un maschio. Queste “garanzie” per le altre specie animali possono essere fornite dal controllo di un territorio di caccia, da una attitudine alla monogamia, ecc: per la nostra vengono in genere esibite attraverso il successo economico, il potere, ecc… Ma possono anche trovare altre strade. E qui entra in scena il terzo elemento di critica alla mia teoria.

Una ventina d’anni fa le interpretazioni relative alle strategie riproduttive e ai criteri di scelta femminile cominciarono a moltiplicarsi. In sostanza, si estendeva il concetto di strategia riproduttiva dalle armi naturali a quelle culturali. Oggi sembra persino banale, ma prima degli anni ottanta non lo era affatto (e questo almeno in parte giustifica la rozzezza della mia interpretazione). È stato necessario liberarsi dell’indigestione di Freud per poter rileggere a mente sgombra Darwin. Freud in fondo dava ragione a me: la cultura è libido repressa e incanalata al di fuori della lotta, della competizione. E invece, è esattamente l’opposto. Oggi biologi, psicologi e paleontologi ribaltano il rapporto e dimostrano che la cultura, in una prospettiva evolutiva, può essere considerata una mutazione come un’altra, uno strumento volto prioritariamente ad acquisire vantaggi nell’agone riproduttivo: in qualunque forma si manifesti e si concretizzi, da quella economica a quella politica a quella religiosa, da quella letteraria a quella artistica. Anche in queste ultime due espressioni, in quella declinazione “umanistica” che parrebbe la più lontana da finalità utilitaristiche (e che ha sempre rivendicata una sua speciale “purezza”), la cultura è una particolare coda di pavone, che al contrario di quella originale non comporta un handicap per la sopravvivenza, ma solo vantaggi. Naturalmente, trattandosi di una mutazione molto particolare ha finito per autonomizzarsi, per emanciparsi dai meccanismi di selezione naturale e creare un suo sistema autoconservativo che risponde ad altri criteri che non quelli della selezione. Ed è questa la parte che rimane in vista, come negli iceberg: quella che risponde al dettame naturale non la vediamo, la diamo in qualche modo per scontata o la rinneghiamo.

Di nuovo, questo dove ci porta? Ci porta a prendere atto da un lato che la spettacolarizzazione non è solo quella del modello da discoteca, e che la prepotenza genetica può essere esercitata anche attraverso armi non fisiche. Quindi che la cultura non è prodotta solo dagli esclusi, ma anzi, è prodotta dai competitori. E non è detto che sia volta al “miglioramento” collettivo: magari questo miglioramento c’è stato, e non mi sembra il caso di negare che quanto ad aspettativa di vita dei singoli e a condizioni generali le cose vadano meglio per noi che per i Cro-Magnon. Ma anche questa è una nostra percezione, voglio dire una percezione “culturale”, e soprattutto è una percezione della porzione occidentale, minoritaria, dell’umanità. Per i bambini del Darfour l’aspettativa di vita è forse minore che per i loro antenati di trentamila anni fa.

Dall’altro lato, questa cultura bene o male qualcosa di particolare, rispetto alla nostra specie, lo ha fatto. L’impressione è però che oggi stia ristagnando: che la spettacolarizzazione da discoteca stia prevalendo su quella magari da palcoscenico, ma comunque sorretta da qualche abilità. A dispetto degli stupefacenti successi della scienza e delle strabilianti innovazioni tecnologiche, si direbbe che sia in corso un imbarbarimento di ritorno. Ragion per cui qualche ragione l’avevo anch’io, quando pensavo che fosse in atto un processo reversivo di rincoglionimento generale, e che andassero difesi alcuni “correttivi” culturali.

Al di là della puntualizzazione sui meccanismi della selezione naturale, rispetto ai quali comunque la confusione, non solo mia, è ancora grande, qualcosa credo di aver imparato davvero in questi venticinque anni. Credo di aver capito che non era un problema di risposte sbagliate che mi davo, ma di domande sbagliate che mi ponevo. La mia domanda “perché sono i peggiori a prevalere?” in effetti non aveva senso. In natura non ci sono peggiori: ci sono adatti e meno adatti, e anche i primi non ci mettono molto a passare nel numero dei secondi. Non c’è uno scopo, una finalità che retrospettivamente spieghi e giustifichi tutto: queste sono interpretazioni religiose, il male necessario del cristianesimo, o teleologie laiche, le astuzie della storia di Hegel, con tutto quello che ne consegue in termini di giustificazione delle brutalità e delle sofferenze della storia. No, in natura non c’è finalità, quindi non c’è alcuna giustificazione che tenga. C’è solo cambiamento, mutazione. È vera però senz’altro la faccenda dello sbaglio, almeno sul breve termine: la natura ha consentito lo scatenamento di un meccanismo, quello culturale, che apparentemente sfugge al suo controllo, si sottrae. Ma ripeto, questo avviene solo sul breve termine, in rapporto ai tempi nostri. La natura ha altri tempi, anzi, in natura il tempo non esiste.

E questo sembrerebbe liquidare il problema: siamo noi a presumere, in base a parametri “culturali” e non naturali, che le cose debbano andare in una certa direzione, e ad incavolarci se poi non vanno così. È sbagliata la nostra prospettiva.

Ma, una volta capito questo, non è che almeno sul breve termine possiamo decidere di sforzarci perché vadano davvero come vorremmo? Non è che anche sapendo che si tratta di una domanda sbagliata dobbiamo comunque assumerci la responsabilità di quell’incredibile potenziale che per qualche gioco del caso ci è capitato addosso?

Per questo dicevo che qualcosa di quei convincimenti giovanili resiste. Ho fatto un giro molto largo, mi sono dato spiegazioni diverse, molto più serie e con qualche base scientifica, e sono arrivato alla conclusione che è stupido addossare responsabilità alla natura per qualcosa che non ha che fare con scelte o fini. Sono arrivato esattamente alle conclusioni dell’islandese delle Operette Morali, ovvero là da dove ero partito. Ma con una diversa serenità. Non è un problema se le cose non vanno come vorrei, ma ho la responsabilità, nei confronti miei, degli altri, di sforzarmi comunque perché vadano per il meglio: per me, per il mio prossimo, ovvero per i miei contemporanei, per la specie, ovvero per coloro che verranno. E per coloro che prima di me ci hanno creduto, e hanno creato le condizioni perché anch’io potessi capire e crederci.

Quindi: tanta filosofia, e direi meglio se occidentale piuttosto che indiana.

Per la cronaca, sono poi rimasto a Lettere ed ho avuto tre figli. Evidentemente non ero abbastanza mite.

 

Si, viaggiare!

di Paolo Repetto, aprile 2010, da In Novitate

Queste pagine di coda di INJ rischiano di trasformarsi in una rubrica fissa. Non sarebbe neppure una cattiva idea, a patto che non debba essere sempre io a riempirle e che vengano utilizzate per trasmettere un po’ di ottimismo – quello salutarmene critico, non quello acriticamente idiota – rispetto allo svaccamento generalizzato in corso. Abbiamo un gran bisogno di buone notizie, di piccole “scosse” culturali (non di “eventi”) che rompano il tracciato piatto dell’elettroencefalogramma collettivo.

Questa volta la segnalazione positiva riguarda la Biblioteca Civica di Novi Ligure. Nella seconda metà di ottobre, nell’ambito di “Librin-Mostra”, la biblioteca ha organizzato una serie di incontri dedicati al viaggio e alla letteratura di viaggio. La notizia è doppiamente buona, perché conferma la vocazione propositiva di questa istituzione ma soprattutto perché ci dice dell’interesse intelligente per un tema che si presta in genere ad uno sfruttamento ben diverso. Nel corso degli incontri novesi si è viaggiato da Dante a Pavese, da Salgari a London, a piedi, in barca e in bicicletta, in compagnia di esperti o di dilettanti della letteratura e della storia odeporica. Si è parlato di viaggio metaforico, di viaggio immaginario, di viaggio scientifico, di come e quando e quanto viaggiare, e del perché. Ce n’era per tutti i gusti. E tutto ha funzionato bene.

O quasi.

Lo so. Sono incontentabile. E quindi sento di dover fare qualche considerazione sulla perfettibilità dell’iniziativa, fermo restando il suo successo. Magari partendo dal fondo, dai destinatari. Gli incontri sono stati organizzati pensando principalmente ad un pubblico di studenti. E si è ritenuto, con molto coraggio, di proporre una fruizione “libera”; per intenderci, niente classi spostate come mandrie e usate per fare numero, solo studenti motivati da un genuino interesse o da semplice curiosità, debitamente autorizzati e giustificati dalle scuole di appartenenza. Pochi, insomma, ma buoni. Sotto questo profilo però le cose non sono andate come avrebbero dovuto, o potuto. Il pubblico non è mancato, ma non era esattamente quello che ci si attendeva. Come mai? Scarsa motivazione? Mi permetto di avere qualche dubbio; dove l’iniziativa è stata propagandata e spiegata a dovere le adesioni sono fioccate spontanee, e che fossero davvero tali lo dimostra la partecipazione agli incontri fissati in orario non curricolare. Credo invece che abbiano giocato contro, tra le altre cose, le resistenze più o meno esplicite di parte del corpo insegnante. Di fronte a proposte come queste c’è sempre chi ha paura che i ragazzi “perdano delle ore”, e di non riuscire a “portare a termine il programma”. Sacrosanti timori, che inducono però qualche riflessione. Intanto: cos’è un programma? Ha qualcosa a che vedere con l’esistenza concreta degli studenti, e quindi ci piaccia o no va rapportato, parametrato sulle loro capacità reali e sulle loro attese, oppure è un’entità trascendentale, una e immutabile, della quale il docente è ministro terreno? Il disgraziato che si perde la pace di Aquisgrana o il correlativo oggettivo, avrà una vita segnata dall’ignominia?

E poi: abbiamo un’idea di cosa siamo davvero tenuti ad offrire a questi ragazzi? Non ha forse una sufficiente valenza educativa far sapere loro che tra il deserto cerebrale del “Grande fratello” e la fisica del neutrino c’è un’ampia terra di mezzo, e che la possono esplorare, magari anche abitare? È chiaro che questo impone di vagliare ciò che viene proposto, di nuotare tra la schiuma delle “offerte culturali speciali” che investono quotidianamente la scuola e riversano su questi poveracci le iniziative più peregrine: ma appunto, è necessario farsi anche un po’ coinvolgere, mettersi in gioco, inventare di volta in volta il programma e riadattarlo costantemente. È certamente più impegnativo che non riproporre anno dopo anno la stessa scansione liturgica dei tempi e gli stessi argomenti, o addirittura le stesse verifiche. Ma forse chi non si riesce fare a meno di certi rituali avrebbe dovuto intraprendere un’altra carriera.

Il secondo punto di riflessione concerne invece le modalità dell’offerta. Si può fare meglio, anche se molto è già stato fatto. Per capire di cosa parlo è necessario risalire un po’ a monte. Le conferenze sul viaggio avevano in origine una diversa destinazione. Dovevano rientrare nell’ambito di un convegno di studi, una o due giornate di confronto su un tema sviluppato da diverse angolazioni. Si sa come funziona un convegno: si susseguono in tempi stretti più relatori, si fa la pausa con l’assalto al buffet, si ricomincia nel pomeriggio e si tira sino a tardi, magari per più giorni. Uno sceglie le cose che lo interessano, segue quelle, poi esce a farsi due passi, fuma una sigaretta, prende il caffè e rientra. Se non è inchiodato al tavolo dei relatori se la cava senza eccessive sofferenze. Nel nostro caso si è deciso, a giochi già iniziati, di cambiare il target, come si dice oggi, di provare ad allargare il campo di utenza distribuendo in più giorni gli interventi e riformulandoli ad uso di un pubblico di non addetti ai lavori. È rimasto però intatto lo schema che prevedeva più relatori in successione, con il risultato di tempi troppo brevi per ciascun relatore e di blocchi frontali di tre o quattro ore per gli studenti. Per fortuna non ci sono stati svenimenti in sala, i ragazzi hanno retto sin troppo bene, ma è chiaro che è stato chiesto loro troppo. Non occorre essere tabagisti come me per provare, dopo un’ora di conferenza, la sindrome da sedia scomoda e l’irrefrenabile impulso a catapultarsi fuori, ci fosse anche Benigni a raccontarti il viaggio di Colombo. Per il futuro dovremo tenere maggiormente conto del fatto che la soglia di attenzione dei giovani, così come la nostra, si è di molto abbassata, e che tempi superiori all’ora sono difficilmente sostenibili.

Ma non è tutto. Dobbiamo anche prendere atto che le modalità della fruizione sono notevolmente cambiate, che questi ragazzi sono abituati, quando va bene, ad una informazione culturale sul modello di “Atlantide”, per citarne uno positivo, quindi ad una “spettacolarizzazione” del racconto. Ora, non si tratta qui di mettersi in competizione con i mezzi di comunicazione di massa, di giocare sul loro terreno, perché in questo caso saremmo battuti in partenza, ma di cercare di piegare al nostro fine, per quel che è possibile, i loro trucchi. In termini pratici significa, ad esempio, ricorrere alle immagini per dare corpo concreto e supportare visivamente i concetti, a slides riassuntive per evidenziare i nodi della trattazione, a strutture espositive aperte che consentano ai ragazzi stessi di inserirsi e suggeriscano loro direzioni di ricerca molteplici. Farlo diventare insomma un gioco nel quale tutti possono sentirsi attori. Capisco che detto così sembri il format di “Amici”, ma è un’altra cosa.

Una terza riflessione nasce invece dallo specifico del tema trattato, quello del viaggio. Con tutto quello che di tremendo ci circonda, con tutti i guai e i problemi che ci angustiano, la fame per un buon terzo dell’umanità e l’effetto serra per tutta, il terrorismo, le guerre, il razzismo strisciante, per non parlare di quelli propri del nostro paese, la maleducazione che imperversa, l’arroganza e la pochezza del potere, con tutte queste urgenze ed emergenze che ci rimbalzano sul piatto ogni sera all’ora di cena, ha senso parlare ai ragazzi del viaggio? Verrebbe da rispondere con un’altra domanda: ha senso mettere in piedi carrozzoni sulla cittadinanza attiva e consapevole e sull’educazione alla legalità, quando è poi sufficiente un qualsiasi telegiornale o dibattito televisivo a mostrare loro come funzionano realmente le cose e da chi sono rappresentate e incarnate le nostre istituzioni? Ma sarebbe troppo facile.

Parlare del viaggio ha un senso, di qualunque viaggio si parli, perché si parla quantomeno di un segnale positivo di vita. Si viaggia alla ricerca di qualcosa, o in fuga da qualcosa: si viaggia quando non ci basta ciò che abbiamo, siano ricchezze o conoscenze, o non si sopporta la condizione in cui viviamo. Quando si è capaci di curiosità e di desiderio, e prima ancora di speranza. Parlare del viaggio significa quindi trasmettere un po’ di quella voglia di utopia che abbiamo frettolosamente azzerato e sostituito con una desolante realtà virtuale. E poi, gli orizzonti verso i quali si possono indirizzare gli sguardi e le menti sono infiniti. A volte non è nemmeno il caso di muoversi, per viaggiare: lo spostamento non avviene solo nella dimensione spaziale. C’è anche il tempo: si può zigzagare a ritroso sui libri, per capire qualcosa di ciò che siamo, e del perché siamo così, e di come potremmo essere. Magari si ha l’impressione che ai ragazzi non possa fregare di meno: ma è un’impressione che si presta un po’ troppo a creare facili alibi, dietro i quali trincerare la nostra indolenza e la nostra incapacità di proporre delle alternative al nulla, e prima ancora di perseguirle.

Due righe infine sul tema trattato nell’occasione dal sottoscritto, quello del viaggio scientifico. Non mi illudo che dei ragazzi tra i sedici e i diciotto anni, svezzati a botte di “X factor”, possano entusiasmarsi alle vicende di Alexander von Humboldt, di Darwin o di Cook, soprattutto se vengono loro ammannite come le portate di un banchetto ufficiale del sapere. Ma penso che se i loro viaggi vengono proposti come metafora di un modo di concepire la vita, di una curiosità onnivora di conoscenza che non ti fa considerare mai sazio, del piacere di conquistarsi questa conoscenza con un po’ di fatica, e se si riesce a far avvertire che in questo modello almeno un po’ ci si credi, beh, qualcuno potrebbe anche esserne intrigato. E allora, vale la pena.

 

Humboldt controcorrente

di Paolo Repetto, dicembre 2006

Queste pagine nascono da una conferenza tenuta nel maggio 2005 agli studenti del corso di Storia della Scienza dell’Università di Genova. Il testo originale è stato successivamente ampliato e corredato di note, ma la sostanza e il tono dell’approccio sono rimasti invariati.

 A che sopportare tanto: insetti, liane, pioggia, umidità
e gli scontenti sguardi degli indiani?
Non per via dello stagno, della iuta,
del rame, del caucciù. Lui era un sano,
che inconsapevolmente con sé trascinava la malattia,
un disinteressato ambasciatore del saccheggio, un mero corriere
che non capiva di essere venuto ad annunciare la distruzione
di tutto ciò che nei suoi “Ritratti della natura”,
fino all’età di novant’anni,
appassionatamente dipinse.
da Mausoleum. Trentasette ballate dalla storia del progresso
di H. M. Enzesberger

 

Humboldt? Chi era costui?

Digitando su qualsiasi motore di ricerca solo “Humboldt”, o “von Humboldt”, compare in genere sul monitor il viso affilato e spirituale di Wilhelm, illustre filologo e filosofo, precursore dello studio linguistico descrittivo e della fonosemantica, che però con la nostra storia ha a che vedere solo marginalmente. Per conoscere il volto di Alexander, che è il fratello minore e quello che a noi interessa, è invece necessario precisare anche il nome[1]. E non è solo una questione di precedenza anagrafica.

Dirò di più. Se aveste cercato vent’anni fa, quando Internet ancora non esisteva, sulla migliore delle enciclopedie, vi sarebbe andata peggio. Su Alexander von Humboldt avreste trovato quasi nulla. Spesso era citato solo come fratello di Wilhelm. Nei manuali scolastici di Filosofia accade ancora oggi.

Se invece non avete mai fatto nulla di tutto questo, e quindi l’oggetto del nostro incontro vi è perfettamente sconosciuto, non sentitevi in imbarazzo. Siete in buona compagnia. La “Humboldt-Renaissance”, che pure in questi ultimi anni c’è stata, non ne ha fatto un personaggio popolare, e non solo da noi, ma nemmeno in patria.

Posso testimoniarlo con un aneddoto personale. Diversi anni fa, reduce da una camminata nella Foresta Nera che terminava sul lago di Costanza – tra parentesi: la Foresta Nera è un enorme falso, è stata per la gran parte ripiantata verso la fine dell’800, ma vale comunque la pena. E poi, si cammina sui passi di Nietzsche! –, mi sono ritrovato in quella splendida città con qualche spicciolo in tasca e mezza giornata libera. Ho deciso di dedicare gli uni e l’altra alla ricerca di opere di Humboldt in lingua originale (non conosco il tedesco, ma all’epoca ancora mi ripromettevo di impararlo). La mia mania per il grande viaggiatore durava già da un pezzo, ma era difficilissimo procurarsi le sue opere. In Italia poi risultava praticamente inedito.

Mi presento dunque a un libraio, in quella che mi sembra una libreria ben fornita , e chiedo in francese se ha per caso qualche scritto di Alexander von Humboldt. Capita allora una cosa stranissima, mai successa prima – frequento librerie ormai da mezzo secolo – e che non si è mai più ripetuta. Il libraio si commuove. Come pronuncio quel nome mi fissa con occhi improvvisamente lucidi e mormora, tra il commosso e il mortificato: «Sono almeno vent’anni che non sento richiedere un’opera di Humboldt, e deve essere un francese a cercarla!». Preciso che sono italiano e la sorpresa e la commozione aumentano: quasi mi abbraccia! Mi spiega poi con un po’ di imbarazzo di non avere nulla e dubita persino che potrò trovare qualcosa, perché a sua memoria non ci sono riedizioni recenti dell’opera di Alexander. Uno dei più grandi uomini della cultura tedesca, completamente cancellato. Vorrei farmi spiegare il perché, ma il francese di entrambi non promette una gran conversazione.

Per la cronaca, non è poi andata come temeva il libraio sentimentale. Rovistando per librerie antiquarie e dell’usato mi sono imbattuto addirittura in una prima edizione del secondo volume del Kosmos, quella tedesca del 1847, affogata in un cestone in mezzo a un po’ di tutto. L’ho portata via per dieci marchi, cinque euro di oggi. Il che in parte confermava quanto il mio amico libraio aveva detto: Humboldt si trovava solo tra i libri vecchi, e per di più svenduto.

 

Ma ora chiudo la parentesi personale: il perché della damnatio memoriae nei confronti di Humboldt avremo modo di indagarlo in seguito. Torniamo invece al nostro personaggio: e qui confesso di provare un po’ di soggezione.

Humboldt è infatti un uomo che nel corso della sua vita ha conosciuto Federico il Grande, Napoleone, Metternich, Jefferson, Madison, Nicola I, Pitt, Hamilton, Simon Bolivar, Luigi Filippo e Bismark tra i politici, e poi Goethe, Herder, Schiller, Cuvier, Laplace, Gay Lussac, Forster, Beethoven, Walter Scott, Arago, Agassiz, Mutis e una infinità di altri letterati, artisti e uomini di scienza. Non solo li ha conosciuti, li ha anche affascinati, sbalorditi con l’ampiezza e la profondità della sua cultura, e potrei citare decine di giudizi entusiasti.

A Humboldt sono dedicati, soltanto negli USA, i nomi di ben otto città, e poi in tutto il mondo baie, catene, monti, ghiacciai, fiumi, saline, parchi, depressioni, un’importantissima corrente oceanica e persino un mare sulla Luna.

È uno che a trent’anni ha percorso quindicimila chilometri in cinque anni nell’America del Sud, del Centro e del Nord, e a sessant’anni altri quindicimila (in sei mesi) tra Siberia e Asia Centrale. Che a sessantaquattro anni ha iniziato a scrivere quel Kosmos che doveva essere l’opera della sua vita e l’ha portata a termine a novanta, venti giorni prima di morire.

Humboldt è nato nello stesso anno di Napoleone ed è morto in quello in cui Darwin pubblicava L’origine della specie: nel frattempo ha conosciuto tutti, ha visto tutto e si è occupato di quasi tutto, scrivendo decine di volumi e decine di migliaia di lettere. È evidente che non basteranno una cinquantina di pagine a rendere un po’ di giustizia a uno che ha vissuto fino a novant’anni, e in quella maniera. A me importa però farlo almeno conoscere. A creargli attorno la dovuta curiosità spero provvedano la sua stessa incredibile biografia e l’eccezionalità delle sue opere[2].

Un’infanzia poco brillante

Il nostro Alexander nasce a Berlino nel 1769, secondogenito di una famiglia appartenente alla migliore nobiltà prussiana (gli Junker). Il padre, Georg, è un brillante ufficiale, innalzato da Federico II ad alte cariche di corte per meriti sia militari che intellettuali; la madre, Marie Elisabeth von Colomb, proviene da una famiglia calvinista benestante di origine francese. Il fratello maggiore, Wilhelm, era nato due anni prima.

Gli Humboldt vivono nel castello di Tegel, a pochi chilometri da Berlino: la loro dimora è frequentata dai personaggi più illustri del giovane stato prussiano, a partire dall’erede al trono, e da letterati famosi come Goethe. Georg è un infatti un uomo espansivo e gioviale, culturalmente molto aperto e curioso, al contrario della moglie che ha un carattere duro e freddo. L’infanzia di Alexander e il salotto degli Humboldt si chiudono però bruscamente nel 1779, quando il padre muore all’improvviso. Il ragazzino, che è già piuttosto chiuso e malinconico di suo, si ritrova a convivere a soli dieci anni con una madre bigotta e austera, poco incline all’affetto e convinta che sotto sotto il secondogenito sia un po’ ritardato. La vita nel castello di Tegel diventa ben tetra, tanto che Alexander lo ricorderà per sempre come il «castello della noia».

Come nel caso di Leopardi, il gelo della genitrice cementa il sodalizio tra i due fratelli, in uno strano miscuglio di attaccamento e competizione da parte di Alexander e di preoccupato affetto da parte di Wilhelm. L’imbarazzo che comunque trapela dietro questo rapporto, sincero ma sempre un po’ elusivo, si trasferirà successivamente anche a quello con la moglie di Wilhelm, nei confronti della quale peraltro Alexander svilupperà una devozione fraterna. La difficoltà nel coltivare relazioni normali, a dispetto della sua generosità e disponibilità, sarà il destino di Alexander per tutta la vita, e peserà su di lui anche dopo la morte.

L’opinione della madre non era del tutto infondata, almeno dal suo punto di vista. A sentire il fratello pare che Alexander avesse una memoria prodigiosa e una volontà di ferro, ma non fosse particolarmente veloce nell’apprendere. Lui stesso ammette di essersi intellettualmente «sviluppato infinitamente più tardi di mio fratello Wilhelm – e di – aver incontrato vere difficoltà per assimilare anche le nozioni più semplici». C’entrano probabilmente le carenze affettive, forse anche la sindrome del fratello minore, oltre ad altri problemi che vedremo. Qualcosa di inquietante, comunque, in questo ragazzino che disegna animali sui muri e colleziona insetti e minerali, per una madre fredda, e per di più ugonotta, oggettivamente c’è.

Oggi lo si definirebbe diversamente abile, e nel suo caso nessuna definizione potrebbe risultare più vera: pur apprendendo con fatica, Alexander lo fa organizzando perfettamente tutto quello che immagazzina. La sua lentezza, come accadde per John Franklin[3], diventa una forza e col passare del tempo sarà vinta da una volontà e da una capacità di concentrazione eccezionali.

Ancor più, però, l’inquietudine materna è probabilmente legata alla natura particolare della sensualità di Alexander, alla sua “diversità”, controllata e blindata dal rigido cerimoniale prussiano, ma non abbastanza da sfuggire alla pur fredda attenzione di una calvinista. La voglia di evasione e il desiderio del viaggio nasceranno in Alexander proprio dalla necessità di uscire dal clima soffocante dell’ambiente familiare e in generale di quello prussiano. Appena fuori dalla Germania, e soprattutto in Francia, sente di poter respirare più liberamente. A questo secondo aspetto della sua personalità va ricondotto l’imbarazzo discreto ma evidente del fratello e della cognata.

Tornando invece alle difficoltà, è da tenere presente che da subito Alexander si trova a condividere con Wilhelm i precettori, scelti tra il fior fiore dell’intelligencija tedesca del tempo. Segue quindi lezioni concepite per un allievo di due anni più anziano (e si parla degli anni dell’adolescenza), oltre che già speciale e avanti di suo. Non meraviglia che possa incontrare qualche difficoltà a stare al passo.

I precettori saranno fondamentali nel destino degli Humboldt. Il primo, Joachim Heinrich Campe, è un giovane imbevuto dello spirito francese dei Lumi, destinato a diventare uno dei fondatori della moderna pedagogia. Ha scritto una Storia della scoperta dell’America per i ragazzi e fa leggere ai due fratelli cose tipo Il giovane Robinson, che lasciano una traccia indelebile soprattutto nell’animo di Alexander e ne segneranno il destino.

Il secondo, Christian Kunth, è anch’egli un brillante studioso figlio dell’Illuminismo. È meno avvincente di Campe (noiosissimo – racconterà in seguito Wilhelm –; le sue lezioni di storia facevano nascere il desiderio di essere Adamo, vissuto quando la storia in pratica non era iniziata), ma è dotato di solide basi classiche che trasmette agli allievi. Dopo la morte di Georg costituirà per i fratelli Humboldt il riferimento “familiare” più importante e si trasferirà con loro a Berlino, quando verrà il momento di frequentare l’ambiente universitario.

Tengono inoltre corsi specifici per loro, o per un gruppo ristretto del quale essi fanno parte, Johann Jacob Engel, diffusore e volgarizzatore delle idee dei Lumi, e Christian Wilhelm Dohm, filosofo, storico e statista, che trasmette loro le nozioni fondamentali dell’economia politica e della geografia. Tutto questo avviene quando Alexander non ha ancora compiuti i sedici anni.

A diciassette lo troviamo già introdotto negli ambienti culturali berlinesi che davvero contano; non quelli tradizionali, legati a una nobiltà sclerotica, ma quelli vivacissimi ruotanti attorno all’intelligencija ebraica, che presso i principi tedeschi gode di grande prestigio e di una ufficiosa emancipazione.

A Berlino ci sono in questo periodo Moses Mendelssohn e soprattutto Marcus Herz, la cui giovane e bellissima moglie Henriette anima un cenacolo frequentato dalle menti più brillanti dell’epoca[4]. Il rapporto tra Alexander e Henriette è subito “speciale”: i due entrano in una tale intimità da scambiarsi lettere in ebraico, almeno per quel poco che Henrietta apprende da Alexander. Ma Alexander è anche l’unico che, pur sentendosi lusingato per tale dimostrazione di amicizia, non le fa una corte spietata. Nemmeno vuole entrare in quella lega per la virtù che il fratello ha fondato proprio con Henriette, e che vorrebbe riproporre gli ideali dell’antica cavalleria. È molto geloso del suo status privilegiato di “confidente”.

Al di là della natura del rapporto con Henriette, basato su quella speciale sintonia che può nascere solo quando non vi siano implicazioni sentimentali, è da sottolineare come la frequentazione dell’ambiente ebraico da parte di Alexander, a differenza di quanto accade per quasi tutti gli intellettuali suoi contemporanei, sia senza riserve. Pare anzi che egli trovi una motivazione ulteriore alla sua amicizia nella rottura del tabù, nel riconoscimento di una scala di valori depurata di ogni pregiudizio razziale, di ogni sospetto o rifiuto nei confronti della diversità, e fondata solo su parametri intellettuali. Che è in fondo un modo per chiedere a sé e agli altri rispetto e accettazione anche per la diversità propria.

Anni di formazione

Dopo un semestre all’università di Francoforte sull’Oder (1787), dove la madre lo vorrebbe impegnato in studi amministrativi e giuridici, e dove stringe una delle amicizie più importanti della sua vita, quella con Wilhelm Gabriel Wegener, Alexander torna per un anno a Berlino. Qui legge Kant ma soprattutto si avvicina alle opere del naturalista Carl Ludwig Willdenow. Il rapporto con quest’ultimo lo rafforza definitivamente nella scelta di dedicarsi agli studi scientifici, scelta che già era largamente presagibile per l’interesse manifestato sin da ragazzino per ogni aspetto della natura.

Finalmente nel 1789, a vent’anni, raggiunge il fratello a Gottinga, fiore all’occhiello delle cittadelle universitarie tedesche, soprattutto in ragione dell’apertura all’influenza inglese (siamo nell’Hannover ed esiste un legame dinastico di questa regione con la monarchia inglese).

Gottinga è all’epoca davvero un crocevia internazionale. Oltre ad essere il centro dell’illuminismo scientifico tedesco, dove insegnano personaggi come Georg Christoph Lichtemberg per la fisica, Johann Friedrich Blumenbach per le scienze naturali e Christian Gottlob Heyne per l’archeologia, è anche aperta a moltissimi studenti provenienti da altri paesi europei, o agli studiosi inglesi, francesi o italiani più innovatori, invitati a tenere corsi o seminari (Alessandro Volta è tra questi). Ciò ne fa uno spazio privilegiato del confronto di idee e della libertà di pensiero, che gli studenti traducono anche in prassi quotidiana.

Non è un caso che proprio a Gottinga fiorisca nei primi anni novanta un nutrito gruppo di sostenitori della Rivoluzione francese. La frequentazione e la prossimità con la cultura inglese determinano d’altro canto nell’ambiente universitario una spiccata connotazione empiristica, a differenza di quanto accade negli altri atenei tedeschi, piuttosto influenzati invece dal razionalismo francese. Alexander fa propria questa mentalità, e soprattutto dà un taglio ai condizionamenti della madre, procurandole l’ennesima delusione e inverando le sue pessimistiche aspettative: si butta, infatti, anima e corpo nelle discipline che davvero lo interessano, quelle legate alle scienze naturali.

Nello stesso anno, dopo un’escursione lungo il Reno, scrive un trattato sulle rocce basaltiche[5] che gli procura le credenziali per frequentare alla pari i protagonisti del rinascimento scientifico tedesco.

Humboldt si è trovato, in effetti, a bazzicare una delle società culturalmente più vivaci del suo tempo. Dal suo punto di vista la cultura tedesca di fine Settecento era molto arretrata rispetto a quella inglese e a quella francese, e non mancò di rimarcarlo in ogni occasione. Ma questo riguardava in realtà solo lo stato dell’insegnamento scientifico: per il resto è sufficiente tenere presente che questo è il periodo di Kant, di Hegel, di Fiche, di Schelling e di Herder.

A Gottinga Alexander ha soprattutto l’occasione di conoscere Georg Adam Forster, genero del docente di archeologia classica Heyne. Quello con Forster è uno degli incontri chiave della sua vita. Il giovane naturalista aveva seguito dal 1772 al 1775 il padre, aggregato come botanico alla seconda spedizione di James Cook. Al ritorno aveva pubblicato, battendo sul tempo lo stesso Cook e suscitando le ire dell’ammiragliato inglese, una relazione scientifico-narrativa del viaggio, che aveva ottenuto una strepitoso successo di pubblico e ne aveva fatto il modello e l’eroe di una intera generazione, soprattutto tedesca[6]. Foster, nutrito di idee illuministiche, diverrà successivamente un paladino della tolleranza religiosa e delle libertà individuali. Con lui il giovane Humboldt si reca tra il 1789 e il 1790 in Olanda, Inghilterra e Francia. A Londra incontra il famoso scienziato e botanico Joseph Banks, anch’egli già viaggiatore al seguito di Cook e all’epoca presidente della Royal Society, oltre che fondatore del Giardino botanico. A Parigi è invece spettatore delle primissime fasi della Rivoluzione e da questa esperienza ricava una forte impressione di libertà e di eguaglianza, destinata a segnarlo per tutta la vita.

I primi viaggi

Rientrato in Germania, desideroso di ampliare le proprie conoscenze naturalistiche ma anche di mettere a frutto quelle che già possiede, si iscrive all’Accademia mineraria di Freiberg, Qui nell’anno 1790-1791 segue i corsi del noto mineralogista Abraham Gottlob Werner[7] ma si dedica anche a studi sul magnetismo terrestre e fa tesoro degli insegnamenti pratici di analisi del territorio impartiti da Carl Freiesleben.

Contemporaneamente avvia una serie di esperimenti di fisiologia, elettrologia e chimica. Ad attirarlo è comunque soprattutto la botanica, che decide da subito di studiare da un punto di vista inedito e di grande originalità, quello delle associazioni vegetali e delle loro variazioni in base al clima, all’altitudine, alla latitudine e all’attività delle società umane.

Le frequenti discese in miniera che fanno parte del corso pratico gli consentono di osservare con particolare interesse la flora sotterranea e di descriverla[8]. Sta già avviandosi così lungo quel cammino che lo porterà a fondare, al ritorno dal viaggio americano, la nuova disciplina della geografia botanica o fitogeografia e a segnare il passaggio da una geografia intesa a descrivere la natura a una geografia intesa a spiegarla.

Appena terminato il corso, Alexander viene assunto nel Dipartimento minerario prussiano e lì si fa immediatamente notare per la competenza e per lo slancio che mette nel suo lavoro. Dopo soli sei mesi viene nominato direttore delle miniere di Franconia (1793) e comincia a spostarsi per lavoro non solo in Germania, ma in Polonia, nelle regioni baltiche, in Austria. Viaggia poi lungo il Reno, nel Brabante, e nella seconda metà del 1795 nella parte settentrionale della penisola italiana e in Savoia (si reca anche a Como per conoscere personalmente Alessandro Volta, al quale espone le proprie idee sull’elettro-magnetismo e dal quale viene incoraggiato)[9]. Sempre nello stesso anno è in Svizzera, dove incontra Horace-Bénédict de Saussure, il grande esploratore e scalatore delle Alpi.

Mi dilungo su questi particolari, soprattutto sull’incredibile rete di rapporti che il giovane Humboldt tesse già in questi anni, non per pedanteria, ma per sottolineare da un lato la poliedricità del personaggio, che si occupa attivamente di tutto, dall’altro l’estrema facilità di incontro e di scambio esistente all’epoca, a dispetto delle difficoltà e della lentezza delle comunicazioni.

Voglio spendere anche due parole sul tipo di attività svolta come sovrintendente alle miniere. Anziché intascare la sua prebenda e darsi ai salotti cittadini, Alexander prende molto sul serio il suo lavoro. Continua a scendere con estrema frequenza in miniera, come da studente, e si preoccupa della messa in sicurezza delle gallerie. Arriva a inventare personalmente quattro tipi di lampade di sicurezza e una rudimentale maschera antigas, ma soprattutto fonda la Libera Scuola Mineraria Reale, una scuola tecnica per i minatori, non obbligatoria e aperta a tutti, finanziata con le proprie tasche. Soprattutto, crea l’abbozzo di una sorta di sistema mutualistico o assicurativo per i minatori.

Il nostro ha però altro per la testa: tutto questo lavoro e tutti questi studi costituiscono per lui solo un tirocinio preparatorio per mettere mano al progetto della sua vita. Quando alla fine del 1796 muore la madre, Alexander eredita una discreta fortuna e si sente finalmente libero di abbandonare il servizio statale per dedicarsi esclusivamente agli studi naturalistici e all’ideazione di un grande viaggio, da compiere naturalmente a proprie spese, nelle zone tropicali della terra.

È la svolta della sua vita. Dà le dimissioni, respingendo con cortesia ma con altrettanta fermezza i tentativi dell’amministrazione di trattenerlo anche con l’offerta di eccezionali condizioni di autonomia, e si reca nell’estate del 1797 a Jena, presso il fratello, dove trascorre un periodo di intensi contatti con Goethe e Schiller. Dei due condivide la visione della natura come complesso unitario e dinamico, ma ha poi idee tutte sue per quanto concerne le modalità della conoscenza naturalistica e la metodologia di studio che è, principalmente, quella di una immersione totale e di una “comprensione” globale.

Con perfetta coerenza, alla fine del 1797 compie ancora un’escursione scientifica nelle alpi tirolesi, per tenere allenati la gamba e l’occhio. Stavolta è in compagnia di un vecchio compagno dell’accademia mineraria, il geologo Leopold von Buch, col quale sembra divertirsi un mondo. Scrive di lui:

È come se arrivasse dalla luna. Negli incontri di società è un disastro, fa le cose più strane. Entra in una casa e comincia a ispezionare pareti e suppellettili, ignorando praticamente gli attoniti abitanti. Ma è un vero pozzo di scienza”.

Il viaggio è ormai il chiodo fisso: la Prussia e la stessa Europa gli vanno strette, anche se non ha ancora ben chiaro cosa intende davvero fare. Tra il 1797 e il 1799 le mete dei suoi progetti cambiano più volte, condizionate dalla situazione politica e dagli inconvenienti più incredibili. In un primo momento pensa all’India e soprattutto alla regione himalayana; poi viene invitato ad aggregarsi a una spedizione che dovrebbe risalire il Nilo, organizzata da un eccentrico inglese. Si reca, infatti, a Parigi, giusto in tempo per sapere che l’inglese è stato imprigionato.

Nella capitale francese si è nel frattempo trasferito con un ruolo di rappresentanza politica il fratello Wilhelm e questo aiuta Alexander a entrare in contatto con i massimi scienziati francesi dell’epoca. Non solo viene accolto, ma nel giro di breve tempo diventa popolare nell’ambiente scientifico, per la solidità delle conoscenze ma più ancora per l’entusiasmo e per l’incredibile versatilità. Sono personaggi del calibro di Cuvier, di Saint-Hilaire, di Laplace, di Lamarck: e a questi va aggiunto Bougainville, che sta facendo progetti per una nuova spedizione attorno al mondo, ed invita Alexander ad aggregarsi.

Anche quando Bougainville viene giubilato e la spedizione è affidata ad un altro navigatore, Nicolas Baudin, l’invito rimane valido. Alexander questa volta è davvero convinto che sia fatta. Nel frattempo ha incontrato un altro dei membri della spedizione, il botanico e pittore Aimé Bonpland arruolato come medico di bordo, e ha stretto amicizia con lui.

Esasperati da un ennesimo rinvio, i due decidono di ripiegare sull’Egitto, dove è in pieno svolgimento la campagna napoleonica. Lasciano Parigi per dirigersi a Marsiglia, sperando di raggiungere l’armata con un passaggio navale in Algeria e con una traversata terrestre nordafricana. Anche questa però va buca. La flotta inglese incrocia nel Mediterraneo, e dai porti francesi non si salpa. È necessario spostare nuovamente l’obiettivo. E questa volta è davvero deciso, si va nelle Americhe, partendo dalla Spagna. In oltre due mesi di cammino a piedi, nell’inverno del 1799, i due compari si spostano da Marsiglia a Madrid, arrivando nella capitale spagnola alla fine di febbraio.

I tentativi fatti in questo periodo da Alexander per arrivare a una meta sembrano gli assalti di una squadra di rugby. Prova da tutte le parti, si infila in tutti i varchi, cozza ogni volta contro la difesa dell’imprevisto, della politica, ma non demorde. E alla fine trova la strada per la meta.

A Madrid Alexander mette subito in campo la sua intraprendenza e le sue conoscenze, arriva a far conoscere negli ambienti di corte le sue competenze e tocca i tasti giusti per ottenere un permesso di imbarco e di viaggio nelle Americhe spagnole.

Il viaggio è reso, infatti, possibile dall’interesse e dal supporto del ministro Raphael d’Urquijo, che decide di sfruttare l’entusiasmo e le indubbie capacità del naturalista prussiano per meglio conoscere i possedimenti d’oltremare, con particolare riguardo alla situazione idrografica del Rio delle Amazzoni, dell’Orinoco, del Casiquiare e del Rio Negro. Si tratterà per Humboldt e Bonpland di ampliare, completare e approfondire le conoscenze esistenti, compilando tabelle di latitudine, misurando le altezze delle montagne, rilevando le formazioni geologiche, stabilendo le sorgenti dei fiumi e fissandone il corso, raccogliendo ovunque dati meteorologici e astronomici, e inoltre campioni di rocce, piante, semi, frutti e animali da inviare in Europa – presso le grandi istituzioni scientifiche di Parigi – per analizzarli, studiarli, confrontarli e ordinarli. Unica condizione: tenersi lontani dalle fortificazioni militari, sia nei porti che nell’entroterra, e non occuparsi di problemi politici.

Alle regioni equinoziali

I due salpano finalmente il 5 giugno da La Coruña, diretti in Venezuela, a bordo del brigantino Pizarro. Si portano appresso un ingombrante armamentario di strumenti geodetici, magnetici e astronomici.

La dotazione appare in bella mostra nel dipinto forse più famoso relativo alla spedizione, quello di Eduard Ender che ritrae i due esploratori al campo. Comprende due barometri, un ipsometro, un teodolite, un sestante a specchio con un orizzonte artificiale, un sestante tascabile pieghevole, un ago declinatorio, un igrometro a capello, un eudiometro, una bottiglia di Leida, un cianometro e due orologi, due telescopi e diversi termometri che li seguiranno lungo gli oltre quindicimila chilometri percorsi nel Nuovo Mondo. Humboldt dà un’enorme importanza agli strumenti. È stato lui a sceglierli personalmente, facendoli arrivare da Parigi e da Londra, e sarà lui, nel corso di tutta la spedizione, a curarne la taratura e la manutenzione. Humboldt però non è un feticista della strumentazione scientifica. Quando, molti anni dopo, altri giovani scienziati esploratori cercheranno di ripercorrere il suo cammino, sarà ben lieto di farne loro dono e di istruirli personalmente sul loro uso, ritenendo, a giusta ragione, che per essere comparabili misurazioni e osservazioni dovessero essere eseguite con gli stessi strumenti, ancorché ormai obsoleti.

Alexander ha ormai idee chiare sullo scopo da dare al suo viaggio: trarne la maggior quantità possibile di conoscenze nel maggior numero di campi di osservazione, e desumerne una sintesi interpretativa “globale”. Come scrive all’amico geologo Freiesleben, non si limiterà alla raccolta di piante e fossili e allo studio dell’astronomia, ma cercherà di cogliere lo schema di interazione reciproca delle forze naturali e di scoprire l’influenza dell’ambiente geografico sugli animali e sulle piante. Di svelare, insomma, «elementi sull’armonia della natura».

Sono indubbiamente idee ambiziose nello stile del personaggio, ma sono anche sorrette dalla consapevolezza di possedere ormai una solida preparazione concettuale e di aver maturato una cospicua esperienza sul campo, oltre che da un entusiasmo fuori del comune. Questo farà di Humboldt il prototipo dell’esploratore poliedrico, capace non solo di percorrere gli spazi, ma di coglierne e ogni aspetto e ogni peculiarità.

Già al primo scalo, effettuato dalla Pizarro alle Canarie dopo una decina di giorni di navigazione, esplode la febbre dell’esplorazione. Nel breve periodo di permanenza a Tenerife i due naturalisti effettuano ricerche climatologiche, correggono altimetrie e coordinate di posizione, e soprattutto salgono sul cratere del Pico del Teide (3718 metri). Lì Humboldt ha l’intuizione che darà vita in seguito alla fitogeografia. Guardando dalla sommità del cratere, dopo essere sceso all’interno e aver effettuato tutte le rilevazioni di rito, coglie le linee di distribuzione della vegetazione e le trascrive mentalmente sulla carta. Nel corso del viaggio applicherà questa lettura innovativa alle montagne della catena andina, ma il Pico del Teide rimarrà, anche nelle carte prodotte al ritorno, il modello esemplificativo per eccellenza.

Ripartiti da Tenerife, dopo una traversata durata ventidue giorni approdano, il 16 luglio 1799, a Cumaná, in Venezuela, è la prima tappa nel nuovo mondo. I due sembrano bambini capitati improvvisamente nel modo dei balocchi. Humboldt descrive magistralmente la sensazione di chi è attratto da mille cose e quasi non sa scegliere da dove cominciare. Scrive al fratello:

Siamo finalmente qui, nel paese più divino e meraviglioso. Ci sono piante straordinarie, anguille elettriche, tigri, scimmie, pappagalli e molti, moltissimi indigeni puri, mezzi selvaggi, una razza di uomini molto bella e molto interessante. Ci aggiriamo fino ad ora come dei pazzi. Bonpland assicura che perderà la testa se le meraviglie non cesseranno presto. Io sento che qui sarò felice”.

Si dedicano durante il giorno a botanizzare, scoprendo subito una miriade di piante sconosciute o almeno mai descritte o classificate, rilevano, misurano, e poi la notte si perdono davanti a una volta celeste incredibilmente ricca di astri e costellazioni sconosciute. Proprio come bambini arrivano a cascare dal sonno, a dormire come ghiri malgrado la temperatura e gli insetti, pronti a ripartire il giorno successivo. Questo entusiasmo li accompagnerà per tutto il resto del viaggio, anche quando si saranno abituati alle nuove latitudini e longitudini; accompagnerà soprattutto Humboldt, perché Bonpland qualche distrazione o qualche momento di stanchezza ogni tanto se li concederà. Alexander, mai.

Per circa quattro mesi fanno la spola tra la costa e l’interno, determinando altimetrie, coordinate e ridisegnando in pratica la mappa della regione. Ma ogni occasione è buona per un exploit scientifico. La notte fra l’11 e il 12 novembre, ad esempio, osservano uno sciame di meteoriti delle Leonidi: la descrizione che Humboldt ne fa pone le basi per il successivo riconoscimento della periodicità di tali eventi. Alla fine di novembre, ormai completamente acclimatati, lasciano Cumaná per dirigersi a Caracas. Bonpland viaggia a piedi, per proseguire le sue ricerche botaniche, Humboldt lo precede via mare per curare le relazioni con le autorità spagnole. Ha, infatti, cominciato a concepire quella che sarà l’impresa esplorativa per eccellenza del viaggio, la risalita del corso dell’Orinoco, motivata ufficialmente dalla ricerca del Casiquiare, un canale naturale che dovrebbe collegare l’Orinoco stesso al Rio Negro, affluente del Rio delle Amazzoni.

Ottenute le autorizzazioni, nel febbraio 1800 abbandonano la costa e risalendo l’Apure si inoltrano nel bacino dell’Orinoco. In quattro mesi percorrono, a bordo di una piroga di dodici metri per uno, 2.800 chilometri di foresta selvaggia e inesplorata, giungendo sino al tanto discusso canale e dimostrando l’esistenza del collegamento tra i due maggiori bacini fluviali dell’America del Sud. Per tutto questo periodo sono tormentati dal calore torrido, costantemente tra i 35 e i 40 gradi, e soprattutto dai moustiques o mosquitos, i terribili insetti che non danno tregua giorno e notte e contro i quali poco valgono le frasche agitate o i fuochi notturni. Non possono nemmeno trovare refrigerio nelle acque del fiume, infestate da caimani ferocissimi e dai piranha. Quando cambia qualcosa è perché si abbattono sulla foresta violentissimi scrosci di pioggia tropicale.

Bonpland comincia a essere soggetto periodicamente ad accessi febbrili, che lo accompagneranno poi per tutta la vita, mentre Humboldt è gonfio come un pallone per le punture degli insetti, ma pare vaccinato contro ogni malattia. Non solo, in nome della scienza non si risparmia alcuna esperienza, meno che mai quelle più pericolose: afferra le anguille elettriche (Gymnotus electricus) per verificare l’intensità della loro scossa rimanendone tramortito per diversi giorni e assaggia il curaro per scoprire se le sue proprietà venefiche agiscano anche per ingestione. Per sua fortuna non è così.

Riguadagnata la costa e ritemprate le forze, alla fine di novembre del 1800 i due amici salpano per Cuba, dove si trattengono per tre mesi. Humboldt si dedica in questa occasione più alle osservazioni politiche che a quelle scientifiche e manifesterà tutta la sua disapprovazione per il regime schiavile e per la pessima amministrazione dell’isola da parte degli spagnoli, al suo ritorno in Europa, nel Saggio politico sull’isola di Cuba.

La notizia che una squadra navale guidata da Nicolas Baudin dovrebbe toccare le coste occidentali sudamericane e puntare poi a una ricognizione del Pacifico, induce nella primavera dell’anno successivo gli esploratori a tornare sul continente, per cercare di congiungersi alla spedizione. Nell’aprile del 1801 sono dunque nuovamente a Cartagena e di qui si inoltrano attraverso le Ande per guadagnare Lima.

Dopo aver risalito il Rio Magdalena e aver attraversato la prima dorsale andina, arrivano a Santa Fè di Bogotà, accolti trionfalmente dalle autorità e da tutta la popolazione. Ormai sono famosi in tutto il continente, e hanno il loro daffare a onorare gli innumerevoli impegni mondani nei quali sono coinvolti da politici e uomini di scienza.

A Humboldt la mondanità e la celebrità non dispiacciono, ama essere al centro dell’attenzione ed è naturalmente inorgoglito da questo ruolo di re dei salotti, ma riesce a dosare equamente la mondanità e il lavoro scientifico. Mentre Bonpland si riprende dall’ennesimo accesso malarico, va in esplorazione al lago di Guatavita e scopre i resti fossili di un mastodonte.

Lasciata Bogotà, al termine di un viaggio lungo ed estenuante nel corso del quale valicano il Paso de Quindio, uno dei più alti passi andini, scalano il Puracé (4910 m) e attraversano il deserto gelido di Pasto, i viaggiatori raggiungono Quito il 6 gennaio 1802. L’entusiasmo attorno a loro è crescente e li spinge a sempre nuovi exploit. Si fermano a Quito sei mesi, e durante questo periodo scalano primi europei, entrambe le cime del vulcano Pichincha (4960 e 4794 m.). Il 23 giugno, Alexander, Aimé e il loro nuovo amico Carlos Montúfar, figlio del governatore, tentano di scalare il Chimborazo (6310 m). Giungono presumibilmente a quota 5900 m, dopo che le guide indigene li hanno mollati da un pezzo, si fermano solo davanti a un crepaccio non superabile e al sangue che comincia a colare copioso dalle orecchie e dal naso di Carlos e di Aimé. Da questo tentativo derivano alla scienza la prima precisa descrizione dei sintomi del mal di montagna e ai due esploratori una fama che varca l’oceano e rimbalza in Europa. Per mezzo secolo deterranno il record di altitudine raggiunta durante una scalata.

Ormai sono prossimi alla meta. Lungo il Riobamba scendono a Cuenca, mancando di un soffio Machu Pichu, poi a Cajmarca, per arrivare infine a Trujillo, dove hanno il primo contatto col Pacifico. A Lima si fermano due mesi, ma di Baudin naturalmente non si vede neppure l’ombra. Non perdono tuttavia il loro tempo: nel corso dei diversi spostamenti compiono rilevamenti sull’architettura e sulle opere ingegneristiche degli Incas, molte delle quali vengono descritte nel dettaglio per la prima volta. Sono testimoni di almeno un paio di grandi eruzioni vulcaniche, che puntualmente registrano e descrivono, e di terremoti devastanti. Humboldt studia inoltre le proprietà fertilizzanti del guano, premessa per il futuro sfruttamento industriale della sostanza e per la sua massiccia esportazione in Europa. Il 9 novembre 1802, mentre si trova a Callao (Perù) osserva e descrive il passaggio di Mercurio. Scopre e misura, nello stesso periodo, la corrente marina fredda che lambisce le coste peruviane provenendo dal polo australe, e che prenderà il suo nome.

Una traversata piuttosto agitata, da Callao a Guayaquil e di qui ad Acapulco, li deposita sulla costa occidentale del Messico, dove è in corso l’eruzione del Cotopaxi. Nella Nuova Spagna soggiornano per quasi un anno per svolgere studi naturalistici, storici e geo-politici[10]. Per quanto concerne i primi, Humboldt si concentra sullo studio dei vulcani, per gli altri si interessa dell’architettura religiosa e del calendario degli Aztechi, ed esprime una ammirato stupore per le capacità di sistemazione e di gestione del territorio delle antiche popolazioni. Mitiga anche, sia pur di poco, l’atteggiamento critico assunto in precedenza nei confronti dell’amministrazione coloniale.

Nel marzo del 1804 intraprende la via del ritorno. Un breve soggiorno a Cuba e lo sbarco in territorio statunitense. I due viaggiatori visitano Filadelfia, Baltimora e Washington, dove sono ricevuti personalmente dal presidente Jefferson. Preceduti da una fama ormai consolidata, non deludono gli ammiratori e gli studiosi che si affollano attorno a loro, mossi da una grande curiosità. Humboldt soprattutto tiene banco nei convegni e nelle conversazioni scientifiche e stupisce gli interlocutori per l’ampiezza delle sue conoscenze, per la facilità con la quale si esprime in quattro lingue diverse e per le incredibili doti di affabulatore. Il segretario al Tesoro, Albert Gallatin, descrive così un suo incontro con Humboldt:

Ha parlato più di Lucas, Finley e me messi assieme, e due volte più veloce di chiunque, mescolando il tedesco, il francese, lo spagnolo e l’inglese. Ero incantato, e ho ingurgitato in meno di due ore più informazioni di quelle che avevo raccolto negli ultimi due anni in tutto ciò che ho letto o sentito. Ha poco più di trent’anni e ti evita persino la necessità di parlare, perché capta in maniera precisa le idee che tu vorresti sviluppare prima che tu abbia pronunciate tre parole. Al di là delle conoscenze che ha acquisito in questo viaggio, l’estensione delle sue letture e la profondità del suo sapere scientifico sono stupefacenti”.

Humboldt a sua volta è affascinato dalle istituzioni statunitensi, dal livello della cultura e dell’economia, ma soprattutto dal clima di libertà e di democrazia che si respira nella neonata repubblica: ma non manca di rilevare la macchia costituita dalla sopravvivenza dello schiavismo.

Il soggiorno negli Stati Uniti è comunque breve. I due esploratori sono richiamati in Europa, più che dalla nostalgia o dagli affetti, dalla necessità di mettere ordine nell’enorme materiale accumulato durante il viaggio, per la maggior parte già inviato nel vecchio continente (e in parte purtroppo anche disperso) e di tracciare un bilancio scientifico dell’impresa. Prendono quindi definitivamente la via del mare e riapprodano in Europa il 3 agosto 1804.

Durante l´intera spedizione attraverso l´America latina, Humboldt e Bonpland hanno percorso 9650 km, in parte a piedi, in parte a cavallo o in canoa. Il viaggio esplorativo che li ha portati attraverso il territorio delle odierne Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù, Cuba e Messico è risultato fisicamente assai impegnativo e pericoloso, ma in tutto questo periodo Alexander non ha mai accusato un malore serio e non è stato vittima di alcun infortunio (mentre in Europa era sovente soggetto a terribili emicranie). Non è ricorso ai portatori indigeni, ha marciato per la gran parte del tempo a piedi nudi, ha provato personalmente l’effetto delle scosse tremende date dalle anguille elettriche, ha assaggiato il curaro, si è trovato a faccia a faccia con giaguari, coccodrilli e ragni velenosi. Non si è lamentato, non si è fermato mai. Ha continuato a correre da una parte all’altra, a osservare, misurare e conoscere con lo stesso entusiasmo del primo giorno. Indossando sempre invariabilmente, la sua logora e improbabile redingote.

Il periodo parigino

Quando arriva a Bordeaux nell’agosto del 1804, dopo più di cinque anni di assenza, il naturalista tedesco è accanto a Napoleone, l´uomo più famoso del mondo. Non ha alcuna intenzione di riposarsi: le fatiche del viaggio possono trovare un senso solo con la pubblicazione dei risultati. Approfitta della celebrità per tenere conferenze su conferenze di fronte ai più qualificati consessi scientifici, nel frattempo si adopera per trovare una sistemazione economica per Bonpland e editori e istituzioni che sponsorizzino le sue opere a venire.

Ha fortuna nel primo caso, perché riesce a ottenere l’interessamento dell’imperatrice Joséphine, che affida a Bonpland la sovrintendenza dei giardini della Malmaison e il compito di riprodurvi la flora tropicale che lei stessa, creola, aveva conosciuto nella sua adolescenza. Per quanto concerne la pubblicazione, stante anche le sue esigenze sulla qualità grafica, le dimensioni dei tomi oltre alla mole del materiale, dovrà attingere alle tasche proprie. Ha, infatti, bisogno non solo di collaboratori, che troverà tra gli scienziati francesi più famosi dell’epoca ma anche e soprattutto illustratori per l’iconografia e le mappe e incisori ramai, che devono essere pagati. Nessun editore ha il coraggio di correre il rischio e alla fine il lavoro autoprodotto, gli dissiperà quasi completamente il capitale.

Per oltre un ventennio Humboldt vive prevalentemente a Parigi che all’epoca è la capitale europea della cultura e della scienza. È l’unico luogo dove può essere concepita e portata a termine un’impresa scientifica ed editoriale come la sua[11].

Per Humboldt sono anni di formidabile attività di sistemazione, di rielaborazione dei dati raccolti e delle osservazioni compiute, e sono con ogni probabilità i migliori della sua vita. Le collaborazioni si tramutano spesso in profonda affinità e amicizia con i più grandi scienziati parigini, tra i quali il fisico e matematico Pierre-Simon Laplace, il fisico e chimico Jean-Baptiste Biot, il chimico Louis-Jacques Thénard, il mineralogista Hippolyte-Victor Collet-Descostils, il chimico Jean-Antoine Chaptal, il fisico e astronomo François Arago e il chimico e fisico Joseph-Louis Gay-Lussac.

Viene meno, invece, la collaborazione di Bonpland, che dopo aver perso, con la caduta di Napoleone, l’impiego alla Malmaison e dopo essersi imbarcato in una vicenda sentimentale complessa, decide di tornare in America. Lì, dopo una vita avventurosa e sfortunata, che lo porta a creare giardini botanici in Argentina e in Paraguay, ma anche a una sorta di detenzione lunga dieci anni, morirà nel 1858, senza aver più rimesso piede in Europa.

Con Arago e con Gay Lussac, Humboldt stringe amicizie destinate a durare per tutta la vita e a casa di entrambi sarà a lungo ospitato, quando le spese di pubblicazione del Voyage gli renderanno difficile permettersi un appartamento proprio. Intanto, proprio con Gay-Lussac torna nel 1805 in Italia, per rivedere il fratello che è stato trasferito a Roma ma soprattutto per compiere importanti studi sul magnetismo terrestre e cercare ulteriori riscontri alla sua nuova teoria vulcanologica. Arriva sino a Napoli, dove col vecchio compagno Leopold Von Buch assiste ad una eruzione del Vesuvio[12]. Rientrato a Parigi riprende, questa volta senza più interruzioni, se si esclude la convulsa parentesi della caduta di Napoleone nella quale svolge un’importante opera di intermediazione politica, il lavoro di stesura della sua grande opera[13]. Di giorno lavora all´elaborazione delle sue ricerche, di notte frequenta i migliori circoli intellettuali della società parigina, dalle serate di Cuvier al salotto di Madame Récamier, dove solitamente domina la conversazione.

Ma nel 1827 la felice “vacanza” parigina ha termine. Già dal 1805 Alexander è stato nominato ciambellano del regno di Prussia e membro dell´Accademia delle scienze, Akademie der Wissenschaften. Ha trascorso qualche breve periodo in patria, ma è riuscito a evitare il rientro definitivo accampando di volta in volta la necessità di lavorare alla sua opera o i vantaggi diplomatici che la sua rete di conoscenze parigine può comportare. Ora deve però cedere alle ripetute sollecitazioni della corte prussiana: Federico Guglielmo III non è più disposto a pagare un vitalizio a uno scienziato che risiede costantemente all’estero e Alexander è praticamente sul lastrico. Si stabilisce pertanto a Berlino e dà subito inizio a una feconda attività di rinnovamento della cultura scientifica del suo paese.

Nell’inverno 1827-1828 tiene un ciclo di conferenze sulla conformazione fisica del globo all’Università di Berlino, con un successo tale che dopo i primi incontri deve essere trovata una nuova sede, capace di contenere la crescente folla di ascoltatori entusiasti. L’anno successivo fonda la Società geografica di Berlino (aprile 1828) e organizza il Primo Congresso degli scienziati tedeschi (settembre 1828). Nel giro di pochi anni rifonda completamente l’università tedesca indirizzandola verso un rigore scientifico e un ordinamento delle discipline che anticipano l’impostazione positivista di Auguste Comte[14].

Nelle steppe dell’Asia centrale

Queste sue iniziative richiamano l’attenzione del ministro russo Cancrin, che nel 1829 gli propone di compiere un viaggio in Siberia e Asia centrale. Si tratta di un viaggio a scopo prevalente di prospezione mineraria, voluto dallo zar Nicola I per valutare il potenziale di incremento delle attività estrattive della Russia. Alexander ha già sessant’anni ma accetta, anche nella speranza di realizzare il suo vecchio sogno, quello di raggiungere l’area himalayana. La partenza viene fissata nell’aprile dello stesso anno e l’itinerario, percorso a bordo di carrozze, troike e slitte per quasi 15.000 km, lo porta oltre gli Urali, nelle steppe siberiane, al di là dei monti Altai, fino al confine con la Cina.

Sul piano pratico la spedizione ha successo, viene persino scoperta la prima miniera di diamanti al di fuori dei tropici, e sono importanti anche i risultati conseguiti sotto il profilo prettamente scientifico. Humboldt può studiare la natura del mar Caspio e fare esperimenti sulla composizione chimica delle sue acque, descrive diverse famiglie di pesci, raccoglie piante, misura altitudini, temperature e magnetismo, prende campioni di minerali diversi e rari e rinviene i resti fossili di un mammut (così come nelle Ande aveva scoperto i resti di un mastodonte). Riscontra anche interessanti parallelismi tra le formazioni geologiche dell’Asia centrale e quelle andine, e proprio questo lo porta a scoprire, a individuare per semplice induzione (se c’è questo, dovrebbe esserci anche quest’altro) prima ancora di aver effettuato le prospezioni, giacimenti di platino e miniere di diamanti.

Nella catena delle Ande come nelle montagne dell’Europa centrale una formazione sembra richiamare la presenza dell’altra. Rocce della stessa natura si configurano in forme analoghe[15].

Non solo molte delle sue teorie sono confermate, ma, più in generale, la sua già vastissima visione del mondo ne esce ulteriormente allargata. Ad accompagnarlo sono chiamati il mineralogista Gustav Rose e il botanico zoologo Christian Gottfried Ehrenberg, ai quali viene affidata buona parte del lavoro pratico-analitico, mentre Humboldt riserva per sé le osservazioni astronomiche e geomagnetiche, nonché la costruzione della rappresentazione fisico-geografica dei luoghi visitati[16].

Al contrario di quella sudamericana questa non è però una spedizione libera. Humboldt si è impegnato di fronte allo zar a non commentare la situazione politica del paese. Questo non gli impedisce però di vederne l’estrema povertà e di patirne il clima di oppressione. Lungo tutto il viaggio è sorvegliato a vista da poliziotti e funzionari. Commenterà i controlli con le parole: «non potevo fare un passo, senza che mi trascinassero via come fossi stato malato». È in imbarazzo, perché è venuto a patti con una potenza la cui tirannia considerava particolarmente odiosa e nonostante i risultati della spedizione siano apprezzati dagli scienziati russi ed egli stesso venga ricevuto con tutti gli onori alla corte di San Pietroburgo, non riuscirà mai a valutare in maniera positiva questa esperienza.

Gli ultimi anni a Berlino

Con la spedizione siberiana si chiude definitivamente la carriera di Humboldt scienziato-esploratore, mentre emerge in primo piano il filosofo. Nel 1834 scrive a Varnhagen von Ense, uno degli amici berlinesi più cari:

Ho in mente un´idea: racchiudere in un´opera tutto il mondo materiale, tutto ciò che oggi sappiamo delle apparizioni della volta celeste e della vita sulla Terra”.

Questa idea la coltiva in realtà sin dall’epoca delle conferenze di Berlino e lo terrà impegnato fino agli ultimi giorni della sua vita. Gli anni successivi al viaggio in Russia sono densi di impegni e di incarichi ufficiali, che consentono a Humboldt di recarsi parecchie volte a Parigi in missione diplomatica, ma soprattutto a rivedere i suoi vecchi amici, ogni volta più rari. Ma la sua maggiore e più appassionata sollecitudine è rivolta alla stesura dell’opera di definitiva sistemazione sistematica conclusiva, il Kosmos.

Stanno venendo meno anche gli affetti familiari. La cognata Carolina è morta nel 1829, alla vigilia del suo viaggio in Russia; il fratello scompare nel 1835. Il castello di Tegel è sempre più il luogo della tristezza e della solitudine, a dispetto delle visite degli ammiratori che la sua popolarità continua a procurargli. Questo non gli impedisce tuttavia di partecipare ancora attivamente alla vita culturale e politica del suo paese e dell’Europa tutta. A corte, soprattutto dopo la morte Federico Guglielmo III, col quale esisteva un vincolo di vera amicizia, deve guardarsi dall’inimicizia dei conservatori e dei puritani, che non gli perdonano il suo spirito da “giacobino francese” e il suo dichiarato anticlericalismo: ma non se ne preoccupa più di tanto. Nel 1842 si oppone strenuamente all’adozione di una legge che vorrebbe discriminare i sudditi ebrei e promuove lui stesso un’altra legge che abolisce la schiavitù su tutto il suolo prussiano. Nel 1848, quando a Berlino vengono alzate le barricate, si schiera idealmente ma apertamente al fianco dei rivoluzionari, tanto da far balenare in qualcuno l’idea di affidare proprio a lui un’eventuale carica presidenziale. Partecipa fisicamente alle esequie in onore dei Märzgefallenen, i caduti di marzo vittime della reazione, compiendo un gesto di aperta dissociazione nei confronti della corona: solo le sue relazioni a corte e la fama internazionale gli evitano di essere esiliato come rivoluzionario. Ancora nel 1857, a ottantotto anni, si impegna per l´abolizione della seconda servitù della gleba in Prussia.

Muore all´età di novant’anni a Berlino, il 6 maggio 1859, ancora perfettamente lucido (tanto da far pubblicare, venti giorni prima, una supplica sui giornali, nella quale chiede ad ammiratori e conoscenti di non scrivergli, di non sollecitare pareri o consigli, per consentirgli di portare a termine, nel poco tempo che gli rimane, la stesura del Kosmos. Non gli è rimasto alcun congiunto. Viene sepolto nella tomba di famiglia degli Humboldt nel parco dello Schloss Tegel a Berlino.

Una volta aveva così definito così la morte: «La morte è la fine di quella condizione di noia che chiamiamo vita». In realtà, penso che pochi si siano annoiati meno di lui. Ha inseguito per tutta la sua esistenza un sogno, mantenendosi però sempre perfettamente lucido, tanto lucido da aver anticipato la gran parte dei modelli e dei protocolli scientifici contemporanei. Ha affrontato con indifferenza quella che ad altri sarebbe parsa una rovina economica: per lui era il migliore degli investimenti. È un modello di ricercatore sentimentale, con tutti i limiti scientifici di questa condizione, ma anche con la grandezza che essa comporta.

Il Kosmos

Gli ultimi trent’anni della sua vita, Alexander von Humboldt li dedica alla redazione di quello che può essere considerato uno straordinario testamento umano, filosofico e scientifico: il Kosmos. Era naturale che arrivato a un certo punto decidesse di tirare le fila dell’immensa messe di conoscenze maturate attraverso l’osservazione e l’esperienza diretta o tramite la rete fittissima dei suoi corrispondenti[17]. La cosa straordinaria è che questa decisione arriva a sessanta e passa anni.

L´opera è tra le più ambiziose che mai siano state pubblicate nel mondo scientifico. Per Stephen Jay Gould è anche la più importante opera di divulgazione scientifica di tutti i tempi[18]. Con essa Humboldt cerca di cogliere e di rendere intelligibile anche al grande pubblico la struttura dell´Universo, sulla base della somma e dell’integrazione delle conoscenze più avanzate della sua epoca.

Il principale impulso che mi ha spinto è stato l’esigenza di comprendere i fenomeni fisici nelle loro connessioni generali, e rappresentare la natura come un unico grande complesso, mosso e animato da forze che provengono dall’interno[19].

Non è un’opera di divulgazione, perché ogni aspetto della natura è affrontato a livelli di approfondimento disciplinare alto, ma non è nemmeno una fatica riservata agli specialisti. Sotto certi aspetti è un’impresa decisamente anacronistica, perché rimanda alle grandi summe medioevali o classiche: ma per altri è modernissima, perché anticipa il modello attuale dell’approccio interdisciplinare.

I cinque tomi di Kosmos, Entwurf einer physischen Weltbeschreibung (Il cosmo, progetto di una descrizione fisica del mondo), vengono pubblicati tra il 1845 e il 1862. Il quinto volume uscirà quindi postumo. Tutti e cinque i volumi raggiungono entro i primi dieci anni una tiratura di 87.000 copie, cosa sensazionale per i tempi e a fronte di un costo non indifferente. All’uscita dei primi due si formano code e si registrano disordini fuori delle librerie, Alexander racconta a un amico persino di tentativi di corruzione per avere la precedenza nell’acquisto. Nel giro di poco tempo vengono tradotti in quasi tutte le lingue d´Europa.

Humboldt spiega nell’introduzione che da sempre, anche quando ha dovuto volgersi per lunghi periodi a qualche singola disciplina in modo esclusivo, ha cercato di studiare e di apprendere in funzione di uno scopo più alto e di un sapere più universale. Il paragone tra le varie discipline permette, infatti, di scoprire le leggi generali della natura e del funzionamento del mondo e risponde a un bisogno connaturato alla mente umana, quello di penetrare in profondità nei fenomeni naturali, ma soprattutto di coglierne continuità, legami e corrispondenze, per darsi una spiegazione unitaria del mondo e per dare un senso alla presenza e al ruolo umano nel mondo stesso. Il rischio è che questo bisogno spinga a cercare spiegazioni facili e immediate. Ciò non avviene solo nel caso delle risposte religiose ma può verificarsi anche per quelle scientifiche: da osservazioni e deduzioni incomplete possono nascere concezioni affrettate ed errate della natura del cosmo. Di qui la necessità di mantenere sempre aperto il capitolo della conoscenza naturalistica, di aggiornarla costantemente attraverso nuove esperienze, osservazioni, verifiche, di mantenere un atteggiamento umile e interlocutorio nei confronti dei saperi già acquisiti.

Nel primo volume, dopo le considerazioni introduttive, nelle quali discute i limiti di una descrizione fisica per comparti disciplinari, Humboldt presenta una visione d’insieme dei fatti naturali, il “quadro della natura” come lui lo definisce. Descrive cioè il mondo fisico quale appare agli organi di senso, partendo dall’immensamente grande – le costellazioni –, passando per la descrizione del sistema solare e approdando a quella del pianeta terra, sotto l’aspetto geologico, idrografico, meteorologico, botanico e zoologico. Fa insomma un riassunto dei risultati principali dell’osservazione della natura, proposti in modo scientificamente obiettivo ma soprattutto interconnessi tra loro[20].

Nel secondo volume tratta invece dell’influsso del mondo esteriore sulla facoltà dell’immaginazione, di come la bellezza e l’armonia del cosmo abbiano indotto sin dall’antichità la descrizione poetica e la pittura, dei diversi atteggiamenti, dalla domesticazione alla contemplazione, che l’uomo ha assunto nei confronti della natura. Racconta come l’osservazione e la contemplazione della natura abbiano avuto influssi differenti su popoli diversi in diverse epoche storiche, e come conoscenza e fantasia abbiano interagito. Descrivere la natura non significa per lui limitarsi a riferire i risultati dell’osservazione, ma anche analizzare come ciò si riflette nella vita interiore dell’uomo, come questo riflesso si riempia spesso e volentieri di miti e simboli e di come da ciò si sviluppi un’attività artistica. Kosmos significa ordine e allo stesso tempo bellezza. L’obiettivo del naturalista è quindi comprendere la natura e contemporaneamente trasmetterne la bellezza.

In questo volume viene abbozzata anche una storia dello sviluppo delle conoscenze scientifiche, dall’antichità alla scienza positivistica, passando attraverso l’Islam e le grandi esplorazioni transoceaniche. Mancano totalmente accenni allo sviluppo della scienza in Cina, in India e nell’America precolombiana, ma questo vuoto è ampiamente giustificato dallo stato delle conoscenze dell’epoca.

Il terzo, il quarto e il quinto volume riprendono invece quel quadro della natura che nel primo era rappresentato in una forma non mediata dalla strumentazione e dall’atteggiamento scientifico, esponendo più dettagliatamente i risultati delle osservazioni scientifiche relative al cosmo, nel III° volume, e al pianeta terra negli ultimi due.

La parte dell’opera che meglio ha retto al tempo è naturalmente il secondo volume. Le conoscenze riversate negli altri sono state ampiamente e rapidamente superate dagli sviluppi della scienza di fine Ottocento e del secolo scorso, e in parte lo erano già al momento della pubblicazione dell’opera. Per quanto si tenesse aggiornato, e per quanto spesso le sue intuizioni andassero oltre i risultati specifici delle varie discipline, Humboldt non poteva reggere il passo che la specializzazione aveva preso attorno alla metà dell’Ottocento. Ciò non toglie che anche la parte più prettamente scientifica del Kosmos sia percorsa da intuizioni appena accennate, da ipotesi cautamente avanzate (c’è ad esempio un’anticipazione, sia pur timida, della teoria della deriva dei continenti) che ci fanno intravedere quanto Humboldt fosse arrivato vicino alle risposte che cercava. C’è da chiedersi come avrebbe reagito, se fosse sopravvissuto pochi mesi ancora, al terremoto provocato da L’origine della specie. Se un poco ho imparato a conoscerlo, credo che avrebbe accolto la rivelazione evoluzionistica con entusiasmo, e sarebbe morto più sereno.

La forma espositiva adottata da Humboldt è volutamente aliena da tecnicismi scientifici o filosofici: utilizza quel registro retorico quasi colloquiale che tanto successo aveva riscosso nelle conferenze berlinesi, perché in fondo il pubblico cui si rivolge è lo stesso. È una scelta stilistica mirata e giustificata a più riprese dall’autore nelle sue corrispondenze ma risponde anche a un suo modo d’essere e di concepire l’essenza e l’uso della conoscenza. Humboldt ritiene che le competenze scientifiche di base, quelle sufficienti a consentire il salto di qualità e a pervenire alla sintesi, possano essere ricondotte alla portata di tutti senza nulla sacrificare dell’ampiezza e della precisione: il suo lavoro sta lì a dimostrarlo, mescolando le citazioni di autori classici, di studiosi di varie civiltà e culture del passato con le testimonianze degli scienziati contemporanei e con i ricordi, spesso piacevolmente autoironici, delle esperienze personali maturate nel corso dei viaggi e di una vita di ricerca.

In realtà, ciò che gli importa trasmettere non sono tanto le conoscenze, delle quali ammette e sottolinea spesso i limiti, ma l’entusiasmo per una curiosità che da sempre ha animato l’uomo, che quelle conoscenze ha prodotto e che dovrà indurlo per il futuro ad ampliarle o a superarle.

Lo scienziato

È difficile tracciare un bilancio dell’attività scientifica di Humboldt e coglierne appieno l’importanza. Ha riversato i suoi interessi e le sue inesauribili energie in tali e tante direzioni, sia pure avendo in mente un tracciato unitario, da scoraggiare qualsiasi tentativo di sintesi.

Nel corso del viaggio americano, lui e Bonpland hanno aperto nuove dimensioni in quasi tutti i campi del sapere scientifico. Hanno fissato meridiani e paralleli, preparato mappe geografiche, studiato sessantamila piante di cui un decimo erano totalmente sconosciute, introdotto la fitogeografia, scoperto correnti marine e descritto fenomeni celesti, osservato eruzioni vulcaniche, terremoti e maremoti, sezionato rettili e uccelli, rinvenuto resti fossili, prodotto rilevazioni topografiche di siti archeologici, ecc. Hanno davvero rivoluzionato la conoscenza del loro tempo.

Sia prima del viaggio, ma soprattutto dopo, nel fecondo periodo parigino, troviamo Humboldt coinvolto, magari solo come coprotagonista o mentore, in tutte le esperienze scientifiche più significative che illuminano l’alba della chimica e della fisica moderne. Mi limito pertanto a indicare alcuni dei più importanti contributi scientifici originati dalla spedizione e successivamente rielaborati, ma soprattutto a sottolineare la loro rilevanza rispetto al mutamento ottocentesco della concezione della natura e del mondo.

Humboldt ha constatato e comprovato l´indebolimento del campo magnetico terrestre dai poli all´equatore. La sua tesi sulle “tempeste magnetiche” esposta al ritorno in Europa all’ambiente scientifico parigino, ha suscitato immediate controversie, ma i rilevamenti successivi l’hanno sostanzialmente confermata anche nel dettaglio. Ha fornito in pratica a Gauss i materiali di osservazione per determinare prima la misura assoluta del campo magnetico, e in seguito le variazioni del campo in base al tempo e ad altri fattori. Ha ricondotto insomma il magnetismo, che si prestava in precedenza (e per qualche tempo nell’ambiente idealistico tedesco si presterà ancora) a interpretazioni parascientifiche, nell’ambito dei fenomeni naturali.

Per quanto concerne la geologia ha sfruttato le dirette osservazioni dei vulcani del nuovo mondo, molti dei quali studiati in piena attività, per dimostrare che questi presentano normalmente stratificazioni lineari, che a occhio nudo coincidono con le divisioni del sottosuolo. Esaminando la struttura delle montagne, che costituiva per lui uno degli argomenti di maggior interesse, ha potuto quindi leggere la morfologia generale della terra. I ripetuti movimenti tellurici, anche particolarmente devastanti, di cui è stato testimone nel breve soggiorno americano gli hanno poi fornito un’ulteriore chiave di lettura.

I fenomeni geologici della superficie terrestre agiscono sulla nostra fantasia come racconti dei tempi passati. La loro forma è la loro storia.

Il suo progressivo convincimento dell’origine vulcanica delle rocce, che in precedenza erano considerate depositi sedimentari delle acque, ha archiviato definitivamente l’ipotesi del nettunismo.

Nel campo della biologia ha elaborato una serie di modelli metodici per studiare gli organismi e più in particolare le piante, non solo come oggetti in sé, ma anche in relazione alla temperatura, all’umidità, alla latitudine, all’altitudine e al loro modo di vivere, se isolati o in società. Lo ha guidato l’intuizione sopravvenuta durante le ascensioni del Pico de Teide e del Chimborazo, destinata a trasformarsi in vera e propria ipotesi scientifica. Il risultato è la costruzione di mappe illustrative della vegetazione altitudinale che indicano il variare delle specie vegetali con il variare del clima. Da queste mappe il naturalista tedesco ha sviluppato, al suo ritorno in Europa, l’idea della possibilità di interconnettere altitudine, latitudine e vegetazione, dando vita alla fitogeografia, ma ha poi allargato il campo, estendendo l’intuizione a tutti gli altri fattori meteorologici e climatici, e applicandola anche alla lettura della distribuzione antropica.

Isobare, isoterme, isocline, ecc., sono un’invenzione di Humboldt (compila il primo atlante tematico) finalizzata alla “leggibilità” del mondo e nel contempo sono anche una rete che il mondo lo ingabbia: al contrario di quanto avviene per meridiani e paralleli, che sono pure linee culturali, immaginate dall’uomo per una finalità pratica, qui abbiamo delle linee dettate all’uomo dalla natura. Queste linee riguardano a dire il vero non tanto la natura, quanto lo sguardo dell’uomo sulla natura, quello sguardo che si traduce scientificamente nella “Geografia”.

La geografia non è un’invenzione di Humboldt ma nell’accezione moderna nasce indubbiamente con lui. Da racconto rapsodico del mondo diventa «lo sguardo sul mondo dall’alto» e questo spiega anche la spinta a salire le montagne alimentata tra l’altro dall’eco dei recenti exploit di De Saussure sul Monte Bianco. Di lassù si colgono tutte le linee idrografiche e orografiche e l’assetto del territorio si disvela, ma si coglie anche la bellezza dello spettacolo: si combinano scienza ed estetica. Nella radice della parola Kosmos, quella che alla fine Humboldt ha scelto per compendiare la sua idea del mondo e della conoscenza umana del mondo, c’è un rinvio al senso arcaico di cosmesi, di “ornamento”: ci sono quindi una valenza quantitativa, quella del tutto, ed una qualitativa, quella della bellezza del tutto.

La geografia humboldtiana ha inoltre una terza valenza, quella politica: la conquista, sotto forma di conoscenza, degli spazi è strumento del crescere di una coscienza comune, dell’unificazione cosmopolita dell’umanità. Per Humboldt quindi la storia della contemplazione della natura e la storia della conquista del mondo sono un tutt’uno: sono la storia della civiltà.

Allo “sguardo dall’alto” non si perviene comunque attraverso la semplice “contemplazione” estetica: se vedo una linea devo anche saperla riconoscere. La contemplazione passa dunque attraverso e si concretizza nella osservazione: e per farlo deve avvalersi di strumenti che potenzino la sensibilità e di parametri che la uniformino. Come si è già visto, Humboldt è particolarmente attento alla strumentazione scientifica: la considera un prolungamento dei sensi, che gli consente di focalizzare l’attenzione sui fenomeni, ma anche e soprattutto di accedere attraverso i suoi vari corrispondenti a quanto non ha potuto vedere di persona. Richiede e raccoglie dati a tutti e su tutto. Sembra mosso da una compulsione a misurare, a comparare e a collezionare. Ma la sua non è semplice mania collezionistica: i fatti parziali sono sempre considerati nel loro rapporto col tutto, e perché siano comparabili è necessario che vengano rilevati con uno “sguardo” uniforme. Se tutti usano la stessa strumentazione, la stessa taratura, si potrà “misurare il mondo”, e questa misura non sarà solo matematica. Così come un mucchio di mattoni, disposti in un certo ordine, fanno una casa, una serie di dati, se interpretati, messi in relazione e interconnessi, danno una conoscenza, che a questo punto non è più quantitativa, ma qualitativa. Per questo sollecita un continuo perfezionamento delle strumentazioni, educa al loro uso i suoi emuli più giovani, propugna l’adozione di unità di misura universali.

Infine, altrettanto fondamentale è l’influsso sull’estetica del paesaggismo. Dai suoi viaggi Humboldt riporta, oltre alle mappe e alle carte, un grandissimo numero di disegni, soprattutto vedute, e a questi principalmente affida la divulgazione del nuovo modello interpretativo della natura. Ora, il disegno induce, anzi obbliga a una modalità di percezione estremamente soggettiva (lo fa anche la fotografia, certo, ma in maniera decisamente diversa): c’è quanto l’autore effettivamente vede (che dipende dalla sua educazione visiva e dalla sua naturale sensibilità), o sceglie di vedere (in base ai paradigmi di osservazione che ha adottato); quanto è in grado di tradurre nel disegno questa visione (e questo dipende dalla sua abilità tecnica); quanto infine riesce a trasmettere ai suoi lettori (e questo attiene alla sensibilità al gusto altrui).

La “veduta”, o “panorama”, passa con Humboldt, e fino ad un certo punto suo malgrado, dalla concezione “romantica” (e aristocratica) a quella “borghese” (e positivistica). “Panorama” sta a indicare tanto ciò che c’è, che sussiste, quanto ciò che noi ci vediamo. Significato e significante insieme. Ma c’è di più. Dallo sguardo di Humboldt, dall’“alto” delle sue cognizioni scientifiche, ciò che c’è viene necessariamente percepito nella sua manipolabilità. In fondo nasce alla scienza come geologo, o meglio ancora come ingegnere minerario. Non si limita a guardare, ma radiografa la realtà: ne conosce, o ne indovina, la composizione chimica, fisica, i principi biologici: non vede solo, “conosce”. E se si hanno in mano i principi, si ha anche la possibilità di agire su di essi.

Quest’ottica Humboldt la trasmette non solo nelle mappe tematiche o nelle rappresentazioni di spaccati orografici, ma anche nelle modalità della rappresentazione vedutistica. Il suo Kosmos (inteso sia come insieme dell’opera che come apparato illustrativo) mostra la natura come unità del paesaggio riferita alla posizione e allo sguardo dell’osservatore. Non ci presenta una natura da esposizione – quella ad esempio dei paesaggisti francesi del Settecento che rimane comunque scenografia immobile, sfondo per un movimento che è solo umano – ma un insieme colto nel suo pieno e selvaggio rigoglio e, soprattutto, nella sua immensità. La sua concezione della “veduta” prelude in qualche modo, anche se ancora è disciplinata dai limiti della finalità didascalica, alla pittura di Friedrich e a quella di Turner, ma negli esiti se ne discosta decisamente[21]. Mentre in Friedrich vengono materialmente raffigurati gli osservatori, sempre ripresi di spalle, a convogliare il nostro sguardo – e comunque in qualche modo protagonisti –, e in Turner ogni indizio di presenza umana scompare, risucchiato o schiacciato da un’unica indefinibile, indecifrabile e a malapena rappresentabile forza naturale, Humboldt liquida dal quadro l’uomo come agente, per farne uno “spettatore”. Vale a dire che la natura che descrive è la natura vista dall’uomo, nel tentativo di una comprensione che lo colloca come “superiore”. Cerca di introdurre un “punto di vista” scientifico, paragonabile a quello della prospettiva (anche se non necessariamente proiettato in avanti), o di realizzare un’“ottica dall’alto”, la cui metafora è il volo in mongolfiera, o l’ascensione alpinistica. Lo scopo è di mettere ordine in ciò che si vede, di ricomporlo in una “sintesi”, per cogliere l’armonia del tutto[22].

Il fatto di escludersi dal quadro ha a che fare con questo concetto. Una figura in movimento guasterebbe l’equilibrio del tutto (che non è immobile, ma che ha tempi di movimento lunghissimi, impercettibili all’umano). Gli stessi disegni di Humboldt e di Bonpland relegano le figure umane in un ruolo marginale e piccolissimo, ricordando molto la pittura paesaggistica cinese.

Attraverso una serie di mediazioni il paesaggio inizia quindi negli scritti e nelle rappresentazioni vedutistiche di Humboldt a trasformarsi da idea estetica in sapere scientifico. Il sapere poetico e pittorico si trasforma in questa maniera in scienza della natura, senza per questo perdere la sua funzione evocativa. Pur essendo un appassionato creatore e collezionista di mappe, di carte e di tavole tematiche, Humboldt si rende conto che l’astrazione simbolica della cartografia si limita a trasmettere un’informazione e non una “visione”. Consente solo uno sguardo “geometrico”, che permette triangolazioni, proiezioni, congiunzione di punti, schematizzazioni, ma nulla ci dice del brulicare di vita che caratterizza lo spazio reale. È necessaria pertanto, per accedere a una vera scienza della natura, una rappresentazione che possa mediare tra la concretezza apparentemente disordinata della natura stessa e la fredda astrazione cartografica, che commuova l’animo non nel senso romantico, ma in quello kantiano. «Il paesaggio è ciò che residua, ciò che resta fuori dalla logica cartografica, dalla riduzione del mondo a una tavola. Ecco perché il paesaggio presuppone un rilievo, un punto di vista elevato da cui guardare». (Franco Farinelli[23])

Al contrario dell’immagine cartografica, che ci dà degli oggetti una rappresentazione simbolica e separata, li distingue e li delimita, nel paesaggio non si danno limitazioni o confini: è un indistinto, nel quale gli oggetti convivono come avvolti in una leggera nebbia, che fa da collante per un’organica armonia. Il risultato pittorico cercato da Humboldt rimanda e prelude piuttosto a quello dell’“impressione” fotografica[24], quella ottenuta su lastra ai primordi della fotografia, che suppone tempi lunghi di posa, ricerca di condizioni di luce appropriate, distanze e angoli visuali obbligati. L’effetto è lo stesso: una patina leggera, immagini irrigidite, un po’ pietrificate dai tempi di esposizione: come se la ragione fosse finalmente riuscita a mettere ordine in una natura indisciplinata e a disporla per la foto di gruppo.

Il filosofo

Humboldt è, assieme a Goethe, l’ultimo intellettuale a tutto tondo (dai contemporanei era paragonato ad Aristotele) e già questo lo colloca fuori epoca. Il suo atteggiamento conoscitivo ha un equivalente da noi solo in Leopardi, fatta salva la diversità delle esperienze, e anche gli esiti di questa disposizione non sono poi molto dissimili. È un figlio postumo dell’Illuminismo (più specificamente dell’Enciclopedie), che si assenta dalla scena culturale europea per un tempo sufficiente a fargliela trovare completamente mutata, mentre lui è stato cresimato dal viaggio nella sua militanza razionalistica. Come Leopardi non è considerato dai suoi contemporanei (e nemmeno dai posteri) un filosofo, ma probabilmente a differenza del recanatese, non teneva molto a questa considerazione.

Quel che è singolare è che non viene percepito nemmeno come un vero e proprio scienziato (e questo magari gli spiaceva di più), perché va in controtendenza rispetto al nuovo statuto specialistico dello scienziato, alla divaricazione tra le due culture che si avvia nella prima metà dell’800. È acclamato piuttosto come un savant, anzi, come il più grande dei savants della sua epoca: il che già spiega in parte l’oblio nel quale è finito, perché esistono storie della scienza e storie della filosofia, ma non storie della “sapienza”. Tra l’altro il termine savant pone l’accento sul bagaglio dell’erudizione, ma non dice nulla di una attiva partecipazione all’accrescimento del sapere, che nel caso di Humboldt è invece indiscutibile. In realtà, visto a posteriori il suo enciclopedismo è tutt’altro che un limite: è quello che oggi viene propugnato quando si parla della necessità di saperi trasversali o interdisciplinari (come a dire che tutte le teorie cognitive odierne sono la riscoperta dell’acqua calda).

Forse è anche giusto non considerarlo un filosofo, nell’accezione “professionale” del termine, che gli andrebbe comunque stretta: ma va tenuto ben presente che questo non gli ha impedito di confrontarsi alla pari, e magari con qualche carta in più per quanto concerne la padronanza scientifica della materia, con le filosofie “naturalistiche” del suo tempo. Quello che gli è mancato per iscriversi nella confraternita è la riconduzione dei dati a sistema: ma, a parte il fatto che questo sistema, a ben guardare, lo si può desumere dall’insieme della sua opera, è proprio il fatto di non voler “sistematizzare” che gli consente di evitare il semplicismo di una filosofia della natura chimerica e sentimentale (paragonabile per molti versi a certo odierno fondamentalismo ecologico) e al tempo stesso di non cadere nel riduzionismo scientifico.

Humboldt vive la più romantica delle esperienze, conosce e frequenta gli esponenti più insigni del romanticismo tedesco, diventa lui stesso per molti giovani pronti all’avventura un modello di eroe romantico, ma non è un romantico. Non lo è perché non condivide la tensione drammatica tra la finitezza dell’esistere e l’infinitezza della natura che nutriva lo struggimento e lo sradicamento romantico (della Sehnsucht). Il fratello Wilhelm, un illuminista convertito al romanticismo, dice di lui che non “comprende” la natura, nel senso che ogni giorno fa in essa delle scoperte. In effetti, quella di Humboldt è una progressiva “conoscenza”, che in qualche modo lo allontana dalla possibile definitiva “comprensione”. Lui stesso afferma che la comprensione dell’unità della natura è un processo costantemente in fieri. «Siamo ben lontani dal capirla: possiamo soltanto affidarci ad analogie e indizi». Detto questo, ci dà sotto con l’osservazione e con lo studio. Se il problema è capire i meccanismi di funzionamento della natura, è solo questione di tempo e di buona volontà, senza dimenticare comunque che ogni vera conoscenza è sempre parziale e perfettibile: intanto c’è la soddisfazione, la meraviglia intrinseca ad ogni nuova scoperta. Se è invece “comprenderla” nel senso di riconoscere in essa il manifestarsi di qualcosa che la trascende, terreno o celeste che sia, allora è il problema a essere mal posto, e a risultare fuorviante.

Dal canto suo Humboldt si impegna a “conoscere” la natura, cominciando ad esempio con l’evidenziare quelle linee “naturali” di cui abbiamo già parlato, isobare, isoterme, ecc., che nulla hanno a che vedere con la reti artificiali stese dagli uomini sul mondo, i meridiani e i paralleli, o con quelle politiche. Attraverso esse traccia dei confini indefiniti (la bruma dei suoi “paesaggi”), “elastici” perché possono sempre essere spostati dall’azione della natura nel tempo, o da quella degli uomini, e all’interno dei quali comunque il margine di interazione di questi ultimi con la natura è molto ampio, e in questo modo aggira il problema. Perché fa esattamente, il contrario di quanto intendono fare i romantici e i filosofi dell’idealismo, che il confine vogliono definirlo, ma solo per tentare di superarlo.

Le consonanze con i romantici naturalmente non mancano. Condivide con Hölderlin la nostalgia per la perduta unità con la natura, ma ha anche chiaro che solo da quello strappo poteva nascere la consapevolezza che costituisce lo specifico umano: e da buon illuminista, dovendo scegliere, non ha dubbi sul preferire un rapporto mediato dalla conoscenza razionale. Anche con Novalis (peraltro, uno dei pochi che non conobbe personalmente) trova affinità, soprattutto nel progetto di una “enciclopedia romantica delle scienze”, dove possano combinarsi il criticismo kantiano con tutte le discipline scientifiche. Il problema è che per Novalis a monte di tutto sta un segreto dell’Universo che all’uomo rimane inaccessibile, e a Humboldt l’idea di segreti destinati a rimanere tali non piace, gli puzza di metafisica.

A dispetto della grande amicizia e della stima reciproca che lo lega a Goethe, non è nemmeno in linea con la concezione naturalistica di quest’ultimo, pur condividendone l’organicismo e l’idea di una morfologia universale. Quella di Goethe è una visione panteistica, per la quale nella natura e nell’uomo si manifesta Dio. Occorre quindi indagare l’intima produttività di matrice divina. Ma l’uomo, che è parte di questo tutto organico, non riesce a coglierne la totalità (perché guarda dall’interno). Goethe ricerca l’Urfhänomen, il fenomeno originario da cui discendono sia lo spirito che la materia, e proprio per questo, per la necessità di ricondurre il tutto ad una causa unitaria, rimane nettuniano sino alla fine. Non accetta l’idea che sia stata necessaria una “rivoluzione” vulcanica, preferisce pensare che ad agire in natura siano forze dolci. Humboldt le forze che modellano la superficie terrestre le ha viste in azione, e non gli hanno lasciato dubbi.

Più evidente è invece il debito con Schelling, soprattutto col secondo momento del pensiero di quest’ultimo. La filosofia della natura di Schelling indaga l’essenza dei fenomeni, recuperando l’ordo rerum, ordo idearum di Spinoza. Il mondo delle cose è in rapporto con un principio superiore alla casualità degli eventi. E fin qui, bene o male, Humboldt lo segue: anche lui ritiene che l’insieme sia superiore al semplice accumulo delle parti. Ma quando si arriva a parlare di una “logica intelligente” nell’attività produttiva della natura (la versione originale dell’odierno “disegno intelligente”) comincia a frenare. In sostanza, Humboldt si tiene prudentemente lontano dalle idealistiche “filosofie della natura”. Liquida le ardite speculazioni dei suoi contemporanei come «saturnali di un sapere puramente ideale della natura», e il riferimento è soprattutto a Fichte, e più ancora a Hegel, che letteralmente detesta.

Non è questione […] di ridurre l’insieme dei fenomeni sensibili a un piccolo numero di principi astratti, aventi la loro base nella sola ragione. La fisica del mondo, come io intendo esporla, non ha la pretesa di elevarsi alle pericolose astrazioni di una scienza puramente razionale della natura; è una geografia fisica unita alla descrizione degli spazi celesti e dei corpi che riempiono questi spazi. Estraneo alle profondità della filosofia puramente speculativa, il mio saggio sul Kosmos è la contemplazione dell’universo, fondata su un ragionato empirismo, vale a dire sull’insieme dei fatti registrati dalla scienza, e sottomesso alle operazioni dell’intelletto che compara e combina […] Lo scopo ultimo delle scienze sperimentali è quello di risalire all’esistenza di leggi, e di generalizzarle progressivamente. Tutto ciò che va al di là non rientra nel dominio della fisica del mondo, e appartiene a un genere di speculazione più elevata[25].

Per sé rivendica un ruolo di manovalanza sperimentale, che gli consente di rimanere coi piedi per terra, ma soprattutto di poggiarli sulla concretezza dei fatti. «Io non mi avventuro in una sfera nella quale non saprei muovermi in libertà».

Ma a questo punto, stanti tutti i distinguo che ne fanno un isolato nella cultura romantica, cos’è in sostanza la natura per Humboldt? Dalle premesse metodologiche, sulle quali mi sono sin troppo dilungato, discende una visione olistica della natura (o viceversa). La natura è per Humboldt un complesso dinamico e unitario, all’interno del quale i fenomeni presentano caratteri coerenti e relazioni comuni, e sono regolati da leggi fisiche valide universalmente, qualunque sia la zona in cui si manifestano. Si tratta di una posizione organicista, la quale presume che l’organismo possieda dei requisiti e delle peculiarità che derivano dall’integrazione, e non solo dall’aggregazione delle singole componenti. In altre parole, nella sua interezza va visto come qualche cosa di diverso e di più della somma delle parti. L’ordine naturale viene così a somigliare a un organismo complesso, simile al corpo umano, all’interno del quale ogni elemento può essere compreso solo in quanto partecipe e dipendente dal tutto. È l’idea dell’esistenza di un equilibrio generale della natura che trascende il gioco delle singole forze, senza tirare in ballo entità superiori.

Humboldt è il primo esploratore a immergersi con una esplicita finalità scientifica in un ambiente – quello tropicale – che fino alla sua epoca era rimasto sotto questo profilo totalmente sconosciuto, e che brulicava di forme di vita del tutto ignote alla botanica e alla zoologia. L’incontro con una natura così stupefacentemente diversa da quella europea lo porta a svellere il cardine sul quale da secoli erano impiantate tutte le concezioni e le visioni naturalistiche: il finalismo, ossia la convinzione che la natura sia stata creata per l’uomo, per i suoi scopi e per essere da lui utilizzata. Al finalismo erano rimasti ancorati i maggiori naturalisti dell’epoca, compresi Buffon e Joseph Banks, cui abbiamo accennato più sopra. Humboldt dimostra l’inconsistenza della vecchia dottrina e mette a nudo la sua inadeguatezza per la comprensione del mondo e dei suoi fenomeni. Il finalismo è, a suo parere, uno strumento riduttivo, perché gli scopi umani non possono erigersi a guida per la comprensione dei fini della natura. La concezione finalistico-utilitaristica, in altri termini, non penetra le leggi naturali. Non svela le connessioni e gli intimi rapporti tra i fenomeni, ma riduce il mondo a un utensile gigantesco. L’ambiente, egli scopre invece, non è un mezzo passivo per la vita, ma un insieme attivo grazie al quale essa è possibile. Molti organismi vivono, hanno vissuto e hanno cessato di vivere, eppure non sono mai stati conosciuti dall’uomo, né sono mai stati da lui utilizzati: milioni e milioni di esseri animati esistono completamente indifferenti agli interessi, agli obiettivi e ai destini degli uomini.

L’illuminazione di Humboldt non nasce da una particolare sensibilità per l’ambiente tropicale, anzi il turgore eccessivo della natura se da un lato in un primo momento lo eccita, diventa poi un elemento di disturbo, quasi lo infastidisce[26]. Per quanto lo concerne, ama botanizzare persino nel giardino zoologico di Berlino e scoprire cose nuove dove la “cultura” umana parrebbe non aver lasciato spazio alla natura. Questo gli dà anzi maggior conferma della forza della natura stessa. Oltretutto, la foresta lussureggiante cela quello che a lui interessa di più, quello che sta sotto (in fondo è un ingegnere minerario). A volte sembra leggere il paesaggio ai raggi X, cogliendo le vene minerali che lo percorrono. Ma è l’idea di tanta ricchezza “inutile” dal punto di vista umano, all’epoca non sfruttata e non sfruttabile, a imporsi.

Il problema di Humboldt sta proprio nell’impostazione dello sguardo, che mira a cogliere l’unità nella diversità “fermando” le impressioni, e gli impedisce poi di fare il passo decisivo. Forse è l’accumulo di impressioni ricavate dal viaggio sudamericano, la varietà dei panorami incontrati, a non consentirgli il colpo di genio, a non farlo attingere a quel principio unificatore razionale che sarà identificato da Darwin nell’evoluzionismo. Humboldt ha girato il continente sudamericano in lungo e in largo, ma gli è mancato lo spazio ristretto delle Galapagos, dove l’unità è palese, la variazione è minima e al tempo stesso indiscutibile ed evidente, e il processo si rivela in tutta la sua chiarezza. Il fatto è che Humboldt si propone di rintracciare l’unità nella diversità e l’armonia tra cose dissimili, Darwin parte dall’unità per spiegare la diversità. Il primo è uno di quegli spiriti irrequieti che vogliono mettere a posto tutto, il secondo uno di quelli quieti, che invece mettono disordine. La differenza sta dunque nell’atteggiamento col quale si rapportano alla natura che vanno indagando. Humboldt vuole arrivare a un quadro completo del mondo, vuole pervenire a una prospettiva totale, dall’alto, come appunto dalla cima di una montagna o da una mongolfiera, il che consente di vedere l’insieme, ma non ciò che si muove. Darwin, al contrario, procede per induzione, coglie la natura dal basso, attraverso i particolari e nelle sue trasformazioni. Potremmo definirle una visione geografica e una visione storica del mondo.

Su questo passo mancato pesa quindi una resistenza di fondo, che definirei in parte ambientale, legata cioè tanto all’imprinting illuministico quanto all’arretratezza dell’ambiente universitario tedesco nel quale si è formato, in parte caratteriale. L’evoluzionismo offre un modello superbo di spiegazione, ma non certo un modello di spiegazione “ordinata”. Questa fa sì, ad esempio, che pur avendo maturata una coscienza della profondità dei tempi, quella necessaria a produrre la conformazione geologica terrestre, Humboldt non abbia poi il coraggio di trarne sino in fondo le conseguenze: anche se il fatto stesso di raccontare il Kosmos procedendo dalla formazione (e non dalla creazione) dell’universo sino alla presenza dell’uomo è l’inconsapevole anticipazione di un modello attualissimo, evoluzionistico, di storia dell’uomo.

Allo stesso modo, quando cerca le tracce dell’attività dell’uomo sulla natura non può evitare di constatare quanto la natura agisca “direttamente”, prima e al di là dell’“impressione” e delle sue conseguenze culturali, sull’uomo. Il suo contatto col mondo semiprimitivo delle regioni equatoriali, lo porta a constatare che l’uomo originario, lungi dallo stereotipo tanto illuministico quanto romantico del “buon selvaggio”, è più vicino al mondo animale che a quello del diritto naturale. Questo implica che la struttura di fondo dei comportamenti umani sia determinata non solo e non tanto dalla natura esterna, ma da quella interna. Ma senza la mediazione evoluzionistica un simile determinismo è inaccettabile, non spiega nulla della coscienza, della cultura, della storia: non ci sarà un “disegno intelligente”, ma l’intelligenza, beh, quella è l’unico dio al quale Humboldt si sente di sacrificare.

L’unità che cerco di rintracciare nello sviluppo dei grandi fenomeni dell’universo è quella che offrono le composizioni storiche. Io credo che la descrizione dell’universo e la storia degli uomini siano situati allo stesso grado di empirismo: ma sottomettendo i fenomeni fisici e gli avvenimenti al lavoro del pensiero, e risalendo attraverso il ragionamento alle cause, ci si addentra sempre più in quell’antica credenza che le forze inerenti la materia e quelle che governano il mondo morale esercitano la loro pressione sotto l’imperativo di una forza primordiale, e secondo movimenti che si rinnovano periodicamente, anche se ad intervalli ineguali. Sono questa necessità delle cose, questo incatenamento occulto, ma permanente, questo ritorno periodico nello sviluppo progressivo delle forme, dei fenomeni e degli avvenimenti, a costituire la natura, che obbedisce ad un primo impulso dato[27].

Rimane il rifiuto ogni concezione teleologica, tanto di quella implicita nella filosofia della storia di Hegel che di quella su cui si fonda la filosofia della natura di Schelling. E anche di quella più “laica” e generica del progresso. Per quanto concerne la continuità del Progresso, infatti, anche se tutto sembra confermarla, non esiste nessuna necessità, nessuna ineluttabilità. Il progresso è legato alla conoscenza e alla volontà umana, quindi è passibile in ogni momento di arresti o addirittura di inversioni di tendenza. La sua idea di progresso riguarda comunque il sapere, non la tecnica. La tecnica che gli interessa è quella al servizio della difesa della vita, della sicurezza, o della ricerca scientifica (lo strumentario di osservazione e rilevazione).

Dopo tutto quel che si è detto è evidente che Humboldt non ha un gran rapporto con Dio. Il solito Wilhelm scrive, in una lettera alla moglie: «Circa la religione, non si vede né che ne abbia una né che gli manchi». E aggiunge: «La sua testa e la sua sensibilità non sembrano arrivare al confine in cui ciò – l’esistenza di Dio – viene deciso». La verità è che a quel confine Alexander non vuole proprio arrivarci, semplicemente non gli interessa. Per lui non ci sono né un Dio né una volontà intrinseca al mondo, o se ci sono costituiscono comunque l’oggetto di un’altra indagine. È un agnostico che, al solito, viene tacciato di essere ateo. Il suo problema non è Dio ma semmai tutta l’accozzaglia di religiosi (lui la chiama la pretaille), cattolici, luterani o calvinisti che siano, che se ne fanno scudo per schiavizzare in vari modi i loro simili.

È probabile che quando pensa a Dio gli torni in mente la madre, calvinista piuttosto bigotta e fredda, e quindi a giusta ragione ne diffida.

E infine, che parte ha l’uomo in questo quadro armonico dell’ordine naturale? L’uomo come abbiamo visto è sottoposto alle leggi della natura, ma agisce a sua volta su di esse attraverso l’evoluzione della sua cultura e della sua storia. Per Humboldt non c’è nulla di innaturale in questa “retroazione”, che si esplica da un lato nella domesticazione di piante e animali, nella produzione agricola, mineraria e artigiana e nel commercio, dall’altro, e di conseguenza, nelle istituzioni politiche, economiche e sociali. Innaturale è solo il distorcimento di queste attività, quando siano finalizzate allo sfruttamento, alla discriminazione o alla soggezione. È una concezione che potrebbe apparire semplicistica, e invece è solo semplice, e permette di stabilire pochi punti fermi da difendere con coerenza. Gli uomini sono tutti uguali, la libertà (di pensiero e di parola, ma anche di commercio e di iniziativa economica) è il loro bene più prezioso e la democrazia è l’istituzione che meglio lo garantisce, per cui ogni forma di assolutismo e di oppressione va combattuta. Nulla di originale, come si può vedere, non fosse che sono idee propugnate da uno junker prussiano, parente di Von Bulov e amico prima di Metternich e poi di Bismark, espresse alla corte prussiana e difese tanto attraverso gli scritti che con l’impegno diretto, in innumerevoli battaglie condotte contro le discriminazioni nei confronti delle donne e degli ebrei, e contro la schiavitù.

Questo significa che Humboldt nutre nell’animale uomo e nelle sue scelte future una fiducia incondizionata? Non esattamente, crederlo sarebbe fare un torto alla sua intelligenza. Lui stesso dice di essere stato un tempo affascinato dalle teorie di Condorcet, ma di essersi liberato presto di questo fascino. No, la sua fiducia la ripone nella natura. Sarà la forza spontanea di questa a ristabilire gli equilibri, laddove già siano o vengano ulteriormente turbati. Agirà dall’interno dell’uomo, spingendolo ad armonizzare il quadro sociale, ma anche dall’esterno, per salvaguardare l’ordine pur nel pulsare della diversità.

Non sarà un filosofo particolarmente profondo, ma è senz’altro il vero padre dell’ecologia.

L’uomo

Dopo più di trent’anni sto finalmente saldando, sia pure in minima parte, il debito contratto già alla prima lettura, anzi, alla prima menzione di Alexander von Humboldt. L’ho fatto con notevole ritardo, in un momento in cui la riscoperta del personaggio, consacrata dalla riedizione delle opere a cura di Enzensberger, dalle biografie che cominciano a essere tradotte o scritte anche in italiano, e da una mostra che ha circolato qui da noi, seppure in sordina, nel 2009, rendono superfluo, ai fini della conoscenza, il mio lavoro. Ma superfluo non è affatto per me, che conservo l’orgoglio fanciullesco di aver praticato il grande scienziato tedesco quando ancora era un perfetto sconosciuto, sia pure illustre.

Ho scoperto Humboldt come alpinista (le vie della conoscenza sono davvero infinite!), e questa scoperta l’ho già raccontata altrove.

Leggo di un tizio che alla fine del ‘700, nel corso di una traversata verso l’America fa tappa per tre o quattro giorni alle Canarie, vede il Pic de Tenerife, che non è esattamente una collina, sono tremila settecento e passa metri, e decide di andare a dare un’occhiata di lassù. Così com’è, prende su e sale e scende in un giorno e mezzo: e quando poi lo racconta nel suo diario dice che ha misurato il cratere sommitale e analizzato i gas, e che si, in effetti tirava un po’ di vento e faceva freddino. L’ho capito subito che era il mio uomo. Quel viaggio in America doveva rivelarsi un’avventura scientifico-esplorativa entusiasmante, durata cinque anni, nel corso dei quali Humboldt ha girato a piedi, a dorso di mulo o in barca mezzo continente sudamericano, ha fatto rilevamenti mineralogici, botanici, meteorologici, topografici, tutto quel che era possibile fare con le strumentazioni dell’epoca, ha salito il Chimborazo, arrivando a 5900 metri, la massima altitudine raggiunta da un uomo ai suoi tempi e per quasi tutto il secolo successivo, ha studiato e criticato i sistemi economici, politici e sociali delle colonie spagnole. Dopo il suo ritorno ha vissuto ancora sessant’anni, facendo altri viaggi, riorganizzando la cultura tedesca, teorizzando un rapporto con la natura, di conoscenza e conseguentemente di rispetto, che ne fa il primo genuino ecologista in assoluto[28].

Da allora non ho più smesso di seguirne le tracce, di cercarlo o di trovarlo per caso coinvolto in tutto ciò che mi andava progressivamente appassionando. È diventato quasi un gioco chiedermi: Avrà detto o scritto qualcosa in proposito? Un gioco ricco di soddisfazioni, perché la risposta è quasi sempre positiva.

Humboldt è una di quelle persone che rimpiangi di non aver potuto conoscere, e che anzi, rimpiangi e basta, perché hai l’impressione non ne nascano più. Con tutte le sue qualità e con tutti i suoi difetti. Il ritratto ironico, e persino caricaturale, che ne fa Daniel Kehlmann ne La misura del mondo [29] non dovrebbe essere molto lontano dal vero. Ne viene fuori un rompiscatole un po’ saccente, che mette il becco in tutto ed è perennemente affaccendato. Ma mentre leggevo il romanzo e mi dicevo che in fondo era proprio quello l’Humboldt che avevo imparato a conoscere da anni, attraverso gli scritti suoi e quelli su di lui, capivo anche che i suoi difetti erano diventati per me un motivo in più di simpatia.

Credo che la ragione della mia simpatia per quest’uomo, che evidentemente va molto al di là di un interesse storico o scientifico, stia nella sua genuinità. Humboldt non sa (e non vuole) nascondere nulla. Non si impone di essere trasparente, lo è e non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che potrebbe essere diverso. È vanesio come un bambino, gli piacciono le onorificenze, vuole la gloria, ma prima di tutto vuole sinceramente conoscere, capire. È logorroico, interviene in ogni discussione, ma solo perché ha davvero sempre qualcosa da dire. Parla molto, ma è anche capace di ascoltare. Ha delle idee e delle certezze, e vuole proporle, ma soprattutto confrontarle, ed è disposto a metterle in dubbio, e quando è il caso, a cambiarle. Parte per il viaggio in Sudamerica convinto nettuniano, ne torna quasi vulcanista (ma anche Darwin parte fissista, e torna evoluzionista: l’importanza del viaggio!).

Non deroga comunque sui principi. È stato ritratto talvolta come persona fredda, capace di rapportarsi agli altri (e alla natura stessa) solo con la testa. Io sono di tutt’altro parere, e ho a disposizione fior di aneddoti a conferma della mia opinione[30]; ma se anche così fosse, la capacità di dominare le emozioni non è forse un pregio, e non è forse la condizione che consente una reale coerenza coi propri principi per tutta una vita? Humboldt attraversa varie stagioni del pensiero, da quella illuministica a quella romantica, fino a quella positivistica, e non si lascia mai condizionare. È attento e sensibile a ogni concreta novità, a ogni avanzamento nel campo della conoscenza scientifica, ma non si accoda ad alcuna corrente. Le correnti, semmai, le scopre.

Mi piace perché sa quello che vuole, senza per questo risultare spocchiosamente monolitico. Sa anche molto bene quello che non vuole, e lo dice chiaramente. Si propone degli obiettivi concreti e, per quanto impegnativi, possibili, così da non avere alibi qualora non dovesse raggiungerli. Infatti, li raggiunge sempre. È ossessionato dalla puntualità, la sente come un dovere, una forma di rispetto nei confronti degli altri, ma soprattutto nei confronti del proprio tempo. Non si sente autorizzato a perderlo, fuori ci sono un sacco di cose che aspettano di essere fatte o investigate[31].

Mi piace anche perché è un personaggio scomodo suo malgrado. Per questo prima parlavo di genuinità. Non ci tiene affatto a essere scomodo, anzi. Pensa, dice e fa quello che gli sembra più giusto e più naturale per il bene di chi gli sta attorno e dell’umanità tutta; ma in questo modo attraversa la sua epoca, e le diverse società che la caratterizzano, un po’ a mezz’aria, in costante asincrono.

Intanto è profondamente onesto e leale, in un ambiente nel quale la concorrenza, le gelosie e le rivalità sono sempre più spietate[32]. Anche dopo che Bonpland si è chiamato fuori dal lavoro editoriale, tornandosene in America, pubblica tutto il materiale scientifico della spedizione a nome di entrambi. Questo a dispetto di un’indubbia tendenza al protagonismo, quella che giustifica la sua fanciullesca gioia per i riconoscimenti ufficiali, le medaglie, ecc. Oltretutto lo fa a proprie spese, dilapidando in pratica tutto il patrimonio ricevuto alla morte della madre. Allo stesso modo attribuisce senza alcun problema ai suoi amici o corrispondenti la paternità di idee, di esperienze e di scoperte che magari aveva contribuito a far nascere o aveva lui stesso suggerito[33].

È sincero. Quando nel 1804 conosce Simon Bolivar, che gli chiede un parere sulla situazione sudamericana, risponde che le condizioni per una rivoluzione ci sono, ma manca un leader, e non ne vede nessuno all’orizzonte. Vent’anni dopo riconoscerà onestamente di non aver saputo riconoscere la grandezza di quell’uomo, ma ribadirà anche che, a dispetto degli entusiasmi di chi li aveva fatti incontrare, era ciò che pensava.

In patria viene definito un Hofdemokrat, un democratico di corte, quello che oggi sarebbe un radical chic o un “garantito”. Ma la sua fede democratica non è per niente un atteggiamento alla moda. La sposa a vent’anni, quando incontra la Rivoluzione francese, e non la abbandonerà sino a novanta. Col passare del tempo appare sempre più disorientato e deluso, a mano a mano che vede cadere gli ideali che hanno riscaldato l’ultimo decennio del Settecento: ma non arretra di un passo nelle sue convinzioni.

Piuttosto, come il suo contemporaneo Tocqueville, Humboldt non è propriamente un democratico: è prima di tutto un libertario. Quello che non sopporta è lo schiavismo, la privazione della libertà e prima ancora la negazione della dignità dell’uomo. La società americana gli piace perché sono tutti (o quasi: e questo lo stigmatizza, nelle lettere a Jefferson) liberi, non perché tutti possono partecipare al potere. Pur nella sua ingenuità non è così naif da credere nella democrazia totale. Vuole condizioni di partenza, almeno su un certo piano, uguali per tutti, quindi uguaglianza di fronte alla legge, istruzione diffusa in tutte le classi sociali, tolleranza estesa tra gli individui e tra i popoli. Da buon illuminista è ottimista sul fatto che gli uomini, una volta davvero liberi, saranno capaci di rapportarsi gli uni agli altri in maniera intelligente. Ma sono gli individui a interessarlo, non il demos. E anche questo, con qualche riserva sull’intelligenza degli uomini, mi trova perfettamente in sintonia.

La mia simpatia ha infine a che fare anche con la sua presunta omosessualità: o meglio, col modo in cui la gestisce. Premesso che di per sé non mi importa un accidente delle inclinazioni sessuali di chicchessia, voglio parlarne proprio perché oggi c’è una forma di rivendicazione dell’omosessualità che riesce disturbante, per quanto è urlata e mediaticamente esposta. Humboldt su questo tema è estremamente riservato, com’è giusto, e ciò non contraddice per niente la trasparenza cui accennavo prima. Semplicemente, ritiene siano un po’ fatti suoi, o più semplicemente ancora non è del tutto consapevole della sua “diversità”. Non si tratta di una rimozione o di un tentativo di mascheramento. Potrebbe essere considerata piuttosto una sublimazione.

Il fatto è che Humboldt è cresciuto nel culto classico dell’amicizia virile, magari in una moderna versione teutonica, di quel tipo cioè di rapporto che si instaura nelle situazioni “di frontiera” (pensate a Willer, Carson e Tiger), che ha caratterizzato tutta l’epica antica e che continua a caratterizzare quella moderna, soprattutto quella cinematografica. Lui la frontiera la cerca sempre, nei viaggi, negli studi, ci si trova a proprio agio e ne condivide con entusiasmo lo spirito di cameratismo. Non so quali limiti possa toccare l’investimento affettivo di Humboldt in questi sodalizi, ma so per certo che l’amicizia è il primo in assoluto nella scala dei suoi valori etici. Per lui l’amicizia è sacra e comporta quello stato del rapporto nel quale non si ha alcun ritegno a chiedere, perché si ha la consapevolezza di essere pronti a dare a nostra volta. Con Bonpland, che pure lo ha mollato nel bel mezzo della redazione del Voyage, rimane in contatto per tutta la vita e si adopera con tutte le forze per ottenerne la liberazione nel periodo in cui l’amico viene “sequestrato” per anni da un dittatore paraguaiano. Alla morte di Arago, pur avendo ormai superato da un pezzo gli ottant’anni ed essendo oberato dal lavoro per portare a termine il Kosmos, si sobbarca la prefazione all’edizione completa delle opere, dicendo «Era un amico, glielo devo».

Anche nei rapporti a più bassa intensità conserva la stima di tutti quelli che ha conosciuto, al di là di ogni possibile divergenza di opinione politica o scientifica, perché si rapporta con loro sulla base di una completa franchezza e onestà. Metternich, che da giovane ha condiviso con lui addirittura la camera a Gottinga ai tempi dell’università, ma che certamente era agli antipodi per quel che riguarda le idealità, gli scrive poco prima di morire:

Mio caro barone, il mondo è in una situazione molto pericolosa. Il corpo sociale è in fermento: mi fareste un gran favore se poteste spiegarmi di che tipo è questa fermentazione, se spiritosa, acida o putrida. Ho paura che il verdetto volga verso l’ultima di queste tipologie.

 

Cerca la risposta, o l’approvazione, dell’uomo e dell’amico, non certo quella dello scienziato o dell’opinionista politico. Persino Bismarck, che rappresenta tutto ciò che Humboldt ha maggiormente in odio, che lo giudica un vecchio rompiscatole e che stenta a digerirne l’ostinazione democratica, non può fare a meno di provare per lui simpatia e di affermare: «Credo di potermi onorare della sua amicizia».

Questo è ciò che per certo conosciamo delle attitudini affettive di Humboldt: il resto è pettegolezzo psicanalitico. Come Epicuro, considera l’amicizia il bene immortale che fa vivere un uomo come un dio tra gli uomini, e in essa convoglia ed esprime tutto ciò che attiene alla sfera dei sentimenti. Non possiamo che condividere, invidiarlo, e magari cercare di imitarlo.

Questa sua indole, naturalmente, non lo sottrae alla maldicenza e alla malevolenza. Semmai ve lo espone ancora di più. Par di sentire i commenti, negli austeri circoli berlinesi: «Quell’Humboldt, uno scapestrato. E pensare che suo fratello …».

Già, il fratello. Mi riesce facile immaginare il rapporto con quel fratello sempre un po’ “più”: filosofo principe del linguaggio nel paese di Herder, brillante diplomatico e burocrate zelante, sposo e suddito perfetto e fedele, legato alla famiglia, alla patria e al sovrano, sempre preoccupato per le “intemperanze” del suo congiunto. Che dice di Alexander:

Io lo amo infinitamente per la straordinaria bontà del suo cuore e del suo carattere, e per l’estremo attaccamento che ha nei miei confronti […] – ma – Vedrete anche i suoi difetti, che sono in parte la conseguenza, ma anche la fonte di alcune delle sue migliori qualità; ma per esperienza personale so che li perdonerete […].

Che si prodiga per far riammettere nei ranghi di corte, alla caduta di Napoleone, quel “giacobino francese” che i conservatori volevano fosse esiliato, ma che si sente molto più tranquillo quando è lontano, magari con un oceano di mezzo, e che si affanna, a dire il vero senza troppa convinzione, a giustificarne i comportamenti eterodossi anche agli occhi della moglie.

Temo che in questo rapporto l’amicizia abbia davvero poco spazio. C’è affetto, senz’altro: ma manca l’elemento chiave, la reciprocità della stima. E questo, il timore costante di dispiacere al fratello, di danneggiarlo in qualche modo, nel momento stesso in cui è stimolato a emularne per altra via la fama e il successo, è forse l’unico vero condizionamento che guasta a lungo la serenità di Alexander.

Potrei chiudere qui. Avrete capito, a questo punto, il perché della mia infatuazione per Humboldt: ma non vi nascondo che all’origine c’è anche l’ammirazione per quella che Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly ha definito «una tempra di finissimo acciaio».

Io l’ho descritta così: «Humboldt ha viaggiato per quattro anni in zone paludose, infestate di zanzare, di insetti e parassiti di ogni tipo, di sanguisughe e serpenti, ha traversato tutta la fascia equatoriale sudamericana, è salito sulle Ande, ha mangiato e bevuto quello che il convento passava, e non è mai stato male, non si è messo in mutua un solo giorno. Non ha lamentato un raffreddore, un mal di schiena, un’infezione, niente: una salute di ferro, a qualsiasi latitudine e altitudine. Il suo compagno, il pittore Bompland, che era un essere umano, e ogni tanto si ammalava, deve averlo anche odiato: quando si ritrovava talmente spossato da aver bisogno di qualche giorno o settimana di pausa l’altro ne approfittava per battere un po’ la zona e andare a cacciare il naso su qualche monte o nelle foreste o lagune circostanti. Indistruttibile, un caterpillar.

Ma tutto questo non era solo frutto di una condizione fisica strepitosa, era anche il risultato di una determinazione e di un entusiasmo incredibili: Humboldt aveva sempre troppo da fare per ammalarsi, lo aspettavano ogni giorno nuove misurazioni, scoperte, problemi geografici, incontri ecc… E quell’entusiasmo della conoscenza lo ritrovi nelle sue relazioni: fa le cose più incredibili, come quando sale sul Chimborazo, sta compiendo un’impresa sportiva eccezionale, e desiste a un centinaio di metri dalla vetta solo perché gli altri, le guide locali per prime, sono distrutti e congelati, e rifiutano di proseguire di fronte all’ennesimo crepaccio, e racconta il tutto in otto righe commentando: “Peccato, ci tenevo a misurare lassù la pressione dell’aria!»[34].

Alla faccia dell’understatement! Spero anche che adesso vi sia chiaro come mai, a dispetto dei successi, dei riconoscimenti, della stima e della fama che gli erano stati tributati da una parte e più ancora dall’altra dell’oceano, prima che il suo secolo arrivi a chiudersi Alexander è già stato rimosso dal pantheon della cultura germanica e in quello successivo scompare anche dalle enciclopedie.

È, come ho già detto, un personaggio fuori tempo; ma non di quelli che sono in anticipo o in ritardo sulla loro epoca; è proprio fuori dal tempo, nel senso che non c’è mai entrato del tutto.

È un illuminista nel paese che sta facendo del romanticismo la sua bandiera culturale. È un democratico nella Germania che si avvia a essere prussiana e poi nazista. È un cosmopolita nell’Europa dei nascenti nazionalismi. È un omosessuale nel secolo della restaurazione religiosa e dell’omofobia vittoriana. È un antirazzista, in un mondo che cerca giustificazioni biologiche al dominio occidentale. È un amico degli ebrei, mentre si afferma, a destra e a sinistra, un antisemitismo sempre più esacerbato. Basterebbe molto meno, in Germania o in qualsiasi altra parte del mondo, ma questi ingredienti creano un cocktail veramente micidiale, assolutamente indigeribile, allora e forse anche oggi. Spero solo che non lo sia diventato anche per voi. Per me, io ho finito.

Vorrei però accomiatarmi con un paio di consigli.

Primo. Trovatevi il vostro Humboldt. Una figura o un’idealità cui fare costante riferimento, un interesse che possa accompagnarvi per tutta la vita. Se è quello giusto non rischierà di tradursi in una monomania, ma vi aprirà le porte per viaggi e scoperte in tutte le direzioni.

Secondo. Adesso andate a cercarvi una biografia seria di Humboldt, quella di Beck se conoscete il tedesco, quella di Minguet se capite il francese, o quella di Focher se volete faticare meno, e imparate davvero a conoscerlo. Ne vale la pena.

Bibliografia minima[35]

Opere di Alexander Von Humboldt

Viaggio alle regioni equinoziali del nuovo continente (ant.), Quodlibet, 2014
Viaggio alle regioni equinoziali del nuovo continente, Fratelli Palombi, 1986
Die Reise nach Sudamerika, Lamuv, Göttingen, 1994
Voyage dans l’Amérique équinoxiale, La Découverte, Paris, 1993
Abenteuer eines Weltreisenden, Prisma, Wien, 1980
Cosmos, Utz, Paris, 2000
Kosmos (Zweiter band), J. G. Cotta’fcher, Stuttgard, 1847
Kosmos. Ed. Magnus Enzensberger – Die Andere Bibliothek, 2004
Cosmos – Essai d’une description physique du monde, Tip. Carlo Turati, Milano 1846
L’amerique espagnole en 1800, Calman-Levy , Paris, 1990
Saggio politico sul regno della Nuova Spagna, Edipuglia, 1992
Ensayo polìtico sobre la isla de Cuba, Fund. F. Ortiz, L’Habana, 1998
Aus Mèinem Leben, C. H. Beck Verlag , Munchen, 1987
Uber das Universum, Insel Verlag, Frankfurt, 1995
Quadri della natura, La Nuova Italia, Firenze, 1998
L’invenzione del Nuovo Mondo (Saggio critico sulla storia della geografia del nuovo continente), La Nuova Italia, Firenze, 1992
Reise durchs Baltikum nach Russland und Sibirien, Erdman, Stuttgard, 1983
Ansichten der natur, Reclam, Stuttgard, 1969
A.v. Humboldt – Aimé Bonpland – Correspoondance, L’harmattan, Paris, 2005

Opere su Alexander von Humboldt

BLUMBERG, Hans, La leggibilità del mondo, Il Mulino, 1984
DUVIOLS, Jean Paul, MINGUET, Charles – Humboldt, savant-citoyen du monde, Gallimard, Parigi, 1994
FARINELLI, Franco, L’invenzione della terra, Sellerio, 2007
FOCHER, Federico, Alexander von Humboldt. Schizzo biografico dal vivo, IL PRATO, Padova, 2009
GASCAR , Pierre, Humboldt l’explorateur, Gallimard, Parigi, 1985
HOSSARD, Nicolas, Aimé Bompland, médicin, naturaliste, explorateur en Amérique du Sud, L’Harmattan, Parigi, 2001
KEHLMAN, Daniel, La misura del Mondo, Feltrinelli, 2005
KRATZ, Otto, Alexander Von Humboldt, Callwey, Munchen, 2000
MINGUET, Charles, Alexander von Humboldt,  Maspero, Parigi, 1969
QUAINI, Massimo, La mongolfiera di Humboldt, Diabasis, 2002
VON HAGEN, Victor, Scienziati-esploratori alla scoperta del Sudamerica, Rizzoli, 1986

I doni di Humboldt

(postfazione 2018)

Come ho già ricordato nel testo[36], ho “scoperto” Alexander von Humboldt mezzo secolo fa. Sarà infantile rivendicare questa “priorità”, ma davvero ci tengo, per motivi sentimentali e non per millantare meriti che non avrebbero senso[37]. Me lo ha fatto incontrare una passione sportiva: prima che come naturalista, geografo o filosofo ho conosciuto infatti Humboldt come alpinista. Se una qualche continuità culturale c’era, era con la storia delle esplorazioni di Lewis e Clarke che mi aveva affascinato da ragazzino al cinema, con le avventure raccontate nei romanzi di Verne che avevano infiammato la mia adolescenza e con le imprese di Wymper che mi stavano segnando la giovinezza.

Proprio in un vecchio libro di Verne compariva un breve accenno all’ascensione al Chimborazo. È stato sufficiente a mettere in moto la ricerca di notizie su quel viaggiatore formidabile, e poi, quando ho cominciato a conoscerlo un po’ meglio, quella dei suoi scritti. La caccia si sarebbe protratta a lungo (in realtà dura ancora oggi), perché all’epoca trovare in Italia qualcosa di e su Humboldt non era affatto facile. La prima biografia completa (Alexander von Humboldt, di Charles Minguet, Maspero 1969) l’ho fotocopiata per intero alla biblioteca universitaria, con uno stratagemma (sono oltre cinquecento pagine). Solo più tardi, alla fine degli anni Settanta, ho cominciato a procurarmi sulle bancarelle o nelle librerie parigine vecchie edizioni delle sue opere. E anche lì, dove Humboldt aveva trascorso buona parte della sua vita, quella più produttiva, e successivamente in Germania, dove pure era nato e per oltre mezzo secolo era stato considerato quasi un monumento vivente, dovevo constatare che non veniva ristampato da almeno un secolo.

Quanto più scoprivo l’eccezionalità del personaggio, tanto più mi stupiva la difficoltà di seguirne le tracce: ma per altri versi questo mi permetteva di considerarlo quasi un feudo personale. Così per anni Humboldt è stato oggetto di lezioni-spettacolo a beneficio esclusivo dei miei allievi dell’ITIS: decine di periti meccanici, in un buco della provincia profonda, conoscevano vita e miracoli di uno scienziato esploratore che alla maggior parte degli storici era pressoché sconosciuto. Ai ragazzi piaceva, senz’altro perché drammatizzavo un po’ le sue avventure, ma credo soprattutto per quell’aura di conoscenza “iniziatica” che lo ammantava, dal momento che non ne trovavano menzione da alcuna altra parte: più di uno, quando il lavoro li ha portati poi a girare il mondo, mi ha testimoniato lo stupore che destava in Francia, in Germania e nell’America Latina il fatto che in Italia lo si conoscesse.

Insomma, mentre da un lato questo oblio mi spiaceva, temevo dall’altro che fosse rotto nella maniera sbagliata. Fino agli anni novanta comunque i miei timori si sono rivelati infondati: Humboldt sembrava proprio non interessare a nessuno. Solo negli ultimi due decenni gli è stata resa un po’ di giustizia. Le sue opere sono oggi tutte disponibili. In Germania è stata avviata una riedizione completa dei suoi scritti, il Cosmos è stato ritradotto ovunque (tranne che in Italia) e nell’ anno in corso (2018) è prevista anche una riedizione delle tavole più significative. Persino la corrispondenza, una mole incredibile di contatti e rapporti con tutti i maggiori spiriti del suo tempo, cresciuta a dismisura nell’arco di più di settant’anni, è in fase di pubblicazione (prevedo che non saranno menoQueste pagine sono state inserite a di venti volumi).

In questo risveglio di interesse non vedo tuttavia solo lati positivi. La verità è che la riscoperta attuale di Humboldt appare mirata più ad alimentare un “mercato culturale” dell’effimero in forte crescita che a stimolare una curiosità intellettuale profonda, da coltivarsi con serietà. E la qualità del prodotto e il rigore della ricerca naturalmente sono per il mercato l’ultimo dei problemi.

Anche la relativa “popolarità” procurata al nostro da una nuova biografia recentemente pubblicata (L’invenzione della natura, di Andrea Wolf, Luiss Edizioni) è piegata ad un disegno di attualizzazione che ne sta facendo un uomo per tutte le stagioni[38]. Nell’ultimo ventennio la frusta redingote di Humboldt è stata infatti stiracchiata un po’ da tutte le parti: antesignano dell’ecologia, ispiratore del concetto di wilderness, precursore del pensiero postmoderno e del paradigma scientifico anti-positivista, militante democratico e antirazzista, simbolo dell’orgoglio omosessuale, da ultimo addirittura preconizzatore della nascita di Internet.

Ora, la poliedricità di Humboldt sembra facilmente prestarlo a tutte le interpretazioni, ma in realtà non ne avvalora nessuna. Un po’ perché proprio per la vastità degli interessi e per la complessità del carattere il personaggio non può essere costretto in alcuna singola rappresentazione iconica, e un po’ perché il modo migliore per comprenderlo sarebbe invece quello di riconsegnarlo al suo tempo e di leggerlo in quel contesto. Voglio dire, in sostanza, che considerare Humboldt avanti di un paio di secoli rispetto ai suoi contemporanei è una forzatura, ed è cosa che gli fa torto. Credo che sia ora semmai di ridargli il posto che gli compete, e che gli era ampiamente riconosciuto dai suoi contemporanei (lo appellavano “il nuovo Aristotele”), nella cultura del suo tempo[39].

Questo vale per tutti i multiformi lati della sua personalità e i campi del suo interesse. Mi limito ad alcuni esempi. Proprio l’aspetto che aveva acceso la mia fantasia, quello dell’alpinismo, mi sembra particolarmente emblematico, perché testimonia l’appartenenza di Humboldt ad un mondo ancora pre-alpinistico. Nelle storie dell’alpinismo Humboldt compariva sino a ieri solo in qualche nota a piè di pagina, a dispetto della eccezionalità della sua ascensione al Chimborazo e del fatto di essere rimasta per mezzo secolo la maggiore altitudine raggiunta in montagna da sempre. Questo perché le motivazioni e i modi dell’ascensione erano ben lontani da quelli, ad esempio, del suo contemporaneo De Saussure. L’aspetto agonistico dell’impresa, quello che scatena a partire dalla metà del Settecento la corsa alle cime alpine, nell’economia del suo racconto rimane sempre in secondo piano. Non che Humboldt non vada giustamente orgoglioso del suo record e non lo sottolinei: ma le difficoltà tecniche, le caratteristiche del percorso e le scelte conseguenti, vi hanno uno spazio limitatissimo. E questo non è dovuto solo al fatto che le salite andine sono in genere solo delle lunghissime camminate. Oserei dire che sale il Chimborazo, come già aveva fatto al Pico de Teide o per altri vulcani andini, con un atteggiamento molto più vicino a quello che ha portato Petrarca sul Mont Ventoux che a quello dei moderni performers, e con un equipaggiamento non molto dissimile. Il che, nell’ottica più recente di un rapporto “ecologico” con la montagna ce lo può anche far sentire molto moderno, ma non è certo frutto di una consapevolezza “moderna” della montagna.

Non si tratta qui evidentemente di sminuire il personaggio, vista anche la mia lunga devozione. Si tratta semmai di restituirgli ciò che davvero gli appartiene. E in questo senso la componente di novità va correttamente dimensionata per quanto concerne tutti gli atteggiamenti, a partire da quello scientifico e filosofico[40].

Va ribadito ad esempio che H. non rivoluziona la biologia, anche se elabora una serie di strumenti per studiare gli organismi, e più in particolare il mondo vegetale, nelle loro correlazioni con l’ambiente. Il suo punto di partenza è la Metamorfosi delle piante di Goethe, che sosteneva la derivazione delle infinite specie vegetali diffuse sulla terra da un unico archetipo, la «pianta-tipo» originaria. La tassonomia proposta da Linneo non è sufficiente a spiegare tale varietà: si limita a descriverla e a congelarla, mentre nella concezione di Goethe la varietà dei generi e delle specie vegetali non è statica, non è fissata una volta per tutte, ma è il risultato della loro adattabilità ambientale[41]. Humboldt sposa questa concezione, ma non gli interessa poi il risvolto metafisico, che per Goethe era invece fondamentale: non cerca l’anima del mondo, vuole semplicemente dimostrarne l’unità, evidenziare l’interconnessione di tutti i fenomeni. In tale senso usa il termine “armonia”. E per fare questo ricorre alle misurazioni, alle comparazioni, alle analisi “quantitative”.

L’elemento di novità sta dunque nel cercare di conciliare una visione organicistica della natura, che si oppone a quella meccanicistica di Cartesio e di Newton, e in definitiva degli stessi Linneo e Buffon, con gli strumenti che proprio quest’ultima ha elaborato. “La natura va misurata e analizzata, senza mai dimenticare che la nostra risposta al mondo naturale si debba in gran parte basare sui sensi e sulle emozioni”. E, aggiungerei, sulla storia della evoluzione delle conoscenze stesse. In questo senso l’apporto di Humboldt è indiscutibile. Ma è anche evidente come l’idea moderna di Wilderness, della quale gli si vuole attribuire la paternità, sia quanto di più lontano si possa immaginare dalla sua concezione. Humboldt non ama la natura selvaggia, ma l’ordine della natura, che è equilibrio, “armonia” appunto, e che va riconosciuto anche sotto la sua selvatichezza. Ma l’ordine della natura contempla anche la presenza degli umani e gli esiti delle loro attività. Questo è il nodo centrale, se vogliamo l’elemento di maggiore originalità: l’equilibrio naturale va riconosciuto e compreso proprio per fare si che queste attività siano con esso compatibili, non lo compromettano. Di qui le riflessioni sui danni ambientali irreparabili provocati da uno sfruttamento scriteriato, che costellano il racconto del viaggio americano e che tornano poi nel Cosmos. Humboldt non stigmatizza lo sfruttamento delle risorse, ma la sua applicazione insensata[42]. Questo è il messaggio che vuole trasmettere ai posteri.

E ancora. Nel termine “armonia”, nel significato in cui è usato da Humboldt, non è implicita alcuna visione edenica della natura[43]. Non si dà una valutazione “morale” positiva dello stato naturale, da contrapporre, alla maniera di Rousseau, a quella negativa data della cultura. Il mondo è “armonico” solo nel senso che è governato da una interrelazione tra tutti i fenomeni, che questa interrelazione è a sua volta governata da leggi, e che queste leggi non sono imperscrutabili. Ma a differenza dei Romantici Humboldt pensa che questa “armonia” non possa essere colta attraverso una sapere empatico, alla Schiller, bensì attraverso l’uso di una ragione “ben temperata”, duttile e flessibile. Che non è poi così lontana da quella ragione “calcolante” messa sotto accusa dal decostruzionismo.

In sostanza Humboldt non è un post-moderno, ma un illuminista, nella versione kantiana, anche se Kant è uno dei pochissimi grandi del suo tempo che non ha conosciuto personalmente (ritengo che abbia conosciuto poco anche le sue opere). Lascia l’Europa quando il grande filosofo è ancora vivo e si è appena imposto, e torna dopo la sua morte, quando già comincia ad essere “revisionato” o messo in discussione dagli idealisti. Ma è partito kantiano e kantiano ritorna, e lo rimarrà sino alla fine.

Il che, per quanto mi concerne, non è un limite, ma un grandissimo merito.

[1] Questo accadeva ancora 15 anni fa, al momento in cui questa mini-biografia è stata scritta. Oggi in realtà accade il contrario: lo spazio dedicato su Wikipedia ad Alexander è quadruplo rispetto a quello riservato al fratello.

[2] Per chi volesse approfondire la conoscenza della vita, delle opere e dei viaggi di Alexander rimando alla bibliografia finale, che comprende ad alcune ottime biografie scritte da studiosi francesi, tedeschi e anglosassoni. Purtroppo nessuna di queste è stata tradotta in italiano. Nel frattempo, proprio ultimamente, ne è uscita una molto bella redatta da uno storico della scienza italiano, Federico Focher, che vale senz’altro la pena leggere.

[3] Cfr. la bellissima biografia romanzata di Franklin, La scoperta della lentezza, scritta da Sten Nadolny, Garzanti, 1985.

[4] La storia di Henriette Hertz e dei cenacoli ebraici di Berlino a fine Settecento è narrata in AA VV, Ebrei in Germania, Feltrinelli 1987.

[5] Mineralogische Beobachtungen über einige Basalte am Rhein

[6] Georg Foster, Viaggio attorno al mondo, Laterza 1986

[7] cfr. il dibattito tra nettuniani e plutonisti. La teoria nettuniana, sostenuta da Werner, fa derivare le rocce dalla precipitazione dei minerali presenti nelle acque di un oceano che un tempo ricopriva tutta la terra. Il platonismo o vulcanismo, teoria proposta dallo scozzese James Hutton, ritiene che la crosta terrestre si è formata per l’azione del magma incandescente presente nelle viscere del pianeta, che si manifesta attraverso i fenomeni tellurici e vulcanici.

[8] I frutti di queste ricerche vengono pubblicati nel 1793 col titolo Florae fribergensis specimen plantas cryptogamicas praesertim subterraneas exhsibens, suscitando interesse e consenso tra i maggiori naturalisti, primo tra tutto Goethe.

[9] Nel 1797 Humboldt pubblicherà un’opera in due volumi che raccoglie i suoi studi sul galvanismo, e che tenta nuove spiegazioni dei fenomeni elettromagnetici.

[10] Gli studi sul Messico saranno raccolti nell’Essai politique sur le royame de la Nouvelle Espagne. Il saggio è ricchissimo di informazioni inedite sulla geografia e sulla geologia del Messico, ma comprende le descrizioni delle condizioni politiche, sociali ed economiche nonché abbondanti statistiche sulla popolazione. La deprecazione che H. formula in quest´opera nei confronti della schiavitù rimarrà tuttavia inascoltata, mentre le sue descrizioni delle miniere d´argento messicane attireranno numerosi investimenti di capitale straniero. (giustificando i versi di Enzensberg citati in esergo in questo scritto).

[11] I numerosi scritti all’interno dei quali va sviluppando le sue idee naturalistiche, fisiche, geografiche e sociali vengono accorpati nel monumentale Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau Continent, fait en 1799, 1800, 1801, 1802, 1803 et1804 par Alexandre de Humboldt et Aimé Bonpland. Rédigé par Alexandre de Humbold, steso tra il 1805 e il 1834 in 35 volumi di grande formato con apparati illustrativi realizzati dai migliori artisti, incisori e cartografi europei dell’epoca. Tra le più note opere che vi sono comprese – scritte personalmente da Humboldt o da lui curate – le Ideen zu einer Geographie der Pflanzen, nebst einem Naturgemälde derTropenländer (1807), l’Essai politique sur le royaume de la Nouvelle Espagne (1811), il De distributione geographica plantarum, secundum coeli  temperiem et altitudinem montium (1817), il Voyage de Humboldt et Bonpland. Première partie. Relation Historique (1814-1825) e l’Essai politique sur l’Ile de Cuba (1826).

In totale 16 volumi sono dedicati alla botanica, 2 all’anatomia e alla zoologia, sei alla geografia, tre alle misurazioni e alle statistiche, tre al racconto del viaggio. Di ogni opera vengono edite serie distinte, realizzate con carta di diversa qualità e illustrazioni di differente costo, tutte a colori, parte in bianco e nero e parte a colori, oppure tutte in bianco e nero, mentre alcuni volumi vengono pubblicati in formato ridotto con impianto illustrativo limitato.

[12] In questa occasione, nel recarsi da Torino a Genova passa anche dalle mie parti, soggiornando probabilmente a Novi o a Voltaggio.

[13] Funge in pratica da interprete e guida per il sovrano prussiano, ma ha soprattutto il merito di essere intervenuto per salvare alcuni monumenti e musei parigini che rischiavano la distruzione.

[14] La riforma del sistema universitario tedesco è in realtà opera, nel suo complesso, del fratello Wilhelm: ma Alexander dà un impulso decisivo alla nascita e all’ordinamento delle nuove facoltà scientifiche.

[15] Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau Continent.

[16] Risultato di questo viaggio sono i Fragmens de géologie et de climatologie asiatiques (1831) e L’Asie Centrale. Recherches sur les chaines de montagnes et la climatologie comparée (1843).

[17] Nel corso della sua esistenza Humboldt scrisse o ricevette oltre centomila lettere. Si è calcolato che la pubblicazione integrale della sua sola corrispondenza in uscita occuperebbe una ventina di volumi. Per la stesura del Kosmos si avvale della collaborazione dei migliori specialisti nelle varie discipline, ai quali richiede contributi scritti che a volte raggiungono le dimensioni di veri e propri piccoli saggi. Per l’effetto della contemplazione della natura sull’immaginario poetico, ad esempio, riceve aiuti dai fratelli Grimm e da Ernest Curtius.

[18] J. Gould, Church, Humboldt e Darwin

[19] Kosmos, I

[20] Il modello esplicito di riferimento è per Humboldt l’Historia naturalis di Plinio il Vecchio. Da essa mutua anche l’ordine della descrizione, dall’immensamente grande all’immensamente piccolo: ma questa scelta non ha assolutamente a che fare con l’idea di un ordine gerarchico interno alla natura, e meno che mai dell’esistenza di livelli diversi di “realizzazione” o di “consapevolezza” della materia, comune invece a tutte le concezioni naturalistiche del Romanticismo.

[21] Nel secondo volume del Kosmos Humboldt preconizza quella che dovrà essere la funzione “scientifica” del vedutismo: «È mia convinzione che la pittura del paesaggio fiorirà in maniera meravigliosa, nuova e mai vista prima, quando artisti validi usciranno più spesso dagli stretti confini del mediterraneo, quando sarà loro concesso di abbracciare con la freschezza spontanea di un animo giovane e puro l’immensa varietà della natura nelle umide valli dei tropici». Verrà preso alla lettera. C’è tutta una generazione di pittori, tedeschi e non, che dopo aver ascoltato o letto Humboldt si sguinzaglia per il nuovo continente, soprattutto nell’America meridionale, a caccia di panorami pittoreschi. Colui che forse meglio interpreta l’invito è l’americano Frederic Edwin Church, che dopo aver letto tutte le opere di H., viaggiato a più riprese nell’America del Sud e ripetuto addirittura l’ascensione del Chimborazo dipinge opere grandiose come Le montagne dell’Equador e Il cuore delle Ande. Quest’ultima, dopo aver ottenuto un enorme successo negli Stati Uniti viene inviata in Europa proprio perché H. possa vederla, ma arriva un mese dopo la sua morte. Tra i tedeschi, quelli che più si avvicinano alla sua concezione del vedutismo sono Johann Moriz Rugendas, che pubblica nel 1835 il Voyage pittoresque dans le Brésil, un’opera che si rivela complementare a quella di H., ed Edouard Hildebrandt, un altro protetto di H., più volte citato ed elogiato nel Kosmos. Possono essere considerati discepoli indiretti anche Albert Bierstad e Carl Gustav Carus, sia pure con qualche cedimento agli effetti spettacolari nel primo e al sentimentalismo nel secondo. Nessuna consonanza esiste invece con l’interpretazione metafisica della natura «Il divino è dovunque, anche in un granello di sabbia», col misticismo scontroso e luterano di Carl Jasper Friedrich.

[22] Nella prefazione di Ansichten der Natur dice: «La ricchezza della natura invita ad accumulare le immagini, e questo affollamento disturba l’ordine e l’effetto generale del quadro». Il termine Ansichten, quadro nel senso di “insieme”, ricorre frequentissimo nel linguaggio di H., perché racchiude l’idea di un’unità nella complessità.

[23] Franco Farinelli, L’invenzione della Terra, Sellerio 2007

[24] Nella lettera del 1834 a Varnhagen von Ense dove annuncia l’inizio della stesura del Kosmos scrive: «Un libro sulla natura deve fare l’impressione della natura stessa», dove la convergenza tra libro e natura si realizza per l’appunto nell’impressione.

[25] Dall’introduzione al Kosmos.

[26] Nella prefazione di Ansichten der Natur dice: «La ricchezza della natura invita ad accumulare le immagini, e questo affollamento disturba l’ordine e l’effetto generale del quadro». Il termine Ansichten, quadro nel senso di “insieme” ricorre frequentissimo nel linguaggio di Humboldt, perché racchiude l’idea di un’unità nella complessità.

[27]Dall’introduzione al Kosmos.

[28] Paolo Repetto, Elisa nella stanza delle meraviglie, Viandanti delle Nebbie, 2004

[29] Daniel Kehlman, La misura del mondo, Feltrinelli 2006

[30] Basterebbe l’affetto mostrato nei confronti di un cane randagio, raccolto nei llanos, che accompagna per un tratto della spedizione sull’Orinoco i due esploratori, e fa poi una brutta fine, sbranato da un giaguaro. Per cercarlo nella foresta H. mette a repentaglio la propria vita. O ancora, l’episodio da libro Cuore, ma autentico, dei cento franchi regalati con estrema discrezione a una povera sconosciuta, una fanciulla parigina, per evitarle di sacrificare la chioma per un tozzo di pane. È la fanciulla stessa a seguire non vista il misterioso benefattore, a scoprire il suo nome e a raccontare il fatto.

[31] Questo è il motivo per cui più di una volta va a pescare il povero Bonpland, molto più schiavo del richiamo della natura, in qualche capanna indigena o nei postriboli delle città sudamericane. Non è né scandalizzato dalla promiscuità razziale né moralmente indignato. Semplicemente, ha fretta.

[32] Per averne un’idea, è illuminante la lettura di Costantinopoli 1786: la congiura e la beffa, di Paolo Mazzarello (ed. Bollati Boringhieri, 2004).

[33] Realizza assieme a Gay Lussac la sintesi dell’acqua, e con lo stesso e con Arago tutta una serie di esperimenti fondamentali sulla composizione dell’atmosfera, sul magnetismo terrestre e sull’acustica, arrivando a determinare la velocità del suono. Non rivendicherà mai alcuna particolare attribuzione di merito per queste attività.

[34] Paolo Repetto, Elisa nella stanza delle meraviglie,Viandanti delle Nebbie, 2004.

[35] Sono indicate solo le opere che al momento possiedo. La bibliografia tedesca su A. von Humboldt, è in realtà oggi sterminata.

[36] Queste pagine sono state inserite a mo’ di post-fazione in calce a “humboldt controcorrente”, pubblicato nell’estate 2018 sulla rivista “Altronovecento”).

[37] Tengo anche a sottolineare che una prima versione di questo breve saggio è stata redatta nel 1997, ed ha circolato in forma “privata”, in successive edizioni dei Viandanti delle Nebbie, a partire dal 2001. La forma definitiva risale al 2010. Per la presente occasione sono stati rivisti solo la bibliografia e l’apparato delle note.

[38] È sufficiente un breve giro in rete per rendersi conto di come le recensioni al libro della Wulf abbiano offerto occasioni per dire qualsiasi stupidaggine. Ad Humboldt viene ad esempio attribuita dagli esperti dell’ultima ora un’escursione nelle Alpi svizzere in compagnia di De Saussure, che sarebbe avvenuta nell’inverno del 1789 e nel corso della quale i due avrebbero messo a punto il cianometro, uno spettro di misurazione dell’intensità del blu del cielo. Ora, al di là del fatto che non esiste alcun accenno a questo fantomatico primo incontro nella corrispondenza e nelle opere, una semplicissima verifica, o magari la lettura del libro recensito, permetterebbe di constatare che in quel periodo H. era in tutt’altre faccende impegnato, e in tutt’altro luogo. Qualche appunto però può essere mosso anche alla Wulf: è poco probabile che nel 1794 le armate di Napoleone potessero avanzare sulla superfice ghiacciata del Reno, non perché il ghiaccio non tenesse, ma perché a quella data Napoleone non aveva armate, ed era anzi agli arresti domiciliari (pag. 28). Allo stesso modo, è difficile immaginare H. sulla vetta del Chimborazo ad “assorbire il panorama sottostante”, quando si è appena detto che in vetta non è arrivato e che il vulcano era nascosto da una densissima nebbia (pag. 5).

[39] Massimo Quaini scrive in “Alexander von Humboldt cartografo e mitografo” (ne L’invenzione del nuovo mondo, La Nuova Italia 1992): “La sua è una lezione che richiede non solo una grande sensibilità geografica, ma anche, e in maniera non sussidiaria, una grande sensibilità storica, filologica e più in generale filosofica … Nell’esperienza di Humboldt il viaggiatore e lo storico, il cartografo e il mitografo, lo scienziato e l’artista, il geografo e il filosofo continuano a illuminarsi a vicenda. Un’esperienza per molti versi irripetibile, soprattutto se la si riconduce a quella determinata totalità culturale, ma che contiene, anche nel suo significato complessivo, messaggi oggi riproponibili, purché non si tradisca lo spirito unitario che la caratterizza” (la sottolineatura è mia).

Quell’irripetibile, riferito tanto al particolare tipo di esperienza (il viaggio) quanto ai risultati scientifici che ne conseguono, è da tenere ben presente. L’atteggiamento conoscitivo di Humboldt. che mira ad una unità superiore della cultura, era quello già implicito nello spirito dell’Enciclopedie, e con questa infatti si pone in continuità. È un atteggiamento che non apre una nuova epoca, ma ne chiude una vecchia (il che spiega anche, per buona parte, l’oblio).

[40] Tralascio di tornare sulla portata e sul senso delle posizioni democratiche e anti-razziste di Humboldt, che penso di aver già trattato a sufficienza nel testo senza troppo “decontestualizzarle”. Lo stesso vale per la lettura da darsi della sua omosessualità. Credo che Humboldt non abbia evitato di sbandierarla solo per un rispetto umano che, stante l’epoca, sarebbe comunque più che giustificabile: sono convinto che la sublimasse, in termini molto classici, difficilmente conciliabili con quelli post-moderni. La ricerca di testimonial per ogni causa sempre più indietro nel tempo è senz’altro legittima, a patto che venga rispettato il significato effettivo della testimonianza.

[41] La concezione che H. ha della conoscenza della natura deve forse più a Buffon che a Linneo. Certo, la classificazione, ma quello che gli importa è soprattutto l’effetto d’insieme. Non gli schemi, ma il quadro (non a caso, il titolo Ansichten …).

[42] Parla dell’America dei primi dell’Ottocento ma sembra raccontare il nostro paese, e in fondo lo stato dell’ambiente in tutto il mondo odierno. “Quando le foreste vengono distrutte, come hanno fatto ovunque in America i coloni europei con incauta avventatezza, le sorgenti si prosciugano, i letti dei fiumi, restando asciutti per parte dell’anno, si trasformano in torrenti ogniqualvolta abbondanti piogge cadono sulle alture. Venendo a sparire dai fianchi delle montagne, con il sottobosco, zolle erbose e muschio, l’acqua che cade sotto forma di pioggia non è impedita nel suo corso, e invece di far salire il livello dei fiumi con infiltrazioni progressive, durante i grandi diluvi scava solchi sui fianchi delle colline, trascina giù la terra non più trattenuta e provoca quelle inondazioni improvvise che devastano il paese”.

[43] In natura vige secondo Humboldt, tanto nel mondo animale che in quello vegetale, la guerra continua, la lotta per lo spazio e per le risorse. Per quanto crudele non è una lotta insensata, anzi, è necessaria per mantenere equilibrata la diffusione delle varie specie.