La fortuna di Mister Wallace

di Paolo Repetto, 30 settembre 2012

L'importante è non nascere adatti WallaceIl mio interesse per Wallace dura da lunga data, ma era rimasto sino a qualche tempo fa piuttosto epidermico, legato più ad una sua presunta appartenenza al mio album dei “perdenti” che ad una effettiva conoscenza della complessità del personaggio. Devo il cambiamento radicale di attenzione alla bellissima biografia pubblicata da Ferruccio Focher nel 2006, “L’uomo che gettò nel panico Darwin”, alla quale questo scritto vorrebbe essere solo un’introduzione.

 

Al mondo c’è qualcosa di meglio da fare
che affannarsi ad accumulare denaro.
Alfred Russel Wallace

Nascendo in coda a nove fratelli, in Galles e ai primi dell’Ottocento, si avevano due possibilità: o uno la prendeva male, perché capiva che non gli sarebbe toccato niente, oppure cercava di vedere il lato positivo della faccenda, e cioè l’immensa libertà che una simile condizione avrebbe potuto regalargli, dal momento che quasi subito tutti si sarebbero dimenticati di lui. I figli di Thomas Wallace, indipendentemente dall’ordine di nascita, non ebbero nemmeno l’imbarazzo della scelta; il padre si piccava di avere il pallino degli affari ma era in realtà un pasticcione, e provvide da solo con una serie di investimenti sbagliati a bruciarsi una già modesta rendita e a ridurre la famiglia praticamente sul lastrico. Ciò significava tra l’altro dover cambiare continuamente residenza, alla ricerca di sistemazioni sempre più rurali ed economiche.

Come si diceva, situazioni come questa hanno in genere opposti risvolti: nel nostro caso quello positivo era rappresentato da un’infanzia trascorsa in piena libertà, a pesca nei torrenti o a zonzo per i boschi, e conseguentemente dall’imprinting di un forte rapporto con la natura, mentre quello negativo fu la necessità di uscire assai precocemente dall’infanzia. I fratelli Wallace dovettero infatti ingegnarsi molto presto a guadagnare la pagnotta: lo fece il primogenito William, il quale cominciò a lavorare giovanissimo come agrimensore: lo fece John, che trovò impiego a Londra come carpentiere, e lo fece di lì a poco anche il penultimo figlio, Alfred Russel, nato nel 1823, che a quattordici anni raggiunse William e insieme a lui riallacciò quello stretto contatto con la natura che avrebbe caratterizzato tutta la sua esistenza.

La sfortunata condizione di nascita si rivelò quindi per un verso una manna per il ragazzo, che non dovette sorbirsi il nonnismo e la monotonia imperanti nelle scuole superiori inglesi, e mantenne così intatto l’entusiasmo per la cultura, mentre acquisiva sul campo le cognizioni pratiche che ne fecero un grande naturalista: ma sottraendolo anzitempo agli studi regolari ne condizionò anche fortemente la carriera scientifica, decretandogli una sorta di apartheid o comunque di scarsa considerazione da parte degli ambienti accademici, e in ultima analisi negandogli quel riconoscimento di co-paternità della teoria dell’evoluzione che gli sarebbe invece spettato.

Queste righe non vogliono però essere un contributo alla rivalutazione della figura di Alfred Russel Wallace, che non ne ha certo bisogno: vorrebbero invece indagare sul peso che hanno realmente il successo e il riconoscimento per un animo nobile e per uno studioso e ricercatore entusiasta, e verificare che magari è piuttosto limitato.

Per intanto seguiamo le vicissitudini di Wallace, il cui apprendistato alla vita, seppur precoce, non è in realtà così tribolato o drammatico (niente a che vedere, per capirci, con i suoi coetanei raccontati da Dickens). Per sette anni, dal 1837 al 1844 il nostro lavora a fianco del fratello: in giro per campi e boschi sei giorni la settimana, occupato in un’attività che lo accomuna idealmente ad altri grandi di ogni parte del mondo, da Niebhur a Thoreau, sguinzagliati a tracciare confini e a mappare proprietà pubbliche e private.[1]

Il lavoro gli piace moltissimo: scrive ad un amico, elencando i pro e i contro della sua occupazione (ma soprattutto i primi): “è incantevole in una bella giornata estiva tagliare in lungo e in largo la campagna, ammirare le bellezze della natura, respirare la fresca e pura aria delle colline e infine, nella calura del mezzogiorno, gustarsi il pranzo a base di pane e formaggio in una valle ridente, sulle rive di un ruscello gorgogliante. … Quelli che se ne stanno in casa tutto il giorno non hanno idea del piacere che si prova a sedersi davanti ad una buona cena e sentirsi tanto affamati da mangiare fondina, piatto e tutto il resto”.

L'importante è non nascere adatti Wallace (2)Visto che nel frattempo è diventato un giovanottone lungo e magro, non c’è da dubitarne. La sera poi, e le domeniche e qualsiasi altro momento libero, sono dedicati allo studio appassionato di materie che davvero lo interessano, a letture che lo entusiasmano. Con i primi soldi guadagnati si procura testi naturalistici d’ogni genere, tra i quali gli Elementi di Botanica di Lindley, e in pratica li manda a memoria, applicando ogni nuova conoscenza alle osservazioni sul campo. È in effetti il fratello ad occuparsi delle questioni pratiche e dei rapporti con i committenti, e Alfred si trova a godere della libertà di un lavoro che svolge come un gioco e che gli consente di coltivare e approfondire ciò che più gli interessa. Anche quando dovrà interromperlo, per un calo delle richieste, e adattarsi senza molto entusiasmo a fare per un paio d’anni il maestro di scuola a Leicester, continua a scoprire e a leggere i naturalisti. Divora con passione i Viaggi alle regioni equinoziali di Humboldt e il Diario della “Beagle” di Darwin, ma conosce anche Vestigia della storia naturale della creazione[2]., un testo divulgativo che propone un’interpretazione evoluzionistica del mondo e che suscita alla sua uscita, nel 1844, molto interesse e diverse polemiche Legge inoltre il Saggio sul principio della popolazione di Malthus, che avrà sulla sua futura svolta evoluzionistica lo stesso effetto sortito su Darwin: insomma, conosce le cose giuste al momento giusto. Wallace è in sostanza un autodidatta di genio, come quasi tutti coloro di cui ho raccontato, da Dolomieu a Raimondi, allo stesso Darwin e a Leopardi (il che offrirebbe un interessante argomento di dibattito sul ruolo della scuola. Un altro tema di indagine potrebbe essere costituito dall’influenza esercitata da Humboldt sugli animi più avventurosi nella prima metà dell’Ottocento).

Il giovane Wallace ricorda quel personaggio dei fumetti d’anteguerra che alla fine di ogni storia ribaltava situazioni sfortunatissime, guadagnandoci sempre un milione. A Leicester non vince un milione, ma trova in compenso un amico. Il suo colpo di fortuna è rappresentato infatti in questa occasione dall’incontro con Henry Walter Bates, che si rivela decisivo per il suo futuro. Bates è un altro “dilettante” di genio come lui, un entomologo della domenica (gli altri giorni della settimana lavora sodo come apprendista magazziniere) che si è già creata una non trascurabile collezione privata, e che gli trasmette immediatamente il gusto e la passione per la vita degli insetti. In realtà è molto più che un dilettante, e avrà modo di dimostrarlo. È uno che si prepara meticolosamente, e una volta sul campo mostrerà una tenacia, un coraggio, una capacità di adattamento e di sopportazione dei disagi assolutamente insospettabili, soprattutto in un giovane gracile, affetto da ogni sorta di malattia articolare e dalla necessità di portare lenti spesse un dito.[3]

Nello stesso periodo, a dire il vero, Wallace contrae anche altre passioni, quella per l’occultismo e per il soprannaturale da un lato, e quella per l’impegno sociale dall’altro. Partecipa ad alcune sedute spiritiche e rimane impressionato dai fenomeni connessi al mesmerismo, convincendosi di essere in possesso di facoltà magnetiche particolari. Per un appassionato della natura la cosa è quanto meno singolare: ma la personalità vulcanica e onnivora di Wallace riesce a far convivere (non sempre pacificamente) le due cose. Al momento, comunque, non mescola i due ambiti, e quello dello spiritismo rimane in secondo piano.

Si mescola invece agli interessi naturalistici la sensibilità per le ingiustizie e l’aspirazione ad una società più equa. Il lavoro di agrimensore gli ha fatto toccare con mano, attraverso l’ostilità che i contadini riversano su lui e sui suoi colleghi, le devastanti conseguenze della legge sulle recinzioni (Enclosures Act) Si rende conto che sta collaborando ad “una rapina legalizzata a danno dei poveri”. E questo avrà un peso determinante nella sua scelta di abbandonare la professione.

I due giovani ed entusiasti naturalisti devono a questo punto decidere il grande passo. L’orizzonte inglese è palesemente troppo stretto per le loro ambizioni e per la loro sete di conoscenza, ma i vincoli di tipo familiare o economico non consentono di guardare realisticamente oltre. Almeno fino a quando a smuovere la situazione arriva un evento luttuoso. William muore nell’inverno del 1846, il che complica per Alfred la possibilità di tornare a esercitare la professione di agrimensore e va a sommarsi ai dubbi e agli scrupoli sociali. Non è comunque questo ciò che vuole dalla vita. L’amicizia con Bates si rafforza e si trasforma in complicità, che è quella condizione nella quale si ha un progetto comune e si cerca di realizzarlo assieme. A scalpitare maggiormente, sull’onda dell’entusiasmo procuratogli dalle letture, è Wallace, ma anche Bates, che pure ha un carattere più riflessivo, non intende ammuffire nel magazzino e prende molto sul serio la cosa. Sono proprio le discrete credenziali che quest’ultimo si è conquistato negli ambienti scientifici come collezionista a consentir loro di ottenere il patrocinio del direttore dei giardini botanici di Kew e del conservatore della sezione naturalistica del British Museum: in questo modo i due trovano anche un intermediario per la vendita dei futuri esemplari raccolti.

 

Il momento non potrebbe essere migliore. In Inghilterra, ma in sostanza in tutto il mondo occidentale, sta giungendo a compimento una profonda trasformazione del gusto, in particolare per quel che concerne la percezione della natura. Questa trasformazione ha radici complesse, che affondano un po’ in tutte le direzioni, dalla riforma protestante alla rivoluzione scientifica e a quella industriale, dall’esplorazione del mondo al conseguente confronto con altre culture, e quindi all’adozione di nuove abitudini alimentari e voluttuarie e allo scambio di specie e di essenze. Sta cambiando insomma radicalmente il modo di rapportarsi all’ambiente naturale, con un decorso anche molto contradditorio, perché si è partiti dal “per dominare la natura occorre conoscerla” di Bacone per arrivare al “se conosci davvero la natura ti passa la voglia di dominarla” di Wordsworth e dei romantici. È un esito testimoniato ad esempio dall’inedita curiosità per le montagne e per i luoghi “selvatici”, dalla compassione per gli animali[4], dalla tendenza a difendere e conservare le zone boschive, ed è a sua volta contraddittorio, perché le montagne poi le si scala e i luoghi selvatici diventano mete turistiche, allo stesso modo in cui la scoperta di nuove specie è spesso solo il preludio alla loro estinzione.

Per quanto concerne l’attenzione “scientifica” per la natura c’è un effetto volano. La scoperta e l’introduzione in Europa di nuove specie, soprattutto botaniche, all’inizio ha finalità pratiche, alimentari o farmaceutiche o ornamentali,[5] ma induce ad un certo punto la necessità di riordinare un po’ le idee, perché le vecchie conoscenze sono state completamente sovvertite. Il nuovo modello conoscitivo è fornito da Linneo, che delinea uno schema ed elabora una griglia tassonomica di lettura; la classificazione alimenta a sua volta la voglia di riempire o ampliare l’album delle specie, nonché gli interstizi tra l’una e l’altra. La curiosità destata da piante e animali totalmente sconosciuti si traduce quindi ben presto in passione collezionistica, magari motivata più dall’attrazione per le “forme notevoli” che dallo spirito scientifico, e si trasferisce dai grandi musei e dagli orti botanici anche alle dimore private: naturalmente viene subito monetizzata con la fioritura di un commercio, spesso clandestino e tutt’altro che privo di pericoli, che fa affluire in Europa prodotti sempre più nuovi per nicchie sempre più specialistiche. Ci sono importatori che accumulano vere e proprie fortune, sguinzagliando in giro per il mondo avventurieri o sponsorizzando entusiasti naturalisti che individuano le specie incognite e le contrabbandano nel vecchio continente. Uno di questi è Samuel Stevens, abilissimo a propagandare i nuovi arrivi divulgando presso il pubblico dei collezionisti, attraverso un uso sapiente e mirato della stampa, le lettere e le avventure dei suoi “cacciatori di specie”. Diverrà il referente in patria di Wallace e di Bates, e quest’ultimo sarà in assoluto il suo miglior fornitore.

 

Nella primavera del 1848, galvanizzati dai più recenti resoconti di altri naturalisti-viaggiatori (l’ultimo in ordine di tempo è A Voyage up to Amazon, di W.H. Edwards, uscito l’anno prima), i due si imbarcano per il Brasile. Per i primi quattro mesi bazzicano assieme le foreste lungo il rio Parà, un fratello minore dell’Amazzoni. Poi decidono di separarsi, per ampliare il raggio d’azione e le specie di interesse. Risalgono fino a Manaus e lì si dividono: Wallace setaccerà il bacino del Rio Negro, Bates quello dell’Amazzoni. A metà dell’anno successivo Wallace è raggiunto dal fratello minore Herbert e con lui prosegue le missioni di esplorazione-ricerca, peraltro non molto fruttuose. Il fratello decide quindi dopo un paio di mesi di rientrare, ma proprio nel porto in cui attende l’imbarco si ammala di febbre gialla e muore in pochi giorni.

Sul Britannia, il brigantino che ha portato in Brasile lo sfortunato Herbert, viaggiava anche Richard Spruce. Spruce è destinato a rimanere in Amazzonia quindici anni e a diventare il più importante botanico specialista nella flora di quell’area[6]. Ha alle spalle una storia di autodidatta molto simile a quella dei nostri eroi, e una salute malferma che lo apparenta a Bates. Li incontra una prima volta a Santarem, reduci da un giro di esplorazione di nove mesi, in una serata molto alcoolica promossa da pittoresco commerciante inglese. Rivedrà poi il solo Wallace tre anni dopo, e faticherà alquanto a riconoscerlo.[7]

Dopo il triste intermezzo dell’arrivo e della morte del fratello Wallace ha infatti ripreso le sue spedizioni in solitaria. Risale il rio Negro sino al punto di minor distanza dal bacino dell’Orinoco, e raggiunge quest’ultimo, probabilmente lungo lo stesso itinerario percorso in senso inverso da Humboldt. In questa occasione viene mollato in mezzo alla foresta dai suoi assistenti indigeni e deve cavarsela da solo (a Bates va anche peggio: i suoi lo rapinano e gli portano via persino gli stivali). Torna quindi a Manaus, ma per ripartire quasi subito: questa volta punta sullo Uaupés, un affluente del rio Negro, mai percorso prima da viaggiatori bianchi. È però allo stremo: la malaria gli provoca un collasso, e i suoi indigeni lo riportano indietro quasi in fin di vita. È in questo stato che lo ritrova Spruce, il quale organizza il suo trasporto a valle e raccoglie il testimone dell’esplorazione dell’Uaupés e del Rio Negro.

Nel corso di questi tre anni Wallace ha accumulato un discreto numero di esemplari interessanti, ma ha la piena consapevolezza di quanto il suo bottino sia modesto rispetto all’enorme ricchezza ancora nascosta nella foreste. Dispone di mezzi e di tempo limitati, e deve forzatamente accontentarsi di ciò che è a portata immediata. A differenza di Bates, più rilassato e meticoloso, capace di soggiornare per anni nello stesso luogo e di setacciarlo a tappeto, ha un approccio veloce all’esplorazione (e questo spiega probabilmente anche la loro decisione di separarsi). Gli interessano, non fosse altro per motivi economici, gli esemplari da raccolta, ma gli importa forse più cogliere le peculiarità e le differenze tra zona e zona, e indagare i meccanismi che le producono. Ciò comporta coprire l’area più vasta possibile, e disporre di elementi diversi da comparare.

I problemi logistici connessi ad una esplorazione di questo tipo sono naturalmente molto più grandi. È ad esempio difficile assicurare il regolare invio in patria del materiale raccolto. Accade così che al termine di quattro anni, quando è costretto dalla salute e dalla necessità di far fruttare il lavoro svolto a rientrare in patria, la gran parte delle sue collezioni sia ancora imballata ad attenderlo nel porto di partenza brasiliano.

Ciò che ne segue è una vicenda che avrebbe stroncato qualsiasi spirito appena meno forte e positivo di quello di Wallace. La nave sulla quale si imbarca con le sue collezioni trasporta gomma e resine infiammabili, non adeguatamente protette, che ad un certo punto si comportano come era prevedibile. L’intero scafo va a fuoco, e l’equipaggio fa appena a tempo ad allontanarsi su due scialuppe. Wallace recupera solo qualche schizzo e un orologio, mentre sulla nave bruciano e poi si inabissano il suo diario, innumerevoli disegni, ma soprattutto il materiale che rivenduto avrebbe dovuto assicurargli una piccola fortuna, oltre ad una collezione privata “che comprendeva centinaia di nuove specie che avrebbero reso il mio gabinetto di storia naturale uno dei più ricchi d’Europa”.

E non finisce qui. I naufraghi sono in salvo, ma rimangono in completa balìa dell’Oceano, a circa settecento miglia dalle Bermude. Vagano così per dieci giorni, con viveri ed acqua scarsissimi, fino a quando non vengono tratti in salvo da una nave di passaggio. Naturalmente si tratta di una vecchia carretta, appena in grado di galleggiare e a corto a sua volta di viveri. I disagi rimangono quelli già patiti sulle scialuppe, e in più ci si aggiungono un paio di tempeste tropicali dalle quali la nave esce per puro miracolo, semi devastata.

La vicenda si chiude per fortuna senza ulteriori drammi, anche se l’approdo in terra inglese avviene a rischio di un naufragio nella Manica, spazzata per l’occasione da una burrasca di insolita violenza. Alfred ringrazia il cielo per lo scampato pericolo e comincia, una volta cessata la paura, a realizzare l’entità delle sue perdite; eppure, cinque giorni dopo il suo ritorno in Inghilterra sta già meditando su quale sarà la sua prossima meta.

Vista con gli occhi di oggi la vicenda delle collezioni di Wallace potrebbe apparire da oscar della sfortuna. Per certi versi senz’altro lo è, ma all’epoca non sarebbe certamente entrata nel Guinnes. L’eventualità di perdere tutto durante il viaggio era sempre ben presente ai naturalisti, come del resto a tutti coloro che dovevano affidare qualche merce all’oceano, tanto che in genere cercavano di diversificare il più possibile gli invii. E l’aneddotica dei naufragi è ricchissima di casi a fronte dei quali la sfortuna di Wallace impallidisce.

L’ornitologo e botanico francese Jules Verreaux, per citarne uno, aveva collezionato esemplari per ben tredici anni in Africa. Quando si decise a riportarli a casa la nave incappò in una tempesta proprio davanti al porto di La Rochelle, e naufragò. Lo stesso Verreaux riuscì a raggiungere la riva a nuoto, unico superstite: ma forse avrebbe preferito affogare.

Stamford Raffles, uno dei pionieri dell’impero britannico, fondatore di Singapore e governatore di Sumatra, era anche un appassionato di scienze naturali e accanito collezionista. Dopo una vita trascorsa in Oriente e dopo aver perso quattro figli in un anno per malattie decise di tornare in Inghilterra con la moglie e l’unica figlia superstite, oltre che con tutte le sue preziose collezioni, dagli uccelli impagliati alle conchiglie, ai serpenti sotto spirito: ma la nave che li imbarcava andò a fuoco dopo due giorni di viaggio. Perse tutto, tranne la famiglia.

Non parliamo poi dei cacciatori di specie finiti in fondo all’oceano assieme alle loro collezioni, o di quelli che non arrivarono neppure ad imbarcarsi per il ritorno, dal momento che cadute, malattie, sabbie mobili, serpenti, rinoceronti o cacciatori di teste li fermarono prima. Il tributo di esistenze versato alla scienza in questo campo è davvero impressionante.

Ma c’erano anche altri modi, sotto certi aspetti ancora più maligni, di essere malamente ripagati degli sforzi e dei sacrifici di anni. Dopo aver riportato sana e salva dall’Africa una splendida collezione di uccelli e di pelli di altri animali, William Burchell non trovò nessun privato o istituzione disponibili ad accoglierle e classificarle: il frutto delle sue ricerche rimase dimenticato e imballato per oltre un secolo, prima di essere riesumato ed esposto in un museo di storia naturale. Il povero Burchell naturalmente non ebbe il minimo riconoscimento, e consumò gli ultimi anni della sua vita in una crescente disperata rassegnazione.

 

Wallace quanto meno riporta a casa la propria pelle, anche se un po’ malconcia. Pur essendo abituato a vivere a contatto con la natura ha sofferto moltissimo il clima tropicale, che stranamente sembra debilitare soprattutto quelli più robusti, mentre risveglia le forze di gente come Bates e di Spruce, che in patria avevano grossi problemi di salute[8]. Le vicissitudini del viaggio hanno fatto il resto. Appena sbarcato manda un messaggio ai suoi, avvertendoli che lo troveranno parecchio malmesso, ma che non devono preoccuparsi. In effetti, come si è visto, non ci mette molto a riprendersi.

Una volta tornato a Londra però ricomincia a scalpitare. Ormai non c’è più nulla che lo trattenga in patria. Della grande famiglia sono rimaste solo la madre e una sorella; il denaro ricavato dalla vendita delle poche collezioni inviate durante il primo anno si assottiglia rapidamente: prospettive di impiego presso gli enti scientifici non se ne vedono, e dal canto suo Wallace non fa molto per procurarsele. La prima volta che è chiamato a raccontare in pubblico la sua esperienza amazzonica, con una conferenza sulle scimmie americane presso la Linnean Society, lamenta il fatto che da parte dei curatori delle collezioni non venga in genere indicata con precisione l’area di provenienza degli esemplari. Lo afferma senza alcuna presunzione o volontà polemica, nell’intento di contribuire a migliorare i criteri di classificazione e nell’ottica di un quadro della distribuzione delle specie che comincia a fasi strada nella sua mente. Ma alle orecchie di molti dei convenuti suona come una implicita rivendicazione di scientificità alla sola ricerca sul campo e come un atto di accusa a tutto l’establishment naturalistico. Una posizione simile susciterebbe reazioni anche se fosse assunta da un accademico, figuriamoci da un outsider come Wallace. Nei suoi confronti scatta un sottile ostracismo, manifestato con reazioni infastidite dalla componente più conservatrice, ma sotto sotto condiviso un po’ da tutto l’ambiente (e la vicenda dei suoi rapporti con Darwin, ma soprattutto con l’entourage di quest’ultimo, lo conferma). Anche il resoconto delle sue peripezie americane, pubblicato nel 1853 col titolo A narrative of travels on the Amazon and Rio Negro, incontra un’accoglienza molto tiepida, per non dire nulla.

A dispetto di tutto ciò Wallace partecipa alla vita della comunità scientifica, e gli viene comunque dato accesso alle riunioni delle maggiori società naturalistiche. Ma si sente ancora un intruso: lui stesso ritiene di non essersi guadagnato credenziali sufficienti. E soprattutto c’è il richiamo della foresta, motivato ormai non tanto dalla caccia agli esemplari da collezione quanto dal desiderio di trovare sul terreno il supporto alle idee che confusamente gli stanno maturando in testa. Sceglie stavolta l’oriente, e nello specifico l’arcipelago della Sonda, perché è molto meno battuto dai suoi colleghi e perché è necessario suffragare la nascente teoria con prove raccolte in aree diverse e lontane tra loro. Sulla scelta influisce anche il fatto che le isole malesi sono terra di oranghi, una specie che era già stata oggetto di attenzione e di dibattito nel Settecento e un paio di esemplari della quale avevano destato una forte impressione a Londra (tanto da finire anche nelle storie di Sherlock Holmes). Prima della scoperta e degli studi sui gorilla e sugli scimpanzé gli oranghi erano le antropomorfe che più si avvicinavano all’uomo, e che potevano avvalorare l’ipotesi di una parentela.

Ancora una volta trova l’appoggio giusto, nella persona del presidente stesso della Royal Geographic Society, e riesce ad ottenere un passaggio gratuito per Singapore, via Mediterraneo, con traversata di un pezzo di deserto e reimbarco a Suez. Nel luglio del 1854 è a Singapore. Per acclimatarsi raccoglie esemplari di insetti nelle foreste della penisola di Malacca, assieme ad un giovanissimo assistente, Charles Allen, che lo ha seguito da Londra. Le sue aspettative sulla ricchezza faunistica ed entomologica dell’area trovano piena conferma. Nel corso degli otto anni successivi collezionerà qualcosa come centoventicinquemila esemplari, non solo di insetti, ma anche di mammiferi di grossa taglia e di uccelli. E questa volta si preoccupa di scaglionare i suoi invii, potendo fare affidamento sul sistema rapido e sicuro di trasporti marittimi messo in piedi dagli olandesi.

Anche la qualità delle sue scoperte è di altissimo livello. Non raccoglie nessuna nuova specie particolare, ma studia dettagliatamente nel loro ambiente e nei loro comportamenti animali che in Europa erano conosciuti solo per le fantasiose descrizioni di qualche viaggiatore. Alleva persino per qualche mese un cucciolo di orango, “un piccolo orfano” scrive “ che si è aggiunto alla mia famiglia”.

Nel 1855 è a Sarawak, ospite del famoso sir James Brook, il “rajà bianco”, quello raccontato da Salgari come il più implacabile nemico di Sandokan (il che è storicamente vero, fatta salva la figura della tigre della Malesia, perché James Brook diede una caccia spietata ai pirati della Sonda). E proprio a Sarawak, dove il rajà lo tratta con tutti gli onori, per il piacere di avere come ospite un interlocutore brillante sul piano scientifico, Wallace condensa in un breve saggio le conclusioni cui è pervenuto dopo aver avuto la possibilità di confrontare realtà naturalistiche tanto simili per un lato ma tanto lontane tra loro per altri. “Sulla legge che ha regolato l’introduzione di nuove specie” viene pubblicato nello stesso anno su un’autorevole rivista scientifica inglese. Pur nella sua essenzialità l’articolo è una pietra miliare nell’avvicinamento ad una teoria compiuta dell’evoluzione. Wallace elenca i fatti geologici e geografici sui quali si basa l’evidenza evolutiva e parla apertamente di nuove speciazioni, ossia della discendenza di specie affini da un antenato comune: “… la successione naturale delle affinità rappresenta anche l’ordine secondo il quale le varie specie sono venute alla luce, ciascuna come diretta discendente di un antetipo rappresentato da una specie strettamente affine esistente al tempo della sua origine.” Riassume il suo ragionamento in una legge che afferma: “Ogni specie ha avuto un’origine coincidente sia nello spazio che nel tempo con una specie preesistente strettamente affine”, e suggerisce anche chiavi di lettura che verranno sviluppate oltre un secolo dopo (ad esempio, quella di un processo che conosce brusche impennate e lunghi momenti di stasi – gli equilibri punteggiati di Gould ed Eldredge – anziché uno sviluppo lento e costante.

Alla base della sua riflessione ci sono le esperienze comparate dell’Amazzonia e della Malesia. L’importanza della distribuzione geografica degli animali, quella già sottolineata con forza nella conferenza sulle scimmie amazzoniche, è ormai diventata il suo chiodo fisso. E come succede in questi casi, diventa il filtro attraverso il quale leggere l’insieme dei fenomeni, il sensore che si accende davanti ad ogni elemento di conferma. Nel caso specifico è determinante il fatto di proseguire le ricerche in un ambiente per molti versi simile (la foresta tropicale) ma nel quale si sviluppano forme di vita diverse: il che porta allo scoperto i limiti della teoria di Lamarck, e prova che alla base dell’evoluzione c’è qualcosa di più del condizionamento ambientale. Quale sia questo fattore Wallace non è ancora in grado di dirlo, ma la strada all’intuizione è ormai aperta. Per intanto getta le basi di quella che verrà conosciuta come “biogeografia”[9] e formula la domanda chiave: “… in ogni caso le specie più affini si trovano geograficamente vicine. La domanda che si pone ad ogni mente pensante è: perché è così?

Ci si attenderebbe che il lavoro di Wallace faccia fare salti sulla sedia ad un sacco di gente, di entusiasmo o di dispetto a seconda delle diverse convinzioni naturalistiche. Invece non accade praticamente nulla. Lo scritto non viene ignorato, lo stesso Darwin lo legge e lo segnala a Lyell, ma a quanto pare non lo trova particolarmente interessante (Lyell, al contrario, che professava convinzioni fissiste, ne è turbato, e intravvede quegli sviluppi che in effetti si daranno di lì a pochi anni). È probabile che a indisporlo sia il linguaggio. Wallace ha infatti volutamente evitato la terminologia evoluzionistica, usando ad esempio il termine “create” anziché “evolute” quando parla di nuove specie. Questo accorgimento non gli giova granché neppure negli ambienti ufficiali, accademie o società scientifiche, dove prevale piuttosto il fastidio per un “cacciatore di specie” che si mette a formulare teorie rivoluzionarie. L’unico a manifestare entusiasmo è Bates, il vecchio compagno di avventure, ancora in piena attività in Amazzonia, che profetizza a Wallace: bravo, hai centrato in pieno il problema e hai dato spiegazione di tutto. Peccato soltanto che il mondo scientifico “che conta” non sia affatto pronto a capire quello che dici.

Wallace deve constatare che il suo compagno ha visto giusto. Riceve, si, una paio di lettere di complimenti da Darwin, che ribadisce peraltro quanto Bates aveva già detto: ma tutto finisce lì. Almeno per il momento.

 

Nelle lettere di risposta a Wallace Darwin accenna allo stato delle proprie ricerche, dicendo che c’è ancora molto da fare e che occorreranno anni per arrivare ad una proposta teorica saldamente fondata. Di anni in realtà Darwin se ne è già presi parecchi, se si considera che le prime riflessioni sulla selezione naturale e sui possibili fattori evolutivi risalgono almeno al 1838, a ridosso immediato del viaggio del Beagle, e che un abbozzo della teoria era già stato dato in lettura ad alcuni amici nel 1844. Perché non arriva ad una conclusione?

Darwin è in realtà frenato da due diversi timori. Intanto, è una persona decisamente “solida” nel modo di pensare: come tale, alle teorie vuole che corrispondano i fatti, anzi, vuole che le prime discendano dai secondi; e anche se la stragrande maggioranza dei fatti confermano il suo modello teorico, rimangono comunque alcune zone oscure che potrebbero rendere fragile e attaccabile l’insieme dell’edificio teorico. Darwin non ama il rischio: vuole certezze, e vuole trasmetterle.

In secondo luogo, è il primo ad essere spaventato dalle conseguenze delle sue scoperte. Non ne è turbato per motivi religiosi, ma senz’altro per quella che potrebbe essere la ricaduta etica. Capisce benissimo che gli spiriti alti non possono che essere gratificati da una conoscenza nuova, ma non è affatto sicuro che la cosa valga per tutti. Teme che la sua teoria possa essere strumentalizzata, come in effetti avverrà, e piegata a giustificare posizioni politiche e morali che in essa non sono affatto implicite. Per questo passerà il resto della sua vita a prendere le distanze da qualsiasi interpretazione non scientifica dell’evoluzionismo. Teme insomma che la verità che emerge dai suoi studi possa essere sentita come troppo cruda da chi non ha gli strumenti e l’apparato per digerirla. Per questo sta cincischiando, e continua a raccogliere materiali su materiali, quasi a dare alla sua teoria una consistenza inattaccabile, a schiacciare sotto il peso della documentazione qualsiasi obiezione.

Wallace ha un carattere diverso. Mentre veleggia su e giù per l’arcipelago, alla ricerca dell’uccello del paradiso (compie tre spedizioni, alle isole Aru nel 1857, alle Molucche l’anno successivo e in Nuova Guinea nel 1860; verranno descritte nel 1862 in Narrative of Search after Birds of Paradise), continua a rimuginare sull’ultima parte ancora scoperta della sua teoria, quella che dovrebbe rispondere alla domanda: in che modo avviene l’evoluzione? “Il saggio che scrissi a Sarawak mi aveva convinto che la trasformazione della specie doveva aver luogo per una naturale successione genealogica: lentamente o velocemente una specie si trasforma in un’altra. Tuttavia l’esatto processo della trasmutazione e le cause che lo rendevano possibile erano totalmente sconosciute, tanto da sembrare quasi inconcepibili.[10] Per trovare la risposta deve attendere un accesso febbrile (ancora la malaria) che da un lato lo costringe ad un forzato riposo, dall’altro gli induce evidentemente uno stato di eccitazione mentale particolare. Gli capita più o meno quello che è accaduto a Cartesio, che da un letto di infermo ha rivoluzionato la percezione e la rappresentazione dello spazio. La folgorazione è attivata dall’improvvisa reminescenza del saggio di Malthus sulla popolazione. La chiave è lì, nei freni alla crescita demografica che Malthus elenca e nella capacità di sopravvivenza di coloro che riescono meglio ad adattarsi. Vista ora, sembra la scoperta dell’acqua calda: è ovvio che chi è più adatto sopravvive meglio: ma pensiamo a che salto comporta rispetto alla convinzione che gli dei chiamino a sé prematuramente i migliori, che una morte in battaglia o un martirio per fede valgano mille vite, convinzione che in varie versioni e riletture aveva dominato tanto la cultura classica quanto quella cristiana, ed era tornata in auge col romanticismo. È una bella doccia gelata per la presunzione di superiorità e unicità spirituale dell’uomo, visto che la legge vale per lui come per ogni altro animale.

Come racconterà nella sua autobiografia, Wallace scrive di getto, in una sola sera, un articolo che poi mette in bella copia nei due giorni successivi; e lo spedisce immediatamente a Darwin, certo di fargli una cosa enormemente gradita. Il saggio arriva al destinatario quasi quattro mesi dopo, e per poco non gli procura una sincope. È la versione riassunta in venti pagine di quanto Darwin sta mettendo assieme da vent’anni[11].

È forse utile precisare che quando si parla per Wallace di una improvvisa folgorazione e per Darwin di un lento e ponderato percorso, questi non concernono l’idea di evoluzione, ma la spiegazione dei meccanismi evolutivi. Il frutto dei due diversi approcci è insomma una teoria fondata sull’osservazione diretta dei fenomeni e sull’assemblaggio e la rielaborazione meditata dei loro significati. Nessuno dei due “scopre” l’evoluzione: scoprono entrambi, più o meno contemporaneamente e pressoché negli stessi termini, come l’evoluzione funziona.

Una visione evoluzionistica della vita era in realtà presente, a livello però semplicemente intuitivo, da moltissimo tempo; addirittura potremmo risalire al pensiero dei “fisiologi” della scuola ionica di Mileto, i filosofi-naturalisti pre-socratici. Già nella prima metà del VI secolo Anassimandro postulava l’esistenza di un processo evolutivo delle specie animali (uomo compreso)[12], e tracce di una concezione “evolutiva”, almeno per quanto concerne il livello di civiltà umana, le troviamo anche in Democrito; tracce che attraversano tutta l’epoca classica e riemergono in Epicuro e in Lucrezio (anche qui, però, in connessione con una generica idea di progresso)

Un altro ionico, Anassagora, aveva sottolineato la funzione evolutiva di alcuni organi, primo tra tutti la mano. Malgrado questa osservazione fosse stata poi sconfessata e oscurata dal magistero di Aristotele, che imponeva il fissismo, la sua eco permane evidentemente anche nella tarda antichità e nel pensiero cristiano, se Gregorio Nisseno nella seconda metà del IV secolo torna sul tema della mano per spiegare la superiorità dell’uomo rispetto agli altri animali, e dice che ad un certo punto la natura dotò l’uomo della mano (si badi bene, la natura, non Dio), o addirittura che le zampe si evolsero in mano.

A cercarli, gli indizi di una concezione evolutiva carsicamente riemergente si troverebbero anche nella filosofia medioevale: ma è nella seconda metà del seicento che essa comincia a trovare formulazioni esplicite e concrete fondamenta scientifiche, prendendo spunto soprattutto dalla “rivoluzione” delle teorie geologiche innescata da Thomas Burnet[13] e portata a compimento da Hutton[14] e da Lyell. L’input arriva dai primi studi sui fossili. Nicola Stenone inferisce dalla successione stratigrafica di quelli che erano stati in precedenza liquidati come “divertimenti divini” un mutamento costante che interessa le specie[15]. L’idea di una trasmutazione vera e propria viene sostenuta da Benoit de Maillet[16], mentre Pierre–Louis de Maupertuis parla di sopravvivenza del più adatto[17] e Buffon abbraccia decisamente l’idea di un lento processo di nuove speciazioni[18]. Nei dialoghi che segnano la nascita del materialismo moderno Diderot si fa assertore della continua rinascita dei diversi organismi in forme nuove.[19] Lo stesso nonno di Darwin, Erasmus, applica una concezione evoluzionistica ai suoi studi di botanica e di genetica [20]

Nella prima metà dell’ottocento il concetto di evoluzione è quindi, almeno a livello scientifico, ormai acquisito. La prima compiuta formulazione teorica arriva con Jean-Baptiste Lamarck, che fonda il processo evolutivo sulla ereditarietà dei caratteri acquisiti[21]. È un serio tentativo di identificare quei meccanismi che rendono possibile lo sviluppo delle differenze all’interno di una specie, e sul lungo periodo la nuova speciazione. Il limite, giustificabilissimo in base alle conoscenze dell’epoca, è quello di postulare che un agente esterno possa indurre nell’organismo modificazioni ereditabili. In Inghilterra si procede con maggior cautela: si accumulano mattoni di varia provenienza in vista della costruzione finale. William Charles Wells, ad esempio, studia l’adattamento degli organismi al clima, mentre Patrick Mattews parla chiaro e tondo di “selezione” dei più adatti e Charles Lyell nel campo della Geologia fissa definitivamente il concetto di trasformazione costante della cresta terrestre[22]. Nel 1844 addirittura, come abbiamo già visto, Robert Chambers anticipa una compiuta teoria evoluzionistica, che non ha il supporto di intuizioni scientifiche innovative (l’assunto è lamarkiano, il presupposto è creazionista) ed è finalizzata soprattutto a giustificare l’idea di un progresso sociale, ma azzarda comunque un disegno globale[23]. A questa farà riferimento nel decennio successivo la filosofia evoluzionistica di Herbert Spencer,[24] che nel suo Sistema di filosofia generale si richiama a Darwin, ma ha già adottato un approccio evoluzionistico almeno a partire dal 1851.

Insomma, l’evoluzionismo non è solo nell’aria, ha già fondamenta solide ed è ormai radicato nella cultura anglosassone. A questo punto manca soltanto l’enigmista in grado di unire i puntini degli indizi e delle evidenze e ricavarne un concetto che riassuma i meccanismi evolutivi. Il concetto è quello di selezione naturale, o sopravvivenza del più adatto, e nel 1858 gli enigmisti sono addirittura due.

 

In quell’anno va infatti in scena una vicenda che ha molti aspetti ambigui, ma che tutto sommato mi pare edificante, per la lealtà e la dirittura morale mostrata da entrambi i protagonisti.

Quando si riprende dallo shock che la lettura dello scritto di Wallace gli ha procurato Darwin non sa che pesci pigliare. L’articolo riassume quasi esattamente il suo pensiero, gli è stato inviato con la preghiera di farlo leggere a Lyell e di renderlo pubblico, inoltrandolo alla Linnean Society, e tecnicamente è la prima comunicazione ufficiale di una teoria che spieghi i meccanismi dell’evoluzione. L’idea di ignorarlo non lo sfiora nemmeno: onestamente ritiene che a Wallace debba essere riconosciuto il suo merito, e medita di inoltrare subito lo scritto ad alcune riviste scientifiche. Dall’altro lato, però, ci sono i vent’anni spesi nella costruzione del proprio edificio teorico. Si rivolge quindi a Lyell, che già conosce il percorso di Wallace e ne aveva intuiti i possibili esiti, e si affida a lui. Lyell, assieme ad un altro corrispondente e amico di Darwin, il botanico Joseph Hooker, trova la soluzione che salva capra e cavoli. Viene organizzata una presentazione congiunta alla Linnean Society, nella quale è data lettura sia di un manoscritto che Darwin aveva fatto circolare tra alcuni amici nel 1844, che contiene il primo abbozzo della teoria, assieme ad una lettera sullo stesso tema indirizzata al naturalista americano Asa Gray nel 1857, sia del breve saggio di Wallace. Darwin non presenzia nemmeno alla seduta: proprio in quei giorni sta infatti vivendo il dramma della perdita di un figlio. La scelta di presentare il manoscritto del 1844, invece che un estratto dell’opera in gestazione, ha comunque un ben preciso scopo: si sancisce una primogenitura, si brevetta l’idea originale. Nel contempo Darwin, che per uno scrupolo etico continua a nutrire riserve sulla soluzione adottata, viene stimolato ad uscire dai dubbi e dal torpore, e comincia a lavorare a tempo pieno per pubblicare il prima possibile almeno una parte di quanto ha già scritto.

Anche questa volta sulle prime la comunicazione congiunta non suscita grosse reazioni: ma è una bomba a reazione ritardata, e ad accelerare l’innesco provvedono proprio gli amici di Darwin, in particolare Thomas Huxley[25], che creano una particolare aspettativa attorno all’opera tanto annunciata. A Wallace viene comunicato come si è proceduto, e ne è addirittura entusiasta. L’idea di essere stato messo alla pari con un’autorità riconosciuta come Darwin non gli pare vera. E poi, è perfettamente conscio che la priorità morale, almeno per quanto concerne i tempi e la quantità degli studi dedicata, spetta a quest’ultimo. “Naturalmente non solo fui d’accordo, ma sentii che essi mi avevano onorato e riconosciuto maggior credito di quanto meritassi, nell’equiparare la mia fulminea intuizione – scritta in fretta e sottoposta subito al parere di Darwin e Lyell – al lungo lavoro di Darwin, il quale aveva raggiunto lo stesso risultato vent’anni prima di me.”

In realtà, il risultato non è esattamente lo stesso. Le due teorie non sono identiche. Per Wallace la selezione degli inadatti è operata dall’ambiente, mentre Darwin parla piuttosto di competizione tra gli individui. Sullo sfondo ci sono due “culture politiche” diverse, perché Wallace ha una formazione socialisteggiante e crede nella natura positiva dell’uomo, convinzione che come vedremo è rafforzata dal contatto con le fiere popolazioni malesi, laddove Darwin, più conservatore, ha in mente lo stato miserabile di brutalità in cui durante il viaggio del Beagle ha visto vivere i fuegini. Per Wallace, inoltre, la selezione persegue un fine superiore, la realizzazione di un uomo perfetto, e conseguentemente di una società giusta: Darwin sottolinea invece che l’evoluzione non è necessariamente un “progresso”, ma essenzialmente una successione di stati.

Quando l’anno successivo esce “L’origine delle specie” l’ambiguità della situazione si risolve da sola. Wallace è lontano, in Nuova Guinea, in cerca di esemplari dell’uccello del paradiso: è preso da altre cose, e proprio in questo periodo invia alla Linnean Society un altro lungo articolo, “Sulla zoologia geografica dell’arcipelago malese” che viene apprezzato e che può essere considerato l’atto di fondazione della biogeografia evoluzionistica.

La battaglia si scatena quindi tutta attorno all’opera e al pensiero di Darwin. Il nome di Wallace, nell’infuocato dibattito successivo, non compare nemmeno. Egli stesso ritiene che sia giusto così, e continuerà a ribadirlo sino alla fine: «È stato affermato… che io e Darwin abbiamo simultaneamente scoperto la selezione naturale: anzi, alcuni commentatori hanno dichiarato che fui io il primo a scoprirla e ad aprire la strada a Darwin. Credo sia opportuno riportare i fatti oggettivi nel modo più semplice e chiaro. L’unico fatto che mi associa a Darwin è che l’idea di ciò che oggi chiamiamo “selezione naturale” o “sopravvivenza del più adatto”, insieme alle sue pregnanti conseguenze, ci venne in mente indipendentemente. Quello che invece viene spesso dimenticato è che tale idea venne a Darwin nel 1838, ovverossia quasi vent’anni prima che a me, e che durante tutti quei vent’anni egli aveva continuato a raccogliere prove … Perché così sono andati i fatti, io non avrei avuto alcun motivo di lamentarmi se da allora i nostri rispettivi contributi fossero stati stimati proporzionalmente al tempo che ciascuno di noi aveva dedicato al problema, il che sarebbe come dire vent’anni contro una settimana”[26]».

Quindi Wallace non si aspetta, quando finalmente nel 1862 rientra in patria, dopo otto anni di permanenza “sul campo”, di trovare attorno a sé un particolare interesse. Gli è sufficiente sapere di essere stato lo strumento inconsapevole che ha smosso Darwin dalle sue incertezze. D’altro canto Darwin lo apprezza, Huxley e Lyell lo ricevono a casa loro, forse anche perché si sentono un po’ in colpa: tutto sommato ritiene di non avere di che lamentarsi, dal momento che ormai, grazie anche a queste conoscenze, è entrato a pieno titolo nel novero dei naturalisti degni di considerazione.

 

Nel frattempo il clamore delle polemiche accese dall’opera di Darwin non accenna a spegnersi. Nel 1863 Huxley getta ulteriore benzina sul fuoco con la pubblicazione de Il posto dell’uomo nella natura, nel quale abbandona ogni cautela e parla senza mezzi termini di discendenza dell’uomo da un antenato scimmiesco (mentre Darwin ne “L’origine” aveva accuratamente evitato di toccare l’argomento, ancorché la cosa fosse implicita). La rottura del tabù sull’origine dell’uomo incoraggia anche Wallace a trarre delle conclusioni dalle sue esperienze di viaggiatore-esploratore: nel 1864 pubblica un saggio su “L’origine delle razze e l’antichità dell’uomo”, che riscuote stavolta una grossa attenzione e che assieme ai diari offre il destro per valutare la sua posizione sul tema delle razze umane e il suo atteggiamento nei confronti delle culture primitive con le quali è venuto a contatto. Per seguire lo sviluppo del suo pensiero, che è piuttosto tortuoso, è opportuno però tornare all’esperienza amazzonica.

La terza e più inattesa sensazione di sorpresa (le prime due riguardano la maestosità della foresta vergine e la strabiliante varietà e squisita bellezza delle farfalle e degli uccelli) e di gioia fu il mio primo incontro e la vita a contatto con l’uomo allo stato di natura, con selvaggi assolutamente incontaminati” scrive nella sua autobiografia[27]. Quello del “selvaggio incontaminato” è un topos che ricorre in tutti i resoconti di viaggio dei naturalisti-esploratori, da Humboldt a Darwin, da Beltrami a Boggiani. “…Quegli autentici indios selvaggi non avevano nulla di ciò che noi chiamiamo vestiti, ma solo bizzarri ornamenti … ma erano soprattutto il loro aspetto complessivo e i loro modi di essere differenti, i loro lavori e i loro svaghi, per i quali andavano tutti di qua e di là, non avevano nulla a che vedere con l’uomo bianco e con le sue abitudini: camminavano con il passo sciolto dell’indipendente uomo della foresta e non facevano la benché minima attenzione a noi, puri stranieri di una razza aliena …”. Non è più il “buon selvaggio” del Settecento, né quello filosofo di Chateaubriand, ma non è neanche il “bruto” della gerarchia razziale positivista. “Erano uomini autentici che contavano solo sulle proprie forze, senza alcuna dipendenza dalla civilizzazione, e che riuscivano benissimo a vivere a modo loro, come avevano fatto per innumerevoli generazioni”.

Il confronto tra l’abbrutimento morale e anche fisico degli indigeni “civilizzati” e la dignitosa fierezza di quelli “bravos” induce le più amare considerazioni sugli effetti corruttori della “civilizzazione”. “Mi è sempre sembrata una vergogna della nostra civiltà il fatto che quelle brave genti non siano mai state salvaguardate, nemmeno in un caso, dalla corruzione dovuta ai vizi e alle follie delle nostre classi più degradate …Quello che abbiamo fatto, o lasciato che non venisse fatto, avendo avuto come risultato la degradazione e il lento sterminio di un così bel popolo, è una delle tragedie più tristi della nostra civiltà.”

Considerazioni analoghe sono suggerite a Wallace dall’incontro con le popolazioni malesi. Mentre nel primo villaggio di cui è ospite sulle isole Aru constata che “una grande monotonia e una piatta uniformità caratterizzano la vita quotidiana … la loro mi sembrò un’esistenza veramente misera”, quando si inoltra nella foresta vergine e arriva ad un villaggio tradizionale, lontano dai contatti con la civiltà, sente che “ … più ne approfondivo la conoscenza, più cresceva in me l’interesse per questa gente che rappresentava un chiaro esempio della popolazione autoctona delle Aru: veri selvaggi praticamente immuni da mescolanze forestiere…. Gli indigeni di razza pura hanno una migliore qualità di vita, come risulta dal fatto che godono di maggior salute, hanno fisici più prestanti e in genere la pelle più pulita” [28].

Queste osservazioni vengono sviluppate in chiave teorica ne L’origine delle razze, ma per certi aspetti ne risultano anche contraddette. Andiamo con ordine. Wallace si inserisce nel dibattito tra poligenisti e monogenisti, reso incandescente dalla questione della schiavitù e, proprio in quegli anni, dalla guerra civile americana[29]. Lo fa adottando una posizione molto sfumata. Parte sottolineando le differenze esistenti tra le società animali e quelle umane, anche quelle rimaste ad un livello di civiltà più basso. In queste ultime, dice, esistono comunque fenomeni di cooperazione, di “mutuo soccorso” e di divisione del lavoro, che non sono presenti nelle prime. Esiste anche la competizione, come vuole Darwin, ma si svolge tra gruppi, piuttosto che tra individui. Il salto è netto: a livello di specie non ci sono posizioni intermedie, da attribuirsi a “creazioni” o a “evoluzioni” separate. C’è invece una sola specie originaria, che a sua volta si è differenziata in diverse razze per opera dei meccanismi naturali, in primis la selezione.

La selezione ha continuato infatti ad operare a livello di modificazioni fisiche, determinando prima la speciazione, poi all’interno della specie le differenti caratteristiche morfologiche dei gruppi, sino a quando gli uomini non hanno sviluppato facoltà superiori, vale a dire intellettive e morali: da quel momento in poi la pressione ambientale si è trasferita sulle menti. “Dal momento in cui la prima pelle venne adoperata come coperta, la prima rozza lancia venne forgiata per essere usata nella caccia, il primo seme interrato o il primo germoglio piantato, una grande rivoluzione si realizzò nella natura … perché era comparso un essere non più inevitabilmente costretto a modificarsi al mutare dell’universo – era nato un essere che, in un certo senso, era superiore alla natura, visto che sapeva come controllarne e regolarne l’azione, e che poteva mantenersi in armonia con essa non tanto modificandosi nel corpo, quanto progredendo con la mente”. Questa rivoluzione non concerne quindi solo il rapporto con la natura, ma anche quello tra gli individui: induce cioè la nascita di sentimenti morali e sociali, primo tra tutti quello della solidarietà. Ora, proprio i gruppi più capaci di cooperazione sono quelli destinati a trionfare, mentre gli altri finiscono per estinguersi. Ma perché tale capacità si è sviluppata maggiormente in alcune razze piuttosto che in altre, determinando livelli diversi di civilizzazione? Wallace la spiega così: “Dal momento in cui quel potere, che fino ad allora aveva manipolato il corpo, trasferì la sua azione sulla mente, le razze sarebbero migliorate e progredite solo grazie alla severa disciplina di un suolo sterile e di stagioni inclementi … Non è forse vero che in tutte le epoche e in tutti gli angoli della terra gli abitanti dei paesi temperati sono sempre stati superiori a quelli che vivevano nelle regioni tropicali?” Il che parrebbe portarci, a dispetto del fatto che il termine razza venga usato in una accezione culturale e non biologica, pericolosamente vicini al confine che separa i sostenitori di una insuperabile diversità dagli assertori di una sfumata differenza.

Ma le cose non stanno così. Alla luce di una pubblicazione successiva, lo studio su I limiti della selezione naturale applicata all’uomo(1870), si capisce dove Wallace vada veramente a parare. Come vedremo, l’intento del saggio è dimostrare che al di là della selezione, per quanto concerne l’uomo, “qualche altra legge è stata all’opera”. Ciò che però qui ci interessa è che dall’analisi delle comparazioni craniometriche e dal confronto tra le facoltà raziocinanti, linguistiche, estetiche e morali dell’uomo civilizzato e del selvaggio Wallace deduce che “ogni significativo sviluppo di queste facoltà sarebbe per il selvaggio inutile o persino dannoso, poiché potrebbe in qualche modo interferire con la supremazia di quelle facoltà percettive e istintive sulle quali egli fa spesso affidamento proprio per sopravvivere all’aspra battaglia che deve condurre contro la natura e contro i propri simili. Tuttavia, in nuce, tutte queste potenzialità e questi sentimenti esistono sicuramente in lui … Possiamo concludere che esse sono sempre latenti e che il suo grande cervello è sovradimensionato per le reali richieste della sua condizione di selvaggio”.

Nulla a che vedere quindi con differenze biologiche, e ciò si riconcilia in qualche modo con la considerazione positiva dei “selvaggi”, e ci riporta nell’ambito non di una forma di razzismo, ma piuttosto di un ambiguo differenzialismo: magari poco in sintonia con la tendenza dell’epoca, ma senz’altro molto attuale.

 

Una volta riambientatosi nella “civiltà” Wallace cerca di recuperare il tempo perduto, e a quarantatré anni sposa una ragazza che ne ha venticinque di meno. Nel giro di cinque anni nascono tre figli, due dei quali sopravvivono. La vita sentimentale e familiare sarebbe serena, non fosse per i problemi economici. La reputazione, sia pure relativa, che i suoi studi gli hanno creato e la frequentazione degli ambienti ufficiali non bastano ad assicurargli una sistemazione decorosa. Non riesce a trovare un impiego (alla Royal Geografic Society è in concorrenza proprio con Bates, e gli viene preferito quest’ultimo), cerca invano di ottenere la direzione di qualche museo, si improvvisa progettista di parchi pubblici, ma senza alcun risultato. Riesce persino ad imbarcarsi in alcune speculazioni sbagliate, che danno fondo a quel che rimane del piccolo gruzzolo accumulatogli da Stevens durante la campagna di ricerca in Malesia. Sembra di rivedere il film della sua infanzia: inanella una serie infinita di traslochi (l’ultimo ad ottant’anni), ogni volta ricominciando da capo. Darwin e gli altri suoi corrispondenti scientifici non sanno mai da dove arriverà la prossima missiva.

È proprio Darwin, infine, nel 1881, a perorare e ad ottenere in suo favore il conferimento di una pensione per meriti scientifici. Non è molto, ma è sufficiente a garantirgli una certa tranquillità. Tutt’altro che tranquilla è invece l’attività intellettuale e scientifica di Wallace (il che probabilmente spiega anche le difficoltà a trovare un impiego fisso). Con l’articolo sull’origine delle razze umane ha infatti inizio la sua fase “revisionista” (una “metamorfosi in direzione retrograda”, la definisce Darwin). In realtà non sconfessa nulla di quanto ha scritto in precedenza, ma ritiene che occorra andare oltre. L’evoluzionismo e la selezione naturale spiegano tutto, ma si fermano di fronte all’uomo. Quell’oltre non ha più nulla a che vedere con la selezione naturale e con gli altri meccanismi evolutivi. Quell’oltre è lo spirito.

In un primo momento, in realtà, sono piuttosto “gli spiriti”. L’attrazione per l’occulto e il paranormale, sopita dalle esperienze di ricerca negli angoli più remoti del globo, si riaccende una volta tornato a Londra. Partecipa a sedute spiritiche e ad esperimenti di ipnotismo, e si fa apostolo di queste pratiche. Propone una partecipazione persino ad Huxley, il “mastino di Darwin”, e par di vedere quest’ultimo mentre gli risponde senza mezzi termini che sono cose per matti o per dementi. Scrive anche una serie di saggi su “L’aspetto scientifico del soprannaturale”, che lasciano seriamente imbarazzati gli amici, primo tra tutti Darwin. Ma l’imbarazzo diventa profonda delusione quando nel già citato saggio apparso nel 1870 mette in questione “I limiti della selezione naturale applicati all’uomo”. Qui non si tratta più di stramberie: è in gioco la credibilità dell’intera teoria evoluzionistica, tanto più che Darwin è uscito allo scoperto ed è in procinto di pubblicare, l’anno successivo, “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale”.

Il ragionamento dal quale muove Wallace è il seguente: “Se troviamo nell’uomo dei caratteri che, in base a tutte le prove in nostro possesso, mostrano di essere stati veramente dannosi al primo momento della loro comparsa, o degli organi specializzati del tutto inutili per l’uomo, o il cui utilizzo non è proporzionato all’effettivo grado di sviluppo, ciò potrebbe significare che non sono stati prodotti dalla selezione naturale … che qualche altra legge o qualche altra forza è stata all’opera. Se poi ci accorgessimo che proprio queste modificazioni, ancorché nocive o inutili al tempo della loro comparsa, divennero molto più tardi estremamente vantaggiose, e sono ora essenziali per il pieno sviluppo morale e intellettuale della natura umana, dovremmo dedurne l’azione di una mente che prevede e lavora per il futuro”. Parte in fondo dalla stessa constatazione che tanto turbava Darwin, quella della comparsa e soprattutto del persistere inspiegabile di caratteri non solo inutili, ma oggettivamente d’impaccio nella lotta per la sopravvivenza (la famosa coda del pavone): e tiene anche conto correttamente del fatto che la positività o negatività di un carattere va giudicata sul lunghissimo periodo, nell’ottica di possibili trasformazioni ambientali. Tutto questo, però, solo per dedurne che se compare un carattere la cui utilità o funzione non è immediata, e questo carattere non viene spazzato via dalla selezione naturale, ciò accade perché esiste un preciso disegno finalistico-teleologico nel quale ogni mutazione è iscritta. Ciò, agli occhi di un darwiniano ortodosso, che assume il caso a motore unico dell’evoluzione, suona come una resa e come un’eresia.

Non è la fine della carriera scientifica di Wallace, che come abbiamo visto continua a fornire contributi di valore nel campo della biogeografia. I suoi scritti sull’argomento, La distribuzione delle piante (1876) e Island Life (1880), sono entusiasticamente recensiti da Darwin, e ancora a metà degli anni ottanta Huxley propone di chiamare “linea di Wallace” la linea di demarcazione tra l’est e l’ovest dell’arcipelago malese, dove il naturalista aveva maturato le sue prime osservazioni sulla distribuzione e sull’evoluzione delle specie zoologiche. Ma è indubbiamente un grosso colpo alla sua credibilità come evoluzionista, e viene percepito come un disconoscimento di paternità, anche se Wallace continua coerentemente a sostenere, per tutto il mondo animato tranne che per l’uomo, la validità della selezione naturale come spiegazione del meccanismo evolutivo (tanto da pubblicare nel 1889 un trattato sulla selezione naturale con il titolo “Darwinismo”).

 

Confesso che ho una spiccata tendenza a liquidare ogni discorso sullo spiritismo e il paranormale, ma anche sul soprannaturale in genere, come “temporanea apparizione mentale”, per usare un eufemismo; provo irritazione e una notevole riluttanza anche solo a parlarne. Nel caso di Wallace sento però di poter fare un’eccezione. Non è questione di simpatia di pelle, che a tutto mi indurrebbe tranne che a giustificare queste inclinazioni: è che ci scorgo dietro qualcosa di più di una semplice mania o debolezza psicologica, e soprattutto non mi sembra in contraddizione più di tanto rispetto al filone serio del suo pensiero.

Mi spiego. Ho letto gli scritti di Wallace sullo spiritismo e sul paranormale, e li ho trovati, come già avevano fatto Darwin e Huxley, imbarazzanti, patetici nella pochezza e nel candore col quale si ostinano a perorare una causa assurda e a tentare di darne spiegazione su basi scientifiche, partendo dall’assunto che la scienza deve indagare proprio i misteri, e non rigettarli a priori. “L’esistenza di tali intelligenze preter-umane, – afferma – qualora provata, aggiungerebbe solo un ulteriore esempio, il più strabiliante di qualsiasi altro finora osservato, di quanto minima sia la porzione del grande cosmo che i nostri sensi ci permettono di conoscere” Wallace ritiene che l’uomo sia “una dualità, consistente in una forma spirituale organizzata, evolutasi in permeante coincidenza con il corpo fisico, e dotata di sviluppo e organi corrispondenti”, che “la morte scinde questa dualità senza produrre sullo spirito alcun cambiamento, né morale né intellettivo” e che “gli spiriti possono comunicare con i vivi attraverso individui dotati di capacità medianiche”. E aggiunge: “Noi siamo circondati da una schiera di parenti e amici partiti prima di noi, che hanno un certo potere di influenzare, e in certi casi persino di determinare, le azioni dei vivi”. Ora, è comprensibile che possa essere consolante per lui sentirsi accanto il fratello William, che gli aveva fatto da padre, o Herbert, per la morte del quale un po’ si sentiva responsabile, oppure il piccolo Herbert Spencer, il suo primogenito morto a sei anni: ma conoscendo i suoi articoli sulla selezione naturale vien rabbia a pensare che tanta intelligenza e acutezza possano essersi sprecate su simili argomenti. E tuttavia …

Tuttavia nel caso di Wallace ci sta; nel senso che è almeno spiegabile. Intanto c’è una motivazione “esterna”, quella che meno giustifica, ma che va comunque tenuta in considerazione: spiritismo, occultismo e paranormale sono molto di moda nel secondo Ottocento, soprattutto nell’Inghilterra vittoriana (e sono spiritisti addirittura i maggiori grandi rappresentanti del pragmatismo americano, William James e Charles Peirce). Questa potrebbe sembrare semmai un’aggravante – anche Darwin e Huxley vivono nell’Inghilterra vittoriana, ma di spiriti non vogliono sentir parlare – mentre in realtà rivela che Wallace è in fondo più moderno dei due granitici positivisti, perché è già permeato dallo spirito, appunto, del decadentismo. Il che non è un gran merito, almeno ai miei occhi, ma rivela una sensibilità più complessa.

C’è però dell’altro, e questo mi pare importante. A dispetto del campo delle sue ricerche e degli esiti di queste ultime Wallace non è mai stato un materialista convinto. La sua curiosità per lo spiritismo risale come abbiamo visto al periodo di Leicester, e già dai tempi dell’Amazzonia alcuni esperimenti di comunicazione mentale compiuti con gli indigeni, dei quali racconta nel suo diario, rivelano una concezione “psichica” dell’universo, l’idea che esista una dimensione ulteriore, nella quale gli spiriti degli uomini d’ogni tempo sopravvivono alla corruttibile materialità, e che costituisce una impalpabile e rassicurante rete comunicativa. Tutto questo parrebbe esulare dalla concezione evoluzionistica, ma per Wallace ne è invece il compimento: in sostanza, tutto il processo evolutivo, tutte le leggi che lo governano, sarebbero finalizzate al raggiungimento di questo stadio di perfezione. Non solo: è ipotizzabile, anzi, è certo che prima o poi anche tale dimensione immateriale possa essere indagata con gli stessi criteri di scientificità con i quali si è fatta luce sui meccanismi dell’evoluzione (non arriva a tempo a conoscere gli esiti filosofici della psicoanalisi, ma certamente lo avrebbero intrigato).

Ciò comporta naturalmente l’idea di una eccezionalità umana, di un destino speciale per la nostra specie. Antropocentrismo, si dirà. Fino ad un certo punto. Nella concezione di Wallace c’è spazio per tutti, con eguale dignità: “Pensai alle lunghe epoche del passato, durante le quali generazioni e generazioni di questa piccola creatura avevano f atto il loro corso, di anno in anno, nascendo, vivendo e morendo nel fitto di scure e tenebrose foreste, senza che nessun occhio intelligente ne osservasse lo splendore. A quanto pare un inutile spreco di bellezza. …. Tale considerazione ci porta inevitabilmente a negare l’assunto secondo il quale tutti gli esseri viventi furono fatti per l’uomo. … La loro felicità e i loro piaceri, i loro amori e odi, le loro lotte per la sopravvivenza … sembrano avere direttamente a che fare solo con il loro benessere individuale e la loro riproduzione.[30] D’altro canto tutti hanno la stessa origine: ma allo stesso modo in cui da una specie ne nasce un’altra, compiendo un salto qualitativo, può essere ipotizzato un salto qualitativo all’interno della specie stessa. E questo salto l’uomo, secondo Wallace, lo ha fatto. Scrive nella introduzione al saggio sui limiti della teoria della selezione: “Credo di aver provato che, non appena l’intelletto umano ebbe raggiunto un grado di sviluppo al di sopra di una soglia minima, il corpo dell’uomo avrebbe cessato di essere materialmente influenzato dalla selezione naturale, in quanto lo sviluppo delle sue facoltà mentali avrebbe reso inutili significative modifiche della sua forma e della sua struttura”. Non è un argomento banale.

D’altro canto, non è l’unico a sostenerlo: nello stesso periodo lo dice anche Marx (Engels ne è un po’ meno convinto) quando sostiene che per quanto concerne l’uomo ad un certo punto la storia naturale ha lasciato il posto a quella culturale. I modi e i percorsi che poi ne derivano sono per i due molto diversi, ma la finalità, in fondo, è la stessa: il progresso e il perfezionamento dell’uomo. Questo è il motore dell’eresia di Wallace: l’idea che tutta quell’immane vicenda di nascite e crescite ed estinzioni che lui stesso ha contribuito a chiarire debba aver uno scopo ben più nobile del puro perpetuarsi della vita. Non accetta le conseguenze di ciò che ha capito, e questo lo porta, visto che razionalmente non ci sono vie d’uscita, a buttarsi tra le braccia dell’irrazionale. È una debolezza, certo, ma è indotta da un entusiasmo persino eccessivo per ciò che lo ha appassionato, al punto di non consentirgli di accontentarsi del risultato.

 

Con l’articolo del 1858 Wallace sente di aver raggiunto solo uno scopo parziale, quello scientifico. Ha risposto alla domanda: come accade? Non è svuotato, ma al contrario di Darwin, che continua a girare attorno al suo edificio teorico e produrrà tutte le sue ulteriori opere a suffragio e completamento de L’Origine, non lo sente più come l’interesse prioritario. Probabilmente ha anche la coscienza di non possedere i mezzi per andare oltre nella spiegazione. Il suo contributo lo ha dato, agli altri (agli specialisti come Huxley e Hooker) sta ora il compito di portarlo avanti.

Non per questo abbandona l’idea di evoluzione. Semplicemente la sposta, dalla biologia allo studio dei comportamenti e dei problemi sociali. Entra nel campo davanti al quale la biologia si arresta. Si pone la domanda: perché?

La risposta che concepisce induce anche un cambio di atteggiamento per quanto concerne la presenza pubblica. Schivo e sin troppo modesto, Wallace è rimasto senza troppi problemi nell’ombra, sino a quando si è trattato di studiare la natura. Ora, dopo che il suo interesse si è trasferito decisamente sul problema della società umana, sente il dovere di esporsi pubblicamente, magari facendo valere le sue credenziali scientifiche: non certo per trarne qualche vantaggio o celebrità, ma per giovare alla causa dei suoi simili. Sempre più frequentemente quindi interviene nel dibattito pubblico, e non c’è causa sociale che non lo veda schierato.

Wallace non può essere ascritto ad alcun movimento politico specifico. Si professa apertamente socialista (“Sono assolutamente convinto che il socialismo non solo sia perfettamente attuabile, ma sia anche l’unica forma di società degna di uomini civili. Solo esso infatti può assicurare all’umanità un contino avanzamento intellettuale e morale ….”), ma il suo socialismo che non ha nulla a che vedere con il marxismo o con le altre varianti del progressismo riformatore o rivoluzionario: non prende spunto da Marx ma dai romanzi utopistici di Bellamy[31]. Sarebbe forse più corretto definirlo in negativo, come un anticapitalista. Il socialismo è per lui “l’organizzazione del lavoro per il bene di tutti”. “Che economia si avrà quando tutte le industrie di un intero paese saranno uniformemente strutturate per il bene comune, quando tutti gli impieghi assolutamente inutili o non necessari saranno aboliti – come le miniere d’oro o di diamanti, o come i nove decimi degli avvocati e di tutti i faccendieri e i giocatori di borsa? È chiaro che in un sistema così organizzato un lavoro di tre o quattro ore al giorno per cinque giorni la settimana, svolto da tutte le persone di età compresa tra i venti e i cinquant’anni, produrrebbe in abbondanza e per tutta la popolazione tutto il necessario per vivere in agiatezza, con tutte le raffinatezze e i sani piaceri della vita.” È una visione utopistica della società che discende direttamente, come abbiamo visto, dalla fiducia totale nella perfettibilità dell’uomo.

Wallace è anche un ecologista, fervido sostenitore ante-litteram del “piccolo è bello”. In un articolo contro l’adozione del libero scambio scritto nel 1879 preconizza i rischi di un mondo globalizzato. Lo fa alla sua maniera, immaginando piccole comunità semiautonome, quasi villaggi dei Puffi, localizzate in un territorio poco fertile ma ricco nel sottosuolo, i cui componenti “si godono l’aria pura e le bellezze del paesaggio, e una buona percentuale è impegnata in salutari lavori all’aria aperta”. Questo idillio è rovinato dalla scoperta che si possono acquistare i prodotti alimentari a prezzi più bassi dai vicini, mentre si possono sfruttare ed esportare le ricchezze minerarie, naturalmente sconvolgendo tutto il territorio. Wallace sembra raccontare una favoletta, mentre non fa altro che descrivere quanto è veramente accaduto nel corso dell’ultimo secolo nella sua Inghilterra, soprattutto nel suo Galles (fatta la debita tara ai “salutari lavori all’aria aperta”, che in genere erano più salutari di quelli in miniera o nelle industrie, ma non impedivano alla popolazione di morire di fame). È tra l’altro una favoletta che avrà un grosso successo in Germania (sarà una delle icone del nazismo), ed è in fondo la condizione di partenza (e di arrivo) della componente più pura e originaria dell’anarchismo. Ma è anche un modello che, nelle tenebre della crisi che ci illudiamo oggi di attraversare e che in realtà ci sta inghiottendo, torna con insistenza sempre maggiore a ripresentarsi, non più come sogno utopico, bensì come unica alternativa minimamente plausibile alla catastrofe (purtroppo, forse davvero solo immaginabile).

Nella terra ideale di Wallace non si parla però di comunismo o di proprietà collettiva dei mezzi di produzione: meno che mai di dittatura del proletariato. “La maggior parte delle persone rifiuta persino l’idea di socialismo perché pensa che una società socialista si possa instaurare solo con l’imposizione. Se così fosse ripugnerebbe anche a me. Infatti io credo nell’organizzazione volontaria per il bene comune: anzi, sono quasi sicuro che noi abbiamo bisogno di un periodo di sano individualismo – di competizione in condizioni di perfetta uguaglianza per sviluppare tutte le energie e tutte le nostre migliori qualità, così da predisporci a quella volontaria organizzazione che adotteremo con profitto quando saremo pronti, ma che non potrà esserci imposta con la forza, prima di allora”. Qui, al di là dell’ingenuità sulla perfetta uguaglianza, non si parla di rigettare la selezione naturale, ma di ripulire il terreno di gara per garantire una competizione leale e davvero mirata al perfezionamento. La condizione è che tutti abbiano pari opportunità di realizzare appieno le loro potenzialità: perché “senza pari opportunità per tutti non può esistere vero individualismo, nessuna leale competizione”.

Da buon naturalista Wallace pensa che il primo campo nel quale la competizione deve essere riformata sia quello della selezione sessuale. Il sistema capitalistico, creando differenze di classe, induce infatti le donne a scegliere sulla base della convenienza economica, lasciando da parte le spinte istintuali e spirituali. Questo inibisce il potere selettivo della natura, spingendole nelle braccia di uomini che non desiderano e che magari sono affetti da tare fisiche e morali trasmissibili. C’è un fondo di eugenetica nella visione di Wallace (apprezza molto i lavori sul “genio ereditario” di Francis Galton), mitigato dalla introduzione di fattori di scelta legati anche alla sintonia spirituale. L’idea di una selezione che agisse anche secondo criteri di scelta sessuali era stata avanzata da Darwin ne “L’origine dell’uomo”, ma in quel contesto era stata rifiuta da Wallace: non gli piaceva naturalmente il fatto che la scelta fosse pensata in termini di semplice egoismo riproduttivo, di puro istinto materiale. Ora invece rientra dalla finestra quando il tema è affrontato in termini sociali. Nella sua versione i “mariti più desiderabili” non sono solo quelli che danno migliori garanzie riproduttive, ma quelli che vengono liberamente scelti dalle donne secondo criteri estetico-spirituali: il che è possibile solo se le donne hanno le stesse opportunità economiche e sono emancipate dai secolari pregiudizi e vincoli che sono stati costruiti loro addosso.

Quindi il socialismo, come affermazione progressiva delle pari opportunità, naturalmente non solo di genere, ma per tutte le classi sociali, va inteso come strumento per consentire la migliore attuazione del processo evolutivo e come tappa fondamentale della “spiritualizzazione” di questo processo.

 

La sensibilità sociale di Wallace non si esaurisce comunque nelle teorizzazioni sulle pari opportunità e sul socialismo venturo. Si concretizza in un impegno continuativo e diretto nelle cause umanitarie più disparate: Wallace diventa presidente (beninteso, senza percepire senza alcun gettone) della Società per la nazionalizzazione delle terre, si occupa dei problemi della disoccupazione (che in qualche misura lo concernevano direttamente), milita nelle associazioni anticolonialistiche e nel movimento contro la vaccinazione antivaiolosa. Ha tempo per tutto e per tutti, e la cosa ancor più straordinaria è che non lo ruba alla famiglia o alle amicizie: ha capito perfettamente quali siano i veri valori, e questo gli consente di coltivarli armoniosamente.

La frase che ho posto in esergo mi aveva colpito non per una particolare originalità (un sacco di altri prima di lui hanno detto, e qualcuno anche pensato, la stessa cosa), ma perché si attagliava perfettamente al poco che sapevo del personaggio. Posso anzi dire che proprio quella frase è all’origine di questo schizzo biografico. È probabile che tale filosofia di vita sia stata trasmessa a Wallace dal padre, costretto a fare di necessità virtù, dal momento che di accumulare denaro, e nemmeno di tenersi quel poco che aveva, proprio non gli riusciva. O può essere stata elaborata dal figlio stesso, visto come andavano le cose al padre e forte poi delle esperienze proprie. Sta di fatto che Alfred Russel Wallace questa massima l’ha applicata per tutta la vita con perfetta coerenza, e che il paio di volte che ha provato a fare un’eccezione è stato subito ricondotto dalla sorte sulla retta via.[32] Anzi, ne ha esteso il significato facendo rientrare nel superfluo anche l’accumulo di onorificenze e di riconoscimenti. Il che non significa che gli spiacesse veder riconosciuti i suoi meriti, non sarebbe umano: semplicemente non si avviliva più di tanto quando questo non accadeva (e non accadeva quasi mai). Altri suoi colleghi, altrettanto e forse più sfortunati, ne fecero delle vere e proprie malattie, con tutte le ragioni di questo mondo: Wallace non cessò invece di pensare che in fondo andava bene così, che l’importante era il trionfo della scienza, e non quello dei suoi ministri.

Questo atteggiamento non gli rovinò il fegato, non gli compromise la digestione e non gli fece perdere il sonno, così che il nostro campò come Humboldt sino a novant’anni, e soprattutto ci arrivò perfettamente lucido e ancora proteso verso il futuro.A novant’anni era capace di saltare su una sedia o sul divano per raggiungere un libro riposto su un alto ripiano dello scaffale, o di muoversi svelto nello studio in cerca di un articolo che intendeva citare”. I suoi figli lo ricordano così, costantemente indaffarato a progettare parchi e giardini per le sue nuove case, ad apportare modifiche e migliorie, che magari non sempre riuscivano tali, ma appagavano la sua sete perenne di miglioramento, la sua volontà di partecipare in ogni modo al grande disegno di perfezionamento: in fondo procedeva come la natura, per tentativi, con lo scopo della perfezione. In questo era coadiuvato (e sotto l’aspetto pratico, pare, guidato) dalla moglie Annie, figlia non a caso di un illustre botanico, con la quale convisse felicemente, a dispetto ella differenza d’età, per quarantasette anni (Annie gli sopravvisse solo un anno). Appena era possibile li trascinava tutti, con qualsiasi tempo, in lunghissime passeggiate escursionistiche, a caccia di stupendi panorami o delle singolarità di un insetto o di una pianta; ed educava i figli ad ignorare le recinzioni e i divieti d’accesso che si moltiplicavano nella campagna inglese, in nome di un diritto universale a godere dei beni e delle bellezze della natura. Teneva libero nello studio uno strano lucertolone inviatogli dalla California da suo fratello John, andava pazzo per i nonsense e i giochi di parole di Lewis Carrol e li condivideva con i figli, amava cucinare ed era in grado di cavarsela egregiamente in ogni attività pratica, dalla costruzione di un muro al rammendo dei calzini e dei pantaloni.

Lo stesso atteggiamento positivo e propositivo Wallace lo trasferiva pari pari nell’impegno sociale, anche quando perorava le cause più strampalate, come quella dello spiritismo e del paranormale. Un vicino di casa (di una delle ultime case) scrive di lui: “Un’ardua lotta per una causa impopolare, meglio se del tutto impopolare, o qualunque argomento in favore di una tesi generalmente disprezzata, avevano per lui un fascino al quale non poteva resistere”. Il che non significa che fosse un bastian contrario. Wallace prendeva posizioni scomode su questioni che erano date per scontate, non curandosi del fatto che potessero rovinare la sua immagine di scienziato progressista, e spesso ne coglieva risvolti che sarebbero venuti poi alla luce solo molto più tardi, allo stesso modo delle sue intuizioni non ortodosse relative ai modi dell’evoluzione. Ne è un esempio la lunga battaglia condotta contro la vaccinazione antivaiolosa. Non sosteneva che questa fosse inutile, sosteneva che non fosse più utile nella seconda metà dell’Ottocento, quando il morbo si era quasi estinto, e il vaccino risultava più pericoloso della malattia stessa. E non affermava queste cose per partito preso, ma sulla scorta di cifre e di quadri statistici accuratissimi, mantenendo comunque sempre il massimo rispetto per le opinioni altrui (cosa che non sempre avveniva nei confronti delle sue). È comunque innegabile che molte delle sue “cause perse”, così come i caratteri recessivi di molti individui all’interno della specie, siano tornate a distanza di tempo a far rumore (la contestazione dei vaccini è più che mai attuale, e la battaglia di Wallace ha quanto meno contribuito a renderli più sicuri).

Questo personaggio, che a tutta prima, paragonato ai suoi illustri contemporanei e colleghi scienziati appare così ingenuo ed ottimista da sembrare persino un sempliciotto, che è curioso di tutto e di tutto si occupa in un’epoca che consacra la specializzazione, che è spesso in contraddizione con se stesso e quasi sempre con il suo tempo, che parla di spiriti nell’età incipiente del materialismo, che crede nella bontà intrinseca degli uomini mentre avvalora la legge della lotta per la sopravvivenza, che considera felici i “selvaggi” a dispetto della sua fede nel progresso, che immagina (e nel suo piccolo cerca di creare) oasi di ruralità mentre attorno trionfa l’industrializzazione, questo personaggio risulta, quando lo si conosce un po’ più in profondità, incredibilmente attuale, e persino ancora abbastanza scomodo da crearci qualche inquietudine, qualche dubbio. Non è un post-moderno, perché per lui i valori forti esistono eccome, anche se rispetta i modi e i credi altrui: piuttosto trascende ogni modernità, perché è un modello di uomo e di scienziato che apparentemente viene sconfitto in tutte le epoche, ma torna poi immancabilmente a riproporsi, per inocularci quel vaccino contro la paralizzante sfiducia nella natura umana del quale abbiamo costantemente bisogno.

 

Wallace si presta quindi benissimo a testimoniare la possibilità di una vita vissuta (nel suo caso è più che legittimo dire: paradossalmente) fuori dagli schemi che ci vogliono egoisti e competitivi. Il teorico dell’operato della selezione parrebbe la persona meno adatta alla sopravvivenza e all’agone riproduttivo, sia a quello biologico che a quello culturale: e invece risulta alla fin fine un vincitore, nell’uno e nell’altro campo. Come uomo appare pienamente realizzato. Un matrimonio felice, figli che lo adorano e gli rimangono accanto, una giovinezza all’insegna dell’avventura e una vecchiaia attiva e lucidissima sino all’ultimo istante, una vita intera dedicata a quel che più gli piaceva. Come scienziato, ha la tranquillizzante coscienza di aver fatto, e bene, la propria parte, a dispetto di condizioni di partenza sfavorevoli; e nutre anche la consolante speranza che il lavoro verrà portato avanti da altri, che il progresso delle conoscenze scientifiche non si arresterà.

Non credo abbia lasciato ai figli una consistente eredità, se non di affetti: ma ha senz’altro lasciato a noi un patrimonio di intuizioni che si rivelano oggi più che mai stimolanti e di conoscenze che hanno cambiato radicalmente il nostro modo di pensare: e più ancora, l’esempio di una vita spesa in ciò che davvero importa.

Direi che la cosa, soprattutto oggi, merita più di una riflessione.

L'importante è non nascere adatti Wallace (1)

Bibliografia 

Ecco alcuni riferimenti per chi volesse approfondire la conoscenza di Wallace.

BARSANTI, G. – Una lunga pazienza cieca – Einaudi 2005

CONNIFF, R. – Cacciatori di specie – Le Scienze 2012

DESMOND, A. – MOORE, J. – Darwin – Boringhieri 2009

FOCHER, F. – L’uomo che gettò nel panico Darwin – Boringhieri 2006

GREENE, J. C. – La morte di Adamo – Feltrinelli, 1971

PIEVANI, T. – La teoria dell’evoluzione – Il Mulino 2006

PIEVANI, T. – In difesa di Darwin– Bompiani 2007

WITHE, T. – Cacciatori di piante – Rizzoli

VON HAGEN, V. – Scienziati–esploratori nell’America Meridionale – Rizzoli

Non esiste una traduzione italiana dei suoi diversi scritti, tranne che di quelli sullo spiritismo, scaricabili da LiberLiber.

Esistono invece diverse recenti biografie in inglese:

JOHN G. WILSON – The Forgotten Naturalist: In Search of Alfred Russel Wallace – Australian Scholarly Publishing Pty Ltd, 2000

PETER RABY – Alfred Russel Wallace: A Life – Princeton University Press, 2001

JANE CAMERINI – The Alfred Russel Wallace Reader: A Selection of Writings from the Field – The Johns Hopkins University Press, 2002

 

 

[1] In Inghilterra sono in questo periodo in piena espansione le enclosures ed è stato rivoluzionato il regime degli affitti terrieri, per cui un incredibile numero di giovanotti inglesi di media condizione e di una qualche istruzione si trova nella prima metà dell’Ottocento a sbarcare il lunario con questo mestiere.

[2] Vestiges of the Natural History of Creation uscì anonimo. Solo nel 1871, e solo dopo che erano state fatte le più svariate ipotesi, si conobbe la vera identità dell’autore, Robert Chambers, un estroso editore e divulgatore scientifico. Nel frattempo Chambers era morto.

[3] Nel corso della sua campagna amazzonica, che dura undici anni, Bates raccoglierà e spedirà in Inghilterra quasi quindicimila esemplari, la metà dei quali appartenenti a specie sconosciute. Ha anche notevoli intuizioni, soprattutto per quanto concerne l’adattamento di alcune specie, e afferma: “La natura scrive su una tavoletta la storia delle modificazioni della specie”. Questo molto prima della comparsa del libro fondamentale di Darwin. Lo stesso Darwin lo stimolerà poi a scrivere un diario-saggio, Un naturalista sul rio delle Amazzoni, che rimarrà a lungo la migliore descrizione esistente dell’Amazzonia. Dalle sue esperienze non trarrà però alla fine alcuna conclusione teorica: anche perché al ritorno in patria, fisicamente spossato dalle privazioni (le malelingue dicono anche dalla frequentazione delle giovani indigene) e psicologicamente prostrato dai lunghi periodi di semi-solitudine trascorsi in mezzo agli indios, abbandona la ricerca scientifica attiva. A trentaquattro anni ottiene un modesto impiego alla Royal Geografic Society, e si eclissa. Gli rimane addosso una struggente nostalgia dell’Amazzonia: “…lunghi crepuscoli grigi …le ciminiere delle industrie e le folle di operai sporchi che di primo mattino si affrettano a correre al lavoro … preoccupazioni artificiose, convenzioni sociali schiavizzanti. Tornavo in mezzo a questo mondo opaco, lasciando un paese dall’estate perenne” (e soprattutto le ragazze indigene sempre sorridenti).

[4] È sintomatica la posizione assunta da Jeremy Bentham, nella sua “Introduzione ai principi della morale e della legislazione”, dove afferma che degli animali non dovremmo chiederci se sanno parlare o ragionare, ma se possono soffrire.

[5] Si pensi a vicende come quelle dei tulipani, dei gigli e delle dalie, o del thé, per rimanere nel campo della botanica, e a quella dei bachi da seta e di specie rare di uccelli per la zoologia.

[6] Prima di lui avevano raccolto piante nella zona La Condamine, Humboldt e Bompland, i loro emuli von Martius e von Spix, Edward Popping e Francois de Castelnau. Nessuno però aveva intrapreso un lavoro sistematico quale quello che sarà portato a termine da Spruce.

[7] I due rimarranno amici per tutta la vita, e alla morte di Spruce sarà Wallace a curare l’edizione dei suoi diari.

[8] Una rapida e limitatissima ricerca mi ha indotto a pensare che esista una diretta relazione tra le affezioni tipiche dell’emisfero boreale e la resistenza ai climi tropicali. Forse gli anticorpi poco efficaci per le prime, ma comunque attivati, si rivelano invece efficientissimi rispetto alle malattie indotte dai secondi

[9] La “biogeografia” ha dei padri nobili: il modello potrebbe essere individuato nello studio della distribuzione delle piante già portato avanti da Humboldt. Lo specifico delle diversità biologiche viste in rapporto alla loro distribuzione erta stato anticipato invece da Geoffroy Saint-Hilaire.

[10] A. R. WALLACE –My lif.e. A record of Events and Opinions- Londra 1905

[11] Questa storia (anzi, entrambe le storie, perché anche Darwin ha un approccio alla scienza tutt’altro che specialistico) conferma che le grandi intuizioni non scaturiscono mai dagli specialisti, troppo chiusi nel loro orticello, gelosi delle interferenze e impermeabili alle suggestioni provenienti da altri campi. Si potrebbe parlare di una sorta di divisione del lavoro: ci sono quelli che portano i semi delle idee, e li raccolgono perché viaggiano in spazi più ampi (in questo caso, sia metaforicamente che concretamente), e quelli che poi li piantano e li coltivano nelle serre dei laboratori. Alla prima schiera appartengono, almeno fino alla metà dell’ottocento, i grandi savants enciclopedici, gente come Humboldt o Goethe, destinati nella seconda metà del secolo ad essere soppiantati dalla specializzazione positivistica. E tuttavia i savants non sono scomparsi senza eredi: il modello, se non quello di un sapere enciclopedico almeno quello di una conoscenza “trasversale”, si sta riaffermando oggi, proprio in virtù delle nuove tecnologie dell’informazione, che permettono un accesso velocissimo a conoscenze un tempo riservate a pochi. C’entra anche comunque la constatazione che la specializzazione estrema conduce a strade senza sbocco.

[12]dall’acqua e dalla Terra riscaldate nacquero pesci o animali simili; entro di loro si generarono feti umani che crebbero fino alla pubertà; poi, spezzate le loro membrane, ne uscirono uomini e donne che erano ormai in grado di nutrirsi autonomamente». Censorino, De die natali, 4, 7

[13] Thomas Burnet,

[14] James Hutton, Theory of the eart (1788)

[15] Nicolai Stenonis, Elementorum myologiae specimen, seu museuli descriptio geometrica (1667)

[16] Benoit de Maillet, Telleamed (1748, ma scritto nel 1715)

[17] Pierre–Louis de Maupertuis Vénus Phisique, 1745)

[18] George-Louis Leclerc de Buffon, Histoire naturelle

[19] Denis Diderot, Le reve de d’Alambert, (1769)

[20]Erasmus Darwin, The botanic Garden (1789)

[21] Jean-Baptiste Lamark, Philosophie zoologique (1809)

[22] Charles Lyell, Principles of geology, 1833. La lettura di quest’opera fu importante per Wallace quanto lo era stata per Darwin

[23] Robert Chambers, Vestiges of the natural history of creation, 1844. Il libro ebbe un’enorme importanza per il successo di pubblico che ottenne, essendo scritto in una forma facile e divulgativa. A dispetto della fragilità delle spiegazioni, ebbe il merito di far circolare l’idea di evoluzione presso il grande pubblico. Anche Chambers prese lo spunto per le sue idee dalla lettuira di Lyell.

[24] Herbert Spencer, First Principles (1862)

[25] Biologo, coetaneo di Wallace, diverrà il più convinto assertore della causa evoluzionista. È lui a sostenere, in rappresentanza del riluttante Darwin, il famoso dibattito di Oxford con il vescovo Wilberforce.

[26] Dal discorso pronunciato da Wallace in occasione del cinquantesimo anniversario della lettura congiunta, presso la Linnean Society, nel luglio del 1908

[27] My Life.

[28] A. R. Wallace – The Malay Archipelago, the Land of the Orang-utan and the Bird of Paradise; a Narrative of Travels with Studies of Man and Nature – Londra 1869

[29] Gli sudi e le posizioni dei poligenisti, che affermano una differenziazione razziale ab origine, sono finanziati dalla lobby schiavista, ma trovano molti sostenitori anche al nord. Il più famoso degli scienziati poligenisti è Agassiz, ma la maggior messe di dati fu fornita dai “misuratori di crani”, come Samuel George Morton.

[30] The Malay Archipelago (1869)

[31] Edward Bellamy, Nell’anno duemila (1882) ed Equality (1886)

[32] È emblematico l’episodio della scommessa. Wallace vinse una scommessa di 500 sterline con un ricco (ed evidentemente molto ignorante) aristocratico che sosteneva che la terra fosse piatta, dimostrandogli il contrario. Ci mise dieci anni a riscuoterla, e alla fine si era mangiata in spese legali una cifra molto superiore a quella riscossa.

 

 

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