La raccolta dei sogni al Paraguay

di Paolo Repetto, 30 settembre 2012

Le prime notizie sulla vita di Guido Boggiani le ho rinvenute in un libro di Alberto Viviani, Guido Boggiani, edito dalla Paravia in una vecchia e benemerita collana dedicata a “I grandi viaggi di esplorazione”. Le ho poi approfondite sul volume curato da Maurizio Leigheb ed edito nel 1986 dalla regione Piemonte: Guido Boggiani. Pittore, esploratore, etnografo, che riporta anche alcune bellissime riproduzioni dei dipinti, degli schizzi e dei materiali etnografici e una bibliografia accurata degli articoli e studi dedicasti al pittore. I “Viaggi di un artista nell’America meridionale” sono rintracciabili solo in alcune biblioteche specializzate, le opere etnografiche neppure in quelle.

 

“…egli era svelto odiatore di salmerie e di scorte,
 e silenzioso era il suo ardimento, e cadde
sotto la spada del predone selvaggio…”
Gabriele d’Annunzio, Laus vitae

15Il successo a vent’anni è una bella fregatura: hai davanti un’intera vita di lotta per conservarlo o per rinverdirlo, oppure per farlo dimenticare. Molti non reggono; qualcuno provvede da solo a entrare nel novero dei “cari agli Dei”, qualcuno c’è iscritto dalla sorte, i più finiscono per autodistruggersi o per trascinarsi in una patetica parodia di se stessi. Ma c’è anche un’altra soluzione, in verità poco praticata: quella di infischiarsene, prendere su e mollare tutto. L’esempio che corre subito alla mente è quello di Rimbaud: smette di scrivere poesie e va a vendere armi in Africa. Se dovessimo citarne un secondo, però, saremmo in difficoltà: e invece lo abbiamo in casa. Si tratta di Guido Boggiani, prima pittore, pianista, poeta, poi esploratore, trafficante, etnologo, linguista.

Il caso Boggiani è da manuale. Guido nasce sul Lago Maggiore, in uno dei più bei luoghi d’Italia, nell’anno dell’unità, in una famiglia benestante e colta: grande appassionato d’arte il padre, scienziato il nonno materno. Vive un’infanzia dorata e si ritrova adolescente di successo, ricco e bello, ottimo pianista, poeta, brillante conversatore. E in possesso di un vero talento artistico nella pittura. Si diploma in soli due anni all’Accademia di Brera e diventa l’allievo prediletto di Filippo Carcano. A vent’anni espone a Milano con successo e a ventidue vince il premio “Principe Umberto” con La raccolta delle castagne. È acclamato socio onorario dell’Accademia e viene salutato come la grande promessa nel futuro della pittura italiana. Per sprovincializzarsi si trasferisce a Roma e qui entra nel giro intellettuale di D’Annunzio, di Edoardo Scarfoglio e della rivista Cronaca Bizantina. Presta lo studio al poeta per le sue avventure galanti, bazzica la corte, partecipa alle feste della nobiltà porporata. Ce n’è abbastanza per farne un idiota o un trombone, un fatuo o un disadattato. E invece…

Invece nel 1887 è preso da “una invincibile smania di vedere mondo nuovo e gente nuova, nuove terre e nuovi orizzonti[1] Non ci pensa su due volte. Si imbarca per il Sudamerica e va a stabilirsi a Buenos Aires, dove espone i suoi quadri e continua a lavorare. Ma a anche Buenos Aires non si ferma più d’un anno; non ha varcato l’oceano per ritrovare una caricatura di ciò che si è lasciato alle spalle. Sta cercando qualcosa che né il mondo dell’arte né quello dei salotti decadenti riescono a dargli: non gli è affatto chiaro cosa sia, ma ha a che fare con l’autenticità, la concretezza, l’avventura, la voglia di misurarsi con se stesso fuori dall’ovatta della “civiltà”. È anche piuttosto confuso sugli orientamenti sessuali, il che gli fornisce ulteriori motivazioni. Infine, è in buona compagnia: come abbiamo visto, la sua scelta segue di un decennio quella di Rimbaud e precorre quelle più celebri ed esotiche, anche se non altrettanto radicali, di Gauguin, di Stevenson e di un sacco d’altri giovanotti di belle speranze.

Nel 1888 è quindi nell’alto Paraguay, una regione che a dispetto di quasi quattro secoli di dominazione spagnola (o forse proprio per questo) è ancora praticamente inesplorata e sconosciuta. Ottiene dal governo paraguagio un piccolo appezzamento di terra a Puerto Pacheco, estremo avamposto fluviale della presenza bianca, in pratica quattro baracche attorno alle quali ruotano i miseri commerci con le immense aree del Chaco e del Mato Grosso. L’intento è quello di organizzare delle spedizioni etnografiche fra le tribù indigene dell’interno, alcune delle quali non hanno mai conosciuta, per loro fortuna, la civiltà occidentale. Ma l’etnografia è uno scopo a lungo termine: per l’immediato è necessario trovare un modo per sbarcare il lunario e un pretesto credibile per avvicinare queste tribù, magari ricavandoci anche qualcosa. L’uno viene individuato nell’esportazione di legname verso l’Italia, l’altro nel commercio delle pelli di cervo.

A questo secondo scopo Boggiani si mette in società con due avventurieri bianchi, due ispanici, e si addentra nel Gran Chaco, un immenso bassopiano, quasi un prolungamento settentrionale delle pampas, che è diviso tra Argentina a sud e Bolivia e Paraguay a nord-est, nella propaggine occidentale attraversata dal Rio Paraguay. La zona di esplorazione e di traffico di Boggiani e soci è quella più settentrionale, che per un buon tratto appartiene al Brasile. Le appartenenze politiche sono comunque all’epoca piuttosto confuse e contestate (lo sono ancora oggi) e il territorio è in realtà controllato da due popolazioni indigene in costante conflitto, i Ciamacoco, che abitano la sponda occidentale del Rio Paraguay, e i Caduveo, che vivono lungo un affluente di sinistra di quest’ultimo, il Rio Nabileque, in territorio brasiliano. I primi hanno ormai una certa consuetudine coi bianchi, dalla quale hanno ricavato soprattutto alcoolismo e malattie: i secondi vivono più in disparte, nel folto della foresta. Da questo momento gli uni e gli altri saranno l’oggetto principale dell’interesse, degli studi e dei pennelli dell’artista in fuga.

Boggiani non è uno scienziato: non possiede la preparazione botanica, zoologica e geologica dell’esploratore-naturalista tipo dell’Ottocento, modello Humboldt o Darwin. Ma qualcosa sa, e il resto lo impara poco alla volta, direttamente sul campo, mostrando soprattutto una grande sensibilità e attitudine per la ricerca etnologica e linguistica. Studia i costumi, le tradizioni, gli idiomi degli indigeni; apprezza da artista la qualità e l’estetica dei loro prodotti artigianali, ed è affascinato soprattutto dalla fantasia delle decorazioni corporee; compila dei glossari delle lingue indiane e scrive relazioni etnografiche da inviare alle maggiori riviste di geografia; butta giù un sacco di schizzi e disegni, che magari inizialmente erano pensati in funzione della pittura, ma che costituiscono invece ancora oggi, di per sé, un importantissimo repertorio documentario. “La riproduzione autotipica di alcuni schizzi all’acquarello o a lapis, è l’unico materiale artistico che io potei raccogliere affrettatamente durante la mia escursione, e che io non volli ritoccare né acconciare in nessuna maniera, perché anche se fossi riuscito a renderli, per il volgo, più comprensibili, avrei certamente loro tolto parte del loro merito, che è quello della assoluta fedeltà col vero, al che io tengo assai più che a qualunque altra cosa”.

Come commerciante Boggiani non è diverso dagli altri: compra le pelli pagandole con il micidiale aguardiente, ma d’altro canto è questa la moneta di scambio più richiesta dagli indigeni. Almeno, a differenza dei suoi soci, non disprezza gli indios. Non si può dire che li ami, il suo sembra piuttosto l’interesse di un entomologo: ma almeno lo incuriosiscono, e al contrario degli altri bianchi, che ci tengono a marcare la differenza, cerca il più possibile di comprendere i loro costumi e, quando è loro ospite, di adeguarvisi. Il contatto con gli indios lo induce anche a forgiare il suo fisico, adattandolo alla natura selvaggia del Chaco: si allena a soffrire per fondersi con l’ambiente, come farà dopo di lui Lawrence nel deserto siriano. Ecco come lo racconta un altro pittore, il toscano Lorenzo Viani: “Il pittore cereo, dai piedi delicati, per assuefarsi ai travagli degli spini e delle morsicature delle serpi, che s’adeguano al colore della vegetazione insidiosamente, passeggiava a piedi nudi, sopra i pruni. L’orme si macchiavano del suo sangue vivo; i piedi suppliziati, piagati come quelli di un martire cristiano, si cicatrizzarono lentissimamente, risuolando le piante di cuoio battuto e ribattuto dai poderosi martellamenti del cuore. Dopo il supplizio, Guido Boggiani, solo, con un sacco, delle fiale, una siringa, dei lapis, della carta, e una bandiera italiana (sotto cui furono rinvenute le sue ossa) si avventurò nel Chaco pauroso”. [2] Magari non era esattamente così (soprattutto per quanto concerne la bandiera), ma il personaggio corrisponde a questa descrizione.

Non si tratta comunque di un capriccio passeggero. Boggiani rimane nel Chaco, in questo primo soggiorno, per cinque anni, pur andando ogni tanto a respirare, con la scusa degli affari, una “boccata di civiltà” ad Asunciòn o Buenos Aires. Ma fa sul serio. Diventa un trafficante vero, impara i trucchi e le astuzie dello scambio, si guadagna il rispetto e la fiducia degli indios e persino una certa reputazione di taumaturgo. Soprattutto, diventa tramite di scambio tra gli eterni nemici, Ciamacoco e Caduveo, procurando ai primi il prezioso urucù, una pasta rossa che serve per dipingere il corpo nelle grandi occasioni, e che è prodotta solo dai secondi. Nel frattempo porta avanti con costanza i suoi studi etnografici, raccogliendo una massa di materiali che ne fanno il primo vero studioso di queste popolazioni, come riconoscerà anche Levi-Strauss in “Tristi tropici”.

L’atteggiamento scientifico, come dicevo, è correttamente neutrale. Quando racconta rituali, costumi, cerimonie, Boggiani non valuta e non giudica: riferisce con scrupolo di esattezza, lasciando che parlino i fatti. Ma non per questo è freddo: nel diario non nasconde talvolta l’irritazione per la scarsa affidabilità degli indigeni, per la loro insistenza nelle richieste continue di regali, per la crudeltà spesso gratuita: ma dimostra anche di capire perfettamente che sono portatori di un’altra concezione della vita, di altri valori, e che questi atteggiamenti sono spesso solo la logica risposta all’aggressività e al disprezzo che i bianchi manifestano nei loro confronti. Non dimentichiamo che Boggiani è in fondo figlio dell’età di Spencer, di Darwin e di Lombroso, di un’epoca in cui tutta la cultura occidentale è permeata dalla convinzione di una propria “naturale” superiorità. E non solo: cresce anche in un ambiente nel quale va diffondendosi, soprattutto attraverso d’Annunzio, un’interpretazione razzista e semplicistica del superomismo nietzschiano. Eppure il suo modo di rapportarsi al mondo degli indios lascia trapelare qualcosa che va oltre quella che può essere letta come un’istintiva simpatia di pelle. Non arrivo a dire che invidi gli indigeni, ma certo manifesta una sorta di nostalgia per il rapporto quasi edenico con la natura che soprattutto i Caduveo hanno saputo salvaguardare, e che i bianchi hanno perduto per sempre. Non ripropone l’esaltazione settecentesca dello stato di natura e il mito del “buon selvaggio”, e neppure naturalmente anticipa un qualche sentire “terzomondista”: ha invece la consapevolezza di vivere un’occasione probabilmente irripetibile, in uno degli ultimissimi angoli che ancora si sottraggono alla volontà occidentale di dominio sulla natura: e sente il rammarico per una perdita imminente e irrimediabile, che per l’occidente si è già da tempo consumata.

Nel 1893 torna però in Italia. Va bene la vita selvaggia, ma per mettere ordine nel materiale etnografico raccolto e per pubblicarlo ha bisogno di tranquillità e di supporti scientifici adeguati, che può trovare solo in patria; e poi, c’è anche un po’ di nostalgia per i piaceri della civiltà. È un ritorno alla grande, che rinfocola l’interesse attorno allo stravagante artista e viaggiatore. Anche dalla sua postazione ai confini della civiltà non ha infatti mai interrotto i contatti con l’ambiente artistico, e ora porta con sé le tele realizzate in Sudamerica: per questo riceve dal governo la proposta di recarsi come delegato per le arti all’Esposizione mondiale di Chicago, incarico che accetta con orgoglio. Quando rientra si stabilisce a Roma, dove presso la biblioteca del museo Kircheriano si dedica alla sistemazione e alla divulgazione dei materiali scientifici, subito considerati di primissimo ordine: lo stesso Vittorio Bottego, all’epoca l’esploratore italiano di maggiore spicco, vuole conoscerlo. I dipinti li espone al pubblico in occasione di conferenze organizzate dalla Società Geografica Nazionale, che riscuotono un grosso successo, mentre tutti i materiali raccolti li trasferisce ai musei etnografici nazionali.

Nel 1894 pubblica uno studio etnografico su I Ciamacoco e i Viaggi d’un artista nell’America Meridionale e l’anno successiovo dà alle stampe un secondo studio su I Caduvei, e il Vocabolario dell’idioma Guanà. I Viaggi di un artista sono una cosa a metà tra il diario di viaggio e lo studio antropologico, arricchito da disegni e dalle riproduzioni di alcuni suoi quadri. Il libro è pieno di annotazioni curiose, spesso divertite, e non indulge all’autocelebrazione. Anzi, di sé Boggiani parla davvero poco; riserva ai commenti, alle emozioni e alle considerazioni personali solo alcuni siparietti, e lo fa sempre in toni piuttosto ironici.

Tra i moltissimi disegni c’è ad esempio un ritratto femminile che egli intitola, scherzosamente ma non troppo, “Ritratto di mia moglie”. Lo commenta così: “Ho pensato bene, o male che sia, di contrattare coi padroni della schiavetta, perché essa rimanga con me per tutto il tempo che resterà qui ancora. Dopo trattative andate assai per le lunghe, vi hanno acconsentito mediante il pagamento anticipato di una decina di metri di tela cotona, di alcuni fazzoletti dai colori vivaci e di altre piccole cosette di poca importanza. Per cui da oggi in poi sono ammogliato… sino a nuova avviso. Mi va il pensiero a M.me Chrysantheme di Pierre Loti; ma che differenza tra i Giapponesi ed i Caduvei! Quelli industriosi, delicati, pieni di gentilezze e di raffinatezze; questi invece primitivi, grossolani e poco scrupolosi. Se però non la si può paragonare a quella, questa non è meno bella di forme e, forse, artisticamente anche più bella. È formata come una statua, e ben contento sarebbe un artista d’avere modelli simili a lei. Ha due begli occhi vivacissimi e mani e piedi bellissimi. Quanto a carattere, non posso dirne molto, ma è allegra e ignorantissima di ogni cosa, ciò che non guasta affatto. Un bel mobile, insomma…”. Quest’ultima espressione può lasciare un po’ sconcertati, ma ripeto, siamo a fine Ottocento, in pieno rigoglio delle teorie razziali. E comunque Boggiani non dice in fondo nulla di diverso da quello che D’Annunzio teorizza nei suoi romanzi, che Sartre praticherà nel privato e che la televisione ci propina oggi con i vari reality sulle veline e su uomini e donne. Boggiani non è Multatuli, non auspica per gli indios del Chaco alcun “riscatto” nel segno di idealità religiose o progressiste: anzi, gli piacciono perché sono così, sa che dovranno sparire e vuole provare a conoscerli a fondo prima che ciò accada. In questo caso non sta esprimendo soltanto l’atteggiamento e la mentalità del bianco, ma anche un perfetto adeguamento ai costumi e alla mentalità delle popolazioni in mezzo alle quali vive: magari aggiungendoci quel pizzico di umanità che negli altri suoi contemporanei difficilmente si riscontra.

Proprio per questo appare ancora più straordinaria la facilità con la quale si reinserisce nell’ambiente intellettual-mondano. È accolto con entusiasmo nella cerchia dannunziana, che gravita ora attorno alla rivista estetizzante Il convito di Adolfo DeBosis. Con D’Annunzio prende parte nell’estate del 1895 ad una crociera mediterranea (un viaggio “a traverso un sogno di poesie e di cultura” lo definirà il vate) sullo yacht Fantasia dell’editore napoletano Edoardo Scarfoglio. L’itinerario disegnato dal poeta prevede di bordeggiare i luoghi della classicità da Corinto a Delfi, di spingersi quindi fino a Costantinopoli e alle rovine di Troia, per tornare poi lungo la costa turca a Rodi e toccare l’Egitto, la Tripolitania, Malta, e la Sicilia. Con Boggiani, oltre all’editore, al poeta, all’equipaggio e a due gatti, ci sono il francese Georges Hérelle, traduttore di D’Annunzio, e l’avvocato abruzzese Pasquale Masciantonio, personaggio altrettanto fondamentale nella vita dell’immaginifico. La crociera inizia nel segno della gloria e della classicità, con i novelli argonauti che la sera declamano sul ponte i passi dell’Iliade e dell’Odissea, ma volge rapidamente alla farsa. I gatti patiscono il mal di mare, hanno le pulci e vomitano continuamente, D’Annunzio si aggira nudo sulla tolda, Scarfoglio e Masciantonio non pensano ad altro che a tirar su prostitute in tutti i porti che toccano (il che spiegherebbe la malinconia dei libri di Matilde Serao, la moglie dell’editore). Ci si mette anche il maltempo, con il mare quasi sempre agitato, ragion per cui l’ambizioso piano di navigazione viene drasticamente ridimensionato. Dopo aver visitato Olimpia, Eleusi, Atene, Micene e Tirinto sotto le vampe del sole greco agostano D’Annunzio e Masciantonio ne hanno le scatole piene di classicità, sono provati dalla vita in barca e dal mal di mare e decidono di tornare in Italia con un piroscafo. Hérelle e Boggiani si fermano invece sull’isola di Milos, dove restano fino a metà settembre. Guido lavora, come ha continuato a fare per tutto il viaggio, per portare a termine i suoi lavori etnografici “da troppo tempo abbandonati”.

Sia D’Annunzio che Hérelle e Boggiani tengono un diario del viaggio. Quello di D’Annunzio (compreso nei Taccuini) è già finalizzato alla traduzione in poesia, che avverrà nel primo libro delle Laudi, Maia (su Boggiani in particolare i vv. 5125-5302), ed è attendibile come tutti gli altri suoi scritti diaristici, cioè zero. Quello di Boggiani è custodito oggi nella biblioteca della Yale University, ed è anche corredato da mappe e disegni, ma non è mai stato pubblicato. Dal poco che ho potuto conoscerne sembra che il giovane piemontese sia l’unico a prendere sul serio la full immersion nella classicità, nel senso almeno che invece di trasfigurare tutto per renderlo adeguato alle proprie aspettative, come fa D’Annunzio, vede quello che realmente c’è, ad esempio il degrado nel quale è lasciato il patrimonio artistico della culla dell’Occidente. Ciò non gli impedisce di provare emozione, e persino commozione. Dopo aver visto l’Hermes di Prassitele, ad Olimpia, scrive: “L’ho toccato, poiché gli occhi non bastavano per goderne; l’ho toccato più volte, come si toccano le immagini divine…Quel marmo di una dolcezza infinita, di una perfezione sovrumana, merita un pellegrinaggio da qualunque punto più remoto della terra.” Altrove fa uso della sua sensibilità pittorica per descrivere il paesaggio: “Di quassù tutte le accidentalità della costa dell’isola si staccano perfettamente disegnate sul mare che ha tinte indescrivibili di dolcezza verso il largo e più vigorose presso gli scogli; sono mille e mille toni di celeste, di turchino e d’azzurro verdastro sino al più puro smeraldo, il tutto raddolcito ed amalgamato da una leggiera nebbia e dalla irradiazione solare”.

Dalle pagine del diario di Hérelle si intuisce invece quale clima regni realmente nella brigata. Il traduttore annota con fastidio che “c’è in molti italiani un’assenza totale di pudore che mi sorprende sempre. Lunghe docce di Scarfoglio, di D’Annunzio, di Masciantonio; interminabili lavaggi con il sapone; semi-nudità durante pomeriggi interi, sul ponte. Boggiani, che è del nord, ha tutt’altro carattere: non si stupisce di niente, ma si burla di questo lasciarsi andare e dice ridendo: “Sono dei bambini maleducati!”. E ancora: “Gabriele D’Annunzio amerebbe viaggiare con tutte le comodità e assai lussuosamente. È molto assorbito dalla sua toilette: ha portato otto paia di scarpe, trenta o quaranta camicie, sei vestiti bianchi, ecc. Diceva ieri: “Quando saremo ad Atene, che piacere sarà prendere un gelato al caffè francese, in smoking!” … C’è in D’Annunzio qualcosa di candido e di puerile. … E si affligge di non avere il cappello a cilindro, si sgomenta all’idea di non potersi vestire con sufficiente eleganza per le visite da fare ad Atene”.

Le affinità che Herelle, autore trent’anni dopo, sotto pseudonimo, di una Histoire de l’amour grec dans l’antiquité, scopre di avere con Boggiani vanno molto oltre, diventano una vera attrazione fisica, oltre che spirituale. “Prima di andare a dormire chiacchiero un po’ con Boggiani. Egli pensa, come me, che viaggiamo troppo all’inglese, troppo velocemente. “Non sanno viaggiare né gli uni né gli altri mi dice. Non sono curiosi dei paesi che attraversano, non ne percepiscono le vere bellezze, non hanno il desiderio di imbeversene. Scarfoglio pensa solamente ai suoi piaceri, al gelato, ai meloni. Gabriele D’Annunzio e Masciantonio hanno un po’ di più il desiderio di vedere; ma né l’uno né l’altro comprendono che in viaggio la stanchezza, il caldo, e anche certe piccole privazioni, fanno parte delle impressioni del viaggiatore ed aggiungono qualche cosa di vivo agli aspetti del paesaggio. Sono subito stanchi e non pensano ad altri che a dormire. Il vero, solo viaggiatore della nostra banda, è Boggiani; e io sono stupito di vedere quanto, in ogni cosa, le nostre opinioni concordino […]“

A settembre Boggiani è di nuovo a Roma, per partecipare ai lavori del secondo Congresso Geografico Italiano: porta come contributo tre relazioni, tutte sul Paraguay, ma soprattutto prende posizione sul metodo della ricerca, da effettuarsi sul campo, con l’osservazione diretta e partecipe, e non dietro le cattedre universitarie o nelle biblioteche. Il richiamo del Chaco è di nuovo prepotente, e viene amplificato prima della fine dell’anno dalla morte della madre, uno degli ultimi vincoli che lo trattenevano in Italia. La crociera parodistica del Fantasia, D’Annunzio nudo, i sottili veleni dell’ambiente scientifico ufficiale hanno fatto il resto.

Il primo di Luglio del 1896 riparte per il Paraguay, dove riprende immediatamente le sue attività e le esplorazioni verso l’interno. È molto più consapevole di sé della prima volta: allora era un ragazzo, ora è un uomo. “Mi guardai allo specchio”, scrive; “Il sole mi aveva talmente abbronzato che ero irriconoscibile. Eppure non ero dimagrato. Al contrario stavo benone, ero ingrossato ed avevo un’aria di salute e di forza quale non avevo mai avuto prima”. Si è anche attrezzato meglio per la ricerca. Porta con sé una macchina fotografica, con la quale impressionerà più di quattrocento lastre di vetro, soprattutto ritratti. Sono suoi i primi documenti fotografici delle tribù dei Caduveo, dei Bororo e dei Chamacoco. Come racconta nel diario, ha il suo daffare a convincere i soggetti, che temono di vedersi portar via l’anima, ma ottiene ottimi e preziosi risultati. Quelle tribù sono oggi scomparse, o sono state assorbite e snaturate dalla civiltà, e quella di Boggiani è l’unica e l’ultima testimonianza della loro vita libera. Molte di queste foto vengono poi pubblicate nella Revista del Instituto Paraguayo, che Boggiani stesso fonda nel 1897 ad Asunciòn, e in qualche modo, dando ai soggetti dignità di studio scientifico, contribuiranno a salvaguardali almeno in parte dallo sterminio sistematico e silenzioso.[3] Dà inoltre inizio ad una raccolta di oggetti, archi, lance, suppellettili domestiche, che dovrebbero andare a costituire una collezione privata (e che oggi sono ospitati nel museo etnografico di Berlino). Li ottiene attraverso gli scambi, ma non si fa scrupolo di acquisirli anche per vie meno legittime: “Ebbi notizia che in un punto centrale del Paraguay era stato sorpreso dai contadini di una estancia un accampamento di indiani guayachì, i quali nella loro precipitosa fuga avevano abbandonato sul terreno una quantità di oggetti che erano stati raccolti e trasportati nell’estancia. […] C’è una serie di frecce lavorate a scalpello d’osso, preziosa. Vi sono parecchi archi di varie dimensioni. Vi sono parecchie accette di pietra senza manico e due magnifiche, molto grandi, coi loro manici di legno. Vi sono tre piccole olle di terracotta così rozze e grossolanamente lavorate che non ricordo di averne viste di comparabili nessuna, neppure tra quelle dei tempi preistorici più remoti.” Continua infine ad inviare comunicazione dei suoi studi anche in Italia: nel 1897 compare Nei dintorni di Corumba, nel 1998 Guaicurù.

In questo secondo soggiorno impara ad apprezzare sempre di più i Caduveo. Già alla fine dell’Ottocento essi sono l’ultimo gruppo rimasto di lingua guaikurù. Vantano un’antica tradizione guerriera, e sono stati a lungo i più strenui oppositori della penetrazione degli spagnoli, che li chiamavano indios caballeiros. Infatti hanno adottato il cavallo appena questo si è diffuso nel nuovo continente, il che ha radicalmente mutate le loro abitudini nomadi (paradossalmente rendendoli più sedentari, dal momento che il cavallo consente un raggio d’azione giornaliero della caccia molto più ampio). La loro società è rigidamente gerarchica, suddivisa in classi sociali separate, che vanno dai nobili ai guerrieri, ai servi (le altre popolazioni indigene di agricoltori che si aggregano alla tribù) e agli schiavi (i prigionieri di guerra). Sono fieri e leali, al contrario dei Ciamacoco, ormai abbrutiti dalla frequentazione dei bianchi, e sono soprattutto dei veri artisti della decorazione corporea.

Tra loro Boggiani si ferma a lungo, acquisendosi amicizie davvero sincere e devote, svincolate da ogni aspettativa mercenaria. E i Caduveo manterranno vivo per generazioni il ricordo e l’affetto per questo insolito ospite. Quando, oltre mezzo secolo dopo, l’etnologo brasiliano Darcy Ribeiro incontrerà i resti della tribù, ormai confinata a languire e ad estinguersi in una riserva, scoprirà che anche i più giovani hanno sentito raccontare del mitico Bet’rra (e contribuirà lui stesso ad alimentare il mito, raccontando loro della fine di Boggiani per mano degli odiati Ciamacoco).

Dopo i primi entusiasmi l’irrequietudine torna però a farsi strada. Dal Paraguay scrive a Herélle chiedendogli dei libri di storia e di cultura classica, e lascia trasparire il peso e “la miseria di questa vita solitaria e triste”. Nell’estate del 1901 è quindi in procinto di rientrare nuovamente in Italia, quando sente parlare di recenti avvistamenti di una tribù ancora selvaggia e praticamente sconosciuta, quella dei Barbudos o Moros, noti anche con il nome di Ayoréos. Questi indios nomadi godono tra le altre tribù di una tristissima fama, quella di praticare il cannibalismo e di essere incredibilmente crudeli, e forse anche per questo non sono mai stati avvicinati da nessun europeo. È un colpo da non mancare, la perla che può coronare tutto il suo lavoro scientifico e consacrare la sua fama di esploratore. Rimanda pertanto i progetti di rientro e si mette in cammino ai primi di agosto, penetrando nella foresta del Chaco boreale, con una piccola scorta armata. Come scrive il 18 ottobre nell’ultima lettera al fratello Oliviero, è intenzionato ad attraversare longitudinalmente tutto il Gran Chaco, spingendosi sino in vista delle Ande orientali e confidando di incontrare prima o poi la tribù sconosciuta. Vuol chiudere insomma questa seconda permanenza sudamericana in bellezza. Teme però che la vista di troppi uomini armati spaventi le popolazioni indigene, abituate alle incursioni di sterminio dei bianchi, e faccia fallire la spedizione; a dispetto di tutti gli avvertimenti degli atterriti Ciamacoco decide pertanto ad un certo punto di rimandare indietro la scorta. Il 24 ottobre lascia, insieme all’amico paraguayano Felix Gregorio Gavilàn e a soli quattro indiani, la fattoria di Los Mèdanos, ultimo avamposto della civiltà. Da allora scompare nel nulla.

Dopo otto mesi senza notizie i suoi amici di Asunción decidono di inviare una spedizione di ricerca, capitanata dallo spagnolo José Fernandez Cancio. Cancio trova labili tracce del passaggio di Boggiani, resti di fuochi, capanne di rami, perfino una scarpa e due cavalli abbandonati. La ricerca prosegue però molto lentamente, tra i problemi di approvvigionamento idrico creati dalla stagione secca e le diserzioni degli indigeni assunti come guide. Finalmente, dopo quattro mesi, arriva in un villaggio Ciamacoco dove il mistero si svela. Vengono rinvenuti i corpi di Boggiani e del suo compagno, dai quali sono state staccate la teste; viene recuperata la macchina fotografica con una serie di lastre rovinate, insieme ad altri oggetti appartenuti all’esploratore e che adesso sono esibiti come ornamento da diversi abitanti della tolderia. Viene anche individuato un colpevole, un indio di nome Luciano. Boggiani insomma non sarebbe stato ucciso dai crudelissimi Ayoréo, che non ha fatto nemmeno in tempo ad incontrare: è stato fatto fuori a randellate da indios “domesticati”, per una banalissima questione d’onore. Questa è almeno la versione ufficiale data dall’indio Luciano, che dichiara di aver ucciso l’esploratore, sorprendendolo nel sonno, per vendicare la sua relazione con la moglie di un amico assente. La realtà vera probabilmente è un’altra, e cioè che tutto il villaggio, comprese le guide indigene, abbia partecipato all’aggressione, un po’ per la paura dei contatti ravvicinati con i Moros che Boggiani insiste a cercare, un po’ per spartirsi i pochi beni dei due bianchi: ma questo non lo sapremo mai, perché Luciano dopo essere stato incarcerato e condannato riesce a fuggire dal carcere e non verrà mai più rintracciato[4].

La tragica ironia della sorte vuole che Boggiani, artista sensibile, esploratore ardimentoso, etnologo sul campo, estimatore degli indigeni e, tra le altre cose, omosessuale, venga ufficialmente ucciso da uno dei suoi pacifici Ciamacoco per aver corteggiato un’indigena.[5]

Boggiani pittore lascia un’ottantina di tele sparse tra musei, gallerie e collezioni private. Uno di questi quadri, “La raccolta delle castagne”, fu pagato nel 1883 seimila lire, una quotazione per l’epoca (e per il mercato italiano) altissima. Eppure oggi Boggiani è ricordato (si fa per dire) più come studioso che come artista. Per quel che vale la mia opinione, credo sia giusto: vedendo i suoi quadri, i pochi che ho potuto ammirare dal vivo, si ricava l’impressione di un pittore molto bravo, ma che ha già detto tutto quello doveva dire. E si tratta di opere dipinte tra i venti e i venticinque anni. Credo che lo stesso Boggiani, proprio per la sua sensibilità, fosse cosciente di percorrere una via senza sbocchi. I suoi contemporanei si chiamavano Cezanne, Van Gogh, Segantini. Lui stava facendo un buon lavoro, dava al pubblico quello che il pubblico voleva, e ne veniva ripagato col successo: ma sentiva di non avere nelle sue corde la scintilla per dire qualcosa di nuovo e di originale. Rischiava di diventare un onesto e quotato artigiano della tavolozza, condannato ad una pittura da repertorio per i tinelli buoni di ambienti gozzaniani, almeno fino a che i gusti non fossero cambiati. A Boggiani il successo non poteva bastare.

Cosa cercava, allora? Tralasciando ogni commento sullo spazio poi riservatogli nella memoria patria, torniamo all’interrogativo iniziale: cosa può spingere un giovane di venticinque anni, già all’apice della fama, ricco e ammirato, a mollare tutto e ad andare a cercarsi guai, e addirittura la morte, in mezzo a popolazioni selvagge, apparentemente lontane anni luce dai suoi interessi? La prima risposta che verrebbe spontaneo dare è: la noia. La noia da successo, la smania di esperienze nuove tipica di chi dalla vita sembra già avere avuto tutto. Probabilmente c’è anche questo: ma se la fuga di Boggiani fosse solo il capriccio di un giovane viziato ed annoiato, se pensassi che solo di questo si tratta, non sarei qui ora a scriverne. Di gente così ce n’è un sacco, l’ultimo che mi viene in mente è un rampollo dei Rockfeller che faceva l’antropologo ed è scomparso anni fa nel Borneo. No, il caso di Boggiani mi sembra un po’ particolare; e se anche così non fosse, si presta comunque a dettare qualche riflessione su ciò che davvero vogliamo dalla vita.

Boggiani vuole conoscere. Parrebbe un’ambizione ovvia e comune, ma non lo è affatto. La conoscenza “disinteressata”, non funzionale alla immediata sopravvivenza, dovrebbe costituire la peculiarità dell’essere, quanto meno di quello umano, o se vogliamo la sua anomalia: in realtà i più si accontentano di un sapere pragmatico, quello che consente di avere e quindi di apparire. Quando ha la prima, forse un po’ confusa, consapevolezza di ciò che davvero gli importa, Boggiani indirizza la sua sete di conoscenza nella direzione più gratificante: vuole conoscere ciò che è sconosciuto a tutti gli altri, ciò di cui può essere il primo indagatore. In questo senso parrebbe in fondo solo cercare la gloria per altra via o, al massimo, voler estendere la conoscenza, più che approfondirla. E forse l’intendimento iniziale era proprio questo. Ma poi la cosa gli prende la mano: a contatto con un mondo così lontano, così apparentemente incomprensibile, l’ambizione diventa insieme sfida intellettuale e passione; l’interesse si trasferisce dall’indagatore all’oggetto indagato. È un approccio diverso da quello di Antonio Raimondi[6], che elabora subito un progetto più sistematico e vive in maniera avventurosa solo quando non può farne a meno, mentre Boggiani riserva volutamente un margine all’avventura: ma alla fine il risultato è pressoché identico. Si manifesta indubbiamente in Boggiani anche una forte componente estetizzante, e ci mancherebbe altro, in uno che nasce come pittore e cresce nel milieu di D’Annunzio. Ma si ha l’impressione che, al contrario dei dannunziani, egli non sia tutto concentrato a guardarsi vivere, a mettere cornici ad ogni finestra della sua vita per farne dei quadri. Non pare tanto interessato a offrire l’immagine di una vita vissuta straordinariamente, quanto a vivere una vita straordinaria. Se un qualche anelito al superomismo lo coltiva, è del tipo più genuinamente nietzchiano, quello che il confronto lo prevede con se stesso, anziché con gli altri. E poi, è davvero affascinato da ciò che incontra in un mondo selvaggio, sporco, crudele, ma immediato e semplice. Insomma, si direbbe che uscito dall’infanzia, e avendo sperimentato una vita che alla fin fine non gli piace, vada cercando nuovamente quell’infanzia in un altro mondo, che un po’ infantile, almeno agli occhi di un occidentale raffinato e disilluso, lo è.

In fondo è ciò cui un po’ tutti aspiriamo, soprattutto se ci siamo formati sui libri di Salgari (non a caso suo contemporaneo, ed espressione di una analoga forma di “regressione”, quella che fa sublimare per iscritto ciò che non si riesce a vivere nella realtà). Non tutti partono per Asunciòn, ma un pensierino ce lo fanno: io stesso, dopo la lettura de Il tesoro del presidente del Paraguay e una punizione che ritenevo ingiusta, avevo già progettato una fuga da casa con destinazione la Plata (poi rientrata per maltempo).

Avviene che proiettiamo in un altrove spaziale il nostro desiderio di fermare il tempo. Non so quanto questo valga ancora oggi, per i nostri figli e nipoti, in un mondo che vede le distanze azzerate da tempi di percorrenza tendenti a zero, dalla possibilità di vivere in diretta gli accadimenti di ogni angolo della terra, da usi e consumi uniformati su scala globale, e che ha cancellato la distinzione tra passato, presente e futuro, fondendoli in un’unica durata estesa (nella quale ormai il blocco del tempo passa per la via chirurgica anziché per quella del sogno); ma senz’altro è valso per tutto il passato che ci separa dalla primordiale consapevolezza del trascorrere irreversibile del tempo.

Senonché sempre più spesso, e segnatamente nell’età moderna, il sogno di fuga individuale si è tradotto in una rêverie collettiva di riscatto, di ritorno sì all’infanzia, ma a quella dell’umanità, all’Eden originario. Ovvero, si è trasformato in utopia. E questo ci offre il pretesto per qualche altro appunto a margine della storia di Boggiani, che riguarda non il nostro eroe, ma il luogo da lui scelto per sognare e per morire.

 

Se c’è un paese che da sempre, sin dalla prima scoperta della sua esistenza da parte degli europei, si è candidato a localizzazione geografica della fuga e del sogno, questo è il Paraguay. Piazzato com’è al centro del continente, privo di un accesso diretto dal mare, è rimasto più a lungo di tutte le altre aree del mondo nuovo una macchia bianca, una terra incognita, ed ha precocemente calamitati fantasie e progetti di ingegneria sociale, con i tragici conseguenti sforzi di tradurli in realtà.

Cominciano subito gli spagnoli, importando la prima versione del sogno, quella molto prosaica della caccia all’Eldorado. Nel 1524, quando ancora nemmeno si sospetta l’esistenza dell’impero inca, Aleixo Garcia già risale il Rio Paraguay alla ricerca del Cerro de Plata (la montagna d’argento, probabilmente identificabile nel Potosì) che dovrebbe trovarsi al centro di un territorio governato da “el rey blanco”. Arriva sin quasi al territorio boliviano, ma solo per incontrarvi le ferocissime tribù del Mato Grosso, gli antenati dei Caduveo, che lo costringono a battere in ritirata e alla fine lo uccidono. Vent’anni dopo le sue tracce sono ricalcate da un personaggio la cui vita va oltre ogni fantasia, Alvar Nunez Cabeza de Vaca[7], a caccia della Noticia Rica, un favoloso regno dell’interno decantato allo stesso Garcia dagli indigeni rivieraschi.[8] Il risultato è pressoché identico, ma gli spagnoli non si scoraggiano facilmente. Un altro esploratore, Nuflo de Chaves, intraprende dopo la metà del secolo una nuova spedizione verso il nord del Rio Paraguay, includendo negli obiettivi della ricerca tutto il repertorio mitico della conquista, dall’Eldorado alle Amazzoni, dalla Noticia Rica al Paititi. Quando si imbatte in una fortezza costruita nel bel mezzo della pampa, nell’assalto alla quale lascia sul terreno un mucchio di uomini, capisce che è ora di tornare. Dopo questa ennesima fallimentare esperienza i suoi connazionali decidono che forse non vale la pena perdere tanto tempo e tanti uomini in quel labirinto di paludi e foreste, e cedono il sogno ad altri.[9]

Gli altri sono i Gesuiti, e la storia è quella in parte raccontata nel film Mission. A partire dal 1609, sotto l’impulso del nuovo generale, il padre Montoya, la Compagnia di Gesù fonda una serie di missioni nell’area compresa tra i corsi del rio Paranà e del rio Paraguay, attestandosi nelle zone più interne e inaccessibili. Ha ottenuto dalla corona spagnola che quelle terre diventino una sorta di riserva indiana, interdetta ad ogni penetrazione bianca, militare o commerciale, e danno luogo in pratica al primo esperimento di utopia realizzata. Nel corso di un secolo e mezzo arrivano a fondare ben trenta reducciones, che coprono un territorio grande una volta e mezza l’Italia e contano una popolazione di oltre centomila indios, quasi tutti guarani. Le reducciones sono organizzate ufficialmente in funzione della cura delle anime, ma per arrivare a questo scopo occorre in primo luogo indurre gli indigeni ad abbandonare il nomadismo, il che significa fare tabula rasa di tutta la loro cultura e riorganizzarne totalmente l’esistenza. Ad un certo punto anche nelle intenzioni dei missionari, che devono prendere atto dello scarso entusiasmo religioso degli indios, è proprio l’aspetto dell’organizzazione sociale e produttiva a prevalere. Ogni reduccion è ampiamente autonoma, anche se alcune regole generali valgono per tutte (nell’architettura, negli schemi urbanistici e nell’organizzazione del lavorio, ad esempio). In esse l’amministrazione della giustizia spetta ai religiosi, mentre quella dell’economia è affidata agli indigeni. I villaggi sono edificati in base ad una pianta geometrica, con epicentro nella piazza della chiesa, gran parte della produzione è comunitaria, anche se non viene mai del tutto abolita la proprietà privata, e ogni aspetto della vita sociale è minuziosamente regolamentato, a partire dagli orari di lavoro e di preghiera. È in pratica il tentativo paternalistico di tenere questo popolo fuori dalla storia, tentativo tutto sommato benemerito, dal momento che la storia per essi è rappresentata soprattutto dai bandeirantes, i cacciatori portoghesi di schiavi. Proprio per difendere gli indigeni da questi ultimi i padri gesuiti ottengono dalla corona l’autorizzazione a organizzare delle milizie, che sotto la guida dei soldati di Cristo diventano particolarmente efficienti (tanto da essere in qualche occasione utilizzate persino come milizie mercenarie). La vocazione “militarista” del Paraguay ha paradossalmente le sue radici più nell’insegnamento gesuitico che nella naturale bellicosità delle tribù indigene. Il piccolo esercito non è però sufficiente quando, dopo il 1750, tutto il territorio di pertinenza delle reducciones viene ceduto dalla Spagna al Portogallo. I gesuiti sono espulsi, le loro missioni smantellate, gli indios, forzatamente abbandonati a se stessi, non possono far altro che dare alle fiamme i villaggi abbandonati e rifugiarsi nelle foreste: moltissimi sono uccisi, gli altri vengono ridotti quasi tutti in schiavitù. I guerrieri che avevano fermato Cabeza de Vaca e Nuflo Chavez, una volta trasformati in contadini, non sono più in grado di sfruttare il vantaggio ambientale.

L’esperimento gesuitico è stato variamente giudicato. Tra i contemporanei Montesquieu e Voltaire lo hanno elogiato, mentre Ludovico Antonio Muratori ne ha raccontato dettagliatamente la storia ne “ Il cristianesimo felice nelle missioni de’ padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay”. Qualche decennio dopo Joseph de Maistre vi ha visto prefigurato visto il modello del suo stato teocratico.

La lettura si è invece modificata, in senso decisamente negativo, nel corso dell’Ottocento. Michelet scriveva che i Guarani erano tenuti “come in una repubblica di fanciulli, dove si mostra un’arte sovrana ad accordare loro tutto, tranne ciò che potrebbe sviluppare l’uomo dal neonato”. Grosso modo è questo il giudizio ancora oggi corrente: in effetti gli indios erano davvero trattati come dei bambini da difendere e da indirizzare costantemente, e molti non riuscirono mai ad adeguarsi al modello di vita sedentario e regolamentato imposto dai gesuiti. Le fughe e il ritorno alla foresta erano all’ordine del giorno, e in qualche caso vennero duramente punite, malgrado nelle missioni non fosse contemplata la pena di morte. Ma va anche ricordato che sul piano pratico le reducciones produssero un enorme aumento del benessere materiale, e preservarono almeno per un secolo queste popolazioni da una schiavitù ben più feroce. Inoltre, se paragonato agli altri esperimenti di ingegneria sociale tentati nel secolo scorso, quello dei gesuiti appare un mondo quasi idilliaco.

 

Il sogno dei gesuiti in realtà non si dissolve completamente con la scomparsa delle reducciones. Se ne fa erede oltre mezzo secolo dopo una singolare figura di dittatore, Josè Gaspar Rodriguez de Francia, l’uomo che prima ancora di Bolivar e di Josè de San Martin proclama l’indipendenza di un paese dell’America spagnola. Francia si fregia dell’appellativo di “El Supremo” ed è un altro personaggio coi controfiocchi. È un devoto di Voltaire e di Rousseau, oltre che di Machiavelli, tiene sulla scrivania un busto di Robespierre e assomma tutte le contraddizioni dell’integralismo illuministico. Dà prova di un eccezionale coraggio nella ribellione contro il governo spagnolo, di una rara incorruttibilità al momento della fondazione della nuova repubblica, di una maniacale propensione al sospetto e di una implacabile brutalità una volta salito al potere. Dietro la sua feroce dittatura c’è però un disegno ben preciso. In mezzo alle guerre civili che cominciano ad insanguinare l’America meridionale Francia si erge a difensore intransigente dell’indipendenza nazionale, e vuole fare del Paraguay un modello di razionalità amministrativa e politica. L’intero paese viene “nazionalizzato”, sono bloccati tutti gli accessi terrestri o fluviali ed è impedito l’ingresso agli stranieri. Quelli già presenti vengono semplicemente trattenuti in stato di semidetenzione (accade anche al povero Aimée Bompland, il compagno di viaggio di Humboldt, che rimane ostaggio di Francia per dieci anni, vittima ignara e incolpevole di un sottile ricatto diplomatico). Ogni altra autorità, prima tra tutte quella della Chiesa, è liquidata. Francia abolisce l’Inquisizione, chiude conventi e seminari, proclama la libertà di culto (“qui da noi potrete seguire la religione che più vi piace, potrete essere cristiani, ebrei mussulmani, tutto tranne che atei”, disse ad un medico svizzero), cancella le aristocrazie e le differenze sociali, prima tra tutte la schiavitù: con una legge apposita vieta il matrimonio tra bianchi e impone il meticciato, fa edificare fattorie “di stato” per migliorare l’agricoltura e pubblicare manuali tecnici per educare gli abitanti alle arti e all’industria. La stessa Asunciòn è sventrata e ricostruita secondo il modello geometrico che Ippodamo di Mileto aveva disegnato per il Pireo, con le vie perfettamente allineate e perpendicolari. Tutto questo è perseguito con una feroce determinazione, sorretta dal sincero convincimento di fare il bene del popolo e di essere l’unico a sapere quale è questo bene. Per scoraggiare le incursioni che gli indios del Mato Grosso sono soliti compiere nel nord del paese Francia ne fa catturare e uccidere alcune migliaia, e fa porre le loro teste sui pali che delimitano quella che di lì innanzi dovrà essere per loro una frontiera invalicabile. Lo stesso metodo lo utilizza per dissuadere i suoi guarani dalla pratica del furto. Le spie sguinzagliate ovunque a caccia di dissidenti riempiono le carceri di prigionieri, e il dittatore esprime più volte la machiavellica convinzione che qualche centinaio di condanne a morte nuocerà al paese molto meno di una guerra civile. È immaginabile quanto apprezzi gli intellettuali (“quando un paese ha bisogno di mais e di manioca, a cosa servono le orgogliose divagazioni degli intellettuali?”), e in questo sirifà direttamente al modello utopistico primo, quello di Platone.

Gli intellettuali naturalmente lo ripagano con la loro moneta, soprattutto quelli stranieri che riescono a venirne fuori dopo anni di forzata permanenza. I fratelli John e William Robertson pubblicano nel 1835 Il regno del terrore di Francia, che suscita un grande dibattito, e che vede l’intervento di Thomas Carlyle a difesa del dittatore: “quando (Francia) tornò nel Paraguay si distinse per il suo valore a tutta prova. Non esitò mai a difendere il debole contro il forte, il povero contro il ricco. Faceva pagare l’onorario solo a coloro che potevano … e acquistò presto una grande reputazione di competenza, di onestà e di incorruttibilità”. [10] Il che, se riferito alla sua professione di avvocato, è anche vero, così come è vero che Francia ottenne come presidente il risultato di tenere il paese fuori dalle guerre civili e di portare il Paraguay ad un livello di produttività e di benessere decisamente superiore a quello degli stati confinanti.

Sulle valutazioni della figura di Francia e dei risultati del suo quarto di secolo di dominio hanno pesato indubbiamente nell’ottocento il legame dichiarato del dittatore con gli ideali della cultura illuministica e libertina e la sua ammirazione per Robespierre, nel novecento le inquietanti similitudini riscontrabili con altri regimi dittatoriali e utopici, sia della prima che della seconda metà del secolo. Oggi sembra esserci la tendenza, almeno in patria, a rivalutarlo, a considerarlo come un padre dell’indipendenza e un riformatore sociale, tanto che la sua effige compare sulle banconote paraguayane. Rimane il fatto che, anche se le valutazioni ostili erano spesso fondate sul favoleggiamento, come nel caso della descrizione della detenzione di Bompland fatta dai Robertson, le testimonianze dei pochi visitatori che tornarono dal Paraguay per raccontarla concordano su un clima cupo e invivibile, nel quale l’odio per Francia era pari solo al terrore per la sua repressione. Il dittatore stesso, secondo la testimonianza del solito medico svizzero, era stupito “del fatto che tutti i suoi concittadini camminassero sempre a testa bassa”. Ennesima conferma del fatto che i sogni di palingenesi, quando vengono forzatamente tradotti in realtà, si traducono in incubi terribili.

Meno controverso è invece il giudizio sui successori del Supremo, che in un crescendo di dissolutezza e crudeltà portano in mezzo secolo il paese alla completa rovina, trascinandolo in insensati e ininterrotti conflitti di confine. Sotto l’ultimo, Francisco Solano Lopez, la popolazione passa da oltre mezzo milione a 220.000 abitanti, di cui solo circa trentamila maschi, per le conseguenze una guerra contro Argentina, Brasile e Uruguay. Quando viene restaurata una pur parziale normalità diventa fondamentale incoraggiare l’arrivo di immigrati. Molti tra questi sono italiani, e non si tratta più di esuli politici (come Garibaldi e Raimondi) ma di contadini piemontesi, lombardi e veneti, e successivamente meridionali, rovinati dalla filossera o dalle politiche doganali della sinistra storica. Non sono portatori di utopie, bensì di storie di miseria e della volontà di riscattarle, che spesso fanno pagare proprio agli indios. Boggiani viaggia con loro, ma certamente non li rappresenta.[11]

Eppure in questo periodo il Paraguay torna ad essere, proprio per la politica di incentivo all’immigrazione, terra promessa per la creazione di società utopiche. Nel 1887, nello stesso anno in cui arriva Boggiani, viene fondata da Bernhard Förster, cognato di Friedrich Nietzsche[12], la Nueva Germania, una colonia basata su un progetto utopico confusamente socialisteggiante ed eugenetico, e indubitabilmente insensato. Förster è a capo di un gruppo di prussiani antisemiti, e nei suoi intenti la colonia deve diventare il rifugio di tutti i tedeschi che vogliono preservare la propria identità culturale e la purezza ariana. Vivendo a stretto contatto con una natura tanto ricca quanto pericolosa potranno tornare alle fonte originaria dell’energia vitale e riacquistare la salute corporea e mentale compromessa dalle mollezze della modernità. La colonia è pertanto assolutamente chiusa ai non ariani, massime agli ebrei, e mira a difendersi da qualsiasi nefasto influsso della cultura angloamericana. Nueva Germania viene però fondata nel bel mezzo della foresta pluviale, in una delle zone più povere del Paraguay, e non tarda ad andare a bagno. Delle venti famiglie trapiantate non una regge al confronto con la natura selvaggia, e lo stesso Förster finisce per suicidarsi solo un paio d’anni più tardi. Rimane però in Paraguay, oltre al suo corpo, anche il suo ricordo, che sarà riesumato negli anni trenta, quando si creeranno tra gli immigrati di origine tedesca gruppi con forti simpatie per il nazismo: in questo modo si aprirà la strada, dopo la seconda guerra mondiale, all’afflusso di moltissimi criminali di guerra nazisti, primo tra tutti il famigerato dottor Menghele, che nel Paraguay troveranno un rifugio sicuro.

C’è una Nueva Germania, ma c’è anche una Nueva Londres. L’ideatore di quest’ultima è William Lane, un giornalista australiano che dopo aver letto i libri di Robert Owen matura il proposito di creare un “eden“ comunitario in un luogo isolato della Terra. La legge paraguaiana sull’immigrazione sembra fatta apposta per consentirgli di metterlo in pratica. Nel 1893 il governo di Asunciòn concede alla società creata da Lane oltre duecentomila ettari di terreno, destinati ad un migliaio di coloni provenienti dall’Australia. Al momento dell’insediamento i coloni sono meno della metà, ma sono sufficienti a formare due o tre comunità organizzate secondo i modelli del socialismo utopistico. Anche in questo caso però l’esperimento non regge. Dopo un paio d’anni molti coloni tornano in Australia, mentre quelli che rimangono si integrano nella cultura e nell’economia paraguayana.

Non è ancora finita. Per qualche tempo, negli anni novanta dell’ottocento, in piena esplosione dell’antisemitismo, il Paraguay viene preso in considerazione anche dai sionisti, come possibile rifugio per la nuova diaspora ebraica. Prevale poi il partito del focolare palestinese, e non se ne fa nulla (anche se a partire dall’inizio del XX secolo l’emigrazione ebraica verso il Paraguay è consistente, cosa che senz’altro avrà fatto rivoltare Förster nella tomba). Ma non c’è alcuna volontà di creare una comunità separata. Questa è invece assolutamente negli intenti di un nuovo gruppo di immigrati, i mennoniti[13]. Eredi diretti dell’anabattismo, perseguitati per secoli in Europa, i mennoniti hanno trovato nel nuovo mondo le condizioni per vivere in comunità il più possibile chiuse e separate, all’interno delle quali praticare i principi della nonviolenza, della fratellanza e della povertà (o meglio, sobrietà) individuale e conservare intatte le loro tradizioni. Negli anni venti del Novecento quelli di lingua tedesca si trovano a dover lasciare il Canada, loro ultimo rifugio, per non sottostare ad una legge che impone una lingua ufficiale unica. Esplorano le possibilità dell’America Latina e alla fine, a partire dal 1927, optano per il Chaco centrale, dove sono garantiti la libertà di culto, la possibilità di una organizzazione scolastica propria, l’autonomia linguistica e l’esonero dal servizio militare. Negli anni successivi saranno raggiunti da altri confratelli provenienti dalla Russia e dalla Polonia. In questo caso, forse per la consuetudine ai trapianti maturata dai mennoniti in secoli di persecuzioni, l’esperimento ha successo, e la colonia prospera (attualmente è la più consistente, dopo quella statunitense).

 

Infine, l’ultima diaspora che interessa il Paraguay, come abbiamo già visto, è quella nazista nell’immediato dopoguerra[14]. Gli aguzzini dei campi di sterminio sono in questo caso alla ricerca non di una terra felice, ma di un rifugio sicuro e segreto. Il Paraguay è ancora una volta il luogo ideale per rifarsi una vita completamente nuova. Al di là delle simpatie per il nazismo manifestate dalla sua colonia tedesca, ci sono una tradizione ormai consolidata di incentivo all’immigrazione, che ha cancellato in pratica ogni filtro, l’acquiescenza e comunque la scarsa capacità di controllo del territorio da parte delle autorità, soprattutto nell’immensa e quasi disabitata zona del Chaco, e la distanza fisica e storica dai luoghi dove si è consumata l’infamia. A conti fatti, sembra proprio questo l’esperimento più riuscito. Delle migliaia di criminali che attraverso le connivenze degli alleati e del Vaticano hanno trovato rifugio nella terra tra i due fiumi, solo poche decine sono stati individuati: gli altri sono stati tranquillamente inghiottiti dalla foresta, per riemergerne in qualche caso con un’identità nuova e immacolata, o per godersi in santa pace una immeritata vecchiaia.

 

Quello che alla fine del Settecento il naturalista Felix de Azara descriveva come un paradiso terrestre è oggi uno dei paesi più poveri dell’America Latina, secondo in questa poco ambita classifica solo ad Haiti. Nella prima metà del Novecento ha visto succedersi trentun presidenti, quasi tutti buttati fuori da sommosse popolari o da colpi di stato, in buona parte liquidati direttamente in attentati. Nella seconda metà ne ha avuto uno soltanto, Alfredo Stroessner, che ha instaurato un regime crudele come quello di Francia e letale come quello di Solano Lopez, senza neppure l’attenuante del busto di Robespierre, e che è rimasto al potere per oltre trentacinque anni. Il bilancio complessivo è desolante: la rete ferroviaria attiva del paese copre attualmente trentun chilometri, dopo essere arrivata nel secolo scorso a quasi cinquecento; l’economia è da quarto mondo e le risorse utilizzabili per un qualche sviluppo sono tutte controllate da capitali stranieri; il parlamento è nelle mani dei grossi latifondisti ed è considerato il più corrotto dell’America Latina (che è tutto dire); l’ultimo colpo di stato ha portato al potere un tizio che di cognome fa Franco. Neppure il meticciato già voluto da Francia, attivamente praticato da Boggiani e rilanciato oggi dalla globalizzazione come futuro modello demografico, ha dato gli esiti che i suoi nuovi teorici decantano. La popolazione paraguaiana è al novantacinque per cento meticcia (un buon quaranta per cento ha anche sangue italiano nelle vene), ma per metà vive sotto la soglia ufficiale della miseria e in un pesante analfabetismo di ritorno.

A dispetto (o forse proprio in ragione) di tutti i sogni e di tutti i progetti che ha calamitato, il Paraguay non è mai stato una terra felice. Oggi lo è meno che mai. È scomparso dall’immaginario, dalle canzonette popolari e dai libri d’avventura, e i media ne parlano solo in occasione di qualche partita di calcio finita in un massacro. La quasi totalità degli italiani non saprebbe neppure individuarlo su una carta geografica. Non ci sono più i Caduveo, e anche le foreste che li ospitavano stanno velocemente scomparendo. Boggiani ha davvero fatto appena in tempo a vederne gli ultimi angoli incontaminati.

Letta in questa luce, la sua fine è stata in fondo un prezzo equo da pagare.

[1] Viaggi d’un artista nell’America meridionale, 1895

[2] “Corriere della Sera” del 29 Settembre 1935

[3] La storia di queste lastre meriterebbe un racconto a parte. Molte di esse furono recuperate dal botanico ed esploratore cecoslovacco Alberto Vojtěch Frič, che giunse in Paraguay qualche anno dopo il Boggiani e instaurò buoni rapporti con gli indios. Era arrivato in Sudamerica spinto dalla passione per i cactus e si era poi affezionato al popolo Chamacoco, tanto che aveva cercato di curare le loro malattie intestinali. La sua vita è stata raccontata da Claudio Magris in Dalla Mitteleuropa alla giungla. Avventure e follie di un botanico.

[4] Il suo nome però non sarà dimenticato, e diventerà sinonimo di tradimento. A metà degli anni trenta, in uno dei primi fumetti di avventura italiani, Ulceda di Moroni Celsi, ambientato nelle foreste del gran Chaco, l’indio traditore e infido si chiama proprio Luciano.

[5] Claudio Magris banalizza la cosa, in un tentativo non riuscito di essere spiritoso: “[…] venendo ucciso, sembra per le sue spicce attenzioni a una donna india, nonostante fosse conosciuto presso gli indigeni anche come Lily, per le attenzioni rivolte agli uomini, cosa nient’affatto strana in una cultura pervasa dal sentimento panico di una sensualità indifferenziata” (“Dalla Mitteleuropa alla giungla. Avventure e follie di un botanico”). Appunto. Una sessualità indifferenziata, nella quale ci sta di tutto, tranne che gli indios lo conoscessero come Lily!

[6] Cfr. Voglio andarmene in Perù.

[7] Durante una spedizione nel continente nordamericano Cabeza de Vaca era sopravvissuto alla strage di quasi tutti i suoi compagni, era stato catturato dagli indigeni e aveva vissuto presso di loro prima come schiavo poi come uomo della medicina, era fuggito e aveva peregrinato per otto anni nelle foreste, prima di raggiungere un avamposto spagnolo sulla costa del golfo del Messico.

[8] Padre Gonzalez Paniagua, che era al seguito di Cabeza de Vaca, riporta che “gli indios gli raccontarono di un regno di donne guerriere, in un lago molto grande, e questi indigeni, senza contraddirsi tra di loro gli dissero che dieci giorni da quel luogo in direzione nordest abitavano in grandi villaggi delle donne che avevano molto metallo bianco e giallo e che le posate con le quali mangiavano era tutte fatte di quel metallo e che avevano come regina una donna e che son guerriere, e che in un certo mese dell’anno si uniscono con indigeni di altre provincie e hanno con essi rapporti carnali e se quelle che restano incinta partoriscono femmine le tengono con loro mentre se partoriscono maschi li tengono con loro fino a che li svezzano e poi li reinviano ai loro padri … e che è gente che possiede metallo bianco e giallo in tanta quantità che non si servono con vasi di terracotta, ma con vasi e pentole e padelle di quel metallo […]”.

[9] Nuflo de Chaves era giunto al cospetto di bastioni costruiti con tronchi d’albero dai Moxos, alleati degli Incas. I Moxos opposero una strenua resistenza, causando la morte di una ventina di spagnoli, di circa trecento indigeni alleati degli Europei e di quaranta cavalli. Gli invasori dovettero ritirarsi e si divisero in due gruppi: alcuni si diressero verso sud-est, per raggiungere il territorio dei pacifici Xarayes, mentre gli uomini di Chaves si diressero verso sud-ovest. Le vicende della spedizione ricordano molto l’Anabasi e le sue moderne versioni cinematografiche, da Passaggio a nord-ovest a Tamburi lontani, da Obiettivo Burma a I guerrieri della notte.

[10] Thomas Carlyle ed altri –El doctor Francia – Asunctiòn 1987

[11] Non sempre la storia di questa emigrazione è limpida. Quando Boggiani si imbarca per il Paraguay non si è ancora spenta l’eco della noche triste de los italianos, una notte di follia provocata ad Asunciòn nel 1870 dai nostri connazionali col pretesto di una falsa accusa, che causò decine di vittime e centinaia di arresti.

[12] Nietrsche lo detestava al punto da rifiutarsi di presenziare al matrimonio della sorella.

[13] Membri della setta protestante fondata a Zurigo nel 1525 da Menno Simons (1496-1559), come costola del movimento anabattista, costretti a emigrare lontano dalla Germania dopo la distruzione di Munster

[14] Tra i più tristemente noti, oltre a Menghele, Martin Bormann ed Edward Rosehmann, il gaulaiter del campo di Riga.

 

 

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