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L’inventore dei capelli a spazzola

di Paolo Repetto, 4 maggio 2020

Se Saturnino Farandola discendeva i fiumi africani in groppa ad un ippopotamo (per di più a vela) qualcuno prima di lui aveva provato a farlo a cavalcioni di un caimano. Solo che non si trattava di un personaggio letterario, ma di un tizio in carne ed ossa. Il tizio si chiamava Charles Waterton: era un aristocratico inglese discendente da una famiglia cattolica di antichissimo lignaggio, un naturalista appassionato, un burlone irriverente, un magnifico atleta (addirittura un free climber ante litteram), oltre che un personaggio incredibilmente stravagante. La metà di questi requisiti sarebbero stati sufficienti a rendermelo interessante, tutti assieme mi hanno entusiasmato.

Tra le stravaganze minori di Waterton c’era quella di portare i capelli tagliati a spazzola, in un’epoca (i primi dell’ottocento) nella quale andavano di moda le teste leonine (vedi Foscolo, Chateaubriand e Beethoven) o il taglio “Roma imperiale” (vedi Napoleone). È stata proprio questa caratteristica a farmelo conoscere. Cercavo sue notizie per un semplice riferimento trovato in nota in un libro su Humboldt, e mi sono imbattuto nel ritratto di un tale con i capelli tagliati esattamente come li porto io, cosa che nella ritrattistica del primo ottocento non avevo mai riscontrato. Mi ha incuriosito, e non c’è voluto poi molto a scoprire che questa era solo l’ultima delle sue eccentricità.

Quando è uscita in edizione italiana la biografia scritta da Julia Blackburn (Cavalcare il coccodrillo, Boringhieri 1993) ho potuto godermi per intero il racconto di un uomo e di una vita eccezionali. E ad essa dunque rinvio, per una conoscenza più approfondita, chi fosse per qualche motivo intrigato dal personaggio. Garantisco che ne vale la pena. Non sono invece mai stati tradotti (e dubito che lo saranno) i diari, le opere scientifiche e il resoconto delle sue avventure nell’America del Sud. Mi limiterò qui ad una sommaria ricostruzione della sua vita e a sottolineare alcuni aspetti particolarmente singolari (in qualche caso molto attuali) del suo modo d’essere e di pensare.

Waterton vantava nella sua ascendenza una schiera incredibile di santi, tra i quali anche Thomas More, oltre a qualche sovrano come Edoardo il confessore. Era un aristocratico dello Yorkshire, la contea della rosa bianca, nato nel 1782 (quindi coetaneo di Hugh Glass, il tizio sopravvissuto ad un incontro ravvicinato con un grizzly e reso famoso da Revenant – tanto per intenderci sulla stoffa di cui era fatta questa gente), cresciuto nella magione avita di Walton Hall, in mezzo ad una natura rigogliosissima e semiselvaggia, e libero di godersela tutta. Sin dalla giovinezza non era uomo da lasciarsi mettere i piedi addosso, anche nel clima ferocemente anticattolico che in quegli anni ancora si respirava in Inghilterra: chi lo incontrava era conquistato dal suo carattere dolcissimo e svagato, ma quando si impuntava Waterton sapeva essere testardo come un mulo e terribilmente schietto: cosa che col tempo gli alienò le simpatie di molti suoi contemporanei.

Si era fatto (e rotto, ripetutamente) le ossa cavalcando alberi e catturando animali nella campagna attorno a casa, e anche nel collegio gesuita cui fu inviato continuò seguire la sua vocazione, tanto da essere investito ufficialmente del ruolo di cacciatore di volpi e di topi. Nei confronti di questi ultimi, ma solo di quelli della specie grigia, a suo dire arrivata in Inghilterra nel 1688, con l’usurpatore protestante Guglielmo d’Orange, e in breve tempo divenuta dominante a spese della specie autoctona nera, nutriva un odio feroce. Li chiamava topi “hannoveriani” e li aveva eletti a simbolo della malvagità assoluta.

A dispetto di quanto si dice della severità delle scuole gesuitiche, Waterton trovò nel college di Stonyhurst, un ambiente libero e stimolante (non è un caso che le scuole gesuitiche migliori e più “progressiste” fossero quelle tollerate, obtorto collo, nei paesi protestanti), cosa che lo indusse a rimanere in contatto per tutta la vita con i suoi vecchi insegnanti e a far loro visita ogni anno, quando era in Inghilterra, per la gioia e il divertimento dei nuovi studenti. Ho trovato anche menzione di alcune sue bravate, come lo scalare una torre vicina all’istituto, che gli sarebbe valsa una dura punizione, ma nella biografia della Blackburn non se ne parla. Le bravate peraltro ci starebbero tutte, come dimostrò la sua vita successiva, ma certamente il rapporto con i padri gesuiti non si incrinò mai.

Nell’Inghilterra “hannoveriana” non era consentito ai cattolici frequentare gli studi universitari, e Charles si trovò prima dei vent’anni a chiedersi cosa avrebbe voluto fare da grande. In realtà il suo futuro era già deciso: come primogenito avrebbe ereditato il titolo e la tenuta di famiglia, ancora notevole a dispetto degli espropri che l’avevano mutilata a partire dallo scisma protestante in poi: ma il giovane non era tipo da rimanere con le mani in mano in attesa della successione. La sua esuberanza e la fame di natura non potevano trovare sfogo nella sola Inghilterra. Nel 1802 si trasferì quindi a Malaga per aiutare un paio di zii che erano lì in affari: ne approfittò per imparare lo spagnolo, viaggiare lungo la costa meridionale e leggere in originale il Don Chisciotte, che lo entusiasmò e rimase il libro della sua vita. L’anno successivo si trovò però in mezzo ad una terribile epidemia di febbre gialla (che solo in quella città uccise oltre la metà degli abitanti), fu contagiato e ne uscì vivo, e una volta ormai immune si prodigò ad aiutare gli ammalati (tra i quali uno degli zii, che morì in poco tempo). Riuscì poi, forzando il blocco di quarantena steso attorno alla città, a fuggire su un veliero svedese e a tornare in Inghilterra.

Vi rimase per poco. Un anno dopo, a 22 anni, si imbarcava nuovamente, e questa volta per varcare l’oceano: la meta era la Guyana britannica, dove si recava in qualità di sovrintendente di una piantagione di cotone acquistata dal padre nei pressi di Georgetown. L’ambiente coloniale lo disgustò immediatamente, a partire dalla vita pigra e annoiata e dal lusso ostentato dei proprietari fino alla condizione miserabile degli schiavi. Evitò quindi accuratamente i circoli e i salotti cittadini, mentre cominciò a girovagare sia all’interno della colonia, sia tra le isole antillane, da Grenada a Barbados. L’unica amicizia vera la maturò con uno strano personaggio, per certi versi non molto dissimile da lui, Charles Edmonstone, uno scozzese che si era ritirato nel mezzo della giungla interna, sposando la figlia di un capo nativo ed evitando i rapporti con gli altri europei, ed era diventato una sorta di protettore e rappresentante degli indigeni. Waterton tornava comunque ad intervalli quasi regolari in Inghilterra, dove aveva un mentore in sir Joseph Banks, fondatore del giardino botanico di Londra ed ex compagno di esplorazioni del leggendario Cook. E proprio sotto lo stimolo di Banks intraprese a partire dal 1812 quattro successive spedizioni esplorative all’interno del continente.

Nel 1812 si inoltrò per quattro mesi nel cuore meridionale della Guiana, sconfinando anche in Brasile, viaggiando nella stagione delle piogge, in parte in canoa e in parte a piedi (anzi, a piedi nudi: questa era un’altra delle sue eccentricità, non sopportava le calzature), senza uno scopo ben definito, se non il constatare l’inesistenza del mitico lago dell’Eldorado: in realtà a muoverlo era il puro piacere di stare a contatto con la natura nel suo stato più primordiale.

Quattro anni dopo ripartì, ancora una volta col viatico di Banks, che gli affidò il compito di raccogliere il maggior numero possibile di semi “di ogni pianta notevole per bellezza o rarità”, da donarsi ai giardini reali di Kews. La spedizione in realtà non decollò mai, un po’ per la confusione e le velleità di Waterton (inizialmente voleva risalire addirittura tutto il Rio delle Amazzoni, proseguire sul Rio Negro e arrivare alle montagne di Cristallo), un po’ per una serie di inconvenienti che lo costrinsero a cambiare più volte i piani. Dopo aver zizzagato a lungo dal Brasile al Suriname e alla Caienna, alla fine si risolse ad accantonare il progetto e a compiere la sua ricerca vagabondando in solitaria per sei mesi tra le paludi e le montagne della Guiana britannica, raccogliendo soprattutto centinaia di esemplari di uccelli che trattava personalmente con un suo specialissimo metodo tassidermico.

Tra la seconda e la terza spedizione si inserì uno stravagante siparietto. Tornato in Europa, Waterton si recò nell’autunno del 1817 a Roma, per una udienza del papa Pio VII. Voleva offrirgli un quadro realistico di come era vissuta la religiosità dagli indigeni, in base alle osservazioni che aveva potuto fare durante la sua permanenza in colonia. Ma imbattutosi, appena arrivato in città, in un vecchio compagno del collegio gesuita, ricadde nello spirito adolescenziale e con il compare si arrampicò sin sulla punta del parafulmine della cupola di san Pietro, dove lasciò infissi un paio di guanti. La bravata non piacque affatto al pontefice, che intimò ai due di andare a rimuovere i guanti e di sparire velocemente dalla circolazione.

Il richiamo della foresta si faceva comunque risentire, e Waterton sarebbe partito già l’anno seguente se non fosse rimasto vittima durante il viaggio di ritorno dall’Italia di un grave incidente, dovuto come al solito ad una delle sue acrobazie, che lo mise a rischio di perdere la funzionalità di un ginocchio. Tornò ad una forma accettabile solo dopo due anni, nel 1820, e stavolta decise di organizzare la nuova spedizione con maggiore criterio. Aveva scelto come base l’azienda ormai in abbandono del suo amico Charles Edmonstone, che era rientrato in Europa. Di qui, con una ridottissima squadra (tre compagni) partiva per incursioni nell’interno, in cerca di esemplari di fauna da imbalsamare col suo particolare metodo. Si era munito di casse apposite per trasportarli poi in Europa, e le riempì tutte.

Proprio in questa occasione compì la prodezza che doveva renderlo popolare. Voleva imbalsamare un caimano, ma un esemplare che per dimensioni non avesse eguali in Europa, e per farlo aveva bisogno di catturare l’animale senza rovinare l’integrità della pelle, quindi di conservarlo vivo fino al ritorno presso la fazenda, dove aveva installato il suo laboratorio tassidermico. Riuscì ad organizzare la cattura, fra lo sbalordimento dei compagni, facendo uscite il caimano dall’acqua, avvicinandoglisi con estrema cautela, balzandogli all’improvviso sul dorso e abbrancandone le zampe anteriori per impedire loro di toccare terra e all’animale di tornare verso il fiume. Dopo una breve cavalcata da rodeo, con il caimano che si torceva da ogni parte e dava violenti colpi di coda, i suoi compagni riuscirono finalmente ad immobilizzare la bestia. Una cosa analoga fece di lì a poco con un boa constrictor lungo quasi cinque metri.

Questa volta rimase nella foresta undici mesi, vivendo alla maniera degli indigeni, ammalandosi e curandosi poi con i loro metodi, e facendo incetta di animali. Quando le casse non furono più in grado di accoglierne altri, si ritenne soddisfatto: “Avevo raccolto alcuni insetti rari, duecentotrenta uccelli, due testuggini di terra, cinque armadilli, due grandi serpenti, un bradipo, un formichiere gigante e un caimano”. Al ritorno però l’impatto con la civiltà e la burocrazia del vecchio continente fu disarmante. Ad accoglierlo non c’era più sir Joseph Banks, morto ormai da qualche anno, e i funzionari di dogana trattennero i suoi esemplari per un sacco di tempo, col rischio di far andare a male i frutti dei suoi sforzi, e gli chiesero anche il pagamento di un pesante dazio. Waterton ne fu particolarmente urtato, e risolse che avrebbe di lì innanzi limitato al massimo i rapporti con la “cricca hannoveriana” che governava il paese, concentrandosi invece nel fare di Walton Hall una sorta di zona franca.

Il quarto viaggio americano fu dunque di natura completamente diversa, a partire già dallo scenario. Questa volta, e siamo nel 1826, la meta fu la neonata repubblica statunitense. Il viaggio nell’America del nord non fu una spedizione esplorativa, ma una sorta di pellegrinaggio. A Waterton era capitata tra le mani una copia di American Ornitology, un’opera straordinaria del naturalista e pittore scozzese Alexander Wilson, che a quasi trent’anni si era trasferito in America con l’intento di censire e descrivere, soprattutto attraverso le immagini, tutti i volatili del continente. Wilson aveva attuato il suo proposito senza poter contare su alcuna sponsorizzazione, si era mantenuto praticando i mestieri più diversi, aveva camminato per migliaia e migliaia di chilometri lungo i fiumi e dentro le foreste dell’est americano. Waterton avvertì, dietro le descrizioni e i disegni, una immediata affinità, e decise di ripercorrere almeno in parte gli itinerari del pittore, morto ormai da più di dieci anni, per condividerne appieno anche le sensazioni. Appena giunto nel nuovo continente si mise quindi in contatto con coloro che erano stati intimi di Wilson, soprattutto con lo zoologo George Ord, che ne aveva completata e valorizzata l’opera. Tra i due si instaurò una strana amicizia, stante la differenza dei caratteri, che proprio perché coltivata poi solo a distanza sarebbe durata tutta la vita.

Waterton percorse parte del cammino fatto da Wilson, non mancò di lasciarsi andare a qualche stranezza, come quella di andare a curarsi una slogatura mettendo la gamba sotto il getto delle cascate del Niagara, (pare impossibile, ma sembra l’abbia fatto davvero), ma soprattutto rimase affascinato dal paese e dalla gente libera e schietta che lo abitava. È interessante in tal senso confrontare le sue impressioni con quelle di Tocqueville, che visitò le stesse zone sette anni dopo, e con quelle di Dickens, che lo fece quasi vent’anni dopo, traendone impressioni ben diverse. Per Waterton paradossalmente era l’immagine di una certa arretratezza a conferire fascino alle terre americane: “Mi sembra rappresentare ciò che deve essere stata l’Inghilterra cinquant’anni fa. Si sente parlare molto raramente di criminalità, e tutto il paese sembra unito e in pace con se stesso”. Anche se non mancava di rilevare che “in queste vaste regioni la natura sta perdendo rapidamente il suo antico aspetto e indossa vesti nuove. La maggior parte degli imponenti alberi da legname sono stati asportati: migliaia di alberi giacciono al suolo esanimi; mentre prati, campi di cereali, villaggi e pascoli sorgono di continuo davanti agli occhi del viaggiatore che percorre i tratti di bosco superstiti”.

Il momento negativo di questo viaggio fu invece costituito dall’incontro con John James Audubon, un altro pittore naturalista impegnato in un’opera simile a quella di Wilson e destinato ad oscurare la fama di quest’ultimo. I due non avevano in effetti, a parte l’interesse per gli uccelli – che si manifestava però in modo opposto: Audubon era un cacciatore quasi feroce – nulla che li accomunasse. Il francese era un uomo di spettacolo, che coltivava accuratamente la propria immagine di scorridore della frontiera: lunga chioma arricciata e ingrassata, abiti in pelle di lupo indossati anche nei ricevimenti eleganti, fucile in spalla o imbracciato in tutti i ritratti. Waterton non era certo il tipo da farsi impressionare da queste cose, ed era parecchio infastidito nel constatare come l’opera di Audubon stesse surclassando quella di Wilson nel gradimento del pubblico. Per questo motivo, negli articoli di scienze naturali che pubblicò in Inghilterra durante gli anni successivi si dedicò con sottile piacere a smontare pezzo per pezzo le osservazioni naturalistiche e i racconti avventurosi di Audubon, facendo intendere in pratica che erano quasi tutte panzane, o cose scopiazzate da altre fonti. Il che naturalmente gli attirò i fulmini degli ammiratori (e degli editori) del francese, che ribaltarono la faccenda: “Mentre il signor Audubon è esposto a pericoli o privazioni, e deve attendersi sostegno e ricompensa solo dal patrocinio del pubblico, il signor Waterton se ne sta tranquillamente insediato nella sua magnifica residenza nella campagna inglese, nel mezzo dei suoi possedimenti ancestrali”. (Magazine of natural History, 1833)

Nulla di più falso, intanto perché Waterton, quanto a pericoli e privazioni sofferti, non era certo secondo a nessuno, meno che mai ad Audubon, e poi perché il nostro se ne stava tutt’altro che tranquillamente insediato nei suoi possedimenti, a vivere di rendita. Nelle pause tra un viaggio e l’altro Waterton aveva infatti già cominciato a risistemare Walton Hall secondo un piano e in vista di un fine ben determinati. Aveva fatto costruire attorno al parco che circondava la magione un muro lungo oltre cinque chilometri e alto in alcuni punti quasi cinque metri, opera che mise a dura prova le sue finanze. Il muro doveva costituire una barriera contro i bracconieri e contro i grossi mammiferi predatori (volpi, tassi), per offrire rifugio ad ogni altra specie avicola o terrestre (comprese gazze, corvi, cornacchie, gheppi, allodole, puzzole e donnole, ed esclusi naturalmente i ratti grigi, a liquidare quali concorrevano in effetti tutte le altre specie). All’interno della recinzione erano bandite trappole e tagliole di ogni tipo, nessun animale poteva essere cacciato e anche gli alberi morti e caduti non dovevano essere rimossi. Per alcuni animali, ad esempio per i ricci, Waterton pagava addirittura una piccola taglia ai contadini che glieli portavano vivi. Versava loro anche una sorta di cauzione annua perché non sparassero agli stormi di oche che si fermavano in zona, soprattutto sulle rive del suo laghetto, durante le migrazioni. Le piante cadute diventavano base per la crescita selvaggia dell’edera o si trasformavano lentamente in fertilizzante, mentre nei tronchi cavi, spesso opportunamente chiusi con piccoli interventi in muratura, trovavano dimora le innumerevoli specie che animavano il suo piccolo e selvaggi paradiso terrestre.

In effetti, aveva creato il primo parco naturalistico al mondo, e continuò poi a difenderlo per tutta la vita. Stanti le devastazioni che la rivoluzione industriale stava producendo in tutta l’Inghilterra, e segnatamente in quella del nord-ovest, Walton Hall divenne una sorta di piccolissima oasi dove si conservava la natura di un tempo. Una battaglia legale contro un fabbricante di sapone che aveva piazzato i suoi impianti ai confini delle terre di Waterton e che con gli scarichi e le emissioni delle sue ciminiere inquinava aria, acque e terreni per un ampio raggio circostante, durò cinque anni, e si risolse con una vittoria più simbolica che reale per Waterton: il saponificio fu spostato più in là, ma venticinque anni dopo, e solo una decina dopo la scomparsa di Waterton, l’intera Walton Hall passò nelle mani del figlio di quel fabbricante, che si affrettò a consumare una postuma vendetta stravolgendo tutto il lavoro del naturalista.

Chi andava a visitare Walton Hall, come fece ad esempio lo stesso Charles Darwin dopo il ritorno dal viaggio con la Beagle (ma conosceva Waterton già da prima), non poteva non essere conquistato dal candore del proprietario e dalla giustezza del suo assunto, anche quando magari ne condivideva solo in parte il radicalismo e il modo di vivere. Tra i visitatori famosi ci fu probabilmente anche Dickens, che senz’altro conobbe Waterton personalmente: ma di questa visita non rimane testimonianza, perché la gran parte dell’epistolario di Waterton è andata perduta in un malaugurato incendio. D’altro canto lo “squire” non sembrava dare molta importanza alle differenze di estrazione o di fama dei visitatori: il parco era gratuitamente aperto a tutti, senza distinzioni, nobili, borghesi e popolani, operai e braccianti, e persino ai pazzi internati in un vicino manicomio. Il proprietario li accoglieva sempre conciato alla stessa maniera, nella sua “divisa da lavoro”, di solito a piedi scalzi, e li trascinava senza tanti convenevoli ad ammirare le meraviglie naturali, gli alberi secolari, gli aironi del lago, ecc… Si esibiva magari anche nei suoi numeri di arrampicata, per andare a prendere un nido, farlo ammirare e riportarlo al suo posto. I pazzi, probabilmente, si sentivano molto a proprio agio.

Poi li conduceva alla magione, dove già nell’ingresso e lungo le scale i visitatori erano accolti dai suoi capolavori di tassidermia, dai suoi inquietanti ibridi, nonché da una vera e propria galleria di quadri, disegni, oggetti e armi primitive, ed erano accompagnati dai suoi racconti e dalle sue spiegazioni. A fare gli onori di casa c’erano anche un pappagallo e un enorme gatto selvatico che Waterton si era portato appresso dalla Guinea, e che provvedeva a scongiurare la presenza degli odiati ratti grigi. Insomma, le visite a Walton Hall tutto dovevano essere, tranne che noiose.

Ma cosa trovavano i visitatori nel feudo di Waterton? Sin dall’ingresso avevano la sensazione di entrare in un altro mondo e in un’altra era. L’arco d’accesso era ridotto ad un rudere ed era interamente ricoperto dall’edera, un paio di torrette diroccate erano state trasformate in rifugi per gli storni o per i rapaci, ai lati del viale era tutta un’esplosione di vegetazione liberamente cresciuta, una sorta di giungla tenuta a bada solo con interventi minimi. La dimora di famiglia sorgeva su un’isoletta naturale, situata all’estremità di un lago di dieci e passa ettari di superficie, dalla forma molto allungata, che tagliava a metà la proprietà. L’isola era collegata alla sponda da un piccolo ponte di ghisa. Sulla terrazza antistante la facciata della casa era piazzato un grosso cannocchiale, che consentiva di esplorare tutta la superfice del lago e di ammirare la fauna avicola stanziale e quella di passaggio. Attorno al lago, che era al centro di una vallata ondulata, correva uno stretto sentiero, ma gli spostamenti erano molto più agevoli muovendosi sull’acqua con una piccola imbarcazione. Aggirandosi per la tenuta il visitatore coglieva immagini che parevano tratte dai paradisi terrestri dipinti da Jan Brueghel, fatti salvi le pecore e i leoni. Gli alberi secolari, le querce e gli olmi, coabitavano con i tassi e gli agrifogli piantati appositamente per favorire la nidificazione. Walton Hall era infatti un paradiso soprattutto per gli uccelli. A metà del secolo, nel suo pieno rigoglio, arrivò ad ospitare dai tre ai cinquemila volatili acquatici nella stagione estiva, e aveva colonie residenti di centinaia di aironi, di corvi, di cornacchie, di gheppi e di rapaci di ogni genere, tutti animali ai quali al di là del muro era data una caccia spietata. Ma c’erano anche i ricci, le donnole, le vipere (“le vipere sono numerosissime dentro le mura del parco, dove le attiro per proteggerle”), insomma, tutti i “nocivi” che altrove venivano sterminati.

Alcuni testimoni raccontano che Waterton si muoveva in mezzo a questo eden primordiale come Adamo prima della cacciata. Gli animali erano così abituati alla sua presenza discreta da accorrere a mangiare dalle sue mani, o da accompagnarlo nelle sue passeggiate. Mentre fuori l’aspetto del territorio stava diventando sempre più irriconoscibile, a Walton Hall il tempo sembrava essersi fermato, e anzi, essere tornato indietro.

Nel frattempo Waterton non si era chiuso al mondo. Non solo riceveva visitatori, ma lui stesso si muoveva frequentemente, magari evitando con cura i convegni e i congressi ufficiali, ma correndo ad esempio a esaminare ogni animale esotico nuovo che approdasse in Inghilterra, in genere come attrazione da fiera (e ne opzionava poi le salme da imbalsamare, sapendo benissimo che non sarebbero sopravvissuti a lungo), oppure studiando in loco le nidificazioni di cormorani e gabbiani nelle scogliere a picco sul mare dello Yorkshire, lungo le quali si calava e risaliva con la tecnica alpinistica della corda doppia.

Per un certo periodo partecipò inoltre con articoli e piccoli saggi, spesso violentemente polemici, al dibattito naturalistico, che già prima dello “scandalo” creato da Darwin era accesissimo (non ho notizia invece di come abbia accolto la teoria evoluzionistica. Da cattolico fervente senz’altro non ne fu entusiasta, ma propendo a credere che all’epoca quella battaglia fosse ormai lontana dai suoi interessi). I suoi interventi erano soprattutto volti a denunciare la distruzione progressiva della fauna e del paesaggio inglese, o a sfatare leggende e credenze sugli animali esotici o sui selvatici di casa. In coerenza con la sua posizione “fissista” si ostinò a negare in qualche caso (come in quello dei gorilla esibiti dall’esploratore Paul du Chaillu) l’esistenza di nuove specie, e arrivò ad architettare, come vedremo, vere e proprie burle per screditare i suoi colleghi naturalisti, finendo invece per minare la propria credibilità: ma rimaneva pur sempre l’uomo che aveva cavalcato un coccodrillo e che prendeva i serpenti per la coda. E su questo faceva sotto sotto leva, soprattutto quando prendeva di mira gli studiosi da tavolino, coloro che presumevano di poter descrivere il mondo senza averlo mai percorso. In questo c’era anche una punta di acredine nei confronti di chi, invece di produrre esperienze sul campo, faceva aggio su quei titoli accademici che a lui erano stati negati. “Gli errori del professor Rennie si possono spiegare solo col fatto che il professore, come tanti altri naturalisti di chiara fama, ha più pratica di manuali che pratica manuale. È da deplorare che non si sia abbastanza sporcato le mani, perché da un tale esercizio i suoi scritti ornitologici avrebbero tratto grande giovamento”.

In un campo poi non ammetteva rivali, quello dello studio dei veleni. Si era portato dall’Amazzonia una notevole quantità di curaro, e non ebbe difficoltà a distribuirlo a tutti gli studiosi che gliene facevano richiesta, a testarne personalmente gli effetti con esperimenti sugli animali e a ipotizzarne possibili usi terapeutici.

La sua militanza polemica si interruppe però a metà degli anni trenta, dopo una violenta diatriba che gli aveva procurato attacchi da ogni parte dell’establishment scientifico e accuse di essere un bugiardo. Per reazione, nello stesso periodo decise di aprire definitivamente il suo parco al pubblico, quasi a tradurre in gesti concreti quella divulgazione di conoscenza naturalistica che sulle riviste gli era contestata. In qualche modo fu un gesto molto elegante di disprezzo nei confronti dei suoi avversari.

A Waterton si poneva però un altro problema. Approdato ormai alla piena maturità non aveva ancora un erede. Quando decise di provvedere sposò, quarantasettenne, una ragazza di trent’anni più giovane, Anne, figlia del suo vecchio amico Charles Edmonstone, della quale era stato anche padrino di battesimo. e nelle cui vene scorreva sangue indiano e scozzese. Per quanto comprensibilmente un po’ intimidita dalla stranezza del personaggio e dalla differenza d’età, sembra che la giovane non abbia affatto sofferto il matrimonio come una costrizione o un sacrificio. Dopo in rientro in patria lei e le sorelle, tutte belle ragazze ma recanti palesemente nei tratti e nel colore della pelle l’impronta del meticciato, avevano vissuto un isolamento dettato dal pregiudizio razziale che le circondava. Walton Hall era in fondo un ambiente a metà strada tra quello in cui erano cresciute e quello col quale si trovavano ora, molto spaesate, a confrontarsi.

Un anno dopo le nozze Anne diede alla luce un figlio, Edmund, ma a poche settimane dal parto morì. Charles non seppe mai darsi pace. Quasi ad espiare una colpa, dopo la morte della moglie scelse di dormire sempre sul pavimento di una vecchia soffitta piena di spifferi, avvolto in un mantello e con un pezzo di legno per cuscino.

La paternità fu forse il più grosso infortunio della sua vita. Il figlio crebbe con le sorelle della madre, che Waterton aveva chiamato a vivere a Walton Hall, ed è presumibile che queste lo viziassero molto. Inoltre il rapporto con un padre del genere, che pure almeno durante la giovinezza gli fu sempre molto accanto, non poteva che essere complicato. Era difficile seguirne le orme, ma lo era altrettanto prenderne serenamente le distanze. Edmund non fece né l’una né l’altra cosa. Divenne una persona inconcludente, avida e perennemente indebitata, che inseguiva le onorificenze quanto il padre le aveva snobbate, e che non essendo in grado di imitarla si vergognava di quella figura così stravagante. Alla fine si ridusse come dicevo a vendere la proprietà, ormai onerata di debiti e di ipoteche, proprio a chi era stato il più caparbio nemico del padre, contravvenendo anche alle clausole testamentarie che quest’ultimo aveva disposto, proprio nella coscienza della debolezza del figlio, e che lasciavano eredi le due cognate (le quali, naturalmente, di fronte alle pretese del nipote cedettero).

L’inclinazione del figlio alla vita scioperata amareggiò molto l’ultima parte della vita di Waterton, ma non ne cambiò affatto le abitudini. Subito dopo la morte della moglie aveva intrapreso una serie di viaggi “turistici” in Europa, con le cognate e con Edmund al seguito, rimanendo spesso lontano da Walton Hall per periodi molto lunghi. Ne approfittò per ampliare le sue competenze naturalistiche e incontrare i suoi corrispondenti scientifici, per verificare i metodi di conservazione degli esemplari adottati nei musei di storia naturale o per battere i mercati degli uccelli, ma anche per rendere omaggio alle espressioni più superstiziose della sua fede, dal miracolo di san Gennaro alle processioni delle salme mummificate per le vie di Palermo. Sceglieva di preferenza le mete dei suoi soggiorni nei paesi cattolici, in Belgio, in Italia o in Austria, nei quali riusciva a trovare tutto entusiasmante, persino le abitudini meno nobili. Dalla metà degli anni quaranta iniziò però a fare vita molto più ritirata, per dedicarsi anima e corpo al suo parco.

Waterton era nel frattempo diventato, nell’immaginario popolare, una sorta di macchietta, una singolare sopravvivenza di un passato pre-industriale, cui si attribuivano le parole e i comportamenti più bizzarri e si concedeva una dubbia attendibilità. E Walton Hall si era trasformato quasi in una meta turistica, della quale il proprietario era una delle attrazioni.

Negli ultimissimi anni della sua esistenza ebbe però almeno una consolazione. Un giorno si recò a trovarlo, arrivando a piedi da Manchester, un sedicenne lavoratore che frequentava studi serali di scienze naturali, e che sarebbe poi diventato uno dei più famosi medici d’Inghilterra (fu anche il medico curante di Darwin). Il giovane si chiamava Norman Moore, e la sua passione per le conoscenze naturalistiche conquistò immediatamente Waterton. A sua volta il ragazzo fu affascinato dall’anziano ma arzillo signore, che lo associò immediatamente alle sue ronde attraverso il parco per visitare e riparare i vari rifugi degli animali o per verificare la presenza di uova nei nidi, oppure alle sue traversate in barca per vedere gli stormi degli uccelli migratori, e persino ai tentativi di imbalsamazione di vari animali, tra i quali un enorme gorilla. Le annotazioni di Moore, nella loro semplicità e innocenza, danno probabilmente l’immagine più vera dei modi e del carattere di Waterton. Quando lo conobbe rilevò che “è un vecchio di media statura. Ha i capelli bianchi, ma i suoi sensi sono più acuti di quelli di un uomo molto più giovane, e non è affatto curvo”. All’epoca Waterton aveva già superato gli ottant’anni. Durante le visite successive (furono otto, e in alcuni casi si prolungarono per diverse settimane) descrisse l’ambiente, la casa, il museo, il parco, ma soprattutto colse momenti come questi: “Siamo andati all’albero cavo presso il bordo dell’acqua. Stavamo per tirarne fuori degli stecchi quando sono volati via due bei gufi bianchi. […] più tardi dai rovi è uscita in volo un’oca canadese. Su un salice vicino al canale dei pesci abbiamo visto una coppia di cince dalla lunga coda. Abbiamo visto anche un picchio bianco e nero, al quale mi sono avvicinato […] abbiamo visto anche alcuni aironi, colombelle, corvi neri, gheppi e diversi altri uccelli” Oppure: “Stamane alle due io e il signor Waterton stavamo sulla scalinata. Scrutavamo in giro per vedere se fosse rimasto qualche uccello acquatico. La luna risplendeva sul ghiaccio, ma a parte l’oca canadese non vedemmo nulla di nulla”. E ancora: “Alle sei e un quarto sono salito alla stanza di Waterton, e l’ho trovato seduto accanto al fuoco che leggeva il Don Chisciotte. Mi ha mostrato un bel fungo a cui stava lavorando e un grosso rospo di Bahia che stava colorando”. Nei giorni di pioggia i due trascorrevano interi pomeriggi a parlare vicino al fuoco, nella grotta naturale in prossimità del lago, seminascosta dagli alberi di tasso, che Waterton aveva fatto adattare a ricovero e a luogo di svago per le comitive.

Le immagini di questo anziano signore e del ragazzo seduti nel cuore della notte sulla scalinata a guardare la luna riflettersi sul ghiaccio, o a parlare per ore accanto al fuoco di alberi, di uccelli e di avventure alla Guiana sono toccanti. È quanto Waterton aveva probabilmente sempre sperato di fare con il figlio, e quanto Moore aveva magari sognato di poter fare con il proprio padre, che invece non conobbe mai. E senza dubbio l’incontro con Waterton fu determinante per i futuri successi del giovane

Moore era a Walton Hall anche al momento della morte dell’anziano amico, e ce ne ha lasciata la cronaca. Durante una escursione Waterton cadde malamente su un ceppo d’albero, ma fu in grado di tornare a casa sulle sue gambe. Era tuttavia consapevole che questa volta non se la sarebbe cavata, come aveva fatto per tutta la vita, con un semplice salasso, e infatti morì la notte successiva, non prima di aver dato con molta calma istruzioni alle cognate e a tutta la servitù, e di aver salutato Norman Moore. Il quale scrisse: “Morì mentre i corvi cominciarono a gracchiare e le rondini a garrire. È morto come aveva sempre previsto: ritto a sedere e lucido fino alla fine”. Era uscito di scena allo modo in cui vi aveva vissuto: dignitosamente, e senza procurare problemi a nessuno.

Proprio la testimonianza fresca ed ingenua di Moore mi autorizza a tentare una sintetica rilettura della figura di Waterton, che ridimensioni un poco la patente di eccentricità della quale fu insignito e per la quale ancora oggi è conosciuto.

Leggendo la biografia della Blackburn, scritta con tutta la simpatia possibile, ma mantenendo una corretta attinenza ai fatti documentati, balza evidente che Waterton era fuori registro persino per gli standard inglesi, che quanto ad originalità sono già di per sé decisamente alti. E in tal senso definirlo bizzarro è persino riduttivo. Eppure questa bizzarria non disturba affatto il quadro. Voglio dire che Waterton riuscì a fare ciò che fece, e non mi riferisco alle sue imprese ma alla costruzione e alla difesa di Walton Hall, proprio in ragione della sua eccentricità. Tutto il resto è contorno. Non che facesse parte di una qualche messinscena: Waterton si comportava come gli sembrava e gli riusciva naturale, e semmai la sua differenza sta nel fatto che non conosceva o non accettava alcun limite dettato dalle convenzioni sociali. Si potrebbe parlare di una forma di infantilismo, anche se l’impressione è che in qualche misura ci marciasse consapevolmente. Era infantile in certi comportamenti e in certe reazioni, ma aveva anche capito che la sua fama ormai consolidata di bizzarro gli consentiva di fare cose che nessun altro nella sua posizione avrebbe osato fare, pena perdere ogni reputazione sociale. Waterton ad un certo punto non aveva nessuna reputazione da perdere: la fama del suo coraggio e della sua incoscienza lo avevano fatto comunque amare dal grande pubblico, e ci si aspettava da lui che fosse coerente. Cosa che non gli era difficile: non doveva interpretare un personaggio, ma solo essere se stesso.

È dunque pensabile che dietro le sue bravate, dalla scalata a san Pietro alle innumerevoli altre di cui la sua vita fu costellata, ci fosse anche una componente di esibizionismo. Ma nel caso di Waterton non credo si possa ridurre tutto ad una infantilistica ostentazione di sé. C’era invece, ad esempio, lo scotto dell’appartenenza ad una minoranza fortemente discriminata, ciò che obbliga ad essere sempre un po’ al di sopra delle righe, per cercare una rivalsa che riequilibri il rapporto: e c’era anche la volontà, legata alla stessa condizione, di cimentarsi costantemente con se stesso per darsi sicurezza. Queste pressioni ambientali e psicologiche, quando trovano la materia prima adatta, finiscono per forgiare caratteri forti e anticonformisti, a volte sin troppo, e non maschere di convenienza. Nel caso di Waterton lo dimostra il fatto che, secondo le testimonianze di coloro che gli furono più vicini, certi comportamenti non li riservava agli ospiti, con i quali anzi cercava di mantenersi il più “normale” possibile, ma li teneva soprattutto quando era libero di dare sfogo alla sua natura. Fino ad ottanta anni suonati continuò ad arrampicare sugli alberi più alti del suo parco per osservare la vita e la salute delle nidiate di uccelli che li affollavano.

Se alla luce di certi suoi exploit Waterton potrebbe sembrare un totale incosciente (in effetti lo era, e anche parecchio), si trattava però di una incoscienza senz’altro genuina, mai esibita per dare spettacolo o per crearsi un personaggio. Era convinto di ciò che faceva, e questo da un lato perché aveva una grossa consapevolezza delle sue risorse fisiche, dall’altro perché era fiducioso nel fatto che gli animali, persino i più feroci, non attaccano se non sono minacciati. Riteneva, evidentemente a ragione, visto che arrivò incolume alla tarda età, di poter stabilire con la natura un rapporto di perfetta parità, senza sentirsi né un dominatore né una vittima. Per questo camminava a piedi nudi nelle foreste, o cacciava il braccio in una cassa contenente una decina di serpenti a sonagli per trasferirli ad uno ad uno in un altro contenitore.

Una identica fiducia, a quanto pare, riusciva a trasmetterla anche ai suoi interlocutori non umani. Ecco come descrive l’incontro con un orango, avvenuto nel 1851, in una fiera inglese. La povera bestia era rinchiusa in una gabbia, e secondo il dottor Hobson, che per un lungo periodo fu un amico di Waterton (ma che dopo una violenta rottura ne scrisse una biografia piena di astio), era furibonda. Waterton evidentemente la vedeva invece tranquilla, tanto che si fece aprire la gabbia ed entrò. “Mentre mi avvicinavo all’orango questi mi venne incontro a mezza strada e ci accingemmo subito ad un esame delle rispettive persone. Ciò che mi colpì più vivamente fu la non comune morbidezza dell’interno delle sue mani. Quelle di una delicata signora non avrebbero potuto essere di una grana più fine. Egli si impossessò del mio polso e scorse con le dita le vene azzurrine che vi si trovavano; io per parte mia, mi ero perso nella contemplazione della sua enorme bocca prominente. Con la massima cortesia egli lasciò che gliela aprissi, cosicché potei esaminare a mio bell’agio le sue magnifiche file di denti. Poi ci mettemmo l’un l’altro una mano intorno al collo, restando per un po’ in questa posizione […] sarebbe tempo perso mettersi a riferire tutte le cerimonie che si svolsero tra di noi […] gli spettatori che ci attorniavano parevano estremamente divertiti alla solenne pantomima cui assistevano”.

Una scena simile si ripeté un’altra volta con un leopardo: Waterton entrò nella gabbia, e i due rimasero a studiarsi a lungo. Ad un certo punto l’animale si ritirò per distendersi nel suo angolo, con un grande sbadiglio. La stessa fiducia Waterton la concedeva persino alla specie da sempre considerata la nemica più subdola dell’uomo, quella dei rettili velenosi. “Il serpente labari è molto velenoso, ma io mi ci sono spesso avvicinato a meno di due metri senza timore. Ho avuto cura di muovermi con gran delicatezza e cautela, tenendo immobili le braccia, e lui ha sempre consentito che lo osserva a mio bell’agio, senza mostrare la minima intenzione di balzarmi addosso. Pareva che tenesse fissi gli occhi su di me con fare sospettoso, ma questo era tutto”. E a proposito della storia dei serpenti a sonagli, testimoniata dallo stesso dottor Hobson, che ne era stato coprotagonista, scriveva: «Consapevole del fatto che non c’era pericolo a patto che conservassi la mia presenza di spirito, infilai con la massima calma la mano nella cassa e misi con precisione due dita su un lato e su un altro del collo del rettile, in prossimità della testa. Con questo semplice procedimento trasferii tutti i serpenti dalle casse di legno alla mia cassa di vetro. Quei furbacchioni fecero tintinnare per tutto il tempo i loro sonagli, quasi per dirmi: “Non farci del male, o ci ribelleremo”». Va bene l’understatement tipico inglese, in questo caso davvero sottilmente ostentato, ma insomma, si sta parlando di serpenti a sonagli e di un gesto che ci riesce istintivamente repulsivo anche con quelli più innocui.

A questo punto potrebbe apparire contraddittoria la professione di amore per gli animali da parte di Waterton con la sua pratica della tassidermia. Dobbiamo però calarci nel contesto dell’epoca. Waterton si confrontava con una passione per la caccia, particolarmente diffusa in Inghilterra, che si traduceva in stragi insensate e stava portando all’estinzione sul suolo inglese di intere specie. Dietro questo furore distruttivo stava una sorta di rivendicazione sociale: la caccia era rimasta per secoli un privilegio distintivo della nobiltà, ed il suo esercizio era diventato recentemente uno dei simboli del nuovo status che gli acquirenti borghesi delle antiche proprietà nobiliari volevano esibire. Non solo: per i contadini e i piccoli proprietari costituiva una sorta di rivincita nei confronti di un sistema che a lungo aveva protetto la fauna, sia pure in funzione venatoria, a discapito dei raccolti e quasi in dispregio della povertà e della fame diffuse. Per questo motivo veniva praticata indiscriminatamente, a volte col pretesto di eliminare animali nocivi, ma più spesso per un malinteso spirito sportivo, o per puro sadismo revanscista. Nei diari e negli appunti di Waterton ricorrono costantemente le denunce di questa pratica, le annotazioni dei momenti in cui erano stati abbattuti gli ultimi esemplari di particolari specie. “Comitive di cacciatori da ogni angolo del regno visitano Flamborough (la località sulla costa dello Yorkshire nella quale andava ad osservare i nidi arrampicando sulla scogliera) e i dintorni nei mesi estivi, spargendo attorno a se una cupa devastazione. La carneficina non ha nessun utile, gli sventurati uccelli servono semplicemente da bersaglio e vengono in genere abbandonati sul luogo in cui cadono”. Oppure: “Nel 1813 ho visto per l’ultima volta una poiana. Nella primavera di quell’anno se ne andò per non fare più ritorno e, pressappoco nella stessa epoca, il nostro ultimo corvo imperiale fu abbattuto nel suo nido da un mio vicino”. È comprensibile che si fidasse molto più degli animali che degli uomini. Ma, da par suo, non si limitava a deplorare. Intraprese nel suo piccolo anche delle campagne di stampa, che raccolsero consensi e sfociarono più tardi in una parziale modifica delle leggi inglesi sulla caccia.

E la tassidermia? Anche questa va considerata in rapporto all’epoca. L’unico modo per far “toccare con mano” agli europei la fauna esotica, per consentire al grande pubblico di conoscerne le reali fattezze e dimensioni e i colori, al di là delle descrizioni fantasiose dei viaggiatori e delle raffigurazioni in genere molto stilizzate, miranti all’effetto artistico piuttosto che a quello realistico, prodotte dai pittori-naturalisti, era l’esibizione di esemplari imbalsamati o impagliati. Waterton normalmente, in patria, esercitava la sua perizia su animali trovati già morti nel suo parco o sulle salme delle povere bastie importate per essere esibite nelle fiere e negli spettacoli, che avevano una vita molto breve. Così racconta l’ultimo incontro con una femmina di gorilla tenuta segregata in una squallida topaia: «“Addio, povera piccola prigioniera, – le dissi – ho paura che questa nostra fredda e cupa atmosfera abbrevierà i tuoi giorni”. Jenny scosse la testa come per dire: “Non c’è nulla qui che sia fatto per me: la stanza è piccola e surriscaldata; gli abiti che mi costringono a indossare sono del tutto insopportabili, mentre il cibo che mi danno non è quello di cui ero solita cibarmi quando ero sana e libera nelle mie foreste natie”». Il fatto poi che il corpo della povera Jenny lo abbia personalmente imbalsamato non toglie credibilità alla sua sincera compassione e indignazione: rientrava nel ruolo del quale si era investito, quello del naturalista.

Anche nella storia delle “burle” si possono cogliere le particolari e apparentemente ambigue sfumature dell’infantilismo di Waterton. La vicenda ebbe un ruolo importante nella sua vita e va ricordata. Durante il viaggio di ritorno dalla quarta spedizione americana Waterton aveva fatto una capatina nelle regioni meridionali da lui in precedenza esplorate, e ne era ripartito portandosi dietro alcuni esemplari di scimmie urlatrici già trattati col suo metodo tassidermico. Uno degli esemplari era però il frutto di una ingegnosa manipolazione, attraverso la quale con i quarti posteriori di una scimmia erano stati creati il volto e il busto di un essere a metà strada tra l’uomo e gli altri primati. Una sorta di “anello mancante”. Aveva mostrato il risultato già a Georgetown, suscitando l’ilarità dell’intera colonia e mantenendo la cosa nei confini dello scherzo. Ma al ritorno in Inghilterra fu tentato di strafare, e presentò il suo mostro accompagnandolo con una descrizione avventurosa delle modalità della scoperta e con una breve descrizione “scientifica”. L’errore fu quello di inserire questo scherzo in coda al volume dei Wanderings in South America, nel quale aveva raccolto i suoi diari delle esplorazioni, col risultato di far dubitare della veridicità di tutto il resto, che già in alcuni punti rasentava l’incredibile. L’opera stessa andava per molti aspetti contro i canoni della letteratura naturalistica corrente, e di questo Waterton era ben consapevole, ed anzi, ne rivendicava l’originalità: “Il mio unico obiettivo era di esortare il lettore a recarsi ad esplorare quelle remote regioni. Avrei potuto fornire il nome scientifico e quello indiano di tutti gli uccelli e gli altri animali, ma me ne sono guardato accuratamente. Ho dato al mondo un resoconto scientifico originale, buttato giù a matita sera dopo sera, non deturpato da caricature né mistificato da chiose da naturalista di laboratorio”. Il pubblico apprezzò, i suoi colleghi naturalisti molto meno.

Le motivazioni ad una trovata del genere erano diverse. C’era senz’altro da un lato, come molla occasionale, il desiderio di giocare uno scherzo al “consesso dei primari naturalisti del momento”, e di ridicolizzali (in tal senso si inseriva in una tradizione che aveva precedenti illustri, non ultimo quello del fantomatico verme di Spallanzani, e che sarebbe proseguita con falsi clamorosi come quello dell’uomo di Piltdown). Questo perché in fondo Waterton si considerò per tutta la vita, a dispetto della mancanza di titoli e di riconoscimenti accademici, uno scienziato, depositario di conoscenze molto concrete, maturate sul campo: e gli pesava senz’altro, al di là delle sue professioni di indifferenza, di essere escluso da quel “consesso”, o quanto meno che le sue conoscenze non fossero tenute nella dovuta considerazione. A modo suo in effetti uno scienziato lo era, e diede contributi non indifferenti al sapere naturalistico: ma gli mancò quella scoperta, quel guizzo che avrebbe potuto giustificare senza riserve questa sua ambizione, anche perché ostacolato da una profonda ortodossia religiosa, che lo portava a guardare con sospetto ad ogni novità e a non tirare le fila di indizi che magari aveva intuito, ma che spingevano verso direzioni pericolose.

Dall’altro lato c’era la volontà di dimostrare la sua eccezionale bravura come tassidermista (su questo non aveva dubbi: si considerava il miglior tassidermista del mondo, e si arrabbiava moltissimo se qualcuno definiva i suoi esemplari “animali impagliati”), ma anche un gusto particolare, e un po’ macabro, per le figure bizzarre; l’Inclassificato – così aveva nominato la sua creazione più famosa – non fu infatti l’unico esemplare da lui trattato in quel modo.

Io credo tuttavia che alla fine a prevalere, a fargli compiere il passo sbagliato che avrebbe compromesso per sempre la sua credibilità, sia stata la voglia pura e semplice di divertirsi. Qualsiasi calcolo d’altro tipo avrebbe dovuto indurlo infatti a lasciar perdere. Ma forse non era altrettanto bravo nel prevedere le reazioni umane che nel sentire gli umori degli animali.

Tutto sommato, rimango convinto che la vicenda delle burle abbia impresso una svolta positiva alla sua vita. Intuendo che il suo maldestro sberleffo alla comunità scientifica non gli sarebbe stato mai perdonato, Waterton si concentrò su quello che gli piaceva davvero e in cui riusciva meglio, la cura del suo parco. Il che gli consentì di vivere il resto della sua esistenza scalzo, trascurato nel vestire, monastico negli orari e incredibilmente frugale nell’alimentazione, ma soprattutto sincero, e libero di scegliere i suoi interlocutori e di organizzare in perfetta autonomia le proprie giornate. Ciò che, a pensarci bene, non è poco.

Aggiungo, infine, un paio di notazioni molto personali. La prima concerne il suo aspetto. Anche i capelli a spazzola, così come l’abbigliamento trasandato e assolutamente fuori moda, non rappresentavano una ricerca di originalità a tutti i costi, ma rispondevano ad un bisogno di praticità. Le parrucche erano ormai desuete, tranne che nelle conventicole aristocratiche più reazionarie, e le nuove acconciature maschili mal si addicevano a un uomo che amava muoversi in ambienti pieni di insetti e di parassiti di vario genere. Nella camera-soffitta in cui Waterton dormì per più di trent’anni non c’erano specchi: l’unico suo autocompiacimento fisico riguardava la propria straordinaria agilità e la incredibile resistenza fisica. Non voleva piacere agli altri, ma aveva rispetto per se stesso.

Un’altra notazione riguarda il culto di Don Chisciotte, che Moore testimonia essere rimasto vivo sino alla fine. Essendo stato io stesso fin dalla giovinezza un cultore del cavaliere dalla trista figura, non ho potuto che salutare una ulteriore consonanza. Credo che l’amore per l’eroe di Cervantes, intendo l’amore di pelle e di sangue, non quello puramente letterario, la dica lunga su una particolare disposizione nei confronti della vita e sul senso che si vorrebbe darle. Caratterizza una particolare tipologia umana, e Waterton di quella tipologia incarna senz’altro uno degli esemplari più significativi.

Infine, l’unica cosa che nella vita di Waterton non ho trovato è un incontro, o almeno una qualche corrispondenza, con Alexander von Humboldt. Sembra quasi impossibile che i due non si siano mai incrociati. Erano contemporanei, hanno esplorato la stessa area sudamericana pressappoco negli stessi anni, hanno sperimentato gli stessi veleni, hanno continuato entrambi per tutta la vita a vestire contro ogni canone, erano famosi entrambi. Mi aspettavo di trovare qualche menzione l’uno dell’altro, magari anche in negativo. Invece nulla. Non mi resta che sperare nella pubblicazione dell’epistolario completo di Humboldt, annunciata da un pezzo in Germania. Pare che occupi una ventina di volumi, quindi avrò da divertirmi per quel che mi resta da vivere.

Non sarà certamente come cintare Walton Hall, ma la possibilità di chiudere un cerchio entro il quale mi sto aggirando da anni è già un buon motivo per tirare avanti.

Chi volesse leggersi in lingua originale (in italiano non sono mai state tradotte) le opere di Waterton può trovare:
Charles Waterton – Wanderings in South America – CreateSpace Independent Publishing Platform 2015 London
Charles Waterton – Essays on Natural History – Forgotten Books 2012

Per le opere su di lui, naturalmente, e unica, la biografia scritta da:
Julia Blackburn – Cavalcare il coccodrillo – Bollati Boringhieri 1993

Camminatori leggendari

Appendice 2

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2015

Non voglio stilare una graduatoria dei più forti camminatori di ogni tempo. Al di là dell’impossibilità di farlo, non avrebbe senso nemmeno pensarlo. Voglio soltanto rievocare un paio di personaggi formidabili, ai quali ho accennato nelle pagine precedenti e le cui imprese hanno dell’incredibile, sia per le distanze coperte che per le condizioni in cui si sono svolte. Ma anche per lo spirito col quale sono state affrontate.

Il primo è John Dundas Cochrane, un ufficiale della marina inglese, figlio illegittimo dell’avventuriero scozzese Andrew Cochrane-Johnstone e membro di una famiglia che con l’avventura aveva una lunga consuetudine. Rimasto come molti altri a spasso dopo la fine delle guerre napoleoniche, Cochrane chiese all’Ammiragliato di guidare una spedizione sulle orme di Mungo Park, per scoprire le sorgenti del fiume Niger, ma la sua richiesta fu respinta.

Decise allora di muoversi in proprio in direzione opposta e nel febbraio del 1820 partì da Dieppe e passando per Parigi, Berlino e la Lituania si diresse verso Mosca. A piedi. Di lì, valicati gli Urali, attraversò la Siberia sino a varcare il confine della Cina e arrivò a Irkutsk. Poi risalì verso la Kolyma, al di là del Circolo Polare Artico, toccò Ochotsk e raggiunse la Kamchatka dopo un anno e mezzo dalla partenza.

A questo punto aveva maturato un progetto grandioso: esplorare questa remota penisola a nord del Giappone, poi guadagnare il continente americano attraversando i ghiacci sul mare di Bering e proseguire la camminata sino a fare il giro del mondo. A scombussolare questi piani giunse però l’imprevisto, e l’imprevisto si chiamava amore. Cochrane si innamorò infatti della bella figlia di un capo locale, adottata dal governatore russo della provincia. Trascorse ancora undici mesi in Kamchatka, esplorando tutta la penisola, cincischiò in amoreggiamenti, poi decise di tornare a Londra portandosi appresso la sposa. Via mare, questa volta.

Rientrato in patria pubblicò il racconto dei suoi viaggi in Narrative of a Pedestrian Journey through Russia and Siberian Tartary, From the Frontiers of China to the Frozen Sea and Kamchatka (2 vols., London, 1824), che oltre a raccogliere i diari spiegava anche le motivazioni che lo avevano spinto a viaggiare a piedi su distanze così lunghe in terreni difficilissimi. Il libro riscosse un immediato successo (come peraltro accade da tre secoli in Inghilterra per quasi tutte le opere di narrativa di viaggio), e gli valse l’appellativo di pedestrian traveller per eccellenza.

Il titolo era ampiamente giustificato. Cochrane aveva percorso oltre cinquemila chilometri, la maggior parte dei quali su terreno ghiacciato e in zone mai toccate da un occidentale. Ma non è tutto. Aveva vissuto le avventure più straordinarie, cose degne del miglior Salgari o di Verne, o persino di Münchhausen (i primi due hanno entrambi tratto ispirazione dal suo racconto, al terzo parrebbe egli stesso essersi talvolta ispirato).

Già prima di arrivare a Mosca era stato aggredito, derubato e spogliato da due malviventi, che lo avevano lasciato seminudo al gelo, legato a un albero. Si era salvato per la potenza della sua voce, riuscendo a richiamare l’attenzione di un contadino. Dopo una lunga passeggiata a piedi nudi era arrivato a un villaggio, dove lo avevano scongelato e rivestito, e di lì era ripartito per raggiungere Mosca in una sola tirata: in trentadue ore aveva percorso centosessanta chilometri nella neve.

In Siberia gli accadde di tutto: venne quasi massacrato in un villaggio di Vecchi Credenti per aver chiesto di accendere la pipa; la sfangò a fatica dopo aver preparato per un “uomo di medicina” un thè pescando dal sacco sbagliato, quello del tabacco, e quasi avvelenandolo; dovette sfuggire per cinque giorni a un branco di lupi affamati, nutrendosi solo di bacche; attraversò fiumi in piena per il disgelo, in mezzo ai blocchi di ghiaccio; assieme ad alcuni compagni costruì una zattera per attraversare un altro fiume, ma la zattera si era rovesciata, erano finiti tutti in acqua, avevano acceso un fuoco per asciugarsi e incendiano la foresta, rischiando di finire arrostiti. E via di questo passo.

Si capisce l’entusiasmo dei lettori, ma si capisce anche perché, dopo due anni di appassionata e sedentaria vita coniugale con la sua bella principessa, Cochrane abbia sentito il richiamo dell’avventura e sia partito per l’America del sud, dove sfortunatamente morì di peste nel 1825, a trentadue anni. La giovane vedova tornò in Russia, dove sposò un esploratore artico, Pyotr Anjou. Anche lei, evidentemente, non poteva stare lontana dall’avventura.

A conclusione del suo racconto Cochrane ha scritto:

Il viaggiatore più saggio è quello che parte senza indugi e senza pianificare, confidando nell’ospitalità e nell’aiuto che gli daranno le persone più povere e meno colte, non quello che si affida a una borsa ben piena. Io ho ricevuto cibo da una famiglia che stava quasi morendo di fame, e posso a pieno titolo affermare per esperienza e con gratitudine che coloro che vengono considerati più ignoranti e incivili sono i più ospitali e cordiali con i loro simili.

Sono le stesse parole usate un secolo dopo da Jack London a conclusione de La strada. Diari di un vagabondo e due secoli dopo da George Meegan ne La grande camminata, e sono la conclusione cui arriva la maggior parte dei camminatori “classici”. Non so quanto possano valere ancora oggi, e mi riferisco all’ultimo quarto di secolo, per almeno due motivi: sono diversi i camminatori ed è diverso il mondo in cui camminano.

Fortunatamente ho fatto a tempo a sperimentarne di persona la verità. Ancora quarant’anni fa viaggiare a piedi faceva scattare una immediata empatia nelle persone più umili. Forse è motivo di conforto sapere che, per quanto povera sia la tua condizione, qualcuno può guardare a te con gratitudine.

Diversi anni prima che Cochrane nascesse, un altro inglese, John “Walking” Stewart, si era guadagnato il titolo che entrerà a far parte integrante del suo nome, quello di “camminatore”. Stewart non è stato solo un viaggiatore ma anche un pensatore, sia pure controverso, che ha esercitato notevole influenza sulla filosofia e soprattutto sulla letteratura inglese (era amico di De Quincey e di Wordsworth, che lo definì «l’uomo più eloquente in fatto di natura che io abbia mai conosciuto»). Se tutto ciò che si è scritto su di lui fosse vero, Stewart sarebbe indubbiamente il più grande camminatore mai esistito e quanto ad avventure, poi, non sarebbe secondo a nessuno.

Dopo essere stato cacciato da diverse scuole, Stewart finisce quindicenne a Madras, a lavorare come impiegato per la Compagnia delle Indie. I luoghi gli piacciono, ma non gli piace lo sfruttamento che la Compagnia opera degli indigeni, infliggendo loro maltrattamenti e umiliazioni. Comincia quindi a scrivere lettere di protesta, che non gli procurano certamente grandi simpatie tra gli amministratori.

Riesce comunque a farsi incaricare di una lunghissima ricognizione lungo tutto il Deccan (quasi due anni) allo scopo di imparare i principali dialetti nativi, per fungere poi da interprete e farsi aggregare a una spedizione militare in Tibet e nel Bhutan. Non è certo, ma pare che arrivi anche a toccare la penisola malese.

La conoscenza della cultura indiana e il disgusto per la politica della Compagnia lo portano a un certo punto a saltare lo staccato, a lasciare l’impiego e ad arruolarsi (come interprete, dice lui, come ufficiale, e quindi traditore, dicevano i suoi nemici) presso Hyder Alì, raja di Seringapatam, che della compagnia era un nemico acerrimo. Non deve essersi comunque trattato di una mansione molto pacifica, perché chi lo conobbe riferisce che portava le cicatrici di numerose ferite su tutto il corpo.

Riesce a sfuggire a diversi attentati e dopo aver prestato servizio addirittura come primo ministro presso il nababbo di Arcot, nell’India centro-meridionale, decide di rimpatriare, ma il rientro è rocambolesco. Durante l’attraversamento del golfo Persico i marinai musulmani del legno sul quale è imbarcato lo appendono per i piedi a un pennone, ritenendolo causa di una violenta tempesta, e ce lo lasciano per giorni, fino a quando la tempesta non si placa. Lo sbarcano quindi in Etiopia, e di qui Stewart attraversa tutta l’Africa del nord, trova un imbarco per Marsiglia, percorre la Francia e la Spagna per arrivare in Portogallo e di lì tornare in Inghilterra1.

Ma non si ferma: riparte quasi subito per la Svezia, risale sino in Lapponia e ridiscende attraversando la Russia, valicando gli Urali e spingendosi sino ai confini della Cina, dove peraltro non lo lasciano entrare. Nemmeno un anno dopo è a Costantinopoli, con un viaggio da Calais attraverso la Francia, il Nord Italia e i Balcani. Poi è la volta dell’America: un lungo tour nel 1790 negli Stati Uniti, dove già è famoso come “Walking” Stewart, e nelle foreste canadesi. Non ha un soldo in tasca, perché nel frattempo la piccola fortuna che si era costruito in India e aveva investita in Francia è congelata per via dalla rivoluzione, ma come scriverà De Quincey «percorre le solitarie foreste del Canada […] la zona torrida brulicante di vita, […] i grandi deserti» barattando cibo e ospitalità con lezioni di filosofia.

È ancora in giro per l’Europa negli anni successivi, e a Parigi durante i grandi rivolgimenti del 1792: ma verso il finire del secolo le ristrettezze finanziarie gli impongono di limitare le sue scorribande a piedi alle isole britanniche. Alla fine si stabilisce a Londra, dove tiene corsi filosofici e viene considerato, secondo i punti di vista, un eccentrico geniale o un pazzo, alimentando anche una sorta di leggenda attorno alla sua presunta ubiquità.

Nel saggio Walking Stewart, celebrazione dell’uomo e del pensatore, De Quincey racconta di averlo salutato un giorno e di essersi diretto velocemente (era un ottimo camminatore) per la via più breve verso l’uscita dalla città: salvo dopo qualche chilometro ritrovarsi a superarlo lungo la strada, come si fosse materializzato dal nulla. Sempre De Quincey testimonia della grande importanza rivestita da Stewart nella nascita dei primi circoli romantici inglesi e dell’influenza da lui esercita su Wordsworth e Coleridge, ma anche su pensatori libertari come William Goodwin.

Il racconto delle sue avventure, comparso nel 1790 col titolo Viaggi nelle parti più interessanti del globo, appartiene piuttosto alla saggistica filosofica che alla narrativa di viaggio. In esso e ne L’apocalisse della Natura, pubblicato lo stesso anno, sviluppa una teoria della natura piuttosto sconclusionata, rousseauiana e materialistica al tempo stesso. Sulla scorta di queste stramberie, soprattutto di quelle contenute nelle opere della vecchiaia, alcuni hanno messo in dubbio la gran parte delle vicende da lui narrate, ma esistono testimonianze indubbie e diverse che egli si trovasse nei luoghi che ha citato (e qualche volta in più luoghi contemporaneamente).

Stewart si vantava di essere un “uomo di natura”, e tuonava contro la “mollizie” dell’uomo contemporaneo, compresi i letti. Praticava bagni di fango, faceva esercizi all’aria aperta, camminava incessantemente e amava respirare “l’aria balsamica” dei prati concimati dalle mucche. In effetti, rimase sino all’ultimo, a settantatré anni, un bell’uomo, alto, dritto e straordinariamente robusto. Appena la sua salute iniziò a declinare non ebbe dubbi: si tolse la vita con un veleno che portava con sé da oltre mezzo secolo. Camminò con le sue gambe anche l’ultimo viaggio.

1 Quella di tornare dall’India a piedi sembra essere stata quasi una moda tra gli ufficiali britannici dell’Indian Service. Anche l’attivista radicale, animalista e vegetariano e poi giacobino John Oswald, quello che voleva esportare la rivoluzione francese in Gran Bretagna e morì combattendo i controrivoluzionari vandeani, fece a piedi tutta la via del ritorno, attraverso il Medio Oriente e la Russia.

 

Il mondo a piedi

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2015

A piedi e con cuore leggero mi avvio per libera strada;
in piena salute e fiducia, il mondo offertomi innanzi,
il lungo sentiero pronto a condurmi ove io voglia.
William Wordsworth

1. L’oggetto di questo scritto è perfettamente riassunto in quel “A piediper libera stradaa condurmi ove io voglia” dei versi posti in esergo. È la diversa percezione del significato del camminare che si origina nell’età moderna e si diffonde poi nel passaggio a quella contemporanea. Ne ho seguite le tracce nelle testimonianze letterarie, scegliendo naturalmente quelle che mi sembravano più significative, nella convinzione che in questo caso più che mai la letteratura sia non solo testimone, ma promotrice e partecipe del cambiamento.

Fino a un paio di secoli fa camminare era considerato un riflesso naturale. Pur essendo un gesto volontario, rimaneva quello più prossimo a una reazione muscolare involontaria, perché non si sceglieva di camminare, semplicemente si doveva: si camminava per spostarsi e ci si spostava per cercare cibo, per scambiare merci, per fuggire o per tornare, per esplorare nuove contrade e per incontrare nuove genti.

Era quindi un atto “necessario”, strumentale a quasi tutte le attività, dalla guerra alla mercatura, o alla semplice convivenza e veniva ritenuto tale, per estensione, anche ai fini di una corretta “igiene” mentale. Entro questi limiti, quelli di una risposta quasi meccanica alla necessità, il deambulare è stato infatti visto da sempre anche come un’attività legata al pensiero, capace di stimolare la riflessione o di curare i mali dell’anima.

Sulla sua funzione terapeutica erano d’accordo pagani e cristiani, atei e credenti (pur con qualche eccezione illustre: Cartesio, ad esempio, nelle Meditazioni associa il lavoro intellettuale solo alla quiete totale del corpo). Così san Girolamo riassumeva in una formuletta essenziale, Solvitur ambulando, quanto prima di lui a proposito della tranquillità dell’animo aveva già scritto Seneca: «Dovremmo fare passeggiate all’aperto, per rinfrescare e sollevare i nostri spiriti con la respirazione profonda all’aria aperta», e prima ancora era stato messo in pratica da Socrate e dai suoi discepoli, da Aristotele e dai peripatetici, dai sofisti e dagli stoici che passeggiavano sotto il porticato.

Ammettere che esistesse una connessione tra il movimento dei piedi e quello dei pensieri non significava tuttavia che al camminare fosse dedicata una riflessione specifica. Proprio perché lo si considerava “naturale”, a questo gesto non veniva riconosciuto un qualche significato autonomo, un valore intrinseco: era semplicemente funzionale ad altro.

Mercanti, soldati, funzionari, tutti coloro che si muovevano per lavoro, non camminavano affatto per scelta: andare a piedi non era una moda, ma un modo per spostarsi, spesso l’unico possibile. Persino coloro che almeno teoricamente sceglievano, ad esempio i pellegrini (ma non sempre, in molti casi i pellegrinaggi erano imposti), erano in realtà condizionati dalla finalizzazione del gesto a una penitenza. Camminare, oltre a consentire di riflettere sui propri peccati, rappresentava una forma di espiazione, un’anticipazione della pena del purgatorio. La gratificazione psicologica non nasceva dal gesto in sé, ma dalla sua presunta capacità di sgravare il debito contratto con Dio.

Quindi, se è vero che gli itinerari percorsi dai viaggiatori del Sette-Ottocento erano già stati tracciati nei secoli precedenti da una miriade di camminatori, è lo spirito nuovo con i quali sono affrontati con cuore leggero a fare la differenza e ad attrarre il nostro interesse. Nessuno dei pellegrini in viaggio verso Canterbury o verso Roma, dei chierici vaganti, dei saltimbanchi, dei venditori ambulanti o dei vagabondi che brulicano nelle letterature classiche o medioevali ha una coscienza specifica del camminare, se non come gesto simbolico o metafora religiosa.

Il pellegrinaggio per eccellenza, il percorso di purificazione raccontato da Dante, va compiuto rigorosamente a piedi. Questo il poeta lo dà per scontato, e noi stessi non siamo in grado di immaginare alcuna altra possibilità: non c’è scelta e non c’è gioia nel camminare, al più sono sottolineate le difficoltà, che costituiscono un valore penitenziale aggiunto.

Piuttosto, qualche anticipazione di quello che sarà lo spirito moderno la si può cogliere nelle passeggiate solitarie di Guido Cavalcanti (come raccontato dal Boccaccio), che non a caso tra i concittadini godeva fama di eccentrico. Tra l’altro, anche Guido intraprese un pellegrinaggio a piedi, questo reale, verso Compostela (cosa abbastanza singolare, dal momento che sempre Boccaccio annota: «si diceva tra la gente volgare che queste sue speculazioni erano solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse»); ma lo interruppe nei pressi di Tolosa, dopo aver incontrata una bella ragazza (e forse l’elemento di modernità sta proprio in questo).

Oppure, alcuni tratti del camminare romantico sono rintracciabili in Petrarca, ad esempio in Solo e pensoso, anche se il poeta continua a presentare le sue deambulazioni come una fuga. La novità in questo caso è costituita dal rapporto che il camminatore instaura con la natura. Si tratta tuttavia di indizi che rimandano a personalità particolari e non possono essere letti come spie di un atteggiamento culturale in trasformazione.

Mi sembrano già tali, invece, i segnali che arrivano dall’Umanesimo, conseguenti alla rivalutazione di ogni attività o prerogativa umana. In prima linea in questa direzione troviamo, e non c’era da dubitarne, Leon Battista Alberti, del quale Jacob Burckardt dice: «egli voleva apparire irreprensibile e perfetto in tre cose: nel camminare, nel cavalcare e nel parlare». Ciò significa che considerava il camminare non come una reazione muscolare più o meno volontaria, ma come un esercizio che può essere “culturalmente” disciplinato e perfezionato. E questo è già un notevole passo innanzi verso un’attenzione non puramente strumentale al gesto.

Un’attenzione che viene ripresa e addirittura codificata un secolo dopo, ad esempio nel Cortegiano: le indicazioni di Baldassar Castiglione riguardano la postura, l’eleganza del gesto, l’equilibrio delle varie parti del corpo coinvolte, e quindi hanno ben poco a vedere con l’idealità romantica ma sembrano tornate di moda nella postmodernità, attraverso la miriade di manuali e pubblicazioni dedicate oggi agli aspetti “tecnici” della marcia.

Un altro tipo di apertura alla concezione moderna del camminare lo troviamo, sempre nel Cinquecento, in Leonardo Fioravanti, il medico autodidatta, chirurgo estetico, precursore nell’uso di terapie ancor oggi valide e scopritore di farmaci, oltre che viaggiatore instancabile, raccontato da Piero Camporesi: «”Camminare il mondo” era, per Fioravanti, l’unico immutabile, ossessivo baricentro, mobile e incerto, dell’esistenza».

In questo caso è ancora presente, e prevalente, la finalizzazione del gesto, perché Fioravanti «sapeva per esperienza che la Terra era un viscido labirinto pieno d’inganni e gabberie, nel quale solo chi sapeva nuotare riusciva a galleggiare e a sopravvivere, nella migliore delle ipotesi, in una “gabbia di matti”». Ma il fine è un apprendimento itinerante costante, nel quale il metodo, il muoversi a piedi, è parte integrante dello scopo.

Camminare rimane comunque un imperativo anche per chi dalla “gabbia di matti” pensa si dovrebbe uscire. Al tramonto del Rinascimento Tommaso Campanella immagina per la sua Città del Sole un sistema educativo basato sul connubio tra teste e piedi: «li figliuoli, senza fastidio, giocando, si trovano saper tutte le scienze istoricamente prima che abbin dieci anni».

Funziona così. Anziché rimaner chiusi nelle aule, i giovani solariani sono condotti dai loro insegnanti a passeggiare attorno alle mura della città, sulle quali sono dipinte (appunto istoriate), come su un’enorme lavagna in cinemascope, le immagini di tutto ciò che è funzionale al sapere, a partire dalle lettere dell’alfabeto per arrivare alle forme geometriche, alle raffigurazioni di tutti i metalli e minerali, di tutte le piante ed erbe, di tutti gli animali, e poi ancora di tutte le arti e le invenzioni dell’umanità, e dei loro inventori. Nella cupola e sulle pareti del tempio infine sono raffigurate le stelle e i pianeti.

Gli scolari della Città del Sole imparano nel corso dei loro giri a leggere e a fare di conto, e apprendono gradualmente tutte le nozioni scientifiche basilari. Chi fatica un po’ a comprendere o a concentrarsi ripeterà più volte il giro e fruirà in contropartita di un maggiore allenamento corporeo. Ambulando discitur, in senso strettamente letterale. Per il momento però si tratta ancora di una camminata urbana, o almeno circumurbana: per Campanella e per i suoi contemporanei, Bacone e Galileo soprattutto, la scienza si fa con l’esperimento, in laboratorio, più che con l’osservazione sul campo. E tuttavia le scoperte geografiche e l’incontro con ambienti e popoli nuovi stanno preparando la trasformazione della mentalità. Nei secoli successivi l’invito sarà a uscire dalle città e dalle aule per studiare la natura attraverso il contatto diretto.

2. Non insisto oltre in questo gioco di risalita a monte perché è evidente che si rischia, e più che mai su un tema come questo, di trovare indizi e precursori a ogni passo. Penso comunque abbia ragione Leslie Stephen quando sostiene che tAll great men of letters have, therefore, been enthusiastic walkers (exceptions, of course, excepted).utti i grandi uomini di lettere sono stati entusiasti escursionisti (anche qui, naturalmente, con qualche eccezione). Lo penso perché Stephen si riferiva al mondo letterario anglosassone, nel quale poteva pescare quasi a colpo sicuro.

A suo giudizio, ad esempio, Shakespeare oltre a essere uno sportivo ebbe ben chiaro il collegamento tra i piedi e un cuore allegro, ethat is, of course, a cheerful acceptance of our position in the universe founded upon the deepest moral and philosophical principles.His friend, Ben Jonson, walked from London to Scotland. il suo collega Ben Jonson lo aveva talmente chiaro che si spostava normalmente a piedi da Londra alla Scozia.

In effetti Jonson possedeva un acuto senso dell’umorismo, col quale esponeva al ridicolo le debolezze umane; e stando alla teoria degli umori che aveva sposato (i quattro maggiori fluidi del corpo umano – malinconia, iracondia, flemma e sangue – nelle loro differenti miscele percentuali determinerebbero il carattere dei singoli individui), il movimento favoriva il prevalere di quelli positivi (ma non sempre, se è vero che sfuggì per un pelo all’impiccagione dopo aver ucciso in duello un attore della sua compagnia).

Da qui pertanto il nostro principale riferimento sarà proprio la cultura anglosassone. Con ogni probabilità anche nel resto dell’Europa i letterati camminavano, ma a differenza degli inglesi non ne facevano menzione, non la consideravano un’attività degna di nota (quando addirittura non se ne vergognavano). In Inghilterra è invece sottolineata1. Izaac Walton l’autore de The Compleat Angler, la bibbia dei pescatori, racconta nel suo libro di biografie Lives of John Donne, Henry Wotton, Rich’d Hooker, George Herbert, & C, che il vescovo Richard Hooker, dopo aver percorso quattrocento chilometri per recarsi a omaggiare un alto prelato suo padrino, si vide regalare da quest’ultimo «un cavallo che mi ha portato per un sacco di miglia lungo tutta la Germania, e grazie a Dio con molta facilità», in altre parole un robusto bastone da passeggio con la raccomandazione di tornare quando l’avesse consumato. Walton stesso faceva passeggiate di una trentina di chilometri tutte le mattine prima di sedersi con la canna sulle rive di un torrente.

Ma a quanto pare proprio tutti si dedicavano all’esercizio ambulatorio, dai filosofi come Thomas Hobbes e Jeremy Bentham agli scrittori come Jonathan Swift, Henry Fielding e Oliver Goldsmith (quest’ultimo era un camminatore vigoroso, e viaggiò a piedi sul continente per due anni, a metà del Settecento, avendo come bagaglio un flauto e poco più). Persino il dottor Johnson, la cui mole non era trascurabile e del quale non si può certo dire che fosse un cuore allegro, macinava un sacco di strada, e dopo un’andata-ritorno di cinquanta chilometri scriveva che la sua malinconia si era un po’ dissipata.

Tuttavia rimaniamo ancora sulla linea dettata da Seneca, della camminata come igiene fisica e mentale, anche quando si va oltre l’assunzione di una sana abitudine. Il fondatore del metodismo, John Wesley, si spostava soltanto a piedi (soprattutto per risparmiare il costo di un cavallo) e la sua attività di predicatore lo portava costantemente in giro per tutta l’Inghilterra, con puntate anche sul continente. Da buon metodista propugnava e prescriveva il camminare per venti o trenta chilometri al giorno come esercizio metodico, come strumento della grazia al pari della meditazione sulle Scritture, per accedere alla santità del cuore e della vita. Igiene spirituale, in questo caso.

Nel corso delle sue peregrinazioni Wesley incrociò probabilmente un altro personaggio singolare, John Thelwall, anche lui conferenziere itinerante ma con differenti motivazioni. Thelwall era un radicale, giacobino, abolizionista, più volte arrestato per i suoi articoli di fuoco e per la sua attività di propagandista, scampato una volta alla forca e sfuggito in un’altra occasione in extremis al linciaggio da parte di una folla inferocita. Quando gli fu impedito di parlare in pubblico a Londra cominciò imperterrito a portare le sue idee e la sua verve in giro per tutto il paese, sottraendosi al controllo e alla censura delle autorità col muoversi sempre a piedi lungo itinerari improvvisati.

In una sua raccolta di saggi, The Peripatetic; Or, Sketches of the Heart, of Nature and Society, pubblicata nel 1793, usa il viaggio a piedi come pretesto per parlare in verità un po’ di tutto, dai diritti delle donne e degli schiavi alla povertà nelle campagne, dai guasti della società classista alle meraviglie della natura in pericolo. Tutti argomenti che Thelwall conosceva bene proprio per il suo modo di spostarsi, che gli consentiva un diretto contatto con le realtà e i problemi del paese. Ma questi spostamenti sono appunto una strategia operativa quando li compie e un pretesto narrativo quando li racconta. Scrive a William Wordsworth, presso il quale per un certo periodo aveva trovato rifugio: «Sto pensando di esplorare l’Inghilterra, ma in un modo umilmente evangelico: cioè a piedi». Lo scopo è vivere francescanamente le proprie idee: il camminare è un mezzo, al quale viene anche conferito un legame sapienziale con la Grecia antica. Annota infatti: «sotto un aspetto almeno, posso vantare una rassomiglianza con la semplicità degli antichi saggi: porto avanti le mie meditazioni a piedi». In questa pratica non c’è, in effetti, nulla di nuovo, semmai è un ritorno all’antico.

Quando esce la raccolta di Thelwall, il primo segnale esplicito di un cambiamento nella considerazione del camminare, del passaggio da gesto naturale a gesto prevalentemente culturale, in realtà è già arrivato: ma non dall’Inghilterra. Questo passaggio avviene nel momento in cui non solo il gesto è raccomandato per le sue positive ricadute igieniche, fisiche, psicologiche e spirituali, ma si comincia a rifletterci sopra e a scriverne. Quando da scenario e fondale, o pretesto, per la scrittura, diventa oggetto della scrittura stessa. La camminata “culturale” diventa cartesiana, è fissata in coordinate letterarie autonome. Viaggiare a piedi si trasforma in un fine in sé, le esperienze che è possibile fare lungo il cammino vanno a sostituire la meta come scopo del viaggio.

Ora, non è nemmeno del tutto vero che nel corso del Settecento questi segnali in Inghilterra non ci siano. È probabile piuttosto che vengano avvertiti meno proprio perché il passaggio è meno traumatico, perché è già maturata una maggiore abitudine. Come spiega Rebecca Solnit nella Storia del Camminare, è in atto da qualche tempo sull’isola una mutazione del gusto, che si manifesta ad esempio nel prevalere del modello di giardino all’inglese. Questo tende a essere sempre più conforme alla natura, a imitarla, fino a confondersi con quella che sta oltre la cinta, nei campi liberi.

Col tempo anche gli aristocratici e i benestanti, che prima si limitavano a percorrere il perimetro dei loro parchi, sono indotti a oltrepassare la cinta e a spingersi sempre più all’esterno. Non solo: quando lo spazio esterno da luogo del disagio e del pericolo diviene scenario del pittoresco, di esso cominciano godere anche quelle classi cui la passeggiata in giardino era preclusa e che a loro volta maturano un rapporto diverso con l’ambiente naturale e un conseguente stimolo a riscoprirlo.

Il mutamento del gusto procede, infatti, da un’accelerata trasformazione delle condizioni materiali del viaggio. Fino alla seconda metà del XVIII secolo viaggiare a piedi (così come in altri modi) rimaneva sia difficoltoso che pericoloso ed era considerato anche disdicevole. Le condizioni delle strade erano pessime, le campagne e gli immediati dintorni delle città erano infestati da ladri e malfattori. Camminare da soli su una via pubblica rendeva immediatamente sospetti: solo i poveracci o i malviventi lo facevano. Oltretutto, sia i primi che i secondi erano aumentati in maniera esponenziale dopo i disordini politici del Seicento, con l’avanzata della rivoluzione industriale e con il diffondersi delle recinzioni. Erano contadini cacciati dalla loro terra, sradicati che seguivano i ritmi di saltuari lavori stagionali, soldati smobilitati che vagavano per il paese, privi di ogni prospettiva di lavoro e di stabilità.

Si spiega allora perché ancora nei primi anni ottanta del Settecento il saggista tedesco Karl Philipp Moritz, lettore e discepolo di Rousseau, impegnato in un pedestrian tour in Inghilterra, incontrasse l’ostilità violenta dei contadini e non fosse accolto nelle locande (è quanto capita anche al protagonista di un romanzo di Henry Fielding, Joseph Andrews). Moritz si muoveva appunto inseguendo le suggestioni di Rousseau (e portava nello zaino il Paradiso Perduto di Milton), ma rispetto all’Inghilterra era in anticipo sui tempi.

Vent’anni dopo avrebbe trovato per strada, oltre ai nobili stravaganti, diversi intellettuali, personaggi eccentrici che sceglievano di proposito di camminare nel mondo, a contatto con la natura, mescolati agli umili (le camminate “evangeliche” di Wesley e di Thelwall o quelle spensierate di Wordsworth e De Quincey). Sono scelte dettate dalle trasformazioni epocali che gli avvenimenti di fine secolo inducono nella mentalità e nel costume, ma su esse agisce anche, sia pure di rimpallo, il deciso miglioramento sia della qualità che della sicurezza delle strade.

Le nuove tecniche di pavimentazione stradale, e di lì a poco le prime ferrovie, avvicinano infatti o rendono accessibili ai veicoli per il trasporto di passeggeri e al traffico commerciale luoghi che un tempo potevano essere raggiunti solo a piedi. Camminare è quindi sempre meno una necessità, è un’attività sempre più svincolata da una meta o da uno scopo strumentale e, quando intesa in tal senso, da esercitarsi possibilmente al di fuori degli itinerari di transito comune, in luoghi eletti. Come scriverà Thoreau: «Camminando ci dirigiamo naturalmente verso i prati e i boschi: cosa sarebbe di noi, se ci fosse dato camminare unicamente in un giardino o lungo un viale?».

Andare a piedi non diventa quindi solo un modo più rispettabile di viaggiare, è anche un modo per affermare una discontinuità e una ribellione al modello di vita aristocratico. In mezzo c’è stata la Rivoluzione francese, c’è un messaggio nuovo, che soprattutto nei primi anni affascina ed eccita le generazioni più giovani.

3. Il segnale di cui si parlava arriva appunto dalla Francia. E proprio con Jean-Jacques Rousseau. Il ginevrino aveva camminato moltissimo in gioventù, per motivazioni economiche prima ancora che ideali. A sedici anni, con una decisione improvvisa, lascia Ginevra e si mette per strada, continuando a girovagare a lungo tra Savoia, Svizzera e Delfinato. Col tempo, e complice il filtro operato dalla memoria, maturerà un profondo rimpianto per quei vagabondaggi.

Ho viaggiato a piedi soltanto ai miei bei giorni, e sempre con gioia […] mentre prima nei miei viaggi provavo solo il piacere di camminare, da quel momento non ho più sentito altro che la smania di arrivare.

Si noti, parla del piacere di camminare. Non di necessità, non di vantaggi, non di abitudine. Del puro piacere. Rousseau scrive le Fantasticherie del passeggiatore solitario e le Confessioni mezzo secolo dopo, poco prima di morire (nel 1778), ed è in queste opere che entra scena per la prima volta ufficialmente il camminatore moderno.

Ero giovane, pieno di salute, viaggiavo e viaggiavo a piedi, e viaggiavo solo. Ci si potrebbe stupire che io consideri quest’ultima cosa un vantaggio, ma significherebbe non conoscere la mia indole. Non ho mai tanto pensato, non sono mai tanto esistito, non ho mai tanto vissuto e non sono mai stato tanto me stesso, se così posso dire, come nei viaggi che ho fatto da solo e a piedi […].Nelle Confessioni annota – Non riesco a meditare se non camminando. Appena mi fermo, non penso più, e le testa se ne va in sincronia coi miei piedi […]. La campagna è il mio studio. La vista di un tavolo, della carta e dei libri mi affligge […].

Non è più una condizione temporanea e intermedia tra due momenti o eventi significativi, e nemmeno una parentesi, abituale quanto si voglia, necessaria, capace di creare dipendenza, ma sempre e comunque al servizio o in vista di qualcos’altro – la salute, la santità, ecc…; è un modo d’essere, anzi, la punta di un modo d’essere.

La marcia ha qualcosa che anima e ravviva i miei pensieri: non riesco quasi a pensare quando resto fermo; bisogna che il mio corpo sia in moto perché io vi trovi il mio spirito. La vista della campagna, il susseguirsi di spettacoli piacevoli, l’aria aperta, il grande appetito, la buona salute che acquisto camminando, la libertà dell’osteria, la lontananza da tutto ciò che mi fa pesare la dipendenza, da tutto ciò che mi richiama alla mia condizione, è quanto affranca la mia anima, ispira più fiducia al mio pensiero, in qualche modo mi lancia nell’immensità degli esseri per combinarli, sceglierli, appropriarmene a mio piacimento, senza imbarazzo e senza paura.

Nelle dieci Passeggiate che compongono le Fantasticherie, non c’è una descrizione dettagliata degli itinerari, sono pensieri buttati giù in associazione libera, quelli che possono appunto nascere nel corso di una passeggiata. Il camminare diventa quindi un mezzo letterario: detta i ritmi del discorso, giustifica le digressioni, fornisce sfondi mutevoli e quindi spiega le variazioni dello stile. Il rapporto tra pensiero e camminata è analizzato nel dettaglio: non vengono rappresentate solo le meditazioni, ma occupano un ruolo di primo piano le circostanze che le hanno fatte scaturire, le condizioni “materiali”. E questo avviene già a partire dal titolo.

Se è vero che il primo segnale del cambiamento di attitudine arriva da Rousseau, ad amplificarlo sono però William Wordsworth e la cerchia intellettuale che venne a formarsi attorno a lui e a Coleridge. Nel 1790 il futuro cantore delle brughiere, all’epoca studente ventenne in attesa dell’ammissione a Cambridge, partiva con un compagno di studi per un viaggio a piedi di duemila miglia attraverso la Francia, con sconfinamento in Svizzera e al di qua delle Alpi.

Fu una marcia a velocità militare / […] Di giorno in giorno, alzati presto e coricati tardi / di valle in valle, di colle in colle andammo / procedemmo di provincia in provincia / cacciatori intenti alla pista per quattordici settimane.

La scelta di muoversi a piedi e di arrivare in Svizzera (la patria di Rousseau), era già di per sé un atto di anticonformismo, un rovesciamento dei canoni del Grand Tour. I rampolli dell’aristocrazia inglese viaggiavano, infatti, di norma in carrozza, alloggiavano nei migliori alberghi o presso i loro omologhi dei paesi visitati, erano scortati da pedagoghi o valletti.

Quanto alla Svizzera, non era compresa in genere negli itinerari del Tour, perché non offriva molto sotto il profilo dell’arte e delle vestigia classiche; consentiva invece l’immersione in scenari naturali selvaggi e suggestivi e rappresentava per l’epoca l’espressione più avanzata di democrazia. Di questo erano a caccia William e il suo compagno.

Dopo quel viaggio Wordsworth non si ferma più e coinvolge per prima nella sua smania di camminare la sorella Doroty; evidentemente era una malattia di famiglia. Il racconto lasciato da quest’ultima di una marcia di quaranta chilometri nella neve, la vigilia di Natale, per arrivare a casa di amici, ci fa assaporare meglio di qualsiasi spiegazione il succo della nuova disposizione che pervade i due fratelli: «Si viaggiava meravigliosamente, a piedi, sulle colline, in direzione del mare».

Wordsworth non ha scritto trattati o saggi specifici sul camminare, ma tutta la sua poesia, e il Preludio in particolare, sono un inno a questa pratica e al tipo di rapporto che ti fa instaurare col mondo, inteso tanto come natura che ti circonda che come umanità che incontri.

Le strade solitarie
furono scuole in cui quotidianamente leggevo
col maggior diletto le passioni dell’umanità.
Là vedevo nel profondo delle anime.

La svolta impressa da Wordsworth al modo e al senso del camminare prende dunque origine da una motivazione sociale, da una ribellione nei confronti del sistema classista inglese e quindi anche del modello aristocratico di passeggiata o di viaggio: ma presto, sbolliti gli eroici furori dell’infatuazione rivoluzionaria, diventa altro. Subentra il gusto del puro diletto che poi si declina di volta in volta come scoperta della natura, del mondo dei reietti, di se stessi, ma che fondamentalmente ha a che fare con l’auscultare e assecondare il ritmo delle proprie gambe.

A piedi e con cuore leggero mi avvio per libera strada;
in piena salute e fiducia, il mondo offertomi innanzi,
il lungo sentiero pronto a condurmi ove voglia.
D’ora in avanti non chiedo più buona fortuna,
sono io la buona fortuna.
D’ora in avanti non voglio più gemere,
non più rimandare, non ho più bisogno di nulla,
finiti i lamenti celati, le biblioteche, le querule critiche.
Forte e contento mi avvio per libera strada.

Aldous Huxley rilevava che:

Durante gli ultimi cento anni, o quasi, l’affermazione che la natura è divina ed eleva moralmente è stata quasi un assioma. Per un buon seguace di Wordsworth una passeggiata in campagna è equivalente all’andare in chiesa, un viaggio attraverso il Westmoreland ha lo stesso valore di un pellegrinaggio a Gerusalemme.

Poco alla volta Wordsworth contagia gli altri giovani letterati della sua cerchia, primo tra tutti Samuel Taylor Coleridge, che pure non seguiva la dieta migliore per chi ama viaggiare a piedi (come energetico l’oppioOpium-eating is not congenial to walking, yet even Coleridge, after beginning the habit, non è granché e, infatti, la smania del camminare durò in lui solo una decina d’anni) e che comunque parla di camminate di quaranta miglia al giorno in compagnia dell’amico, nel corso delle quali nacquero le Lyricals Ballads. Nella prefazione a queste ultime scrive:

Lo scopo principale che ho avuto, scrivendo questi poemi, è stato quello di rendere interessanti gli avvenimenti di tutti i giorni, rintracciando in essi, fedelmente, ma non forzatamente, le leggi della nostra natura, specialmente per quanto riguarda il modo in cui noi associamo le idee in uno stato di eccitazione.

In questo caso si può pensare che l’eccitazione nasca dalle endorfine secrete dai suoi polpacci per tener dietro all’amico, piuttosto che dal frutto del papavero.

I due si incontrano la prima volta nel 1797, quando Coleridge, dopo aver letto l’opuscolo di Wordsworth che descrive la camminata per tutta la Francia fino alle Alpi, copre di volata trenta miglia per fare la conoscenza di William e Dorothy. Progettano subito un viaggio a piedi nel Devonshire da realizzarsi quell’autunno stesso e pare che La ballata del vecchio marinaio sia stato scritto nella speranza di finanziare le spese di quell’avventura.

I Wordsworth si trasferiscono poi in un cottage prossimo a quello di Coleridge, nel distretto dei Laghi, e da quel momento la zona diventa meta dei pellegrinaggi della meglio gioventù inglese, primi tra tutti John Keats e Thomas de Quincey.

Oppio e sgambate convivono anche in quest’ultimo, che ha iniziato sin da adolescente a vagabondare in proprio per il Galles e l’Inghilterra meridionale, ma che al contrario di Coleridge coltiverà questa passione anche in età matura. Conserva peraltro anche un’ironica schiettezza nei giudizi.

Quando racconta una passeggiata notturna di quaranta miglia, da Bridgewater a Bristol, la sera dopo il primo incontro con Coleridge, ci dice che non riusciva a dormire per l’eccitazione e che approfittò di una notte d’estate «divinamente calma» per camminare meditando sul mesto spettacolo cui aveva assistito: quello di un grande uomo che stava rapidamente decadendo.

Di Wordsworth, come uomo e come poeta, De Quincey è un entusiasta cantore ma questo non gli impedisce di farci sapere che le gambe secche di Wordsworth, la sua costituzione fisica, il modo stesso piuttosto sghembo di camminare, non lasciavano per niente sospettare il camminatore instancabile. Così come le distanze da quello quotidianamente percorse parrebbero non consentire alcuno spazio a un’attenzione minuziosa, quasi scientifica, per qualsiasi fenomeno naturale, mentre Wordsworth riusciva invece a essere tutto questo.

De Quincey non ha scritto saggi specifici sul camminare, ma ha affidato il suo testamento spirituale e il suo credo deambulatorio alla biografia del più straordinario camminatore dei suoi tempi, John “Walking” Stewart, filosofo e riformatore del quale torneremo a parlare.

4. Il teorico ufficiale del gruppo dei pedestrian wanderers romantici è invece William Hazlitt, che ne riassume la filosofia in On Going a Journey (Mettersi in viaggio), nel 1822. Hazlitt non piaceva affatto a Wordsworth, che lo riteneva «una persona non abbastanza corretta per essere ammessa in una società rispettabile», e aveva le sue brave ragioni. Hazlitt in effetti ce la metteva tutta per rendersi sgradevole. Lui stesso confessa:

Io non sono un uomo bonario, nell’accezione comune del termine, ci sono molte cose che mi infastidiscono, oltre a quelle che interferiscono con la mia tranquillità e con i miei interessi. Quindi mi sono fatto molti nemici e pochi amici.

Dal canto suo, dice di Wordsworth: «Vede solo se stesso e l’universo». Non fece dunque camminate in sua compagnia e tendenzialmente non le faceva nemmeno con altri. Condivide l’idea di Rousseau che l’unica camminata buona è quella solitaria.

La cosa che più mi piace al mondo è mettermi in viaggio: ma mi piace andare da solo. Posso godere dei piaceri della società in una stanza, ma fuori della porta la natura è per me più che sufficiente. Non sono mai meno solo di quando sono solo. – e ancora – Non si può leggere il libro della natura se si ha perennemente la necessità di tradurlo per gli altri […] se devo spiegarlo, sto facendo di un piacere una fatica […].

Conoscendosi bene, sottolinea l’importanza di evitare inutili discussioni:One should devote himself entirely to contemplation, this could only be achieved in a true mood of good thinking. «dobbiamo concentrarci su una sola cosa alla volta. Per esempio, non dovremmo litigare, perché ciò rovinerebbe sicuramente la contemplazione». This stresses the relation between loneliness and achievement, in travel man achieves peace with himself instead of quarrelling with the others.Ecco chiarito il rapporto tra la solitudine e la realizzazione: in viaggio, l’uomo raggiunge la pace con se stesso invece di litigare con gli altri. È disposto al più a condividere il cammino quando si tratti di andare «a visitare rovine, acquedotti, mostre di dipinti. Sono cose che parlano all’intelletto, e sopportano che se ne parli».

Dall’altra parte dell’oceano gli fa eco il profeta americano della camminata, il già citato Henry David Thoreau: «Non ho mai trovato il compagno che mi facesse così buona compagnia come la solitudine. L’uomo che viaggia solo può partire oggi; ma chi viaggia in compagnia deve aspettare che l’altro sia pronto» dice in quello che diverrà il testo sacro di generazioni successive di trampers, intitolato appunto Camminare.

Alla base di questa preferenza per il camminare da soli c’è senza dubbio una componente caratteriale individuale, nel senso che già di per sé la scelta di muoversi a piedi su lunghe distanze evidenzia una disposizione o uno stato d’animo particolari, non da tutti (anzi, da ben pochi) condivisibili; e spesso subentra poi anche una sorta di presunzione, il senso di appartenenza a una esigua minoranza di eletti, per i quali è difficile trovare la compagnia giusta.

Ma, e segnatamente nel caso di Thoreau, c’è a volte molto di più, c’è una radicalizzazione del concetto di libertà che sembra potersi esprimere solo nella strenua difesa della sfera individuale. Secondo Thoreau, il vero “camminatore” è colui che sa staccarsi completamente dalla quotidianità e dagli affetti per entrare in una dimensione diversa e superiore, non contaminata dai pensieri e dalle preoccupazioni del vivere “banale”.

Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più; se hai pagato i tuoi debiti, e fatto testamento; se hai sistemato i tuoi affari, e se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino.

È più o meno ciò che chiedeva san Francesco agli aspiranti confratelli: uno straniamento totale rispetto alla “secolarità” dei rapporti, per poter entrare realmente in sintonia con chi e con quanto ci circonda. In questo caso, per Thoreau, la sintonia è cercata solo con la natura, con piante, pietre e animali. È la condizione preliminare necessaria per accedere a qualcosa che va ben oltre il puro piacere o benessere fisico.

Mi allarmo – dice Thoreau – quando, addentrandomi per un miglio in un bosco, mi accorgo di camminare con il corpo senza essere presente con lo spirito. Vorrei, nei miei vagabondaggi quotidiani, dimenticare le occupazioni del mattino e gli obblighi sociali. Ma talvolta non è facile liberarsi delle cose del villaggio. Il pensiero di qualche lavoro si insinua nella mente, e io non so più dove si trova il mio corpo, sono fuori di me. Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso. Perché rimanere nei boschi se continuo a pensare a qualcosa di estraneo a quel che mi circonda?

Con la natura quindi si deve realizzare un rapporto totalmente simbiotico: solo in questo modo è possibile «far ritorno a se stessi», ma non sarà la natura a fare il primo passo, deve essere l’uomo. Scrive: «Se sei un uomo libero allora sei pronto per metterti in cammino», ciò significa che non si diventa liberi camminando, ma si cammina perché si è liberi. Che è una cosa ben diversa.

Se, infatti, camminare ci offre l’opportunità di un contatto diretto con la natura, di riconoscere che a lei apparteniamo e che alle sue leggi dobbiamo uniformarci, ci dice anche che le norme, le convenzioni e le costrizioni dettate dalla società, in quanto assolutamente innaturali, non vanno riconosciute. Il gesto del camminare, quando è un gesto libero, ha già in sé il germe della disobbedienza. Lo scritto più famoso di Thoreau è non a caso il saggio Disobbedienza civile. Il nesso tra questo e le altre sue due opere più conosciute, Walden, ovvero la vita nei boschi e Camminare, è diretto.

Nel 1845 Thoreau va ad abitare in una capanna di legno che ha costruita con le proprie mani presso il lago Walden, nei dintorni di Concord, in un luogo totalmente isolato. Vuole vivere immerso nella natura selvaggia e osservare quanto e come questo stile di vita incida sul suo fisico e sulla sua psicologia. Ma il contatto non può essere sedentario. Per immergersi davvero nella natura deve muoversi, esplorare ogni spanna del territorio che lo circonda. Deve appunto camminare, e spingersi sempre più lontano, inoltrarsi sempre più nella solitudine delle foreste.

Thoreau mette in pratica il pensiero del filosofo trascendentalista Ralph Waldo Emerson, in qualche occasione anche suo compagno di escursioni. Emerson scrive che:

La Natura ti dice di obbedire ai comandamenti dell’aria: di pattinare, nuotare, camminare, cavalcare, correre. Quando avrai consumato le scarpe, avrai vinto la resistenza della pelle, risuolale con le fibre del tuo corpo. La tua salute si misura dal numero di scarpe e cappelli e vestiti che hai consumati. L’uomo più ricco colui è colui che contrae il debito più grande col suo calzolaio.

Per i due anni dell’autoisolamento a Walden l’unico comandamento di Thoreau è di camminare almeno quattro ore al giorno, in direzioni diverse. E ottemperando scrupolosamente si rende sempre più conto di quanto lontani e futili appaiano, rispetto a questa dimensione, le convenzioni sociali.

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita […] volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa […].

Questo “eroico furore” Thoreau non lo ritrova nella letteratura inglese (si riferisce naturalmente ai classici), ma nemmeno potrebbe avvertirlo in alcun camminatore del suo tempo da questa parte dell’oceano, ed è comprensibile, perché non ci sono in Europa i grandi spazi e gli scenari incontaminati che ispirano gli americani, né c’è ad alimentarlo la religiosità naturalistica della quale questi ultimi sono impregnati. La “tensione” di cui Thoreau parla rasenta da un lato il trasporto mistico, dall’altro lascia trapelare le ambiguità di un rapporto quasi gesuitico con la natura.

Dovremmo avanzare, anche sul percorso più breve, con imperituro spirito d’avventura, come se non dovessimo mai far ritorno, preparati a rimandare, come reliquie, i nostri cuori imbalsamati nei loro desolati regni.

Dà voce a un sentire che è comunque già diffuso, che trova ad esempio espressione e alimento nella prima metà dell’Ottocento nei libri di Washington Irving e di Fenimore Cooper e nei pittori della scuola dello Hudson River, soprattutto in Thomas Cole e in Frederic Church, che caratterizzerà nei successivi due secoli tutta la letteratura e la cultura in genere americana.

La pressione del mio piede sulla terra ne fa sgorgare mille affetti che si beffano d’ogni sforzo che compio per descriverli – scriverà Walt Whitman.

È un sentire legato al mito della frontiera, di un mondo totalmente vergine sotto l’aspetto naturalistico e aperto sotto quello sociale, che diventa luogo della possibile libertà e del riscatto individuale. Le ambiguità di questo sentire, che riescono evidenti nella sopravvivenza dell’istituto della schiavitù sino a oltre metà Ottocento e più ancora nel modo in cui viene risolto il problema dei nativi, caratterizzeranno anche in maniere più sottili l’esperienza americana.

Al momento in cui viene pubblicato Camminare è già in moto un capillare processo di spettacolarizzazione di tutti quegli aspetti che Thoreau riteneva peculiari e distintivi (del paesaggio, ad esempio, con le grandi mostre panoramiche di Bierstadt e Moran, della vita di frontiera, con i quadri e più ancora con le incisioni di Remington e Russell, dello stesso fenomeno del vagabondaggio, che da Huckleberry Finn in poi darà vita al filone letterario più prolifico della letteratura yankee).

5. L’eredità spirituale di Thoreau è raccolta ed esemplarmente vissuta da John Muir, naturalista, alpinista e precursore dell’odierno ambientalismo. Muir scrive:

Mi piace camminare, toccare la vivente madre terra – meglio se a piedi nudi e con un brivido a ogni passo. Arrivo a invidiare i rettili felici che hanno tanta parte del corpo a contatto con la terra, petto a petto. […] Viviamo con i nostri tacchi così come la testa.

Non è sempre stato così. Originario della Scozia, emigrato in America a nove anni, dotato di un notevole ingegno pratico, Muir ha lavorato sino a trent’anni nel settore industriale, realizzando anche alcune notevoli invenzioni. Già in gioventù amava molto camminare e copriva spesso lunghi percorsi nelle zone più incontaminate degli Stati Uniti settentrionali e del Canada, ma nel 1867 un incidente, nel quale va molto vicino a perdere la vista, gli cambia la vita. Molla tutto e intraprende un viaggio a piedi di duemila miglia da Indianapolis sino al Golfo del Messico: di lì, dopo aver traversato l’Istmo, risale sino alla California (poi raccontato ne A Thousard Mile Wolk to Gulf).

L’idea iniziale era quella di percorrere tutta l’America Meridionale sino a Capo Horn, ma una malattia prima e l’incontro con le foreste californiane dopo mutano il suo progetto. Diverrà lo scopritore e il propagandista delle meraviglie di Yosemite e farà partire il primo piano per la costituzione di parchi naturalistici negli Stati Uniti, mettendo tutta la sua inventiva e la sua praticità operativa al servizio della nuova causa. Con gli occhi miracolosamente ritrovati dopo un periodo di totale cecità vede il mondo in una luce nuova.

Questa grande rappresentazione è eterna. È sempre l’alba da qualche parte, la rugiada non è mai completamente assorbita nello stesso tempo, una cascata dura per sempre, e il vapore si alzerà sempre, albe eterne, tramonti eterni, sui mari e sui continenti sulle isole, ognuno a sua volta mentre la terra rotonda gira.

Nel suo libro più famoso, La mia prima estate sulla Sierra, riassume così la sua esperienza: «Ero solo uscito a fare due passi, ma alla fine decisi di restare fuori fino al tramonto, perché uscire, come avevo scoperto, in realtà voleva dire entrare». Ha scoperto cioè che «in ogni passeggiata nella natura l’uomo riceve molto di più di ciò che cerca»; ma nel suo caso si tratta di una vera e propria rivelazione. È l’idea dell’appartenenza umana a un Tutto, dell’universo come di un unico, indissolubile organismo.

È molto più probabile che la natura abbia creato gli animali e le piante per la loro stessa felicità piuttosto che per la felicità di uno solo dei suoi elementi. Perché l’uomo dovrebbe reputarsi più importante di una entità infinitamente piccola che compone la grande unità della creazione? L’universo sarebbe incompleto senza l’uomo; ma sarebbe incompleto anche privo della più microscopica creatura che vive al di là della nostra vista e conoscenza presuntuosa.

Proprio la presunzione umana è all’origine del degrado del mondo.

Inquinamento, contaminazione, desolazione, sono parole che non sarebbero mai state create se l’uomo fosse vissuto secondo natura. Uccelli, insetti, orsi muoiono e si disfano in modo pulito e bello.

Per questo il camminare ha senso, un altro superiore senso, solo nelle zone selvagge. E per questo tali zone vanno salvaguardate.

Non importa in quale degradazione l’uomo possa sprofondare, da parte mia non perderò mai la speranza finché i più umili continueranno a amare ciò che è puro e bello, e saranno in grado di riconoscerlo vedendolo.

Thoreau e Muir, quest’ultimo soprattutto, estremizzano dunque quella sfumatura particolare che fa la differenza tra le due scuole, americana e inglese. Riguarda l’idea del contatto con una terra selvaggia, nella quale il camminare crea una forma di tensione in più, data dalla scoperta continua ma anche, sotto sotto, dalla sfida al pericolo.

La natura era qualcosa di selvaggio e terribile benché bellissimo […] Qui non c’erano giardini ma il globo incontaminato. Niente prati né pascoli né coltivazioni né boschi né terre arabili né incolte né desolate.

E, naturalmente, della necessità di preservarla intatta. Nel caso di Muir si aggiunge un fervore quasi mistico, tipico di tutti coloro che ricevono la rivelazione in circostanze drammatiche.

La linea di Thoreau e di Muir è portata avanti, a cavallo tra i due secoli e poi nel Novecento, da un folto gruppo di pensatori-camminatori che traducono il pensiero “conservazionista” americano in un vero e proprio culto della Wilderness. Nel modello americano il camminare assume sempre più i tratti di un rito iniziatico, che accompagna il passaggio da un embrionale ambientalismo alla professione di fede nella natura. Sigurd Olson scrive:

Durante gli anni del mio girovagare nel grande Nord canadese scoprii l’importanza degli spazi aperti. In quelle spedizioni c’era il tempo di pensare durante lunghe ore di marcia o di ininterrotto pagaiare, ed io appresi che la vita è una serie di orizzonti aperti, senza che mai uno termini prima che in lontananza già ne appaia un altro – e ancora – Ho ho scoperto in una vita di viaggi in regioni primitive, vedendo persone che vivono nel deserto e lo usano, che c’è un nocciolo duro di necessità di deserto in tutti, un nucleo che fa dei suoi valori spirituali una necessità umana di base. Se non potremo preservare i luoghi dove il bisogno umano di infinito spirituale può essere soddisfatto e nutrito, distruggeremo la nostra cultura e noi stessi.

Olson è un camminatore che non tiene più il conto di tempi e distanze: la sua è una progressiva immersione-identificazione nella natura, e nella dimensione che vuole raggiungere i tempi e le distanze non esistono.

Lo stesso atteggiamento caratterizza Robert “Bob” Marshall, il fondatore della Wilderness Society, che pure è un marciatore leggendario e che, rimpiangendo di non essere vissuto un secolo prima e di non aver potuto partecipare all’epopea dell’esplorazione dell’Ovest, cerca di rifarsi negli sconfinati spazi dell’Alaska.

La “consacrazione” definitiva del camminare si avrà però nella seconda metà del Novecento, con Gary Snyder, guru della new age, autore de Il mondo selvaggio, guida materiale e spirituale di Jack Kerouac in una stagione escursionistica sulle Montagne Rocciose (è il Japhy Ryder de I vagabondi del Dharma). Dopo una serie di esperienze che spaziano dall’alpinismo al rapporto con la Beat generation e con i nativi americani, Snyder approderà infine all’ecologia del profondo e al buddismo, iniziandosi anche alla pratica dello Shu-gen-dō, un’antica religione giapponese che si fonda proprio sul camminare.

Facciamo un passo indietro e torniamo in Europa2. Anche Søren Kierkegaard, l’omologo “urbano” ed europeo di Thoreau, ama camminare da solo ma, invece che in mezzo ai boschi, cammina in città nella sua Christiania, scaricando lungo le vie cittadine le fobie e le nevrastenie accumulate in un’infanzia difficile.

Ha imparato sin da bambino a pensare camminando (o a camminar pensando) tra le mura domestiche, perché il padre, per non farlo uscire di casa, passeggiava con lui avanti e indietro per le stanze di casa. Quando entra nell’adolescenza la consuetudine è trasportata fuori, e quando il padre viene meno Søren la perpetua in solitaria.

Gli piace camminare da solo, ma in mezzo alla gente, avendo contatti, incontri rapidissimi e casuali e alla lunga necessariamente ripetuti: questo gli permette di studiare i suoi simili da vicino ma con un distacco da entomologo, e salvaguarda le sue paure. Così come, a detta della sorella Dorothy, lo studio di Wordsworth erano «il giardino e le colline là fuori», Kierkegaard considera le strade di Christania la sua «sala di ricevimento» e assieme laboratorio.

Nel diario afferma di aver composto tutte le sue opere camminando e in una delle Lettere a Jette scrive:

Camminare è la grande avventura, la prima meditazione: è un addestramento del cuore e dell’anima per l’umanità. […] Soprattutto, non perdere la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata […] ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati […] Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.

Non è difficile immaginare come il suo eterno vagabondaggio per le vie di Christania sia percepito dai concittadini: chi non lo considera completamente pazzo lo bolla quantomeno come un ozioso. È quanto capita a quasi tutti i camminatori urbani: Charles Lamb e lo stesso Dickens lo sottolineano spesso nei loro racconti. D’altro canto, come scriverà Leslie Stephen,

le peregrinazioni urbane, sia pure deliziose, hanno a che vedere solo relativamente con ciò che intendiamo per camminare. Sui marciapiedi il passo è imposto anche dagli altri, ci si arresta per vedere o sentire, per salutare qualcuno o per evitare di incontrare qualcun altro. Nelle strade di campagna si coglie la vera estasi dell’oscillazione lunga, ininterrotta, degli arti, il bagliore armonioso di corpo e mente, l’animo che si nutre, cervello e muscoli che si esercitano allo stesso modo.

6. Un altro filosofo deambulante, legato al camminare da una dipendenza che sfiora, e a un certo punto supera, il confine del patologico, è Friedrich Nietzsche. Nietzsche, guarda caso, perde il padre a quattro anni. Quando si consideri che in una situazione più o meno analoga vengono a trovarsi anche Wordsworth, Rimbaud, Gorkji, London, Hamsun, praticamente tutti coloro nei quali ci si imbatte in una ricerca sul camminare, è difficile pensare a una serie di pure coincidenze. Qualche nesso tra la perdita del padre e la camminata quasi compulsiva, la ricerca spasmodica, deve esserci. Potrebbe magari essere la fuga da una figura materna che diventa troppo presente.

Comunque, come tutti i nordici, e i prussiani in particolare, Nietzsche comincia a marciare giovanissimo e consolida l’abitudine negli anni degli studi e durante il periodo dell’insegnamento, quando nei mesi estivi si reca a camminare con amici o colleghi nella Foresta Nera. Scrive a casa resoconti entusiasti delle sue escursioni. «Cammino molto, attraverso i boschi, e ho fantastici colloqui con me stesso».

Ben presto però le condizioni di salute (soffre di terribili emicranie) lo costringono a lasciare l’insegnamento universitario. L’esercizio fisico del cammino diventa allora una vera e propria ossessione, oltre che una terapia.

Se solo potessi avere una casetta da qualche parte; come qui, camminerei sei-otto ore al giorno, formulando pensieri che poi butterei di getto sulla carta.

E questo perché in Nietzsche diventa esplicita l’indicazione del corpo camminante come «filo conduttore del pensiero», supporto in movimento della creazione filosofica:

Di quando in quando, cammin facendo, scribacchio qualcosa su un foglio, non scrivo nulla a tavolino, ci pensano poi i miei amici a decifrare i miei scarabocchi.

Trova il luogo ideale per questa pratica a Sils Maria, in Engadina, e comincia a trascrivere i soliloqui ne Il viandante e la sua ombra, dove afferma che:

bisognerebbe ogni tanto star lontano dai libri per sei mesi e camminare soltanto.

Ciò che per Thoreau erano le foreste, per lui sono le montagne. Non basta camminare, è importante camminare in salita, raggiungere luoghi elevati per ottenere le rivelazioni fondamentali.

Bisogna salire ancora un bel tratto, lentamente, ma sempre più in alto, per arrivare a un punto da cui la vista possa spaziare liberamente sulla nostra vecchia civiltà.

In questo senso, Nietzsche si rifà alla tradizione millenaria che lega l’esperienza del distacco e della solitudine alla faticosa conquista di un luogo impervio e alle suggestioni del paesaggio nel quale questo luogo è inserito. Le intuizioni chiave scaturiscono per lui da ore di esercizio del cammino, di intenso sforzo muscolare, e sono originate da improvvise epifanie: il panorama che si apre inaspettato a una svolta del sentiero o valicando un colle, il contadino incrociato nella calura meridiana, come apparso dal nulla. L’idea stessa dello Zarathustra nasce da uno di questi incontri, e il profeta si presenta così:

Io sono un viandante che sale su pei monti.

È certamente un modo di camminare diversissimo da quello di Kierkegaard, ma anche da quello di Wordsworth. A dispetto dei ripetuti richiami «alla danza in tutte le sue forme, al saper danzare coi piedi, coi concetti, con le parole, con la penna», rimane l’impressione di un passo pesante, faticoso, di un esercizio ascetico attraverso il quale riscattare una salute precaria. In effetti insiste molto sull’ascetismo militaresco, sulla disciplina che deve imporre al proprio corpo per potenziare forze vitali non eccelse.

Dopo l’abbandono dell’insegnamento Nietzsche entra in un decennio di vita sempre più errabonda, trascorsa in gran parte in Italia, nel corso del quale nascono le sue opere più importanti; e il camminare è ormai la condizione fondamentale per il suo pensiero.

Noi non siamo di quelli che riescono a pensare solo in mezzo ai libri – è nostra consuetudine pensare all’aria aperta, camminando, saltando, salendo, danzando, preferibilmente su monti solitari o sulla riva del mare, laddove sono le vie stesse a farsi meditabonde.

Nella ricerca costante di un luogo consono alla sua salute il primo criterio di scelta è la possibilità di fare passeggiate. A Genova:

Bene, questo si che si chiama camminare. Me ne vado in giro per sei e anche otto ore. In verità ho proprio quel genere di vita che desideravo tanto prima

mentre Venezia ha il difetto di non essere una città per chi ama le passeggiate – e io ho bisogno di camminare le mie sei-otto ore all’aria aperta.

Ormai cammina sempre da solo, sempre più alla maniera di Hazlitt, e parla di se stesso in prima persona plurale. È perennemente impegnato ad auscultarsi, a controllare il motore fisiologico del suo pensiero.

Stato di ispirazione profonda. Tutto concepito per strada nel corso di lunghe camminate. Estrema elasticità e pienezza corporea – e questa condizione diventa ossessiva – Stare seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento – che non sono una festa anche per i muscoli. Tutti i pregiudizi vengono dagli intestini. Il sedere di pietra è il vero peccato contro lo spirito santo.

Di qui discende anche il modello critico per la valutazione dei libri e del pensiero altrui.

Oh, come siamo rapidi nell’indovinare in che modo quel tale è pervenuto ai suoi pensieri, se stando a sedere davanti al calamaio, col ventre sottoposto a compressione, col capo curvo sulla carta; oh, come si fa presto a liquidare anche il suo libro! I visceri costretti in una morsa si tradiscono, ci puoi scommettere, così come si tradisce l’atmosfera della stanza, il suo soffitto, la sua strettezza.

Questa necessità di distinguersi, il disprezzo ostentato per i sederi di pietra, non fanno che confermare l’impressione di un radicalismo da neo-convertito, di una sorta di astio da rivincita su un fisico che non lo sorregge adeguatamente: tanto più se si considera l’importanza che la corporeità viene a assumere nell’economia di un pensiero “dionisiaco”.

Così, quando cominciano a presentarsi problemi alla schiena e non è più in grado di tenere certi ritmi, tornano le emicranie. Ed è la fine. Le ultime passeggiate Nietzsche le farà in manicomio, scortato dalla madre.

7. Nell’Inghilterra vittoriana non sono i filosofi ma ancora i letterati a teorizzare sui modi e sui piaceri del camminare. Quasi a prefazione dei libri di viaggio che compariranno negli anni immediatamente successivi (tra i più famosi Viaggio nell’entroterra in canoa tra Belgio e Francia, Viaggio nelle Cévennes in compagnia di un asino, Edimburgo e tre passeggiate a piedi. A zonzo tra Scozia e Inghilterra) Robert Louis Stevenson pubblica nel 1876 una riflessione sull’andare a piedi (Walking Tours), nella quale riprende in gran parte Hazlitt.

Stevenson in realtà tanto vittoriano non è, anzi, è un irregolare che andrà a cercare dall’altra parte del globo, nei Mari del Sud, un’atmosfera più respirabile.

Qui sono tutti così occupati e hanno così tanti progetti futuri da realizzare e castelli in aria di trasformare in solidi palazzi abitabili su un terreno ghiaioso, che non possono trovare alcun tempo per viaggi di piacere nella terra del pensiero e tra le colline della fantasia.

Non a caso ha esordito come critico letterario con due saggi rispettivamente su Whitman e su Thoreau. E tuttavia, quando esplicita sue le motivazioni, la differenza balza agli occhi: «Per quanto mi riguarda, io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Io viaggio per amor del viaggio. Il tutto è solo muoversi». Il rapporto con la natura è senz’altro piacevole, ma non rappresenta a suo parere la motivazione chiave.

Il paesaggio in un giro a piedi è abbastanza accessorio Chi è davvero della fratellanza non viaggia alla ricerca del pittoresco, ma di certi umori allegri – della speranza e dello spirito con cui la marcia inizia al mattino, e della pace e della reintegrazione spirituale del resto della serata. Non può dire se si mette su lo zaino, o lo toglie, con più gioia.

Non si distingue solo dagli americani, rimprovera infatti a Hazlitt certi eccessi.

Io non approvo tutto questo saltare e correre. Entrambe le cose affrettano la respirazione; entrambe distraggono il cervello dalla sua gloriosa confusione a cielo aperto; ed entrambe rompono il ritmo. La marcia irregolare a piedi non è così piacevole per il corpo, e distrae e irrita la mente. Bisogna considerare che una volta che si è ritmati su un passo uniforme, non è più necessario alcun pensiero cosciente per tenere quel passo, ma esso ti impedisce di pensare seriamente a qualsiasi altra cosa.

Qui dunque la mistica non c’entra per nulla, queste sono già indicazioni “tecniche” e sono intese a un’accezione sportiva, anche se tutt’altro che agonistica, della camminata. Stevenson, infatti, non vuole “né andare di trotto a fianco di un campione del camminare, né trascinare i piedi nel tempo con una ragazza.” Non intende ridursi come chi “percorre a piedi una distanza semplicemente inconcepibile per stupire e brutalizzare se stesso, e arriva all’albergo, la sera, con una sorta di gelo sui cinque sensi, e una notte di buio senza stelle nello spirito. Non è per costui la serata luminosa e mite del camminatore temperato! Non gli rimane nulla se non il bisogno fisico di andare a dormire e di un berretto da notte; e persino la pipa, se è un fumatore, sarà insipida e priva di incanto.”

Insiste molto su questo tema della sera:

Ma è di notte e dopo cena, che viene l’ora migliore. Non ci sono sigari paragonabili a quelli che seguono un buon giorno di marcia; il sapore del tabacco è una cosa da ricordare, è così secco e aromatico, così pieno e così bene. Se si finisce la sera con un grog, ci si accorge di non aver mai bevuto un grog paragonabile a questo; a ogni sorso una tranquillità sollazzevole si diffonde sui tuoi arti e arriva facilmente al tuo cuore. Se leggi un libro – e non lo farai mai, per cui puoi anche saltare questo pezzo – trovi la lingua stranamente filante e armoniosa.”

L’altro tema che ricorre costantemente è quello della percezione diversa del tempo:

Non tenere conto delle ore per tutta la vita equivale, starei per dire, a vivere per sempre. Non avete idea, a meno di aver provato, di quanto infinitamente lungo è un giorno d’estate che si misura solo dalla fame e che ha termine solo quando si ha sonno.

8. Una versione “borghese” del camminare alla Stevenson, dalla quale sono ormai ben lontani i sottintesi anticonformisti di Wordsworth, è proposta ne In Praise of Walking (1881) dal padre di Virginia Woolf, Leslie Stephen. Camminare è per Stephen “una ricreazione”:

Camminare è tra le ricreazioni ciò che l’aratura e la pesca sono tra le fatiche industriali: è un’attività primitiva e semplice,it brings us into contact with mother earth andì che ci porta a un contatto con la madre terra e con launsophisticated nature; natura non sofisticato;it requires no elaborate apparatus and no extraneous excitement. non richiede macchinari complicati e non c’è emozione estranea. È adatta anche per i poeti e filosofi.

Sgombra quindi il terreno da significati mistici, da ricerche di rivelazioni salvifiche:

Il vero camminatore è colui per il quale la ricerca è di per sé incantevole; che non è tanto presuntuoso da considerarsi immune da un certo compiacimento per la prestanza fisica necessaria per la sua ricerca, ma per il quale l’impegno muscolare delle gambe è secondario rispetto alle attività “cerebrali” stimolate dallo sforzo,to the quiet musings and imaginings which arise most spontaneously as he walks, and generate the intellectual harmony which is the natural accompaniment to the monotonous tramp of his feet. alle riflessioni e alle fantasie tranquille che sorgono più spontaneamente quando si cammina, e generano quell’armonia intellettuale che è l’accompagnamento naturale per il vagabondare monotono dei suoi piedi.

Anche quando riprende quasi letteralmente le argomentazioni di Stevenson, il tono risulta ancora più laico: sembra sempre voler mantenere la giusta distanza tra il suo camminare ricreativo e il marciare professionale o semiprofessionale.

Il giorno in cui sono stato pienamente iniziato ai misteri è segnato da una pietra bianca.It was when I put on a knapsack and started from Heidelberg for a march through the Odenwald. È stato quando ho preso su uno zaino e ho intrapreso da Heidelberg una marcia attraverso l’Odenwald.Then I first knew the delightful sensation of independence and detachment enjoyed during a walking tour. Ho conosciuto la piacevole sensazione di indipendenza e di distacco divertito che può offrire un giro a piedi. Essere libero da tutti i fastidi di orari ferroviari o di macchinari estranei, avere fiducia nelle proprie gambe, fermarsi quando se ne ha voglia, seguire qualsiasi traccia venga indicata dalla vostra fantasia, e assaporare tutta la varietà caratteristica dei tipi umani in ogni locanda dove ci si fermi per la notte.

Stephen è un forte camminatore in proprio, un eccellente alpinista (il suo Il terreno di gioco dell’Europa. Scalate di un alpinista vittoriano, è un classico della letteratura alpina) ma è soprattutto un biografo, una fonte preziosissima e piacevole. In pochi tratti, con brevissimi aneddoti, disegna personaggi ed evoca atmosfere.

Carlyle era un camminatore vigoroso, e anche nei suoi ultimi anni è stato una figura sorprendente.One of the vivid passages in the Reminiscences describes his walk with Irving from Glasgow to Drumclog. Uno dei passaggi più vivaci delle sue “Reminiscenze” descrive una passeggiata con Irving da Glasgow a Drumclog. Qui si sono seduti sul ciglio di una torbiera, mentre lontano, molto lontano verso occidente, oltre l’orizzonte marrone, si innalzava, visibile a molti chilometri di distanza, un’alta piramide bianca e irregolare. Ailsa Craig, abbiamo subito intuito, e il pensiero è corso ai mari e agli oceani laggiù.

La visione naturalmente fa nascere una conversazione solenne, che rimarrà un evento per entrambi.

Né Irving né Carlyle in quei giorni si tiravano indietro di fronte a qualsiasi distanza, si aggiunge, e il giorno dopo Carlyle fece la sua passeggiata più lunga, 54 miglia.

Qualche volta però il critico letterario (era la sua attività “seria”) ha il sopravvento, e non riesce a contenersi.

Un esempio notevole dell’influenza salutare del camminare potrebbe essere dato dai casi di Walter Scott e di Byron. Scott, nonostante fosse zoppo, si deliziava di passeggiate da venti a trenta miglia al giorno, e arrampicava in falesia, confidando nella forza delle sue braccia per rimediare agli inciampi del suo piede.The early strolls enabled him to saturate his mind with local traditions, and the passion for walking under difficulties showed the manly nature which has endeared him to three generations. Le passeggiate gli hanno permesso di nutrire la mente con le tradizioni locali, e la passione per il camminare a dispetto delle difficoltà ha educato quella natura virile che lo ha reso caro a tre generazioni. La zoppia di Byron era invece troppo grave per permettergli di camminare, e quindi tutti gli umori malsani che sarebbero svaniti con buone marce in campagna si sono accumulati nel suo cervello e hanno causato quei difetti, la morbosa affettazione e la misantropia perversa, che gli hanno impedito di diventare il più grande intelletto del suo tempo.

C’è da chiedersi cosa avrebbe detto di Leopardi, se lo avesse conosciuto.

Il modello “vittoriano” (e positivistico) proposto da Leslie Stephen, lo troviamo perfettamente esemplificato nel secolo successivo in George M. Trevelyan. Già nell’aspetto: alto e leggermente curvo, gli occhiali con montatura in acciaio o in argento sotto pesanti sopracciglia a strapiombo, i capelli e i mustacchi argentati, i pantaloni larghi di tweed, le calze di lana grigie a costine sotto grandi stivali neri.

Chi aveva camminato con lui ricordava che copriva i chilometri mantenendo ritmi faticosissimi, senza tuttavia interrompere mai un energico flusso di conversazione. Sarebbe stato riconosciuto immediatamente come inglese, e come inglese della upper class, dovunque si fosse presentato.

Il suo Walking esordisce così: «Ho due medici, la mia gamba sinistra e la mia destra». Parrebbe Seneca, o san Girolamo, invece è qualcosa di diverso e lo testimonia il fatto che uno storico professionista ci scriva sopra un saggio.

Il camminare non è per lui solo un esercizio salutistico, è insieme un termometro e una terapia: «I miei pensieri si mettono in cammino con me come degli ammutinati […] ma quando li riconduco a casa scherzano tra loro come boy-scout», soprattutto un modo d’essere, quasi una necessità.

Bertrand Russell racconta di aver trovato la moglie di Trevelyan, il giorno delle nozze, in trepida e malinconica attesa, perché lo sposo «non se la sentiva di affrontare tutta una giornata senza sgranchirsi le gambe», ed era uscito a fare una passeggiata.

Rientrò a notte fatta, stravolto, dopo aver percorso quaranta miglia. È probabile che la passione dei sensi non fosse il principale ingrediente di quel matrimonio, ma rimane comunque significativo il fatto che a motivare la camminata fosse non un qualsivoglia scopo, quanto piuttosto una sorta di compulsione. «Dopo una passeggiata di una giornata tutto ha due volte il suo valore usuale». Chissà cosa ne pensava la sposa.

La stessa compulsione pare muovere per sessant’anni le gambe di Stephen Graham. La dolce arte di camminare, (1927), un suo piccolo trattato che si inserisce in una amplissima produzione di libri di viaggio, è un gioiellino. La guida perfetta per diventare un vagabondo. La filosofia di fondo è però più vicina a quella di Leslie Stephen che a quella di Trevelyan.

Graham propugna di «viaggiare con bagaglio leggero», lentamente, e facendolo solo per il gusto di farlo. Non è un integralista della camminata, anche se di suo è stato un camminatore formidabile. Per questo non si fissa sul viaggiare solitario: ritiene anzi che «non c’è forse nessun test di amicizia più veritiero che il vagabondare a lungo con qualcuno. Se volete conoscere un uomo, andare in vagabondaggio con lui». E soprattutto «scoprirete poco alla volta tutti i vostri egoismi, e la vostra capacità di superarli».

Questo ci spinge a tornare sul discorso della camminata in solitaria o in compagnia. Su questo tema come abbiamo visto la linea dura di Rousseau e Hazlitt riscuote il favore della stragrande maggioranza dei praticanti. Stevenson in Walking Tours la ribadisce a chiare lettere, adducendo le motivazioni essenziali:

In un giro a piedi si dovrebbe andare da soli, perché la libertà è essenziale: perché si dovrebbe essere in grado di fermarsi o di proseguire, e seguire questo e quel cammino come ci porta il capriccio: e anche perché occorre tenere il proprio passo.

Il nodo sembra essere alla fine ciò di cui si va in cerca quando ci si mette in cammino. Wordsworth, come abbiamo visto, andava in cerca degli altri, oltre che della natura. E la stessa motivazione la troviamo ad esempio espressa in Mark Twain quando scrive:

Il vero fascino della camminata a piedi non sta nei passi che fai, o nel paesaggio che vedi, ma nel mantenere il sangue ed il cervello attivi; il paesaggio e gli odori esercitano sull’uomo un fascino discreto e incosciente e danno conforto all’occhio, all’anima e ai sensi; ma il piacere supremo sta nel parlare.

Rousseau, Hazlitt e Stevenson sono in cerca soprattutto di se stessi. Graham riesce a conciliare le due cose. Partendo da una posizione diametralmente diversa da quella di Trevelyan, alla fine approda alle stesse conclusioni. La strada unisce più di quanto l’appartenenza di classe divida.

Sulla strada si rivelano le debolezze e i punti di forza del carattere. Ci sono quelli che si lamentano continuamente, facendo si che ogni miglio sembri lungo tre. E ci sono coloro che hanno riserve inesauribili di allegria, che cantano per i loro compagni nelle ore della stanchezza, e che in salotto non mostrerebbero mai queste qualità. La strada rivela la forza, l’intraprendenza, il coraggio, la pazienza e l’energia; o, per contro, la mancanza di tutte queste cose.

Se si volesse trasporre sullo schermo la biografia di Graham, sarebbero necessarie una decina di puntate. Graham è un pellegrino naturale della vita. Giovanissimo legge Dostoevskji e matura una vera e propria passione per la vecchia Russia ortodossa, che gli appare come un mondo di affascinante mistero. È alla ricerca di un senso superiore, di una ricchezza spirituale che l’Occidente ha perduto3.

Appena gli è possibile si trasferisce a Mosca, praticamente senza un soldo e senza bagagli ma armato di un apparecchio fotografico, e si immerge nella vita della parte più umile della popolazione russa. Subisce il fascino del clima arcaico e della sacralità che circonda le chiese dei Vecchi Credenti, e comincia a muoversi, sempre a piedi, alla scoperta di sempre nuove suggestioni.

Percorre le montagne del Caucaso, poi si spinge a nord negli Altai e sino a Arcangelo, quindi a sud fino al Mar Nero, e di lì via Costantinopoli sino alla Terra Santa, dove arriva in compagnia di un gruppo di pellegrini.

Racconta questi viaggi in libri come Vagabondo nel Caucaso, Russia Sconosciuta e Con i pellegrini russi a Gerusalemme, che lo fanno conoscere anche oltreoceano. Può quindi recarsi in America, dove percorre mille chilometri per arrivare a Chicago e ha lo stesso impatto negativo già registrato da Hamsun e da Gorkji.

Allo scoppio del primo conflitto mondiale torna in Russia come corrispondente di guerra e dopo la caduta dello Zar si arruola nelle guardie scozzesi, con le quali combatte in Francia. Nel 1919 torna negli Stati Uniti, conosce Vachel Lindsay e cammina con lui nelle Montagne Rocciose.

Nel 1921 altro viaggio a piedi che dall’Italia, via Jugoslavia, lo porta in Grecia, torna poi attraversando Bulgaria, Romania Cecoslovacchia e Polonia, e quindi Germania e Francia. A questo punto non ha quarant’anni e vivrà ancora per oltre mezzo secolo (è nato nel 1884 e muore nel 1975), senza fermarsi un attimo.

Camminare è dunque per Graham qualcosa di molto affine al pellegrinaggio: una ricerca di verità e di intuizioni che potrebbero ridisegnare la sua vita e la sua visione del mondo. È però anche molto diverso, perché questa ricerca non ha per meta un luogo di culto, anzi, non si propone alcuna meta ma piuttosto diventa un metodo. E lo scopo, quello della rigenerazione spirituale, può essere raggiunto attraverso la pratica stessa, se questa è libera da ogni condizionamento mentale.

Per questo Graham mescola Thoreau:

Se indossi gli abiti vecchi e ti metti per strada, fai senz’altro il gesto giusto

a Stevenson:

Sono incline a misurare il tempo impiegato, non le miglia. Se copri un centinaio di miglia in una settimana significa solo che hai vagabondato più a lungo rispetto a se fossi andato di fretta in tre giorni» e riecheggia anche Nietzsche «Solo se hai passato una notte sotto la pioggia, o hai perso la strada in montagna e mangiato tutto il cibo, puoi capire se hai un cuore forte e sei pronto a ogni evenienza.

Ma soprattutto intuisce già quale deriva sta prendendo la faccenda:

Guardati dall’andare a Gerusalemme, solo per poter tornare indietro e dire al mondo che ci sei stato. Rovineresti tutto ciò che trovi lungo il cammino.

La cosa un po’ paradossale è che lui al mondo lo ha detto.

9. Il nostro excursus sulla trasformazione di significato subita dal gesto di camminare potrebbe fermarsi proprio qui, sul paradosso di Graham. Graham appartiene ancora al novero dei camminatori “classici”, ma rappresenta anche il momento di transizione alla camminata post-moderna. Dopo di lui accade per la marcia esattamente quello che accade nell’alpinismo. La dimensione sportiva, agonistica, spettacolare e professionale prende il sopravvento su quella “ricreativa”.

Esistono tuttavia altri modi di camminare, che magari si collocano un po’ a margine rispetto alla nostra ricerca, ma mi paiono comunque degni di un cenno. Sono a margine per motivi diversi.

Il camminare può ad esempio essere strumento per una ricerca condotta eminentemente con lo sguardo rivolto verso l’esterno. Magari alla natura di per sé, e non ai riflessi che ha su di noi.

Un caso emblematico è quello di Richard Jefferies. Jefferies è un irrequieto sin da ragazzino. Trascorre l’infanzia in una fattoria del Wiltshire, lascia presto la scuola e a sedici anni scappa in Francia con un cugino con l’intenzione di raggiungere a piedi la Russia (ha letto evidentemente i racconti di John Dundas Cochrane, del quale parleremo). Il tentativo naturalmente fallisce, così come quello immediatamente successivo di imbarcarsi per l’America.

Deve rassegnarsi e comincia a peregrinare da solo per le campagne attorno a Swindon, allampanato, un po’ curvo, rapidissimo nella falcata. Questo, e il fatto che sia molto trasandato nell’abbigliamento, porti i capelli lunghi e abbia sempre con sé una pistola, gli guadagnano una comprensibile fama di folle. Ma in realtà Jefferies ha trovato attorno a casa quel che voleva cercare lontano.

Comincia a scrivere articoli sulla vita rurale, si trasferisce a Londra e batte sistematicamente le campagne dell’Inghilterra meridionale, producendo nel corso della sua breve vita (muore nel 1887, a soli trentanove anni) alcuni tra i libri di storia naturale più amati dai lettori inglesi – The Poacher Amateur (1879) e Round About a Great Estate (1880) – oltre a Bevis, un classico della letteratura per ragazzi.

Scrive anche, come Butler, un romanzo del genere post-apocalittico, Dopo Londra (1885), nel quale immagina che dopo una catastrofe la campagna inglese torni a essere dominio della natura selvaggia e i sopravvissuti retrocedano a una forma di vita medioevale. Il romanzo influenzerà molti autori successivi di distopie, tra i quali William Morris.

La passione naturalistica è raccontata da Jefferies in The Story of My Heart (1883), dove il camminare è sempre presente ma non è mai protagonista, lasciando invece spazio a ciò che scorre ai lati della strada o del sentiero.

Dello stesso tenore è il rapporto che intrattiene col camminare Edward Thomas. Thomas è un saggista, poeta e biografo – scrive non a caso le biografie di Jefferies e di George Borrow, mentore del supertramp William H. Davies e amico di Robert Frost, ma soprattutto è un camminatore infaticabile. È mosso da una forma di depressione, il che lo classificherebbe tra gli affetti da quel determinismo ambulatorio del quale parleremo tra breve, ma non vaga a caso.

Cammina lungo «strade antiche e indelebili consunte dagli zoccoli, dai piedi scalzi e dai bastoni strascicati di molte generazioni ormai scomparse». Cerca le vie antiche, strade romane o sentieri medioevali, che hanno lasciato tracce appena percettibili anche a un occhio esperto e che, una volta individuate, disegnano un reticolo non solo geografico ma anche storico. «Sempre e ovunque l’uomo ha camminato venando la terra di sentieri visibili e invisibili, lineari e tortuosi. There are walks in which we tread in the footsteps of others,In ogni passeggiata noi calpestiamo le orme di altri» dirà nel poemetto In Praise of Walking il suo connazionale Thomas Clark.

E Thomas rintraccia proprio queste venature e queste orme, ne ricostruisce il complesso intreccio e ce lo fa ripercorrere in libri come Beautiful Wales (1905), dedicato alla sua terra d’origine, e The Heart of England (1906).

A differenza di Jefferies non cerca ciò che sta a lato della via, ma tutto ciò che serve a caratterizzare topograficamente la via stessa, pietre miliari, resti di ponti, terrapieni, svolte, incroci, segnali: e immagina coloro che la via l’hanno percorsa nei tempi, le relazioni umane che da essa sono state favorite. Esattamente come per Jefferies la sua ricerca viene precocemente interrotta dalla morte: cade a trentanove anni, nel 1917, combattendo in terra francese.

Non è affatto indispensabile però essere stravaganti, o essere inglesi, per entrare nel novero dei camminatori classici. Contemporanei di Graham sono ad esempio sul continente diversi cantori del camminare, primo tra tutti Hermann Hesse, che portano sfumature nuove in questa pratica.

Hesse, ad esempio, deve molto ai suoi riferimenti culturali orientali: cammina come Stevenson, o come Leslie Stephen, ma non è altrettanto disincantato.

Robert Walser invece è decisamente lontano dallo stampo del camminatore inglese: la prende molto più bassa. Si potrebbe dire che sta ai marciatori anglosassoni come nell’alpinismo Kugy sta agli scalatori inglesi, a Mummery e a Mallory.

Ne La Passeggiata ci dà forse la più esemplare giustificazione di quella che ancora, ai suoi tempi come a quelli di Kierkegaard, era considerata una pratica oziosa. E lo fa senza tirare in ballo le endorfine. Così infatti risponde a un giudice che gli imputa l’oziosità e il vagabondaggio:

Ogni passeggiata è piena di incontri, di cose che meritano d’esser viste, sentite. Di figure, di poesie viventi, di oggetti attraenti, di bellezze naturali brulica letteralmente, per solito, ogni piacevole passeggiata, sia pur breve. La conoscenza della natura e del paese si schiude piena di deliziose lusinghe ai sensi e agli sguardi dell’attento passeggiatore, che beninteso deve andare in giro a occhi non già abbassati, ma al contrario ben aperti e limpidi, se desidera che sorga in lui il bel sentimento, l’idea alta e nobile del passeggiare. Senza le passeggiate e la relativa contemplazione della natura, senza questa raccolta di notizie, che allieta e istruisce insieme, che è ristoro e incessante monito, io mi sento come perduto, e realmente lo sono.

Come Walser, altri si sentono perduti se non possono sgranchire le gambe. Ma, a differenza di quanto a lui accade, per molti il problema non è costituito da ciò che si perde, quanto dalla compulsione incontrollata al movimento.

Alla fine dell’Ottocento viene individuata una singolare patologia, la “dromomania”, caratterizzata da una precisa sindrome che prende il nome di “determinismo ambulatorio”. In una tesi di medicina pubblicata nel 1887, Les aliénés voyageurs di Philippe Tissié, si analizza il caso di un operaio francese che in preda a questa compulsione maniacale era più volte “fuggito” compiendo percorsi che lo portavano da un continente all’altro, senza alcuna meta specifica, e che a ogni ritorno mostrava di avere solo confusissimi ricordi dei luoghi dove era transitato. Il suo non è per nulla un caso isolato: sembra anzi che il contagio si stia rapidamente diffondendo su entrambe le sponde dell’Atlantico.

L’attenzione per questa sindrome è notevole, tanto che lo stesso Freud vi farà ripetutamente cenno nella sua prima opera importante, L’interpretazione dei sogni. Poi va rapidamente scemando e la compulsione ambulatoria viene rubricata tra gli effetti collaterali della schizofrenia e di altre patologie.

In realtà avviene che, su un fenomeno da sempre esistente, si focalizza improvvisamente l’attenzione per la concorrenza di due fattori chiave: da un lato lo sviluppo delle scienze psicologiche, con la definizione di protocolli di “normalità” alla luce dei quali interpretare e classificare tutti i comportamenti, e segnatamente quelli che escono dai binari, per riuscire in qualche modo a gestirli; dall’altro l’effettivo aumento generalizzato del vagabondaggio, anche in quei paesi, come l’Inghilterra, dove erano state precocemente elaborate misure per contenerlo o estinguerlo.

Il fenomeno si diffonde in tutto il continente, in modo particolare nei paesi scandinavi, e alla categoria dei vagabondi e degli sradicati si comincia a dedicare a cavallo tra i due secoli, anche negli Stati Uniti e in Russia, una particolare attenzione sia sociologica che letteraria.

Non si tratta però, anche nelle forme estreme, di qualcosa di nuovo. Per restare sul continente, clamoroso è il caso del poeta tedesco Jakob Lenz, allievo di Kant a Königsberg, divenuto dopo l’incontro con Goethe, Herder e Lavater uno degli esponenti più rappresentativi dello Sturm und Drang.

Considerato un genio già a quindici anni, a venticinque comincia a manifestare i sintomi di una follia che lo spinge improvvisamente a vagabondare in stato di semincoscienza.

Questa patologia lo conduce a vivere un’esistenza perennemente nomade e irrequieta, tra i Vosgi e la taiga russa, inframmezzata da brevi momenti di quasi lucidità, nei quali elabora grandiosi progetti di riforme sociali. Viene trovato morto in mezzo a una strada a Mosca, nel 1792, non ancora quarantenne. Oggi è sconosciuto persino il luogo della sua sepoltura.

Anche Gérard de Nerval, l’esponente forse più rappresentativo del romanticismo gotico e scapigliato francese, negli ultimi quindici anni della sua esistenza è preda di una progressiva psicosi, che si manifesta in lunghi stati depressivi, manie di persecuzione, allucinazioni, ma che si traduce soprattutto nell’ossessione ambulatoria.

Fino a quando è in grado di mantenere su di essa un certo controllo scarica l’irrequietudine nei viaggi, per mezza Europa o nel Vicino Oriente: poi il calore della mente si fa insopportabile e brucia ogni curiosità e interesse.

A differenza di Nietzsche, Nerval non si muove alla ricerca di qualcosa, bensì in una fuga costante, dilaniato dagli spasmi di un’attrazione-repulsione per i contatti col prossimo: visite lampo alle case dei conoscenti e degli amici, giusto il tempo di fare il giro del tavolo, seguite da lunghe peregrinazioni diurne e notturne, sempre lungo gli stessi itinerari, e poi improvvisi rientri e altrettanto immediate risparizioni.

Vera anima del purgatorio, come quelle che popolano i suoi romanzi, non cammina in uno stato di esaltazione, ma in preda alla malinconia. Vaga per le campagne del Valois, nei dintorni di Parigi o lungo le strade della città stessa, si fa arrestare più volte e può liberarsi dell’ossessione solo dandosi alla fine una tragica morte.

10. Le demenze ambulatorie di Lenz e Nerval ci costringono a riconsiderare il rapporto tra i piedi e i pensieri. In teoria, e in base a quanto abbiamo visto sino a ora, il rapporto risulterebbe positivo quando la corrente viaggia col voltaggio giusto dai primi ai secondi: muovere le gambe aiuta a fare ordine nella mente.

È negativo invece quando viaggia fuori controllo nella direzione contraria, se cioè l’impulso parte da una mente surriscaldata e si scarica sui piedi. Ma naturalmente la cosa è più complessa: intanto, è sempre il cervello a fare la prima mossa, a chiedere il movimento liberatorio (solvitur), perché avverte uno stato di congestione, e nel momento in cui il rimedio funziona si crea un un effetto volano, una corrente di ritorno che alimenta l’impulso e ne chiede la reiterazione. Il guasto può verificarsi in questa fase, se la tensione della corrente indotta crea un sovraccarico nel cervello e disattiva gli stabilizzatori.

Per farla breve (e non dire altre stupidaggini), il confine tra il camminare come terapia e il deambulare ossessivo, prima come spia e poi come manifestazione più conclamata della malattia, è estremamente incerto. Esiste una larga striscia di confine, dalla quale vanno e vengono o nella quale stazionano quasi tutti i personaggi che ho citati.

Thomas de Quincey dice ad esempio di Wordsworth che ha percorse le incredibili distanze cui abbiamo accennato perché era

una modalità di sforzo che, in lui, aveva lo stesso effetto dell’alcol o di qualsiasi altro stimolante dello spirito; alla quale egli era obbligato per vivere una vita di felicità senza nuvole (e noi le siamo grati per ciò che vi è di eccellente nei suoi scritti).

In altre parole, era obbligato, dal suo corpo e dal suo spirito.

Thoreau ammetteva:

Non posso starmene nella mia camera per un solo giorno senza sentirmi subito arrugginire, e quando a volte mi riduco a poter fare una passeggiata in extremis solo alle quattro del pomeriggio, troppo tardi per riscattare la giornata, quando le ombre della notte già stanno cominciando a mescolarsi con la luce del giorno, sento come se avessi commesso qualche peccato che deve essere espiato.

Trevelyan lasciava la sua trepidante neosposina perché non poteva affrontare una giornata, fosse anche quella del matrimonio, senza sgranchirsi le gambe. Persino Dickens scrive: «Se non potessi camminare lontano e veloce, penso che dovrei semplicemente esplodere e perire».

Senza arrivare ai casi limite di Lenz e di Nerval, e per altro verso a quello di Nietzsche, i sintomi di una vera e propria dromomania sono ravvisabili un po’ in tutti. In alcuni, poi, si va ben oltre i sintomi: lo sconfinamento è continuo.

Arthur Rimbaud, «l’uomo dalle suole di vento», come Lenz a quindici anni era già considerato un genio, faceva man bassa a Charleroi di premi in composizione latina, e a sedici era in galera a Parigi per vagabondaggio.

I pugni nelle tasche rotte, me ne andavo

con il mio pastrano diventato ideale;

sotto il cielo andavo, o Musa, a te solidale.

A diciannove scriveva le sue ultime poesie e dava inizio a una peregrinazione che lo avrebbe portato in tre anni in Belgio, in Inghilterra, in Germania, in Svizzera e in Italia, quindi in Austria, in Baviera, e di lì in Olanda (dove si arruolò nelle truppe coloniali, giungendo sino a Batavia e disertando immediatamente dopo).

Tornato fortunosamente in Europa ricominciò dall’Irlanda per passare a Liverpool, a Londra, rientrare a Parigi e l’anno successivo impiegarsi in un circo ad Amburgo, e con questo andare a Copenhagen e a Stoccolma. Ancora un imbarco, questa volta per l’Egitto, sbarco a Civitavecchia, rientro a Parigi, e poi ancora verso sud, ad Alessandria d’Egitto, passando per Svizzera e Italia. Il resto sono le avventure africane.

Buona parte di questi tragitti Rimbaud li compì a piedi, ma lo spirito non era quello di un Wordsworth. Non trovava la pace e non incontrava la natura, camminando: piuttosto, godeva l’ebbrezza di una libertà assoluta, che doveva essere però costantemente rinnovata.

Sono il pedone della strada maestra attraverso i boschi nani

il rumore delle chiuse copre quello dei miei passi

vedo lungamente il malinconico bucato d’oro del tramonto.

Nel suo camminare non c’era appagamento, ma accanimento. Questo spiega forse l’atroce sorte che lo vide a trentasette anni, dopo quindici di estenuanti marce nel deserto, subire la sorte peggiore, l’amputazione di una gamba. La morte deve essere stata per lui una vera liberazione.

La biografia di Rimbaud presenta molte analogie con quella di Dino Campana, che la patologia deambulatoria la eredita addirittura dalla madre. Non potendo permettersi altri mezzi di trasporto, stanti le precarie condizioni economiche della famiglia, deve necessariamente spostarsi a piedi per raggiungere da Marradi le valli più vicine, o per viaggi più lunghi, fino a arrivare a Firenze.

Gira quindi per quelle che all’epoca sono ancora le zone più selvagge della Toscana, cercando ospitalità presso i radi cascinali o nelle case dei montanari e scrive e studia soprattutto in montagna. I successivi vagabondaggi per l’Europa o nell’America Latina sono solo la prosecuzione di questo peregrinare. Al di là degli aspetti maniacali, la dromopatia di Campana si esprime poeticamente nei termini più semplici:

La stradina è solitaria:
Non c’è un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti:
E la notte mi par bella.
E cammino poveretto
Nella notte fantasiosa,
Pur mi sento nella bocca
La saliva disgustosa. Via dal tanfo
Via dal tanfo e per le strade
E cammina e via cammina
Già le case son più rade.
Trovo l’erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane.

La sua sarà anche una sindrome di determinismo ambulatorio, ma c’è in questi versi qualcosa che ci appartiene comunque come specie, e come specie pensante e desiderante.

Nell’ennesimo L’arte di camminare, scritto nel 1918 da Christopher Morley, un americano rende omaggio al modello inglese, proponendo una sua biblioteca ideale sull’andare a piedi che comprende la gran parte dei testi che ho citato, e stilando una vera e propria Hall of Fame che annovera come camminatori storici, oltre all’immancabile Wordsworth, i vari Tennyson, FitzGerald, Matthew Arnold, Carlyle, Kingsley, George Borrow, Meredith, Richard Jefferies, fino a Leslie Stephen, oltre ai suoi contemporanei Hilaire Belloc ed Edward Thomas. Alla fine commenta: «A volte sembra come se la letteratura fosse un co-prodotto di gambe e testa». Per un certo periodo, tra la rivoluzione francese e il primo conflitto mondiale, almeno per le letterature dell’Europa settentrionale è stato effettivamente così.

Mentre quello di Hazlitt, comparso quasi esattamente un secolo prima, era un manifesto programmatico, il contributo di Morley ha il sapore di un bilancio di fine stagione: tira le somme di un fenomeno nato nell’ambito e dalle scelte anticonformiste di una élite intellettuale, ma che sta assumendo nella sua epoca connotazioni e motivazioni molto diverse da quelle originarie.

Intanto è significativo che Morley non prenda in considerazione tra i grandi camminatori proprio i più famosi suoi connazionali, Thoreau e Muir, e nemmeno citi i loro scritti teorici, mentre dà largo spazio, ad esempio, a Vachel Lindsay. Sembra che l’afflato quasi religioso che ha caratterizzato le marce degli americani vada per Morley, pensatore decisamente laico, a guastare la purezza del gesto e che egli già intravveda le possibili derive di una militanza ambulatoria sacrificata ad altri fini, quali si sono manifestate effettivamente dopo il secondo conflitto mondiale.

Si schiera poi con la linea dura di chi sostiene convenga camminare da soli, ma è anche più esplicito, affermando chiaramente quello che altri – lo stesso Hazlitt, Stevenson e Stephen, ad esempio – avevano sempre soltanto sottinteso: pensare di poter fare una sana camminata assieme a rappresentanti del gentil sesso è una bestialità.

Non ne fa una questione di differente potenziale fisico (che dà evidentemente per scontato), ma sottolinea piuttosto il fatto che le donne sono più legate alle convenzioni sociali e non consentono quella assoluta libertà che costituisce invece a un tempo il premio e il modo del camminare.

Rispetto a un’attività che aveva coinvolto sin dai primissimi esordi Dorothy Wordsworth, sembra un atteggiamento un po’ drastico, ma se si prescinde dal politicamente corretto e si tiene conto dell’ottica “difensiva” di Morley, che teme lo snaturamento e le contaminazioni prodotte da una pratica di massa, non è del tutto immotivato.

Anche se Morley non ne era forse pienamente consapevole, a posteriori il suo elogio del camminare suona come un epitaffio. Proprio la sottolineatura di certi aspetti come caratterizzanti ci dice che il periodo d’oro è finito, che le cose non stanno più come un tempo, mentre i silenzi suggeriscono che i germi della trasformazione erano già presenti, appunto in autori come Thoreau e Muir.

Ciò che era nato come gesto di indisciplina nei confronti dell’esterno e di conseguente armonizzazione del corpo al desiderio spirituale di libertà, si sta traducendo in una disciplina imposta al corpo stesso con finalità prima quasi ascetiche, poi propagandistiche, agonistiche e professionali.

Siamo partiti da una riflessione di Rousseau sul camminare di natura squisitamente qualitativa. Una volta trapiantata oltremanica, e più ancora oltreoceano, questa riflessione diventa immediatamente anche quantitativa: si traduce anche in tempi e distanze, in omaggio alla tradizione sportiva e pragmatica anglosassone.

Thoreau non poteva fare a meno di camminare «per almeno quattro ore», mentre De Quincey, parlando di Wordsworth, calcola che abbia percorso nella sua vita almeno centottantamila miglia, qualcosa come trecentomila chilometri, quasi otto volte il giro della terra: e intende quelle macinate per scelta, non per necessità o esigenze naturali. Muir tiene quotidianamente il conto delle miglia macinate. Questa attenzione ai numeri, alle quantità, di tempo o di spazio, non rimane però a lungo una prerogativa dei camminatori di lingua inglese. È il portato di una nuova mentalità, quella “moderna”, che da Seicento in poi comincia a permeare ogni aspetto della vita individuale e collettiva. Una mentalità fondata sulla “razionalizzazione” del mondo e dei rapporti con esso e tra chi lo abita. Nel corso del XIX secolo la dimensione quantitativa, a dispetto del bagaglio leggero rivendicato da Graham, si afferma, e in quello successivo finisce per prevalere.

11. La pratica del camminare per scelta esce nel Novecento dai circoli letterari e si diffonde in una versione non più genuinamente sportiva – nel senso di disinteressata, quale era ancora in Stevenson o in Trevelyan – ma, a seconda dei casi, “performativa” o “ideologica”.

Quest’ultima declinazione è riscontrabile già dalla seconda metà dell’Ottocento nella nascita e nelle intenzioni statutarie dei primi club alpinistici: esplode poi agli inizi del nuovo secolo nelle associazioni “naturistiche” giovanili, i Boy Scout in Inghilterra, il Wandervogel in Germania, la Naturfreunde in Austria, che del camminare a piedi fanno una pratica rituale e il prodromo a una coscienza nazionalistica dei propri legami col territorio. In America sono associazioni come il Sierra Club, fondato da John Muir, a promuovere lunghe escursioni nella natura selvaggia (le High Trip, camminate di gruppo di tre o quattro giorni).

Se per un verso questo può sembrare il periodo aureo del camminare, perché la scelta diventa davvero alternativa – è l’opzione per la lentezza in un mondo che si va sempre più velocizzando e fa della velocità il nuovo mito –, per un altro, quello che concerne la purezza del gesto, siamo invece in presenza di una evidente involuzione.

Dopo il secondo conflitto mondiale diventano impensabili imprese totalmente disinteressate come quella di Patrick Leigh Fermor (di cui si parlerà più ampiamente in una prossima pubblicazione), che viaggia a piedi da Londra a Costantinopoli sull’onda di una semplice suggestione letteraria, e non calcola una sola volta le distanze percorse, o una prassi come quella degli Inklings (un gruppo informale di scrittori oxfordiani e conservatori, che accoglieva tra gli altri John Ronald Tolkien, Clive Staples Lewis e Charles William) che negli anni Trenta da Oxford si recavano quasi ogni fine settimana a tenere conferenze nelle città vicine, affrontando trasferte sino a cinquanta e più chilometri a piedi, e concedendosi brevi pause a ogni pub incontrato per strada.

Non oso pensare a quel che poteva venire fuori in quelle conferenze, ma la cosa indubbia è che gli oratori vi arrivavano dopo aver avuto modo di stimolare al massimo i loro pensieri. Questa prassi è irripetibile, almeno nella sua versione genuina, perché nel frattempo il camminare è stato caricato di infinite altre valenze ed è tornato a essere strumento, mezzo anziché fine.

Come ha ben intuito Morley, la coazione alla performance arriva dall’America. È questione di spazi: lo era per la mistica della camminata ambientalista, lo è per la corsa ai record.

Nel 1884, a venticinque anni, Charles Fletcher Lummis viene assunto come giornalista dal Los Angeles Times. Abitando a Cincinnati, decide di arrivare al nuovo posto di lavoro dopo aver attraversato a piedi il continente, «sono americano e mi vergogno di conoscere così poco del mio paese»: percorre 2.200 miglia in 143 giorni e invia settimanalmente un reportage al suo nuovo giornale. Inutile dire che all’arrivo è già famoso. Raccoglierà poi i suoi scritti in A Tramp Across the Continent, pubblicato otto anni dopo.

Durante il viaggio scopre le bellezze del sudovest americano e se ne innamora, così come matura una profonda ammirazione per i nativi americani di quell’area, per la cui difesa e per preservare la cui cultura si batterà, prima come giornalista poi come editore, per tutta la vita. Lummis sembra sentire forte l’influenza della scrittura di Mark Twain, perché infarcisce il racconto di episodi comici, di bravate e anche di qualche esagerazione, per onorare l’impegno di dare in pasto ai suoi lettori qualcosa di divertente.

Ora, l’usanza di andare a piedi ad assumere un nuovo lavoro, per quanto lontano, era comune anche agli europei. Lo hanno fatto tra gli altri De Quincey e Borrow, lo fa anche il prussiano Johann Gottfried Seume. Ma quando in America il lavoro ti viene offerto dall’altra parte del continente, si parla di distanze enormi. Tutto è proiettato immediatamente una dimensione epica e questa dimensione si presta a essere tradotta in “spettacolo” per un vasto pubblico. I numeri cominciano a apparire già nei titoli dei resoconti: lo abbiamo visto a proposito di Muir. Nel secolo successivo saranno costantemente sottolineati, quali che siano la provenienza del camminante e lo spirito che lo anima.

Nel 1958 un inglese, Colin Fletcher, risale a piedi tutta la costa occidentale degli Stati Uniti e lo racconta in L’estate di un migliaio di miglia. Fletcher scrive tra l’altro anche un manuale “tecnico”, Il perfetto camminatore, che parafrasa nel titolo Izaac Walton. Incarna insomma appieno il nuovo profilo del camminatore: scelta mirata dei percorsi, programmazione minuziosa, valorizzazione delle distanze, attenzione per gli aspetti tecnici.

Un altro inglese, Peter Jenkins, a partire dal 1973 attraversa orizzontalmente gli Stati Uniti in un itinerario che diventa, ben oltre le aspettative del suo protagonista, di vita e di conoscenza: esperienza condensata poi in A Walk Across America. In questo caso non siamo di fronte a una concezione puramente atletica, alla caccia al record e alla performance, anzi la scelta di Jenkins è quella della camminata lenta che si concede lunghe pause ed è costantemente aperta all’ingresso di ogni aspetto più comune della vita (amicizie, innamoramenti, persino conversioni religiose). Il viaggio (di oltre tremila miglia) è sponsorizzato da National Geographic: da attività libera si è trasformato in una forma più o meno esplicita di lavoro.

Nell’ultimo quarto del novecento, le performances estreme si moltiplicano in ogni parte del globo: se Alan Booth percorre duemila miglia a piedi attraverso il Giappone (The Roads to Sata. A Two-Thousand-Mile Walk Through Japan) e Bernard Ollivier dodicimila chilometri per andare da Istanbul a Xiang sull’antica Via della Seta (La lunga marcia), George Meegan congiunge a piedi l’intero continente americano, dall’estremo Sud all’estremo Nord, percorrendo tra il 1977 e il 1983 quasi trentamila chilometri (il diario della traversata completa è condensato ne La grande camminata. Dalla Patagonia all’Alaska in sette anni).

Nei tre casi citati le imprese sono portate a termine senza il sostegno (almeno diretto) di sponsor, ma è evidente che il loro spirito viene forzato al conseguimento del risultato e che è quindi venuto meno il valore originario, quello dell’assoluta libertà, magari di staccare a metà o a un chilometro dalla meta.

Così Ollivier, nell’ultimo tratto che attraversa le immense pianure cinesi, confessa:

Camminare, accamparsi, mangiare, dormire, poi camminare ancora, questo è adesso il mio viaggio. Come occupare lo spirito in questo vuoto cosmico, in mezzo al nulla, in cui niente attira il mio interesse?

E Meegan stesso, che in sette anni vede due volte la moglie e i figli, arriva al termine della sua impresa completamente svuotato, nello spirito più ancora che nel corpo.

Ad altri è andata decisamente peggio. Nel 1970 i due fratelli Dave e John Kunst partono a piedi dal Minnesota in compagnia di Willie, un mulo da soma. Arrivano a New York e attraversano poi in aereo l’Atlantico, sbarcando a Lisbona. Sono intenzionati a diffondere in tutto il mondo il loro messaggio di pace (siamo in piena epoca hippie), percorrendo il globo da ovest ad est. Tutto funziona sino a che rimangono in Europa, va un po’ meno bene in Turchia e nell’Iran, precipita quando raggiungono le montagne dell’Hindu Kush. Qui John viene ucciso in un’imboscata, e il fratello è ferito. Ma non domo. Dopo essersi fatto curare in patria riparte per concludere il cammino, portandosi stavolta appresso un terzo fratello, Pete. Con varie interruzioni la faccenda va avanti per oltre tre anni, prosegue nel Pakistan, in India e nella penisola indocinese, arriva all’Australia (dove un innamoramento di Dave rischia di mandare a monte ciò che nemmeno la morte del fratello aveva interrotto), e si chiude finalmente con la traversata dell’altro pezzo dell’America, dalla costa del Pacifico al Minnesota.

Anche la lettura di L’uomo che fece il giro del mondo a piedi, nel quale Dave racconta tutta l’avventura, partendo proprio dal momento più drammatico, lascia l’impressione di un’impresa decisamente forzata, che ha perso per strada lo spirito originario e viene portata a termine solo perché ad un certo punto subentrano la visibilità mediatica e l’obbligo del record. Già in partenza, del resto, le motivazioni missionarie dei fratelli Kunst lasciano alquanto perplessi: i due danno piuttosto l’impressione di buontemponi che cercano l’avventura della vita, con conoscenze molto rudimentali della geografia e delle culture che andranno ad incontrare. Impressione che viene confermata nel corso della vicenda, quando alla fratellanza che volevano predicare subentra, soprattutto durante il percorso indiano, quasi il rifiuto, con la conseguente voglia di macinare le tappe e andarsene il prima possibile. Indimenticabile, e oggetto da sempre dei miei sogni, resta il mulo.

Ci sono anche, a dispetto di Morley o a conferma delle sue perplessità, a seconda dei punti di vista, le emule di Dorothy Wordsworth. Robyn Davidson affronta nel 1977 con quattro cammelli millesettecento chilometri di traversata del deserto australiano (Orme), naturalmente seguita da un fotografo e raccontata in diretta dal National Geographic; la nostra Carla Perrotti si fa a piedi i più grandi deserti del pianeta (Deserti) e Fyona Campbell in undici anni, dopo aver iniziato a diciotto e aver superato a fatica dei lunghi periodi di demotivazione, fa in pratica il giro del mondo (The Whole Story. A Walk Around the Word). Hanno alle spalle grandi aziende produttrici di abbigliamento sportivo o di alimentari, e sui berrettini e sulle magliette i loro loghi.

Qualche volta la sponsorizzazione è meno conclamata, ma molto più ambigua. Marina Abramovic e Ulay, due artisti-performers che facevano coppia da anni nella vita e nel lavoro, si sono prodotti in una performance ambulatoria partendo dai due estremi della Grande Muraglia Cinese per incontrarsi a metà strada. Quella camminata sarà anche in qualche modo classificabile come un gesto artistico, ma non ha portato una gran fortuna al loro sodalizio. Forse il movimento ha smosso i pensieri e portata nelle menti un po’ di luce: sta di fatto che al momento del rendez-vous avevano già deciso entrambi di separarsi, dopo aver comunque ottenuto quel rumore e quella visibilità che erano l’unico scopo del gesto.

Insomma, quello che era uno svago è diventato un lavoro, quali che siano le etichette, artistica, sportiva, ideologica che vogliamo appiccicargli: e a questo punto non è nemmeno così certo che il rapporto tra piedi e pensieri rimanga lo stesso. Bernard Ollivier scrive che

quando si raggiunge la media di trenta chilometri al giorno, l’allenamento fisico neutralizza la percezione del corpo. In quasi tutte le religioni, la tradizione del pellegrinaggio ha come obiettivo essenziale, attraverso il lavoro dell’essere fisico, l’elevazione dell’anima: i piedi sul suolo, ma la testa vicino a Dio. Da qui l’aspetto intellettuale del camminare che i beoti non sospettano.

Ciò che lui ancora non sospetta, perché queste cose le scrive all’inizio del viaggio, è che dopo cento giorni e tremila chilometri, se non c’è un Dio al quale guardare ma solo una determinazione che tende progressivamente a vacillare, la testa diventa pesante e viaggia all’altezza dei piedi. Ad accomunare i diari delle lunghe marce contemporanee è uno schema pressoché fisso: entusiasmo della partenza, progressiva assuefazione alla fatica, scoperta di ciò che davvero è essenziale nella vita, caduta delle motivazioni con conseguente crisi fisica, o viceversa, passaggio dall’osservazione esteriore all’introspezione, colpo di reni e di volontà finale. Per questo è difficile leggerne uno sino in fondo: la trama è scontata. A meno che l’autore sia capace di condire il tutto con una forte dose di autoironia.

È quanto fa ad esempio Bill Bryson, che racconta in Una passeggiata nei boschi il tentativo intrapreso da due autentici sprovveduti (uno naturalmente è lui) di percorrere l’Appalachian Trail. Il Trail è un sentiero di tremilaquattrocento chilometri che si snoda attraverso quattordici stati americani, dalla Georgia al Maine, ed è nei sogni di tutti gli amanti della natura e dell’avventura. Bryson naturalmente non lo percorre tutto, bontà sua, ma il racconto è esilarante, in pieno stile Jerome K. Jerome: già il chiamare “passeggiata” il sentiero degli Appalachi, con un involontario richiamo alla Passeggiata verso Siracusa di J. G. Seume, ce lo rende simpatico.

In Una passeggiata nei boschi non ci sono dichiarati intenti parodistici, ma ne esce comunque un quadro spassoso e disincantato degli sconquassi psicologici prodotti dalle mode culturali e dal culto ossessivo della prestazione: è uno sguardo che, pur senza averne le implicazioni drammatiche, potrebbe essere applicato all’odierna corsa di massa all’Everest.

Bryson, credo del tutto inconsapevolmente, fa nei confronti del trekking un’operazione paragonabile a quella a suo tempo condotta da Alphonse Daudet nei confronti dell’alpinismo, col suo Tartarino sulle Alpi. Smitizza una pratica nel momento stesso in cui questa, giocando sulla falsa suggestione di un’appartenenza quasi iniziatica, si sta diffondendo a livello di massa, e sta quindi elaborando norme e rituali sponsorizzati da un pantheon di supereroi.

Non è detto, però, che sia rimasto proprio nulla del vecchio spirito anglosassone. Qualcosa che sta a metà tra Stevenson e Muir, ma aggiornato alle più recenti seduzioni della wilderness, complici libri come Into the wild, e non indenne dal richiamo della performance estrema, lo ritroviamo ne La strada alla fine del mondo.

Erin Mc Kittrik, una biologa, e suo marito Hig, geologo, intraprendono, partendo da Seattle, una ricognizione delle coste nord-occidentali del Canada e dell’Alaska. La motivazione ufficiale è una ricerca ambientalistica, mirata a documentare tanto lo sfruttamento minerario e boschivo della zona costiera quanto l’esistenza di aree incontaminate che ancora possono essere preservate: in realtà il viaggio, che dura un intero anno e copre oltre seimila kilometri (la metà dei quali percorsi a piedi) si trasforma ben presto in una vera avventura, ma soprattutto nella scoperta di una dimensione esistenziale nuova. Tanto che i due decidono alla fine di rimanere a vivere in Alaska e lei, Erin si fa carico di raccontare l’eccezionale esperienza.

Gli ingredienti d’obbligo nella letteratura di viaggio contemporanea, quelli che caratterizzano il best seller, nel libro ci sono tutti: scenari mozzafiato, tra montagne, ghiacciai e scogliere sull’oceano, natura selvaggia, con foreste incontaminate, fiumi in piena e laghi ghiacciati, e persino un pizzico di lotta per la sopravvivenza, contro la fame, il freddo, gli orsi. E a quanto pare hanno funzionato, visto il successo. Ma c’è anche qualcosa di più: ci sono una naturalezza genuina, una semplicità ingenua e diretta del linguaggio che ricordano le sobrie notazioni di Doroty Wordsworth. Col trascorrere dei giorni e con l’alternarsi delle stagioni il tempo sembra perdere per i due giovani consistenza e significato, la meta risulta sempre più vaga e irrilevante, così come le distanze, mentre protagonisti diventano lo sguardo, le gambe e lo zaino. Tutto il resto è contorno.

Per finire, uno sguardo all’Italia. La moda del camminare è arrivata naturalmente anche da noi. D’importazione, al solito, e con un po’ di ritardo, perché prima c’era da soddisfare una vecchia fame di motorizzazione, su due o su quattro ruote, ma ci stiamo rapidamente allineando.

Lo facciamo senza un gran senso della misura, perché non abbiamo una tradizione di camminanti eccellenti cui fare riferimento e tutto è accaduto molto in fretta: tra mio nonno, che tolta la parentesi della Grande Guerra non è mai salito su un mezzo a motore, e io che cammino per passione, sono intercorse solo due generazioni e quella di mezzo aveva pensato di emanciparsi proprio attraverso il rifiuto di camminare.

Oggi gli italiani camminano di nuovo molto, nel loro paese e fuori, almeno a giudicare da quanto ne scrivono. È diventato difficile trovare qualcuno che non abbia percorso la via di Compostela (magari solo le ultime tappe), o non abbia partecipato a qualche camminata dimostrativa, di sensibilizzazione o di dissuasione e, soprattutto, che non lo abbia poi raccontato, in diretta o in differita, su qualche blog. Ci sono anche altri indizi di questa dilagante dromomania: nel settore dell’abbigliamento, ad esempio, l’unico segmento non in crisi è quello dell’equipaggiamento da marcia: magliette trasudanti, scarpe da escursionismo leggero e pesante, felpe e giacche antivento, zaini con telaio in fibra e serbatoio incorporato per le bevande, ultimamente bastoncini per il nordic walking.

È una buona notizia? Certamente. Chi cammina in genere non procura danni agli altri e se non è particolarmente scriteriato, nemmeno alla natura. Quindi c’è da augurarsi che questa moda non trascorra velocemente come le altre che periodicamente ci investono: i pattini, la zumba o l’hula hop. Se tutti gli italiani camminassero ci sarebbe un po’ di congestione sui sentieri, ma molta meno rabbia sulle strade. Sul fatto poi che tutto questo movimento abbia sempre un positivo impatto sul cervello, beh, qui ho invece qualche dubbio.

A differenza di Nietzsche non credo che si pensi perché si cammina, ma piuttosto che si cammina perché si pensa. Il camminare, per come lo intendo io, parte dalla testa, e non dai piedi. Con i piedi ci si muove, ci si sposta, ma se la testa è impegnata a controllare su un display la frequenza cardiaca, o la velocità, o la distanza percorsa e quella da percorrere; o se a portarci da un luogo all’altro non è il piacere di farlo, ma un dovere, un impegno, narcisistico o altruistico che sia: ebbene, tutto questo, signori, direbbero Hazlitt e Stevenson, nulla ha a che vedere col camminare.

Abbiamo visto come tra le esperienze corporee alle quali andiamo progressivamente rinunciando, o che ci vengono negate, o che scambiamo con dei surrogati (sesso virtuale, ecc.), quella sino a ieri più radicalmente sminuita fosse proprio il camminare: e come il venir meno della necessità e della continuità l’abbia almeno parzialmente trasformata in una scelta, operata in contraddizione con la tendenza del tempo.

Nel contesto della realtà contemporanea, il camminare dovrebbe quindi esprimere una forma di resistenza, essere un modo per ridare dignità a un corpo per il resto sempre più inutile o addirittura ingombrante, e questo a dispetto dell’attenzione quasi maniacale che sembra essergli oggi prestata che si esprime in palestre, chirurgia estetica, regimi dietetici, ecc.. In realtà queste attenzioni sono tutte dedicate a negare il corpo quale è e a uniformarlo a standard dettati dal dominio del consumo o da una considerazione tutta sociale e performativa. In un mondo dominato dalla fretta, perdere tempo a camminare costituisce un atto anacronistico. O meglio, dovrebbe.

Nella gran parte dei casi questo anacronismo ribelle è solo apparente. È stato anch’esso fagocitato e addomesticato alle stesse esigenze alle quali sembrerebbe opporsi: la performance, il record, l’omologazione a un trend, ecc.. Questo spiega la promozione e il successo dei vari “cammini”, con le motivazioni più diverse, religiose, sportive, culturali, nostalgiche, politiche, e il fiorire di pacchetti di camminata precostituiti, dietro i quali c’è un enorme business di ristorazione, strutture ricettive, abbigliamento, circuiti turistici e ammennicoli vari, non ultimo il particolare successo della letteratura specifica del camminare e il moltiplicarsi dei siti internet dedicati.

Siamo alle solite. In Qualcuno volò sul nido del cuculo, il capo indiano racconta che la sua tribù, disgraziatamente stanziata su un terreno petrolifero, era stata costretta dalle compagnie di trivellazione a continui spostamenti, e che a un certo punto non riusciva nemmeno più a spostarsi perché ogni possibile spostamento era già stato anticipato e qualcuno aveva già occupato quel nido.

Forse dovremmo rassegnarci: qualunque iniziativa possa venirti in mente oggi è già stata pensata da qualcun altro a tavolino, testata, attrezzata, brevettata, e ti viene restituita nella versione tutto compreso. O forse, invece, riappropriarcene. È più semplice di quanto crediamo. Basta non inseguire record di lunghezza, di durata, di tempi di percorrenza, di ripetizioni e nemmeno dover testimoniare per qualcuno o dimostrare qualcosa a se stessi. Per questo domattina salirò, forse per la millesima volta, il Tobbio.

1 Esiste nella cultura inglese una consuetudine agli spostamenti diversa da quella continentale, legata non solo alla condizione insulare del paese, ma anche alla libertà di movimento di cui, almeno sino all’avvento delle recinzioni, godono gli abitanti, che sono nella stragrande maggioranza uomini liberi (cfr. Due lezioni sulla storia inglese, Viandanti delle Nebbie, 2003).

2 Del più significativo camminatore europeo dei primi dell’Ottocento, il prussiano Johann Gottfried Seume, che percorse nel 1802, in nove mesi, oltre cinquemila chilometri per andare da Lipsia a Siracusa e tornare via Parigi, si parla in “L’Italia a piedi”.

3 Non è il solo. Verso la fine dell’Ottocento esplode, soprattutto in Inghilterra, un vero e proprio revival spiritualistico, che si esprime nelle direzioni più diverse, dalla teosofia allo spiritismo, alla scoperta della religiosità orientale.

 

Altre passeggiate

Appendice 1

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2015

Non ho notizia di altri che abbiano percorso a piedi l’intera penisola prima di Johann Gottfried Seume, né italiani né stranieri. Qualcuno l’avrà senz’altro fatto, ma con uno spirito diverso da quello che in queste pagine stiamo cercando di cogliere (penso a soldati, pellegrini, mercanti, ecc.), e proprio per questo non ne ha scritto.

A partire dalla fine del XVIII secolo sono invece diversi i viaggiatori che raccontano le loro camminate sul suolo italiano. Di Déodat de Dolomieu, che esplorò pietra per pietra l’intero arco alpino pochi anni prima del viaggio di Seume (e lo raccontò nei Viaggi sulle Alpi) si parlerà altrove. Ma il suo era un camminare da scienziato, e come lui uno stuolo di altri geologi o naturalisti o alpinisti nella prima metà del secolo successivo passò al setaccio buona parte del nostro territorio, vulcani e isole comprese, muovendosi esclusivamente a piedi. Non è di loro che intendo occuparmi in questa sede. Ho invece scelto di fare almeno un cenno ad alcuni viaggiatori non molto conosciuti, o poco ricordati, che ritennero come Seume di poter meglio conoscere il nostro paese coprendosi della polvere delle sue strade.

Per trovare un camminatore che si muova con spirito analogo a quello di Seume occorre comunque attendere almeno trent’anni. Nel 1833 il medico inglese George Hume Weatherhead, autore di studi fondamentali sulle febbri puerperali e sulle malattie infantili, percorre quasi per intero la via Francigena, attraversando la Francia e giungendo sino a Roma. Lo racconta l’anno successivo in A Pedestrian Tour Through France and Italy.

Weatherhead è indubbiamente influenzato dalle esperienze di William Wordsworth e della sua cerchia, e anche dal saggio di William Hazlitt sul viaggiare a piedi: ma non è affatto un wanderer nell’accezione romantica. È prima di tutto un uomo di scienza, accurato nella preparazione e nell’organizzazione del viaggio, e guarda alle cose con l’occhio clinico dello studioso, si tratti della realtà sociale o di quella naturale.

I suoi referenti non sono Goethe o Winckelmann e neppure Teocrito, semmai gli scienziati e i naturalisti dell’antichità. Scrive della Liguria:

In primavera, e a volte anche in estate, un vento freddo soffia dall’Appennino e refrigera improvvisamente l’aria. Questa era già un’osservazione di Plinio. – e più oltre – È mia convinzione, che molti pazienti, che potrebbero avviarsi con calma alla tomba altrove, corrano al galoppo verso il loro obiettivo recandosi in pellegrinaggio a Roma: il loro languore, infatti, aumenta sotto l’influsso deprimente di un’atmosfera così rilassante e così umida; la loro respirazione notturna diventa più frequente e affannosa, la loro espettorazione più faticosamente copiosa […].

Oppure, di fronte al mare di Nizza:

Eppure, questa è una residenza consigliata a quelli nei cui polmoni vuoti già risuona l’eco della morte! Se non fosse per queste improvvise variazioni di temperatura, Nizza sarebbe un rifugio desiderabile per gli ammalati: la situazione sulla riva del mare è deliziosa; la sua passeggiata unica; la brezza che soffia dal mare tempera il caldo eccessivo dei mesi più caldi […].

Coglie naturalmente anche quegli aspetti che tanto disturbavano tutti i visitatori, e non solo quelli inglesi, un refrain che si ripete da Montaigne in avanti:

Gli abitanti di una città avrebbero promesso a un Santo che se avesse allontanata la peste avrebbero espulso tutti gli ebrei. Questo è accaduto, per esempio, a Pavia nel 1527. In alcuni distretti perirono nove persone su dieci. Ma chi è schiavo della superstizione in molti casi non impara nulla. Gli ebrei furono comunque espulsi. D’altra parte, il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro è ancora oggi oggetto di credenza a Napoli.

Malgrado abbia potuto educare il proprio gusto sugli acquerelli di William Turner (che era stato in Italia due volte, un decennio prima, riportandone un eccezionale diario iconografico), Weatherhead non sembra particolarmente sensibile alle suggestioni del paesaggio.

Si confronti ad esempio la descrizione delle cascate del Velino fatta da Seume: «Mi misi seduto di contro, su una roccia, e per alcuni minuti dimenticai tutto quello che il mondo può avere di più bello e di più grande: difficilmente la mano dell’uomo avrebbe potuto creare qualcosa di più imponente, di più affascinante di quella cascata», con quella di Weatherhead (sembra stralciata da una delle tante guide turistiche che avevano cominciato a proliferare fin dagli inizi del Settecento, inaugurando un nuovo genere letterario):

Il miglior punto per godere la visita della cascata in tutta la sua sublimità è una grotta fatta di rami intrecciati, posta in basso di fronte alla massa d’acqua. Ma il visitatore non può provare piena soddisfazione osservando la caduta solo da una posizione, per quanto bella essa appaia. Rischiando di bagnarsi si faccia accompagnare da una guida fin sul balcone naturale da dove può osservare le caverne rocciose adornate di stalattiti, sedimenti inconsueti che si protendono fuori dai blocchi di tufo di cui le rocce sono formate; si fermi in una grande grotta in alto, il suo tetto è sostenuto da colossali colonne formate da stalattiti e guardi il Velino che si tuffa dal precipizio.

Pochi anni dopo è il turno di un altro inglese, Arthur John Strutt, archeologo, pittore e scrittore, che dopo essersi trasferito giovanissimo col padre, anche lui artista, a Roma, ha dato inizio a uno studio sistematico del paesaggio e delle tradizioni popolari dell’Italia Meridionale. Per documentarsi e trovare scenari sempre nuovi e diversi Strutt intraprende nel 1841 un viaggio a piedi verso il sud dell’Italia in compagnia di un amico, partendo da Roma alla fine di aprile e giungendo a Palermo a metà dicembre, dopo aver attraversato la Campania e la Calabria.

Le sue osservazioni e i suoi numerosissimi schizzi sono raccolti in un libro, A Pedestrian Tour in Calabria & Sicily (Un viaggio a piedi in Calabria e in Sicilia) che incontrerà in Inghilterra un notevole successo e che ancor oggi è considerato un’interessante fonte documentaria sui costumi del popolino e della nobiltà borbonica nel Regno delle Due Sicilie.

In questo caso lospirito è davvero nuovo, perché i due compari poco alla volta entrano nell’ordine d’idee di un allegro anche se faticoso vagabondare, nel quale gli scopi del viaggio finiscono in secondo piano, per lasciar posto al piacere di vivere giorno per giorno situazioni ed emozioni nuove:

Eccoci finalmente qui. Un proverbio italiano dice: – Vedi Napoli e poi muori!, ma io dico: – Vedi Napoli e vivi – perché c’è molto qui degno di essere vissuto.

Infatti si deve a Strutt e alle sue descrizioni buona parte dell’interesse che i britannici maturano verso la metà del secolo per l’Italia meridionale, ma anche dell’immagine da cartolina che ne ricavano. Raccontando la campagna sotto Roma scrive:

I pastori hanno un aspetto non meno ispido delle loro bestie: portano indumenti fatti di pelli di pecore o di capre con all’esterno la lana o il pelo. Raramente essi sono occupati in qualche lavoro […] Essi avevano un’idea favolosa delle pecore inglesi: le immaginavano grandi almeno quanto un asino! Così avevano sentito dire.

Ma le immagini di pastori che ci ha lasciato, e che corredano il libro, pur essendo realistiche evocano un clima arcadico piuttosto che una realtà di miseria e di ignoranza.

I due amici sono anche tra i primi a osare l’ingresso in quel mondo misterioso e pauroso che all’epoca era ancora la Calabria:

È qui la frontiera della Calabria e quindi l’ultima località della provincia della Basilicata. La padrona di casa ci avverte che domani non saremo più in grado di comprendere la lingua del luogo, tanto è difficile il dialetto calabrese. “Non parlano italiano come noi” – ci dice con sufficienza – pur non essendo, certamente, il suo italiano il più puro toscano. È bene, dopo tutto, aspettarsi il peggio, ed ella ci ha preparato per ogni evento, dicendoci che troveremo “brutta lingua e brutta gente”.

Strutt non si limita però a cogliere il lato folklorico o pittoresco: lascia intendere di aver ben compreso come funzionino le cose sul piano sociale e cerca di spiegarlo anche al lettore.

Temendo che non comprendiate la parola “Galantuomo” debbo informarvi che qui è usata per designare una certa classe di uomini che non sono assolutamente obbligati a lavorare per vivere. Disponendo, forse, di un carlino al giorno di rendita, essi sono in grado di vivere in ozio, per farla da padrone nel villaggio ed essere, come sono, “Galantuomini”.

Un altro pittore inglese, Edward Lear, più celebre in realtà come scrittore di limericks (una forma poetica mista di versi e disegni, che ha origine nella tradizione orale delle filastrocche ed è codificata in una struttura formale ben precisa, abbastanza simile a quella dei tanka giapponesi: cinque versi, tre di tre piedi e due di due), ha cominciato a frequentare l’Italia già dal 1837, per motivi di salute. A partire dal 1842 intraprende però una campagna di ricognizione a piedi delle regioni italiane meno conosciute, dettata da una vero e proprio innamoramento per il nostro territorio. Percorre inizialmente, per quattro estati consecutive, tutto l’agro laziale, la Ciociaria, l’Abruzzo e il Molise, riempiendosi gli occhi con i selvaggi paesaggi appenninici e il cuore con l’ospitalità degli abitanti e la persistenza delle tradizioni più antiche. Poi, nel 1847 e nel 1848, si dedica alla Calabria e alla Basilicata, calcando le orme di Strutt (del quale ha letto il Pedestrian Tour). Nel primo anno i disordini scoppiati a Reggio Calabria non gli consentono di portare a termine il suo progetto di esplorazione, che non viene abbandonato, ma semplicemente spostato in Sicilia. Tornerà l’anno successivo per percorrere gli impervi sentieri dell’area melfitana e dell’Irpinia.

Quello che vede (ma anche ciò che ascolta) è più che sufficiente a rinnovare il suo entusiasmo. Come il connazionale che lo ha preceduto, documenta iconograficamente il viaggio con numerosissimi schizzi, che diverranno in buona parte quadri dopo il rientro a Londra. Nel frattempo ha pubblicato (1846) l’opera che gli darà la fama, Il libro dei nonsense, una raccolta di limericks che anticipa i giochi di parole di Lewis Carrol e diventa da subito un classico per l’infanzia.

Terminata la campagna d’Italia, Lear continuerà ad essere animato dalla passione per il viaggio: visiterà ancora la Grecia, la Corsica, l’Albania, lasciandone dei succosissimi e illustratissimi resoconti.

Che viaggiatore (e che narratore) è Lear? È un camminatore decisamente tranquillo: del resto lo scopo delle sue peregrinazioni è quello di trovare degli scorci panoramici da dipingere, e la natura aspra dei luoghi che percorre non glieli fa certo mancare. A volte dà persino l’impressione di essere sopraffatto da tanta bellezza.

A notte la luna era piena; la grande vallata era silenziosa, a parte il cricchettio di miriadi di cavallette; una regione solitaria ma maestosamente bella.

Le frasi più ricorrenti nella sua narrazione sono “ci siamo fermati a disegnare una maestosa veduta”, e “davvero magnifica era la vista guardando da …”. Con questa disposizione non si cura molto delle distanze o di medie di percorrenza da rispettare. Ciò che gli preme è trovare alla fine della giornata di cammino un luogo confortevole dove riposare: e non ha difficoltà, munito com’è di innumerevoli lettere di raccomandazione per i notabili locali, che lo accolgono con entusiasmo, a volte anche troppo, nelle loro dimore.

La più grande penitenza di questa vita errante è lo stato di esaurimento e stanchezza in cui uno arriva la sera al suo rifugio; e siccome ci si sente obbligati a dimostrare cortesia per un certo tempo con chi ci intrattiene, la lotta tra il senso di dovere e un’opprimente inclinazione al sonno è molto penosa.

Le rare volte in cui ciò non accade, e deve adattarsi alla sistemazione in locande peggio che fatiscenti, racconta il disagio con albionica ironia.

La misera baracca dove eravamo alloggiati era per più della metà ingombrata dal letto di un uomo ammalato, con barili, con otri pieni di vino […]; in più c’era un buio infernale; e così, nell’oscurità, palpando mi sono seduto su un grande maiale vivo, che è sdrucciolato via, con mio disgusto, sotto di me, dando un portentoso grugnito, e portando l’agitazione ad un’orda di galline appollaiate in ogni posto, sopra e sotto.

In Calabria viaggia in compagnia di un amico, Proby, anche lui pittore, di una simpaticissima guida, che definisce “Turchi” tutti gli abitanti della costiera ionica, e di un asino. Incontra persone squisite, come i componenti della famiglia Scaglione, e personaggi grotteschi, come l’incontenibile conte Garrolo e la sua consorte, abati convinti che l’Inghilterra sia grande un terzo di Roma e divisa in due da un mare (sotto il quale corre però un tunnel) e baroni paranoici che temono spie ovunque: ma non avvalora alcuno degli stereotipi che facevano considerare ai suoi contemporanei la Calabria come una terra di nessuno. Non si imbatte in briganti, né subisce furti. Il pericolo maggiore è costituito semmai dalle cimici che infestano a migliaia i giacigli nelle locande:

Il numero di parassiti era così grande ed opprimente nelle camere da letto, che siamo rimasti svegli tutta la notte in attesa dell’alba, alla meno peggio, sui gradini dell’orribile spelonca.

La sua vocazione estetica non gli impedisce di cogliere, sia pure in brevi annotazioni, la situazione economica e sociale dei luoghi che attraversa, e non può fare a meno, per quanto cerchi di ignorarla, di avvertire i fermenti di quella politica. Tutto sommato ne ricava l’impressione di un equilibrio poverissimo, fondato su un immobilismo secolare e sulla distanza dalla “civiltà” che sta facendo capolino anche a Napoli: un equilibrio che appare in procinto di rompersi, con conseguenze probabilmente disastrose.

Lascio le sponde dalla Calabria con un sentimento takle di tristezza che non posso descrivere. Non è piacevole pensare l’incertezza del destino di tante gentili e gradevoli famiglie.

Ciò che lo colpisce maggiormente, e che avverte a rischio, è l’incredibile senso dell’ospitalità, che porta tutti, dai nobili ai contadini più poveri, a sentirsi in obbligo di condividere con i viaggiatori anche il loro nulla. Lo contraccambia con una simpatia schietta nei confronti della popolazione calabrese, espressa a volte, come accadeva per Seume, con una maliziosa galanteria:

Per quanto non fossimo molto attratti dalla bellezza delle donne calabresi dell’alta società, molte giovani contadine erano invece davvero belle.

E, a dispetto del suo spirito nomade e curioso, comprende perfettamente ciò che intende dire il buon vecchio Don Giovanni Rosa, che in vita sua non è mai andato oltre il paese vicino:

Perché dovrei andare? Se, quando morirò, come dovrò ben presto, troverò il Paradiso come Canolo, sarò molto felice. Per me “Canolo mio” è sempre stato come un Paradiso; mi sembra sempre un Paradiso, non mi manca nulla.

Nel 1844 è invece un giovanissimo poeta e giornalista americano (ha solo diciannove anni), Bayard Taylor, a essere inviato al di qua dell’oceano dal New York Tribune, per una serie di reportage da vari paesi europei (Inghilterra, Francia, Germania, Italia). Taylor assolve al suo compito muovendosi quasi sempre a piedi per due anni, durante i quali vive con sei centesimi di dollaro al giorno (e non manca di farlo presente ai lettori dei suoi articoli, e implicitamente all’editore).

Al ritorno in patria gli articoli sono raccolti nei due volumi di Views A-foot: or, Europe seen with Knapsack and Staff (Visto a piedi, o l’Europa vista con zaino e bastone, 1846), che lo rendono popolare presso un vasto pubblico. Da questo momento Taylor non si ferma più. Entra a lavorare stabilmente per il Tribune, che lo invia in California a seguire la febbre dell’oro, e approfitta dell’occasione per una puntata in Messico. Altro libro, altro successo. Il tour successivo si svolge nuovamente nel vecchio mondo, in Egitto e in Palestina. Poi è la volta dell’Estremo Oriente, India, Cina e Giappone, quindi ancora l’Europa, quella baltica e scandinava.

Nel frattempo conosce e fa pubblicare Henry David Thoreau e si afferma anche come poeta. Taylor naturalmente non viaggia più soltanto a piedi, ma appena gli è possibile rispolvera gli scarponi: ad esempio, per tenere una conferenza a San Francisco, nel 1859, riattraversa a piedi la Sierra. La sua carriera di camminatore lascia però a un certo punto il posto a quella di diplomatico (sarà anche ambasciatore a Berlino) e il suo nome, già legato agli innumerevoli libri di viaggio che ha tratto dalle esperienze fatte in mezzo mondo, si lega piuttosto, verso la fine dell’esistenza, a un’ottima traduzione del Faust di Goethe e al romanzo Joseph and His Friend: A Story of Pennsylvania, considerato il primo romanzo gay della letteratura americana.

Le impressioni che Taylor ricava dell’Italia (dove tornerà in più occasioni) non differiscono molto da quelle riportate da Seume, e prima ancora da Montesquieu e da quasi tutti gli altri viaggiatori stranieri. Riguardano lo spettacolo di un popolo oppresso in nome della religione, mantenuto nella povertà e nell’ignoranza da coloro che si professano intermediari tra l’uomo e Dio.

Ci sono anche aspetti legati alla sua ambiguità sessuale (a dispetto di due matrimoni, coltiva amicizie maschili molto strette e durature). A Milano, ad esempio, è toccato dalla visione di un bellissimo adolescente già infagottato nella “lugubre zimarra” del noviziato, e destinato quindi

[…] a una vita solitaria, senza gioie, in cui ogni affetto deve essere schiacciato come peccaminoso, e ogni piacere negato come un delitto! Eppure traspariva dal bel volto e dal tenero labbro di quel ragazzo che egli aveva un cuore caldo e desideroso di amore.

Nel complesso è comunque già un giornalista, molto bravo a sottolineare gli elementi di forte impatto emozionale e ad assecondare le aspettative di un grosso pubblico, ma senza alcun interesse ad approfondire i contatti e la conoscenza.

Di tempra molto diversa è un altro instancabile calpestatore delle strade italiane, lo scrittore, critico d’arte e traduttore di classici Samuel Butler. Butler è un personaggio a dir poco eccentrico: si diletta con competenza di tutto, dalla musica all’arte, dalle scienze naturali alla filologia e alla teologia, ed è soprattutto un bastian contrario per carattere e per vocazione.

Sostiene ad esempio, col supporto di un serissimo apparato filologico, che l’Odissea sia stata scritta da una donna (The Authoress of the Odyssey) e che le vicende narrate nel poema siano da ubicare non nell’Egeo ma nel Mediterraneo (ha personalmente identificato sulle coste o nelle isole siciliane tutti gli approdi di Ulisse).

Attratto dalla teoria evoluzionistica, polemizza però con Charles Darwin accusandolo di aver semplicemente divulgato idee che erano già del nonno Erasmus. Omosessuale abbastanza disinvolto per l’epoca, finirà implicato in una serie di vicende surreali e quasi farsesche, in seguito alle quali rinnegherà la sua identità sessuale per non fare la fine di Oscar Wilde.

Insomma, un tipo da romanzo, che a ventitrè anni ha lasciato la famiglia (lo volevano pastore anglicano) e l’Inghilterra per andare a fare l’allevatore di pecore in Nuova Zelanda, e che dopo cinque anni di vita bucolica è tornato in patria, dove ha conosciuto il successo con Erewhon, ovvero Dall’altra parte della Montagna, una “distopia” fantascientifica che attacca l’ottimismo tecnologico dei suoi contemporanei.

Negli ultimi due decenni dell’800 Butler frequenta assiduamente l’Italia, innamorandosene al punto da farsene entusiasta propagandista presso i suoi connazionali. Gira un po’ per tutto il paese, dalle Alpi alla Sicilia (dove a tutt’oggi è amato per le tesi sull’Odissea), ma si dedica infine particolarmente all’escursione dei Sacri Monti delle vallate alpine occidentali, sorbendosi a piedi tutti gli itinerari e raccontandoli poi in Alpi e santuari del Piemonte e del canton Ticino, illustrato dai suoi disegni. La riconoscenza che i valligiani gli tributano per aver fatto conoscere al mondo un fenomeno artistico sino ad allora ignorato, o declassato a curiosità folkloristica, è espressa nel ritratto dello stesso Butler che si trova all’interno della Cappella dell’Ecce Homo, al sacro Monte di Varallo.

La passione di Butler per l’Italia è indiscutibile, ma è forse meno genuina di quanto parrebbe. Proprio il suo carattere induce a pensare che sulla scelta di celebrare il nostro paese pesi anche, e molto, la volontà di contrapporsi al proprio, o almeno alle convenzioni vittoriane che lo gelano. Lo dimostra il fatto che pur tornando ripetutamente non pensa a stabilire qui la sua dimora.

Anche per quanto riguarda il Sud, il suo entusiasmo appare molto epidermico. Credo tuttavia che l’attivismo promozionale di Butler e il suo ambiguo fascino abbiano influenzato molti “irregolari” della generazione immediatamente successiva.

Solo qualche anno dopo altri “liberi viaggiatori” come George Gissing (Sulle rive dello Jonio. Appunti da un viaggio nell’Italia meridionale) e Norman Douglas (Vecchia Calabria e Alone. In viaggio per l’Italia), accomunati a Butler dall’amore per l’Italia e per gli individui del loro sesso, sceglieranno di eleggere proprio le aree più arretrate del paese a Eden ritrovato.

Nella primavera del 1901 ancora un inglese (ma di origini francesi), Hilaire Belloc, parte a piedi dalla Francia, attraversa la Svizzera e punta su Roma.

«Partirò dal luogo dove feci il soldato a sconto dei miei peccati» scrive all’inizio di La via di Roma, il diario di viaggio nel quale racconta l’impresa.

Si propone di non usare mai altro mezzo che le proprie gambe e di dormire all’addiaccio, per essere nella città santa entro il 29 giugno, percorrendo almeno quarantacinque chilometri al giorno.

Belloc è un formidabile polemista cattolico, poeta, scrittore di biografie e sostenitore, contro i modelli capitalistico e socialista, del distributismo (che prevede l’incentivazione della piccola proprietà e della piccola industria col ricavato della divisione e della redistribuzione dei grandi latifondi: in pratica un ritorno all’economia dell’Europa cristiana medioevale).

È legato da forte amicizia a Gilbert Keith Chesterton (quello di Padre Brown), col quale collabora per tutta la vita e a fianco del quale sostiene infuocate polemiche (e qui la sua componente francese lascia trapelare più che un’ombra di antisemitismo).

La motivazione del viaggio lo farebbe rientrare nel novero dei pellegrinaggi. Ma Belloc non lo interpreta come un percorso penitenziale di redenzione. Pensa, filosofeggia, qualche volta prega e ogni mattina, prima di mettersi in cammino, ascolta la messa ma si diverte anche un mondo, tanto che invoca a nume tutelare della sua scrittura François Rabelais «uno che sapeva vivere».

Pertanto ironizza, si guarda attorno, interroga la gente, ammira i paesaggi (come Butler, disegna lui stesso le illustrazioni) e mantiene un ritmo di scrittura vivace e brillante quanto doveva esserlo la sua camminata.

È un osservatore attento ma benevolo e alla fine, tutto sommato, l’Italia gli piace, paradossalmente proprio per i motivi che spiacevano a Taylor e a Seume, perché ritrova in essa il cuore profondamente cristiano di tutta la civiltà europea.

L’amore di Belloc per le camminate si manifesta anche, sul piano letterario, in una compilazione che cura dieci anni dopo il viaggio a Roma nel 1911, The Footpath Way: An Anthology for Walkers, nella quale raccoglie gli scritti teorici o i racconti di grandi camminatori, da Thoreau a De Quincey, da Stevenson a Borrow e a Stephen, e per la quale scrive un’appassionata introduzione, un vero epinicio all’andare a piedi. Perché:

Il camminatore diventa cugino o fratello di ogni cosa attorno a sé.

È interessante confrontare il viaggio di Belloc con quello compiuto poco prima della seconda guerra mondiale dal poeta olandese Bertus Aafjes, e narrato poi in versi nel 1946 nel poemetto Een voetreis naar Rome (Un pellegrinaggio a Roma).

Aafjes lascia il convento nel quale aveva pensato di prendere i voti perché vi respira un’aria troppo medioevale, una religiosità cupa, mentre lui è appassionato di classicità (all’inizio del poema chiama in aiuto tutte le Muse) e prova turbamenti che lo fanno dubitare della sua vocazione.

Da Amsterdam prende la via per Roma, senza avere in testa alcun itinerario preciso né piani di viaggio, confidando nel fatto che tutte le strade portano là. C’è meno energia nella sua camminata, e una spiritualità più sofferta e delicata, rispetto a quella sicura e spavalda di Belloc.

Scende lungo il Reno, passa per Colonia e Aquisgrana e arriva nel Tirolo (è lo stesso itinerario percorso da Patrick Leigh Fermor cinque anni prima). In un monastero sulle Dolomiti un abate provvede al suo bagaglio culturale regalandogli quattro libri: la Vita Nuova, le Bucoliche, l’Ars Amandi e l’Odissea.

In Italia i suoi dubbi sulla fermezza della vocazione trovano conferma: ospitato da una famiglia, le attenzioni della fanciulla di casa lo spingono a fuggire, e a Firenze respira a pieni polmoni un’aria di sensualità, dettata anche dal paesaggio (immagina ninfe e satiri in amore). Perde la sua verginità dopo una serata trascorsa con una cameriera a guardare le stelle, mentre attraversa gli Appennini.

A Roma non trova le messe pasquali, ma ha altri incontri con ragazze che lo turbano: i suoi sogni nella calura meridiana sono frequentati dalle Muse, che gli chiedono di non mortificare il proprio corpo se vuole essere al loro servizio.

È insomma esattamente l’opposto del pellegrinaggio di Belloc: là era una vera e propria marcia su Roma alla ricerca di un consolidamento della fede, qui è un vagabondaggio che la fede la mina del tutto. Non ci sono indicazioni sui tempi, sulle percorrenze, sulle tappe ed eventuali inconvenienti di viaggio. La scrittura poetica filtra e dissolve tutto questo.

Riservo da ultimo un po’ di spazio, saltando tutta la sfilza di pedestrian walkers che hanno esercitato nel secolo scorso la loro passione sulle strade italiane, a un contemporaneo: uno scrittore che potrebbe essere mio figlio, sia anagraficamente sia perché italiano. Enrico Brizzi è balzato alla notorietà giovanissimo, non ancora ventenne, con un “romanzo di formazione” in stile punk, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, ed è poi transitato, con l’avvento della prima maturità, alla letteratura di viaggio.

Del viaggio a piedi Brizzi ha fatto una vera e propria religione, che non a caso lo ha portato a percorrere la via Francigena, da Canterbury a Roma, e l’itinerario medioevale per Gerusalemme, partendo da Roma. Si tratta di una religione laica, che ha i suoi rituali e le sue omelie tramite blog e nella quale il passo si traduce immediatamente in verbo.

Brizzi è indubbiamente figlio di una moda che ha in Chatwin l’ispiratore, ma è un professionista (nel senso che a questo punto del camminare ha fatto una professione) serio e fa le cose con metodo. Ha percorso infatti totalmente a piedi l’Italia in lungo, dall’Alto Adige alla Sicilia (Gli Psicoatleti) e in largo, dall’Argentario al Conero (Nessuno lo saprà), con uno spirito che non è certamente quello di Seume, né potrebbe esserlo, ma in sostanza per il piacere di farlo (anche se qualche volta sembra mutarsi in dovere). Allo stesso modo in cui è piacevole leggere i suoi libri, se non si ha la pretesa che dicano qualcosa sull’Italia di oggi.

Non è un problema di sensibilità o di capacità di racconto del viaggiatore: è proprio il camminare, e mi riferisco agli impegni su lunghe distanze che difficilmente potrebbero essere oggi definiti “passeggiate”, ad aver conosciuto una trasformazione, a essere diversamente inteso da chi lo pratica e percepito da chi, direttamente o attraverso la lettura, lo incrocia. Ma questo sarà l’argomento di una prossima puntata.

Per ora mi fermo qui, anche perché questa rassegna rischia di diventare un arido e noioso elenco di nomi e di libri. Inoltre i ripetuti accenni ai viaggi italiani di Goethe, di Montesquieu e di molti altri mi hanno tentato per un attimo ad allargarmi in un excursus sul Gran Tour, mentre quelli all’omosessualità di Taylor, Butler, Gissing e Douglas mi stuzzicano in merito al risvolto del turismo sessuale, tutt’altro che secondario in questa storia di viaggi e di viaggiatori. Ma credo che non se ne farà nulla. Per fortuna l’esistenza su entrambi gli argomenti di opere eccellenti, uscite recentemente e citate nella bibliografia, mi permette di indirizzare a esse chi volesse approfondire.

Una Bibliografia minima

AAFJES, B. – Een voetreis naar Rome – DE CEDER, AMSTERDAM 1947
AAFJES, B. – Capriccio italiano – MEULENHOFF, AMST. 2013
BELLOC, H. – La via di Roma – CANTAGALLI, 2012
BELLOC, H. – The Footpath Way: An Anthology for Walkers – NABU PRESS 2013 (ed. italiana: La Via del sentiero, a.c. di WuMing 2)
BRIZZI, E. – Nessuno lo saprà – MONDADORI, 2005
BRIZZI, E. – Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro – MONDADORI, 2007
BRIZZI, E. – Gli Psicoatleti – BALDINI e CASTOLDI, 2011
BUTLER, S – Alpi e santuari – PIEMME, 2004
LEAR, E. – Diario di un viaggio a piedi – RUBETTINO, 2009
LEAR, E. – Viaggio in Basilicata – OSANNA, 1984
SEUME, J. G. – L’Italia a piedi (1802) – LONGANESI, 1973
STRUTT, A. J. – Calabria Sicilia 1840. Avventure di un inglese nel Mezzogiorno borbonico – ED SCIENTIFICHE ITALIANE, 1970
STRUTT, A. J. – Un viaggio a piedi in Calabria – RUBETTINO, 2011
TAYLOR, B.– Views a-Foot: Or, Europe Seen With Knapsack and Staff – CORNELL UNIVERSITY LIBRARY, 2009
WEATHERHEAD, G. H. – A Pedestrian Tour Through France and Italy –BRITISH LIBRARY, 2015
WU MING 2 – La via del sentiero. Un’antologia per camminatori – EDIZIONI DEI CAMMINI, 2015

 

Incamminarsi

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2015

Io viaggio non per andare da qualche parte,
ma per andare. Io viaggio per amor del viaggio.
Il tutto è solo muoversi.
R. L. Stevenson

Non sono stato affetto sempre da determinismo ambulatorio; credo di non esserlo neppure oggi, sebbene approfitti di ogni occasione per mettere in moto le gambe. In compenso ho attraversato tutte le fasi di cui si parlerà nelle pagine che seguono: un’infanzia piuttosto pigra, nella quale lo spostamento a piedi era dettato solo dalla necessità e considerato al più un fastidio, un’adolescenza irrequieta ed esibizionista, con la scoperta del piacere di camminare e di correre risolta in una costante manìa di prestazione, una maturità nella quale quel piacere è diventato un’abitudine consapevole. Per la vecchiaia, la cui soglia è ormai alle spalle, spero solo che l’abitudine possa trovare il più a lungo possibile conforto nella salute e nell’integrità fisica, e misura nell’intelligenza.

Se di una forma di determinismo si può invece parlare, riguarda tutto ciò che tratta di letteratura di viaggio, e particolarmente del racconto di viaggi a piedi. In questo caso l’occhio del bibliomane e quello del camminatore convergono (in effetti sono leggermente strabico) e si coalizzano per scovare, soprattutto nei mercatini e sugli scaffali dell’usato, qualsiasi resoconto, diario, relazione di soggetto odeporico. Non solo: ho anche scritto prevalentemente di viaggiatori, esploratori ed alpinisti. Quasi una monomania.

Il presente studio è l’ultimo di una quadrilogia che già comprende una storia dell’alpinismo, una delle esplorazioni e un excursus su vagabondi più o meno eccellenti, e si colloca accanto a una serie di minibiografie di personaggi accomunati dal non avere terraferma. Teoricamente dovrei aver chiuso il cerchio, ma i piedi trasmettono in continuazione nuovi stimoli al cervello: quindi non garantisco nulla.

Non ho la presunzione di delineare una qualsivoglia filosofia, sociologia o psicologia del camminare. Sono state scritte ultimamente sin troppe cose in proposito. Io racconto semplicemente di uomini e di strade. Non credo che il piacere intrinseco ad un gesto venga esaltato dalla conoscenza approfondita delle sue possibili motivazioni: per gustare un gelato alla crema non è indispensabile sapere come funzionano le papille gustative. Ogni camminata ha motivazioni diverse, si svolge in uno stato d’animo diverso, sollecita parti diverse del corpo e della mente. Ciò che conta è che la somma finale non sia guastata da un eccesso di consapevolezza e di autocompiacimento.

Per quanto mi riguarda, però, una motivazione inconscia credo abbia accomunato tutte le mie scarpinate. Mio padre fece menzione una volta di un suo sogno ricorrente, quello di correre o di camminare normalmente, e dello sconforto che lo coglieva al risveglio, quando tornava a confrontarsi con la sua menomazione. Non l’ho mai scordato, e credo di aver camminato in tutti questi anni anche per lui. Spero che in qualche modo lo abbia avvertito. Se così fosse, ogni mio passo avrebbe avuto un senso.

In coerenza col tema trattato, questo libretto è stato concepito camminando. E camminando in modi e in luoghi diversi: sugli argini del Tanaro, lungo le rive del Gorzente, per le vie della città. Questo spiega (anche se non giustifica) le discontinuità e i cambiamenti di tono. La pesantezza è invece motivata dal mio stesso modo di camminare. Come in tutte le altre attività (e persino negli affetti) anche nel passo ho un’attitudine piuttosto ruvida: il mio non è un leggero movimento di danza, ma un pesante calpestare la terra. E se le teorie di Nietzsche sono giuste, questo si riflette nel modo di pensare, e di scrivere.

A differenza di Nietzsche, invece, non riesco a scarabocchiare appunti mentre cammino. Quindi molte delle intuizioni nate camminando sono state smarrite poi lungo la via. Oppure, anche quando mi è riuscito di trascinarle davanti alla pagina bianca, hanno perso molta della loro chiarezza o della loro rilevanza. Non sarà un gran danno per gli improbabili lettori, ma a me rimane il rammarico per quei lampi di luce che ho intravisto e che la memoria non ha fotografato.

 

L’Italia a piedi

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2015

Camminare è l’attività più libera e indipendente,
niente vi è di peggio che star seduti
troppo a lungo in una scatola chiusa.
Johann Gottfried Seume

1. Sui prussiani pesa un vecchio pregiudizio e, dal momento che quasi nessuno sa dove si trovi effettivamente la Prussia, il pregiudizio ha finito per essere esteso a tutte le popolazioni della fascia più orientale e settentrionale della Germania.

Forse è colpa di Federico II, o di Von Clausewitz e di Bismarck (che peraltro erano tra gli uomini più intelligenti del loro tempo), sta di fatto che il termine “prussiano” evoca immediatamente un’enorme caserma abitata da milioni di militari, tutti ugualmente ottusi, tirati su a bastonate, pronti a scattare agli ordini e a marciare al passo dell’oca.

In Italia questa immagine l’ha diffusa Vittorio Alfieri, ben prima degli odierni detrattori della Merkel. Nella Vita scritta da esso racconta:

All’entrare negli stati del gran Federico, che mi parvero la continuazione di uno stesso corpo di guardia, mi sentii raddoppiare e triplicare l’orrore per quell’infame mestier militare, infamissima e sola base dell’autorità arbitraria […] Uscii da quella universal caserma prussiana verso il mese di novembre, aborrendola quanto bisognava […] perché quei perpetui soldati, non li posso neppur ora, tanti anni dopo, ingoiare senza sentirmi rinnovare lo stesso furore che la loro vista mi cagionava in quel punto.

In Francia, dove i prussiani li hanno sempre patiti in maniera particolare (e a ragion veduta, se si guarda alla storia degli ultimi tre secoli), un’identica considerazione era già radicata da un pezzo, così come nei paesi del Baltico e nella stessa Germania (si vedano gli sprezzanti giudizi di Goethe o di Heine, o le battute che ancora negli anni trenta del secolo scorso Leigh Fermor raccoglie attraversando la Baviera).

Malgrado Alfieri e il gran Federico, però, questo stereotipo è falso. I prussiani famosi che mi vengono in mente si chiamano Kant, Herder, i fratelli Humboldt, Jacobi, Hoffmann, Schopenhauer, Nietzche. Nessuno di costoro era un guerrafondaio, qualcuno, gli ultimi due soprattutto, era magari un po’ stravaganti, ma tutti erano intellettualmente geniali e moralmente liberissimi. Se anche fossero casi eccezionali, testimonierebbero comunque che, a volerlo, la dignità e l’indipendenza di spirito si possono coltivare ovunque.

A dimostrare che tanto eccezionali poi non sono, chiamo in causa Johann Gottfried Seume. Seume è certamente molto meno famoso dei suoi connazionali sopra citati e da noi è addirittura uno sconosciuto: ma questo gli fa torto, perché Seume era un uomo indipendente, ironico e integerrimo, e perché ha avuto con l’Italia un rapporto importante. L’ha infatti percorsa per intero nel 1802, in pieno subbuglio napoleonico, lo ha fatto a piedi, prendendosi tutto il tempo per capire ciò che vedeva e sentiva, l’ha infine raccontata in un simpaticissimo diario di viaggio, Spaziergang nach Syrakus (Una passeggiata verso Siracusa), facendoci cogliere attraverso l’occhio neutrale ma non freddo di uno straniero quella quotidianità che non entra nella storia ufficiale.

Ancora una volta quindi parlerò di un camminatore. Seume era anche altro, certamente: era un valente classicista, un filosofo tanto umile quanto coerente e, quasi suo malgrado, un militare. Ma a me interessano prima di tutto le sue buone gambe, perché sono quelle che hanno fatto affluire le giuste dosi di sangue alla sua testa.

Seume va dunque a infoltire una galleria di ritratti i cui soggetti hanno in comune, assieme a tante altre cose, l’amore per le camminate: esploratori illustri come Humboldt o misconosciuti come Raimondi, letterati-vagabondi come Gorkij, London, Hamsun e Leigh Fermor, scienziati-alpinisti come Dolomieu. È insomma in ottima compagnia.

I polpacci infaticabili, il tema del camminare, mi affascinano da sempre: lo dimostrano un migliaio di volumi della mia biblioteca, quelli che ne occupano il settore più ricco e prezioso e che trattano di viaggi, di esplorazioni, di scalate, di vagabondaggi. Io stesso, nel mio piccolo, ne ho scritto: e ho anche camminato parecchio.

Vorrei approfittare di Seume per soffermarmi con un po’ di calma su un’attività che è stata determinante per l’origine e la crescita dell’umanità intera, oltre ad aver avuto tanto peso nella mia vita, sia direttamente che attraverso le suggestioni letterarie. Il personaggio si presta.

Certo, può sembrare un argomento un po’ peregrino, o quanto meno troppo generico: camminare è una funzione naturale, come mangiare e dormire. Ma camminare sulle sole zampe posteriori è una funzione naturale riservata agli umani, quella che segna il limite di non ritorno tra noi e gli altri mammiferi. È una funzione acquisita, non si sa ancora bene quando e per quali motivi (continuano a essere proposte nuove teorie), che ha liberato delle abilità nuove e provocato un effetto volano, causando ricadute che vanno dagli usi alternativi delle estremità anteriori allo sviluppo del linguaggio, sino alle tecnologie che discendono dagli uni e dall’altro.

Ora, in genere noi diamo queste cose per scontate e siamo interessati solo al risvolto “volontaristico” della faccenda, alla possibilità cioè di camminare per scelta, ma nel fare ciò non dovremmo dimenticare che per la stragrande parte dell’umanità questa condizione è piuttosto recente e segna, almeno in apparenza, uno scarto dal percorso cultural-evolutivo.

A differenza di quanto è avvenuto per le altre funzioni primarie, che non sono state surrogate, ma solo agevolate (con la cottura dei cibi, con la costruzione di ripari e giacigli), l’uomo ha cercato per i suoi spostamenti di ovviare il più possibile al determinismo fisiologico, inventando o procurandosi dei mezzi di locomozione alternativi, delle “protesi” animali prima e meccaniche dopo. Lo ha fatto inizialmente a fini utilitaristici, per spostarsi più velocemente, per risparmiarsi la fatica, per procurarsi dei vantaggi sugli avversari, ma la cosa ha assunto col tempo anche una valenza simbolica.

Per un lunghissimo periodo della storia umana la possibilità di spostarsi senza usare le gambe ha addirittura costituito uno dei principali segni di affermazione sociale (Barthes scrive che «qualunque promozione sociale abolisce in primo luogo le gambe»). In effetti, se ci riflettete, il primo gradino di distinzione era nel mondo antico l’ingresso nel ceto degli equites e nel medio evo l’appartenenza alla cavalleria; allo stesso modo nel mondo contemporaneo l’auto rimane lo status simbol per eccellenza.

Qualcosa però è cambiato. Ecco, vorrei parlare proprio di questo, del fatto che da gesto istintivo, naturale e necessario qual era, il camminare sta diventando sempre più un comportamento volontaristico, un gesto culturale innalzato alla seconda potenza. Nel corso della trasformazione a questo gesto sono state associate diverse motivazioni: dapprima religiose e penitenziali, poi anticonformistiche, quindi sportive e infine, oggi, salutistiche, di auto rappresentazione o di protesta. Insomma, camminare non è più oggi solo un modo per spostarsi, ma un linguaggio attraverso il quale inviamo messaggi a noi stessi o agli altri.

Procediamo però con ordine. Il progetto iniziale era limitato alla biografia di Seume, anzi, più specificamente alla sua passeggiata per l’Italia. Poi, come sempre mi accade, l’argomento mi ha preso mano e mi ha spinto ad allargarmi. Diventa quindi necessario dividere il mio racconto in due momenti. Nel primo si seguirà grosso modo la scaletta originaria. Nel secondo prenderò invece spunto da quella per avventurarmi lungo altri sentieri, mantenendo comunque la stessa meta. Faremo, se lo vorrete, un pezzo in più di strada assieme. A piedi, naturalmente.

2. Devo precisare che Seume non è propriamente un prussiano. Nasce nel 1762 in una famiglia di contadini sassoni (ma la Sassonia era da tempo nell’orbita del regno di Prussia), già di per sé povera e gettata poi nella miseria estrema dalla morte del padre, dal quale il primogenito Johann eredita solo «la malattia di non poter vedere un’ingiustizia senza protestare»1.

La perdita del capofamiglia comporta di lì a poco anche quella del fazzoletto di terra su cui la madre viveva con altri quattro figli, per cui il ragazzino deve precocemente ingegnarsi per campare. Ci riesce bene, e la sua intelligenza viene segnalata da un maestro a Friedrich von Hohenthal, il signorotto locale che lo prende sotto tutela e lo aiuta a ricevere in qualche modo, sia pure tra molte ristrettezze, una solida istruzione.

La storia del ragazzo di modeste condizioni avviato agli studi dalla benevolenza di un aristocratico o di un ecclesiastico non è infrequente in Germania e nei paesi nordici. Negli stessi anni, a poche miglia di distanza, un’identica sorte capita a Fichte, coetaneo di Seume, che aveva iniziato la sua carriera come guardiano d’oche. La cosa ha senz’altro a che fare con lo spirito di fondo dell’etica protestante, con l’idea cioè che chi merita vada premiato e aiutato ad affermarsi, e con i suoi presupposti dottrinali, che contemplano il sacerdozio universale, ovvero la possibilità per tutti di avere accesso diretto alla parola di Dio, e quindi una scolarizzazione di base anche per i più poveri.

In sostanza, nei paesi protestanti si crea per la cultura uno spazio di reclutamento allargato, che basterebbe da solo a spiegare il loro primato culturale – ma lo stesso vale anche per la cultura ebraica – in tutta l’età moderna. Nel caso nostro, poi, va anche considerato che Federico II aveva introdotto nei suoi domini l’obbligo di una istruzione minima per tutti, non certo per zelo religioso, ma perché tutti fossero in grado di conoscere direttamente, e in questo caso senza libertà alcuna di interpretazione, la sua volontà.

Buona parte dei personaggi dei quali mi sono occupato ha seguito la stessa trafila, e forse me ne sono occupato proprio per questo, per una sorta di inconscia identificazione. Ciò spiegherebbe anche perché sono quasi tutti stranieri: vicende di questo tipo accadono raramente dalle nostre parti (per l’Italia, se si esclude forse Pascoli, non me ne viene in mente uno).

Al termine degli studi secondari, Seume è indirizzato alla facoltà di Teologia dell’università di Lipsia, perché quella religiosa è l’unica carriera aperta al figlio di un contadino (o a chi non sembra possedere doti particolari: sarà il caso, ad esempio, di Darwin). I geni ribelli e indipendenti ereditati dal padre non tardano però a manifestarsi. Dopo un solo anno, durante il quale anziché al canone ecclesiastico si dedica alla scoperta dei razionalisti inglesi (soprattutto dello scetticismo religioso di Shaftesbury), capisce che non è assolutamente il caso di insistere: «Intesi che da uomo onesto io non potevo continuare per quella strada».

Con grande rammarico del suo benefattore decide quindi di spostarsi a Parigi, la capitale dell’Illuminismo, col progetto di arruolarsi e tentare la carriera militare: ciò che in Germania, stante la sua estrazione sociale, gli sarebbe precluso. Alla fine di giugno del 1781 salda quindi tutti i suoi debiti (cosa decisamente inusuale per gli studenti dell’epoca) e lascia nascostamente Lipsia.

Per arrivare in territorio francese deve però attraversare una miriade di staterelli regionali tedeschi, e lo fa nel momento peggiore. Da diversi anni infatti i langravi dell’Assia e del Brunswick inviano in America milizie reclutate a forza tra i contadini o tra chiunque capiti nelle mani degli “arruolatori”. Vendono i soldati agli inglesi un tanto a capo, come fossero bestiame. È in corso la rivoluzione americana e l’Inghilterra non ha effettivi sufficienti per contenere la ribellione (è contemporaneamente impegnata a desertificare l’Irlanda); il parlamento è restio a creare un forte esercito con sudditi britannici, cosa contraria alla mentalità e alla tradizione inglese, oltre che pericolosa per l’autonomia parlamentare stessa, e soprattutto preferisce far svolgere il lavoro sporco della repressione alla soldataglia straniera. Dal canto loro i principi tedeschi non si fanno alcuno scrupolo, pur di incrementare risorse sempre inadeguate al tenore di vita che mantengono.

Quando a Erfurt, sulla strada per Metz, Seume viene fermato dagli uomini del langravio d’Assia e arruolato, combattono già oltreoceano circa trentamila “mercenari”, per la gran parte provenienti dall’Assia. Costituiscono in pratica l’ossatura dell’esercito lealista e sostengono gli scontri più impegnativi. Alla fine settemila di loro rimarranno sul campo, uccisi soprattutto dagli stenti e dalle malattie, mentre altrettanti disertano nel corso del conflitto e scelgono di andare a impinguare le colonie tedesche della zona costiera centrale. Non sono comunque solo i prussiani a fare commercio dei propri concittadini: anche i Savoia inviano un contingente mercenario di circa duemila uomini.

Seume e i suoi sventurati compagni vengono concentrati nel giugno del 1782 a Kassel, e di lì marciano sino al porto di Brema dove li attendono le navi inglesi. Il carattere di Seume viene fuori già dal modo in cui affronta questa circostanza. Scrive nell’Autobiografia:

Nonostante la generale tristezza, io godevo della bellezza della regione montana […] il viaggiare rende lieti, e la nostra compagnia era così variopinta, forniva una tal mescolanza da fornire a ogni momento un motivo di distrazione.

Johann Gottfried ha vent’anni e vive questa esperienza con eccitazione: in fondo, lo porterà addirittura a conoscere il Nuovo Mondo. Ciò non toglie che durante la marcia guidi un tentativo di fuga e che una volta ripreso salvi la pelle solo perché ogni uomo venduto agli inglesi vale sette sterline. È la prima delle tantissime situazioni estreme in cui verrà a trovarsi. A Brema è imbarcato su un vascello inglese che ha nulla da invidiare alle navi negriere. Il viaggio è un disastro. Per arrivare a destinazione sono necessari quasi tre mesi, vissuti in condizioni spaventose:

Venimmo pigiati accatastati, messi a strati come le aringhe […] Non c’era spazio […] Nessuno poteva cercare di muoversi o di dormire sul dorso. Il vitto era pessimo e l’acqua putrida. Non era possibile berla senza passarla per uno straccio, e ancora ci si dovevano chiudere le narici.

Nel corso di tutta la spedizione saranno in effetti più numerosi i morti per i disagi che quelli in combattimento; il contingente di Seume si risparmia almeno questi ultimi, dal momento che quando la nave finalmente arriva (nel settembre del 1782) è già avvenuto a Yorktown lo scontro decisivo che porterà alla conclusione del conflitto. Il battaglione al quale i rincalzi sono aggregati sverna pacificamente nella baia di Halifax ed è rimpatriato alla fine dell’estate successiva.

Unico risvolto positivo di questa drammatica esperienza è l’amicizia che Seume stringe ad Halifax con Karl von Münchhausen, omonimo e nipote del famoso barone che ispirò il libro di Raspe, di solo un paio d’anni più anziano di lui. Münchhausen è partito come volontario due anni prima e comanda la compagnia alla quale Seume, il più istruito del suo gruppo e probabilmente anche il più tosto, è assegnato come sergente.

L’intesa intellettuale è immediata e profonda e l’amicizia è destinata a durare anche dopo il rientro di entrambi in patria. In verità si rivedranno solo a distanza di vent’anni, per una sola volta, a Smalcalda (città della Turingia), al ritorno di Seume dall’Italia, ma manterranno una fittissima corrispondenza, parte della quale sarà pubblicata congiuntamente nel 1797 col titolo di Rückerinnerungen, che sta pressappoco per Memoria di un’amicizia. In essa rievocano le loro peripezie americane, ma si scambiano anche opinioni sulla situazione politica e sociale della Prussia, da posizioni repubblicane l’uno e aristocratico-conservatrici l’altro2. Seume esprimerà poi la nostalgia per quei tempi difficili ma avventurosi e carichi di aspettative per il futuro in una poesia del 1802, Addio al mio amico Münchhausen, che fornirà appunto l’occasione per l’ultimo incontro.

Anche il viaggio, e nel complesso tutta la vicenda, viene vissuto (o almeno, così sarà poi raccontato) con una spensieratezza che non è per nulla frutto di giovanile incoscienza, ma nasce dall’esercizio continuo della forza di volontà. Seume non vuole lasciarsi travolgere dagli avvenimenti e riesce in qualche modo a dominarli, traducendo ogni disavventura in esperienza.

Il suo atteggiamento positivo risulta ancora più evidente se confrontato con quello di un compagno di sventura, un religioso, l’unico dotato di un po’ di istruzione, col quale inizialmente aveva sperato di instaurare un rapporto meno animalesco: quello però si lascia andare alla disperazione, rimedia continue punizioni e finisce poi per morire in un angolo isolato del ponte, abbandonato da tutti.

Seume oppone invece tutta la resistenza che gli è consentita dalle sue risorse culturali. È riuscito in mezzo a tutto questo pasticcio a conservare un volumetto delle odi di Orazio e quando ha un momento d’aria lo legge sul ponte. E qui accade un altro della serie di “miracoli” iniziati con la sua adozione da parte del conte di Hohenthal, che si ripeteranno lungo tutta la sua vita. Il capitano lo nota mentre legge, è incuriosito, è colpito dall’intelligenza, dalla cultura e dalla forza di carattere del giovane e fa in modo di rendergli meno penoso il viaggio e di procurargli un po’ di cibo in più.

3. Col ritorno in Germania, nell’agosto successivo, le disavventure di Seume non sono per niente finite. Riesce a eludere il controllo degli assiani, ma solo per finire nelle mani degli sbirri del re di Prussia, che lo obbligano di guarnigione a Emden senza nemmeno riconoscergli il grado precedente. Tenta altre due volte la fuga e due volte viene riacciuffato e processato come disertore3.

Se la cava, al solito, per quella strana fortuna che pur nelle disgrazie lo assiste e perché sa far valere la sua istruzione. Una volta, durante il processo, uno dei magistrati dell’accusa contestata l’esattezza di un verso latino che il giovane ha scritto sulla porta della cella. Ne nasce una situazione da film di Totò, con la corte che si mette a discutere di metrica e l’accusato che spiega come deve essere costruito un esametro: a quanto pare riesce molto convincente, perché alla fine viene assolto.

Un’altra volta sfugge per un pelo a una fustigazione a sangue che probabilmente lo avrebbe ucciso. Viene graziato per l’intervento dei maggiorenti di Emden, ai cui figli ha nel frattempo impartito delle apprezzatissime lezioni4: uno di essi paga anche una cauzione (successivamente rimborsata da Seume) che gli permette di tornare finalmente libero. Riesce così nel 1787 a rientrare a Lipsia e a rivedere la madre. Dalla sua forzata partenza sono trascorsi quasi cinque anni.

In patria è riaccolto calorosamente dai molti amici dell’università, che ne apprezzavano il carattere modesto e l’indipendenza di pensiero e che già all’epoca in cui era scomparso si erano mobilitati per rintracciarlo. Christian August Clodius, poeta, librettista e compagno di studi di Seume, del quale porterà poi a termine l’autobiografia, racconta come riuscisse immediatamente simpatico a tutti: e in effetti vedremo che anche all’estero non avrà mai difficoltà a conquistarsi la fiducia di altri viaggiatori e l’ospitalità degli autoctoni.

Seume riprende dunque a frequentare l’università, si mantiene con lezioni e traduzioni (soprattutto dall’inglese), vive una vita spartana e non cerca impieghi, perché questi gli creerebbero vincoli e limiterebbero la sua libertà di dire tutto ciò che pensa:

Mi si rimprovera di non cercarmi un impiego statale. Per molti impieghi del genere mi sento inadatto; d’altronde fa parte dei miei principi che debba essere lo stato a cercar gli uomini per i suoi impieghi, e non viceversa. Se fossi ministro, difficilmente concederei un impiego a chi lo chiede […] Molti riterranno questa mia una bizzarria. Io no. Se non fossi io, individuo isolato, a combattere per le mie idee, chi dunque dovrebbe farlo?

Consegue il dottorato nel 1791 e l’anno seguente si abilita all’insegnamento con una dissertazione su Arma veterum cum nostris breviter Comparata (L’armamento nell’antichità e nei tempi moderni. Un breve confronto). Seume wird Privatdozent.L’argomento è significativo perché a questo punto Seume continua a considerarsi un militare e a coltivare il vecchio sogno di diventare ufficiale (in fondo è un quasi-prussiano!) e quando gli si offre l’occasione di entrare come attendente al servizio del generale Otto von Igelström, prussiano al servizio dello zar e comandante in capo delle truppe di occupazione russe a Varsavia durante la campagna di Polonia, la coglie al volo.

Siamo nel 1794. La Polonia, oggetto l’anno precedente della seconda spartizione tra Russia, Prussia e Impero Asburgico, si è ribellata sotto la guida di Tadeusz Kościuszko. La rivolta è soffocata a prezzo di scontri sanguinosissimi e Seume stesso durante la decisiva battaglia di Varsavia cade nelle mani dei polacchi. Viene risparmiato perché come ufficiale può tornare utile negli scambi, rimane prigioniero per diversi mesi e torna libero solo dopo la resa definitiva degli insorti.

Al termine della campagna Seume si congeda: dopo le carneficine cui ha assistito, la carriera militare non gli sembra più tanto appetibile:

Feci allora come ufficiale russo il mio dovere, ma poi giudicai quei fatti a modo mio.

E meno che mai al servizio di un potere dispotico:

In Russia non mi mancherebbe certo qualche posto decoroso. Ma andrei a Lipsia ad azionare il mantice dell’organo piuttosto che dare la mia vita in ipoteca a un paese dove solo di tanto in tanto si vede galleggiare un frammento di umanità in un oceano di barbarie.

Ha anche dovuto rendersi conto dell’incompatibilità del suo carattere con un ambiente nel quale non sono i meriti a determinare la carriera:

In tutta la mia vita non mi sono mai abbassato a chiedere qualcosa che non abbia meritato, e nemmeno chiederò mai quel che ho meritato finché esistono in questo mondo tanti mezzi di vivere onestamente: e quando poi anche questi finissero, ne resterebbero alcuni altri per non vivere più.

4. Dopo una serie di vani tentativi per vedersi riconosciuti il servizio e il grado (era stato nominato da Igelström tenente dei granatieri) rinuncia a rivendicare i suoi diritti e torna in Sassonia. Nel catalogo dei liberi corsi offerti dall’università di Lipsia per il 1797 ci sono tre sue proposte ma evidentemente non riscuotono molte adesioni. Si mantiene quindi come al solito, dando lezioni di inglese e di francese, fino a quando non viene chiamato a collaborare da Göschen, un editore che pubblica a Grimma soprattutto traduzioni di classici. A Seume viene invece affidata la cura delle opere complete di Klopstock (in realtà non gli è particolarmente congeniale e più tardi, al momento della morte del poeta, rifiuterà di scriverne il necrologio). Lo stipendio non è principesco, ma a lui basta e avanza: tanto che è in grado di restituire al conte di Hohenthal buona parte della somma investita nella sua istruzione.

All’atto dell’assunzione si impegna per due anni e fa un ottimo lavoro, ma allo scadere esatto del secondo anno, come annunciato preventivamente all’editore, molla tutto quanto e dà corso al sogno che coltivava da anni: un viaggio in Italia.

La curiosità intellettuale per l’Italia era arrivata anche in Germania sull’onda degli studi di Winckelmann, altri viaggiatori tedeschi come Carl Moritz e Leopold zu Stolberg avevano contribuito poi a diffonderla sul finire del Settecento. Goethe aveva visitato la penisola a metà degli anni ottanta, ma la pubblicazione del suo diario avverrà solo nel 1816.

Seume non è tuttavia motivato dalla moda incipiente, il suo amore per i classici è genuino, fondato su una conoscenza profonda e su una perfetta sintonia del sentire. Come Leopardi, tra gli autori classici predilige Teocrito e il viaggio si configura quindi come una sorta di pellegrinaggio sino ai luoghi teocritei. Prima di partire scrive a un amico:

Sono sempre dell’idea di partire per l’Italia, fosse anche solo per leggere alcune odi di Orazio sotto il suo cielo. Non sarà male che io respiri altra aria. Vivi dunque fino a quando io ritorni e ti possa raccontare come si legge Teocrito vicino alla fonte Aretusa.

Come vedremo, però, l’immersione nella classicità è solo un pretesto: gli interessano altrettanto, e forse più, i suoi contemporanei e le loro storie. E non è tutto, c’è anche quella coazione del viaggiatore della quale torneremo a parlare, e che gli fa scrivere:

Che il destino mi spinga tanto singolarmente per il mondo non è sempre una mia scelta, ma io mi comporto in questi casi di solito assai passivamente.

Naturalmente, trattandosi di un pellegrinaggio e trattandosi di Seume, il viaggio avrà uno svolgimento tutto particolare. Innanzitutto sarà compiuto a piedi. Nella scelta entra senz’altro la motivazione economica, ma Seume è anche sinceramente convinto che:

Chi va a piedi vede di più di chi viaggia in carrozza, […]. Camminare è l’attività più libera e indipendente, niente vi è di peggio che star seduti troppo a lungo in una scatola chiusa […] chi si fa trascinare da un veicolo si abbassa di molti gradi dalla sua dignitosa e genuina umanità.

Poi sarà all’insegna della più assoluta sobrietà. Seume viaggia con un equipaggiamento essenziale: uno zaino di pelle di foca sormontato da una testa di tasso (oggetto di una stupita curiosità lungo tutto il viaggio), una giubba pesante polacca, un mantello, scarponi chiodati ai piedi, un nodoso bastone.

Dentro lo zaino ci sono un paio di ricambi di calze, un abito per le occasioni speciali, scarpe leggere, una fiaschetta di resina come borraccia e le edizioni economiche di Virgilio e di Omero, quelle stampate in corpo otto. Un bagaglio più che leggero. Evidentemente però è quanto basta, perché con questo corredo tirerà avanti per nove mesi. Scriverà in chiusura del suo diario:

A lode del mio calzolaio devo dire che sono andato e tornato sempre con gli stessi stivali, e che questi sembrano avere ancora solidità sufficiente da partecipare a un’altra scarpinata del genere.

In verità gli stivali ha dovuto farli risuolare in due volte in Italia.

5. Seume parte da Lipsia ai primi di dicembre del 1801. Passa per Dresda, Praga, Vienna, Graz, Lubiana e a gennaio è a Trieste; di lì, toccando Venezia, Bologna, Ferrara e Ancona, arriva a Roma al primo di marzo e a Napoli alla fine del mese. Da Napoli, la traversata sino a Palermo è effettuata via mare su un mercantile per evitare i pericoli di una Calabria infestata di briganti. Da Palermo va ad Agrigento e finalmente arriva a Siracusa, quattro mesi dopo la partenza. «Oggi sono qui, e leggo Teocrito nella sua città natale, seduto presso la fonte Aretusa» scrive all’amico.

A Catania compie anche un’ascensione sull’Etna, in mezzo alla nebbia e in un’aria gelida, in compagnia di cinque inglesi che si dopano col rhum e salgono con attrezzatura tecnica, finendo con i piedi congelati:

Continuai ad arrampicarmi, e a onore della nazione tedesca arrivai per primo sul ciglio dell’immensa voragine.

Il 20 di aprile, concluso il periplo della Sicilia, ha inizio il ritorno. Ancora a Napoli via mare, con salita solitaria al Vesuvio. Poi a Salerno, dove vede la reggia ma ha anche modo di fare esperienza, proprio nella persona della sua guida, dello stile della camorra. Tocca nuovamente Roma, questa volta solo di passaggio. Sulla via per Firenze deve rinunciare alle camminate solitarie per le notizie recenti di assalti banditeschi e di omicidi di viaggiatori. Si ferma pochissimo a Siena, dove ha modo di inorridire per il racconto delle atrocità compiute poche settimane prima con il benestare della chiesa (alla partenza dei soldati francesi, tredici ebrei accusati di giacobinismo sono stati arsi sul rogo, e l’arcivescovo ha impartito la benedizione ai carnefici). A metà giugno è a Milano, dopo essere ritransitato per Bologna, Modena e Reggio. Passa quindi le Alpi e tocca in successione Lucerna, Zurigo, Basilea, Digione, Auxerres, per essere a Parigi il 6 luglio. Di lì (21 luglio) Chalons, Nancy, Strasburgo, passaggio del Reno, Worms, Magonza, Francoforte, Bergen, Weimar, Lipsia.

Ho fatto un po’ di conti a braccio: non è facile desumerli dal suo giornale di viaggio, che fornisce solo raramente indicazioni sui tempi e sulle distanze, percorse oltretutto in misure prussiane (un miglio prussiano equivale a sette chilometri e mezzo), e non offre resoconti giornalieri dettagliati. Da Lipsia a Siracusa, lungo il percorso praticato da Seume, sono circa duemila e duecento chilometri. Al ritorno ce ne sono altrettanti da Siracusa a Parigi e quasi novecento da Parigi a Lipsia. Un totale di cinquemilatrecento chilometri.

Non li ha percorsi tutti a piedi come si era proposto, un po’ per motivi di sicurezza perché in alcune zone viaggiare da solo avrebbe significato farsi rapinare o ammazzare quasi certamente, un po’ per il cattivissimo stato in cui ha trovato le strade in piena stagione invernale e dopo un’alluvione che aveva sconvolto mezza penisola. Anche sottraendo i tratti percorsi in diligenza o in nave, sono comunque ben oltre i quattromila chilometri5.

Si è concesso lunghi periodi di sosta nelle città più importanti o che semplicemente più gli aggradavano, quindici giorni a Vienna, nove a Venezia, un mese a Roma, e così via, durante i quali peraltro non è rimasto in poltrona, ma ha girato come una trottola, asceso vulcani, fatte escursioni nei dintorni. Sui nove mesi della durata complessiva del viaggio ha dedicato alle tappe di spostamento meno di centocinquanta giorni, coprendo in media più di trenta chilometri il giorno. In realtà spesso i chilometri giornalieri sono oltre cinquanta, percorsi in dieci ore comprensive della sosta per il pranzo: il che ci dice che marcia a un passo davvero sostenuto. Ma ci dice anche che altre volte se la prende comoda: non sta cercando il record, ma vuole guardarsi attorno, conversare quando capita, gustare buoni pranzi, fare deviazioni se qualcosa nel panorama lo attrae. Non a caso titola il suo diario di viaggio Una Passeggiata fino a Siracusa.

Vediamo dunque come Seume affronta questa passeggiata, come si pone di fronte ai luoghi che attraversa, alle persone che incontra, alle situazioni in cui viene a trovarsi. Cercherò di farlo il più possibile attraverso le sue stesse parole, anche a rischio di riuscire un po’ noioso. Con Seume non è necessario leggere tra le righe: è sempre estremamente chiaro, schietto e spontaneo.

6. Il nostro prussiano viaggia naturalmente armato di quei principi sui quali ha fondato le sue scelte di vita e il suo modo di rapportarsi agli altri: onestà, lealtà, semplicità, tolleranza, frugalità (ha ridotto i suoi bisogni al punto che gli amici lo chiamano il nobile cinico), e quando si presenta l’occasione, o qualche episodio lo spinge a considerazioni più generali, non manca di professarli e farne partecipe il lettore. Ma non è un integralista.

Nell’introduzione al diario scrive:

Non sono abbastanza forte per mettermi con le mie idee controcorrente, quando la corrente è fatta di milioni di uomini – in compenso ritiene però che – se contro la corrente del tempo l’individuo singolo non può nuotare, chi è a parte può tenersi saldo e non lasciarsi trascinare via.

Nell’etica privata è un pronipote di Seneca e in generale del sentire classico:

Chi è convinto in buona coscienza di avere compiuto il proprio dovere fino all’ultimo può, alla fine, quando gli vengono a mancare le forze, uscire dalla scena senza vergognarsene.

Per quella pubblica è invece un figlio dell’Illuminismo: libertà, diritti e progresso devono esserne i fondamenti, ma all’insegna di una razionalità tollerante o, più semplicemente, del buon senso.

Seume ha inizialmente creduto nella Rivoluzione Francese, come la gran parte dei suoi coetanei, anche in Germania, e ora, a dispetto degli esiti e della delusione, continua a pensare che:

La rivoluzione avrà sempre il merito di aver posto i fondamenti della ragione e del diritto pubblico – tuttavia ci tiene a chiarire – non sono, e tu lo sai, un rivoluzionario, perché convinto che la rivoluzione tragga dal male al peggio – convincimento senz’altro rafforzato dai guasti che vede prodotti, soprattutto in Italia e nella versione napoleonica, dal giacobinismo da esportazione.

Questo non gli impedisce di esprimere, a volte «con voce più alta del dovuto», le proprie idee e soprattutto la propria indignazione nei confronti del malgoverno e delle soperchierie. Come tutti i prussiani più seri, resi sensibili dal bastone del dispotismo, è tendenzialmente repubblicano. Scrive a un certo punto:

Se fossi un viaggiatore ordinato e sistematico, avrei dovuto prendere a destra verso i monti per visitare la felice Repubblica di San Marino, tanto più che ho un debole per le repubbliche, anche per quelle che non sono molto sane.

Non bastano comunque i cambiamenti istituzionali e nemmeno le costituzioni a rendere migliore il mondo:

La giustizia è la prima, la cardinale virtù divina che sola può far progredire l’umanità – ma – se cerchi la giustizia nelle leggi, ti sbagli di molto: quante più leggi, tanto minore giustizia.

Sono invece necessarie e sufficienti poche semplici regole, che ogni individuo deve impegnarsi a rispettare e ogni comunità a far rispettare. Entro questo quadro, ciascuno può poi godere del massimo della libertà.

Da buon illuminista è naturalmente anticlericale, infatti, la citazione precedente terminava con:

Quanta più teologia, tanto meno religione; quanto più lunghe le prediche, tanto meno moralità.

Seume non si professa ateo: nutre anzi legittimi dubbi su chi – ed erano molti all’epoca sua – dell’ateismo fa una bandiera, pronto poi magari, alla resa finale dei conti, a rifugiarsi nella misericordia divina. Sull’argomento ha pubblicato nel 1796 un brevissimo saggio, dal titolo Ubere Ateismi in Verhältniß gegen Religion, Tugend und Staat (Sull’ateismo in rapporto alla religione alla virtù e allo stato), nel quale, mettendo a confronto l’ateismo e il fanatismo religioso, sceglie naturalmente la via di mezzo, quella di una laicità coerente (non senza rilevare però che «la storia ci ha insegnato che i più famosi mascalzoni non erano certo sospetti di ateismo»).

È proprio la sua disposizione laica, paradossalmente informata all’idea che ogni dottrina morale si risolve «nel più fine egoismo», in altre parole che il conseguimento della felicità individuale è inscindibile da quello del benessere collettivo, a fargli provare disgusto di fronte alla superstizione e all’ipocrisia usate per asservire le masse.

Io sono così ben disposto, verso il Cattolicesimo, e mi atterrei volentieri a una suprema autorità anche nel campo spirituale, solo che la gente fosse un po’ più ragionevole. Il mio è il cattolicesimo della ragione, della generale giustizia per tutti, della libertà e dell’umanità, e il loro è invece la cappa di nebbia dei pregiudizi, dei privilegi, della ferrea oppressione delle coscienze.

Il suo anticlericalismo non nasce quindi da motivazioni teologiche, a muoverlo è l’indignazione nei confronti di chi della religione fa un uso sporco.

Di nuovo si vendono indulgenze a sconto di ogni genere di birbonate. È già di per sé abbastanza assurda la remissione dei peccati, ma colui che ha inventato tal sorta di remissione rimarrà una maledizione per l’umanità.

Per questo non si lascia sfuggire l’occasione di raccontare episodi boccacceschi che coinvolgono dei religiosi.

A Prewald, ospite in una locanda gestita da tre sorelle, nella quale soggiorna anche un cappellano militare, gli capita di alzarsi presto per chiedere il conto e, non trovando nessuno, di entrare in una stanza dalla porta appena socchiusa:

Ed ecco quel bel pezzo di peccato originale alzarsi dal letto scusandosi molto educatamente che nessuno fosse ancora sveglio. Dio sa come io, poverino, sarei rimasto imbarazzato se quella figliola non si fosse gettata sulle spalle il mantello che il sant’uomo aveva indosso la sera prima. Quell’indumento mi ispirò una buona dose di stoicismo, pagai il conto e me ne andai.

Dopo aver descritto le portate di un pranzo quaresimale in un convento messinese del quale è ospite, chiude: «Con tale dieta credo che si acquisti una fede ortodossa che sfida il buon senso».

I privilegi del clero, alimentati speculando sull’ignoranza e la superstizione, hanno il loro corrispettivo nell’oppressione e nella miseria in cui è tenuto il popolo. Dopo aver constatato che Messina è «ancora oggi uno spaventevole mucchio di rovine» (un terremoto l’aveva quasi completamente rasa al suolo nel 1783), racconta:

La santa vergine è notoriamente la patrona dei messinesi […] Se poi non difende dai terremoti, ciò è da imputare al fatto che i peccatori debbono venir puniti. Ho avuto occasione di assistere a una solenne cerimonia in suo onore. […] La processione sarebbe stata comica se non fosse stata fin troppo seria. Un frate predicò per mezz’ora nella cattedrale, parlando della santa Vergine, del suo grande credito in cielo, delle grazie speciali da lei ottenute per la città.

A Catania invece sbotta:

Qui si comincia a prendere viva coscienza dell’infelicità del paese […]. I frati hanno nelle loro mani la terza parte dei beni, e se il loro ingrassarsi fosse l’unico male che procurano allo stato, l’orribile errore di stampa dell’intelligenza umana sarebbe ancora perdonabile.

Non stigmatizza però solo la doppiezza e l’avidità dei religiosi, sottolinea anche il fariseismo dei credenti, quale che sia la classe sociale di appartenenza. Tra Pesaro e Fano ha a che fare con un vetturino che:

[…] era un perfetto cattolico ortodosso che si segnava davanti a ogni croce, mormorava giaculatorie, recitava la messa e per il resto bestemmiava come un lanzichenecco. […] se fossi dannato a udir spesso simili melodie, mi convertirei al materialismo e all’idea della completa distruzione dopo morte, perché non è possibile pensare che per questi esseri esista una sopravvivenza dell’anima.

Ad Agrigento fa la conoscenza di un revisore delle imposte, «un personaggio vestito con gran lusso» estremamente affabile, che si autoinvita a cenare con lui.

Il signor revisore a un certo punto venne a sapere, dietro sua domanda, che ero eretico. Per lo spavento lasciò cadere la forchetta e il coltello, e mi fissò come se già mi vedesse bruciare all’inferno. […] Il mio uomo era sposato nella capitale, aveva a casa tre figli e, secondo la sua aperta confessione, durante i suoi viaggi non poteva fare a meno, appena gli era possibile, di passare la notte con una ragazza. Del resto bestemmiava e diceva oscenità in latino e in italiano come un marinaio, ma non poteva assolutamente concepire come non si credesse al papa e che si potesse vivere senza frati. Nonostante tutto, decise di continuare a mangiare con me.

E tuttavia, il suo non è un anticlericalismo viscerale: niente a che vedere, per capirci, con quello astioso di un Voltaire. Seume riesce a essere equilibrato e tollerante anche nella condanna. A volte appare addirittura divertito davanti all’inverosimiglianza di certi comportamenti, e in altre occasioni si toglie lo sfizio di mettere i religiosi di fronte alla loro ignoranza. Nel convento benedettino di Catania:

[…] come tesoro di straordinaria rarità mi mostrarono uno splendido manoscritto della Vulgata. Io ne lessi qualche riga e dispiacque a quei signori una mia osservazione: dissi subito, cioè, che era un peccato che il copista non capisse il greco. Mi guardarono stupiti, e allora fui costretto a dimostrare che per tale ignoranza colui aveva commesso molti errori e inesattezze. La buona gente ci rimase male: rimisero subito al suo posto il sacro testo, con un’espressione sulla faccia che chiaramente mi avvisava che simili tesori non sono per profani.

Arriva anche ad apprezzare i pochissimi aspetti positivi del governo papale:

Quando un papa costruisce un bell’acquedotto fluente gli si può quasi perdonare d’essere papa e a riconoscere i religiosi dabbene, quando (raramente) li incontra – Ho conosciuto un frate che, come frate, è l’unico esempio di buonsenso che abbia incontrato in vita mia.

7. Seume non viaggia “all’inglese” e neppure “alla francese”. Non ostenta lo snobistico understatement del viaggiatore d’oltremanica, il distacco che nasce dalla convinzione di rapportarsi (ovunque ci si trovi, sul continente o nel mondo intero) con livelli di civiltà inferiore, con i quali non vale neppure la pena del confronto (ciò che consente poi di rubricare e recuperare sotto le specie del “pittoresco” quanto appare primitivo, ma comunque intriga).

Allo stesso modo non insiste come i cugini d’oltralpe a criticare e a scandalizzarsi contrapponendo alla barbarie altrui la raffinatezza dei costumi e delle istituzioni proprie. Sta dentro la narrazione fino al collo, è pieno di curiosità non preconcetta e racconta il paesaggio, le persone incontrate, attraverso la sua interazione. Quello che ci rimane alla fine è una sorta di documentario ricchissimo e intrigante, perché non solo non ci offre cartoline scontate, ma ci fa conoscere anche un personaggio originale e carico di simpatia, onesto nei giudizi, umile e ironico. Seume è consapevole di compiere a suo modo un’impresa: anche se non lo sottolinea, ci tiene però a rimarcare (ad esempio in occasione dell’ascensione all’Etna) che quanto a velocità e resistenza non la cede a nessuno, si avverte che se ne compiace e lo fa spesso trapelare dai commenti altrui:

Precedendo a piedi la vettura, e mantenendo a malapena l’equilibrio su esili ponticelli (tanto che i miei compagni ammirarono assai la mia forza e la mia abilità nel frangente) – come anche, in occasione dell’incontro con altri viaggiatori – i signori furono sbalorditi all’udire che volevo viaggiare fino ad Agrigento col mio zaino sulla schiena.

Lungo tutto il percorso trova, in effetti, gente che lo guarda allibita e perplessa quando capisce cosa sta facendo, gli dice che solo un pazzo può cacciarsi in un’impresa del genere o cerca di dissuaderlo evocando i pericoli dei briganti.

La gente continuava a ripetermi che ero matto a voler andare da Trieste a Venezia attraverso le montagne, e mi dicevano che avrei rischiato di lasciarci la pelle. Le montagne erano malsicure, perché rifugio di tutta la marmaglia degli stati vicini.

Lui se la cava con un’alzata di spalle, facendo intendere che i pericoli ventilati sono spesso un’esagerazione:

Io continuo tranquillo la mia strada, e mi affido al mio buon bastone nocchieruto, con cui posso validamente battermi e rompere qualche costola.

Ma non è per nulla uno spaccone incosciente. Quando ancora cammina per la Germania col suo amico Snort, spiega al lettore:

Noi non diamo l’impressione di portare molto con noi, e nemmeno di cedere facilmente quel poco che portiamo – e ribadisce a più riprese – anche in quei luoghi non mancavano le storie di assassini e assassinati, ma io possiedo il dono di apparire talvolta più povero e più scemo di quanto sia, e così arrivai felicemente al Campidoglio.

In effetti si può dire che gli va liscia, anche se almeno un paio di volte corre dei seri pericoli. Tra Genzano e Ariccia è sequestrato da quattro individui con barbe finte e volto annerito, che puntandogli il pugnale alla gola e colpendolo col calcio dei fucili lo spingono nel folto della boscaglia, dove gli strappano la borsa e i pochi spiccioli che teneva in tasca. Probabilmente lo spoglierebbero del tutto se non fossero disturbati da voci che si avvicinano. Il danno materiale non è molto, ma la sensazione del rischio corso di essere assassinato è forte, tanto che quando, a Roma, viene a sapere che due di essi sono stati catturati, si augura di vederli impiccati.

Ad Alicata viene invece fermato da tre cavalieri che lo tempestano di domande, rovistano nel suo sacco e solo quando si convincono che è un povero cristo un po’ originale, che non ha nemmeno i soldi per permettersi un cavallo, lo lasciano andare, offrendogli anche una sorsata di vino.

Rimango convinto di essere stato salvato dalla mia palese povertà, e che l’orologio e le onze d’oro – che portava nascoste nel giaccone – avrebbero potuto spedirmi all’altro mondo.

Comunque, sa anche affrontare situazioni pesanti con buon senso e determinazione, senza lasciarsi eccessivamente intimidire. A Itri un gruppo di «villanzoni» irrompe nella locanda in cui è ospitato assieme a un militare francese con l’intento di fare giustizia sommaria dei due forestieri, o quantomeno di derubarli e malmenarli un po’:

Indossai mantello e stivali, raccolsi tutta la mia dignità e il mio poco di italiano, e feci atto di scendere le scale per andare loro incontro – dall’alto, li apostrofa con – il tono più alto e risoluto che mi riuscì di prendere […] si fece un poco di silenzio, l’ostessa e alcuni mi pregarono di non scendere, cosa che naturalmente feci molto volentieri; e poco a poco se la svignarono tutti.

Una scena quasi analoga si ripete a Terranova, in Sicilia. In un altro difficile frangente fornisce prova di una determinazione cocciuta:

Alcune ore dopo Ferrara le cose si misero male: la vettura affondò fino all’asse.

Dopo vari tentativi inutili, si cerca di ricorrere ai contadini del luogo, che pretendono però una ricompensa esorbitante. Seume esorta il conducente a non cedere al ricatto e i viaggiatori a scendere dalla carrozza e a spingere, ma il problema non è ancora risolto.

I cavalli finalmente si rialzarono, ma la carrozza non si muoveva. Direi che mai un alemanno si sia ritrovato in Italia in una condizione più miseranda: immagina il tuo amico, coperto di fango da capo a piedi, che, postosi con le spalle sotto l’asse posteriore della vettura spingeva con tutte le sue forze, tra lo stupore della signora, del commissario e del vetturino. Dopo tre tentativi la vettura incominciò a muoversi e finalmente si disincagliò […].L’ha vinta lui.

Pur rimanendo necessariamente e consapevolmente al centro della scena:

È una vecchia constatazione che ogni scrittore nei suoi libri parla sempre di sé – scrive – ma non può né deve essere altrimenti, sempreché ognuno guardi in se stesso senza schermi e con purezza di intenti, Seume differisce nel modo di porsi dalla maggior parte dei viaggiatori del Gran Tour.

Oltre che dentro se stesso guarda senza schermi e senza pregiudizi anche fuori. La sua è una curiosità genuina e davvero illuministica, e lo si capisce proprio dall’essenzialità dei dati relativi al viaggio materiale: parliamo di cose serie, sembra dire, al lettore interessa cosa ho visto, non quanto ho impiegato per vederlo.

Veniamo quindi anche noi a quel che ha visto. In primo luogo l’ambiente. Seume non è a caccia di scenari o di panorami. E nemmeno di suggestioni artistiche alla maniera di Goethe e sulla scia di Winckelmann:

Se fossi un artista, ma anche soltanto un conoscitore, ti parlerei di quel che vi è e di quel che vi è stato. Ma probabilmente tu conosci già tutto attraverso i libri – e quindi si sente libero di parlare d’altro.

A proposito di Winckelmann, anzi, trovandosi ad alloggiare a Trieste proprio nella locanda e forse addirittura nella stanza in cui era stato assassinato, nota che quasi nessuno se ne ricorda e nessuno sa dove si trovi la sua tomba (lo stesso accade quando cerca il monumento a Tito Livio in Padova, ma qui alla fine almeno chi lo accompagna gli si rivolge in latino).

8. Il suo sguardo ricorda un po’ quello con cui viaggerà, solo tre anni dopo, Alexander von Humboldt, che arrivato sul passo della Bocchetta, dal quale finalmente vede il mare e un lungo tratto della costa ligure, ci dice solo che il terreno in quel punto è di natura calcarea. Niente epifanie particolari.

Nel caso di Seume l’attenzione, anziché agli aspetti geologico-naturalistici, va a quelli economici, antropologici e sociali. Al suo ingresso in Italia trova le zone del Polesine devastate dall’alluvione, o quelle appenniniche costellate di frane.

Tra Padova e Monselice potei osservare i guasti prodotti dalle esondazioni dei numerosi corsi d’acqua – non gli andrebbe diversamente duecento anni dopo – le condizioni disastrose delle strade, la miseria che regnava nei casolari della campagna. Fermatomi in un’osteria nei pressi di Monselice, tentai disperatamente di avere un pezzo di pane, dichiarandomi disposto a pagarlo a qualsiasi prezzo, ma trovai soltanto una fetta di cattiva polenta.

Il pessimo stato delle strade sarà il suo cruccio costante per tutto il percorso, per ovvi motivi, eppure, anche su questo argomento evita ogni sciovinistica supponenza:

Però di strade è meglio che non parli con i miei concittadini, perché di rado se ne trovano di più brutte e più incoscientemente trascurate che in Sassonia.

Col progredire verso il centro l’impressione di miseria si attutisce. Probabilmente non è la situazione nel complesso a mutare, ma è lo spettatore a cambiare i parametri, una volta sopravvenuta una sorta di assuefazione. Gli scenari però oggettivamente migliorano, trova ordinate e feraci le campagne del versante adriatico, o quella emiliana:

A destra avevo magnifiche colline, coperte di grano tenero e di olivi. Prima di Ancona, il 19 febbraio, vidi fagioli e piselli in fiore. […] Le valli e le montagne sulla destra, dove si allineano vigneti, frutteti, oliveti e campi di grano, offrono una vista magnifica.

Lo stesso vale per alcune zone prima di Napoli:

La valle campana è il più bel luogo che finora io abbia veduto nel vecchio e nuovo mondo […] Olivi, fichi, arance […] e sotto biade, fagioli, piselli […], in abbondanza frutta, cereali, vino.

Persino in Sicilia, dove in genere «quanto più ci si allontana dalla capitale tanto più cresce la desolazione» e la situazione lo porta a esclamare «Mai veduta in vita mia una miseria maggiore!» si imbatte in piccoli paradisi terrestri.

Vicino a Barcellona:

[…] la valle è una mescolanza incantevole d’ogni specie di frutti, aranci e olivi, fichi e vigne, legumi e cereali: e i monti che la rinchiudono non sono né troppo alti né troppo aspri, e le loro cime sono tutte coronate di selve.

È vero che anche in quest’occasione non trova pane e dorme vicino alla greppia dei maiali, ma in compenso può apprezzare il gesto di un mulattiere che gli cede il suo mantello di lana grezza con cappuccio:

Mi ci trovai benissimo, e ci feci un bel sonno e, anche a giudicare da una sola notte, si direbbe che abbia la vocazione a fare il cappuccino.

Sulla via del ritorno apprezza invece le campagne toscane:

Da Siena a Firenze il viaggio è stupendo, e via via che ci si avvicina a Firenze il coltivato diventa sempre migliore, e alla fine magnifico. Da San Casciano, ultimo paese prima di Firenze, si ha la più bella alternanza di monti e valli fino alla capitale […] Tutto quello che Leopoldo ha fatto per la Toscana è nuovamente disfatto in gran fretta, e i frati riprendono qui il loro governo come a Roma. Però il grande e generale benessere che qui era stato raggiunto sotto un governo austriaco molto liberale non può essere facilmente distrutto […] Le colline dopo Firenze sono un vero giardino fino alle vette maggiori.

Più in generale, una volta ripassato l’Appennino per traversare la padana occidentale, trova segni maggiori di prosperità:

Qui era stato fatto un buon lavoro nel passato […] Da Sesto risalii il Ticino e poi il lago Maggiore, soltanto per godere della bellezza dei luoghi, che in verità sono splendidi […] La fertilità della zona del lago è straordinaria, e laddove le coltivazioni sono protette dai venti rigidi si trovano […] ancora bellissimi olivi e persino fichi d’India all’aperto.

Questo principalmente gli interessa dei luoghi, ma non è insensibile alle bellezze naturali. Anche se non rincorre il sublime, in alcuni casi non può sottrarsi alla magia degli spettacoli della natura:

Mi si aprì il cuore quando, alcune miglia prima di Terni, […] mi si aprì la valle del Nera, e di nuovo mi si spalancò davanti agli occhi il paradiso […].

E davanti alle cascate del Velino:

Mi misi seduto di contro, su una roccia, e per alcuni minuti dimenticai tutto quello che il mondo può avere di più bello e di più grande: difficilmente la mano dell’uomo avrebbe potuto creare qualcosa di più imponente, di più affascinante di quella cascata.

Non indossa gli occhiali deformanti che, visualizzando le aure classiche, sfocano la realtà:

Passai accanto alle fonti del Clitumno, che adesso vengono inquinate con perfetta incoscienza da asinai e lavandaie: […] ma assetato scesi devotamente alla fonte e bevvi a grandi sorsate, quasi fosse stata la fonte di Ippomene.

Ha uno sguardo clinico, prima e piuttosto che estetico. Certo, in qualche occasione, come all’ingresso in Italia «mi guardai attorno fiero, sicuro ormai di posare i piedi sul suolo classico», al cospetto di taluni monumenti, o quando arriva a Siracusa, non può non cedere alla commozione e a un sacrale rispetto: «Qui non c’è pietra che non abbia un nome». Ma è solo un attimo, passa subito.

Non lontano si dovrebbero vedere, credo, i ruderi della villa di Nerva. Ma mi interessai molto più degli aranceti che delle mura antiche della città, del lago, di san Tommaso e di tutte le altre meraviglie – e allo stesso modo – Ho girato un’ora per Pompei, e ho veduto cose che già altri hanno veduto.

Non rinnega certo la classicità di cui i luoghi, alcuni in particolare, sono intrisi, ma riesce ad ancorarsi a terra con l’ironia.

Qui dunque Cesare e io abbiamo varcato il Rubicone, ma per il resto non abbiamo niente in comune, se si eccettua il fato che ambedue andavamo a Rimini.

Il Soratte gli si presenta privo di neve, a differenza di come l’aveva visto e cantato Orazio. Ma non manca di un suo fascino: «Il Soratte non è straordinariamente alto, ma lo sembra perché si leva immediatamente dalla pianura».

L’impressione è che Seume diffidi della classicità-spettacolo, o dello spettacolo della classicità che comincia a essere allestito, sia pure molto malamente, dagli italiani, e che i viaggiatori stranieri si sono già costruiti per conto proprio creando una sorta di percorso a stazioni fisse, una sorta di via crucis. La classicità di cui è impregnato è quella che entra sottopelle attraverso la consuetudine con il pensiero classico, non quella offerta da immagini che rimangono in superficie.

9. Viaggiando con questa disposizione, pur se non può realisticamente esimersi dal rappresentarne un quadro generale di miseria e di ingiustizia sociale, non gli è difficile apprezzare il paese dei limoni: e anche i suoi abitanti, a differenza di quanto accade per quasi tutti coloro che lo precedono o lo seguono nel Tour.

È un apprezzamento benevolo, mai entusiasta, ma sincero. E quindi non incondizionato. Così «gli abitanti di Genzano mi sono apparsi i più laboriosi e costumati di tutto lo stato della Chiesa» mentre al contrario «Nepi potrebbe essere un posto magnifico, se i suoi abitanti amassero un poco di più il lavoro».

Dai suoi incontri con persone di ogni estrazione sociale, favoriti proprio dalle modalità del viaggio e resi significativi dalla situazione paritaria in cui sempre si pone, viene fuori una interessantissima rassegna che azzera appunto ogni stereotipo.

A Orticoli «borgo antico e sporco», un abitante

[…] dall’aspetto sembrava di umile condizione, eppure era uno degli uomini più intelligenti e meglio informati tra quanti ho incontrato in questo mio viaggio […] sembrava che in lui resistesse ancora l’antica fierezza romana.

In Sicilia trova un buon mulattiere che dà consigli a un ragazzo scappato di casa «con tanta bontà e tanto tatto da suscitare la mia ammirazione». Lo stesso mulattiere poi, colpito dal fatto che Seume regala una moneta d’argento al ragazzo, lo presenta ai suoi colleghi con le parole più cordiali.

Sulla via per Napoli incontra un signore

[…] che apparteneva alla casa del re, e questo aumentò ancor di più la mia meraviglia per la sua cortesia, perché da noi la cortesia non è, di regola, la virtù più cospicua di coloro che prestano servizio presso i grandi.

La situazione di Napoli gliela spiega un vecchio genovese che ha girato mezzo mondo e ora fa il servo di piazza e il cicerone:

Il vecchio è intelligente, ha buon senso e sa apprezzare ciò che è buono, e anche ciò che è bello.

Ma non si tratta solo di eccezioni, di individui isolati. Spesso è una disposizione diffusa a colpirlo. Ad Acerra, dove al termine di un pranzo scadente condito solo da un passabile vino finisce un po’ fuori giri:

La gente e l’asinaio mi guardarono e sorrisero del mio camminare e del mio linguaggio, ma furono generosi e non risero. Erano davvero gente urbanissima, e penso invece alle grasse risate dei tedeschi in un caso simile […].

Nello stretto di Sicilia assiste al salvataggio di una nave straniera, al quale partecipano gli abitanti di un intero paese: «mi sono commosso sin quasi alle lacrime pensando, io uomo, agli altri uomini».

Coglie le differenze tra le diverse etnie, frutto di successivi avvicendamenti e stratificazioni demografiche:

Qui la gente assomiglia ai Sicani, primi abitatori dell’isola, gente grande e forte, rude e d’aspetto temibile.

Individua anche, molto perspicacemente, i caratteri regionali. Commenta così l’incontro in una locanda con un gruppo di milanesi reduci da Napoli, dove con ogni evidenza hanno anche praticato turismo sessuale:

La conversazione fu viva e piacevole e potei capire che questi italiani del nord avevano saputo godere la bella Napoli in ogni modo possibile, letterariamente, esteticamente e fisicamente.

Considera infine le vicissitudini storiche che hanno indotto a certe differenze negli atteggiamenti. La separazione del giudizio sugli uomini da quello sui governi è un tema che ricorre con frequenza.

A Catania si trova la vita più limpida e più saggia di tutta la Sicilia, e forse dell’Italia. Ma […] qui perlomeno si comincia a prendere viva coscienza dell’infelicità del paese […] Si ritrova persino una sorta di agiatezza e floridezza, che parla a vergogna della cattiva amministrazione dell’isola.

E non c’è ombra di una lettura razzista:

Considero i napoletani una delle nazioni più valorose e generose, come in genere gli italiani. Tutto il male che si può dire di questo paese riguarda solamente il governo, la cattiva amministrazione e la depravazione religiosa.

Registra cose che non suonano per nulla nuove o superate ai nostri orecchi.

L’amnistia regia ha riempito l’esercito e le province di briganti matricolati. Il re ha assunto i banditi: erano bravi, come diceva il loro nome; li ha ricompensati regalmente, ha dato loro uffici e onori, e adesso essi esercitano i loro misfatti legalmente, come capi delle province. Amico, se fossi napoletano sarei tentato di diventare per esasperata onestà un brigante, e comincerei dal primo ministro.

E constata naturalmente anche il costume selvaggio, talora barbaro, che regola i rapporti in Sicilia. A Palermo:

Ero uscito il mattino: mi passò accanto di furia un uomo sanguinante, e un altro dietro che impugnava il pugnale. Si radunò folla e in pochi minuti l’uno cadde trafitto e l’altro fuggì ferito. La pattuglia, che non era lontana, si comportò come se la cosa non la riguardasse.

10. Non si limita però a raccontare i costumi degli italiani. In più occasioni ha modo di annotare anche i comportamenti degli stranieri, viaggiatori, residenti o occupanti.

Tutto sommato ha un’opinione positiva dei francesi: la maggior parte di quelli che incontra, e con i quali a tratti anche si accompagna, sono militari delle truppe napoleoniche che lo aiutano a capire come realmente si sono svolte le ultime campagne. Quanto a risorse, sono piazzati come lui, se non peggio.

Trova invece generalmente pesanti gli inglesi, compresi i suoi compagni di ascensione all’Etna: sono portati comunque a vedere e a giudicare tutto dall’alto di una radicata presunzione di superiorità, e a comportarsi di conseguenza. Arrivati in vetta al vulcano, di fronte alla spaventosa voragine del cratere:

[…] dopo aver ripreso fiato con ampi respiri il maggiore ruppe il silenzio: “Di certo valeva la pena per noi giovanotti di salire fin qui, una visione simile non possiamo averla nei parchi della nostra vecchia Inghilterra”. Da un genuino britanno non ti potevi aspettare di più: il suo spirito patriottico distribuiva ora fra i compagni roast-beaf e porto.

Gode nel raccontare dell’umiliazione inflitta a Roma da un pittore prussiano a un ecclesiastico inglese, tanto ricco e arrogante quanto ignorante, e fa proprie le sue parole:

Io so apprezzare chiunque io incontri, in qualsiasi luogo, e non bado alla casta e al patrimonio: giudico le persone per ciò che valgono, e vi dirò che voi non valete proprio nulla. Avete tutto ciò che meritate: il mio disprezzo.

Sulle città da lui toccate troviamo giudizi molto vari, a volte singolari, in qualche caso anche falsati dalle vicissitudini che lo toccano, soprattutto lentezze o incomprensioni burocratiche, o alloggio e pasto cattivo.

Dopo aver liquidato la prima città italiana, o l’ultima austriaca secondo i punti di vista, con:

Poche cose potrai sapere da me su Trieste, dove tutto è commerciale – insaporisce il giudizio riferendo che – un’altra singolarità di questo teatro era che la platea, da qualsiasi parte mi voltassi, puzzava orribilmente di stoccafisso.

A colpirlo in maniera decisamente negativa è anche Venezia:

La cosa più triste di Venezia è la miseria, la mendicità. Non si possono fare dieci passi senza sentirsi afflitti dalle più pungenti invocazioni di pietà […] Alla Giudecca, se possibile, la miseria è ancora maggiore che in città, ma proprio per questo ci sono meno mendicanti, forse perché nessuno può sperare di ricevere una sia pur piccola elemosina.

A Ferrara:

[…] la disposizione e l’architettura della città sono assai belle, le strade sono larghe, lunghe, luminose. Ma in tutta la città manca una cosa, una piccolezza, manca la gente.

Nemmeno Bologna ne esce bene:

Qui a Bologna ho trovato a ogni passo un sudiciume esemplare, quasi un vero porcile, e, se è vero che non si possono fare grandi elogi della lindura domestica degli italiani, tuttavia la gente di Bologna porta la palma per la sporcizia.

Mentre, al contrario:

Modena mi è piaciuta moltissimo. La città è pulita, vivace e ridente: i caffè e le trattorie sono buoni e non cari.

A volte, quando l’umore è stato guastato da qualcosa che non gli garba, il giudizio risulta seccamente liquidatorio:

Siena è pressoché vuota. Il santo odore dell’arcivescovo mi ha tolto la voglia di uscire di casa.

E anche:

Spoleto è grande, scura, antica e misera. Tutta la gente che ho osservato mi sembrava che avesse la faccia della cattiva coscienza.

In altri casi risente della comparazione con le aspettative maturate dalla lettura dei classici.

Nella Siracusa odierna, vale a dire nell’antica isoletta Ortigia, non vi è oggi niente più di notevole, fuorché l’antico tempio di Minerva e la fonte Aretusa.

Spesso valuta le città anche dal punto di vista strategico: annota di quali opere difensive dispongono, calcola quanti uomini sarebbero necessari per difenderle e con quali armamenti. Lo stesso avviene quando tocca luoghi resi famosi dalla storia militare recente, dalle campagne napoleoniche in particolare. Con il terreno degli scontri sott’occhio rievoca le disposizioni degli schieramenti e le soluzioni tattiche adottate, giocando a immaginare che risultati avrebbero prodotto scelte diverse. Ma non c’entra l’origine prussiana: sono abitudini mentali contratte negli anni di servizio, e coltivate poi, come abbiamo visto, anche attraverso lo studio della storia antica.

11. Lungo tutto il viaggio le sue bestie nere sono traghettatori, mulattieri e locandieri (non gli andrebbe diversamente con i tassisti e gli albergatori odierni). In genere sono dei tipacci o è comunque gente con un folto pelo sullo stomaco che vede lo straniero come un pollo da spennare. E ai prezzi Seume è molto sensibile, per necessità ma anche perché non gli va per principio di recitare la parte del pollo. Tratta lungamente e a volte, come nel caso dell’attraversamento del Reno, in Emilia, rinuncia al servizio e fa da solo. In altri casi non gli è consentito, viene quasi sequestrato a forza:

Le loro pretese in fatto di compenso furono poi sfacciate, ma il mio mulattiere fece intendere a bassa voce che era il caso di accontentarli di buona voglia, per evitare che si infuriassero – tanto più che si tratta di – due grossi, ciclopici diavolacci, che a forza di muscoli mi issarono sulle loro spalle e mi tragittarono […] Io avrei voluto passare a piedi, e la cosa non mi sarebbe stata difficile […].

Altrove cede al ricatto psicologico:

Fui preso di mira da una quantità di barcaioli che volevano accompagnarmi fino alla punta. A me sembrava che il mattino fosse troppo avanzato, e non volevo sentirne parlare; ma fui preso per il lato debole: si cominciò a guardare il mare, che si faceva grosso, il cielo, che si faceva minaccioso, e poi a guardare me come a dirmi: è questo a farti paura. Bastò perché subito pagassi una piastra in più per la via più pericolosa.

Alcune situazioni sono però talmente esasperanti da fargli perdere la pazienza e il controllo. Vicino a Catania prende a bastonate un asinaio indolente e incapace, che lo ha fatto finire in un ginepraio paludoso dal quale riescono a uscire con enorme difficoltà. Ma se ne vergogna subito e gli chiede poi di scusarlo. Immagino come si sarebbe comportato e come l’avrebbe raccontata l’Alfieri.

Molto sensibile è anche alla qualità dell’ospitalità. Non manca di rallegrarsi quando trova un ottimo servizio a un prezzo equo.

Alla sera, all’albergo, sono stato ottimamente trattato con minestra, lesso, salsiccia, fritto, cappone, frutta, uva e formaggio parmigiano. Vedi dunque che non sempre digiuno come il giorno del mio compleanno a Udine, e che gli albergatori di Lipsia possono forse prendere esempio da questi dell’alta Italia.

Oppure: Quando, in una chiara e fredda sera di febbraio, uno ha viaggiato per parecchie ore sotto l’acqua, una buona camera calda, una minestra e un cappone appena tolto dal forno costituiscono una piacevolissima accoglienza. E questo ben di Dio trovai a Pontelagoscuro.

O ancora, a Macerata:

[…] mi indirizzò a una trattoria non lontana dalla porta, dove venni trattato con tanta cordialità e discrezione da ispirarmi uno straordinario concetto di questa gente, malgrado tutto il loro bigottismo.

Gli capita spesso anche di sperimentare e di apprezzare l’ospitalità genuina dei privati:

A Pesaro […] essendo stanchissimo mi rivolsi al primo cittadino che incontrai per chiedergli dovei avrei potuto alloggiare. “Da me”, mi rispose. “Benissimo” dissi io, e gli andai dietro. L’uomo portava un grembiule di cuoio e, per dirla con Shakespeare, sembrava un chirurgo di scarpe vecchie. Adesso egli si rivolse a me chiedendomi cosa volessi mangiare. M’abbandonai completamente alla sua saggezza, ed egli ce la mise tutta per accontentarmi […] Da quella volta m’accadde spesso che mi si presentasse e mi preparasse una cena patriarcale mentre io davo una mano.

Naturalmente, le cose non vanno sempre a questo modo, ed è costretto a tacciare di ladroneria, di scortesia o di luridume più di una locanda. Anche quando non è stato trattato bene, però, tende a giustificare i comportamenti con lo stato imperante di disordine e di miseria. A Cesena, ad esempio

[…] l’oste mi riservò un’accoglienza dura e fredda, che mi valse una cameretta modestissima nel retro della casa. Ma […] trovai al rientro che le mie cose erano state spostate in una bella bella camera sul davanti. L’ostessa mi dette la spiegazione: ero stato preso per un francese che venisse alloggiato per conto della municipalità: ora questa da molto tempo non pagava nemmeno un centesimo per gli ospiti che inviava.

E nei pressi di Catania:

Chiesi dei maccheroni e l’oste mi rispose sarcastico: “A Catania ci sono maccheroni, qui non c’è niente”. Aveva la fisionomia scontrosa, accigliata della povertà oppressa e dell’indigenza a cui non si può fare colpa […].

Anche ad Agrigento:

Mi fu preparata una camera e, per quanto fosse tanto brutta, quella gente ci mise tanta buona volontà ad aggiustarmela: e questo basta perché un galantuomo sia soddisfatto.

Il bilancio finale è positivo, e non potrebbe essere diversamente per uno che si dichiara già soddisfatto in presenza della buona volontà. I suoi epigoni ottocenteschi avranno a disposizione una piccola guida Michelin per muoversi nel nostro paese, attenta alla pulizia, alla cortesia, al rapporto tra qualità (e quantità) e prezzo: ma avranno soprattutto un esempio di come per godere appieno di ogni esperienza offerta dal viaggio sia sufficiente adottare la giusta disposizione.

12. L’Italia non offre però soltanto arte, sole e paesaggi. Nell’immaginario dei frequentatori del Gran Tour, soprattutto degli anglosassoni o dei tedeschi, per un paio di secoli, è anche il luogo “esotico” della trasgressione, delle donne (e dei maschi) facili e disinibiti, dell’iniziazione per i più giovani e del collezionismo sessuale per i più navigati.

Seume non ha messo questo tra i suoi obiettivi. Non è per nulla insensibile al fascino femminile, tutt’altro, ne è già anche rimasto profondamente scottato, ma qui ne parla con assoluta leggerezza, senza fanfaronate e, anzi, con molta autoironia. «Ridi pure di questa osservazione di un rospo qual sono» scrive raccontando di essere stato salutato da una bella ragazza e immaginando la faccia dell’amico al quale le lettere di viaggio sono destinate. In effetti, non è un Apollo. Raggiunge a stento il metro e sessanta e i pochi suoi ritratti non testimoniano di una gran bellezza. E lui ne è perfettamente e serenamente consapevole.

Viaggiando su una carrozza tra Firenze e Bologna, si ritrova in compagnia di una signora svizzera con un bimbo di un anno e mezzo.

Il bimbo graziosissimo e vivacissimo dalle ginocchia della madre passò a quelle di tutti noi, e la compagnia rise quando lo vide tra le braccia di quell’uomo irsuto che io sono: e a me venne in mente il Sileno col Bacco fanciullo della Galleria Borghese. Tu vedi che io so darmi il dovuto onore. Comunque […] il fanciullo se ne stette tutto contento sulle mie braccia.

Non stento a crederlo. È una persona rassicurante e i bambini, come gli animali, hanno per queste cose antenne particolarmente sensibili.

Tutto questo non gli impedisce di stilare le sue graduatorie. Sia positive:

Devo dirti anche che a Milano ho veduto quelle che secondo il mio gusto sono le donne più belle di tutta Italia.

che negative:

Questo porto (Messina) e quello di Palermo sono gli unici luoghi in Sicilia in cui ho veduto qualche donna graziosa. Altrove, e specialmente ad Agrigento e a Siracusa, i miei ideali greci, tratti da Teocrito, sono stati tristemente bocciati.

I commenti sono tutti di questo tenore, mai volgari. Le figure femminili che descrive sono in genere deliziose e aggraziate:

Non puoi credere quanto sia piacevole che questi auguri (di buon viaggio) siano pronunciati da una bella ragazza, nel mese di gennaio, quando la tormenta di neve flagella le montagne.

Di ritorno dall’ascensione al Vesuvio si imbatte in una fresca bellezza campana:

Avevo già sete mentre salivo, e adesso cercavo anelando un po’ d’acqua. Una ragazza bella e gentile ce ne portò un’anfora colma. Per quanto assetato, la vista della ragazza mi fu quasi più gradita dell’acqua, e credo che se restassi qui più a lungo ripeterei spesso per questa strada la visita al vulcano.

Non ne viene fuori quindi l’immagine universalmente diffusa tra i viaggiatori nordici di donne italiane dai facili costumi. Semmai, ad esempio a Venezia e poi a Roma, sottolinea la presenza di un numero inverosimile di prostitute. Ma anche qui senza alcun moralismo. «Mi è capitato di trovarmi in piazza San Marco al centro di una scena alquanto comica». Due prostitute gli si appiccicano e

[…] mi presero amichevolmente a braccetto, mi si strinsero addosso e io gentilmente le pregai di non seccarmi e di lasciarmi andare […] erano in verità due graziose peccatrici, che si comportavano con finezza e decenza. – Seume ha però altro per la testa, e allora – cominciai a rabbuiarmi […] le esortai alla meglio a lasciarmi in pace – mentre – di lontano qualcuno cominciava a ridacchiare e mi giunse anche qualche grossa risata. – Alla fine, quando si fanno troppo intraprendenti – m’arrabbiai e cominciai a battere sul selciato col mio pesante bastone e a imprecare in russo, […] così enfaticamente che le due creature ripresero spaventate la loro strada.

Molto diversa è l’impressione riportata a Milano:

Una domenica mattina me ne stavo in tutta tranquillità nella mia camera e per caso leggevo appunto i carmi erotici di Catullo, quando fu bussato alla porta e, poi che ebbi risposto, entrò una ragazza la quale, Catullo a parte, avrebbe indotto in tentazione un santo. La giovane e bella peccatrice aveva studiato l’effetto della sua apparizione secondo le arti più fini della seduzione: “Signore, comanda qualche cosa?” bisbigliò in tono dolcissimo, mentre la mano graziosa giocava con un panierino che faceva atto di aprire. Io la guardai colpito, e mi occorse qualche attimo prima che rispondessi perplesso: “No”. “Niente?” disse lei. Gettai Catullo sul davanzale, e fui sul punto di dire una sciocchezza o di commetterla. “Niente”, brontolai, mezzo in collera con me stesso, e la tentatrice prese congedo con grazia indescrivibile. Chissà cosa sarebbe successo se la diavoletta mi avesse rivolto la domanda per la terza volta (proprio nulla mi piaceva?) o se io avessi esaminato meglio il suo panierino […] Così andò la cosa, amico mio; se fosse andata diversamente non sarei così meschino da raccontartela con particolari diversi, o da non raccontartela affatto.

Questa è una lezione di stile, di signorilità, tanto nel modo di comportarsi come in quello di raccontarlo.

13. Appena lasciata l’Italia Seume si ferma a prendere respiro e traccia un primo sommario bilancio di quel che ha visto nel suo lungo viaggio. Per la verità la sensazione di aver cambiato paese l’ha già avuta dopo aver valicato l’Appennino tosco-emiliano:

A Milano posso dire di aver definitivamente abbandonata l’Esperia, e già da lungo tempo non sono più nel paese “wo die Zitronen blühn”.

Rivolgendosi al destinatario delle sue lettere-diario scrive:

Da quanto ti ho raccontato hai veduto gli aspetti dolorosi, forse più dolorosi che in qualunque altra epoca. Io sono stato coscienzioso, e ogni mia parola è verità, per quel tanto che può garantire la verità storica.

In effetti, il panorama che ne esce è sconfortante. Partendo dalla punta estrema toccata a salire la situazione politica è disastrosa:

Tutto il regno di Napoli è in condizioni tristissime […] in Calabria deve regnare oggi un’anarchia generale […] In Sicilia il sistema feudale spinge la calamità a estreme manifestazioni […] A Roma si lavora a tutto spiano alla restaurazione della gerarchia e delle istituzioni feudali […] Nell’Etruria ci si sta riprendendo a stento dallo stupore per i continui cambiamenti domestici e interni […] – solo la Repubblica Italiana, nonostante le prepotenze e le malversazioni dei francesi, suoi signori e vicini, si risveglia a poco a poco dal suo millenario letargo.

Della miseria delle popolazioni, dello sfruttamento cui sono sottoposte dalle autorità civili e religiose, dell’apatia che troppo spesso le caratterizza, ha già parlato a lungo. Non fa complimenti Seume. D’altro canto, la sua valutazione appare oggettiva ed equilibrata, nel senso che l’Italia quella era, e tutto sommato tale è rimasta.

C’è anche però la componente soggettiva. Se la ragione ha uno sguardo impietoso, il sentimento gli ha fatto cogliere altre cose. Non sono il pittoresco, la carnalità, la sensualità, tutto quel bagaglio di stereotipi con i quali la gran parte dei viaggiatori arriva e che si riporta poi a casa come souvenir da bancarella. È piuttosto l’aspirazione mortificata di un popolo a ritrovare, se non la gloria del passato, la dignità per reggere il confronto con il proprio tempo.

A differenza di un Montesquieu non ha visto solo «preti e canaglia», ha camminato con persone umili e oneste e ha incontrato fior di intelletti fini. E questo non può che aumentare il rammarico per le condizioni in cui il paese versa, ma al tempo stesso lascia aperta una porta alla speranza. Per il momento: «Qui si può anche abitare e trovarcisi benone, – scrive – soltanto bisogna lasciare a casa ogni sentimento d’umanità».

Di qui innanzi, Seume procede nella narrazione con un passo diverso. Non che gli manchino le cose da raccontare (vede tra l’altro a Parigi Napoleone, durante i festeggiamenti del 14 di luglio «è un uomo che si vede forse meglio da duecento miglia che da dieci passi», commenta), perché le conseguenze morali e materiali dei rivolgimenti politici dell’ultimo quindicennio sono evidenti dovunque, ed è soprattutto su queste che si appunta la sua attenzione. Avverte però che la parte più avventurosa (e quindi più interessante) del suo viaggio è ormai alle spalle, e che quanto potrebbe ora descrivere è risaputo:

Da Zurigo si qui corre un bel pezzo di strada, e io ti scrivo il meno possibile perché si tratta di cose piuttosto note.

Lo stesso vale per l’accoglienza:

Da quando ho cominciato a viaggiare sul territorio francese ho trovato prezzi buoni, tutto è andato senza intoppi e ho incontrato dovunque grande cortesia – o per la situazione politica – Sarebbe da presuntuoso volerti scrivere una lunga relazione da Parigi, dato che puoi leggerne una dozzina ogni mese sui giornali.

Il mistero, l’incognito, qualche volta l’incomprensibile, è rimasto al di là delle Alpi. Qui si respira un’altra aria:

Verso sera feci una passeggiata lungo i giardini e i prati e a un tratto udii venire da un pendio boscoso un canto che mi avvinse subito. Questo non mi era mai accaduto in Italia […] – anche perché si tratta di una melodia popolare su un testo tedesco, e – chi cantava erano tre giovinette, che nella luce del tramonto si sarebbero potute prendere per le tre Grazie.

14. Una volta concluso il viaggio Seume torna a Lipsia, dove

[…] adesso voglio vivere, e vivere bene e tranquillamente, per quanto è possibile farlo senza un soldo di risparmi.

Ci riesce, adottando il suo solito sistema: la riduzione al minimo dei bisogni e delle ambizioni. Una sua poesia recita:

Non bevo vino, caffè o liquori / Non fumo tabacco e non sniffo alcunché / Mangio solo i piatti più semplici, /e non mi sono mai ammalato, / né sul lago né sotto altro clima diverso.

Il suo giaccone polacco, che lo accompagnerà ancora a lungo, diventa popolare in città. Ma popolare è ormai lo stesso Seume. La Spaziergang nach Syrakus im Jahre 1802 viene pubblicata nel 1803. Attesa e sollecitata dai suoi molti amici, lo farà conoscere anche fuori da quella cerchia perché verrà apprezzata da diversi artisti e intellettuali di tutta la Germania. Molto meno dai suoi governanti e soprattutto dal governo imperiale, che non digerisce i giudizi negativi espressi sul sistema politico e amministrativo degli Asburgo e ne vieta la pubblicazione su tutto il territorio tedesco (ciò che non ne impedirà comunque la diffusione)

A Lipsia riprende il suo lavoro di traduttore e di curatore di testi classici, ma nel frattempo scrive anche in proprio: oltre a una raccolta di poesie e a diversi saggi critici pubblica una tragedia, prepara una raccolta di aforismi alla maniera di Lichtenberg edita lo scritto comparativo degli armamenti moderni con quelli antichi. Partecipa quindi alla vita intellettuale, ma da par suo, in sordina, mantenendosi sempre un po’ in ombra.

Già prima del viaggio in Italia non era un perfetto sconosciuto. Aveva incontrato Wieland, Schiller, Herder, Goethe, Böttiger, Kotzebue e Garlieb Merkel, il fior fiore dell’intelligencija tedesca, era in contatto epistolare con quasi tutti ed era stato presentato al principe Luigi Ferdinando di Prussia. Ora riprende le collaborazioni, scrive su una rivista letteraria assieme a Schiller e Wieland, ha fatto conoscenza sulla via del ritorno col principe von Metternich, ma non esce dal suo atteggiamento critico e riservato. Ad esempio, non manifesta alcun entusiasmo per il movimento romantico che comincia a dilagare nei vari centri culturali della Germania.

Riceve anche molte visite di suoi corrispondenti inglesi e francesi, che ha conosciuto attraverso il suo lavoro di traduttore e spesso e volentieri se li porta appresso in brevi vagabondaggi. Quella delle camminate a piedi e delle escursioni, soprattutto nelle zone montuose (lo Harz, il Bröchen, i Monti dei Giganti) è una abitudine che non vuol perdere, neppure quando cominciano a manifestarsi i primi segni di un cedimento della salute. Anche i suoi spostamenti per lavoro, a Dresda, a Lipsia o a Berlino, si svolgono rigorosamente a piedi.

Quando nel 1805 gli chiedono di unirsi alla sollevazione (antifrancese) per la patria, risponde che quella in cui un contadino deve combattere senza sapere il perché o addirittura per essere poi venduto come uno schiavo (esperienza che conosce bene), non può essere una patria: o almeno, non è quella che a lui interessa.

La verità è che noi non siamo ancora una nazione nel significato politico della parola, e forse nemmeno abbiamo un fondato motivo per desiderarlo, e forse mai per diventarlo: nelle nostre vecchie e barbariche istituzioni non si ritrova abbastanza giustizia e libertà da suscitare in un uomo entusiasmo per una causa che gli rimane estranea.

Allorché si combatterà per l’uguaglianza dei diritti (lui la chiama «isonomia») allora sarà della partita. Con i governanti che la Germania si ritrova non vuole avere a che fare. Rispetto alla svalutazione dell’individualità, allo sprezzo per i diritti e per la libertà del singolo manifestati in quegli stessi anni da Hegel, qui siamo davvero avanti.

15. Sempre nel 1805 intraprende un altro viaggio, ufficialmente come accompagnatore di un giovane nobile, questa volta volgendosi decisamente al nord. Tra i primi di aprile e la fine di settembre attraversa la Polonia e i paesi baltici e visita la Russia (dove arriva sino a Mosca e a Pietroburgo, e incontra la zarina), la Finlandia, la Svezia e la Danimarca. Anche questa volta il percorso si aggira attorno ai cinquemila chilometri, coperti solo parzialmente a piedi perché Seume comincia ad accusare problemi a una gamba.

Il viaggio è raccontato nel Mein Sommer im Jahr 1805 (La mia estate del 1805), pubblicato l’anno successivo e immediatamente censurato, questa volta non solo nell’impero asburgico e in Prussia ma anche su tutte le terre dello Zar. Non ha perso infatti l’occasione per criticare la situazione politica e sociale in Russia e in Polonia, e in particolare la condizione dei contadini, senza dimenticarsi di quella prussiana.

Anche questo secondo diario, a dispetto delle proibizioni, diventa popolare, soprattutto per le dichiarazioni contenute nell’introduzione, che consolidano la sua aura di “libero vagabondo”.

Con la sincerità ho cumulato tante esperienze, ma non ho guadagnato alcun favore; perché quasi ovunque qualcuno si è sentito offeso […].

Sulle motivazioni reali del viaggio c’è però mistero. Qualche biografo sostiene sia stato intrapreso in conseguenza alla fine deludente di una relazione amorosa (le sue storie sentimentali non furono mai molto fortunate). Il suo più intimo amico, l’editore Georg Joachim Göschen, scrive nell’occasione a un altro comune conoscente:

Non creda che Seume intraprenda il viaggio per qualche scopo. Mi fa rabbia che quest’uomo se ne vada per il mondo così, senza pensare; voglio dire, senza pensare ai giorni futuri della sua vita. Va così, tanto per andare, o per disfarsi di qualcosa camminando: ricavare, non ne ricaverà nulla. Eccolo che, mentre scrivo, entra questo orso di amico. Gli leggo quello che ho scritto. “Tutto a posto – risponde – deve restare tutto così com’è”.

Seume usa comunque le conoscenze e le referenze acquisite nella campagna di Polonia per arrivare sino alla corte imperiale russa, e forse per chiedere anche quel riconoscimento, morale ed economico, che non gli era stato attribuito a suo tempo.

Al ritorno gli viene offerto un lettorato in lingua inglese dall’Università di Lipsia, che gli amici gli consigliano di accettare ma che lui rifiuta dicendo «non lo farei nemmeno se mi offrissero mille fiorini». Non vuole svendersi. Afferma di essere disponibile solo per un’assunzione col titolo di professore, ma in realtà teme i vincoli alla sua indipendenza di pensiero che quell’impiego potrebbe comportare.

Si dedica così alla compilazione dei suoi Apocrypha e inizia anche a scrivere un’autobiografia, poi pubblicata postuma col titolo Mein Lieben. Ma la lascia incompiuta, (sarà completata dal suo amico Clodius), perché la salute alla fine lo tradisce. Muore prima dei cinquant’anni, nel 1810, a Teplitz, per una malattia ai reni che lui stesso aveva battezzato «Morbona». Tra i non molti che accompagnano il suo funerale c’è anche Fichte.

Muore ma non scompare, anche se la popolarità dei suoi libri di viaggio verrà da lì a poco di gran lunga superata da quelli di von Humboldt e di Goethe.

Pur non brillando di una luce particolarmente viva nel firmamento culturale tedesco, Seume in patria non è stato dimenticato. Per limitarci alle cose più recenti, nel 2005 è uscita una sua biografia firmata da Eberhard Zänker (Johann Gottfried Seume: Eine Biographie). Ancor più recentemente, nel 2012, Robert Eberhardt ha analizzato il rapporto con il compagno dell’avventura americana (Seume und Münchhausen. Mit dem Neudruck der Rückerinnerungen von 1797) mentre Christian Preischl lo ha affiancato ai due nomi per eccellenza della letteratura di viaggio germanica (Georg Forster, Johann Gottfried Seume, Alexander von Humboldt: Vertreter der authentischen Reportage). Anche in Italia peraltro era comparso nel 1978, per la penna della bravissima Marlis Ingenmey, un importante studio biografico (L’illuminismo pessimistico di J. G. Seume). Peccato che pochi se ne siano accorti, e che la biografia sia oggi altrettanto introvabile del libro di Seume.

16. Per tornare alla Germania, però, va segnalata ancora un’opera che rappresenta un indiretto omaggio a Seume e testimonia della sua attualità. Nel 1995 è stato pubblicato Der Spaziergang von Rostock nach Syrakus (La passeggiata da Rostock a Siracusa), un romanzo breve di Friedrich Christian Delius. Nel libro sono narrate le vicende di un cameriere, cittadino della Repubblica Democratica Tedesca, che coltiva per lunghi anni il sogno di un viaggio sino a Siracusa, sulle tracce di Seume. Il romanzo è basato sulla vicenda reale di Klaus Müller, che tra il giugno e l’ottobre del 1988 ha lasciato la DDR su una barchetta a vela per realizzare il suo progetto. Nella finzione narrativa il protagonista è rinominato Paul Gompitz.

Gompitz ha letto a scuola La passeggiata a Siracusa nel 1802, e da allora è determinato a recarsi in Italia almeno una volta nella vita. Spera a lungo di poter lasciare legalmente il paese: si prepara procurandosi moneta occidentale, studiando appassionatamente la storia e l’arte della romanità classica, la geografia italiana, oltre al diario di viaggio di Seume.

Arriva però alla conclusione che potrà farlo solo illegamente: impara addirittura a navigare per tentare la via del Baltico, poiché neppure una richiesta ufficiale rivoltagli dal sindaco di Brema, legata proprio ai suoi studi su Seume, gli guadagna la possibilità di uscire in modo legittimo.

Varcato il confine con uno stratagemma, Gompitz non può muoversi come Seume. Paradossalmente la circolazione in Europa è molto meno libera che ai tempi di Napoleone, e poi lascia nella DDR una moglie che non può partire con lui. Ha a disposizione quindi un tempo limitato e non può ripetere l’esperienza del viaggio a piedi. Utilizza treni a lunga percorrenza e sceglie di toccare soltanto alcune mete. Con questo spirito e sotto questa pressione già all’arrivo a Roma è colto dalla nostalgia per la moglie e decide di abbreviare notevolmente il viaggio. Ciò non gli impedisce di assaporare a Siracusa una certa aura “classica” e di vivere poi a Mantova, sulla via del ritorno, davanti al Palazzo Te, una sorta di epifania, legata a reminiscenze del Rigoletto e di un film visto nell’infanzia. Questo momento era la mia più alta ricompensa. Come Faust io gli dicevo: indugia ancora, sei così bello!

Come rientra nella DDR viene immediatamente arrestato, e in questo può senz’altro dire di aver ripetuto un’esperienza di Seume, ma viene poi rilasciato dopo essere riuscito a convincere i suoi inquisitori che l’espatrio clandestino non aveva motivazioni politiche e aver fatto ammenda (in una lettera inviata al vice-presidente della Repubblica Democratica poco prima del suo rientro ammette di «essersi alleato, per amore della conoscenza, con le forze del male», definendo «mefistofelico», in senso goethiano, lo spirito di violazione della legge che lo ha spinto a «cercare sempre, anche mettendosi a rischio»). D’altro canto, il richiamo a Goethe e alla sua immagine dell’Italia, oltre e forse più che a quella raccontata da Seume, è costante in tutto il libro di Delius.

Mi sono dilungato su questo romanzo perché mi sembra significativo non tanto della persistenza dalla memoria di Seume, quanto della differenza che ci separa dai suoi tempi e dagli uomini di quell’epoca.

Il più commosso omaggio alla memoria di Seume è venuto però da Beethoven. Negli anni immediatamente successivi la sua morte, il compositore si recò più volte a Teplitz, a visitarne la tomba, e confessò ad alcuni suoi corrispondenti di aver tratto dai suoi scritti più di una suggestione. In effetti, tra i non molti volumi dei quali si componeva la sua biblioteca, due erano di opere di Seume. È anche molto probabile che il movimento lento di apertura della sonata per pianoforte e voce Al chiar di luna sia stato composto proprio a partire dai versi del poemetto di Seume Die Beterin (Il supplice).

È un’ipotesi che ha più di un fondamento, qualche critico si spinge oltre e sostiene che i due avessero discusso e concordato la cosa. Non so e non mi interessa se ciò sia veramente accaduto, se si siano incontrati per parlare di poesia e di musica: è comunque una immagine troppo bella per rinunciare a chiudere con essa la straordinaria storia di Johann Gottfried Seume.

17. Penso non sia necessario a questo punto ribadire quanto Seume mi abbia conquistato. Lo avevo scoperto quasi per caso moltissimi anni fa, poche righe di Cesare De Seta nel suo saggio L’Italia nello specchio del Gran Tour, ne ho trovato in seguito menzione qua e là, ma sempre in brevi accenni, e comunque mi interessava solo come camminatore.

Quando ho potuto finalmente leggere la Passeggiata verso Siracusa6 è venuto invece fuori l’uomo. Sprigionava una simpatia immediata che è poi divenuta ancora più forte alla luce di tutta la sua storia. È una simpatia tanto più genuina perché è discreta, nasce dalla modesta semplicità che porta quest’uomo a essere positivamente curioso di tutto.

Nel diario di viaggio Seume parte in quarta e racconta, e si racconta, e dà l’impressione di non nascondere o alterare nulla. È tutt’altro che freddo, anzi, è partecipe ma questo non appanna la lucidità del suo sguardo. Sembra non portarsi dietro alcuno degli stereotipi creati dai viaggiatori precedenti. Guarda, osserva, ascolta e giudica, ben consapevole che il suo è uno sguardo straniero e che non può essere che parziale, e mantiene la sua indipendenza di giudizio.

Dovendo rimanere, per forza di cose, sempre sulla scena, non si propone come protagonista ma si ritaglia un ruolo da conduttore. Se nella prefazione ammette che «ognuno racconta sempre e solo se stesso, ed è naturale che sia così», racconta poi ciò che vede, e solo a margine annota ciò che sente. E alla fine del viaggio non appare cambiato rispetto all’inizio, non ne esce trasformato, ne esce arricchito, di coscienza e di conoscenza.

Seume è la tipica persona che vorresti come compagno di camminata. Al contrario dei maggiori teorici del camminare, si accompagna volentieri a occasionali compagni di viaggio e ne apprezza la conversazione. È vero che in un paio di occasioni confessa di aver volontariamente accelerato e finto di non sentire i richiami di chi gli si era attaccato a rimorchio, per toglierselo dalle calcagna: ma chi non lo ha fatto? Ci sono volte in cui, o per la particolare fastidiosità dei soggetti o per un particolare stato d’animo nostro, non si chiede altro che solitudine o silenzio.

Sa vivere bene sia la solitudine che la compagnia, così come sa adattarsi a tutte le situazioni: all’occorrenza si sporca di fango sino ai capelli o si immerge nei guadi fino al petto, senza tante scene (anzi, guardandosi ironicamente dall’esterno). Ama la vita, ama la natura che lo circonda, ama la gente che la abita, quasi tutta (con qualche eccezione per i frati). È disposto ad ammettere che al mondo c’è posto per tutti, anche se alcuni disturbano parecchio la scena e andrebbero possibilmente “riposizionati”.

In tutto il suo diario non compare un vero momento di sconforto: non si chiede mai «ma chi me lo ha fatto fare?». Intendiamoci, non è Candido: si arrabbia di fronte a spettacoli di palese ingiustizia, si innervosisce per le lungaggini e l’arroganza di una burocrazia beota o per i contrattempi e gli incidenti creati dalla stupidità, ma non sembra mai sull’orlo di arrendersi.

Ora, immagino che qualche momento più difficile lo abbia vissuto e magari non abbia voluto parlarne, a differenza dei più che usano il conflitto interiore dei sentimenti per aumentare il pathos della narrazione. Non Seume: è determinato, ha una meta, lì vuole arrivare, non ha tabelle di marcia stringenti, non ha lasciato a casa impegni che lo attendono. La sua vita è tutta concentrata in ciò che sta facendo, che ha voluto fortemente. Per questo tira avanti senza ripensamenti.

In altre occasioni ho parlato di quanto incida la sicurezza di sé nei rapporti umani, scindendola dalla fisicità. Seume non ha un fisico da corazziere. Lui stesso quando racconta dell’arruolamento dice di essere uno dei più bassi, ma non è tipo da lasciarsi pestare i piedi e nemmeno gli passa per la testa di calpestare quelli altrui. Il suo vero randello, la sua arma di difesa, è la cultura. Una cultura fortemente desiderata e conquistata a dispetto delle proibitive condizioni di partenza, non indossata come un abito o un guscio, ma digerita e assimilata bene, che gli circola nelle arterie assieme all’ossigeno e nutre il suo animo e il suo cervello.

Parla cinque lingue moderne e ne conosce tre antiche (oltre al greco e al latino, anche l’ebraico). È in grado di conversare alla pari con i mulattieri come con gli studiosi e con gli uomini politici, e sa ascoltare gli uni e gli altri senza riverenze per gli ultimi e senza supponenza nei confronti dei primi. Soprattutto, sa prendere se stesso e il mondo con la giusta dose di ironia che è l’espressione sottile e discreta di una sostanziale benevolenza. Questo può permetterselo solo chi è davvero sicuro di sé, è ciò che gli altri avvertono e per cui non possono provare che un altrettanto benevolo rispetto.

Ho accennato sopra all’unica biografia italiana di Seume, L’illuminismo pessimistico di J.G. Seume, di Marlis Ingenmey (che è la miglior traduttrice di letteratura italiana in lingua tedesca, ed è anche figura di primo piano nel dibattito culturale europeo odierno) (7). Come dicevo, anche questa è praticamente introvabile e ne sono venuto in possesso solo di recente: la lettura mi ha fornito un sacco di nuove informazioni, anche se non mi ha indotto a cambiare una virgola delle mie impressioni. Ho piuttosto trovato ingannevole quel pessimistico riferito all’illuminismo di Seume, che già dal titolo sembra voler scoraggiare il lettore o prepararlo a una lettura mesta e penitenziale.

Seume non è affatto un pessimista. È un realista, che come tutte le persone normali e intelligenti (sempre che l’intelligenza sia la normalità) ha coltivato in gioventù i suoi sogni, li ha visti presto svanire e ha saputo svegliarsi e tornare con i piedi per terra senza per questo rinnegarne la bellezza.

Il viaggio in America, quello in Italia e infine quello in Russia, in maniere diverse sono state occasioni per toccare con mano che il mondo e gli uomini rimangono gli stessi a qualsiasi longitudine, che ovunque prevale quell’ingiustizia che aveva ben conosciuta e sofferta sin da bambino, direttamente e attraverso le disgrazie del padre, e che le ideologie nazionalistiche sono gli strumenti dell’oppressione e dello sfruttamento allo stesso modo delle superstizioni religiose. Dove si è tentato di sottrarsi a questa condizione, in nome della libertà e dell’eguaglianza come in Francia e in Italia, o dalla patria come in Polonia e in Germania, le cose sono finite sempre egualmente male. D’altra parte, se tornasse in vita, si guardasse attorno e ripetesse oggi quei viaggi, ne uscirebbe con impressioni identiche.

Ciò non significa però che Seume, disperando della natura umana, si abbandoni a un rassegnato cinismo. Continua a combattere una sua personalissima battaglia, l’unica in cui è possibile davvero credere, che passa innanzitutto attraverso l’esemplarità. Questo non glielo può togliere nessuno. E se uno si intestardisce a comportarsi come ritiene dovrebbero comportarsi tutti, ma non pretende di imporlo a nessuno, significa che alla fin fine in una qualche positività della natura umana ci crede, senz’altro molto più di coloro che quella natura vogliono educarla e cambiarla a forza di rivoluzioni.

Su Seume, come su Leopardi, pesa quel fraintendimento che nasce dall’accezione distorta di “pessimismo”. Vedere le cose come stanno e indignarsi perché stanno così, almeno per quella parte imputabile alla cattiva volontà o all’ignavia nostra e non alle leggi della natura, non è pessimismo. È passione civile. Pensare che non sarà la provvidenza divina a cambiarle e che non esistono paradisi, né in cielo né in terra, ma che dipende da noi far sì che non esistano nemmeno inferni, è la più genuina manifestazione possibile di fiducia nei confronti degli uomini. È l’atto di fede della religione «della ragione, della generale giustizia per tutti, della libertà e dell’umanità».

A differenza della maggior parte di coloro che incontra, Johann Gottfried Seume non si limita a professare il suo credo, cerca di viverlo concretamente, in ogni rapporto con gli altri, indipendentemente dalle risposte che gli arrivano e a dispetto di un mondo che pare andare in direzione opposta. Non è da stupirsi che si arrabbi, sarebbe assurdo il contrario. Ma Seume sa anche che la coscienza e il civismo non sono derrate da esportazione, se non crescono in loco non sono commestibili. Non crede nella rivoluzione perché le rivoluzioni non cambiano nulla, aggiornano soltanto la situazione ai tempi. Non ci crede non per sfiducia nel cambiamento, ma perché vorrebbe cambiare sul serio.

È questo, il pessimismo?

Una Bibliografia minima

CRAVERI CROCE, E. – Poeti e scrittori tedeschi dell’ultimo settecento – LATERZA, 1951

EBERHARDT, R. – Seume und Münchhausen. Mit dem Neudruck der Rückerinnerungen von 1797 – WOLFF, ED 2012

INGENMEY, M. – L’illuminismo pessimistico di J. G. Seume – MARSILIO, 1978

ZÄNKER, E. – Johann Gottfried Seume: Eine Biographie – F&FABER, 2005

PREISCHL,Georg Forster, Johann Gottfried Seume, Alexander Von Humboldt: Vertreter Der Authentischen ReportagePETER LANG, ED 2013

SEUME, Johann Gottfried – L’Italia a piedi 1802 – LONGANESI 1973

SEUME, Johann Gottfried – Seumes Werke (2 vol)– AUFBAU, 1977

SEUME, Johann Gottfried – Mein Leben – HOLZINGER, 2014

1 Per il suo carattere insofferente di ogni prevaricazione, Andreas Seume ebbe più di un problema con le autorità civili e religiose, che gli costarono in pratica la riduzione progressiva da libero artigiano e contadino a servo della gleba. Fu proprio questo, agli occhi del figlio, a distruggerne la salute e a farne un modello esemplare di giusto che non si piega alle iniquità del mondo.

2 Nell’aprile del 1809 Münchhausen sarà coinvolto nella rivolta antifrancese animata dal generale Wilhelm von Dörnberg, dopo la repressione della quale verrà anche processato per alto tradimento. Scamperà alla fucilazione solo per l’abilità dei suoi avvocati.

3 Nel porto di Brema una lapide segnala il luogo nel quale Seume saltò dalla nave all’arrivo dall’America, e ricorda che alcuni cittadini e un pescatore cercarono di aiutarlo, sottraendolo alle ricerche dei suoi rapitori. Venne catturato solo alcuni giorni dopo, in territorio prussiano.

4 Seume nell’Autobiografia racconta che i suoi scolari abbracciarono le gambe dei soldati incaricati di fustigarlo, invocando e ottenendo la grazia.

5 In una lettera Seume scrive: «In otto mesi e mezzo mi sono fatto a piedi di 800 miglia (6000 chilometri) senza contare i tratti di trasporto per terra e per mare […]». Mi sembra un calcolo per eccesso.

6 Non è stato facile. Il libro, tradotto da Alberto Romagnoli e pubblicato nel 1974 da Longanesi col titolo L’Italia a piedi nell’anno 1802, è fuori catalogo da decenni e non è più stato ristampato. Ho potuto procurarmelo solo attraverso un’asta in rete. È l’unica opera di Seume tradotta nella nostra lingua.

 

Viaggi di carta. La letteratura dei viaggi e delle esplorazioni

Tracce per un itinerario bibliografico sul tema

di Paolo Repetto, 2013

Questa bibliografia non pretende di essere “ragionata”, ma ambisce a risultare quanto meno “ragionevole”: nel senso che propone, con un paio di eccezioni, opere disponibili nella traduzione italiana e abbastanza facilmente reperibili o acquistabili. Che siano tali lo dimostra il fatto che io le ho acquistate o reperite.

Sulle motivazioni, la psicologia, il simbolismo del viaggio
Sulla storia del viaggio
Guide al viaggio o riflessioni sul viaggio
Storia delle esplorazioni
Storie romanzate di viaggiatori o esploratori
Resoconti e diari di viaggio: scienziati ed esploratori
Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (fino al 1950)
Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (dopo il 1950)
Opere di narrativa e di poesia utilizzabili per percorsi didattici sul viaggio

Sulle motivazioni, la psicologia, il simbolismo del viaggio

AA. VV. – Il viaggio. L’avventura e la memoria – GUIDA, 1990
AA. VV – Il viaggio nei classici italiani. Storia ed evoluzione di un tema letterario – LE MONNIER, 2011
AIME, M. – Sensi di viaggio – PONTE ALLE GRAZIE, 2005
ANDERSON, N. – Il Vagabondo. Sociologia dell’uomo senza dimora – DONZELLI, 1994
ATTALI, J. – L’uomo nomade – SPIRALI, 2006
AUGÉ, M. – Non luoghi – ELÉUTHERA, 1993
BARBER, R. – Pellegrinaggi – ECIG, 1995
BENJAMIN, W. – Il viaggiatore solitario e il flaneur – MELANGOLO, 2001
BLUMBERG, H. – Naufragio con spettatore – BOLOGNA, 1985
BLUMBERG, H. – La leggibilità del mondo – IL MULINO, 1984
BOCCONI, A. – Viaggiare e non partire – GUANDA, 2002
BOITANI, P. – L’ombra di Ulisse – IL MULINO, 1992
BOITANI, P. – Sulle orme di Ulisse – IL MULINO, 1998
BOITANI, P. – Parole alate – MONDADORI, 2004
BRIL, J. – La traversata mitica – ECIG, 1993
BRILLI, A . – In viaggio con Leopardi – IL MULINO, 2000
CAMASSA, C. – FASCE, S. – Idea e realtà del viaggio – ECIG, 1991
CARLA’ M. , MERLANTE R. – Il viaggio – PALUMBO, 1996
COLLINI, P. – Wanderung. Il viaggio dei Romantici – FELTRINELLI, 1996
DEMETRIO, D. – Filosofia del camminare – CORTINA, 2006
D’AGOSTINI, M.E. – Viaggi in Utopia e altri luoghi – MILANO, 1989
D’AGOSTINI, M.E. – La letteratura di viaggio – MILANO, 1987
DISCACCIATI, R. – Invito al viaggio – ARCHINTO, 2010
DISCACCIATI, R. – Il dottor Livingstone, suppongo – ARCHINTO, 2011
FARINELLI, F. – La crisi della ragione cartografica – EINAUDI, 2009
FARINELLI, F. – L’invenzione della terra – SELLERIO, 2007
FISSET, E. – L’ebrezza del camminare. Piccolo manifesto in favore del viaggio a piedi – EDICICLO
FASANO, P. – Letteratura e viaggio – LATERZA, 1999
FEGA, W. –Il viaggio. Mito e scienza – BONONIA U.P., 2006
GARGANO, A. SQUILLANTE, M. – Il viaggio nella letteratura occidentale tra mito e simbolo – LIGUORI, 2005
GASPARINI, G. – Il viaggio – EDIZIONI LAVORO, 2000
GOTT, R. – Viaggiare nel tempo – MONDADORI, 2002
GROS, F. – Andare a piedi – GARZANTI, 2013
GUARNIERI, L. – Viaggio, nonostante tutto – ANIMA, 2009
GUEDJ, D. – Il meridiano – TEA, 2002
LAVARINI, R. – Viaggiatori. Lo spirito e il cammino – HOEPLI, 2005
LEED, E. – La mente del viaggiatore – IL MULINO, 1992
LEED, E. – Per mare e per terra – IL MULINO, 1994
MASPERO, A. – A come Avventura – FBE ED., 2005
MAZZOLENI, G. TIBALDI, M. – Il mito delle Isole Felici – D’ANNA, 1976
MENZIO, P. VATTIMO, G. – Il viaggio dei filosofi. La metafora del viaggio – CIRVI, 2000
MILANI, R. – Il paesaggio è un’avventura – FELTRINELLI, 2006
MONTANDON, A. – La passeggiata. Ritualità e divagazioni – SALERNO, 2006
NORTHJ, J. – Il segreto degli ambasciatori – RIZZOLI, 2005
PELLEGRINO, F. – Geografia e viaggi immaginari – ELECTA, 2006
PIERANGELI,F. PAPI,F. – Il viaggio nei classici italiani – LE MONNIER, 1987
PRATO, P. – TRIVERO, L. – Viaggio e modernità – SHAKES. e C., 1989
QUAINI, M. – La mongolfiera di Humboldt – DIABASIS, 2002
RIVA, G. – Filosofia del viaggio – CITTÀ NUOVA, 2008
SCARAMELLINI, G. – La geografia dei viaggiatori – UNICOPLI, 1993
SCARPI, P. – La fuga e il ritorno – MARSILIO, 1992
SOBEL, D. – Longitudine – RIZZOLI, 1996
TEROUX, P. – Il tao del viaggio – Dalai, 2012
VIRILIO, P. – L’orizzonte negativo – COSTA e NOLAN, 1989
ZANETTO, G. – Entra di buon mattino nei porti – B. MONDADORI, 2012
ZUMTOR, P. – La misura del mondo – Bologna, 1995
WINCESTER, S. – La mappa che cambiò il mondo – TEA, 2001
WINCESTER, S. – Il fiume al centro del mondo – NERI POZZA, 2001
WINCESTER, S – Atlantico – ADELPHI, 2014

Sulla storia del viaggio

AA. VV – Geografia e viaggi immaginari – ELECTA 2006
AA. VV. – Storie di viaggiatori italiani. Le Americhe – ELECTA-NBA 1987
AA. VV. – Storie di viaggiatori italiani. L’Oriente – ELECTA-NBA 1985
AA. VV – Storie di viaggiatori Italiani . L’Africa – ELECTA-NBA 1986
AA. VV – Storie di viaggiatori Italiani . EUROPA – ELECTA-NBA 1988
AA. VV. – Schiavi e negrieri. La grande tratta – ELECTA GALL. 1996
AA. VV. – Il turismo. Dal Grand Tour alle grandi organizzazioni – ELECTA GALLIMARD 1995
AA.VV. – I viaggi della storia – DEDALO 1988
AA. VV. – Le rotte degli schiavi – TOURING CLUB, 2001
AA VV – Il Viaggio nella letteratura occidentale tra mito e simbolo – LIGUORI, 2005.
AA.VV. – Hic sunt leones. Geografia fantastica e viaggi straordinari – Milano 1983
AA VV – Viaggi e viaggiatori nel Medioevo – JAKA BOOK 2008
BARRIE, D – Il viaggio del sestante – RIZZOLI 2014
BAXTER, S. – Storia del mondo in 500 viaggi in treno – RIZZOLI 2018
BELLEC, F. – La navigazione – NUOVA ERI, 1990
BERTUCCI, P. – Viaggio nel paese delle meraviglie.(Sc e curiosità nell’Italia del 700) – BORIN. 2007
BRILLI, A. – Quando viaggiare era un’arte – IL MULINO 1995
BRILLI, A. – L’arte del viaggiare – SILVANA 1992
BRILLI, A. – Il viaggiatore immaginario – IL MULINO 1997
BRILLI, A. – Il viaggio in Italia – IL MULINO 2006
BRILLI, A. – Il viaggio in Italia – BANCA POPOLARE DI MILANO 1987
BRILLI, A. – Il viaggio in Oriente– IL MULINO 2009
BRILLI, A. – Un paese di romantici briganti – IL MULINO 2003
BRILLI, A. –Mercanti avventurieri – IL MULINO 2013
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SACCHI, M. – Terra in vista! Le grandi esplorazioni oceaniche europee (1414-1521) – EFFEMME 2011
SANGUIGNI, M. – Vittorio Bòttego – PARAVIA, 1952
SCARAMELLINI, G. – Paesaggi di carta, paesaggi di parole – GIAPPICHELLI 2008
SCARIN, E. – Esplorazione e conoscenza dell’Asia – BOZZI, 1961
SCHREIBER, H. – Le vie della civiltà –GARZANTI, 1960
SEPPILLI, A. e T. – L’esplorazione dell’Amazzonia – UTET 1964
SHACKLETON, E. – Ghiaccio – RIZZOLI 2000
SILVERBERG, R. – Alla ricerca dell’Eldorado – PIEMME 1994
SILVERBERG, R. – Navigatori dell’ignoto– PIEMME
SIRACUSA CABRINI, E. – Lodovico di Varthema alle Isole della Sonda – PARAVIA 1932
SIRACUSA CABRINI, E. – A. Cecchi alle frontiere del Kaffa – PARAV 1930
SNELLING, J. – Il monte sacro – Il SAGGIATORE 2008
SOLMI, A. – Acque tragiche – RIZZOLI 1975
SOLMI, A. – I conquistatori degli oceani – DE AGOSTINI 1984
SOLMI, A. – Gli esploratori del Pacifico – DE AGOSTINI 1985
SOLMI, A. – Il passaggio a nord-est – DE AGOSTINI 1986
SOUHAMI, D. – L’isola di Selkirk – SPERLING & KUPFER 2001
SOZIMA, S. – L’orizzonte dell’Eldorado – ERREEMME 1992
SPOTE, O.H.K. – Storia del Pacifico – EINAUDI 1988
SYKES P. – Storia delle esplorazioni – Garzanti 1939
TAILLEMITE, E. – Nei mari del Sud – ELECTA GALLIMARD, 1995
TENDERINI, M. SHANDRIK, M. – Vita di un esploratore gentiluomo – CORBACCIO 2006
TENDERINI, M. – Le nevi dell’Equatore – CDA 2005
TENDERINI, M. –Isabelle, amica del deserto –OGE 2010
TENDERINI, S. – Viaggio in Persia – CDA-VIVALDA ,. 2005
TOMASELLI, C. – Luigi Balzan nelle regioni centrali del Sud-America – PARAVIA, 1928
TREVES, A. – Giovanni da Pian del Carpine alla scoperta della Tartaria – PARAVIA, 1926
TREVISANI, P. – Sven Hedin nel Tibet inesplorato – PARAVIA, 1953
TSUBAKI, R. – Il viaggio di Peter Kalm in America – EUROPA 2016
UHLIG, H. – La via della seta – GARZANTI 1991
VANNUTTELLI, L. CITERNI, C. – Esploratori – SUGARCO 1988
VASQUEZ , E.– Aguirre alla ricerca dell’Eldorado – SAVELLI 1980
VENTRICE, I.–Il viaggio di Rabbi Petachiah di Ratisbona –GIUNTINA 2009
VERNE, J. – I grandi navigatori del XVIII secolo – NAT. GEOGRAFIC
VILLERS, A. – Il favoloso capitano Cook – BARBERA 2005
VINCENT, B. – Perché l’Europa ha scoperto l’America – EDT 1992
VIVIANI, A. – Guido Boggiani – PARAVIA 1955
VON HAGEN, V. – L’Eldorado – RIZZOLI 1976
VON HAGEN, V. – Alla ricerca dei Maya – RIZZOLI 1990
VON HAGEN, V. – Scienziati ed esploratori alla scoperta del Sudamerica – RIZZOLI 1981
VON HAGEN, V. – La grande strada del sole – EINAUDI 1973
VON HAGEN, V. – Darwin e le isole incantate – RIZZOLI, 1982
WILLIAMS N.J., Navi perdute – NERI POZZA 2016
427.         WINCHESTER, S. – Atlantico – ADELPHI            , 2012
WITTLE, T. – I cacciatori di piante – RIZZOLI 1980
WRIGHT, RAPPORT H, I grandi esploratori – LE MASCHERE 1957
WULF, A. – La confraternita dei giardinieri – PONTE ALLE GRAZIE 2011
ZANZI, L. – Dolomieu Un avventuriero nella storia della natura – J. BOOK 2003.
ZAVATTI, S. – Alla scoperta del mondo – MURSIA 1972
ZAVATTI, S – L’esplorazione dell’Antartide –UTET 1960
ZAVATTI, S. – Uomini verso l’ignoto – BAGALONI 1972

Storie romanzate di viaggiatori o esploratori

BACCINO PONCE DE LEON, N. – Maluco – ANABASI 1995
HALL, R. – Alla scoperta di Stanley – MURSIA 1979
HANSEN, T. – Arabia felix – IPERBOREA 1990
HANSEN, T. – Il capitano Jens Munk – IPERBOREA 2000
HANSEN, T. – La costa degli schiavi – IPERBOREA 2005
HANSEN, T. – Le navi degli schiavi – IPERBOREA 2008
HANSEN, T. – Le isole degli schiavi – IPERBOREA 2009
HARRISON, W. – Le montagne della luna – SONZOGNO 1989
KEHLMANN, D. – La misura del mondo – FELTRINELLI 2006
MICHENER, J.A: – Colorado – BOMPIANI 1990
MICHENER, J.A.. – Texas – BOMPIANI 1986
MICHENER, J.A. – Alaska – BOMPIANI 1998
NADOLNY, S. – La scoperta della lentezza – GARZANTI 1985
RANSMAYR, C. – Gli orrori dei ghiacci – LEONARDO 1991
ROBERTS, K. – Passaggio a Nord-Ovest – MONDADORI 198098
STANGERUP. H. – Lagoa Santa – IPERBOREA 1989
ZATTERIN, M. – Il gigante del Nilo – MONDADORI 2000

Resoconti e diari di viaggio: scienziati ed esploratori

AA VV – Giornale illustrato dei viaggi – SONZOGNO, 1980
AA VV – Amazzonia. Mito e letteratura del mondo perduto – ED. RIUN. 1988
AA. VV. – Notizie di viaggi lontani – GUIDA 1986
AA VV – Diari di esploratori dell’Africa Orientale (1843-1929) –LONGANESI 1990
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Lhasa – FMR 1988
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Pampa – FMR 1991
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Mauritia – FMR 2000
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Il reame di Coorg – FMR 1985
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Wingandacoa, la colonia perduta – FMR 1992
AA. VV. – In mezzo ai ghiacci. Viaggi celebri al Polo Nord – N. GEO, 2008
AA VV – La Mecca rivelata (a c. d. A. Brilli) – SELLERIO 2015
ABRAMOV, V. – Nella terra della morte bianca – TEA 2001
ALMAZY, L. – Sahara sconosciuto – BEAT
ALVISE DA MOSTO – Le Navigazioni atlantiche – IST ED IT 1956
AMEDEO DI SAVOIA – La Stella Polare Mare Artico – PIEMME 2005
ARSERN’EV, V. N. – Derzu Uzala – MURSIA 1990
BALZAN, L. – Viaggio di esplorazione scientifica di alcune regioni interne dell’America meridionale – ANTILIA 2011
BARTOLI, D. – Missione al Gran Mogol – PAOLINE 1972
BELTRAMI, G. C. – La scoperta delle sorgenti del Mississippi – BIBL, DEL VASCELLO, 1983
BELZONI, G. B.– Viaggio e scoperte in Egitto e in Nubia – NAT. GEO, 2006
BLIGH, W. – Gli ammutinati del Bounty – NATIONAL GEO., 2005
BOLTZMANN, L. – Viaggio di un professore tedesco all’Eldorado – IBIS 1998
BOUGAINVILLE, H. L. – Viaggio attorno al mondo – LONGANESI 1974
BONATTI, W. – In terre lontane – BALDINI E CASTOLDI 1997
BONATTI, W. – Un mondo perduto– BALDINI E CASTOLDI 2009
BOTTEGO, V. – L’esplorazione del Giuba – GRECO E GRECO 2003
BOTTEGO, V. – L’esplorazione del Giuba – NATIONAL GEO., 2007
BOVE, G. – Viaggio alla terra del fuoco – ECIG 1991
BURTON, R. – Viaggio a Medina e alla Mecca – IBIS, 2007
BYRD R. E.– L’Antartide esplorata – MONDADORI, 1931
BUSSOLI N. – Esplorazioni polari (1773-1938) – BOMPIANI,1943
CABEZA DE VACA – Naufragi – EINAUDI 1989
CAILLÈ, R. – Viaggio a Timbuctù – BIB. DEL VASCELLO 1991
CARLETTI, F. – Ragionamenti del mio viaggio attorno al mondo – MURSIA 1986
CEI, G. – Viaggio e relazione delle Indie (1539-1553) – BULZONI 1993
CERRUTI, G.B. – Tra i cacciatori di teste – ECIG, 1992
CHASE, O. – Il naufragio della baleniera “Essex” – SE, 2002
CHERRY- GARRARD, A. – Il peggior viaggio del mondo – RIZZOLI 2004
CLARK, L. – I fiumi scendevano a oriente – VALLARDI 1985
CLARK, L. – Alle sorgenti del fiume giallo – EDT 1998
CLERICI, L. (a c. di) – Scrittori italiani di viaggio – vol. 1 (1700-1861) – MONDADORI 2008
CODAZZI, A. – Le Memorie – IST ED IT, 1960
COLOMBO, C. – Giornale di bordo – MONDADORI 1973
COOK, J. – Giornali di bordo – TEA 1997
CORTÉS, H. – ANÀHUAC – FMR 1994
DAMPIER, W. – Memorie di un bucaniere – MURSIA 2012
DANA, R. H. – Due anni a prora – DE AGOSTINI 1960
DARWIN, C. – Viaggio di un naturalista attorno al mondo – EINAUDI 1989
DAVID-NEAL, A. – Viaggio di una parigina a Lhasa – VOLAND 1996
DE FILIPPI, F. – Il Duca degli Abruzzi e F.De Filippi nell’Himalaya – NAT. GEO, 2006
DE GERLACHE A. – Quindici mesi nell’Antartico – Voghera, 1902
DE LA CONDAMINE, CH. M. – Voyage sur l’Amazone – LA DECOUVERTE 1993
DE VARTHEMA, L. – Itinerario – ED. DELL’ORSO (AL) 2011
DE VARTHEMA, L. – Itinerario – IST ED IT 1958
DE VARTHEMA, L. – Viaggio alla Mecca – SKIRA 2010
DE VARTHEMA, L. –Itinerario dallo Egypto alla India– LA SCUOLA, 2010
DE VILLALON, C. – Viaggio in Turchia – PAOLINE, 1963
D’OLLONE, H. – La Lolozia proibita – FMR 1986
DOLOMIEU, D. de – Viaggi nelle Alpi (a cura di Enrico Rizzi) – FONDAZIONE ENRICO MONTI, ANZOLA D’OSSOLA 2006
DOSSENA G. , SPAGNOL M. – Avventure e viaggi di mare – TEA 199
DOULS, C. – Il finto musulmano – EDT 2000
DOUGHTY, C. – Arabia Deserta – GUANDA 2003
DUPEYRAT, A. – Nel paese degli uccelli Paradiso – MASSIMO, 1956
FAWCETT, P. H. – Esplorazione Fawcett – BOMPIANI 1958
FORSTER, G. – Viaggio attorno al mondo – LATERZA 1991
FRAY GASPAR DE CAVAJAL – La scoperta del Rio delle Amazzoni – STUDIO TESI 1988
FRANKLIN, J. – Viaggio di Franklin al Nord-Ovest – ECIG 1992
GAETA F. – LOCKHART L. (a c. di) – I viaggi di Pietro della Valle. Lettere dalla Persia – LIBRERIA DELLO STATO, 1972
GASPARRINI LEPORACE T. (a c. di) – Le navigazioni atlantiche del veneziano Alvise da Mosto – LIBRERIA DELLO STATO, 1966
GESSI, R. – Sette anni nel Sudan egiziano – MESSAGG. PONTREM.1987
GHIGLIONE, P. – Dall’Artico all’Antartico – SEI 1963
GIOVANNI DA PIAN DEL CARPINE – Viaggio ai Tartari – IST ED IT, 1957
HAKLUYT, R. – I viaggi inglesi ( 3 voll.) – LONGANESI 1971
HEDIN, S. – Il lago errante – CIERRE 1997
HEDIN, S. – Dalla Persia all’India – TREVES,1912
HEDIN , S. – Trans-Himalaja. Scoperte ed avventure nel Tibet – TREVES, 1910
HEYERDAHL, T. – Kon-Tiki – RIZZOLI 1999
HUMBOLDT, A – Viaggio alle regioni equinoziali – PALOMBI 1986
HUMBOLDT, A – Voyages dans l’Amérique équinoxiale – LA DÉCOUVERTE 1993
HUMBOLDT, A – Reise durchs Baltikum nach Russland und Sibirien – ERDMANN (Stuttgard)1983
HUMBOLDT, A – Die Reise nach Sudamerika – LAMUV 2001
HUMBOLDT, A – L’invenzione del Nuovo Mondo: critica della conoscenza geografica – LA NUOVA ITALIA 1992
IBN BATTUTA – I viaggi di Ibn Battuta – GARZANTI 1993
IBN BATTUTA – I viaggi – EINAUDI 2007
KINGLAKE, A.W. – Eothen. Viaggio a Oriente – EDT 2010
LAFOND De LURCY, G. – Manilla – FMR, 2000
LA PEROUSE, J. F. – Viaggio attorno al mondo – RIZZOLI 1982
LEONE AFRICANO – Viaggio in Marocco – SINNOS 2011
LEVAILLANT, F. – Primo viaggio all’interno dell’Africa – LE LETT. 1994
MANDEVILLE, J. – Viaggi in Oriente – LONGANESI 1973
MANZONI, R. – El Yemen – EDT 1995
MIANI, G. – Diari e carteggi – LONGANESI 2002
MONNERET DE VILLARD , U. (a c. di) – Liber peregrinationis di Jacopo da Verona – LIBRERIA DELLO STATO, 1950
MONOD, T. – Lo smeraldo dei Garamanti – BORINGHIERI 2006
MONOD, T. – Il viaggiatore delle dune – BORINGHIERI 2007
MONOD, T. – In pieno deserto – BOLLATI BORINGHIERI, 2011
MORIER, J.J. – Gulistan – FMR 1987
NANSEN F. – Fra ghiacci e tenebre. La Spedizione Polare Norvegese 1893-1896 –VOGHERA, 1897
NOBILE, U. – L’“Italia” al Polo Nord – NATIONAL GEO. 2006
ODORICO DA PORDENONE – Viaggio – IST ED IT 1957
PARK, M. – Voyage dans l’intérieur de l’Afrique – LA DÉCOUVERTE, 1996
PARK, M.– Viaggio verso il cuore dell’Africa,1795-1797- La casa Usher, 1990
PETECH L. (a c. di) – I missionari italiani nel Tibet e nel Nepal – LIB. DELLO STATO, 1953
PETECH L. (a c. di) – I missionari italiani nel Tibet e nel Nepal. Ippolito Desideri – LIB. DELLO STATO 1956
PIAGGIA, C. – Due anni tra i cannibali – SEI 1981
PICCARD, B – JONES, B. – L’ultima grande avventura – TEA 2002
PIETRO MARTIRE D’ANGHIERA – Mondo Nuovo – IST ED IT 1958
PIETRO MARTIRE D’ANGHIERA – De orbo novo. I viaggi di Cristoforo Colombo – LOGART PRESS 1998
PINTO, A.– Peregrinazione – LONGANESI, 1974
PINTO O. (a c. di) – Viaggi di C. Federici e G. Balbi alle Indie Orientali – LIB. DELLO STATO, 1962
POLO, M. –Il Milione – MONDADORI 1982
RAMUSIO, G.B. – Delle navigazioni et viaggi ( 5 voll.) – EINAUDI 1988
RICCI, (p.) M. – Imperatori e mandarini – SEI. 1981
RICCI ,(p.) M. – Storia dell’introduzione del cristianesimo in Cina – LIBR. DELLO STATO 1942
ROSSELLI, F. – Esplorazioni spagnole in Mesoamerica e nell’oceano Pacifico – PONTE ALLE GRAZIE 1991
ROUSSELET, L. – Malwa – FMR 2001
SAGARD, G. – Grande viaggio nel paese degli Uroni – LONG. 1972
SLOCUM, J. – Solo, intorno al mondo – MURSIA, 1999
SPEKE, J. H. – Viaggio alle sorgenti del Nilo – NAT. GEOGRAFIC 2007
STADEN Hans – La mia prigionia tra i cannibali – EDT 1996
STADEN Hans – Tùpia – FMR 1994
STANLEY, H.M. – Come trovai Livingstone – SAVELLI 1981
STANLEY, H. M. – Alla ricerca di Livingstone – NAT. GEOGRAFIC, 2005
STANLEY, H. M. – Diari dell’esplorazione africana – DALL’OGLIO 1963
SYMES, M. – Viaggio a Pegù (1795) – FMR, 1988
THESIGER, W. – Sabbie arabe – MONDADORI 1991
THESIGER, W. – Quando gli arabi vivevano sull’acqua – NERIPOZZA 2004
T’SERSTEVENS, A.(a c. )– I precursori di Marco Polo – GARZ.1982
TUCCI, G. – Dei, demoni e oracoli – NERI POZZA, 2006.
TUCCI, G. – Nepal: Alla scoperta del regno dei Malla – NEW COMPT 1978
TUCCI, G. – Tra giungle e pagode – NEWTON COMPTON 1979
TUCCI, G. – A Lhasa ed oltre – NEWTON COMPTON, 1980
TUCCI, G. – Tibet ignoto – NEWTON COMPTON 1978
TUCCI, G. – La via dello Swat – NEWTON COMPTON 1979
VINCI, A. – Samatari – L. DA VINCI, BARI, 1956
VINCI, A. – L’acqua, la danza e la cenere – RIZZOLI 1973
XU XIAKE – Peregrinazioni in luoghi sublimi – RIZZOLI 1997
WALLACE, A. D. – L’arcipelago malese – MIMESIS 2014
WALLACE, A. D – Travels of the Amazon and Rio Negro – LONDRA 1890

Eccellenti le antologie LES VOYAGES , edite da ROBERT LAFFONT (Parigi)
Interessante la AA VV – Biblioteca illustrata dei viaggi intorno al mondo per terra e per mare. N. 1 – La Gujana Francese. L’isola del diavolo N. 2 – Cuba e Portorico N. 3 – Il tetto del Mondo viaggio al Pamir N. 4 – I fiordi della Norvegia N. 5 – La Cina cinese N. 6 – Le Filippine N. 7 – In Tunisia N. 8 – Il Siam N. 9 – I Barcelonnettes nel Messico N. 10 – L’Isola Maurizio N. 11 – Attraverso le Pampas (Repubblica Argentina) N. 12 – Le Nuove Ebridi N. 13 – Suriname (Gujana Olandese) N. 14 – Nel Klondyke N. 15 – Darjiling (Himalaya) N. 16 – Il Marocco N. 17 – Chicago N. 18 – Madagascar N. 19 – Ceylan N. 20 – In Palestina N. 21 – L’Ararat N. 22 – Il Paese del Fiume Azzurro N. 23 – Le Steppe Kirghise N. 24 – Bombay la città dei Parsi N. 25 – In Lapponia N. 26 – Gli antropofagi del Perù N. 27 – Il Brasile N. 28 – Gli Annamiti N. 29 – Tangeri (La città dei cani) N. 30 – I Boubous del Congo – SONZOGNO, 1899

Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (fino al 1950)

AA. VV. – Viaggiatori del Settecento – UTET 1962
AA. VV. – Viandanti e viaggiatori – ROBIN, 2008
AA. VV. – Il viaggio. L’avventura e la memoria (4 voll.) – GUIDA 1988
AA. VV. – I narrabondi – EDITORI RIUNITI 1991
AA VV. – Il mediterraneo pittoresco – SONZOGNO 1892 (ried. LIRITI 2003)
AA VV– Viaggiatori dell’Ottocento e del Novecento – IST. POL. STATO 2003
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Babilonia – FMR 1992
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Tsu-Ching-Cheng– FMR 1993
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Argovia e Brisgovia – FMR 1989
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Carpazia – FMR 1990
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Vulcania – FMR 1993
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Beciuania – FMR 1994
AA. VV. (a c.Guadalupi G.) – Ingermanlandia (Sankt Peterburg) – FMR 1992
AA.VV. (a c. Guadalupi G.) – Vicereame della Nuova Spagna – FMR 1992
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Etèria – FMR 1992
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Palatinato di Masovia – FMR 1993
AAFJES, B. – Un viaggio a piedi sino a Roma (poemetto) – OLANDA 1946
ALGAROTTI, F. – Viaggi di Russia – GARZANTI, 2001
ALLAN, M. – I viaggi di Byron – BIBL. DEL VASCELLO 1992
ANDREANI, P. – Giornale 1790 (al paese deli Irochesi) – CLUEB 2005
ANDREANI, P. – Viaggio in Nord America – SCHEIWILLER 1994
ANDREANI, P. –Giornale di viaggio – CDA VIVALDA 2003
ANGIOLINI, L. – Lettere sopra l’Inghilterra, la Scozia e l’Olanda– MODENA 1990
ANONIMO – Racconti di un pellegrino russo – RUSCONI 1973
APPELIUS, M. – La sfinge nera. Dal Marocco al Madascar – 1924
APPELIUS, M. – Asia gialla – 1926
APPELIUS, M. – Il cimitero degli elefanti – 1928
APPELIUS, M. – Le isole del raggio verde – 1929
APPELIUS, M. – Da mozzo a scrittore: attraverso il mondo – 1934
APPELIUS, M. – La crisi di Budda: due anni tra i Cinesi – 1935
APPELIUS, M. – Asia tragica e immensa – 1940
ARDEMAGNI M. – Viaggio alla Terra del Fuoco e in Patagonia – AGNELLI, 1929
ARNAUD, J.F. – Viaggio nel regno della regina di Saba – SELLERIO 2007
BACCHELLI, R. – Mal d’Africa – 1933
BACHOFEN, J.J. – Viaggio in Grecia – MARSILIO, 1993
BADIA y LEBLICH, D. – Viaggio in Siria e Palestina – NOVECENTO 1991
BARETTI, G. – Narrazione incompiuta di un viaggio in Inghilterra – BIB. DEL VASCELLO 1995
BARRILI, B. – Il viaggiatore volante – MUZZIO 1999
BARILLI B. – Il sole in trappola. Diario del periplo dell’Africa (1931) – SANSONI
BARZINI, L. – Viaggio in Terrasanta – EDITORI RIUNITI, 2004
BARZINI, L. – Sotto la tenda – RINFRESCHI (PC), 1915
BARZINI, L. – Nell’estremo oriente – LIB. ED. INTERNAZIONALE, 1904
BARZINI L. – Dall’impero del Mikado all’impero dello Zar – RINFRESCHI,1914
BELLOC, H. – La via per Roma – CANTAGALLI, 2012
BELYI, A. – Da Venezia a Palermo – CASTELVECCHi 2008
BELZONI, G. B. – Viaggi in Egitto e Nubia – HARMAKIS 2019
BENJAMIN, W. – Il mio viaggio in Italia – RUBBETTINO 2000
BEONIO-BOCCHIERI, V. – Dall’uno all’altro Polo – 1934
BEONIO-BOCCHIERI, V. – Vita selvaggia – 1938
BEONIO-BOCCHIERI, V. – In volo traverso i secoli – 1941
BERNIER, F. – Viaggio negli stati del Gran Mogol – IBIS 1991
BERTARELLI, L.V. – Insoliti viaggi – TOURING 2004
BIRD, F. – Una lady nel West – EDT 1998
BORSANI, A. – Stranieri a Samoa – NERI POZZA, 2006.
BOTTA, P. E. – Viaggio intorno al globo – FIBRENO, NAPOLI 1841
BRYDONE, P. – Il grand tour – AGORA’ 2002
BURCKHARDT, J. – Viaggio in Giordania – CIERRE 1994
BYRON, G. – Lettere italiane – GUIDA, 1985
BYRON, R. – Gente di pianura, dei della montagna – BIB. DEL VASC 1993
BYRON, R. – La via per l’Oxiana – ADELPHI 1996
BYRON, R. – Monte Athos. Viaggio alla montagna sacra della Grecia – IBIS, 2006
BYRON, R – L’Europa vista dal parabrezza –  EXCELSIOR 1881
CARROL ,L. – Viaggio in Russia – IBIS 2001
CARVER J. – Voyage dans l’ interieure de l’Amerique Septentrionale 1766-1768. r – YVERDON, 1842
CASTI, G. B. – Viaggio a Costantinopoli (1802) – IL POLIFILO, MI 2005.
CASTIGLIONI, L. – Viaggio negli Stati Uniti dell’A. Sett. – MUCCHI, 2001
CHAMISSO, A. von – Viaggio attorno al mondo – GUIDA 1988
CHATEAUBRIAND, R. – Viaggio in America – PINTORE 2007
CHATEAUBRIAND, R. – Viaggio in Italia – CAROCCI 2010
CHATEAUBRIAND, R. –Memorie d’oltretomba – CAROCCI 2010
CIARLANTINI, F. – Viaggio nell’Oriente mediterraneo – MILANO 1935
CIPOLLA A. – Su gli altipiani dell’Iran –ALPES, 1926
CIPOLLA A. – Sulle orme di Alessandro Magno – MONDADORI,1933
COLLINS, W. – DICKENS, C. – Il pigro viaggio di due apprendisti oziosi – SELLERIO 2003
CORBETT, J. – Il leopardo che mangiava gli uomini – MONDADORI, 1951
DAVID NEEL, A. – Viaggio di una parigina a Lhasa –BIB. DEL VASCELLO 1995
DE AMICIS, E. – Spagna – MUZZIO 1992
DE AMICIS, E. – Sull’Oceano – IBIS 1991
DE AMICIS, E. – Costantinopoli – TOURING 1997
DE BIANCHI, A. – Viaggio in Armenia, Kurdistan, Lazistan (1859) – ARGO 2005
DE BROSSES, C. – Viaggio in Italia – LATERZA 1992
DE GOBINEAU A.J. – Ricordi di viaggio – GRECO E GRECO 2000
DEMARTIN DU TYRAC, L.M. –Scali di Levante – FMR 2000
DEMIDOFF A. – Viaggio nella Russia meridionale e nella Crimea (1837) – TO, FONTANA, 1841
DE MONTMOLLIN, E – Image de la Chine – A LA BACONNIÈRE, 1942
DE SAINT PIERRE, B. – Viaggio all’isola Mauritius – CIERRE 1995
DE SANTIS, F. – Viaggio elettorale – GUIDA 1989
DE VOLNEY, C. F. – Viaggio in Egitto e in Siria (1782-1785) – LONGANESI 1974
DE SAINT-NON, C. – Viaggio pittoresco – RUBETTINO 2009
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MORELLO, M. – Mekong story. Lungo il cuore d’acqua del Sud-est Asiatico – TCI, 2005
MORTARI, C. – Islanda, inferno spento – SEI 1965
MURCUTT, M. – Lost in Tibet. Cinque yankee alla corte del Dalai Lama – BOROLI, (MI) 2006
MURPHY, D. – In Etiopia con un mulo – EDT 2000
NAIPAUL, V.S. – Tra i credenti – RIZZOLI 1983
NAIPAUL, S. – A nord del sud – SERRA E RIVA, 1989
NADOLNY, S. – Biglietto aperto – EINAUDI 1997
NEHBERG, R. – Avventura sul Nilo azzurro – TEA – 2006
NOOTERBOOM, C. – Verso Santiago – FELTRINELLI 1997
NOOTERBOOM, C. – Il Buddha dietro lo steccato – FELTRINELLI, 1997
NOVELLI, L. – In viaggio con Darwin – ECIG, 1992
O’ HANLON, R. – Nel cuore del Borneo – FELTRINELLI 1993
OLLIVIER, B. – La lunga marcia – FELTRINELLI 2003
OLLIVIER, B. – Il vento delle steppe – FELTRINELLI 2006
OLLIVIER, B. – Verso Samarcanda – FELTRINELLI 2002
ORIZIO, R. – Tribù bianche perdute – LATERZA 2000
ORSENNA, E. – Ritratto della corrente del Golfo –P. ALLE GRAZIE 2006
QUILICI, F. – Nelle isole del Sud-Pacifico – REPORTER, Roma 1968
QUILICI, F. – I serpenti di Melqart – MONDADORI, 2003
PACE, F. – Controvento – EINAUDI 2017
PACI, P. – Evitare le buche più dure. Vent’anni di viaggi al contrario – FELTRINELLI 2006.
PARIANI, L. – Patagonia blues – EFFIGIE, MI 2006
PASOLINI, P.P, – L’odore dell’India – GARZANTI 1962
PELLEGRINO, A.M. – In Transiberiana – STAMPA ALTERNATIVA 1990
PEISSON, E. – Poli – BALDINI & CASTOLDI, 1954
PERROTTI, C. – Deserti – CORBACCIO 1998
PERROTTI, C. – Silenzi di sabbia – CORBACCIO 2006
PETTERSON, H. – Con l’Albatross intorno al mondo – BALDINI & C. 1951
PICCARD, B., JONES, B. – L’ultima grande avventura – TEA 2001
PICCOLO, F. – Allegro occidentale – FELTRINELLI 2003
PIOVENE, G. – Viaggio in Italia – BALDINI & CASTOLDI, 1993
PISTONE, F. – Uomini renna – EDT, 2004
POPESCU, P. – Dove comincia il tempo – TEA 2005
PORTELLI, A. – Taccuini americani – MANIFESTOLIBRI 1991
PORZIO, G. – Cuore nero – FELTRINELLI 2001
POSITANO DE VINCENTIIS, F. – Tre donne sulla Transiberìana – MARNA, 2006
PROSPERI, F. – Gran Comora – GARZANTI, 1955
RAMAZZOTTI, S. – Vado verso il Capo – FELTRINELLI 2001
RAMAZZOTTI, S.– Afrozapping. Breve guida all’Africa – FELTR. 2006
RAWICZ S. – Tra noi e la libertà – CORBACCIO 1999
RAVIZZA, V. – Ai confini della vita – GIUNTI 2008
RICHARD, L. – Viaggio nella Cina proibita – TEA 2006
RIGATTI, E. – Minima pedalia – EDICICLO 2005
RIPELLINO, A.M. – Praga magica – EINAUDI 1991
RODRIGUEZ, S.L. – Fior di Norvegia – MAGENES, 2004
ROGGERO, A. – Australian cargo – FELTRINELLI 1998
ROGGERO A. – La corsa del levriero – FELTRINELLI 2002
RUGGERI, C. – Farfalle sul Mekong – FELTRINELLI 2002
RUGGERI, C. – Viaggio in Nuova Guinea – FELTRINELLI 2000
RUMIZ, P. – Oriente – FELTRINELLI, 2003
RUMIZ, P. – La leggenda dei monti naviganti – FELTRINELLI 2007
RUMIZ, P. – Trans Europa Express – FELTRINELLI 2012
RUMIZ, P. – Annibale – FELTRINELLI 2008
RUMIZ, P. ALTAN, F. – Tre uomini in bicicletta – FELTRINELLI 2004
RYTCHEU, J. – Un sogno ai confini del mondo – MURSIA 1983
SARAMANGO, J. –Viaggio in Portogallo – BOMPIANI, 1996
SARNO, L. – Il canto della foresta: la mia vita fra i pigmei – GARZANTI, 1995
SCHILDT, G. – Vent’anni di Mediterraneo – Milano, MAGENES, 2005
SEBALD, W. G. – Gli anelli di Saturno – ADELPHI 2010
SEBALD, W. G. – Gli emigrati – ADELPHI 2007
SEBALD, W. G. – Il passeggiatore solitario – ADELPHI 2006
SEPULVEDA, L. – Patagonia Express – GUANDA 1995
SETH, V. – Autostop per l’Himalaya – EDT 1990
SHAND, M. Viaggio in India in groppa al mio elefante – N. POZZA, 2005
SHAND, M. – Il fiume, il cane e il fumatore d’oppio – N. POZZA, 2006
SIMON, T. – I viaggi di Juppiter – LONGANESI 1979
SINGE, M. – Vagabondo in Irlanda – MATTIOLI 1885
SNYDER, G – Nel mondo selvaggio – RED, 1992
SOLINAS, S. – Da Parigi a Gerusalemme– VALLECCHI, 2011
SOMMERVILLE, C. – Lo scalino d’oro (Creta) – EDT 2001
SOSNINA, E. B. – Le Verste italiane di Ivan Cvetaev – CIRVI, TO 2005
SPARKS, N. – Tre settimane, un mondo – FRASSINELLI, 2006.
STEWART, C. – Una casa tra i limoni – TEA 2006
STEWART, C. – Un pappagallo sull’albero del pepe – TEA 2007
STEWART, R. – In Afganistan – PONTE ALLE GRAZIE, 2005
TAYLER, J. – La valle della casbah – NERI POZZA 2003
TAYLER, J. – In Congo – NERI POZZA 2000
TERZANI, T. – Mustang. Un viaggio – FANDANGO 2011
TERZANI, T. – In Asia – MONDADORI 1997
TESSON, S. – Baku, elogio dell’energia vagabonda – EXCELSIOR, 2007
TESSON, S. – Nelle foreste siberiane – SELLERIO 2011
TESSON, S. – Piccolo trattato sull’immensità del mondo – GUANDA 2006
THAPA, M. – Forget Kathmandu – Vicenza, NERI POZZA, 2006
THEROUX, P. – Bazar Express – RIZZOLI 1986
THEROUX, P. – Il gallo di ferro – BALDINI E CASTOLDI 2001
THEROUX, P. – Dark star safari –BALDINI E CASTOLDI 2006
THEROUX, P. – L’ultimo treno della Patagonia – BALD. E CAST. 2001
THEROUX, P. – Da costa a costa – FRASSINELLI 1985
TODISCO, A. – Viaggio in India – MONDADORI, 1962
TOLSTOJ. A. – L’ultimo segreto sulla via della seta – FBE EDIZIONI, 2003
TOMASSINI, S. – Amor di Corsica : viaggi di terra, di mare e di memoria – FELTRINELLI 2001
THUBRON, C . – In Siberia – PONTE ALLE GRAZIE 2000
THUBRON, C. – Oltre la Muraglia – PONTE ALLE GRAZIE 2001
THUBRON, C. – Nel cuore dell’Asia – PONTE ALLE GRAZIE 1998
THUBRON, C. – Ombre sulla via della seta – PONTE ALLE GRAZIE 2006
THUBRON, C. – Viaggio tra i Russi – PONTE ALLE GRAZIE 2003
THUBRON, C. – Verso l’ultima città – PONTE ALLE GRAZIE, 2002
TORRES, M. – Amor America: un viaggio sentimentale in America Latina – FELTRINELLI, 1996
TILMANN, H. W. – Himalaya dal Nepal – BALDINI & CASTOLDI, 1954
TREVI, E. – L’onda del porto. Un sogno fatto in Asia – LATERZA, 2005
TRILLARD, M. – Cabotage e altri vagabondaggi. Capo Verde e il respiro dell’Atlantico – TCI, 2005
TULLY, M. – Sabarmati express. Nel cuore del gigante indiano – SARTORIO, 2006
TURRI, E. – Viaggio a Samarcanda – DIABASIS, 2003
TUZZI, H. – In Irlanda – TOURING 2004
TYLER, J. – La valle della casbah – NERI POZZA, 2003
TYLER, J. – Congo – NERI POZZA 2001
VERGANI, O. – 45 gradi all’ombra – SEI 1958
VERNI, P. – Mustang, ultimo Tibet – CORBACCIO 2000
VERONESE, P. – Africa : reportage – LATERZA, 1999
VOGEL A. A: – Papuasi e Pigmei – BALDINI & CASTOLDI, 1953
WAUGH, E. – Etichette. – Milano, ADELPHI, 2006
WILL, R. – Il viaggiatore innocente. Avventure nel Pacifico del Sud – GUANDA 2006
WRIGHT, R. – Spagna pagana – MONDADORI 1962

Opere di narrativa e di poesia utilizzabili per percorsi didattici sul viaggio

CASTELLANETA, C. – Viaggio col padre – MONDADORI 1976
CONRAD, J. – Cuore di tenebra – EINAUDI 1980
CONRAD, J. – Racconti di mare e di costa – NEWTON COMPTON 1992
CONRAD, J. – Romanzi della Malesia – NEWTON COMPTON 1993
CONRAD, J . – TifoneIl negro del “Narciso” – BOMPIANI 1955
CONRAD, J. – Lord Jim – MURSIA 1965
FAST, H. – Gli emigranti – EST 1996
FORSTER, E.M. – Passaggio in India – EINAUDI 1981
FORSTER, E.M. – Camera con vista – RIZZOLI 1963
GIONO, J. – Nascita dell’Odissea
GOLDING, W. – Riti di passaggio – MONDADORI
GUTHTRIE, A. B. – Il grande cielo – MONDADORI 1956
GUTHTRIE, A. B. – Il sentiero del west – MONDADORI 1960
HUXLEY, A. – Isole – MONDADORI
KING, S. – Stagioni diverse – SPERLING E KUPFER 1982
KEROUAC, J. – Sulla strada – MONDADORI 1959
JEROME, K. J. – Tre uomini in barca – RIZZOLI 1960
JEROME, K. J. – Tre uomini a zonzo – RIZZOLI 1963
LARSSON, B. – Il cerchio celtico – IPERBOREA 1999
LAWRENCE, R.D. – Sulle piste del grande Nord – MURSIA 1984
LESKOV, N. – Il viaggiatore incantato – GARZANTI 1985
LONDON, J. – Racconti del Pacifico e dei mari del Sud – NEW.CO. 1992
LONDON, J. – Racconti del Grande Nord –NEWTON COMPTON 1992
LONDON, J. – Avventure di mare e di costa – NEW. COMPTON 1992
MALAUF, B. – Leone l’africano
MALRAUX, A. – La via dei re – MONDADORI
MC CARTY, C. – Cavalli selvaggi – EINAUDI 1995
MC CARTY, C. – Oltre il confine – EINAUDI 1996
MELVILLE, H. – Moby Dick – EINAUDI 1974
MELVILLE, H. – Giacchetta bianca – SANSONI 1967
MELVILLE, H. – Billy Budd – RIZZOLI 1965
MELVILLE, H. – Le isole incantate – RIZZOLI 1965
MELVILLE, H. – Taipi – RIZZOLI 1965
MICHENER, J.A. – Il viaggio – BOMPIANI 1993
MOORE, B. – Manto nero – PIEMME 1992
MUTIS , A. – Trittico di mare e di terra – EINAUDI
OMERO – Odissea – EINAUDI 1995
PIRSIG, R. – Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta –ADELPHI 1981
PLATONOV, A. – Ricerca di una terra felice – EINAUDI 1980
POE, E. A. – Gordon Pym – SANSONI 1965
REPETTO, G.L. – Careghé – GUARALDI 1996
RIDER-HAGGARD, Le miniere di re Salomone – NEW.COMPTON 1995
SEBALD, W. – Gli emigranti – BOMPIANI 1999
SENOFONTE – Anabasi – RIZZOLI 1974
SEPULVEDA, L. – Il vecchio che leggeva romanzi d’amore – GUANDA 1994
STERNE, L. – Viaggio sentimentale – RIZZOLI 1995
STEVENSON, R.L. – Mare e avventura – CURCIO 1978
STEVENSON, R. L. – L’isola del tesoro – CASINI, 1963
STIFTER , A. – Cristalli di rocca – ADELPHI 1982
SWIFT, J. – I viaggi di Gulliver – FELTRINELLI 1997
THUBRON, C. – Verso l’ultima città – PONTE ALLE GRAZIE, 2002
TOLKIEN, J.R.R. – Il signore degli anelli – RUSCONI 1970
TOURNIER, M. –Venerdì, o il limbo del Pacifico – EINAUDI 1993
VERNE, J. – Il giro del mondo in ottanta giorni – RIZZOLI 1991
VERNE, J. – Viaggio al centro della terra – RIZZOLI 1991
VERNE, J. – Cinque settimane in pallone – RIZZOLI 1991
VOLTAIRE – Candido – SANSONI 1968
YURIK, S. – I guerrieri della notte – MONDADORI 1983
WHITE, P. – L’esploratore – MONDADORI 1979

 

Voglio andarmene al Perù

di Paolo Repetto, 2011

Ah… A Iquitos c’è tanto da bere…
Con che piacere si deve vivere in un luogo come Iquitos,
dove uno si può ubriacare tutto il giorno!
Indio peruviano, citato da Antonio Raimondi in “El Perù

Ogni tanto, giusto per quel paio di giorni che vanno da un articolo di giornale a un approfondimento televisivo, si torna a parlare di fuga dei cervelli. Come fosse un fenomeno nuovo per questo paese (e come non bastasse guardarsi attorno per accorgersi che di troppi qui è rimasto solo il corpo).

Invece non è nuovo affatto. L’Italia è stata a lungo esportatrice di braccia, ma di cervelli lo è da sempre. Se volessimo fare una lista solo di quelli famosi, da Giordano Bruno fino a Fermi, e poi a Meneghello, Cipolla, Modigliani (entrambi, il pittore e l’economista) e a tutti gli altri che scopriamo italiani per un attimo quando ricevono il Nobel, ci vorrebbe un volume della Treccani. L’emigrazione intellettuale è una delle voci più attive del nostro interscambio con l’estero, segno che siamo bravissimi a creare condizioni di incompatibilità per chi usa la materia grigia.

Oggi si scappa dall’Italia per un sacco di motivi, ma evidentemente ce n’erano parecchi anche in passato, vista la continuità dell’esodo nel tempo. Non ci siamo fatti mancare nulla: persecuzioni religiose, prima, durante e dopo la Controriforma, dominazioni straniere sciagurate e rapaci, e quelle indigene anche peggio, discriminazioni politiche e leggi razziali. Sottolineerei però soprattutto una congenita malignità e trombonaggine dei nostri “ambienti culturali” che, unita a un nepotismo sfacciato, ha sempre indotto i migliori spiriti a cercare respiro e spazio altrove.

Quest’ultimo fattore è più che mai di attualità, anche se nessuno oggi deve fare le valigie per ragioni politiche (un esilio forzato – ma in genere dorato – è previsto solo per qualche grande evasore, o per qualche terrorista); c’è in compenso un’enorme migrazione semi-volontaria imposta dalla sclerosi e dalla povertà delle nostre istituzioni culturali e scientifiche, dallo scandalo delle saghe familiari nelle università, negli ospedali e in parlamento, e più in generale dal disgusto morale di vivere in un paese nel quale l’ignoranza viene esibita e coccolata senza il minimo ritegno.

Le cose stavano già così nell’Ottocento: avesse avuto un po’ di salute in più, Leopardi se la sarebbe filata a vent’anni in Germania o in Francia. Ma le motivazioni alla fuga erano allora prevalentemente politiche, ad andarsene erano soprattutto gli oppositori dei vari regimi, quello borbonico, quello papalino, quello asburgico, quello sabaudo.

Ad esempio, tutta una generazione mazziniana di medici, di ufficiali e di uomini di scienza, dopo i ripetuti insuccessi delle cospirazioni degli anni trenta e quaranta si trasferì in blocco a Londra, sulle orme del maestro, e non fece ritorno nemmeno al compimento dell’unità.

C’erano anche quelli, primo tra tutti Cattaneo, che dopo aver salutato con entusiasmo l’esplosione del quarantotto, essersi battuti sulle barricate e aver pagato le doppiezze della diplomazia piemontese o i velleitarismi dell’azione mazziniana, capirono dove si andava a parare e decisero di cambiare aria.

Tra questi ultimi spicca un uomo il cui nome agli italiani dice poco, o più probabilmente nulla, ma che in Sudamerica è annoverato tra i grandi della scienza e in Perù addirittura tra i padri della patria. Il nome è quello di Antonio Raimondi. Molti non lo avranno mai sentito prima, ed io stesso, pur avendo letto qualcosa di lui oltre trent’anni fa, l’ho riscoperto da poco. Cercherò di fare ammenda con questo breve ritratto.

In effetti, Raimondi non può essere classificato tra i grandi incompresi o tra i perseguitati cui si faceva cenno più sopra, ma tra i dimenticati senz’altro sì (e anche questa è una forma d’incomprensione). Si presta comunque benissimo a esemplificare un modello umano decisamente raro nel nostro paese (per l’ovvia ragione che quando ci nasce se ne va) di persona seria, coerente, profondamente leale, che ha saputo coniugare la curiosità e le capacità intellettuali con la modestia e il disinteresse per i riconoscimenti ufficiali. Ma ha potuto farlo solo andandosene. Poiché non è possibile clonarlo, credo varrebbe la pena, soprattutto per i nostri giovani, almeno conoscerlo.

Raimondi nasce milanese doc, attorno al primo quarto dell’Ottocento (sulla data precisa c’è un po’ di confusione, comunque nel 1824 o nel 1826). Cresce in una città che anche nel periodo della Restaurazione mantiene una dimensione europea negli scambi e nel clima culturale, anche se il rapporto con l’amministrazione austriaca si è molto deteriorato rispetto a quello esistente all’epoca di Parini, di Beccaria e dei fratelli Verri. La famiglia è benestante e gli lascia molta libertà d’azione, assecondando la sua precocissima passione per ogni aspetto della natura. Antonio studia quindi chimica da autodidatta e pratica la ricerca naturalistica con frequenti escursioni in Valtellina: a casa dipinge ad acquerello centinaia di piante e attrezza un piccolo laboratorio nel quale analizza fiori, insetti, rocce, tutto ciò che suscita la sua curiosità. In più a Milano, come in tutti i maggiori centri europei, c’è un giardino botanico che ospita piante esotiche provenienti da tutti continenti, e questo diventa il suo santuario dei sogni:

In quella stagione non avevo altro conforto che rifugiarmi nella serra dell’Orto botanico. Lì, in mezzo a una verde e varia vegetazione, che contrastava vivamente col candore della neve da cui era ricoperto fuori il terreno […], lì, in presenza di quella vegetazione attiva e verdeggiante, quasi tutta oriunda delle regioni tropicali […]. L’immaginazione volava a quelle desiderate regioni, scorreva per le folte selve solitarie […].


Oltre all’Orto botanico di Brera frequenta il Museo di Storia Naturale, da poco fondato e da subito diventato un centro della “resistenza” antiaustriaca. Entra quindi molto presto in contatto con gli spiriti più vivaci e brillanti della Milano prequarantottesca, e nel contempo alimenta attraverso una sana conoscenza naturalistica le fantasie e i sogni che segneranno il suo futuro:

Nel vedere gli animali imbalsamati dei nostri musei, vivificavo nella mia fantasia tutti quegli esseri inanimati, mi trasportavo come in sogno nei paesi dove vivono e assistevo alle loro lotte sanguinose. Vedevo con orrore la tigre feroce abbrancare al collo l’umile daino e strozzarlo in un momento con gli aguzzi artigli. Vedevo il condor dominare con il volo maestoso le bianche cime della gigantesca Cordigliera delle Ande […].

Tutto quello che oggi un bambino dai tre mesi in poi può tranquillamente vedere in documentari, cartoni animati e film, Raimondi se lo ricostruisce partendo da una descrizione, da un’illustrazione o da un esemplare impagliato: invece di consumare come spettatore passivo e inerte delle storie preconfezionate, è produttore, regista e interprete delle sue fantasie.

Vive insomma una di quelle giovinezze possibili solo in altri tempi, quando la gioventù non era un target commerciale e una chimera pubblicitaria, un adolescente poteva ancora sognare un futuro e il suo consumo maggiore era quello degli occhi sui libri.

La passione per le scienze naturali, infatti, è tale che a tredici anni Raimondi si regala, con gli spiccioli del salvadanaio, il Sistema della natura di Georges-Louis Leclerc de Buffon. Ma non legge solo Buffon: legge anche il Viaggio alle regioni equinoziali di Humboldt, se ne innamora com’è già successo al suo quasi coetaneo Darwin, e poi un sacco di altri libri.

Nato con una precisa inclinazione ai viaggi e allo studio delle scienze naturali, sognai dalla prima fanciullezza le splendide regioni della zona torrida. Più tardi, la lettura di varie opere di viaggiatori (Colombo, Cook, Bougainville, Humboldt, Dumont d’Urville e via dicendo) suscitò in me il più vivo desiderio di conoscere quei paesi privilegiati. Nelle mie letture seguivo sulla carta gli itinerari percorsi da quegli illustri viaggiatori, e mi pareva di visitare con essi le numerose isole dell’Oceania e le vaste selve dell’America tropicale […]. La lussureggiante esuberante vegetazione, l’infinita varietà di animali, le tribù selvagge che vagano per quelle cupe foreste, tutto si presentava alla mia immaginazione […].

Un ragazzino così, che gioca in casa al piccolo chimico, ama le escursioni naturalistiche, legge libri e sogna a occhi aperti, oggi sarebbe un sicuro candidato all’analisi psicoanalitica e al bullismo dei compagni. Nell’Ottocento ha altre prospettive, e questo dovrebbe indurci a riflettere sulle derive ultime della nostra società, ma soprattutto, se non gli manca l’animo, ha anche la possibilità concreta di realizzarne alcune. Antonio Raimondi riuscì, sommessamente e incredibilmente, a dare corpo a tutte le sue fantasie. Un suo omologo odierno dovrebbe accontentarsi dei videogiochi.

Le informazioni sulla giovinezza di Raimondi, e in generale su tutta la sua vita, le desumiamo dall’opera nella quale è raccolto e riassunto il frutto di un’intera esistenza dedicata alla ricerca: El Perù, opera che a suo tempo venne paragonata al Cosmos di Humboldt o alle Storie Naturali di Plinio, e che a tutt’oggi è considerata un classico della letteratura scientifica e antropologica, ma della quale non esiste naturalmente un’edizione italiana.

Nel primo volume (nell’edizione originale sono quattro, e tutti belli corposi) Raimondi abbozza una breve autobiografia, mirata più che altro a spiegare l’origine del suo impegno scientifico: racconta pertanto le sensazioni, le passioni, le aspettative della sua giovinezza, mentre è piuttosto stringato sui fatti e non si sbottona molto nemmeno al riguardo degli anni cruciali che a questa giovinezza mettono fine. Sappiamo solo che nel Quarantotto, a ventiquattro anni, Raimondi vive da protagonista tutta la stagione della rivoluzione politica e indipendentista.

È sulle barricate a combattere contro Radezky, nel momento esaltante della cacciata degli austriaci, ma è anche a Custoza, in quello umiliante che prelude al loro ritorno. Prende parte anche all’ultima, infamante battaglia di Novara, dove la tragedia si trasforma in farsa. Molla allora l’esercito piemontese e va ad arruolarsi con Garibaldi per la difesa di Roma, ma ancora una volta vede crollare a Mentana ogni sogno. In un anno e mezzo di lotte ha bevuto fino in fondo il calice della delusione, e si è bruciato parecchi ponti alle spalle: non può rientrare a Milano, meno che mai può andare a Roma, è considerato quasi alla stregua di un disertore dall’esercito piemontese. In più la scoperta dei molteplici e divergenti interessi che stanno dietro la lotta indipendentista, in qualche caso sfociati anche in aperto conflitto, lo ha decisamente sconfortato. È pronto per un altro mondo.

Alla fine del 1849 torna clandestinamente a Milano, il tempo di raccogliere poche cose, qualche libro e qualche attrezzo scientifico, e s’imbarca con alcuni amici su un brigantino in partenza da Genova per l’America. Vede per la prima volta le coste del Perù dopo sette lunghi mesi di navigazione. Non varcherà mai più l’oceano.

Le ragioni della fuga non le spiega, quasi volesse rimuovere tutto. Motiva invece così la scelta della destinazione:

La sua proverbiale ricchezza, il suo vario territorio, che sembra riunire in sé gli arenili della costa, gli aridi deserti dell’Africa, i vasti altipiani, le monotone steppe dell’Asia, le alte vette della cordigliera, le fredde regioni polari, gli intricati boschi di montagna e la lussureggiante vegetazione, mi spinsero a preferire il Perù come campo di esplorazione e studio.

In realtà, quando Raimondi sbarca a Callao, la proverbiale ricchezza è un ricordo lontano. Ultimo paese sudamericano a essersi liberato degli spagnoli, il Perù è rimasto fermo a un’economia mineraria sempre più povera. L’agricoltura è pochissimo sviluppata e nel corso di tre secoli tutta la fascia costiera è stata disboscata e impoverita.

Raimondi ha sognato sin da bambino immense foreste, e da adolescente innamorato delle scienze naturali un paradiso di specie animali e botaniche da scoprire e da classificare: si trova ora davanti coste aride e grigiastre, che lo deludono. Ma non demorde. Prima di tutto deve trovare una sistemazione economica, un’occupazione che in qualche modo gli consenta di mettere a frutto le sue competenze. A Lima conosce il dottor Gaetano Heredia, uno degli scienziati più eminenti del paese, che ne ricava un’ottima impressione e gli affida prima il compito di sistemare il Museo del Collegio dell’Indipendenza – trasformatosi poi in Facoltà di Medicina – e l’anno dopo la cattedra di Zoologia e Botanica. Si segnala subito come ottimo insegnante e come infaticabile organizzatore culturale. Rinnova, infatti, l’insegnamento della storia naturale spronando gli studenti alla ricerca sul campo, e spinge perché l’Università completi lo spettro delle cattedre fondamentali (lui stesso fonderà in seguito quella di Chimica analitica)

Raimondi però scalpita. Lima e il circondario dopo un po’ gli vanno stretti. Sullo slancio dell’entusiasmo iniziale ha già visto e identificato tutto ciò che i dintorni della capitale gli offrivano, scoprendo anche qualcosa di nuovo. Ma non è questo che sognava. Non ha attraversato l’oceano per svolgere un lavoro di routine, per quanto prestigioso. Vuole lavorare sul territorio in grande scala, scoprire e descrivere ogni angolo del Perù. In questa direzione lo spingono la serietà del ricercatore, ma anche le suggestioni delle letture e delle illustrazioni viste nell’infanzia.

Pianifica allora un progetto a lunga scadenza, suddividendo il territorio in regioni da esplorare palmo a palmo, con un triplice obiettivo: in primo luogo, una ricognizione geografica che consenta di correggere tutti gli errori e le approssimazioni dei cartografi precedenti; poi un censimento delle ricchezze minerarie, vegetali e animali, delle potenzialità di coltura, delle forme di sfruttamento più congeniali e meno distruttive; infine la ricerca e l’esame critico delle fonti storiche di ogni tipo, per dare ordine e interpretare anche la geografia umana del paese. Il suo piano è accettato: le autorità accademiche gli concedono un’aspettativa a tempo indeterminato dall’insegnamento e da un certo momento in poi, quando cominciano a convincersi dell’importante ricaduta che l’impresa può avere per lo sviluppo economico del Perù, sovvenzionano, sia pure con scarsa regolarità e in misura ristrettissima, le sue esplorazioni.

L’immenso lavoro progettato si può fare solo viaggiando incessantemente, e Raimondi viaggerà addirittura per diciannove anni consecutivi, in un territorio dove esistono poche strade, pochissimi ponti, e i mezzi di trasporto sono cavalli e muli. Lo farà mettendo a repentaglio più volte la propria vita, affrontando i disagi di un’esplorazione compiuta in territori dove unici rifugi possono essere, qualche volta, le misere capanne degli indios. Si calcola che abbia percorso oltre 45.000 chilometri, non interrompendo le sue esplorazioni nemmeno quando è colpito dalla malaria, sopportando la fatica, la fame, le intemperie del clima e le punture degli insetti.

Viaggia con un barometro, un termometro e la bussola, e annota nei suoi diari ogni dato relativo a flora, fauna, geologia, clima, toponomastica, usi e costumi della gente, reperti archeologici, ecc., senza mancare di riferire anche delle peripezie, dei pericoli e dei fatti bizzarri di cui è testimone o protagonista. Produce anche un numero incredibile di acquerelli pregevolissimi, soprattutto di piante e animali, ma anche scorci architettonici.

Da cosa è motivato ce lo dice lui stesso, dopo aver raccontato di alcune sue paurose disavventure:

Ora domando: qual è il motivo che ha spinto il naturalista, in un luogo solitario, non visto da alcuno, a calarsi giù per una ripa con pericolo di vita per cogliere una meschina pianticella che non aveva mai visto altrove? Non certo l’interesse pecuniario, perché il naturalista è disposto ad arrischiare la vita per la più umile erba, sprovvista di fiori vistosi e che non avrebbe alcun valore in commercio. È forse ambizione di gloria? Ma che gloria può venire da un’azione ignorata da tutti, perché nessuno è presente alle sue angustie, ai suoi pericoli e alle sue vittorie? È vero che indirettamente gli può spettare la gloria di aver fatto progredire la scienza, ma non è la gloria il motivo delle sue azioni, poiché l’uomo fatto per l’investigazione della verità obbedisce quasi ciecamente a un innato desiderio e, se anche si trovasse del tutto segregato dal mondo e non fosse possibile trasmettere alla posterità il risultato dei suoi studi, lavorerebbe tuttavia e arrischierebbe cento volte la vita pur di strappare un segreto alla natura e scoprire la verità dovunque si trovi.

L’altro motivo è che Raimondi, persa una patria, ne ha trovata un’altra, una realtà completamente nuova e tutta da esplorare, capace di fargli provare continuamente l’emozione della scoperta, dimenticata in qualche modo dagli uomini e dai loro appetiti coloniali, che sembra tagliata su misura per la sua vocazione e alla quale sente di doversi dedicare anima e corpo, e per sempre. Quando da Roma gli arriveranno riconoscimenti e offerte di insegnamento, in un periodo buio della storia del Perù, risponderà: “Grazie, ma non posso abbandonare la mia seconda patria nel momento della sventura”.

Le sue non sono naturalmente ricerche fini a se stesse, al puro accrescimento del sapere scientifico: hanno una destinazione pratica conclamata. Gli studi mineralogici e geologici trovano sbocco ad esempio nella rilevazione di giacimenti minerari, quelli chimici nella determinazione della potabilità delle acque, quelli geografici nella stesura della prima carta geografica completa del Perù. Raimondi è capace di stupore, di rispetto, di gratitudine per le bellezze della natura, ma crede soprattutto nella necessità di conoscerla in profondità, se non per dominarla, senz’altro per volgerne le proprietà al servizio dell’uomo.

Con questi intenti vagabonda a zig zag tra la costa oceanica e le Ande, valica ripetutamente queste ultime (arrivando oltre i 5000 metri di altitudine) esplorandone anche il versante amazzonico, dove discende su una zattera gli affluenti meridionali del Rio delle Amazzoni, visita isole e scala vulcani.

Si è dato un programma preciso e lo rispetta integralmente, cartografando ogni singolo angolo di terra peruviana. Lungo il percorso studia l’origine dei depositi di guano, individua giacimenti di carbone e banchi di salnitro, saggia le rocce aurifere, scopre fonti termali. L’elenco delle località toccate e dei dipartimenti da lui visitati è impressionante, e la cosa singolare è che non cessa di stupirsi e di entusiasmarsi, lungo vent’anni, per quello che vede e che trova.

E trova in effetti, oltre alle meraviglie naturali, anche dei veri tesori archeologici. Dopo aver visitato tutti i principali centri inca (tranne Machu Pichu, che rasenta lungo l’esplorazione del Riobamba, ma che sarà scoperto solo cinquant’anni più tardi) e aver tracciato le piante di Huánuco Pampa o della fortezza di Paramonga, arriva alle rovine di Chavín de Huántar, e si convince che la città abbia ben poco a che vedere con la cultura incarica. Ha ragione, perché la cultura di cui Chavín è testimone risale a quasi tremila anni fa. Nel suo diario scrive:

Arrivai al villaggio di Chavín per osservare le importanti rovine denominate El Castillo; penetrai nei suoi oscuri sotterranei, percorsi in tutti i sensi, sin dove mi fu possibile, questo intricato labirinto, vidi la pietra scolpita con simbolici disegni che, come una colonna, sostiene i grandi massi che formano il soffitto, nel punto dove s’incontrano le gallerie e disegnai una piccola mappa della zona che ero riuscito a visitare.

Ma il bello viene dopo. Dopo aver fatto il giro delle rovine Antonio è invitato a bere un bicchiere di birra di mais da un contadino della zona. Mentre si disseta nota il contrasto tra la povertà della casa del contadino, costruita con mattoni di paglia e fango, e il lungo tavolo di pietra scura che sta al centro. Passa le dita sulla parte inferiore di quest’ultimo e si rende conto che è piena di fini incisioni. Appena riavutosi dal mezzo infarto che gli è preso, tratta l’acquisto della pietra. Il contadino perde un pezzo del mobilio, ma l’umanità acquista una straordinaria testimonianza di una cultura scomparsa: la Stele Raimondi, oggi conservata a Lima, nel Museo Nazionale di Archeologia e Storia del Perù, è una lastra di pietra vulcanica di quasi due metri per ottanta centimetri, spessa circa venti, su una faccia della quale è rappresentato in bassorilievo il giaguaro dorato, la più importante divinità dell’epoca di Chavín.

Il viaggio nel bacino alto del Rio delle Amazzoni, nel corso del quale arriva sino al Brasile, è l’ultimo della “grande esplorazione”. Nel 1870 torna a Lima e comincia a riordinare l’enorme messe di appunti o di esemplari che ha raccolto nei suoi vagabondaggi. Non senza ripensare, con gratitudine verso la sorte e con una punta di nostalgia (anche perché nel frattempo si è sposato, e sa che il tempo dell’avventura è finito), agli incredibili anni vissuti tra cordigliere, foreste e deserti.

Quando penso a tutti gli ostacoli superati per portare a termine i miei lunghi viaggi; quando rifletto sui pericoli che da tutte le parti mi assediavano, trovandomi continuamente esposto a perdermi e a perire di sete negli sterminati e aridi deserti della Costa, a essere travolto dall’impetuosa corrente nel guado di qualche torrentoso fiume, a essere sgominato dalla terziana o vittima delle febbri maligne che regnano in alte regione; a sprofondare o rotolare in un precipizio lungo le insidiose scorciato della Sierra; a morire in pochi istanti dal morso di qualche serpente velenoso; o a essere assassinato a frecciate dai selvaggi; quando ricordo tutto questo, e che ho realizzato il sogno di percorrere tutta la Repubblica senza dovere lamentare nessuna disgrazia, congratulo me stesso, considerando che a pochissimi viaggiatori è toccata una così grande fortuna.

Anche il lavoro di riordino e di stesura, come le esplorazioni, è svolto in solitaria. Malgrado sia tornato a insegnare all’Università, infatti, Raimondi non si avvale di assistenti: per disporre il tutto all’interno del quadro che vuole costruire è necessario avere la visione d’insieme, e questa la possiede solo chi ha visto ogni cosa, ogni minerale, ogni pianta, nel suo contesto naturale. È consapevole della difficoltà del suo assunto e del rischio che corre di non arrivarne a capo, ma quando scrive:

Attualmente, una sola idea mi tormenta, ed è il dubbio che non mi basti la vita per porre termine alla mia audace impresa. Giovani peruviani! Fidando nel mio entusiasmo ho intrapreso un arduo lavoro, molto superiore alle mie forze. Vi chiedo, quindi, il vostro concorso. Aiutatemi.

Non chiede soccorso per sé, quanto per la scienza. “Aiutatemi” significa: proseguite e completate la mia ricerca, io la mia parte l’ho fatta.

Il suo momento magico è davvero finito. Ha sposato una donna che gli dà tre figli, ma che presto manifesterà segni di squilibrio e alla fine diverrà ingestibile.

In alternativa alle esplorazioni ha gli amici e il caffè. Ai primi, nonostante la sua scelta di viaggiatore solitario, non ha mai rinunciato: «Vi supplico di inondarmi con un diluvio di lettere perché un uomo che viaggia solo riceve molta consolazione dalle lettere degli amici e gli sembra di stare fra loro, anche se sono lontani», scriveva alla fine degli anni cinquanta. Del secondo fa un vero abuso, tanto da procurarsi una quasi cronica insonnia.

E poi la scienza. Il suo lavoro è conosciuto nel mondo, perché Raimondi mantiene un’attiva corrispondenza con i principali istituti scientifici, ma ciò non toglie che debba faticare per far pubblicare dal governo peruviano, al quale le ha generosamente cedute, le sue opere. Gli ultimi volumi di El Perù vedranno la luce solo dopo la sua morte. I politici peruviani non sono diversi dagli altri, e pensano piuttosto a finanziare gli eserciti. Così, durante la Guerra del Pacifico, quando il Perù subisce l’invasione cilena, deve salvare a casa propria le collezioni di fossili, di minerali, di piante, di crani umani e di insetti che aveva donate all’Università, ma nell’occasione perde anche quelle poche sostanze che gli garantivano una sopravvivenza decorosa. Va a morire infine a casa di un amico, uno di quelli che avevano lasciata l’Italia con lui. Ha solo sessantasei anni, ma la vita, e non certo quella del vagabondaggio, lo ha spossato.

Per molti aspetti, primo tra tutti l’enciclopedismo, e fatta salva una ben diversa attitudine alla modestia, Raimondi ricorda Alexander von Humboldt. Con una fondamentale differenza di assunto, però: il secondo ancora sperava di trovare la chiave di interpretazione del cosmo, il primo si accontenta di conoscerne a fondo e raccontarne una piccola porzione. Nel farlo gli capita magari di avere intuizioni geniali, rispetto ad esempio alla natura e alla composizione dei suoli, o alla storia dei popoli, ma non azzarda teorie, si limita a proporre i fatti e a lasciare loro la parola.

È una questione di carattere, senza dubbio, ma anche di epoca. Raimondi viene dopo Darwin, e paradossalmente con Darwin la scienza fa un enorme passo avanti, ma per un certo verso viene azzerata. Tutte le sue passate acquisizioni rimangono, ma devono essere riconsiderate; ogni singola conoscenza deve essere ricollocata. Raimondi ha la giusta umiltà di farlo partendo dal piccolo, cuocendo i mattoni che serviranno poi ad altri per innalzare il nuovo edificio. Il tipo di conoscenza cui mira ha da essere prima di tutto esaustivo e preciso nei particolari, per consentire sintesi semplici e corrette. Lo si potrebbe definire un manovale del lavoro scientifico, di quelli che si accollano il lavoro duro e sporco e sono soddisfatti di essere utili agli altri.

Questo è il carattere distintivo di Raimondi. La sua scienza vuole essere innanzitutto una scienza “utile”, lo ripete senza stancarsi, nello sforzo quasi commovente di sgomberare le teste dei suoi studenti dalle paturnie nazionalistiche e di indurre i governanti a fare scelte per una valorizzazione concreta del paese. «Date tregua alla politica e consacratevi a far conoscere il vostro paese e le immense risorse che possiede». Naturalmente, è come parlare al muro, ma lui quel paese lo ama davvero, perché a differenza degli studenti e dei politici lo ha percorso, lo ha visto e lo conosce tutto, nelle sue contraddizioni stridenti e nelle sue enormi potenzialità: è ormai diventato per lui la patria vera, sentita più ancora che se ne fosse nativo. E quindi lavora per far conoscere la realtà peruviana al resto del mondo, ma anche e prima ancora per dare al Perù la piena coscienza del suo potenziale culturale ed economico. Offre la sua disinteressata collaborazione alle autorità per sfruttare le ricchezze del paese, ma soprattutto per preservarle. Visto come sono andate poi le cose, temo che si rivolterà nella tomba: le ricchezze sono state sfruttate da altri, la natura che tanto amava è stata violentata in ogni maniera, i suoi connazionali elettivi sono tra i più poveri al mondo. Del suo Perù, e di quello che sperava diventasse, è rimasto poco o nulla: ma questo nulla toglie all’importanza e all’onestà della sua azione. Soprattutto, nulla toglie alla limpidezza dei suoi intenti.

Disgraziatamente pochi capiscano che uno possa spendere tutta la vita nella contemplazione della natura e nell’investigazione de’ suo segreti, senza fare il minimo conto dell’interesse e della gloria.

Mi chiedo perché, alla fin fine, al di là dell’oggettivo ed eccezionale valore dello scienziato, la figura di Raimondi mi abbia tanto colpito, e in maniera così diversa rispetto ad altri che pure gli fanno compagnia in questa personalissima campagna di riabilitazioni. Forse è proprio per la sua apparente “normalità”.

Uno che scrive: «La vera felicità la faccio consistere nella tranquillità d’animo, nella vita pacifica in famiglia, nel rispetto e nell’affetto reciproco e in tutta l’indipendenza possibile dai fastidi che impone la società di pura etichetta» e che poi nella vita dà corpo a tante avventure e realizza tante cose che Indiana Jones gli fa un baffo, non può lasciarti indifferente. È il modo a colpirti, prima ancora dell’intensità.

Raimondi sembra fare tutto come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, non nasconde di aver provato paura trovandosi un serpente a sonagli tra le coperte, ma sembra dirti: com’è normale che sia, spegnendoti sulle labbra la domanda: ma è normale andare a dormire in mezzo a un deserto? Tutto pare capitargli per caso, anche quando sarebbe piuttosto un caso se non gli capitasse: rovinare giù per un precipizio per andare a raccogliere una piantina strana, essere travolto dalla corrente cercando di forzare un guado, fare da bersaglio per gli indios andando a ficcanasare nel cuore della foresta. Cos’altro avrei potuto fare?, sembra chiederti. E allora ti convinci che tanta letteratura e troppo cinema hanno falsato la figura dell’eroe, vincolandoci all’idea dell’impresa eccezionale e subitanea, e facendoci dimenticare quelle realizzate giorno per giorno, con passione, con curiosità e determinazione inossidabili, con modestia e senza spettacolarizzazione, da uomini come Antonio Raimondi.

Raimondi non fece mai ritorno in Italia, anche quando la sua fama cominciò a procurargli inviti e promesse di onorificenze. Evidentemente sapeva sin troppo bene cosa vi avrebbe trovato. Se ho capito qualcosa del personaggio non ce lo vedo proprio a mischiarsi con gli scienziati dell’epoca e a farsi coinvolgersi nelle faide baronali delle nostre università. Nel suo comportamento non è però da leggere alcun disprezzo o risentimento nei confronti del paese originario, anzi non perse occasione di rivendicare le sue origini e si prestò a presiedere il Comitato Italiano quando gli interessi dei suoi vecchi connazionali erano in pericolo. Soltanto aveva capito che l’unico modo per amare questo paese e provarne un po’ di nostalgia, è stargli lontano. E quando gli tornavano in mente l’orto botanico di Brera e i sogni della sua giovinezza, non aveva che da alzare lo sguardo e «gli occhi sembrava non bastassero per guardare tutto».

Per conoscere meglio Antonio Raimondi:
BONFIGLIO, Giovanni – Antonio Raimondi. L’italiano che esplorò il Perù –Ed. Fondazione G. Agnelli, 2008
MONTI, Mario – Gli Esploratori – Longanesi, 1981
GERBI, Antonello – Romanticismo e peruanesimo di Antonio Raimondi, in Le Americhe. Storie di viaggiatori italiani – Electa, 1987

 

Mano di ferro

di Paolo Repetto, 2011

Siamo prima di tutto dei decouvreurs, anche se è dura
abbandonare il fuoco del proprio camino […] per dormire
sulla nuda terra e talvolta senza neppure quella possibilità,
accucciati nell’acqua, la paura che manda brividi su
per la schiena, la pancia vuota, la debolezza nelle viscere
e la sonnolenza nel cuore.
Pierre-Esprit Radisson, coureur de bois

Nell’estremo lembo nord-occidentale dell’Arkansas (lo stato di Bill Clinton e delle noccioline) c’è una cittadina di nome Tontitown. Fossimo in Italia si potrebbe pensare a un toponimo nato dall’irrisione campanilistica dei villaggi vicini, ma qui siamo negli USA, e gli statunitensi sono seri: consacrano i loro luoghi a gente in gamba, che per un motivo o per un altro abbia ben meritato.

È così che troviamo città intitolate a Humboldt o contee dedicate a Garibaldi (manca stranamente Darwin, che si è guadagnato invece una grossa città sulle coste australiane). Per gli esploratori, poi c’è un trattamento preferenziale: accanto a Carson City, a Freemont e a Bridger Town, esiste addirittura una contea che si fregia del nome di Beltrami e c’è anche, appunto, Tontitown, intitolata a Enrico Tonti immigrato benemerito di primissima generazione (mi risulta ci siano anche diverse scuole e associazioni sportivo-patriottiche a lui dedicate).

A dispetto del cognome, Enrico Tonti – in Francia e in America è conosciuto come Henry de Tonti, o de Tonty – è un personaggio talmente avventuroso da sembrare uscito dalla penna di Salgari. Vive in un secolo, il XVII, già di per sé sin troppo “interessante”, e ci mette poi molto del suo, nel senso che non perde occasione per complicarsi la vita.

Segue ancora in fasce il padre Ludovico, costretto a lasciare di corsa l’Italia (è un banchiere napoletano e ha appoggiato la rivolta antispagnola di Masaniello) per rifugiarsi in Francia. Le fortune della famiglia, un tempo ricca e nobile, in terra francese declinano rapidamente, ma Enrico (e come lui i suoi numerosi fratelli) è portato alla vita avventurosa e la politica di Luigi XIV gli offre un sacco di opportunità per sperimentarla.

Tra i venti e i venticinque anni combatte in sette diverse campagne militari, imbarcato come guardiamarina, guadagnandosi sulla tolda il grado di capitano: paga però la carriera con la perdita della mano sinistra, che gli è strappata via dall’esplosione di una granata. Nell’occasione viene anche catturato dagli Spagnoli e trascorre in carcere sei mesi, prima di entrare in uno scambio di prigionieri e tornare in Francia. Qui si fa applicare una protesi in metallo, che copre con un guanto, ed è immediatamente pronto a ributtarsi nella mischia.

Noi lo prendiamo in carico a questo punto, per seguirlo in una girandola di avventure che avrebbero meritato le matite di Hugo Pratt. Ed è proprio così che provo a raccontarlo, ricostruendo una vita a fumetti da quei pochi stralci di notizia che si possono ricavare qui e là.

Dunque, troviamo Tonti a ventisette anni, alto e magro, con baffetti sottili e lunghi capelli scuri, monco di una mano (ricorda un po’ capitan Uncino), ricco di una grande esperienza di navigazione e di battaglie, ma praticamente al verde, quindi intenzionato a cercar fortuna a ogni costo. Si è già fatto una reputazione, e quando nel 1678 incontra René Robert Cavelier de La Salle trova anche una causa.

La Salle è un altro gran bel personaggio. Dieci anni prima aveva lasciato l’Europa per la Nouvelle France, abbandonando la Compagnia di Gesù presso la quale aveva studiato (e che non glielo perdonerà mai). Ha cominciato a battere la regione dei Grandi Laghi insieme ai marchands voyageurs (che sono i trafficanti di pellicce di castoro “autorizzati”) e ai coureurs de bois (che sono quelli indipendenti, considerati come una sorta di bracconieri), ma preferibilmente da solo, a volte sparendo dalla circolazione per anni interi.

Coltiva il sogno di trovare la via d’acqua che dalla regione dei laghi porti fino al Pacifico (il famoso passaggio a nord-ovest). Per un certo periodo si ostina in questa idea, alimentata dal fatto che tutti i corsi d’acqua più importanti in cui si è imbattuto nelle sue peregrinazioni (l’Ohio e l’Illinois) viaggiano verso ovest e che le voci raccolte tra gli indiani parlano di una grande acqua occidentale (in realtà si riferiscono al lago Winnipeg).

La Salle è quindi tornato in Francia alla ricerca di sponsor per una grande missione esplorativa e per ottenere tutte le autorizzazioni e le patenti reali del caso. È in questa occasione che avviene l’incontro, e per il giovane italiano si tratta di un vero colpo di fulmine. La Salle è un uomo imponente, dotato di una forza straordinaria, parco di parole e persino scorbutico, ma emana il fascino del condottiero e dell’uomo d’azione. Enrico lo farà oggetto d’ora innanzi di una amicizia devota e incondizionata, anche se mai gregaria.

Le ambizioni della spedizione organizzata da La Salle sono decisamente sproporzionate rispetto alle forze che riesce a mettere in campo: ha trovato in patria molti incoraggiamenti, ma scarso credito economico. A sbarcare con lui in Canada, dopo una traversata tempestosa, sono una cinquantina di uomini, tra soldati e artigiani, ma quando arrivano attraverso la via dei laghi alla foce del fiume Niagara, dove La Salle ha deciso di impiantare il primo campo base, sono solo quattordici. Tra questi il sacerdote francescano Louis Hennequin, destinato a ricoprire un ruolo di rilievo nella vicenda.

Lo scenario naturale e storico nel quale si immergono è quello raccontato nel bel libro di Brian Moore, Manto nero (e nel film omonimo, altrettanto bello) e rievocato da Pratt, sia pure con uno scarto di mezzo secolo, in Ticonderoga: foreste, laghi, pellicce e indiani. Questi ultimi sono in parte tiepidi alleati, come gli Uroni e gli Algonchini, in parte ferocissimi nemici, come gli Irochesi.

Dagli inizi del Seicento, da quando Samuel de Champlain ha fondato Quebec sulle rive del San Lorenzo e ne ha fatto un centro di scambio e di raccolta, la regione attorno ai Grandi Laghi è divenuta teatro di una guerra sanguinosa e persistente. I primi a prendere contatto con i francesi sono stati gli Hurons (i Calvi), tribù semi-nomadi che già prima dell’arrivo degli europei svolgevano un ruolo di intermediari commerciali, e che ne diventano ora gli interlocutori privilegiati.

Con l’introduzione delle nuove merci, prime tra tutte le armi, il quadro dei rapporti viene completamente destabilizzato: gli Uroni allargano di molto l’area dei loro traffici e creano un vero e proprio impero commerciale, andando inevitabilmente a pestare i piedi ad altre popolazioni.

La più agguerrita e la più potente di queste ultime, gli Iroquis, termine sotto il quale sono raccolte cinque grandi “nazioni”, non accetta questo monopolio che garantisce attraverso la maggior disponibilità di armi da fuoco anche una superiorità militare, e parte al contrattacco con una serie di sanguinose incursioni, interrompendo a più riprese la rete dei traffici. Ciò induce i francesi a schierarsi dalla parte degli Uroni, e di qui nasce una rivalità che si trascinerà sino alla Guerra dei Sette Anni. Dopo essere stati tenuti a bada bene o male per mezzo secolo, quando troveranno l’appoggio e le armi degli inglesi gli Irochesi procederanno a uno sterminio quasi sistematico dei loro rivali.

All’interno di questo scontro si inseriscono altre vicende: le rivalità già accennate tra la compagnia ufficiale delle pellicce e i liberi cacciatori, da un lato, e quella tra la Compagnia di Gesù e i francescani dall’altro. Sono i recollets, francescani di stretta osservanza, a mettere per primi i piedi nella regione, ma alla fine saranno i Gesuiti, molto più potenti e ricchi, a ottenere il monopolio delle anime: questo, tra l’altro, avrà un effetto devastante per gli Uroni, resi meno aggressivi dalla cristianizzazione.

Ma non è finita. Se allontaniamo ancora un po’ lo zoom, troviamo che a est gli inglesi si sono ormai saldamente impiantati sulla costa atlantica e cominciano a guardare verso l’interno, anche se per il momento rimangono fermi al di là degli Appalachi, e che a sud gli spagnoli rivendicano il possesso di tutti i territori percorsi dai conquistatori Hernando de Soto, Pánfilo de Narváez e Francisco Vázquez de Coronado tra il Rio Grande e la Florida, anche se nella realtà possono far conto solo su effimere e sperdute postazioni militari. Insomma, una situazione estremamente mossa, nella quale una sola cosa è certa: la conoscenza geografica e antropologica di tutta l’area è in pratica quasi nulla.

Torniamo ora a La Salle, e soprattutto a Tonti. Una volta arrivati sul Niagara, il piano prevede di impiantare un forte e di costruire un vascello per esplorare le rive dei Laghi e cercare la via fluviale di sbocco verso l’ovest. A Tonti spetta il primo compito, ma i guai cominciano subito. Enrico si becca, infatti, la peste, una delle esportazioni europee di maggior successo nell’interscambio con le colonie del nuovo mondo. Arriva sino in punto di morte, ma ha una fibra eccezionale e ne esce in tre mesi, sempre più magro e pieno tuttavia di anticorpi che gli garantiranno per anni una sorta di immunità. Si affretta quindi a completare la costruzione dell’avamposto (che prende il nome beneaugurante di fort Crèvecoeur, forte Crepacuore), mentre La Salle torna in Canada per organizzare la seconda fase, e il vascello, battezzato Le Griffon, dopo un primo viaggio sino alla Green Bay, sul lago Michigan, scompare col suo equipaggio (probabilmente affondato, ma secondo un’altra versione venduto con tutto il carico ai mercanti di pellicce). Il forte viene terminato appena in tempo, perché deve poi essere difeso per un anno intero dalle incursioni degli Irochesi, con i pochi uomini che sono rimasti di guarnigione. Tonti è in pratica in balìa degli avversari, ma allorché questi si presentano con dei doni per ammorbidirlo li butta fuori a calci, chiarendo subito di che stoffa è fatto. Alla fine, quando La Salle non arriva e tutto ormai sembra perduto, dà fuoco alle fortificazioni e con una sortita disperata rompe l’assedio indiano e porta in salvo i suoi compagni.

Dopo il ricongiungimento con La Salle comincia, nel 1680, la grande stagione delle esplorazioni: i due, insieme o con gruppi separati, battono le foreste dell’Ontario e del Michigan, e intraprendono poi la ricognizione dei bacini dell’Ohio e dell’Illinois. Il tutto in mezzo a imboscate, assalti, sanguinose ritorsioni, tradimenti, dai quali l’italiano esce sempre indenne e nei quali sembra trovarsi perfettamente a suo agio.

Lo capiscono anche gli indiani, che cominciano a loro modo a rispettarlo e soprattutto a temerlo. Mano di ferro è per loro un diavolo dotato di poteri magici, la sua fama corre per i sentieri delle foreste e Tonti non fa niente per smentirla: risponde alla ferocia degli indiani con una ferocia e una determinazione ancor maggiore. Una volta abituatosi alla vita della foresta, ha su di loro tutti i vantaggi di una educazione militare europea e in più uno sguardo sfuggente che non permette mai di far capire i suoi veri sentimenti. Sembra di raccontare la saga di Kinowa, il diavolo scotennato dei fumetti della mia infanzia.

Nel 1680 è comunque incaricato di costruire un altro forte a Starved Rock (Rocca della fame) nell’Illinois (dove oggi c’è un magnifico parco naturale; ma all’epoca c’erano anche, e soprattutto, gli indiani). Viene presto abbandonato dai suoi uomini che temono di finire al palo ed è costretto a rientrare nel Wisconsin da solo, sfuggendo alla caccia degli Irochesi. Ha imparato a sopravvivere con quello che il territorio offre, dal granoturco alle ghiande e agli animali selvatici, a essere invisibile, a muoversi e uccidere in modo silenzioso e veloce. «È più indiano degli indiani», dirà di lui un commilitone: tanto che questi non riescono a braccarlo e la leggenda di Mano di Ferro diventa epopea.

Tornato presso La Salle e inflitta una punizione spietata agli ammutinati che lo avevano spacciato per morto, riparte con lui nel 1682 per l’esplorazione del bacino del Mississippi. Lungo il percorso La Salle prende possesso, in nome del Re di Francia e con una serie di cerimonie simboliche e trattati con le esterrefatte popolazioni rivierasche, di tutte le terre sulle due sponde. In pratica taglia la strada alla possibile espansione delle colonie inglesi verso le grandi pianure.

La vista di quei territori (e quella di alcuni grandi villaggi con costruzioni in fango e paglia, ciò che di più simile a una città ha mai incontrato in America) lascia stupito Tonti che scrive: «è il più bel paese del mondo, e contiene le più belle terre che mai sian state viste». E convince sempre più La Salle nel nuovo progetto che gli sta maturando in testa: una linea di avamposti fortificati dai Grandi Laghi scenda sino al Golfo del Messico, uniti tra loro attraverso la rete fluviale, lungo la quale fare correre il commercio in verticale e dare il via alla colonizzazione della Luisiana.

La spedizione oltrepassa i limiti toccati dieci anni prima da quella di altri due esploratori, Louis Jolliet e Jacques Marquette (che avevano comunque stabilito, in base alla direzione del fiume, che il suo sbocco non poteva essere né nelle acque della California né in quelle dell’Atlantico, ma solo nel Golfo del Messico), e il 9 aprile del 1682 arriva al mare. È la prima discesa testimoniata del Mississippi sino alla foce. Con una solenne cerimonia, culminata nell’erezione di una colonna di legno iscritta e di una croce, alla presenza di venti francesi e di trentun indiani del nord-est, La Salle rivendica per il Re Sole il dominio su tutte le terre di cui il Mississippi raccoglie le acque (vale a dire, oltre la metà del territorio degli Stati Uniti).

Nell’autunno successivo, sulla via del ritorno, Tonti è incaricato della costruzione di un nuovo forte, Fort St. Louis, che nasce su uno scoglio roccioso sopra il fiume Illinois. Diventa quindi governatore e comandante della “città” di St. Louis, un agglomerato di poche baracche e di tende degli indiani Illini (quelli appunto che danno nome all’Illinois e che si estingueranno completamente durante le guerre del Settecento), mentre La Salle rientra in Francia per convincere Luigi XIV della ricchezza dei territori conquistati e delle incredibili prospettive economiche della sua impresa.

Tonti naturalmente non sta con le mani in mano: cerca alleanze con nuove tribù indiane e appena può organizza spedizioni contro gli Irochesi, tanto per ricordare loro che c’è e che non li dimentica. Di questo periodo sappiamo poco, perché non c’è nessun altro a raccontarlo e lui liquida le operazioni belliche con una glaciale laconicità: «Li abbiamo respinti e ne abbiamo fatti fuori parecchi» oppure «Ci hanno assediati per sei giorni, ma se ne sono andati a mani vuote».

Viene poi a sapere, nel 1686, che La Salle è tornato in America e intende risalire il Mississippi dal mare. In realtà La Salle è già approdato nel nuovo continente un anno e mezzo prima, dopo essere partito dalla Francia con due fregate e trecento persone, ma le cose si sono messe subito al peggio. Metà degli imbarcati non ha nemmeno toccato la costa continentale, in parte per le malattie scoppiate sulle navi, in parte per le diserzioni avvenute durante uno scalo ai Caraibi. La spedizione ha mancato poi clamorosamente l’approdo, finendo oltre duecento miglia a ovest delle foci del Mississippi, e si è impantana nella zona paludosa e inospitale di Matagorda Bay. Qui è stato creato un nuovo Fort St. Louis, ma dopo quasi due anni di stentata sopravvivenza i superstiti non sono più di quaranta. A questo punto, agli inizi del 1687, La Salle tenta di raggiungere via terra la foce: ma nel corso di una marcia divenuta ben presto un calvario viene assassinato dai suoi compagni.

Di tutte queste vicissitudini Tonti non è a conoscenza, ma quando si tratta di La Salle non ha bisogno d’altro: parte con una trentina di uomini per andare a dare man forte al suo vecchio comandante. Mentre è in viaggio viene però richiamato urgentemente indietro dalla guarnigione che aveva lasciato a St. Louis, attaccata dagli Irochesi appena lui se n’è andato.

Torna indietro, dà una lezione agli indiani e riparte in esplorazione, arrivando alla foce del fiume Arkansas. Di La Salle nemmeno l’ombra. Chiede e ottiene dal governatore canadese la signoria del territorio e fonda immediatamente una nuova città, che sorge attorno al forte di Arkansas Post. A questo punto ha raccolto attorno a sé anche le famiglie dei suoi soldati, cede ai coloni una parte del territorio e la colonia diverrà ben presto una delle più ricche del sistema francese.

Ma Tonti non è fatto per la vita sedentaria: nel 1687 è già al fianco del marchese di Denonville per una spedizione contro i Seneca, una delle cinque nazioni Irochesi. Fa la sua parte nella carneficina e rientra a Fort St. Louis, dove l’anno successivo viene a conoscenza tramite gli indiani della morte di La Salle: quello che non sa è che il marchese è stato ucciso dai suoi stessi uomini.

Si mette immediatamente in moto, sperando di trovare qualche superstite (in realtà, dopo l’uccisione di La Salle sono stati quasi tutti massacrati dagli indiani Karankawa). Manda in giro esploratori in cerca di notizie e sulla base di qualche vaga indicazione della presenza di prigionieri bianchi parte nel 1689 per i territori delle tribù Caddo, oltre il Red River.

Attraversa l’Arkansas e si spinge sino al Texas. Qui ha la conferma che dei francesi sono trattenuti (o si sono nascosti) tra gli indiani Tonkawa, ed è sempre più determinato a cercarli. Non sono dello stesso parere i suoi uomini, ormai stanchi del lungo inseguimento, che lo abbandonano ancora una volta quasi in massa (ma almeno non lo uccidono, come era successo a La Salle).

È già trascorso un anno dalla partenza ma Tonti non demorde e arriva anche al villaggio Tonkawa, solo per scoprire che i francesi non sono più lì. Questa volta la ricerca è davvero finita e inizia un lungo e travagliatissimo viaggio di ritorno, perché gli indiani non sono per niente disposti a fargli da guida, il territorio gli è sconosciuto ed è molto meno ricco delle foreste del nord, i pochi compagni sono sfiniti e demoralizzati. Tonti rischia la morte per fame, perde tutti i suoi ricchissimi appunti di viaggi, ma alla fine salva ancora una volta la pelle e a metà del 1690 è di ritorno per l’ennesima volta a St. Louis.

E qui anche noi ci fermiamo, perché il suo decennio d’oro è finito e il resto della vita di Tonti è relativamente meno agitato. Sposa una donna indiana, (sembra fosse bellissima), si invischia in imprese commerciali che vanno regolarmente buche, partecipa con i suoi devoti Illini alla guerra contro gli Irochesi, discende ancora il Mississippi per procedere alla colonizzazione di quella Louisiana che aveva contribuito tanto attivamente a fondare, fa anche un breve ritorno in Francia, dove riceve onorificenze, ma non i prestiti che cercava e infine muore, a cinquantacinque anni, nel 1704, durante una nuova esplorazione, divorato dalla febbre gialla. Anche la pazienza degli anticorpi ha un limite.

Aggiungo solo un’appendice su padre Hennepin. Anche se è stato assegnato alla prima spedizione di La Salle come cappellano, Hennepin è in realtà al momento del suo sbarco nella Nuova Francia un eretico convinto (ha frequentato ambienti giansenisti). Lascia perdere ogni intento di evangelizzazione e si dedica immediatamente a esplorare il corso del Niagara, del quale fornirà la prima descrizione data a stampa, mostrando ottime qualità di geografo. Partecipa poi al viaggio del Griffon sino alla Green Bay, nel lago Michigan e sverna con Tonti a fort Crèvecoeur.

Nel 1681 viene incaricato da La Salle di compiere una ricognizione del corso superiore del Mississippi, in compagnia di due voyageurs, ma dopo un paio di mesi è catturato da una banda di Sioux, che se lo porta appresso come schiavo nelle sue scorrerie. È una schiavitù piuttosto morbida, ottiene persino di poter compiere una serie di esplorazioni da solo, dando la sua parola agli indiani. Viene poi liberato da un altro esploratore, Daniel Greysolon Duluth, che è in cerca del passaggio a nord ovest e gode di un grande ascendente sui nativi. A questo punto ritiene di aver visto abbastanza, rientra a Montreal e si reimbarca per la Francia.

Dalla sua esperienza trae tre successivi libri, che conoscono un grande successo e sono preziosi per la ricostruzione della prima parte della vicenda di La Salle, anche se il racconto è condito di molta fantasia (e di fandonie spudorate, come quando afferma di aver esplorato non solo il corso dell’alto Mississippi, ma il fiume intero, scendendo sino alla foce e scoprendola quindi prima ancora di La Salle). La sua Description de la Louisiane, dove da ogni pagina traspare lo stupore della scoperta, avrà l’effetto di calamitare agli inizi del Settecento verso le regioni della Nuova Francia una folla di avventurieri e l’attenzione del nuovo spirito libertino.

La parte del protagonista Hennepin la riserva naturalmente a se stesso, e non mostra grande considerazione per le qualità altrui, ma quando parla di Henry de Tonti, pur senza lasciarsi troppo andare, non riesce a nascondere il rispetto e l’ammirazione per l’uomo dalla mano di ferro.

Che dire? Quella di Enrico Tonti non è una vita esemplare ma è senza dubbio avventurosa. Ci racconta un’epoca in cui il termine “avventuriero” aveva un significato quanto mai aderente all’etimo: ad venturam.

Tonti si butta a capofitto dovunque sente odore di avventura. Lo fa anche per sete di ricchezza e per ambizione, ma visti i risultati non sembrerebbe molto portato in questo senso. Piuttosto, lo fa per amicizia, o almeno per un alto senso di lealtà. Spende anni a cercare La Salle e quando realizza che ormai è morto cerca di ritrovare e portare in salvo almeno gli ultimi suoi compagni. Sarebbe capace di ammazzarli con le sue mani, all’occasione, ma non può accettare di abbandonarli nel pericolo.

Non voglio farla troppo lunga, perché la vicenda si commenta da sola. A volte mi dico che ho avuto una gran fortuna a vivere la maggior parte della mia esistenza nella seconda metà del secolo scorso, che almeno dalle nostre parti non è stata particolarmente “interessante”, e credo che razionalmente si debba pensare proprio così. So benissimo che vista “da dentro” la vita di Tonti sarebbe molto meno affascinante di quanto appare in questa fumettistica ricostruzione. Sarebbe piena di pidocchi, di freddo, di zanzare, di fame, di ferite curate alla meglio, di sporcizia, di violenza, e poi di malattie e di morti atroci e di fatiche disumane. Tonti è inoltre un colonialista, uno che va a imporre con la violenza le leggi, i costumi, la religione e gli interessi degli europei alle popolazioni indigene. Questo non lo dimentico. Ma nemmeno voglio ipocritamente raccontarmi che vada a distruggere un paradiso di armonia, perché la guerra di tutti contro tutti, e degli Irochesi in particolare contro tutte le altre tribù, era già la norma molto prima che i francesi mettessero piede in America. E poi, non è questo che mi interessa.

Mi piace invece immaginare cosa avrebbe potuto raccontare il nostro Enrico ai nipoti, se ne avesse avuti, davanti al camino o al fuoco di un bivacco, e paragonarlo a quanto potremmo essere in grado di raccontare noi, sempre che la concorrenza di televisione e videogiochi e l’assenza di caminetti e bivacchi ce lo consentissero. Certo, il senso della vita non è dato dalle imboscate sventate, dalle marce forzate, dalle lotte corpo a corpo, ma dal momento che non è nemmeno infuso da qualche divinità o idealità trascendente, forse una qualche relazione con la molteplicità e la concretezza delle esperienze, con l’intensità delle sensazioni, con la forza e la genuinità dei sentimenti potrebbe averla.

Non è un caso che oggi, in una società che più o meno assicura un ricovero a tutti, ci sia gente che affronta bivacchi in parete, al gelo e sotto la tempesta. Che in un mondo dove chiunque possiede almeno un motorino ci siano dei fachiri che affrontano a piedi, e di corsa, percorsi di centinaia di chilometri, nei deserti, in alta montagna, in mezzo alle foreste, con sforzi disumani. Che in una cultura che pone al primo posto la sicurezza ci si butti col parapendio o con l’elastico, e qualche volta anche senza. Che persino nell’universo del virtuale gli spettacoli di maggior richiamo televisivo siano quelli in cui si parla di natura selvaggia, e nei quali si vanno a prendere i cobra o i leoni per la coda. Tutte queste esperienze sono dei surrogati di qualcosa che, in effetti, ci manca e di cui la nostra natura evidentemente non può fare a meno.

Per Mano di ferro questa adrenalina era pane quotidiano e ad un certo punto deve essergli parsa anche una condizione normale. Gli sembrava normale anche mettersi a repentaglio, senza un secondo di esitazione, quando si trattava di soccorrere gli amici ed essere assolutamente leale nei loro confronti. Questo, ho l’impressione che oggi funzioni un po’ meno. Forse non fa parte della natura umana (anche se io sono convinto di sì), ma senz’altro dovrebbe far parte della nostra cultura. Se così non è, temo che abbiamo proprio buttato qualche milione di anni.

Per saperne molto di più sull’America di Tonti, e su Tonti stesso:
CARTER, R. – L’Europa alla conquista dell’America – GARZANTI, 1963
DE VOTO, B. – La corsa all’Impero – IL MULINO, 1963
MAFFI, M.– Mississippi. Il grande fiume: un viaggio alle fonti dell’America – RIZZOLI, 2004
MEISSNER, H. O. – La Louisiana per il mio re – PAOLINE, 1970
PIERONI, P. – Sulle piste dei cacciatori di castori – MURSIA, 1989
In queste opere vengono date delle imprese di Tonti versioni discordanti su diversi punti, anche se la sostanza rimane poi quella. La mia non sfugge alla regola. In assenza di un vero e proprio diario redatto dal protagonista le notizie sulla sua vita devono essere desunte infatti da poche lettere e dall’incrocio delle testimonianze di alcuni commilitoni, alcuni dei quali, come padre Hennepin, tutt’altro che attendibili.
Una biografia sufficientemente plausibile ed esauriente si trova comunque nel DICTIONARY OF CANADIAN BIOGRAPHY, VOL II (1701–1740) (edizione online). – UNIVERSITY OF TORONTO PRESS (esiste anche in versione francese, come “DICTIONNAIRE BIOGRAPHIQUE DU CANADA”)

 

Questo è un uomo!

di Paolo Repetto, 2011

Io corro appresso a delle idee; ammucchio
delle pietre che aumenteranno
l’imbarazzo e la confusione che già regnano in me.

Un amico che lo aveva accompagnato nell’ultima grande escursione sulle Alpi racconta che quando il loro gruppo attraversava qualche villaggio, o durante le soste alle locande, gli alpigiani (e soprattutto le alpigiane) non avevano occhi che per Déodat, e mormoravano: ecco un uomo!

C’è da credergli, dal momento che Déodat de Dolomieu era alto più di un metro e novanta, aveva il fisico asciutto di un atleta, camminava come un montanaro (ma più veloce, di miglior passo, avrebbe detto lui) e soprattutto aveva dei formidabili polpacci. Proprio così: fino all’invenzione del treno e alla moda del pantalone a tubo lanciata da lord Brummel il polpaccio era considerato il miglior indicatore della salute e della forza di un uomo, e aveva un suo rilievo nel canone estetico. Quelli di Déodat sembravano scolpiti da Policleto. Ma probabilmente i montanari non si riferivano solo all’impressione fisica: quell’uomo lo conoscevano, lo avevano visto altre volte aggirarsi veloce nelle valli più remote e salire i fianchi delle montagne, con lo zainetto sulle spalle e il martello da geologo in mano, oppure ne avevano sentito parlare: e conoscevano anche le sue peripezie e il suo coraggio.

Dolomieu era molto noto ai suoi contemporanei, sia come scienziato che come “avventuriero”, mentre oggi è ricordato al massimo per la roccia calcarea che da lui ha preso il nome, la dolomia (un bicarbonato di calcio e di magnesio), e per il suo cristallo mineralizzato, la dolomite. In realtà sono famose solo le montagne formate da questo amalgama, le Dolomiti, mentre per la stragrande maggioranza dei turisti, degli sciatori e anche degli alpinisti che le frequentano il loro “scopritore” è un perfetto sconosciuto: e, quel che è peggio, lo rimane anche per la gran parte degli storici della scienza e del pensiero scientifico. Non c’è da scandalizzarsi: è accaduto ad un sacco di suoi contemporanei, primo tra tutti Alexander von Humboldt, famosi e stimati in vita e di lì a poco dimenticati.

Eppure, anche ammettendo che la cultura odierna sia poco propensa a conservare memoria di chi veramente vale, Dolomieu avrebbe tutti i numeri per essere, almeno a livello di nicchia, un personaggio di culto. Come scienziato, come viaggiatore e soprattutto come uomo di una fibra fisica e spirituale eccezionale. Il fatto che non lo sia diventato la dice lunga sui gusti e sulla sensibilità dei miei contemporanei.

Questo breve omaggio non si ripropone di riscattarne la memoria: ci vorrebbe ben altro. È solo un ingenuo tentativo di evocazione, visto che volentieri avrei fatto un pezzo di strada in sua compagnia. Sarà come trascorrere insieme una mezz’ora, invitando a conoscerlo anche qualche amico.

Sul biglietto da visita, se ne avesse avuto uno, Dolomieu avrebbe dovuto scrivere: scienziato. Sul retro però avrebbe dovuto spiegare che razza di scienziato era, perché l’immagine e i comportamenti qualche dubbio lo creavano. Infatti era uno scienziato di nuovo tipo, di un genere che appare attorno alla metà del Settecento e che annovera tutti i nomi migliori della seconda generazione della rivoluzione scientifica (o volendo, della “seconda rivoluzione scientifica”, quella indotta dall’Illuminismo), da Linneo a Spallanzani, da Humboldt a Darwin e Wallace. È gente che esce dai laboratori e dalle accademie per andare a conoscere il mondo in diretta, rifiuta le teorie che spiegano tutto con un principio primo (quelle di Cartesio e di Newton, per intenderci) e prova a guardare le cose, la natura, dal basso e da vicino. Che risale quindi dal particolare al generale, e non viceversa. Il Settecento e la prima metà dell’Ottocento pullulano di questi personaggi irrequieti, sempre in giro come la scopa a raccogliere piante, a scoprire nuove specie di insetti, a classificare rocce e minerali, a frugare dentro i vulcani e a misurare temperature, pressione e umidità nei posti più impensati del globo, non ultime le cime delle montagne. È una vera febbre, che contagia ad esempio gli “apostoli” di Linneo, a caccia di piante per riempire i vuoti della tassonomia e i prati dei nascenti giardini botanici, ma che viene anche tenuta alta dalle accademie scientifiche, a loro volta lunga mano di stati in concorrenza espansionistica, e da un mercato non trascurabile di collezionisti e di importatori di specie esotiche. Questa gente si incrocia, si conosce, litiga, corrisponde. Ad ogni angolo ci si imbatte in qualcuno che è lì per fare ricerca. L’Etna e il Vesuvio sono percorsi da processioni di studiosi inglesi, tedeschi, francesi e persino italiani. Può capitare di incontrare Alessandro Volta lungo un valico alpino, Goethe nella campagna romana o Leopold von Busch in un maso tirolese, come accade appunto a Dolomieu. E mi fermo qui, perché se penso all’odierno “sai chi c’era sull’aereo?” mi prende lo sconforto.

Dolomieu è dunque uno scienziato. Se mi chiedete cosa ha scoperto devo sciorinare nomi scientifici di minerali che non saprei ricondurre a nulla, se si eccettua la dolomia, ma che pur non avendo un posto nella tavola periodica degli elementi sono parenti stretti dei titolari: il berillio (questo nella tavola c’è), l’analcime (silicato idrato di sodio, conosciuto come occhio di gatto), la celestite (solfato di stronzio), lo psilomelano (ossido di manganese e di bario), la leucite, ecc. Ha poi pubblicato memorie fondamentali sull’origine e sull’azione dei vulcani e sul rapporto di quest’ultima con i terremoti, ha ipotizzato per primo l’esistenza di masse ignee profonde ed ha intuito con largo anticipo le conseguenze del raffreddamento superficiale della crosta terrestre, oltre naturalmente ad avere chiarito la differenza di composizione delle rocce delle Alpi occidentali e di quelle orientali. L’elenco dei suoi interessi e delle loro applicazioni è infinito: arriva persino a studiare le pietre dei monumenti e a datare le statue classiche partendo dalla provenienza dei marmi. Ma a noi queste cose interessano relativamente, perché non è tanto di scienza che vogliamo parlare quanto dello scienziato, del suo metodo e del tipo di sguardo che rivolge alla natura.

Déodat scrive a Picot de La Peyrouse, suo compagno di escursioni e soprattutto suo interlocutore scientifico privilegiato: “Avete perfettamente ragione nel combattere quei sistemi generali che vorrebbero sottoporre la natura ad un movimento uniforme e tutto l’universo agli stessi aggiustamenti e ordini di cose che esistono in qualche sua parte. Nelle grandi catene montuose, ad esempio, regno comunemente attribuito ai graniti e gneiss, a torto non si vogliono considerare le pietre calcaree, che sono essenziali tanto all’antico quanto al nuovo mondo”. I sistemi generali cui si riferisce sono, come abbiamo già visto, quello cartesiano e quello newtoniano. Sono il prodotto di una lettura meccanicistica del mondo che non lascia spazio alla singolarità, alla differenza, ma deve riassorbire tutto in una spiegazione basata su leggi fisiche generali. Le montagne, ad esempio, in questo tipo di spiegazione costituiscono una fastidiosa anomalia, non dovrebbero nemmeno esserci e vengono frettolosamente liquidate come un problema di meccanica delle forze o come frutto di insindacabili interventi divini. Voltaire, che è un newtoniano, dice che in fondo sono lì per consentire ai fiumi di scorrere. Dolomieu non è l’unico a ribellarsi alla dittatura di questi sistemi, ma è senz’altro uno dei più convinti e decisi. Non gli interessano gli esperimenti di gabinetto, gli importa di quel grande laboratorio a cielo aperto che è la natura, nel quale le combinazioni, i composti, non rispondono alla legge generale, ma ti meravigliano ogni volta per proprietà ed esiti e comportamenti anomali. “Il mio viaggio nelle Alpi è stato felice, ho visto delle belle montagne e dei fatti curiosi; ho rivisto molte delle mie idee sui limiti del Primitivo e del Secondario. Ho osservato delle singolari successioni di rocce, e infine ho sentito più fortemente ancora la necessità di essere prudente ad avanzare qualsiasi opinione e a introdurre delle teorie, se non voglio essere contraddetto dalla natura”. (4 novembre 1801)

Questo è il laboratorio che vuole frequentare. Quando la Calabria viene devastata nel 1783 da un terremoto catastrofico si mette immediatamente in marcia e va ad ispezionare i luoghi colpiti. Vista da vicino, nelle sue conseguenze sul suolo e su tutto ciò che ci sta (ci stava) sopra, la catastrofe mette in forse ogni ipotesi di continuità, regolarità e gradualità della natura e costringe a leggere i fenomeni per quel che sono, non per quel che dovrebbero essere. L’approccio sul campo consente a Dolomieu di infischiarsene dei massimi sistemi e di districarsi con particolare disinvoltura tra le varie teorie concorrenti che caratterizzano il dibattito scientifico nella sua epoca, soprattutto tra nettuniani e plutonisti. Non si schiera per nessuna delle due parti, anche se il suo interesse per i vulcani e per il “fuoco sotterraneo” lo collocano tra questi ultimi. Crede, certamente, in una forza interna alla natura, endogena, che lo porta anche ad ipotizzare l’origine e la dinamica dei movimenti tettonici, ma non ritiene che questa forza sia riconducibile a formule fisse: la storia della terra non è scritta da una normale prevedibile concatenazione di moti, ma dalla discontinuità di eventi catastrofici. È possibile di volta in volta spiegare e mettere in connessione i singoli fatti: ma per poterlo fare è indispensabile essere sempre pronti a stupirsi e guardare alla natura senza gli occhiali preformanti della teoria. Al contrario, lo sguardo deve essere capace di cogliere l’insieme, proprio a partire dai singoli particolari: ciò che è consentito solo da una ricognizione ambientale compiuta palmo a palmo. In questo Dolomieu anticipa il principio metodologico di Humboldt: solo vedendo coi tuoi occhi puoi cogliere all’interno del quadro della natura differenze, affinità, continuità, rotture. “È sulle montagne, attraverso l’osservazione personale che si deve apprendere la litologia. I campioni di per sé sono senza carattere”. Sono le sfumature a fare da legante, a far trapassare un fenomeno da una scala quantitativa e qualitativa all’altra e a rendere comparabili aspetti e dati che in una pura astrazione fisico-matematica non lo sarebbero affatto. Su questi presupposti Humboldt redigerà le sue carte tematiche, traccerà le sue linee isobariche, isotermiche, di distribuzione delle piante, ecc, e fonderà la moderna geografia. Dolomieu non disegna carte, ma passo dietro passo ci fornisce tutte le indicazioni per immaginarne una in scala quasi reale.

È necessario anche uno sguardo libero. Dolomieu rifiuta la “professionalizzazione” della scienza: il che significa un rifiuto non della professionalità, ma del professionismo, del corporativismo, della ritualizzazione burocratica e soprattutto della strumentalizzazione e dell’asservimento al potere. È difficile trovare uno scienziato del suo tempo altrettanto insofferente dell’apparato accademico. E in questo senso è anche fortunato, perché vive, nel periodo a cavallo della rivoluzione e prima del consolidamento del regime napoleonico, un momento magico di fervore creativo, di acceso dibattito e di rapido svecchiamento, nel quale ogni precedente istituzione culturale entra in crisi o scompare e gli intellettuali francesi, gli scienziati in particolare, non più e non ancora inquadrati in un “ceto” privilegiato, godono della massima libertà d’azione. L’ideale personalistico e individualistico dello scienziato coltivato da Dolomieu si coniuga benissimo con uno spirito di collaborazione che non è imposto dai ranghi, ma nasce spontaneo, da amicizie sincere (tanto più se cementate da esperienze comuni di lunghe ricerche sul campo) dall’entusiasmo e dal comune denominatore di una scienza “al servizio” della comunità civile. Nel suo caso si sposa anche con una concezione “storicistica” della scienza, intesa come un sapere in fieri rimesso costantemente in discussione dalla storicità stessa della natura. Il che significa che “in divenire” non è solo il mondo, ma anche la conoscenza del mondo: e che i risultati da quest’ultima di volta in volta raggiunti non possono essere fossilizzati in dogmi, ma devono essere tradotti in stimoli per un’avventura sempre in corso: “Se devo giudicare dall’ardore che anima quelli che mi hanno accompagnato nei miei viaggi, dalle conoscenze che hanno acquisite, dal tipo di istruzione in ogni campo che ricevono nella scuola che frequentano […] posso predire che faranno fare alla mineralogia e alle altre scienze collegate dei successi tanto rapidi quanto sorprendenti. Mi impegno ad annunciare che porteranno queste scienze a livello di tutte le altre scienze fisiche e matematiche; e senza lasciarmi prendere da quel sentimento di gelosia che troppo sovente crea amarezza nell’animo degli anziani, che fa loro vedere con pena i progressi che l’età impedirà loro di seguire, e che li porta a credere che la scienza non avanzi più, perché loro non marciano più al suo passo, e a negare i suoi successi piuttosto che starsene tra coloro che applaudono senza essere protagonisti, mi limito a chiedere a quelli che si preparano a succederci di esserci grati degli sforzi che abbiamo fatti per preparare loro la strada […] Questa ricompensa, che credo ci sia dovuta, sarà sufficiente a ripagarci della vita faticosa e disagiata che abbiamo sacrificato a ricerche per le quali non avevamo gli stessi strumenti che hanno loro”.

Questo ferma e dignitosa consapevolezza fa di Dèodat, oltre che uno scienziato, un uomo e un viaggiatore particolare. Dolomieu era arrivato alla scienza per vie traverse. Era nato nobile, all’esatta metà del secolo, in un castello di un piccolo villaggio dell’Isère. Cadetto in una famiglia di dieci figli, aveva davanti solo due prospettive: la carriera militare e quella ecclesiastica. Il padre lo toglie precocemente dall’imbarazzo della scelta, comprandogli quando ha due anni il diritto ad entrare nei Cavalieri di Malta, che è un po’ l’una e l’altra cosa. Così piazzato, non è nemmeno il caso di fargli impartire un’istruzione regolare: i rudimenti della lettura, della scrittura e del far di conto se li crea da solo (nel racconto della sua giovinezza fatto a Picot ricorda di aver imparato le prime tre regole dell’aritmetica computando con le dita delle mani). L’essere un autodidatta a conti fatti segna in positivo la sua formazione: impara ad imporsi una ferrea disciplina di studio che proprio perché autonomamente acquisita non gli pesa affatto, ed elabora una metodologia di ricerca adatta alle sue caratteristiche. “Lo spettacolo dell’universo aveva per me tanto fascino e tanta attrattiva che spesso, senza essere astronomo, ho passato notti intere a contemplare tutti i corpi luminosi che decoravano la volta celeste, a seguire i pianeti nei loro movimenti attorno al sole …”. Quando attorno ai dodici anni viene inviato a Parigi per dirozzarsi sa già bene quello che vuole, e si è cucito gli abiti per farlo: ama l’aria aperta e l’osservazione diretta della natura.

La sua vita prende però a questo punto una direzione obliqua: a quattordici anni deve cominciare a mantenersi da solo, e lo fa arruolandosi nei “carabiniers”. Ha fisico e stoffa, per cui raggiunge quasi subito il grado di luogotenente. A sedici può far valere l’affiliazione al cavalierato maltese: è imbarcato su una galera dell’Ordine e con questa scorrazza per tutto il Mediterraneo, sino a quando un tragico incidente lo caccia nei guai. A diciassette anni infatti, durante uno scalo a Gaeta, uccide in duello un camerata che lo aveva offeso. Parlo di incidente, e non di omicidio, perché il giovanissimo Déodat non aveva alcuna intenzione di uccidere, e di questo episodio, ancorché vantarsi, avrà sempre un grande rimorso: non fosse altro perché pensa che il duello sia stato impari, data la sua stazza e la lunghezza delle sue braccia. Comunque la cosa rischia di costargli cara. La regola dell’ordine è chiara: ammazza quanti più infedeli possibile, ma non spargere mai il sangue di un altro cristiano. Sarebbe la pena capitale, che viene commutata in carcere a vita in ragione della giovane età: ma qualche santo a corte e in Vaticano i Dolomieu ce l’hanno, e il ragazzo viene liberato dopo nove mesi. Torna in patria a diciannove anni, con alle spalle le esperienze di un uomo vissuto.

Fermiamoci un attimo a riflettere. Sarà pur vero che si tratta di una vita eccezionale, altrimenti non sarei qui a scriverne, ma non è tale solo per l’intensità con la quale sono stati vissuti gli anni giovanili. Per l’epoca questa era quasi la regola; in forme e in ambiti diversi la precocità accomunava tutti i ceti sociali. E non mi riferisco certo al duello e alla galera, perché di minorenni sbandati e omicidi le carceri non sono mai state piene come oggi: mi riferisco invece alla “qualità” di queste esperienze, la stessa che si può ritrovare in Foscolo, tanto per fare nomi decisamente più conosciuti, che a sedici anni si mantiene da solo, scrive tragedie che vengono messe in scena e ha un’amante che ha di primavere ne conta il doppio; o in Leopardi, che alla stessa età di vita ne ha conosciuta poca ma in compenso ha già scritto saggi sull’astronomia, e prima dei vent’anni scriverà l’Infinito. E anche qui parrebbe trattarsi di eccezioni, ma non è così, se non per il livello degli esiti raggiunti. È sufficiente approfondire un po’ la biografia di qualsiasi scienziato, artista, letterato, militare o politico vissuto prima del Novecento per ritrovare la stessa cosa. Certo, si tratta di minoranze. Ma oggi, in un’epoca nella quale teoricamente sarebbe più facile per molti, se non per tutti, maturare esperienze molteplici e precoci, non abbiamo neppure quelle minoranze. Viviamo molto più a lungo, ma certamente non viviamo di più.

Dove sta la differenza? Sta nel fatto che qualsiasi esperienza, di vita, di viaggio, di studio, di lavoro è sino all’età pre-contemporanea più “profonda”, incide maggiormente e in modo diverso sulla costruzione della personalità. Proprio il viaggio può fornirci l’esempio paradigmatico. Intanto, in proporzione ai mezzi e ai modi i giovani del settecento viaggiavano molto più di quelli di oggi: ma soprattutto l’esperienza di un viaggio a piedi o a cavallo, di tempi lunghi e di soste ripetute, di pericoli naturali e umani sempre in agguato, della precarietà, della fatica, del freddo, del caldo, di ogni sorta di maltempo non vissuto dietro un finestrino, ma sulla propria testa, lascia un segno decisamente diverso rispetto allo spostamento odierno. Quello che manca oggi è il piacere e la sorpresa della scoperta, perché di norma conosciamo virtualmente già benissimo ciò che andiamo a scoprire, e in realtà andiamo solo a verificare che corrisponda al già noto; manca il senso dell’avventura, perché anche lo sforzo dei più temerari di inventarsi la precarietà e le emozioni forti si traduce in parodia, e rende ridicola anche la tragedia; manca soprattutto il tempo, che solo può dare un’idea reale delle distanze, e solo può consentire di cogliere le differenze, perché le distanze sono azzerate dalla velocità e le differenze sono annullate dall’omologazione globale. Dolomieu le distanze (e cospicue) le ha percorse nella sua adolescenza a vela o a piedi. Il tempo per ripensarle lo ha avuto, in prigione. È pronto al secondo atto.

Quando rientra in patria viene assegnato di guarnigione prima a Grenoble e poi a Metz, dove diventa popolare per aver tirato fuori da un ospedale andato a fuoco diversi commilitoni, rischiando seriamente di rimanere intrappolato lui stesso. Nel frattempo però la vita militare ha perso per lui ogni interesse, mentre la frequentazione della casa e delle lezioni di un farmacista-naturalista gliene fanno intravedere altri. Dèodat è un gran bel ragazzo, e anche in provincia le occasioni per distrarsi dalla noia non gli mancano. Ma c’è un’altra tassativa regola dell’ordine: i Cavalieri debbono praticare la castità, almeno ufficialmente, e sono quindi vincolati al celibato. Questo impedisce a Déodat di coronare la storia con l’unica donna che per sua stessa ammissione abbia forse davvero amato, la piccola Jennie, figlia del suo maestro: ma gli conserva la libertà indispensabile per diventare lo scienziato e il viaggiatore che ce lo rendono caro, e per avere lungo tutta la vita un sacco di avventure galanti. Da quanto lasciano intendere i suoi corrispondenti era considerato un vero sciupafemmine; ma lui su questo tema, da perfetto gentiluomo, è molto riservato. C’è al massimo qualche accenno di questo tenore: “conduco una vita molto dolce. Una donna gentile e bellissima è venuta a trascorrere l’inverno a Roma, per stare vicino a me. Ho subito però una perdita che mi ha molto turbato. Quella di un manoscritto che raccoglieva le mie osservazioni in Italia durante i primi tre viaggi da me fatti” (gennaio 1788). Dove si capisce quali siano le vere priorità.

Ciò non significa che Dolomieu sia un vanesio e un insensibile: è un uomo naturalmente affascinante, anche per l’alone di avventura, di irregolarità e di esotismo che lo circonda (avrebbe benissimo potuto ispirare, persino per le caratteristiche fisiche, il personaggio di Corto Maltese). È possibile che non sappia, o meglio ancora non voglia, resistere al proprio fascino (c’è da chiedersi perché mai dovrebbe): e quindi si lascia molto amare, praticando “passivamente” le idee sulla seduzione che aveva discusso ai tempi di Grenoble con un suo caro commilitone, Chorderlos de Laclos (e che quest’ultimo teorizzerà ne Les liasons dangereuses). Non dimentichiamo che Dolomieu è un contemporaneo di Casanova, con la differenza essenziale che lui le sue avventure galanti non le racconta, e che soprattutto ha anche altri – preminenti – interessi.

Quello per la scienza, e in particolare per la geologia e la mineralogia, viene rinfocolato dalla frequentazione del marchese Alexandre de la Rochefoucould, anche lui introdotto nella cerchia del farmacista Thyrion. Entrambi i nuovi amici hanno per la scienza un interesse “dilettantistico”: non sono motivati da ambizioni di carriera, ma da un entusiasmo creativo che contagia chi li frequenta. Déodat non cerca altro: riconosce immediatamente l’affinità spirituale e si sente confortato nella sua vocazione naturalistica. Accoglie gli stimoli alla sua maniera, con una scelta di dedizione immediata alla causa e di ricerca condotta al di fuori di ogni schema e condizionamento accademico o vincolo corporativo. Dal 1771 hanno quindi inizio i suoi viaggi esplorativi: Déodat ha ventun anni, una vita sociale tutto sommato intensa, perché attraverso le conoscenze di famiglia e le amicizie strette a Metz è introdotto nei salotti migliori anche quando si reca a Parigi, e in quei salotti è al centro dell’interesse femminile per il suo aspetto e della stima maschile per la sua intelligenza vivace. Ma la sua testa e il suo cuore sono altrove: “[…] la passione che mi spingeva a contemplare i fenomeni della natura era così forte che ogni anno, quando la primavera tornava a ridare vita al mondo vegetale e a rimettere in moto tutti gli organismi, tutte le bellezze dell’arte perdevano per me le loro attrattive. La mia immaginazione aveva bisogno di più spazio, i miei affetti di altri oggetti e il mio gusto di altri piaceri. Così, ogni anno mi lanciavo verso qualche catena di montagne, andavo sulle cime”. Le escursioni occupano dapprima la gran parte del suo tempo libero, ma in seguito anche quello lavorativo, dal momento che riesce a farsi assegnare il compito di ispettore minerario per l’esercito. L’entusiasmo è tale da coinvolgere nel 1778 persino il padre, ormai orgoglioso più che preoccupato per quel figlio sopra le righe, che si fa trascinare in una escursione naturalistica nel cuore delle Alpi svizzere. Purtroppo muore proprio durante il viaggio, e conoscendo le caratteristiche di camminatore di Déodat nasce il sospetto che sia stato stroncato dal tentativo di tenergli dietro: nel qual caso il marchese François sarebbe il martire di una vocazione geologica tardiva e riflessa.

Per quasi vent’anni Dolomieu rimbalza da una regione all’altra dell’Europa, dalla Bretagna alla Calabria, dalla Stiria all’Estremadura: a seguire i suoi spostamenti c’è da perdersi. Naturalmente quel che più lo attira sono le montagne. Passa al pettine i Pirenei e i Vosgi, e quindi l’Appennino, sino alla Sicilia, vulcani e piccole isole compresi. E soprattutto, le Alpi. A Roma trascorre un inverno con Goethe, a Verona, a Venezia, a Bologna stringe amicizia con i più importanti geologi e naturalisti italiani del tempo (anche se in generale non ha una grossa stima della classe colta del nostro paese: “A Laubach ho incontrato il dottor Hacquet, che sta pubblicando un’immensità di opere di mineralogia e di botanica. In generale tutti questi tedeschi sono molto sapienti, mentre quasi tutti gli italiani sono molto ignoranti”).

Si muove liberamente da uno stato all’altro, munito del solo lasciapassare della sua crescente autorevolezza scientifica: se si esclude lo sfortunato rapporto con i Borbone di Napoli, per il resto è l’emblema del cosmopolitismo concreto consentito agli uomini di scienza sul finire dell’ancient règime. Nei diari di viaggio non si dilunga in notazioni antropologiche, ma non manca di rilevare le differenze umane tra una zona e l’altra: “Dopo aver attraversato tutte le ricche campagne dello stato pontificio, da Loreto a Bologna, ed essere entrati nella Carniola e nella Stiria, si avverte un contrasto che colpisce ed affligge. In queste provincie tedesche la natura sembra molto più avara di frutti […] Ma è un altro il contrasto che maggiormente colpisce: quello dei costumi. All’astuzia, alla fierezza e all’avidità degli italiani succedono la franchezza, la semplicità e la buona fede degli abitanti delle montagne”.

Anche quando ricopre incarichi ufficiali di altra natura, come in occasione di una ambasceria a Lisbona, Déodat non manca di approfittarne per curiosare nei dintorni e studiare le formazioni basaltiche (sulle quali scrive naturalmente una memoria), per approfondire le sue conoscenze dittologiche e per verificare le convinzioni che va maturando rispetto all’orogenesi. Intanto fa carriera nell’ordine di Malta, e naturalmente suscita rivalità ed invidie. Per questo, ma soprattutto per potersi dedicare a tempo pieno a ciò che veramente gli interessa, lascia l’isola, che negli anni ottanta è diventata una seconda patria, esce dall’ordine, rinunciando anche ad un cospicuo appannaggio, e rientra in Francia nell’ottantanove. Giusto in tempo per beccarsi la rivoluzione.

Dolomieu è un aristocratico. Lo è formalmente, per nascita, e tutto sommato ci tiene anche ad esserlo: ma lo diviene poi nel senso pieno del termine per l’attitudine mentale e per le conseguenti scelte di comportamento. L’attitudine è quella del cavaliere medioevale, piuttosto che quella del cortigiano settecentesco: rifiuto degli agi, vita (quasi) ascetica, dedizione totale alla ricerca. Il suo Graal è la conoscenza della natura. Quanto alle scelte, non c’è nulla di contraddittorio nel fatto che rivendichi ad esempio il riconoscimento della sua carriera all’interno dell’Ordine di Malta. In quanto figlio cadetto non ha ereditato alcun titolo, ma quelli che si è guadagnato sul campo li vuole riconosciuti. E nemmeno è un integralista alla maniera di Thoreau nella professione del suo naturalismo. Tra un viaggio e l’altro continua a frequentare i salotti dei savants, dove incontra Turgot e Condorcet, ma anche Diderot e Horace-Benédicte de Saussure. Sono circoli mondani, ma sono anche i luoghi dove si elaborano e si confrontano le idee che di lì a poco trasformeranno il mondo e la maniera di vederlo.

Questo atteggiamento di fondo, la capacità di muoversi a proprio agio in ambienti e in situazioni estremamente diversi, lo accomuna agli altri protagonisti che abitano il mio piccolo pantheon: Humboldt, Tocqueville, … su su fino ad arrivare a Camus. Se si esclude quest’ultimo, mi accorgo che sono tutti di origine aristocratica. Verrebbe da dire che è naturale: fino a un paio di secoli fa i non aristocratici avevano ben poche opportunità di vivere esistenze eccezionali. Ma non è vero, non è solo questo. Non mi intrigano quelli che sono nati aristocratici, ma quelli che lo sono rimasti, che riferito al nostro discorso significa coloro che riescono ad essere sempre in leggero asincrono rispetto alla realtà, non per una snobistica indifferenza, ma per la capacità di viverla senza farsene travolgere. In definitiva, coloro che posseggono quell’understatement “caldo” che permette di appassionarsi alle cose e agli uomini, mantenendo chiara la percezione che di uomini e di cose si tratta. Dolomieu ne offre un perfetto esempio quando in una lettera del 1789 a Picot, in piena bufera rivoluzionaria, scrive: “Attendo l’arrivo di un corriere dal quale dovrò apprendere se mi hanno confiscato tutti i beni … nell’incertezza quindi se mi rimarrà il pane per cibarmi desidero tuttavia, mio eccellente amico, intrattenermi con voi di argomenti del tutto estranei alle vicende del tempo”. Chi è capace di un simile décalage sta applicando il motto “aristocratico nel pensare, democratico nell’agire”, dove anche democratico ha una valenza ben più che politica. Tutto questo con la condizione di nascita c’entra niente, mentre ha a che vedere con una disposizione individuale e con una contingenza storica.

Credo di avere una spiegazione per il concentramento di tanti grandi spiriti in un arco temporale piuttosto ristretto. C’è un’epoca, che va dal periodo immediatamente precedente la rivoluzione francese fino alla metà dell’Ottocento, nella quale l’aristocrazia, pur mantenendo la gran parte dei suoi privilegi, non esercita più alcun potere (e questo vale anche per l’Inghilterra, dove la rivoluzione c’era già stata). Per contrapporsi ad una borghesia avida e arrivista, ma soprattutto per dare un senso alla propria anacronistica sopravvivenza, questa aristocrazia cerca di marcare uno “stile”, che ha da essere nuovo, perché non è più connesso ad una funzione politica o economica. Lo fa in genere rivendicando una differenza di immagine, che si risolve in una “etichetta”: ma in qualche caso riesce ad andare oltre, ad attingere ad un’etica, che è una conquista individuale ed autonoma. In altre parole, ci sono aristocratici che, in assenza di impegni esterni, ne prendono uno con se stessi: quello di essere, letteralmente, όι άριστόι, i migliori. È una scelta minoritaria ed esclusiva, anacronistica nel senso che è perdente in ogni epoca, se assumiamo a metro quello “oggettivo” della fama postuma. In effetti, anche senza la prova del DNA è certo che i padri della contemporaneità sono i ben più noti Voltaire e Rousseau, per non dire di Hegel, la cui progenie arriva sino Sartre. Ebbene, sotto il profilo umano sono tutti personaggi pessimi, la cui caratteristica comune è un’invidia acida, mascherata dall’irrisione o dal disprezzo, per la libertà spirituale che la nuova condizione nobiliare consente.

Dolomieu fa parte dell’altro club, quello ristretto. Anzi, ne è uno dei fondatori. Durante la rivoluzione però entra a far parte anche di un club vero, quello dei Foglianti, ala moderata del giacobinismo. Non è certamente uno che ama la politica, ma in certi frangenti non è possibile tenersene fuori. Dolomieu crede davvero nella rivoluzione, nella necessità di una rigenerazione che porti alla “felicità pubblica”. Come altri appartenenti al suo stato ha soprattutto in odio l’assolutismo e ogni aspetto di privilegio del vecchio regime: “Vi sono delle persone che amano le catene: non conviene discutere di questi; nell’antico regime tutti noi ne portavamo: esse erano d’oro o di argento per gli uni e di ferro per gli altri, ecco la sola differenza”. Nei primi due anni della rivoluzione è un entusiasta, senza per questo essere un ingenuo o un esaltato: ma i valori etici cui si ispira sono non tanto quelli di una nebulosa égalitè, quanto quelli di una assoluta liberté, quella di chi non vuole né obbedire né comandare: né vittima né carnefice, direbbe Camus. E questa è un’idea di libertà senz’altro molto aristocratica: non è la libertà di tutti, ma quella di ciascuno. Se vuoi la libertà te la devi guadagnare, e poi difendere, non in senso generico ma costruendoti una capacità individuale di sopravvivenza e resistenza coltivata attraverso la sobrietà nei bisogni, l’allenamento alle ristrettezze e ai disagi, l’indipendenza dai vincoli di ogni tipo, il disinteresse per la ricchezza e gli onori. Queste cose Dolomieu non le teorizza, non è Rousseau: le mette in pratica durante tutta la sua esistenza, e ha più di una occasione per sperimentarne l’efficacia.

Quanto alla fraternité, sa bene che non può essere imposta per legge, e che può esistere solo all’interno della ristretta cerchia degli amici. A questi Déodat tiene moltissimo, sia pure alla sua maniera composta nelle espansioni e franca nei dissensi, e la sua lealtà è ricambiata da una stima incondizionata. L’amicizia viene senz’altro per lui prima di ogni altra cosa, soprattutto quella cementata dalla comune vocazione scientifica e mantenuta viva da uno scambio intellettuale costante. Anche durante i viaggi più impegnativi, che lo portano a girovagare per mesi nelle Alpi o in zone comunque impervie, approfitta di ogni attimo di sosta per corrispondere con sodali sparsi per tutta l’Europa. Non è un passionale, e le sue lettere sono in genere parche di notizie personali e dense invece di osservazioni e informazioni scientifiche; ma il tono, il linguaggio schietto e semplice con il quale partecipa agli altri le sue intuizioni o le perplessità, sono quelli di chi sull’asettico denominatore comune dell’interesse naturalistico sa costruire i legami “caldi” dell’intelligenza.

Per questo tutto gli crolla addosso il giorno in cui il suo migliore amico, il marchese de la Rochefoucault, gli muore tra le braccia, massacrato da una torma di dementi in caccia di aristocratici, che nemmeno ha idea di chi sta ammazzando. Lui stesso se la cava per un pelo. È la fine dell’illusione rivoluzionaria. Dolomieu si tira in disparte e sopravvive al Terrore rifugiandosi nella provincia remota. Ma non si nasconde: anzi, nel periodo più buio esce allo scoperto con un articolo che è una condanna della deriva barbarica che la rivoluzione ha intrapreso, e al tempo stesso una sfida: io sono qui, e non mi importa delle vostre liste di proscrizione. Ripeto: non rinnega la rivoluzione, denuncia lo stravolgimento delle idealità dalle quali aveva preso avvio e l’immancabile riflusso burocratico, quello per cui dopo ogni Cristo viene una chiesa.

È il percorso obbligato dei puri. Gli altri, quelli bravi a tenersi a galla perché vuoti di ogni coerenza e idealità sincera, i Talleyrand di ogni situazione, aspettano la prossima onda per cavalcarla ancora e passano armi e bagagli alla reazione. È ciò che accade a buona parte dell’aristocrazia “illuminata” francese, a quella almeno che riesce a uscire indenne dalla bufera: ma non a Dolomieu. Era un aristocratico prima, lo rimane durante e dopo la rivoluzione, perché il suo concetto di aristocrazia non ha niente a che vedere con il ceto e il privilegio. Concerne un modo d’essere, non l’alea di una nascita.

Dolomieu comunque se la cava. Sotto il Direttorio si mantiene ben lontano dalla politica, ma le sue qualità di ingegnere minerario gli valgono una cattedra presso l’École des mines: come a dire, la libertà di muoversi, di fare ricerca costante sul campo, e il piacere di trasmetterne i frutti. È un ottimo insegnante, i suoi allievi lo adorano, soprattutto perché le sue lezioni si svolgono per la maggior parte “en plein air” e perché sul piano delle prestazioni fisiche li surclassa tutti.

Sta progettando un ennesimo viaggio nelle Alpi quando Napoleone lo chiama a far parte del gruppo di scienziati che lo seguono nella campagna in Egitto. Non ha sollecitato l’incarico, ha anzi qualche dubbio: e comunque prima di accettare si fa confermare da un amico che in Egitto ci siano montagne e rocce degne di studio. La campagna finisce come sappiamo, ma a Dolomieu va anche peggio. Sulla via del ritorno naufraga nel mare di Taranto, si salva a stento e viene catturato dai soldati borbonici. A differenza dei suoi compagni, che vengono liberati di lì a poco, Déodat finisce nelle carceri di Messina, dove gli viene imposto un regime di detenzione inumano: è rinchiuso in una cella di due metri per tre, con un’unica piccola apertura che di notte quasi sempre viene chiusa, in un’aria irrespirabile al limite del soffocamento, dove rimarrà per ventuno mesi senza mai uscire. Contro di lui si muove una congiura che vede coinvolti proprio i Cavalieri di Malta, disciolti da Napoleone ma ancora potenti presso la corte di Napoli, e la stessa regina Maria Carolina, forse caduta a suo tempo, durante una precedente permanenza napoletana di Déodat, vittima del suo fascino, o peggio, forse respinta, e ora determinata a vendicarsi. Non valgono a niente le proteste e le suppliche di tutto il mondo scientifico: Dolomieu rivede la luce solo quando Napoleone, dopo la vittoria di Marengo, pone tra le clausole inderogabili del trattato di pace la sua liberazione.

Le caratteristiche “sportive” di Dolomieu gli hanno resa ancor più dura la vita durante la detenzione, ma al contempo almeno momentaneamente gliel’hanno salvata. Immaginate un uomo abituato a vivere all’aria aperta, che non sopporta neppure le ovattate dimore parigine, costretto in un buco nel quale riesce a malapena a muoversi (percorre ogni giorno per migliaia di volte i tre metri della diagonale della cella, tre passi da un angolo all’altro, avanti e indietro), e a respirare (la fiammella della lampada ad olio brucia quel poco ossigeno, e Dolomieu vive in un costante stato di semisoffocamento). Eppure riesce a resistere, prima di tutto alla ricorrente tentazione di togliersi la vita, poi a quella di lasciarsi andare, di abbrutirsi. Con una scheggia di legno si costruisce un pennino, si serve del liquido bruciato della lampada come inchiostro, riesce a sottrarre all’ispezione dei carcerieri un volumetto che ha portato con sé, e nei bordi delle pagine scrive le parti essenziali di quella che sarà la sua opera scientifica più importante, il trattato sulla Filosofia mineralogica. Scrive anche un diario di prigionia, fatto di annotazioni telegrafiche attraverso le quali traccia un bilancio della sua esistenza e la compara all’attuale condizione di “morto alla scienza e al mondo”: ma senza alcuna commiserazione. C’è una frase ricorrente, ripetuta in maniera quasi ossessiva per venti mesi: “eppure io vivo ancora”. Alla faccia di chi lo vuole sepolto vivo.

Nel marzo del 1801 è infatti nuovamente in Francia e a giugno è già sulle montagne per una lunga escursione geologica, che lo porta a percorrere oltre mille e cento chilometri. Dalle lettere che invia agli amici sembra aver superato la terribile prova senza eccessivi danni: ma alla fine di novembre muore quasi all’improvviso, a cinquantun anni. La carcerazione ha minato il suo fisico nel profondo: e forse lo sforzo di recuperare tutta l’aria possibile, tutti i paesaggi e gli incanti delle sue montagne è stato troppo repentino e violento. Muore consapevole: ha il solo rammarico di non aver potuto riordinare ed editare le sue carte: “La morte verrà a sorprendermi senza che abbia avuto il tempo di destinare ogni cosa allo scopo che mi ero prefisso”. Un po’ di tempo in più non gli spiacerebbe: ma sa che quello che ha avuto in dote è stato usato al meglio.

E veniamo ora ad un altro aspetto della personalità di Dolomieu che ci aveva intrigato, quello peraltro da cui eravamo partiti: i polpacci di ferro. Dolomieu è un viaggiatore, ma prima ancora è un camminatore. Non lo nego: come era già accaduto per Humboldt, ciò che mi ha colpito inizialmente e mi ha poi spinto ad approfondire la conoscenza del personaggio è la sua incredibile resistenza fisica. Non so per quale motivo questa caratteristica eserciti tanto fascino su di me. Forse la associo immediatamente ad una capacità di resistenza morale, anche perché questa diretta corrispondenza ho potuto sperimentarla in alcuni dei miei amici. Forse l’amore per la montagna, dove la resistenza fisica è un requisito primo e fondamentale, mi porta a sopravvalutarne il corrispettivo spirituale, e a coglierne riscontri continui nelle vite che mi colpiscono: Gobetti, Primo Levi, Livio Bianco, Ettore Castiglioni, Massimo Mila, Nuto Revelli, tutto il gruppo dei torinesi e dei piemontesi che hanno fornito il nerbo all’opposizione al fascismo negli anni venti e trenta e quella al nazismo durante la guerra erano alpinisti. A dire il vero lo era anche Julius Evola, e l’ambiente alpinistico tra le due guerre si lasciò spesso contagiare dalla retorica e dalla mistica fascista: ma penso che questo contagio abbia riguardato solo la facciata istituzionale. Chi è alpinista dentro non ha spazio per la retorica. Credo comunque che ci sia una ragione di ordine più oggettivo: a differenza della forza, che è una caratteristica eminentemente biologica, la resistenza, anche quella fisica, è un portato culturale. La prima dipende dalla natura, la seconda da noi. La capacità di resistenza la si coltiva, e Dolomieu ne è particolarmente convinto. Dice in proposito: “I miei viaggi nelle montagne hanno talmente temprato i miei polmoni ad atmosfere purissime, che sono abituato a dormire ovunque in letti senza coperte, in camere aperte all’aria”. Le sue abitudini spartane sono finalizzate ad una progettazione di sé: quella capacità di sopravvivenza, di cavarsela da soli, che è per lui la base per l’esercizio della più totale libertà.

Nel suo caso, evidentemente, anche la natura ci ha messo una mano. Con le sue lunghissime leve Dolomieu è capace di percorrere distanze incredibili a piedi, a una velocità impressionante. È una dote della quale si compiace parecchio: “Non è possibile fare più strada di me in minor tempo, a meno che non si viaggi in mongolfiera”. E questa rapidità è anche una caratteristica dei suoi viaggi a cavallo. In una lettera del 1787 dice di essere arrivato da Roma a Marsiglia in otto giorni, e di prevederne altri otto per arrivare a Parigi. Sono cento e passa chilometri al giorno. Non stupisce poi sentirlo lamentare che ogni tanto gli muore un cavallo tra le gambe, o uno dei muli che talvolta usa per trasportare i campioni dei minerali raccolti. Li stronca. Le testimonianze dei compagni di viaggio sono tutte di questo tenore. Quando si fermano la sera, e lui si appresta a redigere il diario della giornata o a esaminare i campioni raccolti, crollano letteralmente per la fatica. Questi ritmi vengono mantenuti per mesi. Spesso Dolomieu ha iniziata un’esplorazione con uno o più compagni e l’ha finita con altri, venuti rimpiazzare i primi che hanno dato forfait. Un’analisi dei suoi giornali di viaggio, di quelli che ci sono pervenuti, perché molti sono andati perduti, permette di calcolare nella sola zona alpina una percorrenza di circa dodicimila chilometri. Quasi un terzo della circonferenza della terra, con dislivelli altimetrici dell’ordine di centinaia di migliaia di metri.

La rapidità non significa però fretta. Dolomieu non viaggia per spostarsi, ma per conoscere, e la fretta è nemica della conoscenza. È rapido nelle gambe ma anche nello sguardo. Ha una competenza mineralogica tale che da consentirgli di individuare al primo colpo ciò che può rivestire un certo interesse. E comunque, la rapidità di una camminata a piedi è pur sempre quella ti fa muovere dentro una natura immobile, e non ti dà la sensazione opposta.

Dolomieu viaggia spesso da solo. Non gli spiace la compagnia, ma apprezza particolarmente la possibilità di seguire liberi ritmi di passo e di pensiero. Ha bisogno di solitudine per concentrarsi e per tornare dopo un po’ a desiderare la presenza dei suoi simili. “Sono nuovamente in viaggio. La contemplazione della natura è molto più soddisfacente di quella degli uomini” (19 agosto1801)

Non ha paura di nulla. È scampato alla forca a Gaeta, al fuoco a Metz, ad un naufragio nel lago di Bolsena e ad uno nel Mediterraneo, ad un agguato di briganti sui monti della Tolfa, alla ghigliottina sotto il Terrore: ogni volta ne è uscito più sicuro di sé. In montagna dorme sempre all’addiaccio, lungo il sentiero, ed è una montagna ancora abitata da lupi, da orsi e da banditi. Soprattutto lo sorregge il legittimo ottimismo di chi ha la coscienza di non aver pestato i piedi a nessuno (anche se poi qualcuno che trova motivo di lamentarsi vien sempre fuori).

Dolomieu è infine un alpinista completo: nel senso che ama le montagne, ma anche in quello più tecnico del termine, perché le montagne le scala. Non compie alcuna ascensione memorabile, se si eccettua forse il Pic du Midi de Bigorre: ma salire sulle cime, e volgere di là sopra lo sguardo sul mondo gli piace. E tuttavia delle sue performances alpinistiche non racconta molto: rientrano in fondo nella sua attività di ricercatore naturalista. Non conosce il successo di Horace-Bènedicte de Saussure, celebrato salitore del Bianco, anche se è senz’altro molto più dotato di quest’ultimo per le ascensioni. Un suo compagno di viaggi alpini, Alexandre d’Eymar, dice che al suo passo non reggevano neppure le guide, e racconta di scalate ripide a cime inaccessibili, lungo le creste più esposte e i precipizi. A dispetto della sua sensibilità per l’aspetto “sportivo” del viaggio, Dolomieu non si fa però contagiare dalla febbre delle cime: gli piace arrampicare sulle montagne, ma gli interessa molto di più leggerle dentro. E soprattutto, non ha tempo né animo per la competizione: c’è un mondo affascinante di pietre, di metalli, di composti e scisti e conglomerati che aspetta di essere esplorato e descritto. “Andavo sulle cime a cercare quelle emozioni profonde che sempre procura la vista di oggetti molto grandi, e per abbandonarmi alla meditazione sulla formazione del globo, sulle rivoluzioni che ha conosciuto, sulle cause che hanno modificato le sue forme […]” Tutto il resto è vanità.

È lecito considerare Dolomieu una figura esemplare? Si e no. Si, se si intende come esemplarità quella di una vita vissuta autonomamente, senza tenere in conto le mode, le aspettative altrui, il rango, la carriera. No, se si intende invece proporre un modello di comportamento cui ispirarsi. Dolomieu non voleva essere un modello per nessuno. Al di là del fatto che probabilmente pensava di essere inimitabile, questo avrebbe in qualche modo condizionato la sua autonomia, la sua libertà. Rispondeva delle sue scelte solo a se stesso, ad una coerenza che non aveva bisogno di sacrifici, perché era parte integrante del suo modo di essere. In questo senso era tutt’altro che un penitente, e se si esclude l’episodio del duello, che va comunque letto in un contesto storico e mentale particolare, e probabilmente non inficia la sua coerenza, non aveva in effetti nulla di cui pentirsi. Ma nemmeno riteneva di avere certezze e verità ultime da trasmettere: era di quel tipo di persone che cercano di allevare interlocutori piuttosto che discepoli e non vogliono maestri da venerare, ma amici coi quali confrontarsi. Sotto il monumento a lui dedicato da un altro dei suoi compagni di scorribande alpine, Faujas de Saint-Found, sta scritto: A Dolomieu, mio allievo, mio maestro, mio amico. Difficile sintetizzare meglio quello che può essere considerato un rapporto ideale.

Sarebbe anche difficile a questo punto trovare le parole giuste per congedarsi in bellezza da Déodat. Per fortuna ci ha pensato lui stesso: “Tra due giorni parto per Parigi. Andrò quasi subito a martellare le rocce della Sassonia, poi seguiranno altri viaggi. Per cercare cosa? Non la felicità, perché sono perfettamente felice dove mi trovo; non la fama, perché le circostanze me ne hanno procurata una tale che ne sono persino imbarazzato; e cosa dunque? Io corro appresso a delle idee; ammucchio delle pietre che aumenteranno l’imbarazzo e la confusione che già regnano in me”. Ecco un uomo!

Su Dolomieu non c’è nel nostro paese una grossa letteratura: in pratica esiste solo il densissimo volume di Luigi Zanzi, Dolomieu. Un avventuriero nella storia della natura, edito da JAKA BOOK nel 2003.

Le sue uniche opere tradotte sono il Viaggio alle isole Lipari, Lipari 1993 e i Viaggi nelle Alpi (a cura di Enrico Rizzi), Fondazione Enrico Monti, Anzola d’Ossola 2006

In francese fondamentale rimane la biografia scritta da Alfred Lacroix, Déodat Dolomieu. Sa correspondance, sa vie aventureuse, sa captivitéé, 2 voll., Paris 1921