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Introduzione a “Walk in progress”

di Paolo Repetto, 30 giugno 2021

Walk in progress CopertinaC’è una ragione se gli inglesi definiscono “Work in progress” quello che da noi è indicato con la dicitura di “Lavori in corso” (sarei curioso di sapere come lo segnalano i cinesi). In effetti, un cartello con su scritto “in progress” per i lavori sulla Salerno-Reggio Calabria sarebbe imbarazzante, rischierebbe di alimentare un eccessivo ottimismo o di essere inteso come sarcastico. “In corso” fotografa invece bene la situazione, ed è abbastanza indefinito da cancellare paradossalmente sul nascere ogni possibile fraintendimento. I lavori ci sono, e rimangono tali. Non si tratta di una condizione transitoria, ma di una situazione stabile.

Nel campo del sapere, della conoscenza, il poter contare su strade completate o su interventi rapidi di manutenzione è senz’altro importante. Consente di procedere più velocemente e in sicurezza, di arrivare prima a capire le cose. Di muoversi insomma senza intoppi in costante “progress”. Ma questa comodità condiziona anche a seguire percorsi quasi obbligati, proprio perché più rapidi, precludendo la possibilità di deviazioni o l’opportunità di soste, anche quelle non volute, che inducano a guardarsi un po’ meno frettolosamente attorno. È chiaro che se il viaggio, il percorso, è solo il mezzo per raggiungere una meta, e quella meta è solo il punto di partenza per intraprendere immediatamente un altro viaggio, i lavori mai completati e la cattiva condizione delle strade sono un ostacolo, che non può riuscire che irritante.

Se il viaggio invece diventa in sé lo scopo, cade la tirannia del tempo di percorrenza e diventa più importante la conoscenza dello spazio percorso. E cade quindi l’obbligo a usare il mezzo più veloce. Per andare da Milano a Parigi in aereo impiegherò due ore, ma di tutto lo spazio che sta in mezzo avrò una conoscenza, quando va bene e non si vola sopra le nuvole, ristretta a ciò che vedo da un minuscolo oblò a sei-settemila metri d’altezza, vale a dire la stessa che potrei ricavare da una carta geografica in scala ridotta: se vado a piedi impiegherò invece un mese, ma dello spazio che si stende ai lati della mia linea di percorso imparerò a conoscere ogni angolo, ogni dislivello, ogni odore, ogni sfumatura nel colore della terra e degli alberi.

È chiaro che se devo andare a Parigi per lavoro un mese di viaggio non me lo posso permettere. Ma il cammino nella conoscenza non è un lavoro. Può anche diventarlo, ma questa, per quanto mi riguarda, è solo una condizione aggiuntiva, marginale. Non avendolo mai considerato tale, ho scelto di muovermi alla velocità dei piedi. E forse, più ancora che di viaggiare, di vagabondare: ciò significa che a Parigi, anziché in un mese, ci si arriva in un anno, o forse nemmeno ci si arriva, e si dimentica persino, lungo il tragitto, che quella era la meta. 

Il camminare (to walk) può essere tanto una condizione transitoria come una coazione compulsiva, e di questo abbiamo già parlato altrove. Ma si può camminare anche in senso figurato, e allora è una scelta di vita. Mi riferisco ad un costante procedere mentale alla ricerca di un senso, inteso come direzione, non come meta. Questo intendo con Walk in progress. Ma i diversi usi lessicali hanno ancora molto altro da insegnarci in proposito. Ad esempio: procedere per i latini era progredi: andare avanti. In italiano solo una sfumatura distingue il procedere dal pre-cedere, stare davanti, arrivare prima. La distinzione latina tra un intransitivo e un transitivo nei suoni del lessico italiano quasi scompare. Ma se ci pensate è invece assolutamente discriminante. Procedere implica un percorso ininterrotto (andare avanti, continuare) a visitare nuovi spazi di conoscenza (muoversi in avanti): precedere comporta la competizione, il confronto con gli altri non sul piano dello scambio ma su quello valutativo (stare davanti, arrivare prima).

Tutto questo polverone per dire una cosa poi molto semplice. Gli scritti raccolti in questo volume sono quelli di un viaggiatore nella conoscenza che ha percorso sempre, un po’ per scelta, un po’ per necessità, strade secondarie, dissestate, tutt’altro che rettilinee, spesso e volentieri sterrate: e che a dispetto di tutto, anche se talvolta ha dovuto irritarsi per le interruzioni o rammaricarsi per i ritardi accumulati, si è incredibilmente divertito.

Ecco, questo solo vorrei in qualche misura trasmettere attraverso le pagine che seguono: la convinzione che ogni percorso conoscitivo, se intrapreso con la giusta miscela di entusiasmo, di curiosità e di serietà nei confronti di se stessi e di ciò che desidera conoscere, non può che essere divertente, a prescindere dal livello dei risultati raggiunti. Perché come in ogni gioco che si rispetti il divertimento non sta nei risultati, ma nel fatto in sé di giocare. Non vorrei che questo suonasse come un indizio di superficialità o di faciloneria, ma la vita va davvero affrontata come un gioco. Diversamente, l’unica possibilità alternativa è viverla come una tragedia. E non ne vale la pena.[1]

[1] Queste pagine sono state inserite quale prefazione al volume sesto (Un’etica per taglie forti) dell’edizione delle Opere Complete e altri scritti.

Namaste

Nepal e Tibet

di Stefano Gandolfi, 8 gennaio 2021, vedi l’Album 

​ PARTE PRIMA – KATHMANDU

​ Namaste!

​ Overdose di emozioni

​ Pashupatinath

​ Bodhanat

​ PARTE SECONDA – LE MONTAGNE

​ Prossima fermata: Indiana Jones City

​ L’inizio di un trekking

​ Big foot ai piedi dell’Everest

​ Round Annapurna Trekking, relazione tecnica ed esperienza umana

​ PARTE TERZA – IL TIBET

​ Un medico a 4500 metri di quota

​ Vent’anni dopo

​ Tibet, ultima frontiera

N.d.A.: per una mia scelta personale, ho deciso di non mettere didascalie alle fotografie, per sottolineare la sensazione che abbiamo ripetutamente provato di conoscere, attraversare e amare luoghi senza tempo, senza spazi fisici, quasi privi di una dimensione materiale definita; infine magari anche per indurre un po’ di curiosità che sarò ben felice di soddisfare! 

PARTE PRIMA – KATHMANDU

Namaste!

Buon risveglio, se così si può definire il graduale passaggio da quel fastidioso e precario stato di dormiveglia che ha caratterizzato le lunghe ore del viaggio aereo in Nepal alla riacquisizione della consapevolezza della realtà.

La realtà di un non-luogo quale è questa scatola volante sospesa a 10,500 metri sul livello del mare, dove i tempi e la vita sono scanditi dai campanelli per chiamare le hostess, dai pianti dei bambini inconsolabili dalle loro madri, dal passaggio del carrello con i suoi acri e fastidiosi aromi che preannunciano l’arrivo della colazione plastificata e iperlipemica. Se state arrivando per la via più breve, direttamente dall’Europa e dalla penisola arabica, avrete la fortuna, se il cielo non è immerso nelle nuvole, di vedere alla vostra sinistra l’Annapurna e il Dhaulagiri, i primi due “ottomila” himalayani, e questa visione, mentre starete spalmando un po’ di burro su una fetta di pane scongelato e sulle vostre arterie, vi libererà una scarica di adrenalina pura, perché vi verranno in mente i miei racconti, le storie dei nostri meravigliosi viaggi sospesi fra sogno e realtà nelle terre che sfidano il cielo, dove tutto appare incredibile e allo stesso tempo plausibile. Mentre berrete un po’ di caffè sintetico ed un orange-juice ipersaturo di conservanti nell’inutile tentativo di scrollarvi di dosso l’apatia delle quattordici ore di immobilità forzata, mentre farete la coda per andare in bagno prima che il 747 cominci a scendere inchiodandovi alle cinture di sicurezza, mentre respirerete ancora un po’ l’aria viziata e depressurizzata (grossolano surrogato dell’aria sottile che vi ripulirà i polmoni nel lungo trekking nella valle del Khumbu) vi staranno tornando in mente tutti i motivi per cui avete intrapreso questa avventura.

E quando scenderete le scalette del Boeing e toccherete il suolo del vecchio e decrepito “Tribhuvan International Airport”, (N.d.A.: attualmente, nel 2020, ristrutturato e moderno!) e sarete accolti da un pugno nello stomaco di afa e malessere da fuso orario, intruppati nella ressa per il check insieme a decine di trekkers, alpinisti e turisti di ogni dove, per prima cosa cercherete disperatamente traccia di quella spiritualità che nei giorni successivi cambierà definitivamente i vostri cuori, perché se vi ho fatto venire fin qui, e se ora vi sto aspettando fuori dai cancelli, l’ho fatto nella sicurezza che dopo questo viaggio nulla sarà più come prima. E allora mettetevi con tranquillità in coda ai banconi, fidatevi di me, tenete a portata di mano i vostri passaporti e cinquanta dollari per il visto, ne varrà la pena…

E allora “welcome in Kathamandu, good morning, namaste!”

“Namaste”. Quante volte lo sentirete …

… e altrettante volte lo ripeterete. All’inizio vi sembrerà un po’ forzato, forse anche ridicolo, vi sembrerà di scimmiottare i locali per sembrare integrati all’atmosfera e alle loro usanze, poi pian piano diventerà naturale, non solo la parola, ma tutti i significati che nascondono queste sette lettere, ciao, buongiorno, benvenuto, ma anche, scendendo in profondità, “saluto la scintilla che è in te”, e allora già questo vi farà capire da un saluto qualcosa di chi vi starà di fronte, di chi come una meteora vi sfiorerà nel lungo cammino, magari con la schiena piegata da un carico di fascine o da assi di legno, con la testa bassa in segno di rassegnazione per il peso della vita, ma anche di rispetto per l’ospite che incontra, questo strano personaggio venuto da un altro mondo per cercare di capire dalla loro misera vita come si può vivere meglio nel loro mondo. Un mondo dove mai nessuno si sognerebbe di camminare per le strade del centro di Milano vestito di stracci spingendo un carretto pieno di legna, un mondo dove a quarant’anni si è nel pieno della vitalità e non già al termine di una breve, faticosa esistenza. Eppure noi vogliamo andare a casa loro a cercare risposte: che assurdità, vero?

I soliti occidentali benestanti, annoiati dalla vita, che perseguono il richiamo del misticismo orientale alla ricerca del santone che li porti al traguardo della spiritualità, possibilmente in quindici giorni perché poi bisogna tornare al lavoro? No, ne sono già passati tanti, hanno preso le loro pillole di saggezza, hanno fumato le loro canne, hanno portato a casa i sandali e le tuniche arancioni, adesso ben nascoste in qualche armadio, hanno “cambiato vita” senza cambiare nulla, hanno ripreso i loro ritmi, le loro usanze, i loro riti.

Non li condanno, non è facile fare la rivoluzione, fuori e dentro di sé, tutt’al più riesci a fare un po’ di casino, a cambiare look, a passare qualche serata con gli amici con un CD di musica misticheggiante e con un po’ di erba di quella buona, e poi al lunedì ricominci a produrre!

 

Ma allora …? È tutto inutile? Siamo venuti qui per nulla? Non ci sono risposte?

Ci sono, ci sono, non è facile trovarle, questo no… ma le cose facili… che gusto c’è? Ci sono un po’ di ostacoli da superare, robetta… soltanto mille luoghi comuni, la spiritualità il misticismo, il mito del “buon selvaggio” applicato genericamente a tutti i popoli del terzo e quarto mondo, la fretta e la superficialità della nostra cultura e del nostro stile di vita, la lingua, la comprensione della loro religione… la nostra sempre minore attitudine ai rapporti umani (anche fisici..) che ci rende goffi e impacciati anche nelle espressioni più semplici di relazione con gli altri, mettiamoci anche un po’ (tanta..) repulsione iniziale alla sporcizia, agli odori, a tutto ciò che è intenso per gli occhi, le orecchie, il naso e la pelle.. un po’ di fatica fisica all’inizio della marcia, la necessità di abituarsi al loro cibo.

Vabbe’, che sarà mai? Ci facciamo intimorire?

No! Credetemi, ne varrà la pena… se è una sfida, non vediamo l’ora di metterci alla prova, vero? Le risposte ci sono, basta solo avere gli occhi e il cuore per cercarle. E allora cerchiamole, dove cominciamo?

OK, avete passato i cancelli dell’aeroporto, decine di folcloristici (e un po’ molesti) ragazzini vogliono impossessarsi del vostro bagaglio per indirizzarlo al taxi o alla jeep del loro cugino/fratello/amico… non preoccupatevi, c’è uno scassatissimo pulmino coreano che ci aspetta con il mio amico Paisang che ci porterà nel cuore dell’inferno, entreremo, fisicamente e metaforicamente, nell’anima della città, questo straccio lacero e sanguinante che pulsa di una vita inimmaginabile.

Non lasciatevi prendere dai pregiudizi o dall’angoscia, inizia un viaggio dentro le strade di Kathmandu, ma soprattutto un viaggio dentro noi stessi, senza GPS!!

Capitolo primo

Overdose di emozioni

(N.d.A.: attualmente, nel 2020, molte cose sono cambiate; a Thamel, il centro urbano di Kathmandu, vige la zona pedonale e alla sera non c’’è più traffico motorizzato, dopo il terremoto si sono fatti molti sforzi per modificare gli aspetti più drammatici dell’inquinamento e per ammodernare le infrastrutture).

Cosa andiamo a cercare in questa moltitudine di stradine con gli scarichi a cielo aperto, con lo sterrato al posto dell’asfalto anche in pieno centro, con le migliaia di moto giapponesi che ti passano anche sui piedi, se non sei pronto a scansarti, ma sempre con estrema cortesia ed un sorriso stampato sugli occhi del folle guidatore, con i micro-taxi coreani incolonnati in un assurdo serpentone, con l’autista che dispone di almeno quattro mani perché due sono sul volante, una sul cambio e una perennemente impegnata a suonare il clacson (N.d.A.: dal 2017 è stato vietato per legge il suono del clacson, forse qualcosa sta cambiando), non si capisce bene se per abitudine, per noia, per salutare gli altri guidatori, per intimorire i pedoni o semplicemente perché c’è (il clacson!), con il codice stradale sfidato, sbeffeggiato, interpretato, ma con un numero di incidenti, tamponamenti e scontri incredibilmente basso rispetto a quanto sarebbe lecito aspettarsi, con lo sbiadito ricordo dell’austero regolamento inglese, con la guida a sinistra che non disdegna traiettorie anche al centro, a destra, sui marciapiedi, ovunque cioè vi sia spazio fisico per conquistare strada e continuare a spingersi avanti, non si sa bene dove e perché, ma comunque sempre avanti..

E poi cosa cerchiamo quando finalmente, frastornati, con gli occhi e le narici già impastati dalla polvere, riusciamo ad entrare in una stradina così stretta da non permettere l’ingresso delle auto o dei camion (ma loro ci tentano lo stesso, con effetti devastanti sulle fiancate dei mezzi!) e scopriamo che è ancora più pericoloso di prima perché il fondo stradale è totalmente ricoperto di frutta e verdure marcite cadute dalle bancarelle, che si vanno a mischiare con il perenne strato di unto che ricopre il selciato, nonché con gli avanzi dei cibi mangiati e consumati per strada a qualunque ora del giorno e della sera dagli abitanti di Kathmandu.

Forse andiamo a cercare lezioni di stili di vita? Vogliamo vedere se mangiano più sano di noi? O se sono più adattati di noi a sopravvivere a smog, inquinamento, fogne a cielo aperto, germi, virus, parassiti, spore, muffe, tutto ciò che basterebbe a sterminare in un giorno un esercito di igienisti, infettivologi e brave persone rispettose dell’igiene e delle buone e vecchie regole del buon senso insegnateci dalla nonna?

Fermiamoci un attimo, respiriamo, smettiamo di pensare, sì, perché da quando abbiamo fatto i primi metri fuori dall’aeroporto non avremo smesso nemmeno per un secondo di andare fuori giri coi neuroni; non dite di no, è inevitabile, succede a tutti: cominciano a venire in mente i racconti degli amici che sono stati in India e nel sud-est asiatico, in Africa o in qualunque altro paese del terzo o quarto mondo, tutte le letture di viaggio e di avventura, i film, i video in rete o sui canali di National Geographic. Un po’ pensiamo di esserci abituati, ma la prima regola del viaggiatore dice che nulla di ciò che ci è stato raccontato, descritto, fatto vedere, può anche solo lontanamente reggere il peso della realtà e del contatto diretto con essa: questo vale per la natura, per gli animali nei safari, per i capolavori dell’uomo (vuoi mettere un Monet visto dal vero o su un libro d’arte?), c’è troppo di più: il contatto fisico, il caldo, il freddo, l’afa, gli odori.

Gli odori… non potrei pensare di essere stato veramente in Tibet se non mi portassi dentro per sempre il ricordo dell’odore del burro di yak rancido che ti prende alla gola e poi al cervello, come un crack, quando entri in un monastero buddhista: lo senti, non lo vedi, ma è appiccicato alle pareti, è dentro gli enormi bracieri dove alimenta le fiammelle dei lumini votivi, è sui pavimenti unti i e lisciati da migliaia di passi dove rischi di scivolare e farti male, è nelle mense dei monaci dove costituisce l’alimento più abbondante e calorico della loro alimentazione, è addosso ai vestiti ed all’epidermide dei pellegrini, da decenni in perenne movimento sulle strade della loro fede.. è mescolato al loro sudore, alla polvere, alla loro stessa vita, inscindibile…

Signori scienziati, maestri della tecnologia, avete costruito meravigliose macchine fotografiche e videocamere, quando riuscirete ad inventare qualcosa che catturi gli odori? Che ci permettano di non impazzire quando, nel gelo del nostro inverno climatico e mentale, guardando le foto ed i video full HD con gli amici, cercheremo inutilmente di spiegare a loro, e di ricordare a noi stessi, quegli acri, fastidiosi, asfissianti, nauseabondi, eppure meravigliosi, vitali, stimolanti odori? Senza i quali ci sembrerà di essere dei ciechi che vogliono ricordare i colori di un temporale sulla steppa tibetana o dei sordi che tentano di far risuonare nella mente i mantra dei monaci buddhisti. Sì, fermiamoci un attimo e fermiamo i pensieri, i giudizi: non si può adesso, adesso si può solo vedere, sentire, immagazzinare dati; non creiamo un conflitto con le nostre menti, con la nostra cultura, con i nostri pregiudizi; poi, forse, verrà il momento della sintesi e dell’elaborazione. È troppo presto, adesso, per cominciare a entrare nel conflitto fra il bene ed il male, fra la povertà ed il benessere, fra l’igiene e la sporcizia, fra lo spreco della ricchezza e la frugalità obbligata della miseria, fra le malattie dell’eccesso e le malattie della privazione: è inutile arrovellarsi per i classici sensi di colpa alla vista dei primi bambini poveri che chiedono l’elemosina (ma non sempre..) e che sguazzano nel rudo in mezzo alla strada (sempre!): è inutile andarsi a ripassare velocemente il capitolo della Lonely Planet dove ti spiega se è meglio dare degli spiccioli agli scugnizzi piuttosto che delle biro; la cioccolata e le caramelle no (fanno venire la carie), i quaderni senz’altro sì, i cappellini e le magliette sì ma senza esagerare (poi si convincono che tutto gli è dovuto..): accidenti, se parti a 200 all’ora tutto diventa subito complicatissimo, anche fare del bene, e allora? Allora imbottiamoci di una adeguata dose di cinismo, mettiamoci una corazza per i primi giorni, non facciamoci sopraffare dai sensi di colpa (non salviamo nessun bambino con i nostri sensi di colpa…) e rimandiamo ogni nostra partecipazione attiva a quando perlomeno ci saremo abituati ad ogni marciapiede che calpestiamo ed alla vista di ogni suo occupante.

Capitolo secondo

Pashupatinath

Un vecchio autobus di linea indiano arranca tra le moto giapponesi e i taxi coreani in un continuo slalom fra bancarelle di ogni genere disseminate fra strade e marciapiedi, il mantra ossessivo del clacson pigiato nell’inutile tentativo di disciplinare le colonne di pedoni che un po’ camminano, apparentemente senza meta, un po’ si fermano a curiosare fra i carretti degli ambulanti e le botteghe seminascoste dalle loro stesse masserizie che occupano quasi tutto lo spazio della porta d’ingresso; i bambini giocano nella polvere, vacche sacre pitturate di sgargianti colori per una delle molteplici feste induiste stazionano indifferenti a tutto questo spettacolo di varia umanità; l’odore acre della vita che ricomincia ostinatamente ogni mattina, l’odore acre dei cibi piccanti che danno ristoro alla gente fin dalle prime ore del giorno; un senso profondo di inquietudine alla visione di questa sporcizia quasi ostentata e comunque accettata; un santone avvolto in una tunica giallo-arancione, con le unghie grottescamente lunghe e la barba incolta, accovacciato nella classica posizione di meditazione a gambe incrociate, dispensa ipotetiche formule di saggezza nei punti nevralgici del traffico dei turisti; chiede poche rupie per una fotografia, uno scatto rubato e non pagato è sufficiente per smascherare la sua apparente imperturbabilità.

Donne di origini indiane, dai lineamenti nobili, austere e senza età, indossano i loro bellissimi “sari” rossi con il portamento fiero di una modella occidentale; mentre attraversiamo il ponte sul Baghmati che ci conduce nel cuore di Pashupatinat, una bellissima ragazza di non più di vent’anni, appoggiata sulla balaustra con lo sguardo perso sulle torbide acque marroni, ci mostra lo splendore dei tratti genetici del suo miscuglio di cromosomi indiani, cinesi, mongoli e chissà quale sangue ancora. Giovani madri lavano i panni nelle acque del fiume, indifferenti alle molitudini di topi e scimmie che sguazzano liberamente sulle rive; altre donne sciacquano pentole e stoviglie; nugoli di bambini si tuffano, riemergono, nuotano e sputano via l’acqua dalla bocca, uomini di ogni età praticano nelle acque sacre del fiume le loro rituali abluzioni purificatorie. Poco oltre, la riva del fiume si apre su un largo piazzale con acciottolato di pietra, sul quale a distanza regolare di poche decine di metri l’una dall’altra sorgono numerose piattaforme di pietra di un metro e mezzo d’altezza; molte di esse sono seminascoste da una fitta cortina di fumo ed emanano uno strano odore agro-dolce, potrebbero sembrare, ad un osservatore superficiale o semplicemente disorientato, le ennesime bancarelle di cibi fritti cucinati all’istante; molte persone si affaccendano intorno ad esse, sembrano serene, metodiche nell’allestimento di questo strano “banchetto”, chiacchierano, adulti, vecchi, i bambini stranamente tranquilli; gli uomini del gruppo accatastano fascine di legna ed alimentano la fiamma con oli profumati e grassi opportunamente spalmati sui corpi inanimati dei loro familiari; il funerale rituale induista sta per avere inizio, le pire si infiammano ed i corpi bruciano lentamente, al termine verranno adagiati su cataste di legna ed affidati alle correnti del fiume; la vita finisce e ricomincia così, senza domande sul senso delle cose: non ci si pone domande su questioni prive di risposta, si accetta quanto tramanda la tradizione e quanto insegnano i saggi.

Per noi tutto questo non è sufficiente, non accettiamo passivamente l’ineluttabile, dobbiamo ostinarci a dare una spiegazione, non solo, ma cerchiamo anche con tutta la potenza della scienza di contrastare il destino; forse vogliamo esorcizzare la morte, forse vogliamo dimostrare quanto la tecnologia può interferire con il corso naturale delle cose, forse semplicemente non ci rassegniamo a perdere tutto quanto l’uomo, il “padrone” del pianeta, ritiene di possedere per diritto naturale o per diritto divino.

Capitolo terzo

Bodhanat

La prima cosa che percepisci, ancora prima di varcare i cancelli sempre aperti dell’ingresso principale, è quella nenia continua; all’inizio, quando sei sul marciapiede della strada, nel centro di Kathmandu, è ancora confusa con il rumore del traffico, poi, varcata la soglia, ti entra nella testa e sovrasta il brusio dei pellegrini, l’allegro vociare dei bottegai che cercano di richiamare la tua attenzione, i commenti emozionati dei tuoi compagni di viaggio di fronte all’improvviso cambiamento psicologico della situazione.. alla fine domina su tutto e diventerà, non solo per oggi ma anche per tutto il resto del viaggio, la colonna sonora della nostra permanenza in Himalaya. “om mani padme hum”: decine di musicassette e di CD suonano incessantemente il mantra, in ossequio allo stupa più sacro in territorio nepalese, ovvero il più importante tempio del buddhismo tibetano al di fuori dal Tibet, meta di pellegrini e di turisti da tutto il mondo; “om mani padme hum”: ovviamente c’è anche una precisa motivazione commerciale finalizzata alla vendita dei CD di musica sacra e tradizionale e di tutti i souvenir tipici del luogo; il sacro e il profano si mischiano con pacifica accettazione e tutto questo non sembra nemmeno stonare eccessivamente, forse la compenetrazione fra la religione e la vita quotidiana rende più plausibile un atteggiamento che altrimenti sarebbe francamente fastidioso: per la popolazione locale non vi è nessun contrasto fra la spiritualità ed il commercio, perché sono due espressioni dello stesso modo di essere, sono due aspetti altrettanto importanti e necessari per la loro sopravvivenza. “om mani padme hum”. Saluto il gioiello nel fiore di loto. Una frase il cui significato simbolico va ben al di là della traduzione letterale. Inizialmente per le nostre menti laiche e razionaliste sembra tutto un po’ ridicolo e stonato, tutt’al più lo accettiamo come elemento folcloristico e interessante dal punto di vista antropologico, ovvero tentiamo subito di riportare il fatto alla dimensione “scientifica” tralasciando quella spirituale. Dopo un po’ di tempo diventa fin quasi fastidioso, ossessivo nella sua ripetitività; sicuramente è ipnotizzante e ti obbliga ad entrare in sintonia con la moltitudine che cammina, sempre rigorosamente in senso orario, attorno al grande tempio circolare; attorno all’anello pedonale sono disposte, lungo tutta la circonferenza, le botteghe dei mercanti di ricordi, mescolati ai quali, magari più discretamente ai piani superiori, si trovano anche venditori di materiale più pregiato, dai “thangka”, i tipici dipinti su tela con i simboli della religione buddhista, a pregevoli pezzi di antiquariato che dopo azzardate transazioni commerciali vengono spediti direttamente a domicilio, in tutto il mondo.

Una pausa, anche mentale, con riso e verdure, Coca-Cola e birra San Miguel (N.d.A.: adesso, nel 2020, si può bere la birra Everest, di gran lunga migliore), comodamente seduti sulla terrazza panoramica di qualche ristorantino, con la spettacolare veduta dei tetti della case al di là del recinto sacro, della cupola dello stupa con le file di bandierine di preghiera e con le mattonelle bianche immacolate verniciate di giallo dalle colate di zafferano che vengono buttate giù a secchiate in coincidenza di qualche solennità religiosa. Alcuni giovani monaci si riposano e meditano, in una mano la ruota di preghiera, in un’altra il telefonino, innocente concessione alla modernità. Sotto di noi, l’incessante pellegrinaggio, e centinaia di mani che fanno girare i grandi cilindri di preghiera posizionati sulle pareti dello stupa; i sottili rotoli di carta avvolti attorno ad un rullo di legno dentro il cilindro di rame, quando questo viene mosso, fanno salire nel cielo le preghiere scritte in minuscoli caratteri; e in questo modo non mancherà mai, in alcun istante, una preghiera che silenziosamente verrà trasportata dal vento nell’aria sottile degli altipiani himalayani. Poi si ritorna giù e si ricomincia a girare attorno al tempio, con le note del mantra che oramai sono entrate nelle sinapsi nervose come in un corto circuito mentale che non riesci più a disinnescare; ma forse, tutto sommato, non ti dispiace nemmeno… Ti costa quasi fatica ammetterlo, ma sei soggiogato da questa atmosfera allo stesso tempo mistica e materiale, da questo “non-luogo” a pochi metri di distanza dalle strade della città teatro della quotidiana lotta per la sopravvivenza; vorresti fermarti a lungo e lasciare libera la mente, rilassarti fuori dal flusso della vita. “Om mani padme hum”, è quasi una droga; in fin dei conti ci vuole ben poco, per il viaggiatore occidentale, spesso in fuga da se stesso, a farsi catturare da qualcosa che lo riporti in un’altra dimensione spirituale; confusamente, superficialmente, ma comunque anni-luce dal suo vissuto quotidiano. Non ti stupisci del fatto che Kathmandu sia stata per decenni un approdo per migliaia di giovani (e meno giovani), alla ricerca di qualcosa che non sapevano bene cosa fosse e sicuramente non l’hanno mai trovata, anzi si sono fatti trovare ben facilmente da altre sirene più insidiose, spesso mortali, sotto forma di pipe e di siringhe. Al tardo pomeriggio sei ancora lì, ai piedi dello stupa, la luce calda del tramonto incendia i colori della fede, gli occhi del Buddha dipinti di bianco, rosso e blu sulla cupola, le bandierine di preghiera gialle, verdi, azzurre, ocra, le tuniche amaranto dei monaci, i logori vestiti variopinti delle pellegrine, i thangka nelle vetrine dei negozi… “Om mani padme hum”. Esci da Bodhanat, ti volti indietro un’ultima volta, sulla città comincia a fare buio, il mondo è tutto sulla strada, indifferente ad ogni cosa. Decidi di non salire sul pulmino per tornare in albergo, vuoi camminare un po’ da solo con i tuoi pensieri, conosci bene Kathmandu, ci sei già stato tante volte, fai un po’ di stradine secondarie, fuori dal flusso turistico; non ci sono più negozi di souvenir, solo squallide case fatiscenti, botteghe di alimentari per i locali, venditori ambulanti che raccolgono le mercanzie, cumuli di rifiuti.

Sul marciapiede un gruppo di bambini di non più di 7-8 anni, riversi per terra, sniffano colle e vernici. Non hanno i soldi per permettersi le droghe dei ricchi. Hai qualche difficoltà a scavalcarli per non inciampare nell’immondizia.

Hai qualche difficoltà a capire il senso della vita.

Kathmandu, Nepal, 2001, 2004, 2008, 2016, 2017, 2018

 

PARTE SECONDA – LE MONTAGNE

Capitolo quarto

Prossima fermata: Indiana Jones City

In ogni viaggio impegnativo, in ogni trekking in montagne selvagge, in qualunque situazione al di fuori della cosiddetta civiltà tecnologica, ci sono alcune circostanze che sembrano create ad arte dal tour operator di turno per poter stupire gli amici al ritorno raccontando di avventure mirabolanti, di rischi pazzeschi, di pericoli oggettivi che ti hanno posto, magari solo per qualche istante, a diretto contatto con la possibilità di morire.

Sono quelle situazioni che, se sciaguratamente finiscono male, tutti i mass-media, i presenzialisti di salotti-TV alla Bruno Vespa, bollano come “gratuita ricerca del brivido” da parte di turisti ricchi, snob, annoiati, o peggio ancora frustrati dalla vita di tutti i giorni e che cercano riscatto nella facile avventura per fare colpo sui colleghi dell’ufficio, sugli amici e sui parenti nella rituale serata di diapositive o di videoproiezione.

Invece nessuno si rende conto che certe situazioni non te le vai a cercare e ti si presentano davanti all’improvviso quando nulla lo fa presagire, magari quando sei seduto su un pulmino in Nepal, dopo la deviazione dalla “statale” Kathmandu-Pokhara, sulla strada secondaria che ti porta all’inizio del trekking e tutt’al più sei un po’ impensierito perché domani inizierà un’impresa sportiva molto impegnativa: 14 giorni a piedi su sentieri ad alta quota fra il Manaslu, l’Annapurna e il Daulaghiri, le tre grandi cime da 8000 metri dell’Himalaya occidentale, la salita alpinistica su ghiacciaio ad una cima di 6100 metri di altitudine, l’attraversamento di un colle a 5400 metri percorso da non più di dieci persone all’anno…

Magari in quel momento pensi di essere inadeguato, che i tuoi compagni sono super-allenati e hanno già percorso tutte le montagne del mondo, la guida alpina è un tipo che è salito sul K2 scendendone vivo nell’estate tragica del 1986. quando grandi alpinisti di ogni nazionalità sono rimasti sepolti sotto i ghiacciai nella tormenta di neve, pensi che un altro del gruppo è salito sul Mutzagh Ata a 7500 metri, pensi che non ce la farai a stare al passo degli altri, che magari soffrirai la quota e sarai l’unico a fallire… Dunque tutt’al più hai questo tipo di preoccupazioni, quando all’improvviso senti le urla dei tuoi compagni cha hanno “la sfiga” di essere seduti sulla fila di sedili del lato destro del pulmino, e per l’ennesima volta hanno visto le ruote posteriori slittare sul pietrisco al bordo della strada in bilico sopra un pendio ripido di almeno quaranta metri: tu stai seduto a sinistra e non hai la percezione di quello che succede, al di là del disagio per il caldo, per il pulmino anni ’50 pieno all’inverosimile di quattordici trekkers, la guida, almeno venti portatori, qualcuno seduto sul tetto, come vedi abitualmente per le strade sulle corriere di linea, qualcuno in precario equilibrio sugli scalini delle porte di salita e discesa; lo zaino sulle ginocchia a ridurre ulteriormente lo spazio vitale, odori indescrivibili di sudore, sporcizia, umanità….. ma a parte tutto ciò, e a parte i sobbalzi bestiali sulla cosiddetta “strada” per Besisahar e Bhulbhule (alcune guide la definiscono una buona strada carrozzabile, alcune più realisticamente esortano a diffidarne..), una infame sterrata percorsa a 3-4 chilometri orari, a parte questo, dunque, tutto sembra andare abbastanza bene, poi gli amici del lato di destra ancora urlano, letteralmente, che vogliono scendere e fare gli ultimi chilometri a piedi, anche se ormai è quasi buio nel tardo pomeriggio, vedi i loro sguardi e capisci che sono spaventati e incazzati neri, che in quel momento non stanno pensando alla bella avventura da raccontare agli amici, le videocamere sono spente e non hanno nessuna voglia di immortalare con immagini l’epico “raid” fuoristradistico!

Per un attimo consideri anche che non sono dei pivellini, dei “tipi da spiaggia”, sono tutta gente che ha girato il mondo e in circostanze sempre da viaggiatori veri, non inclini alle crisi isteriche gratuite di fronte alla minima avversità… e allora scendi anche tu, un po’ per solidarietà, ma anche perché nel frattempo le ruote hanno slittato altre due-tre volte… e dopo che sei sceso e che il pulmino ti passa lentamente davanti, ti rendi conto ancora di più di come vengano clamorosamente sfidate le leggi della fisica e della gravità da parte di quella primordiale unità uomo-macchina costituita dall’autista, imperturbabile ad ogni protesta, e dall’inverosimile pulmino e dalle sue ruote di destra costantemente sull’orlo del baratro!

Arrivi finalmente al lodge al buio, il solito casino bestiale, i borsoni da trekking maltrattati e sbattuti giù dal tetto del pulmino a riempirsi di polvere, zaini, portatori, polli, maiali, cani, odore di cibo non ben definibile, frasi incomprensibili in anglo-italico-nepalese, la ricerca delle lampade frontali per capire dove sei finito e cercare la tua sistemazione… Entri nella tua stanzetta e vedi sulla parete appena sopra il cuscino un ragno di circa 18 centimetri di diametro, stai per ammazzarlo quando Daniele, forte arrampicatore friulano e vero viaggiatore, ti ferma e ti dice, serio: ”aspetta, magari tiene famiglia”, al che lo infila delicatamente in un sacchetto di plastica, lo porta fuori e lo getta nel prato davanti al lodge…

A quel punto scoppi a ridere, perché il trekking, la fatica, l’ipossia, le notti insonni, non sono ancora cominciate, siamo solo ai preliminari, e quando gli amici del lato destro del pulmino si sono tranquillizzati e ricominciano a sorridere, alla fine ti viene quel famoso pensiero in mente: “QUESTA È DAVVERO UNA BELLA AVVENTURA DA RACCONTARE AGLI AMICI!”

Pokhara, Nepal, 2008

Capitolo quinto

L’inizio di un trekking

Inizia il cammino, siamo a bassa quota, 840 metri sul livello del mare, e appena spunta il sole fa un caldo bestiale, c’è afa e sudi solo a respirare, la visione del Manaslu appena dopo aver girato dietro al lodge ti fa per un attimo trascurare quel leggero fastidio che ti prende all’inizio di ogni trekking.

I giorni precedenti ti hanno allentato la tensione e comunque ti hanno consumato energie per il fuso orario, i bioritmi sballati, le venti ore di aereo passando da Bangkok per poi ripiegare su Kathmandu…

La cremazione dei cadaveri sulle rive del Bagmati a Pashupatinat secondo le tradizioni induiste, nonostante già vissuta in precedenti viaggi, rimane uno spettacolo impressionante e ti brucia molte energie psichiche, perché il mestiere del viaggiatore è molto differente da quello dell’alpinista o del trekker, e la cosa migliore sarebbe poter fare il “turista” al termine dell’impresa sportiva, quando ti puoi rilassare, mangiare quintali di bistecche di yak per ripristinare le masse muscolari, scattare centinaia di foto, bere litri di birra e scherzare con gli amici… ma a Kathmandu devi sempre fermarti almeno un giorno per organizzare la logistica, il trasporto fino a Pokhara, i portatori, comprare l’attrezzatura mancante e farti l’ultima doccia… Poi entri in un’altra dimensione.

Ma che czz… Siamo venuti per andare in alto e ci ritroviamo a camminare così bassi che nemmeno sull’appennino ligure, abbiamo fatto colazione all’aperto e al primo raggio di sole abbiamo subito cominciato a sudare, da fermi; gli zaini sembrano pesantissimi, anche se la maggior parte del bagaglio è trasportato in spalla dai portatori, contenuto nei sacconi da viaggio, e noi ci portiamo solo le cose della giornata, un ricambio, il guscio anti pioggia e vento, bottiglie dell’acqua, reflex e videocamera.

Non si riesce a trovare il ritmo, il passo giusto, ma soprattutto non ci siamo ancora con la testa, ieri mattina ci siamo svegliati spossati nell’afa di Kathmandu, poi sono successe mille cose che già riempirebbero un viaggio: il pulmino per uscire dallo stretto cancello d’ingresso dell’albergo ha dovuto fare una curva ad angolo retto per immettersi nella stretta stradella del Thamel, il quartiere centrale, e solo per questa manovra sono passati tre quarti d’ora, poi altre tre ore per arrivare alla periferia occidentale della città, imbottigliati in un traffico demenziale che ci ha fatto capire come la vita si svolge totalmente nelle strade, senza regole e senza controllo; la strada per Pokhara correva sinuosa in un meraviglioso paesaggio verde e lussureggiante nella fascia di mezzo del Nepal, ricca di coltivazioni e di foreste, ma il contrappasso erano le infinite curve cieche lungo le quali, ostinatamente, tutti i conducenti, compreso il nostro, gareggiavano a sorpassarsi con gimkane al limite continuo dello scontro frontale.

La pausa per il pranzo in un paesino lungo la strada, poche casupole lungo la “main street”, un piazzale di sosta per pullman di linea, camion carichi di ogni genere di merce, rare auto private; tutti dentro un povero locale con una decina di tavoli di legno, una ventola inutilmente accesa in mezzo al soffitto, un arredo molto minimalista! La cucina a ridosso dei cessi con qualche difficoltà a distinguere i due locali, per lo meno dal punto di vista igienico… le solite fisime di noi occidentali, schizzinosi e fragili nel nostro stile di vita tecnologico, il pranzo non era peggio di tanti altri, riso e verdure, un po’ di stufato, tante spezie piccanti (e, si sperava, disinfettanti per l’intestino..), Coca-Cola a volontà, poi via, di nuovo in viaggio per staccarci dopo un’ora dalla strada principale ed avvicinarci alle montagne; la deviazione per immetterci nella strada secondaria è stata anch’essa un capolavoro di ingegno umano nel trovare un varco fra le colonne interminabili di mezzi lunghi e pesanti nei cui confronti noi dovevamo apparire invisibili, tanto poco si degnavano di lasciarci passare; tanto siamo stati fermi in mezzo alla strada che un ragazzino di non più di dieci anni è riuscito a salire sul nostro pulmino con un rudimentale strumento musicale di legno con tre corde, che pizzicava con un piccolo archetto suonando in modo peraltro molto delicato un tipico ritornello religioso buddista; ci ha allietato per qualche chilometro, poi, dopo aver raccolto qualche spicciolo, con il suo sguardo malinconico e distante, silenzioso come quando è salito, è saltato giù sparendo nella polvere della strada… infine, l’avventura raccontata poco fa, insomma una giornata tranquilla nella quale abbiamo raccolto energie per l’inizio del trekking!

Dunque un inizio lento, attraversando villaggi di una povertà dignitosa, sicuramente toccati da un modesto benessere (per i loro parametri) legato alla elevata frequentazione dei turisti: si tratta di una delle due zone di trekking di gran lunga più rinomate e frequentate del Nepal, insieme alla valle del Khumbu che porta al cospetto dell’Everest, e il ricordo di questa nostra prima avventura vissuta quattro anni prima, ci ha fatto accendere la scintilla per superare l’apatia della prima giornata di cammino.

La prima sosta per pranzare, con uova sode, cosce di pollo fredde, un pezzo di formaggio e una mela, la facciamo davanti ad una pozza d’acqua ai piedi di una cascatella, ben in ombra e con un fresco piacevolissimo; si riparte e si scopre una regola ferrea di tutte le guide locali, che neanche il nostro accompagnatore, prestigioso alpinista di fama mondiale, riesce a contrastare: per motivi del tutto inspiegabili, le soste pranzo vengono sempre effettuate ai piedi di una salita, in genere molto ripida e rigorosamente esposta al sole del primo pomeriggio, e la perfidia ancora maggiore è che ti fanno fermare alla curva immediatamente prima, in un tratto pianeggiante, di modo che non hai nemmeno la possibilità di accorgertene e di protestare… cosi che, alla ripresa della marcia con lo stomaco ben pieno, si rischia la sincope, dopo pochi minuti il cuore batte a 140 pulsazioni al minuto e viene un affanno che nemmeno al colle sud dell’Everest. I motivi? Incomprensibili, perlomeno a noi; tutto questo sia che si tratti di pranzo al sacco, sia che i portatori ed il cuoco lo preparino loro nella cucina di un lodge lungo il percorso; se chiedi perché c’è una vaga risposta legata all’ora, al diritto sindacale di riposarsi, all’opportunità di introdurre calorie prima dello sforzo impegnativo della salita… E qui ci si mette a ridere pensando a quanta attenzione poniamo, nelle nostre salite sulle Alpi, a non toccare cibo (salvo barrette energetiche e un po’ di cioccolato), fino a quando non si è rigorosamente arrivati in vetta e non si ha più neanche un metro di dislivello in salita… Alla fine accettiamo il fatto, anche questo fa parte del gioco, ci adeguiamo alle usanze locali e dopo una decina di giorni siamo allenatissimi a ripartire in salita con la digestione in atto.

Nei primi giorni di marcia dormiamo nei lodge, finché non ci stacchiamo dal percorso del trekking dell’Annapurna non ci sono difficoltà a trovarne; alcuni sono molto spartani e fanno rimpiangere le tende nelle quali staremo senz’altro più comodi nelle tappe successive in alta quota; altri sono gradevoli, con un po’ d’acqua calda nelle docce e talvolta anche con l’energia elettrica fino a tarda sera; nelle prime tappe, fino a tremila metri di quota si sente ancora il caldo e di notte si abbandona ben presto il sacco pelo di piuma e si dorme scoperti, seminudi; siamo a venti gradi di latitudine nord, molto più a sud rispetto alle nostre alpi, per cui, come già nella valle del Khumbu, continuiamo a lungo ad attraversare paesaggi verdi, piacevoli e rilassanti; ed il clima, in autunno inoltrato, è quello della piena estate da noi; le grandi montagne sono ancora distanti, le cime da 4000-5000 metri che ci sovrastano nella marcia sembrano modeste collinette. Dopo l’apparizione del Manaslu al primo giorno, dobbiamo aspettare cinque giorni prima di vedere l’estremità orientale dell’Annapurna Range: le distanze sono enormi, gli spazi sembrano richiedere una quarta dimensione per poter essere giustificati e compresi, le differenze dalle nostre montagne sono tante, ma una cosa appare subito in tutta la sua evidenza: l’enormità delle dimensioni. Forse solo i massicci del Monte Bianco e del Rosa possono, parzialmente, avvicinarsi a questa misura, ma in un contesto molto più antropizzato e addomesticato. Non a caso Leslie Stephen già nel diciannovesimo secolo lo aveva definito il terreno di gioco dell’Europa; in Himalaya, (perlomeno fino a che non arriveranno i capitali cinesi con cui costruire alberghi a cinque stelle al campo base dell’Everest ed autostrade a quattro corsie per arrivarci comodamente in jeep), tutto è enormemente più vasto e primordiale, appena ci si allontana dai percorsi dei trekking (dove si è ancora lontani dalla vera alta montagna), si percepisce, psicologicamente e materialmente, la distanza dalla civiltà.

Qui non si tratta di rinnegare che sia un fatto positivo la graduale introduzione del soccorso con l’elicottero che lentamente si sta organizzando anche in Nepal, grazie al Soccorso Alpino Svizzero e a virtuosi singoli personaggi come Simone Moro, però è un dato di fatto che per ancora molto tempo, nella stragrande maggioranza dei casi, bisogna essere autonomi ed autosufficienti anche per un’esperienza tutto sommato scarsamente pericolosa ed impegnativa come un trekking di questo tipo, fra i 5000-6000 metri di quota e con pochi, banali passaggi su nevai e ghiacciai.

Quando ci saranno i soccorsi di routine come da noi, tutto sarà più rassicurante, però sarebbe un gravissimo errore pensare che si possano trascurare i rischi oggettivi, tanto poi col telefono satellitare si risolve tutto. Nel frattempo, come dicono sempre le vecchie generazioni a quelle più giovani, le esperienze maturate prima da qualcun’altro, sono irripetibili (nel bene e nel male..), proprio perché le circostanze mutano talmente in fretta che anche il viaggio dello scorso anno può già essere irrimediabilmente diverso da quello di oggi e tutto ciò che si ha avuto il privilegio di vivere in prima persona può sparire per sempre: per qualcuno può essere un vantaggio ed un segno di progresso, per altri una perdita, difficile totalmente inutile dire chi ha ragione: forse la vera tragedia è non poter vivere mai esperienze di questo tipo, né prima né poi…. e quindi rimane un grande privilegio averle vissute ancora in un certo modo, e soprattutto di poterle ancora raccontare!

Pokhara, Nepal, 2008

Capitolo sesto

Big foot ai piedi dell’Everest

Gli Sherpa della regione nepalese del Khumbu, la valle più famosa della regione himalayana, ai piedi di sua maestà il Sagarmatha (il nome nepalese dell’Everest), sono per costituzione mediamente più piccoli e più bassi rispetto agli indoeuropei; ciò non costituisce di certo un problema per loro, da secoli abituati e perfettamente adattati alle quote estreme, all’ipossia e a condizioni di vita inimmaginabili per noi occidentali; hanno ovviamente anche i piedi più piccoli e più corti dei nostri, ma il mio unico lettore starà pensando che anche questa non sembra una notizia memorabile, esisteranno senz’altro connotazioni più interessanti e degne di nota in merito a questo straordinario popolo di montagna… perché parlare del numero di scarpe?

Effettivamente non varrebbe la pena parlarne, se non fosse per il curioso inconveniente che alla fine del trekking del Khumbu ha rischiato di farmi imbarcare all’aeroporto di Lukla per tornare a Kathmandu calzando solo un paio di logori (per non dire altro…) calzettoni da montagna!

Uno dei molteplici motivi per cui un trekking in Himalaya è un’esperienza unica, è sicuramente costituito dalla possibilità di conoscere e instaurare un rapporto di amicizia e di stima con gli sherpa; definirli dei semplici portatori è riduttivo e quasi offensivo, da molti decenni ormai si sono trasformati da semplici “manovali” della montagna, utili per il loro adattamento all’alta quota, la tolleranza allo sforzo e lo straordinario allenamento naturale di cui sono dotati, a dei veri e propri accompagnatori di alta montagna, l’equivalente delle nostre guide alpine, e molti di loro sono paragonabili, in termini di capacità tecnica alpinistica, ai più famosi e celebrati fuoriclasse europei, americani ed asiatici; certo, magari non in alcuni ambiti specifici quali l’arrampicata sportiva sui gradi estremi o il drytooling (arrampicata su terreno misto di ghiaccio e roccia con ramponi e piccozze), ma sicuramente si nel contesto dell’alpinismo tradizionale di altissima quota.

Una consolidata e virtuosa abitudine fra coloro che fanno alpinismo o trekking in Himalaya è quella di lasciare in omaggio, alla fine della spedizione, indumenti, scarpe, attrezzatura di montagna: qualunque oggetto è ben apprezzato e non c’è nemmeno motivo di offendersi se il regalo non viene indossato o utilizzato: per loro è talmente prezioso che spesso, anziché usarlo essi stessi, preferiscono a loro volta venderlo innescando un micro-commercio locale vantaggioso per tutti: in questa logica il regalo non va interpretato in modo personale come da noi perché in ogni caso, chiunque ne sia il destinatario finale, l’oggetto donato sarà utilizzato e sfruttato fino a sfiancamento e distruzione totale… a prescindere dal numero di persone a cui sarà passato per mano.

Si era quindi deciso, come sempre, di portare magliette, pantaloni, pile, giacche a vento già usati ma (specialmente per i loro standards) ancora perfettamente validi; io e Augusta avevamo deciso di lasciare anche le scarpe, cosa che oltretutto ci avrebbe permesso al ritorno di avere più spazio e meno peso nel borsone da viaggio, per poterlo quindi riempire con oggetti e regali comprati in loco; l’unico problema poteva essere il mio piede, certamente più grosso del loro, ma, come mi spiegò subito la guida, questo piccolo dettaglio si superava agevolmente con due o tre paia di calze, quindi potevo stare sicuro che non avrei avuto difficoltà a trovare uno sherpa interessato al dono, cosa che effettivamente avvenne al primo giorno e alla prima ora di trekking, tanto che il prescelto per due settimane non distolse mai lo sguardo dal futuro oggetto di possesso…

Io d’altra parte sarei tornato da Lukla a Kathmandu col paio di scarpette leggere che mi portavo dietro come scarpe da riposo e per camminare nei tratti meno impegnativi a bassa quota; senonché sulla via del ritorno scoprii che le scarpette erano scomparse dal borsone: superfluo chiedersi come mai, qualunque fosse il motivo non potevo certo ritrovarle; potevo averle perse durante una delle tante soste in cui aprivo il bagaglio, scaricandolo dal dorso dello yak addetto al trasporto, magari quando dovevo prendere il borsino di primo soccorso per curare, in itinere, qualche sherpa o qualche abitante dei villaggi attraversati che soffriva di congiuntivite e aveva bisogno di un collirio, o per qualche problema di febbre o infezione da trattare con antibiotici e antiinfiammatori, o per qualche portatore che si procurava vaste abrasioni se non addirittura piaghe da decubito alle spalle ed alla schiena a cause delle cinghie utilizzate per sistemarsi il carico addosso. Può darsi che avessi perso le scarpe tirandole fuori in una di quelle occasioni; può darsi che me le abbiano rubate, e la cosa non mi scandalizza più di tanto perché viste le circostanze ed i luoghi sarebbe stato comunque un regalo con altre modalità!

Fatto sta che all’ultimo giorno di trekking, ritornati a Lukla, quando avremmo dovuto reimbarcarci sull’aereo per Kathmandu e quindi dire addio agli sherpa lasciando a loro i regali preventivati, io ero senza scarpe perché puntualmente il beneficiario dei miei scarponi aveva riscosso quanto promesso, lasciandomi metaforicamente in mutande, ovvero con i soli calzettoni ai piedi (se fosse dipeso da lui si sarebbe presi anche quelli, senza troppe remore per lo stato di pulizia e di conservazione, ma viste le circostanze, me li tenni stretti ai piedi!).

Nelle due ore di attesa della partenza dell’aereo, provai a girare per i tanti negozietti che vendevano materiale da montagna alla ricerca di un paio di scarpette da ginnastica, ma ben presto capii che la mia taglia (fra il 44 e il 45) non era facile da trovarsi; provai a chiedere anche a tutti i venditori improvvisati dei mercatini e delle bancarelle sulla strada principale (o per meglio dire, l’unica) di Lukla, ma non saltò fuori nulla; il mio problema cominciava però a destare una certa curiosità nella popolazione locale, per cui si cominciò a formare un piccolo corteo di persone che mi seguivano passo a passo, discutendo animatamente sulla lunghezza dei miei piedi e sull’inadeguatezza delle scarpe che mi venivano proposte; la mia situazione suscitava umana simpatia ma anche un certo interesse economico perché tutti sembravano ambire a diventare i fortunati venditori del modello giusto; il dibattito e la processione, nel frattempo sempre più consistente, proseguirono fino al piccolo piazzale davanti all’ingresso del minuscolo aeroporto di Lukla, demenziale struttura, unica al mondo, con una pista di 200 metri costruita in pendenza su un ripido pendio in modo tale che gli aerei decollano in discesa per poter prendere velocità ed atterrano in salita per poter frenare senza distruggere le case, i negozi e gli alberghetti costruiti a ridosso della pista stessa… Dunque, davanti a questo prodigio dell’aeronautica, stavo perdendo le ultime speranze di tornare alla civiltà con qualcosa di solido ai piedi, quando nella calca ormai formatasi per seguire l’evento, spuntò fuori un ragazzino di forse undici-dodici anni che timidamente mi chiese in anglo-nepalese che numero di scarpa portassi:

“forty-four, forty-five… it’s the same….” “wait a moment, wait a mo-ment, sir… ” e sparì nella folla; dopo circa dieci minuti tornò trionfante con una scatola dalla quale tirò fuori, incredibilmente un paio di Adidas taroccate di una lunghezza spropositata, che probabilmente giacevano da anni nella cantina di casa…

Perfette, incredibile, nemmeno me le avesse fatte su misura un calzaturificio veneto!! La folla esplose in grida di giubilo e grandi applausi, il ragazzino saltò dalla gioia, sicuramente quella sera a casa avrebbe avuto doppia razione di stufato di yak con patate, tutti si dispersero orgogliosi perché il piccolo paese di Lukla aveva risolto il problema del turista occidentale, io salii sull’aereo con le scarpette più pulite che avessero mai calcato i sentieri della valle del Khumbu: più tardi, in volo, durante gli innumerevoli “vuoti d’aria” con inevitabili acrobatiche evoluzioni del pilota che più volte sfiorò i crinali delle valli sorvolate a non più di trenta metri di quota dai tetti delle case e dalle teste dei contadini, pensai con sollievo che se l’aereo si fosse sfracellato, almeno mi avrebbero riportato in Italia con un paio di scarpe nuove ai piedi…

Lukla, Khumbu Valley, Nepal, novembre 2004

(nella foto la pista di atterraggio in salita del piccolo aeroporto, unico al mondo nel suo genere!)

Appendice

Round Annapurna Trekking, relazione tecnica ed esperienza umana

In Italia abbiamo montagne bellissime, fin quasi superfluo citarle, le Dolomiti ove io e Augusta abbiamo percorso i nostri primi sentieri lasciandoci il cuore, la più vicina Valle d’Aosta che è diventata, anche per motivi di maggior vicinanza, la nostra seconda casa, dapprima solo in senso metaforico, poi anche letterale; l’appennino ligure appena girato l’angolo per veloci sgroppate di allenamento fra terra, cielo e mare; poi appena fuori, le amatissime Alpi Slovene conosciute grazie a cari amici triestini, e ancora l’Oberland Bernese, l’Ecrin, i Pirenei…

Eppure, negli spiriti irrequieti, forse un po’ romantici, forse vagabondi nella mente prima ancora che sul mappamondo, il richiamo dell’Himalaya prima o poi attira come un vortice al quale non si può sfuggire, se le circostanze permettono di assecondarlo; ed ecco perché, dopo un lontano viaggio esplorativo in Tibet e Nepal, dopo il primo trekking nella valle del Khumbu con la salita al Kala-Pattar al cospetto di sua maestà il Sagarmatha (il nome nepalese dell’Everest), dopo una divagazione extra-himalayana in vetta al Kilimanjaro con la stranissima emozione di camminare in mezzo ai penitentes sull’orlo del cratere di un vulcano spento a quasi 6000 metri con l’Africa ai tuoi piedi, ecco che nel 2008 siamo tornati in Nepal per una terza grande avventura: il trekking attorno all’Annapurna con due varianti tutt’altro che banali, ovvero la salita a una vetta di 6060 metri nel gruppo del Manang Himal e, sulla via del ritorno, una selvaggia variante al classico colle di Thorung, con il periplo del Tilicho Lake e l’attraversamento di due colli glaciali a più di 5300 metri di quota, una variante percorsa pressoché da nessuno (e si capisce anche il motivo!), ma che permette di camminare per due giorni a ridosso della maestosa Grande Muraille, con la suggestione di ripercorrere a ritroso il percorso inesplorato ed erroneo di Maurice Herzog e compagni, nel 1950, nell’infruttuoso tentativo di scoprire la via di salita all’Annapurna che poi in realtà era da tutt’altra parte (ma ci misero un bel po’ a scoprirlo!).

Eccoci dunque, di nuovo, a Kathmandu, con Giorgio e Annalisa, i due cari amici di Padova con cui abbiamo condiviso numerose esperienze di viaggio e di montagna, altri dieci compagni italiani conosciuti sul momento, con la guida di Martino Moretti dell’agenzia Lyskamm 4000 di Alagna Valsesia, prestigioso alpinista con al suo attivo, fra le altre cose, anche il K2 senza ossigeno nel 1986. Sbrigate le pratiche di rito, dopo il rituale tuffo nelle molteplici facce della città, che vale da sola un viaggio per tutti i suoi aspetti sportivo-alpinistici, religiosi, artistici e umani, ci si sposta con un pullman di linea verso ovest in direzione Pokhara, fino a quando si abbandona la strada principale per puntare decisamente a nord, con una stradella tortuosa e sempre più accidentata, percorsa su di un pulmino ancora più piccolo e sgangherato del primo, finché non si arriva finalmente a Bhulbule, 840m s.l.m., ove ha inizio il trekking. Si comincia quindi a camminare a una quota inverosimilmente bassa, in mezzo a un paesaggio dolce, verdissimo, fertile, ricco di acqua nel profondo solco glaciale della Marsyangdi Khola; si cammina sudando, quasi nell’afa, (nemmeno si salisse sul Tobbio d’estate!), attraversando villaggi non ricchi, ma ove si respira già un diverso livello di “benessere”, per le popolazioni locali, derivante dai guadagni correlati ai trekking; la stessa sensazione che si prova, lì ancora più evidente, nella valle del Khumbu; non a caso sono le due regioni di massimo afflusso escursionistico e alpinistico del Nepal, e già si vedono in entrambe, purtroppo, i primi segni di esagerazione in termini di sovrabbondanza di infrastrutture, di offerte sempre più comode e turistiche, di compromessi legati più al business che non che alla stringente necessità di comfort. Ma va bene così, perché noi veniamo dalle montagne più antropizzate del mondo e tutto ci sembra comunque più primordiale, selvaggio, immenso: gli spazi, il cielo, i ghiacciai ancora lontani.

In tre giorni si arriva a 2600 m s.l.m., si prende il passo, si respira, ci si assesta gli zaini sulle spalle, ci si libera dalle tossine della civiltà, ci si commuove vedendo i bambini, sporchi, miseri, sani e felici; qualcuno gli regala biro e matite, quaderni, qualcuno palloncini da gonfiare, nessuno caramelle e cioccolato perché provocano la carie; poi piano piano cambia qualcosa, si fa una gigantesca curva “a sinistra”, un po’ come quando in Val d’Aosta a Chatillon si va a ovest verso il Monte Bianco, si lascia ad est il massiccio del Manaslu, visione quasi irreale, seminascosto nell’afa e nelle nuvole, e si comincia a intravedere la colossale catena degli Annapurna, con almeno quattro cime secondarie sopra i 7500 metri, si entra nel cuore della Marsyangdi Khola, enormi pareti lisciate dal ghiaccio, valle ad “U” glaciale da manuale di geologia; si comincia a rimanere storditi, non tanto per l’aria sottile, che pure di notte a qualcuno dà fastidio, sopra i 3000, ma soprattutto per le dimensioni: enormi, lasciano increduli, te lo aspetti ma comunque non sei preparato alla vastità fisica e spirituale dei luoghi; a occhi puntati in alto ti annichiliscono le montagne, a occhi bassi respiri la filosofia di vita di queste popolazioni, di gran lunga in prevalenza buddiste, qui al confine con il Tibet; a ogni paesino un tempietto di ingresso con simboli e rituali di benvenuto; sulla “main street” lunghi muretti nel mezzo della strada con i cilindri di preghiera, da girare in senso rigorosamente orario per far salire in cielo le preghiere scritte a caratteri minuscoli su sottili rotoli di carta avvolti dentro ai cilindri stessi; mai preghiera appare più “laica”, adatta ad ogni spirito pellegrino a prescindere dalla religione d’origine, senza imposizioni né regole da rispettare se non quelle universali dell’umanità e della tolleranza.

Al quinto giorno a Humde (3300m) si abbandona il percorso principale del trekking e si punta decisamente a nord, con ripida, costante salita in avvicinamento alla catena del Chulu, ove si cela la nostra meta; vegetazione sempre più rada, scarna, non più afa, bensì vento, freddo di notte nelle tende che finalmente si montano abbandonando i lodge più o meno confortevoli che finora si trovavano sul percorso; si fa fatica, si va in montagna, ti prende un po’ di inquietudine, sei isolato, conti solo su te stesso, sugli sherpa, sui compagni, su Martino: ecco la vera differenza, a due soli giorni dal flusso continuo dei trekkers, al di là delle difficoltà tecniche che pure sono minime. Primo campo a 3990 m, al giorno 6° campo a 4800m, ancora sull’asciutto, pietraie moreniche aride, poca vegetazione tipo steppa, molto sottozero di notte, finalmente i sacchi a pelo “himalayani” comprati dall’amico Chicco cominciano a fare il loro lavoro! Un amico del gruppo sta male, cefalea, vertigini, sbandamento nella marcia: sintomi pericolosi, lo dico a Martino, che si fa? Se lo dici tu che sei medico, lo mandiamo giù senza esitazione, con uno sherpa, è la decisione migliore, starà male ancora 48 ore, poi tutto OK e potrà riprendere il cammino.

Arriva il settimo giorno ma non ci si riposa, finalmente si tocca la neve, il primo ghiacciaio, le scarpette si mettono nei sacchi e si calzano gli scarponi veri, ma poi ti guardi indietro e vedi gli sherpa che hanno ancora ai piedi le infradito e ti chiedi se loro sono dei marziani oppure tu un pigro e rammollito figlio del benessere: entrambe le cose ovviamente, un po’ ti vergogni, un po’ vorresti essere San Francesco e abbandonare il mondo occidentale, un po’ semplicemente li invidi e vorresti riuscire a resistere come loro alle intemperie… tanti pensieri confusi, bisognerebbe scrivere un libro solo su questo, e passare nottate intere a parlarne con gli amici più cari e con i compagni di montagna. Qui non si tratta più solo di salire su una montagna, qui c’è di mezzo la vita, quella vera. La tua e la loro. Ci pensi, ci pensi e ci ripensi. E intanto sali.

Campo a 5300 sul ghiaccio. Notte tremenda: una compagna del gruppo sta male, un problema serio, affanno, rantoli, per me la diagnosi è facile, edema polmonare in fase iniziale. Sono medico, appassionato di montagna, studio da anni la fisiopatologia d’alta quota e sono socio della Società Italiana di Medicina di Montagna; non sono il medico della spedizione, solo un privato partecipante, ma ovviamente non fa differenza; ho con me i farmaci che servono. Desametazone endovena e intramuscolo, gocce di nifedipina sotto la lingua; purtroppo non basta, continua a star male, per fortuna l’organizzazione nepalese ha nel budget la sacca di Gamow, la camera iperbarica portatile. La ficchiamo dentro, pompiamo aria, si riporta dentro alla sacca una pressione atmosferica equivalente a 2500m circa; avanti due ore a pompare, poi fra la sacca ed i farmaci sta un po’ meglio, quel tanto che basta ad aspettare l’alba e non essere costretti a farla portare giù in piena notte sulle spalle di due portatori. Altri due hanno cefalea, nausea e vertigini, nonostante l’acclimatazione la quota picchia: cerco di fare qualcosa anche per loro, tutta la notte dentro fuori la mia tenda e la loro, Augusta mi aiuta. Mi passa i farmaci, mi prepara le iniezioni, nella concitazione una distrazione fatale: lasciamo i suoi scarponi nell’abside della tenda, si congelano.

Alle cinque di mattina si decide: il bollettino medico è più rassicurante; chi sta male scende con gli sherpa o è già sceso, chi sta bene parte per la vetta; siamo già in ritardo di un’ora e mezza, dai; freddo, vento, siamo stanchi, io, Augusta e Martino ovviamente abbiamo passato tutta la notte svegli e in piedi; Augusta paga la sua generosità con gli scarponi ed i piedi freddissimi a causa degli eventi descritti, dopo un’ora torna, teme un congelamento; che rabbia, lei sta benissimo e salirebbe in cima di corsa! Si va un po’ troppo veloci, a strappi, non si riesce a tenere un ritmo armonico, qualcun altro deve tornare indietro perché non si riesce a trovare il passo giusto. Tre pendii ghiacciati ripidi successivi, pendenza fino a 43-45°. Io, Martino e altri quattro “superstiti” arriviamo in vetta al CHULU FAR EAST, 6059m s.l.m. Davanti, dietro, a sinistra, a destra, solo Himalaya. A ovest il Mustang, a est il Manaslu, a nord il Tibet, a sud un rettangolino dietro l’Annapurna Range, riguardando le foto lo identifico come la cima vera dell’Annapurna, fino ad allora ancora invisibile.

Foto di vetta, un abbraccio. Sono salito su una cima himalayana insieme ad un uomo che è stato sul K2: scendendo mi ha ringraziato per il lavoro che ho fatto nella notte con chi stava male. Questa è la montagna, la sua follia, la sua bellezza.

Mi spiace per Augusta e per gli amici che non ce l’hanno fatta. Se la notte passava tranquilla, arrivavamo tutti in cima. In compenso tutti sono tornati giù, e per come si sono messe le cose, questa è stata la vera conquista della vetta. Rimangono una manciata di foto, uno sguardo sul mondo, una piccozza lasciata in cima da un compagno di Udine in memoria dell’amico morto in montagna. Le cose che leggiamo sempre sui libri, che vediamo nei film, che sentiamo raccontare alle serate dei nostri eroi. Ma questa volta vissute davvero, in prima persona. Ti lasciano il segno. BERG HEIL.

Si scende molto velocemente al campo a 4800m, la mattina dopo colazione all’aperto, si guada un torrentello semi-ghiacciato e quasi di corsa, si scende ancora fino al fondo valle: fine della giornata? Macché, per arrivare a Manang, praticamente su sentiero sempre in piano, ci mettiamo due ore (sempre la solita storia delle grandi distanze himalayane…); una bottiglia di Coca-Cola ghiacciata comprata sulla strada da un bambino vale più di uno champagne d’annata!

Manang, 3500 m s.l.m. L’ultimo paradiso degli hyppies e dei giramondo stile anni ’60, in fuga da una Kathmandu non più tanto tollerante; si mescolano bene ai trekkers che passano un giorno di completo relax: chi si lava gli indumenti, chi si taglia la barba, chi cerca di accaparrarsi un turno di acqua calda sotto la doccia del lodge, chi dorme tutto il giorno, chi gira a caccia di foto e di atmosfere. Alla sera tutti cercano di mangiare più carne di yak possibile dal menù del cuoco, che in realtà sembra sempre molto parsimonioso.

Per fortuna c’è anche un’ottima pasticceria tedesca molto apprezzata!

La compagna che è stata male non si è ancora ripresa e, in accordo con i medici americani dell’ambulatorio per i disturbi d’alta quota, non prosegue il trekking e scende a dorso di cavallo con uno sherpa fino a Bhulbule, da lì fino a Pokhara in bus, dove la ritroveremo in buona salute. Noi ripartiamo. Alla fine del paese, in un vicoletto, due cartelli per le due direzioni possibili: uno è per la via “normale” del giro dell’Annapurna, per il passo di Thorung; l’altro è per la via più difficile, percorsa solo fino al lago di Tilicho ove però quasi tutti tornano indietro; noi invece proseguiremo, per valicare ancora in alta quota e scendere a Jomosom in totale solitudine. Sarà un’avventura. Si parte rilassati, con un panorama piacevolissimo, la Marsyangdi Khola nella sua parte centrale, più aperta e con visioni bellissime sul gruppo dell’Annapurna, ma in realtà si capisce ben presto che sarà dura; si deve arrivare al Tilicho Base Camp, teoricamente 600m di dislivello, in realtà sono 900 a causa di saliscendi interminabili, lungo un vallone secondario sempre più chiuso fra pareti dirupanti di detriti e sfasciumi franosi, sembra quasi di essere in Dolomiti ma anche sulle Grigne, con guglie, torri, pinnacoli dalle forme bizzarre e dai colori rossicci, calcare eroso dai millenni, dal ghiaccio e dal vento. Un piccolo monastero, isolato e solitario a 4000m, è commovente con il suo unico custode. Si arriva al lodge tardi, il sole è già scomparso dietro la Grande Muraille, freddo glaciale a 4150metri. Ai lodge non si prenota, speravamo di trovare posti, ma un gruppo di francesi ci ha preceduto: domani andranno al lago e poi torneranno a Manang; allora si montano le tende, e viste le condizioni del lodge tutto sommato è meglio così, a parte il freddo e l’umidità. Si riparte all’alba di una giornata meravigliosa, si sale a lungo su pendii morenici e finalmente si arriva su un pianoro ghiacciato a 4800m, la Grande Muraille si tocca quasi con le mani! Poi, dopo un’altra ora, finalmente il Tilicho Lake, 4950metri, uno dei più alti laghi naturali del mondo, 3,5 km di lunghezza e 1,5 di larghezza nel punto più largo, acque blu cristalline, due chilometri più in alto incombe il Tilicho Peak con la sua parete nord-est, verticale sopra il lago. La bellezza del luogo è indescrivibile, nessuno riesce a parlare, e non solo per l’aria sottile. Questo è l’Hiamalaya, bellezza! I trekkers tornano indietro, noi cominciamo ad aggirare il lago sulla destra, su ripidi pendii ghiacciati; qualcuno calza i ramponi, diamo le piccozze ai portatori i quali, incredibile, ma vero, camminano ancora con ai piedi le infradito o tutt’al più con qualcosa di simile alle Superga da basket in tela (in versione nepalese, ovviamente). II lago è poco più giù, una scivolata nelle sue acque sarebbe fatale per lo shock termico. Si supera l’Eastern Pass a 5340m (in totale 1200m di dislivello nella giornata) con ripidi passaggi su roccia sporca e friabile, si devono usare le mani per l’equilibrio, ora bisogna solo andare giù eppure impieghiamo tutto il pomeriggio per ridiscendere fino a un pianoro sopra l’estremità opposta del lago ove, a 5200m, dormiremo. Arriviamo al buio e sotto la neve, montiamo con grande fatica le tende, si mangia poco e contro voglia nella tenda-mensa, più che altro per scaldarsi un po’, poi si cerca di dormire, ma per tutta la notte ogni due ore si dovrà buttare giù la neve dal tetto della tendina per non rimanerne schiacciati (mi sembra anche questa di averla già letta da qualche parte!). Alba a meno 15 gradi, un incredibile cielo blu che sembra finto, sole, la Grande Muraille scintillante e ghiacciata: una foto, un ricordo, un’emozione indelebile che compensa la notte poco riposata, basterebbe da solo questo momento per giustificare il viaggio. Colazione all’aperto mentre gli sherpa smontano il campo, la tazza bollente serve a scaldare le mani prima che lo stomaco. Un momento di estasi, ma solo un momento, si riparte, c’è qualche incertezza sulla direzione, la neve ha sparigliato le carte ed i punti di riferimento; Martino decide di non fare il Mesokanto La, ma di puntare a nord verso il New Tilicho western Pass (o Tilicho tourist La), lo ha già percorso alcuni anni addietro; gli sherpa non sono di grande aiuto, per cui si affida alla memoria. La neve è pesante, la traiettoria è diretta e quindi anche decisamente ripida, ancora ramponi e piccozze per arrivare finalmente al passo a 5480metri. Alla nostra sinistra, a sud-ovest, l’elegante gruppo del Nilgiris; ancora oltre fa capolino il triangolo sommitale dell’Annapurna, ma a un certo punto compare in tutta la sua maestosità il Daulaghiri con il suo versante nord-est: il terzo ottomila del trekking, il più vicino, il più impressionante, non ci abbandonerà più fino all’ultimo giorno. Se fossimo in un museo, ci sarebbe da temere la sindrome di Stendhal. Qui, in più, c’è anche l’ipossia!

Si scende ancora su pendii ripidi ghiacciati, dopo un’ora, come un sogno, si comincia a toccare la roccia e a calpestare qualche rado arbusto. Ci si spoglia al sole, la temperatura è salita di almeno 20 gradi. Si scende al campo successivo a 4215 metri, ma bisogna guadagnarselo anche questo, con i soliti terribili saliscendi insensati e interminabili e con ultimo salitino spacca gambe. Ma si dorme in tenda all’asciutto, comodi e rilassati come dei re. Il tredicesimo e ultimo giorno di trekking si dovrebbe “solo” scendere fino a Jomosom. Cento metri di dislivello in salita e 1600 in discesa; arriviamo sull’ultimo spuntone roccioso da cui si domina il paesino poco (?) più sotto, alla sua destra il magico Mustang: è fatta, emozione, rilassatezza, si pregustano birre e Coca-Cola, ma tutto questo ben di Dio ci sarà concesso dopo le ultime due interminabili ore di discesa che avrebbero dovuto essere non più di trenta minuti; l’ultimo ricordo “fisico” delle dimensioni himalayane! Il resto è una doccia calda, una cena fra quattro mura coi sandali ai piedi, una atroce torta a forma di montagna preparata dal cuoco, volenteroso ma solo quello!, il solito rituale, commovente, delle mance ai portatori con una lotteria per tutti i vestiti e capi tecnici che si lasciano in regalo, come sempre alla fine di una spedizione o di un trekking, l’ansia di riuscire a prendere il volo per Pokhara la mattina successiva, dopo tre ore di attesa in cui ci sono passati davanti centinaia di trekkers sui dieci aerei precedenti, il nostro è l’undicesimo e ultimo, rischia di non atterrare (e non ripartire) per il vento, ma il pilota, pazzo e bravissimo, vuole mangiare a casa con la famiglia e non ha nessuna intenzione di farsi turbare dalle raffiche (noi invece sì, ma che importa?). Il resto è, ancora, una monumentale bistecca di yak con una montagna di patate fritte e un po’ di birre ghiacciate, un po’ di relax a Pokhara, un’alzataccia all’alba per farsi portare dalle barche al centro del Phewa Lake per vedere i primi raggi di sole illuminare il versante sud del gruppo dell’Annapurna e, soprattutto, il Machapuchare, incredibile piramide che incombe sulla città. Forse uno dei più belli e famosi fra i tanti “Cervini” sparsi in giro per il mondo.

E poi il ritorno a Kathmandu, e in Europa. Voglia di ritornare e di non dimenticare.

Nepal, novembre 2008

PARTE TERZA – IL TIBET

Un medico a 4500 metri di quota

(Una storia vera sotto forma di racconto)

Steve viaggiò molto, dentro e fuori se stesso, nel mondo e nel proprio caos interiore.

Non viaggiò tanto come i viaggiatori di professione, come i cacciatori di visti sul passaporto, come i collezionisti di dogane e frontiere. Le vere frontiere da superare forse si riesce una sola volta nella vita a varcarle veramente, ed ancora più difficile risulta il non tornare più indietro. Viaggiò comunque a sufficienza da stampare nel proprio DNA emozioni e ricordi che solo la dissoluzione della mente, l’Alzheimer o la morte potranno sottrargli.

Si trovò anche ad attraversare, in momenti e circostanze che ancora adesso oscillano fra sogno e realtà, i maestosi altipiani tibetani in un lungo raid su fuoristrada da Lhasa a Kathmandu, sempre al limite tra terra e cielo, a quote che a casa nostra sono dominio delle nevi e dei ghiacci.

Conobbe strani e meravigliosi personaggi che gli spiegarono in una lingua sconosciuta ma perfettamente comprensibile come sia possibile avvicinarsi alle risposte cercate invano per tutta la vita, ammesso che qualcuno abbia dentro di sé almeno ancora la volontà di porsi certe domande.

Conobbe la saggezza in volti devastati dall’ipossia, dalla fame, dalla brutalità dell’invasione cinese: in quegli occhi vide ostinatamente, spudoratamente la gioia, la serenità, l’accettazione del proprio destino, la consapevolezza che nel fluire del tempo e della vita il singolo individuo è un frammento insignificante che non può e non deve sprecare energie per cercare di cambiare ciò che è infinitamente superiore al più forte degli esseri umani: ovvero il significato del proprio viaggio che fin dalla nascita corre su binari prefissati e con una meta sconosciuta ma scritta nel codice genetico prima ancora di iniziare la fatica di vivere.

Ovviamente non poté assolutamente capire né accettare queste risposte, tanto erano estranee al modo di vivere al quale era stato educato e cresciuto e dal quale cercava di fuggire, ma senza avere gli strumenti per poterlo fare veramente.

Conobbe le montagne straordinarie dell’Himalaya, che toccò con mano, calpestò fin dove le circostanze del viaggio gli permisero di fare. Le vide dall’aereo di linea nel volo dal Nepal al Tibet, le vide dalle polverose piste sterrate della trans-himalayana, dai finestrini delle Toyota Land Cruiser che viaggiavano indifferenti fra valichi a 5300 metri di quota ed altipiani infiniti e misteriosi, tra cime maestose e senza nome perché non aveva senso dare loro un nome, salvo che per gli alpinisti cinesi ed europei, americani e giapponesi accomunati dalla frenesia di poter scalare vette ancora vergini e prestigiose per il proprio curriculum.

Le vide da un piccolo aereo turistico pilotato da un folle aviatore nepalese che lo portò così vicino al suo amato Everest da fargli temere per un attimo di atterrare in modo poco convenzionale al colle Sud ad ottomila metri di quota: ma una virata incredibile a 180 gradi quando erano ormai a non più di due chilometri in linea d’aria dalla parete sud gli permise di imprimersi in modo irreversibile nella mente l’immagine della “sua” montagna e di tornare incolume all’aeroporto di Kathmandu.

Vide le limacciose, sacre acque del Bhagmati, affluente del Bramhaputra, attraversare il quartiere induista di Kathmandu per raccogliere le ceneri dei cadaveri bruciati su cataste di legna e poi affidati al fiume nel loro ultimo viaggio; e vide la gente lavarsi nel fiume e raccogliere l’acqua per bere e per cucinare, la vide fare bucato nel fiume accanto alle pire fumanti.

Vide i bambini degli altipiani, figli delle tribù di nomadi e pastori, giocare con gli yak e con palle di stracci; indossavano maglie, felpe, pantaloni di incredibili e sgargianti colori con scritte occidentali, regali dei turisti che gli portavano gli abiti dei loro figli.

Li vide con la pelle scura, perché non avevano mai conosciuto il sapone. Ma erano sani e sembravano felici. Li vide aspettare in disparte, silenziosi, che alla fine dei pic-nic dei turisti si offrisse loro qualcosa da mangiare: e Steve si adattò a mangiare sotto il loro sguardo discreto, educato ed incuriosito dallo strano cibo degli occidentali, dal grana padano e dallo speck portato di scorta nel caso che il cibo locale non fosse di troppo gradimento.

Vide i templi ed i monasteri buddisti, distrutti dai bombardamenti cinesi e ricostruiti ostinatamente pietra su pietra dai monaci e dalle popolazioni dei villaggi vicini. Calpestò i loro pavimenti di legno, scivolosi e lisciati dal passaggio di migliaia di pellegrini, respirò l’odore del burro di yak, utilizzato per ogni scopo, come fondamento della loro alimentazione e come combustibile da bruciare nelle lampade votive: enormi recipienti di rame accoglievano centinaia di lumini che creavano un irreale, tenue illuminazione in ambienti privi di finestre e di corrente elettrica, e sullo sfondo le enormi statue delle divinità buddiste troneggiavano con quei sorrisi rassicuranti ma al tempo stesso inquietanti e così difficili da comprendere nel loro significato simbolico.

Vide i cieli incredibilmente azzurri come si possono vedere solo dove l’aria è estremamente rarefatta ed i colori sono così saturi, intensi da sembrare artificiali.

Vide i cilindri di preghiera, e Steve non si stancò mai di farli girare perché così anche lui contribuiva a far salire in cielo le preghiere contenute dentro di essi.

Vide il Potala, la residenza del Dalai Lama fino al giorno in cui dovette fuggire in India per proseguire in modo libero ad esercitare la sua influenza morale sul popolo tibetano. E rimase come tutti sgomento e senza fiato davanti alla maestosità dell’edificio: aveva paura di un impatto emotivo indebolito dalle centinaia di foto e di filmati visti e rivisti sul palazzo e su Lhasa, ma si rese conto subito che esserci veramente davanti annulla ogni immagine vista a casa ed ogni descrizione letta a tavolino. La stessa sensazione che aveva avuto in Perù visitando Machu-Picchu: pensava di conoscere ogni singola pietra del villaggio Inca e di non potersi emozionare più di tanto a vederlo dal vivo, invece l’impatto fu straordinario. Questo fa la differenza fra il viaggiare con la fantasia ed esserci davvero.

Vide i militari cinesi pattugliare armati la piazza del Jokhang, e comprese che lì, davanti al tempio più sacro del buddismo, avvennero fatti molto più sanguinosi che a Tien-an-Men, ma praticamente nessuno al mondo se ne accorse o volle accorgersene. Su quella piazza, a distanza di anni dal tentativo di resistenza tardivo, quasi patetico del popolo tibetano ma soffocato con violenza inaudita dai “liberatori”, ancora adesso era vietato “radunarsi” in gruppi di più di tre-quattro persone, pena il materializzarsi di una guardia del popolo a far cessare subito l’adunata sediziosa.

Vide molte altre cose e tante persone, ognuna delle quali meriterebbe un racconto ed una citazione, ma tutto ciò rimane indelebilmente nella sua memoria e questa è cosa più importante: “ricordati tutto ciò che hai visto, perché tutto ciò che dimentichi ritorna a volare nel vento” disse un saggio apache.

Al termine di un’ennesima lunga, faticosa e straordinaria giornata consumata su piste sterrate al limite dell’impraticabilità, dopo il guado di diversi torrenti ed infinite deviazioni per visitare un minuscolo monastero in uno dei villaggi più solitari e suggestivi dell’altipiano tibetano, la piccola carovana di Land Cruiser arrivò, come mai più in quel viaggio, vicina all’Everest.

Steve riuscì a convincere i compagni di viaggio a cambiare destinazione per la notte, d’accordo con la guida, e sul tardo pomeriggio arrivarono a Tingri. Villaggio di poche decine di case, a 4500 metri di altitudine, esattamente di fronte alla parete ovest dell’Everest. Il destino volle che della grande montagna non si vedesse nulla: nuvole basse coprivano completamente l’orizzonte e non si dissolsero né per il tramonto né la mattina dopo. Ma non aveva importanza: tutti sapevano che essa era là davanti a loro, non si poteva, forse, pretendere di averla a disposizione così facilmente. E forse l’averla sognata così intensamente ha lasciato nell’immaginazione di tutti un ricordo ancora più nitido e vivo che se la si fosse potuta vedere veramente.

Un piccolo “lodge”, una via di mezzo fra un rifugio alpino in stile tibetano ed un bed &breakfast molto spartano, diede ospitalità a Steve, a sua moglie Augusta ed ai loro compagni. Piccole stanze, tutte al piano terreno, disposte su tre lati di una corte quadrata, rigorosamente senza luce elettrica e con un unico bagno comune che difficilmente svanirà dal ricordo degli ospiti: praticamente cinque-sei latrine separate da murettini alti si e no mezzo metro; l’ultima, più appartata, era più larga per esigenze specifiche il che creava anche il rischio di caderci dentro se di notte, al buio, con una lampada frontale in testa e con una feroce emicrania da ipossiemia il coraggioso fruitore non stava ben attento a divaricare adeguatamente le gambe…

Dentro alle stanze, una candela accesa: una sfida all’intelligenza degli occidentali poco acclimatati; perché non si capì subito che anche il poco ossigeno consumato dalla candela era meglio conservarlo per irrorare il cervello. Un lavabo stile nostre campagne del secolo scorso ed un grosso recipiente termico per conservare l’acqua calda (riscaldata dall’enorme stufa della cucina) completavano l’arredo delle stanze: tutto l’essenziale, nulla di superfluo. Il pagliericcio non era neanche poi scomodo.

Ad un’estremità della corte, la grande stanza con la cucina, un’enorme stufa in mezzo ed il locale comune per mangiare, proprietari ed ospiti tutti insieme. Niente sedie; tappeti e cuscini per terra tutt’attorno a un lungo tavolo quasi al livello del pavimento; così che si finiva per mangiare comodamente e mollemente coricati in posizione orizzontale. Acqua e birra tibetana, cibo a volontà e probabilmente in quello sperduto lodge ad altissima quota Steve e soci mangiarono meglio che in qualunque albergo di standard di lusso per i parametri cinesi, con un’ospitalità che andava ben oltre i doveri dei gestori di un locale a pagamento. Ma prima di mangiare, una ben strana esperienza toccò Steve nel cuore.

Entrando nella grande sala, già con la mente un po’ annebbiata dall’ipossia, dalla stanchezza della giornata passata sui fuoristrada e dalle birre tibetane bevute poco prima, Steve venne accolto da Pino, il ragazzo di Torino che accompagnò il gruppo per tutto il viaggio.

Pino era un personaggio eccezionale, amava il Tibet, la filosofia buddista in modo totale ed era riuscito nel non facile obiettivo di coniugare la grande passione della sua vita con il lavoro, diventando accompagnatore turistico nella regione himalayana per conto di un importante tour operator italiano: da dieci anni passava almeno sei mesi all’anno fra Nepal e Tibet.

Conosceva perfettamente la lingua nepalese e tibetana, parlava con i monaci e si permetteva il lusso di spiegare loro alcuni aspetti della dottrina religiosa che essi stessi non conoscevano. Recitava i “mantra” insieme ai pellegrini che continuamente si incontravano nei villaggi e nei monasteri e spesso ne insegnava loro di nuovi. Era amico personale del Dalai Lama e più volte gli fece da interprete nelle sue visite in Italia. Aveva proposto a Steve un trekking intorno al Kailash, la montagna sacra dei tibetani, per vivere un’esperienza mistica e sportiva allo stesso tempo. Visitare quei luoghi con Pino era un privilegio che trasformava un viaggio turistico in una full-immersion nella più straordinaria filosofia di vita che Steve avesse mai conosciuto.

Dunque Pino aspettava Steve nella grande sala da pranzo, e gli chiese, quasi con imbarazzo, se non voleva fare qualcosa per la figlia più piccola dei proprietari: era malata, e i loro genitori sarebbero stati onorati se un medico venuto da così lontano avesse avuto la compiacenza di visitare la loro bambina.

Steve rimase sgomento: un medico occidentale, con tutto il suo bagaglio di grandi conoscenze scientifiche ma privo di ogni strumento, per non parlare della possibilità di effettuare o prescrivere esami, si sente istintivamente inadeguato nel suo compito e si trova di fronte, quasi con violenza, alla povertà spirituale della propria condizione, basata su presupposti fondamentalmente tecnologici. E quando ti ritrovi a disporre solo delle tue mani, degli occhi, della mente e forse del cuore, un grande disagio ti pervade.

Anche perché, Steve lo capì subito, per i suoi interlocutori lui era più di un medico, era un marziano, qualcuno venuto da un altro pianeta, probabilmente alla stregua di un dio, tanta era la differenza culturale, psicologica, tecnologica fra questi due mondi che si incontravano davanti alla grande madre di tutte le montagne: e la differenza non significava assolutamente inferiorità di qualcuno o superiorità di qualcun altro, significava semplicemente due modi totalmente diversi di vivere.

E mentre Steve masticava faticosamente questi concetti, si ritrovò davanti a tutta la famiglia riunita in cucina: la mamma teneva in braccio una bambina spaventatissima; poteva avere sei o sette anni, era visibilmente denutrita, aveva un aspetto sofferente, il colore della pelle era grigio, impossibile dedurre dalla cute o dagli occhi segni di itterizia o di anemia.

La bambina doveva essere visitata in braccio alla mamma, se no avrebbe pianto istantaneamente alla vista di questo stregone venuto da un altro mondo. E Steve, nei limiti del possibile, le toccò la pancia, le mise un orecchio sul cuore e sul torace, le guardò le sclere, cercò di valutare il tono muscolare e dei riflessi articolari, cercando di immaginare cosa avrebbe fatto un suo collega dell’ottocento, quali ragionamenti avrebbe sviluppato in una situazione forse normale per l’epoca…

La pancia era gonfia: “potrebbe avere un problema al fegato, chissà quale infezione intestinale, una malattia del sangue, un disturbo congenito del cuore.” disse a Pino affinché traducesse, ma più che altro per spezzare la tensione, per dire qualcosa, per non sembrare completamente impotente. Perché effettivamente così era.

“Bisognerebbe portarla al più presto a Shigatze, la città più vicina, perché possa effettuare degli esami in un ospedale cinese” aggiunse Steve (almeno a qualcosa si rendano utili, gli invasori, disse dentro di sé): Pino riferì e la risposta fu sconcertante: “fra cinque-sei mesi, quando sarà finito l’inverno e andranno in città per fare acquisti ai mercati, di cibo e di ogni altra cosa, porteranno la bambina all’ospedale”.

“Se sarà ancora viva…” Steve lo pensò solamente, ma era evidente la perplessità nei suoi occhi.

“Non giudicarli male – replicò subito Pino – so cosa stai pensando, ma devi capire cos’è il loro mondo e il loro modo di vivere: da secoli in queste terre si nasce, si vive, si muore nella totale indifferenza dell’umanità e nessun fattore esterno può influenzare, se non in male, la loro esistenza. Invasioni di popoli stranieri, dominazioni che cambiavano solo nella lingua e nell’aspetto dei nemici, istinto di sopravvivenza radicato ma anche realismo ed accettazione del proprio destino. Nessuno ti regala nulla né offre alcuna possibilità di cambiare la tua vita. Questi genitori amano sicuramente la loro bambina più di se stessi, ma sono perfettamente consapevoli che non possono modificare il suo destino. La loro vita è scandita da comportamenti, abitudini, eventi immutabili da molto prima che nascessero loro e i loro genitori, e che rimarranno tali anche dopo la loro morte.

Per loro andare nella grande città al di fuori del tempo previsto e dei motivi abituali costituisce non solo uno sforzo economico al di fuori delle loro possibilità, ma anche un cambiamento psicologico nelle loro tradizioni inconcepibile. Lo so che per noi occidentali tutto questo è inaccettabile, ma non possiamo neanche permetterci di venire qui per due-tre settimane e pensare di cambiare il loro modo di essere né tanto meno di giudicare le loro azioni.

Ti sono infinitamente riconoscenti per aver visitato la loro bambina, tu rimarrai impresso nei loro ricordi per tutta la vita per avergli concesso questo onore, ma loro con i soldi che spenderebbero per portare la bambina a Shigatze a farla curare dai cinesi garantiranno per almeno un anno la sopravvivenza agli altri figli, la possibilità di farli studiare e di dargli una chance di migliorare la loro vita.

Ma ora dobbiamo onorare i cibi che hanno preparato per noi: per loro sono l’equivalente di un banchetto nuziale, di una cerimonia straordinaria, non dobbiamo deluderli”.

Steve non disse nulla, ma meditò a lungo sulla concezione della vita nel suo mondo: si arrivano a spendere cifre incredibili per salvare la vita ad ultraottantenni affetti da almeno cinque-sei malattie croniche degenerative, la maggior parte delle quali correlate allo stile di vita di una società ricca che si può permettere il lusso di rovinarsi la salute per il troppo mangiare, la sedentarietà, il fumo, l’obesità e l’opulenza, bisogna sprecare risorse per curare gli eccessi e non le carenze. Poi capiti dall’altra parte del mondo e resti indignato se una bambina è destinata a morire nell’indifferenza e nell’accettazione di un destino che non è mai stato né mai sarà benigno. Quella sera bevve molta birra tibetana prima di riuscire a tornare in sintonia con i suoi compagni, poi cominciò ad immergersi nel personaggio che doveva interpretare e raccontò, come tutti si aspettavano, la storia della conquista dell’Everest. Steve era un narratore affascinante e catturò a lungo l’attenzione di tutti con la struggente ed eroica sfida di George Mallory a quel pezzo di roccia proteso verso il cielo.

Alla fine della cena le donne del gruppo presero da parte le figlie più grandi della famiglia e valorizzarono la loro bellezza utilizzando tutte le armi della cosmesi occidentale. Per la prima volta, e forse unica nella loro vita, poterono truccarsi e non credettero ai loro occhi quando si specchiarono e si guardarono fra di loro. Le risate di tutti risuonarono fino a tardi e la felicità pervase la grande sala da cucina in questo strano connubio tra due mondi. Nessuno vide più né seppe più nulla di quella bambina.

La vita riprese il suo corso ordinario, dopo gli strani eventi di quella sera passati a tentare di vedere l’Everest in mezzo alle nuvole ed a cercare il senso della vita stando attenti a non sprofondare in una latrina tibetana pagando il dazio alle troppe birre bevute.

La mattina dopo, all’alba, con l’Everest sempre sdegnosamente nascosto, i potenti motori dei Land Cruiser portarono lontano gli occidentali, a toccare il cielo sui valichi più alti del mondo, fra centinaia di file di bandierine di preghiera e di sciarpe di seta bianca lasciate in segno di devozione là dove la terra compie un ultimo sforzo per avvicinarsi agli dei prima di ripiegarsi verso il basso per buttarsi a capofitto verso le foreste nepalesi, verso il confine fra due mondi, verso la mitica incredibile frontiera fra il Tibet, ovvero la Cina, ed il Nepal, ovvero l’avamposto della società occidentale a ridosso della grande potenza orientale.

I cinesi, come tutti i dominatori, si permettono anche un distorto senso dell’ironia. E così hanno deciso di chiamare “ponte dell’amicizia” quello stretto precario nastro di cemento sospeso sopra la gola del Dude-Khosi che in realtà separa fisicamente e militarmente due universi.

Il paesaggio sembrava assecondare, con i suoi cambiamenti, quella crescente inquietudine che pervadeva l’animo dei viaggiatori man mano che ci si avvicinava a Zangmu, paese di frontiera, avamposto del nulla, monumento all’assurdità della condizione umana: se Francis Ford Coppola avesse avuto bisogno di qualche ulteriore fonte di ispirazione, oltre al “Cuore di tenebra” di Conrad, per ambientare il suo “Apocalipse Now”, sicuramente poteva attingere a piene mani a Zangmu, alla sua popolazione, alla sua atmosfera.

Dopo il dissolversi nel nulla della cortina di ferro e lo smantellamento del muro di Berlino, nessuno può capire cos’è una frontiera se non passa da Zangmu e dal Ponte dell’Amicizia. (N.d.A.: dopo il terremoto del 2015 il valico di Zangmu è tuttora impraticabile e l’unico percorso via terra fra Tibet e Nepal è il valico di Kirong, che noi abbiamo percorso nel 2018, ancora più accidentato e sconnesso di quello di Zangmu).

Dopo giorni interi sui grandi altipiani, dove l’orizzonte ed i pensieri del viaggiatore corrono verso l’infinito, quasi all’improvviso la terra si ripiega su se stessa aprendosi in una selvaggia profonda ferita provocata dallo scorrere delle acque del Dude-Khosi: un’enorme gola, con le pareti che cadono a picco, quasi verticali, verso il fiume che a malapena si riesce a distinguere centinaia di metri più in basso. Sul lato orientale della gola, i cinesi ed i nepalesi hanno costruito un’arditissima pista sterrata (chiamarla strada è decisamente esagerato) che con infiniti tornanti perde quota scendendo verso le foreste a sud dello spartiacque himalayano.

I cinquanta chilometri da percorrere in territorio cinese sono degni di un Camel Trophy: la parete della montagna frana continuamente e la pista, già di per sé stretta, spesso si riduce a permettere a malapena il passaggio di un veicolo con la ruote sull’orlo del baratro, zigzagando fra cumuli di detriti ammucchiati ai bordi della strada; diventò ben presto un’abitudine non vedere altro che il vuoto dai finestrini per i passeggeri seduti sul lato destro dei Land Cruiser; rivoli d’acqua che scendevano dalla parete non di rado si trasformavano in vere e proprie cascate ed il massimo divertimento dei piloti era di fermarsi proprio sotto questi diluvi per lavare i fuoristrada dalla polvere e dalla sabbia accumulati nel viaggio. Ma la cosa più straordinaria era il fatto che la pista, ovviamente, non era a senso unico, costituendo l’unica arteria stradale fra il Nepal e la Cina: di conseguenza ogni dieci-quindici metri si verificava un incrocio fra fuoristrada, camion, pulmini, mezzi militari e rare automobili civili che percorrevano ininterrottamente la strada dai due lati.

Un fluire lento, quasi immobile ma ostinatamente in movimento di veicoli che sfidava ogni legge della fisica e del buon senso. Vedere due enormi camion carichi all’inverosimile di masserizie, generi alimentari e quant’altro affiancarsi là dove lo sterrato accennava appena ad allargarsi, salire letteralmente sul fianco della montagna con due ruote, al limite del ribaltamento ed incrociarsi con le lamiere che stridevano toccandosi fu uno spettacolo indimenticabile che proseguì per ore, perché in queste circostanze si percorrevano a malapena dieci-quindici chilometri orari.

All’improvviso cominciarono ad apparire sui bordi della strada le prime case di Zangmu, abbarbicate alla parete della montagna lungo gli interminabili tornanti che tagliavano il fianco della gola. Quando la densità delle costruzioni aumentò, la pista sterrata diventò sempre più stretta, trasformandosi in un rivolo melmoso che raccoglieva a cielo aperto gli scarichi delle abitazioni e dove al caos del traffico di veicoli si sovrapponeva la costante presenza di bambini, polli, maiali, cani, uomini e donne indaffaratissimi e del tutto indifferenti agli inutili, continui, disperati suoni di clacson effettuati più per abitudine che per la speranza di ottenere strada.

Alberghetti di infimo livello, ristorantini per tutte le tasche, scambiatori di valuta clandestini ma che lavoravano tranquillamente sotto gli occhi di tutti, prostitute sulla soglia delle case, sui marciapiedi, venditori ambulanti di qualunque cosa in mezzo alla strada: questa la fotografia che ci si portava a casa da Zangmu.

Ma il vero capolavoro dell’assurdo si raggiungeva solo all’inizio della “no man’s land”: la cosiddetta terra di nessuno, un poco plausibile territorio neutro, non più cinese ma non ancora nepalese ove i fuoristrada tibetani erano obbligati a fermarsi ed a scaricare repentinamente gli stralunati viaggiatori con tutti i loro bagagli nel caos più totale.

Frotte di bambini e ragazzini erano pronti a precipitarsi sulle valigie e sugli zaini per trasportare il tutto, ovviamente a pagamento, fino alla dogana cinese, distante due-tre chilometri. Ed ogni turista od escursionista doveva stare attento a non perdere di vista il proprio “facchino” per evitare brutte sorprese ai bagagli, mentre si faceva largo nella melma fra polli, maiali ed umanità varia.

La dogana cinese incuteva timore e si percepiva la vera dimensione politica della situazione: pur facendo parte di un viaggio organizzato il minimo disguido, un documento mancante, un cavillo interpretato male dai funzionari poteva in un istante creare problemi inimmaginabili e bloccare per ore l’intero gruppo in quella bolgia dantesca.

Per fortuna Pino, ben addentro ai meccanismi burocratici, riuscì a gestire bene il controllo dei passaporti e dei visti e finalmente Steve e compagni attraversarono, a piedi, il “ponte dell’amicizia”. Sul versante nepalese della “no man’s land” rivissero una situazione quasi speculare, anche se con minor tensione; purtuttavia i doganieri nepalesi, per non essere da meno dei colleghi cinesi, fecero di tutto per esasperare ogni dettaglio ed esaminare al microscopio ogni documento.

Dopo due ore finirono i controlli doganali e nuovamente furono tre chilometri da percorrere a piedi con i propri bagagli passati in una staffetta dai bambini cinesi a quelli nepalesi. Solo allora Steve comprese la vera dimensione del traffico commerciale fra i due paesi: una fiumana ininterrotta, per chilometri, di camion carichi di qualunque genere di alimenti, vestiti, elettrodomestici attendevano forse da giorni il sospirato visto per transitare verso la Cina. Decine di modestissime locande davano ospitalità a chi poteva permettersi il privilegio di non dormire nella cabina del camion; gli sguardi rassegnati ed annoiati degli autisti accompagnarono il percorso dei viaggiatori fino ai pulmini che li attendevano più a valle per iniziare la discesa verso Kathmandu.

E fu, all’improvviso, la foresta sub-tropicale monsonica, verde, esuberante, inquietante dopo le pietraie desolate ed infinite degli altipiani tibetani.

E fu all’improvviso la guida a sinistra sulle strade nepalesi, retaggio della colonizzazione britannica: sempre dominazione straniera, diversa, ma dominazione.

E furono tredici ore passate a percorrere centocinquanta chilometri, ma potevano essere anche i cinque anni-luce per raggiungere Alpha-Centauri.

E fu, alla sera, una doccia calda in un lussuosissimo (o sembrava tale?) lodge nepalese poco a nord di Kathmandu.

E fu, per pochi, interminabili ed indimenticabili secondi, il più stupefacente tramonto rosso fuoco sulla catena himalayana che turista od alpinista potesse mai aver visto nella sua vita.

E il Tibet, già era diventato un sogno.

Tibet-Nepal, ottobre 2001

Vent’anni dopo

(lo aveva già detto Dumas?)

Dopo quasi vent’anni (19 per la precisione) siamo tornati in Tibet, per rivederlo dopo l’esperienza del 2001 e dopo il mancato viaggio del 2015 quando, in conseguenza del rovinoso terremoto in Nepal cinque giorni prima della nostra partenza, era ovviamente impossibile spostarsi in Tibet; siamo tornati per visitare alcune zone che non avevamo potuto esplorare (le remote regioni occidentali) per andare al monastero di Rongbuk e al campo base nord dell’Everest, per valutare, con molta apprensione, come era cambiato dopo tanti anni di ulteriore dominazione cinese, nella speranza che i cambiamenti seppure inevitabili non alterassero completamente la memoria di quanto avevamo visto e conosciuto. Già in condizioni normali dopo vent’anni una nazione cambia per effetto del tempo, ovunque, a maggior ragione se i mutamenti sono forzati, imposti da un’autorità e non corrispondono al “fisiologico” progredire dello sviluppo compatibile con la cultura e le tradizioni del popolo che ci vive. Ma la bellezza, la “grande bellezza” di un paese e di un popolo, rimane e compensa tutto il resto. Ne valeva la pena. Tuttavia chi vuole visitarlo ci vada in fretta: ogni giorno, settimana, mese (non parliamo nemmeno di anni) che passa, irrimediabilmente si perde qualcosa, per sempre.

Tibet, ultima frontiera

Anche questo forse non è un titolo molto originale, ma rispecchia bene le molteplici chiavi di lettura di questa nazione e di questo popolo straordinari.

FRONTIERA POLITICA: uno dei posti più ardui al mondo da raggiungere, impossibile o quasi andarci da soli, e anche con viaggio organizzato è obbligatorio avere guida, autista e un dettagliato e rigido piano di viaggio da rispettare e non sgarrare. Il confine con il Nepal è tutt’ora un’avventura da vivere con la sensazione che non sia solo un gioco, un’emozione che richiama i film anni ’70 da spy-story, ma una esperienza vera molto seria, specialmente se qualcosa gira male in termini di permessi e visti, o semplicemente per la luna storta o lo zelo di qualche guardia frontaliera. E se anche tutto è in regola ti ritrovi in una “no man’s land”, una terra di nessuno di 1-2 chilometri dove non è più Cina ma non ancora Nepal, dove le auto e le guide non ti possono più accompagnare, e dove ti ritrovi su un ponte di 200-300 metri con zaini e bagagli a mano, devastati dai controlli e richiusi alla meglio, da trascinare fino all’altra parte dove per altre tre o quattro volte nel giro di pochi chilometri subiranno altrettante riaperture e devastazioni da parte di guardie che non si fidano dal controllo precedente e dei loro colleghi di pochi passi più indietro. E poi anche le strade di accesso sono da ultima frontiera, soprattutto in Nepal, dove dal confine di Kirong a Kathmandu per percorrere 130 km di una sterrata ai limiti dell’impraticabilità anche per un fuoristrada, soprattutto nella parte alta, abbiamo impiegato dieci ore al netto delle soste: e siamo stati ancora fortunati, perché potevano essere quattordici o quindici.

FRONTIERA SPIRITUALE: è uno dei confini più evidenti e tangibili fra un popolo e un paese che anelano alla propria libertà religiosa e spirituale e l’invadenza di un regime politico che fa uso indiscriminato della bandiera dell’ateismo e del materialismo storico per soggiogare sei milioni di persone. È un confine simbolico e materiale non solo con la Cina, ma anche con un mondo occidentale sempre più impoverito da uno stile di vita improntato alla ricchezza economica e al benessere materiale e un altro mondo che propone modelli di comportamento interiore e di vita che sempre di più noi cerchiamo di scoprire e di recuperare.

FRONTIERA FISICA, GEOGRAFICA, SCIENTIFICA: è una nazione al limite delle altitudini estreme, con le montagne più alte del mondo, con gli altipiani costantemente sopra i 4000 metri stabilmente abitati, analogamente alle alte terre andine del Perù e della Bolivia, ma a differenza di queste, con una straordinaria capacità genetica, sviluppatasi nei millenni, di adattarsi in modo vantaggioso all’alta quota e all’ipossia, cosa che da anni viene studiata a livello scientifico chiedendosi perché solo i tibetani sono riusciti a modificare il loro DNA, a differenza dei popoli sudamericani delle Ande. E ancora frontiera meteorologica, fra gli aridi altipiani quasi desertici con scarsissime precipitazioni a nord per lo sbarramento della catena himalayana, e la rigogliosa foresta pluviale del Nepal appena a sud e oltre il confine; due mondi, in tutti i sensi, a poche decine di chilometri di distanza.

E INFINE ANCHE UNA FRONTIERA TEMPORALE: chi va in Tibet può simultaneamente compiere un viaggio nel tempo sia nel passato che nel futuro: chi va per la prima volta viaggia nel passato, perché prevalgono le testimonianze di una vita che può essere, in molte regioni, ancora paragonabile a quella di due o tre secoli fa, ma chi come noi ritorna dopo precedenti viaggi, è catapultato drammaticamente nel futuro, dovendo prendere atto dei colossali cambiamenti tecnologici, ambientali e infrastrutturali apportati dai cinesi; cambiamenti che non sono del tutto negativi, ma che certamente non sono stati effettuati a vantaggio dei tibetani, o perlomeno non principalmente a questo scopo. Si potrebbe parlare a lungo della questione sino-tibetana, sicuramente non è questa la sede adatta, sicuramente non si può generalizzare su quanto viene fatto dai cinesi che, come è doveroso dire, apportano anche sviluppi positivi, come quelli relativi alla piantumazione nelle steppe erose dalla siccità e dal vento al fine di prevenire la desertificazione, come l’impulso all’utilizzo di moto e di auto elettriche per prevenire quell’inquinamento che peraltro è molto più drammatico in Cina che non nel Tibet, enorme e poco antropizzato rispetto alla repubblica popolare cinese. Hanno fatto costruzioni incredibili, la ferrovia Pechino-Lhasa che passa a 5000m di quota e con un vagone-infermeria dotato di bombole di ossigeno per chi soffre di mal di montagna, gallerie di chilometri scavate nelle montagne himalayane, ponti, strade a due o quattro corsie perfettamente asfaltate che corrono su passi di montagna a 5300 metri di quota, dove d’inverno le temperature scendono anche a -15/ -20 gradi. Poi magari tutto questo serve al trasporto di truppe e mezzi militari dell’esercito per espandere il proprio controllo anche nelle zone più remote del paese. Sicuramente giova ai turisti e ai viaggiatori che possono percorrere tratte molto più lunghe in minor tempo, come abbiamo fatto noi, che nel 2001 ci spostavamo a 30-40km orari mentre ora potevamo viaggiare anche a 100km/h fino alla soglia dei 4500metri. Nel viaggio di andata verso il “far west” abbiamo rallentato per lunghi tratti di lavori in corso nei quali erano impegnati centinaia di operai e di mezzi meccanici, pale, escavatori, bulldozer e quanto necessario con spiegamenti di macchine e di lavoratori straordinari; dopo una settimana, ritornando sulla stessa strada, dove sette giorni prima c’erano decine di chilometri di lavori in corso, era tutto miracolosamente costruito ed asfaltato. Da questo punto di vista i cinesi sono insuperabili!

Purtroppo hanno fatto molte altre cose i cinesi: abbiamo visto interi villaggi rasi al suolo, abitanti sradicati dalle loro tradizionali abitazioni semipermanenti, tipo le yurta mongole, e costretti a vivere in condomini di 4-5 piani, parallelepipedi di cemento dotati di W.C., antenna per la TV ma totalmente estranei alla loro vita seminomade; abbiamo visto Lhasa, la capitale, sempre più dominata da grattacieli e megacondomini per la popolazione cinese immigrata, sempre più preponderante, con il centro storico e sacro della capitale sempre più piccolo, circoscritto e pressoché assediato dalla nuova città cinese; abbiamo visto il Pothala, una delle grandi meraviglie del pianeta, l’antica residenza del Dalai Lama, trasformata in una specie di attrazione turistica per i turisti cinesi, con bar, ristoranti, enoteca, ma con il divieto per i tibetani di poterne visitare più del 50%, ovvero tutte le stanze più sacre e con le divinità più rappresentative; il tutto con la ciliegina sulla torta della bandiera cinese che troneggia sui tetti dell’edificio. Abbiamo visto i monasteri, quasi tutti distrutti da MaoTseTung e dai suoi successori, ricostruiti per permettere ai visitatori occidentali di visitarli, ma sotto un controllo strettissimo delle Guardie Rosse, con i monaci ed i loro superiori totalmente soggiogati all’autorità cinese. Abbiamo visto al monastero di Rongbuk, a 5000 metri al cospetto dell’Everest, una camionetta della Polizia sbarrare con soldati armati la prosecuzione del cammino verso il campo base nord dell’Everest, percorribile solo da chi ha il visto di 6000 euro per la scalata in vetta, rimanendo con il rimpianto di non vedere una località di grande valore simbolico per gli appassionati di montagna e di alpinismo.

Ma abbiamo visto anche molto altro: gli altipiani aridi, desolati, semi-desertici, battuti incessantemente dal vento, pervasi da un’atmosfera quasi surreale dove sensazioni fisiche e psichiche si alternavano e mescolavano, ora prevalendo la fatica cronica della respirazione a causa dell’ipossia, ora l’eco non reale, quasi allucinatorio, di tutte le preghiere buddiste lanciate nell’aria dalle bandierine e dai cilindri di preghiera dei pellegrini incontrati per strada. Abbiamo visto mandrie di yak ed i cow-boy tibetani, con i loro cappelli a tese larghe identici a quelli dei cow-boy texani, altrettanto bravi come i loro omologhi dei film western. Abbiamo visto cieli e montagne dai colori psichedelici, senza il filtro dell’atmosfera delle quote basse, abbiamo visto vestigia e rovine monumentali di antichi reami religiosi e militari, nel lontano e ancora adesso poco accessibile “far west” tibetano, al confine con il Ladakh indiano. Abbiamo visto cime da 7000 e 8000 metri, quelle famosissime e quelle sconosciute e forse anche senza nome, perlomeno finché non gliene danno uno gli alpinisti occidentali o cinesi. Abbiamo sentito raccontare dalla nostra guida quanto gli piacerebbe uscire dal Tibet, venire in Europa sulle nostre alpi, ma di non poterlo fare perché il governo cinese non concede il passaporto ai tibetani fino al compimento del 60° anno di età. Abbiamo incontrato pochi viaggiatori europei coi quali si è subito creata quella affinità e familiarità fatta di racconti di viaggio di posti lontani, esotici e quasi immaginari se non nella realtà di chi li ha visitati.

Abbiamo camminato alle pendici del monte Kailash, la montagna sacra di quattro religioni: buddismo, induismo, giainismo e Bon, la montagna nei cui paraggi, ai quattro punti cardinali, nascono quattro dei più grandi fiumi dell’Asia: il Bramaputra, il Gange, la Sutley ed il Karnali. Abbiamo visto i pellegrini buddisti percorrere il periplo completo della montagna secondo il rigoroso rituale della prostrazione, che prevede tre passi in piedi e poi di inginocchiarsi e prostrarsi completamente faccia braccia e tronco per terra, per poi rialzarsi: tutto questo per cinquantadue km, da 4500 a 5700m di altitudine, in un tempo variabile dai 10 ai 15 giorni. Per arrivare al punto culminante di tutto il pellegrinaggio, il passo di Drolma, a 5650m, dove si entra in nuova vita lasciandosi alle spalle la precedente. Abbiamo ammirato il versante nord-ovest dell’Everest, quello dei mitici primi tentativi di salita da parte di George Mallory e dei suoi coraggiosi ed incoscienti compagni, vestiti, nel 1922 e 24, come in una scampagnata sulle montagne scozzesi, con giacche di gabardine, pantaloni alla zuava di fustagno con giri di bende attorno alle gambe per isolarle dal freddo, e con giri di sciarpa di lana grezza intorno al collo e alla testa: riuscendo, in queste condizioni e con bombole di ossigeno non funzionanti, se non del tutto privi di queste, ad arrivare fino a 8600 metri e forse, ma questo non lo si saprà mai, addirittura in vetta senza più tornarne vivi. Siamo arrivati, su una strada con un manto di asfalto liscio come un circuito di Formula 1, fino a 5300 metri davanti allo Shishapangma, l’unico 8000 in territorio completamente tibetano, meta affascinante per noi alpinisti in quanto di relativa difficoltà tecnica ed ambientale, salvo il permesso da richiedere al governo cinese.

Abbiamo bevuto fiumi di the, mangiato monotoni piatti di noodles con verdure cotte al vapore ed insipide se non con l’aggiunta di salse piccantissime, abbiamo avuto i piatti inondati da quintali di riso servito come companatico universale per ogni portata si richiedesse. Abbiamo ascoltato e meccanicamente recitato anche noi i mantra buddisti, “Om mane padme hum” che diventava un ritornello che ci girava ormai inconsciamente nelle circonvoluzioni sottocorticali.

Questo e molto altro, che ogni tanto affiora dai ricordi e nei dettagli delle immagini portate a casa.

Prima di arrivare in Tibet abbiamo fatto scalo a Chengdu, la sesta metropoli più grande della Cina con oltre cinque milioni di abitanti, dove si percepisce la dimensione dei problemi ambientali della nazione: inquinamento e smog a livelli altissimi, tutta la popolazione che indossa mascherine sul volto per proteggersi dalle polveri, un esercito di moto elettriche prodotte e vendute a prezzi accessibili per limitare l’uso dei carburanti; grandi problemi e grandi tentativi per risolverli: una caratteristica peculiare di questa nazione. Volevamo fermarci una notte a Chengdu perché, a 10 chilometri dalla città, volevamo visitare il centro per le ricerche e per la protezione dei panda giganti: un’oasi di natura ai limiti della megalopoli ove vivono, sono monitorati e accuditi circa 200 esemplari di questi cugini degli orsi, a grave rischio di estinzione. Non è uno zoo cittadino né uno zoo-safari, è un’area naturale protetta e recintata con grandi spazi per gli animali e la possibilità per i milioni di visitatori che entrano ogni anno di osservarli da vicino. Sono animali straordinari che passano il loro tempo a dormire, giocare e mangiare enormi quantità di canne di bambù. Anche questo un esempio di cosa possono fare i cinesi se mettono la loro tecnologia al servizio di obiettivi virtuosi.

Al rientro in Nepal via terra, dopo la terribile stradaccia di centotrenta chilometri dal confine col Tibet, il consueto caos di Kathmandu, come sempre bellissima, straziante per la povertà, l’inquinamento, i postumi del terremoto seppur con molte opere di ricostruzione avviate, la baraonda infernale di mezzi motorizzati di ogni tipo e la solita umanità che vive per strada ad ogni ora del giorno e della notte. Una città rivisitata per la settima volta con la stessa identica passione e lo stupore sempre immutato. Una città che si ama o si odia ma non lascia mai indifferenti, che può essere vissuta e interpretata a seconda dei momenti in chiave artistica, spirituale, sportiva essendo il centro nevralgico per i trekking e l’alpinismo di altissima quota; una città dove ci si sente a casa e dove ti capita di uscire dall’albergo e dopo pochi minuti ritrovarti fianco a fianco a bere un caffè con un grande alpinista, a salutare una guida con cui hai viaggiato anni addietro, a mangiare una pizza e bere innumerevoli birre fino a notte fonda con un italiano che vive e lavora in Nepal da oltre trent’anni e ti racconta aneddoti e storie incredibili ma vere di quanto successo in tutto questo tempo; dove ti sembra ancora di respirare ciò che rimane dei fiumi di marijuana consumati dagli hippies degli anni sessanta e settanta in cerca di risposte a domande che probabilmente non si erano mai nemmeno posti o che nel frattempo si erano già dimenticati. Una città dove ti senti libero e al di fuori dal tempo e dallo spazio nei quali si vive a casa nostra, insoddisfatti e alla continua ricerca utopistica di una alternativa. Una città dove puoi anche darti da fare per aiutare altra gente, come facciamo noi da quattro anni con la nostra attività di volontariato. E questo sarà un ottimo spunto per i prossimi racconti.

Tibet, Nepal, maggio 2018

Eventi

di Paolo Repetto, 17 settembre 2019

Non si devon mai scambiare
gamberetti con zanzare.
(proverbio africano)

Penso che anche questa meriti d’essere raccontata.

Da qualche anno, verso la fine dell’estate, partecipo ad una passeggiata notturna di otto o dieci chilometri che si svolge nelle campagne attorno a San Salvatore, ogni volta su sentieri diversi. La cosa è organizzata dalla biblioteca e da un gruppo di lettura e ciascuna edizione è intitolata ad un qualche percorso letterario: ma si tratta chiaramente solo di un pretesto, direi piuttosto efficace in termini di richiamo, visto che sino ad oggi la partecipazione è andata crescendo, per dare un certo tono alla faccenda. Il tutto è comunque giocato in maniera molto soft, senza alcuna pretenziosità, e le pause dedicate alla lettura o alla recitazione, affidate a umilissimi volontari (per qualche anno, quando ero a Valenza, anche a studenti del mio istituto) sembrano finalizzate soprattutto a ricompattare il gruppo, che durante la passeggiata tende naturalmente a sfilacciarsi. Per il resto, c’è il piacere di rivedere vecchi amici e conoscenti, di riallacciare contatti e di guadagnare il rinfresco finale, offerto da volonterose massaie indigene.

Tutto ciò ha funzionato egregiamente sino a quest’anno, sino a quando cioè qualcuno degli organizzatori ha pensato fosse giunto il momento del salto di qualità, di adeguarsi all’andazzo generale e di mettere alla guida della passeggiata un vip della cultura o dello spettacolo. Non ha tardato a trovarlo, perché ultimamente i vip, come un tempo i populisti russi, hanno scelto di portare la cultura al popolo e si esibiscono anche nelle sagre paesane e nelle feste patronali: o forse perché la concorrenza è ormai tale che devono esibirsi (naturalmente a cachet) dove trovano. Sia come sia, all’arrivo a San Salvatore scopro che nostro mentore sarà quest’anno Giuseppe Cederna, attore cinematografico (Mediterraneo), teatrale e televisivo, e anche scrittore (Il grande viaggio), nonché figlio di Antonio Cederna (fondatore di Italia Nostra) e nipote di Camilla Cederna, che non occorre spieghi chi fosse.

Ora, Cederna jr è una sorta di Terzani in sedicesimo, è stato in India, ha visto non la madonna ma la Trimurti, fa lunghe pause di meditazione in un ashram alternate a cicli di analisi, frequenta probabilmente i circoli lacaniani in Francia: insomma, ha tutte le caratteristiche che mi inducono, anche quando si presentano singolarmente, a stare alla larga dai soggetti portatori. Ma tanto valeva, ormai ero lì, ero con amici, avevo intravvisto il buffet e mi era parso eccezionalmente sostanzioso: mi sono dunque avviato, procurando di starmene almeno trecento metri indietro, in modo da non sorbirmi le pause di riflessione.

Invece sentite come è andata. Lo schema è stato quello di una via crucis, ma una via crucis vissuta dall’interno, nel ruolo del protagonista principale, da tutti i partecipanti. Come è sparito il crepuscolo, quando ancora non eravamo a metà del percorso, si è scatenato un attacco di zanzare mai visto. Sembrava un film di Hitchcock, una punizione divina, l’ottava piaga d’Egitto. Io stesso, che in genere non vengo punto (dicono che ho sangue cattivo) e che comunque tollero abbastanza tranquillamente le punture, non sapevo più a che santo votarmi. Immaginate dunque la scena: centocinquanta persone (il nome di richiamo aveva funzionato), al buio, in mezzo alla campagna, che si agitano come forsennate, bestemmiano, piangono, si asfaltano inutilmente di Autan, indossano felpe col cappuccio (la temperatura era ancora sui trenta gradi), ma non c’è felpa che tenga, e allora cercano di affumicarsi e rischiano di mandare a fuoco tutto il Monferrato accendendo le stoppie del grano: e in mezzo Cederna che, essendo stato pagato, e per non rischiare che il tutto vada a monte e salti il rimborso, pretende di fare le pause, mentre le zanzare lo mangiano vivo, e che tutti siedano a cerchio attorno a lui, su balle di paglia disposte ad anfiteatro in mezzo a un campo, per ascoltare le poesie della Szymborska o le parole di Pia Pera (tra l’altro introdotte con “è una poetessa che probabilmente non conoscete”, “è una scrittrice che senz’altro vi è ignota” e altre presuntuose stronzate del genere). E nemmeno le legge o le recita bene, quelle poesie: ma questo si può capire, credo che le zanzare l’abbiano punto persino nella trachea e nell’esofago. Ma c’è di più: aggiunge il commento suo, racconta la sua vita, la sua depressione di uomo che ha conosciuto il successo e pensava di non poterne più fare a meno, e che poi ne è uscito perché, complice l’India, ha scoperto la semplicità della natura. Non la sto esagerando: quasi mezz’ora di sbrodolamenti di questo tipo, nel pieno dell’attacco zanzaresco (le zanzare sono molto sensibili alle sbrodolate: mi sto convincendo che quell’aggressione non sia stata casuale). E poi, quando il bombardamento è diventato meno intenso, e noi pellegrini tutti tumefatti abbiamo velocemente guadagnato il ristoro, qualcuno per la fretta anche sbagliando strada e trovandosi a vagare al buio nei campi, ha aggiunto che quell’aggressione di violenza inusitata era stato in fondo un modo per metterci alla prova, per ricordarci che la natura è varia, e va colta positivamente in ogni suo aspetto. Lo ha detto mentre stavo facendomi largo nella ressa con due piatti e un bicchiere di plastica in mano, altrimenti lo avrei sotterrato.

Dunque: io nella natura ci sono nato, l’ho goduta e l’ho sofferta, e da quando avevo dieci anni ho anche lottato per addomesticarla, e mi sento raccontare da uno che non distinguerebbe un salice da un palo del telefono come devo approcciarla, e quanto sono felici coloro che hanno lasciato il posto da dirigente ministeriale o d’azienda per allevare pecore o coltivare zafferano. Sono cresciuto in una famiglia che non poteva permettersi la spesa di un gelato o di una gassosa, e devo sentirmi spiegare cos’è il proletariato e come si fa la lotta di classe da figli di papà stressati dal successo o dai soldi. O ascoltare gente che, a gettone, vuole convincermi di quanto sia importante superare l’attuale logica del profitto e opporsi alla mercificazione della cultura. Ne ho davvero sin sopra i capelli. Non ce l’ho con Cederna in particolare, è solo uno dei tanti che ultimamente percorrono le ville e i contadi, i festival filosofico-letterari e quelli scientifici, per dispensare anche ai poveri di spirito pillole del loro sapere. Non sopporto più questi marchettari ipocriti, ma non avendo né il tempo né la voglia di arrabbiarmi faccio l’unica cosa sensata che mi resti: li evito.

Il giorno seguente, un sabato sera, avevo a cena un piccolo gruppo di amici. Nessun discorso troppo impegnato, abbiamo parlato di sciocchezze o affrontato in maniera irriverente gli argomenti seri. Abbiamo fatto fuori quasi un chilo di trofie al pesto (sono l’unica mia specialità, trovo ottime quelle di Barilla). Quando ci siamo congedati uno di loro, uno nuovo del giro, mi ha detto: mi spiaceva un po’ perdere Cardini (Franco Cardini si esibiva quella sera in una lectio magistralis nella suggestiva atmosfera del castello di Casaleggio, a un paio di chilometri di distanza), ma ora ti garantisco che non lo rimpiango affatto. Non so se per via delle trofie, o del clima assieme acceso e rilassato nel quale si era discusso, ma credo che anche lui, come e più di Cederna, abbia visto la via della salvezza. E senza andare sino in India.


 

Darwin e la Via del camminare

di Marco Moraschi, 5 febbraio 2019

Nel 1836, tornato da 5 anni e mezzo di viaggio sulla nave Beagle, passati a osservare la storia naturale del Sudamerica e del Pacifico, Charles Darwin si trasferì in una casa nel centro di Londra, in una posizione certamente favorevole allo scambio di idee con il mondo scientifico dell’epoca. Dopo 6 anni, però, nel 1842, con la moglie Emma, si rifugiò in una tranquilla casa nella campagna inglese, pur rimanendo abbastanza vicino a Londra per essere accessibile agli amici e avere notizie sugli ultimi studi e ricerche. Il suo intento era quello di mettere su famiglia e sfuggire alle distrazioni cittadine. Nella villa vive ancora oggi uno dei discendenti del grande scienziato, che si occupa di curare la casa e la proprietà intorno. È grande e bianca, con un ampio giardino che si estende nel parco e poi nella campagna circostante, occupando uno spazio di oltre sette ettari. Darwin aveva acquisito il terreno da un vicino, ci aveva piantato noccioli, betulle, cornioli, carpini e altri alberi e aveva creato un sentiero di terra battuta per camminare nella sua proprietà, un viale alberato che gira tutto intorno alla “Down House”.

Quasi ogni giorno, Darwin percorreva questo viale, il “Sandwalk”, pensando ai non pochi problemi che la formulazione della teoria dell’evoluzione certamente gli poneva. Il suo metodo era questo: appena aveva un’idea, iniziava a sottoporla a tutte le possibili obiezioni finché non ne trovava tutte le spiegazioni e la poteva considerare a prova di confutazione. A ogni giro del Sandwalk, spostava un ciottolo del sentiero sul bordo della strada. Quando aveva risolto il problema, guardava quanti ciottoli aveva accumulato, quindi quanti giri aveva fatto pensando alla soluzione. In questo modo catalogava l’importanza e la difficoltà dei problemi che andava affrontando e risolvendo. Per quasi quarant’anni, Darwin percorse questo sentiero di circa quattrocento metri in lungo e in largo, meditando sulle proprie idee, in uno dei periodi più fruttuosi della sua vita.

Sul lato nord della proprietà aveva fatto costruire un muro di cinta alto circa tre metri, sollevando il terreno, piantando nuovi alberi e abbassando la strada che correva intorno alla casa, realizzando un altro muro con le pietre estratte durante i lavori.
L’obiettivo era quello di non subire interruzioni imprevedibili, evitando i pettegolezzi e le distrazioni della mondanità per avere un posto tranquillo dove dare forma ai propri pensieri. Nella sua villa apportò con il tempo anche altre modifiche, costruendo una serra e dedicando parte del giardino alle sue ricerche, osservando l’ecologia locale e notando cose interessanti che, a suo dire, gli altri finivano per perdersi. Down House divenne quindi la sua stazione scientifica personale, ma anche un luogo in cui amplificare la propria mente e ritrovare la concentrazione.
Secondo i biografi del noto scienziato, gli anni trascorsi alla Down House sono stati fondamentali tanto quanto quelli trascorsi in giro per il mondo sul Beagle.

Quando altri amici o scienziati lo andavano a trovare, chiacchieravano percorrendo a piedi il Sandwalk, a ulteriore dimostrazione della connessione che c’è tra camminare e pensare. In Darwin così come in molti altri pensatori, scienziati e personaggi illustri, la camminata assume un ruolo fondamentale per la riflessione e la creatività. Camminare stimola il pensiero, offrendo uno stacco dalle attività che richiedono grande concentrazione, pur senza distrarre del tutto la mente, ma offrendole anzi uno spiraglio per rimettersi a fuoco. Nelle passeggiate che Darwin faceva sin da bambino, egli ha probabilmente trovato forza e conforto, riuscendo a instaurare una connessione permanente tra cammino e contemplazione. Accumulando ciottoli a lato del sentiero a ogni nuovo giro, camminare diventava quindi un modo non solo per tenere traccia della complessità di un problema, ma per avanzare fisicamente a piedi verso la sua risoluzione.

Dal Sandwalk ai boschi di Thoreau, l’esigenza di uno spazio contemplativo semplice e contrastante, accessibile, ma distante dalla comodità della stagnazione, crea uno stato in cui azione e contemplazione non si escludono mutuamente, ma si uniscono in una dolce sinfonia.
La prossima volta che vi sentite stanchi o faticate a concentrarvi, anziché bere l’ennesimo caffè nella speranza di curare la mente svuotata, uscite a camminare. Se imparerete a farlo ogni giorno, scegliendo con attenzione lo spazio in cui immergervi, occupando la mente cosciente e lasciando il vostro inconscio libero di vagare senza sforzo, avrete trovato anche voi l’unica vera Via che l’umanità abbia mai conosciuto.

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Sull’argine

Meditazioni di un passeggiatore solitario

Paolo Repetto, 13 gennaio 2019

Nulla è più indicato per una buona “seduta” di autoanalisi di una camminata sugli argini tra Tanaro e Bormida. Tranne che in giornate di eccezionale nitidezza (ce ne sono due o tre in un inverno, quest’anno qualcuna in più), nelle quali si scorgono a nord-ovest le Alpi, dal Monviso al Rosa, il paesaggio è di un piattume tale da non invogliare alcuna distrazione. I campi sterminati della parte interna cambiano colore due volte l’anno, in occasione delle arature autunnali e primaverili, per il resto offrono infinite repliche dello stesso spettacolo, frumento e mais, mais e frumento. I fiumi, se non sono in piena, sussurrano appena dietro la cortina di piante cresciute lungo le sponde. La cosa più emozionante che può capitare in un paio d’ore di passeggiata è un leprotto che attraversa il sentiero. Quindi, se non si è di quelli che contano i passi o monitorano costantemente le pulsazioni, non resta che pensare.
È quello che mi accingo a fare anche oggi (Cartesio non sarebbe d’accordo. Sosteneva che si medita bene solo seduti).

I primi passi li dedico a trovare il ritmo giusto, a mettere d’accordo il cervello con i piedi. La sincronia dovrebbe essere automatica, e probabilmente lo è per molti, ma non per me. Forse ho un carico eccessivo di memoria per i ritmi, come del resto per tutte le altre cose, e il cervello non accetta ancora la sacrosanta ritrosia delle gambe: sta di fatto che ogni volta mi interrogo sulla falcata e sulla velocità da tenere. Non essendo attrezzato di contapassi o rilevatori della velocità, della distanza e della frequenza cardiaca, non manco di dare un’occhiata all’orologio, per avere un’idea almeno approssimativa del tempo che impiegherò. Dovrebbe consentirmi di fare dei confronti, di tenermi in qualche modo sotto controllo, perché il percorso rimane sempre lo stesso (non potrebbe essere altrimenti: l’unica alternativa è percorrere l’anello in senso inverso, o ripeterlo). In realtà ogni volta dimentico di verificare il tempo alla fine, oppure ho scordato quelli delle performances precedenti, per cui il confronto va a farsi benedire. E forse è meglio così.
Il problema del ritmo si risolve comunque da solo appena comincio a scartare con la testa dalla linea retta del sentiero. In genere arrivo sugli argini cinque minuti dopo aver staccato gli occhi dal monitor del computer o da un libro, e mi viene naturale richiamare subito alla memoria le pagine appena lette, per rifletterci su, o quelle appena scritte per revisionarle mentalmente. Dopo trenta secondi non ho più idea di velocità e di frequenze. Quello del ritmo non è però un problema banale. Ogni camminatore ha il suo, e questo spiega perché la preferenza vada di norma alle passeggiate solitarie. È difficile trovare la giusta misura tra due camminate diverse, e conviene muoversi in compagnia solo quando il piacere che ci attendiamo da quest’ultima è superiore a quello offerto dal semplice macinare della strada (cioè raramente). Un tempo ero molto insofferente nei confronti di chi mi costringeva a rallentare e mi imponeva così una fatica doppia. In più di una occasione credo di essermi comportato da vero cafone. Poi ho fatto di necessità virtù, quando ho cominciato ad avere qualche difficoltà a tenere il ritmo degli altri e a capire come dovevano sentirsi coloro che ricattavo con i miei sbuffi e e con l’impazienza ostentata nelle soste. Adesso posso dire di aver trovato il ritmo universale, quello che si accorda immediatamente al passo altrui e trae piacere dalla compagnia e dalla conversazione. Cosa che comunque non avviene sugli argini. Qui vengo per rimanere solo. E per pensare.
Appena sento la ghiaia sotto i piedi la mente entra in ebollizione. Salta tutt’attorno come un cane liberato in un prato. In un ambiente così aperto è impossibile concentrarsi su un solo oggetto, sia pure mentale. Anche in assenza di distrazioni esterne il pensiero tende a scappare da ogni parte, e quando provi a richiamarlo si ferma per un istante, ma poi riparte per i fatti suoi. In questo momento, mentre ne scrivo a posteriori, mi riesce difficile trovare un filo che tenga assieme tutto quello che mi è passato per il cervello nel pomeriggio, e probabilmente quel filo nemmeno c’è, o è tanto sottile da apparire giustamente invisibile. Ricostruirò a braccio quella che mi sembra essere stata oggi la successione: ma è chiaro che l’ordine può non essere stato rispettato. Riassumo dunque il tutto in tre o quattro meditazioni.

  1. 1a meditazione. Riguarda la montagna di impegni che ho assunto ultimamente e alla quale non riesco a stare dietro. Sulla precedenza di questo pensiero non ho dubbi, perché me lo porto sempre dietro, fa ormai da sfondo sul desktop della mia mente. Mi accade per gli impegni lo stesso che per i viaggi. Appena ne assumo uno cominciano i dubbi: sarò all’altezza, avrò tempo, ma soprattutto, ne avevo davvero così voglia? Di positivo c’è che tendo a mantenerli (così come i viaggi finivo per farli), sono uno di quelli che ancora credono alla sacralità della parola data: di negativo c’è invece che essendo un entusiasta (anche se non si direbbe) continuo ad assumerne altri, e quindi sono in costante affanno per tener dietro a tutti.
    La cosa davvero importante, quella su cui mi trovo a meditare oggi, è che comunque questi impegni mi costringono ad approfondire ciò che altrimenti affronterei con eccessiva superficialità, perdendomi tutte le sorprese e i retroscena che balzano fuori appena vai a scavare un po’ più sotto. Col risultato che quasi sempre un argomento o un problema toccato su sollecitazione altrui prende una strada tutta sua, che con l’impegno originario ha più ben poco a che vedere. Il processo è naturalmente caotico, perché i rimandi si inseguono vertiginosamente, e alla fine nemmeno ricordo più da dove ero partito e come sono arrivato a percorrere certe strade: ma non fa nulla, al caos sono abituato, ne ho anzi bisogno, per dar sfogo alla mia sindrome del dio ordinatore. Comunque, tanto per scendere nel concreto: in questo preciso istante (quello in cui pensavo sull’argine ma anche questo in cui trascrivo) ho attive cinque o sei linee principali, sulle quali viaggiano i seguenti progetti:
    a) una certa idea d’Europa, da proporre ai ragazzi delle ultime classi delle superiori. Si avvicina la scadenza delle elezioni europee e di questo passo rischiamo di mandare a Bruxelles gente ancora più idiota di quella che abbiamo eletta sinora, che farà affondare definitivamente la barca. Questi incontri non hanno finalità politica, non vogliono fornire indicazioni di voto, ma almeno risvegliare un po’ di interesse e di curiosità per l’antico progetto continentale in una generazione che dà tutto per scontato, e quindi conosce ben poco
    b) la lettera aperta (mai spedita) a Cacciari. Doveva essere la bozza di una piattaforma comune da sottoporre ai circoli europeisti, per evitare di muoverci come al solito in ordine sparso. Per come siamo messi ho la sgradevole impressione che non si arriverà a nulla, lo spettacolo offerto dalla sinistra, che dovrebbe promuovere lo spirito europeista, è nauseante: ma a questo punto mi piacerebbe trasformare la bozza in un vero e proprio programma, a mia personalissima edificazione
    c) la raccolta degli scritti di Camilla e di Marcello (ma forse anche di altri) per la rivista “Settanta”. Una cosa da farsi bene, perché è in linea col mio recente interesse per Chiaromonte, Caffi e la sinistra libertaria tra le due guerre e nell’ultimo dopoguerra, e apre a un discorso più ampio su ciò che è stato rimosso dall’ establishment culturale italiano dell’ultimo mezzo secolo
    d) L’ennesima ristrutturazione del sito dei Viandanti, con apertura di un paio di nuove finestre. Una potrebbe essere intitolata ai Maestri, e ospitare appunto materiali sparsi e difficili da reperire degli e sugli intellettuali libertari. Si comincia naturalmente con Caffi, che scopro ogni giorno di più essere totalmente sconosciuto
    e) La catalogazione di un settore della mia biblioteca, quello dei libri di viaggio. È imposta dal numero sempre più alto di doppioni che mi sto portando a casa dai mercatini (nel dubbio, prendo tutto), ma anche dalla necessità di avere almeno una sezione, quella percentualmente più ricca, consultabile con un po’ d’ordine

2a meditazione. Ci arrivo dopo aver percorso il cavalcavia che supera la tangenziale. Lì sotto i camion e le auto sfrecciano come fossero tallonati dalla polizia, davanti ho la grande distesa che spazia sino a Tanaro e al lungo viadotto autostradale. Quest’ultimo per un attimo mi ricorda l’acquedotto romano di Cesarea: viene istintivo considerare che quello è ancora là oggi, dopo duemila anni, mentre le autostrade già stanno cadendo a pezzi. Non siamo nemmeno nani sulle spalle dei giganti. Siamo solo forfora.
Da tempo lavoro su autori e opere e vicende concentrati nei due periodi di maggior fervore culturale del ‘900: quello tra le due guerre, gli anni venti-trenta, e quello tra due rivoluzioni, la studentesca degli anni sessanta e quella informatica di fine anni settanta. È lì che mi portano i miei interessi, ma ho l’impressione che non sia solo questo. Rileggendo Il mondo di ieri, di Zweig, ho cominciato a rivedere la mia convinzione di aver vissuto il momento migliore di tutta la storia della civiltà occidentale. Forse di questo momento rimarrà ben poco, come delle autostrade.

3a meditazione. Catalogazione mentale dei volumi recentemente acquisiti. Lungo il rettilineo che mena a Bormida provo a riordinare mentalmente gli innumerevoli libri entrati in casa nel periodo natalizio (un’esagerazione!), ai quali ora devo trovare una sistemazione degna. Parte immediato un progetto per la costruzione di due nuovi scaffali, che potrei affiancare alla ribaltina in corridoio. Il passaggio è stretto, ma per fortuna nessuno in famiglia è ancora così voluminoso da incontrare problemi. Gli scaffali saranno visibili anche di fianco, quindi esigono una lavorazione particolarmente accurata. Visualizzo il risultato e comincio a fare calcoli a mente (è la mia unica abilità matematica). Per rimanere in linea con le cornici delle porte non posso superare i due metri e venti, il che significa otto ripiani utili per scaffale. In totale, potrebbe ospitare tra i seicento e i seicentocinquanta volumi. Mi pongo anche il problema di quali libri metterci. Trattandosi di un punto di passaggio, devo mettere solo libri che non ho bisogno di tenere in vista quando lavoro. Propendo per la narrativa, quella contemporanea e quella di genere: classici del poliziesco e del noir, fantascienza, umoristi, ecc …

4a meditazione. Stamane la prima notizia del primo telegiornale della prima mattinata era: Rabbia e paura a Catania. Scossa di 4,2 punti della scala Mercalli. Cavolo, pensi, sono talmente impegnati ad arrabbiarsi che la paura passa in secondo piano. Ero curioso di sapere perché la rabbia, e poi ho capito. Lamentavano di non essere stati avvertiti in tempo dalla protezione civile. Ma, uno si chiede, avvertiti di che? le scosse andavano avanti da quattro giorni: nessuno se n’era accorto? Sulle prime viene da pensare che sia la stessa solfa del meteo: per sapere se piove o meno non ci si affaccia più alla finestra, ma si attendono le previsioni in tivù, o si consultano quelle sullo smartphone. Poi però si un pensiero maligno: non è che qualunque cosa accada, smottamenti, alluvioni nevicate, eruzioni, “convenga” immediatamente arrabbiarsi, per identificare dei responsabili e cavarci magari un po’ di rimborsi? Erano arrabbiati anche gli investitori delle banche venete, che avevano comprato titoli a rischio per lucrare qualche punto in più di interessi: invece di essere presi a calci nel sedere saranno rimborsati. Sono arrabbiati i tifosi di calcio, perché la polizia invece di lasciare che si scannino tra di loro, e abbattere poi i superstiti, tenta di separarli. Schiumano di rabbia i commercianti e i professionisti che devono emettere fatturazione elettronica, perché si pretende che imparino le quattro operazioni necessarie (a detta di un amico che la esegue da anni, una competenza da seconda elementare), ma soprattutto che la fattura la emettano. Rabbia ovunque, a comando, insensata o, peggio, interessata. Devo effettuare un cambio di corsia mentale, altrimenti mi arrabbio anch’io. Per fortuna da dietro arriva a distrarmi un ”salve!”

5a meditazione. Gli incontri. In giornate come questa, decisamente fredda malgrado un sole pallido, nel corso della passeggiata si possono incontrare una decina di persone. In primavera il numero cresce di cinque o sei volte. Alcuni sono degli habitués, e dopo un po’ si scambiano anche rapidi segni di saluto. Ma in genere non si va oltre. La volta che mi sono lasciato agganciare da un tizio che andava nella mia stessa direzione, e che sulle prime era parso simpatico, ho dovuto poi inventarmi la più improbabile delle deviazioni per filarmela. I camminanti rientrano in svariate tipologie, ma sono equamente ripartiti per genere, un po’ meno per classi di età. La media di quest’ultima è piuttosto alta – ma questo dipende forse dal mio orario abituale, che per i non pensionati e i non disoccupati è lavorativo. La maggior parte sembra mossa da ragioni salutistiche, mantiene una camminata da allenamento, alcuni corrono; c’è anche qualcuno che la prende più bassa, ma ad essere sincero nessuno mi pare davvero del tutto rilassato. Vien da chiedermi come appaio io ai loro occhi.
Ho inquadrato alcuni personaggi. Una signora matura ma molto giovanile è la “donna elettrica”. Fila veloce come una spia, sempre con la testa bassa e una frequenza di passo impressionante. Capita di incrociarla anche più volte, perché nel tempo che impiego per un percorso completo lei ne macina almeno uno e mezzo. Dopo un anno di incontri ho cominciato a salutarla, mi riusciva strano e paradossale questo ripetuto sfiorarci senza guardarci in faccia, una consuetudine che non si traduceva in conoscenza. Adesso risponde, anzi, saluta lei per prima, ma non siamo andati oltre. Del resto, dove?
Un signore anziano (insomma, certamente più anziano di me) si fa tutti gli argini di corsa, e viaggia piegato su un fianco come gli atleti della maratona quando sono completamente scoppiati. Sembra sul punto di esalare l’ultimo respiro, ma risponde al saluto con voce squillante e senza affanno. Non mi sembra patetico, anzi, lo invidio persino un po’, perché immagino corra per puro piacere.
Una ragazza molto giovane e piuttosto in carne è entrata a far parte nell’ultimo anno degli assidui. Penso abbia iniziato per i soliti motivi di linea, e che poi, anche quando si è accorta che su quel fronte i risultati erano scarsi, abbia scoperto il fascino discreto e fine a se stesso del camminare. È simpatica, quando saluta ha un sorriso sincero, sembra orgogliosa di appartenere ormai al club.
La rassegna potrebbe ancora andare avanti a lungo. Ce n’è per tutti i gusti, e straordinariamente non una sola impressione negativa. Forse per far funzionare bene una società bisognerebbe ridurre al minimo i contatti: nessuno, nei tempi ridottissimi di un incontro itinerante, riesce a dare il peggio di sé.

A questo punto comincio a desiderare una sigaretta: segno che la fase propulsiva e propositiva è esaurita, adesso si va avanti per inerzia. Quando torno in vista del cavalcavia accelero. Non è un soprassalto di tentazione del rush finale, ma la fretta di arrivare per trascrivere quel poco che mi è rimasto in testa. È impossibile fermare i pensieri. Se i pensieri avessero una consistenza fisica i bordi del sentiero sarebbero un’ininterrotta discarica, come quelli delle strade meridionali o la luna sulla quale atterra Astolfo. A quanto racconta lui stesso, Nietzsche ogni tanto si fermava e raccoglieva la produzione ambulante su un taccuino, o la dettava a un suo accompagnatore. Ma mi sembra una cosa poco naturale. C’è il rischio di forzarsi a pensare solo per poter trascrivere
Riesco invece adesso, mentre scrivo tranquillamente seduto a tavolino, a ripescare anche alcune immagini che mi sono transitate rapidissime per la mente, tra una meditazione e l’altra: la marcia su Roma (compatibile forse con un cambiamento di ritmo), una ragazza conosciuta tantissimi anni fa (questa per nulla compatibile, perché ne ho un ricordo molto statico), due messaggi cui non ho ancora risposto e uno cui avrei fatto meglio a non rispondere, un simpaticissimo white terrier (white piuttosto sporco) randagio, incontrato ieri, che si muoveva come fosse il padrone di Saluzzo. Un’icona del perfetto anarchico. Forse solo certi cani riescono ad essere dei perfetti anarchici.
Non so naturalmente da dove arrivassero queste immagini, e nemmeno provo a capirlo. È meglio così, rimane tutto più genuino. La passeggiata mi ha trasmesso un senso di sicurezza e di continuità. A meno di un’alluvione eccezionale, troverò gli argini per tutti gli anni in cui sarò ancora in grado di camminare e di pensare. Il club dei camminatori degli argini esiste davvero, forse dovrei superare l’obiezione di coscienza e iscrivermi.

Per giustificare queste divagazioni a ruota libera ho parlato in apertura di autoanalisi. Adesso, a freddo, realizzo che da un resoconto di questo tipo è difficile ricavare qualcosa. Va bene, è chiaro che sono un po’ malato, o un po’ tanto: ma lo era anche prima. E comunque, è ciò che si capisce da quello che c’è. Forse però ciò che davvero importa si capisce meglio da quello che non c’è. Non ci sono preoccupazioni di salute, e va bene così. Non ci sono preoccupazioni sentimentali, e questo non è detto debba essere per forza positivo. Non ci sono preoccupazioni di ordine famigliare, il che può voler dire tante cose: che sono un superficiale, o molto più semplicemente che ho imparato che la vita gli altri devono viversela un po’ come meglio credono. Non ho neppure preoccupazioni finanziarie, non perché nuoti nell’oro, ma perché sono cresciuto senza dare eccessivo valore al denaro, visto che comunque non ce n’era, e anche oggi non ho sogni che il denaro possa aiutarmi a realizzare. Riesco persino a convivere pacificamente con la mia età.
Sarà l’effetto delle endorfine, ma non trovo proprio nulla di cui lamentarmi. Per cui indignarmi, invece, si. E mi accorgo di avere già pronto un tema per la prossima meditazione. Agli appelli all’indignazione arrivati negli ultimi tempi un po’ da tutte le parti, la “gente” ha risposto con la lamentazione. Ha capito quel che le faceva comodo. Occorre fare attenzione all’uso delle parole, a come possono essere interpretate e travisate. Andrebbe promossa una campagna per il silenzio, ma non oso pensare a quali cretinate mediatiche darebbe spunto.
Guardo fuori, e ho la sensazione che domani il cielo sarà ancora sereno. Se ne riparla. Ma se fa brutto, mi arrabbio.


Santa Limbania, proteggici tu

di Fabrizio Rinaldi, 24 novembre 2018, da sguardistorti 05 – 2018 Natale

La leggenda narra di una fanciulla residente nell’isola di Cipro verso la fine del dodicesimo secolo, di nome Limbania, destinata dai genitori in sposa ad un signore locale ma determinata invece a farsi monaca. La ribelle, ferma nel suo intento di donarsi a dio, chiese aiuto ad un navigante genovese in procinto di tornare in patria. Inizialmente l’uomo accettò, ma poi cambiò idea, o se ne dimenticò, e prese il mare senza la poveretta. Appena al largo la nave si fermò: nonostante ci fosse vento non proseguiva, rimaneva ferma nella risacca. Il timoniere non poté far altro che invertire la rotta, e l’imbarcazione improvvisamente tornò a muoversi, spinta da un forte vento in poppa, verso il porto da cui era partita. Lì il nocchiero trovò, attorniata da molti animali selvatici, la giovane in lacrime, che non cessava di supplicarlo di portarla via da lì. Alla fine il navigante, un po’ intimorito da tutti questi strani fenomeni, accettò di imbarcarla.

La narrazione non dice nulla del tormentato viaggio in ispirito e in carne vissuto dai rudi marinai, che dovevano condividere gli angusti spazi dello scafo con una fanciulla bella e illibata. Racconta invece di una navigazione tranquilla, almeno sino a quando, mentre già si intravvedevano i monti che fanno corona alla città ligure, la nave s’imbatté in una tempesta con onde altissime e venti che strappavano le vele, come se il mare la respingesse. Spinto dai marosi, il battello si avvicinò pericolosamente agli scogli di San Tommaso, sede di un monastero femminile benedettino, e a quel punto Limbania manifestò il desiderio di sbarcare per raggiungere le future consorelle. Miracolosamente il mare si acquietò, venne sbarcato il “prezioso” carico e la nave poté finalmente dirigersi verso un attracco sicuro.

A Cipro rimase un padre furibondo, il quale scagliò in mare la campana di casa comandandole di raggiungere la sciagurata figlia che aveva preferito votarsi a dio piuttosto che ad uno sposo e rinunciato a una cospicua – presumo – dote. La campana, “galleggiando” miracolosamente sul mare, raggiunse proprio la spiaggia vicina al monastero in cui s’era rinchiusa Limbania. Da allora venne usata durante le tempeste per calmare le acque e come richiamo per i naufraghi.

Alla novizia venne concessa una cosa oggi insolita, ma a quel tempo comune nella tradizione cristiana d’oriente: ritirarsi in una cavità sotto il monastero dove vivere nel digiuno e nella penitenza, procurandosi ferite con gli aculei di un attrezzo per cardare il lino, e dedicandosi ai naviganti e ai viandanti del vicino porto. Quando morì era già venerata come santa e le venivano attribuiti molti miracoli.

Visto che la natura ligure impone d’esser parchi in tutto e, in questo caso, esperti nella moltiplicazione non di pesci, ma di macabre reliquie, i devoti fecero a pezzi il cadavere della Santa in modo da distribuire in più luoghi le spoglie da venerare: ma, soprattutto, per poterci lucrare sopra. In particolare le monache ebbero una trovata che oggi definiremmo “dark”: esposero la sua testa alla venerazione dei fedeli, i quali intercedevano per trarne giovamento alle emicranie.

Così come la santa cipriota aveva viaggiato per mari ostili, il suo culto marciò a dorso di mulo lungo le impervie vie del sale, connettendo, anche nella devozione, il territorio ligure con le pianure alessandrine. Libania divenne la protettrice di mulattieri, carrettieri, immigrati e, in generale, dei viaggiatori per mare e per terra.

Fino a pochi decenni fa si svolgevano veri e propri pellegrinaggi di devoti di Santa Limbania che da Genova Voltri arrivavano fino alla piccola chiesa di Roccagrimalda (AL), a strapiombo sulla vallata dell’Orba, tra Ovada e Silvano d’Orba. Raffigurazioni della Santa si trovano anche a Castelletto d’Orba, Montaldeo, Lerma e a Gavi, tappe obbligate per coloro che si inerpicavano lungo le vie che, attraversando Marcarolo, arrivano al mare.

Abbiamo quindi una ragazzina che s’è dimostrata una sciagura per la famiglia e una calamità per i compagni del viaggio in mare, ma che ha affrontato le peggiori condizioni (la tempesta e il fragile scafo – oggi si direbbe un barcone) per poter emigrare verso un territorio che era lontanissimo tanto quanto appare irraggiungibile ai suoi emuli di oggi – magari non in santità, ma sicuramente nel proposito di cambiare lo stile di vita (o meglio, di non vita).

Limbania in pratica era un’immigrata clandestina che venne accolta in territorio italiano. Chissà se anche all’epoca c’erano dei Salvini a tuonare contro i forestieri che attentavano il nostro stato sociale e la nostra cultura, contro le fantomatiche organizzazioni non governative ante litteram che aiutavano (magari controvoglia, ma lo facevano) chi voleva scappare da un mondo peggiore, e contro quei cittadini che, invece di respingere gli immigrati, davano loro rifugio. Se c’erano devono aver goduto di poco seguito, poiché per secoli abbiamo accolto, sia pure con mugugni vari, coloro che arrivavano da lontano, e col tempo abbiamo saputo contaminarci reciprocamente per diventare un po’ migliori.

L’innocente fanciulla cipriota s’affidò alla protezione del suo dio per essere protetta durante il viaggio con sconosciuti scafisti che avrebbero potuto attentare alla sua illibatezza. Anche oggi tanti sventurati affidano magari ad un dio differente, ma ugualmente chiamato a proteggerli da loschi traghettatori, la cosa più sacra che hanno: la loro vita e, soprattutto, quella dei figli.

Limbania comunque alla fine del suo peregrinare trovò una comunità che seppe accoglierla, accettando anche le sue ovvie diversità culturali. Oggi stiamo vivendo invece un periodo nel quale il paradigma dell’accoglienza verso gli altri è radicalmente cambiato. Cresce sempre più il rifiuto di chi è diverso da noi e di chi lo aiuta.

L’esempio più recente è la campagna denigratoria apparsa sui social nei confronti della ragazza italiana rapita mentre in Kenya prestava il suo aiuto da volontaria. Il commento più diffuso in rete è: “cosa è andata a fare là, poteva fare le stesse cose qui, dove c’è tanto bisogno”! Ulteriore dimostrazione dello scollamento tra il diffuso sentire di una comunità stanziale (spesso claustrofobica) e il naturale bisogno di ogni viandante di ricevere ospitalità e accettazione.

L’assordante silenzio del ministro degli interni avvalora queste ingiurie, soprattutto perché arriva da chi è sempre pronto a starnazzare e ad alimentare l’odio quando degli idioti, rigorosamente stranieri, perpetrano qualche atto di violenza nei confronti dei nostri connazionali. Salvini ha sempre affermato che gli immigrati vanno aiutati a casa loro, ma quando qualcuno prova a farlo guarda altrove.

Santa Limbania rappresenta bene la ferma volontà di affrontare qualsiasi avversità e pericolo quando un percorso possa portarti a realizzare il tuo sogno: ed è questo il fine ultimo di tutti i viaggiatori, di ogni epoca e di ogni etnia. Viene allora naturale invocarla proprio oggi, mentre tanti come lei sono costretti ad affidarsi ad altri per raggiungere quella meta.

Quindi, Santa Limbania, proteggici tu!

Collezione di licheni bottone

Il gradiente dell’onesta liberazione

di Fabrizio Rinaldi, 24 giugno 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Quando cammino nei boschi, immancabilmente, l’occhio si sofferma su qualche fenomeno minuto che avviene la sotto, e mi distraggo dai propositi che mi avevano fatto intraprendere il percorso.

Non c’è verso, mi accade anche quando vado a funghi con mio padre: lui torna a casa col cesto pieno, io con uno, un solo esemplare di porcino, poiché magari mi fermo ad osservare le lumache mentre divorano tranquille l’ovulo che avrei dovuto raccogliere.

Non mi distraggo, invece, mentre passeggio in paese, tra le vetrine dei negozi stracolme di prodotti “indispensabili e irrinunciabili”, di cui mi importa meno che di una mosca sulla cacca di un cane.

Visto che non smanio per scarpe, abiti o cibo esposto, la mia attenzione si ferma sulle tipologie umane. Provo a immaginare delle storie cucite sui pochi indizi che gli incontri mi offrono: vecchi (magari non anagraficamente) rancorosi che ciattellano su questo o quell’altro, coppie già scoppiate (lo si vede da come, pur camminando uno accanto all’altro, fan di tutto per non sfiorarsi), amanti che fan di tutto invece per sfiorarsi pur nascondendolo, poveri affamati e ricchi ostentati. La casistica è infinita, ci sarebbe da scrivere fior di trattati sull’antropologia del quotidiano.

La natura umana attrae però meno il mio interesse. L’uomo agisce troppo velocemente, e io per carattere non reggo questa frenesia, ne sono infastidito e se posso la evito.

Al contrario, durante la passeggiata nel bosco, ignorando moglie e figlie che mi richiamano alla loro compagnia, sono costantemente attratto da ciò che lì succede: la foglia di una pianta che non conosco, le modalità di interazione delle formiche per sopravvivere in quel fazzoletto di terra che a loro parrà sterminato; una roccia sedimentaria che, di passeggiata in passeggiata, di anno in anno, si ricopre lentamente e inesorabilmente prima di licheni, poi di muschi, per ospitare infine felci e fiori.

Là in mezzo si può assistere ai passionali accoppiamenti delle libellule, con acrobazie che fanno apparire banali quelle descritte nel kamasutra, o vedere le femmine di insetto stecco che depositano le uova già fecondate senza neppure accoppiarsi, perché i maschi sono talmente rari che è meglio far da sé. Potere delle donne …

Ma anche l’osservazione di semplici accadimenti naturali offre costanti rimandi all’agire umano. Uno di questi sono gli infiniti, spesso impercettibili passaggi che portano un fenomeno a diventare qualcos’altro. Questi passaggi sono determinati da un complesso di spinte e di azioni-reazioni (ad esempio, la pressione, la temperatura, l’umidità, ecc …), che sono indicate come “gradienti”. Il termine, originario della matematica, è entrato poi in uso anche nelle scienze naturali, e ultimamente in quelle sociali. Un gradiente, dunque, è grosso modo un fattore di mutamento (sarebbe più corretto dire che è la “quantità”, la “rilevanza” di quel fattore). All’interno di un gradiente esistono interminabili progressioni che trasformano un elemento o un fatto in qualcos’altro.

Lungo il percorso nel bosco se ne possono osservare parecchi. Provo qui a individuarne qualcuno che aiuterà a prendere coscienza di come agiscono.

Il primo l’ho già descritto poco fa: è l’esempio base. Si va dalla nuda roccia fino alle fioriture, passando attraverso una sequenza di forme vegetative (licheni e muschi) sempre più complesse.

Mentre cammino mi accorgo che la vegetazione si fa più fitta, con foglie sempre più grandi; compaiono carpini e ontani neri, chiazze di ferrobatteri, felci: spunta anche una salamandra. È evidente che mi sto avvicinando ad una zona umida.

Se alzo poi lo sguardo vedo due taccole che, in un crescendo di nervosi gracchi, importunano con voli radenti il bel biancone che vorrebbe starsene fermo lassù, volando a spirito santo, ad osservare la sua preda: un lungo biacco steso su una rupe.

Qui in basso, a sua volta, un ragno è guidato dalle crescenti vibrazioni della sua tela, stesa tra due arbusti, fino ad arrivare alla farfalla intrappolata.

Insomma, identificare i gradienti permette di cogliere le infinite interazioni naturali che congiungono i diversi elementi della biodiversità in un groviglio di legami, e al tempo stesso rafforzano ogni singolarità specifica.

Ora, se imparassimo a valutare correttamente anche i gradienti sociali avremmo una consapevolezza ben maggiore dei fenomeni che ci coinvolgono: soprattutto ne coglieremmo le possibili derive, e le loro disastrose conseguenze. Con una, purtroppo tragica differenza: la conoscenza dei gradienti naturali di norma ci aiuta ad agire (non sempre: si pensi al problema ambientale), quella dei gradienti sociali sembra invece destinata a rimanere sterile. Voglio dire che era immaginabile, ad esempio, che persino un mediocre caporale, eletto democraticamente dal popolo tedesco, avrebbe potuto diventare la personificazione del male assoluto: e qualcuno in effetti lo ha anche fatto. Ma poi il caporale ha avuto via libera.

Nella società globalizzata le interconnessioni tra fenomeni sociali sempre più complessi e sempre più strettamente legati producono una moltiplicazione di gradienti. L’effetto di deriva è già ben visibile, nel controllo capillare dell’informazione, nella creazione di bisogni indotti e in una politica sfacciatamente mirata a soddisfare l’egoismo di pochi, a tacitare le aspirazioni di molti e ad ignorare i bisogni primari di altri, gli ultimi, quelli del mondo occidentale o quelli provenienti da paesi lontani.

Come viene mascherato o negato questo effetto? Semplicemente ignorando i gradienti, trattando le questioni come fenomeni singoli, separati e indipendenti gli uni dagli altri, con confini ben precisi. Questo illude di controllarli meglio: un mondo di confini impedisce le interazioni. I gradienti invece fondono fenomeni che pensiamo distinti, e che diventano impossibili da controllare e gestire nell’ambito miope della politica di “protezione” degli interessi egoistici e immediati.

È questa semplificazione che ha portato ad esempio ad avere in Italia un governo che si regge sul numero di follower in più rispetto all’avversario, piuttosto che sulle idee e le proposte di senso. Mentre gli italiani sono distratti dal respingimento dei barconi carichi di disgraziati, vengono ignorate questioni ben più importanti. E a giudicare dai sondaggi di voto, l’opera di distrazione riesce perfettamente.

Per fortuna sul lavoro ho quotidianamente la dimostrazione che l’integrazione e l’inclusione sono realtà – lente a sedimentarsi, ma sostanziali nell’affermarsi – che vanno al di là di Salvini e dei suoi appelli alla “pancia” degli italiani.

Le classi milanesi che vengono a trascorrere una settimana al mare, tra i borghi liguri e la macchia mediterranea, sono composte per lo più da bambini di origine straniera (a volte gli italiani si contano sulle dita di una mano) che non danno peso al colore della pelle o alle differenze culturali, ma sono interessati alle reciproche relazioni, alla scoperta del nuovo, alle differenze e alle complessità dei fenomeni che li circondano tutti, nessuno escluso.

Non è difficile capire che il futuro degli italiani sta proprio in queste classi multietniche, perché da esse usciranno i futuri dirigenti e politici. Ma non sarà un percorso facile, privo di ostacoli e di retromarce.

Gli Stati Uniti dopo secoli di discriminazione e di oppressione razziale hanno avuto un presidente “negro”: ma dopo di lui è arrivato Trump, segno che la maturità è ancora ben lontana.

Per questo sarebbe fondamentale un lavoro d’integrazione serio, che è cosa ben diversa dal “vogliamoci tanto bene”, e suppone una idea di “cittadinanza” che non appartiene nemmeno agli italiani.

Si dovrebbe ricominciare a parlare di regole, che sono la base di ogni civile interazione, e soprattutto a rispettarle, tutti quanti. Ciò che appare lontanissimo dagli intenti attuali. La “pancia” invoca solo soluzioni facili, non responsabilizzanti, e le attuali scelte politiche non fanno che assecondarla, riducendo il problema agli stranieri da espellere.

Mi sta diventando impossibile digerire il volto di chi ci governa, e tanto più quello di chi ne premia le scelte. Sono persino fisicamente a disagio e ho perso ogni voglia di provare a comunicare con chi non la pensa come me.

Pensavo che con Berlusconi avessimo toccato il fondo, che almeno si fossero prodotti degli anticorpi contro la mediocrità, il ciarlatanismo, le semplificazioni: invece oggi è forse peggio, perché al potere abbiamo degli sprovveduti totali, armati solo di presunzione, che sbandierano la loro ignoranza come una virtù e irridono i principi fondanti la nostra democrazia. E che sono purtroppo lo specchio veritiero del modo di pensare e di sentire della maggioranza.

C’entra qualcosa questo con i gradienti? Certo che c’entra. Chi ha combattuto Berlusconi per vent’anni ha continuato a illudersi che si trattasse di un’anomalia della storia, di un incidente di percorso della democrazia: senza ricordare che lo stesso si diceva cent’anni fa del fascismo, e poi del nazismo, e che quei principi sono stati messi sotto accusa per tutto questo ultimo secolo anche da chi il fascismo e il nazismo li combatteva.

Non possiamo continuare a raccontarci storie: della democrazia come noi la intendiamo, che non è solo uno dei modi di esercizio del potere politico, ma una scelta di vita e un modello di convivenza, non frega niente quasi a nessuno.

La “gente”, cui si è data “finalmente” la parola, bada a quello che ritiene il proprio immediato interesse ed è sorda ad ogni causa che implichi anche lontanamente un sacrificio: gli intellettuali cercano solo una effimera visibilità e per ottenerla si prestano a fare i giullari del potere; e il potere stesso, che una volta era ben identificabile nella distinzione tra oppressori e oppressi, ha assunto contorni talmente indefiniti e ambigui da rendere problematico anche ogni tentativo di resistenza.

Qual è allora il gradiente fondamentale, in questo bel panorama? È in-dubbiamente l’ignoranza. In termini di conoscenza, perché paradossalmente abbiamo avuto un aumento esponenziale delle conoscenze specialistiche, ma si è persa la capacità di interconnetterle: e in termini di desiderio di conoscenza, intesa come curiosità genuina, non finalizzata alla realizzazione economica o sociale, nei confronti degli altri o del mondo. Persino il ceto “intellettuale” ha creduto di poter scherzare con l’ignoranza, l’ha giustificata e coltivata. Mentre sarebbe bastato tenere d’occhio la piega che le cose stavano prendendo per capire dove ci stava portando la deriva. Salvini e Di Maio non nascono dal nulla. Sono solo gli esiti più clamorosi di un fenomeno di sbracamento culturale che ha investito tutta la società, e al quale nessuno ha opposto seriamente resistenza.

Per questo continuo a issare palizzate di principio attorno alle mie convinzioni: ma temo che ad un certo punto mi troverò completamente circondato, chiuso in un recinto di “sani principi”. E credo che questo stia accadendo ad un sacco d’altra gente. Non sappiamo come uscirne, cominciamo a disperare che sia ancora possibile.

L’unico dato positivo della situazione è che non siamo soli. Il male comune in questo caso non è un mezzo gaudio: ma a patto che sia avvertito appunto come comune, può indurre a unirsi per combatterlo.

Sarà bene che anch’io mi sforzi di mettere la testa fuori del recinto: può essere che veda altri volti spuntare da fortini e senta voci non stonate. Non sarà la liberazione universale, ma darà un po’ di senso ad una resistenza che rischia davvero di diventare pura ostinazione.

Collezione di licheni bottone

Camminatori leggendari

Appendice 2

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2015

Non voglio stilare una graduatoria dei più forti camminatori di ogni tempo. Al di là dell’impossibilità di farlo, non avrebbe senso nemmeno pensarlo. Voglio soltanto rievocare un paio di personaggi formidabili, ai quali ho accennato nelle pagine precedenti e le cui imprese hanno dell’incredibile, sia per le distanze coperte che per le condizioni in cui si sono svolte. Ma anche per lo spirito col quale sono state affrontate.

Il primo è John Dundas Cochrane, un ufficiale della marina inglese, figlio illegittimo dell’avventuriero scozzese Andrew Cochrane-Johnstone e membro di una famiglia che con l’avventura aveva una lunga consuetudine. Rimasto come molti altri a spasso dopo la fine delle guerre napoleoniche, Cochrane chiese all’Ammiragliato di guidare una spedizione sulle orme di Mungo Park, per scoprire le sorgenti del fiume Niger, ma la sua richiesta fu respinta.

Decise allora di muoversi in proprio in direzione opposta e nel febbraio del 1820 partì da Dieppe e passando per Parigi, Berlino e la Lituania si diresse verso Mosca. A piedi. Di lì, valicati gli Urali, attraversò la Siberia sino a varcare il confine della Cina e arrivò a Irkutsk. Poi risalì verso la Kolyma, al di là del Circolo Polare Artico, toccò Ochotsk e raggiunse la Kamchatka dopo un anno e mezzo dalla partenza.

A questo punto aveva maturato un progetto grandioso: esplorare questa remota penisola a nord del Giappone, poi guadagnare il continente americano attraversando i ghiacci sul mare di Bering e proseguire la camminata sino a fare il giro del mondo. A scombussolare questi piani giunse però l’imprevisto, e l’imprevisto si chiamava amore. Cochrane si innamorò infatti della bella figlia di un capo locale, adottata dal governatore russo della provincia. Trascorse ancora undici mesi in Kamchatka, esplorando tutta la penisola, cincischiò in amoreggiamenti, poi decise di tornare a Londra portandosi appresso la sposa. Via mare, questa volta.

Rientrato in patria pubblicò il racconto dei suoi viaggi in Narrative of a Pedestrian Journey through Russia and Siberian Tartary, From the Frontiers of China to the Frozen Sea and Kamchatka (2 vols., London, 1824), che oltre a raccogliere i diari spiegava anche le motivazioni che lo avevano spinto a viaggiare a piedi su distanze così lunghe in terreni difficilissimi. Il libro riscosse un immediato successo (come peraltro accade da tre secoli in Inghilterra per quasi tutte le opere di narrativa di viaggio), e gli valse l’appellativo di pedestrian traveller per eccellenza.

Il titolo era ampiamente giustificato. Cochrane aveva percorso oltre cinquemila chilometri, la maggior parte dei quali su terreno ghiacciato e in zone mai toccate da un occidentale. Ma non è tutto. Aveva vissuto le avventure più straordinarie, cose degne del miglior Salgari o di Verne, o persino di Münchhausen (i primi due hanno entrambi tratto ispirazione dal suo racconto, al terzo parrebbe egli stesso essersi talvolta ispirato).

Già prima di arrivare a Mosca era stato aggredito, derubato e spogliato da due malviventi, che lo avevano lasciato seminudo al gelo, legato a un albero. Si era salvato per la potenza della sua voce, riuscendo a richiamare l’attenzione di un contadino. Dopo una lunga passeggiata a piedi nudi era arrivato a un villaggio, dove lo avevano scongelato e rivestito, e di lì era ripartito per raggiungere Mosca in una sola tirata: in trentadue ore aveva percorso centosessanta chilometri nella neve.

In Siberia gli accadde di tutto: venne quasi massacrato in un villaggio di Vecchi Credenti per aver chiesto di accendere la pipa; la sfangò a fatica dopo aver preparato per un “uomo di medicina” un thè pescando dal sacco sbagliato, quello del tabacco, e quasi avvelenandolo; dovette sfuggire per cinque giorni a un branco di lupi affamati, nutrendosi solo di bacche; attraversò fiumi in piena per il disgelo, in mezzo ai blocchi di ghiaccio; assieme ad alcuni compagni costruì una zattera per attraversare un altro fiume, ma la zattera si era rovesciata, erano finiti tutti in acqua, avevano acceso un fuoco per asciugarsi e incendiano la foresta, rischiando di finire arrostiti. E via di questo passo.

Si capisce l’entusiasmo dei lettori, ma si capisce anche perché, dopo due anni di appassionata e sedentaria vita coniugale con la sua bella principessa, Cochrane abbia sentito il richiamo dell’avventura e sia partito per l’America del sud, dove sfortunatamente morì di peste nel 1825, a trentadue anni. La giovane vedova tornò in Russia, dove sposò un esploratore artico, Pyotr Anjou. Anche lei, evidentemente, non poteva stare lontana dall’avventura.

A conclusione del suo racconto Cochrane ha scritto:

Il viaggiatore più saggio è quello che parte senza indugi e senza pianificare, confidando nell’ospitalità e nell’aiuto che gli daranno le persone più povere e meno colte, non quello che si affida a una borsa ben piena. Io ho ricevuto cibo da una famiglia che stava quasi morendo di fame, e posso a pieno titolo affermare per esperienza e con gratitudine che coloro che vengono considerati più ignoranti e incivili sono i più ospitali e cordiali con i loro simili.

Sono le stesse parole usate un secolo dopo da Jack London a conclusione de La strada. Diari di un vagabondo e due secoli dopo da George Meegan ne La grande camminata, e sono la conclusione cui arriva la maggior parte dei camminatori “classici”. Non so quanto possano valere ancora oggi, e mi riferisco all’ultimo quarto di secolo, per almeno due motivi: sono diversi i camminatori ed è diverso il mondo in cui camminano.

Fortunatamente ho fatto a tempo a sperimentarne di persona la verità. Ancora quarant’anni fa viaggiare a piedi faceva scattare una immediata empatia nelle persone più umili. Forse è motivo di conforto sapere che, per quanto povera sia la tua condizione, qualcuno può guardare a te con gratitudine.

Diversi anni prima che Cochrane nascesse, un altro inglese, John “Walking” Stewart, si era guadagnato il titolo che entrerà a far parte integrante del suo nome, quello di “camminatore”. Stewart non è stato solo un viaggiatore ma anche un pensatore, sia pure controverso, che ha esercitato notevole influenza sulla filosofia e soprattutto sulla letteratura inglese (era amico di De Quincey e di Wordsworth, che lo definì «l’uomo più eloquente in fatto di natura che io abbia mai conosciuto»). Se tutto ciò che si è scritto su di lui fosse vero, Stewart sarebbe indubbiamente il più grande camminatore mai esistito e quanto ad avventure, poi, non sarebbe secondo a nessuno.

Dopo essere stato cacciato da diverse scuole, Stewart finisce quindicenne a Madras, a lavorare come impiegato per la Compagnia delle Indie. I luoghi gli piacciono, ma non gli piace lo sfruttamento che la Compagnia opera degli indigeni, infliggendo loro maltrattamenti e umiliazioni. Comincia quindi a scrivere lettere di protesta, che non gli procurano certamente grandi simpatie tra gli amministratori.

Riesce comunque a farsi incaricare di una lunghissima ricognizione lungo tutto il Deccan (quasi due anni) allo scopo di imparare i principali dialetti nativi, per fungere poi da interprete e farsi aggregare a una spedizione militare in Tibet e nel Bhutan. Non è certo, ma pare che arrivi anche a toccare la penisola malese.

La conoscenza della cultura indiana e il disgusto per la politica della Compagnia lo portano a un certo punto a saltare lo staccato, a lasciare l’impiego e ad arruolarsi (come interprete, dice lui, come ufficiale, e quindi traditore, dicevano i suoi nemici) presso Hyder Alì, raja di Seringapatam, che della compagnia era un nemico acerrimo. Non deve essersi comunque trattato di una mansione molto pacifica, perché chi lo conobbe riferisce che portava le cicatrici di numerose ferite su tutto il corpo.

Riesce a sfuggire a diversi attentati e dopo aver prestato servizio addirittura come primo ministro presso il nababbo di Arcot, nell’India centro-meridionale, decide di rimpatriare, ma il rientro è rocambolesco. Durante l’attraversamento del golfo Persico i marinai musulmani del legno sul quale è imbarcato lo appendono per i piedi a un pennone, ritenendolo causa di una violenta tempesta, e ce lo lasciano per giorni, fino a quando la tempesta non si placa. Lo sbarcano quindi in Etiopia, e di qui Stewart attraversa tutta l’Africa del nord, trova un imbarco per Marsiglia, percorre la Francia e la Spagna per arrivare in Portogallo e di lì tornare in Inghilterra1.

Ma non si ferma: riparte quasi subito per la Svezia, risale sino in Lapponia e ridiscende attraversando la Russia, valicando gli Urali e spingendosi sino ai confini della Cina, dove peraltro non lo lasciano entrare. Nemmeno un anno dopo è a Costantinopoli, con un viaggio da Calais attraverso la Francia, il Nord Italia e i Balcani. Poi è la volta dell’America: un lungo tour nel 1790 negli Stati Uniti, dove già è famoso come “Walking” Stewart, e nelle foreste canadesi. Non ha un soldo in tasca, perché nel frattempo la piccola fortuna che si era costruito in India e aveva investita in Francia è congelata per via dalla rivoluzione, ma come scriverà De Quincey «percorre le solitarie foreste del Canada […] la zona torrida brulicante di vita, […] i grandi deserti» barattando cibo e ospitalità con lezioni di filosofia.

È ancora in giro per l’Europa negli anni successivi, e a Parigi durante i grandi rivolgimenti del 1792: ma verso il finire del secolo le ristrettezze finanziarie gli impongono di limitare le sue scorribande a piedi alle isole britanniche. Alla fine si stabilisce a Londra, dove tiene corsi filosofici e viene considerato, secondo i punti di vista, un eccentrico geniale o un pazzo, alimentando anche una sorta di leggenda attorno alla sua presunta ubiquità.

Nel saggio Walking Stewart, celebrazione dell’uomo e del pensatore, De Quincey racconta di averlo salutato un giorno e di essersi diretto velocemente (era un ottimo camminatore) per la via più breve verso l’uscita dalla città: salvo dopo qualche chilometro ritrovarsi a superarlo lungo la strada, come si fosse materializzato dal nulla. Sempre De Quincey testimonia della grande importanza rivestita da Stewart nella nascita dei primi circoli romantici inglesi e dell’influenza da lui esercita su Wordsworth e Coleridge, ma anche su pensatori libertari come William Goodwin.

Il racconto delle sue avventure, comparso nel 1790 col titolo Viaggi nelle parti più interessanti del globo, appartiene piuttosto alla saggistica filosofica che alla narrativa di viaggio. In esso e ne L’apocalisse della Natura, pubblicato lo stesso anno, sviluppa una teoria della natura piuttosto sconclusionata, rousseauiana e materialistica al tempo stesso. Sulla scorta di queste stramberie, soprattutto di quelle contenute nelle opere della vecchiaia, alcuni hanno messo in dubbio la gran parte delle vicende da lui narrate, ma esistono testimonianze indubbie e diverse che egli si trovasse nei luoghi che ha citato (e qualche volta in più luoghi contemporaneamente).

Stewart si vantava di essere un “uomo di natura”, e tuonava contro la “mollizie” dell’uomo contemporaneo, compresi i letti. Praticava bagni di fango, faceva esercizi all’aria aperta, camminava incessantemente e amava respirare “l’aria balsamica” dei prati concimati dalle mucche. In effetti, rimase sino all’ultimo, a settantatré anni, un bell’uomo, alto, dritto e straordinariamente robusto. Appena la sua salute iniziò a declinare non ebbe dubbi: si tolse la vita con un veleno che portava con sé da oltre mezzo secolo. Camminò con le sue gambe anche l’ultimo viaggio.

1 Quella di tornare dall’India a piedi sembra essere stata quasi una moda tra gli ufficiali britannici dell’Indian Service. Anche l’attivista radicale, animalista e vegetariano e poi giacobino John Oswald, quello che voleva esportare la rivoluzione francese in Gran Bretagna e morì combattendo i controrivoluzionari vandeani, fece a piedi tutta la via del ritorno, attraverso il Medio Oriente e la Russia.

 

Il mondo a piedi

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2015

A piedi e con cuore leggero mi avvio per libera strada;
in piena salute e fiducia, il mondo offertomi innanzi,
il lungo sentiero pronto a condurmi ove io voglia.
William Wordsworth

1. L’oggetto di questo scritto è perfettamente riassunto in quel “A piediper libera stradaa condurmi ove io voglia” dei versi posti in esergo. È la diversa percezione del significato del camminare che si origina nell’età moderna e si diffonde poi nel passaggio a quella contemporanea. Ne ho seguite le tracce nelle testimonianze letterarie, scegliendo naturalmente quelle che mi sembravano più significative, nella convinzione che in questo caso più che mai la letteratura sia non solo testimone, ma promotrice e partecipe del cambiamento.

Fino a un paio di secoli fa camminare era considerato un riflesso naturale. Pur essendo un gesto volontario, rimaneva quello più prossimo a una reazione muscolare involontaria, perché non si sceglieva di camminare, semplicemente si doveva: si camminava per spostarsi e ci si spostava per cercare cibo, per scambiare merci, per fuggire o per tornare, per esplorare nuove contrade e per incontrare nuove genti.

Era quindi un atto “necessario”, strumentale a quasi tutte le attività, dalla guerra alla mercatura, o alla semplice convivenza e veniva ritenuto tale, per estensione, anche ai fini di una corretta “igiene” mentale. Entro questi limiti, quelli di una risposta quasi meccanica alla necessità, il deambulare è stato infatti visto da sempre anche come un’attività legata al pensiero, capace di stimolare la riflessione o di curare i mali dell’anima.

Sulla sua funzione terapeutica erano d’accordo pagani e cristiani, atei e credenti (pur con qualche eccezione illustre: Cartesio, ad esempio, nelle Meditazioni associa il lavoro intellettuale solo alla quiete totale del corpo). Così san Girolamo riassumeva in una formuletta essenziale, Solvitur ambulando, quanto prima di lui a proposito della tranquillità dell’animo aveva già scritto Seneca: «Dovremmo fare passeggiate all’aperto, per rinfrescare e sollevare i nostri spiriti con la respirazione profonda all’aria aperta», e prima ancora era stato messo in pratica da Socrate e dai suoi discepoli, da Aristotele e dai peripatetici, dai sofisti e dagli stoici che passeggiavano sotto il porticato.

Ammettere che esistesse una connessione tra il movimento dei piedi e quello dei pensieri non significava tuttavia che al camminare fosse dedicata una riflessione specifica. Proprio perché lo si considerava “naturale”, a questo gesto non veniva riconosciuto un qualche significato autonomo, un valore intrinseco: era semplicemente funzionale ad altro.

Mercanti, soldati, funzionari, tutti coloro che si muovevano per lavoro, non camminavano affatto per scelta: andare a piedi non era una moda, ma un modo per spostarsi, spesso l’unico possibile. Persino coloro che almeno teoricamente sceglievano, ad esempio i pellegrini (ma non sempre, in molti casi i pellegrinaggi erano imposti), erano in realtà condizionati dalla finalizzazione del gesto a una penitenza. Camminare, oltre a consentire di riflettere sui propri peccati, rappresentava una forma di espiazione, un’anticipazione della pena del purgatorio. La gratificazione psicologica non nasceva dal gesto in sé, ma dalla sua presunta capacità di sgravare il debito contratto con Dio.

Quindi, se è vero che gli itinerari percorsi dai viaggiatori del Sette-Ottocento erano già stati tracciati nei secoli precedenti da una miriade di camminatori, è lo spirito nuovo con i quali sono affrontati con cuore leggero a fare la differenza e ad attrarre il nostro interesse. Nessuno dei pellegrini in viaggio verso Canterbury o verso Roma, dei chierici vaganti, dei saltimbanchi, dei venditori ambulanti o dei vagabondi che brulicano nelle letterature classiche o medioevali ha una coscienza specifica del camminare, se non come gesto simbolico o metafora religiosa.

Il pellegrinaggio per eccellenza, il percorso di purificazione raccontato da Dante, va compiuto rigorosamente a piedi. Questo il poeta lo dà per scontato, e noi stessi non siamo in grado di immaginare alcuna altra possibilità: non c’è scelta e non c’è gioia nel camminare, al più sono sottolineate le difficoltà, che costituiscono un valore penitenziale aggiunto.

Piuttosto, qualche anticipazione di quello che sarà lo spirito moderno la si può cogliere nelle passeggiate solitarie di Guido Cavalcanti (come raccontato dal Boccaccio), che non a caso tra i concittadini godeva fama di eccentrico. Tra l’altro, anche Guido intraprese un pellegrinaggio a piedi, questo reale, verso Compostela (cosa abbastanza singolare, dal momento che sempre Boccaccio annota: «si diceva tra la gente volgare che queste sue speculazioni erano solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse»); ma lo interruppe nei pressi di Tolosa, dopo aver incontrata una bella ragazza (e forse l’elemento di modernità sta proprio in questo).

Oppure, alcuni tratti del camminare romantico sono rintracciabili in Petrarca, ad esempio in Solo e pensoso, anche se il poeta continua a presentare le sue deambulazioni come una fuga. La novità in questo caso è costituita dal rapporto che il camminatore instaura con la natura. Si tratta tuttavia di indizi che rimandano a personalità particolari e non possono essere letti come spie di un atteggiamento culturale in trasformazione.

Mi sembrano già tali, invece, i segnali che arrivano dall’Umanesimo, conseguenti alla rivalutazione di ogni attività o prerogativa umana. In prima linea in questa direzione troviamo, e non c’era da dubitarne, Leon Battista Alberti, del quale Jacob Burckardt dice: «egli voleva apparire irreprensibile e perfetto in tre cose: nel camminare, nel cavalcare e nel parlare». Ciò significa che considerava il camminare non come una reazione muscolare più o meno volontaria, ma come un esercizio che può essere “culturalmente” disciplinato e perfezionato. E questo è già un notevole passo innanzi verso un’attenzione non puramente strumentale al gesto.

Un’attenzione che viene ripresa e addirittura codificata un secolo dopo, ad esempio nel Cortegiano: le indicazioni di Baldassar Castiglione riguardano la postura, l’eleganza del gesto, l’equilibrio delle varie parti del corpo coinvolte, e quindi hanno ben poco a vedere con l’idealità romantica ma sembrano tornate di moda nella postmodernità, attraverso la miriade di manuali e pubblicazioni dedicate oggi agli aspetti “tecnici” della marcia.

Un altro tipo di apertura alla concezione moderna del camminare lo troviamo, sempre nel Cinquecento, in Leonardo Fioravanti, il medico autodidatta, chirurgo estetico, precursore nell’uso di terapie ancor oggi valide e scopritore di farmaci, oltre che viaggiatore instancabile, raccontato da Piero Camporesi: «”Camminare il mondo” era, per Fioravanti, l’unico immutabile, ossessivo baricentro, mobile e incerto, dell’esistenza».

In questo caso è ancora presente, e prevalente, la finalizzazione del gesto, perché Fioravanti «sapeva per esperienza che la Terra era un viscido labirinto pieno d’inganni e gabberie, nel quale solo chi sapeva nuotare riusciva a galleggiare e a sopravvivere, nella migliore delle ipotesi, in una “gabbia di matti”». Ma il fine è un apprendimento itinerante costante, nel quale il metodo, il muoversi a piedi, è parte integrante dello scopo.

Camminare rimane comunque un imperativo anche per chi dalla “gabbia di matti” pensa si dovrebbe uscire. Al tramonto del Rinascimento Tommaso Campanella immagina per la sua Città del Sole un sistema educativo basato sul connubio tra teste e piedi: «li figliuoli, senza fastidio, giocando, si trovano saper tutte le scienze istoricamente prima che abbin dieci anni».

Funziona così. Anziché rimaner chiusi nelle aule, i giovani solariani sono condotti dai loro insegnanti a passeggiare attorno alle mura della città, sulle quali sono dipinte (appunto istoriate), come su un’enorme lavagna in cinemascope, le immagini di tutto ciò che è funzionale al sapere, a partire dalle lettere dell’alfabeto per arrivare alle forme geometriche, alle raffigurazioni di tutti i metalli e minerali, di tutte le piante ed erbe, di tutti gli animali, e poi ancora di tutte le arti e le invenzioni dell’umanità, e dei loro inventori. Nella cupola e sulle pareti del tempio infine sono raffigurate le stelle e i pianeti.

Gli scolari della Città del Sole imparano nel corso dei loro giri a leggere e a fare di conto, e apprendono gradualmente tutte le nozioni scientifiche basilari. Chi fatica un po’ a comprendere o a concentrarsi ripeterà più volte il giro e fruirà in contropartita di un maggiore allenamento corporeo. Ambulando discitur, in senso strettamente letterale. Per il momento però si tratta ancora di una camminata urbana, o almeno circumurbana: per Campanella e per i suoi contemporanei, Bacone e Galileo soprattutto, la scienza si fa con l’esperimento, in laboratorio, più che con l’osservazione sul campo. E tuttavia le scoperte geografiche e l’incontro con ambienti e popoli nuovi stanno preparando la trasformazione della mentalità. Nei secoli successivi l’invito sarà a uscire dalle città e dalle aule per studiare la natura attraverso il contatto diretto.

2. Non insisto oltre in questo gioco di risalita a monte perché è evidente che si rischia, e più che mai su un tema come questo, di trovare indizi e precursori a ogni passo. Penso comunque abbia ragione Leslie Stephen quando sostiene che tAll great men of letters have, therefore, been enthusiastic walkers (exceptions, of course, excepted).utti i grandi uomini di lettere sono stati entusiasti escursionisti (anche qui, naturalmente, con qualche eccezione). Lo penso perché Stephen si riferiva al mondo letterario anglosassone, nel quale poteva pescare quasi a colpo sicuro.

A suo giudizio, ad esempio, Shakespeare oltre a essere uno sportivo ebbe ben chiaro il collegamento tra i piedi e un cuore allegro, ethat is, of course, a cheerful acceptance of our position in the universe founded upon the deepest moral and philosophical principles.His friend, Ben Jonson, walked from London to Scotland. il suo collega Ben Jonson lo aveva talmente chiaro che si spostava normalmente a piedi da Londra alla Scozia.

In effetti Jonson possedeva un acuto senso dell’umorismo, col quale esponeva al ridicolo le debolezze umane; e stando alla teoria degli umori che aveva sposato (i quattro maggiori fluidi del corpo umano – malinconia, iracondia, flemma e sangue – nelle loro differenti miscele percentuali determinerebbero il carattere dei singoli individui), il movimento favoriva il prevalere di quelli positivi (ma non sempre, se è vero che sfuggì per un pelo all’impiccagione dopo aver ucciso in duello un attore della sua compagnia).

Da qui pertanto il nostro principale riferimento sarà proprio la cultura anglosassone. Con ogni probabilità anche nel resto dell’Europa i letterati camminavano, ma a differenza degli inglesi non ne facevano menzione, non la consideravano un’attività degna di nota (quando addirittura non se ne vergognavano). In Inghilterra è invece sottolineata1. Izaac Walton l’autore de The Compleat Angler, la bibbia dei pescatori, racconta nel suo libro di biografie Lives of John Donne, Henry Wotton, Rich’d Hooker, George Herbert, & C, che il vescovo Richard Hooker, dopo aver percorso quattrocento chilometri per recarsi a omaggiare un alto prelato suo padrino, si vide regalare da quest’ultimo «un cavallo che mi ha portato per un sacco di miglia lungo tutta la Germania, e grazie a Dio con molta facilità», in altre parole un robusto bastone da passeggio con la raccomandazione di tornare quando l’avesse consumato. Walton stesso faceva passeggiate di una trentina di chilometri tutte le mattine prima di sedersi con la canna sulle rive di un torrente.

Ma a quanto pare proprio tutti si dedicavano all’esercizio ambulatorio, dai filosofi come Thomas Hobbes e Jeremy Bentham agli scrittori come Jonathan Swift, Henry Fielding e Oliver Goldsmith (quest’ultimo era un camminatore vigoroso, e viaggiò a piedi sul continente per due anni, a metà del Settecento, avendo come bagaglio un flauto e poco più). Persino il dottor Johnson, la cui mole non era trascurabile e del quale non si può certo dire che fosse un cuore allegro, macinava un sacco di strada, e dopo un’andata-ritorno di cinquanta chilometri scriveva che la sua malinconia si era un po’ dissipata.

Tuttavia rimaniamo ancora sulla linea dettata da Seneca, della camminata come igiene fisica e mentale, anche quando si va oltre l’assunzione di una sana abitudine. Il fondatore del metodismo, John Wesley, si spostava soltanto a piedi (soprattutto per risparmiare il costo di un cavallo) e la sua attività di predicatore lo portava costantemente in giro per tutta l’Inghilterra, con puntate anche sul continente. Da buon metodista propugnava e prescriveva il camminare per venti o trenta chilometri al giorno come esercizio metodico, come strumento della grazia al pari della meditazione sulle Scritture, per accedere alla santità del cuore e della vita. Igiene spirituale, in questo caso.

Nel corso delle sue peregrinazioni Wesley incrociò probabilmente un altro personaggio singolare, John Thelwall, anche lui conferenziere itinerante ma con differenti motivazioni. Thelwall era un radicale, giacobino, abolizionista, più volte arrestato per i suoi articoli di fuoco e per la sua attività di propagandista, scampato una volta alla forca e sfuggito in un’altra occasione in extremis al linciaggio da parte di una folla inferocita. Quando gli fu impedito di parlare in pubblico a Londra cominciò imperterrito a portare le sue idee e la sua verve in giro per tutto il paese, sottraendosi al controllo e alla censura delle autorità col muoversi sempre a piedi lungo itinerari improvvisati.

In una sua raccolta di saggi, The Peripatetic; Or, Sketches of the Heart, of Nature and Society, pubblicata nel 1793, usa il viaggio a piedi come pretesto per parlare in verità un po’ di tutto, dai diritti delle donne e degli schiavi alla povertà nelle campagne, dai guasti della società classista alle meraviglie della natura in pericolo. Tutti argomenti che Thelwall conosceva bene proprio per il suo modo di spostarsi, che gli consentiva un diretto contatto con le realtà e i problemi del paese. Ma questi spostamenti sono appunto una strategia operativa quando li compie e un pretesto narrativo quando li racconta. Scrive a William Wordsworth, presso il quale per un certo periodo aveva trovato rifugio: «Sto pensando di esplorare l’Inghilterra, ma in un modo umilmente evangelico: cioè a piedi». Lo scopo è vivere francescanamente le proprie idee: il camminare è un mezzo, al quale viene anche conferito un legame sapienziale con la Grecia antica. Annota infatti: «sotto un aspetto almeno, posso vantare una rassomiglianza con la semplicità degli antichi saggi: porto avanti le mie meditazioni a piedi». In questa pratica non c’è, in effetti, nulla di nuovo, semmai è un ritorno all’antico.

Quando esce la raccolta di Thelwall, il primo segnale esplicito di un cambiamento nella considerazione del camminare, del passaggio da gesto naturale a gesto prevalentemente culturale, in realtà è già arrivato: ma non dall’Inghilterra. Questo passaggio avviene nel momento in cui non solo il gesto è raccomandato per le sue positive ricadute igieniche, fisiche, psicologiche e spirituali, ma si comincia a rifletterci sopra e a scriverne. Quando da scenario e fondale, o pretesto, per la scrittura, diventa oggetto della scrittura stessa. La camminata “culturale” diventa cartesiana, è fissata in coordinate letterarie autonome. Viaggiare a piedi si trasforma in un fine in sé, le esperienze che è possibile fare lungo il cammino vanno a sostituire la meta come scopo del viaggio.

Ora, non è nemmeno del tutto vero che nel corso del Settecento questi segnali in Inghilterra non ci siano. È probabile piuttosto che vengano avvertiti meno proprio perché il passaggio è meno traumatico, perché è già maturata una maggiore abitudine. Come spiega Rebecca Solnit nella Storia del Camminare, è in atto da qualche tempo sull’isola una mutazione del gusto, che si manifesta ad esempio nel prevalere del modello di giardino all’inglese. Questo tende a essere sempre più conforme alla natura, a imitarla, fino a confondersi con quella che sta oltre la cinta, nei campi liberi.

Col tempo anche gli aristocratici e i benestanti, che prima si limitavano a percorrere il perimetro dei loro parchi, sono indotti a oltrepassare la cinta e a spingersi sempre più all’esterno. Non solo: quando lo spazio esterno da luogo del disagio e del pericolo diviene scenario del pittoresco, di esso cominciano godere anche quelle classi cui la passeggiata in giardino era preclusa e che a loro volta maturano un rapporto diverso con l’ambiente naturale e un conseguente stimolo a riscoprirlo.

Il mutamento del gusto procede, infatti, da un’accelerata trasformazione delle condizioni materiali del viaggio. Fino alla seconda metà del XVIII secolo viaggiare a piedi (così come in altri modi) rimaneva sia difficoltoso che pericoloso ed era considerato anche disdicevole. Le condizioni delle strade erano pessime, le campagne e gli immediati dintorni delle città erano infestati da ladri e malfattori. Camminare da soli su una via pubblica rendeva immediatamente sospetti: solo i poveracci o i malviventi lo facevano. Oltretutto, sia i primi che i secondi erano aumentati in maniera esponenziale dopo i disordini politici del Seicento, con l’avanzata della rivoluzione industriale e con il diffondersi delle recinzioni. Erano contadini cacciati dalla loro terra, sradicati che seguivano i ritmi di saltuari lavori stagionali, soldati smobilitati che vagavano per il paese, privi di ogni prospettiva di lavoro e di stabilità.

Si spiega allora perché ancora nei primi anni ottanta del Settecento il saggista tedesco Karl Philipp Moritz, lettore e discepolo di Rousseau, impegnato in un pedestrian tour in Inghilterra, incontrasse l’ostilità violenta dei contadini e non fosse accolto nelle locande (è quanto capita anche al protagonista di un romanzo di Henry Fielding, Joseph Andrews). Moritz si muoveva appunto inseguendo le suggestioni di Rousseau (e portava nello zaino il Paradiso Perduto di Milton), ma rispetto all’Inghilterra era in anticipo sui tempi.

Vent’anni dopo avrebbe trovato per strada, oltre ai nobili stravaganti, diversi intellettuali, personaggi eccentrici che sceglievano di proposito di camminare nel mondo, a contatto con la natura, mescolati agli umili (le camminate “evangeliche” di Wesley e di Thelwall o quelle spensierate di Wordsworth e De Quincey). Sono scelte dettate dalle trasformazioni epocali che gli avvenimenti di fine secolo inducono nella mentalità e nel costume, ma su esse agisce anche, sia pure di rimpallo, il deciso miglioramento sia della qualità che della sicurezza delle strade.

Le nuove tecniche di pavimentazione stradale, e di lì a poco le prime ferrovie, avvicinano infatti o rendono accessibili ai veicoli per il trasporto di passeggeri e al traffico commerciale luoghi che un tempo potevano essere raggiunti solo a piedi. Camminare è quindi sempre meno una necessità, è un’attività sempre più svincolata da una meta o da uno scopo strumentale e, quando intesa in tal senso, da esercitarsi possibilmente al di fuori degli itinerari di transito comune, in luoghi eletti. Come scriverà Thoreau: «Camminando ci dirigiamo naturalmente verso i prati e i boschi: cosa sarebbe di noi, se ci fosse dato camminare unicamente in un giardino o lungo un viale?».

Andare a piedi non diventa quindi solo un modo più rispettabile di viaggiare, è anche un modo per affermare una discontinuità e una ribellione al modello di vita aristocratico. In mezzo c’è stata la Rivoluzione francese, c’è un messaggio nuovo, che soprattutto nei primi anni affascina ed eccita le generazioni più giovani.

3. Il segnale di cui si parlava arriva appunto dalla Francia. E proprio con Jean-Jacques Rousseau. Il ginevrino aveva camminato moltissimo in gioventù, per motivazioni economiche prima ancora che ideali. A sedici anni, con una decisione improvvisa, lascia Ginevra e si mette per strada, continuando a girovagare a lungo tra Savoia, Svizzera e Delfinato. Col tempo, e complice il filtro operato dalla memoria, maturerà un profondo rimpianto per quei vagabondaggi.

Ho viaggiato a piedi soltanto ai miei bei giorni, e sempre con gioia […] mentre prima nei miei viaggi provavo solo il piacere di camminare, da quel momento non ho più sentito altro che la smania di arrivare.

Si noti, parla del piacere di camminare. Non di necessità, non di vantaggi, non di abitudine. Del puro piacere. Rousseau scrive le Fantasticherie del passeggiatore solitario e le Confessioni mezzo secolo dopo, poco prima di morire (nel 1778), ed è in queste opere che entra scena per la prima volta ufficialmente il camminatore moderno.

Ero giovane, pieno di salute, viaggiavo e viaggiavo a piedi, e viaggiavo solo. Ci si potrebbe stupire che io consideri quest’ultima cosa un vantaggio, ma significherebbe non conoscere la mia indole. Non ho mai tanto pensato, non sono mai tanto esistito, non ho mai tanto vissuto e non sono mai stato tanto me stesso, se così posso dire, come nei viaggi che ho fatto da solo e a piedi […].Nelle Confessioni annota – Non riesco a meditare se non camminando. Appena mi fermo, non penso più, e le testa se ne va in sincronia coi miei piedi […]. La campagna è il mio studio. La vista di un tavolo, della carta e dei libri mi affligge […].

Non è più una condizione temporanea e intermedia tra due momenti o eventi significativi, e nemmeno una parentesi, abituale quanto si voglia, necessaria, capace di creare dipendenza, ma sempre e comunque al servizio o in vista di qualcos’altro – la salute, la santità, ecc…; è un modo d’essere, anzi, la punta di un modo d’essere.

La marcia ha qualcosa che anima e ravviva i miei pensieri: non riesco quasi a pensare quando resto fermo; bisogna che il mio corpo sia in moto perché io vi trovi il mio spirito. La vista della campagna, il susseguirsi di spettacoli piacevoli, l’aria aperta, il grande appetito, la buona salute che acquisto camminando, la libertà dell’osteria, la lontananza da tutto ciò che mi fa pesare la dipendenza, da tutto ciò che mi richiama alla mia condizione, è quanto affranca la mia anima, ispira più fiducia al mio pensiero, in qualche modo mi lancia nell’immensità degli esseri per combinarli, sceglierli, appropriarmene a mio piacimento, senza imbarazzo e senza paura.

Nelle dieci Passeggiate che compongono le Fantasticherie, non c’è una descrizione dettagliata degli itinerari, sono pensieri buttati giù in associazione libera, quelli che possono appunto nascere nel corso di una passeggiata. Il camminare diventa quindi un mezzo letterario: detta i ritmi del discorso, giustifica le digressioni, fornisce sfondi mutevoli e quindi spiega le variazioni dello stile. Il rapporto tra pensiero e camminata è analizzato nel dettaglio: non vengono rappresentate solo le meditazioni, ma occupano un ruolo di primo piano le circostanze che le hanno fatte scaturire, le condizioni “materiali”. E questo avviene già a partire dal titolo.

Se è vero che il primo segnale del cambiamento di attitudine arriva da Rousseau, ad amplificarlo sono però William Wordsworth e la cerchia intellettuale che venne a formarsi attorno a lui e a Coleridge. Nel 1790 il futuro cantore delle brughiere, all’epoca studente ventenne in attesa dell’ammissione a Cambridge, partiva con un compagno di studi per un viaggio a piedi di duemila miglia attraverso la Francia, con sconfinamento in Svizzera e al di qua delle Alpi.

Fu una marcia a velocità militare / […] Di giorno in giorno, alzati presto e coricati tardi / di valle in valle, di colle in colle andammo / procedemmo di provincia in provincia / cacciatori intenti alla pista per quattordici settimane.

La scelta di muoversi a piedi e di arrivare in Svizzera (la patria di Rousseau), era già di per sé un atto di anticonformismo, un rovesciamento dei canoni del Grand Tour. I rampolli dell’aristocrazia inglese viaggiavano, infatti, di norma in carrozza, alloggiavano nei migliori alberghi o presso i loro omologhi dei paesi visitati, erano scortati da pedagoghi o valletti.

Quanto alla Svizzera, non era compresa in genere negli itinerari del Tour, perché non offriva molto sotto il profilo dell’arte e delle vestigia classiche; consentiva invece l’immersione in scenari naturali selvaggi e suggestivi e rappresentava per l’epoca l’espressione più avanzata di democrazia. Di questo erano a caccia William e il suo compagno.

Dopo quel viaggio Wordsworth non si ferma più e coinvolge per prima nella sua smania di camminare la sorella Doroty; evidentemente era una malattia di famiglia. Il racconto lasciato da quest’ultima di una marcia di quaranta chilometri nella neve, la vigilia di Natale, per arrivare a casa di amici, ci fa assaporare meglio di qualsiasi spiegazione il succo della nuova disposizione che pervade i due fratelli: «Si viaggiava meravigliosamente, a piedi, sulle colline, in direzione del mare».

Wordsworth non ha scritto trattati o saggi specifici sul camminare, ma tutta la sua poesia, e il Preludio in particolare, sono un inno a questa pratica e al tipo di rapporto che ti fa instaurare col mondo, inteso tanto come natura che ti circonda che come umanità che incontri.

Le strade solitarie
furono scuole in cui quotidianamente leggevo
col maggior diletto le passioni dell’umanità.
Là vedevo nel profondo delle anime.

La svolta impressa da Wordsworth al modo e al senso del camminare prende dunque origine da una motivazione sociale, da una ribellione nei confronti del sistema classista inglese e quindi anche del modello aristocratico di passeggiata o di viaggio: ma presto, sbolliti gli eroici furori dell’infatuazione rivoluzionaria, diventa altro. Subentra il gusto del puro diletto che poi si declina di volta in volta come scoperta della natura, del mondo dei reietti, di se stessi, ma che fondamentalmente ha a che fare con l’auscultare e assecondare il ritmo delle proprie gambe.

A piedi e con cuore leggero mi avvio per libera strada;
in piena salute e fiducia, il mondo offertomi innanzi,
il lungo sentiero pronto a condurmi ove voglia.
D’ora in avanti non chiedo più buona fortuna,
sono io la buona fortuna.
D’ora in avanti non voglio più gemere,
non più rimandare, non ho più bisogno di nulla,
finiti i lamenti celati, le biblioteche, le querule critiche.
Forte e contento mi avvio per libera strada.

Aldous Huxley rilevava che:

Durante gli ultimi cento anni, o quasi, l’affermazione che la natura è divina ed eleva moralmente è stata quasi un assioma. Per un buon seguace di Wordsworth una passeggiata in campagna è equivalente all’andare in chiesa, un viaggio attraverso il Westmoreland ha lo stesso valore di un pellegrinaggio a Gerusalemme.

Poco alla volta Wordsworth contagia gli altri giovani letterati della sua cerchia, primo tra tutti Samuel Taylor Coleridge, che pure non seguiva la dieta migliore per chi ama viaggiare a piedi (come energetico l’oppioOpium-eating is not congenial to walking, yet even Coleridge, after beginning the habit, non è granché e, infatti, la smania del camminare durò in lui solo una decina d’anni) e che comunque parla di camminate di quaranta miglia al giorno in compagnia dell’amico, nel corso delle quali nacquero le Lyricals Ballads. Nella prefazione a queste ultime scrive:

Lo scopo principale che ho avuto, scrivendo questi poemi, è stato quello di rendere interessanti gli avvenimenti di tutti i giorni, rintracciando in essi, fedelmente, ma non forzatamente, le leggi della nostra natura, specialmente per quanto riguarda il modo in cui noi associamo le idee in uno stato di eccitazione.

In questo caso si può pensare che l’eccitazione nasca dalle endorfine secrete dai suoi polpacci per tener dietro all’amico, piuttosto che dal frutto del papavero.

I due si incontrano la prima volta nel 1797, quando Coleridge, dopo aver letto l’opuscolo di Wordsworth che descrive la camminata per tutta la Francia fino alle Alpi, copre di volata trenta miglia per fare la conoscenza di William e Dorothy. Progettano subito un viaggio a piedi nel Devonshire da realizzarsi quell’autunno stesso e pare che La ballata del vecchio marinaio sia stato scritto nella speranza di finanziare le spese di quell’avventura.

I Wordsworth si trasferiscono poi in un cottage prossimo a quello di Coleridge, nel distretto dei Laghi, e da quel momento la zona diventa meta dei pellegrinaggi della meglio gioventù inglese, primi tra tutti John Keats e Thomas de Quincey.

Oppio e sgambate convivono anche in quest’ultimo, che ha iniziato sin da adolescente a vagabondare in proprio per il Galles e l’Inghilterra meridionale, ma che al contrario di Coleridge coltiverà questa passione anche in età matura. Conserva peraltro anche un’ironica schiettezza nei giudizi.

Quando racconta una passeggiata notturna di quaranta miglia, da Bridgewater a Bristol, la sera dopo il primo incontro con Coleridge, ci dice che non riusciva a dormire per l’eccitazione e che approfittò di una notte d’estate «divinamente calma» per camminare meditando sul mesto spettacolo cui aveva assistito: quello di un grande uomo che stava rapidamente decadendo.

Di Wordsworth, come uomo e come poeta, De Quincey è un entusiasta cantore ma questo non gli impedisce di farci sapere che le gambe secche di Wordsworth, la sua costituzione fisica, il modo stesso piuttosto sghembo di camminare, non lasciavano per niente sospettare il camminatore instancabile. Così come le distanze da quello quotidianamente percorse parrebbero non consentire alcuno spazio a un’attenzione minuziosa, quasi scientifica, per qualsiasi fenomeno naturale, mentre Wordsworth riusciva invece a essere tutto questo.

De Quincey non ha scritto saggi specifici sul camminare, ma ha affidato il suo testamento spirituale e il suo credo deambulatorio alla biografia del più straordinario camminatore dei suoi tempi, John “Walking” Stewart, filosofo e riformatore del quale torneremo a parlare.

4. Il teorico ufficiale del gruppo dei pedestrian wanderers romantici è invece William Hazlitt, che ne riassume la filosofia in On Going a Journey (Mettersi in viaggio), nel 1822. Hazlitt non piaceva affatto a Wordsworth, che lo riteneva «una persona non abbastanza corretta per essere ammessa in una società rispettabile», e aveva le sue brave ragioni. Hazlitt in effetti ce la metteva tutta per rendersi sgradevole. Lui stesso confessa:

Io non sono un uomo bonario, nell’accezione comune del termine, ci sono molte cose che mi infastidiscono, oltre a quelle che interferiscono con la mia tranquillità e con i miei interessi. Quindi mi sono fatto molti nemici e pochi amici.

Dal canto suo, dice di Wordsworth: «Vede solo se stesso e l’universo». Non fece dunque camminate in sua compagnia e tendenzialmente non le faceva nemmeno con altri. Condivide l’idea di Rousseau che l’unica camminata buona è quella solitaria.

La cosa che più mi piace al mondo è mettermi in viaggio: ma mi piace andare da solo. Posso godere dei piaceri della società in una stanza, ma fuori della porta la natura è per me più che sufficiente. Non sono mai meno solo di quando sono solo. – e ancora – Non si può leggere il libro della natura se si ha perennemente la necessità di tradurlo per gli altri […] se devo spiegarlo, sto facendo di un piacere una fatica […].

Conoscendosi bene, sottolinea l’importanza di evitare inutili discussioni:One should devote himself entirely to contemplation, this could only be achieved in a true mood of good thinking. «dobbiamo concentrarci su una sola cosa alla volta. Per esempio, non dovremmo litigare, perché ciò rovinerebbe sicuramente la contemplazione». This stresses the relation between loneliness and achievement, in travel man achieves peace with himself instead of quarrelling with the others.Ecco chiarito il rapporto tra la solitudine e la realizzazione: in viaggio, l’uomo raggiunge la pace con se stesso invece di litigare con gli altri. È disposto al più a condividere il cammino quando si tratti di andare «a visitare rovine, acquedotti, mostre di dipinti. Sono cose che parlano all’intelletto, e sopportano che se ne parli».

Dall’altra parte dell’oceano gli fa eco il profeta americano della camminata, il già citato Henry David Thoreau: «Non ho mai trovato il compagno che mi facesse così buona compagnia come la solitudine. L’uomo che viaggia solo può partire oggi; ma chi viaggia in compagnia deve aspettare che l’altro sia pronto» dice in quello che diverrà il testo sacro di generazioni successive di trampers, intitolato appunto Camminare.

Alla base di questa preferenza per il camminare da soli c’è senza dubbio una componente caratteriale individuale, nel senso che già di per sé la scelta di muoversi a piedi su lunghe distanze evidenzia una disposizione o uno stato d’animo particolari, non da tutti (anzi, da ben pochi) condivisibili; e spesso subentra poi anche una sorta di presunzione, il senso di appartenenza a una esigua minoranza di eletti, per i quali è difficile trovare la compagnia giusta.

Ma, e segnatamente nel caso di Thoreau, c’è a volte molto di più, c’è una radicalizzazione del concetto di libertà che sembra potersi esprimere solo nella strenua difesa della sfera individuale. Secondo Thoreau, il vero “camminatore” è colui che sa staccarsi completamente dalla quotidianità e dagli affetti per entrare in una dimensione diversa e superiore, non contaminata dai pensieri e dalle preoccupazioni del vivere “banale”.

Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più; se hai pagato i tuoi debiti, e fatto testamento; se hai sistemato i tuoi affari, e se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino.

È più o meno ciò che chiedeva san Francesco agli aspiranti confratelli: uno straniamento totale rispetto alla “secolarità” dei rapporti, per poter entrare realmente in sintonia con chi e con quanto ci circonda. In questo caso, per Thoreau, la sintonia è cercata solo con la natura, con piante, pietre e animali. È la condizione preliminare necessaria per accedere a qualcosa che va ben oltre il puro piacere o benessere fisico.

Mi allarmo – dice Thoreau – quando, addentrandomi per un miglio in un bosco, mi accorgo di camminare con il corpo senza essere presente con lo spirito. Vorrei, nei miei vagabondaggi quotidiani, dimenticare le occupazioni del mattino e gli obblighi sociali. Ma talvolta non è facile liberarsi delle cose del villaggio. Il pensiero di qualche lavoro si insinua nella mente, e io non so più dove si trova il mio corpo, sono fuori di me. Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso. Perché rimanere nei boschi se continuo a pensare a qualcosa di estraneo a quel che mi circonda?

Con la natura quindi si deve realizzare un rapporto totalmente simbiotico: solo in questo modo è possibile «far ritorno a se stessi», ma non sarà la natura a fare il primo passo, deve essere l’uomo. Scrive: «Se sei un uomo libero allora sei pronto per metterti in cammino», ciò significa che non si diventa liberi camminando, ma si cammina perché si è liberi. Che è una cosa ben diversa.

Se, infatti, camminare ci offre l’opportunità di un contatto diretto con la natura, di riconoscere che a lei apparteniamo e che alle sue leggi dobbiamo uniformarci, ci dice anche che le norme, le convenzioni e le costrizioni dettate dalla società, in quanto assolutamente innaturali, non vanno riconosciute. Il gesto del camminare, quando è un gesto libero, ha già in sé il germe della disobbedienza. Lo scritto più famoso di Thoreau è non a caso il saggio Disobbedienza civile. Il nesso tra questo e le altre sue due opere più conosciute, Walden, ovvero la vita nei boschi e Camminare, è diretto.

Nel 1845 Thoreau va ad abitare in una capanna di legno che ha costruita con le proprie mani presso il lago Walden, nei dintorni di Concord, in un luogo totalmente isolato. Vuole vivere immerso nella natura selvaggia e osservare quanto e come questo stile di vita incida sul suo fisico e sulla sua psicologia. Ma il contatto non può essere sedentario. Per immergersi davvero nella natura deve muoversi, esplorare ogni spanna del territorio che lo circonda. Deve appunto camminare, e spingersi sempre più lontano, inoltrarsi sempre più nella solitudine delle foreste.

Thoreau mette in pratica il pensiero del filosofo trascendentalista Ralph Waldo Emerson, in qualche occasione anche suo compagno di escursioni. Emerson scrive che:

La Natura ti dice di obbedire ai comandamenti dell’aria: di pattinare, nuotare, camminare, cavalcare, correre. Quando avrai consumato le scarpe, avrai vinto la resistenza della pelle, risuolale con le fibre del tuo corpo. La tua salute si misura dal numero di scarpe e cappelli e vestiti che hai consumati. L’uomo più ricco colui è colui che contrae il debito più grande col suo calzolaio.

Per i due anni dell’autoisolamento a Walden l’unico comandamento di Thoreau è di camminare almeno quattro ore al giorno, in direzioni diverse. E ottemperando scrupolosamente si rende sempre più conto di quanto lontani e futili appaiano, rispetto a questa dimensione, le convenzioni sociali.

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita […] volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa […].

Questo “eroico furore” Thoreau non lo ritrova nella letteratura inglese (si riferisce naturalmente ai classici), ma nemmeno potrebbe avvertirlo in alcun camminatore del suo tempo da questa parte dell’oceano, ed è comprensibile, perché non ci sono in Europa i grandi spazi e gli scenari incontaminati che ispirano gli americani, né c’è ad alimentarlo la religiosità naturalistica della quale questi ultimi sono impregnati. La “tensione” di cui Thoreau parla rasenta da un lato il trasporto mistico, dall’altro lascia trapelare le ambiguità di un rapporto quasi gesuitico con la natura.

Dovremmo avanzare, anche sul percorso più breve, con imperituro spirito d’avventura, come se non dovessimo mai far ritorno, preparati a rimandare, come reliquie, i nostri cuori imbalsamati nei loro desolati regni.

Dà voce a un sentire che è comunque già diffuso, che trova ad esempio espressione e alimento nella prima metà dell’Ottocento nei libri di Washington Irving e di Fenimore Cooper e nei pittori della scuola dello Hudson River, soprattutto in Thomas Cole e in Frederic Church, che caratterizzerà nei successivi due secoli tutta la letteratura e la cultura in genere americana.

La pressione del mio piede sulla terra ne fa sgorgare mille affetti che si beffano d’ogni sforzo che compio per descriverli – scriverà Walt Whitman.

È un sentire legato al mito della frontiera, di un mondo totalmente vergine sotto l’aspetto naturalistico e aperto sotto quello sociale, che diventa luogo della possibile libertà e del riscatto individuale. Le ambiguità di questo sentire, che riescono evidenti nella sopravvivenza dell’istituto della schiavitù sino a oltre metà Ottocento e più ancora nel modo in cui viene risolto il problema dei nativi, caratterizzeranno anche in maniere più sottili l’esperienza americana.

Al momento in cui viene pubblicato Camminare è già in moto un capillare processo di spettacolarizzazione di tutti quegli aspetti che Thoreau riteneva peculiari e distintivi (del paesaggio, ad esempio, con le grandi mostre panoramiche di Bierstadt e Moran, della vita di frontiera, con i quadri e più ancora con le incisioni di Remington e Russell, dello stesso fenomeno del vagabondaggio, che da Huckleberry Finn in poi darà vita al filone letterario più prolifico della letteratura yankee).

5. L’eredità spirituale di Thoreau è raccolta ed esemplarmente vissuta da John Muir, naturalista, alpinista e precursore dell’odierno ambientalismo. Muir scrive:

Mi piace camminare, toccare la vivente madre terra – meglio se a piedi nudi e con un brivido a ogni passo. Arrivo a invidiare i rettili felici che hanno tanta parte del corpo a contatto con la terra, petto a petto. […] Viviamo con i nostri tacchi così come la testa.

Non è sempre stato così. Originario della Scozia, emigrato in America a nove anni, dotato di un notevole ingegno pratico, Muir ha lavorato sino a trent’anni nel settore industriale, realizzando anche alcune notevoli invenzioni. Già in gioventù amava molto camminare e copriva spesso lunghi percorsi nelle zone più incontaminate degli Stati Uniti settentrionali e del Canada, ma nel 1867 un incidente, nel quale va molto vicino a perdere la vista, gli cambia la vita. Molla tutto e intraprende un viaggio a piedi di duemila miglia da Indianapolis sino al Golfo del Messico: di lì, dopo aver traversato l’Istmo, risale sino alla California (poi raccontato ne A Thousard Mile Wolk to Gulf).

L’idea iniziale era quella di percorrere tutta l’America Meridionale sino a Capo Horn, ma una malattia prima e l’incontro con le foreste californiane dopo mutano il suo progetto. Diverrà lo scopritore e il propagandista delle meraviglie di Yosemite e farà partire il primo piano per la costituzione di parchi naturalistici negli Stati Uniti, mettendo tutta la sua inventiva e la sua praticità operativa al servizio della nuova causa. Con gli occhi miracolosamente ritrovati dopo un periodo di totale cecità vede il mondo in una luce nuova.

Questa grande rappresentazione è eterna. È sempre l’alba da qualche parte, la rugiada non è mai completamente assorbita nello stesso tempo, una cascata dura per sempre, e il vapore si alzerà sempre, albe eterne, tramonti eterni, sui mari e sui continenti sulle isole, ognuno a sua volta mentre la terra rotonda gira.

Nel suo libro più famoso, La mia prima estate sulla Sierra, riassume così la sua esperienza: «Ero solo uscito a fare due passi, ma alla fine decisi di restare fuori fino al tramonto, perché uscire, come avevo scoperto, in realtà voleva dire entrare». Ha scoperto cioè che «in ogni passeggiata nella natura l’uomo riceve molto di più di ciò che cerca»; ma nel suo caso si tratta di una vera e propria rivelazione. È l’idea dell’appartenenza umana a un Tutto, dell’universo come di un unico, indissolubile organismo.

È molto più probabile che la natura abbia creato gli animali e le piante per la loro stessa felicità piuttosto che per la felicità di uno solo dei suoi elementi. Perché l’uomo dovrebbe reputarsi più importante di una entità infinitamente piccola che compone la grande unità della creazione? L’universo sarebbe incompleto senza l’uomo; ma sarebbe incompleto anche privo della più microscopica creatura che vive al di là della nostra vista e conoscenza presuntuosa.

Proprio la presunzione umana è all’origine del degrado del mondo.

Inquinamento, contaminazione, desolazione, sono parole che non sarebbero mai state create se l’uomo fosse vissuto secondo natura. Uccelli, insetti, orsi muoiono e si disfano in modo pulito e bello.

Per questo il camminare ha senso, un altro superiore senso, solo nelle zone selvagge. E per questo tali zone vanno salvaguardate.

Non importa in quale degradazione l’uomo possa sprofondare, da parte mia non perderò mai la speranza finché i più umili continueranno a amare ciò che è puro e bello, e saranno in grado di riconoscerlo vedendolo.

Thoreau e Muir, quest’ultimo soprattutto, estremizzano dunque quella sfumatura particolare che fa la differenza tra le due scuole, americana e inglese. Riguarda l’idea del contatto con una terra selvaggia, nella quale il camminare crea una forma di tensione in più, data dalla scoperta continua ma anche, sotto sotto, dalla sfida al pericolo.

La natura era qualcosa di selvaggio e terribile benché bellissimo […] Qui non c’erano giardini ma il globo incontaminato. Niente prati né pascoli né coltivazioni né boschi né terre arabili né incolte né desolate.

E, naturalmente, della necessità di preservarla intatta. Nel caso di Muir si aggiunge un fervore quasi mistico, tipico di tutti coloro che ricevono la rivelazione in circostanze drammatiche.

La linea di Thoreau e di Muir è portata avanti, a cavallo tra i due secoli e poi nel Novecento, da un folto gruppo di pensatori-camminatori che traducono il pensiero “conservazionista” americano in un vero e proprio culto della Wilderness. Nel modello americano il camminare assume sempre più i tratti di un rito iniziatico, che accompagna il passaggio da un embrionale ambientalismo alla professione di fede nella natura. Sigurd Olson scrive:

Durante gli anni del mio girovagare nel grande Nord canadese scoprii l’importanza degli spazi aperti. In quelle spedizioni c’era il tempo di pensare durante lunghe ore di marcia o di ininterrotto pagaiare, ed io appresi che la vita è una serie di orizzonti aperti, senza che mai uno termini prima che in lontananza già ne appaia un altro – e ancora – Ho ho scoperto in una vita di viaggi in regioni primitive, vedendo persone che vivono nel deserto e lo usano, che c’è un nocciolo duro di necessità di deserto in tutti, un nucleo che fa dei suoi valori spirituali una necessità umana di base. Se non potremo preservare i luoghi dove il bisogno umano di infinito spirituale può essere soddisfatto e nutrito, distruggeremo la nostra cultura e noi stessi.

Olson è un camminatore che non tiene più il conto di tempi e distanze: la sua è una progressiva immersione-identificazione nella natura, e nella dimensione che vuole raggiungere i tempi e le distanze non esistono.

Lo stesso atteggiamento caratterizza Robert “Bob” Marshall, il fondatore della Wilderness Society, che pure è un marciatore leggendario e che, rimpiangendo di non essere vissuto un secolo prima e di non aver potuto partecipare all’epopea dell’esplorazione dell’Ovest, cerca di rifarsi negli sconfinati spazi dell’Alaska.

La “consacrazione” definitiva del camminare si avrà però nella seconda metà del Novecento, con Gary Snyder, guru della new age, autore de Il mondo selvaggio, guida materiale e spirituale di Jack Kerouac in una stagione escursionistica sulle Montagne Rocciose (è il Japhy Ryder de I vagabondi del Dharma). Dopo una serie di esperienze che spaziano dall’alpinismo al rapporto con la Beat generation e con i nativi americani, Snyder approderà infine all’ecologia del profondo e al buddismo, iniziandosi anche alla pratica dello Shu-gen-dō, un’antica religione giapponese che si fonda proprio sul camminare.

Facciamo un passo indietro e torniamo in Europa2. Anche Søren Kierkegaard, l’omologo “urbano” ed europeo di Thoreau, ama camminare da solo ma, invece che in mezzo ai boschi, cammina in città nella sua Christiania, scaricando lungo le vie cittadine le fobie e le nevrastenie accumulate in un’infanzia difficile.

Ha imparato sin da bambino a pensare camminando (o a camminar pensando) tra le mura domestiche, perché il padre, per non farlo uscire di casa, passeggiava con lui avanti e indietro per le stanze di casa. Quando entra nell’adolescenza la consuetudine è trasportata fuori, e quando il padre viene meno Søren la perpetua in solitaria.

Gli piace camminare da solo, ma in mezzo alla gente, avendo contatti, incontri rapidissimi e casuali e alla lunga necessariamente ripetuti: questo gli permette di studiare i suoi simili da vicino ma con un distacco da entomologo, e salvaguarda le sue paure. Così come, a detta della sorella Dorothy, lo studio di Wordsworth erano «il giardino e le colline là fuori», Kierkegaard considera le strade di Christania la sua «sala di ricevimento» e assieme laboratorio.

Nel diario afferma di aver composto tutte le sue opere camminando e in una delle Lettere a Jette scrive:

Camminare è la grande avventura, la prima meditazione: è un addestramento del cuore e dell’anima per l’umanità. […] Soprattutto, non perdere la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata […] ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati […] Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.

Non è difficile immaginare come il suo eterno vagabondaggio per le vie di Christania sia percepito dai concittadini: chi non lo considera completamente pazzo lo bolla quantomeno come un ozioso. È quanto capita a quasi tutti i camminatori urbani: Charles Lamb e lo stesso Dickens lo sottolineano spesso nei loro racconti. D’altro canto, come scriverà Leslie Stephen,

le peregrinazioni urbane, sia pure deliziose, hanno a che vedere solo relativamente con ciò che intendiamo per camminare. Sui marciapiedi il passo è imposto anche dagli altri, ci si arresta per vedere o sentire, per salutare qualcuno o per evitare di incontrare qualcun altro. Nelle strade di campagna si coglie la vera estasi dell’oscillazione lunga, ininterrotta, degli arti, il bagliore armonioso di corpo e mente, l’animo che si nutre, cervello e muscoli che si esercitano allo stesso modo.

6. Un altro filosofo deambulante, legato al camminare da una dipendenza che sfiora, e a un certo punto supera, il confine del patologico, è Friedrich Nietzsche. Nietzsche, guarda caso, perde il padre a quattro anni. Quando si consideri che in una situazione più o meno analoga vengono a trovarsi anche Wordsworth, Rimbaud, Gorkji, London, Hamsun, praticamente tutti coloro nei quali ci si imbatte in una ricerca sul camminare, è difficile pensare a una serie di pure coincidenze. Qualche nesso tra la perdita del padre e la camminata quasi compulsiva, la ricerca spasmodica, deve esserci. Potrebbe magari essere la fuga da una figura materna che diventa troppo presente.

Comunque, come tutti i nordici, e i prussiani in particolare, Nietzsche comincia a marciare giovanissimo e consolida l’abitudine negli anni degli studi e durante il periodo dell’insegnamento, quando nei mesi estivi si reca a camminare con amici o colleghi nella Foresta Nera. Scrive a casa resoconti entusiasti delle sue escursioni. «Cammino molto, attraverso i boschi, e ho fantastici colloqui con me stesso».

Ben presto però le condizioni di salute (soffre di terribili emicranie) lo costringono a lasciare l’insegnamento universitario. L’esercizio fisico del cammino diventa allora una vera e propria ossessione, oltre che una terapia.

Se solo potessi avere una casetta da qualche parte; come qui, camminerei sei-otto ore al giorno, formulando pensieri che poi butterei di getto sulla carta.

E questo perché in Nietzsche diventa esplicita l’indicazione del corpo camminante come «filo conduttore del pensiero», supporto in movimento della creazione filosofica:

Di quando in quando, cammin facendo, scribacchio qualcosa su un foglio, non scrivo nulla a tavolino, ci pensano poi i miei amici a decifrare i miei scarabocchi.

Trova il luogo ideale per questa pratica a Sils Maria, in Engadina, e comincia a trascrivere i soliloqui ne Il viandante e la sua ombra, dove afferma che:

bisognerebbe ogni tanto star lontano dai libri per sei mesi e camminare soltanto.

Ciò che per Thoreau erano le foreste, per lui sono le montagne. Non basta camminare, è importante camminare in salita, raggiungere luoghi elevati per ottenere le rivelazioni fondamentali.

Bisogna salire ancora un bel tratto, lentamente, ma sempre più in alto, per arrivare a un punto da cui la vista possa spaziare liberamente sulla nostra vecchia civiltà.

In questo senso, Nietzsche si rifà alla tradizione millenaria che lega l’esperienza del distacco e della solitudine alla faticosa conquista di un luogo impervio e alle suggestioni del paesaggio nel quale questo luogo è inserito. Le intuizioni chiave scaturiscono per lui da ore di esercizio del cammino, di intenso sforzo muscolare, e sono originate da improvvise epifanie: il panorama che si apre inaspettato a una svolta del sentiero o valicando un colle, il contadino incrociato nella calura meridiana, come apparso dal nulla. L’idea stessa dello Zarathustra nasce da uno di questi incontri, e il profeta si presenta così:

Io sono un viandante che sale su pei monti.

È certamente un modo di camminare diversissimo da quello di Kierkegaard, ma anche da quello di Wordsworth. A dispetto dei ripetuti richiami «alla danza in tutte le sue forme, al saper danzare coi piedi, coi concetti, con le parole, con la penna», rimane l’impressione di un passo pesante, faticoso, di un esercizio ascetico attraverso il quale riscattare una salute precaria. In effetti insiste molto sull’ascetismo militaresco, sulla disciplina che deve imporre al proprio corpo per potenziare forze vitali non eccelse.

Dopo l’abbandono dell’insegnamento Nietzsche entra in un decennio di vita sempre più errabonda, trascorsa in gran parte in Italia, nel corso del quale nascono le sue opere più importanti; e il camminare è ormai la condizione fondamentale per il suo pensiero.

Noi non siamo di quelli che riescono a pensare solo in mezzo ai libri – è nostra consuetudine pensare all’aria aperta, camminando, saltando, salendo, danzando, preferibilmente su monti solitari o sulla riva del mare, laddove sono le vie stesse a farsi meditabonde.

Nella ricerca costante di un luogo consono alla sua salute il primo criterio di scelta è la possibilità di fare passeggiate. A Genova:

Bene, questo si che si chiama camminare. Me ne vado in giro per sei e anche otto ore. In verità ho proprio quel genere di vita che desideravo tanto prima

mentre Venezia ha il difetto di non essere una città per chi ama le passeggiate – e io ho bisogno di camminare le mie sei-otto ore all’aria aperta.

Ormai cammina sempre da solo, sempre più alla maniera di Hazlitt, e parla di se stesso in prima persona plurale. È perennemente impegnato ad auscultarsi, a controllare il motore fisiologico del suo pensiero.

Stato di ispirazione profonda. Tutto concepito per strada nel corso di lunghe camminate. Estrema elasticità e pienezza corporea – e questa condizione diventa ossessiva – Stare seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento – che non sono una festa anche per i muscoli. Tutti i pregiudizi vengono dagli intestini. Il sedere di pietra è il vero peccato contro lo spirito santo.

Di qui discende anche il modello critico per la valutazione dei libri e del pensiero altrui.

Oh, come siamo rapidi nell’indovinare in che modo quel tale è pervenuto ai suoi pensieri, se stando a sedere davanti al calamaio, col ventre sottoposto a compressione, col capo curvo sulla carta; oh, come si fa presto a liquidare anche il suo libro! I visceri costretti in una morsa si tradiscono, ci puoi scommettere, così come si tradisce l’atmosfera della stanza, il suo soffitto, la sua strettezza.

Questa necessità di distinguersi, il disprezzo ostentato per i sederi di pietra, non fanno che confermare l’impressione di un radicalismo da neo-convertito, di una sorta di astio da rivincita su un fisico che non lo sorregge adeguatamente: tanto più se si considera l’importanza che la corporeità viene a assumere nell’economia di un pensiero “dionisiaco”.

Così, quando cominciano a presentarsi problemi alla schiena e non è più in grado di tenere certi ritmi, tornano le emicranie. Ed è la fine. Le ultime passeggiate Nietzsche le farà in manicomio, scortato dalla madre.

7. Nell’Inghilterra vittoriana non sono i filosofi ma ancora i letterati a teorizzare sui modi e sui piaceri del camminare. Quasi a prefazione dei libri di viaggio che compariranno negli anni immediatamente successivi (tra i più famosi Viaggio nell’entroterra in canoa tra Belgio e Francia, Viaggio nelle Cévennes in compagnia di un asino, Edimburgo e tre passeggiate a piedi. A zonzo tra Scozia e Inghilterra) Robert Louis Stevenson pubblica nel 1876 una riflessione sull’andare a piedi (Walking Tours), nella quale riprende in gran parte Hazlitt.

Stevenson in realtà tanto vittoriano non è, anzi, è un irregolare che andrà a cercare dall’altra parte del globo, nei Mari del Sud, un’atmosfera più respirabile.

Qui sono tutti così occupati e hanno così tanti progetti futuri da realizzare e castelli in aria di trasformare in solidi palazzi abitabili su un terreno ghiaioso, che non possono trovare alcun tempo per viaggi di piacere nella terra del pensiero e tra le colline della fantasia.

Non a caso ha esordito come critico letterario con due saggi rispettivamente su Whitman e su Thoreau. E tuttavia, quando esplicita sue le motivazioni, la differenza balza agli occhi: «Per quanto mi riguarda, io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Io viaggio per amor del viaggio. Il tutto è solo muoversi». Il rapporto con la natura è senz’altro piacevole, ma non rappresenta a suo parere la motivazione chiave.

Il paesaggio in un giro a piedi è abbastanza accessorio Chi è davvero della fratellanza non viaggia alla ricerca del pittoresco, ma di certi umori allegri – della speranza e dello spirito con cui la marcia inizia al mattino, e della pace e della reintegrazione spirituale del resto della serata. Non può dire se si mette su lo zaino, o lo toglie, con più gioia.

Non si distingue solo dagli americani, rimprovera infatti a Hazlitt certi eccessi.

Io non approvo tutto questo saltare e correre. Entrambe le cose affrettano la respirazione; entrambe distraggono il cervello dalla sua gloriosa confusione a cielo aperto; ed entrambe rompono il ritmo. La marcia irregolare a piedi non è così piacevole per il corpo, e distrae e irrita la mente. Bisogna considerare che una volta che si è ritmati su un passo uniforme, non è più necessario alcun pensiero cosciente per tenere quel passo, ma esso ti impedisce di pensare seriamente a qualsiasi altra cosa.

Qui dunque la mistica non c’entra per nulla, queste sono già indicazioni “tecniche” e sono intese a un’accezione sportiva, anche se tutt’altro che agonistica, della camminata. Stevenson, infatti, non vuole “né andare di trotto a fianco di un campione del camminare, né trascinare i piedi nel tempo con una ragazza.” Non intende ridursi come chi “percorre a piedi una distanza semplicemente inconcepibile per stupire e brutalizzare se stesso, e arriva all’albergo, la sera, con una sorta di gelo sui cinque sensi, e una notte di buio senza stelle nello spirito. Non è per costui la serata luminosa e mite del camminatore temperato! Non gli rimane nulla se non il bisogno fisico di andare a dormire e di un berretto da notte; e persino la pipa, se è un fumatore, sarà insipida e priva di incanto.”

Insiste molto su questo tema della sera:

Ma è di notte e dopo cena, che viene l’ora migliore. Non ci sono sigari paragonabili a quelli che seguono un buon giorno di marcia; il sapore del tabacco è una cosa da ricordare, è così secco e aromatico, così pieno e così bene. Se si finisce la sera con un grog, ci si accorge di non aver mai bevuto un grog paragonabile a questo; a ogni sorso una tranquillità sollazzevole si diffonde sui tuoi arti e arriva facilmente al tuo cuore. Se leggi un libro – e non lo farai mai, per cui puoi anche saltare questo pezzo – trovi la lingua stranamente filante e armoniosa.”

L’altro tema che ricorre costantemente è quello della percezione diversa del tempo:

Non tenere conto delle ore per tutta la vita equivale, starei per dire, a vivere per sempre. Non avete idea, a meno di aver provato, di quanto infinitamente lungo è un giorno d’estate che si misura solo dalla fame e che ha termine solo quando si ha sonno.

8. Una versione “borghese” del camminare alla Stevenson, dalla quale sono ormai ben lontani i sottintesi anticonformisti di Wordsworth, è proposta ne In Praise of Walking (1881) dal padre di Virginia Woolf, Leslie Stephen. Camminare è per Stephen “una ricreazione”:

Camminare è tra le ricreazioni ciò che l’aratura e la pesca sono tra le fatiche industriali: è un’attività primitiva e semplice,it brings us into contact with mother earth andì che ci porta a un contatto con la madre terra e con launsophisticated nature; natura non sofisticato;it requires no elaborate apparatus and no extraneous excitement. non richiede macchinari complicati e non c’è emozione estranea. È adatta anche per i poeti e filosofi.

Sgombra quindi il terreno da significati mistici, da ricerche di rivelazioni salvifiche:

Il vero camminatore è colui per il quale la ricerca è di per sé incantevole; che non è tanto presuntuoso da considerarsi immune da un certo compiacimento per la prestanza fisica necessaria per la sua ricerca, ma per il quale l’impegno muscolare delle gambe è secondario rispetto alle attività “cerebrali” stimolate dallo sforzo,to the quiet musings and imaginings which arise most spontaneously as he walks, and generate the intellectual harmony which is the natural accompaniment to the monotonous tramp of his feet. alle riflessioni e alle fantasie tranquille che sorgono più spontaneamente quando si cammina, e generano quell’armonia intellettuale che è l’accompagnamento naturale per il vagabondare monotono dei suoi piedi.

Anche quando riprende quasi letteralmente le argomentazioni di Stevenson, il tono risulta ancora più laico: sembra sempre voler mantenere la giusta distanza tra il suo camminare ricreativo e il marciare professionale o semiprofessionale.

Il giorno in cui sono stato pienamente iniziato ai misteri è segnato da una pietra bianca.It was when I put on a knapsack and started from Heidelberg for a march through the Odenwald. È stato quando ho preso su uno zaino e ho intrapreso da Heidelberg una marcia attraverso l’Odenwald.Then I first knew the delightful sensation of independence and detachment enjoyed during a walking tour. Ho conosciuto la piacevole sensazione di indipendenza e di distacco divertito che può offrire un giro a piedi. Essere libero da tutti i fastidi di orari ferroviari o di macchinari estranei, avere fiducia nelle proprie gambe, fermarsi quando se ne ha voglia, seguire qualsiasi traccia venga indicata dalla vostra fantasia, e assaporare tutta la varietà caratteristica dei tipi umani in ogni locanda dove ci si fermi per la notte.

Stephen è un forte camminatore in proprio, un eccellente alpinista (il suo Il terreno di gioco dell’Europa. Scalate di un alpinista vittoriano, è un classico della letteratura alpina) ma è soprattutto un biografo, una fonte preziosissima e piacevole. In pochi tratti, con brevissimi aneddoti, disegna personaggi ed evoca atmosfere.

Carlyle era un camminatore vigoroso, e anche nei suoi ultimi anni è stato una figura sorprendente.One of the vivid passages in the Reminiscences describes his walk with Irving from Glasgow to Drumclog. Uno dei passaggi più vivaci delle sue “Reminiscenze” descrive una passeggiata con Irving da Glasgow a Drumclog. Qui si sono seduti sul ciglio di una torbiera, mentre lontano, molto lontano verso occidente, oltre l’orizzonte marrone, si innalzava, visibile a molti chilometri di distanza, un’alta piramide bianca e irregolare. Ailsa Craig, abbiamo subito intuito, e il pensiero è corso ai mari e agli oceani laggiù.

La visione naturalmente fa nascere una conversazione solenne, che rimarrà un evento per entrambi.

Né Irving né Carlyle in quei giorni si tiravano indietro di fronte a qualsiasi distanza, si aggiunge, e il giorno dopo Carlyle fece la sua passeggiata più lunga, 54 miglia.

Qualche volta però il critico letterario (era la sua attività “seria”) ha il sopravvento, e non riesce a contenersi.

Un esempio notevole dell’influenza salutare del camminare potrebbe essere dato dai casi di Walter Scott e di Byron. Scott, nonostante fosse zoppo, si deliziava di passeggiate da venti a trenta miglia al giorno, e arrampicava in falesia, confidando nella forza delle sue braccia per rimediare agli inciampi del suo piede.The early strolls enabled him to saturate his mind with local traditions, and the passion for walking under difficulties showed the manly nature which has endeared him to three generations. Le passeggiate gli hanno permesso di nutrire la mente con le tradizioni locali, e la passione per il camminare a dispetto delle difficoltà ha educato quella natura virile che lo ha reso caro a tre generazioni. La zoppia di Byron era invece troppo grave per permettergli di camminare, e quindi tutti gli umori malsani che sarebbero svaniti con buone marce in campagna si sono accumulati nel suo cervello e hanno causato quei difetti, la morbosa affettazione e la misantropia perversa, che gli hanno impedito di diventare il più grande intelletto del suo tempo.

C’è da chiedersi cosa avrebbe detto di Leopardi, se lo avesse conosciuto.

Il modello “vittoriano” (e positivistico) proposto da Leslie Stephen, lo troviamo perfettamente esemplificato nel secolo successivo in George M. Trevelyan. Già nell’aspetto: alto e leggermente curvo, gli occhiali con montatura in acciaio o in argento sotto pesanti sopracciglia a strapiombo, i capelli e i mustacchi argentati, i pantaloni larghi di tweed, le calze di lana grigie a costine sotto grandi stivali neri.

Chi aveva camminato con lui ricordava che copriva i chilometri mantenendo ritmi faticosissimi, senza tuttavia interrompere mai un energico flusso di conversazione. Sarebbe stato riconosciuto immediatamente come inglese, e come inglese della upper class, dovunque si fosse presentato.

Il suo Walking esordisce così: «Ho due medici, la mia gamba sinistra e la mia destra». Parrebbe Seneca, o san Girolamo, invece è qualcosa di diverso e lo testimonia il fatto che uno storico professionista ci scriva sopra un saggio.

Il camminare non è per lui solo un esercizio salutistico, è insieme un termometro e una terapia: «I miei pensieri si mettono in cammino con me come degli ammutinati […] ma quando li riconduco a casa scherzano tra loro come boy-scout», soprattutto un modo d’essere, quasi una necessità.

Bertrand Russell racconta di aver trovato la moglie di Trevelyan, il giorno delle nozze, in trepida e malinconica attesa, perché lo sposo «non se la sentiva di affrontare tutta una giornata senza sgranchirsi le gambe», ed era uscito a fare una passeggiata.

Rientrò a notte fatta, stravolto, dopo aver percorso quaranta miglia. È probabile che la passione dei sensi non fosse il principale ingrediente di quel matrimonio, ma rimane comunque significativo il fatto che a motivare la camminata fosse non un qualsivoglia scopo, quanto piuttosto una sorta di compulsione. «Dopo una passeggiata di una giornata tutto ha due volte il suo valore usuale». Chissà cosa ne pensava la sposa.

La stessa compulsione pare muovere per sessant’anni le gambe di Stephen Graham. La dolce arte di camminare, (1927), un suo piccolo trattato che si inserisce in una amplissima produzione di libri di viaggio, è un gioiellino. La guida perfetta per diventare un vagabondo. La filosofia di fondo è però più vicina a quella di Leslie Stephen che a quella di Trevelyan.

Graham propugna di «viaggiare con bagaglio leggero», lentamente, e facendolo solo per il gusto di farlo. Non è un integralista della camminata, anche se di suo è stato un camminatore formidabile. Per questo non si fissa sul viaggiare solitario: ritiene anzi che «non c’è forse nessun test di amicizia più veritiero che il vagabondare a lungo con qualcuno. Se volete conoscere un uomo, andare in vagabondaggio con lui». E soprattutto «scoprirete poco alla volta tutti i vostri egoismi, e la vostra capacità di superarli».

Questo ci spinge a tornare sul discorso della camminata in solitaria o in compagnia. Su questo tema come abbiamo visto la linea dura di Rousseau e Hazlitt riscuote il favore della stragrande maggioranza dei praticanti. Stevenson in Walking Tours la ribadisce a chiare lettere, adducendo le motivazioni essenziali:

In un giro a piedi si dovrebbe andare da soli, perché la libertà è essenziale: perché si dovrebbe essere in grado di fermarsi o di proseguire, e seguire questo e quel cammino come ci porta il capriccio: e anche perché occorre tenere il proprio passo.

Il nodo sembra essere alla fine ciò di cui si va in cerca quando ci si mette in cammino. Wordsworth, come abbiamo visto, andava in cerca degli altri, oltre che della natura. E la stessa motivazione la troviamo ad esempio espressa in Mark Twain quando scrive:

Il vero fascino della camminata a piedi non sta nei passi che fai, o nel paesaggio che vedi, ma nel mantenere il sangue ed il cervello attivi; il paesaggio e gli odori esercitano sull’uomo un fascino discreto e incosciente e danno conforto all’occhio, all’anima e ai sensi; ma il piacere supremo sta nel parlare.

Rousseau, Hazlitt e Stevenson sono in cerca soprattutto di se stessi. Graham riesce a conciliare le due cose. Partendo da una posizione diametralmente diversa da quella di Trevelyan, alla fine approda alle stesse conclusioni. La strada unisce più di quanto l’appartenenza di classe divida.

Sulla strada si rivelano le debolezze e i punti di forza del carattere. Ci sono quelli che si lamentano continuamente, facendo si che ogni miglio sembri lungo tre. E ci sono coloro che hanno riserve inesauribili di allegria, che cantano per i loro compagni nelle ore della stanchezza, e che in salotto non mostrerebbero mai queste qualità. La strada rivela la forza, l’intraprendenza, il coraggio, la pazienza e l’energia; o, per contro, la mancanza di tutte queste cose.

Se si volesse trasporre sullo schermo la biografia di Graham, sarebbero necessarie una decina di puntate. Graham è un pellegrino naturale della vita. Giovanissimo legge Dostoevskji e matura una vera e propria passione per la vecchia Russia ortodossa, che gli appare come un mondo di affascinante mistero. È alla ricerca di un senso superiore, di una ricchezza spirituale che l’Occidente ha perduto3.

Appena gli è possibile si trasferisce a Mosca, praticamente senza un soldo e senza bagagli ma armato di un apparecchio fotografico, e si immerge nella vita della parte più umile della popolazione russa. Subisce il fascino del clima arcaico e della sacralità che circonda le chiese dei Vecchi Credenti, e comincia a muoversi, sempre a piedi, alla scoperta di sempre nuove suggestioni.

Percorre le montagne del Caucaso, poi si spinge a nord negli Altai e sino a Arcangelo, quindi a sud fino al Mar Nero, e di lì via Costantinopoli sino alla Terra Santa, dove arriva in compagnia di un gruppo di pellegrini.

Racconta questi viaggi in libri come Vagabondo nel Caucaso, Russia Sconosciuta e Con i pellegrini russi a Gerusalemme, che lo fanno conoscere anche oltreoceano. Può quindi recarsi in America, dove percorre mille chilometri per arrivare a Chicago e ha lo stesso impatto negativo già registrato da Hamsun e da Gorkji.

Allo scoppio del primo conflitto mondiale torna in Russia come corrispondente di guerra e dopo la caduta dello Zar si arruola nelle guardie scozzesi, con le quali combatte in Francia. Nel 1919 torna negli Stati Uniti, conosce Vachel Lindsay e cammina con lui nelle Montagne Rocciose.

Nel 1921 altro viaggio a piedi che dall’Italia, via Jugoslavia, lo porta in Grecia, torna poi attraversando Bulgaria, Romania Cecoslovacchia e Polonia, e quindi Germania e Francia. A questo punto non ha quarant’anni e vivrà ancora per oltre mezzo secolo (è nato nel 1884 e muore nel 1975), senza fermarsi un attimo.

Camminare è dunque per Graham qualcosa di molto affine al pellegrinaggio: una ricerca di verità e di intuizioni che potrebbero ridisegnare la sua vita e la sua visione del mondo. È però anche molto diverso, perché questa ricerca non ha per meta un luogo di culto, anzi, non si propone alcuna meta ma piuttosto diventa un metodo. E lo scopo, quello della rigenerazione spirituale, può essere raggiunto attraverso la pratica stessa, se questa è libera da ogni condizionamento mentale.

Per questo Graham mescola Thoreau:

Se indossi gli abiti vecchi e ti metti per strada, fai senz’altro il gesto giusto

a Stevenson:

Sono incline a misurare il tempo impiegato, non le miglia. Se copri un centinaio di miglia in una settimana significa solo che hai vagabondato più a lungo rispetto a se fossi andato di fretta in tre giorni» e riecheggia anche Nietzsche «Solo se hai passato una notte sotto la pioggia, o hai perso la strada in montagna e mangiato tutto il cibo, puoi capire se hai un cuore forte e sei pronto a ogni evenienza.

Ma soprattutto intuisce già quale deriva sta prendendo la faccenda:

Guardati dall’andare a Gerusalemme, solo per poter tornare indietro e dire al mondo che ci sei stato. Rovineresti tutto ciò che trovi lungo il cammino.

La cosa un po’ paradossale è che lui al mondo lo ha detto.

9. Il nostro excursus sulla trasformazione di significato subita dal gesto di camminare potrebbe fermarsi proprio qui, sul paradosso di Graham. Graham appartiene ancora al novero dei camminatori “classici”, ma rappresenta anche il momento di transizione alla camminata post-moderna. Dopo di lui accade per la marcia esattamente quello che accade nell’alpinismo. La dimensione sportiva, agonistica, spettacolare e professionale prende il sopravvento su quella “ricreativa”.

Esistono tuttavia altri modi di camminare, che magari si collocano un po’ a margine rispetto alla nostra ricerca, ma mi paiono comunque degni di un cenno. Sono a margine per motivi diversi.

Il camminare può ad esempio essere strumento per una ricerca condotta eminentemente con lo sguardo rivolto verso l’esterno. Magari alla natura di per sé, e non ai riflessi che ha su di noi.

Un caso emblematico è quello di Richard Jefferies. Jefferies è un irrequieto sin da ragazzino. Trascorre l’infanzia in una fattoria del Wiltshire, lascia presto la scuola e a sedici anni scappa in Francia con un cugino con l’intenzione di raggiungere a piedi la Russia (ha letto evidentemente i racconti di John Dundas Cochrane, del quale parleremo). Il tentativo naturalmente fallisce, così come quello immediatamente successivo di imbarcarsi per l’America.

Deve rassegnarsi e comincia a peregrinare da solo per le campagne attorno a Swindon, allampanato, un po’ curvo, rapidissimo nella falcata. Questo, e il fatto che sia molto trasandato nell’abbigliamento, porti i capelli lunghi e abbia sempre con sé una pistola, gli guadagnano una comprensibile fama di folle. Ma in realtà Jefferies ha trovato attorno a casa quel che voleva cercare lontano.

Comincia a scrivere articoli sulla vita rurale, si trasferisce a Londra e batte sistematicamente le campagne dell’Inghilterra meridionale, producendo nel corso della sua breve vita (muore nel 1887, a soli trentanove anni) alcuni tra i libri di storia naturale più amati dai lettori inglesi – The Poacher Amateur (1879) e Round About a Great Estate (1880) – oltre a Bevis, un classico della letteratura per ragazzi.

Scrive anche, come Butler, un romanzo del genere post-apocalittico, Dopo Londra (1885), nel quale immagina che dopo una catastrofe la campagna inglese torni a essere dominio della natura selvaggia e i sopravvissuti retrocedano a una forma di vita medioevale. Il romanzo influenzerà molti autori successivi di distopie, tra i quali William Morris.

La passione naturalistica è raccontata da Jefferies in The Story of My Heart (1883), dove il camminare è sempre presente ma non è mai protagonista, lasciando invece spazio a ciò che scorre ai lati della strada o del sentiero.

Dello stesso tenore è il rapporto che intrattiene col camminare Edward Thomas. Thomas è un saggista, poeta e biografo – scrive non a caso le biografie di Jefferies e di George Borrow, mentore del supertramp William H. Davies e amico di Robert Frost, ma soprattutto è un camminatore infaticabile. È mosso da una forma di depressione, il che lo classificherebbe tra gli affetti da quel determinismo ambulatorio del quale parleremo tra breve, ma non vaga a caso.

Cammina lungo «strade antiche e indelebili consunte dagli zoccoli, dai piedi scalzi e dai bastoni strascicati di molte generazioni ormai scomparse». Cerca le vie antiche, strade romane o sentieri medioevali, che hanno lasciato tracce appena percettibili anche a un occhio esperto e che, una volta individuate, disegnano un reticolo non solo geografico ma anche storico. «Sempre e ovunque l’uomo ha camminato venando la terra di sentieri visibili e invisibili, lineari e tortuosi. There are walks in which we tread in the footsteps of others,In ogni passeggiata noi calpestiamo le orme di altri» dirà nel poemetto In Praise of Walking il suo connazionale Thomas Clark.

E Thomas rintraccia proprio queste venature e queste orme, ne ricostruisce il complesso intreccio e ce lo fa ripercorrere in libri come Beautiful Wales (1905), dedicato alla sua terra d’origine, e The Heart of England (1906).

A differenza di Jefferies non cerca ciò che sta a lato della via, ma tutto ciò che serve a caratterizzare topograficamente la via stessa, pietre miliari, resti di ponti, terrapieni, svolte, incroci, segnali: e immagina coloro che la via l’hanno percorsa nei tempi, le relazioni umane che da essa sono state favorite. Esattamente come per Jefferies la sua ricerca viene precocemente interrotta dalla morte: cade a trentanove anni, nel 1917, combattendo in terra francese.

Non è affatto indispensabile però essere stravaganti, o essere inglesi, per entrare nel novero dei camminatori classici. Contemporanei di Graham sono ad esempio sul continente diversi cantori del camminare, primo tra tutti Hermann Hesse, che portano sfumature nuove in questa pratica.

Hesse, ad esempio, deve molto ai suoi riferimenti culturali orientali: cammina come Stevenson, o come Leslie Stephen, ma non è altrettanto disincantato.

Robert Walser invece è decisamente lontano dallo stampo del camminatore inglese: la prende molto più bassa. Si potrebbe dire che sta ai marciatori anglosassoni come nell’alpinismo Kugy sta agli scalatori inglesi, a Mummery e a Mallory.

Ne La Passeggiata ci dà forse la più esemplare giustificazione di quella che ancora, ai suoi tempi come a quelli di Kierkegaard, era considerata una pratica oziosa. E lo fa senza tirare in ballo le endorfine. Così infatti risponde a un giudice che gli imputa l’oziosità e il vagabondaggio:

Ogni passeggiata è piena di incontri, di cose che meritano d’esser viste, sentite. Di figure, di poesie viventi, di oggetti attraenti, di bellezze naturali brulica letteralmente, per solito, ogni piacevole passeggiata, sia pur breve. La conoscenza della natura e del paese si schiude piena di deliziose lusinghe ai sensi e agli sguardi dell’attento passeggiatore, che beninteso deve andare in giro a occhi non già abbassati, ma al contrario ben aperti e limpidi, se desidera che sorga in lui il bel sentimento, l’idea alta e nobile del passeggiare. Senza le passeggiate e la relativa contemplazione della natura, senza questa raccolta di notizie, che allieta e istruisce insieme, che è ristoro e incessante monito, io mi sento come perduto, e realmente lo sono.

Come Walser, altri si sentono perduti se non possono sgranchire le gambe. Ma, a differenza di quanto a lui accade, per molti il problema non è costituito da ciò che si perde, quanto dalla compulsione incontrollata al movimento.

Alla fine dell’Ottocento viene individuata una singolare patologia, la “dromomania”, caratterizzata da una precisa sindrome che prende il nome di “determinismo ambulatorio”. In una tesi di medicina pubblicata nel 1887, Les aliénés voyageurs di Philippe Tissié, si analizza il caso di un operaio francese che in preda a questa compulsione maniacale era più volte “fuggito” compiendo percorsi che lo portavano da un continente all’altro, senza alcuna meta specifica, e che a ogni ritorno mostrava di avere solo confusissimi ricordi dei luoghi dove era transitato. Il suo non è per nulla un caso isolato: sembra anzi che il contagio si stia rapidamente diffondendo su entrambe le sponde dell’Atlantico.

L’attenzione per questa sindrome è notevole, tanto che lo stesso Freud vi farà ripetutamente cenno nella sua prima opera importante, L’interpretazione dei sogni. Poi va rapidamente scemando e la compulsione ambulatoria viene rubricata tra gli effetti collaterali della schizofrenia e di altre patologie.

In realtà avviene che, su un fenomeno da sempre esistente, si focalizza improvvisamente l’attenzione per la concorrenza di due fattori chiave: da un lato lo sviluppo delle scienze psicologiche, con la definizione di protocolli di “normalità” alla luce dei quali interpretare e classificare tutti i comportamenti, e segnatamente quelli che escono dai binari, per riuscire in qualche modo a gestirli; dall’altro l’effettivo aumento generalizzato del vagabondaggio, anche in quei paesi, come l’Inghilterra, dove erano state precocemente elaborate misure per contenerlo o estinguerlo.

Il fenomeno si diffonde in tutto il continente, in modo particolare nei paesi scandinavi, e alla categoria dei vagabondi e degli sradicati si comincia a dedicare a cavallo tra i due secoli, anche negli Stati Uniti e in Russia, una particolare attenzione sia sociologica che letteraria.

Non si tratta però, anche nelle forme estreme, di qualcosa di nuovo. Per restare sul continente, clamoroso è il caso del poeta tedesco Jakob Lenz, allievo di Kant a Königsberg, divenuto dopo l’incontro con Goethe, Herder e Lavater uno degli esponenti più rappresentativi dello Sturm und Drang.

Considerato un genio già a quindici anni, a venticinque comincia a manifestare i sintomi di una follia che lo spinge improvvisamente a vagabondare in stato di semincoscienza.

Questa patologia lo conduce a vivere un’esistenza perennemente nomade e irrequieta, tra i Vosgi e la taiga russa, inframmezzata da brevi momenti di quasi lucidità, nei quali elabora grandiosi progetti di riforme sociali. Viene trovato morto in mezzo a una strada a Mosca, nel 1792, non ancora quarantenne. Oggi è sconosciuto persino il luogo della sua sepoltura.

Anche Gérard de Nerval, l’esponente forse più rappresentativo del romanticismo gotico e scapigliato francese, negli ultimi quindici anni della sua esistenza è preda di una progressiva psicosi, che si manifesta in lunghi stati depressivi, manie di persecuzione, allucinazioni, ma che si traduce soprattutto nell’ossessione ambulatoria.

Fino a quando è in grado di mantenere su di essa un certo controllo scarica l’irrequietudine nei viaggi, per mezza Europa o nel Vicino Oriente: poi il calore della mente si fa insopportabile e brucia ogni curiosità e interesse.

A differenza di Nietzsche, Nerval non si muove alla ricerca di qualcosa, bensì in una fuga costante, dilaniato dagli spasmi di un’attrazione-repulsione per i contatti col prossimo: visite lampo alle case dei conoscenti e degli amici, giusto il tempo di fare il giro del tavolo, seguite da lunghe peregrinazioni diurne e notturne, sempre lungo gli stessi itinerari, e poi improvvisi rientri e altrettanto immediate risparizioni.

Vera anima del purgatorio, come quelle che popolano i suoi romanzi, non cammina in uno stato di esaltazione, ma in preda alla malinconia. Vaga per le campagne del Valois, nei dintorni di Parigi o lungo le strade della città stessa, si fa arrestare più volte e può liberarsi dell’ossessione solo dandosi alla fine una tragica morte.

10. Le demenze ambulatorie di Lenz e Nerval ci costringono a riconsiderare il rapporto tra i piedi e i pensieri. In teoria, e in base a quanto abbiamo visto sino a ora, il rapporto risulterebbe positivo quando la corrente viaggia col voltaggio giusto dai primi ai secondi: muovere le gambe aiuta a fare ordine nella mente.

È negativo invece quando viaggia fuori controllo nella direzione contraria, se cioè l’impulso parte da una mente surriscaldata e si scarica sui piedi. Ma naturalmente la cosa è più complessa: intanto, è sempre il cervello a fare la prima mossa, a chiedere il movimento liberatorio (solvitur), perché avverte uno stato di congestione, e nel momento in cui il rimedio funziona si crea un un effetto volano, una corrente di ritorno che alimenta l’impulso e ne chiede la reiterazione. Il guasto può verificarsi in questa fase, se la tensione della corrente indotta crea un sovraccarico nel cervello e disattiva gli stabilizzatori.

Per farla breve (e non dire altre stupidaggini), il confine tra il camminare come terapia e il deambulare ossessivo, prima come spia e poi come manifestazione più conclamata della malattia, è estremamente incerto. Esiste una larga striscia di confine, dalla quale vanno e vengono o nella quale stazionano quasi tutti i personaggi che ho citati.

Thomas de Quincey dice ad esempio di Wordsworth che ha percorse le incredibili distanze cui abbiamo accennato perché era

una modalità di sforzo che, in lui, aveva lo stesso effetto dell’alcol o di qualsiasi altro stimolante dello spirito; alla quale egli era obbligato per vivere una vita di felicità senza nuvole (e noi le siamo grati per ciò che vi è di eccellente nei suoi scritti).

In altre parole, era obbligato, dal suo corpo e dal suo spirito.

Thoreau ammetteva:

Non posso starmene nella mia camera per un solo giorno senza sentirmi subito arrugginire, e quando a volte mi riduco a poter fare una passeggiata in extremis solo alle quattro del pomeriggio, troppo tardi per riscattare la giornata, quando le ombre della notte già stanno cominciando a mescolarsi con la luce del giorno, sento come se avessi commesso qualche peccato che deve essere espiato.

Trevelyan lasciava la sua trepidante neosposina perché non poteva affrontare una giornata, fosse anche quella del matrimonio, senza sgranchirsi le gambe. Persino Dickens scrive: «Se non potessi camminare lontano e veloce, penso che dovrei semplicemente esplodere e perire».

Senza arrivare ai casi limite di Lenz e di Nerval, e per altro verso a quello di Nietzsche, i sintomi di una vera e propria dromomania sono ravvisabili un po’ in tutti. In alcuni, poi, si va ben oltre i sintomi: lo sconfinamento è continuo.

Arthur Rimbaud, «l’uomo dalle suole di vento», come Lenz a quindici anni era già considerato un genio, faceva man bassa a Charleroi di premi in composizione latina, e a sedici era in galera a Parigi per vagabondaggio.

I pugni nelle tasche rotte, me ne andavo

con il mio pastrano diventato ideale;

sotto il cielo andavo, o Musa, a te solidale.

A diciannove scriveva le sue ultime poesie e dava inizio a una peregrinazione che lo avrebbe portato in tre anni in Belgio, in Inghilterra, in Germania, in Svizzera e in Italia, quindi in Austria, in Baviera, e di lì in Olanda (dove si arruolò nelle truppe coloniali, giungendo sino a Batavia e disertando immediatamente dopo).

Tornato fortunosamente in Europa ricominciò dall’Irlanda per passare a Liverpool, a Londra, rientrare a Parigi e l’anno successivo impiegarsi in un circo ad Amburgo, e con questo andare a Copenhagen e a Stoccolma. Ancora un imbarco, questa volta per l’Egitto, sbarco a Civitavecchia, rientro a Parigi, e poi ancora verso sud, ad Alessandria d’Egitto, passando per Svizzera e Italia. Il resto sono le avventure africane.

Buona parte di questi tragitti Rimbaud li compì a piedi, ma lo spirito non era quello di un Wordsworth. Non trovava la pace e non incontrava la natura, camminando: piuttosto, godeva l’ebbrezza di una libertà assoluta, che doveva essere però costantemente rinnovata.

Sono il pedone della strada maestra attraverso i boschi nani

il rumore delle chiuse copre quello dei miei passi

vedo lungamente il malinconico bucato d’oro del tramonto.

Nel suo camminare non c’era appagamento, ma accanimento. Questo spiega forse l’atroce sorte che lo vide a trentasette anni, dopo quindici di estenuanti marce nel deserto, subire la sorte peggiore, l’amputazione di una gamba. La morte deve essere stata per lui una vera liberazione.

La biografia di Rimbaud presenta molte analogie con quella di Dino Campana, che la patologia deambulatoria la eredita addirittura dalla madre. Non potendo permettersi altri mezzi di trasporto, stanti le precarie condizioni economiche della famiglia, deve necessariamente spostarsi a piedi per raggiungere da Marradi le valli più vicine, o per viaggi più lunghi, fino a arrivare a Firenze.

Gira quindi per quelle che all’epoca sono ancora le zone più selvagge della Toscana, cercando ospitalità presso i radi cascinali o nelle case dei montanari e scrive e studia soprattutto in montagna. I successivi vagabondaggi per l’Europa o nell’America Latina sono solo la prosecuzione di questo peregrinare. Al di là degli aspetti maniacali, la dromopatia di Campana si esprime poeticamente nei termini più semplici:

La stradina è solitaria:
Non c’è un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti:
E la notte mi par bella.
E cammino poveretto
Nella notte fantasiosa,
Pur mi sento nella bocca
La saliva disgustosa. Via dal tanfo
Via dal tanfo e per le strade
E cammina e via cammina
Già le case son più rade.
Trovo l’erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane.

La sua sarà anche una sindrome di determinismo ambulatorio, ma c’è in questi versi qualcosa che ci appartiene comunque come specie, e come specie pensante e desiderante.

Nell’ennesimo L’arte di camminare, scritto nel 1918 da Christopher Morley, un americano rende omaggio al modello inglese, proponendo una sua biblioteca ideale sull’andare a piedi che comprende la gran parte dei testi che ho citato, e stilando una vera e propria Hall of Fame che annovera come camminatori storici, oltre all’immancabile Wordsworth, i vari Tennyson, FitzGerald, Matthew Arnold, Carlyle, Kingsley, George Borrow, Meredith, Richard Jefferies, fino a Leslie Stephen, oltre ai suoi contemporanei Hilaire Belloc ed Edward Thomas. Alla fine commenta: «A volte sembra come se la letteratura fosse un co-prodotto di gambe e testa». Per un certo periodo, tra la rivoluzione francese e il primo conflitto mondiale, almeno per le letterature dell’Europa settentrionale è stato effettivamente così.

Mentre quello di Hazlitt, comparso quasi esattamente un secolo prima, era un manifesto programmatico, il contributo di Morley ha il sapore di un bilancio di fine stagione: tira le somme di un fenomeno nato nell’ambito e dalle scelte anticonformiste di una élite intellettuale, ma che sta assumendo nella sua epoca connotazioni e motivazioni molto diverse da quelle originarie.

Intanto è significativo che Morley non prenda in considerazione tra i grandi camminatori proprio i più famosi suoi connazionali, Thoreau e Muir, e nemmeno citi i loro scritti teorici, mentre dà largo spazio, ad esempio, a Vachel Lindsay. Sembra che l’afflato quasi religioso che ha caratterizzato le marce degli americani vada per Morley, pensatore decisamente laico, a guastare la purezza del gesto e che egli già intravveda le possibili derive di una militanza ambulatoria sacrificata ad altri fini, quali si sono manifestate effettivamente dopo il secondo conflitto mondiale.

Si schiera poi con la linea dura di chi sostiene convenga camminare da soli, ma è anche più esplicito, affermando chiaramente quello che altri – lo stesso Hazlitt, Stevenson e Stephen, ad esempio – avevano sempre soltanto sottinteso: pensare di poter fare una sana camminata assieme a rappresentanti del gentil sesso è una bestialità.

Non ne fa una questione di differente potenziale fisico (che dà evidentemente per scontato), ma sottolinea piuttosto il fatto che le donne sono più legate alle convenzioni sociali e non consentono quella assoluta libertà che costituisce invece a un tempo il premio e il modo del camminare.

Rispetto a un’attività che aveva coinvolto sin dai primissimi esordi Dorothy Wordsworth, sembra un atteggiamento un po’ drastico, ma se si prescinde dal politicamente corretto e si tiene conto dell’ottica “difensiva” di Morley, che teme lo snaturamento e le contaminazioni prodotte da una pratica di massa, non è del tutto immotivato.

Anche se Morley non ne era forse pienamente consapevole, a posteriori il suo elogio del camminare suona come un epitaffio. Proprio la sottolineatura di certi aspetti come caratterizzanti ci dice che il periodo d’oro è finito, che le cose non stanno più come un tempo, mentre i silenzi suggeriscono che i germi della trasformazione erano già presenti, appunto in autori come Thoreau e Muir.

Ciò che era nato come gesto di indisciplina nei confronti dell’esterno e di conseguente armonizzazione del corpo al desiderio spirituale di libertà, si sta traducendo in una disciplina imposta al corpo stesso con finalità prima quasi ascetiche, poi propagandistiche, agonistiche e professionali.

Siamo partiti da una riflessione di Rousseau sul camminare di natura squisitamente qualitativa. Una volta trapiantata oltremanica, e più ancora oltreoceano, questa riflessione diventa immediatamente anche quantitativa: si traduce anche in tempi e distanze, in omaggio alla tradizione sportiva e pragmatica anglosassone.

Thoreau non poteva fare a meno di camminare «per almeno quattro ore», mentre De Quincey, parlando di Wordsworth, calcola che abbia percorso nella sua vita almeno centottantamila miglia, qualcosa come trecentomila chilometri, quasi otto volte il giro della terra: e intende quelle macinate per scelta, non per necessità o esigenze naturali. Muir tiene quotidianamente il conto delle miglia macinate. Questa attenzione ai numeri, alle quantità, di tempo o di spazio, non rimane però a lungo una prerogativa dei camminatori di lingua inglese. È il portato di una nuova mentalità, quella “moderna”, che da Seicento in poi comincia a permeare ogni aspetto della vita individuale e collettiva. Una mentalità fondata sulla “razionalizzazione” del mondo e dei rapporti con esso e tra chi lo abita. Nel corso del XIX secolo la dimensione quantitativa, a dispetto del bagaglio leggero rivendicato da Graham, si afferma, e in quello successivo finisce per prevalere.

11. La pratica del camminare per scelta esce nel Novecento dai circoli letterari e si diffonde in una versione non più genuinamente sportiva – nel senso di disinteressata, quale era ancora in Stevenson o in Trevelyan – ma, a seconda dei casi, “performativa” o “ideologica”.

Quest’ultima declinazione è riscontrabile già dalla seconda metà dell’Ottocento nella nascita e nelle intenzioni statutarie dei primi club alpinistici: esplode poi agli inizi del nuovo secolo nelle associazioni “naturistiche” giovanili, i Boy Scout in Inghilterra, il Wandervogel in Germania, la Naturfreunde in Austria, che del camminare a piedi fanno una pratica rituale e il prodromo a una coscienza nazionalistica dei propri legami col territorio. In America sono associazioni come il Sierra Club, fondato da John Muir, a promuovere lunghe escursioni nella natura selvaggia (le High Trip, camminate di gruppo di tre o quattro giorni).

Se per un verso questo può sembrare il periodo aureo del camminare, perché la scelta diventa davvero alternativa – è l’opzione per la lentezza in un mondo che si va sempre più velocizzando e fa della velocità il nuovo mito –, per un altro, quello che concerne la purezza del gesto, siamo invece in presenza di una evidente involuzione.

Dopo il secondo conflitto mondiale diventano impensabili imprese totalmente disinteressate come quella di Patrick Leigh Fermor (di cui si parlerà più ampiamente in una prossima pubblicazione), che viaggia a piedi da Londra a Costantinopoli sull’onda di una semplice suggestione letteraria, e non calcola una sola volta le distanze percorse, o una prassi come quella degli Inklings (un gruppo informale di scrittori oxfordiani e conservatori, che accoglieva tra gli altri John Ronald Tolkien, Clive Staples Lewis e Charles William) che negli anni Trenta da Oxford si recavano quasi ogni fine settimana a tenere conferenze nelle città vicine, affrontando trasferte sino a cinquanta e più chilometri a piedi, e concedendosi brevi pause a ogni pub incontrato per strada.

Non oso pensare a quel che poteva venire fuori in quelle conferenze, ma la cosa indubbia è che gli oratori vi arrivavano dopo aver avuto modo di stimolare al massimo i loro pensieri. Questa prassi è irripetibile, almeno nella sua versione genuina, perché nel frattempo il camminare è stato caricato di infinite altre valenze ed è tornato a essere strumento, mezzo anziché fine.

Come ha ben intuito Morley, la coazione alla performance arriva dall’America. È questione di spazi: lo era per la mistica della camminata ambientalista, lo è per la corsa ai record.

Nel 1884, a venticinque anni, Charles Fletcher Lummis viene assunto come giornalista dal Los Angeles Times. Abitando a Cincinnati, decide di arrivare al nuovo posto di lavoro dopo aver attraversato a piedi il continente, «sono americano e mi vergogno di conoscere così poco del mio paese»: percorre 2.200 miglia in 143 giorni e invia settimanalmente un reportage al suo nuovo giornale. Inutile dire che all’arrivo è già famoso. Raccoglierà poi i suoi scritti in A Tramp Across the Continent, pubblicato otto anni dopo.

Durante il viaggio scopre le bellezze del sudovest americano e se ne innamora, così come matura una profonda ammirazione per i nativi americani di quell’area, per la cui difesa e per preservare la cui cultura si batterà, prima come giornalista poi come editore, per tutta la vita. Lummis sembra sentire forte l’influenza della scrittura di Mark Twain, perché infarcisce il racconto di episodi comici, di bravate e anche di qualche esagerazione, per onorare l’impegno di dare in pasto ai suoi lettori qualcosa di divertente.

Ora, l’usanza di andare a piedi ad assumere un nuovo lavoro, per quanto lontano, era comune anche agli europei. Lo hanno fatto tra gli altri De Quincey e Borrow, lo fa anche il prussiano Johann Gottfried Seume. Ma quando in America il lavoro ti viene offerto dall’altra parte del continente, si parla di distanze enormi. Tutto è proiettato immediatamente una dimensione epica e questa dimensione si presta a essere tradotta in “spettacolo” per un vasto pubblico. I numeri cominciano a apparire già nei titoli dei resoconti: lo abbiamo visto a proposito di Muir. Nel secolo successivo saranno costantemente sottolineati, quali che siano la provenienza del camminante e lo spirito che lo anima.

Nel 1958 un inglese, Colin Fletcher, risale a piedi tutta la costa occidentale degli Stati Uniti e lo racconta in L’estate di un migliaio di miglia. Fletcher scrive tra l’altro anche un manuale “tecnico”, Il perfetto camminatore, che parafrasa nel titolo Izaac Walton. Incarna insomma appieno il nuovo profilo del camminatore: scelta mirata dei percorsi, programmazione minuziosa, valorizzazione delle distanze, attenzione per gli aspetti tecnici.

Un altro inglese, Peter Jenkins, a partire dal 1973 attraversa orizzontalmente gli Stati Uniti in un itinerario che diventa, ben oltre le aspettative del suo protagonista, di vita e di conoscenza: esperienza condensata poi in A Walk Across America. In questo caso non siamo di fronte a una concezione puramente atletica, alla caccia al record e alla performance, anzi la scelta di Jenkins è quella della camminata lenta che si concede lunghe pause ed è costantemente aperta all’ingresso di ogni aspetto più comune della vita (amicizie, innamoramenti, persino conversioni religiose). Il viaggio (di oltre tremila miglia) è sponsorizzato da National Geographic: da attività libera si è trasformato in una forma più o meno esplicita di lavoro.

Nell’ultimo quarto del novecento, le performances estreme si moltiplicano in ogni parte del globo: se Alan Booth percorre duemila miglia a piedi attraverso il Giappone (The Roads to Sata. A Two-Thousand-Mile Walk Through Japan) e Bernard Ollivier dodicimila chilometri per andare da Istanbul a Xiang sull’antica Via della Seta (La lunga marcia), George Meegan congiunge a piedi l’intero continente americano, dall’estremo Sud all’estremo Nord, percorrendo tra il 1977 e il 1983 quasi trentamila chilometri (il diario della traversata completa è condensato ne La grande camminata. Dalla Patagonia all’Alaska in sette anni).

Nei tre casi citati le imprese sono portate a termine senza il sostegno (almeno diretto) di sponsor, ma è evidente che il loro spirito viene forzato al conseguimento del risultato e che è quindi venuto meno il valore originario, quello dell’assoluta libertà, magari di staccare a metà o a un chilometro dalla meta.

Così Ollivier, nell’ultimo tratto che attraversa le immense pianure cinesi, confessa:

Camminare, accamparsi, mangiare, dormire, poi camminare ancora, questo è adesso il mio viaggio. Come occupare lo spirito in questo vuoto cosmico, in mezzo al nulla, in cui niente attira il mio interesse?

E Meegan stesso, che in sette anni vede due volte la moglie e i figli, arriva al termine della sua impresa completamente svuotato, nello spirito più ancora che nel corpo.

Ad altri è andata decisamente peggio. Nel 1970 i due fratelli Dave e John Kunst partono a piedi dal Minnesota in compagnia di Willie, un mulo da soma. Arrivano a New York e attraversano poi in aereo l’Atlantico, sbarcando a Lisbona. Sono intenzionati a diffondere in tutto il mondo il loro messaggio di pace (siamo in piena epoca hippie), percorrendo il globo da ovest ad est. Tutto funziona sino a che rimangono in Europa, va un po’ meno bene in Turchia e nell’Iran, precipita quando raggiungono le montagne dell’Hindu Kush. Qui John viene ucciso in un’imboscata, e il fratello è ferito. Ma non domo. Dopo essersi fatto curare in patria riparte per concludere il cammino, portandosi stavolta appresso un terzo fratello, Pete. Con varie interruzioni la faccenda va avanti per oltre tre anni, prosegue nel Pakistan, in India e nella penisola indocinese, arriva all’Australia (dove un innamoramento di Dave rischia di mandare a monte ciò che nemmeno la morte del fratello aveva interrotto), e si chiude finalmente con la traversata dell’altro pezzo dell’America, dalla costa del Pacifico al Minnesota.

Anche la lettura di L’uomo che fece il giro del mondo a piedi, nel quale Dave racconta tutta l’avventura, partendo proprio dal momento più drammatico, lascia l’impressione di un’impresa decisamente forzata, che ha perso per strada lo spirito originario e viene portata a termine solo perché ad un certo punto subentrano la visibilità mediatica e l’obbligo del record. Già in partenza, del resto, le motivazioni missionarie dei fratelli Kunst lasciano alquanto perplessi: i due danno piuttosto l’impressione di buontemponi che cercano l’avventura della vita, con conoscenze molto rudimentali della geografia e delle culture che andranno ad incontrare. Impressione che viene confermata nel corso della vicenda, quando alla fratellanza che volevano predicare subentra, soprattutto durante il percorso indiano, quasi il rifiuto, con la conseguente voglia di macinare le tappe e andarsene il prima possibile. Indimenticabile, e oggetto da sempre dei miei sogni, resta il mulo.

Ci sono anche, a dispetto di Morley o a conferma delle sue perplessità, a seconda dei punti di vista, le emule di Dorothy Wordsworth. Robyn Davidson affronta nel 1977 con quattro cammelli millesettecento chilometri di traversata del deserto australiano (Orme), naturalmente seguita da un fotografo e raccontata in diretta dal National Geographic; la nostra Carla Perrotti si fa a piedi i più grandi deserti del pianeta (Deserti) e Fyona Campbell in undici anni, dopo aver iniziato a diciotto e aver superato a fatica dei lunghi periodi di demotivazione, fa in pratica il giro del mondo (The Whole Story. A Walk Around the Word). Hanno alle spalle grandi aziende produttrici di abbigliamento sportivo o di alimentari, e sui berrettini e sulle magliette i loro loghi.

Qualche volta la sponsorizzazione è meno conclamata, ma molto più ambigua. Marina Abramovic e Ulay, due artisti-performers che facevano coppia da anni nella vita e nel lavoro, si sono prodotti in una performance ambulatoria partendo dai due estremi della Grande Muraglia Cinese per incontrarsi a metà strada. Quella camminata sarà anche in qualche modo classificabile come un gesto artistico, ma non ha portato una gran fortuna al loro sodalizio. Forse il movimento ha smosso i pensieri e portata nelle menti un po’ di luce: sta di fatto che al momento del rendez-vous avevano già deciso entrambi di separarsi, dopo aver comunque ottenuto quel rumore e quella visibilità che erano l’unico scopo del gesto.

Insomma, quello che era uno svago è diventato un lavoro, quali che siano le etichette, artistica, sportiva, ideologica che vogliamo appiccicargli: e a questo punto non è nemmeno così certo che il rapporto tra piedi e pensieri rimanga lo stesso. Bernard Ollivier scrive che

quando si raggiunge la media di trenta chilometri al giorno, l’allenamento fisico neutralizza la percezione del corpo. In quasi tutte le religioni, la tradizione del pellegrinaggio ha come obiettivo essenziale, attraverso il lavoro dell’essere fisico, l’elevazione dell’anima: i piedi sul suolo, ma la testa vicino a Dio. Da qui l’aspetto intellettuale del camminare che i beoti non sospettano.

Ciò che lui ancora non sospetta, perché queste cose le scrive all’inizio del viaggio, è che dopo cento giorni e tremila chilometri, se non c’è un Dio al quale guardare ma solo una determinazione che tende progressivamente a vacillare, la testa diventa pesante e viaggia all’altezza dei piedi. Ad accomunare i diari delle lunghe marce contemporanee è uno schema pressoché fisso: entusiasmo della partenza, progressiva assuefazione alla fatica, scoperta di ciò che davvero è essenziale nella vita, caduta delle motivazioni con conseguente crisi fisica, o viceversa, passaggio dall’osservazione esteriore all’introspezione, colpo di reni e di volontà finale. Per questo è difficile leggerne uno sino in fondo: la trama è scontata. A meno che l’autore sia capace di condire il tutto con una forte dose di autoironia.

È quanto fa ad esempio Bill Bryson, che racconta in Una passeggiata nei boschi il tentativo intrapreso da due autentici sprovveduti (uno naturalmente è lui) di percorrere l’Appalachian Trail. Il Trail è un sentiero di tremilaquattrocento chilometri che si snoda attraverso quattordici stati americani, dalla Georgia al Maine, ed è nei sogni di tutti gli amanti della natura e dell’avventura. Bryson naturalmente non lo percorre tutto, bontà sua, ma il racconto è esilarante, in pieno stile Jerome K. Jerome: già il chiamare “passeggiata” il sentiero degli Appalachi, con un involontario richiamo alla Passeggiata verso Siracusa di J. G. Seume, ce lo rende simpatico.

In Una passeggiata nei boschi non ci sono dichiarati intenti parodistici, ma ne esce comunque un quadro spassoso e disincantato degli sconquassi psicologici prodotti dalle mode culturali e dal culto ossessivo della prestazione: è uno sguardo che, pur senza averne le implicazioni drammatiche, potrebbe essere applicato all’odierna corsa di massa all’Everest.

Bryson, credo del tutto inconsapevolmente, fa nei confronti del trekking un’operazione paragonabile a quella a suo tempo condotta da Alphonse Daudet nei confronti dell’alpinismo, col suo Tartarino sulle Alpi. Smitizza una pratica nel momento stesso in cui questa, giocando sulla falsa suggestione di un’appartenenza quasi iniziatica, si sta diffondendo a livello di massa, e sta quindi elaborando norme e rituali sponsorizzati da un pantheon di supereroi.

Non è detto, però, che sia rimasto proprio nulla del vecchio spirito anglosassone. Qualcosa che sta a metà tra Stevenson e Muir, ma aggiornato alle più recenti seduzioni della wilderness, complici libri come Into the wild, e non indenne dal richiamo della performance estrema, lo ritroviamo ne La strada alla fine del mondo.

Erin Mc Kittrik, una biologa, e suo marito Hig, geologo, intraprendono, partendo da Seattle, una ricognizione delle coste nord-occidentali del Canada e dell’Alaska. La motivazione ufficiale è una ricerca ambientalistica, mirata a documentare tanto lo sfruttamento minerario e boschivo della zona costiera quanto l’esistenza di aree incontaminate che ancora possono essere preservate: in realtà il viaggio, che dura un intero anno e copre oltre seimila kilometri (la metà dei quali percorsi a piedi) si trasforma ben presto in una vera avventura, ma soprattutto nella scoperta di una dimensione esistenziale nuova. Tanto che i due decidono alla fine di rimanere a vivere in Alaska e lei, Erin si fa carico di raccontare l’eccezionale esperienza.

Gli ingredienti d’obbligo nella letteratura di viaggio contemporanea, quelli che caratterizzano il best seller, nel libro ci sono tutti: scenari mozzafiato, tra montagne, ghiacciai e scogliere sull’oceano, natura selvaggia, con foreste incontaminate, fiumi in piena e laghi ghiacciati, e persino un pizzico di lotta per la sopravvivenza, contro la fame, il freddo, gli orsi. E a quanto pare hanno funzionato, visto il successo. Ma c’è anche qualcosa di più: ci sono una naturalezza genuina, una semplicità ingenua e diretta del linguaggio che ricordano le sobrie notazioni di Doroty Wordsworth. Col trascorrere dei giorni e con l’alternarsi delle stagioni il tempo sembra perdere per i due giovani consistenza e significato, la meta risulta sempre più vaga e irrilevante, così come le distanze, mentre protagonisti diventano lo sguardo, le gambe e lo zaino. Tutto il resto è contorno.

Per finire, uno sguardo all’Italia. La moda del camminare è arrivata naturalmente anche da noi. D’importazione, al solito, e con un po’ di ritardo, perché prima c’era da soddisfare una vecchia fame di motorizzazione, su due o su quattro ruote, ma ci stiamo rapidamente allineando.

Lo facciamo senza un gran senso della misura, perché non abbiamo una tradizione di camminanti eccellenti cui fare riferimento e tutto è accaduto molto in fretta: tra mio nonno, che tolta la parentesi della Grande Guerra non è mai salito su un mezzo a motore, e io che cammino per passione, sono intercorse solo due generazioni e quella di mezzo aveva pensato di emanciparsi proprio attraverso il rifiuto di camminare.

Oggi gli italiani camminano di nuovo molto, nel loro paese e fuori, almeno a giudicare da quanto ne scrivono. È diventato difficile trovare qualcuno che non abbia percorso la via di Compostela (magari solo le ultime tappe), o non abbia partecipato a qualche camminata dimostrativa, di sensibilizzazione o di dissuasione e, soprattutto, che non lo abbia poi raccontato, in diretta o in differita, su qualche blog. Ci sono anche altri indizi di questa dilagante dromomania: nel settore dell’abbigliamento, ad esempio, l’unico segmento non in crisi è quello dell’equipaggiamento da marcia: magliette trasudanti, scarpe da escursionismo leggero e pesante, felpe e giacche antivento, zaini con telaio in fibra e serbatoio incorporato per le bevande, ultimamente bastoncini per il nordic walking.

È una buona notizia? Certamente. Chi cammina in genere non procura danni agli altri e se non è particolarmente scriteriato, nemmeno alla natura. Quindi c’è da augurarsi che questa moda non trascorra velocemente come le altre che periodicamente ci investono: i pattini, la zumba o l’hula hop. Se tutti gli italiani camminassero ci sarebbe un po’ di congestione sui sentieri, ma molta meno rabbia sulle strade. Sul fatto poi che tutto questo movimento abbia sempre un positivo impatto sul cervello, beh, qui ho invece qualche dubbio.

A differenza di Nietzsche non credo che si pensi perché si cammina, ma piuttosto che si cammina perché si pensa. Il camminare, per come lo intendo io, parte dalla testa, e non dai piedi. Con i piedi ci si muove, ci si sposta, ma se la testa è impegnata a controllare su un display la frequenza cardiaca, o la velocità, o la distanza percorsa e quella da percorrere; o se a portarci da un luogo all’altro non è il piacere di farlo, ma un dovere, un impegno, narcisistico o altruistico che sia: ebbene, tutto questo, signori, direbbero Hazlitt e Stevenson, nulla ha a che vedere col camminare.

Abbiamo visto come tra le esperienze corporee alle quali andiamo progressivamente rinunciando, o che ci vengono negate, o che scambiamo con dei surrogati (sesso virtuale, ecc.), quella sino a ieri più radicalmente sminuita fosse proprio il camminare: e come il venir meno della necessità e della continuità l’abbia almeno parzialmente trasformata in una scelta, operata in contraddizione con la tendenza del tempo.

Nel contesto della realtà contemporanea, il camminare dovrebbe quindi esprimere una forma di resistenza, essere un modo per ridare dignità a un corpo per il resto sempre più inutile o addirittura ingombrante, e questo a dispetto dell’attenzione quasi maniacale che sembra essergli oggi prestata che si esprime in palestre, chirurgia estetica, regimi dietetici, ecc.. In realtà queste attenzioni sono tutte dedicate a negare il corpo quale è e a uniformarlo a standard dettati dal dominio del consumo o da una considerazione tutta sociale e performativa. In un mondo dominato dalla fretta, perdere tempo a camminare costituisce un atto anacronistico. O meglio, dovrebbe.

Nella gran parte dei casi questo anacronismo ribelle è solo apparente. È stato anch’esso fagocitato e addomesticato alle stesse esigenze alle quali sembrerebbe opporsi: la performance, il record, l’omologazione a un trend, ecc.. Questo spiega la promozione e il successo dei vari “cammini”, con le motivazioni più diverse, religiose, sportive, culturali, nostalgiche, politiche, e il fiorire di pacchetti di camminata precostituiti, dietro i quali c’è un enorme business di ristorazione, strutture ricettive, abbigliamento, circuiti turistici e ammennicoli vari, non ultimo il particolare successo della letteratura specifica del camminare e il moltiplicarsi dei siti internet dedicati.

Siamo alle solite. In Qualcuno volò sul nido del cuculo, il capo indiano racconta che la sua tribù, disgraziatamente stanziata su un terreno petrolifero, era stata costretta dalle compagnie di trivellazione a continui spostamenti, e che a un certo punto non riusciva nemmeno più a spostarsi perché ogni possibile spostamento era già stato anticipato e qualcuno aveva già occupato quel nido.

Forse dovremmo rassegnarci: qualunque iniziativa possa venirti in mente oggi è già stata pensata da qualcun altro a tavolino, testata, attrezzata, brevettata, e ti viene restituita nella versione tutto compreso. O forse, invece, riappropriarcene. È più semplice di quanto crediamo. Basta non inseguire record di lunghezza, di durata, di tempi di percorrenza, di ripetizioni e nemmeno dover testimoniare per qualcuno o dimostrare qualcosa a se stessi. Per questo domattina salirò, forse per la millesima volta, il Tobbio.

1 Esiste nella cultura inglese una consuetudine agli spostamenti diversa da quella continentale, legata non solo alla condizione insulare del paese, ma anche alla libertà di movimento di cui, almeno sino all’avvento delle recinzioni, godono gli abitanti, che sono nella stragrande maggioranza uomini liberi (cfr. Due lezioni sulla storia inglese, Viandanti delle Nebbie, 2003).

2 Del più significativo camminatore europeo dei primi dell’Ottocento, il prussiano Johann Gottfried Seume, che percorse nel 1802, in nove mesi, oltre cinquemila chilometri per andare da Lipsia a Siracusa e tornare via Parigi, si parla in “L’Italia a piedi”.

3 Non è il solo. Verso la fine dell’Ottocento esplode, soprattutto in Inghilterra, un vero e proprio revival spiritualistico, che si esprime nelle direzioni più diverse, dalla teosofia allo spiritismo, alla scoperta della religiosità orientale.

 

Altre passeggiate

Appendice 1

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2015

Non ho notizia di altri che abbiano percorso a piedi l’intera penisola prima di Johann Gottfried Seume, né italiani né stranieri. Qualcuno l’avrà senz’altro fatto, ma con uno spirito diverso da quello che in queste pagine stiamo cercando di cogliere (penso a soldati, pellegrini, mercanti, ecc.), e proprio per questo non ne ha scritto.

A partire dalla fine del XVIII secolo sono invece diversi i viaggiatori che raccontano le loro camminate sul suolo italiano. Di Déodat de Dolomieu, che esplorò pietra per pietra l’intero arco alpino pochi anni prima del viaggio di Seume (e lo raccontò nei Viaggi sulle Alpi) si parlerà altrove. Ma il suo era un camminare da scienziato, e come lui uno stuolo di altri geologi o naturalisti o alpinisti nella prima metà del secolo successivo passò al setaccio buona parte del nostro territorio, vulcani e isole comprese, muovendosi esclusivamente a piedi. Non è di loro che intendo occuparmi in questa sede. Ho invece scelto di fare almeno un cenno ad alcuni viaggiatori non molto conosciuti, o poco ricordati, che ritennero come Seume di poter meglio conoscere il nostro paese coprendosi della polvere delle sue strade.

Per trovare un camminatore che si muova con spirito analogo a quello di Seume occorre comunque attendere almeno trent’anni. Nel 1833 il medico inglese George Hume Weatherhead, autore di studi fondamentali sulle febbri puerperali e sulle malattie infantili, percorre quasi per intero la via Francigena, attraversando la Francia e giungendo sino a Roma. Lo racconta l’anno successivo in A Pedestrian Tour Through France and Italy.

Weatherhead è indubbiamente influenzato dalle esperienze di William Wordsworth e della sua cerchia, e anche dal saggio di William Hazlitt sul viaggiare a piedi: ma non è affatto un wanderer nell’accezione romantica. È prima di tutto un uomo di scienza, accurato nella preparazione e nell’organizzazione del viaggio, e guarda alle cose con l’occhio clinico dello studioso, si tratti della realtà sociale o di quella naturale.

I suoi referenti non sono Goethe o Winckelmann e neppure Teocrito, semmai gli scienziati e i naturalisti dell’antichità. Scrive della Liguria:

In primavera, e a volte anche in estate, un vento freddo soffia dall’Appennino e refrigera improvvisamente l’aria. Questa era già un’osservazione di Plinio. – e più oltre – È mia convinzione, che molti pazienti, che potrebbero avviarsi con calma alla tomba altrove, corrano al galoppo verso il loro obiettivo recandosi in pellegrinaggio a Roma: il loro languore, infatti, aumenta sotto l’influsso deprimente di un’atmosfera così rilassante e così umida; la loro respirazione notturna diventa più frequente e affannosa, la loro espettorazione più faticosamente copiosa […].

Oppure, di fronte al mare di Nizza:

Eppure, questa è una residenza consigliata a quelli nei cui polmoni vuoti già risuona l’eco della morte! Se non fosse per queste improvvise variazioni di temperatura, Nizza sarebbe un rifugio desiderabile per gli ammalati: la situazione sulla riva del mare è deliziosa; la sua passeggiata unica; la brezza che soffia dal mare tempera il caldo eccessivo dei mesi più caldi […].

Coglie naturalmente anche quegli aspetti che tanto disturbavano tutti i visitatori, e non solo quelli inglesi, un refrain che si ripete da Montaigne in avanti:

Gli abitanti di una città avrebbero promesso a un Santo che se avesse allontanata la peste avrebbero espulso tutti gli ebrei. Questo è accaduto, per esempio, a Pavia nel 1527. In alcuni distretti perirono nove persone su dieci. Ma chi è schiavo della superstizione in molti casi non impara nulla. Gli ebrei furono comunque espulsi. D’altra parte, il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro è ancora oggi oggetto di credenza a Napoli.

Malgrado abbia potuto educare il proprio gusto sugli acquerelli di William Turner (che era stato in Italia due volte, un decennio prima, riportandone un eccezionale diario iconografico), Weatherhead non sembra particolarmente sensibile alle suggestioni del paesaggio.

Si confronti ad esempio la descrizione delle cascate del Velino fatta da Seume: «Mi misi seduto di contro, su una roccia, e per alcuni minuti dimenticai tutto quello che il mondo può avere di più bello e di più grande: difficilmente la mano dell’uomo avrebbe potuto creare qualcosa di più imponente, di più affascinante di quella cascata», con quella di Weatherhead (sembra stralciata da una delle tante guide turistiche che avevano cominciato a proliferare fin dagli inizi del Settecento, inaugurando un nuovo genere letterario):

Il miglior punto per godere la visita della cascata in tutta la sua sublimità è una grotta fatta di rami intrecciati, posta in basso di fronte alla massa d’acqua. Ma il visitatore non può provare piena soddisfazione osservando la caduta solo da una posizione, per quanto bella essa appaia. Rischiando di bagnarsi si faccia accompagnare da una guida fin sul balcone naturale da dove può osservare le caverne rocciose adornate di stalattiti, sedimenti inconsueti che si protendono fuori dai blocchi di tufo di cui le rocce sono formate; si fermi in una grande grotta in alto, il suo tetto è sostenuto da colossali colonne formate da stalattiti e guardi il Velino che si tuffa dal precipizio.

Pochi anni dopo è il turno di un altro inglese, Arthur John Strutt, archeologo, pittore e scrittore, che dopo essersi trasferito giovanissimo col padre, anche lui artista, a Roma, ha dato inizio a uno studio sistematico del paesaggio e delle tradizioni popolari dell’Italia Meridionale. Per documentarsi e trovare scenari sempre nuovi e diversi Strutt intraprende nel 1841 un viaggio a piedi verso il sud dell’Italia in compagnia di un amico, partendo da Roma alla fine di aprile e giungendo a Palermo a metà dicembre, dopo aver attraversato la Campania e la Calabria.

Le sue osservazioni e i suoi numerosissimi schizzi sono raccolti in un libro, A Pedestrian Tour in Calabria & Sicily (Un viaggio a piedi in Calabria e in Sicilia) che incontrerà in Inghilterra un notevole successo e che ancor oggi è considerato un’interessante fonte documentaria sui costumi del popolino e della nobiltà borbonica nel Regno delle Due Sicilie.

In questo caso lospirito è davvero nuovo, perché i due compari poco alla volta entrano nell’ordine d’idee di un allegro anche se faticoso vagabondare, nel quale gli scopi del viaggio finiscono in secondo piano, per lasciar posto al piacere di vivere giorno per giorno situazioni ed emozioni nuove:

Eccoci finalmente qui. Un proverbio italiano dice: – Vedi Napoli e poi muori!, ma io dico: – Vedi Napoli e vivi – perché c’è molto qui degno di essere vissuto.

Infatti si deve a Strutt e alle sue descrizioni buona parte dell’interesse che i britannici maturano verso la metà del secolo per l’Italia meridionale, ma anche dell’immagine da cartolina che ne ricavano. Raccontando la campagna sotto Roma scrive:

I pastori hanno un aspetto non meno ispido delle loro bestie: portano indumenti fatti di pelli di pecore o di capre con all’esterno la lana o il pelo. Raramente essi sono occupati in qualche lavoro […] Essi avevano un’idea favolosa delle pecore inglesi: le immaginavano grandi almeno quanto un asino! Così avevano sentito dire.

Ma le immagini di pastori che ci ha lasciato, e che corredano il libro, pur essendo realistiche evocano un clima arcadico piuttosto che una realtà di miseria e di ignoranza.

I due amici sono anche tra i primi a osare l’ingresso in quel mondo misterioso e pauroso che all’epoca era ancora la Calabria:

È qui la frontiera della Calabria e quindi l’ultima località della provincia della Basilicata. La padrona di casa ci avverte che domani non saremo più in grado di comprendere la lingua del luogo, tanto è difficile il dialetto calabrese. “Non parlano italiano come noi” – ci dice con sufficienza – pur non essendo, certamente, il suo italiano il più puro toscano. È bene, dopo tutto, aspettarsi il peggio, ed ella ci ha preparato per ogni evento, dicendoci che troveremo “brutta lingua e brutta gente”.

Strutt non si limita però a cogliere il lato folklorico o pittoresco: lascia intendere di aver ben compreso come funzionino le cose sul piano sociale e cerca di spiegarlo anche al lettore.

Temendo che non comprendiate la parola “Galantuomo” debbo informarvi che qui è usata per designare una certa classe di uomini che non sono assolutamente obbligati a lavorare per vivere. Disponendo, forse, di un carlino al giorno di rendita, essi sono in grado di vivere in ozio, per farla da padrone nel villaggio ed essere, come sono, “Galantuomini”.

Un altro pittore inglese, Edward Lear, più celebre in realtà come scrittore di limericks (una forma poetica mista di versi e disegni, che ha origine nella tradizione orale delle filastrocche ed è codificata in una struttura formale ben precisa, abbastanza simile a quella dei tanka giapponesi: cinque versi, tre di tre piedi e due di due), ha cominciato a frequentare l’Italia già dal 1837, per motivi di salute. A partire dal 1842 intraprende però una campagna di ricognizione a piedi delle regioni italiane meno conosciute, dettata da una vero e proprio innamoramento per il nostro territorio. Percorre inizialmente, per quattro estati consecutive, tutto l’agro laziale, la Ciociaria, l’Abruzzo e il Molise, riempiendosi gli occhi con i selvaggi paesaggi appenninici e il cuore con l’ospitalità degli abitanti e la persistenza delle tradizioni più antiche. Poi, nel 1847 e nel 1848, si dedica alla Calabria e alla Basilicata, calcando le orme di Strutt (del quale ha letto il Pedestrian Tour). Nel primo anno i disordini scoppiati a Reggio Calabria non gli consentono di portare a termine il suo progetto di esplorazione, che non viene abbandonato, ma semplicemente spostato in Sicilia. Tornerà l’anno successivo per percorrere gli impervi sentieri dell’area melfitana e dell’Irpinia.

Quello che vede (ma anche ciò che ascolta) è più che sufficiente a rinnovare il suo entusiasmo. Come il connazionale che lo ha preceduto, documenta iconograficamente il viaggio con numerosissimi schizzi, che diverranno in buona parte quadri dopo il rientro a Londra. Nel frattempo ha pubblicato (1846) l’opera che gli darà la fama, Il libro dei nonsense, una raccolta di limericks che anticipa i giochi di parole di Lewis Carrol e diventa da subito un classico per l’infanzia.

Terminata la campagna d’Italia, Lear continuerà ad essere animato dalla passione per il viaggio: visiterà ancora la Grecia, la Corsica, l’Albania, lasciandone dei succosissimi e illustratissimi resoconti.

Che viaggiatore (e che narratore) è Lear? È un camminatore decisamente tranquillo: del resto lo scopo delle sue peregrinazioni è quello di trovare degli scorci panoramici da dipingere, e la natura aspra dei luoghi che percorre non glieli fa certo mancare. A volte dà persino l’impressione di essere sopraffatto da tanta bellezza.

A notte la luna era piena; la grande vallata era silenziosa, a parte il cricchettio di miriadi di cavallette; una regione solitaria ma maestosamente bella.

Le frasi più ricorrenti nella sua narrazione sono “ci siamo fermati a disegnare una maestosa veduta”, e “davvero magnifica era la vista guardando da …”. Con questa disposizione non si cura molto delle distanze o di medie di percorrenza da rispettare. Ciò che gli preme è trovare alla fine della giornata di cammino un luogo confortevole dove riposare: e non ha difficoltà, munito com’è di innumerevoli lettere di raccomandazione per i notabili locali, che lo accolgono con entusiasmo, a volte anche troppo, nelle loro dimore.

La più grande penitenza di questa vita errante è lo stato di esaurimento e stanchezza in cui uno arriva la sera al suo rifugio; e siccome ci si sente obbligati a dimostrare cortesia per un certo tempo con chi ci intrattiene, la lotta tra il senso di dovere e un’opprimente inclinazione al sonno è molto penosa.

Le rare volte in cui ciò non accade, e deve adattarsi alla sistemazione in locande peggio che fatiscenti, racconta il disagio con albionica ironia.

La misera baracca dove eravamo alloggiati era per più della metà ingombrata dal letto di un uomo ammalato, con barili, con otri pieni di vino […]; in più c’era un buio infernale; e così, nell’oscurità, palpando mi sono seduto su un grande maiale vivo, che è sdrucciolato via, con mio disgusto, sotto di me, dando un portentoso grugnito, e portando l’agitazione ad un’orda di galline appollaiate in ogni posto, sopra e sotto.

In Calabria viaggia in compagnia di un amico, Proby, anche lui pittore, di una simpaticissima guida, che definisce “Turchi” tutti gli abitanti della costiera ionica, e di un asino. Incontra persone squisite, come i componenti della famiglia Scaglione, e personaggi grotteschi, come l’incontenibile conte Garrolo e la sua consorte, abati convinti che l’Inghilterra sia grande un terzo di Roma e divisa in due da un mare (sotto il quale corre però un tunnel) e baroni paranoici che temono spie ovunque: ma non avvalora alcuno degli stereotipi che facevano considerare ai suoi contemporanei la Calabria come una terra di nessuno. Non si imbatte in briganti, né subisce furti. Il pericolo maggiore è costituito semmai dalle cimici che infestano a migliaia i giacigli nelle locande:

Il numero di parassiti era così grande ed opprimente nelle camere da letto, che siamo rimasti svegli tutta la notte in attesa dell’alba, alla meno peggio, sui gradini dell’orribile spelonca.

La sua vocazione estetica non gli impedisce di cogliere, sia pure in brevi annotazioni, la situazione economica e sociale dei luoghi che attraversa, e non può fare a meno, per quanto cerchi di ignorarla, di avvertire i fermenti di quella politica. Tutto sommato ne ricava l’impressione di un equilibrio poverissimo, fondato su un immobilismo secolare e sulla distanza dalla “civiltà” che sta facendo capolino anche a Napoli: un equilibrio che appare in procinto di rompersi, con conseguenze probabilmente disastrose.

Lascio le sponde dalla Calabria con un sentimento takle di tristezza che non posso descrivere. Non è piacevole pensare l’incertezza del destino di tante gentili e gradevoli famiglie.

Ciò che lo colpisce maggiormente, e che avverte a rischio, è l’incredibile senso dell’ospitalità, che porta tutti, dai nobili ai contadini più poveri, a sentirsi in obbligo di condividere con i viaggiatori anche il loro nulla. Lo contraccambia con una simpatia schietta nei confronti della popolazione calabrese, espressa a volte, come accadeva per Seume, con una maliziosa galanteria:

Per quanto non fossimo molto attratti dalla bellezza delle donne calabresi dell’alta società, molte giovani contadine erano invece davvero belle.

E, a dispetto del suo spirito nomade e curioso, comprende perfettamente ciò che intende dire il buon vecchio Don Giovanni Rosa, che in vita sua non è mai andato oltre il paese vicino:

Perché dovrei andare? Se, quando morirò, come dovrò ben presto, troverò il Paradiso come Canolo, sarò molto felice. Per me “Canolo mio” è sempre stato come un Paradiso; mi sembra sempre un Paradiso, non mi manca nulla.

Nel 1844 è invece un giovanissimo poeta e giornalista americano (ha solo diciannove anni), Bayard Taylor, a essere inviato al di qua dell’oceano dal New York Tribune, per una serie di reportage da vari paesi europei (Inghilterra, Francia, Germania, Italia). Taylor assolve al suo compito muovendosi quasi sempre a piedi per due anni, durante i quali vive con sei centesimi di dollaro al giorno (e non manca di farlo presente ai lettori dei suoi articoli, e implicitamente all’editore).

Al ritorno in patria gli articoli sono raccolti nei due volumi di Views A-foot: or, Europe seen with Knapsack and Staff (Visto a piedi, o l’Europa vista con zaino e bastone, 1846), che lo rendono popolare presso un vasto pubblico. Da questo momento Taylor non si ferma più. Entra a lavorare stabilmente per il Tribune, che lo invia in California a seguire la febbre dell’oro, e approfitta dell’occasione per una puntata in Messico. Altro libro, altro successo. Il tour successivo si svolge nuovamente nel vecchio mondo, in Egitto e in Palestina. Poi è la volta dell’Estremo Oriente, India, Cina e Giappone, quindi ancora l’Europa, quella baltica e scandinava.

Nel frattempo conosce e fa pubblicare Henry David Thoreau e si afferma anche come poeta. Taylor naturalmente non viaggia più soltanto a piedi, ma appena gli è possibile rispolvera gli scarponi: ad esempio, per tenere una conferenza a San Francisco, nel 1859, riattraversa a piedi la Sierra. La sua carriera di camminatore lascia però a un certo punto il posto a quella di diplomatico (sarà anche ambasciatore a Berlino) e il suo nome, già legato agli innumerevoli libri di viaggio che ha tratto dalle esperienze fatte in mezzo mondo, si lega piuttosto, verso la fine dell’esistenza, a un’ottima traduzione del Faust di Goethe e al romanzo Joseph and His Friend: A Story of Pennsylvania, considerato il primo romanzo gay della letteratura americana.

Le impressioni che Taylor ricava dell’Italia (dove tornerà in più occasioni) non differiscono molto da quelle riportate da Seume, e prima ancora da Montesquieu e da quasi tutti gli altri viaggiatori stranieri. Riguardano lo spettacolo di un popolo oppresso in nome della religione, mantenuto nella povertà e nell’ignoranza da coloro che si professano intermediari tra l’uomo e Dio.

Ci sono anche aspetti legati alla sua ambiguità sessuale (a dispetto di due matrimoni, coltiva amicizie maschili molto strette e durature). A Milano, ad esempio, è toccato dalla visione di un bellissimo adolescente già infagottato nella “lugubre zimarra” del noviziato, e destinato quindi

[…] a una vita solitaria, senza gioie, in cui ogni affetto deve essere schiacciato come peccaminoso, e ogni piacere negato come un delitto! Eppure traspariva dal bel volto e dal tenero labbro di quel ragazzo che egli aveva un cuore caldo e desideroso di amore.

Nel complesso è comunque già un giornalista, molto bravo a sottolineare gli elementi di forte impatto emozionale e ad assecondare le aspettative di un grosso pubblico, ma senza alcun interesse ad approfondire i contatti e la conoscenza.

Di tempra molto diversa è un altro instancabile calpestatore delle strade italiane, lo scrittore, critico d’arte e traduttore di classici Samuel Butler. Butler è un personaggio a dir poco eccentrico: si diletta con competenza di tutto, dalla musica all’arte, dalle scienze naturali alla filologia e alla teologia, ed è soprattutto un bastian contrario per carattere e per vocazione.

Sostiene ad esempio, col supporto di un serissimo apparato filologico, che l’Odissea sia stata scritta da una donna (The Authoress of the Odyssey) e che le vicende narrate nel poema siano da ubicare non nell’Egeo ma nel Mediterraneo (ha personalmente identificato sulle coste o nelle isole siciliane tutti gli approdi di Ulisse).

Attratto dalla teoria evoluzionistica, polemizza però con Charles Darwin accusandolo di aver semplicemente divulgato idee che erano già del nonno Erasmus. Omosessuale abbastanza disinvolto per l’epoca, finirà implicato in una serie di vicende surreali e quasi farsesche, in seguito alle quali rinnegherà la sua identità sessuale per non fare la fine di Oscar Wilde.

Insomma, un tipo da romanzo, che a ventitrè anni ha lasciato la famiglia (lo volevano pastore anglicano) e l’Inghilterra per andare a fare l’allevatore di pecore in Nuova Zelanda, e che dopo cinque anni di vita bucolica è tornato in patria, dove ha conosciuto il successo con Erewhon, ovvero Dall’altra parte della Montagna, una “distopia” fantascientifica che attacca l’ottimismo tecnologico dei suoi contemporanei.

Negli ultimi due decenni dell’800 Butler frequenta assiduamente l’Italia, innamorandosene al punto da farsene entusiasta propagandista presso i suoi connazionali. Gira un po’ per tutto il paese, dalle Alpi alla Sicilia (dove a tutt’oggi è amato per le tesi sull’Odissea), ma si dedica infine particolarmente all’escursione dei Sacri Monti delle vallate alpine occidentali, sorbendosi a piedi tutti gli itinerari e raccontandoli poi in Alpi e santuari del Piemonte e del canton Ticino, illustrato dai suoi disegni. La riconoscenza che i valligiani gli tributano per aver fatto conoscere al mondo un fenomeno artistico sino ad allora ignorato, o declassato a curiosità folkloristica, è espressa nel ritratto dello stesso Butler che si trova all’interno della Cappella dell’Ecce Homo, al sacro Monte di Varallo.

La passione di Butler per l’Italia è indiscutibile, ma è forse meno genuina di quanto parrebbe. Proprio il suo carattere induce a pensare che sulla scelta di celebrare il nostro paese pesi anche, e molto, la volontà di contrapporsi al proprio, o almeno alle convenzioni vittoriane che lo gelano. Lo dimostra il fatto che pur tornando ripetutamente non pensa a stabilire qui la sua dimora.

Anche per quanto riguarda il Sud, il suo entusiasmo appare molto epidermico. Credo tuttavia che l’attivismo promozionale di Butler e il suo ambiguo fascino abbiano influenzato molti “irregolari” della generazione immediatamente successiva.

Solo qualche anno dopo altri “liberi viaggiatori” come George Gissing (Sulle rive dello Jonio. Appunti da un viaggio nell’Italia meridionale) e Norman Douglas (Vecchia Calabria e Alone. In viaggio per l’Italia), accomunati a Butler dall’amore per l’Italia e per gli individui del loro sesso, sceglieranno di eleggere proprio le aree più arretrate del paese a Eden ritrovato.

Nella primavera del 1901 ancora un inglese (ma di origini francesi), Hilaire Belloc, parte a piedi dalla Francia, attraversa la Svizzera e punta su Roma.

«Partirò dal luogo dove feci il soldato a sconto dei miei peccati» scrive all’inizio di La via di Roma, il diario di viaggio nel quale racconta l’impresa.

Si propone di non usare mai altro mezzo che le proprie gambe e di dormire all’addiaccio, per essere nella città santa entro il 29 giugno, percorrendo almeno quarantacinque chilometri al giorno.

Belloc è un formidabile polemista cattolico, poeta, scrittore di biografie e sostenitore, contro i modelli capitalistico e socialista, del distributismo (che prevede l’incentivazione della piccola proprietà e della piccola industria col ricavato della divisione e della redistribuzione dei grandi latifondi: in pratica un ritorno all’economia dell’Europa cristiana medioevale).

È legato da forte amicizia a Gilbert Keith Chesterton (quello di Padre Brown), col quale collabora per tutta la vita e a fianco del quale sostiene infuocate polemiche (e qui la sua componente francese lascia trapelare più che un’ombra di antisemitismo).

La motivazione del viaggio lo farebbe rientrare nel novero dei pellegrinaggi. Ma Belloc non lo interpreta come un percorso penitenziale di redenzione. Pensa, filosofeggia, qualche volta prega e ogni mattina, prima di mettersi in cammino, ascolta la messa ma si diverte anche un mondo, tanto che invoca a nume tutelare della sua scrittura François Rabelais «uno che sapeva vivere».

Pertanto ironizza, si guarda attorno, interroga la gente, ammira i paesaggi (come Butler, disegna lui stesso le illustrazioni) e mantiene un ritmo di scrittura vivace e brillante quanto doveva esserlo la sua camminata.

È un osservatore attento ma benevolo e alla fine, tutto sommato, l’Italia gli piace, paradossalmente proprio per i motivi che spiacevano a Taylor e a Seume, perché ritrova in essa il cuore profondamente cristiano di tutta la civiltà europea.

L’amore di Belloc per le camminate si manifesta anche, sul piano letterario, in una compilazione che cura dieci anni dopo il viaggio a Roma nel 1911, The Footpath Way: An Anthology for Walkers, nella quale raccoglie gli scritti teorici o i racconti di grandi camminatori, da Thoreau a De Quincey, da Stevenson a Borrow e a Stephen, e per la quale scrive un’appassionata introduzione, un vero epinicio all’andare a piedi. Perché:

Il camminatore diventa cugino o fratello di ogni cosa attorno a sé.

È interessante confrontare il viaggio di Belloc con quello compiuto poco prima della seconda guerra mondiale dal poeta olandese Bertus Aafjes, e narrato poi in versi nel 1946 nel poemetto Een voetreis naar Rome (Un pellegrinaggio a Roma).

Aafjes lascia il convento nel quale aveva pensato di prendere i voti perché vi respira un’aria troppo medioevale, una religiosità cupa, mentre lui è appassionato di classicità (all’inizio del poema chiama in aiuto tutte le Muse) e prova turbamenti che lo fanno dubitare della sua vocazione.

Da Amsterdam prende la via per Roma, senza avere in testa alcun itinerario preciso né piani di viaggio, confidando nel fatto che tutte le strade portano là. C’è meno energia nella sua camminata, e una spiritualità più sofferta e delicata, rispetto a quella sicura e spavalda di Belloc.

Scende lungo il Reno, passa per Colonia e Aquisgrana e arriva nel Tirolo (è lo stesso itinerario percorso da Patrick Leigh Fermor cinque anni prima). In un monastero sulle Dolomiti un abate provvede al suo bagaglio culturale regalandogli quattro libri: la Vita Nuova, le Bucoliche, l’Ars Amandi e l’Odissea.

In Italia i suoi dubbi sulla fermezza della vocazione trovano conferma: ospitato da una famiglia, le attenzioni della fanciulla di casa lo spingono a fuggire, e a Firenze respira a pieni polmoni un’aria di sensualità, dettata anche dal paesaggio (immagina ninfe e satiri in amore). Perde la sua verginità dopo una serata trascorsa con una cameriera a guardare le stelle, mentre attraversa gli Appennini.

A Roma non trova le messe pasquali, ma ha altri incontri con ragazze che lo turbano: i suoi sogni nella calura meridiana sono frequentati dalle Muse, che gli chiedono di non mortificare il proprio corpo se vuole essere al loro servizio.

È insomma esattamente l’opposto del pellegrinaggio di Belloc: là era una vera e propria marcia su Roma alla ricerca di un consolidamento della fede, qui è un vagabondaggio che la fede la mina del tutto. Non ci sono indicazioni sui tempi, sulle percorrenze, sulle tappe ed eventuali inconvenienti di viaggio. La scrittura poetica filtra e dissolve tutto questo.

Riservo da ultimo un po’ di spazio, saltando tutta la sfilza di pedestrian walkers che hanno esercitato nel secolo scorso la loro passione sulle strade italiane, a un contemporaneo: uno scrittore che potrebbe essere mio figlio, sia anagraficamente sia perché italiano. Enrico Brizzi è balzato alla notorietà giovanissimo, non ancora ventenne, con un “romanzo di formazione” in stile punk, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, ed è poi transitato, con l’avvento della prima maturità, alla letteratura di viaggio.

Del viaggio a piedi Brizzi ha fatto una vera e propria religione, che non a caso lo ha portato a percorrere la via Francigena, da Canterbury a Roma, e l’itinerario medioevale per Gerusalemme, partendo da Roma. Si tratta di una religione laica, che ha i suoi rituali e le sue omelie tramite blog e nella quale il passo si traduce immediatamente in verbo.

Brizzi è indubbiamente figlio di una moda che ha in Chatwin l’ispiratore, ma è un professionista (nel senso che a questo punto del camminare ha fatto una professione) serio e fa le cose con metodo. Ha percorso infatti totalmente a piedi l’Italia in lungo, dall’Alto Adige alla Sicilia (Gli Psicoatleti) e in largo, dall’Argentario al Conero (Nessuno lo saprà), con uno spirito che non è certamente quello di Seume, né potrebbe esserlo, ma in sostanza per il piacere di farlo (anche se qualche volta sembra mutarsi in dovere). Allo stesso modo in cui è piacevole leggere i suoi libri, se non si ha la pretesa che dicano qualcosa sull’Italia di oggi.

Non è un problema di sensibilità o di capacità di racconto del viaggiatore: è proprio il camminare, e mi riferisco agli impegni su lunghe distanze che difficilmente potrebbero essere oggi definiti “passeggiate”, ad aver conosciuto una trasformazione, a essere diversamente inteso da chi lo pratica e percepito da chi, direttamente o attraverso la lettura, lo incrocia. Ma questo sarà l’argomento di una prossima puntata.

Per ora mi fermo qui, anche perché questa rassegna rischia di diventare un arido e noioso elenco di nomi e di libri. Inoltre i ripetuti accenni ai viaggi italiani di Goethe, di Montesquieu e di molti altri mi hanno tentato per un attimo ad allargarmi in un excursus sul Gran Tour, mentre quelli all’omosessualità di Taylor, Butler, Gissing e Douglas mi stuzzicano in merito al risvolto del turismo sessuale, tutt’altro che secondario in questa storia di viaggi e di viaggiatori. Ma credo che non se ne farà nulla. Per fortuna l’esistenza su entrambi gli argomenti di opere eccellenti, uscite recentemente e citate nella bibliografia, mi permette di indirizzare a esse chi volesse approfondire.

Una Bibliografia minima

AAFJES, B. – Een voetreis naar Rome – DE CEDER, AMSTERDAM 1947
AAFJES, B. – Capriccio italiano – MEULENHOFF, AMST. 2013
BELLOC, H. – La via di Roma – CANTAGALLI, 2012
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BRIZZI, E. – Gli Psicoatleti – BALDINI e CASTOLDI, 2011
BUTLER, S – Alpi e santuari – PIEMME, 2004
LEAR, E. – Diario di un viaggio a piedi – RUBETTINO, 2009
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SEUME, J. G. – L’Italia a piedi (1802) – LONGANESI, 1973
STRUTT, A. J. – Calabria Sicilia 1840. Avventure di un inglese nel Mezzogiorno borbonico – ED SCIENTIFICHE ITALIANE, 1970
STRUTT, A. J. – Un viaggio a piedi in Calabria – RUBETTINO, 2011
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WEATHERHEAD, G. H. – A Pedestrian Tour Through France and Italy –BRITISH LIBRARY, 2015
WU MING 2 – La via del sentiero. Un’antologia per camminatori – EDIZIONI DEI CAMMINI, 2015