Hanno sfrattato Dio

di Paolo Repetto, 10 maggio 2026

Sessant’anni fa, in una latrina fatiscente che era l’unico servizio igienico (!?) della facoltà di Lettere, rimasi fulminato da una delle tante scritte vergate sulle pareti, che ammoniva: Ludd ti vede. Mi colpì perché era una variante inedita dell’abusatissimo (nei vespasiani e nei confessionali) Dio ti vede, e perché ingenuamente pensavo di essere uno dei rari appassionati alle vicende del luddismo. Incuriosito dalla scritta, scoprii che nell’ambiente universitario genovese esisteva un gruppo Ludd, di matrice situazionista, e naturalmente mi precipitai ad arruolarmi. Altrettanto velocemente ne uscii, dopo aver constatato che, a dispetto della presa di distanza da tutti i “socialismi reali”, quanto a concretezza delle proposte eravamo alle solite. Ma questa è un’altra storia, che rimando a diversa occasione.

Ne parlo solo perché m’è tornato in mente ciò che sostiene Nico, cioè che la comunicazione via social è in fondo la continuazione su altri supporti, sia nei modi che nei contenuti, di quella che un tempo passava per le pareti dei cessi pubblici. L’unica differenza sta nel fatto che allora il lezzo delle latrine chiariva subito l’idea dell’ambiente in cui ti trovavi, e che sfogare lì rabbie, repressioni, idiozie e complessi vari era considerata un’attività da ritardati mentali, seppur a volte capaci di una surreale e magari involontaria ironia; oggi invece quell’attività è assurta a nuovo modello del comunicare, e se il puzzo è rimasto, sia pure solo metaforico, di ironico non è rimasto proprio nulla. Il che, secondo Marshall Mc Luhan, dovrebbe indurci a riflettere sullo stato della cultura contemporanea nel suo complesso.

Sempre sessant’anni fa infatti, ne Gli strumenti del comunicare, il sociologo canadese scriveva che “il medium è il messaggio”. Diceva una cosa che oggi appare ovvia e scontata, ma che all’epoca non lo era affatto: e cioè che ogni forma di comunicazione va studiata non solo per i contenuti che veicola ma prima ancora per i supporti e i criteri attraverso cui lo fa. Ovvero: il medium modifica lo spazio, l’ambiente in cui la comunicazione avviene, e quindi anche i modi in cui divulghiamo o recepiamo un contenuto, e in ultima battuta modifica noi stessi. In realtà Mc Luhan non si riferiva solo agli strumenti specifici del comunicare, ma ad ogni tipo di “protesi” capace di amplificare e rimodellare le nostre potenzialità, ruolo che possiamo riconoscere ad esempio all’orologio e agli occhiali così come alle armi da fuoco e alla stampa, ma già addirittura alla ruota, e prima ancora agli abiti e al fuoco. In pratica, ad ogni innovazione tecnologica che agisce direttamente o indirettamente sul nostro corpo, sulla nostra mente, sulla natura delle nostre relazioni e sull’ambiente in cui viviamo.

Per sviluppare questo concetto McLuhan si concentrava comunque principalmente sugli strumenti della comunicazione, e ne analizzava l’impatto storico e sociale, a partire dalla scrittura in genere e dalla tipografia in particolare. Per quanto concerne la prima, nulla di nuovo: i suoi effetti li aveva già evidenziati (e stigmatizzati) Platone duemila e passa anni fa. Quanto alla seconda, diceva, attraverso la stampa sono stati promossi la riforma protestante, la rivoluzione scientifica e quella industriale, l’illuminismo e il nazionalismo romantico, l’alfabetizzazione, la produzione e il consumo di massa. Praticamente tutto ciò che ha caratterizzato gli ultimi cinque secoli, quelli etichettati come “età moderna”.

Questa affermazione, assieme all’idea che con la più recente evoluzione dei mezzi di comunicazione il mondo sia diventato “piccolo” e abbia assunto di conseguenza i comportamenti tipici di un villaggio (il “villaggio globale”, all’interno del quale le persone possono comunicare rapidamente tra loro e in tal modo l’informazione diviene molto più diffusa e immediata), gli ha attirato l’accusa di “determinismo tecnologico”. È stato interpretato addirittura come un fautore della tecnologia ad ogni costo, mentre è sufficiente leggere la sua prima opera, La sposa meccanica (1953), dove sostiene esplicitamente che “ogni tecnologia ha il potere di ottundere la consapevolezza umana”, per rendersi conto che non è affatto così. Ancora ne Gli strumenti del comunicare, pubblicato quindici anni dopo, affermava: “La tecnologia è un invisibile tiranno che porta i suoi effetti distruttivi nei più profondi recessi della psiche, più di quanto possano fare i denti a sciabola della tigre o dell’orso […]”.

Ma anche questi fraintendimenti, più frequenti di quanto si pensi, soprattutto nella sinistra ostinatamente ortodossa e più ancora in quella che si percepisce alternativa, meritano una riflessione che per il momento devo rimandare.

Dunque, torniamo ai media. Sulle implicazioni storiche e sociologiche che ogni nuovo medium comporta non ci piove. Ma esso agisce anche in altre direzioni: crea cioè di volta in volta una nuova disposizione psicologica individuale. Mc Luhan distingueva tra media freddi (la televisione e il telefono, ad esempio) che stimolano una partecipazione intensa perché sono “a bassa definizione”, e media caldi (la radio, il cinema, il libro o il giornale), che sono ad “alta definizione” e inducono quindi una partecipazione passiva. Intendeva per “definizione” il livello di completezza intrinseca, di autonomia di una formula comunicativa, che quanto più è alto meno spazio consente a interventi di integrazione o modifica dall’esterno.

Oggi questa distinzione andrebbe rivista: intanto perché già la trattazione di Mc Luhan riusciva controintuitiva, ribaltava la nostra percezione di “caldo” e di “freddo”, poi perché sono oggettivamente cambiate le modalità di fruizione e la qualità delle competenze richieste, e infine perché sono entrati in ballo altri media per i quali la collocazione è particolarmente complessa.

Mi spiego. Se lo strumento comunicativo è la stampa, si tratti di libri o di giornali, al fruitore si richiede in realtà sempre una partecipazione “attiva”, nel senso che deve dotarsi almeno delle competenze specifiche per poter accedere al messaggio – deve saper leggere, ma deve anche essere in grado di capire e interpretare ciò che legge, e soprattutto aver voglia di affrontare una lettura che vada oltre lo spazio di un paragrafo. Ciò che sembra sempre meno verificato, come dimostrano sia la crisi dell’editoria giornalistica, con un calo drastico delle vendite di quotidiani e riviste, sia quella del settore librario, dove l’aumento del numero di pubblicazioni è inversamente proporzionale al loro peso culturale. La lettura, che un tempo era concepita come un piacere, e per la stragrande maggioranza come una conquista, quando richieda un po’ più di tempo e di attenzione delle dieci righe di un tweet è percepita ormai come uno sforzo.

Se l’emittente è invece il cinema, lo spettatore non deve possedere particolari competenze, è sufficiente abbia disponibile lo strumento, per il resto la sua partecipazione è totalmente passiva. Quanto alla radio e alla televisione, per come funzionano oggi, la partecipazione è si attiva, perché ci si può collegare, si può interloquire, si possono esprimere opinioni, ma esiste pur sempre un qualche filtro, che se non è la pertinenza dell’intervento è comunque la sua funzionalità rispetto all’intenzione spettacolare e distrattiva di fondo che quei media perseguono.

Se infine il medium è lo smartphone, allora la faccenda si complica. Perché anche qui è sufficiente possedere e saper usare lo strumento, ma chi ne fa uso non è affatto passivo: interagisce in vari modi, con lo strumento stesso o con interlocutori connessi a quello strumento. Se poi si allaccia alla rete dei social l’illusione di una partecipazione attiva diventa smania di protagonismo. Tutto ciò è indipendente dall’oggetto e dalla rilevanza dei messaggi: la maggior parte dei contenuti partecipati alla cerchia delle proprie “amicizie” riguardano menù, immagini di piatti, panorami che testimoniano vacanze, selfie che raccontano vita e miracoli di illustri sconosciuti e i loro rapporti di prossimità con le star.

È l’apoteosi del nulla, eppure i social vengono quotidianamente compulsati da miliardi di persone. La polluzione dei messaggi comporta naturalmente un drastico azzeramento della rilevanza dei contenuti, e alla fine in questo mare magnum dell’insignificante si disperdono anche le cose che avrebbero davvero un qualche rilievo. Non solo: tanta sovrabbondanza richiede che i tempi di attenzione e di riflessione e gli spazi di memorizzazione si riducano all’attimo. Quindi: teoricamente possiamo essere informati di tutto, nella realtà non sappiamo nulla. Il rapporto che i più hanno col mondo, su come è fatto e su cosa vi accade, si basa solo sul “sentito dire”, e non ne hanno maggiore conoscenza di quella di un contadino del medioevo. Del quale condividono anche la credulità e la superstizione.

Una deriva di questa portata Mc Luhan non poteva prevederla, i social network sarebbero nati solo trent’anni dopo: ma in qualche misura sembrava presagirla. Si augurava che la nascita di una comunità globale ampia portasse allo sviluppo di nuove forme di coinvolgimento e di partecipazione individuale: ho dei dubbi però che davvero ci sperasse. La definizione di “idiota tecnologico” da lui coniata sembra infatti benissimo attagliarsi alla realtà della odierna condizione. D’altro canto aveva già anticipato che “una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre”. Quest’ultima cosa è, guarda caso, proprio ciò che sta accadendo, con Musk e compagnia. Il resto è già accaduto.

È accaduto che l’umanità si è addormentata lasciandosi ipnotizzare dai ritmi sempre più veloci e dalle promesse portentose delle nuove tecnologie, le quali nel frattempo si andavano svincolando dal controllo umano: stavano facendo cioè quello che ogni tecnologia è intrinsecamente portata a fare, ovvero perpetuarsi attraverso un costante rinnovamento e ampliare le proprie sfere d’azione e il proprio dominio, eliminando o marginalizzando tutto ciò che può intralciare questi processi. Ha prevalso nella società, soprattutto in quella occidentale, quello che Mc Luhan definiva un “narcisistico torpore”. Con l’automazione abbiamo pensato di liberarci definitivamente del peso del lavoro, con l’informatizzazione di democratizzare la conoscenza, con i social media di creare in tutto il globo una rete di interrelazioni spontanee, non guidate e controllate dall’esterno.

Non è andata così, purtroppo. Dal lavoro non ci stiamo affatto emancipando, semmai lo stiamo perdendo in massa, senza che ci sia all’orizzonte una qualche credibile alternativa di sopravvivenza per chi ne è espulso. Ciò che negli anni caldi della contestazione, ma in fondo sin dai tempi di Adamo, era visto come una condanna oggi è diventato un privilegio. Dal canto loro, la democrazia e la cultura non godono di miglior salute: la pluralità incontrollata delle voci si è tradotta in una babele che è terreno fertile per ogni demagogia e rifugio ideale dell’ignoranza.

Quanto poi alle modalità delle relazioni, negli ultimi vent’anni si è verificata una trasformazione epocale. Il paradosso è che questa trasformazione non è occulta, sta avvenendo sotto i nostri occhi, ci tocca tutti personalmente; ma a quanto pare, a dispetto dell’evidenza, del fatto che per strada, sui mezzi pubblici, nei luoghi d’incontro e purtroppo anche tra le pareti domestiche ci relazioniamo con una umanità in costante stato catatonico, non abbiamo maturato una reale consapevolezza di ciò che tutto questo comporta. Lo dimostra il fatto stesso che di fronte all’allarme per il calo manifesto delle capacità cognitive (è già in atto addirittura una mutazione biologica, la riduzione negli umani della massa e del peso della materia grigia) si demandino alle istituzioni i rimedi, si invochino norme per limitare l’uso dello smartphone e l’accesso ai social da parte dei minorenni, ben sapendo che queste misure non avranno alcun impatto e che anzi creeranno un perverso effetto antiproibizionista. Non siamo in Cina, e l’uso di strumenti coercitivi, quand’anche gli si volesse dare credito di una qualche efficacia, in contesti come quelli delle democrazie occidentali è improponibile.

Non si può certo dire che lo smottamento sia arrivato improvviso: i segnali c’erano da tempo, e inequivocabili. L’ipnosi da social è stata preceduta e preparata per mezzo secolo da quella televisiva. E non solo dal sempre più invadente e spudorato bombardamento pubblicitario: la demenzialità dei programmi, i modi aggressivi nei dibattiti, la maleducazione, i toni esasperati, le interruzioni e le sovrapposizioni, sono stati prima tollerati con sufficienza, anzi, vellicati nella misura in cui facevano audience, e poi adottati come norma del comunicare. Nel frattempo le scritte idiote dilagavano incontrastate dai muri delle latrine a quelli di tutta la città, per invadere poi le praterie aperte dal web. Il tutto in mezzo a un mare di ipocrisia, con le querimonie a gettone di coloro che a vario titolo hanno la qualifica di addetti ai lavori, ma sostanzialmente nella più totale indifferenza, quando non nella “comprensione” e nella assunzione ad “espressioni artistiche”. Giorni fa, nel corso di un dibattito televisivo su questo argomento, nobilitato dalla presenza di psicologi e sociologi e altri imbonitori, la gran parte dei presenti, quando la parola era ai loro colleghi, compulsavano freneticamente lo strumento: per “restare connessi”.

Temo allora che quella imboccata sia una strada senza ritorno, e non riesco ad immaginare, o preferisco non farlo, dove potrà condurci. Ma se proprio volessimo conservare una minima speranza di uscirne, questa non dovrebbe passare per il tentativo di addomesticare il mondo dei social a colpi di leggi, quanto piuttosto per un’azione diffusa di screditamento. Non serve una crociata condotta da un esercito della salvezza, né una campagna ideologica promossa da partiti, chiese, enti morali o da chiunque viaggi sotto qualsivoglia bandiera; un boicottaggio conclamato e generico sarebbe oltretutto non solo controproducente ma anche ingiusto, perché malgrado io non abbia alcuna esperienza diretta di frequentazione dei social ritengo ne sia in fondo possibile un utilizzo equilibrato, non normato dall’alto (?) ma affidato al buon senso; e soprattutto perché esistono categorie di persone per le quali i social, a dispetto della loro natura fredda e intrinsecamente mendace, rappresentano purtroppo l’unico conforto.

Contro il loro uso compulsivo e morboso potrebbe invece funzionare solo un’azione “strisciante”, a bassa intensità, altrettanto insidiosa di quella condotta da chi li ha inventati e li gestisce senza scrupoli. Una mossa da judoka che faccia leva, per ribaltarle, sulle stesse motivazioni di rivalsa sociale che ne hanno promosso la diffusione, e ne adotti le stesse strategie. Se il ricorso alle piattaforme digitali ha illuso miliardi di persone di potersi finalmente esprimere, di ottenere visibilità e consenso, di trovare riferimenti e guide per ogni tipo di scelta, da quelle esistenziali a quelle di consumo, o magari di poter impunemente sfogare le proprie rabbie e idiosincrasie, la strategia è quella di screditare il valore di questi riferimenti, di stigmatizzare senza filippiche e strombazzamenti il conformismo e l’assoluta trivialità di queste scelte. Per dirla senza tanti giri di parole, sarebbe necessario svilire le “pseudo-comunità” virtuali non predicando o imponendo l’astinenza dalla loro frequentazione, ma inducendo a percepirle come socialmente squalificanti, come ignobili rifugi d’emergenza per poveri di spirito e rancorosi, qualcosa che denota una bassissima collocazione nella gerarchia sociale. Un’operazione “sporca”, se vogliamo, che dovrebbe avvalersi non di testimonial e di influencer di grido ma di un rifiuto opposto senza troppi clamori da protagonisti quasi anonimi eppure visibili della quotidianità: di un atteggiamento cioè non aggressivo o sprezzante ma sottilmente snobistico, alla Bartleby (per i meno acculturati, alla Celentano del Grazie, preferisco di no). E nel contempo dovrebbe promuovere la riscoperta di rapporti interpersonali diretti, di amicizie vere e non virtuali, in situazioni ordinarie: cose che non metteranno in contatto col mondo intero ma consentono di confrontarsi con persone reali e con opinioni spontanee. Se una cosa del genere riuscisse, le piattaforme che prosperano veicolando odio e imbecillità andrebbero velocemente a bagno.

Ho disegnato naturalmente un’ipotesi del terzo grado, del tutto impraticabile: che non sarebbe solo irrealizzabile, sarebbe forse ormai inutile. Come sempre, mentre noi stiamo a rimuginare su come affrontare un problema creato dalla tecnologia, la tecnologia viaggia a velocità doppia e lo ha già reso obsoleto, creandone uno ancora più complesso. Il più recente stadio dell’autonomizzazione tecnologica vede l’irruzione dell’intelligenza artificiale, che sta diventando l’interlocutrice per eccellenza. Non bastava che i frustrati e i repressi si confrontassero, si sbranassero o si alleassero tra di loro: oggi trovano sponda in qualcosa che li rende dipendenti con ancora maggiore facilità. Anche in questo caso non si tratta di un avvento improvviso: in realtà il fuoco covava da decenni, anche se solo oggi è diventato “il” problema per eccellenza. Senza dubbio all’interno di una “logica del potere tecnologico” questo passo rappresenta davvero un salto eccezionale di qualità, oserei dire irreversibile: la tecnologia è arrivata all’autocontrollo. Il problema vero è però che per noi umani anche questo è diventato un soggetto per lo spettacolo, che continua a dispetto del fatto che il teatro stia andando a fuoco.

Le proposte per arginare gli sconquassi psicologici che l’IA minaccia di provocare, e sta anzi già provocando, sono infatti dello stesso tenore di quelle avanzate per i social. Si affronta il problema a valle, alzando delle dighe che non reggeranno alcuna piena, anziché risalire alla sorgente. Davanti alla constatazione che il quaranta per cento degli adolescenti ha già stabilito un legame empatico con il proprio chatbot, relazionandosi solo con quello ed eleggendolo ad amico e consigliere unico, proprio in questi giorni è stata presentata in Italia una proposta di legge per regolare l’interazione emotiva tra gli algoritmi e gli utenti più giovani. Ciò che si chiede è limitare a cinque giorni la durata della memoria delle conversazioni, dopo di che queste dovrebbero essere cancellate, per impedire all’algoritmo di accumulare dati, di “adattarsi” nel tempo all’utente e di creare in questi una dipendenza.

Ora, io non so valutare l’impatto di una disposizione del genere, ma non ho dubbi che le piattaforme stiano già escogitando delle contromisure, un qualche modo per accantonare e trasferire i dati e attingervi all’occorrenza per rendere comunque disponibile un profilo dell’umano che si connette. Non è questo comunque il problema. Il problema vero lo si desume del testo di presentazione della proposta. In base a inchieste diverse su campioni decisamente significativi di adolescenti risulta che “oltre 7 ragazzi su 10 dichiarano di avere un estremo bisogno di sentirsi ascoltati davvero”, “ben 2 su 3 vorrebbero più carezze emotive dalle persone vicine”, “il 60% degli adolescenti ritiene l’esperienza con i chatbot appagante sotto tanti punti di vista, dall’assenza di giudizio alla comprensione pressoché totale, passando per la costante disponibilità all’ascolto” , “il 13% degli utenti ha raccontato che il rapporto con il bot sta alzando gli standard cercati nella realtà, rendendo le persone in carne ed ossa più faticose e complicate da gestire”. E via di questo passo. Tradotto in spiccioli, questo verrebbe a significare che la responsabilità del disagio minorile è dell’ambiente familiare, della scuola, insomma, di una società nel suo complesso incapace di attenzione. Il che è assolutamente vero, ma in senso opposto. Il problema non è l’indisponibilità all’ascolto da parte dei genitori (che per la carità, esiste, ma all’interno di un atteggiamento molto più generalizzato) ma quella dei figli, e i figli non sono capaci di ascoltare perché nessuno li ha educati o costretti a farlo. Non è la mancanza di attenzioni, ma semmai, al contrario, l’eccesso, che ha fatto dei ragazzi degli egoisti affettivi, insicuri, disarmati e rabbiosi di fronte a qualsiasi difficoltà. Non è l’incomprensione, che qui viene interpretata come pretesa degli adulti, nella fattispecie degli insegnanti, di giudicare e, nel caso, di dissentire, quanto piuttosto l’accettazione e la giustificazione pelosa di ogni fisima o stramberia o malumore degli adolescenti (e qui entra in ballo lo scandaloso mercato delle certificazioni di ogni sorta di disturbo dell’apprendimento o del comportamento, rilasciate da psicologi compiacenti e usate da genitori ansiosi di scaricarsi di ogni responsabilità educativa).

Non meraviglia dunque che un algoritmo addestrato con le migliori tecniche psicologiche, che ti dà sempre ragione e offre soluzioni per tutto, adattandosi ad ogni capriccio, non faticherà a conquistare la mente e il cuore di soggetti mai davvero svezzati. In fondo, non è poi molto diverso da quel che accade ultimamente nel rapporto degli adulti con i cani.

Comunque. Come la penso sull’affetto parentale l’ho già spiegato in un vecchio pezzo titolato Il libro degli abbracci, e su quello che dovrebbe essere il ruolo della scuola in almeno una decina di altri interventi. Quindi non sto a ripetermi.

Spero solo che a qualcuno, di maggioranza o di opposizione che sia, venga in mente di proporre un progetto di legge che miri a una restituzione totale di dignità e autorevolezza alla scuola: che non si riduca quindi alla immancabile richiesta di maggiori stanziamenti, o a riforme insensate come tutte le ultime dal Sessantatre in poi; che proponga il ritorno ad una scuola dei doveri prima che dei diritti. E che magari organizzi dei corsi di recupero per gli adulti.

Insomma, che azzardi qualcosa di altrettanto utopico di ciò di cui ho parlato io, ma almeno dia il segnale che c’è ancora qualcuno che pensa con la sua testa e non con gli algoritmi.

E chiudo. Su questo argomento si potrebbe andare avanti sino a domani (senza peraltro arrivare a trarre conclusioni di un qualche valore): ma a parte il fatto che l’ho già trattato altrove, credo di aver superato da un pezzo i limiti di sopportazione di qualsiasi improbabile lettore.

Mi concedo solo un’ultima osservazione: nelle toilettes degli aeroporti o delle aeree di servizio autostradali, ma anche nei servizi pubblici cittadini, non mi imbatto più nelle un tempo immancabili esternazioni. A quanto pare i social a qualcosa sono serviti. Hanno fatto uscire Dio dalle latrine. L’idea che dovesse dimorare sempre lì per controllarci mi inquietava. Ora non ci vede, non ci legge e non ci ascolta più. Beato lui.

Alla ricerca di un impero

dicembre 2025

di Paolo Repetto, 8 dicembre 2025

Per valutare la qualità della vita in un luogo, sia esso una nazione o una singola città, si sommano e si incrociano diversi criteri, che vanno dal tasso di istruzione a quelli di occupazione o di criminalità, dal reddito pro-capite all’aspettativa di vita, dalla qualità dell’aria e dell’acqua all’efficienza dei trasporti: ma alla fine le graduatorie che ne risultano vedono nelle primissime posizioni sempre gli stessi nomi. Ora, è evidente che queste valutazioni possono essere considerate “oggettive” solo fino ad un certo punto, perché il peso e la rilevanza dei vari parametri dipendono da chi le graduatorie le stila, e qui entrano in gioco un sacco di interessi, (dagli operatori turistici alle compagnie di bandiera, agli enti promozionali, persino alle pressioni politiche, ecc…); ma soprattutto perché sono espresse a partire da un particolare punto di vista (nella fattispecie, quello del modello culturale “occidentale”).

Al netto di tutte le obiezioni “politicamente corrette”, dobbiamo comunque ammettere che offrono un quadro abbastanza realistico della situazione, senz’altro più attendibile di quello che possiamo trarne soggettivamente da visite in genere frettolose (e compiute magari in condizioni non ideali di salute o di compagnia, o disturbate da inconvenienti di varia natura). Anche se poi il quadro di cui conserviamo il ricordo, e che trasmettiamo ad altri nel racconto delle nostre esperienze, è proprio quest’ultimo.

Verrebbe però da chiedersi a chi e a cosa servano queste graduatorie. Io credo rispondano alla sempre crescente necessità del mondo moderno di sterilizzare, amalgamare e ricondurre tutto entro tassonomie matematiche (per ogni singolo fattore di valutazione è assegnato un punteggio, e il risultato è una sommatoria), oggi si direbbe algoritmiche, tali da consentire la pianificazione e il controllo di ogni attività: e naturalmente, per ricaduta, a influenzare ad esempio le nostre scelte di viaggio. Ma non possiamo negare che siano anche specchi nei quali si riflette in definitiva la natura umana più profonda: perché seppure di norma pensiamo di essere attratti da ciò che trasmette emozioni forti, dal “sublime” romantico per intenderci, in realtà quel sublime lo apprezziamo solo come gli spettatori di lucreziana memoria che dalla riva assistono a un naufragio. Non è più tempo di avventurieri, ma di turisti. Per questo finiamo poi per preferire in genere mete “sicure”, che garantiscano un certo livello di ordine, di tranquillità e di razionalità; per questo difficilmente prendiamo in considerazione Haiti o Mogadiscio, che di emozioni ne riservano a bizzeffe; e per questo, tra l’altro, ci indispettiamo e recriminiamo quando ai primi posti nelle graduatorie di merito non troviamo menzionata alcuna città italiana.

Al di là di tutto ciò, comunque, ciascuno di noi, in base al suo carattere e alle sue esperienze, elabora più o meno consapevolmente un suo sistema di valutazione, i cui criteri potranno mutare col trascorrere dell’età e con l’accumulo delle occasioni di incontro e di confronto, oltre che degli acciacchi, ma che sostanzialmente lo accompagnerà per tutta la vita.

Io, ad esempio, sono sempre stato propenso almeno in teoria alle esperienze più tranquille: anche se di fatto più per sbadataggine e superficialità che per averle veramente cercate, ho poi finito per viverne sin troppe del primo tipo. E ho adottato per le mie valutazioni della qualità della vita e dei livelli di civiltà (si, sono politicamente molto scorretto) alcuni peculiarissimi criteri, meno freddi di quelli numerici e in qualche caso altrettanto o più significativi. Sono criteri diciamo così “turistici”, desunti in genere da soggiorni brevi, ma che un’idea di massima la possono dare.

Vediamoli. Se c’è qualcosa che parrebbe non offrire elementi per una gerarchizzazione, questa sono gli aeroporti e in genere tutti i non-luoghi, dagli autogrill ai grandi magazzini. In linea di massima differiscono solo per le dimensioni, e anche se oltre un certo livello la “quantità” diventa necessariamente “qualità” la funzione di transito veloce cui assolvono (a meno di rimanerci intrappolati come Tom Hanks in The Terminal) li rende in qualche modo ai nostri occhi identici. Ma se con gli occhi non seguiamo soltanto le indicazioni per l’uscita o quelle per l’imbarco le cose non stanno proprio così.

Gli aeroporti, ad esempio, sono il tramite per eccellenza e il simbolo stesso della globalizzazione seriale. Eppure anche già al loro interno qualche sfumatura di differenza la si può cogliere, a partire dalla maggiore o minore pulizia delle toilettes, e prima ancora, dalla facilità di reperirle. Quello delle toilettes è un mio chiodo fisso. Il grado di civiltà di un paese lo puoi già intendere alzando gli occhi in qualsiasi via o piazza, ma persino in prossimità di spiagge o scogliere deserte, come accade nel Devon, o nei villaggi più sperduti: se scorgi subito l’indicazione con l’omino e la damina stilizzati il livello è molto alto.

A Vienna poi, perché lì sono sbarcato più recentemente e proprio lì voglio portarvi, nella segnaletica compare anche un terzo pittogramma, quello che indica il terzo sesso (lo riferisco per informazione, non perché abbia a mio giudizio una particolare rilevanza: in realtà non ho capito bene a che serva, le sezioni interne essendo sempre due).

Per raggiungere le toilettes, o subito dopo, ci sono le scale mobili. Un altro modo per percepire al volo la qualità della vita di un luogo è scendere o salire le scale mobili. Capisco che un integralista dell’efficienza fisica possa disdegnarle, ma uno psicologo sociale in pectore come me, soprattutto se parecchio avanti con gli anni, non può farsi di questi problemi: e poi ormai sono molti gli snodi in cui le scale normali nemmeno esistono.

Comunque: arrivando da una giornata trascorsa a Milano, dove avevo rischiato più di una volta di essere travolto da gente che le saliva o scendeva di corsa, neanche avesse la polizia alle calcagna, e sembrava non aver ancora introiettata l’idea che sono quelle a doversi muovere, ho trovato all’aeroporto austriaco (così come poi ovunque nella città) una grande compostezza; nessuno che smaniasse per farsi largo o ti guardasse storto se ingombravi col bagaglio o non ti tenevi rigorosamente appiccicato alla fiancata scorrevole destra. Ne ho immediatamente ricavato l’impressione di una vita meno frenetica, più rilassata e ordinata. Mi sono anche dato una spiegazione del fatto che le scale siano quasi verticali, cosa che in un primo momento mi aveva lasciato perplesso: con quella inclinazione a salirle di corsa ti becchi un infarto, se le scendi a precipizio rischi seriamente di volare di sotto (l’altra spiegazione, più banale, sarebbe che stratificate ad imbuto fino a trenta o cinquanta metri sottoterra occupano molto meno spazio). Mi hanno ricordato l’equivalente inglese delle nostre strade statali e provinciali: piste a doppio scorrimento ma a carreggiata unica, larghe giusto poco più di un’auto e chiuse lateralmente non da cunette ma da muretti a secco, senza alcuna indicazione di limiti di velocità: quelli li impone il buon senso – che sembra funzionare, e si capisce il perché.

Dall’aeroporto le prime scale danno accesso direttamente alle linee ferroviarie, scendendo ancora conducono a quelle della metropolitana. E qui, per le une e per le altre, nuova sorpresa. Non ci sono i tornelli, si accede liberamente a qualsiasi linea. Posso tranquillamente riporre il biglietto acquistato on line. Tutto procede sulla fiducia. La sensazione immediata è che tutti abbiano in tasca, come me, il loro documento di viaggio. Penso comunque che poi, una volta sul treno, ci sarà un controllo. Macché. Non ne ho visto uno in quattro giorni, trascorsi in buona parte a saltare da un vagone all’altro. Anche qui, mi è tornata in mente la scena di quella volta che a Torino, salito su un tram, sono andato immediatamente a obliterare il biglietto. Il click dell’obliteratrice ha richiamato l’attenzione sorpresa e infastidita di tutti gli altri passeggeri: mi guardavano in tralice come fossi un marziano, non con derisione, ma con una malcelata ostilità. Stavo infrangendo una norma consuetudinaria.

Mi chiedo come sia possibile che quella società si regga sulla fiducia, come ci si sia arrivati e se per l’avvenire questo rapporto potrà continuare. Gli austriaci non sono nemmeno luterani o calvinisti, sono cattolici come noi, non si può far risalire alla matrice religiosa il senso del dovere civico: forse li hanno educati a bastonate, o forse semplicemente hanno introiettato un forte senso di responsabilità nei confronti della cosa pubblica perché almeno in passato sono stati bene amministrati. Non credo comunque si tratti di indole, la causa è senz’altro esterna, è culturale, è storica. Probabilmente è la somma di tanti fattori tutti molti lontani dalla mentalità vigente dalle nostre parti, e va al di là della nostra capacità di comprensione.

Intanto, percorrendo sulla linea di superficie il tratto che separa lo scalo aeroportuale da Vienna, sono già immerso nell’Art Nouveau. La rete ferroviaria viennese, oltre ad assicurare un servizio puntuale al secondo, una estrema pulizia e una informazione precisa sulle fermate, costituisce di per sé un’opera architettonica di grande pregio. L’ha curata in ogni dettaglio un architetto “secessionista”, Otto Wagner, che per un ventennio fu sovrintendente alle costruzioni ferroviarie, uniformando nello stile e nei colori stazioni, ponti, ringhiere, tutto ciò insomma che offre un impatto visivo immediato. Può piacere o meno, ma è indubbiamente simbolo della volontà di armonizzare arte e vita quotidiana, di far entrare la prima come elemento costante nella seconda, educando un gusto alla bellezza che deve poi esprimersi in ogni aspetto della quotidianità. Gli integralisti della concezione dell’arte come provocazione non saranno d’accordo, ma per me è una forma alta e dignitosa di resistenza alla pervasione del grigiore e del piattume indotti dalla modernità, senza peraltro sacrificare nulla dell’efficienza.

La ferrovia offre un’anteprima, volutamente pensata e proposta con estrema discrezione, di quel che troverai a breve in città. Non vuole provocare uno shock, ma consentire un pre-riscaldamento delicato, una prima dolce assuefazione al bello diffuso.

Quando accedo alle linee metropolitane ho dunque già inforcato senza accorgermene occhiali diversi. Mi si è abbassata la pressione da viaggio, non stringo più spasmodicamente il manico retrattile del trolley. Appena riemerso dal sottosuolo, poi, con una semplice occhiata buttata in giro durante i quattro passi che mi separavano dall’albergo (perché la copertura offerta dalla rete sotterranea è davvero capillare, non c’è una meta in città che disti più di centocinquanta metri da una stazione), sono confermato nella percezione di un’atmosfera piacevolmente rilassata, desumibile già dalla camminata dei passanti, e ho un primo contatto con spazi verdi diffusi, con strade molto ampie, percorse da un traffico estremamente scorrevole e disciplinato. Tutte cose che concorrono alla sensazione di una estrema “respirabilità”, favorita anche dall’altezza uniforme di costruzioni che si succedono compatte e che non superano mai il quarto o il quinto piano.

Quest’ultima caratteristica soddisfa un’altra mia sindrome particolare: ho bisogno di vedere il cielo senza tenere troppo il naso per aria. Se poi quei palazzi sono anche belli, se mostrano una coerenza architettonica senza stranezze eccessive, se testimoniano una concezione urbanistica che ha resistito alle sirene della iper modernità, si compie la quadratura del cerchio.

Non è la prima volta che visito Vienna, ma l’ultima risale a oltre trent’anni fa, e allora per vari motivi non avevo avuto modo di riflettere su queste cose. C’ero arrivato in macchina, e nei giorni successivi me l’ero percorsa tutta a piedi (all’epoca avevo un’autonomia di quaranta-cinquanta chilometri al giorno, e soprattutto avevo una concezione piuttosto penitenziale del turismo), per cui non avevo mai usato la metropolitana. Le volte precedenti guidavo gite scolastiche, per le quali facevo valere i miei convincimenti odeporici e non avevo nemmeno il tempo di guardarmi attorno o per aria.

Una volta completata la sistemazione logistica mi muovo per un primo approccio esplorativo. So di avere il cielo aperto sopra di me, respiro tranquillo e mi dedico a ciò che mi circonda. Non posso non apprezzare l’eleganza raffinata, mai cafona, dei negozi, la perfetta manutenzione di bellissimi palazzi risalenti a un secolo e mezzo fa, la pulizia di strade e marciapiedi, che non si capisce da chi e quando venga effettuata, la cura delle diffuse aree verdi. Come mi disse una volta Franco Vallosio, reduce da un lungo viaggio in Svizzera: “Vai a sapere quanto sfruttamento c’è dietro tanta pulizia e tanto ordine: ma almeno là l’ordine c’è, mentre da noi c’è solo lo sfruttamento”.

Solo dopo un po’ comincio ad avere la percezione di un’assenza, e mi accorgo che nel panorama manca una componente ormai diffusa in tutte le altre grandi città, da Londra a Parigi e a Milano (ma anche in quelle piccole). Non ci sono in giro homeless. Non ne incontrerò nemmeno nelle escursioni serali. Visti i precedenti (mi riferisco a quanto accadde più di ottant’anni fa) verrebbe da pensar male: ma l’atmosfera non è affatto quella. Non credo li abbiano fatti sparire, penso semplicemente che ci siano luoghi che la notte li ospitano, ma anche di giorno. Questi luoghi esistono anche da noi, e in gran parte d’Europa, ma semplicemente qui funzionano, e chi ne ha bisogno viene convinto con una certa fermezza ad utilizzarli. Può sembrare una concezione che sacrifica al decoro urbano la libertà individuale, da noi senz’altro verrebbe considerata tale, ma in realtà è solo lo smascheramento di un libertarismo peloso, quello per il quale ciascuno può fare ciò che gli pare, dalle nostre parti molto praticato.

Potrei andare avanti per pagine ad elencare i fattori che concorrono alle mie valutazioni, ma credo che quanto ho scritto finora basti a rendere l’idea. In pratica il criterio è molto banale: quando si parla di qualità della vita i numeri non bastano, anche se non guastano: ti dicono quali possibilità sono offerte, non necessariamente quanto e come e con quali esiti vengono colte. Questo è poi affar tuo scoprirlo. E in tal senso nella qualità della vita faccio rientrare anche un altro fattore, difficilmente computabile: la consapevolezza del sostrato storico sul quale si cammina.

Nei pochi giorni che avevo a disposizione ho fatto il pieno di Secessione e di Klimt e di Schiele, ma soprattutto sono riuscito a intravvedere i fantasmi dell’epoca d’oro della città, di quella fetta iniziale del Novecento nella quale Vienna esprimeva, prima come capitale di un impero fondato sulla giustapposizione tra culture diverse, e non sullo scontro, e poi come sopravvissuta nostalgica di tanta grandezza, il meglio della cultura europea: molto più di Parigi, a mio giudizio, perché nella capitale francese erano soprattutto gli stranieri, esuli volontari (come gli anglosassoni) o meno (come italiani, tedeschi o spagnoli), ad esprimerla.

Come per tutti gli altri aspetti, a Vienna anche la vita culturale risulta più discreta. Quando si parla di cultura pre e post primo conflitto mondiale la gran parte delle figure (e dei movimenti) di riferimento nella letteratura (da Karl Kraus, a Schnitzler, a Zweig, a Musil) nella filosofia (da Carnap a Wittgenstein e a Freud), nella musica (da Mahler, a Schönberg, a Berg, a Webern), nelle scienze (da Mach a von Mises, a Gödel), oltre a quelle naturalmente che ho già citate per l’arte, arrivano da lì: ma non sono mai state strombazzate quanto ad esempio il futurismo italiano o il surrealismo francese (provate a chiedere in giro chi conosce la Secessione Viennese, l’Art Nouveau, lo Jugendstil o l’opera architettonica e urbanistica di Otto Wagner) e anche all’epoca non si sono mai esibite in manifesti o manifestazioni spettacolari, ma nella realizzazione di opere. Ancora oggi rimangono essenzialmente patrimonio locale, anche se non mancano di concedersi ogni tanto in prestito allo spaccio dilagante di mostre e convegni e ricorrenze anniversarie.

Qui credo comunque di aver perfettamente capito a cosa si riferiva Benjamin quando parlava di “aura”. Se entri al museo del Belvedere dopo aver attraversato mezza città ti trovi in assoluta continuità con quanto hai visto o percepito sino a quel momento, scendi solo più in profondità. Fuori da quel contesto, dell’opera di Klimt o di Schiele puoi solo ammirare la bellezza esteriore, se ti piace il genere, puoi contemplarla stupito o perplesso, ma non puoi assolutamente comprenderla. E lo stesso vale per i romanzi di Musil e i memoires di Zweig, o per la musica di Mahler e di Berg. Persino la logica di Gödel ha la sua naturale dimora e intelligibilità in quel luogo e in quel tempo.

Più in generale, stante che il contesto storico cui faccio riferimento non va oltre gli anni Trenta del secolo scorso, anche la storia dell’Impero asburgico si distingue per l’essersi mossa quasi in sordina, senza eccessi e senza infamie particolari. In fondo è l’unica istituzione politica dell’Europa occidentale, a parte la Svizzera, a non essersi ritagliata appendici coloniali fuori del continente. Certo, l’Africa e l’Asia degli Asburgo erano nei Balcani, ma il sistema amministrativo consentiva a ben nove diversi popoli soggetti larghe autonomie, e il controllo veniva esercitato con mano leggera. Teniamo presente che nell’ultimo secolo di esistenza l’amministrazione imperiale è stata osteggiata all’interno non da rivendicazioni sociali (non erano tali neppure quelle del 1848) , ma da un montante spirito nazionalistico, quasi sempre alimentato da interessi politici ed economici esterni. In questo senso il modello imperiale asburgico può essere considerato l’ultimo tentativo di tenere assieme almeno una parte di quell’Europa che avrebbe finito nel giro di un trentennio e di due spaventosi conflitti successivi per suicidarsi. Ora, visti i recenti fallimenti degli sforzi per avviare una nuova riunificazione, varrebbe forse la pena di andarsi a rivedere come funzionavano al suo interno le cose, almeno per trarne una qualche ispirazione. Da quello che è il ricordo lasciato in Italia, nelle regioni rimaste sotto il suo diretto dominio fino al 1866, e per quello che è accaduto nei Balcani dopo la disgregazione, direi che ci sarebbe molto da imparare.

Non deve sorprendere allora che prima di rientrare abbia dedicato mezza giornata alla ricerca di una grande carta geopolitica, possibilmente d’epoca, dell’impero austro-ungarico, da affiancare nel mio studio a quella dell’Europa antecedente il 1848. Non l’ho trovata, e quando ho chiesto a un negoziante antiquario particolarmente fornito se dipendesse dal fatto che agli austriaci non interessa il loro passato, mi sono sentito rispondere che, al contrario, come quel tipo di carte gli arrivano spariscono in un baleno. Anche questo significa qualcosa, e non può essere tabellizzato in alcuna graduatoria.

Tirando tutte le somme (in senso figurato, s’intende: ma in fondo anche quelle concrete, delle spese sostenute) si è trattato di una esperienza decisamente positiva. Mi rimane il rimpianto per la carta: nello studio avrebbe ben figurato, e avendola costantemente sotto gli occhi avrei potuto ogni tanto staccare e volare con la mente oltre le Alpi. In Italia mi sarà difficilissimo, se non impossibile, rintracciarne una. Dovrò limitarmi a vedere ogni possibile film ambientato a Vienna, come già faccio per quelli girati in Islanda (ma di questa una bella carta d’antan la possiedo), e gioire ogni volta che mi sembrerà di riconoscere un luogo che ho frequentato, e di poter entrare di soppiatto nell’azione. È l’unico modo, alla mia età, per illudersi di viaggiare ancora da protagonisti.