Hanno sfrattato Dio

di Paolo Repetto, 10 maggio 2026

Sessant’anni fa, in una latrina fatiscente che era l’unico servizio igienico (!?) della facoltà di Lettere, rimasi fulminato da una delle tante scritte vergate sulle pareti, che ammoniva: Ludd ti vede. Mi colpì perché era una variante inedita dell’abusatissimo (nei vespasiani e nei confessionali) Dio ti vede, e perché ingenuamente pensavo di essere uno dei rari appassionati alle vicende del luddismo. Incuriosito dalla scritta, scoprii che nell’ambiente universitario genovese esisteva un gruppo Ludd, di matrice situazionista, e naturalmente mi precipitai ad arruolarmi. Altrettanto velocemente ne uscii, dopo aver constatato che, a dispetto della presa di distanza da tutti i “socialismi reali”, quanto a concretezza delle proposte eravamo alle solite. Ma questa è un’altra storia, che rimando a diversa occasione.

Ne parlo solo perché m’è tornato in mente ciò che sostiene Nico, cioè che la comunicazione via social è in fondo la continuazione su altri supporti, sia nei modi che nei contenuti, di quella che un tempo passava per le pareti dei cessi pubblici. L’unica differenza sta nel fatto che allora il lezzo delle latrine chiariva subito l’idea dell’ambiente in cui ti trovavi, e che sfogare lì rabbie, repressioni, idiozie e complessi vari era considerata un’attività da ritardati mentali, seppur a volte capaci di una surreale e magari involontaria ironia; oggi invece quell’attività è assurta a nuovo modello del comunicare, e se il puzzo è rimasto, sia pure solo metaforico, di ironico non è rimasto proprio nulla. Il che, secondo Marshall Mc Luhan, dovrebbe indurci a riflettere sullo stato della cultura contemporanea nel suo complesso.

Sempre sessant’anni fa infatti, ne Gli strumenti del comunicare, il sociologo canadese scriveva che “il medium è il messaggio”. Diceva una cosa che oggi appare ovvia e scontata, ma che all’epoca non lo era affatto: e cioè che ogni forma di comunicazione va studiata non solo per i contenuti che veicola ma prima ancora per i supporti e i criteri attraverso cui lo fa. Ovvero: il medium modifica lo spazio, l’ambiente in cui la comunicazione avviene, e quindi anche i modi in cui divulghiamo o recepiamo un contenuto, e in ultima battuta modifica noi stessi. In realtà Mc Luhan non si riferiva solo agli strumenti specifici del comunicare, ma ad ogni tipo di “protesi” capace di amplificare e rimodellare le nostre potenzialità, ruolo che possiamo riconoscere ad esempio all’orologio e agli occhiali così come alle armi da fuoco e alla stampa, ma già addirittura alla ruota, e prima ancora agli abiti e al fuoco. In pratica, ad ogni innovazione tecnologica che agisce direttamente o indirettamente sul nostro corpo, sulla nostra mente, sulla natura delle nostre relazioni e sull’ambiente in cui viviamo.

Per sviluppare questo concetto McLuhan si concentrava comunque principalmente sugli strumenti della comunicazione, e ne analizzava l’impatto storico e sociale, a partire dalla scrittura in genere e dalla tipografia in particolare. Per quanto concerne la prima, nulla di nuovo: i suoi effetti li aveva già evidenziati (e stigmatizzati) Platone duemila e passa anni fa. Quanto alla seconda, diceva, attraverso la stampa sono stati promossi la riforma protestante, la rivoluzione scientifica e quella industriale, l’illuminismo e il nazionalismo romantico, l’alfabetizzazione, la produzione e il consumo di massa. Praticamente tutto ciò che ha caratterizzato gli ultimi cinque secoli, quelli etichettati come “età moderna”.

Questa affermazione, assieme all’idea che con la più recente evoluzione dei mezzi di comunicazione il mondo sia diventato “piccolo” e abbia assunto di conseguenza i comportamenti tipici di un villaggio (il “villaggio globale”, all’interno del quale le persone possono comunicare rapidamente tra loro e in tal modo l’informazione diviene molto più diffusa e immediata), gli ha attirato l’accusa di “determinismo tecnologico”. È stato interpretato addirittura come un fautore della tecnologia ad ogni costo, mentre è sufficiente leggere la sua prima opera, La sposa meccanica (1953), dove sostiene esplicitamente che “ogni tecnologia ha il potere di ottundere la consapevolezza umana”, per rendersi conto che non è affatto così. Ancora ne Gli strumenti del comunicare, pubblicato quindici anni dopo, affermava: “La tecnologia è un invisibile tiranno che porta i suoi effetti distruttivi nei più profondi recessi della psiche, più di quanto possano fare i denti a sciabola della tigre o dell’orso […]”.

Ma anche questi fraintendimenti, più frequenti di quanto si pensi, soprattutto nella sinistra ostinatamente ortodossa e più ancora in quella che si percepisce alternativa, meritano una riflessione che per il momento devo rimandare.

Dunque, torniamo ai media. Sulle implicazioni storiche e sociologiche che ogni nuovo medium comporta non ci piove. Ma esso agisce anche in altre direzioni: crea cioè di volta in volta una nuova disposizione psicologica individuale. Mc Luhan distingueva tra media freddi (la televisione e il telefono, ad esempio) che stimolano una partecipazione intensa perché sono “a bassa definizione”, e media caldi (la radio, il cinema, il libro o il giornale), che sono ad “alta definizione” e inducono quindi una partecipazione passiva. Intendeva per “definizione” il livello di completezza intrinseca, di autonomia di una formula comunicativa, che quanto più è alto meno spazio consente a interventi di integrazione o modifica dall’esterno.

Oggi questa distinzione andrebbe rivista: intanto perché già la trattazione di Mc Luhan riusciva controintuitiva, ribaltava la nostra percezione di “caldo” e di “freddo”, poi perché sono oggettivamente cambiate le modalità di fruizione e la qualità delle competenze richieste, e infine perché sono entrati in ballo altri media per i quali la collocazione è particolarmente complessa.

Mi spiego. Se lo strumento comunicativo è la stampa, si tratti di libri o di giornali, al fruitore si richiede in realtà sempre una partecipazione “attiva”, nel senso che deve dotarsi almeno delle competenze specifiche per poter accedere al messaggio – deve saper leggere, ma deve anche essere in grado di capire e interpretare ciò che legge, e soprattutto aver voglia di affrontare una lettura che vada oltre lo spazio di un paragrafo. Ciò che sembra sempre meno verificato, come dimostrano sia la crisi dell’editoria giornalistica, con un calo drastico delle vendite di quotidiani e riviste, sia quella del settore librario, dove l’aumento del numero di pubblicazioni è inversamente proporzionale al loro peso culturale. La lettura, che un tempo era concepita come un piacere, e per la stragrande maggioranza come una conquista, quando richieda un po’ più di tempo e di attenzione delle dieci righe di un tweet è percepita ormai come uno sforzo.

Se l’emittente è invece il cinema, lo spettatore non deve possedere particolari competenze, è sufficiente abbia disponibile lo strumento, per il resto la sua partecipazione è totalmente passiva. Quanto alla radio e alla televisione, per come funzionano oggi, la partecipazione è si attiva, perché ci si può collegare, si può interloquire, si possono esprimere opinioni, ma esiste pur sempre un qualche filtro, che se non è la pertinenza dell’intervento è comunque la sua funzionalità rispetto all’intenzione spettacolare e distrattiva di fondo che quei media perseguono.

Se infine il medium è lo smartphone, allora la faccenda si complica. Perché anche qui è sufficiente possedere e saper usare lo strumento, ma chi ne fa uso non è affatto passivo: interagisce in vari modi, con lo strumento stesso o con interlocutori connessi a quello strumento. Se poi si allaccia alla rete dei social l’illusione di una partecipazione attiva diventa smania di protagonismo. Tutto ciò è indipendente dall’oggetto e dalla rilevanza dei messaggi: la maggior parte dei contenuti partecipati alla cerchia delle proprie “amicizie” riguardano menù, immagini di piatti, panorami che testimoniano vacanze, selfie che raccontano vita e miracoli di illustri sconosciuti e i loro rapporti di prossimità con le star.

È l’apoteosi del nulla, eppure i social vengono quotidianamente compulsati da miliardi di persone. La polluzione dei messaggi comporta naturalmente un drastico azzeramento della rilevanza dei contenuti, e alla fine in questo mare magnum dell’insignificante si disperdono anche le cose che avrebbero davvero un qualche rilievo. Non solo: tanta sovrabbondanza richiede che i tempi di attenzione e di riflessione e gli spazi di memorizzazione si riducano all’attimo. Quindi: teoricamente possiamo essere informati di tutto, nella realtà non sappiamo nulla. Il rapporto che i più hanno col mondo, su come è fatto e su cosa vi accade, si basa solo sul “sentito dire”, e non ne hanno maggiore conoscenza di quella di un contadino del medioevo. Del quale condividono anche la credulità e la superstizione.

Una deriva di questa portata Mc Luhan non poteva prevederla, i social network sarebbero nati solo trent’anni dopo: ma in qualche misura sembrava presagirla. Si augurava che la nascita di una comunità globale ampia portasse allo sviluppo di nuove forme di coinvolgimento e di partecipazione individuale: ho dei dubbi però che davvero ci sperasse. La definizione di “idiota tecnologico” da lui coniata sembra infatti benissimo attagliarsi alla realtà della odierna condizione. D’altro canto aveva già anticipato che “una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre”. Quest’ultima cosa è, guarda caso, proprio ciò che sta accadendo, con Musk e compagnia. Il resto è già accaduto.

È accaduto che l’umanità si è addormentata lasciandosi ipnotizzare dai ritmi sempre più veloci e dalle promesse portentose delle nuove tecnologie, le quali nel frattempo si andavano svincolando dal controllo umano: stavano facendo cioè quello che ogni tecnologia è intrinsecamente portata a fare, ovvero perpetuarsi attraverso un costante rinnovamento e ampliare le proprie sfere d’azione e il proprio dominio, eliminando o marginalizzando tutto ciò che può intralciare questi processi. Ha prevalso nella società, soprattutto in quella occidentale, quello che Mc Luhan definiva un “narcisistico torpore”. Con l’automazione abbiamo pensato di liberarci definitivamente del peso del lavoro, con l’informatizzazione di democratizzare la conoscenza, con i social media di creare in tutto il globo una rete di interrelazioni spontanee, non guidate e controllate dall’esterno.

Non è andata così, purtroppo. Dal lavoro non ci stiamo affatto emancipando, semmai lo stiamo perdendo in massa, senza che ci sia all’orizzonte una qualche credibile alternativa di sopravvivenza per chi ne è espulso. Ciò che negli anni caldi della contestazione, ma in fondo sin dai tempi di Adamo, era visto come una condanna oggi è diventato un privilegio. Dal canto loro, la democrazia e la cultura non godono di miglior salute: la pluralità incontrollata delle voci si è tradotta in una babele che è terreno fertile per ogni demagogia e rifugio ideale dell’ignoranza.

Quanto poi alle modalità delle relazioni, negli ultimi vent’anni si è verificata una trasformazione epocale. Il paradosso è che questa trasformazione non è occulta, sta avvenendo sotto i nostri occhi, ci tocca tutti personalmente; ma a quanto pare, a dispetto dell’evidenza, del fatto che per strada, sui mezzi pubblici, nei luoghi d’incontro e purtroppo anche tra le pareti domestiche ci relazioniamo con una umanità in costante stato catatonico, non abbiamo maturato una reale consapevolezza di ciò che tutto questo comporta. Lo dimostra il fatto stesso che di fronte all’allarme per il calo manifesto delle capacità cognitive (è già in atto addirittura una mutazione biologica, la riduzione negli umani della massa e del peso della materia grigia) si demandino alle istituzioni i rimedi, si invochino norme per limitare l’uso dello smartphone e l’accesso ai social da parte dei minorenni, ben sapendo che queste misure non avranno alcun impatto e che anzi creeranno un perverso effetto antiproibizionista. Non siamo in Cina, e l’uso di strumenti coercitivi, quand’anche gli si volesse dare credito di una qualche efficacia, in contesti come quelli delle democrazie occidentali è improponibile.

Non si può certo dire che lo smottamento sia arrivato improvviso: i segnali c’erano da tempo, e inequivocabili. L’ipnosi da social è stata preceduta e preparata per mezzo secolo da quella televisiva. E non solo dal sempre più invadente e spudorato bombardamento pubblicitario: la demenzialità dei programmi, i modi aggressivi nei dibattiti, la maleducazione, i toni esasperati, le interruzioni e le sovrapposizioni, sono stati prima tollerati con sufficienza, anzi, vellicati nella misura in cui facevano audience, e poi adottati come norma del comunicare. Nel frattempo le scritte idiote dilagavano incontrastate dai muri delle latrine a quelli di tutta la città, per invadere poi le praterie aperte dal web. Il tutto in mezzo a un mare di ipocrisia, con le querimonie a gettone di coloro che a vario titolo hanno la qualifica di addetti ai lavori, ma sostanzialmente nella più totale indifferenza, quando non nella “comprensione” e nella assunzione ad “espressioni artistiche”. Giorni fa, nel corso di un dibattito televisivo su questo argomento, nobilitato dalla presenza di psicologi e sociologi e altri imbonitori, la gran parte dei presenti, quando la parola era ai loro colleghi, compulsavano freneticamente lo strumento: per “restare connessi”.

Temo allora che quella imboccata sia una strada senza ritorno, e non riesco ad immaginare, o preferisco non farlo, dove potrà condurci. Ma se proprio volessimo conservare una minima speranza di uscirne, questa non dovrebbe passare per il tentativo di addomesticare il mondo dei social a colpi di leggi, quanto piuttosto per un’azione diffusa di screditamento. Non serve una crociata condotta da un esercito della salvezza, né una campagna ideologica promossa da partiti, chiese, enti morali o da chiunque viaggi sotto qualsivoglia bandiera; un boicottaggio conclamato e generico sarebbe oltretutto non solo controproducente ma anche ingiusto, perché malgrado io non abbia alcuna esperienza diretta di frequentazione dei social ritengo ne sia in fondo possibile un utilizzo equilibrato, non normato dall’alto (?) ma affidato al buon senso; e soprattutto perché esistono categorie di persone per le quali i social, a dispetto della loro natura fredda e intrinsecamente mendace, rappresentano purtroppo l’unico conforto.

Contro il loro uso compulsivo e morboso potrebbe invece funzionare solo un’azione “strisciante”, a bassa intensità, altrettanto insidiosa di quella condotta da chi li ha inventati e li gestisce senza scrupoli. Una mossa da judoka che faccia leva, per ribaltarle, sulle stesse motivazioni di rivalsa sociale che ne hanno promosso la diffusione, e ne adotti le stesse strategie. Se il ricorso alle piattaforme digitali ha illuso miliardi di persone di potersi finalmente esprimere, di ottenere visibilità e consenso, di trovare riferimenti e guide per ogni tipo di scelta, da quelle esistenziali a quelle di consumo, o magari di poter impunemente sfogare le proprie rabbie e idiosincrasie, la strategia è quella di screditare il valore di questi riferimenti, di stigmatizzare senza filippiche e strombazzamenti il conformismo e l’assoluta trivialità di queste scelte. Per dirla senza tanti giri di parole, sarebbe necessario svilire le “pseudo-comunità” virtuali non predicando o imponendo l’astinenza dalla loro frequentazione, ma inducendo a percepirle come socialmente squalificanti, come ignobili rifugi d’emergenza per poveri di spirito e rancorosi, qualcosa che denota una bassissima collocazione nella gerarchia sociale. Un’operazione “sporca”, se vogliamo, che dovrebbe avvalersi non di testimonial e di influencer di grido ma di un rifiuto opposto senza troppi clamori da protagonisti quasi anonimi eppure visibili della quotidianità: di un atteggiamento cioè non aggressivo o sprezzante ma sottilmente snobistico, alla Bartleby (per i meno acculturati, alla Celentano del Grazie, preferisco di no). E nel contempo dovrebbe promuovere la riscoperta di rapporti interpersonali diretti, di amicizie vere e non virtuali, in situazioni ordinarie: cose che non metteranno in contatto col mondo intero ma consentono di confrontarsi con persone reali e con opinioni spontanee. Se una cosa del genere riuscisse, le piattaforme che prosperano veicolando odio e imbecillità andrebbero velocemente a bagno.

Ho disegnato naturalmente un’ipotesi del terzo grado, del tutto impraticabile: che non sarebbe solo irrealizzabile, sarebbe forse ormai inutile. Come sempre, mentre noi stiamo a rimuginare su come affrontare un problema creato dalla tecnologia, la tecnologia viaggia a velocità doppia e lo ha già reso obsoleto, creandone uno ancora più complesso. Il più recente stadio dell’autonomizzazione tecnologica vede l’irruzione dell’intelligenza artificiale, che sta diventando l’interlocutrice per eccellenza. Non bastava che i frustrati e i repressi si confrontassero, si sbranassero o si alleassero tra di loro: oggi trovano sponda in qualcosa che li rende dipendenti con ancora maggiore facilità. Anche in questo caso non si tratta di un avvento improvviso: in realtà il fuoco covava da decenni, anche se solo oggi è diventato “il” problema per eccellenza. Senza dubbio all’interno di una “logica del potere tecnologico” questo passo rappresenta davvero un salto eccezionale di qualità, oserei dire irreversibile: la tecnologia è arrivata all’autocontrollo. Il problema vero è però che per noi umani anche questo è diventato un soggetto per lo spettacolo, che continua a dispetto del fatto che il teatro stia andando a fuoco.

Le proposte per arginare gli sconquassi psicologici che l’IA minaccia di provocare, e sta anzi già provocando, sono infatti dello stesso tenore di quelle avanzate per i social. Si affronta il problema a valle, alzando delle dighe che non reggeranno alcuna piena, anziché risalire alla sorgente. Davanti alla constatazione che il quaranta per cento degli adolescenti ha già stabilito un legame empatico con il proprio chatbot, relazionandosi solo con quello ed eleggendolo ad amico e consigliere unico, proprio in questi giorni è stata presentata in Italia una proposta di legge per regolare l’interazione emotiva tra gli algoritmi e gli utenti più giovani. Ciò che si chiede è limitare a cinque giorni la durata della memoria delle conversazioni, dopo di che queste dovrebbero essere cancellate, per impedire all’algoritmo di accumulare dati, di “adattarsi” nel tempo all’utente e di creare in questi una dipendenza.

Ora, io non so valutare l’impatto di una disposizione del genere, ma non ho dubbi che le piattaforme stiano già escogitando delle contromisure, un qualche modo per accantonare e trasferire i dati e attingervi all’occorrenza per rendere comunque disponibile un profilo dell’umano che si connette. Non è questo comunque il problema. Il problema vero lo si desume del testo di presentazione della proposta. In base a inchieste diverse su campioni decisamente significativi di adolescenti risulta che “oltre 7 ragazzi su 10 dichiarano di avere un estremo bisogno di sentirsi ascoltati davvero”, “ben 2 su 3 vorrebbero più carezze emotive dalle persone vicine”, “il 60% degli adolescenti ritiene l’esperienza con i chatbot appagante sotto tanti punti di vista, dall’assenza di giudizio alla comprensione pressoché totale, passando per la costante disponibilità all’ascolto” , “il 13% degli utenti ha raccontato che il rapporto con il bot sta alzando gli standard cercati nella realtà, rendendo le persone in carne ed ossa più faticose e complicate da gestire”. E via di questo passo. Tradotto in spiccioli, questo verrebbe a significare che la responsabilità del disagio minorile è dell’ambiente familiare, della scuola, insomma, di una società nel suo complesso incapace di attenzione. Il che è assolutamente vero, ma in senso opposto. Il problema non è l’indisponibilità all’ascolto da parte dei genitori (che per la carità, esiste, ma all’interno di un atteggiamento molto più generalizzato) ma quella dei figli, e i figli non sono capaci di ascoltare perché nessuno li ha educati o costretti a farlo. Non è la mancanza di attenzioni, ma semmai, al contrario, l’eccesso, che ha fatto dei ragazzi degli egoisti affettivi, insicuri, disarmati e rabbiosi di fronte a qualsiasi difficoltà. Non è l’incomprensione, che qui viene interpretata come pretesa degli adulti, nella fattispecie degli insegnanti, di giudicare e, nel caso, di dissentire, quanto piuttosto l’accettazione e la giustificazione pelosa di ogni fisima o stramberia o malumore degli adolescenti (e qui entra in ballo lo scandaloso mercato delle certificazioni di ogni sorta di disturbo dell’apprendimento o del comportamento, rilasciate da psicologi compiacenti e usate da genitori ansiosi di scaricarsi di ogni responsabilità educativa).

Non meraviglia dunque che un algoritmo addestrato con le migliori tecniche psicologiche, che ti dà sempre ragione e offre soluzioni per tutto, adattandosi ad ogni capriccio, non faticherà a conquistare la mente e il cuore di soggetti mai davvero svezzati. In fondo, non è poi molto diverso da quel che accade ultimamente nel rapporto degli adulti con i cani.

Comunque. Come la penso sull’affetto parentale l’ho già spiegato in un vecchio pezzo titolato Il libro degli abbracci, e su quello che dovrebbe essere il ruolo della scuola in almeno una decina di altri interventi. Quindi non sto a ripetermi.

Spero solo che a qualcuno, di maggioranza o di opposizione che sia, venga in mente di proporre un progetto di legge che miri a una restituzione totale di dignità e autorevolezza alla scuola: che non si riduca quindi alla immancabile richiesta di maggiori stanziamenti, o a riforme insensate come tutte le ultime dal Sessantatre in poi; che proponga il ritorno ad una scuola dei doveri prima che dei diritti. E che magari organizzi dei corsi di recupero per gli adulti.

Insomma, che azzardi qualcosa di altrettanto utopico di ciò di cui ho parlato io, ma almeno dia il segnale che c’è ancora qualcuno che pensa con la sua testa e non con gli algoritmi.

E chiudo. Su questo argomento si potrebbe andare avanti sino a domani (senza peraltro arrivare a trarre conclusioni di un qualche valore): ma a parte il fatto che l’ho già trattato altrove, credo di aver superato da un pezzo i limiti di sopportazione di qualsiasi improbabile lettore.

Mi concedo solo un’ultima osservazione: nelle toilettes degli aeroporti o delle aeree di servizio autostradali, ma anche nei servizi pubblici cittadini, non mi imbatto più nelle un tempo immancabili esternazioni. A quanto pare i social a qualcosa sono serviti. Hanno fatto uscire Dio dalle latrine. L’idea che dovesse dimorare sempre lì per controllarci mi inquietava. Ora non ci vede, non ci legge e non ci ascolta più. Beato lui.

Conversazione semi-immaginaria sul tempo dove non siamo

di Marco Moraschi, 28 marzo 2021

“Mi sa che voi sulla terra sprechiate il vostro tempo a chiedervi troppi perché.
D’inverno non vedete l’ora che arrivi l’estate, poi d’estate avete paura che ritorni l’inverno. Per questo non vi stancate mai di viaggiare, di rincorrere il posto dove non siete…
dove è sempre estate.
Non dev’essere un bel lavoro.”
(La leggenda del pianista sull’oceano)

–    Sai, mi manca il Politecnico.
–    Sei impazzito?
–    Forse sì.
–    Perché dici così?
–    Non so, è una sensazione.
–    Ma scusa, quando facevi l’università non ne potevi più …
–    Si, si, hai ragione, me lo ricordo, però a distanza di tempo rimangono solo ricordi piacevoli. È un po’ come quando muore qualcuno, dicono sempre tutti che era una brava persona.
–    E cosa ti manca?
–    Gli amici, le pause caffè, i libri che leggevo al posto di studiare, …
–    Beh, sono cose che puoi ancora fare.
–    Lo so, ma non è la stessa cosa.
–    Perché?
–    Non lo so, ogni tempo porta via con se’ qualcosa di unico, qualcosa che anche se lo rifai in futuro non è più com’era prima …
–    Perché tutta questa malinconia? Non stai bene ora?
–    Si si, sto benissimo, sono felice della mia vita e ho tutto quello che mi serve, era solo una riflessione sui tempi passati.
–    Inizi a parlare come i vecchi.
–    Beh, lo sto diventando, ho già ventisei anni, quasi ventisette!
–    Ma smettila…
–    Com’è successo che all’improvviso abbiamo già ventisette anni?
–    Dev’essere la birra che hai bevuto ieri sera …
–    No, no, seriamente, ricordo i tempi del liceo, non ne potevo più e non vedevo l’ora di fare l’università, lì si che avrei finalmente scelto cosa studiare. A volte sogno ancora le interrogazioni di inglese!
–    A chi lo dici, io le versioni di greco!
–    Poi ho iniziato l’università e passata la novità iniziale sono emersi i nuovi problemi, gli esami che non mi piacevano, i professori, lo studio … e ho ricordato con piacere i tempi del liceo, non l’avrei mai immaginato!
–    Io invece mi ricordo benissimo sia l’università sia il liceo, non tornerei indietro per niente!
–    Nemmeno io, non credere! Poi quando facevo l’università pensavo che non ne potevo più di studiare, sarebbe stato molto meglio lavorare! E poi d’un tratto eccomi qui, tutto finito, liceo e università, e mi trovo a ricordare con piacere quei periodi. Comincio a capire i miei genitori, me lo dicevano spesso, “vedrai che poi rimpiangerai certi momenti”. Io in realtà non è che li rimpiango, però non mi sembrano più così terribili come mi sembravano allora … la nostra vita è sempre talmente proiettata in avanti che finiamo per non accorgerci di quello che abbiamo in questo momento.
–    Hmmm …
–    Sai, ho sbagliato. Il periodo del liceo è durato cinque anni e non ho sempre saputo apprezzarne gli aspetti positivi. L’università anche. Sono passati più di dieci anni in totale senza che quasi avessi il tempo di rendermene conto. Ora lavoro già da un po’, non voglio commettere lo stesso errore, perché stavolta la posta in gioco è molto più alta, saranno i prossimi quarant’anni della mia vita. Mi aiuterai?
–    Sì, ti darò un colpo sulla testa la prossima volta che inizierai un discorso così.
–    Promesso?
–    Sì, ti amo.
–    Anche io.
[…]
–    E adesso cosa fai?
–    Scrivo.
–    Quando litighiamo ti viene sempre l’ispirazione per scrivere.
–    Hai ragione, forse dovremmo litigare più spesso.

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Grazie per la risposta. ✨

Le 4 regole del “buon ingegnere”

di Marco Moraschi, 22 novembre 2019

Sono un ingegnere. Non lo dico per vantarmi, ci mancherebbe altro. È un dato di fatto: dopo cinque lunghi anni di università ho discusso la tesi e indossato la corona d’alloro. Qualcun altro avrà scritto o scriverà “sono un biologo” oppure “un economista” o magari “un perito” o “un operaio”. Ciascuno di noi per poter “essere qualcosa” (come se un titolo potesse descrivere a pieno la complessità della persona umana) ha affrontato percorsi più o meno facili, più o meno lunghi, che l’hanno portato a dedicarsi a una qualche attività lavorativa nella sua vita. “Il lavoro nobilita l’uomo” diceva quel tale, qualunque lavoro (o quasi). Ma io sono un ingegnere ed è quindi di questo lavoro che voglio parlarvi. Perché dopo questi anni di studio intenso, di difficoltà, di arrabbiature, di fallimenti, ma anche di successi, di resilienza, di rimonte, ho imparato tante cose, moltissime anzi, ma non la più importante: come si fa a essere un ingegnere. Già. Ho appreso moltissime nozioni in questi anni, per esempio una delle più curiose è quella che un mio professore ha definito “il paradosso della lampadina”, di cui magari vi parlerò in futuro, o magari no, altrimenti poi penserete di essere ingegneri elettrici pure voi una volta scoperto il segreto. Ma ecco, il punto è che nessuno ci ha preparati al mondo del lavoro, a ciò che c’è fuori dalle mura universitarie. Ti chiamano “ingegnere!” e tu vorresti dirglielo che non ti senti ancora tale, perché devi imparare moltissime cose, ma loro niente, “Ing. Moraschi”. E quindi come si fa a diventare ingegneri? Secondo un amico professore e collega (è anche lui ingegnere) si diventa ingegneri “per davvero” dopo almeno 10 anni di pratica sul campo. Aspetterò dunque una decina di anni a vedere cosa succede, magari vi aggiorno su queste pagine se vi va. Ma nel frattempo? Nel frattempo posso provare a immaginare cosa significa essere ingegneri, un po’ come quando finito il liceo con grande sicurezza di sé si prova a immaginare come sarà e cosa si studierà all’università, scoprendo poi solo più avanti di aver sbagliato completamente le previsioni. Perché la vita è bella anche per questo: si fanno tanti programmi, si hanno tanti progetti per la testa e poi da un giorno all’altro si scopre che è tutto diverso da come lo avevamo immaginato. Lasciatemi quindi giocare a questo gioco e fingere con grande sicurezza di sapere cosa significa essere ingegneri “per davvero”.

La prima regola del buon ingegnere arriva dal Maestro Shifu in Kung Fu Panda 3: “Se fai solo quello che sai fare, non sarai mai più di quello che sei ora”. Essere ingegnere significa saper affrontare nuove sfide a cui non eravamo preparati avendo però a disposizione un metodo e un modo di ragionare efficaci. Significa che le difficoltà non previste e gli ostacoli che si incontrano durante il cammino ci sono di aiuto per crescere e diventare persone più mature e più capaci. Significa che anche se lì per lì temiamo di non sapere come affrontare una situazione, poco alla volta riusciremo a districare i fili della matassa perché è l’unico modo per diventare più competenti e imparare a fare cose nuove.

La seconda regola del buon ingegnere arriva da un altro Maestro di arti marziali (comincio a pensare che per essere bravi ingegneri occorra saper “picchiare duro” …), ovvero il Maestro Miyagi di Karate Kid: “Quando cammini su strada, se cammini su destra va bene. Se cammini su sinistra, va bene. Se cammini nel mezzo, prima o poi rimani schiacciato come grappolo d’uva. Ecco, Karate è stessa cosa. Se tu impari Karate va bene. Se non impari Karate va bene. Se tu impari Karate-Speriamo, ti schiacciano come uva.” Il mio relatore di tesi e coordinatore del corso di laurea in Ingegneria Elettrica, Prof. Aldo Canova, disse una volta ai neo-laureati che loro avevano scelto di diventare Ingegneri, non Ingegneri-Speriamo. La determinazione nel raggiungere gli obiettivi è uno dei passi fondamentali di chiunque si sia mai avventurato in un progetto di qualsiasi tipo: l’università, una sfida lavorativa, un viaggio, un sogno nel cassetto. Essere convinti che avremo successo è la prima regola per affrontare una sfida, perché indirizza le nostre azioni verso la vittoria e ci carica di energia positiva per affrontare la scalata. È un po’ come coloro che si lamentano di non aver mai vinto la lotteria, ma non hanno mai comprato un biglietto perché “intanto queste cose a loro non capitano” (detto questo, non giocate alla lotteria, è solo un esempio). Molto spesso le cose “capitano” se ci mettiamo nelle condizioni di farle capitare e se poi non “capitano” comunque non potremo rimproverarci perché ce l’avremo messa tutta.

La terza regola del buon ingegnere è simile alla seconda, ma merita di essere discussa a parte perché è stata istituita da una persona vera e non di fantasia come le prime due (peraltro il Maestro Shifu non è nemmeno una persona, ma un panda minore). Tale regola è stata pronunciata per la prima volta dal Presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy il 12 settembre del 1962 davanti a una folla di quaranta mila persone: “Abbiamo deciso di andare sulla Luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese; non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla e siamo determinati a vincerla, insieme a tutte le altre”. Kennedy aveva appena detto all’umanità intera che le cose belle sono quelle difficili, perché quelle facili sono capaci tutti a farle. Sebbene la strada più semplice sia spesso quella che ci attrae di più, solamente davanti alle difficoltà possiamo dimostrare il nostro vero valore e le nostre capacità; dobbiamo quindi affrontare gli ostacoli non come imprevisto sul nostro cammino, ma come una possibilità che ci viene data per dimostrare agli altri che nulla ci spaventa e che siamo in grado di trovare una soluzione anche agli enigmi più complicati.

La quarta e ultima regola del buon ingegnere arriva finalmente da un ingegnere, e in particolare da Galileo Ferraris, fondatore della prima scuola di elettrotecnica in Italia, poi incorporata all’interno del Politecnico di Torino. Nel discorso di insediamento al Senato del Regno d’Italia, il 6 gennaio 1897, egli pronunciò le seguenti parole: “Lasciate che la mia mente, fissando nell’avvenire, si bei nella visione di una generazione non ad altro intenta che al bene del comune paese, non più divisa da lotte di partiti personali, ma da lotte di idee, le quali non lasciano traccia di amarezze nell’animo, come l’uragano non lascia alcuna traccia nel cielo”. La responsabilità che abbiamo sulle nostre spalle è quindi quella di dare vita a lotte di idee che come un uragano facciano pulizia dei pregiudizi, della disonestà, della presunzione di chi prende decisioni senza avere coscienza della propria limitatezza.

E forse quindi, dopo tutte queste regole, essere ingegneri non è poi diverso dall’essere persone qualunque dotate di un po’ di “buon senso” per capire che le sfide che ci troviamo ad affrontare vanno risolte sì con professionalità, serietà e determinazione, ma soprattutto, con grande umiltà.

P.S. Un grazie di cuore alla persona che mi ha insegnato queste “regole” durante gli anni di università, ovvero il Prof. Aldo Canova, volto amico all’interno del Politecnico e modello di ingegnere “per davvero” a cui aspiro (asintoticamente).