Archivio dell'autore: Marco Moraschi

Informazioni su Marco Moraschi

Sono nato ad Alessandria il 6 settembre 1994. Ingegnere per lavoro, tutto il resto nel tempo libero. Mi piace scrivere, leggere, suonare il sax e dedicarmi ad attività di volontariato nel Gruppo Astrofili Galileo della mia città. Quando posso frequento i miei amici, magari davanti a una pizza o per una camminata in montagna. Amo l’ordine e il silenzio; credo nella semplicità.

Naturalmente

di Marco Moraschi, 12 novembre 2020

C’è un aspetto importante che questa pandemia ha fatto riaffiorare, ma che tuttavia non mi sembra sia stato ancora analizzato. Il coronavirus è la prima vera emergenza, non causata dall’uomo, a riguardare l’umanità intera da almeno 50 anni a questa parte. Per quanto mi riguarda, è la prima emergenza mondiale della mia vita. Credo che il disorientamento che molti di noi provano di fronte a questa situazione inedita sia dovuto al fatto che per la prima volta nelle nostre vite avvertiamo la Natura come Matrigna. L’immagine della Natura a cui siamo abituati è quella che vediamo nei documentari: paesaggi incredibili che destano invidia e stupore per un paradiso perduto, divelto dalla mano artificiale dell’uomo. Ovunque nelle pubblicità continuiamo a sentire il richiamo del naturale come qualcosa di incredibilmente attraente, che si contrappone a ciò che è invece artificiale, industriale, umano. Vogliamo cibo biologico ritenendolo più sano e sicuro di quell’altro (non saprei neanche come definirlo), ci facciamo i selfie in montagna per mostrare quanto amiamo l’ambiente selvaggio, lanciamo hashtags sui social per difendere l’orso polare che sta perdendo il suo habitat naturale nel pack artico.

Per noi la Natura è madre, è Madre Natura, una divinità buona e antica, la più antica di tutte, ritornata poi sotto altre vesti in Dio Creatore, buono e misericordioso, che ha creato la nostra bella Terra, l’Eden, paradiso naturale andato perduto per colpa dell’uomo. Le nostre remore di fronte a questo virus, e probabilmente il motivo per cui molti ne sono negazionisti, da chi sostiene che non esista a chi ritiene che sia stato creato in laboratorio, derivano credo tutte da quest’unica convinzione: la Natura non può allo stesso tempo essere Madre e aver creato un virus letale, dev’esserci sicuramente lo zampino dell’uomo. Il conflitto risulta ancora più evidente se anziché alla Madre, si pensa al Padre: come può Dio Padre, buono e misericordioso, che si prende cura dei suoi figli, aver creato quest’abominio? La risposta, a mio avviso, è ovviamente che Dio Padre non esiste, ma lascio i conflitti teologici a chi ha più tempo da perdere di me.

Non siamo mai stati così tanto amanti della natura come da quando ci siamo allontanati parecchio da essa, riparandoci al sicuro delle nostre case con riscaldamento, acqua potabile ed elettricità. Se vivessimo la natura da animali tra gli animali, in una savana piena di insidie e pericoli, ne saremmo terrorizzati. Nessun antibiotico a proteggerci dai batteri patogeni, nessuna protezione dalle intemperie, nessun aiuto da macchine artificiali che ci risparmierebbero la fatica. Così al sicuro nella modernità, chiusi nella nostra comoda bolla tecnologica, ci concediamo il lusso di disprezzare tutto ciò che l’uomo ha creato, credendo che un ritorno alle origini possa portare giovamento alle vite di tutti. Attenzione però, qui non si sta sostenendo che la Natura sia matrigna anziché madre. Il punto della riflessione è che l’aver considerato la Natura come Madre ci ha condotto in errore, così come lo farebbe il considerarla Matrigna. Questi appellativi sono infatti totalmente inadatti alla Natura (da qui in avanti lo scriverò con la n minuscola perché non amo gli assoluti): la natura non è né madre né matrigna, non è né logica né sensata, tutti giudizi che rientrano in sistemi di misura totalmente umani e inadatti a descrivere l’universo. La natura, la vita, l’universo non hanno senso perché il senso è una proprietà delle frasi del linguaggio, ed è un concetto che non ha senso (gulp) applicare altrove. La natura non ha naturalmente una propria coscienza e non può quindi essere buona, bella o cattiva: è semplicemente indifferente. Per la prima volta capiamo che la vita dell’uomo, nell’universo, è trattata alla pari delle altre specie viventi: il leone uccide e mangia la gazzella, i virus intaccano l’uomo e lo uccidono. L’uomo non ha nulla di speciale, è un essere vivente come tanti e in mezzo a tanti. La natura non ce l’ha con lui e non lo protegge: gli è semplicemente indifferente, indifferente alle sue vicissitudini quotidiane. Quali insegnamenti o considerazioni si possano trarre da tutto ciò lo lascio a voi, per il momento ci accontentiamo di questa riscoperta: siamo soli e proprio questo dovrebbe essere sufficiente a renderci conto che nella maggior parte dei casi siamo padroni di noi stessi. La scienza, la tecnologia, sono creazioni umane: ciò per cui vorremo usarle determinerà probabilmente il nostro destino. Il Covid verrà sconfitto grazie alle scoperte e alle tecnologie umane: sì, quelle artificiali.

Echi dal passato

di Marco Moraschi, 5 novembre 2020

Eccomi. Manco da molto tempo su queste pagine, ma da quando ho terminato la mia vita da studente non ho ancora imparato a gestire in maniera ordinata il tempo a disposizione. Mi perdonerete se ci siamo lasciati in pieno lockdown con determinati argomenti e riprendo ora a scrivere con gli stessi argomenti di qualche mese fa. Il fatto è che questi mesi di libertà vigilata mi hanno dato la possibilità di riflettere su ciò che leggevo e scrivevo allora e di poter quindi tirare le somme di quanto abbiamo visto. Si sentano in particolar modo chiamati in causa tutti i Viandanti delle Nebbie, in quanto sono andato a rileggere le loro riflessioni dalla Quarantena per vedere un po’ che effetto fa analizzarle a distanza di qualche mese e in prossimità di un nuovo lockdown. Direi che per non perdere le buone abitudini queste riflessioni debbano necessariamente essere strutturate per punti come in precedenza. Non perdiamo quindi tempo.

1. L’impressione che i più avevano a marzo della nostra classe politica era che nonostante nessuno avrebbe dato loro alcun credito prima della pandemia, siano invece apparsi più brillanti di quanto non sembrassero, prendendo provvedimenti unici “a memoria d’uomo”. La verità è che naturalmente la nostra visione era offuscata dalla condensa del respiro sugli occhiali quando si tiene la mascherina: ci siamo auto convinti che data l’eccezionalità e la difficoltà della situazione qualunque decisione fosse adeguata, purché non fossimo noi a prenderla. Nessuno sano di mente vorrebbe infatti ritrovarsi nei panni del Presidente del Consiglio a gestire una pandemia. Dobbiamo molto probabilmente aver pensato che qualunque errore fosse perdonabile, perché la situazione era del tutto inedita e fosse quindi molto più comodo che a decidere come comportarci fosse qualcun altro. Ci rendiamo ora conto di quanto impreparata sia quest’accozzaglia al governo e non: la seconda ondata è infatti caratterizzata proprio dal fatto che non è la prima e quindi ci si aspetterebbe di aver fatto tesoro dell’esperienza dei mesi passati. La politica si mostra invece nelle stesse doti di prima: decisioni raffazzonate prese da un giorno all’altro (la domenica sera per il lunedì mattina) senza alcun piano alle spalle che indichi come procedere se non a tentoni.

2. Dobbiamo però essere sinceri perché come al solito quando ci lamentiamo del governo non ci rendiamo conto che quasi sempre è lo specchio del paese che governa. E infatti non solo il governo è arrivato impreparato alla seconda ondata, ma in ogni ambito, dal pubblico al privato, vediamo una mancanza di organizzazione francamente demoralizzante. Sembra quasi che i mesi primaverili non siano esistiti. Spero che queste nostre lacune siano dovute al fatto che la storia non la conosciamo o ce la dimentichiamo velocemente, piuttosto che alla nostra ferma volontà di ignorarne deliberatamente gli insegnamenti.

3. Sognavamo di uscire dal lockdown e risvegliarci in un mondo migliore di come lo avevamo lasciato. La verità è che, come qualcuno aveva predetto (non io), nulla è cambiato e anzi la situazione sembra quasi peggiore di prima. Il lockdown ci ha insegnato che il mondo è dei furbi: di chi non rispettava le regole e veniva multato e ha poi fatto ricorso vincendolo, di chi non ha fatto il tampone per non rischiare di essere “bloccato” in casa, di chi se n’è fregato della vita di migliaia di persone e non ha quasi visto crollare i propri consensi (leggi alla voce Trump), di chi ha compreso che lo scaricabarile funziona tanto meglio se in corso c’è una pandemia. Viviamo nell’epoca della non responsabilità: tutti parlano, pochi decidono, nessuno ne ha colpa.

4. Su una cosa ci avevamo azzeccato: il mondo non è finito. Non era ovviamente una previsione così difficile da indovinare. Per il momento non siamo sprofondati nell’anarchia e forse è un peccato: a volte dalle ceneri nascono freschi germogli.

5. Questa situazione inedita mi sta facendo però rendere conto che sono cambiato: inizio a comprendere molto di più quanto avevano da insegnarmi le persone con più anni ed esperienza di me. Per la verità le ho sempre ascoltate con grande interesse, spesso perché ne condividevo di più le idee rispetto a tanti altri ragazzi coetanei. Qualcuno si spingerebbe fino al punto di dirmi che sono nato vecchio: arriverà finalmente il giorno in cui la mia età esterna coinciderà con quella interna, vi aspetto lì. A ogni modo mi rendo conto che fino a non molto tempo fa pensavo che non esistesse compromesso per un ideale: ogni cosa in cui crediamo ritenevo dovesse essere difesa senza se e senza ma. Ma mano a mano che vado avanti mi rendo conto che cercare di cambiare il mondo è una battaglia contro i mulini a vento: inutile, estenuante e con poche soddisfazioni. Il problema nasce dal fatto che non mi sono ancora rassegnato a rinunciare a cambiarlo e mi trovo quindi in una sorta di impasse da cui fatico a uscire: mi sento troppo giovane per rinunciare senza lottare a ciò in cui credo, ma non più così tanto da sperare di ottenerne grossi risultati. La mia unica certezza è che non sono disposto a “cambiare me stesso” come i saggi mormorano negli aforismi. Il compromesso a cui posso scendere è di non prendermi impegni a tempo pieno: perfino Dio si è riposato, non vedo perché non possa concedermi anche io altrettanto. Per stasera è tutto, a cambiare il mondo ci penserò domani.

Le regole del gioco

di Marco Moraschi, 19 aprile 2020

A quanti giochi sapete giocare? Giochi di carte, altri giochi da tavolo, giochi all’aperto, videogames, giochi di squadra, solitari. Sicuramente moltissimi e, se ve la cavate abbastanza bene, sapete anche che esistono alcune semplici regole, comuni a tutti i giochi, da rispettare:

  1. Tutti i giocatori devono conoscere le regole del gioco
  2. Tutti i giocatori devono rispettare le regole del gioco

Fine delle regole comuni. Perché il gioco funzioni è infatti necessario che tutti i giocatori ne conoscano le regole. Vi è mai capitato di “fare una mano” con le carte scoperte per insegnare a qualcuno come si gioca? O di accordarvi all’inizio della partita per sapere se gli altri giocatori usano il 3 o il 7 nella briscola? Bene, allora sapete cosa intendo. Se poi qualcuno bara, il gioco diventa molto meno divertente e probabilmente salta.

Inoltre sapete anche che in tutti i giochi alla fine qualcuno vince, mentre gli altri perdono, difficilmente vincono tutti. Il bello di questi giochi, però, è che esiste la possibilità di fare sempre partite nuove e quindi hanno tutti la possibilità di vincere e di giocare partite più fortunate e altre meno. Ora vorrei però segnalarvi un gioco al quale sto giocando da moltissimo tempo, diverso da tutti quelli di cui abbiamo parlato finora. Si chiama: società civile.

Anche in uno Stato, infatti, esistono delle regole specifiche e valgono sicuramente anche le due regole comuni a tutti i giochi di prima, ovvero:

  1. Tutti i cittadini devono conoscere le regole (leggi) dello Stato
  2. Tutti i cittadini devono rispettare le regole (leggi) dello Stato

Vivere “in società” con altri significa infatti darsi delle regole e rispettarle, per il bene di tutti, ovvero per fare in modo che, a differenza di tutti gli altri giochi, nel gioco dello Stato tutti possano vincere. La prima delle regole comuni è abbastanza rispettata: tutti conosciamo le regole di base di una convivenza civile all’interno dello Stato, magari non sappiamo bene cosa succede se non le rispettiamo, non conosciamo i commi o i codici del diritto, ma sappiamo che non bisogna uccidere, bisogna pagare le tasse e poche altre regole fondamentali. I problemi arrivano invece sulla seconda regola comune: non tutti infatti rispettano le leggi dello Stato. Ed è per questo che in tutti gli Stati esiste una magistratura, che vigila sul rispetto delle leggi e punisce i trasgressori. Con la nascita della magistratura a vigilare sul rispetto delle regole, ecco però che è nata una stortura nel gioco. Normalmente quando giochiamo a Monopoli, per esempio, sono gli altri giocatori che vigilano sul rispetto delle regole, e comunque noi tutti che giochiamo siamo coscienti che se decidessimo di imbrogliare toglieremmo tutto il divertimento del gioco a noi e ai nostri amici, perché la partita sarebbe truccata. In altre parole giocando con i nostri amici non imbrogliamo perché capiamo che è giusto così, non perché altrimenti i nostri amici se ne accorgono e ci facciamo una figuraccia. Ecco, nel gioco dello Stato purtroppo ci troviamo spesso davanti a questa situazione: rispettiamo le regole non perché siamo convinti della loro importanza o efficacia, ma perché altrimenti veniamo multati o processati. E ancora quando veniamo multati o processati, anziché prendercela con noi stessi che non abbiamo rispettato le regole, ci lamentiamo perché siamo stati beccati in fallo, che sarà mai per una volta, lo fanno tutti, perché non dovrei farlo anche io? La magistratura esiste quindi per fare in modo che la maggior parte dei cittadini non sia tentata di infrangere la legge e per punire i trasgressori, ma ovviamente non può vigilare costantemente su tutto e su tutti. Spetta quindi a noi rispettare le regole del gioco perché è giusto farlo, per i nostri amici e i nostri parenti, per tutti coloro che vivono in società con noi all’interno di questo gioco.

Bisogna pagare le tasse perché le tasse finanziano i servizi dello Stato (e non sono pochi) e sono fondamentali perché il gioco possa proseguire. Durante una pandemia non bisogna uscire di casa, non perché se mi fermano non so come giustificarmi, ma perché è giusto adottare un comportamento responsabile nel rispetto degli altri. Non bisogna rubare non perché altrimenti si va in prigione, ma perché in questo modo imbrogliamo e il gioco perderà tutto ciò che ha di bello. Eccetera.

Il bello del gioco dello Stato è poi che in ogni momento si possono cambiare le regole del gioco. Certo non possiamo cambiarle da soli e decidere, per esempio, che da oggi andiamo a lavorare nudi perché i vestiti sono una moda obsoleta, perché così facendo verremmo gentilmente accompagnati dai carabinieri in un ospedale psichiatrico. Ma pescando dalle carte della democrazia possiamo raccogliere firme, organizzare comizi e tavoli di discussione, portare una proposta in Parlamento e convincere gli altri che occorre cambiare una regola per rendere il gioco migliore e più divertente per tutti.

Vivere in uno Stato significa siglare un patto con chi “gioca” insieme a noi, aderire a delle regole comuni e decidere di rispettarle perché solo in questo modo il gioco dello Stato può funzionare. E voi avete mai giocato al gioco dello Stato?    

Riflessioni dalla quarantena

di Marco Moraschi, 19 aprile 2020

Di riflessioni sulla quarantena ne avrete probabilmente lette già di ogni sorta, d’altronde non è che ci sia poi molto da fare in casa per far passare il tempo: un po’ si fanno le pulizie, un po’ si guarda la televisione e un po’ ovviamente si legge, con alcune varianti in mezzo per chi, per esempio, abita in campagna e può dedicarsi, oltre alle pulizie della casa, anche a quelle del giardino. E di riflessioni ne ho lette molte anche io, sensate e meno sensate, le più belle le riporto al fondo di questo articolo nei link, ma prima vorrei contribuire anche io in qualche modo a evidenziare alcune cose. Ecco quindi le mie riflessioni in ordine sparso:

UNO. Per molti la medicina rischia di essere peggiore della malattia. L’isolamento forzato che stiamo vivendo da più di un mese inizia già a produrre i primi evidenti effetti sullo stato d’animo delle persone: ansia, depressione, paura, aumento delle violenze domestiche. Dove non ha colpito la malattia, rischia di colpire la “cura”. Coloro che non sono stati infettati dal coronavirus rischiano di essere afflitti da una malattia dell’anima forse con conseguenze ben peggiori: il distanziamento sociale colpisce indiscriminatamente giovani e anziani, sani e malati, ricchi e poveri. Speriamo che nella stanza dei bottoni prendano in considerazione anche gli effetti sulla mente, oltre a quelli sul corpo. Effetti sul corpo che peraltro sono presenti anche nelle persone sane in quarantena: attività fisica ridotta ai minimi sindacali (dal bagno alla cucina, dalla cucina al letto più tutti gli altri possibili percorsi tra le varie stanze) che si somma a un approvvigionamento calorico sicuramente superiore al necessario, visto che ci stiamo riscoprendo mastri pizzaioli, panettieri e pasticceri. I medici avranno da lavorare anche dopo l’emergenza coronavirus.

DUE. I medici e gli infermieri sono gli “eroi” di questo periodo. Come in ogni situazione di difficoltà sentiamo l’esigenza di trovare “eroi” e “nemici” che alimentino la trama del nostro romanzo. Il nemico è stato facile individuarlo e naturalmente è il “coronavirus”, tanto che si sprecano le metafore televisive sulla “guerra” che stiamo combattendo. Tutto d’un tratto sono stati dimenticati i migranti contro cui ci siamo scagliati in tempi “di pace”, buon per loro. Resistono saldamente invece altri “nemici pubblici” che abbiamo individuato: “la troika”, “l’Europa cattiva”, i “poteri forti”. Incredibilmente sta scalando le classifiche anche Bill Gates, per alcuni “mano sinistra” dietro la pandemia. Si accettano scommesse sui prossimi cattivi, le candidature potranno essere inviate con modalità che saranno rese note sul sito dell’INPS.

TRE. Abbiamo scoperto cos’è la noia, quella che prima sperimentavamo solamente in coda alle poste o in attesa in altri uffici, e che pensavamo si potesse facilmente riempire tirando fuori lo smartphone. Ora ci rendiamo davvero conto di quanto tempo abbiamo a disposizione ogni giorno e pur avendone molto, probabilmente ne sprechiamo più di prima, tra programmi televisivi scadenti e catene di whatsapp. Ah se avessi tempo “finirei di scrivere quel libro che avevo iniziato”, “raderei al suolo quella pianta in mezzo al giardino”, “imparerei il cinese che mi interessa proprio”. Ecco, ora avete tutto il tempo che desideravate, come mai non lo state (stiamo) sfruttando?

QUATTRO. Abbiamo anche scoperto quante cose avevamo prima senza saperlo. Un caffè al bar, una pizza con gli amici, una maglietta nuova comprata passeggiando per le vie del centro. Piccole cose, molto poco importanti nel complesso di una vita, ma che riempiono e arricchiscono lo scorrere del tempo con piccoli piaceri fondamentali. Ricordiamocene in futuro, perché purtroppo ci accorgiamo di ciò che abbiamo solamente quando lo abbiamo perso. Vale anche per le persone. Un genitore lontano, un figlio, un amico, persone cui prima (e ancora adesso) eravamo legati sentimentalmente, ma che magari ogni tanto ci facevano innervosire per dei piccoli gesti e che ora non possiamo più avere vicino. Mai come in futuro apprezzeremo di nuovo il calore di un abbraccio.

CINQUE. Ci serviva davvero tutto quello che avevamo prima?

SEI. E’ incredibile come serva una situazione di emergenza per tirare fuori il meglio da noi stessi. Ci siamo accorti di quante persone generose e disponibili ad aiutare gli altri ci sono nel mondo. Nonostante le brutte notizie in televisione, ogni giorno emergono gesti e segni di speranza dagli altri esseri umani che condividono con noi questo passaggio. Il pianeta Terra non è probabilmente un posto così brutto in cui vivere. Ricordiamocene.

SETTE. Stiamo finalmente imparando a usare gli strumenti digitali. Alla buon ora, dai che se ci impegniamo riusciamo a colmare il divario digitale del e nel nostro Paese.

OTTO. Siamo impreparati: giornalisticamente, politicamente, economicamente. A tutti i livelli si procede in ordine sparso. Viviamo nella dimostrazione del principio di incompetenza di Peter.

NOVE. Non abbiamo più una classe politica. Roba che Giuseppe Conte sembra perfino un grande statista in questa marmaglia. Fine della parentesi politica.

E’ tutto, per questa volta sono stato breve. Alla prossima lettera dalla quarantena. Buona permanenza in casa e mangiate responsabilmente.

Link:
https://medium.com/@bariccoale/virus-è-arrivato-il-momento-dellaudacia-4cba63fcb77d

https://viandantidellenebbie.org/2020/04/09/camera-con-vista-sul-futuro/

https://viandantidellenebbie.org/2020/03/12/effetti-collaterali/

 

Abbasso la semplicità, viva la semplicità!

di Marco Moraschi, 14 marzo 2020

L’isolamento forzato di queste settimane porta con sé gli innegabili effetti della solitudine, peraltro benvenuti (ogni tanto), tra cui quello di trovare più occasioni per fermarsi a riflettere tra sé e sé. Inondato dalle notizie sul coronavirus, come d’altronde è inevitabile, dopo qualche giorno in cui cercavo attivamente informazioni sulla pandemia in atto (così è stata definita dall’OMS) ho smesso ormai da una settimana di frequentare quotidiani online e trasmissioni televisive, lasciandomi raggiungere solamente da una newsletter serale che raccoglie i fatti essenziali della giornata. Mi sembra di aver notato infatti, ma è un parere personale derivato da misurazioni soggettive, che in questa emergenza sanitaria abbia iniziato a diffondersi più di prima un altro virus più subdolo e, per certi aspetti, anche più pericoloso: il virus della semplicità. Fermi tutti, lo so che nella breve biografia su questo sito e altre pagine personali ho scritto che “credo nella semplicità”, e infatti continua a essere vero, ma ritengo utile spingersi oltre e cercare di approfondire cosa intendo.

Le notizie e gli aggiornamenti sul coronavirus, nonché i pareri di chiunque in questo periodo fosse dotato di corde vocali, mi hanno spinto a chiedermi come mai certi messaggi si diffondessero più di altri tra le persone, peraltro non solo quelli relativi al coronavirus. “Assumete tanta vitamina C”, “bevete bevande calde”, “esponetevi al sole”, “bisognava chiudere tutto prima!”, “l’Europa specula sulla nostra crisi” eccetera. Queste frasi sono arrivate probabilmente a molti di voi che state leggendo queste righe, talvolta in catene su Whatsapp o su altri social, sui quotidiani, nei talk show televisivi o urlate da molti politici, specialmente di una certa parte politica. E inevitabilmente molti di questi messaggi sono stati ripresi da tante persone spaventate, che hanno provato a fabbricarsi in casa mascherine inutili con la carta da forno o disinfettanti per le mani fatti con aceto e bicarbonato, esponendosi così maggiormente al rischio di contrarre la malattia ritenendo di essere al sicuro con le precauzioni fai da te adottate. Ma cosa c’entra la semplicità con tutto questo? C’entra perché tutti questi messaggi sono accomunati proprio dall’essere semplici. Ha molto più presa su una persona impaurita trasmettere un messaggio semplice come “il governo non è intervenuto prontamente!” piuttosto che mettersi a spiegare che, spesso,  domande e situazioni complesse richiedono risposte e interventi altrettanto complessi. La gestione di una crisi come questa, che sta colpendo il mondo intero e non solo il nostro paese, richiede analisi e interventi di cui non abbiamo alcuna esperienza in tempi recenti, e per questo complessi da studiare e mettere a punto, per adottare misure di equilibrio tra l’economia che rischia di essere messa in ginocchio e la salute delle singole persone che dev’essere tutelata.

Da ingegnere da un lato e sognatore dall’altro mi trovo spesso apparentemente in conflitto tra le mie due anime, una, quella ingegneristica, che si rende conto della complessità del mondo in cui viviamo, e l’altra, quella libera, che ritiene che le soluzioni semplici siano da privilegiare, poiché spesso più corrette (rasoio di Occam) e più vicine alla nostra natura di esseri umani. La nostra cultura è fondata sulla semplicità, molti dei messaggi che ci raggiungono e ci hanno raggiunto in passato, e che ricordiamo e portiamo con noi sono messaggi semplici, poiché chiari, diretti e di facile comprensione: dai dieci comandamenti agli aforismi da cioccolatino, dalle grandi battaglie per i diritti alle campagne politiche, molto spesso ciò che ricordiamo delle persone e delle idee sono frasi semplici e concise. “Yes we can”, “Make America great again”, “prima gli italiani” per citare alcuni messaggi della politica di questi anni, sono messaggi semplici, perché sono riconoscibili e immediati. Rispondere “è complesso” oppure “dipende” ai quesiti che ci vengono posti non sortisce lo stesso effetto di utilizzare la semplicità come arma di risposta: la comprensione della complessità ci fa sembrare insicuri davanti ai problemi e alle decisioni da prendere e quindi non meritevoli di fiducia. Ma è proprio la complessità a governare l’universo ed è quindi la complessità che bisogna comprendere per fare dei progressi nella conoscenza. La teoria della relatività è innegabilmente complessa, ma sorprendentemente semplice nella sua formulazione più famosa: E=mc^2. Ecco che iniziamo quindi a intravedere quale può essere il vero problema, non la semplicità, ma il semplicismo. Se da un lato il nostro mondo è complesso, ciò che dobbiamo ricercare dopo averlo compreso è la semplicità che si può ottenere dalla sua visione d’insieme, una semplicità che dev’essere ricercata, studiata, perfezionata e, solo infine, spiegata. Seguire il processo inverso, esporre la semplicità, la punta dell’iceberg, prima di aver analizzato la complessità nascosta, è estremamente rischioso, oltreché dannoso: si chiama semplicismo. Il semplicismo è il peggior nemico della semplicità, perché sopraggiunge silenzioso mascherato da semplicità illudendoci che le risposte a domande complesse siano semplici, quando in realtà sono più spesso semplicistiche. Visto che siamo in tema di aforismi e frasi semplici, tanto vale citare una frase sull’argomento attribuita a Einstein: “Bisognerebbe rendere tutto il più semplice possibile, ma non più semplice di così”. Il processo di raffinazione della conoscenza deve cioè partire da una comprensione della complessità, procedendo per gradi al fine di estrarre la semplicità, ma deve necessariamente fermarsi a un certo punto, per non finire nel semplicismo. E dunque il vero virus che abbiamo visto diffondersi in queste settimane di coronavirus, e in questi anni di frenesia, bufale e populismi non è quello della semplicità, ma del semplicismo, che probabilmente continuerà la propria diffusione fino a quando un numero sufficientemente elevato di persone non ne risulterà immune, tanto da proteggere anche i più deboli grazie all’immunità di gregge.

La semplicità continua a rimanere la guida delle mie azioni, il faro lontano da raggiungere dopo aver governato la tempesta, la terra ferma che ci dà conforto dopo le mareggiate. La complessità non è confortevole, ci provoca disagio, paura, spavento, ma è necessaria, perché distingue il pensiero razionale da quello emotivo. La semplicità muove gli animi, le idee, le persone. Il semplicismo crea false illusioni.

Comprendete la complessità, ricercate la semplicità, diffidate del semplicismo.

Il voto “nascosto”

di Marco Moraschi, 29 febbraio 2020

Gli effetti collaterali di comprare casa e rendersi indipendenti (economicamente) dai genitori che ti hanno cresciuto fin da bambino, si vedono, soprattutto inizialmente, nel grande numero di scelte che si è chiamati a compiere da quando si prende la decisione a quando poi questa sarà pienamente attuata. Con effetto immediato iniziano quindi le prime spese e i primi addebiti importanti sul conto corrente, contestualmente a tutta quella serie di oggetti che per necessità devono essere presenti in un qualunque immobile per poterlo chiamare “casa”. Nonostante io sia l’opposto di un accumulatore seriale è chiaro che certi oggetti sono imprescindibili: la cucina, i sanitari, il letto, i libri, solo per citare alcuni esempi. Mentre per alcuni si può attingere all’accumulo esagerato dei nostri avi, che hanno probabilmente sentito la necessità di mettere da parte in quanto hanno vissuto le ristrettezze economiche della guerra e degli anni della ricostruzione, altri dovranno essere acquistati nuovi, andando quindi ad alimentare l’economia del consumismo, che prevede che gli oggetti non debbano durare in eterno, ma siano presto scartati e gettati in discarica per essere sostituiti dal nuovo ultimo modello. Si rivela quindi più che mai necessario prestare molta attenzione nel momento in cui siamo chiamati alle urne. Alle urne? Sì, perché in fondo ogni volta che acquistiamo un oggetto stiamo esprimendo un voto: stiamo decidendo a chi devono andare i soldi frutto del nostro sacrificio, chi avrà quindi disponibilità e potere di spesa su un pezzo (piccolo) del mondo che viviamo, chi dovrà essere premiato per ciò che ha fatto e chi invece dovrà rimanere a bocca asciutta. Nello scegliere un prodotto piuttosto che un altro dovremmo non solo decidere sulla base della qualità, o (più spesso) del prezzo, ma anche e soprattutto informandoci prima su chi riceverà i nostri soldi. Non parlo ovviamente del singolo negozietto, che pure ha importanza, ma del marchio e della società che produce l’oggetto interessato. Stiamo comprando un telefono; voglio alimentare il commercio online o favorire i rivenditori fisici? Questo smartphone che costa poco sarà stato prodotto in accordo a tutte le normative per la tutela dell’ambiente? Sarà composto da materiali riciclati oppure sono stati sfruttati dei lavoratori per estrarre i metalli preziosi che lo compongono? L’azienda che lo produce in che modo si impegna a migliorare la qualità dei propri prodotti e a evitare che finiscano in discarica una volta dismessi? Mi fornirà assistenza durante la vita utile del prodotto oppure si dimenticherà di me una volta uscito dal negozio?

Mi rendo conto che non è affatto semplice poter rispondere a tutte queste domande ogni volta che facciamo un acquisto, ma sarebbe importante provarci il più possibile, non solo perché in questo modo probabilmente acquisteremo prodotti di migliore qualità, che dureranno quindi più a lungo, ma perché un pezzettino alla volta potremo essere determinanti per decidere come sarà il mondo di domani. Troppo spesso infatti deleghiamo alla politica le decisioni che noi non abbiamo il coraggio di prendere, e che infatti non prendono neanche i politici, perché sono votati da noi. Scegliere chi votare quando compriamo un oggetto è il modo più efficace che mi viene in mente per poter contribuire davvero e subito, seppur nel nostro piccolo, a plasmare la società che vorremmo, perché il denaro, che ci piaccia o meno, è il motore di tutte le cose. I flussi di denaro rappresentano lo strumento più democratico che abbiamo in mano tutti i giorni, non solo quando viene indetto un referendum o abbiamo in mano la matita copiativa alle urne. La democrazia del terzo millennio dovrà nutrirsi anche delle nostre (piccole) scelte economiche, perché se come singoli le ricadute delle nostre decisioni sono limitate, come comunità abbiamo in mano un grosso potere decisionale, che possiamo e dobbiamo usare al meglio. Ogni giorno acquistiamo beni di prima necessità e non solo, i quali vanno ad alimentare il business di grandi e piccole aziende che decidono se la strada che hanno intrapreso per aumentare il fatturato è quella giusta oppure devono cambiare rotta. Non è strettamente necessario che sia la politica a decidere di bandire la plastica monouso; se la nostra comunità, fatta da ogni singolo individuo, decide di non comprare più plastica non riciclabile, il mercato sarà costretto a spostarsi altrove, senza che nessun referendum o nessuna legge sia abrogata o approvata. Il portafoglio che apriamo ogni giorno deve ricordarci che ogni nostro piccolo gesto ha delle ricadute e per la legge dei grandi numeri, per quanto piccole siano, se moltiplicate per una popolazione di più di 7 miliardi di persone quelle ricadute diventano economicamente rilevanti e hanno il potere di cambiare le cose. Siate il cambiamento che vorreste vedere nel mondo diceva Gandhi, e comprate responsabilmente aggiungo io. Buoni acquisti!

Le 4 regole del “buon ingegnere”

di Marco Moraschi, 22 novembre 2019

Sono un ingegnere. Non lo dico per vantarmi, ci mancherebbe altro. È un dato di fatto: dopo cinque lunghi anni di università ho discusso la tesi e indossato la corona d’alloro. Qualcun altro avrà scritto o scriverà “sono un biologo” oppure “un economista” o magari “un perito” o “un operaio”. Ciascuno di noi per poter “essere qualcosa” (come se un titolo potesse descrivere a pieno la complessità della persona umana) ha affrontato percorsi più o meno facili, più o meno lunghi, che l’hanno portato a dedicarsi a una qualche attività lavorativa nella sua vita. “Il lavoro nobilita l’uomo” diceva quel tale, qualunque lavoro (o quasi). Ma io sono un ingegnere ed è quindi di questo lavoro che voglio parlarvi. Perché dopo questi anni di studio intenso, di difficoltà, di arrabbiature, di fallimenti, ma anche di successi, di resilienza, di rimonte, ho imparato tante cose, moltissime anzi, ma non la più importante: come si fa a essere un ingegnere. Già. Ho appreso moltissime nozioni in questi anni, per esempio una delle più curiose è quella che un mio professore ha definito “il paradosso della lampadina”, di cui magari vi parlerò in futuro, o magari no, altrimenti poi penserete di essere ingegneri elettrici pure voi una volta scoperto il segreto. Ma ecco, il punto è che nessuno ci ha preparati al mondo del lavoro, a ciò che c’è fuori dalle mura universitarie. Ti chiamano “ingegnere!” e tu vorresti dirglielo che non ti senti ancora tale, perché devi imparare moltissime cose, ma loro niente, “Ing. Moraschi”. E quindi come si fa a diventare ingegneri? Secondo un amico professore e collega (è anche lui ingegnere) si diventa ingegneri “per davvero” dopo almeno 10 anni di pratica sul campo. Aspetterò dunque una decina di anni a vedere cosa succede, magari vi aggiorno su queste pagine se vi va. Ma nel frattempo? Nel frattempo posso provare a immaginare cosa significa essere ingegneri, un po’ come quando finito il liceo con grande sicurezza di sé si prova a immaginare come sarà e cosa si studierà all’università, scoprendo poi solo più avanti di aver sbagliato completamente le previsioni. Perché la vita è bella anche per questo: si fanno tanti programmi, si hanno tanti progetti per la testa e poi da un giorno all’altro si scopre che è tutto diverso da come lo avevamo immaginato. Lasciatemi quindi giocare a questo gioco e fingere con grande sicurezza di sapere cosa significa essere ingegneri “per davvero”.

La prima regola del buon ingegnere arriva dal Maestro Shifu in Kung Fu Panda 3: “Se fai solo quello che sai fare, non sarai mai più di quello che sei ora”. Essere ingegnere significa saper affrontare nuove sfide a cui non eravamo preparati avendo però a disposizione un metodo e un modo di ragionare efficaci. Significa che le difficoltà non previste e gli ostacoli che si incontrano durante il cammino ci sono di aiuto per crescere e diventare persone più mature e più capaci. Significa che anche se lì per lì temiamo di non sapere come affrontare una situazione, poco alla volta riusciremo a districare i fili della matassa perché è l’unico modo per diventare più competenti e imparare a fare cose nuove.

La seconda regola del buon ingegnere arriva da un altro Maestro di arti marziali (comincio a pensare che per essere bravi ingegneri occorra saper “picchiare duro” …), ovvero il Maestro Miyagi di Karate Kid: “Quando cammini su strada, se cammini su destra va bene. Se cammini su sinistra, va bene. Se cammini nel mezzo, prima o poi rimani schiacciato come grappolo d’uva. Ecco, Karate è stessa cosa. Se tu impari Karate va bene. Se non impari Karate va bene. Se tu impari Karate-Speriamo, ti schiacciano come uva.” Il mio relatore di tesi e coordinatore del corso di laurea in Ingegneria Elettrica, Prof. Aldo Canova, disse una volta ai neo-laureati che loro avevano scelto di diventare Ingegneri, non Ingegneri-Speriamo. La determinazione nel raggiungere gli obiettivi è uno dei passi fondamentali di chiunque si sia mai avventurato in un progetto di qualsiasi tipo: l’università, una sfida lavorativa, un viaggio, un sogno nel cassetto. Essere convinti che avremo successo è la prima regola per affrontare una sfida, perché indirizza le nostre azioni verso la vittoria e ci carica di energia positiva per affrontare la scalata. È un po’ come coloro che si lamentano di non aver mai vinto la lotteria, ma non hanno mai comprato un biglietto perché “intanto queste cose a loro non capitano” (detto questo, non giocate alla lotteria, è solo un esempio). Molto spesso le cose “capitano” se ci mettiamo nelle condizioni di farle capitare e se poi non “capitano” comunque non potremo rimproverarci perché ce l’avremo messa tutta.

La terza regola del buon ingegnere è simile alla seconda, ma merita di essere discussa a parte perché è stata istituita da una persona vera e non di fantasia come le prime due (peraltro il Maestro Shifu non è nemmeno una persona, ma un panda minore). Tale regola è stata pronunciata per la prima volta dal Presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy il 12 settembre del 1962 davanti a una folla di quaranta mila persone: “Abbiamo deciso di andare sulla Luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese; non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla e siamo determinati a vincerla, insieme a tutte le altre”. Kennedy aveva appena detto all’umanità intera che le cose belle sono quelle difficili, perché quelle facili sono capaci tutti a farle. Sebbene la strada più semplice sia spesso quella che ci attrae di più, solamente davanti alle difficoltà possiamo dimostrare il nostro vero valore e le nostre capacità; dobbiamo quindi affrontare gli ostacoli non come imprevisto sul nostro cammino, ma come una possibilità che ci viene data per dimostrare agli altri che nulla ci spaventa e che siamo in grado di trovare una soluzione anche agli enigmi più complicati.

La quarta e ultima regola del buon ingegnere arriva finalmente da un ingegnere, e in particolare da Galileo Ferraris, fondatore della prima scuola di elettrotecnica in Italia, poi incorporata all’interno del Politecnico di Torino. Nel discorso di insediamento al Senato del Regno d’Italia, il 6 gennaio 1897, egli pronunciò le seguenti parole: “Lasciate che la mia mente, fissando nell’avvenire, si bei nella visione di una generazione non ad altro intenta che al bene del comune paese, non più divisa da lotte di partiti personali, ma da lotte di idee, le quali non lasciano traccia di amarezze nell’animo, come l’uragano non lascia alcuna traccia nel cielo”. La responsabilità che abbiamo sulle nostre spalle è quindi quella di dare vita a lotte di idee che come un uragano facciano pulizia dei pregiudizi, della disonestà, della presunzione di chi prende decisioni senza avere coscienza della propria limitatezza.

E forse quindi, dopo tutte queste regole, essere ingegneri non è poi diverso dall’essere persone qualunque dotate di un po’ di “buon senso” per capire che le sfide che ci troviamo ad affrontare vanno risolte sì con professionalità, serietà e determinazione, ma soprattutto, con grande umiltà.

P.S. Un grazie di cuore alla persona che mi ha insegnato queste “regole” durante gli anni di università, ovvero il Prof. Aldo Canova, volto amico all’interno del Politecnico e modello di ingegnere “per davvero” a cui aspiro (asintoticamente).

Se questa non è una fake news

di Marco Moraschi, 9 agosto 2019

Con l’avvento di internet e dei social abbiamo assistito a una diffusione e a un incremento esponenziale delle cosiddette “fake news”. Per fortuna che esistono ancora i quotidiani “tradizionali” a salvarci da questo tsunami di post-verità!

Ne siete convinti anche voi? Le fake news non esistevano prima di internet? Beh, in realtà, quella sulle fake news è una fake news a tutti gli effetti. Non tratterò il tema nel dettaglio, dal momento che esistono persone molto più preparate di me* sull’argomento e che hanno dedicato la loro vita a studiare la diffusione delle notizie false e i meccanismi della comunicazione. Mi limiterò quindi a riportare un “banale” aneddoto che possa essere preso a esempio di tutta una serie di casi simili. Cominciamo.

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Qualche giorno fa (5 agosto 2019) stavo leggendo il quotidiano La Stampa, a cui, purtroppo o per fortuna, la mia famiglia è abbonata da quando ho memoria del mondo. La prima pagina titolava, in basso, “Trentamila italiani stregati dalle sette”. L’argomento mi interessa; pur essendo ateo ho sempre ritenuto curiose le dinamiche che spingono le persone tra le braccia (o le fauci, questione di punti di vista) della religione. Leggo quindi l’articolo. Prima frase: “Tredici milioni di italiani si rivolgono a maghi, cartomanti, guaritori”. Tredici milioni? Davvero? Possibile che 1 persona su 5 in Italia si rivolga all’occulto per sfuggire ai problemi quotidiani? Il numero potrebbe non colpire particolarmente considerando che le radio e le televisioni trasmettono ancora l’oroscopo e molte persone credono nei miracoli o in prodigi di altra natura (d’altronde la differenza tra una setta e una religione “ufficiale”, tra Dio e un amico immaginario, sta solamente nel numero di persone che vi aderiscono e ci credono, chiusa parentesi). Ma insomma, quante persone conoscete che vanno dall’indovino? Personalmente neanche una, ma potrebbe essere semplicemente dovuto al fatto che noi tutti tendiamo a circondarci di persone che la pensano come noi, escludendo dalle nostre cerchie coloro che mostrano invece orientamenti “più bizzarri”. Un po’ colpito, mi metto a leggere il resto dell’articolo, anche se questa storia mi sembra di averla già sentita …

Sono 30 mila gli italiani (dati Codacons) che ogni giorno chiedono un consulto a maghi, astrologi e veggenti.” Fermi tutti! Hai detto Codacons? Lo stesso Codacons che da anni porta avanti insieme ad altre associazioni una battaglia contro la presunta pericolosità dei vaccini? Quel Codacons? Ma andiamo avanti, magari su “La Stampa” citano qualche dato più preciso su come ha fatto il Codacons a dire che 13 milioni di italiani si rivolgono a maghi e cartomanti (eppure questa notizia non mi è nuova…). “Un fatturato di 8 miliardi di euro, secondo un rapporto del Codacons sui ciarlatani che promettono cure immaginarie”. Di nuovo citato il Codacons, ma degli studi effettuati nessuna traccia. E niente, l’articolo va avanti citando prima l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Calabria, poi la storia di Carolina (che era caduta nella trappola di una setta), poi lo yoga (eh?) e infine il buddismo zen (!) per non farci mancare nulla. Tutto ciò viene contrapposto alla voce di un sacerdote che, per carità, avrà anche lottato contro le sette durante la sua vita, ma fa sempre un po’ ridere quando a dirci di non credere a maghi, guru e ciarlatani in generale sono gli stessi che ci invitano invece a credere alla verginità di Maria et similia … ma ora mi ricordo dove ho già letto questo articolo! In un libro del giornalista italiano Luca Sofri, direttore de “Il Post” e autore di “Notizie che non lo erano”, un testo che raccoglie molti suoi articoli degli anni passati in cui racconta i problemi dell’informazione italiana in cui “la verità non è una priorità, quello che conta è ‘la storia’, il racconto, il ‘gran pezzo’, divertente da leggere”. A pagina 62 guarda caso c’è un articolo che si intitola “Tredici milioni”! La storia era infatti già uscita su Repubblica il 5 maggio 2014 (titolo “Il grande boom dell’occulto. 1 italiano su 5 va dall’indovino”). L’articolo di Repubblica seguiva lo stesso schema di quello che ho in mano io oggi 5 anni dopo: il dato citato viene dal Codacons, “che molte volte in passato ha dimostrato una maggiore attitudine a promuovere se stessa e i suoi responsabili piuttosto che la serietà e la verità” (parole di Sofri) e non è citata nessuna ricerca che spieghi come quel dato è stato raccolto. Proseguendo nel pezzo di Sofri si scopre che quello stesso dato era già comparso nelle settimane precedenti anche su altre testate: “Il Sole 24 Ore” e addirittura sei mesi prima su “il Fatto Quotidiano”. Il dato del Codacons risale però ancora all’anno prima: “‘13 milioni nel 2013’ si diceva a maggio del 2013, allora con la dizione ‘a oggi sono 13 milioni’, senza indicazione di un arco temporale […]. A novembre poi diventavano ‘ogni anno 13 milioni’ e ‘tre milioni in più del 2001’; su ‘Repubblica’, a maggio, ‘tre milioni in più del 2010’”. La copia de “La Stampa” che ho in mano segnala che erano “10 milioni nel 2008” e, per aggiungere ulteriore casino a questa sfilza di dati a caso cita i famosi “trentamila italiani” che ogni giorno si rivolgono agli operatori dell’occulto (che dovrebbero essere invece 35 mila se si prende per buono il dato dei 13 milioni, ma evidentemente non ci credono neanche loro). Insomma, veniamo alle conclusioni. Davvero io sono abbonato a un quotidiano per ricevere questo tipo di informazioni? Una notizia di cinque anni fa che non era una notizia già cinque anni fa e che in questo tempo non si sono presi nemmeno il tempo di verificare?46A33A1F-F6A4-4730-AC3E-933F5A699AEB

Non so come la pensiate a questo punto, ma io direi che ne abbiamo avuto abbastanza. Le grandi testate nazionali, messe in crisi dai tempi che cambiano, cercano di tirare su le vendite sostenendo che non dobbiamo fidarci di ciò che leggiamo sui social (e quindi dobbiamo abbonarci ai loro quotidiani), ma anziché fornirci davvero un’informazione diversa e di qualità ci ripagano (spesso, non sempre per carità) con la stessa monnezza che possiamo già trovare ovunque su internet. La verità è che con i social non sono aumentate le fake news, l’informazione è probabilmente uguale a come era prima, “è solo che prima non ce ne accorgevamo: perché nel 1989 ci volevano gli articoli di altri giornalisti e inviati a Washington per far sapere che una ricostruzione era infondata”. Con internet è invece molto più semplice scoprire se una notizia è vera oppure no e, insieme al fatto che sono aumentate a dismisura rispetto a prima le notizie che ci arrivano ogni giorno, abbiamo quindi l’impressione che le fake news siano molte di più rispetto a prima. Chiuderei con una citazione di Luca Sofri e un consiglio:

  • Il punto non sono gli errori, che capitano: è che se non ci stai attento capitano più spesso”.
  • Leggetevi il libro di Sofri, “Notizie che non lo erano”, perché se l’informazione fatta bene in Italia ha dei problemi è anche un po’ colpa nostra. Io, da giugno, sono abbonato a Il Post, perché è ora di capire che a forza di volere tutto gratis rischiamo di ritrovarci con qualcosa in mano che non ha alcun valore (com’è giusto che sia).

P.S. NON sono stato pagato né da Luca Sofri né da Il Post per citarli o dirvi che dovreste leggere il libro o abbonarvi.

* Walter Quattrociocchi, Craig Silverman, Luca Sofri, Massimo Mantellini, Massimo Polidoro per citarne solo alcuni.


Link:
https://mobile.twitter.com/lucasofri/status/1011297305696395265
https://www.wittgenstein.it
https://www.ilpost.it

La sai l’ultima?

di Marco Moraschi, 17 giugno 2019

La tendenza naturale che cerco di combattere quotidianamente è quella della polemica costante. Forse l’eliminazione dei social che ho descritto nella riflessione precedente [(A)Social] è parte di questo disegno interiore che porto avanti da un po’ di tempo, il tentativo di allontanarmi dalla mia comfort zone per osservare il mondo da una prospettiva diversa, che mi aiuti a interpretarlo meglio evitando che mi si atrofizzi il cervello con l’autoreferenzialità. La polemica costante è quell’innata qualità che possediamo tutti, a volte mitigata dalla timidezza o dalla buona educazione, ma che tutti coltiviamo nel profondo e difendiamo ritenendo che sia parte inscindibile del nostro essere. La polemica è una reazione volontaria o involontaria allo status quo e va da sé che non è detto che sia positiva, anzi.
Tuttavia, se non prestiamo attenzione, cresce selvaggiamente in noi trasformandosi da mattone della vita in arma di distruzione di massa, che falcia indiscriminatamente qualunque erbaccia osi interporsi sul suo cammino. Il rischio della polemica, cioè, è che se non la utilizziamo correttamente, anziché portare beneficio, risulti invece dannosa per i nostri stessi scopi. Naturalmente ci sono sempre buone ragioni per protestare: in questo momento della storia, per esempio, è ottima cosa inveire contro questo governo di fascisti improvvisati, ma come noterete dopo aver letto questa frase, la polemica fa scaturire sempre una vena d’odio e di repliche che generalmente fanno degenerare la discussione in frasi sconnesse e accuse reciproche tipo “e allora il piddì?”, che non aiutano ad analizzare il problema. Ma non è di politica che voglio parlare, ma di polemica! È fin troppo facile rivoltarsi contro ciò che non ci va giù, che sia la politica, l’università (un esempio a caso?), il lavoro o in generale qualsiasi cosa che non sia sotto il nostro controllo. E al contempo è giusto farlo, perché se viene meno la polemica viene meno il principio di qualsiasi sistema democratico di condivisione delle idee. Ma perché la polemica funzioni deve essere corredata in equa misura di critiche e proposte di cambiamento, come in genere richiesto in qualunque questionario sulla qualità. Evidentemente è una banalità, ma non è sempre scontata o applicabile. La tendenza generale è infatti quella di una pura rassegnazione agli eventi del mondo, un’onda cieca che travolge ogni cosa sul suo percorso.

Recentemente, facendo zapping fra i canali (non lo faccio quasi mai, guardo pochissima TV), sono capitato su una trasmissione di Real Time che descriveva la storia di Jeanne, una donna di 39 anni di 319 kg che non riesce a smettere di mangiare. È facile per lei lamentarsi che la sua vita così non va bene, che deve perdere peso altrimenti morirà molto presto, che non c’è più tempo. Salvo poi cedere a ogni pranzo, mangiando bacinelle di porcherie americane piene di formaggio e salse di dubbio gusto. Non è certamente una questione semplice, chi è affetto da una patologia del genere non dubito che soffra molto per la propria disabilità e necessiti dell’aiuto di uno psicologo per uscire da questa impasse. Ma Jeanne mi ha ricordato che, in fondo, siamo un po’ tutti come lei: ci lamentiamo del governo ladro, del lavoro che è stressante o del caldo (già, é arrivato quel periodo dell’anno in cui il servizio di apertura di molti telegiornali riguarda la temperatura in tutta Italia), salvo poi tornare alla stessa tavola a mangiare lo stesso pasto. E quindi? Che si fa? Niente più polemiche? Ciò che non è sotto il nostro controllo, per definizione, non possiamo controllarlo. La scoperta sorprendente, però, è che in realtà molte poche cose non sono sotto il nostro controllo, magari in minima parte, ma una piccolissima influenza alla storia la portiamo tutti. Tolstoj diceva che la storia è l’integrale delle esperienza e delle vite di tutti gli uomini. Ogni tanto arriva un grande condottiero, un politico, un innovatore che sembra portare grossi contributi, e in effetti è così, ma la storia è fatta anche da tutti i civili e i soldati che non si sono arresi a lamentarsi del pericolo senza combattere. Per quanto sia piccolo il nostro contributo, ciò che possiamo e dobbiamo fare, per vivere e non lasciarci vivere, è intervenire nel nostro giardino, nel nostro quotidiano, modificando i deboli equilibri che ci circondando e contribuire così al cambiamento (dopo che l’hanno usata i grillini, questa parola mi fa paura, scusate non la userò più, ma ecco che ricomincia la polemica …).

L’obiettivo della polemica dev’essere quello di distinguerci da ciò che combattiamo, non deve portarci invece ad assomigliare sempre più al nostro nemico. In una saga fantasy che sto rileggendo in questo periodo, il protagonista, Eragon, si chiede più e più volte se le atrocità che commetterà in nome della libertà saranno giustificate dall’obiettivo di sconfiggere il crudele tiranno Galbatorix. È un dubbio autentico e umano, che ci riporta alla “nostra” polemica: combattere, resistere, disobbedire, in alcuni casi, possono essere l’arma migliore che abbiamo da contrapporre allo status quo, motivando la nostra polemica con azioni concrete atte a migliorare questo piccolo angolo di universo. E ora scusatemi, ma tornerò a imprecare contro i libri dell’università … ah, se solo fossi il rettore …


Link: https://www.wittgenstein.it/2019/06/16/domenica-mattina/

(A)Social

di Marco Moraschi, 12 giugno 2019

Il primo social che ho utilizzato è stato l’ormai defunto MSN, famoso più di dieci anni fa, un precursore di WhatsApp che permetteva di contattare i propri amici grazie alle prime nascenti ADSL domestiche, che andavano a sostituire il modem blu 56K. Chi si ricorda queste cose può forse farsi prendere da un momento nostalgia, quando le madri infuriate ti dicevano di scollegarti da internet perché altrimenti loro non potevano telefonare! Queste cose oggi fanno sorridere e sembrano appartenere a un’altra era geologica, l’analogicene (l’era dell’analogico?), ma è quasi impressionante riportarle alla memoria ricordandosi che avvenivano poco più di dieci anni fa, forse quindici. Insomma, “panta rei” direbbero gli antichi, o “sembra che all’improvviso il mondo abbia una gran fretta” direbbe invece il buon vecchio Brooks, il vecchio bibliotecario della prigione di Shawshank nel film “Le ali della libertà”. Il mondo corre davvero e dopo MSN è scoppiata l’era del digitale e dei social, con l’arrivo di YouTube, Facebook, Twitter, WhatsApp, Instagram eccetera. Ora, non mi ritengo un esperto in nulla, anzi, credo che nessuno possa mai ritenersi davvero esperto di qualcosa; di conseguenza, prendete queste mie riflessioni come chiacchiere dettate dalla noia, giusto uno spunto per imbarcarsi verso altri testi di persone ben più competenti di me in materia. Insomma, scusatemi per la banalità. Tutto questo per dire che, nell’era dei social, ho tolto i social. No, non li ho distrutti hackerando i sistemi di raffreddamento dei loro server, ho semplicemente cancellato i miei profili dalle principali piattaforme social, ovvero Instagram, Twitter e Facebook. Dietro alla rimozione ci sono certamente delle motivazioni etiche, per esempio gli scandali sulla privacy, ma, diciamoci la verità, non penso che si possa credere veramente alla tutela della propria privacy su Facebook o un altro social, quando ci si iscrive si dovrebbero già conoscere i limiti di queste piattaforme instaurando quindi un rapporto consenziente. È inutile gridare al lupo a posteriori dopo averlo invitato a cena, non so se mi spiego. E poi certo, dietro alla rimozione ci sono altre questioni, come la diffusione delle fake news, ma di nuovo, le fake news sono sempre esistite, propinate dai media tradizionali (basta vedere i siti internet o le versioni cartacee di molti quotidiani, che ora si ergono a difensori della verità) o dagli idioti che prima erano al bar e ora sono invece su Twitter. E sì, si può togliere Instagram per “dare un segnale”, ma per aziende che hanno miliardi di dollari in tasca da spendere e investire i “segnali” equivalgono al debole fumo di una candela accesa sull’isola di Sant’Elena. E allora, diamine, perché hai tolto i social? In minima parte, come detto, per le ragioni elencate sopra, ma soprattutto, perché ero banalmente stufo. Se la risposta ti ha deluso mi dispiace, puoi correre a guardare Netflix.

Il problema che riscontro io nei social è che sono un’ottima trappola per noi stessi, come la frase “Io sono il peggior nemico di me stesso” che non so chi l’abbia detta per primo, o, meglio, come ha detto Woody Allen “a volte vado in overdose di me stesso”. I social, cioè, ci permettono di esercitare un controllo enorme sulla realtà virtuale che ci circonda, un controllo che nella realtà analogica non abbiamo e che ci aiuta a rimanere vigili e in allerta. I social sono un immenso parco giochi pieno dei nostri giochi preferiti, dove ogni cosa è al suo posto perché ce l’abbiamo messa noi e se ogni tanto arriva un intruso non ce ne accorgiamo, intenti come siamo a spingerci sull’altalena. Gli amici di cui leggiamo sui social, le notizie che ci raggiungono, i video che guardiamo, sono tutti stati messi lì da noi stessi e questo non fa che chiuderci in una bolla dorata in cui non entriamo in contatto con ciò che non ci appartiene, radicalizzandoci sulle nostre posizioni. Ho tolto i social perché ero in overdose di me stesso, per fortuna il mio sistema immunitario è ancora vigile (lo so che droga e sistema immunitario non c’entrano nulla l’una con l’altro, ma è un esempio, no?). Ero stufo di leggere sempre le stesse polemiche su Twitter, tutte cucite addosso alle mie stesse opinioni, d’accordo, ma che non fanno altro che rifocillare la tenia della polemica e del dito puntato che c’è dentro ognuno di noi. Ho bisogno di prendere aria e tornare a respirare, confrontarmi con persone vere che mi aiutino a riflettere sui problemi e non solo additarli scrivendo IN MAIUSCOLO PER ATTIRARE LA MIA ATTENZIONE IN 280 CARATTERI. Ho bisogno di leggere libri, che sono ciò a cui dedico gran parte del mio tempo libero, perché hanno la capacità analogica di mantenere viva l’attenzione e affrontare un argomento alla volta. Ho bisogno di concentrare la mia attenzione su cose più lunghe e complicate, perché la realtà è sempre più lunga e complicata di come appare, perché la percezione della realtà non prevalga sulla realtà stessa. E ho bisogno anche di liberare la mente, lasciandola viaggiare senza meta per le praterie del mio cervello, senza imbrigliarla continuamente in catene frammentarie, che sia in coda alle poste o mentre faccio benzina. È proprio nei momenti in cui la nostra mente è libera di vagare che nascono le idee migliori. Se in questo viaggio mi perderò, se finirò per rinchiudermi in un eremo o sulla cima di una montagna, venite a chiamarmi o tiratemi un sasso sulla testa, perché vorrà dire che l’overdose di sé stessi si può raggiungere anche senza i social.