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Lode alle relazioni futili

di Fabrizio Rinaldi, 23 agosto 2020

Sul piazzale di casa un’enorme personaggio di Botero è sdraiato a prendere il sole e a guadarmi ogni volta che apro la porta d’ingresso.

In realtà è una catasta di legna, che avendo la forma di un annoiato grassone mi rammenta l’urgenza della sua messa a dimora in legnaia; dovrò farlo certamente prima delle piogge autunnali, ma sino ad ora l’estate afosa ha fiaccato ogni volontà.

L’inerzia dura già dalla primavera scorsa, quando la pandemia imponeva lo stare rinchiusi in casa. Inizialmente ero inebetito dalla situazione, dai dati del contagio e delle allarmanti immagini del coprifuoco, cui si aggiungeva un entusiasmo un po’ cinico per l’inaspettato e obbligatorio riposo. Lo stesso stato d’animo, in misura e in forme diverse, credo si sia diffuso un po’ in tutti.

Le attività lavorative consuete sono riprese dopo le prime settimane, anche se in modalità differenti (come nel mio caso), o si sono definitivamente chiuse per l’impossibilità di reggere situazioni economiche già precarie e rese definitivamente disastrose dalla pandemia. Per certi versi era quindi un esito già pronosticabile: la società odierna si fonda sull’equilibrio tra domanda e offerta, se uno dei due eccede, prima o poi il meccanismo s’inceppa.

Faccio un esempio: Ovada è una cittadina che si regge in piedi sulle pochissime piccole industrie non ancora affossate dalle ripetute crisi e dalla globalizzazione, su una campagna relativamente arretrata e su ben poco altro. Eppure, a fronte di circa 11 mila abitanti, nel 2019 contava ancora una sessantina di bar: un numero esagerato in proporzione agli abitanti. Ovada non è la Venezia del Piemonte.

Dopo tre mesi di chiusura forzata, molti non hanno rialzato la saracinesca, perché sconfitti dagli immutati costi d’esercizio o per l’insostenibilità economica delle nuove norme sanitarie. La stessa cosa è avvenuta per alcuni negozi di abbigliamento, in particolare per quelli più ambiziosi, che offrivano prodotti e praticavano prezzi alla portata delle sole star cinematografiche o dei super-manager. (Credo che l’ultima “celebrità” approdata ad Ovada sia stato Umberto Smaila, al tempo in cui facevano furore le tette delle conigliette di “Colpo grosso”, negli anni Ottanta). Questo mentre nessun imprenditore degno di nota si sognava di vedere questo territorio come una risorsa.

Ma anche molti artigiani hanno subito la stessa sorte. D’altro canto, non serviva essere fini economisti per capire che al primo scossone il castello costruito sull’illusione di un perpetuo benessere sarebbe crollato. Purtroppo la realtà ovadese non è riuscita nei decenni d’oro – e non riuscirà certamente ora, con i chiari di luna che ci attendono – a trovare una nuova identità, o a ritrovare quella antica. I nostri sembrano luoghi destinati al transito, placide colline dove trascorrere al massimo una notte (ma non di più) prima di approdare alla Liguria o alle Langhe.

Sta di fatto che cessato l’iniziale sbigottimento per il rapido diffondersi del virus, e venuta meno anche l’euforia per l’inattesa possibilità di oziare o realizzare ciò che da tempo si rimandava, sembra ora insorgere una generale inerte apatia, indotta dalla consapevolezza che questa situazione andrà avanti per un bel po’. La maggioranza si sta piano piano abituando a seguire gli accorgimenti per rallentare la diffusione del Covid, mascherina e distanziamento in primis, sia pure con diversa convinzione, ma non ha comunque testa per progetti che vadano oltre il giorno dopo. Molti hanno già optato per una fatalistica convivenza col virus, sperando che non li becchi o che lo faccia almeno in forma leggera. Qualcuno poi nega l’esistenza del problema o se ne frega, ma di questi non vale nemmeno la pena parlare, sono lo scotto (pesante) da pagare all’imperfezione e alla specificità umana: solo gli uomini possono essere stupidi.

Per quanto mi riguarda personalmente, constato che l’esigenza del distanziamento ha accentuato in me – ma credo di essere in buona compagnia – una preesistente difficoltà nello stare con gli altri. In effetti, non è che fino a mesi fa fossi un trascinatore di folle, che emergessi per acume o simpatia e che mi trovassi a mio agio nei momenti conviviali: ma sicuramente tolleravo meglio lo stare in mezzo agli altri (a piccole dosi, e in situazioni mediate sapientemente da mia moglie, che catalizzava su di sé le attenzioni). Ora avverto invece quanto sforzo mi costi il riannodare le relazioni con parenti, amici e colleghi: come se l’interesse fosse scemato, lasciando il posto ad una fatica – quasi fisica – a dialogare e manifestare un coinvolgimento.

Prima della clausura una constatazione del genere l’avrei risolta convincendomi che se quelle relazioni si erano concluse un motivo c’era, e che si trattava in fondo di una liberazione. Oggi, alla luce di questo forzato isolamento, devo invece ricredermi sulla loro importanza: in fondo sono esse a creare quell’humus sociale cui attingere nei momenti di solitudine, frustrazione e tedio, quelli appunto che l’attuale stato ci impone. Anche se si tratta perlopiù di legami utilitaristici, di circostanza o di sangue, tutti assieme intessono una sia pur fragile rete di sicurezza, all’interno della quale emergono poi – per dimensioni e resistenza – le poche ma solide funi principali dei rapporti profondi, quelli che davvero rendono la vita sensata.

Le relazioni “futili” riguardano, ad esempio, il fruttivendolo che ti mette una pesca in più nella borsa; il sino a ieri ignorato vicino, che ora mi parla del suo nuovo pavimento in cucina; il sorriso del pizzaiolo che non vedevo da mesi, in quanto anche la pizza mensile familiare era preclusa; la collega che dimostra interesse per le vacanze delle mie figlie, magari mentre sta pensando a come chiedermi le ferie o quale futuro lavorativo avremo (come se fossi un indovino). Bene, tutte queste effimere interazioni plasmano continuamente la personalità, in quanto generano esperienze.

Negli ultimi mesi anche queste relazioni apparentemente inutili si erano rarefatte, così come quelle importanti, in ragione del distanziamento. Purtroppo non hanno trovato in quel periodo adeguate sostitute che garantissero pari appagamento: non c’è social, media o videochiamata che possano rimpiazzare lo sguardo diretto, la postura dei corpi o il contatto fisico, in fin dei conti “la carne” dei nostri simili. Sia chiaro, non sono un caso Weinstein, ma ho aperto necessariamente gli occhi (come molti) su quanto esprimiamo di noi stessi con una stretta di mano, con lo sfiorare una spalla; persino nell’abbracciare e baciare diciamo molto di più di quanto potrebbero fare le parole.

Ci ho riflettuto. Fin da neonati capiamo come gira il mondo attraverso i sensi, in particolare con il tatto, e con quelli cerchiamo di stare al passo. Si sa che la sua privazione ha gravi conseguenza sulla salute, specie per gli infanti. Diventati adulti, escogitiamo altri linguaggi per comunicare le nostre intenzioni, riservando quello fisico solo alle persone più intime. Ebbene: questi mesi di privazione ci hanno dimostrato che siamo sì cresciuti, ma rimaniamo dei lattanti deprivati di un bisogno primario: il contatto fisico con i nostri simili.

Oggi abbiamo imparato che il virus infetta proprio attraverso queste interazioni, fisiche o sociali che siano. E lo si vede dall’incremento dei contagi di questi giorni, causato dalla spensieratezza (leggi “idiozia”) vacanziera. Quindi, senza relazioni il virus morirebbe, ma lo seguiremmo a ruota pure noi, poiché da esse dipendiamo e proprio esse ci caratterizzano. Dobbiamo inventarci una misura di mezzo.

Inoltre, la comparsa della pandemia ha sconvolto non solo i modi dello stare assieme, ma anche la percezione dello scorrere del tempo. Ne impieghiamo molto di più per realizzare ciò che fino a pochi mesi fa sbrigavamo velocemente, fagocitati in una corsa continua: dalla fila per fare la spesa alle interminabili call lavorative, dal cercare di metter giù due idee (come sto facendo ora) al sistemare la legna per l’inverno.

Le restrizioni esterne e lo smarrimento interno ingenerano, come dicevo all’inizio, l’apatia: una non-volontà che ci attanaglia perché le certezze sedimentate nelle nostre vite (e nelle generazioni precedenti) sono state spazzate via. Alla faccia di chi plaude incondizionatamente al rallentamento, però, questa non è una forma di serena tranquillità: nell’apparente stasi fisica e mentale, il nostro cervello cerca in realtà incessantemente una via d’uscita dal pantano, vorrebbe individuare differenti ed originali sicurezze. È vero che non sapendo quando e come ne usciremo viviamo in uno stato di perenne apprensione, e nella speranza di una veloce soluzione (il vaccino?) cui affidarci. Ma sappiamo ormai che una iniezione assolutoria non risolverà i problemi che ci portavamo dietro anche prima, e che hanno condotto a questa attualità.

Forse il grassone spiaggiato sul piazzale non è lì a spronarmi per la sistemazione della legna, ma semplicemente si gode il sole (e i ceppi si seccano), nella consapevolezza quasi mistica dello scorrere placido del tempo: ci attende un inverno lunghissimo, prima del ritorno della primavera. Le rondini non le porterà certamente il vaccino: ma almeno ora abbiamo la consapevolezza (coloro che ce l’hanno, naturalmente) che quello di prima non era il modo ideale di vivere. Forse è ora di assumerci la responsabilità di qualche significativo cambiamento.

Cambiare è sano, inevitabile e funzionale alla vita stessa. Possiamo negare l’evidenza della mutazione, ma avverrà comunque.

Quindi, caro grassone, goditi il sole perché, al primo temporale, ti sistemo io …

I buoni e i cattivi maestri

Questo pezzo necessita di una presentazione, perché arriva a metà di un dialogo che si è svolto sino ad oggi via Whatsapp e si è nutrito soprattutto di reciproche segnalazioni di testi e articoli dedicati al Covid 19, alle sue origini, al suo decorso e alle prospettive più o meno immediate e ottimistiche di uscirne: segnalazioni che andavano a sostegno di due letture non sempre coincidenti del fenomeno e dei suoi risvolti politici, economici e sociali.
Ad un certo punto però il confronto ha preso un’altra strada, che ritengo molto più interessante, visto che dell’epidemia è tornato a parlare in televisione persino Sgarbi. Con Stefano abbiamo analizzato, e diversamente valutato, gli atteggiamenti che l’Europa in generale, e quella “nordica” in particolare, hanno tenuto durante questa crisi verso dell’Italia, così come le modalità con le quali hanno affrontato l’emergenza pandemica. E infine siamo approdati a considerazioni relative alla nostra maggiore o minore empatia nei loro confronti. Bene, credo che l’ultima mail di Stefano (che ha giustamente ritenuto fosse arrivato il momento di andare un po’ più in profondità) costituisca un ottimo esempio di quello che considero il modo civile di affrontare e discutere gli argomenti, e vada senz’altro proposta sul sito, perché ne incarna perfettamente lo spirito e gli intenti. E ci tornerò su a stretto giro, per non interrompere un dialogo che potrebbe riuscire di un qualche interesse anche per altri amici.

 

di Stefano Gandolfi, 20 aprile 2020

Ciao Paolo,
ti scrivo una mail ritenendola più adatta di un wahtsapp ove si è costretti a sintetizzare. Poi ovviamente avremo modo di parlarne a voce … giusto per riordinare le idee. Lo scambio di opinioni sull’ Olanda è significativo per almeno una considerazione, ovvero che ognuno di noi possiede una componente razionale che deriva dalla propria cultura, dall’intelligenza, dal bagaglio professionale acquisito in una vita ecc., ma è mosso poi anche da una componente emotiva che compensa e talvolta condiziona l’altra parte in modo non diciamo giusto, ma senz’altro inevitabile: altrimenti saremmo degli automi (dei tedeschi? se mi permetti la battuta!), prerogativa che al di là delle battute non attribuisco nemmeno ai tedeschi stessi… Nella mia (in)competenza medica e scientifica mi picco di un po’ di (in)competenza anche a livello di psicologia e psicoanalisi, soprattutto per la parte più nobile e organica, ovvero quella che descrive come reazioni chimiche, neuromediatori a livello di sinapsi ecc. determinano il modo in cui il sistema nervoso centrale ci fa agire, parlare, comportare.

Ognuno di noi ha delle simpatie, innate o più verosimilmente mediate dalle nostre esperienze e dall’ ambiente in cui viviamo; queste simpatie tendono a farci dare un giudizio non sul merito di un valore assoluto, ma sulla scorta di un valore misurato in base alla simpatia stessa, quindi più soggettivo che oggettivo.

Questo vale per tutti, a prescindere dal numero di libri letti, dalla esperienza professionale ecc. Poi è ovvio che se per una persona quello è l’unico metro di giudizio, non si va oltre le chiacchiere da bar, i proclami da “leoni da tastiera” e tutte le ben note e nefaste conseguenze… amplificate dai social. La percentuale di prevalenza della parte oggettiva su quella umorale, come tu ben sai, determina il risultato finale di un giudizio, un’opinione, uno schieramento ideologico, politico, sportivo, letterario …

Quante volte abbiamo parlato di bravissimi scrittori, poeti, musicisti, artisti ecc. dei quali non condividevamo assolutamente l’atteggiamento ideologico, e ci chiedevamo come potessero menti così brillanti e elevate avere idee di quel genere? Io tantissime volte, con sgomento e rammarico enormi, se si trattava persone amate, rispettate e magari anche venerate … Ma è giusto così, le divergenze fanno parte del gioco, anche se vorremmo riscrivere le regole!

 

Parlando di svizzeri, tedeschi, olandesi, scandinavi, è giocoforza arrivare in breve alle differenze antropologiche fra noi e loro, ed iniziare a camminare su un terreno minato. Quanto ho amato la Norvegia, l’ Olanda, la stessa Germania nel corso dei nostri viaggi europei prima di varcare gli oceani, quanto sono stato “nordico” e poco italiano, apprezzando il senso civico, l’educazione sociale, il rigore mentale di questi popoli, sia pure a fronte degli aspetti negativi noti da sempre, quali il maggior tasso di depressione e di alcolismo, l’altissimo tasso di suicidi in Norvegia, la pervicacia ancora oggi nel contribuire all’estinzione delle balene … Nulla di nuovo, nulla è cambiato, quello che cambia è la rilevanza che si attribuisce agli aspetti che ci piacciono rispetto a quelli che non ci piacciono; ma oggettivamente un popolo vale per quello che vale, a prescindere che mi piacesse di più venticinque anni fa piuttosto che adesso. E non c’ entra per niente Salvini o chi per esso …

C’ entra, magari, il fatto che ho poi viaggiato ad altre latitudini, geografiche e antropologiche, e ho conosciuto anche a casa loro popoli e paesi che da un punto di vista razionale fanno rabbrividire per i loro comportamenti politici, religiosi, ambientali … ma che poi ti lasciano dentro qualcosa in termini spirituali, affettivi, amicali … Qualcosa di assolutamente irrazionale, magari anche correlato al fatto che invecchiando si sgretola la barriera razionale e rigida con cui ci si è comportati fin lì (sicuramente non è il tuo caso!!! vabbe’ …): certo, gli indiani tengono le loro donne segregate, le picchiano e a volte le sgozzano … bruciano per le strade i rifiuti tossici, sono pigri, corrotti, indolenti … Certo, gli africani perpetuano nel tempo la loro indole peggiore, quella coltivata in loro dai colonizzatori in merito alla gestione dello stato, all’arricchimento personale … Certo, i sudamericani sono delle simpatiche canaglie, chi più chi meno senza generalizzare … poi magari queste sono le persone che, se ti rimane un solo neurone che funziona, ti restano per sempre nella memoria e nelle emozioni.

E allora magari ti ricordi (negativamente) di quei 4 ragazzi norvegesi completamente ubriachi e armati di bottiglie rotte che ci hanno inseguito in macchina per 50 km sulle strade deserte della Norvegia per un presunto sgarro di precedenza o di sorpasso (ma queste cose non dovrebbero succedere solo al sud?), di quella brava coppia di gestori di un B&B tedesco che al momento di pagarli ci hanno detto “per essere degli italiani sembrate quasi delle brave persone”, (e potrei citarne altri. documentati, in Austria, in Alto Adige, ecc): cito volutamente questi aneddoti proprio perché sono totalmente arbitrari, soggettivi e non espressivi in alcun modo di un giudizio globale su un popolo, potrei citarne altrettanti positivi di bei ricordi, questo a dimostrazione del fatto che poi alla fine quello che conta sono le emozioni e i sentimenti soggettivi, anche mutevoli nel corso degli anni. Tutto ciò non è né giusto né sbagliato, in ogni giudizio, ricordo, esperienza personale, c’è del vero ma anche dello sbagliato perché si omette tanto altro, e sono la simpatia o l’antipatia a pelle a far fa prevalere l’uno o l’altro aspetto.

A cosa voglio arrivare con tutti questi sproloqui? A dire che, a mio parere, è ben difficile esprimere un giudizio su un popolo, su una nazione, sulla base di esperienze aneddotiche o di mozioni di simpatia o di antipatia, e questo vale innanzitutto per me, perché mai vorrei lanciare il sasso e tirare indietro la mano, ogni cosa detta agli altri e per gli altri deve valere innanzitutto per me.

Allora come giudichiamo una nazione, ammesso che sia possibile? conosciamo tutto? Quello che succede nei piani alti della politica, dell’economia, delle banche? noi o chiunque altro possiamo avere una minima possibilità di conoscere la verità su tutto? forse in parte sì … I tedeschi stanno risolvendo meglio e prima la crisi sanitaria, sono forse gli unici al mondo ad avere predisposto, e poi attuato, come mi hai detto, un piano di emergenza … Tanto di cappello, non discuto, nutro se mai invidia e rabbia perché non hanno nulla più di noi per riuscirci, senz’altro nulla a livello di capacità professionale medica, sicuramente sì a livello organizzativo e logistico, che d’altra parte è il loro classico punto di forza.

Su tutto il resto. forse sì, ma forse anche no. Atti criminosi economici perpetrati dalle loro banche, bond tossici, malefatte a livello industriale (pensiamo al settore auto …): purtroppo non ho la competenza né il metodo per archiviare e riportare in modo giusto tante notizie periodicamente ricevute da amici e conoscenti del settore, persone consultate professionalmente e quindi non chiacchiere da bar. Ho il vizio di non archiviare in nessun modo i dati, diciamo pure che non mi interessa, quindi automaticamente non ho il diritto di andare oltre perché non posso documentare ciò che dico; però in questi giorni di inattività forzata seguo molto più della norma le notizie, cercando di scremare i siti attendibili e seri da quelli da quelli che non lo sono (e in questo, forse per la mia forma mentis di medico, penso di essere abbastanza bravo: lascia perdere quello dell’ Olanda, ti ho già spiegato perché te l’ho inviato …) Ora, continuando nell’errore di non salvare quasi nulla, leggo e apprendo cose che non corrispondono propriamente all’immagine limpida e pulita che ufficialmente compete all’Europa, intesa come U.E., e ai paesi del nord-Europa che dovrebbero essere i “campioni” di tale immagine. Mea culpa, non posso, ripeto, oggettivare nulla, mi sforzerò di farlo, di salvare dati, ma so già che non lo farò. In realtà, preferisco farmi due ore di ginnastica in casa, di cyclette o di tapis-roulant, lavorare le mie foto, fare cioè ciò che mi piace di più e dà un minimo di senso alla mia vita in questo momento. Quindi… mi autodichiaro sconfitto per K.O. tecnico! O per mancata volontà di documentarmi adeguatamente per il dibattito!

Al termine di questo sproloquio, ti confesso comunque che questo scambio di opinioni è di altissimo livello, e qui mi devi credere ciecamente, perché non essendo tu su Facebook ti perdi il brivido del clima da arena di gladiatori e da Bar Sport che vi domina!

A proposito di opportunità

Bene! Pare che funzioni. Non è un vaccino contro il maledetto corona, ma sembra efficace contro l’apatia neuronale che, tra i tanti altri “effetti collaterali”, il virus rischia di indurre. Ci sono già le prime risposte alla sollecitazione lanciata pochi giorni fa su questo sito. E sollecitamente cominciamo a proporle, a partire dalle considerazioni di un esperto, medico per formazione e libero pensatore per natura.

di Stefano Gandolfi, 18 marzo 2020

Ciao, Paolo!
Da perfetto ignorante quale sono, e per giunta con l’aggravante di esserne fiero, mi approccio con molto timore a questo tuo scritto. Oltretutto mi tremano i polsi all’idea di affrontare ben 9 tematiche specifiche! Con uno dei miei escamotage preferiti cercherò di semplificare tutto (o banalizzare?) e di trovare un comune denominatore a tutte le questioni sollevate, così da avere un filo conduttore che non mi porti totalmente fuori tema. Al Liceo mi riusciva molto bene coi temi di attualità che sceglievo sempre nei compiti in classe di Italiano!

Dunque, che succede? Ecco, non lo so, nemmeno da medico mi risulta tutto ben comprensibile, anche se alcune idee le ho. Confuse, eretiche, politicamente scorrette. Ovvio, sono anarcoide, polemico, cinico, non credo a Babbo Natale e per giunta sono mancino. Allora: innanzitutto un enorme, gravissimo problema economico prima che sanitario; il problema sanitario è in funzione di quello economico. Se il virus non fosse così contagioso e non creasse la necessità di queste restrizioni, con un numero identico di vittime ci sarebbe molto meno panico e allarme sociale. È antipatico dirlo ma uno non vale uno. Lo stesso numero di vittime per qualunque altra causa sarebbe molto più tollerabile, a patto che non obblighi al coprifuoco, all’isolamento, alla quarantena. In altre parole un certo numero di vittime che non comprometta il Dio Crescita, che non alteri i profitti e non disturbi l’economia mondiale rientrerebbe nella lista degli effetti collaterali di qualcosa (i famosi danni collaterali dei bombardamenti); di che cosa? di qualunque cosa: i morti di guerra, di fame, di carestia, di povertà, miseria, di immigrazione, di stupro, violenza religiosa, etnica, economica, incidenti stradali, le stragi del sabato sera, di sostanze d’abuso, stupefacenti, alcol, i morti per altre malattie a cui siamo abituati (la “banale” influenza stagionale) di cattive abitudini di vita, i morti di inquinamento! Strage conosciuta, già in atto, tu stesso mi hai fornito un dato che immaginavo ma non ne ero certo, ovvero che ad Alessandria c’è un tasso di mortalità molto più elevato che nel resto del Piemonte non perché ci sono più anziani ma a causa dell’inquinamento che è responsabile di malattie respiratorie (B.P.C.O., asma …) che predispongono ad un esito prognostico sfavorevole. Ma i morti per inquinamento sono un danno collaterale, un prezzo da pagare al progresso, alla comodità di vita, al possesso di automobili, smartphone, TV al plasma, vestiti, orologi, scarpe e tutto quanto riempie la vita nella nostra cosiddetta “civiltà occidentale”. Se tutto va bene e siamo fortunati non ci becchiamo niente e campiamo a lungo godendoci tutti i gadget della civiltà del benessere, se va male qualcosa, un cancro al polmone, un infarto, una bronchite cronica ostruttiva che ci porta all’invalidità e al bombolino di ossigeno, beh … ci è andata bene finché ci è andata bene, e poi mica si può avere tutto, no? Vogliamo andare oltre? Lo stesso numero di vittime in altre regioni o continenti darebbe meno o affatto fastidio, se non per il vago timore che la cosa si possa espandere alle nazioni “importanti”: pensiamo al sud-est asiatico, alcuni paesi del Sud-America, a tutto il continente africano (alcuni giorni fa ho condiviso su Facebook il post di un commentatore africano che diceva: “Beati voi europei che avete soltanto il coronavirus!”). Anche la questione degli anziani è un’ipocrisia, la sacralità della vita vale solo per gli anziani “benestanti” e che contano ancora in modo significativo nella società a prescindere dall’età, ovviamente vale per i ricchi e per i giovani (ma solo quelli nati dalla parte giusta della strada) che si ritengono immortali e immuni a tutto, non solo alle malattie; sappiamo benissimo quanto siano di impiccio, a un certo punto della loro vita, i nonni che fino al giorno prima erano fondamentali per il supporto alle famiglie nel gestire i nipotini, ma nel momento in cui stanno male e non servono più a nulla, anzi bisogna badare a loro, diventano automaticamente una palla al piede. Da quanti anni ti ripeto che bisognerebbe far vedere obbligatoriamente nelle scuole il film “Parenti serpenti”? Il problema della scelta di chi ricoverare e chi no in Terapia Intensiva è sempre esistito, io lo percepivo già 30 anni fa, all’inizio della mia carriera ospedaliera, giovane pivello in Pronto Soccorso, ovviamente non emergeva mai al livello dell’ufficialità ma noi addetti ai lavori lo abbiamo sempre conosciuto e affrontato silenziosamente e discretamente, con la nostra coscienza e deontologia che ci guidava per fare la scelta migliore. Anche nei reparti di degenza ordinaria, non intensiva, da tantissimi anni, in virtù delle sempre maggiori riduzioni di posti letto, di organico medico e infermieristico per i tagli di spesa, in tempi non di emergenza ogni giorno era una guerra, sì una vera e propria guerra fra poveri (Medici di Reparto e Medici di Pronto Soccorso) e contro i poveri (i malati), fra l’esigenza da una parte di trovare posto a chi ne necessitava al Pronto Soccorso e dall’altra quella di rispettare l’assistenza a chi un posto letto lo aveva appena ottenuto ma bisognava dimetterlo il più presto possibile per far ruotare all’infinito quel maledetto circolo vizioso, quante volte te lo raccontavo? Di cosa ci stupiamo e ci scandalizziamo? Tutta ipocrisia, problemi sempre esistiti che ovviamente di fronte ad una emergenza terribile esplodono in faccia a tutti. Eroi? Certo che Medici, Infermieri, tutti gli operatori sanitari sono eroi, ma non da adesso, lo sono da anni, da sempre, ma nessuno se ne è mai accorto, e probabilmente ad emergenza finita con altrettanta velocità ci se ne dimenticherà, così come per gli eroici Vigili del Fuoco, gli eroici Poliziotti, Carabinieri, Militari e tutti coloro che almeno una volta nella vita sono stati eroi salvo poi risprofondare nell’anonimato. Sono partito col botto? Certo, possiamo in un momento questo essere politicamente scorretti, non per egocentrismo o vanità ma cercando di essere costruttivi?

 

1) Innanzitutto lo spiazzamento. Una brutale percezione del vuoto e dell’assurdo della nostra esistenza (vedi, esemplare, “La peste” di Camus). Non mi riferisco alla percezione impaurita e superficiale dettata dall’alea di un pericolo misterioso e invisibile, ma a qualcosa di più profondo: la consapevolezza improvvisa di quanto sia inconsistente, insignificante e irrilevante ciò che normalmente facciamo: consapevolezza imposta dal fatto che non possiamo più farlo. Ci rendiamo conto allora che lo facciamo proprio per non guardare in faccia la realtà (e questo appunto ci caratterizza come umani, in positivo o in negativo, a seconda dei punti di vista – ma comunque è condizione comune): e in un simile momento la realtà siamo invece costretti a guardarla in faccia tutto il giorno. Non importa come evolverà la situazione, se riusciremo o meno a riprenderne in mano le redini, e in quanto tempo. Lo squarciamento del velo, c’è stato – almeno per coloro che non sono già completamente lobotomizzati: e ricucirlo non sarà facile (ma sarebbe poi auspicabile?)

OK siamo tutti spiazzati. Questo può avere anche una valenza positiva. Un bravissimo collega, neurogeriatra di Aosta, mi affascinò ad un congresso dicendo che il primo e più importante segno dell’invecchiamento è l’incapacità di adattarsi ai cambiamenti e questo non è in funzione dell’età biologica ma dell’età mentale. Io credo che si possa essere vecchi a 30 anni e giovani a 80, se si riesce ancora a sognare, a fare progetti, ad accettare le circostanze che cambiano e le situazioni in divenire; magari io sarò il primo a non adattarmi e a soccombere, ma non ha importanza, non è una questione personale, lascio volentieri spazio a chi ci riuscirà e potrà magari contribuire a dare una svolta alle cose, che sia Greta Thunberg o un novantenne.

 

2) Poi la constatazione che davanti a problemi di questa portata non possiamo riporre fiducia in un comune positivo sentire, che non esisterà mai, ma solo in una dittatura che imponga un comune obbedire (il caso cinese ne è una conferma clamorosa). È un’idea che circola ormai da tempo in relazione al problema ambientale (la dittatura tecno-ecologica di cui parlava tra gli altri Pier Paolo Poggio). Può piacere o no, credo che in realtà non piaccia a nessuno, ma resta il fatto che il coronavirus ha dato una sterzata brusca al dibattito sull’organizzazione futura della società, la quale dipenderà da decisioni traumatiche dall’alto e non certo da insorgenze rivoluzionarie o da riformismi all’acqua di rose.

Bellissimo assist, mi ci ficco! Prendo 30 gocce di Valium se no vado avanti per ore! Ci siamo svegliati una mattina con la Cina padrona del mondo, punto. Spazzata via l’Europa, punto: squallida, ipocrita, egoista, dominata da finanzieri furfanti e ottusi, politici sovrani e sovranisti, e non parlo di Salvini, Le Pen, Orban, ma di Merkel, Macron e compagnia danzante, quelli in giacca e cravatta, che parlano forbito e non fanno le corna nelle foto di gruppo, ma che sono i veri padroni dell’Europa e che spadroneggiano in barba ai principi che hanno sempre ostentato e che ci hanno sbattuto in faccia quando gli faceva comodo, che si comportano da padroni del vapore e mandano avanti la biondina tutta a modo (l’Amministratore Delegato, chiamiamola col suo nome) a dire paroline buoniste di circostanza (Oddio, sono fuori tema, sarebbe più pertinente al punto 3!). La dittatura, dunque: spaventoso, ma in alcune circostanze, la democrazia deve essere sospesa, qui non è questione di italiani vs. norvegesi, certo qualcuno è più disciplinato di altri e rispetta di più le regole, ma credo che il problema non siano i popoli latini peggiori degli scandinavi, ma tutto il genere umano nella sua globalità. I cinesi non sono migliori né peggiori di noi, ma con i carri armati per strada chissà perché se ne sono stati tutti buoni e zitti a casa, senza jogging e cani da portare a pisciare (ancora fuori tema, vedi punto 8). Sai come la penso sui Cinesi o meglio sui loro governanti, sulla questione del Tibet, degli Uiguri e tante altre cosettine, ma in questo caso chapeau! sono riusciti a ribaltare a loro favore quella che poteva essere una catastrofe politica ed economica, e adesso ci mandano le mascherine e i loro Medici e consulenti a dirci che c’è troppa gente per strada! E noi adesso siamo gli appestati: ma accetto di più che me lo dicano i Cinesi piuttosto che non Macron, con i suoi cittadini che vogliono “puffare” il virus, piuttosto che non la Merkel col suo paziente zero che non riuscivamo a scovare perché era un suo suddito, piuttosto che tutti i concittadini europei che ci hanno sbattuto le porte in faccia e non solo metaforicamente. Prepariamoci, non sarà bello né facile, ma ormai penso sia ineluttabile. Avremmo potuto evitarlo, meditiamoci.

 

3) Senz’altro la conferma dell’inadeguatezza di chi ha delle responsabilità di potere, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti. E non mi riferisco al caso specifico italiano, che pure offrirebbe fior di pezze esemplificative. Davanti a emergenze come questa appare inadeguato chiunque, come dimostra la gestione della crisi in altri paesi. Il fatto è che non si può riduttivamente farne una questione di limiti della classe politica: ciò che emerge clamorosamente è una impreparazione generale della società, ovvero un difetto intrinseco al sistema, che non è in grado di affrontare alcun problema di natura diversa da quella produttivistico-consumistica, o più genericamente “di natura”, quali che siano i regimi o i modelli sociali. Tra parentesi, a titolo molto personale, è anche una conferma della validità (sia pure solo su un piano ideale) dell’opzione anarco-intelligente (quella di un Landauer o di un Berneri, dei post-anarchici, per intenderci), che punta tutto sull’educazione all’autoresponsabilità.

Altro bel tema! Tu sai quanto sono poco tenero e indulgente verso i (nostri ma non solo) governanti, ma mi viene quasi voglia di difenderli, perlomeno i nostri che fra due-tre settimane daranno lezioni a tutto il mondo (insieme ai cinesi come detto sopra) non per perché li ritenga innocenti e privi di colpe in merito a quanto scrivi sopra (ci mancherebbe altro!), ma semplicemente perché ritengo che ad essere inadeguato sia il genere umano nel suo insieme e quindi di conseguenza anche i suoi governanti. Cosa si dice, che la gente ha i governanti che si merita e che i governanti sono lo specchio dei loro popoli? Ecco, qualcosa di simile. Il genere umano, o per meglio dire la razza umana, è inadeguata ad occupare il pianeta Terra, non ne ha nessun diritto, lo distrugge, lo avvelena, lo danneggia con tutte le altre specie animali viventi. Punto. Qualunque cosa abbia fatto di buono, qualsiasi genio abbia prodotto nella letteratura, nelle arti in generale, nella filosofia, nella scienza, è vanificato dall’istinto genetico, archetipico, alla violenza, alla brutalità, all’autodistruzione, al genocidio (ma guarda un banale Boris Johnson! senza scomodare Hitler, Stalin, Pol-Pot e altri campioni mondiali e olimpici). Sono esagerato e qualunquista? Certo. Penso che sia così, e a 60 anni nessuno mi farà più cambiare idea. Poi ovviamente nel mio piccolo, nella mia vita, nella mia professione, cerco di fare di tutto e di più per dare un’impronta positiva al mio comportamento, ma senza alcuna illusione che questo serva a qualcosa. Anarchia intelligente? Ipotesi affascinante, bisogna vedere cosa ne pensano i nuovi padroni del mondo (vedi sopra). Ma poi come la mettiamo con le riunioni di condominio?

 

4) Si comincia a prendere coscienza che andiamo incontro ad una “sobrietà” forzata nei comportamenti e nei consumi, della quale ancora non possiamo prevedere né la misura né i tempi. Al momento è persino scandaloso che la si consideri tale, paragonata alle condizioni di vita in cui versa più di metà dell’umanità, ma naturalmente tutto questo dipende dai parametri assurdi cui siamo abituati. La “decrescita felice” appartiene già al passato. Decrescita sarà senz’altro, ma traumatica.

La decrescita non è mai stata considerata felice dai fautori della crescita, quindi questa mi sembra una preoccupazione inutile! I sostenitori della decrescita sono considerati, in ordine sparso, terroristi, criminali, assassini, nemici dell’umanità e altro che mi dimentico (tutte affermazioni vere, di cui posso citare nome e cognome di chi le ha dette); quindi che facciamo? ci ripensiamo? ci mettiamo in discussione? Potrebbe essere una buona occasione per provare a cambiare modo di vivere? I saggi orientali dicono che ogni peggiore tragedia può portare qualcosa di buono se si ha la forza di cercarlo, e io dico che qualche segnale in tal senso c’è già: banalmente, dall’inizio dell’isolamento il tasso di PM10 è costantemente a valori bassissimi, non so da quanto tempo non mi permettevo il lusso di aprire le finestre di casa per ore e ore senza che entrasse smog e veleno. Piccola cosa? In considerazione di quanto detto sopra, magari anche no. Certo, il discorso è complicatissimo, l’esigenza assoluta è che nessun comune mortale (non parliamo di straricchi e potenti) debba avere danni da una recessione economica (licenziamenti, disoccupazione o riduzione di stipendio, ecc …), non sono un economista e non ho ovviamente la formula magica, ma forse il modo migliore e più semplice per iniziare è proprio quello di rimodulare, resettare il nostro stile di vita imparando a dimenticarci del superfluo mantenendo coi denti e con le unghie il livello minimo in termini di dignità, di necessità primarie intoccabili e di decoro di vita. In questi giorni di isolamento cosa è veramente essenziale? Vestiti, scarpe, accessori alla moda, automobili, smartphone, viaggi, parrucchieri, estetiste, ristoranti, happy-hour, discoteche? Io che sono un malato di viaggi, di movimento, di libertà di spostamenti oggi pomeriggio ho provato un’emozione fortissima nella decisione, dovendo andare in farmacia, di evitare quella di fronte a casa (c’era troppa gente in coda) per dirigermi verso quella distante 150 metri: mi è sembrato un viaggio in un altro continente! Piccole cose che tutti vorranno dimenticare un minuto dopo la fine dell’isolamento forzato: e se invece si cominciasse proprio simbolicamente da quello? Io nel mio piccolo, sarei disposto a non fare più viaggi fuori Europa e anche fuori Italia (per gli anni che mi restano ne ho di posti da vedere e di montagne da scalare anche vicino a casa senza annoiarmi!) se servisse a ridurre l’inquinamento mostruoso degli aerei e di tutto ciò che gravita attorno ai grandi spostamenti. Sarei disposto a non cambiare TV, smartphone, macchina fotografica, automobile fino a quando non cadono a pezzi, a vestirmi in modo sobrio e funzionale con indumenti che se trattati con cura possono durare anni, come sanno bene gli appassionati di montagna e trekking, a usare la bicicletta e a spostarmi a piedi o con i mezzi ovunque possibile, a usare elettrodomestici a basso consumo energetico, a rispettare tutte le buone regole sullo smaltimento, sul riciclo e sul riutilizzo, a focalizzare tutte le mie energie psichiche e fisiche sull’essenza delle cose e non su ciò che ne è solo involucro. Ops … forse sono tutte cose che sto già facendo (tranne i viaggi, va beh, su quello ci devo lavorare un po’!) Si potrebbe andare avanti ore e giorni a parlarne, lo abbiamo fatto tante volte, sarebbe bello farlo a livello universale, smettendola di prendere in giro Greta e tutti i giovani ispirati da lei.

 

5) Dovremo procedere, e in effetti lo stiamo già facendo, a una ridefinizione di valori considerati fino a ieri (sia pure ipocritamente: ho in mente il “tasso di perdite tollerabili” stabilito dal Pentagono) indiscutibili. Prima di tutto del valore di ogni singola vita, rispetto alla necessità di scelte inderogabili: sta accadendo, e sembra non suscitare particolare scandalo, negli ospedali al collasso che devono scegliere a chi assicurare le cure adeguate disponibili. Il problema è reale, e di fronte all’urgenza dei numeri non è nemmeno il caso di rivangare le recenti strette alla politica sanitaria: si porrebbe comunque, anche con qualche posto-letto in più. Ma tutto questo dovrebbe rimette in discussione, sotto una luce ben diversa, tematiche come quella dell’eutanasia e del diritto a decidere del proprio fine vita: più in generale, i termini in cui va concepito l’essere vivente (e quindi, aborto, accanimento terapeutico, ecc …). Per intanto, però, sta già certificando una valutazione utilitaristica della vita. Gli anziani, i malati, coloro che rappresentano un costo per la società, in una situazione di emergenza possono essere sacrificati. In Inghilterra addirittura si adotta il darwinismo sociale. Non a caso Spencer era inglese. Ha una sua logica, ma è il ritorno a una concezione e a una prassi che sino a ieri erano considerate appannaggio delle popolazioni primitive.

Mi accorgo di avere già detto quasi tutto prima (sempre fuori tema, professore, accidenti!), quindi non mi ripeto sulla sacralità della vita, sulla carenza dei posti-letto e sulle scelte drammatiche dei Medici, sugli anziani, su Boris Johnson; per quanto riguarda l’eutanasia, beh, mi sembra che negli ultimi tempi le cose siano decisamente cambiate, sia a livello etico sia a livello giuridico: magari non ancora quanto basta, ma sicuramente in modo incoraggiante.

 

6) La situazione ci costringe anche ad adottare modelli di computo diversi, ad avere una differente percezione delle cifre. Le migliaia, quando è possibile che ci includano, valgono molto più delle centinaia di migliaia di cui si ha notizia a distanza. Il rito serale inaugurato da un paio di settimane della conta dei morti ha l’effetto alone di rendere molto più concreti anche altri numeri, relativi ad altre situazioni. Quelli della guerra in Siria, ad esempio, o dei profughi inghiottiti dal Mediterraneo. Questo è, almeno per il momento, l’effetto che riscontro su di me. Il rischio è che sul lungo periodo e con numeri in crescita geometrica si crei assuefazione anche alla macabra contabilità domestica.

Le cifre … la famosa barzelletta sui due polli, la relatività e soggettività di un dato che invece dovrebbe essere oggettivo …un singolo morto, se è uno dei “nostri”, un familiare, un amico, un collega, un commilitone, vale incommensurabilmente più di 100-1000-10000 sconosciuti, lontani, poco visibili o peggio di tutto, “nemici”. Anche qui, prof., qualcosa avevo già detto sopra e non mi ripeto.

 

7) Sull’entità del collasso economico naturalmente non mi pronuncio. Al di là del fatto che non ne ho le competenze, reputo che nessuno sia oggi minimamente in grado di immaginare gli scenari economici futuri. L’unica cosa certa è che quanto sta accadendo oggi stenderà un’ombra particolarmente lunga. Sempre che solo di un’ombra si tratti. È un’altra eredità scomoda che lasciamo ai nostri figli e nipoti. Rilevo soltanto un fatto. Per dieci giorni, quando il bubbone non era ancora esploso in tutta la sua virulenza ma già stava manifestando le sue dimensioni, la preoccupazione principale, prima ancora che quella sanitaria, è parsa quella economica. Le compagnie aeree avevano appena iniziato a cancellare i voli che davanti al parlamento già si svolgevano manifestazioni di tour operator, di albergatori, di venditori di souvenir. Con assembramenti che ricordavano molto le manzoniane processioni contro la peste. Ogni epoca ha i suoi riti propiziatori (del contagio).

L’eredità scomoda, credimi, l’avremmo comunque lasciata a prescindere dal COVID-19; poteva essere qualunque altra cosa, ce ne saranno sicuramente delle altre, ma i danni ambientali, ecologici, sulla salute saranno qualcosa di cui forse, figli e nipoti ci malediranno da morti se non già adesso! Sempre e ancora Greta! Sulla preoccupazione economica prima e più ancora di quella sanitaria, sfondi una porta aperta, mi ero già espresso sopra anche su questo.

 

8) Le consolazioni. Naturalmente qualcuno ha iniziato subito a parlare delle opportunità. Le famiglie per una volta riunite, l’occasione di fare insieme cose che non si erano mai fatte, di riscoprire modalità di rapporto da tempo scomparse. Non vorrei sembrare cinico, ma temo che la forzata coabitazione causerà invece una piccola catastrofe aggiuntiva. Nelle camere iperbariche che sono diventati i nostri appartamenti si verificherà un aumento dei divorzi, dei femminicidi, degli odi e degli screzi intergenerazionali, delle liti condominiali per il volume degli apparecchi televisivi. Persino i cani, poveracci, stanno pagando il loro tributo. Essendo rimasti l’ultima scusa per poter mettere fuori il naso sono costretti a corvée massacranti, per consentire a tutti i membri della famiglia di uscire, e accusano problemi di vescica sovrastimolata. C’è poi chi saluta l’occasione di una riscoperta della lettura. Ma come dicevo sopra, è dura anche leggere, o scrivere, con la mente che distratta dal pensiero di quel che accade, silenziosamente, là fuori. Anche questo piacere necessita di condizioni ambientali adeguate. Piuttosto, un’opportunità concreta l’ho individuata anch’io. Se il sostegno economico già stanziato per i mancati guadagni di imprenditori, professionisti, commercianti e artigiani sarà parametrato, anziché sulle richieste, sulle dichiarazioni dei redditi degli ultimi cinque anni, dovremmo realizzare un buon risparmio, a tutto vantaggio degli investimenti per il potenziamento futuro della sanità.

Sarà che comincia a scemare lo sprint iniziale, ma anche qui mi sembra di aver già detto qualcosa: certo, consolazioni e opportunità, perché no? Forse qui si gioca tutto … la capacità, la voglia, lo sforzo di trasformare un evento così straordinario in termini positivi, in qualcosa che modifichi tangibilmente la nostra vita, a cominciare da quella quotidiana, relazionale: non me ne vogliano i sessantottini e i rivoluzionari professionisti che poi fanno sgobbare le loro mogli a casa come schiave mentre loro sono troppo impegnati per le strade, ma la vera rivoluzione è quella che comincia dentro di sé, nel proprio piccolo, nella propria casa, nel proprio condominio (Oddio!) e poi se funziona si cerca di esportarla e di ampliarne i confini il più possibile … sai che non credo a Babbo Natale, ma, non so perché, su questo sono moderatamente ottimista, o forse sono talmente pessimista e cinico d’abitudine che mi riesce molto più facile partire dal totalmente negativo per vedere qualcosa di positivo!

 

9) A differenza di molti miei amici, che ipotizzano un cambiamento radicale, sia pure forzato, della nostra mentalità e dell’attitudine nei confronti della vita e del mondo, ho la sensazione che non impareremo nulla. Non saremo più ragionevoli, più tolleranti e più buoni. Anzi, probabilmente il ricordo del passato benessere renderà ancora più dura la competizione per riconquistarlo a livello individuale o nazionale. E la storia è lì a dimostrarlo. A tre quarti di secolo dalla fine della seconda guerra mondiale, quando ancora non è del tutto scomparsa la generazione che l’ha vissuta, ci ritroviamo tra i piedi, assieme ad una mai sopita conflittualità imperialistica, tutto il ciarpame ideologico di cui da sempre quest’ultima è condita: razzismo, nazionalismo, antisemitismo, complottismo, ecc. Il virus attacca i polmoni deboli, purtroppo risparmia i cervelli bacati.

Anche su questo ho già espresso la mia opinione nei commenti precedenti … che dire? Se dovessi scommettere, forse non impegnerei più che pochi euro contro il tuo parere, ma come ho detto poco sopra, nutro un certo immotivato, anomalo, scriteriato ottimismo; una speranza sui giovani (e rieccoci con Greta!), magari più per necessità che per convinzione arriveranno molto prima di noi alla consapevolezza dei rischi che corrono a non modificare radicalmente il modo di vivere; noi ci siamo arrivati tardissimo e qualcuno nemmeno adesso, perché magari arrivato a 80 anni non si è beccato nessuna malattia “da benessere” e non vuole vedere al di là della sua condizione privilegiata (ne ho sentiti tanti in TV a questo proposito esprimersi così), loro, se vogliono (e molti cominciano a volerlo) hanno tutti gli strumenti per arrivarci fin da subito: secondo me hanno più possibilità di quanto ne abbiano mai avute le generazioni passate di poter imporre dei cambiamenti. In caso contrario, diamo spazio ai delfini, agli elefanti, ai ghepardi e a tutte le specie animali che possono vivere sul nostro pianeta senza distruggerlo. Amen.

Il voto “nascosto”

di Marco Moraschi, 29 febbraio 2020

Gli effetti collaterali di comprare casa e rendersi indipendenti (economicamente) dai genitori che ti hanno cresciuto fin da bambino, si vedono, soprattutto inizialmente, nel grande numero di scelte che si è chiamati a compiere da quando si prende la decisione a quando poi questa sarà pienamente attuata. Con effetto immediato iniziano quindi le prime spese e i primi addebiti importanti sul conto corrente, contestualmente a tutta quella serie di oggetti che per necessità devono essere presenti in un qualunque immobile per poterlo chiamare “casa”. Nonostante io sia l’opposto di un accumulatore seriale è chiaro che certi oggetti sono imprescindibili: la cucina, i sanitari, il letto, i libri, solo per citare alcuni esempi. Mentre per alcuni si può attingere all’accumulo esagerato dei nostri avi, che hanno probabilmente sentito la necessità di mettere da parte in quanto hanno vissuto le ristrettezze economiche della guerra e degli anni della ricostruzione, altri dovranno essere acquistati nuovi, andando quindi ad alimentare l’economia del consumismo, che prevede che gli oggetti non debbano durare in eterno, ma siano presto scartati e gettati in discarica per essere sostituiti dal nuovo ultimo modello. Si rivela quindi più che mai necessario prestare molta attenzione nel momento in cui siamo chiamati alle urne. Alle urne? Sì, perché in fondo ogni volta che acquistiamo un oggetto stiamo esprimendo un voto: stiamo decidendo a chi devono andare i soldi frutto del nostro sacrificio, chi avrà quindi disponibilità e potere di spesa su un pezzo (piccolo) del mondo che viviamo, chi dovrà essere premiato per ciò che ha fatto e chi invece dovrà rimanere a bocca asciutta. Nello scegliere un prodotto piuttosto che un altro dovremmo non solo decidere sulla base della qualità, o (più spesso) del prezzo, ma anche e soprattutto informandoci prima su chi riceverà i nostri soldi. Non parlo ovviamente del singolo negozietto, che pure ha importanza, ma del marchio e della società che produce l’oggetto interessato. Stiamo comprando un telefono; voglio alimentare il commercio online o favorire i rivenditori fisici? Questo smartphone che costa poco sarà stato prodotto in accordo a tutte le normative per la tutela dell’ambiente? Sarà composto da materiali riciclati oppure sono stati sfruttati dei lavoratori per estrarre i metalli preziosi che lo compongono? L’azienda che lo produce in che modo si impegna a migliorare la qualità dei propri prodotti e a evitare che finiscano in discarica una volta dismessi? Mi fornirà assistenza durante la vita utile del prodotto oppure si dimenticherà di me una volta uscito dal negozio?

Mi rendo conto che non è affatto semplice poter rispondere a tutte queste domande ogni volta che facciamo un acquisto, ma sarebbe importante provarci il più possibile, non solo perché in questo modo probabilmente acquisteremo prodotti di migliore qualità, che dureranno quindi più a lungo, ma perché un pezzettino alla volta potremo essere determinanti per decidere come sarà il mondo di domani. Troppo spesso infatti deleghiamo alla politica le decisioni che noi non abbiamo il coraggio di prendere, e che infatti non prendono neanche i politici, perché sono votati da noi. Scegliere chi votare quando compriamo un oggetto è il modo più efficace che mi viene in mente per poter contribuire davvero e subito, seppur nel nostro piccolo, a plasmare la società che vorremmo, perché il denaro, che ci piaccia o meno, è il motore di tutte le cose. I flussi di denaro rappresentano lo strumento più democratico che abbiamo in mano tutti i giorni, non solo quando viene indetto un referendum o abbiamo in mano la matita copiativa alle urne. La democrazia del terzo millennio dovrà nutrirsi anche delle nostre (piccole) scelte economiche, perché se come singoli le ricadute delle nostre decisioni sono limitate, come comunità abbiamo in mano un grosso potere decisionale, che possiamo e dobbiamo usare al meglio. Ogni giorno acquistiamo beni di prima necessità e non solo, i quali vanno ad alimentare il business di grandi e piccole aziende che decidono se la strada che hanno intrapreso per aumentare il fatturato è quella giusta oppure devono cambiare rotta. Non è strettamente necessario che sia la politica a decidere di bandire la plastica monouso; se la nostra comunità, fatta da ogni singolo individuo, decide di non comprare più plastica non riciclabile, il mercato sarà costretto a spostarsi altrove, senza che nessun referendum o nessuna legge sia abrogata o approvata. Il portafoglio che apriamo ogni giorno deve ricordarci che ogni nostro piccolo gesto ha delle ricadute e per la legge dei grandi numeri, per quanto piccole siano, se moltiplicate per una popolazione di più di 7 miliardi di persone quelle ricadute diventano economicamente rilevanti e hanno il potere di cambiare le cose. Siate il cambiamento che vorreste vedere nel mondo diceva Gandhi, e comprate responsabilmente aggiungo io. Buoni acquisti!