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L’insopprimibile desiderio di lanciare meet

di Fabrizio Rinaldi, 3 dicembre 2020

I pellerossa pensavano che la macchina fotografica rubasse loro l’anima.
Io credo che la videocamera rubi a noi il cervello.

Un collega dice “mi lanci un meet” e non mi sorprendo più nell’aver afferrato ciò che vuole: l’avvio di una videoconferenza con lui.

GoToMeeting, webinar, Meet, classroom, Zoom, call, Skype … Un anno fa non avrei associato ad alcuno di questi termini il giusto significato, o almeno quello che abbiamo imparato nostro malgrado a masticare (sicuramente non a comprendere fino in fondo) a causa del distanziamento fisico da pandemia.

Il Covid-19 ci ha imposto di entrare alla velocità della luce nell’era digitale e di superare un deficit di conoscenze che relegava gli italiani fra gli analfabeti informatici (oltre che in altri campi). Ha spazzato via anni di stiracchiati corsi di formazione e di aggiornamento che servivano solo ad attribuire inutili crediti agli insegnanti e a far guadagnare qualcosa a chi li organizzava, ma non miglioravano di una virgola la nostra confidenza con gli strumenti digitali. In pochi mesi abbiamo imparato invece ad usarli con una disinvoltura da veterani. Lavorare in remoto da casa e avere i figli connessi agli insegnanti e ai compagni attraverso una webcam ha imposto di acquisire sul campo competenze che in epoca pre-Covid avrebbero impiegato decenni ad affermarsi.

Tutto questo ha però comportato anche dei radicali cambiamenti nella sfera delle relazioni sociali e lavorative, tanto che vediamo messi in forse anche diritti individuali che consideravamo intoccabili. Senza colpo ferire ci stiamo assuefacendo non solo all’uso della mascherina nella nostra quotidianità, ma anche al progressivo superamento di quei confini sociali e culturali che prima delimitavano la nostra sfera privata.

Bisognerebbe capire se stiamo ancora penetrando più in profondità in quest’epoca dominata dai media e, se sì, come e quando ci fermeremo. Siamo in condizione di usare – bene o male – i programmi informatici (termine ormai obsoleto e sostituito da “app”, anche se credo che pure questo abbia fatto il suo tempo), abbiamo appreso come avviare una call, come condividere schermi, come starci davanti (personalmente no, ma questo è un altro discorso): ma le implicazioni relazionali, sociali, esperienziali ed emotive sono ben lontane dall’essere comprese a fondo.

Viaggiare in aereo non significa saperlo guidare. Noi siamo in una condizione simile: usiamo il mezzo, ma non ne sappiamo quasi nulla, poiché non è interesse di chi lo costruisce istruirci su come evitare pericoli, su come evitare un eccessivo coinvolgimento e su come usarlo al meglio. Al produttore interessa solo che se ne faccia un uso massiccio. Soprattutto importa che si diventi dipendenti dal suo specifico prodotto, per evitare la trasmigrazione verso i concorrenti, e quindi offre semplificazioni e comodità a cui difficilmente sappiamo resistere. Siamo impigliati in una rete che sembra promettere libertà, ma che in realtà ingabbia tutto il nostro pensiero.

Un esempio: mia moglie recentemente ha smarrito il cellulare mentre eravamo per castagne. Lascio immaginare quanto fosse essenziale portarselo dietro in bosco dove quasi sicuramente non c’era segnale, e dove le probabilità di scivolare e perderlo erano maggiori che quelle di trovare qualche porcino. Ma la cosa che mi fa infuriare è che sono stato proprio io a insistere affinché lo portasse. Spesso la mia ragione trasgredisce al lockdown e se ne va a spasso per i cavoli suoi.

Ho ordinato un sostituito a basso costo e Amazon ce lo ha recapitato dopo soli due giorni (non fosse mai che ritrovassimo quello perduto o tornassimo a usare il vecchio telefonino, che faceva solo quello per cui era nato: ovvero, telefonare). Purtroppo, abbiamo constatato che essendo il nuovo acquisto prodotto della nota azienda cinese invisa a Trump, non aveva la possibilità di accedere alla piattaforma stellata di Google su cui mia moglie – e io pure – aveva salvato i numeri telefonici di una marea di persone. Il rischio era di perdere quei contatti, a meno di forzare il sistema operativo ed entrarci con qualche trucco: procedura che comunque, al di là della liceità, della quale francamente in questo caso non mi fregava proprio nulla, è tutt’altro che semplice. Alla fine, per comodità e per la mia insufficiente competenza, ho rimandato indietro il cellulare e ne ho preso un altro che costava un po’ di più ma permetteva di accedere a Google, e quindi di recuperare i numeri telefonici di persone che, in realtà, lei non chiama e loro neppure.

Quindi, anziché rassegnarci ad averli persi e ricominciare pazientemente a scriverli su una vetusta agendina, come si faceva fino a quindici anni fa, abbiamo speso di più per salvare dei contatti assolutamente inutili.

La scappatella della ragione s’è protratta stavolta un altro po’, e ha prevalso la coercizione all’acquisto.

Dovrebbe consolarmi il fatto che i più si sarebbero comportati allo stesso modo, ma trovarsi in una affollata compagnia non significa necessariamente aver fatto la scelta giusta (mi si potrebbe obiettare che forse la scelta sbagliata l’avevamo già fatta prima, quando abbiamo raccolto dei recapiti telefonici come si raccolgono i ciotolini bianchi al fiume, per caricare le tasche e dimenticarsene subito: ma anche qui entriamo in un altro discorso). In realtà, tutto questo è la dimostrazione di quanto siamo vittime consenzienti di un meccanismo pervasivo e persuasivo cui è difficile sottrarsi col doveroso e sano senso critico. In fondo la fidelizzazione del cliente-consumatore è un pilastro della moderna economia. L’impero Apple di Steve Jobs ne è un esempio.

Quindi, usiamo la tecnologia, ma non ne siamo padroni. Anzi, ne siamo schiavi. È vero anche che utilizzare il treno non significa saperlo guidare, ma il mezzo informatico è decisamente più invadente di una motrice (salvo l’esser sui binari…): grazie ai dati che io stesso metto in rete, chi mi profila conosce i miei interessi, le mie passioni, i miei punti deboli, più della mia consorte.

Una breve divagazione nel passato di un quasi nerd: il mio primo computer fu un Commodore VIC 20 che collegavo al televisore catodico di casa. Praticamente stiamo parlando del paleolitico paragonato ai più economici computer o cellulari di oggi. Non si poteva fare quasi nulla, se non scrivere una sequenza di comandi in linguaggio BASIC o in DOS con cui illudermi di avere il controllo di ciò che comandavo alla macchina: una piccola soddisfazione da “nerd”, che ho poi difeso negli anni successivi cercando di stare al passo con l’evoluzione informatica e masticando i linguaggi Pascal e C+. In realtà tutto si è velocemente complicato e la presunzione di piegare il software alla mia volontà si è sgonfiata: oggi per riuscire a provare quella stessa sensazione di potere sulla macchina devi essere uno “smanettone” super-esperto.

Forse sono solo invecchiato, e non riesco ad adeguarmi alla velocità del progresso digitale, mentre i millennials padroneggiano le app come facevo io allora col BASIC: ma sono quasi certo che anche loro nell’informatica attuale abbiano margini di manovra limitatissimi. Per molti l’unico modo di assaporare la sensazione di controllo è forzare i software, usarli senza pagare diritti d’autore, inoltrarsi in un mondo dove il rischio di divenire vittima di illeciti è molto elevato. Ma mentre si illudono di forzare il sistema, ne sono anch’essi vittime.

Torniamo però al tema dal quale siamo partiti, le videoconferenze e le lezioni a distanza. Questa possibilità sta rivoluzionando, oltre che le modalità, il concetto stesso dello stare assieme per un confronto costruttivo, avvenga esso attraverso una lezione, una riunione lavorativa o un corso di cucina o di yoga.

Le ripercussioni sociali ed emotive delle interazioni attraverso le call sono già state trattate in innumerevoli siti, programmi televisivi e libri (questi ultimi presto riempiranno intere sezioni nelle librerie), ma a monte c’è una questione sulla quale non ci si sofferma a riflettere mai abbastanza: siamo le prime generazioni alle quali il sapere non è più trasmesso attraverso i libri, ma molto più spesso attraverso i media.

Che seguano i quizzoni serali o i programmi di Paolo Mieli e Piero&Alberto Angela, i filmati su Youtube o i webinar su specifici argomenti, di fatto oggi i ragazzi – e non solo loro – costruiscono il personale zaino di conoscenze su mezzi che – per loro natura – sono strumenti di imbonimento. Questi devono offrire argomentazioni semplificate con soluzioni sommarie e soddisfacenti per il maggior numero possibile di utenti (come dicevo prima, chi li gestisce ci conosce meglio delle nostre mogli ed è contrario al divorzio mediatico).

In apparenza questi mezzi riversano su chi ne fa uso una valanga di nozioni e di idee, ad una velocità nemmeno lontanamente paragonabile a quella di un testo scritto. E alla fine lo “spettatore” o il “navigatore” ha anche l’impressione che quei concetti (e le scelte conseguenti) siano frutto della sua brillante intelligenza. Vedi l’esempio del telefono …

In realtà però quasi nessuno possiede gli strumenti per valutare criticamente quanto gli viene propinato. Anche se si oppone resistenza, cercando di diversificare le fonti e facendo la tara ai messaggi, prima o poi la comodità e la velocità di accesso all’informazione hanno la meglio.

Induce alla pigrizia anche l’impressione di volatilità estrema delle conoscenze affidate ad un supporto digitale dove nulla è fisicamente evidente, ma tutto è nel “cloud”. Una “nuvola di bit” verso cui, con i cambiamenti informatici (più che quelli climatici), si ha lo spiacevole presentimento che, presto o tardi, tutto evapori.

Ciò che si sta verificando oggi, tuttavia, fa emergere i limiti di questo modello comunicativo e informativo. L’uso massiccio imposto dalla pandemia fa sì che i nuovi media comincino a perdere una parte del loro fascino (come avviene di norma per tutto ciò che appare in qualche modo imposto) e mostrino la loro debolezza sul piano empatico. Quasi tutti, a causa di esigenze lavorative o scolastiche, siamo stati coinvolti con ruoli diversi in noiose lezioni o in interminabili riunioni in remoto. E ci siamo resi conto di quanto barbosi e infruttuosi siano questi momenti, anche quando sono gestiti con la massima abilità e destrezza. Sarà questione di farci l’abitudine, ma l’impressione oggi è che tutti i “connessi” non vedano l’ora di scollegarsi per bersi un caffè. È come assistere ad una rappresentazione teatrale in televisione anziché dal vivo.

Niente di peggio, poi, che illudersi che aumentando i contenuti si ottengano risultati pari a quelli di un incontro in classe o in ufficio: in realtà è la strada più diretta per stendere gli interlocutori. La comunicazione via web vuole semplificazioni, velocità, tempi da spot, pena l’indurre alla fuga o a farsi i cavoli propri di chi non è il momentaneo protagonista.

Forse è per questo che sta maturando una sempre maggiore cura del “dettaglio tecnico” della ripresa. Gli spazi nell’angolo visivo inquadrato dalla webcam appaiono organizzati secondo regole standard: una libreria colma di testi (probabilmente intonsi): una pianta e un oggetto che riconduca all’ambito familiare; i quadri, o in alternativa i primi capolavori del figlio di due anni. La ripresa è tassativamente ad altezza occhi, in favore di luce (quest’ultima non deve arrivare dal basso, per non evidenziare le borse sotto il bulbo, che dopo la quarta call di giornata sono diventate valigie). Ci stiamo mentalmente e inconsapevolmente adattando a dei modi e ad un mondo nuovi, guidati in tutto questo dal modello televisivo (i talk condotti attraverso il multischermo), che impone, oltre che le tecniche e le scenografie, anche la sua sostanziale inconsistenza: tante voci, poche o nessuna idea, scarsissima propensione ad ascoltare le argomentazioni altrui.

Ci abitueremo? È probabile. Ma checché se ne voglia dire, avverrà al prezzo di una ulteriore disumanizzazione. Non dobbiamo illuderci che una volta cessata l’emergenza (sempre che cessi) anche sul lavoro le cose torneranno come prima. Là dove è possibile le grandi aziende e le multinazionali stanno già riorganizzandone le modalità. Vuoi mettere, i risparmi che possono essere ottenuti riducendo i costi per gli spazi, le spese per gli spostamenti, gli sprechi per i tempi morti, azzerando gli incerti delle assenze per malattia e attivando una possibilità di controllo immediato e capillare sulle attività, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo esse si svolgano?

Se poi chi lavora in queste condizioni – senza quel valore aggiunto di piccole consuetudini, la pausa caffè, lo scambio di battute o persino di pettegolezzi, i tic dei colleghi o i gesti e le posture rivelatori dello stato d’animo degli interlocutori, tutte quelle cose insomma che scaricano o abbassano la tensione e “umanizzano” il tempo lavorativo – nel giro di pochi anni si ritrova spremuto come un limone, c’è fuori una massa di disoccupati che premono, pronta a subentrargli.

E anche per quei lavori, come il mio ad esempio, per i quali il contatto, la presenza e il rapporto fisico appaiono imprescindibili, questi ultimi verranno ridotti allo strettamente necessario. Le modalità on line che anche noi stiamo sperimentando in questo periodo, così come stanno facendo tutte le scuole, sono un rimedio momentaneo, ma intanto prefigurano possibili scenari per un futuro nemmeno tanto remoto.

Non si tratta di essere tragici o di scorgere dietro tutte queste trasformazioni oscuri complotti, quando poi in realtà i primi complottisti siamo noi, che delle nuove tecnologie non sappiamo fare a meno neppure (e direi soprattutto) quando sono inutili. Si tratta di essere realisti e pragmatici nel vedere questi cambiamenti anche come un’opportunità ,e di non cercare consolazione nelle possibili benefiche ricadute in termini di inquinamento ambientale: che indubbiamente potrebbero esserci, ma a fronte di un prezzo salatissimo sul piano della salute mentale.

Per farla breve, la riflessione su quanto davvero accade nel mondo del lavoro e della scuola (ma anche in tutta la quotidianità), al di là degli entusiasmi progressisti e delle paure conservatrici, dovrebbe avventurarsi un po’ più negli abissi del suo significato. Quel che sappiamo per certo è che i vaccini in arrivo salveranno, si spera, milioni di vite, ma non garantiranno il ritorno ad una accettabile qualità. Quella dovremo cercare di garantircela noi, azzittendo ad esempio ogni tanto la televisione, arrestando il sistema o spegnendo la videocamera, e uscendo per castagne.

Ma senza cellulare, mi raccomando.

Intanto basta scrivere, lancio un meet e continuiamo lì …

Lettere dalla clausura

di Fabrizio Rinaldi, 17 marzo 2020

Il coronavirus costringe tutti a starsene a casa, questa volta in senso letterale. Non si tratta quest’anno (e probabilmente non solo questo) di scegliere se e dove fare le vacanze. A casa significa proprio “in casa”. È uno stravolgimento sino a ieri inimmaginabile delle consuetudini sociali e degli equilibri economici, alle cui ripercussioni non osiamo nemmeno pensare. E anche volendo, non saremmo in grado di farlo.

Viviamo in un limbo decretato da governanti ai quali nessuno avrebbe dato credito di una qualche capacità decisionale, ma che sono stati costretti a prendere provvedimenti unici a memoria d’uomo, e a renderli operativi con la minaccia delle sanzioni penali. Pare che i più abbiano capito la gravità della situazione, anche se naturalmente è scattata in parallelo la corsa degli idioti a trasgredire le regole, vanificando (speriamo poco) lo sforzo e il sacrificio di quanti le rispettano. Ma quelli, nel conto delle perdite c’erano già da un pezzo.

Per quanto mi riguarda sono ligio alla clausura. Approfitto anzi dell’occasione per starmene un po’ in panciolle: mi capita raramente, perché sono uno dei milioni di pendolari che quotidianamente escono all’alba e tornano al tramonto (e oltre).

Fino alla chiusura del servizio, avvenuta pochi giorni fa, ho praticato il lavoro in remoto, connettendomi con i colleghi in sede per proseguire con le giornate di progettazione già programmate. Ho così potuto confrontarmi con alcuni aspetti pratici di questa modalità lavorativa, che da noi sembra essere stata scoperta all’improvviso, nel momento in cui non rimanevano alternative:

  • lo smart working prevede degli strumenti, come pc, cellulare e l’indispensabile connessione internet, che non sono così scontati come crediamo, o almeno non sempre rispondono efficacemente ad un utilizzo lavorativo. La connessione, in particolare per chi come me vive in una zona isolata, è inadeguata rispetto alle esigenze di velocità e di continuità della mia attività (è come se ancora accendessi il fuoco nella stufa con la pietra focaia);
  • il mio è un lavoro soprattutto di relazione, di costante dialogo e confronto per arrivare a decisioni condivise con l’equipe. Stando davanti ad uno schermo, inviando mail e video, si assolve solo alle necessità pratiche e burocratiche. La relazione interpersonale, l’empatia necessaria a capirsi correttamente, scompaiono;
  • gestire il proprio tempo è una degli aspetti più difficili di questo momento di forzata clausura. È quanto mai complicato scindere il tempo lavoro da quello privato. Per farlo ho dovuto barricarmi in una stanza lontano dai familiari (un privilegio che molti non possono permettersi);
  • lavorare in remoto prevede persino energie in più per vincere il senso di colpa connesso allo stare a casa. Ci si prodiga a cercare di realizzare ciò che in sede sarebbe magari lecito procrastinare.

 

Dopo più di una settimana, ieri sono sceso ad Ovada per fare la mia consueta donazione di sangue. Essendo mattiniero, in genere sono il primo ad arrivare al laboratorio. Alle 7, invece, c’erano già tre persone, alle quali se sono aggiunte poi molte altre.  Alcuni erano alla loro prima donazione, rispondevamo alle richieste d’aiuto apparse anche in tv per supplire alla carenza di sangue. E questa volta non c’era il tornaconto della giornata libera dal lavoro, perché siamo tutti a casa. Il considerevole numero di nuovi donatori mi fa ancora sperare nella natura solidale dell’uomo.

C’era però una sostanziale differenza rispetto al clima solitamente affabile e moderatamente allegro (non potrebbe essere altrimenti, trattandosi di quasi-liguri): si avvertiva che attraverso le mascherine tutti respiravano la gravità della situazione. Che chissà poi come se le erano procurate, le mascherine, essendo confinati in casa ormai da oltre una settimana … C’era un silenzio inquietante e un timore reciproco che mai avevo provato prima.

Questo virus sta in effetti profondamente mutando le relazioni interpersonali. I flash mob sui terrazzi, i video postati su facebook, i canti da una casa all’altra, dovrebbero farci provare un’inedita sensazione (dico dovrebbero perché queste cose mi appassionano poco): una “fratellanza” sociale che ci faccia sentire più vicini gli uni agli altri. Scopriamo anche di averli quei vicini di pianerottolo, coi quali normalmente non scambiamo neppure un saluto, mentre ora vorremmo – ma non possiamo – abbracciarli come amici fraterni. Mi chiedo però, finita l’emergenza, quanto durerà questa consapevolezza dell’essenzialità dei rapporti sociali. Dimenticheremo tutto come è successo già in passato o avremo colto l’occasione per cambiare?

A proposito di occasioni, lo stare a casa mi offre l’opportunità di fare ciò che procrastinavo da tempo. Non ho più scusanti cui appellarmi. Quindi, con i familiari, risistemiamo una vecchia credenza, tinteggiamo le pareti, tagliamo l’erba, potiamo gli alberi e chissà cos’altro c’inventeremo per far trascorrere le giornate.

Oggi più che mai, mi rendo conto del privilegio di abitare in campagna, in mezzo ad un bosco. Qui non ci sono le comodità offerte dalla città (servizi, stimoli sociali e culturali, ecc …), mentre spesso ci sono i disagi del vivere un po’ isolati: ad esempio la difficoltà nel muoversi (prima quando nevicava, ed ora sempre più per le frane); la costante manutenzione che richiede una vecchia abitazione e la cura del terreno attorno; la connessione internet inadeguata.

D’altra parte, le mie figlie si stanno godendo queste inaspettate vacanze sul prato e nel bosco. Mi auguro che ricorderanno questo periodo come quello in cui hanno potuto divertirsi fuori casa per quasi tutto il giorno. Provo invece pena per quei genitori, ma soprattutto per i loro figli, che trascorrono il loro tempo blindati in casa, magari in un palazzone di città, davanti ad un televisore, un pc o un cellulare.

E penso a chi la casa non ce l’ha perché vive per strada: che sguardi di disapprovazione avranno addosso, quale solitudine … O a chi si trova lontano dai familiari per esigenze lavorative e non può raggiungerli per le restrizioni imposte. Penso anche a chi in casa non vorrebbe proprio starci. Idealizziamo il focolare domestico come luogo protetto ove rifugiarci per ricevere e donare affetto e comprensione, fingendo di non sapere che la gran parte delle violenze avvengono proprio lì e che, per molti, la casa è proprio il luogo dove ci si sente più soli. E penso a coloro che abitano con familiari diventati estranei per una consunzione del rapporto, verso i quali provano, forse, l’affetto dovuto alla necessità di vivere assieme, magari con figli, che è cosa però ormai totalmente diversa dal sentimento che li legava anni prima.

Per molte di queste persone la forzata convivenza rappresenterà uno spartiacque, superato il quale dovrebbe esserci la svolta. Se così non fosse, sarebbe l’ennesima buona occasione mancata. Il coraggio a volte emerge dalle difficoltà imposte dalle circostanze. Raramente capitano circostanze così radicali come quelle attuali per portare dei cambiamenti sostanziali alla nostra vita.

C’è da chiedersi se anche i nostri governanti coglieranno l’occasione per cambiare registro nelle consuetudini dei rapporti politici ed economici mondiali.

In genere dopo un forte shock (ad esempio la crisi del 1929, i conflitti mondiali, ecc …), l’umanità tende a reagire favorendo – almeno all’inizio – dei miglioramenti nelle relazioni fra le nazioni e fra i loro cittadini. Quanto alle buone intenzioni corrispondano poi dei risultati, è discutibile. Si potrebbe dire che gli uomini non imparano mai nulla dalla storia, ma al tempo stesso è innegabile che la seconda metà del secolo scorso è stata, sotto questo punto di vista, molto diversa, in positivo, dalla prima.

Ora le generali linee di indirizzo per i cambiamenti auspicabili non sono difficili da identificare: sono state dettate ancora nel 2015 in un documento dell’ONU chiamato “Agenda 2030”. Se a quel pezzo di carta si ispirasse una politica condivisa da tutte le nazioni, la gran parte dei nostri attuali problemi sarebbe risolta, o almeno tenuta sotto controllo.

In sintesi, elenca 17 macro obietti (goals) da raggiungere entro quella data per avere dei significativi miglioramenti della vita sulla Terra e per tutti i suoi abitanti. In economica prevede di introdurre delle azioni capaci di generare un reddito comune e un lavoro proporzionato al sostentamento dell’intera popolazione mondiale. In ambito sociale, garantisce dei comportamenti affinché ci siano delle condizioni di benessere per ogni persona (sicurezza, salute, istruzione, democrazia, partecipazione, giustizia) equamente distribuite senza alcuna discriminazione (genere, classe sociale, età, disabilità, ecc …). Nel contesto ambientale, si vuole mantenere la qualità e riproducibilità delle risorse naturali.

I cambiamenti richiesti sono sostanziali e radicali, senza possibilità di rimandi perché il rischio è che non ci sia più un’ulteriore chance. Ma è evidente che questi mutamenti non possano essere affidati a politici la cui lungimiranza non va oltre la vittoria nelle prossime elezioni.

Persino in questo momento il contrasto fra le politiche nazionali e internazionali e i principi dettati del terzo goal dell’Agenda 2030, che si prefigge di “assicurare la salute e il benessere per tutti”, risulta più che mai accentuato. Ciascuno corre ai ripari nel suo cantuccio, e quand’anche il fine sia lo stesso, quello di tutelare la salute pubblica, le diverse modalità nel perseguirlo non solo mettono allo scoperto l’inesistenza di una qualsivoglia politica trasversale, ma rendono meno efficaci anche i provvedimenti adottati dai singoli stati. Su questo versante c’è quindi ben poco da aspettarsi.

Credo piuttosto che possano essere le azioni dei singoli – divenute nel frattempo collettive – ad indurre le aziende in primis e poi i governanti a cambiare rotta, a introdurre norme e leggi che vadano nella direzione di una differente organizzazione della socialità e della produttività. Ma non è certo cosa di domani.

Quanto sta accadendo non era del tutto imprevedibile. Bill Gates, ad esempio,  nel 2015 disse: “se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone, nei prossimi decenni, è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra”. Segno che, ad esempio, gli imprenditori più lungimiranti hanno cominciato a riflettere da un pezzo sui possibili costi della globalizzazione, magari anche solo in funzione dei propri interessi (non mi sembra però il caso di Bill Gates) e che l’economia capitalistica ha una coscienza delle falle e dei limiti del proprio sistema molto più lucida di quella diffusa nel mondo politico.

Coloro che ci governano, in ogni parte del mondo, non hanno evidentemente mai preso in considerazione l’ipotesi di una pandemia come quella attuale. Si è improvvisamente scoperto che non esistono protocolli di contenimento, accordi internazionali per lo scambio di informazioni e per la collaborazione nella ricerca, piani per isolare in tempo utile i focolai o per affrontare emergenze sanitarie straordinarie.

Di fatto ci troviamo appena all’inizio di un fenomeno che muta e muterà gli aspetti lavorativi e sociali. Per non parlare delle vittime …

Per avere un vaccino efficace ci vorranno mesi, se non anni, quindi non vedremo la luce ad aprile, maggio o giù di lì, come ci sforziamo di sperare, ma  dovremo restare a casa per molti mesi ancora. Poi le restrizioni saranno poco alla volta allentate, ma col timore costante di un nuovo incremento degli infetti. E in quel caso si ritornerà rapidamente al coprifuoco. La clausura stretta non potrà però durare ancora per molto. Al di là degli aspetti economici, è da prevedere che ad un certo punto anche i membri delle famiglie più unite non si sopporteranno più, e aumenteranno quindi gli episodi di fuga e le trasgressioni dei limiti imposti. Vanificando tra l’altro gli sforzi di contenimento.

Quando potremo finalmente mettere il naso fuori dalla porta di casa, probabilmente avremo una voglia matta di spostarci il più lontano possibile, da essa e da coloro coi quali l’abbiamo troppo a lungo e troppo strettamente condivisa. Avremo bisogno di bravi dietologi per aiutarci a smaltire tutto ciò che stiamo ingurgitando, gli avvocati divorzisti saranno impegnatissimi a comporre bene o male le dispute nate tra le coppie, e forse i rapporti sessuali occasionali diverranno una comune modalità di incontro.

Consoliamoci pensando che durante un’altra quarantena, quella dovuta alla peste che imperversò nel 1666, Newton elaborò le teorie scientifiche che cambiarono il modo di concepire il mondo. Chissà che non ci sia anche oggi qualcuno, barricato in casa da qualche parte, che sta escogitando qualcosa. Per intanto potremmo cominciare noi, a immaginare come sarà e a considerare come vorremmo fosse la nostra vita futura. Magari anche a predisporci al cambiamento.

Per quanto mi riguarda, mentre zappo l’orto noto che la primavera sta arrivando. Ho la fortuna di vederla comparire giorno per giorno, ora dopo ora, sotto casa. Anche questa, pensandoci bene, è un’occasione da non perdere.

Così fan tutti

di Marco Moraschi, 17 novembre 2018, da sguardistorti 05 – 2018 Natale

  1. Non ti precluderai delle porte a priori.
  2. Non prendere strade alternative.
  3. Ricordati di santificare lo stipendio.
  4. Onora il capo.

Questi sono solo alcuni dei comandamenti indiscutibili che fin da piccoli ci vengono messi in testa. Farai le elementari, poi le medie, poi sceglierai una scuola superiore che ti apra molte “porte”, farai una facoltà universitaria che ti dia molte opportunità e ti permetta di trovare lavoro, per raggiungere la stabilità economica, così potrai sposarti, avere due figli e potrai infine dire di aver raggiunto il successo. La vita, sotto questo punto di vista, appare dunque come una lunga scalinata, ripida e faticosa, fatta di soli sacrifici e decisioni prese per un bene più grande, un fine ultimo, quello di poter dire un giorno: “Ecco, ora sono arrivato”. È la pentola d’oro che ci aspetta in fondo al tunnel, la luce in fondo al buio, il successo contro la mediocrità. Il problema di questa visione del mondo, però, è che implica una certa idea di successo, un’idea nata dalla società dei consumi, in cui anche la vita diventa un bene da consumare, in cui bisogna sopravvivere e risparmiarsi per godere un giorno dell’agognata felicità che ci daranno uno stipendio a molti zeri, i benefit aziendali e una famiglia da Mulino Bianco. La verità, però, è che non è detto che esista la pentola d’oro, che tutti possano arrivarci e che una volta arrivati ci dia la felicità. La verità è che non esiste una soluzione a tutti i problemi, un equilibrio finale a cui puntare, perché tutto cambia e tutto scorre, tutti siamo diversi eppure tutti uguali, tutti abbiamo una maschera dietro cui nascondiamo i nostri sogni, le nostre paure, le nostre debolezze.

Vivere in funzione della pentola d’oro è una strategia che può essere efficace per qualcuno, per coloro che come il cardinale Melville in “Habemus papam” di Nanni Moretti sentono “di essere tra coloro che non possono condurre, ma devono essere condotti”. Continuare a rincorrere un obiettivo prefissato da qualcun altro non può che portare a un’atrofia delle capacità, in cui si vive in continua aspettativa, nell’attesa di un dopo che potrebbe anche non arrivare, e che, se arriverà, potrebbe coglierci impreparati, perché non siamo più abituati a correre, ma solo a rincorrere. L’attesa del dopo potrebbe rimanere per l’appunto solo attesa, un continuo inseguimento dettato dalle regole e dalle leggi esterne, dal “si fa così” e “si continuerà a fare così”, poco importa se lungo la strada perdiamo dei pezzi o seguiamo un percorso che non ci piace, il successo non aspetta. Ma come ha detto recentemente Marco Montemagno in un video: “Per il 99% del tempo non stai avendo una carriera, stai avendo una vita di merda”. Ecco quindi che in questo pensiero dilagante e a senso unico assumono particolare importanza i folli, coloro che non si uniformano alle leggi del mondo, ma che battono nuove strade e nuove vie. E se non vi piace la parola folli, possiamo semplicemente decidere di chiamarli persone intelligenti, perché l’intelligenza non segue le regole, i dogmi, gli schemi comuni. Le persone intelligenti sono quelle che si collocano sopra le regole e sotto la legge, in quello spazio stretto in cui l’aria è più fresca e meno viziata. Perché le regole sono dei limiti, spesso privi di significato, pura convenzione sociale, tolgono spazio alla creatività e all’entusiasmo e costruiscono cloni, unità indistinte e quasi invisibili nella massa di creature mediocri che camminano ogni giorno per le strade del mondo. Ecco quindi che la salvezza del genere umano è che ogni tanto qualcuno decide di uscire dagli schemi, di ribellarsi, di non uniformarsi, di fermarsi a metà della corsa e proseguire per un’altra strada. Sono i Davide e i Golia allo stesso tempo, gli innovatori, gli scomodi, coloro che non conoscono il “politically correct”, che non si lasciano sopraffare dalle opinioni altrui e non hanno paura di proseguire soli, che cercano un rimedio alla noia e lottano finché non lo trovano. Sono poeti, ingegneri, filosofi, sono coloro che sfuggono alla logica comune, che non possono essere racchiusi in una categoria ben definita, perché se non esistono regole non esistono categorie.

I folli sono spesso egoisti, perché agiscono soprattutto per sé stessi, perché spesso sono lasciati soli, perché cambiano tutto perché tutto cambi davvero. E se non ci sono regole, non ci sono dogmi, l’unica regola che possono trasmetterci, l’unico istinto che portano dentro e che può aiutarci a cambiare è che esiste un unico comandamento: il coraggio.

Per ribellarsi occorrono sogni che bruciano anche da svegli, occorre il dolore dell’ingiustizia, la febbre che toglie all’uomo la malattia della paura, dell’avidità, del servilismo. Per ribellarsi bisogna saper guardare oltre i muri, oltre il mare, oltre le misure del mondo. La miseria dell’uomo incendia la terra ovunque, ma è un fuoco sterile, che cancella e impoverisce. È un fuoco che odia ciò che lo genera, è cenere senza storia. Saper bruciare solo ciò da cui poi nascerà erba nuova, ecco la vera ribellione.”
STEFANO BENNI, Spiriti, Feltrinelli 2013

Links:

La Trappola della Carriera, Marco Montemagno: https://www.youtube.com/watch?v=ZI4gVrP5Ghg

Storia della mia vita – Ritratto di un Viandante, Marco Moraschi: https://marcomrsch.wordpress.com/2018/09/20/storia-della-mia-vita-ritratto-di-un-viandante/

Cambiare il mondo con un fucile a elastici, Massimo Mantellini: https://www.ilpost.it/massimomantellini/2018/11/16/cambiare-il-mondo-con-un-fucile-ad-elastici/

Blowin’ in the wind, Bob Dylan: https://www.youtube.com/watch?v=3l4nVByCL44



Valori e plusvalore

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

C’è da chiedersi, a margine della lettura dell’articolo di Schepis (Il fascino discreto della borghesia), se sia ancora lecito oggi usare il termine “borghesia”, e soprattutto l’aggettivo che ne deriva, “borghese”. Probabilmente nel lessico storico-politico-sociale di questo secolo nessun altro lemma ricorre con altrettanta frequenza, e in contesti e accezioni altrettanto svariati. La qualificazione di “borghese” si è infatti allargata ad includere, prevalentemente in negativo, tali e tanti significati da perdere qualsiasi valenza connotativa: Questa neutralizzazione non è connessa soltanto all’abuso: la perdita di pregnanza di un aggettivo derivato corrisponde in genere o ad una effettiva obsolescenza o ad una perdita di contorno del sostantivo da cui deriva. Si usa quindi a sproposito l’appellativo “borghese” perché non si ha idea di cosa sia, e se esista, la borghesia.

Noi di “SOTTOTIRO” abbiamo la convinzione che i due termini non siano affatto obsoleti e che semplicemente vada fatto un po’ d’ordine nel loro utilizzo, o almeno vada definita l’accezione nella quale li utilizziamo. Ci proviamo, in forma necessariamente spicciola e schematica, magari rimandando ad una prossima occasione l’approfondimento.

Il termine borghesia è stato utilizzato tradizionalmente per esprimere:

  1. una categoria storica universale. In senso lato, estendendo a ritroso nel tempo l’uso del termine, la borghesia è da sempre la classe mercantile (artigianato, commercio, finanza) propria della città, che si contrappone a quella proprietaria-agricola delle campagne. Durante l’evo antico si sviluppa principalmente nelle città costiere, commerciali per antonomasia, in un’atmosfera che per la quantità dei contatti, lo sradicamento indotto dagli spostamenti, la necessità, ai fini commerciali, di un’apertura verso culture esterne risulta desacralizzata (con conseguente perdita di peso dell’autorità tradizionale aristocratica e sacerdotale). Oltre al ruolo sociale ed economico, quindi, ne riveste da sempre uno culturale, anti-tradizionalista e aperto alle innovazioni.
  2. una categoria storica particolare (occidentale). È la classe urbana che nasce nel Medio Evo in opposizione all’aristocrazia feudale, e che presenta le caratteristiche di cui sopra. Nel passaggio all’età moderna evolve sino a configurarsi come borghesia capitalistica o industriale, cioè come la classe che detiene il possesso dei mezzi di produzione e di scambio e ne capitalizza i guadagni. Essa si dilata sino ad inglobare, sia pure in posizione di subordine (piccola borghesia), le classi intermedie, quelle dei “colletti bianchi”, dei funzionari impiegati nei vari settori della gestione sociale ed economica (amministrazione pubblica, scuola, servizi, e quadri intermedi nelle aziende private). In questa fase la borghesia sviluppa una cultura del diritto (egualitaria) in sostituzione di una cultura della consuetudine (gerarchica). Questa cultura del diritto ha un carattere innovativo sino a quando si contrappone a quella tradizionale, ma diviene conservatrice e difensiva allorché le si oppone quella rivoluzionaria (quindi nell’800).
  3. una categoria culturale (lo spirito borghese). L’accezione in questo caso è quasi sempre negativa, tranne che nello specifico storico (quando cioè indica l’atteggiamento innovativo del sei-settecento). Anche in economia si preferisce parlare di spirito imprenditoriale, e persino “capitalistico” ha una possibile valenza positiva, mentre “borghese” suona ormai quasi come sinonimo di inerte e parassitario. Nei confronti della borghesia “grassa” marca l’assenza di stile, la superficialità dei valori, la grezza spettacolarizzazione di sé e dei propri consumi. Nei confronti invece della “piccola borghesia” implica un complesso di inferiorità, l’ansia di salire il gradino e la paura di scenderlo, la lacerazione tra l’avarizia scrutacentesimi e l’esigenza di apparire. La taccia di “borghese” viene usata con egual disprezzo da destra (in contrapposizione ad “aristocratico”) e da sinistra (in contrapposizione a “proletario”). Di fronte all’odierna eclisse del proletariato, o meglio alla scomparsa della sua coscienza e cultura, la categoria è “esplosa”, finendo per comprendere ogni forma di velleitarismo sociale ed economico, cioè ogni aspirazione a condividere modi e livelli di vita delle classi superiori.

Per quanto ci concerne, noi diamo ai termini borghesia e borghese i seguenti significati:

  1. la borghesia è l’espressione sociale del capitalismo industriale: come tale è una classe aperta, caratterizzata da una appartenenza che non segna (niente blasoni) ma che condiziona, perché tende comunque ad una perpetuazione endogena. In altre parole, tende a divenire condizione sociale ereditaria (cfr. figli di professionisti, industriali, funzionari, ecc…) alla quale è relativamente difficile accedere, ma che garantisce poi la possibilità di attestarsi.
  2. Le caratteristiche culturali della borghesia (lo spirito borghese) sono legate al modo di produzione industriale, costantemente innovativo e dinamico, fondato sul consumo rapido, sulla competizione. Questa classe non sarà mai pertanto portatrice di valori “radicati” e “forti”, dalla lunga durata e dal coinvolgimento profondo, ma piuttosto di idealità relativistiche, effimere e sempre in divenire, speculari alle necessità e alle modalità produttive. L’assenza di valori, nel significato forte del termine, non va dunque intesa come sintomo di una debolezza, e meno ancora di una decadenza, ma piuttosto come condizione ideale per un continuo adeguamento alla trasformazione capitalistica.
    Per quanto possa sembrare paradossale (dal momento che proprio al trionfo dello spirito borghese viene in genere associato il primato dell’etica rispetto alla morale), la borghesia non è stata in grado di produrre né un’etica (sistema di valori) né un’etichetta (stili di comportamento). L’etica, i valori, lo stile privato di vita, si sviluppano in società stabili. Costituiscono l’ossatura ideologica delle forme di potere (e di produzione). Dalla loro volgarizzazione e dalla loro reificazione discende l’etichetta, lo stile di vita pubblico, che a sua volta abbisogna di tempi lunghi per affermarsi. La borghesia non ha prodotto nulla di simile. O meglio, lo ha fatto, almeno nella fase di attacco, quando attraverso l’illuminismo ha elaborato il sistema del diritto borghese (fondato sulle libertà individuali – ivi comprese quelle alla proprietà, al commercio e all’imprenditoria) e il quadro delle istituzioni che esso regolamentano e che su esso si reggono (lo stato), ha creato un nuovo contesto politico e culturale di riferimento (la nazione) e prodotto strumenti extra-istituzionali di salvaguardia e di pressione (l’opinione pubblica), ed ha infine affidato al lavoro-dovere, al lavoro-realizzazione e alle realizzazioni – tecnologiche e capitalistiche – del lavoro il riscatto (attraverso l’idea di progresso) della perdita di senso dell’esistenza individuale e collettiva – della vita e della storia. Ma questi valori – libertà, nazione, stato, lavoro, progresso – che possono apparire quanto mai “forti”, si sono prestati da sempre non tanto all’abuso, che è una deriva, una negazione, e lascia comunque integra la sostanza del concetto, quanto ad interpretazioni ambigue e contraddittorie, e pur tutte legittimate da una intrinseca debolezza e duttilità, dal relativismo scaturente dal loro carattere convenzionale: così da poter essere piegati di volta in volta a rispondere alle trasformazioni indotte dal modo di produzione capitalistico. In questo senso parliamo di idealità o valori relativistici, e in questo senso va interpretato lo stato endemico di “crisi” – e la presenza costante di meditate e consapevoli posizioni di rifiuto – nel quale si è consumata o si consuma la loro affermazione.
  3. Sia “borghesia” che “borghese” conservano una valenza connotativa di classe anche nella nostra epoca, pur nella consapevolezza che i termini del conflitto sociale si sono decisamente modificati nell’ultimo mezzo secolo, e che sarebbe forse più corretto parlare di “mondo borghese occidentale” versus “terzo mondo proletario”. È vero che tutti noi occidentali partecipiamo, sia pure in diversa misura, di un benessere materiale diffuso e consentito proprio dallo sfruttamento e dal mantenimento sotto la soglia della miseria del resto dell’umanità: ma è anche vero che oltre alla diversità nella misura di questa partecipazione esiste ancora la possibilità di comportamenti e atteggiamenti sociali non assimilabili alla “borghesizzazione” a tappeto delle aspettative e dei bisogni. Non stiamo parlando, evidentemente, dei fenomeni di autoemarginazione, o delle scelte pseudo-alternative di soggetti ipergarantiti, ma semplicemente della possibilità di non farsi omologare ai parametri esistenziali della spettacolarità e del consumo. E abbiamo la presunzione di credere che le finalità e le modalità di realizzazione e circolazione di questa rivista ne siano una prova.

 

Addirittura!

di Antonio Cammarota, da Sottotiro review n. 8, gennaio1998

Il lettore si metta pure comodo e si rilassi: questa volta non è mia intenzione trattare esplicitamente argomenti come il duro lavoro manuale, la fatica, l’alienazione e l’abbrutimento implicito nelle attività fisiche più pesanti. Infatti queste situazioni, questi modi di vivere e di lavorare presentavano anche aspetti positivi: la socialità innanzitutto, e poi la solidarietà, la consapevolezza del comune patire. Il lavoro di fabbrica, ad esempio, determinava negli operai, con il passare degli anni, un senso di appartenenza al gruppo, alla classe sociale, finanche al luogo di lavoro e alla stessa azienda … Anche il nero lavoro nelle campagne, fatto di levatacce e di sudore, di freddo polare e di caldo soffocante, aveva un risvolto positivo: esso era principalmente il senso di appartenenza – valido per tutti – ad una comunità (in legittima contrapposizione con le altre comunità, ovviamente), ad un campanile, ad una serie di “mitiche” e antiche figure che stavano alla base del gruppo sociale stesso. Per le fabbriche e le campagne passava quindi (addirittura) una giustificazione, una legittimazione alla vita. Ebbene, oggi tutto questo non esiste più, o meglio, va scomparendo molto rapidamente, e nel giro di pochi anni fabbriche e campagne assumeranno volti e identità completamente nuovi. Ed è il post-fordismo (in particolare per le industrie) a segnare questo “salto di qualità” verso la disgregazione sociale definitiva, verso la solitudine, verso il nulla … Attenzione, però: questo breve e necessariamente scarno contributo alla riflessione non vuole essere – si badi bene – una melensa nostalgia del passato, un richiamo vuoto ad una mitica ed inesistente “età dorata del lavoro perfetto”. Nessuno rimpiangerà il lavoro dipendente duro e “maledetto”, il lavoro necessario ed alienante, gli infortuni, le morti. Nessuno rimpiangerà situazioni in cui gli uomini si spegnevano poco a poco sui luoghi di lavoro. È invece mia intenzione sottolineare il fatto che nella nuova trasformazione che il concetto di lavoro sta attraversando, tutto quel poco (o tanto) che di positivo si trovava nella vita della gente comune, nella vita lavorativa dei proletari (operai o contadini), va scomparendo. Nelle campagne le comunità di un tempo non esistono più. I pochi rimasti (già il fordismo aveva sconvolto la vita nelle campagne) hanno perduto, hanno smarrito quel senso di appartenenza, quel legame – unico – che avevano con la comunità. Il genuino campanilismo ha ceduto il campo ad un vuoto e cieco localismo leghista. Nelle fabbriche il padronato punta ormai direttamente sulla parcellizzazione definitiva del lavoro, sulla divisione del lavoro e su quella degli stessi operai in “esterni” e “interni”. Non più fabbriche, settori e reparti intesi nella accezione classica, ma ognuno per sé. Contratti nazionali che diventano personali. I vecchi legami di classe si spezzano per sempre: gli operai votano come i loro padroni e si scagliano contro nuovi nemici, quasi sempre fittizi. È la definitiva frattura, nelle città e nelle campagne, con un passato che ancora ci teneva legati (teneva legate cioè le persone “normali”) alla realtà: l’operaio era operaio tra gli operai, e così il contadino. Fabbrica o vigneto, macchina utensile o aratro il duro lavoro era anche professionalità, era realizzazione, era rappresentazione di sé (l’unica possibile, si badi bene!) sul palcoscenico della società. Il lavoro insomma era anche “significare”, dare sostanza, oltre che appartenere, ad un gruppo sociale. Ora che l’ultima pietra – ed è una pietra tombale – è stata posata non ci resta che osservare i vecchi campi vuoti e le decrepite mura delle fabbriche come se fossero vestigia archeologiche di un glorioso passato. Addirittura.

 

Il rumore del maglio

di Giuseppe Schepis da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Prima metà degli anni quaranta. Una notte di tarda primavera, un campo ai margini di un paesino del sud. Un bambino, l’acqua fino alle ginocchia, i piedi nella mota di un piccolo canale, aziona la paratia di una chiusa. Ha sonno, e brividi di freddo gli percorrono il corpo. Pensa che tra qualche ora potrà asciugarsi, correndo per i sei chilometri che lo separano dalla scuola. La scuola è il luogo che ama più di ogni altro; lì, almeno per un po’, dimentica i campi, il lavoro, la severità della famiglia, e apprende cose che lo affascinano. Il bambino è molto sveglio, ma gracile nel fisico, piuttosto piccolo di statura, forse per caratteristica ereditaria, forse per la cattiva alimentazione. Durante le notti passate ad irrigare attende trepidante il sole, che venga a liberarlo dall’umidità e dal sonno. Ma nel frattempo contrae la malaria che lo accompagnerà coi suoi postumi per tutta la vita.

Dieci anni più tardi, una sera d’inverno, nell’estremo lembo della Calabria. Un ragazzo lavora alla macchina per la spremitura, in un oleificio. Deve raccogliere il prodotto dopo il primo passaggio e ripetere l’operazione una seconda volta. Le olive già macinate formano una poltiglia densa e fredda. Il ragazzo ha le mani gelate, è stanco per i turni di lavoro massacranti, fino a diciotto ore giornaliere. La paga è misera, ma è assolutamente necessaria. Il padrone fornisce anche pranzo e cena. Il menù è costante: un’aringa salata e mezza pagnotta, appena sufficienti a calmare lo stomaco. Tutto questo dura, anno dopo anno, dall’autunno alla primavera; ed è già una fortuna un lavoro del genere, altri non hanno nemmeno questo. Ma il ragazzo preferisce un’altra occupazione, nella quale diventa sempre più abile: la potatura degli alberi d’ulivo. In questo lavoro la sua struttura fisica diventa un vantaggio, ed egli passa di ramo in ramo con facilità e leggerezza. Assapora, lassù, un po’ di quella libertà che gli è sempre stata negata. Ama il sole e il clima mite della stagione della potatura: vivrebbe – potendo – sempre così, sugli alberi, lontano dalla terra, libero.

Inizio anni sessanta. Una notte di fine ottobre. Un giovane cerca di prendere sonno nella sala d’aspetto della stazione di Aosta. È arrivato qui nel primo pomeriggio dello stesso giorno. Ha viaggiato per quaranta ore, con la speranza di un lavoro migliore, meno inumano di quelli cui è stato costretto fino ad ora. Ha saputo da conoscenti che qui, ad Aosta, c’era possibilità di trovare ciò che cercava, ed è partito senza indugi col solo peso di pochi indumenti stipati in una valigia. Ma ora il peso è come moltiplicato: quel lavoro qui non esiste, ed egli è solo, nella sala d’aspetto. Riesce a sentire soltanto il battito accelerato del proprio cuore. Attende un altro treno, per un’altra grande città del nord dove vivono alcuni parenti. È l’ultima speranza che gli rimane, e ci rimugina sopra mentre, insonne, fa dondolare le gambe stanche e fissa le cuciture della scarpa sinistra, sul punto di cedere.

Ottobre 1966, una fabbrica metalmeccanica nel triangolo industriale. Un operaio lavora ad una pressa per lo stampaggio di elementi per termosifoni. Ogni quindici secondi si ripete l’infernale rumore del maglio, ma al reparto presse le macchine sono più d’una, e i loro colpi si succedono con una frequenza elevatissima. L’operaio deve fornire lamiere alla macchina e vigilare che questa non dia alcun colpo a vuoto. Continua così per dieci ore al giorno. Quel mattino all’operaio si è slacciata una scarpa, ed egli si è soffermato a riallacciarla proprio mentre passa il padrone. Questi lo investe subito con una raffica di parole che lo colpiscono come sferzate in pieno viso.

– Beh, cos’è che fai lì, eh? Qui bisogna lavorare, non si può mica fare gli scansafatiche come fai te! Tirati su e torna alla macchina, che la prossima volta che ti trovo a fare niente ti spedisco via. Sai quanti ce ne sono fuori dai cancelli che vogliono il tuo posto? magari lavorano anche meglio di te! Dai! Dai! Lo dico sempre io, a voi bisogna sempre tenervi d’occhio, se no uno si trova a ramengo in un attimo. Che razza di lavativi! Il pugno di ferro ci vuole con voi, il pugno di ferro. –

Umiliazione e rabbia. Non riesce a provare altro. Stringe i pugni senza potere dire nulla, bloccato dall’emozione e dalla paura di perdere il posto; gli occhi bassi, sulle scarpe del padrone, nelle orecchie il rumore del maglio ripetitivo, assordante, ossessivo. Pensa al suo bambino di pochi anni e si ripete che non dovrà subire le stesse cose, che dovrà avere una vita migliore.

Primi anni ottanta. Sono gli ultimi giorni che precedono le ferie d’agosto. Un saldatore lavora alla realizzazione di una carrozza ferroviaria. La maschera lo fa sudare mentre brucia alla luce irreale dell’arco un grosso elettrodo. Il lavoro è ripetitivo e non richiede alcuna concentrazione. La mente rimane libera, ma è occupata a pensare a quanto ha sentito dire il giorno prima. C’è crisi, quindi c’è un esubero di personale: quelli come lui, sui cinquanta, rischiano. Se lo licenziassero, dove troverebbe un altro lavoro, alla sua età? Alle sei esce dalla fabbrica e sull’autobus che lo riporta a casa non riesce a pensare ad altro: in famiglia è il solo a lavorare. La notte prima non è riuscito a dormire neanche un’ora, questa notte chissà.

Ottobre 1990. In una fredda mattinata autunnale un giovane appena laureato attraversa a piedi la città in cui è nato ed ha sempre vissuto. Si reca all’ennesimo colloquio, nella speranza di un’assunzione. L’aria gelida gli penetra nelle narici, ma il pensiero si scalda all’idea delle possibilità che un lavoro gli schiuderebbe. Entra negli uffici dell’azienda che lo ha convocato e viene ricevuto direttamente dall’amministratore unico. È l’uomo alle dipendenze del quale potrebbe domani lavorare. Sui quaranta, piuttosto basso di statura, ha un’ampia fronte e occhi furbi ma sfuggenti. L’atmosfera dell’ufficio è ovattata, tutto appare lucido ed asettico, dalla porta filtra soltanto un sottile ronzio di computer e ogni tanto il trillo dei fax.

Il giovane comincia a percepire uno strano rumore, che non proviene dall’esterno, ma nasce dentro la sua testa: un rumore lontano, indistinto. L’amministratore inizia a parlare sfoderando un tono professionale ammorbidito da una condiscendente cordialità. – Vede, noi cerchiamo una figura professionale in grado di affrontare sia problemi tecnici che moduli di gestione delle risorse umane. Oggi, come lei saprà, il concetto di “qualità totale” presuppone – anche per le medie aziende come la nostra – il controllo completo del processo produttivo e degli operatori ad esso legati. Il massimo rendimento di questi ultimi è la condizione senza la quale la competitività dell’azienda entra il crisi. In sostanza, lei dovrebbe lavorare alla diminuzione dei tempi di ogni singola lavorazione e all’ottimizzazione del rendimento di ogni singolo operatore. Ma il giovane sente, mentre l’altro parla, crescere il rumore nella sua testa ed inizia ad esserne seriamente infastidito: ma non riesce ancora a distinguere di che rumore si tratti. L’amministratore continua.

– Il segreto sta nell’attuare un processo produttivo che non consenta ai singoli individui in esso coinvolti alcuna distrazione, in modo da sfruttare al massimo le ore di lavoro retribuite. Vede quella foto? È mio padre, il fondatore della ditta. Lui non aveva studiato economia, anzi, non aveva studiato per niente: ma aveva capito, sia pure in maniera un po’ rozza, come si deve guidare un’impresa. Per il bene di tutti, si capisce, dal dirigente fino all’apprendista. “Il pugno di ferro, ci vuole!” Diceva sempre così; è un’espressione piuttosto colorita e superata – nella sua durezza … –

Ora il giovane percepisce chiaro e insopportabile il suono che rimbomba nella sua testa: è il rumore del maglio di una pressa, ripetitivo, assordante, ossessivo.

– Ma, in confidenza, rende piuttosto bene quello che … –

Il giovane impallidisce. L’istante dopo, improvviso come di notte una vampa dalla bocca di un cannone, il suo braccio destro scatta e l’uomo crolla per terra. Fosse per una precisa intenzione, o semplicemente per la superiore statura del giovane, il pugno colpisce in pieno la fronte, così ben formata e intelligente, si che il corpo stramazza lungo e disteso, come una greve tavola che venga fatta cadere da una posizione verticale. Un rantolo, due, e poi giace immoto. (HERMAN MELVILLE)

 

Una storia bosniaca

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

La calcina volava dalle carriole alla parete e, non s’era ancora spiaccicata sul muro che i fratassini la spargevano in un baleno. L’avevano preso a cottimo quel lavoro, e allora ci davano dentro per farci uscire una bella giornata. La betoniera muggiva in continuazione e Cosimo non faceva in tempo a prepararne una che già gliela chiedevano con insistenza. – Mizzica! Matti siete?! – aveva brontolato ripetutamente, ma non aveva perso una battuta, come se non volesse essere da meno. Franco e Gino ogni tanto gli tiravano dietro qualche accidente, ma così, senza cattiveria, come se fosse ormai più che altro un’abitudine. – Sbroite, terùn! –. – ‘nduma, tera da pippe! – Ma intanto il lavoro cresceva, sostenuto da tutta l’impresa.

Improvvisamente si udì il rumore di un camioncino. Franco si affacciò alla finestra. – È Piero, il lattoniere. Chissà cosa vuole.

– Che non venga a farci perdere del tempo – rispose Gino – Lo sai che se attacca…

Piero passò vicino a Cosimo senza salutarlo. Il ragazzo lo seguì con lo sguardo, poi scosse la testa come per compatirlo. Sapeva che quell’uomo ce l’aveva con i meridionali per cui non c’era da stupirsi del suo comportamento. Finì di scrollare un sacchetto di cemento nella betoniera.

– Ci sieteee? Qui vedo che i lavori vanno avanti.

– Vieni, vieni, che ce n’è anche per te.

Piero entrò nella stanza che stavano intonacando. Franco e Gino non si fermarono neppure un istante. Uno “slash” e via a fratassare. L’uomo stette un po’ a guardarli, poi, come se improvvisamente avesse cambiato voce, disse:

– Avrei da dirvi una cosa importante.

Gino si fermò: – E dilla! Cosa sarà bene?! – e riprese ad intonacare.

– Non avete saputo… niente?

Franco e Gino si guardarono stupiti. – E cosa avremmo dovuto sapere? – disse Gino, smettendo di lavorare.

Piero si guardò in giro sospettoso, come se temesse che qualcuno lo ascoltasse; poi, avvicinandosi, disse: – Non avete sentito il telegiornale? È tutta la mattina che lo fanno.

– Ma se è dalle sette che siamo qui, come potevamo! – rispose Franco, che già fremeva per quell’ interruzione.

– Ci siamo, – disse Piero tutto eccitato – ci siamo: La gente ha cominciato a ribellarsi. A Milano, a Torino e in tutto il Veneto hanno già preso in mano le prefetture.

– Ma cosa dici?! – replicò Gino incredulo.

– Ma sì, il Nord si è ribellato. E hanno già cominciato a far fuori qualche terrone.

– Vuoi dire che hanno anche sparato?!

– Oh, ragazzi, non stanno mica scherzando. Io l’avevo detto che prima o poi sarebbe successo. – Si zittì immediatamente, aveva sentito alle sue spalle il cigolìo della carriola.

Cosimo venne avanti a testa bassa. Posò la carriola con veemenza, poi fece l’atto di inforcare l’altra, ma quando si accorse che non era ancora vuota, esclamò: – Minchia, che facciamo qui, dormiamo?! – Alla vista di quelle facce scure il sorriso gli morì sulle labbra. Restò un istante lì, imbambolato, poi, come se stesse facendo uno sforzo, afferrò la carriola e se ne andò.

Piero attese che uscisse. – Non ho mai capito cosa vi è saltato in mente di prenderlo a lavorare. Io, piuttosto che prendere un terrone, farei il doppio di fatica – Indugiò un attimo a guardarli, come se volesse suscitare in loro un senso di colpa. – Io sto andando a Ovada. Mi ha telefonato Olivieri quello delle piastrelle, e ha detto che si stavano radunando tutti in piazza. Voi che fate, venite?

Quell’invito così a bruciapelo li lasciò interdetti. Franco guardava la calcina e il lavoro che c’era ancora da fare, e si sentiva montare il nervoso. Gino cercò di obiettare qualcosa: – Ma così, all’improvviso, sporchi come siamo…

– Meglio ancora, che lo vedano che stavolta è l’Italia che lavora a ribellarsi.

Quante volte avevano ragionato all’osteria di quella possibile rivolta, del fatto che il Nord non poteva più sopportare di averci sulle spalle il Meridione. E che, se fossero stati da soli, sarebbero stati come la Svizzera. Ma ora, trovarsi di fronte al fatto concreto, era tutta un’altra cosa, non bastava riempirsi la bocca di parole.

– E Cosimo? – accennò Franco di riflesso.

– Se date a mente a me, lo licenziate, prima che sia troppo tardi.

– Ma così, su due piedi…

– Ma allora non avete proprio capito! Qui sta succedendo davvero qualcosa di grosso, e allora conviene anche a lui andarsene a casa, ma a quella vera, stavolta – sibilò Piero tra i denti, con un’espressione di disprezzo. Dopodiché aggiunse: – Beh, io vado, era tanto che aspettavo di togliermi questa soddisfazione. Voi fate un po’ quello che volete. Ma sappiate che da domani le cose cambieranno per tutti.

Franco e Gino lo guardarono andar via frastornati. Lo conoscevano fin da bambini e sapevano che ce l’aveva sempre avuta a morte con i terroni. Ma non c’avevano mai dato troppo peso, come se si trattasse di un’esagerazione del suo carattere. Ora però che i fatti sembravano dargli ragione, provavano un senso d’angoscia all’idea che anche loro non potevano più tirarsi indietro e dovevano scegliere da che parte stare.

Ripresero a lavorare. Ma la calcina non volava più come prima, sembrava appesantita.

Cosimo tornò con la carriola. Vedendo che l’altra era ancora piena, si fermò e lasciò le stanghe di botto. – Ora si vede chi è che batte la fiacca! – gridò come per canzonarli. Nessuno gli rispose. – Ohè, muti siete?! – insistette quasi risentito. Franco gli diede un’occhiata torva e riprese ad attaccare calcina. – Miinchia! Sto parlando a voi. Che vi prese? – disse Cosimo tirando un calcio alla carriola.

Gino non resistette più: buttò lontano la cazzuola e il fratassino e s’incamminò verso la porta. Cosimo lo guardò sbalordito, non riusciva a capire la ragione di quel gesto. Poi, mettendosi le mani nei capelli, cominciò ad imprecare: – Botta de sangu! Che siete, tutti matti?! Ma se abbiamo scherzato fino ad un minuto fa… E ora, che vi succede? – Tutt’ad un tratto si fermò, come se si rinvenisse. Poi, con una smorfia di compiacimento, disse: – Ah, ora capisco. Che stupido sono! Potevo anche pensarci prima. È stato il lattoniere a dirvi qualcosa, sarei pronto a giurarci. Iddu è ‘nu fetusu!

– Sta zitto! – gli urlò Franco dall’impalcatura. E continuava ad attaccare calcina.

– E no eh, zitto non ci sto. C’avete da spiegarmi che succede. Che credete, non sono mica un minchione.

In quel momento rientrò Gino. Aveva la faccia livida, allucinata, come se si sentisse male. Si avvicinò a Cosimo e, senza alzare gli occhi da terra, gli disse con voce sommessa: – Da domani sei licenziato – Poi stette lì, immobile.

Cosimo stentava a crederci: deglutì alcune volte, guardò ripetutamente i due muratori, poi, con la voce asciutta, rotta solo dal magone, disse: – Tre anni sono che lavoro con voi, e credo di aver fatto sempre il mio dovere. Quando c’è stato da lavorare non mi sono mai tirato indietro, fosse sabato, domenica o anche nelle feste. Perché allora mi fate questo? Forse che non vi mantenevo la calcina? Oppure siete così poco uomini che sono bastate le quattro minchiate che vi ha detto quel fetente per farvi cambiare idea?!

Cosimo era fuori di sè e si piegava tutto in avanti a gridare in faccia a Gino quelle parole. – Sta zitto! – urlò nuovamente Franco dall’impalcatura. E, dopo aver gettato gli arnesi nel bogliolo, saltò giù con un balzo sul pavimento. – Sta zitto! – ripeté furente.

Cosimo tacque qualche istante, come se avesse ubbidito. Poi un ghigno beffardo gli si stampò sulla bocca. – Eh già, io sono un terrone. Io non ho il diritto di parlare. Io servo soltanto se c’è da lavorare. Tanto sono come le bestie, lo dite sempre voi. – Fece una pausa, come per riprendere fiato. – Ma ricordatevi – disse agitando il pugno minaccioso davanti agli occhi di Franco – che c’ho due coglioni anch’io, e se ci provate a scassarmeli qui finisce male per qualcuno.

Franco trasalì, come se quel gesto avesse evocato in lui qualcosa di ancestrale. Improvvisamente gli si annebbiò la vista e cominciò a tremare da capo a piedi: un istinto primordiale gli saliva su dal profondo e lo pervadeva con tanta forza che era impossibile controllarlo. Di fronte non aveva più il suo manovale, ma un invasore che stava minacciando la sua terra. Quasi senza rendersene, conto allungò un braccio, afferrò il badile appoggiato all’impalcatura e, lesto come un fulmine, colpì Cosimo sulla testa. Il giovane siciliano fu così sorpreso che non tentò nemmeno di schivare il colpo.

Il badile rimbalzò lontano e Cosimo, con la testa tutta insanguinata, rimase qualche istante ancora in piedi con un’espressione di terrore sul viso. Poi, di colpo, crollò su se stesso.

Gino, come se si svegliasse allora da un incantesimo, guardò Franco sbigottito, poi gridò: – Disgraziato, cos’hai fatto! – e si gettò su Cosimo che a terra stava spasimando. – Cosimo, Cosimo, Madonna santa, parla! – Ma Cosimo ormai rantolava e aveva continui sbocchi di sangue. Finchè il sangue gli uscì anche dalle orecchie, il corpo sussultò alcune volte e s’irrigidì.

– Cristo, è morto. Morto, capisci?! E ora che facciamo, siamo bell’e rovinati! – Gino piangeva disperato, inginocchiato sul corpo esanime di Cosimo.

Franco, che fino ad allora era rimasto come di sasso, cominciò a scrollarsi la calcina dai pantaloni. Gino lo guardava, aspettando che dicesse qualcosa.

Franco prese il giacchetto dall’impalcatura, se lo infilò e si tirò su la cerniera; poi, quando ebbe finito, disse. – Io vado giù ad Ovada – Gino lo guardò incredulo: – Ma… Cosimo? – Franco stette un attimo in silenzio. – Io vado giù ad Ovada – ripeté – ormai siamo in guerra.

 

Moto perpetuo

di Giuseppe Schepis, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Credo sia possibile far scaturire l’essenza di ciò che definiamo utopia direttamente dalla morfologia del nostro cervello. Questa macchina sembra avere una intrinseca necessità che la spinge a costruire un modello teorico descrivente e capace di decifrare il mondo intero e, inserita in questo, se stessa. Nel fare questa operazione, accade che si trovino modelli ideali migliori della realtà ed auspicabili rispetto ad essa. Così il motore che realizza trasformazioni fisiche ideali è migliore ed ha rendimento più alto rispetto a quello realmente costruibile, la società umana teorizzabile meglio funzionante rispetto a tutti i modelli finora realizzabili, il “cavaliere inesistente” migliore di ogni uomo che abbia mai posato il suo piede su questa terra. Da questo fatto, dall’impossibilità di sottrarsi al secondo principio della termodinamica – sia nei modelli fisici che in quelli antropici o di altro tipo –, si genera il gradiente fra sistema ideale e sistema reale da cui nasce l’utopia. In questo senso definirei la spinta utopica che anima molti uomini come la forza che tende a ridurre e – in via teorica – ad annullare il gradiente sopra menzionato.

L’obiezione più usuale che viene mossa a chi vorrebbe ragionare e vivere in termini utopici sta proprio nel fatto – peraltro indiscutibile – che il sistema ideale risulta irraggiungibile: così gli oppositori dell’utopia derivano da questo, come conclusione ultima, l’inutilità del muovere verso un obiettivo destinato a sfuggire. Proprio l’esempio scientifico dovrebbe invece spingere a conclusioni di segno opposto: se, studiato il modello teorico, il ricercatore si fosse arrestato perché conscio di non poterlo eguagliare nella realtà, non avremmo avuto quasi nulla di ciò che oggi è la nostra scienza. Così, anche nelle scienze umane, l’ideale – l’utopia – deve segnare direzione e verso del moto, pur sapendo che alla meta ultima potremo solo tendere asintotticamente senza che questa e la nostra realtà riescano mai a coincidere.

Le direttive figliazioni della mancanza di una “rotta” da seguire, mancanza derivante dalla rinuncia alla spinta utopica, sono la stagnazione culturale e la passiva accettazione dell’esistente.

Solo la “direzione” è una realtà, la “meta” è sempre una finzione, anche quella raggiunta – e questa in modo particolare.    ARTHUR SCHNITZLER

 

Sinistra non è solo una mano

di Paolo Repetto, 1979

Questo intervento è apparso sulla rivista “CONTRO” nel 1979, anche se il tono e l’uso di termini come “compagni” parrebbero farlo risalire a qualche decina d’anni prima. Lo ripropongo perché in realtà trovo significativo constatare come i problemi, al netto dei contesti e della forma in cui erano espressi, siano rimasti per la sinistra esattamente gli stessi. Diversi eravamo solo noi.

Nell’editoriale di apertura dell’ultimo numero di CONTRO (ottobre 1979) compagni e simpatizzanti erano sollecitati a rilanciare il dibattito e la riflessione all’interno della sinistra. Crediamo che questo invito non andrà deserto. Esso rappresenta infatti un’esigenza che tutti, in questo momento, sentiamo profonda dentro di noi e diffusa attorno a noi. Soprattutto, la interpreta nei termini nuovi in cui questa esigenza si pone: vale a dire come bisogno di prendere le distanze dalle vane e assurde beghe ideologiche che hanno caratterizzato la cultura “progressista” negli ultimi tempi, di dare finalmente alla nuova sinistra un’identità non ricalcata su velleitari modelli esotici, di costruire un nuovo rapporto attraverso e in funzione di una presenza più concreta nella dinamica politica e sociale del paese.

Una seria riflessione sullo stato e sugli obiettivi odierni della sinistra non può esimersi, a mio giudizio, da uno sforzo preventivo di chiarimento e di intesa sul valore stesso del termine “sinistra”. Non si tratta di trovare la formula che risolva un secolo e mezzo di dibattiti, di incomprensioni o di vere e proprie lotte: più semplicemente, vanno individuati punti di riferimento comuni che consentano di discutere e di lavorare assieme senza equivoci. Per questo motivo è necessario riprendere e ribadire concetti che possono apparire scontati e acquisiti: me ne scuso in anticipo, ma ritengo che ciò giovi alla chiarezza.

È scontato, ad esempio, che le grandi formazioni partitiche tradizionalmente legate alla classe lavoratrice non esauriscono oggi, come non hanno mai esaurito, il potenziale di prassi e di teorizzazione politica implicito nell’essere “a sinistra”. Addirittura, i partiti storici, in quanto coautori dell’attuale forma di dominio politico, sono entrati in simbiosi col sistema ed hanno finito per farsi garanti della sua sopravvivenza. E tuttavia, nell’ottica dell’esercizio di una opposizione concreta o alla ricerca di un’alternativa di potere a scadenze non troppo remote non si può prescindere dall’esistenza di queste forze e dalla necessità di instaurare con esse un rapporto non ambiguo e non puramente tattico. Ci si deve allora chiedere entro quali confini e su che basi può muoversi la ricerca di una intesa, ovvero, per arrivare ad una enunciazione meno sfumata del problema, quali tra queste forze sono recuperabili in un progetto di rifondazione della sinistra, e in che misura. Né meno urgenti sono un confronto ed una chiarificazione su questo piano con altre forme organizzate che percorrono vie diverse ed originali ai margini della sinistra storica, dal radicalismo all’Autonomia.

È anche scontato che la connotazione “di sinistra” non copre un’area ideologica omogenea e perfettamente definita nei suoi contorni. Ad un “pensiero di sinistra” sono grosso modo rivendicabili tutte le teorie socio-economiche esprimenti il rifiuto del modo di produzione capitalistico e del tipo di organizzazione sociale che ne consegue, e informate alla prospettiva di una società non classista (quest’ultima condizione costituendo la discriminante primaria nei confronti delle altre forme di anticapitalismo, cattolico o laico di destra, che ipotizzano invece un ordinamento societario gerarchizzato).

Dobbiamo tuttavia chiederci se rientrano in esso (e nel caso, in che misura) anche quelle posizioni che il rifiuto intendono in termini non fattivamente antagonistici, ma come difesa (movimenti ecologici) o addirittura come fuga ed estraniamento (dal fenomeno hippie ai periodici revivals orientalistici). In questo senso sarebbe opportuna, ad esempio, una riflessione meno superficiale sul movimento nordamericano degli anni sessanta e sui suoi esiti attuali, che sappia scorgervi la prefigurazione delle tendenze involutive della sinistra in uno stadio di avanzata realizzazione del modello sociale capitalistico (naturalmente, fatte le debite distinzioni…).

Niente affatto scontata, invece, e quindi tanto più necessaria, mi sembra la presa di coscienza nei confronti di alcune realtà sino ad oggi testardamente ignorate in nome di vecchi miti: primo tra tutte il processo di uniformazione che il capitale, nel suo aspetto totalizzante, ha innescato. Mi riferisco alla dissoluzione, sia pure per il momento limitata al piano formale e operante su scale diversificate, dei confini di classe rispetto alla nuova attività primaria, quella del consumo. È su questa base ormai che il capitale tende a perpetuare il suo dominio. Anche lo sfruttamento della forza-lavoro è destinato a passare in second’ordine, dal momento che il capitale comincia già a fare ricorso, per la soddisfazione delle sue esigenze produttive, all’alta tecnologia della robotizzazione e dell’automazione. Esso mira a sviluppare nei propri confronti un nuovo tipo di subordinazione, consensuale, incentivando un consumo opportunamente caricato di valenze indotte (prestigio sociale, “realizzazione”, liberazione ecc…). La devalorizzazione della forza-lavoro e il carattere antagonistico del consumo fanno emergere nell’ambito della classe lavoratrice atteggiamenti corporativistici che sono il primo passo verso la dissoluzione della classe in sé e verso una sorta di atomizzazione sociale.

A questo proposito va riesaminato criticamente, ad esempio, il ruolo dei sindacati, che barattando troppo spesso l’utile immediato, magari anche in termini di potere contrattuale, con l’assecondamento di queste tendenze, hanno funto da cinghie di trasmissione del nuovo meccanismo capitalistico. E va accettato il fatto che lo scontro non si dà più immediatamente tra le classi, ma tra il capitale autonomizzato, mirante ad una superiore razionalità distributivo-consumistica, e la coscienza che questa operazione, una volta permessa, è irreversibile: coscienza che non è più di classe, ma postula altre determinazioni, meno automatiche, dell’ “essere a sinistra”.

Un’ulteriore conferma di questa nuova realtà ci viene, se ce ne fosse bisogno, proprio in questi giorni da Torino: sono esempi clamorosi di scarsa combattività operaia e delle forme esasperate in cui la combattività residua è costretta a esprimersi nelle minoranze. Ma lo stravolgimento di significato degli strumenti tradizionali di lotta è un dato su cui da tempo si sarebbe dovuto riflettere maggiormente. Fino agli anni sessanta ogni sciopero costituiva un momento di aggregazione allargato a tutti gli altri spezzoni della classe operaia. La lotta tendeva con facilità a generalizzarsi, nelle componenti come negli obiettivi. Oggi non possiamo nasconderci che lo sciopero sortisce in realtà effetti disgreganti: ogni categoria si sente danneggiata, più che stimolata, dalla lotta delle altre: e proprio su questi presupposti riesce a passare un discorso sino a qualche tempo fa inconcepibile, come quello dell’autoregolamentazione. D’altro canto, gli stessi scioperi generali e nazionali non sono più un’espressione di lotta economica e sociale, ma vengono usati come strumento di dissuasione o di spinta nelle situazioni di stallo politico. da momento più alto della conflittualità spontanea essi sono diventati il paradigma della involuzione burocratica.

A volerli cogliere, comunque, gli indizi di questa perdita di fiato dell’opposizione tradizionale sono infiniti, non ultimo quello della resa della protesta giovanile, del suo incanalamento in direzione iperconsumistica (e in ciò il capitale ha potuto giovarsi anche della ingenua complicità di frange della nuova sinistra, Lotta Continua in testa), ecc…

Mi rendo conto che queste note circa ciò che la sinistra non è, o non è più, rimangono vaghe e possono dare luogo ad interpretazioni distorte. Esse tuttavia si pongono soltanto come spunti per il dibattito e confidano nella volontà e nella capacità di non fraintendere da parte di chi al dibattito stesso è interessato. Lo stesso vale per le brevi considerazioni su ciò che ritengo la sinistra dovrebbe essere.

Sinistra è innanzitutto un modo di pensare, di agire, di essere con se stessi e con gli altri. Una militanza quindi che non ha confini privati o politici, non nel senso che all’una dimensione vada sacrificato tutto il resto, né nell’ottica di un recupero a dimensione politica di qualsiasi forma d’espressione (per intenderci, non ha niente a che fare con la sinistra non solo il “bucarsi” ma anche il drogarsi intellettualmente con qualsivoglia forma di fanatismo intellettuale, sportivo, musicale, ecc…). Una militanza che non conosce riflussi, fondata sulla convinzione che il miglior modo di preparare la via alla società socialista sia quello di vivere già, nell’arco del possibile, i rapporti umani ipotizzabili in tale società.

In questo senso sinistra è quindi capirsi, in primo luogo farsi capire (e ciò dovrebbe valere tanto più in questo dibattito): un problema di linguaggio, anche nel senso più esteso, ma insisterei soprattutto nel senso più elementare del termine. Quella che si autodefinisce “cultura progressista” ha finito infatti per adottare un linguaggio esoterico e cifrato, e per creare emarginati di doppio tipo: da un lato chi parla, portato a privilegiare se stesso come interlocutore, a “sentirsi parlare” e quindi a perdere il contatto con chi ascolta: dall’altro quest’ultimo, che o reagisce passivamente, fingendo di capire ciò che non capisce (anche perché spesso non c’è niente da capire) o si volge a ciò che gli riesce più accessibile (mi riferisco soprattutto alle giovanissime generazioni, alle quali la scolarizzazione di massa non ha offerto molto sotto il profilo dell’arricchimento linguistico, e che si lasciano facilmente sedurre dalla semplicità del linguaggio televisivo –ma anche di quello concertistico, ecc…).

Il problema del linguaggio della sinistra va visto senza dubbio nel contesto più generale di una cultura ormai volta a funzioni prevalentemente decorative, all’interno della quale è già in fase avanzata il processo di omogeneizzazione. La verità è che dal punto di vista intellettuale è diventato difficile ormai distinguere una destra da una sinistra. Il caso dei “nuovi filosofi” e dell’uso indiscriminato che essi fanno di categorie un tempo esclusive dell’una o dell’altra parte ne è l’esempio più clamoroso. Quindi l’adozione generalizzata di forme espressive appunto esoteriche, proprie di una cultura elitaria, aristocratica, risponde ad una effettiva crisi di identità della cultura progressista. Essa troppo spesso soccombe alla propria mercificazione, degradandosi a prodotto di pronto consumo per il quale è più importante la confezione che non la sostanza (SPIRALI e compagnia). Anche in presenza di una maggiore serietà di intenti le cose cambiano poco. Riviste sul tipo di AUT AUT, che si candidano ad avanguardia culturale della sinistra, attuano in realtà un uso terroristico del linguaggio, impiegando veri e propri cifrari specialistici in relazione a concetti già di per sé tutt’altro che accessibili. In fondo, anche questo erigersi attorno una barriera linguistica è uno stratagemma per non confrontarsi con lo sfacelo delle idee.

Di fronte a questa babele, “sinistra” è quindi un’apertura ed una umiltà intellettuale che consenta di attingere criticamente a ciò che dalle più svariate direzioni può venire, e di usarlo senza preconcetti. Non si tratta di essere onnivori, ché in questa direzione il capitale ci dà comunque dei punti. Si tratta invece di raggiungere una maturità che ci consenta di aggirarci senza scudi ideologici, ma anche con una certa impermeabilità alle facili suggestioni, nel magma culturale odierno, e di trarne alimento. In questo senso si impone, ad esempio, il superamento di quella forma mentis determinata dalla chiusura degli sbocchi rivoluzionari in occidente e dalle delusioni relative all’URSS, che spingeva a cercare modelli e spunti nelle aree non ancora colonizzate dal capitale. Anche se a partire dal ‘68 essa ha subito un ridimensionamento, resta ancora vivo una sorta di rifiuto moralistico per tutto ciò che col capitale ha attinenza, ciò che impedisce di scorgere la possibilità di un uso alternativo dei prodotti (culturali o materiali) del capitale stesso.

Sinistra è infine un sacco di altre cose, più precise e più pregnanti probabilmente di queste accennate: esse troveranno spazio senza dubbio negli altri interventi. Su di una cosa soltanto credo di dover insistere e di dover chiedere un unanime consenso: sulla speranza che la sinistra non sia ancora morta, anche se il coma minaccia di diventare profondo.