L ’immagine d’apertura, che è quella utilizzata come sfondo per la copertina dell’edizione “magnum” di Fenomenologia dello spirito lermese, non riesce forse particolarmente accattivante, ma ha una storia: ed è questa storia a renderla significativa e a connetterla al titolo di quel volume. Provo dunque brevemente a raccontarla.
La cosa risale a una quindicina d’anni fa, proprio in questo periodo. A metà di una mattinata prenatalizia suona alla porta un rappresentante dell’azienda produttrice del Folletto, che balbetta timidamente di accordi presi con Mara per telefono e chiede di poter effettuare una dimostrazione della capacità aspirante del nuovo modello e della praticità delle sue applicazioni. Mara naturalmente se ne è del tutto dimenticata, per cui ci scusiamo e per non fargli perdere altro tempo lo informiamo di non avere in mente alcun acquisto: ma il tizio, un minuto signore di mezza età, privo delle più elementari doti di imbonitore ma animato da tanta voglia di fare, è così convinto della sua missione che non ce la sentiamo di deluderlo: gli consentiamo dunque di ripassare ogni angolo della casa e tutti i materassi. Quando termina è in un bagno di sudore, malgrado si sia in pieno inverno, e ci spiace davvero molto ribadirgli che non cambieremo i nostri piani di spesa. L’omino ripone mestamente tutto lo strumentario sfoderato, si schermisce quando lo invitiamo a pranzare con noi (nel frattempo è arrivato mezzogiorno), ma abbozza un sorriso e, quasi a prendersi una innocua rivincita, all’atto di uscire fa scorrere una pezzuola candida sul battente superiore della porta d’ingresso, ritraendola poi soddisfatto, per mostrarci come la polvere e l’untume si annidino nei punti più impensati. Con lo sporco – dice – non bisogna mai illudersi di avere tutto sotto controllo. Tiè.
Una volta congedato il poveruomo mi ritrovo in mano la pezzuola, prova fumante della nostra colpa: ma mentre sto per gettarla noto come l’impronta grigiastra che vi è stampata sopra disegni un’immagine misteriosa, molto delicata, che può essere letta in tanti modi: io ad esempio ci vedo un busto umano, Mara un ruscello gorgogliante tra le rocce. Stiro allora delicatamente la pezzuola, scovo una cornice vetrata di misura, scrivo con grafia appena decifrabile un nome (Roald Follett), una data e un titolo (Microaspirazioni 2004) sul cartoncino posteriore. Cinque minuti dopo la composizione fa la sua bella figura su un ripiano della libreria.
Caso vuole che la sera stessa siano ospiti a cena una coppia di amici impallati con l’arte, grandi frequentatori di mostre e di cataloghi, sempre molto attenti ad ogni piccola novità, ai quadri, ai disegni, alle statuine, insomma alle cianfrusaglie che ci divertiamo ad alternare sulle pareti o sui ripiani. Il caso in verità c’entra solo fino ad un certo punto, perché il resto lo creo io, avendo in mente proprio la loro visita.
Gli amici trovano dunque una casa tirata a lucido come mai prima, e in attesa di sedere a tavola cominciano come di consueto a guardarsi attorno. Non mi sono sbagliato. Il quadretto fa immediatamente colpo. Dove l’hai scovato, quando, quanto l’hai pagato. Non ricordo ora cosa posso aver raccontato, probabilmente sono riuscito a tenermi molto sul vago: sta di fatto che i due a fine serata se ne vanno riconfermati della mia capacità di scovare le cose più strane e interessanti. Tanto che torneranno alla carica, in seguito, più volte, per avere maggiori informazioni: fino a quando sventatamente Mara rivelerà alla moglie l’arcano.
Ho quasi perso un amico, ma ho avuto la riprova, una volta di più, che è assurdo oggi parlare di arte. Non esiste in realtà un’arte contemporanea. Esiste qualcosa che al pari di tutto il resto, dalla finanza alla politica, e persino allo sport e all’amicizia, rientra in una enorme bolla virtuale, nella quale l’unico criterio vigente è la legge del mercato. Non che avessi bisogno di conferme: in quell’occasione semplicemente mi ha divertito constatare quanto sia facile montare una farsa “artistica”. Ma è proprio questo il problema. Certo, l’amico è un ingenuo, sia pure in buona fede, perché crede nella funzione provocatoria dell’arte (e in quella distributiva del mercato): ma ho visto lunghe file di ingenui come lui soffermarsi pensierosi davanti alle pietre strappate al greto del Piota da mio fratello (vedi Pietre. Arte per fede, non per opere), e, se vogliamo “volare più alto”, intere scolaresche indottrinate da volenterosi insegnanti al cospetto delle “merde d’artista” di Pietro Manzoni. La mia pezzuola sporca potrebbe benissimo essere esposta nel Museo del Novecento accanto a quelle, 0 magari in uno speciale spazio dedicato all’Arte Preterintenzionale, col titolo: Tracce del tempo. Probabilmente incontrerebbe un gradimento maggiore. Se poi qualcuno spiegasse che quelle macchie sono tutto ciò che rimane del trascorrere delle stagioni , delle illusioni degli uomini, della tracotanza tecnologica, beh, allora saremmo al capolavoro assoluto.
Mi rendo conto che rischio di ricascare in argomenti usati a suo tempo da Hitler o da Kruscev per demonizzare le avanguardie: spero però si capisca che sto facendo un ragionamento diverso. Qui non è più un problema di avanguardie, che per antonomasia sono quelle che si mettono a rischio: a rischio oggi non c’è nessuno, se non il buon senso. E nessuno si scandalizza, e se scandalo c’è fa aggio, viene immediatamente monetizzato. Per favore, non raccontiamoci ancora che queste cose hanno un valore di rottura, di denuncia, che creano consapevolezza e inducono a riflettere: l’unico valore che hanno è quello attribuito loro dai galleristi e da tutta la fauna di critici e mezzani che ci campano sopra, gli uni e gli altri tutt’altro che ingenui, ma talmente coinvolti nel raccontarsela a vicenda da finire spesso col crederci davvero. Chiarito questo, poi, non è che si possa fare a meno dell’arte: ma forse il problema sta nell’uso dei termini. Anche ammettendo che non esista un canone universale (e già qui non sarei d’accordo), che tutte le manifestazioni della cultura umana siano soggette ad evoluzione e a a trasformazione, un qualche confine, un qualche parametro occorre ipotizzarlo, se si vuole che l’etichetta abbia ancora un senso. Oppure si stacca l’etichetta, e amen.
Voglio dire che il gesto artistico davvero innovatore, e coraggioso, dovrebbe essere proprio la “ridefinizione” di quell’ambito che un tempo si chiamava Arte: il che non significa, come sta accadendo, aprire i cancelli per lasciar entrare tutto, ma al contrario, chiudere i cancelli e tener fuori tutto quello che dichiaratamente persegue la “destrutturazione” dell’arte. Chiedo solo un po’ di coraggio e di onestà: se vuoi destrutturare l’arte, liberissimo di farlo, ma non mi esibire poi il certificato di cittadinanza artistica per vendere le macerie.
Questo primo passo è necessario, anche se non sufficiente: fuori gli imboscati. Il secondo è più complesso: bisogna decidere se non sarebbe il caso di coniare una terminologia nuova per una fenomenologia dello spirito umano (leggi: rifiuto delle competenze) totalmente inedita. Ma non è certo un problema mio.
A me resta solo da spiegare come mai ho scelto proprio quell’ immagine. È semplicissimo: quell’immagine non ha alcun valore “artistico”, ma la sua storia testimonia perfettamente come si manifesti lo spirito lermese. Che ama l’ordine, ma è capace anche di sdrammatizzare la persistenza di qualche angolo un po’ meno pulito: anzi, di incorniciarlo e di sorriderne.
P.S. Per la cronaca: il quadretto lo possiedo ancora, da allora è rimasto esposto sullo scaffale. E si fa sempre più interessante, perché è un’opera in divenire, che manifesta una tendenza entropica. Dopo tutti questi anni la polvere appiccicata alla tela ha preso a staccarsi e a depositarsi verso il fondo, e l’immagine risulta mano a mano più sbiadita. Funziona come il ritratto di Dorian Gray: col tempo l’immagine tende a svanire, e mi ricorda che è quanto sta accadendo anche a me.
Forse me ne sono accorto troppo tardi. Forse avevo in casa una vera opera d’arte.
catalogo della mostra di scultura del gruppo “Artisti per fede” che si svolse presso la Loggia di San Sebastiano ad Ovada il 16 e 17 agosto 1997 fotografie e immagine di copertina di Enzo Capello
Dalle epoche più remote sino ad oggi, la scultura ha agito sul mondo materiale con un atteggiamento predatorio e mutilante. L’uomo, nella sua costante tensione a farsi Dio, ha ritenuto di poter intervenire liberamente sulla natura per modificarne forme e dimensioni e per attribuire ad essa dei propri significati. Il suo agire è stato un incessante tentativo di sostituire alla simbolizzazione naturale un mondo di segni e di messaggi che, trascendendo la materia, avrebbe dovuto fondare una rete di significati finalizzati alla celebrazione della sua ascesa e distacco dal mondo materiale. Tutto ciò ha determinato sia un profondo squilibrio nella originaria perfezione artistica della natura sia una pericolosa illusione creativa nell’uomo, che, man mano, si è risolta in un’avvilente deriva consumistica.
Ma che significato artistico possono avere grandi opere di pietra o di altro materiale inserite in un contesto umano che è la negazione della purezza estetica? Come è possibile ritenere arte la seriazione di un prodotto di laboratorio? E che dire dell’evento plastico che coinvolge strutture che l’uomo ha costruito per la sua sopravvivenza? Lo straordinario vitalismo del concetto umano dell’arte non corrisponde affatto all’espressione artistica intesa come comunione intima tra uomo e materia, in cui l’uno e l’altra subiscono un influsso magico che ne modifica irresistibilmente sia la presenza sostanziale che i significati riposti. Pertanto, pensare alla scultura oggi non può che essere un atto di contrizione nei confronti del cammino compiuto dall’uomo in nome dell’arte, nel quale hanno prevalso a più riprese ragioni diversamente soggettive, incapaci di cogliere l’oggettività artistica del reale materiale. La rinuncia a questo tipo di atteggiamento è il primo passo per intraprendere un percorso inverso in cui sia la materia ad imporsi finalmente all’uomo.
Arte per fede, non per opere
Il concetto dell’arte per fede deriva dalla convinzione che soltanto nella purezza dell’intuizione trascendentale possa svilupparsi il meccanismo della produzione artistica. Per produzione qui non si intende assolutamente una attività di manipolazione, ma la visione profetica che l’artista deve avere di un oggetto affinché esso assuma significato artistico. Ciò non deve però confondersi con un qualsiasi atteggiamento soggettivistico in quanto l’intuizione non nasce dentro il mondo di fantasmi della mente umana, ma è una lacerazione di quel velo di Maia che ricopre l’in-sé delle cose e lo difende dalla banalità dell’esistenza. Solo un individuo che si liberi di ogni sovrastruttura culturale e mondana può essere in grado di operare questo strappo e di riconoscere oggettivamente quei segni che la natura imprime sulle cose per distinguerle e per significarle. L’atteggiamento ideale dell’artista per fede è quello dell’asceta salmodiante che cerca la sua illuminazione arrancando su per torrenti e montagne e non si aspetta assolutamente niente perché sa che l’intuizione artistica è un bene oggettivo che ti coglie e non si fa cogliere. È importante che uno sia preparato a ricevere come in una sorta di unzione questo momento speciale, che lo astrae dal resto degli uomini e gli consente di dialogare con un mondo materiale che ha le sue leggi e le sue geometrie. Nel suo percorso l’artista per fede incontrerà sia simboli isolati sia luoghi sacri per l’abbondanza di questi simboli, che dovrà saper riconoscere in silenzio e rispettare come se fosse di fronte ad una rivelazione.
L’arte per fede non è comunicabile, tanto meno insegnabile, perché non esiste alcuna tecnica umana che possa cogliere l’assoluto della bellezza naturale così come questa intuizione spirituale. L’arte per fede è macerazione, e il godimento estetico dell’oggetto materiale presuppone anche un rapporto fisico con esso che deve inevitabilmente gravare sulle spalle e sulle braccia dell’artista, il quale non si stancherà mai di portare e riportare l’oggetto artistico come se fosse la croce di una solenne processione.
Ma perché dunque una mostra di pietre scaturita dall’arte per fede? Se quest’arte è godibile pienamente soltanto nel contesto della natura, perché dunque sottrarla ed esporla in un contesto umanizzato e addirittura predisposto all’evento? L’arte per fede non è una concezione d’arte parcellizzata, legata soltanto ad un’espressione artistica in senso stretto. Essa è una vera e propria interpretazione del mondo, un modo di ristabilire il rapporto tra uomo e natura che la civilizzazione moderna ha completamente dimenticato. Proporre oggetti artistici individuati per fede è dunque un tentativo di far riflettere l’uomo sulla sua presunzione manipolatoria e macchinistica e di riavvicinarlo ad un approccio silente e religioso con il creato. Il rito di ricollocazione esatta nei luoghi di asportazione degli oggetti artistici individuati per fede è un gesto profondamente religioso che sancisce inequivocabilmente il carattere effimero dell’arte per l’arte e la grandiosità panica dell’arte per fede.
Giuseppe Schepis, Antonio Cammarota e Gianni Repetto
Dell’assoluto valore dell’opera e della relatività dell’artista
L’opera, imperitura testimonianza di una realtà superiore, ha un valore che prescinde dall’identità di colui che, in veste di artista, è in realtà solo un tramite fra l’assoluto e il mondo umano. L’artista dà voce, è strumento di comunicazione passivo, caduco, corruttibile. Solo la realtà materiale frutto della creazione divina possiede il dono dell’oggettività imperitura, capace di sfidare gli strali del tempo, eterna e luminosa.
Il Tao degli “Artisti per Fede” è specchio di questa verità disvelatrice. Le opere, con la loro greve presenza, sono capaci di squarciare il Velo di Maia che ci separa dall’illuminazione.
Perché “Pietre”
Il gruppo “Artisti per Fede” ha rivolto il suo sguardo illuminato alle pietre perché ritiene che in esse sia contenuto il significato più profondo della purezza della materia. La pietra, elemento fondante della nostra esistenza materiale, è anche esattamente l’opposto, cioè l’oggetto che può esprimere il più alto senso di spiritualità tra tutti quelli che ci circondano. La durezza, l’acutezza, la levigatezza della pietra corrispondono ai connotati spirituali dell’animo ascetico che, come pietra, urta contro tutte le presenze molli della vita materiale. La pietra ha accompagnato l’uomo nella sua storia, ed egli ha un debito nei suoi confronti enorme, non tanto per i diversi usi che ne ha fatto, ma perché raramente ha saputo cogliere il messaggio di perfezione spirituale e artistica che essa aveva innato. La pietra è stata il primo oggetto materiale che l’uomo ha cercato di manipolare e, nonostante comprendesse il tragico destino a cui egli l’avrebbe condannata, ha accettato silenziosamente di svolgere questo ruolo servile, aspettando con pazienza il momento in cui l’uomo nuovo fosse stato in grado di ristabilire con essa il giusto contatto di reciproca rigenerazione. La pietra è ciò che infonde forza all’uomo solo e gli consente di contare su un simbolo sicuro perché scevro di mutazioni relativistiche: la pietra è pietra, non vuole essere alto o apparire diversa da quello che è; è’ certezza fisica e metafisica, l’unica che ci assorba completamente; la pietra è dolce e tenera, aspra e acuminata, ma non tradisce mai, perché è sempre se stessa.
Un percorso di pietre è una via verso un nuovo senso della natura che sconfigga la dimensione servile in cui l’umanità l’ha costretta nei secoli: l’animale, addomesticabile, è stato considerato l’elemento naturale a noi più vicino; la pietra invece, spesso mortale e catastrofica, l’elemento più lontano. Eppure la pietra è forse l’unico elemento in natura che riesce a corrispondere spiritualmente al nostro desiderio di assoluto. Essa è eterna, ed è la sola che può dare all’uomo il senso dell’immortalità. Chi seguirà, vivendolo misticamente ed artisticamente, questo percorso di pietre, forse riuscirà a cogliere un lembo di tutto questo.
Chi sono gli “Artisti per Fede”
Antonio Cammarota
Nato a Salerno nel 1967, risiede ad Ovada da lungo tempo. Ha compiuto studi tecnici presso l’ormai ex I.T.I.S. “A.Volta”. Nel 1993 si è laureato in Storia presso l’Università di Genova, dove ha approfondito, tra l’altro, gli studi sull’arte orientale (in particolare cinese e khmer). Socio fondatore del Centro Ligure di Studi Orientali ha contribuito all’organizzazione di numerose mostre sull’arte asiatica. Nel 1995 ha fondato, insieme ad alcuni amici, un gruppo di mistici erranti, cercatori unici della “pietra perfetta”. Da quel momento, durante stancanti escursioni artistiche, si è trovato più volte di fronte a vere e proprie opere d’arte, d’arte per fede. La formulazione, insieme ad altri, di questa nuova teoria estetica e di questo rivoluzionario metodo di “produzione” artistica lo colloca all’interno di un attualissimo movimento di rivitalizzazione (o di definitiva sepoltura) dell’arte.
Gianni Repetto
Nato a Lerma nel 1952, risiede a Vecchiano, Pisa. Si è laureato in filosofia presso l’Università di Genova nel 1976 e attualmente è insegnante di materie letterarie nelle scuole medie della provincia di Lucca. È autore di “Careghé”, libro “cult” della civiltà dei becelli, edito da Guaraldi nel 1996. Si occupa di teatro nella scuola ed è profondo conoscitore e fine interprete del teatro kabuki. È redattore della rivista underground “Sottotiro Review”. È il teorico di punta dell’Arte per Fede, da lui praticata fin dall’infanzia, ed è facile incontrarlo lungo i torrenti del nostro appennino intento a contemplare opere d’arte (per Fede) in religioso silenzio. La prima esperienza espositiva, una personale, risale al 1989 quando espose alla “F.Engels Halle” di Lipsia, nell’allora D.D.R.
Giuseppe Schepis
Nato a Genova nel 1968, risiede a Molare. Si è laureato in ingegneria presso l’Università di Genova nel 1996 e attualmente collabora con l’Università di Genova in attività di ricerca. Protagonista della vita politica extraparlamentare genovese, ha militato nel gruppo trotzkista “Tutti Uguali!” ed è stato redattore della rivista “La Scintilla” del circolo portuali di Caricamento. Ultimamente ha assunto posizioni di stampo anarco-ambientalista ed è approdato ai “Viandanti delle Nebbie”. È redattore della rivista underground “Sottotiro Review”. Dopo anni di pesante ostracismo nei confronti di ogni forma d’arte, ha improvvisamente scoperto per illuminazione l’Arte per Fede. Ciò ha determinato in lui una rivoluzione interiore che lo ha portato a vagabondare per picchi e per valli alla ricerca dell’oggetto artistico naturale, inteso come una vera e propria benedizione spirituale. Ha così raggiunto quella serenità che il suo spirito inquieto andava forse cercando da tanti anni. Ha una consolidata posizione nel mondo dell’arte maturata in svariate esperienze espositive. La sua prima mostra, risalente al 1995, si è tenuta presso il circolo anarchico “Buenaventura Durruti” di Barcellona.
Opere esposte
Gianni Repetto Interruzione d’Amore
Provenienza: Piota, località Palazzo
Nel pieno dell’amore, all’improvviso l’anima mi è volata via e ho sentito un grande vuoto dentro. E allora non sono più riuscito ad amare, e ogni gesto e ogni contatto è diventato una tortura. Come farò a estirpare la radice del mio tormento?
Antonio Cammarota Parete d’Onda
Provenienza: Piota, località Isola
Un’onda gigantesca incide la parete, imprime il suo marchio salato sulla pietra silente. Gli elementi si mescolano. Riflessi di verde. Come sono piccoli gli esseri umani …
Giuseppe Schepis Urla del Silenzio
Provenienza: Piota, località Guado di Fanàn
Il dolore ancestrale, il corpo contorto e spezzato, eterna tortura propria dell’esistere.
Antonio Cammarota Montagne Cinesi
Provenienza: Piota, località Rocche nere
Possente viluppo di piani che sembrano generarsi l’un l’altro sino all’orizzonte. Nebbie nascondono la roccia. Il Tao, afflato vitale, principio e fine, risuona in essa in eterno.
Gianni Repetto Foemina
Provenienza: Piota, località Testanera
Sospiro, di fronte al tuo corpo sospiro. Mi palpita il cuore, e il sangue si scalda, ribolle. Comincio a sudare, mi affanno, ho voglia di prenderti e morderti. È duro il mio sesso…
——————– Quando ti vedo così tenera, ho quasi paura di sfiorare la tua pelle come se temessi di sciuparti. E allora vorrei soffiarti addosso la dolcezza che m’ispiri, ma così, senza mai toccarti. Credo che se abbiamo un’anima, la tua sia perfettamente identica al tuo corpo.
Antonio Cammarota Demone
Provenienza: Piota, località Torroni
L’anima si increspa su cime aguzze come fondi di bottiglia, e lassù, in alto, la vera cima, irraggiungibile. Spruzzi di roccia rumoreggiano là in fondo. Qualcuno li ascolterà?
Giuseppe Schepis Esperienza
Provenienza: Piota, località Testanera
Ferite profonde, scalfitture infinite che rimodellano il corpo, che distorcono la mente.
Solo chi è pietra conserva la sua originale struttura.
Gianni Repetto Pellegrino d’Oriente
Provenienza: Piota, località Palazzo
Nero di vesti e di avventure, attraversa in silenzio il nostro tempo. Lascia messaggi per i compagni, dice che verranno numerosi. Nell’ultimo c’è scritto di una pietra che sarebbe l’anima del mondo. Lui sa dov’è, ma ha paura di non vivere abbastanza per trovarla.
Antonio Cammarota Vipere
Provenienza: Piota, località Villaggio Primavera
Rettili pietrosi strisciano immobili sul greto del torrente ormai asciutto. Nessuna roccia è sicura. Lei attende, digiuna e forse pensa.
Giuseppe Schepis Cuore di Tenebra
Provenienza: Piota, località Galleria De Ferrari-Galliera
“Il mare aperto era sbarrato da un nero banco di nubi, e la tranquilla via navigabile che conduceva agli estremi confini della terra scorreva cupa sotto un cielo coperto – sembrava portare verso il cuore di una tenebra immensa.” J. Conrad
Gianni Repetto Spirale
Provenienza: Piota, località Guado di Fanàn
Si muove sinuosa, s’avvolge, si snoda, si libera infine. Ha un centro la pietra, un cuore da cui parte un destino.
Si svolge a fatica, un solco nel tempo le segna la via, s’insinua, s’occulta. Ha un centro la pietra, un sole che irradia sul mondo.
Riemerge, riprende la corsa, s’infiamma, scintilla, sudata di polvere avanza. Ha un centro la pietra, un cerchio che sfugge il suo tondo.
Antonio Cammarota Ziggurat
Provenienza: Piota, località Fai
“Davanti, non vedo l’uomo che è passato. Non vedo, dietro, l’uomo che deve passare. Pensando al cielo – terra infinito, solo e amaro, mi sciolgo in lacrime”.
Anonimo Cinese (VII secolo)
Giuseppe Schepis Segni nel tempo
Provenienza: Piota, località Testanera
Linee che provengono dal passato, tracce da seguire per ritrovare il giusto cammino, per non perdere se stessi.
Gianni Repetto Buddhino
Provenienza: Piota, località Isola
Il segreto sta tutto nel tondo della sua forma. La rotondità è un bene che spesso rimane segreto.
Antonio Cammarota Bagatelle
Provenienza: Piota, località Fai
“Dopo anni quando ci ripensi capita che vorremmo proprio acchiapparle le parole che ha detto certa gente e la gente stessa per chiedergli quello che hanno voluto dirci… Ma se ne sono proprio andati!… Bisogna allora continuare la strada da soli, nella notte… Siamo sempre in ritardo fin dal primo istante.” L. F. Céline
Giuseppe Schepis Meteorite
Provenienza: Piota, località Isoletta
Venuto a violare la femminea Terra. Portatore di vita, foriero di sventura. Cadi, fremi attraverso l’atmosfera sino all’impatto.
Gianni Repetto Testa di Guerriero Abissino
Provenienza: Piota, località Piotta
Che dire di una testa dai capelli crespi e luccicanti come punte di lancia? E di occhi sottili ed aguzzi come steli di freccia? E di una bocca fine ed affilata come la lama di un pugnale? La testa di un Guerriero Abissino.
Antonio Cammarota Lovencraft
Provenienza: Piota, località Faldi
Vuote e stanche membra riposano.
Spento l’inganno, asciutto il rivolo.
Crudeltà e dolcezza incrociano gli sguardi.
Solitudine.
Giuseppe Schepis Figure
Provenienza: Piota, località Torroni
Linee dolci, figure femminili apportatrici di sensualità. Solo con il capo sul vostro grembo trovo la pace; solo con il corpo sul vostro corpo ritrovo me stesso; solo così tace lo spirito guerriero ch’entro mi rugge.
Gianni Repetto Cisti
Provenienza: Piota, località Cirimilla
S’annida e s’attacca, e poi paziente aspetta. Sa come muoversi la parassita. Pian piano s’allarga, consuma anche pareti di pietra. Un varco le basta. C’è tempo per dilagare.
Antonio Cammarota Ala spezzata d’angelo
Provenienza: Piota, località Faldi
Sconce immagini alle pareti.
Quadri polverosi e foto d’epoca.
Baffi virili d’uomini impettiti, lunghe gonne sensuali.
Una vita in bianco e nero.
Vecchie ali spezzate.
Giuseppe Schepis Moai
Provenienza: Piota, località Boscobello
Grida da un mondo scomparso, parole di trachite. Estremo tentativo di sopravvivere al tempo.
Gianni Repetto Cavallino arrò – arrò
Provenienza: Piota, località Rocca
– Dondola, cavallino, dondola. Portami per deserti e praterie, fammi vivere tante avventure. E non smettere mai di galoppare, perché senza di te il tempo mi fa paura. Dondola, cavallino, dondola, e sarai per sempre il mio cavallino.
– Dondolo, bambino, dondolo. Ti porterò in praterie lontane, dove non è mai arrivato nessun altro. Non smetterò mai di galoppare, perché fermarmi mi fa paura. Dondolo, bambino, dondolo, sarai per sempre il mio cavaliere?
Antonio Cammarota Sanguineti
Provenienza: Piota, località Testanera
Profilo di poeta.
Giuseppe Schepis Bifronte
Provenienza: Piota, località Cirimilla
Sdoppiamento di personalità. Mescolanza di nature diverse, nascoste da un unico viso.
Gianni Repetto Domus aurea
Provenienza: Piota, località Isoletta
Che luccica sparso sul mondo?
Un fuoco di vita, che accende una storia di storie. Una luce di fronte alle tenebre.
Che luccica sparso nel cielo?
Un messaggio d’amore, che brucia dagli inizi del tempo. Si congeda ogni tanto, sono migliaia gli anni, e saluta con un ultimo lampo.
Che luccica sparso sul sasso? Una pagliuzza sottile, preziosa, che rispecchia le ansie del mondo. Se la stacchi diventa febbrile e la condanni all’alterità.
Antonio Cammarota Strati di cuore
Provenienza: Piota, località Boscobello
E il tempo porta via strati di cuore.
Ogni particolare sfugge. I ricordi stessi volano lontano.
Si resta nudi, bianchi, piccoli.
Come cipolle sbucciate da un Dio malvagio.
Giuseppe Schepis Stella d’argento
Provenienza: Piota, località Brosio
Nell’oscurità, ad un passo dall’oblio, minuscola scintilla di speranza. Perché il regno della tenebra non trionfi.
Gianni Repetto Straniera (contrasto)
Provenienza: Val Gesso, località Valdieri
Le pustole vaiolose della tua faccia mi fanno schifo. Sei venuta per contaminarci, per spargere il morbo della tua miseria. Non lascerò che tu prenda le mie cose e la mia gente, farò di tutto per schiacciarti.
——————– I fiori della tua cultura millenaria sono la mia consolazione. Sei venuta a deliziarmi, a spargere la bellezza della tua poesia. Ti offrirò volentieri la mia casa e i miei figli, nessuno oserà scacciarti.
Gianni Repetto Rapacità
Provenienza: Piota, località Piotta
Vola in tondo, l’occhio aguzzo le luccica. Vede un agnello e s’avventa. Non pensa al lamento della madre e alla sua innocenza, pensa soltanto alla sua carne. E lo becca subito negli occhi e gli dilania il ventre, perché non sopporta di sentirlo gridare. Anche per lei la fame è più forte del cuore…