Nella fiera del mugugno (peraltro interrotta da Paolo con il bel racconto su Piaggia (L’ombra più sottile), grande italiano, viaggiatore onesto e coraggioso) mi inserisco anch’io, perché oggi sono passato davanti alla principale edicola della mia città (Acqui Terme), e l’ho trovata chiusa, con cartello “vendesi”. Allora sono andato all’edicola vicino alle Poste: chiusa anche quella. Non parliamo di quella di via Alessandria, dopo la stazione, ormai chiusa da un pezzo e quasi abbandonata. Erano tutti casotti, come li chiamo io, pieni zeppi di riviste e musica e altre cose ancora, ci sono cresciuto intorno, soprattutto perché erano un punto di incontro per fare quattro chiacchiere e comprare il mensile più gradito. Il forte calo delle vendite, il mancato ricambio generazionale per un’occupazione che non remunera più quanto dovrebbe, il web, i social e la tecnologia elettronica hanno decretato la fine di questi amatissimi, almeno per me, vecchi chioschi.
Non avevo però calcolato che la crisi coinvolge anche il libro, sebbene in Italia non sia ancora un fenomeno così importante. L’ho scoperto perché seguo il blog di un fotografo (non professionista), Maurizio “Mau” Vagnozzi, che da 50 anni gira l’Estremo Oriente per curare gli interessi commerciali della ditta per cui lavora. Il sito è basato sulla fotografia (soprattutto la street photography) ma le riflessioni che accompagnano le foto sono spesso vicine al mio pensiero e di agevole lettura; inoltre affrontano argomenti che riguardano paesi che non ho mai visitato o, se ci sono stato per lavoro, è stato un mordi e fuggi, e che quindi mi incuriosiscono.
Il blog si chiama http://www.vitavissuta.com/ed è in inglese. Ora vi ricopio uno degli ultimi articoli sulla crisi del libro usato (o della lettura in forma analogica) che Vagnozzi ha scoperto a Busan pochi giorni fa. Se andate sul sito, vedrete anche delle belle foto. L’articolo si intitola: Books, but no reader. Ovviamente se il testo si accompagna alle foto rende di più: ma per semplificare ai non poliglotti allego la mia traduzione dall’inglese.
“In questo piccolo negozio devono esserci decine di migliaia di libri. Si arrampicano lungo le pareti, riempiono stretti corridoi e si ergono in torri precarie dal pavimento. Letteratura, filosofia, storia, vecchi manuali scolastici e romanzi dimenticati si contendono ogni centimetro disponibile. È uno straordinario accumulo di sapere umano, compresso in pochi metri quadrati. Eppure, ciò che più mi colpisce non è il numero di volumi, quanto piuttosto l’assenza quasi totale di clienti. Passeggiando per la via dei libri di Bosu-dong, uno dei quartieri storici più caratteristici di Busan, incontro un negozio dopo l’altro stracolmo di volumi stampati, mentre i librai se ne stanno seduti in silenzio dietro i banconi, circondati da una merce che sembra suscitare più curiosità che un reale interesse all’acquisto.
La storia di questo vicolo rende la scena particolarmente toccante. Il commercio librario a Bosu-dong nacque durante la guerra di Corea, quando Busan divenne la capitale provvisoria della Corea del Sud e un rifugio per chi fuggiva dal conflitto. Qui si scambiavano libri di testo usati e altre pubblicazioni, offrendo a studenti e famiglie sfollati l’accesso all’istruzione in un’epoca in cui i libri erano beni preziosi. In un Paese devastato che cercava di ricostruirsi, il sapere rappresentava un’opportunità, e possedere un libro poteva costituire un investimento per un futuro migliore.
Nei decenni successivi, il vicolo si è trasformato in un importante polo per i libri di seconda mano, rispecchiando lo straordinario impegno della Corea del Sud verso l’istruzione e il progresso intellettuale. Oggi i negozi sono ancora lì, con gli scaffali che traboccano, ma l’atmosfera suggerisce che il rapporto tra i libri e la società sia profondamente mutato.
Parte di questa trasformazione è facile da spiegare. L’avvento del Kindle di Amazon e di altri lettori elettronici ha radicalmente cambiato le dinamiche economiche e la fruibilità della lettura. Un dispositivo che pesa poche centinaia di grammi può contenere migliaia di titoli, acquistabili all’istante e spesso a prezzi inferiori rispetto alle controparti cartacee. In Corea del Sud, dove la tecnologia digitale è profondamente radicata nella vita quotidiana, gli smartphone e le piattaforme di lettura online hanno ulteriormente accelerato questo passaggio. Le librerie tradizionali si trovano ora a competere non solo con i grandi rivenditori online, ma anche con un sistema del tutto nuovo di distribuzione e consumo dei contenuti scritti. Eppure, ho il sospetto che ciò a cui assisto a Bosu-dong rifletta qualcosa di più significativo della semplice sostituzione della carta con gli schermi elettronici. La vera competizione non è più tra un libro fisico e un Kindle, bensì tra la lettura prolungata e le modalità sempre più frammentate in cui consumiamo informazioni. Piattaforme di social media come TikTok, Instagram e YouTube hanno trasformato il nostro rapporto con il tempo e l’attenzione. Il loro straordinario successo si basa, in parte, sulla capacità di offrire una successione continua di esperienze brevi e immediatamente gratificanti, selezionate con cura da algoritmi progettati per mantenerci coinvolti. Un libro, al contrario, richiede un impegno intellettuale diverso. Esige concentrazione, pazienza e la disponibilità a seguire un ragionamento o una narrazione ben oltre i primi minuti. Leggere un saggio impegnativo o un romanzo comporta l’accettazione della complessità, la possibilità di tornare su passaggi precedenti e la capacità di lasciare che le idee si sviluppino gradualmente. Nessuna di queste caratteristiche si inserisce agevolmente nell’economia della gratificazione istantanea.
Ciò non significa che la tecnologia digitale ci renda necessariamente meno intelligenti, né che le generazioni più giovani abbiano abbandonato la curiosità intellettuale. Al contrario, l’accesso alle informazioni non è mai stato così diffuso e le piattaforme digitali hanno creato straordinarie opportunità di apprendimento. Chiunque possieda uno smartphone può esplorare argomenti che, per le generazioni precedenti, erano accessibili solo attraverso libri costosi o biblioteche specializzate. Esiste però una distinzione importante tra l’avere accesso alle informazioni e lo sviluppare una comprensione più profonda delle stesse. La costante disponibilità di spiegazioni, riassunti e brevi video può dare l’impressione che il sapere si possa acquisire quasi istantaneamente, senza quel costante impegno che tradizionalmente si associa alla lettura. Finiamo per conoscere un po’ di tutto su una quantità enorme di temi, dedicando forse meno tempo ad approfondirne a fondo anche solo uno.
Trovo questo aspetto particolarmente interessante in Corea del Sud, un Paese il cui straordinario sviluppo economico si è basato, in larga misura, sull’istruzione, sulla disciplina e sull’accumulo di conoscenza. La stessa società che un tempo considerava i libri di testo strumenti essenziali per la mobilità sociale è oggi tra le più connesse tecnologicamente al mondo. Non c’è contraddizione in questa evoluzione, ma c’è una certa ironia nel vedere migliaia di libri coprirsi di polvere in una città dove quasi tutti portano con sé, a portata di mano, un’immensa biblioteca digitale. La domanda è se tale accessibilità si traduca in una maggiore lettura, o se i libri stiano gradualmente cedendo il passo ad altre forme di intrattenimento e informazione.
Mentre continuo a fotografare i negozi, rimango sempre più affascinato dalla presenza fisica dei libri stessi. Ogni volume rappresenta lo sforzo di qualcuno nel dare ordine all’esperienza, studiare un argomento, costruire un ragionamento o immaginare un mondo diverso. Alcuni hanno richiesto anni di lavoro; altri contengono idee che sono sopravvissute per secoli. Nel loro insieme, costituiscono uno straordinario archivio della curiosità umana. Il loro valore non risiede semplicemente nelle informazioni che contengono – gran parte delle quali oggi è reperibile altrove – bensì nel percorso intellettuale a cui invitano il lettore. Un libro permette all’autore di sviluppare un pensiero senza dover competere per l’attenzione altrui ogni pochi secondi. Offre al lettore l’opportunità di addentrarsi nel ragionamento di un’altra persona e di soffermarvisi abbastanza a lungo da poter mettere in discussione, dissentire o comprendere. Certo, una visita tranquilla a Bosu-dong non basta a dimostrare che la gente legga meno; l’assenza di clienti in una libreria tradizionale non implica necessariamente la scomparsa dei lettori. I libri possono essere acquistati online, presi in prestito in formato digitale o fruiti attraverso modalità che non lasciano alcuna traccia visibile in queste stradine. Eppure, lo scenario appare emblematico di una trasformazione culturale più ampia, che va ben oltre i confini della Corea del Sud. Viviamo in un’epoca caratterizzata da un accesso alla conoscenza senza precedenti, ma anche in un tempo in cui la nostra attenzione è diventata una risorsa preziosa, costantemente contesa da piattaforme il cui modello di business si fonda sul tenerci in continuo movimento, da un contenuto all’altro.
Lasciando Bosu-dong, mi ritrovo a riflettere non tanto sul futuro dei libri cartacei, quanto sul futuro della lettura in sé. La carta potrebbe finire per diventare una scelta di nicchia, proprio come i dischi in vinile sono sopravvissuti all’avvento della musica digitale. Non sarebbe affatto una tragedia. Ciò che avrebbe conseguenze ben più gravi è la progressiva erosione della nostra disponibilità a confrontarci con idee complesse, argomentazioni articolate e narrazioni elaborate, a prescindere dal supporto attraverso cui ci vengono proposte. La capacità di leggere in modo profondo non è una semplice abitudine culturale; è una componente essenziale del pensiero critico, che ci permette di resistere alle semplificazioni e all’immediatezza emotiva che dominano sempre più il dibattito pubblico.
Di nuovo nel vicolo, i librai continuano ad attendere tra i loro straordinari assortimenti. Fuori, Busan scorre al suo ritmo abituale, con le persone che si muovono per le strade tenendo lo sguardo fisso sullo smartphone. Il contrasto è quasi fin troppo evidente, eppure difficile da ignorare. All’interno di quei negozi silenziosi si celano migliaia di storie, scoperte e riflessioni, pazientemente a disposizione di chiunque sia disposto a dedicare loro un po’ di tempo. Forse l’aspetto più rivelatore di Bosu-dong non è il fatto che tanti libri restino invenduti, quanto piuttosto che, in una società che trabocca di informazioni, il semplice atto di sedersi e leggere un libro dall’inizio alla fine stia diventando qualcosa di sempre più eccezionale.
Anni fa ero solito integrare con periodiche rivisitazioni il primo testo comparso su questo sito, l’Elisa nella stanza delle meraviglie. A volte in maniera sistematica (Ritorno alla stanza delle meraviglie), più spesso attraverso accumulazioni occasionali (Un’estate da cinque lune, Altri luoghi, altri mostri, Courrier des livres, etc…). L’intento era di aggiornare tanto lo stato della mia biblioteca reale quanto i percorsi di quella ideale, segnalando opere recentemente acquisite o anche semplicemente ritrovate che ritenevo potessero considerarsi di interesse per i Viandanti. Ne sono venute fuori delle scorribande piuttosto scombinate ma utili per la manutenzione della memoria e piacevoli alla rilettura (almeno per me).
Negli ultimi tempi questo compito è stato demandato alla telegrafica rubrica dei Punti di vista, curata da Fabrizio, ma indicazioni più corpose in verità hanno continuato ad arrivate, soprattutto da parte di Vittorio Righini. Ora, nell’impossibilità di smaltire il cumulo di scoperte e di suggestioni maturate nella pausa degli ultimi anni, penso possa riuscire di una qualche utilità la raccolta e la proposta di una parte almeno degli appunti nei quali le ho registrate e tradotte. Questo pezzo va quindi considerato e, nel caso, letto per quel che è, quasi un memorandum per addetti ai lavori.
Premetto che lo stimolo è arrivato stavolta da una motivazione pratica, di natura logistica. Per ovviare almeno in parte al caos che regnava nel mio studio (caos che già aveva invaso anche l’ex-sala da pranzo e un paio di locali più decentrati), con pile di volumi ammonticchiati ai quattro angoli, sopra e sotto la scrivania e persino dentro il caminetto in disuso, ho acquistato una decina di scaffali dell’Ikea (quelli alti, stretti e poco profondi, della Billy, con ripiani indeformabili) e li ho sistemati in parte lungo il corridoio e in parte in quella che una volta era la cameretta delle ragazze. Dovessi dunque fare nuovamente oggi da Virgilio nel mio paradiso (o forse è più appropriato definirlo “limbo”, perché lì stazionano gli spiriti magni) sarei costretto a modificare radicalmente gli itinerari, perché l’attuale sistemazione ha rivoluzionato i vari posizionamenti. È stato un lavoraccio; la transumanza mi ha fatto passare tra le mani migliaia e migliaia di volumi, che andavano liberati dalla polvere e dagli insediamenti abusivi delle api colonizzatrici, e mi ha indotto a spolverare e lucidare quasi un centinaio di ripiani. Ma mi ha anche permesso di ritrovare vecchi amici, letture semi-dimenticate che riposavano negli scaffali da decine d’anni ma che mi circolano tutt0ra nel sangue, e di sorprendermi, sfogliando testi che davo per intonsi, nello scoprire che erano sottolineati e annotati di mia mano. Ciò ha significato, naturalmente, che un lavoro che poteva essere fatto in due giorni, compreso il montaggio delle scaffalature, mi ha portato via un’intera settimana. Durante la quale però ho recuperato e rivissuto momenti e periodi fondamentali della mia vita.
Sbrigato l’aggiornamento strutturale ad uso dei frequentatori della mia biblioteca, vado immediatamente a quello specifico. Che per rispetto della pazienza di improbabili lettori vedrò di articolare in più puntate.
In questa prima penso sia giusto dare la precedenza a quello che era originariamente il tema principe del sito: il viaggio e i viaggiatori. Se dovessi dar conto di tutto ciò che nel frattempo ho accumulato sull’argomento non mi basterebbe un volume. Le scaffalature riservate alla storia dei viaggi e delle esplorazioni sono raddoppiate e i libri di quel settore coprono ora un’intera parete. E posso dire che non li ho presi all’ingrosso, ma seguendo un preciso criterio: un conto è scrivere per avere e lasciare memoria del viaggio, un altro è viaggiare solo per scriverci poi su. Comunque, anche applicando questa discriminante, che esclude in partenza la gran parte dell’attuale produzione odeporica, è possibile trovare ancora opere davvero significative tanto tra le proposte nuove o le ristampe che sui banchi dei mercatini. Mi limito quindi a segnalare le scoperte più strane, i personaggi più straordinari o le storie più intriganti in cui mi sono imbattuto recentemente; ma garantisco che la scelta potrebbe essere ben più ampia.
In qualche caso le scoperte arrivano da un versante inaspettato. Sino a ieri, ad esempio, il nome di Charles Dudley Warner mi era totalmente sconosciuto. L’ho incontrato da pochissimo tramite un libricino scritto un secolo e mezzo fa e tradotto in Italia solo da qualche anno, che col viaggio in realtà non ha nulla a che vedere, perché tratta di giardinaggio e orticultura My Summer in a Garden (1870): salvo scoprire poi che Warner, intimo amico di Mark Twain, col quale ha collaborato anche per un’opera a quattro mani, è stato un prolifico redattore di resoconti di viaggi. Il suo sodalizio con Twain mi ha colpito perché ricorda molto quello di Wilkie Collins con Dickens (cfr. Donne, diamanti e passeggiate oziose): in entrambi i casi il collante è uno spiccato senso dell’umorismo. Mi chiedo se oggi sarebbe ancora possibile un simile cameratismo autoriale: non che non vengano più scritti libri a quattro mani, ma quasi sempre si tratta di operazioni mirate spudoratamente al mercato, che accostano e sommano nomi già noti al grosso pubblico per “meriti” di spettacolarità. Quanto poi al senso dell’umorismo, o all’autoironia, non se ne parla nemmeno.
Warner viaggiò in lungo e in largo, e traspose le sue esperienze in diversi resoconti che non mi risulta essere mai stati tradotti in italiano, ma che vale la pena procurarsi in lingua originale. C’è un’ampia scelta: si va dal più celebre, In the Levant (1876) che narra le sue peregrinazioni nel Medio Oriente ottomano, dall’Egitto alla Terra Santa, e poi a Costantinopoli e in Grecia, durante l’inverno e la primavera del 1875, a My Winter on the Nile (1876); da In the Wilderness (1878) dove descrive alla sua maniera pregi e disagi della vita nella natura selvaggia, a On Horseback, in the Southern States (1888), diario di un viaggio a cavallo attraverso la Virginia, la Carolina del Nord, il Tennessee, che descrive con ironico realismo i costumi di quelle regioni rurali. Per finire con A Little Journey in the World (1889), che anticipa quel capolavoro di humor sarcastico che sarà Seguendo l’Equatore, del suo amico Mark Twain.
Comunque, al di là di questi, anche il viaggio attorno al suo giardino mi ha fatto conoscere un Warner decisamente spassoso: la lotta genocidiaria contro la portulaca, le inutili campagne contro le piante e gli insetti infestanti, il rapporto di soggezione col gatto Calvin, offrono pagine degne dei migliori racconti di Twain o di Jerome K. Jerome.
Conoscevo invece già bene Graham Bell, camminatore incredibile di cui ho parlato ne Il mondo a piedi. Avevo dovuto scaricare in inglese dal web i suoi resoconti di viaggio, comparsi un secolo fa, perché in Italia non era mai stato pubblicato. Ora invece è stato finalmente tradotto L’arte gentile di camminare (Piano B, 2025), una sorta di manuale per camminatori di lungo corso, molto “tecnico” ma tutt’altro che noioso. Quantomeno non maniacale come quelli che vanno oggi per la maggiore. Il tono è questo (pesco a caso): «Lo scrocco. Si potrebbe usare una parola migliore per definirlo: procacciarsi un pasto gratis, quando è possibile. In qualche zona incontaminata del mondo esiste ancora gente curiosa che accoglierà il viandante, gli darà da mangiare e da bere e lo lascerà riprendere bello contento la sua strada […]. In America purtroppo l’hobo di professione lascia terra bruciata al cavaliere errante della natura […] i presunti “simboli” degli hobo – qui c’è del buon cibo, attenti al cane, chiedono di lavorare, etc.– servono a poco; il punto è che bisogna rimediare a ciò che questi perdigiorno hanno rovinato, e talvolta per riuscirci è sufficiente un po’ di buonumore e buone maniere. Per un buon pasto caldo vale la pena, di tanto in tanto, far amicizia con un bambino, o salvare il gatto, o ingraziarsi la moglie del contadino. […]
Anche il pesce è un’ottima risorsa per la cucina del viandante. A volte, camminando lungo fiumi o laghi, ci si può imbattere in pescatori che di solito sono disponibili a cedere volentieri una parte del loro pescato: un proletario in cambio di denaro, un gentiluomo in cambio di niente. “Mangi tutto quello che prendi?” chiesi una volta a un pescatore rivestito di tweed. “Santo cielo, no!” rispose lui, “la gran parte li ributto nel torrente”. “Beh, perché non ne butti un paio in questa padella?”.
[…] Il mais è un altro cibo delizioso che si può rubare senza rischiare di essere scambiati per ladri. […] Dopo aver preso qualche pannocchia si può fare un passo in più – di certo meno legittimo – e prendere una piccola zucca o un melone. In alcuni paesi non viene fatto del male a nessuno. Tuttavia, è bene evitare di prendere l’unico melone o l’unica zucca». Graham è un propugnatore del “viaggiare con bagaglio leggero”, lentamente, e facendolo solo per il gusto di farlo. Non è un integralista dalla camminata, anche se di suo è stato un camminatore formidabile. Per questo non si fissa sul viaggiare solitario: ritiene anzi che “non c’è forse nessun test di amicizia più veritiero che il vagabondare a lungo con qualcuno. Se volete conoscere un uomo, andate in vagabondaggio con lui”. E soprattutto “scoprirete poco alla volta tutti vostri egoismi, e la vostra capacità di superarli”. Non dice nulla di nuovo, in realtà: con parole quasi simili era quanto sosteneva anche Cicerone nel De amicitia, ed è ciò di cui tutti abbiamo fatto prima o poi esperienza.
Sempre a proposito di opere d’altri tempi, dalla risistemazione delle scaffalature è sbucato fuori Gli Asiatici (1935), di Frederick Prokosch. Possedevo il libro da diversi anni, in una vecchia edizione dei Pavoni di Mondadori. Confesso di non averlo mai aperto, mentre avevo provato a leggere, dello stesso autore, Cinque notti a camminare (1945) e Sette in fuga (1937), attratto più che altro dai titoli, ma in realtà già in partenza poco convinto. Gli Asiatici è stato invece una rivelazione: non tanto per la qualità del libro, ma per la sua stessa genesi. Prokosch lo scrisse giovanissimo nel 1935, quando non solo non aveva mai messo un piede in Asia, ma ancora non era arrivata la televisione a disincantare il mondo e il cinema si reinventava di sana pianta paesaggi e atmosfere orientali negli studios: non è quindi un vero libro di viaggio, ma un romanzo di vagabondaggio per luoghi totalmente inventati, o almeno ricostruiti solo sulla scorta delle suggestioni letterarie. Non è un capolavoro, anche se al momento della sua uscita si guadagnò premi prestigiosi, e fu accolto con entusiasmo da gente del calibro di Margherite Yourcenar e di Albert Camus: direi tuttavia che raggiunge il suo scopo, che è quello di trasportare il lettore in un tempo e in uno spazio diversi. Una sorta di Mille una notte ambientato non nei favolosi palazzi dei califfi ma in sordidi bassifondi e in equivoche taverne. Ricorda un po’ certi film di serie B degli anni Trenta, che nella loro essenzialità e prevedibilità risultavano alla fine a modo loro avvincenti. Gli Asiatici in realtà è tutt’altro che essenziale e prevedibile, anzi, straborda da tutte le parti e inanella continui colpi di scena, ma l’effetto, per rimanere al paragone col cinema, è quello di un Indiana Jones. Merita comunque la sua collocazione nel settore viaggi (che comprende anche quelli immaginari) perché davvero rappresenta la summa di tutti gli stereotipi sull’Oriente, quelli dei quali ci siamo nutriti nei tempi felici in cui la Cina, l’India, il Giappone, l’Arabia erano ancora lontani.
Mi sorprende pertanto che Edward Said non lo abbia nemmeno citato nel suo Orientalismo: in fondo lì c’era già tutto ciò da cui il suo saggio prende le mosse. Quel tutto era trattato come un sogno, un viaggio nell’immaginario, ed era ciò che almeno fino alla mia generazione, attraverso Salgari e i fumetti di Gim Toro e i film con Errol Flinn, nutriva le menti dei giovani occidentali: come in fondo oggi accade per l’immagine dell’occidente che attira qui da ogni parte del globo i più disperati e gli avventurosi. Ma probabilmente Said questo non lo avrebbe compreso, e avrebbe letto quella che è una storia di formazione proiettata su scenari inconsueti e aperti come un’educazione al dominio coloniale.
L’oblio calato su Prokosch e su Gli Asiatici nel dopoguerra è stato poi rotto episodicamente dalla pubblicazione anche in Italia del Manoscritto trovato a Missolungi (1968), un falso diario degli ultimi giorni di Byron, e soprattutto di Voci (1984), dove sono rievocati gli incontri con gli autori e gli artisti più significativi della sua epoca. In entrambi i casi si tratta di opere nelle quali i confini tra la realtà e la creazione fantastica si dissolvono, o non appaiono comunque affatto importanti. In questo senso Prokosch è entrato con largo anticipo nella dimensione odierna della post-verità: ma non essendo né Trump né un giornalista televisivo lo ha fatto con estrema eleganza, e lo ha motivato così: “Mi sono sorpreso a brancolare in un paesaggio di fantasmi meravigliosi, quel fregio sonnambolico di silhouettes erranti e di sfondi mutevoli che compone il nostro ‘passato’. Per essere veritieri, bisogna sempre mentire un poco, così come per mentire bisogna essere un poco veritieri. E il passato non risuscita che in un chiaroscuro onirico dove gioia e dolore diventano le maschere molteplici che celano i volti e le voci degli anni scomparsi per sempre, con il solo fine di riapparire in un nuovo camuffamento”. Si capisce perché piacesse a Camus.
Così come non è indispensabile per raccontarlo che il viaggio sia reale, il viaggio vero può trasformarsi in un percorso mentale che tracima da tutte le parti. Quello compiuto a piedi lungo i sentieri e le strade secondarie del Suffolk, nei primi anni Novanta del secolo scorso, da Winfried G. Sebald, e poi raccontato ne Gli anelli di Saturno. Un pellegrinaggio in Inghilterra (1995) è un viaggio reale, ma è soprattutto il pretesto per una serie infinita e apparentemente estemporanea di digressioni. La ricostruzione del percorso lascia il passo all’irruzione continua di rimandi alla storia, a quella militare come a quella economica, all’arte, alla letteratura, all’autobiografismo, secondo una logica associativa e frammentaria, con acrobatici salti temporali tra epoche e regioni lontane. Ogni tappa, ogni incontro, ogni piccolo inconveniente sono punti di partenza per queste divagazioni, che si riversano sul testo in flusso continuo (non alla Kerouac, ignorando l’interpunzione, ma abolendo la periodizzazione, seguendo quello che è in effetti il modo in cui si presentano le riflessioni e i ricordi durante un vagabondaggio.
È così che si passa senza soluzione di continuità dalla infermità dell’autore alle peripezie del teschio di un medico secentesco, dalla lezione di anatomia di Rembrandt ai bombardamenti sulla Germania durante l’ultima grande guerra, dalla pesca delle aringhe al colonialismo nel Congo e alla rivolta dei TaPing, passando per autori come Conrad, avventurieri come Roger Casement, eruditi eccentrici come Fitzgerald e infiniti altri personaggi e tempi e luoghi. In realtà c’è un filo conduttore, anzi, ce ne sono più di uno, ma il principale, che scorre carsico lungo tutto il viaggio, è la riflessione sulla morte, sulla memoria e sui resti del passato. Sebald appare ossessionato, anche in tutte le altre sue opere che nascono da un viaggio, da Vertigini a Le Alpi nel mare, da quella che a titolazione di un altro testo chiama la Storia naturale della distruzione. Se ne esce un po’ frastornati, perché Sebald non è un autore di facile lettura. Occorre sintonizzarsi sul suo respiro, che procede per accelerazioni e pause, e alla fine ci si ritrova in labirinto di citazioni e di immagini che davvero crea la vertigine; ma una volta trovata la sintonia la corsa avanti e indietro nel testo, l’incertezza costante del confine tra realtà e finzione, il gioco di riconoscimenti di immagini e voci regalano al lettore, oltre che un cumulo di informazioni, la gratificazione di sentirsi parte di un mondo che pur immerso nella realtà più desolante consente almeno momentanee vie di fuga. Del resto, come non sentirsi direttamente chiamati in causa e solidali davanti a riflessioni come questa: “Per settimane e mesi ci torturiamo invano il cervello, e a chi ce lo domandasse non sapremmo dire perché continuiamo a scrivere, se per abitudine o per ambizione, oppure perché non abbiamo imparato a fare altro, o per la meraviglia che ci prende davanti alla vita, o magari per amore della verità, per disperazione o indignazione, così come non sapremmo mai dire se scrivere accresca in noi la saggezza o la follia”. “De te agitur” direbbero i latini.
Tornando invece all’odierna narrativa di viaggio, la novità più recente della mia biblioteca è rappresentata dai libri di Erika Fatland, un’antropologa e viaggiatrice norvegese che ha fatto irruzione giovanissima nel genere. Sovietistan (uscito nel 2014 ma tradotto in italiano nel 2017) è il diario di un viaggio di otto mesi negli stati dell’Asia Centrale nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica: Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. La Fatland aveva già pubblicato un paio di libri interessanti, circolati però solo nei paesi nordici. Anche Sovietistan qui da noi non ha sfondato subito, ha dovuto attendere l’eco della pubblicazione di un altro corposo reportage, La frontiera (2017), frutto di tre anni di ricerche e di oltre ventimila chilometri percorsi in nove mesi e in diciassette paesi con ogni mezzo immaginabile. È allora che anche il grosso pubblico (o almeno gli appassionati come me) ha scoperto questa degna erede di Chatwin. Sull’onda del successo sono poi arrivati altri libri, come La vita in alto (2021) e La via del mare (2025). Ho letto per il momento solo i primi due, e sono rimasto colpito dalla capacità dell’autrice di mescolare efficacemente, con una scrittura sempre vivace, la narrazione della propria avventura alla descrizione dei luoghi e ai ritratti dei personaggi incontrati, prestando nel contempo attenzione alla storia antica e a quella più recente delle popolazioni centroasiatiche. Spero che nei successivi non abbia cambiato registro.
La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo i resoconti di viaggio di Fatland è che quei luoghi e quelle voci li avevo già trovati tempo prima nei libri di Colin Thubron. In effetti i percorsi della Fatland sono in parte sovrapponibili a quelli raccontati da Thubron in Viaggio tra i russi (1982) e ne Il cuore perduto dell’Asia (1992). Il che rappresenta un valore aggiunto, perché permette di cogliere le profonde trasformazioni che negli ultimi trent’anni sono avvenute dentro e fuori l’ex impero sovietico. Non solo: consente anche di cogliere differenze che vanno al di là di quelle ovvie, legate alle personalità degli autori, una giovane scrittrice di viaggio e un maturo giramondo, e ai loro stili di scrittura (secco ed essenziale quello di Thubron, più morbido ed elegante quello della Fatland). Anche quando il quadro generale che ci prospettano non è poi molto dissimile, le angolature da cui lo ritraggono son pur sempre quella di un uomo e quella di una donna, e questo implica delle sensibilità e attenzioni specifiche, nonché modalità diverse nei rapporto con gli interlocutori: ad esempio, i testimoni di Thubron sono quasi sempre maschi, e in più di una occasione lui stesso arriva al termine delle sue conversazioni o interviste completamente sbronzo, per “mettersi alla pari”, mentre la Fatland non può certo avvalersi di simili “opportunità”, meno che mai presso popolazioni islamiche, e deve fare conto principalmente su una complicità femminile più trattenuta. Inoltre Thubron ha viaggiato per quattro mesi in Russia, da solo e in auto, nel 1982, durante l’ultimo anno di potere di Breznev, quando gli scricchiolii dell’impero sovietico già si facevano sentire, ma era ancora remota l’idea di un crollo, e ha poi visitato le cinque repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale dieci anni dopo. Nel primo caso il quadro che ne esce è quello di un popolo rassegnato a una lunga agonia, nel secondo quello di un disorientamento tutt’altro che euforico, da parte di popoli che sanno cosa hanno perduto ma non capiscono affatto cosa li aspetta ora.
Fakland incontra invece quegli stessi popoli un quarto di secolo dopo, e l’impressione generale che ne ricava è quella di una gran confusione, tra tentativi di darsi un’identità nazionale, celebrata magari con opere inutili e faraoniche, ostilità e rivalità reciproche, rimpianti per la sicurezza minima di sopravvivenza che il dominio sovietico in qualche modo garantiva e deboli speranze in una crescita economica e culturale dietro l’angolo. Anche Thubron, che ha arricchito la letteratura di viaggio di fine Novecento con altri splendidi libri, come Oltre la muraglia (1987) e In Siberia (1999), ed è tornato a viaggiare nell’Asia Centrale con Ombre sulla via della seta (2006), (oltre a curare la pubblicazione postuma de La strada interrotta di Patrick Leigh Fermor), ha recato il suo contributo di novità alla mia collezione con un’opera recentissima, Tra Russia e Cina. Lungo il fiume Amur (2022). A ottantun anni, da solo, usando tutti i mezzi a disposizione, compresi il cavallo e i piedi, ha seguito per quattromilacinquecento chilometri il corso del fiume che fa da confine per un lungo tratto tra Russia e Cina, attraversando le foreste che cento anni fa erano il regno di Derzu Usala. Ha concluso il suo viaggio, anzi, ne ha percorso buona parte, con due costole rotte, ma ha dimostrato che a volerle cogliere anche in un mondo ipertecnologizzato e iperconnesso si danno ancora possibilità di vivere il gusto dell’avventura e il piacere della scoperta.
Sempre di confini, ma in questo caso di quelli tracciati tirando linee sulle mappe del mondo, della loro artificiosità e precarietà, parla invece un libro che potrebbe essere considerato un manuale propedeutico alla geopolitica. Si tratta di L’inganno dei confini, di Simone Guida, che recita nel sottotitolo Come la geografia governa il mondo. Dove per geografia non s’intende più quella fisica, dal momento che i sistemi montuosi, i fiumi, i deserti, le foreste, tutti quei limiti naturali insomma che un tempo caratterizzavano e condizionavano l’esistenza e i rapporti tra le diverse etnie e culture oggi sono cancellati da una rete sempre più fitta di strade e ferrovie e linee aeree, da ponti, viadotti e gallerie, che hanno ristretto gli spazi e azzerato i tempi del loro attraversamento.
Rimane quella politica, che è una costruzione tutta umana, che è nata per dare una parvenza di ordine a quello che appare ai nostri occhi come un disordine naturale, ma che riflette paure, pregiudizi, ideologie. Attraverso una lunga serie di capitoletti nei quali identifica i punti di frizione, da quelli più presenti nelle cronache fino ai più sconosciuti e impensabili, e indaga la loro storia, Guida ci accompagna a visualizzare una mappa del mondo costellata di controversie territoriali, quando non di conflitti. L’inganno dei confini offre così uno strumento efficace di consultazione, oltre che una piacevole lettura, utile ad orizzontarsi di volta in volta sulle innumerevoli contese che agitano un mondo sempre più stretto.
Sul tema dei confini, trattato dalle angolazioni più disparate, sembra comunque stia sviluppandosi ultimamente tutta una letteratura specifica. Sarà perché la postmodernità e internet e l’economia globalizzata li hanno resi sempre più labili, inutili e impercettibili, ma i confini, di qualsiasi tipo, quelli politici come quelli fisici o culturali o morali, sembrano oggi essere lì solo per poter essere cancellati. In effetti chi ancora li rivendica lo fa solo in nome di anacronistiche chiusure o per mascherare meschini interessi economici.
Con Le bugie delle mappe (2025; il titolo originale sarebbe I miti della geografia, ma evidentemente oggi le mappe tirano, come testimonia la frequenza con la quale il termine compare ultimamente nei titoli) Paul Richardson, un geografo inglese, riprende e amplia l’argomento di Guida, partendo dall’assunto che la mappa non è il territorio, non riproduce il mondo come è, ma come pensiamo (e vogliamo) che sia. In effetti sembra determinato a demolire tutta la “mitologia geografica” alla quale ci siamo da qualche secolo abituati. Lo fa spaziando dal Vallo di Adriano al confine tra Stati Uniti e Messico, dal Sahara orientale ai ghiacciai dell’Antartide, dalla Via della Seta ai castelli etiopi; e mette addirittura in forse la suddivisione dei continenti. Ad esempio: perché l’Europa finisce con la catena degli Urali? Come si definiscono i confini di un continente? Confesso che non l’ho trovato sempre convincente, perché molti dei quesiti che pone (dove si trova esattamente il confine tra Africa e Asia? l’America è un continente o due? e l’America centrale, il Messico in particolare, fa parte dell’America del Nord, di quella centrale o magari del Sud?), mi sono parsi abbastanza oziosi. Al di là del fatto che Richardson fornisca poi delle intriganti interpretazioni, mi è sembrata un’operazione decostruzionista piuttosto datata, della serie ‘sveliamo gli inganni della cultura occidentale’. Non molto originale è anche la demolizione del mito della nazione, che al di là di patetici revival anniversaristici e della retorica che sopravvive solo in alcuni ambiti (quello sportivo, ad esempio) è andato in pezzi per conto proprio da quel dì.
Ho inserito comunque il libro in questa rassegna di nuovi ingressi perché ho trovato intriganti molte delle esemplificazioni che Richardson porta a sostegno dei suoi argomenti, dalla spartizione territoriale su carta dell’Antartide all’esistenza sul pianeta di vaste zone che sono ancora terra di nessuno; così come sono da considerare le interpretazioni che dà dell’espansionismo russo, del significato della nuova via della seta cinese, dei problemi futuri dell’Africa e di quelli legati ad una concezione tutta economicistica dello sviluppo.
Ancora un ingresso recente, sempre sullo stesso tema, è Maledetti confini. Storia di linee tracciate sul mondo (1922) scritto da James Crawford, un altro inglese. Racconta storie molto lontane tra loro nel tempo e nello spazio, ma unite da un unico filo, che è la traccia a volte invisibile ma spesso anche concreta lasciata sul terreno. Una traccia cruenta, perché attorno ai confini si combattono da sempre battaglie e su di essi si infrangono vite e speranze. Crawford sceglie di esemplificare attraverso dodici storie, partendo dal primo confine di cui abbiamo conoscenza, tracciato più di quattromila anni fa in Mesopotamia, e arrivando sino ai muri odierni, a quello che si sta costruendo tra gli Stati Uniti e il Messico e al serpente di cemento che divide per settecento chilometri Israele dalla Cisgiordania.
“Ogni confine è una storia che raccontiamo per giustificare l’imposizione di una linea arbitraria – scrive Crawford – A fine Guerra Fredda c’erano solo 12 muri di confine in tutto il mondo, ora sono circa 74, la maggior parte dei quali costruiti dall’inizio degli anni 2000. È cambiato però ciò che queste linee dividono: molto meno le Nazioni, molto più i ricchi dai poveri. Il confine è diventato un mezzo per incanalare e fermare i migranti. È ironico pensare che la globalizzazione, che sembrava presagire la fine dei confini, possa in realtà aver portato, indirettamente, al loro ritorno; questo perché la promessa di un mondo aperto non è mai stata una promessa fatta a ogni persona del pianeta.”
Anche in questo caso il racconto di ciò che è o è stato riesce molto più convincente rispetto alla parte propositiva. Quando ad esempio per esemplificare che non tutti i confini umani sono luoghi di opposizione cita la “Grande Muraglia Verde” dell’Africa, quella che dovrebbe creare una linea ininterrotta di alberi e colture lunga 8000 km, dal Senegal a Gibuti, per generare trasformazione ambientale e sociale nella regione del Sahel, ho l’impressione che lasci briglia sciolta alle illusioni piuttosto che alle speranze: «Forse questo è un nuovo modello di confine – scrive – non linee intorno al territorio, ma “corridoi” attraverso di esso, paesaggi collaborativi che ignorano i confini politici per adattarsi o prevenire le catastrofi climatiche». Una bellissima immagine, ma che con la realtà attuale e futura dell’Africa temo c’entri ben poco.
Gli stessi temi aveva già trattato pochi anni prima David Frye, in Muri. Una storia della civiltà in mattoni e sangue (2019), guardando però, per ovvie ragioni, quasi esclusivamente al mondo premoderno (l’ovvia ragione è che i cannoni prima e gli aerei poi hanno reso ormai obsoleti i muri). Partiva tuttavia da un punto di vista decisamente opposto “Questo libro è una storia della civiltà, non in senso esaustivo, ma con l’obiettivo limitato di esplorare l’influenza spesso sorprendente e non riconosciuta delle mura. Mi riferisco in particolare alle mura difensive. Nessuna invenzione nella storia umana ha avuto un ruolo più importante nella creazione e nella formazione della civiltà. Senza le mura, non ci sarebbe mai stato un Ovidio, e lo stesso si può dire per gli studiosi cinesi, i matematici babilonesi o i filosofi greci. Inoltre, l’impatto delle mura non si è limitato alle prime fasi della civiltà. La costruzione di mura è proseguita per gran parte della storia, culminando in modo spettacolare in un periodo millenario, quando tre grandi imperi eressero barriere che resero pressoché permanenti le divisioni geopolitiche del Vecchio Mondo. Il crollo di quelle mura ha influenzato la storia del mondo quasi altrettanto profondamente quanto la loro costruzione, portando all’eclissi di una regione, alla stagnazione di un’altra e all’ascesa di una terza”.
La sua tesi tutto sommato non è poi così peregrina. Trova un riscontro convincente nel confronto tra Atene e Sparta. Gli spartani ripudiarono quasi diecimila anni di tradizione urbana rinunciando alle mura. “I nostri uomini sono le mura”, dicevano. Ritenevano che dormire al riparo di mura fosse una dimostrazione di vigliaccheria, e in questo modo, votandosi completamente alle discipline marziali, finirono per non perseguire ogni altra eccellenza. Si cimentarono invece un presuntuoso esperimento sociale che prevedeva il rifiuto, e anzi il disprezzo, nei confronti tutto ciò che aveva a che fare con la civiltà. “Quasi ogni volta che solleviamo il velo della storia e cerchiamo le persone più simili a noi – quelle come Ovidio o i poeti cinesi, persone che costruirono città, sapevano leggere e in generale svolgevano lavori civili – invariabilmente le troviamo rinchiuse dietro mura costruite da loro stesse. Civiltà e mura sembrano essere andate di pari passo. Al di là delle mura, troviamo ben poco con cui identificarci – perlopiù guerrieri, del tipo che potremmo assoldare per pattugliare le mura. Gli estranei sono per lo più anonimi, tranne quando diventano famigerati […].
La nascita delle mura ha posto le società umane su strade divergenti: una ha condotto a una poesia autoindulgente, l’altra a un militarismo taciturno. Ma la prima strada indicava anche molto di più – scienza, matematica, teatro, arte – mentre l’altra ha condotto i suoi seguaci solo a un vicolo cieco, dove l’uomo non era altro che un guerriero e tutto il lavoro ricadeva sulle donne”.
Si potranno anche avere dei dubbi sugli esiti cui in definitiva la scelta della “civiltà” ha condotto, ma è innegabile che i popoli costruttori di muri (e tra questi gli ateniesi erano in prima fila) abbiano poi, all’interno e al riparo degli stessi, potuto godere di una età dell’oro nell’economia, nella cultura, nelle arti, e almeno per buona parte diventare il popolo più libero della terra. Non solo: gli ateniesi dotati di mura erano aperti al mondo esterno tanto quanto gli spartani privi di mura erano chiusi.
Oltre ai confini politici, però, ci sono anche quelli meno mutevoli, eppure anch’essi nei tempi lunghi soggetti a ridefinizione, che riguardano la nostra concezione del mondo e della posizione, sia geografica che storica, nella quale ci percepiamo. L’argomento è esplorato in Ai quattro angoli del mondo (2024), di Jerry Brotton, autore che già conoscevo per Le dieci mappe che spiegano il mondo. Proprio partendo dall’ evoluzione della rappresentazione cartografica, delle mappe più antiche alle dettagliatissime carte politiche e fisiche attuali, Brotton analizza il significato che le varie epoche e civiltà hanno attribuito ai quattro punti cardinali, connotazioni dello spazio che noi diamo per scontate, ma che hanno implicato sempre valenze diverse a seconda del punto di osservazione dal quale ci si poneva. “I punti cardinali sono termini relativi, ma nel corso dei secoli sono diventati indicatori consolidati non solo di dove siamo nel mondo, ma di chi siamo.” Per le culture più antiche l’est era la direzione dalla quale sorge il sole, la divinità primordiale per eccellenza: quindi rappresentava la garanzia di una continuità immutabile, della costante rinascita, dell’eterno ritorno; per quelle moderne, per quella occidentale segnatamente, è invece l’ovest la direzione verso la quale, seguendo appunto il corso del sole, bisogna muovere, e alla quale è legata la possibilità di un rinnovamento. Ma anche all’interno di quest’ultima, ad esempio, “nel Regno Unito il nord porta con sé un’idea di deprivazione e sottosviluppo economico, in Italia e negli Stati uniti è vero il contrario, il nord è un luogo di prosperità e alta urbanizzazione”.
Per rimanere in tema, sia di confini che di punti cardinali, segnalo anche un libro appena edito e che ancora non ho letto, ma che sembra avere tutte le caratteristiche per piacermi. Si tratta di Malinconia dei confini (2026) di Mathias Enard. È il primo, e per ora l’unico, di una serie di quattro volumi, ciascuno dedicato a una delle direzioni principali del nostro orientamento. Non so se possa rientrare nella letteratura di viaggio, dovrò verificarlo, ma mi ha intrigato il fatto che nelle recensioni sinora apparse ricorre frequentemente l’accostamento al Sebold de Gli anelli di Saturno. Ora, da quello che mi è parso di capire dell’impianto dell’opera immagino che questi accostamenti siano leciti, ma penso che i confronti andrebbero fatti anche con alcuni capolavori di fattura nostrana, e mi riferisco soprattutto a Praga magica di Angelo Maria Ripellino e a Danubio di Claudio Magris. Non ho rigurgiti sciovinisti, solo mi infastidisce che i recensori, soprattutto quelli più giovani, vogliano imprimere su ogni opera della quale si occupano il marchio della novità, della rottura col canone e con le convenzioni letterarie. La (presunta) novità sembra essere il metro sul quale si misura il valore di un’opera. Ho anche l’impressione, sempre di seconda mano, che in questo caso particolare abbiano completamente ceffato sua la collocazione, e che Enard andrebbe letto proprio nel segno della “malinconia” dichiarata nel titolo. Ma è un’impressione tutta da verificare.
Per il momento, saltando di palo in frasca, propongo il trailer di uno di quei pezzi che avevo in mente di scrivere da tempo e tenevo in sospeso, in attesa di procurarmi un’adeguata documentazione, e che nel frattempo è già stato affrontato, molto meglio, da qualcun altro. Il libro in questione è Il viaggiatore insolito, di Claudia Berton, e racconta i viaggi di Arthur Kavanagh, un irlandese giramondo nato nel 1831, che nella seconda metà dell’Ottocento vagabondò instancabilmente dal Nord-Africa al Medio Oriente e all’India, e attraversò poi la Russia sino ad arrivare nei paesi baltici.
Kavanagh non è uno dei tanti giovanotti d’oltremanica che si muovevano in quelle plaghe. Si distingue per un piccolo particolare: è focomelico, al posto delle braccia e delle gambe pendono dal suo corpo dei moncherini. Una fortuna però ce l’ha: è nato in una famiglia ricca e di media nobiltà, e sin dalla prima infanzia è preso in cura dal medico di famiglia, che fa tutto il possibile per aiutarlo a contrastare la menomazione fisica. A due anni già monta un pony su una sella speciale e diventa col tempo un abile cavaliere. Impara a scrivere e a dipingere con la bocca, a navigare a vela, a pescare e a sparare, tanto che quella della caccia diventa una sua grande passione, seconda solo a quella per i viaggi. In più, eccelle anche negli studi. Fa suo primo viaggio fuori dell’Inghilterra a quindici anni, in Egitto e in Terrasanta, in compagnia della madre.
Una volta tornato in patria la sua irrequietezza lo porta a cacciarsi più volte nei guai, vuoi politici (è protagonista di una rocambolesca fuga notturna a cavallo, per sfuggire ai secessionisti della Giovane Irlanda), vuoi sentimentali (a dispetto della sua menomazione è uno sciupafemmine), tanto che la madre decide di spedirlo lontano in compagnia del fratello e di un precettore. Arthur passa dunque in Russia, naviga lungo il Volga sino in Persia e lì stringe amicizia con un principe locale, che addirittura lo ospita nel suo harem. Successivamente si spinge nel Kurdistan, e poi verso l’India, dove realizza la sua ambizione di cacciare le tigri a cavallo di un elefante. Quando il fratello si ammala e salpa per l’Australia col precettore Arthur rifiuta di seguirlo; rimane da solo in India ma se la cava benissimo, malgrado la madre gli abbia tagliato i fondi, trovando un impiego presso la Compagnia delle Indie Orientali. Torna in Irlanda solo dopo un anno, quando gli giunge notizia della morte del fratello.
La restante parte della sua vita è meno avventurosa, ma non meno interessante. Si sposa, ha dei figli, si butta in politica ed entra in parlamento. Ma un trailer non deve diventare un riassunto, è un invito alla lettura; ho già anticipato sin troppo, il resto andate a cercarvelo direttamente nel libro della Berton. Perché è chiaro a questo punto che il mio progettato pezzo non avrebbe più senso.
Chiudo con un libro apparentemente marginale rispetto a quell’idea del viaggio che, sia pure declinata in maniere diverse, ci ha accompagnato in questa rassegna. Si tratta de Il selfie del mondo, di Marco D’Eramo. In realtà ci rientra appieno, perché attraverso una serratissima indagine sociologica sul fenomeno del turismo D’Eramo racconta la trasformazione del viaggio in merce di consumo, ovvero in quella sua parodia che sta alla base della più importante industria del secolo. Già nel 1849 John Ruskin scriveva che “la ferrovia trasforma l’uomo da viaggiatore in un pacco vivente. Il passeggero del treno a malapena sa i nomi delle città dove è passato”. E pochi anni dopo De Gobineau era ancora più sprezzante: parlava dei turisti come di un gregge di pecore: “A bordo della nave si trovava un buon gruppo di quegli eccellenti animali che la moda espelle ogni primavera dalle loro stalle per portarli a fare, come dicono, un viaggio in Oriente”.
La democratizzazione del viaggio ne ha effettivamente stravolto i significati. Se prima si viaggiava per conoscere, oggi lo si fa per ri-conoscere, per verificare la corrispondenza con quel che già si pensa di sapere. Anzi, lo si fa più che mai per ri-conoscersi, verificare e testimoniare la propria esistenza: se prima si fotografava un panorama o un monumento, nel selfie odierno questi scivolano sullo sfondo, cedono il primo piano alla nostra immagine. Inoltre «lo stesso sfruttamento esasperato del tempo che governa la giornata lavorativa scandisce le ‘vacanze’ del turista che, anche senza arrivare al parossismo dei viaggi organizzati dei turisti giapponesi eseguiti come manovre militari, deve in ogni caso massimizzare i sightseeing, vedere più musei, più monumenti, più panorami possibili, accumulare più esperienze memorabili, in una contabilità frenetica che rende una sfacchinata il cosiddetto periodo di “riposo”. Per ritemprarsi dal lavoro del lavoro, si esercita il lavoro del turismo»”.
Insomma: D’Eramo passa al pettine ogni sfaccettatura del fenomeno, la disumanizzazione di quella che era, come libera scelta, un’attività distintiva dell’uomo.
È una lettura coinvolgente, estremamente istruttiva, ma anche inquietante. Che lo vogliamo o no, in questo meccanismo ci siamo dentro tutti, anche quando ci picchiamo di essere viaggiatori e non turisti. E allora, per salvaguardarne la dignità, vale la pena di affidare i nostri sogni di viaggio soprattutto alla carta.
Ci sono ancora un sacco di libri da esplorare.
Elenco dei testi segnalati o citati
Le date sono quelle delle edizioni italiane, mentre nel testo sono riportate quelle dell’edizione originale.
Warner, Charles Dudley– Un’estate in giardino – Elliott 2017 Graham, Stephen –L’arte gentile di camminare –Piano B 2024 Sebald, W. G. – Gli anelli di Saturno – Adelphi 2010 Fatland Erika – Sovietistan – Marsilio 2019 Fatland, Erika – La frontiera – Marsilio 2020 Frye, David – Muri – Piemme 2019 Thubron, Colin – Tra Russia e Cina – Ponte alle Grazie 2022 Thubron, Colin– Viaggio tra i Russi – Phileas 1988 Thubron, Colin – Oltre la muraglia – Ponte alle Grazie 2001 Thubron, Colin – In Siberia – Ponte alle grazie 2000 Thubron, Colin – Ombre sulla Via della Seta – Ponte alle Grazie 2013 Prokosh, Frederich – Gli asiatici – Mondadori 1956 Prokosh, Frederich – Il Manoscritto di Missolungi – Adelphi 1989 Prokosh, Frederich – Voci – Adelphi 1985 Said, Edward – Orientalismo – Feltrinelli 1999 Guida, Simone – L’inganno dei confini – Gribaudo 2025 Richardson, Paul – Le bugie delle mappe – Marsilio 2025 Crawford, James – Maledetti confini –Bollati Boringhieri 2022 Brotton, Jerry – Ai quattro angoli del mondo – Feltrinelli 2025 Berton, Claudia – Il viaggiatore insolito – Alpine Studio 2017 Enard, Mathias – Malinconia dei confini – e/o 2026 D’Eramo, Marco – Il selfie del mondo – Feltrinelli 2017
Di tutti i viaggiatori son quello che gettò sul suolo dell’Africa l’ombra più sottile
I viaggiatori, gli avventurieri, gli esploratori dei quali mi sono occupato sino ad oggi hanno in comune, al di là di essere quasi sempre, e soprattutto in Italia, degli sconosciuti, il fatto di aver viaggiato ovunque tranne che in Africa. Non so perché sia accaduto: me ne accorgo ora e cerco di darmene una spiegazione.
Senz’altro con l’Africa non ho un gran rapporto: non ci ho mai messo piede (se per questo, però, nemmeno in America, meno che mai in Oceania, e quasi solo simbolicamente in Asia). Mentre tuttavia degli altri continenti conosco, almeno attraverso le fonti indirette, quel tanto che mi ha permesso da ragazzo di immaginare in quelle contrade delle fantastiche avventure e da adulto dei percorsi turistici, l’Africa è sempre rimasta lontana sia dalle mie fantasie che dai miei programmi di viaggio. Credo per due motivi. Il primo è che il confronto con gli altri continenti l’ho sempre associato a chi li abitava, mentre per l’Africa a sfidarmi era la natura, una natura tutt’altro che domesticabile, eccessiva, e quindi imprevedibile e minacciosa. C’entrano forse anche le suggestioni negative dell’infanzia: la vicenda di Coppi, che sembrava invulnerabile ma era tornato dall’Africa moribondo; i racconti di mio zio, che vi aveva trascorso tre anni di prigionia, in Kenia prima e in Sudafrica poi, e non risparmiava i particolari raccapriccianti; i romanzi africani di Salgari, come I drammi della schiavitù e Le caverne dei diamanti, nei quali non era possibile identificarsi con eroi autoctoni positivi sul tipo di Tremal-Naik o Minnehaha. Insomma, l’idea di non poter avere sotto controllo la situazione è poco compatibile col mio carattere.
Il motivo vero è però probabilmente che nei confronti dell’Africa provo una sorta di senso di colpa: non personale, naturalmente, ma collettivo, come rappresentante di una cultura che non solo non ha fatto nulla per aiutare quel continente e le sue popolazioni a crescere (in una direzione autonoma, sia chiaro), ma ne ha addirittura distrutte le radici e desertificato il terreno. Quello africano mi sembra uno dei maggiori fallimenti dell’umanità, senz’altro il più tragico ed evidente.
Dicevo di ciò che conosco o non conosco: in realtà delle esplorazioni africane so a sufficienza, conosco le vite e le vicende di quasi tutti i protagonisti, ho mappe dettagliate dei loro itinerari, ho collezionato i loro diari, le relazioni di viaggio, le biografie dei maggiori, da Mungo Park a Roger Caillè, a Barth, a Gerhard Rohlfs, Gustav Nachtigal, Georg Schweinfurth, fino ai celeberrimi Burton e Spike, e Livingstone e Stanley. A respingermi è proprio la consapevolezza di quel che è avvenuto dopo, di quali siano state le conseguenze di queste avventure a volte davvero eroiche, ma sempre macchiate dall’ombra dei mandanti.
Devo infine aggiungere che su questa disposizione ha senza dubbio influito la precoce lettura di saggi storici sugli orrori della colonizzazione e della tratta, e continuano a farlo la saggistica e i reportages più recenti; ma a suo tempo, più di sessant’anni fa, fu determinante la visione di Africa addio, il film di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, quasi contemporanea alla lettura di Cuore di tenebra. Quello raccontato nel film era un mondo talmente crudele da lasciare inorriditi: e senza dubbio gli autori avevano giocato in maniera spudorata sugli effetti sensazionalistici della miseria, della crudeltà, del degrado, ma a conti fatti quello che avevo visto sullo schermo, o letto in Conrad, mi è stato più tardi confermato da giornalisti seri come Kapuscinskji, nonché dalle cronache dei massacri in Congo, in Uganda, in Etiopia e un po’ ovunque in tutto il continente. Ho maturato insomma una sorta di sindrome africana, che a quanto pare però non ha colpito solo me, dal momento che tutto ciò che di negativo accade ancora oggi in Africa viene dato dal resto del mondo per scontato e che i numeri dei massacri, delle stragi e dei genocidi in atto rimangono freddi dati, non smuovono le coscienze e non promuovono manifestazioni e cortei.
Di quella impressione non mi sono comunque più liberato, e ciò mi porta ad esempio ancora oggi a considerare sotto una luce particolare sia il problema degli aiuti portati nell’Africa stessa sia quello dei profughi che sbarcano in Italia. Da un lato credo infatti che le missioni umanitarie, di qualsiasi tipo, abbiano fatto più danni che bene, dal momento che hanno creato una passiva dipendenza e spesso hanno anche arrestato o stravolto modelli di transizione compatibili con una tradizione economica e sociale totalmente differente. Dall’altro arrivo a pensare che la nostra attuale idea di convivenza, quella che porta a chiedere una apertura illimitata e incondizionata, quella fiduciosa in una più o meno rapida integrazione così come quella che propugna il “multiculturalismo”, non abbia fondamento. Popoli che hanno vissuto in certe condizioni hanno maturato una concezione del valore della vita e della morte, ma in generale di tutti i valori, troppo diversa dalla nostra, e allora o inculchiamo i nostri, e questo si chiama genocidio culturale, o ci arrendiamo ai loro (come peraltro sta già succedendo nelle giovani generazioni), e questo è un suicidio culturale. Può essere che la storia mi smentisca, che dall’interazione reciproca nasca qualcosa di inedito e di positivo, ma senz’altro io non ci sarò a vederlo.
Comunque: con questo scritto comincio a coprire un’assenza, parlando di un esploratore italiano, Carlo Piaggia, che ha vissuto la sua eccezionale esperienza nell’Africa orientale a metà Ottocento. Non posso considerarlo uno sconosciuto, perché con poco sforzo si trovano su di lui notizie tanto sul web che nelle biblioteche, ma non ho mai incontrato il suo nome né sui testi scolastici né nella letteratura storica di livello divulgativo. E magari vedrò anche di segnalare i nomi e le storie di chi gli fu in qualche occasione compagno di avventure e in altre concorrente.
Avevo pensato inizialmente di raccontarne la vicenda in un dittico, mettendola in parallelo con una seconda mini-biografia, quella di G. B. Cerruti, anch’egli nostro connazionale, anzi, quasi mio conterraneo: questi davvero sconosciuto fuori dell’ambito degli specialisti di storia delle esplorazioni, eppure a sua volta protagonista di una straordinaria avventura, sia pure in un teatro diverso, quello del Sud-Est asiatico. Ho poi preferito riservare a quest’ultimo uno spazio tutto suo, quasi a risarcirlo simbolicamente della disattenzione (anche mia, fino a pochi anni fa) nei suoi confronti. Volevo affiancarlo a Piaggia perché i due sono accomunati da una scelta incredibilmente coraggiosa, quella di non limitarsi ad esplorare territori incogniti e di avere contatti con le popolazioni altrettanto sconosciute che li abitavano, ma di dimorare presso quelle popolazioni per studiarle, per conoscerle meglio e prima ancora per partecipare della loro quotidianità, per arrivare a porsi dal loro punto di vista. E ne hanno tratto delle lezioni e delle considerazioni che oggi più che mai possono essere considerate attualissime.
Scelte di questo tipo non erano affatto usuali per gli esploratori dell’Ottocento, che in genere si limitavano a dare la priorità ai contatti politici e commerciali e al riconoscimento dei luoghi, e che anche nel migliore dei casi, come in quello di Livingstone, erano avanguardie consapevoli della futura colonizzazione. Non lo erano neppure per gli antropologi che li hanno seguiti qualche decennio dopo, tanto che la nascita di una “antropologia sul campo” è fatta risalire a Malinowskij, quindi al primo quarto del ‘900. Nel caso dei personaggi di cui vado a parlare, invece, l’assenza di appetiti coloniali di un’Italia appena formatasi e di sponsorizzazione da parte di società geografiche o di istituzioni similari hanno fatto sì che le permanenze fossero vissute come avventure individuali, per pura e genuina volontà di conoscenze ed esperienze.
Carlo Piaggia. I grandi viaggiatori, quelli che percorrevano il mondo quando viaggiare era ancora un’avventura, e in particolare gli esploratori, erano tutti in qualche misura personaggi fuori dagli schemi (certo, è un’ovvietà: altrimenti non avrebbero fatto quella scelta). Ma lo erano in modi molto diversi. Generalizzando alquanto, gli inglesi erano spesso in fuga dal perbenismo vittoriano, i francesi andavano a caccia di record, i tedeschi erano animati da una forte determinazione scientifica. Tutti quanti comunque si muovevano avendo alle spalle istituzioni politiche, società geografiche o accademie scientifiche che garantivano loro un concreto supporto.
Non era così per gli italiani, che almeno fino agli ultimi due decenni dell’800, quando anche il nostro paese cominciò a coltivare confusi appetiti coloniali, si mossero isolatamente o, come ad esempio Pietro Savorgnan di Brazzà, al servizio di governi stranieri. A spingerli erano le motivazioni più disparate. Nel caso di Orazio Antinori, che aveva vissuto una tumultuosa giovinezza mazziniana e aveva combattuto nel 1848 sia a Venezia che a Roma, fu un lungo esilio politico. In quello di Augusto Franzoj, che a sua volta non si era fatto mancare nulla, processi per insubordinazione, evasioni, una trentina di duelli, fu la necessità di mettere un po’ di distanza tra sé e la giustizia (ma anche di sottrarsi ai suoi creditori). C’era poi chi cercava di evadere da una prigione di affetti e di doveri familiari, come Carlo Vidua, e chi come Giovanni Miani mirava a riscattarsi dalla condizione di figlio illegittimo inseguendo il successo in ogni campo, dalla musica e dall’arte alle esplorazioni. Insomma, le molle erano molte, e non c’erano ancora interessi “superiori” a incanalarle.
In questo senso Carlo Piaggia è un ulteriore caso a sé. Si ritrovò in Africa per sottrarsi a un’esistenza che sembrava riservargli solo lutti e miserie e una pesante e noiosa routine di lavoro: ma si addentrò poi in un’area sconosciuta del continente animato da una curiosità sincera per i costumi e i modi di vita dei popoli che lo abitavano (“Volevo conoscere un poco anch’io il nostro mondo e vedere specialmente ciò che altri non hanno visto”), accompagnata da una sensibilità e sorretta da un’umanità che pochi suoi contemporanei dimostrarono, e che lo rende quanto mai vicino al modo di sentire contemporaneo (o almeno al mio).
A differenza di quasi tutti coloro dei quali ho parlato sino ad ora, Piaggia non arrivava da una famiglia benestante e non aveva alle spalle studi regolari o esperienze precoci che ne facessero un predestinato. Era figlio di un mugnaio della Lucchesia, terzogenito di otto fratelli e due sorelle. Crebbe coltivando la terra e aiutando nel mulino di famiglia, ma sviluppando al contempo una forte passione per lo studio e la lettura, aiutato dal parroco del paese. Egli stesso racconta che la sera, mentre i suoi coetanei sciamavano a giocare per le vie del villaggio, lui si rintanava in un angolo a leggere i libri di viaggio o d’avventura che il prelato gli procurava, e la notte integrava quelle letture spaziando con la fantasia. Ne aveva bisogno, perché la sorte non era stata particolarmente benevola con lui: sin dalla nascita era afflitto da una leggera zoppia, e questa imperfezione fisica rischiava di marchiare e determinare tutta la sua futura esistenza.
Quando dunque la sua vita sembrava già segnata all’insegna di un lavoro poco gratificante sotto tutti gli aspetti e degli orizzonti ristretti del paese, una sciagura improvvisa venne a sconvolgerla. Nel 1849 un’epidemia di tifo gli portò via tre fratelli e le due sorelle, oltre alla madre, e creò alla famiglia grosse difficoltà economiche. A quel punto Carlo, che aveva continuato anche dopo l’adolescenza a nutrirsi di sogni libreschi d’evasione e di esotismo, sentì di non poter più reggere quel destino e decise di accomiatarsi dai parenti. Non vedeva altra soluzione che cercare fortuna altrove, lasciandosi alle spalle la malasorte. E quell’altrove lo identificava con l’altra sponda del Mediterraneo, nel continente africano. Era tutto ciò che poteva permettersi, stanti i suoi mezzi: ma era anche ciò che maggiormente lo attirava, perché in pratica, tranne che per la fascia costiera, si trattava di un mondo del tutto inesplorato.
Africa. A Maggio del 1851 lo troviamo dunque a Tunisi, dove è già presente una nutrita colonia di italiani, in gran parte esuli dopo le rivoluzioni e la guerra del ‘48, intenzionati a rifarsi una vita come tecnici o come militari. Anche Carlo, con la sua esperienza contadina, non tarda a trovare un impiego come capo giardiniere nel palazzo del bey. Una sera però, mentre torna dal lavoro, è aggredito da cinque dei beduini messi alle sue dipendenze, che lo spogliano di tutto e lo lasciano per morto. Riesce a trascinarsi fino al palazzo, dove riconosce e fa arrestare i suoi aggressori, ma decide che quella esperienza va chiusa. Lascia dunque Tunisi per trasferirsi ad Alessandria. Qui si ferma per quasi cinque anni, mostrando una eccezionale capacità e velocità di apprendimento per ogni tipo di lavoro, ma conservando intatto il suo spirito irrequieto, che non si appaga del successo e del benessere economico. In realtà quest’ultimo deve diventare solo la base per quel futuro avventuroso che ha sempre sognato: e per crearsi questa base lavora come cacciatore e come armaiolo, ma anche come rilegatore di libri, tassidermista e verniciatore di carrozze, acquisendo competenze sui viaggi e sugli armamenti. Nel frattempo continua a leggere senza tregua tutto quanto è possibile di relazioni di grandi viaggi e di esplorazioni africane; impara l’arabo e il francese e anche i rudimenti di alcuni idiomi dell’interno; e mette da parte ogni soldo guadagnato per potersi permettere al momento opportuno un equipaggiamento adeguato alle imprese che ha in mente.
Primo viaggio. Il momento arriva nel 1856, quando finalmente può partire alla volta di Khartoum. Già nel mese di dicembre comincia a risalire il Nilo, raggiungendo le stazioni allora più avanzate della penetrazione missionaria nel cuore dell’Africa, Santa Croce e Gondokoro, e spingendosi anche fino a Regiaf, a sud dell’odierna città di Juba. Fino al luglio 1857 esplora la regione a est di Santa Croce, giungendo ad attraversare il fiume Bahr el-Zeraf e a toccare il Sobat, un importante affluente meridionale del Nilo Bianco. Si tratta di una missione di assaggio, per impratichirsi della geografia dei territori e degli idiomi e farsi un’idea dei problemi che dovrà affrontare. Alcuni di questi problemi si presentano subito: è ad esempio ingiustamente sospettato dagli abitanti di un villaggio di aver rapito una ragazzina e rischia sino all’ultimo di vedersela brutta, si smarrisce nella foresta e deve essere salvato da alcuni indigeni inviati alla sua ricerca, assiste impotente all’agonia di un elefantino cui è stata uccisa la madre, non può opporsi alla riduzione in schiavitù di un giovane che aveva conosciuto alla missione. Al tempo stesso allaccia amicizie con i missionari che operano in quei luoghi inospitali, e da essi ricava preziose notizie e indicazioni sia sul territorio che sulle popolazioni, sui loro costumi e sulla loro indole.
A luglio torna a Khartoum, dove esercita per qualche mese il mestiere di armaiolo: fino a quando un altro europeo, il commerciante francese d’avorio Alphonse de Malzac, lo contatta e lo assunse come guida per le spedizioni di caccia agli elefanti. A Piaggia non occorre molto per rendersi conto che in realtà De Malzac commercia anche in schiavi, facendo razzie nei villaggi sudanesi e trattando in maniera disumana i prigionieri catturati. Nelle sue “Memorie” lo descrive così: “Questi affermava di commerciare in bovi e il suo traffico si svolgeva nel modo seguente: rubava ai selvaggi il bestiame e poi lo restituiva loro in cambio di avorio. Questo sistema di commercio non gli costava che polvere e piombo, e ben presto fu imitato da altri negozianti mussulmani”. Quando Piaggia entra in contatto con lui De Malzach è una potenza. “Disponeva di duecento uomini bene armati e poté a man salva impadronirsi di bestiame, donne e ragazzi, incendiare villaggi e uccidere indigeni, quando cercavano di impedire i suoi saccheggi. In un apposito recinto si teneva il mercato delle donne e dei ragazzi, che il Malzach vendeva ai suoi soldati, cedendoli spesso in pagamento del loro salario.”
Ha modo di constatare immediatamente quanto lo schiavista sia feroce: “La sera stessa dell’arrivo di De Malzach, cadde in una buca (una trappola per catturare gli ippopotami, ndr) un piccolo ippopotamo e al mattino seguente le urla di questo animale giunsero fino al nostro recinto. Un selvaggio corse alla buca e a colpi di lancia lo uccise. Un tale fatto inferocì a tal segno il De Malzach, che raggiunto il selvaggio, senza profferir parola, gli sparò addosso tre colpi della sua carabina revolver uccidendolo. Un grande terrore si diffuse allora tra i selvaggi e il De Malzach venuto da me, dopo avermi narrato l’accaduto, marcò con un ferro rovente la cassa di legno del suo fucile, dicendomi che altrettanto farebbe per ogni selvaggio da lui ucciso. Dopo sette o otto mesi, infatti, io ebbi a notare dodici segni uguali, tale e tanta era la ferocia di quella belva sitibonda di sangue, con la quale fin dal primo momento mi pentii di essermi associato per le mie cacce”.
Per conto di quello scellerato datore di lavoro Piaggia esplora per otto mesi i territori delle popolazioni Kic e Giak e quelli della tribù dei Ruor, sul fiume Rohl. Nell’agosto del 1858, però, scaduto finalmente il contratto, fa ritorno al Cairo e di lì in Italia, dove giunge nel febbraio 1859. È nauseato dalle atrocità cui ha assistito, ha bisogno una pausa: al tempo stesso porta con sé una ricca collezione delle armi e degli utensili costruiti dalle popolazioni che ha frequentato, della quale fa dono al Museo di Storia Naturale di Firenze. Ma l’Africa gli è ormai entrata nelle vene.
Secondo viaggio. Nel gennaio del 1860 è infatti nuovamente in Egitto. Si reca prima ad Alessandria, poi sul mar Rosso, dove a fine primavera incrocia Giovanni Miani, reduce da un’estenuante spedizione sul Nilo Bianco, e ne ascolta gli appassionanti racconti (ma annota anche che l’esploratore tende a considerare quei territori zona di sua esclusiva pertinenza). Arriva infine a Khartoum.
Qui ha luogo un secondo incontro determinante, quello col marchese Orazio Antinori, da tempo esule in Africa e già impegnato in esplorazioni nell’area sudanese. Antinori ha avuto notizie di Piaggia e delle sue competenze sia come esperto di armi che come cacciatore, e lo considera l’uomo giusto per la sua prossima avventura. I due, ai quali si unisce anche il commerciante francese e corrispondente della Revue des Deux Mondes Alessandro Vayssière, conosciuto dal Piaggia in una precedente occasione, partono alla volta del Nilo Bianco e del Bahr el-Ghazal, intraprendendo un viaggio molto faticoso attraverso la regione del Giur. La spedizione però non ha fortuna: Vayssière, ammalatosi di febbri tropicali, torna indietro e di lì a poco muore, il marchese è talmente debilitato da dover essere trasportato in barella, lo stesso Piaggia è costantemente febbricitante. Inoltre, in circostanze come queste la coesistenza con Antinori, più propenso al comando che alla collaborazione paritaria, si rivela piuttosto difficile. Fanno quindi anch’essi ritorno a Khartoum, dove Piaggia constata che l’equipaggiamento che aveva dato in affitto a Vayssière è stato svenduto, e si ritrova senza un soldo. Per qualche tempo deve quindi riprendere il suo mestiere di riparatore di armi.
Questa volta è il governatore turco a offrirgli un’occasione, invitandolo a partecipare nel gennaio del 1862 a una spedizione nel Sennar (una provincia meridionale del Sudan, attraversata dal Nilo Azzurro) in compagnia del naturalista toscano Leopoldo Ori: lo scopo è quello di catturare uccelli esotici per il serraglio del sultano di Costantinopoli. Con i proventi di questo lavoro, portato felicemente a termine, e tramite impegni di lavoro presi con alcuni commercianti sudanesi, Piaggia riesce finalmente, alla fine del 1863, a realizzare il desiderio di una esplorazione in proprio, da compiersi senza dover sottostare alle aspettative e ai progetti altrui, e senza porsi limiti temporali.
L’obiettivo che ha in mente da un pezzo è di penetrare nelle terre inesplorate dei Niam Niam (gli odierni Azande), al confine tra il Sudan e il Congo-Zaire, e di creare con essi dei contatti. All’epoca sui Niam Niam circolano solo leggende: che sono ibridi uomo-cane, che hanno una rudimentale coda nella parte addominale, ma soprattutto che praticano il cannibalismo. Il che, anziché dissuaderlo, gli render rende la cosa ancor più eccitante.
Piaggia condivide la prima fase del viaggio con un gruppo di mercanti della Compagnia Gattas, per staccarsene poi con una parte della scorta e dei portatori. I numeri che riporta per quanto concerne la composizione della carovana (novanta soldati di scorta e oltre duecento “selvaggi” reclutati come portatori) fanno pensare ad una spedizione in grande stile, ma è difficile determinarne l’entità reale, perché tra diserzioni e nuovi arruolamenti cambia ad ogni tappa. Quelli che chiama “soldati”, e che gli indigeni etichettano genericamente come “turchi” non sono altro infatti che mercenari, in teoria al soldo delle autorità turche ma che agiscono in realtà come bande armate autonome, dedite a un sistematico saccheggio: e i portatori sono le loro vittime, schiavizzate e pronte a darsi alla macchia alla minima occasione.
L’impatto iniziale con i Niam Niam è tutt’altro che pacifico. Non appena la carovana si addentra nel loro territorio tra i “selvaggi” e i soldati si ingaggia una furiosa battaglia, nel corso della quale lo stesso Piaggia rischia di rimanere intrappolato in un incendio appiccato dagli indigeni. Si salva con lo stratagemma di combattere il fuoco che ha di fronte bruciando la boscaglia alle sue spalle, creando in questo modo uno spazio nel quale trovare rifugio. La cosa desta l’ammirazione dei suoi uomini, ma anche quella dei Niam Niam, che mandano dei parlamentari e invitano il bianco al loro villaggio.
La trattativa col capo tribù, che Piaggia chiama “re”, l’erculeo Tombo, volge subito in positivo, anche tramite lo scambio di doni reciproci. Il re, consapevole del prestigio che un simile ospite può creargli – Piaggia è il primo bianco mai visto dal suo popolo –, gli dona zanne di elefante, donne e persino figli in segno di amicizia. Piaggia ricambia con stoffe e vari ammennicoli di metallo, e a questo punto, dopo aver scaricato da ogni responsabilità i suoi riluttanti accompagnatori con una liberatoria scritta, decide di rimanere da solo nel villaggio di Tombo, dando inizio a una esperienza che si protrarrà per quasi due anni.
Il soggiorno presso i Niam Niam è tutt’altro che tranquillo. L’amicizia col re conosce fasi alterne, e in più di un’occasione Piaggia deve ricorrere ad una sottile diplomazia e forzare il proprio ascendente per salvarsi il collo: ma tutto sommato, grazie anche ad un carattere deciso ma tutt’altro che spocchioso, riesce a conquistarsi la benevolenza di tutta la popolazione. Intanto arriva presto a padroneggiarne la lingua, e questo gli consente di interagire con tutti in maniera amichevole e di osservarne con simpatia e rispetto i costumi e le tradizioni.
La fama della sua presenza si diffonde velocemente presso tutte le tribù dei Niam Niam. É invitato a fare visita ai diversi capi della regione (cosa che a Tombo non piace molto, ma che in alcuni casi si rivelerà preziosa per dirimere annose controversie) e mentre si sposta da un villaggio all’altro prende nota della flora e della fauna del territorio, del quale cerca anche di tracciare una mappatura: ma la mancanza di strumenti (e anche di specifiche competenze) lo porta a commettere grossolani errori di valutazione. Segnala ad esempio l’esistenza di un grande lago, che personalmente non ha mai visto ma del quale gli raccontano meraviglie gli indigeni, e per un certo periodo quello specchio d’acqua sarà indicato sulle carte geografiche sotto il suo nome. In definitiva però non verrà mai identificato, o forse si tratta del già conosciuto lago Alberto.
La sua permanenza tra i Niam Niam è comunque legata essenzialmente alle merci di scambio con le quali ne ha conquistata la simpatia. Una volta esaurite le stoffe e le cianfrusaglie che si era portato appresso potrebbe rinnovare la scorta solo tramite i mercanti arabi di schiavi che periodicamente si addentrano nel territorio; ma questi, sapendo come la pensa sulla loro attività e considerandolo solo un ficcanaso, gli rifiutano le merci. Non gli rimane quindi che lasciare i Niam Niam: nel maggio 1865 si allontana dal villaggio, malgrado le pressioni di Tombo per farlo rimanere e le implorazioni delle sue donne. Per un lungo tratto è accompagnato da alcuni figli del re, poi si aggrega ad una carovana che lo conduce sino a Khartoum.
Terzo viaggio. Nei primi mesi del 1866 lo troviamo nuovamente in Italia. Questa volta sembra intenzionato a un rientro definitivo e a godersi quel poco di notorietà che il soggiorno tra i “cannibali” gli ha procurato. Cinque anni dopo, però, nel 1871, torna in Africa. A richiamarlo è ancora Antinori, che sta raccogliendo reperti naturalistici nell’Eritrea meridionale, ma anche dati per il nascente interesse italiano nell’area. Una volta raggiunto il marchese, Piaggia si trova coinvolto nelle sanguinose faide tra i pretendenti al trono dell’Abissinia: uno dei ras ribelli vuole arruolarlo per le sue competenze di armaiolo, e l’esploratore rischia un forzato coinvolgimento. Riesce per il momento a temporeggiare, fino a quando Antinori non è costretto a rientrare in Italia e ad affidargli il completamento della missione. In pratica è lasciato in balìa di se stesso: deve pertanto affrontare una pericolosa traversata del deserto per sfuggire alle truppe del ras e arrivare sino a Massaua, dove si ritrova disoccupato e senza coperture. Si arrangia con le sue competenze, anche se la zona è periferica rispetto alle grandi vie carovaniere e a quelle della tratta; collabora ai lavori per la costruzione di un grande pontile e nel frattempo non rinuncia tuttavia alle esplorazioni (nella penisola di Buri, all’ingresso del mar Rosso).
Finalmente nell’aprile 1873 viene incaricato dal pascià (Johann Albert Werner Munzinger, uno dei tanti europei al servizio dell’impero ottomano) di compiere una ricognizione sull’altipiano abissino, alla ricerca di una miniera di rame. La ricerca si rivela infruttuosa, e a metà agosto dello stesso anno Piaggia è già a contratto col console francese De Sarzach, incaricato di una missione ufficiale presso l’imperatore d’Etiopia. La missione diventa una sorta di caccia al tesoro, perché il sovrano si muove incessantemente sulle sue terre per reprimere ogni ribellione.
Evidentemente con i francesi Piaggia non ha un gran feeling, perché anche il De Sarzach si rivela infido e particolarmente spietato con le popolazioni che incontra e depreda. Per fortuna l’imperatore, una volta raggiunto, prende a benvolere il lucchese e lo incarica di saggiare un terreno aurifero. Anche questa volta la ricerca si rivela infruttuosa: in compenso porta lo sulle rive del lago Tana, che l’esploratore decide di circumnavigare su un’imbarcazione di papiro fatta appositamente costruire. È il primo europeo a compiere questa impresa.
Il rischio a questo punto è che l’imperatore voglia costringerlo al suo servizio, e la prospettiva fa decidere Piaggia a lasciare alla chetichella il paese e a rifugiarsi a Khartum, dove arriva nel marzo del 1875. Qui ha modo di conoscere subito Romolo Gessi, col quale risale in battello il Nilo Bianco, rivedendo terre che aveva attraversato molti anni prima e trovandole ora spopolate e desolate. A gennaio del 1876 gli arriva poi direttamente da Gordon Pascià l’incarico di procedere con lo stesso Gessi ad una esplorazione nella zona dei grandi laghi per risolvere definitivamente la controversia sulle sorgenti del Nilo. Piaggia è entusiasta, da un lato perché si trova a lavorare con un uomo la cui fama di intrepidezza si è sparsa in tutto il mondo, dall’altro perché una volta raggiunto il lago Alberto potrà proseguire in maniera indipendente, dal momento che Gessi ha l’incarico di circumnavigare il lago stesso. Ma ancora una volta la missione non ha esito, perché nel tratto che dovrebbe portare al lago Vittoria il Nilo è impercorribile, tra cascate, rapide e una vegetazione lacustre impenetrabile, e perché tutti i suoi uomini sono prostrati dalle febbri malariche. A giugno è quindi nuovamente a Khartoum, portando con sé una ricchissima collezione etnografica raccolta nel corso del viaggio. Verso la fine dell’anno è al Cairo, dove scopre di essere ormai diventato famoso: è invitato a tenere conferenze ed è ricevuto dalle massime autorità.
Quarto viaggio. Si riaffaccia però la nostalgia dell’Italia, che ha lasciato da oltre dieci anni: nell’aprile del 1877 è quindi nuovamente a Lucca. Anche qui grandi festeggiamenti e riconoscimenti, compresa la medaglia d’oro della Società Geografica Italiana e l’incontro col re Umberto I, che gli assegna un sussidio per approntare un nuovo viaggio d’ esplorazione in Africa.
È così che Piaggia nel settembre 1878 è nuovamente a Khartoum. Una prima missione esplorativa gli è assegnata da Gordon Pascià, ma la sbriga entro il gennaio dell’anno successivo. Poi è libero di rivolgere la sua attenzione al Nilo Azzurro e all’Abissinia. La febbre malarica prima e i sospetti degli ottomani (e degli inglesi) poi lo frenano, e nel febbraio del 1880 è ancora a Kartoum. Qui riceve l’incarico dalla Società Geografica Italiana di mettersi alla ricerca dei due esploratori italiani, Giovanni Chiarini e Antonio Cecchi, trattenuti prigionieri in Abissinia: ma la missione viene revocata mentre Piaggia è già in cammino, perché si è ormai conosciuta la sorte dei due. Decide di proseguire ugualmente lungo il Nilo Azzurro, fino a che non viene fermato e rispedito indietro dalle autorità locali. La sua fama di avversario della tratta degli schiavi si è ormai diffusa, e lo rende inviso a chi ci campa sopra.
Torna dunque per l’ennesima volta nella capitale sudanese e riesce a reperire un nuovo incarico. Questa volta si tratta di esplorare l’Etiopia con un giovane studioso olandese. Sarebbe la missione dei suoi sogni: ma le febbri malariche non tardano a riacutizzarsi, il suo fisico è stremato, e capisce che ormai è finita. Si preoccupa sino all’ultimo istante di favorire la missione del suo compagno, Shuver, e muore poi, nel gennaio 1882. Ha cinquantaquattro anni, trenta dei quali trascorsi a rendere vero il suo sogno africano.
Che uomo è dunque Carlo Piaggia? Edmondo De Amicis, che lo ha incontrato nel 1878, quasi al termine della sua avventura, scrive: “Chi si è immaginato, prima di vederlo, una figura di esploratore africano, un viso ardito e terribile, rimane, conoscendolo, molto disingannato. È di statura appena media, grigio, barbuto, magrissimo. Celia egli stesso sulla sua magrezza, dicendo che di tutti i viaggiatori è quello che gettò sul suolo dell’Africa l’ombra più sottile.
Il suo viso racconta gran parte della sua vita. è un viso devastato: ardori tropicali, agonie, tristezza, lotte coi leoni, ci si legge tutto, un’apparenza di uomo stanco, una serietà quasi triste […]. Un altro avrebbe da discorrere tutta una serata sopra un solo episodio dei suoi viaggi; egli è capace di riassumere le avventure di un anno in cinque parole. Non colorisce, non dice una parola in più del necessario, e racconta le cose più strane con la più grande indifferenza. Ma parla con un tale accento di verità che non può cadere in mente a nessuno neppure il più lontano sospetto della più piccola esagerazione”. In effetti, non corrisponde affatto allo stereotipo fisico (e caratteriale) dell’esploratore che il Giornale dei viaggi e altre riviste consimili andavano creando, prendendo a modello personaggi come Burton o Stanley. De Amicis ritiene allora di conferire un’aura di esotismo al personaggio insistendo sulla sorpresa e sulla curiosità maliziosa delle “selvagge” per la sua pelle bianca, le sue chiome e la sua barba fluenti, nonché sul gradimento che Piaggia non nasconde per le loro grazie.
Ma Piaggia ha saputo farsi apprezzare per ben altre doti. Alla notizia della sua morte, nel febbraio 1882, il botanico ed etnologo tedesco Georg Schweinfurth, che lo aveva incontrato nel corso di un paio di viaggi, tiene presso la Società Geografica del Cairo un discorso commemorativo del quale vale la pena riportare alcuni passi. “Viaggiava sempre solo, senza conforti di sorta, che il progresso moderno permette ai ricchi. Era un pellegrino inoffensivo, imponeva il rispetto dovuto alla sua dignità coraggiosa, ispirava confidenza, ciò ch’è importante in Africa come in Europa e che è un omaggio dovuto alle anime gentili. È vero che Piaggia portava sempre seco un fucile, ma non lo adoperò mai contro gli uomini, sibbene per inviare in Europa una delle più ricche collezioni scientifiche. Quell’uomo bianco restò scolpito nella memoria dei selvaggi, che lo consideravano come un essere caduto dal cielo, come un presente mandato da dio: pagani e musulmani sidisputavano la sua amicizia.”
Da parte sua, Piaggia evita ogni autorappresentazione superomistica o agiografica. Non ha lasciato alcuna opera compiuta (non ha avuto il tempo di riordinare le sue Memorie, che sono state raccolte e pubblicate solo sessant’anni dopo da Giovanni Alfonso Pellegrinetti), ma solo una messe disordinata di quaderni di appunti (cinquanta), redatti un linguaggio approssimativo, ma forse proprio per questo particolarmente convincente. L’esploratore non racconta le sue gesta, ma piuttosto le sue paure, le irritazioni nei confronti degli indigeni, delle quali a mente fredda non tarda poi a pentirsi, le sue imprudenze, che a volte hanno esiti tragici (“Purtroppo uno dei selvaggi mandato alla mia ricerca non fece ritorno: era stato divorato da un leone. Fu trovata solo una gamba, misero avanzo dell’infelice.”), la sensazione di impotenza di fronte a vicende e a situazioni che lo indignano e lo disgustano. Non nasconde le debolezze e le malinconie: “Una grande tristezza mi invase e cominciai a pensare agli stenti e alle fatiche sofferte in quei paesi e alla possibilità di finire in una terra sconosciuta, senza lasciare di me traccia alcuna. Piangevo senza sapere perché e il fuoco illanguidiva a poco a poco”.
Il tutto, anche le situazioni più drammatiche, appare comunque stemperato da una sottilissima e congenita ironia, che rivolge soprattutto a se stesso. A mio parere un episodio tra i tanti lo ritrae psicologicamente in maniera perfetta. Inoltratosi nella foresta per cacciare, ad un certo punto: «[…] a cinque metri di distanza scorsi un leone che stava immobile con la bocca socchiusa. La mia prima speranza fu che il leone non mi avesse visto e che io potessi allontanarmi indisturbato, ma dovetti subito convincermi del mio errore: il leone guardava me e io guardavo il leone. Pensai allora che in quel punto si sarebbe aperta fra breve la mia tomba [ha infatti il fucile caricato a piccoli pallini, per la caccia agli uccelli]. I miei capelli si drizzavano, mentre con uno sforzo di volontà mi ergevo su tutta la persona e imbracciavo il fucile. Ero risoluto, se il leone me ne avesse lasciato il tempo, di sparargli negli occhi con la carica dei piccoli piombi. Ma ecco che la belva si alza pigramente e se ne va con lentezza, come per dirmi: “Risparmia il tuo piombo e non molestarmi gli occhi”. […] I miei nervi dopo lo sforzo compiuto, si rilasciarono, e quasi disfatto, chiedevo a me stesso se ero vivo o morto, e se dei due avessi vinto io o il leone». Insomma, non è Indiana Jones, ma nemmeno Tartarino.
Natura. Il suo rapporto con l’ambiente naturale è, a dispetto delle febbri malariche che lo assalgono e lo accompagnano costantemente, delle belve, degli insetti, dei pipistrelli, sempre positivo. Non indulge a romanticherie sul paesaggio, ma intanto ci fa percepire tutte le diverse e persino opposte gradazioni e condizioni climatiche che l’Africa offre, soprattutto in quell’area. Con mentalità contadina valuta la fertilità delle pianure e la ricchezza spontanea offerta dalle foreste (è lui a introdurre la dicitura di foreste a galleria: “Le foreste assumono l’aspetto di gigantesche gallerie, nelle quali gli alberi intrecciano le chiome all’altezza di trenta o quaranta metri dal suolo”) e dai grandi corsi d’acqua: ma al tempo stesso non mostra mai rammarico per lo sfruttamento di queste risorse solo al fine della sopravvivenza. Semmai stigmatizza i disegni di “valorizzazione” che stanno dietro la penetrazione coloniale.
È un cacciatore, lavora per i trafficanti d’avorio e cattura uccelli come i marabù, dal piumaggio particolarmente prezioso, o ippopotami e altri animali esotici da inviare in Europa. Non condivide però la mentalità predatoria scatenatasi dopo che il chinino e i battelli a vapore hanno consentito la penetrazione nel cuore del continente: pratica la caccia come un potenziamento di quella già praticata dagli indigeni stessi. Per questo si indigna di fronte alle stragi insensate di animali, e si commuove per la sorte di un elefantino reso orfano dai cacciatori; o adotta un’altra orfanella, l’antilope Teresa, della quale lui stesso ha ferito la madre. Teresa è protagonista di un intero capitolo delle sue memorie. Lo segue infatti, ma in totale libertà, per mesi, lungo tutto un viaggio di ritorno nel deserto. “Essa conosceva il punto da me scelto per passare la notte e vedendo che riunivo il bagaglio e legavo i piedi agli animali da carico essa si allontanava e correva per i colli e per i monti per più ore nella notte. Ma bastava al mattino che io chiamassi – Teresa – o tirassi un colpo di fucile, che essa veniva subito a riunirsi alla carovana.
Però qualche volta, stanca forse degli assalti degli animali feroci che abbondano lungo la strada ritornava la notte presso di me e si coricava su quel vecchio tappeto che io stendevo a terra per dormire, e come lasciavo un posto libero anche per lei, quando arrivava, piano piano, si coricava presso di me, appoggiando il suo dorso al mio, che pareva volesse dirmi – son venuta.”
Per la cronaca, la storia di Teresa non ha un lieto fine, perché mentre l’esploratore giace ammalato in un villaggio disperso la povera bestia viene uccisa e mangiata dagli abissini. Questa volta Piaggia si arrabbia davvero, sequestra il bestiame degli abitanti e obbliga questi ultimi a denunciare i responsabili.
Ciò che colpisce in tutta la vicenda è la genuina semplicità con la quale viene evocato il rapporto. Ma questo vale allo stesso modo per l’elefantino, o per l’asinello che lo accompagna tra i Niam Niam e che suscita tra le donne un divertito e malizioso stupore. “Anche il mio asinello, al quale mentalmente poco prima avevo chiesto perdono di averlo condotto in regioni così lontane e misteriose, si era coricato e sembrava dormisse.” È un’attenzione, rivolta peraltro al più umile degli animali, che viene ripagata: “Ma ad un tratto si alza da terra e comincia a sbuffare come se un grave pericolo lo minacci. Io mi desto di soprassalto e sento drizzarmi i capelli in testa: un grosso animale si avvicinava alla capanna”. E l’attenzione si allarga anche alle specie più temute. “Vi sono ancora dei piccoli coccodrilli; gli indigeni li chiamano ucaram, non molestano le persone e si nutrono di insetti. Si addomesticano facilmente; io ne avevo abituato uno a venire ogni giorno alla mia casa a prendere la sua razione di cibo, che consisteva nelle interiora di una gallina con qualche pezzetto di carne.” Non c’è alcun desiderio di infiorettare il racconto, di alleggerirlo: piuttosto, testimonia del sopravvivere in mezzo a tanti orrori, disagi e pericoli, di una umanità schietta e non timorosa di rivelarsi.
Negrieri. Quanto agli orrori, questi sono soprattutto legati alle figure degli occidentali o di coloro che militano al loro servizio, e a quelle dei negrieri arabi. Non molti tra costoro si salvano. Quando non arrivano agli eccessi di sadismo di un De Marsach, brillano per l’indifferenza con la quale assistono allo scempio delle popolazioni decimate dallo schiavismo. Nel volgere di un ventennio, dalla prima risalita del Nilo sino all’ultima, Piaggia testimonia la progressiva desertificazione di vaste aree rivierasche. La sua osservazione più ricorrente, nel ripercorrere itinerari che ha già praticato, riguarda lo spopolamento dei villaggi. “Per due giorni percorremmo boschi e pianure senza incontrare anima viva.” Oppure: “Non avevo più visto quelle sponde da circa dieci anni, e in luogo delle numerose tribù che le popolavano dalle due parti, trovai un vero deserto. Le popolazioni erano sparite: o perché fuggite o tratte in schiavitù, o discese nelle terre più prossime all’equatore”.
Lo turba soprattutto, quando incrocia carovane di schiavi, o imbarcazioni che portano verso i mercati costieri il loro infame carico, l’essere impossibilitato a qualsiasi intervento: anche se almeno in una occasione, in seguito ad una razzia di donne compiuta dai “turchi” presso una tribù dei Niam Niam, si mette a capo di una spedizione di “selvaggi” e ottiene la liberazione delle poverette, minacciando i razziatori di sterminio. Questo successo accresce esponenzialmente il suo prestigio: “Si raccolsero attorno a me migliaia di selvaggi di altre tribù, che erano arrivati durante la notte e che ora intrecciavano in mio onore danze di guerra”.
In generale, Piaggia è molto sensibile alla meschinità degli europei che operano in quella parte di mondo: in particolare sembra avere una cattiva opinione soprattutto dei francesi, nata probabilmente dall’esperienza con De Malzach e confermata poi da quella col console francese di Massaua, De Sarzach, che arriva a cercare di liberarsi di lui facendolo abbandonare dalla scorta in mezzo alla foresta. Ma neppure con i connazionali i rapporti sono sempre idillici. Di Miani e di Antinori si è già detto, e anche quando risale il Nilo con Romolo Gessi, divenuto famoso come il flagello degli schiavisti, non può fare a meno di constatare che i suoi metodi non differiscono molto da quelli usati da coloro cui dà la caccia.
Schiavi. Come arriva nell’Africa Orientale, Piaggia incontra immediatamente la piaga della schiavitù. “Fin dal mio primo arrivo a Khartum nel 1856 si praticava sul pubblico mercato la vendita degli schiavi. Questi schiavi erano in genere abissini, o popoli del Fiume Bianco. I primi avevano maggior valore e le femmine erano pagate fini a 200 e 400 franchi; i maschi valevano circa la metà […]. Erano ben rare allora le famiglie sudanesi che non avessero schiavi di ambo i sessi. Li facevano sposare tra loro per venderne i figli, e all’occasione vendevano gli stessi genitori per sostituirli con altri più giovani. I padroni dispongono della vita di uno schiavo come di quella di un animale qualsiasi. Sfogano all’infelice la loro rabbia e talvolta lo bastonano fino ad ucciderlo.”
Di lì a poco, risalendo il Nilo, sarà spettatore e testimone di tutte le fasi dell’infame commercio. “Mentre io attendevo alla caccia degli elefanti, non passava settimana in cui il De Malzac con i suoi soldati non andasse a derubare i bovi agi villaggi degli indigeni, portando via anche donne e ragazzi per alimentare il suo commercio di bestiame e di schiavi. […] Gli uomini di De Malzac, tutti mussulmani, erano gelosi di me a causa della mia buona fortuna nella caccia agli elefanti e mi odiavano perché disapprovavo la loro ferocia contro i selvaggi”. E più tardi: “Nello stabilimento del Gattas ogni giorno aumentavano di numero gli schiavi che i soldati si procuravano con le loro scorrerie, e poiché tutti soffrivano la fame, i poveretti malnutriti perivano in gran numero entro il recinto”.
Queste notazioni compaiono con costante frequenza in occasione di tutte le sue spedizioni verso l’interno. E assumono ancor più significato quando, in un capitolo tutto dedicato ai costumi dei Niam Niam, Piaggia vuol chiarire la differenza nei confronti di quella che era la condizione tradizionale. “La schiavitù vera e propria è sconosciuta tra i Niam Niam. Esiste soltanto una specie di servitù che è nata dalla necessità, per alcune grandi famiglie, che hanno molti greggi da pascolare, di provvedersi di giovani e di giovinette che li aiutino in tale compito. Questi restando a lungo alle dipendenze di un medesimo capo, formano a poco a poco un ceto di persone che vive in apparente stato di obbedienza servile.”
In verità le cose non stanno proprio così, o meglio, non lo stanno più al momento in cui Piaggia ne scrive. La forma di asservimento alla quale l’esploratore si riferisce non è molto diversa da quella praticata nelle nostre campagne sino a meno di un secolo fa. Basta leggere la Malora di Fenoglio per averne un’idea. Le famiglie più povere mandavano i propri figli, maschi e femmine, già a partire dalla tarda infanzia “a servizio” (nel mio dialetto si usava per questa condizione un’espressione decisamente icastica, curdò, che equivarrebbe a “legato con una corda”) e traduce con particolare efficacia il modo in cui dovevano sentirsi quei poveretti. È una condizione che Piaggia conosce bene, era diffusa all’epoca sua anche nella Lucchesia, e per questo non la considera una forma di schiavitù.
In Africa (ma non solo) esistevano già modalità molto più pesanti ed esplicite di asservimento: quello praticato nei confronti dei prigionieri catturati durante le continue guerre tribali e quello conseguente la vendita, all’interno o all’esterno della tribù, dei figli. Ed esisteva anche un fiorente mercato di braccia per i lavori più pesanti e di carne giovane per i ginecei del vicino e del medio-oriente, mercato gestito nella parte finale della filiera dai negrieri arabi. Questo è innegabile.
È accaduto però che a partire dal XVI secolo a incrementare tali pratiche sia arrivata la tratta atlantica, che aveva interessato fino ai primi dell’Ottocento solo le popolazioni costiere, ma che da ultimo, con l’introduzione dei battelli a vapore, di armi da fuoco sempre più efficaci e del chinino per combattere la malaria, ha finito per coinvolgere anche i popoli dell’interno.
Piaggia si trova a vivere proprio al culmine di questa transizione, paradossalmente nella fase in cui lo schiavismo comincia ad essere ufficialmente combattuto, mentre nella realtà tocca l’apice della sua infamia. “In questo stesso anno (1865) il Governo egiziano aveva iniziato l’opera di repressione della tratta degli schiavi. Le sue barche risalivano il Nilo e fermavano quelle dei negozianti per ispezionare le merci e i passeggeri e impedire le frodi. Furono così liberati molti schiavi e sequestrato molto avorio: ma quando i negozianti si convinsero che non potevano sottrarsi agli ordini del governo, tutte le volte che stavano per essere fermati dalle barche dei soldati egiziani, uccidevano tutti gli schiavi e li gettavano in acqua per liberarsi della prova della loro colpa. Non di rado si abbandonavano ad atti di crudeltà e le guardie governative non trovavano allora sulle barche dei negozianti che membra umane fatte a pezzi. […]. La mia barca fu visitata e trovata in regola. I conduttori avevano già provveduto a far sbarcare nello scalo precedente gli schiavi, che avevano dovuto proseguire il loro triste viaggio a piedi.”
E non è tutto. Gli schiavi “liberati” spesso non hanno nemmeno più una tribù presso la quale tornare, spazzata via dalle razzie, o sono ormai troppo lontani per farlo, e ricadono più o meno larvatamente nella condizione servile.
Selvaggi. La disposizione di Piaggia nei confronti degli africani può essere definita “benevolmente onesta”. Come si è visto, nelle memorie si riferisce sempre agli indigeni come ai “selvaggi”: ma usa l’appellativo in un’accezione tutt’altro che denigratoria. Nel suo modo di rapportarsi si potrebbero scorgere echi del mito illuministico del buon selvaggio, diffuso nel secolo precedente da Rousseau e da Diderot, anche se dubito che li abbia letti: credo però che nel suo caso abbiano influito piuttosto un’indole naturalmente aperta alla comprensione delle diversità e l’esperienza diretta maturata nelle lunghe frequentazioni degli indigeni, e prima ancora il disgusto per il comportamento degli europei nei loro confronti. Nel 1875, dopo quindici anni di esplorazioni, scrive questo breve dialogo che ricorda le considerazioni di Montaigne, ma mostrando un’empatia ancora maggiore:
Domanda: Chi sono i selvaggi che voi dite sotto questo nome selvaggio?
Risposta: Selvaggio comprende tutti gli animali che vivono in selve o boschi in stato naturale e compreso l’uomo.
Domanda: Dunque l’uomo selvaggio e feroce è pericoloso all’uomo domestico?
Risposta: Al contrario, l’uomo domestico è di pericolo alla vita del selvaggio, giacché vorrebbe comandargli a prima vista con severità e con forza d’armi di distruzione.
Domanda: Il selvaggio non si deve considerare come l’uomo domestico giacché vive in selve e non conosce niente di bene al di là delle sue cacce per vivere?
Risposta: Il selvaggio non differisce in niente al di là della razza umana. Il selvaggio cresce in selve come in casa l’uomo domestico. Il selvaggio imita il bambino dell’uomo domestico fino all’età di circa cinque anni, vado a dire che il selvaggio non conosce ambizioni di sorta e né bugie di inganni col suo simile e giunto all’età d’essere sottomesso dalle leggi naturali si ritiene agli ordini d’un altro che fa da capo, come noi diciamo il Re.
Il suo rispetto è tributato su un piede di parità, come testimoniano gli atteggiamenti assunti nelle più disparate occasioni (dei quali peraltro non si fa vanto, e che suonano estremamente naturali). Nel corso della risalita del Nilo Bianco che lo porterà tra i Niam Niam Piaggia assiste ai frequenti scontri tra gli indigeni e la scorta armata della compagnia commerciale cui si è aggregato: ma non vi prende parte, se non quando deve salvarsi la pelle. Racconta di essersi trovato ad assistere al duello a distanza tra un “selvaggio” che dall’alto bersagliava di frecce i soldati e che era riuscito ad abbatterne due: “Io, che aveva visto cadere il primo e ferire il secondo, non potei trattenermi dall’accorrere in loro difesa. Mi portai immediatamente in quel punto e mi accinsi a sparare il mio colpo che non avrebbe sbagliato il bersaglio, quando vedo il selvaggio che mi fa cenno con la sua mano che il suo turcasso era vuoto. Così si voltò ed io lo lasciai partire”.
In un’altra occasione, dopo un’aggressione dovuta ad un equivoco e nel corso della quale ha reagito sparando ed è rimasto lui stesso ferito, colpito da più di una freccia, non riesce a prendere sonno: “Stavo in pensiero sulla sorte dei due selvaggi contro i quali avevo sparato e non osavo domandarlo per paura di sentirmi rispondere che erano morti. Lo chiesi alfine la mattina dopo … e mi assicurarono che nessuno dei due era morto. Uno soltanto era stato ferito, l’altro invece era illeso perché la palla del fucile era rimasta conficcata entro l’albero. […] Chiesi di vedere il ferito … Trovata nella mia povera e trascurata farmacia qualche goccia di arnica, feci lavare la ferita e la curai con l’arnica stessa. Trattenni poi il selvaggio presso di me per qualche giorno, fino a che risanato e contento poté far ritorno al suo villaggio”.
Questo il modo di considerare anche gli ostili. Con gli amici naturalmente il rapporto è molto più complesso, soprattutto quello col re Tombo. Lo presenta così: “Dimostrava un’età tra i 55 e i 60 anni; era alto di persona anche tra gli altri, scarno di membra e snello di movimenti, con muscoli prominenti. Il suo viso era lungo e magro e i denti bianchi come l’avorio. La mano destra teneva tre lance e la sinistra un grosso scudo fatto di giunchi intrecciati e variamente colorati […]. Venne da me conducendo il suo interprete e mi chiese perché fossi con i turchi e cosa cercassi in quei paesi. Dopo che ebbi risposto a tali domande, feci un grosso regalo a Tombo in anelli di rame e grani di vetro colorato. Ciò lo rese felice e disse che dal mio saluto aveva riconosciuto l’uomo grande”. La loro è un’amicizia piena di ambiguità, perché Tombo, che inizialmente considera la presenza di Piaggia al suo villaggio come un fattore di grande prestigio personale, comincerà col tempo ad essere geloso della crescente popolarità dell’esploratore. Piaggia è cosciente di vivere in un equilibrio molto precario, e in più occasioni deve difendersi dai malumori del re: ma tutto sommato regge bene la parte di uomo piovuto dal cielo e sa tirare dalla sua il favore del popolo. Ci riesce anche ricorrendo ai piccoli trucchi consentiti dalle sue competenze occidentali.
Donne. Quello però su cui la narrazione si diffonde maggiormente, e che sembra aver tanto intrigato De Amicis, è il ruolo ricoperto dalle donne presso queste popolazioni. In effetti il rapporto che Piaggia instaura con i Niam Niam ruota attorno alla loro costante e quasi assillante presenza. Come lo informa Tombo al momento del loro primo incontro: “Se non volevo l’avorio, come grande, non avrei potuto rifiutare una donna. Questa specie di omaggio è infatti il più grande che si possa fare tra quei popoli, e viene compiuto ogni volta che si voglia consacrare un’amicizia.”
Le donne sono dunque innanzitutto oggetti di scambio. Lo sono anche quando vengono razziate e ridotte in schiavitù, cedute dai negrieri come compenso ai soldati o scambiate con avorio o altre merci, e non a caso costituiscono la mercanzia più ricercata: ma qui ci interessa il loro status in seno alla tribù. Nel loro ambiente “naturale” testimoniano della potenza di un capo, che si esprime nel generare più figli, quindi più guerrieri, ma anche più figlie, cioè più oggetti di scambio. “Il capo si distingue dagli altri per il numero delle cose preziose che ha a disposizione, e cioè delle donne … Tombo viveva con una quarantina di donne, le quali alloggiavano in una trentina di capanne.” Hanno anche però un grosso ruolo economico: “Le donne sono quelle che hanno la missione di attendere alla coltivazione, perché (essi) pensano che le donne che generano e allevano l’uomo, devono anche accudire ai lavori necessari per procacciargli il sostentamento […]. Tutto quello che riguarda l’alimentazione spetta alla donna. Questa coltiva, pesca, va in cerca di frutti nei boschi, macina i semi, cuoce i cibi, li offre all’uomo, e se occorre, per amore di questo, soffre la fame”.
Ad erudire Piaggia su come le donne vanno trattate è proprio Tombo, che peraltro è gelosissimo del suo harem: “Bonariamente soggiungeva che le donne non si devono mai bastonare, perché esse devono farci da mangiare e servirci: se si comportano male si puniscono col privarle del nostro sguardo e della nostra parola; se la donna tradisce il suo uomo questi ha il diritto di metterla a morte”. Tale diritto viene da lui fatto valere anche nei confronti delle figlie. L’esploratore interviene giusto in tempo ad evitare che una di queste poverette sia pubblicamente giustiziata dal padre per essersi appartata con un giovane della tribù (a sua volta già ucciso e mutilato).
Quando poi Piaggia decide di fabbricare un piccolo molino, composto da due pietre da girarsi a mano e in grado di ottenere in pochi minuti quella farina che sino ad allora era costata alle donne tante ore di fatica, lo redarguisce e gli impone di distruggere il meccanismo. “Da quando – mi disse – hai inventato il molino, le donne non sanno più cosa fare, e invece di restare nelle capanne vanno nei boschi. Tu non devi dare alle donne cattive abitudini, perché la donna è fatta solo per lavorare, e quando non lavora va in cerca dell’uomo.”
In compenso Tombo lascia spesso e volentieri, e non senza una certa malignità, il povero Piaggia alla mercé della sua affollata e vivacemente curiosa corte femminile. Dapprima l’approccio è timido: “Si spargeva la voce tra quelle tribù che Tombo aveva ricevuta la visita di un uomo bianco, e nasceva una grande curiosità di vederlo, soprattutto tra le donne. Queste a gruppi tentavano di avvicinarsi a me nascondendosi tra le erbe, o dietro i tronchi degli alberi. […] Il quarto giorno, pregato da Tombo, mi recai da lui per presentarmi alle sue donne che erano impazienti di conoscermi. Al mio arrivo ne scorsi più gruppi accovacciate a terra sedute sulle calcagna; man mano che mi accostavo, esse si alzavano sui piedi e indietreggiavano in segno di paura”. Poi però la curiosità prevale: “La loro più grande meraviglia era di vedermi vestito, e si struggevano dalla curiosità di vedere di cosa era fatta la mia seconda pelle […]. Quando cominciarono a prendere maggiore dimestichezza con me, non mi davano pace con la loro curiosità. […] Il capo ci assegnò il luogo per trascorrervi la notte. A me destinò un posto vicino alle sue donne, che mi circondarono pregandomi insistentemente di scoprirmi i piedi per vedere come ero fatto sotto i panni. Non posso descrivere la loro meraviglia nel vedere la pelle bianca: c’era chi per lo stupore alzava le braccia al cielo, altre le portavano sopra gli occhi per vederci meglio, altre se ne stavano a bocca aperta. […] Dopo la partenza di Tombo molte donne si affollarono intorno a me. Mi rivolgevano molte domande che io non potevo né intendere né indovinare: e poiché erano tutte scoperte, volevano vedermi scoperto al pari di loro. Quando compresi questo loro desiderio, feci capire che non potevo farlo perché il sole cocente avrebbe bruciata la mia pelle”.
Bene, questa storia si ripeterà per i successivi due anni, nei quali Piaggia inizia ad un certo punto a spostarsi da una tribù all’altra per conoscere tutti i capi, raccogliere il maggior numero possibile di informazioni e in qualche caso fungere da paciere tra gruppi rivali. Si muove più disinvoltamente, perché ha imparato a conoscere i punti deboli del suo pubblico di ammiratrici, i trucchi per ammaliarle e quelli per tenerle a bada; ma deve comunque difendersi costantemente dalle offerte dei capi che vogliono dargli le loro figlie in dono, badando a che il suo tergiversare non venga percepito come un rifiuto, cosa che risulterebbe molto offensiva e pericolosa. E ad un certo punto entra in scena anche una donna particolare, che rende il suo celibato ancor più complicato. “Da tempo avevo sentito parlare di una bellissima donna giovane chiamata Mambia, figlia di un capo, e io desideravo conoscerla. […] La figlia di Sati non dimostrava più di 14 o 15 anni; assai alta, la sua statura non era diversa da quella di una grande donna europea. Le sue fattezze non potevano essere più regolari di quelle che si ricercano in un modello di beltà. La sua pelle aveva un bel colore rosso scuro, ed era liscia e gentile come quella di una figura di cera. […] Non altro copriva le sue vaghe fattezze che qualche anello di ferro posto alle caviglie dei piedi e ai polsi delle braccia.”
Acquista la ragazza pagando al padre due anelli di rame, e la conquista poi regalandole un gonnellino di stoffa. Ma scopre subito che Mambia non è un tipo casalingo. La ragazza sparisce per una decina di giorni, e quando Piaggia le chiede dove è stata “rispose che essendo diventata grande fin dal momento in cui la chiesi alla presenza delle donne di Sati, aveva acquistato il diritto di recarsi dove volesse per far conoscere il suo nuovo stato. Avendo inteso che io volevo recarmi al sud, essa aveva preceduto il mio viaggio in quelle regioni, annunciandomi a quei popoli, i quali ormai non desideravano altro che di vedere il bianco vestito”.
In effetti Mambia diventa il suo araldo e gli apre le porte di un villaggio dopo l’altro. Ma la vita per Piaggia diventa a questo punto difficile: “Arrivai la sera al villaggio Invora. Per non deludere la insistente curiosità di quei popoli, dovetti accendere il fuoco all’aria aperta e lì lasciare che le donne mi contemplassero. Mi fecero scoprire le gambe, le braccia, la testa e via via sempre più cresceva il loro stupore. Vollero toccarmi le gambe scoperte e le braccia, ma con una timidezza che io non potrei descrivere, giacché appena sfiorata la pelle, ritiravano la mano come se toccassero il fuoco. E sarebbero andate più avanti se lo avessi consentito […]. Verso mezzanotte mi distesi presso il fuoco per dormire. Ma il sonno fu assai leggero ed agitato. Più volte dovetti respingere le mani che sentivo penetrare nei miei lunghi capelli che non tagliavo da quasi un anno. Certo neppure le donne chiusero occhio durante quella notte”.
La scena è identica nelle tappe successive. “Come sempre, io dovetti trascorrere la notte con le donne. Questo fatto, che Mambia mi imponeva continuamente come un dovere, mi dava molto fastidio e molto mi rincresceva di non poter riposare presso la mia gente, accanto al mio equipaggio […]. Restai varie notti senza poter chiudere un occhio. La strada sotto i miei piedi sembrava a tratti dileguarsi alla mia vista; ritardavo la risposta alle parole che mi venivano indirizzate dai selvaggi; e talvolta nemmeno le intendevo per quanto ora conoscessi il loro linguaggio.”
Il povero Piaggia capisce che è arrivata l’ora di prendere il largo. Se la svigna dunque nottetempo con i suoi portatori, mettendo la maggior distanza possibile tra sé e la sua impresaria. La ritroverà più tardi, al villaggio di Tombo (e in lite con tutte le altre donne) e le affiderà la custodia della sua capanna e dei suoi beni. Ma non ci sarà un lieto fine: nelle memorie successive Mambia non è nemmeno più citata. Del resto, una volta placatasi l’eccitazione della novità, anche le altre donne della tribù finiranno per disertare progressivamente la sua compagnia. Una disaffezione che è colta da Piaggia come spia del mutamento degli umori nei suoi confronti, già percepibile nella crescente ostilità di Tombo, e che lo induce a chiudere precauzionalmente questa straordinaria esperienza.
Ho dedicato qualche pagina in più a questo particolare aspetto della narrazione di Piaggia non con l’intento di insaporire un po’ la vicenda, ma perché mi sembra aprire una finestra poco frequentata dagli altri esploratori (ma anche dagli antropologi. Nel suo fondamentale studio su Gli Azande Evans-Pritchard riserva alla condizione femminile poco o nullo spazio, mentre si sofferma ad esempio sulla pratica dell’omosessualità, alla quale Piaggia non fa il minimo accenno). Eppure la vita di queste popolazioni era fortemente condizionata sotto ogni punto di vista, non solo sotto quello economico o della continuità demografica, dall’elemento femminile. Piaggia lo ha capito benissimo: “Le donne costituiscono il bene maggiore per i popoli che vivono tuttora allo stato naturale […]. I bambini sono amati tanto se maschi quanto se femmine: ma sono preferite queste ultime poiché la donna rappresenta per questi popoli la principale ricchezza”. Certo, ha capito anche che sono considerate “un bene”, quindi un oggetto, una proprietà, ma ha potuto verificare che all’interno di questa condizione godono di una libertà che è sconosciuta alle loro congeneri europee: “Gli indigeni non sorvegliano giammai la propria moglie; le maritate vanno ove vogliono a tutte le ore del giorno e della notte; per lo più, quando sono in giro, sono sempre in compagnia di altre e tutte rispettano i propri mariti.
[I maschi] poco o nulla sentono la gelosia. Se per caso qualcuno sorprende la propria moglie con un altro uomo, si limita, da quel momento, a trascurare la donna e l’uomo deve pagare come indennità del torto fatto cinque o sei pezzi di ferro. […]. Diventata adulta, la donna si sceglie un compagno provvisorio se desideri diventare madre di fatto e presto. L’uomo prescelto viene da essa custodito e curato come un proprio figliolo. Queste premure non durano a lungo, perché spesso la ragazza si stanca perché rimane incinta o per semplice sazietà, Allora riprende a fare la vita da sola. Quando però torna il desiderio di vivere con un uomo, non esita a farlo, o con il primo o con un altro”. Magari qui Piaggia offre un’interpretazione un po’ sopra le righe dei costumi sessuali dei Niam Niam, ma non credo lo faccia con un intento pruriginoso. Penso invece che non si allontani di molto dalla sostanza: non descrive questi costumi con entusiasmo, ma per essere un uomo vissuto in piena età vittoriana (sia pure nella versione molto più lasca della morale all’italiana) mantiene nei loro confronti una obiettività tutt’altro che sprezzante. Inoltre la sua è forse l’ultima testimonianza di un modello di vita ancestrale, prima che lo schiavismo e la colonizzazione ne cancellino ogni memoria.
Cannibali. Sui Niam Niam correva la voce che fossero dediti all’antropofagia. Piaggia conosce queste voci, ma dà loro un credito relativo. Già nel corso del primo viaggio annota un episodio che ci mostra quanto sia cauto nel dare credito alle leggende. “Si presentò un gruppo di selvaggi i quali, chiamato il dragomanno, gli consegnarono un braccio umano affumicato, dicendo che essi per il momento offrivano quel dono al nostro capo (che ero io!); il resto l’avrebbero portato tra poco […]. Questo fatto convinse i miei soldati che quei selvaggi erano antropofagi: io però non ero di questo avviso, ritenni che questa offerta ci fosse fatta fare dal dragomanno appositamente per spaventare i soldati e quindi costringermi a tornare indietro.”
Si ricrede però qualche tempo dopo, invitato a pranzare nella capanna di Tombo. “Presi un po’ di polenta e staccai con le mie mani (come è l’usanza di quelle tribù) un poco di carne da un pezzo assai grosso messo a nostra disposizione. Non seppi distinguere l’animale al quale era appartenuta quella carne Era poco fibrosa e mescolata a verdura che riconobbi per acetosale.
Al sapore mi parve piuttosto dolce, e ne mangiai solo quel tanto che appariva sufficiente ad assolvere il mio dovere di ospite […]”.
Poco dopo, inoltratosi nella boscaglia, incontra un gruppo di giovani guerrieri che gli appaiono tristi e impauriti. “Scorsi, allora, appeso ad un ramo di un albero, un giovinetto che con i piedi toccava la terra. Giratogli attorno vidi due grandi tagli nelle natiche, dalle quali era stata asportata gran parte della carne. Ritornato verso i selvaggi, che apparivano melanconici, domandai cosa fosse accaduto.
Tombo – risposero – ha sorpreso quest’uomo con una sua donna proprio in questo punto. Lo ha ucciso con un colpo di lancia, lo ha attaccato all’albero e tagliata una parte delle sue carni lo ha lasciato così.
Quando appresi che Tombo aveva così mutilato la sua vittima, sentii un brivido freddo corrermi per le ossa e il gelo mi salì per la spina dorsale. Poco mancò che non dessi di stomaco, e bisognò che mi sedessi perché sentivo mancarmi le forze.”
Ma si riprende, e pieno di rabbia va a chiedere spiegazioni a Tombo. Il quale con la massima calma gli dice: “Il mio popolo è anche il tuo, e se tu non fai vedere che lo mangi quand’è cattivo, non rispetterà le tue donne. È così che fanno tutti i grandi”.
Piaggia non commenta ulteriormente l’episodio. E non lo farà nemmeno in seguito. È chiaro che la scoperta non lo lascia indifferente, sia per la nausea di essersi cibato di carne umana che per la sgradevole sensazione di poter far parte lui stesso un domani del menù. Non condivide certamente la spiegazione data da Tombo, depreca il suo gesto, ma l0 capisce. Non ha una funzione alimentare, ma un significato rituale. D’altro canto ha dovuto assistere a punizioni, torture, mutilazioni, praticate dai bianchi e dai “turchi” altrettanto e forse ancor più feroci. Per cui ogni parola di condanna sarebbe ipocrita.
Civiltà. A questo mi riferivo quando parlavo della singolarità di Piaggia. Al fatto che non solo, a differenza della quasi totalità degli esploratori suoi contemporanei, non è mosso da intenti di evangelizzazione o di civilizzazione, ma si accosta ai suoi interlocutori “selvaggi” come un osservatore neutrale, attento e motivato da una curiosità genuina, dietro la quale non si nascondono pregiudizi o facili infatuazioni. Sa di essere diverso, almeno per quanto concerne il bagaglio culturale che si porta appresso, ma è diverso a casa d’altri e quindi si adatta ai loro costumi. Non pretende di capirli fino in fondo, non si adegua supinamente a tutto, non si mostra ipocritamente affascinato e attratto dalla loro cultura: insomma, non vuole essere “uno di loro” più di quanto loro non vogliono essere come lui. Vuole semplicemente conviverci.
La differenza sta qui. Constata che non esiste presso questi popoli il concetto di proprietà privata della terra; che la loro natura sarebbe fondamentalmente mite e pacifica (anche se ormai la penetrazione europea, motivata dal “turpe commercio”, la sta corrompendo); che non hanno alcuna fede religiosa in nome dalla quale morire o uccidere: ma non assume tutto ciò a modello di un mondo idillico, di una utopia delle origini. È un mondo altro, nel quale vigono leggi e rapporti diversi, e nel quale hanno il loro posto anche l’antropofagia, la libertà sessuale delle donne, la semischiavitù dei giovinetti. Un mondo nel quale Piaggia vuole interferire il meno possibile: sono rarissime le situazioni nelle quali interviene, e quando lo fa ricorrendo ad un rapporto di forza, a quella superiorità che la tecnologia bianca gli consente (il fucile, la lente con la quale incendia una capanna, ecc.) sfrutta quest’ultima come strumento puramente occasionale: non mira a fondare su di essa una soggezione continuativa. Per questo, ad esempio, accetta senza troppe recriminazioni di distruggere il piccolo molino che ha costruito con tutte le migliori intenzioni: si rende conto dopo le parole di Tongo che andrebbe a sconvolgere l’equilibrio tradizionale sul quale la vita dei Niam Niam si fonda.
Piaggia non si sente dunque affatto un portatore di civiltà: “Molti dicono che le ferrovie, i telegrafi e le macchine in genere portano la civiltà in nuove contrade e in nuovi popoli. Invece i selvaggi non sentono bisogni nella loro semplice vita, e non sono per nulla ambiziosi, m a limitati nei loro bisogni; al contrario di ciò che sono a detta di costoro i turchi, che, dove vanno, portano nuovi comandi e gastighi e puniscono con la morte chi non capisce i loro barbari ordini […].
Che altro possono fare i vapori per i popoli selvaggi se non portare loro fucili e munizioni? Questo non si chiama civiltà, ma barbarie.”
A dire il vero non si sente nemmeno un esploratore. È genuinamente sorpreso dall’eco che le vicende della permanenza nel cuore del continente nero stavano suscitando, a sua totale insaputa. Quando gli viene chiesta, in occasione di una conferenza, un’autopresentazione, se la sbriga così: “Nel 1957 ero sui monti Regiaf; l’anno appresso conducevo una squadra di cacciatori di elefanti lungo il fiume Bianco; nel 1860 viaggiavo col Marchese Antinori verso il Bahr-el-Ghazal; l’anno dopo percorrevo i territori delle tribù dei Cianghé e dei Giur; fra il ‘63 e il ‘65 attraversavo in direzione longitudinale tutta la grande regione idrografica del Bahe-el-Ghazal e visitavo per primo la zona compresa tra il 7° e il 4° parallelo nord; tra il ‘712 e il ‘75 mi trovavo successivamente coll’Antionori a Cheren, nell’Abissinia interna col conte di Sarrec, e solo sul lago di Tzana; nel ‘75 rimontavo per la quinta volta il Nilo Bianco col colonnello Gordon e col Gessi e sulla fine del ‘76 ero di nuovo al Cairo, dove la società Geografica del Khedivé mi riceveva a festa”.
Tutta una vita, e che vita, in dieci righe.
Dovrà trascorrere oltre mezzo secolo dalla morte prima che le sue Memorie vengano pubblicate. Non è difficile capire il perché. Chi scrive così, e soprattutto pensa e si comporta così, non è adatto a palati assuefatti al colonialismo. Ma nemmeno a quelli successivamente svezzati dal post-colonialismo, che si pascono del singhiozzo dell’uomo bianco e del “tramonto dell’Occidente”. Piaggia era altrettanto semplice e autentico quanto i suoi Niam Niam: era modesto, era umile, nel senso che era privo di ogni parvenza di boria o presunzione, ma non era affatto remissivo, e men che mai meschinamente ossequioso. Possedeva insomma tutti i caratteri di quella specie di uomini che in nessuna epoca possono diventare delle icone, e che è sempre più raro incontrare.
Bibliografia essenziale
Battaglia, Roberto – La prima guerra d’Africa – Einaudi, 1958
Carlini Venturino Aurora – Carlo Piaggia – Paravia, 1951
Evans-Pritchard, E.E. – Gli Azande – Jaka book, 1976
Lupi Luca (a cura di) – Carlo Piaggia e le sue esplorazioni africane (1851-1882) – 2 voll. – Dancalia, 2017
Lupi, L, Quirici M. – Carlo Piaggia. Dalla Lucchesia all’Africa – Tagete, 2022
I media offrono un’insulsa distrazione istantanea per riempire il silenzio che, lasciato vuoto, potrebbe altrimenti indurci a interrogarci l’un l’altro sul mondo ingiusto in cui viviamo. John Berger, Confabulazioni, Neri Pozza 2017
Quando si trovano tra persone con le quali sono in confidenza le mie figlie praticano una particolare forma di tortura: durante la conversazione aumentano esponenzialmente il ritmo delle parole pronunciate (spesso senza un vero significato), poi si accavallano l’una sull’altra fino al litigare sulla precedenza nell’esporre un concetto che, a loro avviso, non poteva aspettare. Che si tratti dell’ultima interrogazione o del mascara comprato il giorno prima, la rilevanza dell’argomento non ha alcuna relazione con l’urgenza della sua trattazione.
Dal canto mio, se cerco di seguire entrambe, ovviamente, non ci riesco. Mi diverto ad osservare le facce di chi le ascolta, stordito da tante parole e stranito per non aver capito nulla; o peggio, per essere venuto a conoscenza che in occasione dell’ultimo compito in classe una indossava dei leggins rosa, mentre durante la verifica di scienze l’altra si metteva il fondotinta viola davanti all’insegnante. Informazioni di cui, probabilmente, non era il caso rendere edotto il mondo.
Mi diverto e provo un po’ di pietà per gli interlocutori, specie per i loro nonni, anche perché io stesso fatico a capire su quale pianeta vivano le mie figlie: ma questo è un altro cruccio generazionale al quale mi sottraggo per conclamata incapacità di decifrare la comunicazione attuale.
Non di loro però voglio parlare, bensì delle pause[1] che si insinuano – a parte quando parlano le mie figlie – fra una frase e l’altra. Sono il respiro che separa un paragrafo dall’altro, il tempo fra la domanda e la replica, fra il pensiero e la parola pronunciata. Pausa, dal greco pausis, “cessazione”, è un’interruzione che suppone una ripresa. Non coincide con il silenzio, che è solo assenza di suono, né con l’esitazione (dal latino haesitare, “restare attaccati”) che è la pausa di chi non riesce a staccarsi dal punto in cui si è arenato. Questo intervallo non è mai vuoto, ma carico d’attesa da una parte e di riflessione dall’altra.
Sotto il profilo comunicativo, nella norma questa stasi è brevissima. Gli studi sull’alternanza dei turni durante le conversazioni (a partire da quelli di Sacks, Schegloff e Jefferson del 1974) mostrano che quando passiamo da un interlocutore all’altro, le pause tendono a essere sempre molto corte. In una ricerca comparativa su dieci lingue (2009), Stivers definì un intervallo medio complessivo di circa 208 millisecondi, due decimi di secondo tra la fine della domanda e l’inizio della risposta, con grandi variazioni da una lingua all’altra: i giapponesi impiegano solo circa 7 millisecondi, i danesi quasi 469, gli italiani circa 310. E questo potrebbe smontare uno dei preconcetti correnti sui giapponesi: non è vero che siano particolarmente riflessivi o misurati come si pensa. Anzi, i dati mostrano il contrario. E non è vero che noi italiani siamo più inclini a sovrapporci, piuttosto aspettiamo un po’ più della media. Significa che, mentre l’altro sta ancora parlando, abbiamo già cominciato a costruire la replica; prevediamo il momento esatto in cui la sua frase potrebbe chiudersi e ci prepariamo ad entrare con il nostro contributo. Niente, non ce la facciamo proprio ad aspettare.
La conversazione, vista da vicino, assomiglia ad una danza: ci avviciniamo, ci allontaniamo, ci sovrapponiamo; a volte entriamo troppo presto e interrompiamo, oppure lasciamo passare un decimo di troppo e perdiamo l’occasione. Quasi tutto avviene a nostra insaputa, in un gioco di anticipazioni reciproche commisurate a chi abbiamo di fronte. È una danza armonica solo se ciascuno calcola il momento giusto per cambiare passo. Ecco perché non so ballare: non entro in armonia con l’altro.
Io, infatti, questo intervallo lo prolungo all’infinito. Impiego un’eternità prima di parlare e, quando finalmente ho la frase pronta, l’interlocutore (specie se di genere femminile) è già al terzo o quarto concetto successivo. Allora lascio perdere, annuisco e, mentre tento di decodificare le mille altre parole pronunciate, millanto una pacata ponderatezza e assumo la postura da riflessivo interessato. In realtà, dentro di me regnano la confusione e, a volte, il disinteresse.
Nella smania contemporanea di catalogare ogni scarto dalla media, ogni divergenza, potrei essere etichettato fra coloro che hanno qualche disturbo dello spettro autistico. Pazienza. Mi consola Milan Kundera che, ne La lentezza, dice: “C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio. […] Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio”. Mi convinco che sia una buona notizia.
In un’epoca in cui la velocità è diventata un tratto distintivo della modernità e quasi una virtù, rispondere in fretta è visto come performante, efficiente, uno “stare sul pezzo”. Una risposta tardiva, invece, viene interpretata come esitazione, mancanza di interesse o distanza. La velocità è seduttiva perché elimina l’incertezza: dare un parere immediato fa sembrare che tutto sia già chiaro e che ogni domanda abbia una soluzione a portata di mano. Basta che un messaggio WhatsApp sia stato visualizzato ma senza risposta immediata che cominciamo a fare supposizioni (“che diavolo sta facendo di così importante da non rispondermi?”). E i puntini che preannunciano la scrittura dell’interlocutore creano un’attesa spasmodica, quasi fisica: non sappiamo cosa arriverà, ma sappiamo che qualcosa verrà. Il tempo di risposta è ormai parte integrante del messaggio, e ciò vale per ogni mezzo di comunicazione, chiacchierata analogica compresa: la pausa parla più dei vocaboli.
Di qui nasce la tendenza a riempire ogni spazio. Pascal nei Pensieri scriveva: “Ho spesso detto che tutta l’infelicità degli uomini ha una sola provenienza, ossia di non saper restare tranquilli in una stanza”. Noi, oggi, non sappiamo restare quieti nemmeno dentro una frase, figuriamoci fra quattro mura. Dopo una domanda c’è sempre chi interviene a sproposito per colmare il vuoto: il “simpatico” che fa la battuta, il “tuttologo” che espone la propria verità, il “saggio” che riformula la domanda e, spostandone il focus, emette la sua sentenza. Tutto troppo presto, senza dare tempo a menti ingolfate da un eccesso di stimoli di elaborare ed esprimersi.
È sufficiente assistere ad un qualsiasi trasmissione televisiva o leggere sui social l’ultima dichiarazione “a caldo” di chi ci governa o di chi ambirebbe a farlo: ogni tragedia ha la sua replica già confezionata, prima ancora di coloro che hanno competenza in materia possano esprimersi (vedi i casi Garlasco, Regeni, la famiglia nel bosco, piuttosto che la crisi del carburante o quella di Gaza). Nessuno, mai, che si conceda una pausa, perché ciò comporta una perdita di audience e followers. E nessuno può permettersi questo lusso. Il silenzio, per la politica, è un microfono libero da occupare (vedi Vannacci che contende il podio destro alla Meloni) e l’esitazione diventa una debolezza da smentire immediatamente (Schlein versus Conte). Forse è tempo di restituire alla domanda il suo posto e di lasciarla lì, inevasa.
Quando i pochi istanti diventano uno o due secondi, la pausa si fa percepibile e densa di significati. La diversa coordinazione temporale può segnalare un inciampo: la danza si è interrotta e resta in attesa del passo successivo. Il silenzio cambia allora significato: può divenire imbarazzo, tensione, prudenza, rispetto; può essere il tentativo di trovare parole più delicate, meno taglienti di quelle che sono già uscite; o, più semplicemente, non avere la minima idea di cosa dire. Io, in quest’ultimo caso, sono un campione perché faccio fatica a scegliere, a esprimere un’opinione, ad argomentarla a sufficienza, a dare indicazioni, e spesso quando arriva il momento di parlare sono fuori tempo massimo. Non esiste, insomma, una pausa neutra: ogni intervallo chiede di essere interpretato.
Nel frattempo “parla” anche il corpo: cambiano gli sguardi, la postura, il tono della voce; piccoli movimenti quasi invisibili con cui, a volte, ci si accorda. Nei pochi istanti che separano la frase dell’altro alla nostra risposta non decidiamo soltanto che cosa dire, ma, in parte, come stare davanti a quella persona.
Quando il dialogo funziona, la pausa anziché spezzarlo serve a ricomporlo: pensare a quello che abbiamo appena ascoltato, capire se abbiamo compreso davvero, cercare una parola diversa da quella che ci è venuta per prima, accorgerci che il nostro interlocutore ha detto altro rispetto a ciò che avevamo già deciso di sentire. In questi istanti, la pausa impedisce che la prima cosa che ci attraversa la mente diventi automaticamente quella che consegniamo all’altro. Lo stesso tempo può servire a preparare una replica più efficace, a mettere a fuoco, ad esempio, il punto debole di una argomentazione; oppure a lasciare che ciò che abbiamo ascoltato rimanga ancora per un istante nell’aria, senza trasformarlo subito in qualcosa da usare. La differenza non si vede facilmente, ma si percepisce.
Anche il silenzio, ovviamente, può diventare una forma di violenza: ci sono pause che escludono con un’ostinata assenza di riscontro e sembrano sentenziare che l’altro “non esiste”. Dunque il silenzio non va idealizzato come se fosse sempre una virtù e il rumore sempre un difetto. No: a volte il silenzio indica soltanto un vuoto esteso e incolmabile.
Eppure ci sono contesti in cui il silenzio torna a essere generativo. Ci siamo passati tutti, a scuola; in un’aula il silenzio dell’alunno interrogato sembra eterno. Eppure, se si supera l’imbarazzo è lì che qualche volta nasce il pensiero (chissà se i politici sono mai stati sui banchi …). In quel silenzio chi ha bisogno di ordinare le idee riesce, forse, a farlo; chi di solito resta indietro rispetto agli altri può attraversare quel momento senza doverli inseguire. L’insegnante, semplicemente restando lì, in attesa, può concedere all’alunno il tempo per pensare una risposta adeguata (per lui, s’intende).
Lo stesso accade anche nelle conversazioni più delicate, quando qualcuno si espone con una confessione, una paura, un dolore che costa fatica pronunciare. La tentazione è di rispondere subito per rassicurare, minimizzare e proporre soluzioni, ma quell’impeto risolutivo è spesso un semplice riempitivo che denuncia l’assenza di una reale disposizione all’ascolto. Non risolve nulla e non manifesta vicinanza al sentire dell’altro. Il silenzio lascia invece senza protezioni di fortuna, ci costringe a stare lì, zitti per qualche secondo, accanto all’altro, prima di esporci a nostra volta. In questi casi (come davanti a un lutto) il silenzio, la pausa, sono la forma più elementare di attenzione.
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A proposito di silenzio: con certi amici, per esempio, non è nemmeno necessario saperlo gestire. Ci si siede (che sia nel Capanno, da Paolo o altrove), si parla per un po’, poi le frasi si diradano e nessuno si affretta a colmare il vuoto con il calcio, il meteo o una barzelletta. Al massimo con l’ultima sparata del governo di turno o del leader di sinistra, che fa venire l’orticaria. Non c’è imbarazzo. Quel silenzio parla chiaro: dice che ci si appaga nel semplice stare in compagnia.
Ha tutt’altra natura il silenzio che irrompe fra un uomo e una donna quando sta nascendo altro dal consueto. Qui la pausa è una carica elettrostatica: il corpo ha già capito ciò che la testa si rifiuta di nominare. Si inizia una frase lasciandola a metà, si abbassa lo sguardo e si aspetta, nella speranza che la stessa non venga conclusa poiché ogni parola in più darebbe un confine ad un territorio tutto da esplorare. Se il silenzio fra confidenti è un rifugio sicuro, questo è una soglia da scoprire: ci si sta un po’ titubanti con la sensazione che una sola parola sbagliata potrebbe far crollare l’incanto. E forse è proprio questo il momento più bello, quando tutto sembra possibile ma nessuno osa dirlo.
Poi c’è il silenzio di chi cammina insieme. I Viandanti delle origini l’hanno praticato. Abbiamo già detto altrove[2] del silenzio che calava quando la salita al Tobbio si faceva sentire nel fiato. Per un po’ si parlava dei temi più disparati, ma ad un certo punto le parole si spezzavano e restava solo il rumore dei passi, il respiro e il ritmo comune. Quando si arrivava (e si conta di farlo ancora) in cima, o al termine di un’impresa condivisa, nessuno esclamava “ce l’abbiamo fatta”: lo diceva il silenzio. Sottendeva un’intesa sul risultato raggiunto, la constatazione, senza bisogno di conferme, che l’uno aveva aspettato l’altro reciprocamente e che la strada era stata percorsa insieme. Qualunque commento ne avrebbe ridotta la misura. Al limite ci stava: “vuoi del formaggio o dell’acqua?”.
Infine, il silenzio dopo il lavoro. Soddisfatti, si ripongono gli attrezzi, si chiude la porta e uno tira fuori il pacchetto di sigarette, il termos del caffè o il fiasco di vino buono. Si fuma, si beve con calma e si guarda in lontananza. Non serve aggiungere nulla: il lavoro ha già detto tutto e le parole sarebbero soltanto commento. È un silenzio stanco ma contento, in cui si smette di essere colleghi, padri e figli, amici, e si diventa, per un po’, semplici compagni di fatica. Il fumo sale, il caffè riscalda, il vino resta in gola e il tempo torna a esser nostro.
Quattro silenzi con significati diversi: complicità, attesa, intesa, riposo. Eppure, li accomuna il fatto che nessuno si senta in dovere di riempirli. È forse questo il privilegio più grande: poter stare zitti accanto a qualcuno senza calcolare i decimi di secondo, senza aspettare il proprio turno nel parlare. Persino io, che non so ballare, so stare fermo in questa danza.
Non sempre, purtroppo, ci si riesce. Qualche volta rispondiamo in modo sbagliato e ce ne accorgiamo troppo tardi, quando avremmo avuto bisogno di quella pausa che non ci siamo concessi. Capita anche a me e, per questo, avrei bisogno di una pausa ben più sostanziale di quella che il lavoro concede: una pausa di significato, che si possa vivere senza fretta.
Noi riempiamo i silenzi come se uno spazio vuoto fosse necessariamente un difetto da sistemare, mentre a volte è meglio lasciarlo così com’è, come si fa con un muro a secco: negli interstizi fra le pietre, con gli anni, si accumula un po’ di terra e, prima o poi, compare un filo d’erba, un germoglio che darà inizio – forse – a ciò che diverrà albero. Non si vede subito, non ha un’utilità immediata, non ha fretta di crescere, ma esiste e si fa strada con le radici fra gli spazi vuoti. Allo stesso modo una parola, un silenzio, una piccola attenzione, un conforto possono, col tempo, far crescere un pensiero o una certezza che prima non si scorgeva. A volte basta un momento di quiete, un silenzio che non si riempie, perché qualcosa dentro cominci a crescere, senza che ce ne accorgiamo.
Penso allora alle mie figlie, a quel loro parlarsi sopra come se ogni pensiero dovesse arrivare prima degli altri. Forse hanno soltanto una gran fretta di non perdere quello che stanno vivendo e riempire spazi vuoti.
Stasera, a cena, proverò a fare una pausa durante le ennesime richieste. Sicuramente la statistica secondo cui noi italiani aspettiamo trecentodieci decimi di secondo prima di replicare verrà smentita, ma il filo d’erba fra le pietre non ha fretta di uscire, e io, per una volta, neppure.
di Giuseppe Rinaldi, ripubblicato[1] il 14 settembre 2026
Come promesso[2], intendiamo pubblicare sul sito almeno una parte degli articoli scritti da Beppe Rinaldi prima che avviasse la sua collaborazione coi Viandanti. Dovremo operare delle scelte, perché sono moltissimi e perché in buona parte sono relativi alla politica locale, e pur non mancando di es-sere sempre illuminanti e preveggenti hanno forse perso un po’ della loro attualità.
Come dimostra però il pezzo che segue, le analisi che Beppe produceva dei fenomeni culturali e sociali più significativi conservano intatto il loro va-lore. Nel caso specifico la recensione di Parasite mi ha indotto a rivedere il film in un’ottica diversa e mi ha consentito non solo di cogliere particolari e sfumature che alla prima visione mi erano sfuggiti, ma di apprezzarne an-cora una volta e ancor più la lucida intelligenza. In un periodo nel quale viene spacciata come un capolavoro la riproposta in chiave ipertecnologica e presuntuosa dell’Odissea, una lettura come questa offre un certo sollievo.(P. R.)
1. Quanto mai estraneo e, allo stesso tempo, assai familiare appare allo spettatore il film Parasite di Bong Joon-ho, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2019. Familiare, perché il regista usa con maestria svariati generi universalmente noti del linguaggio cinematografico. Estraneo, poiché i temi e lo stile con cui sono trattati sono indubbiamente assai ancorati a certe specificità dell’attuale società coreana e della sua cultura. Si tratta dunque di un film effettivamente sincretico, nel senso che fonde continuamente elementi che appartengono ormai ineluttabilmente al mondo globale con gli elementi di una situazione marcatamente locale. La fusione miracolosamente riesce e lo spettatore ha costantemente l’esperienza di un virtuoso straniamento che lo invita a coinvolgersi e, nello stesso tempo, a riflettere con un certo distacco. Insomma, il tutto si colloca alla giusta distanza, verrebbe da dire. Il film è sostanzialmente uno splendido, sebbene come si vedrà alquanto problematico, apologo morale sulle relazioni interpersonali e sulla sociologia della vita quotidiana, come queste si configurano nell’epoca delle catastrofi ecologiche, delle diseguaglianze crescenti e dell’inasprimento della competizione tra gli individui. Proprio per la sua distanza relativa, il film è capace, attraverso questi temi, di gettare uno sguardo critico sulla nostra contemporaneità, uno sguardo decisamente insolito, originale e provocatorio. Nel film, oltretutto, è mostrato abbondantemente lo sconquasso che la penetrazione e diffusione del mercato globale ha provocato e sta provocando, anche in società lontane come quella coreana.
2. Abbiamo accennato alle catastrofi ecologiche. Il film ci parla senz’altro di ecologia, specialmente nel senso originario del termine che, notoriamente, ha a che fare con la “casa” (oikos). Il film, infatti, è una commedia nera che si svolge quasi esclusivamente in interni, in due case antitetiche che corrispondono a due famiglie coreane altrettanto antitetiche. Sono messi in contrapposizione, anche e soprattutto visivamente, due ecosistemi idealtipici costituiti dalle rispettive case in cui vivono i protagonisti. Da un lato, il mondo dell’architettura ultra moderna dell’archistar Namgoong Hyeonja (personaggio del tutto inventato), ideatore e costruttore della casa dove vive la ricca famiglia Park. Dall’altro, quello del tugurio, del seminterrato miserabile con finestrella a livello della strada, in cui vive la povera e sgarrupata famiglia Kim. La contrapposizione è volutamente paradigmatica, poiché pare che Park e Kim siano i cognomi statisticamente più diffusi in Corea.
3. L’avveniristica casa dei Park si ispira alla concezione architettonica razionalistica occidentale, appena corretta da una sensibilità asiatica per la presenza di una ampia vetrata su un grande giardino. La casa corrisponde dunque a un modello culturale d’importazione, come del resto moltissimi altri elementi che si vedono nel film, tutti ampiamente enfatizzati nelle inquadrature, come telefonini, automobili, computer, camicie e cravatte sempre impeccabili, merci da supermarket, e così via. Si tratta tuttavia di una casa fredda, piuttosto impersonale che rispecchia il vuoto di vitalità e il vuoto interiore degli stessi ricchissimi Park. Un vuoto evocato dal numeroso e onnipresente personale di servizio, dalla formalità e superficialità dei rapporti interpersonali e dall’alienazione dei disegni malati del piccolo Da-song, il figlio minore dei Park, che assomigliano un poco al tratto di un Basquiat. Il piccolo Da-song – che è capriccioso e tirannico, tanto che i genitori lo temono e lo assecondano in tutto e per tutto – vive dunque in una casa dal disegno alquanto razionale ma cova, dentro la sua mente, fantasmi oscuri del tutto privi di logica. Nel corso del film si scoprirà la concreta origine di questi fantasmi.
4. La casa dei Kim è invece un povero e piccolo tugurio seminterrato, umido e puzzolente, pieno di oggetti seriali sempre di matrice culturale occidentale, dove le modeste cose sono ammassate le une sulle altre, dove gli ambienti sono assolutamente indistinti e dove, sul lato strada, troneggia un water scrostato. I Kim non possono permettersi l’armonia architettonica della casa dei Park, ma la vita grama cui sono costretti li ha resi solidali, astuti, iperattivi, costretti continuamente a stare sul chi vive, a barcamenarsi per soddisfare le esigenze più elementari. Le prime scene del film ce li presentano mentre cercano di captare il campo telefonico dei vicini di casa. Oppure mentre cercano di sbarcare il lunario piegando i cartoni delle pizze per pochi soldi. Oppure, ancora, mentre cercano di difendere il loro entourage dagli ubriachi che vengono a orinare intorno alle finestre (il loro tugurio ha piccole finestre a livello della strada).
Il carattere distintivo del loro ambiente, se così si può definire, è un disordine caotico, dai caratteri magari anche pittoreschi, dovuto a tante stratificazioni successive. Dovuto alla competizione, alla lotta per la vita e all’esigenza di soddisfare i bisogni elementari. Tra le prime battute del film, al passaggio in strada delle squadre di disinfestazione che spargono insetticida, i Kim discutono se tenere chiuse le finestre, per non respirare l’insetticida, o se non piuttosto tenerle aperte, per sfruttare gli effetti benefici della disinfestazione anche nei loro locali infestati. Questo è il primo accenno all’equiparazione dei Kim ai parassiti. Nello sviluppo del film, la realtà ecodegradata della casa dei Kim e del quartiere limitrofo sarà ripetutamente mostrata in maniera anche assai cruda, come ad esempio nel lungo episodio, davvero eccezionale sul piano visivo, di un nubifragio battente che si limita a lambire la villa dei Park, che si trova nella parte alta della città, ma che provoca, nelle contrade dove vivono i Kim, nella parte bassa, una vera e propria alluvione, con un fiume misto di fango e spazzatura che corre nelle strade, travolge qualsiasi cosa e penetra ovunque.
5. I luoghi, le cose, le case, i quartieri in cui si vive – questo sembra essere l’assunto implicito del film – sono lo specchio del destino dei loro abitanti, ne determinano le caratteristiche profonde dal punto di vista economico e sociale, ma anche e soprattutto le caratteristiche psicologiche, i loro comportamenti, il modo di affrontare la vita e di relazionarsi con il prossimo. Sbaglieremmo tuttavia se pensassimo di trovare nel film una compiuta “analisi di classe” economica, sociale e politica della società coreana o, ancor più, del mondo globale come oggi si prospetta. Qualche critico, secondo noi frettoloso, a proposito del film ha parlato addirittura di un ritorno della lotta di classe. C’è più che altro, nel film di Bong Joon-ho, una correlazione immediata, che saremmo tentati di definire, appunto, come “ecologica”, tra i due ambienti e le forme di vita che li abitano. Potremmo parlare di una sorta di eco-psico-sociologia. La condizione sociale determina la casa in cui si abita e, viceversa, la casa in cui si abita determina la condizione sociale. Si tratta di un teorema indubbiamente alquanto schematico e semplificatorio, esso tuttavia permette al film di raggiungere un notevole rigore nella descrizione realistica – talvolta iperrealistica – dei diversi ambienti e dei tipi umani che li abitano.
6. Il corollario inevitabile di questa prospettiva è che ciascuno debba stare strettamente ancorato all’ambiente dove abita. Si tratta di mondi caratterizzati da una profonda diversità e destinati dunque a restare tendenzialmente distanti e separati, ma anche destinati – come si vedrà nella trama – a un pericoloso rimescolamento, come per una sorta di attrazione fatale. Il film prende infatti le mosse proprio da una casuale “contaminazione” tra i due ambienti che porta però ben presto a una situazione di infezione generalizzata. Sotto questo profilo, il film può, essere anche considerato come un esperimento mentale in cui si studia – con grande ironia ma anche con estrema freddezza e lucidità – quel che accade quando avviene una contaminazione tra mondi che invece dovrebbero stare a distanza. Lo sguardo di Bong Joon-ho, in questo senso, è del tutto simile – almeno nelle parti più drammatiche – a quello del ben più duro e austero Kim Ki-duk, peraltro suo conterraneo. Vale in proposito ricordare – anche dal punto di vista tematico – il film Ferro 3 di Kim Ki-duk, in cui proprio le case momentaneamente vuote diventano il luogo fisico di una forma equivoca e inconsapevole di convivenza e di scambio sociale, dove tuttavia non è consentita alcuna contaminazione. Anche lì, quando la contaminazione avviene, tutto precipita.
7. I due ecosistemi umani tratteggiati nel film, in seguito alla contaminazione, diventano dunque il terreno di una brutale lotta per la vita senza esclusione di colpi. Qui troviamo un altro motivo conduttore del film e cioè il ruolo del mimetismo e, più in generale, dell’inganno e della menzogna nella competizione ecologica e sociale. Ci ricorda Bong Joon-ho che l’animale semiotico per eccellenza, l’uomo, è anche, per eccellenza, l’animale capace di mentire. Questo accade perché le relazioni sociali sono sempre vincolate dalla necessità, dai bisogni, dalla concorrenza, dall’egoismo e dall’interesse. Ciascuno recita una parte, ciascuno recita la parte che gli conviene, ciascuno cerca di ingannare il prossimo per accaparrarsi una fettina del prodotto sociale, per avere qualche convenienza, per avere un lavoro o per godere di prestazioni sessuali. Il tutto avviene con estrema naturalezza, in una totale assenza di codici morali. Non c’è scrupolo di coscienza, non ci sono dilemmi, non ci sono rimorsi. I comportamenti, le scelte non sono mai problematiche, sono sempre ineluttabili, automatiche, generate dalla meccanica degli interessi. Se forte è la propensione a ingannare, altrettanto forte è la propensione a farsi ingannare, soprattutto da parte di chi non ha bisogni particolarmente urgenti da soddisfare, come suggerisce la stupidità di fondo dei ricchi Park. Il successo nell’inganno non fa che alimentare ulteriori comportamenti fraudolenti, in un crescendo inarrestabile. In questa lotta per la vita, i soli legami interpersonali che contano sono ristretti a quelli per la propria famiglia. Siamo qui in presenza di una sorta di vero e proprio familismo amorale, perfettamente descritto e decisamente paradigmatico. Nessun universalismo, dunque. Non c’è neppure, qui, la speranza di redenzione del buddismo che compare talvolta nei pur crudissimi film di Kim Ki-duk. Così Bong Joon-ho, grazie a questa visione brutale e meccanica della competizione, ha buon gioco nell’usare l’inganno come motore delle vicende narrate, le quali tendono così a volgere spesso verso una sorta di commedia nera degli equivoci, paradossale, sarcastica, divertente e agghiacciante nello stesso tempo.
8. Vediamo ora in sintesi lo svolgimento della trama, che è un passaggio necessario per la discussione del senso del film, alla faccia di coloro che non sopportano lo spoiler. Il giovane studente Ki-woo – la voce narrante che compare all’inizio e alla fine del film e che, come vedremo, offrirà esplicitamente una chiave interpretativa del film stesso – appartiene alla famiglia Kim, quella che vive nel tugurio seminterrato. È raccomandato da un amico per dare lezioni d’inglese alla giovane figlia (Da-ye) della ricca famiglia Park che abita nella bella villa situata nella parte alta della città. Il giovane è piuttosto sveglio e intraprendente e riesce così a farsi accettare dai Park, a compiere una soddisfacente prestazione professionale e a far anche innamorare di sé la giovane Da-ye. Questo inaspettato successo però non gli basta. Così, astutamente, uno dopo l’altro, Ki-woo riesce a introdurre presso i Park, sotto mentite spoglie, tutti gli altri membri della sua famiglia che sono ovviamente disoccupati.
La sorella Ki-jung, che è esperta di computer – grafica, viene presentata come una professionista di art-therapy per seguire il piccolo Da-song – il fratello minore di Da-ye – che ha dei comportamenti disturbati e alquanto border-line. Il trucco funziona e, dopo questo secondo successo, l’invasione prosegue in forma ancora più aggressiva. La governante della casa, con un malvagio espediente ai suoi danni, è fatta cacciar via e il suo posto è preso da Chung-sook, la madre di Ki-woo. Sempre con un espediente fraudolento, anche l’autista è allontanato e il suo posto è preso da Ki-taek che è il capofamiglia dei Kim (padre di Ki-woo e Ki-jung). Così, in men che non si dica, con una serie d’ingegnosi quanto biechi espedienti, l’intera famiglia Kim si trova a rimpiazzare tutto personale di servizio dei Park, i quali si mostrano alquanto sprovveduti, superficiali e creduloni e non sospettano minimamente che i loro nuovi dipendenti siano tra loro imparentati e che siano privi delle patenti di professionalità dichiarate. La logica che vien mostrata è dunque proprio quella del parassitismo, un parassitismo sociale che comunque rinvia analogicamente ai rapporti di parassitismo diffusi tra le specie animali e vegetali.
9. Quando tutto sembra andare a gonfie vele, la situazione però precipita. In assenza dei proprietari che hanno portato il bambino in campeggio per il suo compleanno, i Kim ne approfittano per organizzare – proprio in quella casa che ormai dominano e considerano come casa propria – una serata nella quale si gozzoviglia e si festeggia in modo piuttosto rozzo e volgare. Nel bel mezzo della festa, nottetempo, ricompare però la governante che era stata fatta licenziare, che bussa alla porta inaspettatamente. La ex governante ha un torbido segreto. Nel rifugio antiatomico della casa, della cui esistenza i Park nulla sanno, vive nascosto da anni suo marito, per sfuggire ai creditori. L’uomo vive lì come un recluso, rifornito e assistito di nascosto dalla moglie. L’imprevedibile situazione scatena un conflitto tra i nuovi parassiti (la famiglia Kim) e i vecchi parassiti (la precedente domestica e il suo marito imboscato). Il conflitto diviene via via uno scontro violento, alla fine del quale la famiglia Kim riesce, seppure maldestramente, a imprigionare nel rifugio sotterraneo i due concorrenti. In un tentativo di fuga, la ex governante, nel parapiglia, fortuitamente muore e il marito, che viene comunque imprigionato suo malgrado nel rifugio, medita furibondo propositi di vendetta. È da notare che la trama del film rende bene evidente come i parassiti siano sempre in aspra concorrenza tra loro, per cui è fuori discussione qualsiasi forma di alleanza tra loro per un qualche progetto comune. La logica è sempre quella di occupare tutto quello che si può a vantaggio esclusivo e unico della propria famiglia, quasi fosse all’opera una sorta di gene egoista.
10. I Park ritornano a casa prima del previsto e i Kim devono far fronte alla situazione, anche se la loro colossale messa in scena si fa sempre più difficile da sostenere, tanto più che ora sono spuntati i parassiti concorrenti. I Park organizzano la festa di compleanno del bambino con molti ospiti, nel giardino della bella casa, e qui avviene il clou tragico di tutta la vicenda. La commedia nera volge a questo punto decisamente all’horror. Il marito della defunta domestica riesce a liberarsi, emerge dal rifugio con le vaghe sembianze di uno zombie e comincia a menare coltellate per vendicarsi, finendo però così per essere ucciso dal padrone di casa. Ki-jung, la figlia dei Kim, la sedicente esperta di art-therapy, è gravemente ferita ed è in fin di vita. Il piccolo Da-song, alla vista dello zombie che aveva evidentemente già visto altre volte, è svenuto. A questo punto scoppia il conflitto decisivo tra il capo famiglia Park e il suo autista, il capo famiglia Kim, per decidere quale dei loro figli infortunati debba essere trasportato per primo all’ospedale, con l’unica auto che c’è. Purtroppo Ki-jung, non soccorsa in tempo, muore e così suo padre, in un accesso di rabbia uccide a sua volta il capo famiglia Park e si dilegua con le mani piene di sangue. Insomma, fuori di metafora, come spesso accade in natura, i parassiti finiscono per uccidere gli organismi stessi che hanno colonizzato. In conclusione, le tre famiglie (compresa quella della ex domestica) sono così distrutte, tanto che la bella casa viene tosto abbandonata e resta disabitata. Ki-taek è sparito, ricercato dalla polizia per l’assassinio compiuto. In chiusura del film, poco a poco si comprende che Ki-taek si è nascosto proprio nel rifugio antiatomico, prendendo il posto del precedente parassita. Il giovane Ki-woo, che è sfuggito al massacro, ha compreso quale sia ora divenuto il rifugio del padre, e si farà carico per intanto di rifornirlo del necessario per mantenerlo in vita.
11. Sono di una certa importanza, per la ricostruzione del senso del film, le riflessioni finali di Ki-woo che – non dimentichiamolo – è il narratore in prima persona di tutta la storia. Egli ammette di essere rimasto affascinato dalla villa nella quale ha potuto soggiornare durante tutta la vicenda. Confessa anche di avere capito che le scorciatoie del parassitismo non portano da nessuna parte e producono disastri. Così si propone, nel prossimo futuro, di studiare e lavorare sodo per arricchirsi e per riuscire a comprare proprio quella villa e a ricongiungersi così, un giorno, con il padre rinchiuso nel rifugio. Insomma, par di capire, il contatto improprio tra i due ecosistemi umani si è rivelato foriero di grandi sventure, ma quello stesso contatto ha permesso a Ki-woo di apprezzare la bellezza e il valore della casa e di trovare quindi un serio obiettivo per la propria vita.
A prima vista, questa conclusione, cioè il progetto di una bella casa da conquistare con i propri sforzi personali, pare piuttosto debole, soprattutto dopo la critica corrosiva degli assetti sociali sviluppata nel corso del film. Si tratta, infatti, di un progetto che rimane completamente rinchiuso sul piano individuale, esattamente come il progetto di colonizzazione parassita raccontato nel film. La radicalità della pars destruens non porta alla fine ad alcuna effettiva eco – trasformazione. Nessun accenno a regole comuni, diritti e a riforme sociali. L’eventuale successo di Ki-woo, nel suo progetto di arricchire e comprarsi la bella casa, lascerebbe comunque intatto il mondo degradato dal quale proviene. Se tutto ciò è vero, si tratta allora di capire se e come le due anime (lo sviluppo narrativo e il finale) apparentemente contrastanti del film possano eventualmente stare insieme.
12. Azzardiamo qui l’ipotesi che lo spettatore occidentale tenda spontaneamente ad attribuire al film di Bong un intento politico primario che probabilmente proprio non ha. Questo è il motivo per cui la conclusione può sembrarci riduttiva e fuori posto. L’unico modo per conferire al film una sua unitarietà sta nel mettere in secondo piano il suo significato politico, che pure è presente e tende talvolta a emergere prepotentemente. Vediamo meglio la questione. Negli anni Sessanta del secolo scorso il sociologo nord americano Robert K. Merton aveva elaborato – studiando la società nord americana del tempo – una famosa teoria della conformità e della devianza. La sua teoria si basava sulle due variabili dell’accettazione o del rifiuto, sia dei fini che la società prescrive sia dei mezzi ammessi per raggiungerli. Il conformismo è il tipo d’azione di colui che accetta fino in fondo sia i fini stabiliti sia i mezzi consentiti per raggiungerli. Si noti che qui il termine è descrittivo e non valutativo, come spesso è usato nella lingua comune. L’innovazione, invece, è l’azione di colui che accetta fino in fondo i fini, ma “innova” per quel che concerne i mezzi: costui è il deviante per eccellenza, perché usa mezzi scorretti e illeciti per avere quello che vogliono tutti. È esattamente questo il caso del giovane Ki-woo e della famiglia Kim. Il dilemma che è proposto nel film pare essere proprio quello tra la devianza e il conformismo, un dilemma principalmente di tipo morale e non di tipo politico. Non si discute dunque dei fini ultimi, che sono ignorati o dati per scontati, si discute piuttosto di quali debbano essere i mezzi.
13. Il film di Bong potrebbe allora essere interpretato, in definitiva, come la rappresentazione di una complicata peripezia del parassita che, attraverso le sue vicissitudini e i suoi errori, giunge progressivamente alla scoperta dei limiti della sua innovazione deviante e che, infine, è indotto a scegliere la via più lunga e faticosa, ma più efficace e meno distruttiva, del conformismo in senso mertoniano. Di fronte all’attuale confusa situazione globale, sembra dire Bong Joon-ho, la tentazione che pare a prima vista come la più immediata e la più promettente è proprio quella del parassitismo. Si tratta della scelta più diffusa. Anche perché è spinta dall’urgenza del bisogno e dall’ onnipervasiva lotta per la vita. Nel film d’altronde lo spettatore è indotto a simpatizzare per gli intraprendenti e devianti parassiti della famiglia Kim e per il loro assalto implacabile ai ricchi Park.
La scelta del parassitismo, tuttavia, è in ultima analisi del tutto controproducente, perché porta alla lacerazione, allo scontro, e soprattutto perché è, in fin dei conti, autodistruttiva. Allora, come nella fenomenologia hegeliana o, se si preferisce, come in una sorta di laica via crucis, occorre passare attraverso tutte le “stazioni” del parassitismo, come fa effettivamente il giovane protagonista Ki-woo, fino a berne fino in fondo il calice amaro, fino a provarne direttamente le conseguenze più disastrose, per sé e soprattutto per i propri familiari. Soltanto questo percorso permetterà al protagonista di raggiungere, alla fine, una sorta di vera e propria illuminazione e trasformazione personale. Solo grazie a questa nuova consapevolezza gli sarà possibile giungere a scartare la via che immediatamente sembra la più facile e a intraprendere – con una sorta di spirito ascetico – la via più difficile, la via dell’impegno e del sacrificio. Ki-woo diventa capace di padroneggiare se stesso, impara a differire la soddisfazione immediata dei bisogni, impara a darsi una meta e a perseverare per raggiungerla. Prende le distanze dal parassitismo e intraprende un serio impegno nel mondo seguendone finalmente le regole. Se vogliamo una lettura della stessa questione da un altro punto di vista, si potrebbe dire in termini lacaniani che Ki-woo comprende, alla fine della sua amara vicenda, la differenza tra la mera pulsione e il desiderio.
14. Ma chi sono oggi i parassiti? Perché può avere un senso riflettere sul parassitismo? A vedere i poveri Kim disoccupati nel loro tugurio potremmo essere indotti a pensare che si tratti di questioni da Terzo mondo. In realtà la questione del parassitismo ci riguarda piuttosto da vicino. Proviamo ad assumere una definizione provvisoria del fenomeno e cioè che il parassita, nel nostro mondo sociale, sia semplicemente colui che vive a spese degli altri. Ebbene, se ci guardiamo intorno, non abbiamo proprio bisogno di volgerci alle lontane contrade coreane. Facciamo un elenco esemplificativo, un po’ alla rinfusa, di casi che potrebbero essere rubricati come parassitismo: tutti i generi di truffatori, da quelli piccoli a quelli grandissimi. Quelli che si fanno raccomandare. Quelli che non pagano le tasse. Quelli che praticano l’economia sommersa, o l’economia illegale. Quelli che corrompono e quelli che si fanno corrompere. I politici che pensano solo alla loro carriera. Quelli che truccano i concorsi. Quelli che guidano come dei matti, mettendo a repentaglio la sicurezza della circolazione. Quelli che parcheggiano dove non si deve. Quelli che non fanno la dovuta manutenzione e producono distruzione e morte. I falsi invalidi. I fabbricatori di fake news. Quelli che fanno in finanza le manovre speculative. Gli incompetenti che producono danni che devono poi essere riparati. Quelli che timbrano il cartellino e vanno poi per i fatti loro. Quelli che usano mille espedienti per abbassare la loro produttività sul lavoro. I produttori di merci adulterate. Gli assenteisti. I saccheggiatori di risorse naturali. Gli inquinatori, i cui danni vanno poi riparati con grande dispendio. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Noi stessi, in modo intercambiabile, svolgiamo il ruolo di parassiti e di vittime colonizzate e sfruttate. E, soprattutto, parassiti non sono solo i ricchi, com’è bene evidenziato dal film. Il parassitismo è certamente trasversale e riguarda tutte le classi sociali.
Se tutto questo è vero, allora il merito principale del film è forse proprio quello di avere portato alla ribalta dell’attenzione una categoria morale come quella del parassitismo. Siamo, infatti, così circondati dai parassiti che non ce ne accorgiamo neppure e magari li troviamo pure simpatici. Un film tuttavia non basta. Forse, per aprire gli occhi sul parassitismo e sul rischio severo che questo comporta per il mondo globale, abbiamo proprio bisogno di una catastrofe, più o meno analoga a quella accaduta nella guerra tra i Kim e i Park. Forse solo una grande catastrofe – non si tratterà questa volta soltanto di una commedia nera – potrà finalmente produrre, in coloro che riusciranno a sopravvivere, una grande illuminazione.
[1] Questo articolo è comparso su Finestre rotte il 18 dicembre 2019.
Siete una massa di rincoglioniti. Io meritavo di meglio. Io meritavo di non invecchiare in un pianeta di rincoglioniti, in una società di rincoglioniti, con una classe dirigente rincoglionita: io meritavo una vecchiaia serena.
Il titolo l’ho parzialmente rubato a George Steiner, e non è nemmeno la prima volta. L’esergo invece è a firma di Guia Soncini, implacabile bocca della verità che accompagna ormai quotidianamente il mio primo caffè e la prima sigaretta. I contenuti vorrebbero essere un tentativo di risposta ai sacrosanti rilievi mossi al sito da uno dei suoi più assidui e appassionati collaboratori.
Tempo addietro Vittorio Righini mi aveva scritto:
“Continuo a leggere belle pagine sui Viandanti, ma tutte infinitamente tristi, negative, pessimistiche (tranne forse quelle di Fabrizio, che ogni tanto mi rallegra).
Bello:Ma tu che città sei?di Castellaro, però il finale prelude a una tristissima storia: Alessandria, vogliamo parlare (denigrare, confrontare) Alessandria?
Trovo che manchi qualche articolo leggero, sorridente, ottimistico; insomma, che dia gioia, non dico di speranza. Noi lettori del sito siamo (prevalentemente, suppongo) nel nostro inverno della vita, ma se ce lo rendiamo ancora più freddo con continue lamentazioni, tristi paragoni col passato, un continuo rivangare una terra ormai arida, finiamo la legna per scaldarci.
Non vedo mai uno sprazzo di luce, un articolo sulla gioia, sul divertimento, e mentre mi innamoro follemente di un gaudente comeNorman Douglas(prima sciupafemmine, poi sciupagiovanotti – ma quelli sono affari suoi –, però enormemente colto, curioso, appassionato di natura, grandissimo camminatore per altopiani sperduti della Calabria, finanziatore di progetti atti a preservare e rinverdire la natura dell’isola di Capri, e molte altre benemerite posizioni) mi chiedo perché da noi (sui Viandanti, intendo) prevale il mugugno.
Capisco, siamo piemontesi, pure di campagna, quando affrontiamo temi politici di alto livello (tristi anche quelli) lo facciamo con cura; quando parliamo di partigiani, ci ispiriamo a scrittori allegri come Pavese e Fenoglio. Certo, non siamo ricchi inglesi, non godiamo di una lunga vita di sperperi e piaceri, ma mi sa che ci manca proprio quella vitamina che i Douglas, i Byron, i Fermor avevano in abbondanza.”
Visto che la situazione non si smuoveva, è tornato pochi giorni fa alla carica, e le stesse riflessioni le ha ribadite in Dispersi nella nebbia, da poco postato sul sito.
A questo punto gli devo almeno primo un riscontro. Vittorio ha infatti ragione. Soprattutto negli ultimi tempi, e segnatamente per quel che riguarda i miei interventi, il tenore del discorso si è appesantito. A renderlo più tedioso concorrono in particolare due fattori: un’età, la mia, che porta naturalmente a rievocare e rimpiangere tempi migliori, o quantomeno ancora aperti alla speranza: e una situazione, quella generale, che oggettivamente credo stia precipitando. Ciò che più mi pesa, e di conseguenza pesa poi sui toni degli articoli, è la sensazione di non aver fatto abbastanza, nei miei limiti e pur senza eccessive presunzioni, per frenare questo smottamento, o quanto meno per tentare di arginarlo.
Quindi: è vero, dobbiamo alleggerire un po’ gli interventi e magari tornare a quella che era l’originaria vocazione del sito, a raccontare cioè cose e vicende e personaggi fuori dagli schemi, per farci buon sangue e nel contempo, senza darlo troppo a vedere, opporli a ciò che va oggi per la maggiore. In fondo è anche questa una forma di resistenza, il mostrare che è stato, ed è, possibile vivere sottraendosi almeno in parte ai condizionamenti dei conformismi di volta in volta imperanti. Ma … (c’è sempre un ma) credo sia anche giusto riflettere un po’, chiederci se ciò che ci induce a una visione così poco allegra del presente (e, più ancora, del futuro) sia solo frutto dei nostri acciacchi fisici e mentali, o sia specchio di un “male di vivere” oggettivo che sta mandandoci alla deriva.
Mi impegno dunque a riscattarmi a breve, perché ho in serbo storie di viaggiatori davvero coi fiocchi, ma ancora una volta mi abbandono al “mugugno”. Credo di averne motivo: troppe cose mi guastano quella che poteva essere una serena vecchiaia. Vicende e situazioni apparentemente di scarsa rilevanza, ma ai miei occhi tutte egualmente spie di uno stato febbrile, rasentante il delirio, che mi pare essere diventato ormai la condizione normale. Sono cose già dette e ridette e riscritte in questa sede un sacco di volte, ma è così: invecchiando è difficile riuscire innovativi, si tende ad essere ripetitivi, anche perché la memoria non soccorre. Vedrò quindi di farlo nella maniera la più possibile leggera.
• Il teatro è nuovamente lo spogliatoio della palestra. Mi si obietterà che me le vado proprio a cercare, frequentando certi ambienti: ma a parte il fatto che se voglio continuare a reggermi in piedi quell’ambiente devo frequentarlo, posso garantire che non è affatto diverso dagli altri. Ci trovi di tutto, esattamente come al bar o in biblioteca, ai festival letterari, alle conferenze di Barbero o di Baricco, alle inaugurazioni delle mostre d’arte: mancano solo il buffet e le “professoresse democratiche”.
Comunque. Sto commentando con un amico un servizio televisivo che ho intravisto il giorno prima, dedicato ai terrapiattisti, ai sostenitori dell’origine aliena dell’umanità e di altre simili amenità, quando interviene ad apostrofarci un conoscente più giovane, dicendo che è tutto vero, che si sta riscrivendo tutta la storia, che ci siamo fatti infinocchiare sino ad oggi, che le piramidi egizie e quelle precolombiane non si spiegano se non con l’intervento di esseri giganteschi. Sulle prime rimango sorpreso, perché un po’ lo conosco, è un bravo cristo, all’apparenza normale, potrebbe avere l’età di mio figlio, a volte è anche simpatico: vien fuori qui per un attimo la mia vera natura di inguaribile ottimista, quella nascosta sotto la scorza, che rifiuta di credere si possa essere tanto idioti. Poi però, visto che insiste e che sembra prendersi sul serio, non posso trattenermi. “Figliolo – gli dico – se il risultato di cinque milioni di anni di evoluzione umana sei tu, è stato davvero un bello spreco di tempo e di energie.” Al che, invece di offendersi e di mandarmi a stendere, ribatte che anche l’evoluzione è tutta una fola, e cita misteriosi saperi antichi. Per fortuna ho già terminato di rivestirmi, prendo su la sacca, saluto ed esco dallo spogliatoio. Mentre scendo col mio amico al piano terra ci guardiamo attoniti, e in contemporanea sbottiamo: “Ma cosa è mai successo? Sarà colpa del riscaldamento globale?”.
No, non è un effetto del surriscaldamento (e qui il nostro conoscente sarebbe d’accordo, perché naturalmente anche l’emergenza climatica è solo l’ennesima bufala diffusa da “loro”). È successo invece che, come minacciava la profezia biblica, si sono spalancate le porte di ferro, quelle che tenevano rinchiusi i popoli di Gog e Magog, e sono sciamate fuori orde di selvaggi disumani e feroci. Non mi sto riferendo naturalmente ai migranti. I barbari di cui parlo erano in mezzo a noi già da un pezzo, anzi, da sempre: erano molti, e facilmente riconoscibili, ma passavano quasi inosservati ed erano considerati relativamente innocui, perché tenuti a freno da tutta una rete di convenzioni, di normative, di condizionamenti sociali e culturali che le società avevano nel tempo elaborato per ridurli in soggezione. Ed essi stessi a non osavano esibire pubblicamente la loro ignoranza, non solo perché costretti, ma perché almeno a livello inconscio ne provavano un po’ di vergogna. Non erano armati degli strumenti tecnologici di ultima generazione che, come fece la Colt nel West, hanno reso tutti “uguali”, o almeno hanno fatto presumere a tutti di esserlo senza doversi guadagnare la nuova condizione con fatica e con impegno.
Ora, so bene che lamentazioni di questo genere si ripetono sin dai tempi dei profeti e probabilmente anche prima. Ogni progresso tecnologico, dalla scheggiatura della prima pietra all’arco, dalla fusione dei metalli alla fissione dell’atomo, è stato sempre interpretato come foriero di sciagure. E non possiamo però negare che almeno per certi versi i pessimisti ci abbiano sempre azzeccato, perché le sciagure spesso e volentieri si sono poi avverate, anche se ogni volta l’umanità ci ha messo una pezza, sia pure insanguinata.
Non voglio comunque scrivere una versione aggiornata della Canzone delle osterie di fuori porta, edulcorare un passato che appare luminoso perché filtrato dalle nebbie della nostalgia. Mi limito a prendere atto che cinquant’anni fa (diciamo, prima di Basaglia) sproloqui come quello riportato sopra avrebbero fatto immediatamente scattare il ricovero in manicomio, mentre oggi ci vengono propinati, in versioni più o meno rozze, su tutti i social, ma non solo in quelli, anche nei media “tradizionali”, e invadono addirittura gli ambienti universitari. E che spesso vanno a braccetto con gli integralismi più peregrini, dall’antispecismo al transfemminismo e ad altre analoghe corbellerie.
Il fatto è che oggi le cose sono completamente cambiate. Il rischio è ben peggiore, anche senza tirare in ballo le testate atomiche, i droni, la guerra asimmetrica. È sufficiente guardare agli sconvolgimenti della quotidianità. Oggi qualsiasi imbecille (o furfante) ha un pulpito dal quale predicare e purtroppo anche un vastissimo uditorio di suoi simili disposto ad ascoltarlo. Dispone di tecnologie sofisticate, che se usate senza filtri propalano le bufale più assurde e gli fanno presumere di attingere a verità nascoste: e con le stesse tecnologie e la stessa incoscienza a quelle bufale fa da cassa di risonanza. Intendiamoci, gli idioti e gli imbonitori c’erano anche prima, così come c’erano le sette, le conventicole, le società segrete: ed erano tutt’altro che innocui, se è vero che una congrega di credenti nella teoria della terra cava aveva potuto tenere in pugno per anni e poi distruggere mezza Europa: ma non era con quella teoria che aveva preso il potere, anzi, la sua condivisione era ristretta ad una cerchia di “eletti”, perché credo che a modo loro gli adepti un qualche pudore ad esporsi pubblicamente e ad essere considerati degli idioti lo conservassero. Di norma la licenza di imbonimento era comunque riservata solo ai rappresentanti dei poteri ufficiali, politici, economici, religiosi e culturali, che quanto a capacità di controllo e di sfruttamento dell’ignoranza sapevano il fatto loro e gestivano la direzione unica della comunicazione, dall’alto verso il basso; e almeno teoricamente questi rappresentanti dovevano essere sorretti da una preparazione specifica e ispirati da una finalità “superiore”. Soprattutto, sapevano che ci sono limiti oltre i quali conviene non spingere.
Tutto questo, dicevo, sino a ieri. Le porte di Gog e Magog sono invece state scardinate ultimamente, dalle nostre parti, prima ancora che dalle versioni più becere del berlusconismo, del grillismo e del trumpismo, proprio dai rappresentanti della “cultura alta”, che hanno messo in discussione tutto e hanno predicato per l’appunto un “relativismo culturale” da un tanto al chilo, per il quale ogni voce è autorevole quanto un’altra e ogni opinione ha diritto non solo di essere espressa, ma di essere presa in seria considerazione. Compresi la terra piatta, il grande inganno della storia e le trame dei rettiliani.
Mentre guadagniamo l’uscita l’amico mi dice, sgomento: “Ma ti rendi conto che questi hanno diritto di voto? Che possono decidere anche della nostra sorte? Ha a che fare questo con la democrazia? Non dovremmo preoccuparci?”.
Si, mi rendo conto. No, non ha a che fare con la democrazia, ma con il suo stravolgimento. E certo, sono molto preoccupato.
• Naturalmente ci sarebbero motivi di preoccupazione che nell’immediato possono sembrare ben più gravi e condivisi. Poliziotti che uccidono invocando l’autodifesa, salvo poi emergere che erano soliti taglieggiare i pusher estorcendo loro soldi e droga; un verminaio del quale erano a conoscenza, se non direttamente partecipi, molti dei loro colleghi e dei superiori. Magistrati più arroccati nella difesa corporativa dei loro privilegi che preoccupati per le urgenze concrete della giustizia, per la scandalosa durata dei processi, per i condizionamenti ideologici delle sentenze, per l’assenteismo, per le spese inutili. Bande di minorenni che si esibiscono in aggressioni, pestaggi, e ultimamente in accoltellamenti, in branco o singolarmente (più di centocinquanta nei primi sei mesi dell’ultimo anno, e sono solo quelli passati agli orrori della cronaca per la particolare efferatezza o per gli esiti fatali).
Per non parlare poi del livello del dibattito politico. Abbiamo una destra che propugna l’accentramento del potere senza essere mai riuscita ad esprimere una classe dirigente minimamente presentabile; che ciancia di sicurezza urbana senza avere idea (e parrebbe neppure intenzione) di come liquidare le zone franche di delinquenza totalmente sottratte al controllo che si sono create negli ultimi decenni, e non solo nelle metropoli: che millanta di aver bloccato i flussi di immigrazione clandestini, e ventila ondate di rimpatri che sono tecnicamente impossibili: e che alla fin fine non sa andare oltre la richiesta di leggi più severe e di inasprimenti delle pene.
Dall’altra parte c’è una sinistra che ad ogni refolo insorge gridando all’ involuzione antidemocratica e a un nuovo avvento del fascismo; che fa assurgere a bandiera del “dissenso” chiunque per qualsiasi motivo venga a conflitto con le forze dell’ordine e abbia la peggio; che giustifica come espressioni di “rabbia sociale” i vandalismi e le aggressioni delle famigerate frange “antagoniste”. Questo senza mai avventurarsi in proposte alternative serie e concrete, né sconfessare senza troppi distinguo i combattenti di strada che fanno la guerra ai cassonetti e alla polizia. Anche di fronte al fenomeno dilagante della violenza minorile la sinistra non riesce a proporre che fumosi progetti di “educazione all’affettività” o l’introduzione di psicologi e di assistenti sociali nelle scuole (le quali in realtà non riescono a reclutare nemmeno gli insegnanti, e meno che mai a selezionare quelli idonei). Non è minimamente sfiorata dall’idea che se si ripartisse da una educazione “concreta” alle regole e al rispetto, di sé e degli altri, educazione che passa anche per l’esemplarità e la tempestività delle sanzioni ed è la premessa ad ogni altro tipo di insegnamento, qualche risultato forse lo si potrebbe ottenerlo. Se non altro le regole, a differenza dell’affetto, si possono insegnare, e tanto più quando si devono affrontare mode di importazione.
Insomma. Di motivi per non essere ottimista, caro Vittorio, ne ho a bizzeffe, anche tralasciando il fatto fondamentale che nel frattempo il mondo, inteso come sistema terra, va letteralmente in pezzi: e che a raccontarcelo è una nuova categoria di ciarlatani che gira per il paese a tenere conferenze sul clima per gettoni da diecimila euro (non la butto lì, provate a interpellare specialisti come Tozzi o Mercalli). Ma non volevo scrivere un pamphlet, solo motivare i miei scarsi entusiasmi. E testimoniare che il mio disagio quotidiano è originato anche da “percezioni” molto più sottili, ma non per questo meno emblematiche.
• Riparto allora dal mio “particolare”. Al bar-libreria di via Bissati, in Alessandria, è ricomparso Charlie, il nostro senegalese preferito. Era sparito da qualche mese e ci stavamo chiedendo dove fosse finito. Charlie è molto regolare nello svolgimento della sua attività, che va avanti ormai da diversi anni. Arriva nel tardo pomeriggio, punta direttamente il nostro tavolo, in genere non dice una parola e allunga la mano col palmo a conca. Valuta l’offerta, a volte fa una smorfia, poi ringrazia con un cenno della testa. Con me il rapporto è un po’ più complesso, perché ha capito che non faccio elemosine, e quindi ha sempre in tasca qualche accendino di riserva.
Bene, l’altro ieri si è seduto con noi, e interrogato sul motivo dell’assenza ha raccontato di essere tornato per un paio di mesi in Africa, dalla sua famiglia. È venuto fuori che in Senegal ha una moglie e sei figli. Si è poi informato di noi, ha appreso con rammarico che Geppi ne ha solo uno, gli ha chiesto come mai e lo ha sollecitato a darsi da fare (a quanto pare, per un senegalese non è mai troppo tardi). Quando gli ho detto dei miei tre ha un po’ tentennato la testa, ma insomma, mi ha assolto. Abbiamo anche scoperto che vive a Genova, in un appartamento condiviso con quattro suoi connazionali, per il quale pagano ottocento euro mensili. Sale in Alessandria tutti i giorni, o forse ha anche qualche meta alternativa. Vive solo di quello che riesce a far su con questo sistema, ma a quanto pare riesce anche a inviare qualcosa a casa.
Credo che nella condizione di Charlie vivano in Italia decine di migliaia di altri immigrati. Non so se sia irregolare o meno, un qualche permesso di soggiorno deve pure averlo, vai a sapere per quale via ottenuto, visto che non può vantare un lavoro regolare. Ho provato ad immaginare come reagirebbe se gliene fosse offerto uno. Non credo ne sarebbe entusiasta, ma il fatto è che, realisticamente, cosa gli si potrebbe offrire? Di andare a raccogliere pomodorini per trenta euro il giorno, in nero, senza alcuna garanzia o tutela? Col sistema attuale ne mette assieme senz’altro almeno il doppio: avrebbe tutte le ragioni per rifiutare.
Perché ho raccontato questo incontro? In fondo quella del “vu cumprà” è una presenza abituale da almeno trent’anni. E nemmeno è la prima volta che approfondisco il rapporto con uno di loro, posso anzi vantare un paio di amicizie su basi ben altrimenti paritarie. Di nuovo c’è però che mi sono reso conto di dare quella di Charlie, e di tutti gli altri come lui, come una presenza scontata. Non m’infastidisce da un lato e nemmeno mi suscita dall’altro una particolare commozione. Comincio a pensare che sempre di più saranno coloro costretti a vivere in questo modo, e non necessariamente solo quelli provenienti dall’Africa o da altri continenti. Credo stia ampliandosi la fascia del lumpenproletariat straccione, emarginato, sradicato dal lavoro regolare e dedito all’accattonaggio o ad attività illegali; e che tutto ciò che sta rivoluzionando i rapporti produttivi, economici e sociali, nonché quelli culturali, in primis l’intelligenza artificiale, finirà per espellere da ogni forma di occupazione produttiva la gran parte dell’umanità, e non per liberarla ad altre attività più gratificanti e volontariamente scelte, ma per costringerla ad una esistenza di bisogno e di ricatto costante, tutt’altro che dignitosa e creativa.
D’altro canto è una rivoluzione in corso già da tempo, e il processo è molto più avanzato di quanto crediamo di poter immaginare. L’umanità non si sta avviando verso il mondo post-apocalittico di Max Mad (per ora, almeno, fatte salve ulteriori sciagurate escalation nei rapporti internazionali), ma molto più realisticamente viaggia verso una condizione di soggezione assoluta e consenziente al tecno-capitalismo trionfante: e nei disegni di quest’ultimo (sempre che ancora di disegni si possa parlare, e non di una spirale lungo la quale una tecnologia sempre più autonomizzata, sfuggita al controllo del capitale stesso, persegue ormai il proprio infinito sviluppo) l’uomo avrà solo il ruolo di consumatore coatto di prodotti sempre più inutili e sempre più “accattivanti”, e vivrà di una sorta di “reddito di specie” elargitogli dal potere (di qualsivoglia natura sarà), giusto per mantenerlo in vita e consentirgli di alimentare e perpetuare un insensato meccanismo di accumulazione fine a se stesso.
A volerla cogliere, questa modalità di “redistribuzione” è la stessa che già si sta attuando in ambito culturale: viaggia sotto le specie di tutti gli “eventi” promossi e sponsorizzati dal sistema con l’etichetta di “cultura d.o.c.”, dalle mostre con audioguida ai concerti in alta e bassa quota, fino agli onnipresenti festival della scienza, della filosofia, della storia, della letteratura, di tutto lo scibile e il commestibile, nei quali una classe intellettuale ridotta al rango di valletta mendica pateticamente un po’ di visibilità e di guadagno e asseconda il rincoglionimento delle masse, vendendo pacchettini fast food di sapere, in confezione sterilizzata e patinata, a gente incapace ormai di ragionare in proprio; ma anche sotto quelle degli spazi che si illudono antagonistici, e che in realtà sono le valvole di sfogo previste e controllate dal sistema, per offrire di se stesso un’immagine di tolleranza e creare l’illusione che esistano comunque possibilità di “resistenza attiva”. La trama della commedia è già scritta, e il copione è lasciato così abilmente “aperto” da far credere a ciascuno di esserne “protagonista”. Altro che “antagonismo”.
Bene. Ancora una volta sono riuscito a mettere troppa carne al fuoco e a esondare. Immagino allora Vittorio che scrolla la testa, si tocca le parti basse e sbotta: “Alla faccia della leggerezza! E allora? Non si parla già sino alla nausea di queste cose in quegli spottoni propagandisti che sono i telegiornali e le trasmissioni di approfondimento? Ma soprattutto, a questo punto, arrivi a qualche conclusione e a qualche proposta sensata?”.
È giusto. A parte il fatto che se ne parla da un’ottica ben diversa. Comunque, dopo tutta ‘sta geremiade confesso di non essere in grado di prospettare alcuna via d’uscita, e questo giustifica ulteriormente lo spazientimento del mio amico. O meglio, volendo una via c’è, ma è letteralmente quella dell’uscita di scena. L’unica resistenza vera sta infatti nel non accettare di recitare nello spettacolo, nel rendersi il più possibile invisibili ai radar del sistema, senza attendere che sia esso ad eclissarti, e senza recriminare perché lo fa. Sta nel compiere una scelta quasi claustrale, non di abbandono del mondo, ma di riconquista di uno spazio proprio, reale, libero, alla conoscenza. Significa non stancarsi mai di studiare, non nutrirsi delle pappe precotte ma continuare a sudarsi il nutrimento intellettuale attraverso quei canali che il sistema ha reso obsoleti e ha praticamente dismesso; e farlo non in funzione di un qualche ritorno pratico, e nemmeno sperando di avvicinarci alla verità, ma per il puro piacere di farlo.
Che la rivoluzione non si farà (e che dove la si è fatta non è finita granché bene) dovremmo averlo capito da un pezzo. Ma non significa che non ci si debba comunque tenere sempre pronti. Perché l’unica vera rivoluzione possibile sta già in questo atteggiamento, e ha luogo dentro di noi.
Ora stacco. Vittorio aspetta, e conto di raggiungerlo presto in compagnia di una schiera di uomini veri, di viaggiatori e di “stravaganti” ben lontani dagli odierni “eroi” degli stadi e dei palcoscenici.
Sarà una fuga nel passato, ma non sarà assolutamente una ritirata.
Devo scrivere come devo nuotare: è il mio corpo che lo esige.
Per Camus compito dell’intellettuale o dello scrittore è sostenere la lotta per la verità. Nei Carnets scrive: “Nessuna sofferenza ha potuto, né potrà mai, indurmi ad affermare il falso”. Ma il suo impegno, prima che come intellettuale, è come cittadino. Il che significa che in lui prevale la postura critica su quella ideologica: e l’attitudine critica rimanda al buon senso e all’onestà. In effetti non ha una verità oggettiva da affermare e da dimostrare, e non nasconde le proprie perplessità e le proprie esitazioni: “La verità è misteriosa, sfuggente, sempre da conquistare. La libertà è pericolosa, dura da vivere quanto esaltante. Dobbiamo marciare verso questi due obiettivi, con fatica ma decisi, ben consci dei nostri errori in un così lungo cammino”.
Alla base dell’impegno di Camus c’è dunque la necessità di denunciare, di testimoniare contro la menzogna, di destra o di sinistra che sia. Di parlare chiaro. Lo ribadisce nel discorso di accettazione del Nobel: “L’artista non può mettersi al servizio di coloro che fanno la storia, è al servizio di quelli che la subiscono”. Tanto meno l’arte può essere uno strumento di autogratificazione: deve comunicare, scuotere, svegliare. “L’arte non è ai miei occhi gioia solitaria: è invece un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti”.
La battaglia che l’intellettuale deve portare avanti non è di attacco: non combatte in nome di particolari ideologie e neppure in nome della ragione. Non mira alla conquista di un potere o per affermare un’idea. Quella di Camus è una lotta di resistenza. Sceglie di vivere un presente indignato anziché vagheggiare un futuro radioso. E fa questa scelta perché, “bisogna amare la vita prima ancora di amarne il senso: e quando l’amore per la vita sparisce, nessun senso può darci consolazione”.
L’ impegno di Camus quindi non è politico in senso stretto: e nemmeno può essere definito a pieno titolo filosofico. “Perché sono un artista e non un filosofo? E’ che io penso secondo le parole, non secondo le idee.” Camus può essere definito un progressista di sinistra, ma rimane sostanzialmente un eretico, uno “straniero”, isolato nel contesto intellettuale francese per le sue posizioni contro ogni forma di totalitarismo, in particolare contro lo stalinismo. Al contrario di quanto professato dagli engagés della rive gauche, Camus non concepisce che la verità possa essere sacrificata all’efficacia (virtù questa particolarmente cara ai comunisti). “Siamo molto pochi, certo. Ma la verità viene prima dell’efficacia. Bisogna definire quella prima di preoccuparci di quest’ultima. A cosa servirebbe essere milioni se la nostra “chiesa” avesse per primo comandamento: Tu mentirai? Questo non significa affatto che l’efficacia non sia importante. Ma ha un senso subordinato. La sopravvivenza della verità non è un problema meno importante della verità stessa. Ma è un problema che viene dopo. Ecco tutto. E ancora deve essere risolto … I cristiani hanno iniziato in dodici – i marxisti in due”.
Non accetta compromessi, perché la verità non è una virtù, ma una passione. E come tale non può essere indulgente, tollerante. Quando il suo amico e maestro Jean Grenier gli obietta che le tesi esposte ne L’uomo in rivolta sembrano abbracciare la linea reazionaria di Charles Maurras, il teorico dell’Action Francaise, risponde: “Tanto peggio. Non bisogna guardare a chi si somiglia, ma dire ciò che va detto”.
Ma come va detto? Camus ritiene che si possa pensare, e di conseguenza comunicare efficacemente, solo per immagini. Le immagini trasmettono in maniera non mediata le emozioni del nostro corpo, e diventano metafora del pensiero. Per questo, a suo giudizio, chi vuol fare filosofia deve scrivere romanzi. “I sentimenti, le immagini moltiplicano per dieci la filosofia.” La letteratura può dipingere allegorie più efficaci di qualsiasi trattato (La peste ne è uno splendido esempio). E non solo: proprio in ragione di ciò che dicevo sopra, è l’unico modo per rappresentare il pensiero in maniera chiara e onesta: per tenere cioè assieme l’uomo e il filosofo.
Per Camus è necessario infatti, anzi, è indispensabile, che si dia coerenza tra la vita e il pensiero. La coerenza è indice di onestà intellettuale. Non a caso chiede spesso ai suoi corrispondenti informazioni sulla vita e sui comportamenti dei pensatori coi quali viene a contatto (su Sartre, ad esempio, nei primi momenti del loro rapporto – poi arriverà a conoscerlo sin troppo bene). Non cerca materiali per la polemica, ma strumenti per capire a fondo il loro pensiero, per riconoscerne o meno la credibilità. Scrive: “In fondo a se stesso, ogni artista custodisce in tal modo un’unica sorgente che nel corso della vita alimenta quel ch’egli è e quello che dice. Quando la sorgente è inaridita, si vede l’opera accartocciarsi a poco a poco e screpolarsi. L’invisibile corrente non irriga più le terre ingrate dell’arte. Coi capelli radi e secchi, l’artista, coperto di stoppie, è maturo per il silenzio, o per i salotti, che è lo stesso”. Ha bisogno di sapere che può guardare dritta negli occhi l’opera. Come farebbe con il suo autore.
Naturalmente la poetica di Camus, a dispetto, o forse proprio in ragione, del successo editoriale de La peste, non è condivisa da molti dei suoi colleghi “impegnati”. Dal redattore di Combat si aspettavano una adesione “organica”, vale a dire acritica, al credo socialista e alla mitologizzazione della Resistenza. Qualcosa che rispondesse ai canoni del “realismo socialista”. Si trovano invece di fronte ad una allegoria del male e del suo impatto sui singoli e sulla comunità che prescinde da ogni specifica contingenza storica, e nel contempo però adombra perfettamente la condizione della Francia di Vichy : ciò che impedisce ad una classe intellettuale, ma oserei dire ad un intero popolo, di trincerarsi dietro giustificazioni speciose della propria iniziale inerzia, o addirittura del collaborazionismo, e di mistificare la squallida realtà dei fatti reinventando o enfatizzando un glorioso passato resistenziale (ciò che è accaduto peraltro anche in Italia, senza alcun Camus che smascherasse l’operazione).
Intendiamoci: Camus non accusa nessuno. È perfettamente consapevole della debolezza umana, cosciente del fatto che sulle scelte di ciascuno pesano i fattori più diversi: ma chiede che almeno non ce la si racconti pretendendo di negare la realtà, perché questo significherebbe non aver imparato nulla, non aver appreso alcuna lezione, ed essere impreparati ad ogni nuova prossima e più che probabile manifestazione del male.
6. Responsabilità
Anziché appellarsi alla ragione o a qualsivoglia “verità” ideologica, Camus invita a un’etica della responsabilità. Da intendersi quest’ultima come responsabilità nei confronti dei propri simili, di denuncia della menzogna, da qualunque parte arrivi, e dunque tanto più indispensabile in chi esercita un ruolo intellettuale. Il che è cosa ben diversa dal dover rispondere delle proprie scelte e del proprio operato a una volontà divinità o a una legge storica. È la responsabilità che ogni uomo deve (dovrebbe) assumere nei confronti di se stesso.
Ne La caduta scrive: “Dopo una certa età, ognuno è responsabile della propria faccia”. La “certa età” non è quella della ragione, facoltà della quale diffida, perché pretende di esaurire la complessa varietà dell’essere e del sentire, ma quella della consapevolezza: che non scaturisce dalla comprensione di come il mondo funzioni, ma, al contrario, proprio dalla sua incomprensibilità, dall’assenza di un senso, e dalla constatazione che a dargliene uno non valgono ideologie o dogmi o teologie. L’assurdità nasce proprio dal contrasto tra la nostra innata ricerca di significato e l’indifferenza della realtà che ci circonda. “L’uomo si trova davanti all’irrazionale. Sente entro di sé il desiderio di felicità e di razionalità. L’assurdo nasce da questo confronto tra la domanda umana e il silenzio irragionevole del mondo. È essenzialmente un divorzio. Non sta né nell’uno né nell’altr0 degli elementi che si fronteggiano, ma nel confronto stesso. […] In un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci l’uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza ritorno.”
L’uomo cerca dunque risposte, desidera comprendere qual è il proprio posto nel cosmo, ma l’universo non offre alcuna spiegazione. Non c’è un progetto, un destino o un disegno divino che giustifichi la nostra esistenza. In questa dissonanza si consuma la tragedia dell’essere umano: la nostra fame di senso si scontra con l’indifferenza e l’incomprensibilità dell’universo. L’uomo è solo di fronte a questa assurdità, buttato lì, per dirla dalla Heidegger: ma è anche, in questa condizione, totalmente libero. Libero di scegliere, di assumersi delle responsabilità, di farsi carico del male assurdo che lo circonda, e quindi di combattere ogni forma di oppressione e di sofferenza, indipendentemente da quelli che potranno essere gli esiti della sua lotta. Anzi, già sapendo che non ci saranno esiti, che la sua è la condizione di Sisifo, condannato in eterno a spingere verso la vetta il masso che immancabilmente tornerà a rotolare a valle.
Ma “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Dobbiamo anche immaginare – dice Camus – Sisifo felice”. Che vuol dire accettare radicalmente e sfidare risolutamente l’assurdità della vita. L’eterna condanna a spingere il masso rappresenta la nostra lotta quotidiana: e allora la felicità non nasce dal raggiungimento di uno scopo finale, ma dalla piena consapevolezza del proprio destino, dalla ribellione contro l’insensatezza: una ribellione che può diventare “gioiosa” se si traduce nel vivere appieno il presente. In sostanza, l’uomo cosciente dell’assurdo sceglie di mantenere contemporaneamente viva la coscienza del nonsenso del mondo e l’esigenza di senso che gli è propria. Sceglie di ribellarsi.
L’etica della responsabilità si traduce quindi in una etica della rivolta, che propugna il rifiuto dell’ingiustizia del mondo e dell’oppressione degli uomini. (vedi Camuserìe 7).) Non senza condizioni, però. Perché per ciascun individuo la libertà nasce dal riconoscimento della propria dignità, dal rispetto di se stesso, e questo rispetto si estende automaticamente alla dignità altrui: diventa cioè solidarietà contro la sofferenza che tutti ci accomuna, e contro ogni prevaricazione da parte di chi la dignità non la conosce e il rispetto non lo coltiva. Quindi ci si deve ribellare anche contro chi giustifica le sofferenze prodotte ai singoli individui nel presente in nome di un futuro e indefinito riscatto collettivo. Per farla breve, Camus non crede nelle rivoluzioni portate avanti con la violenza. Non è un pacifista senza se e senza ma, crede che il male assoluto esista, e che occorra combatterlo, ma evitando di conformarsi ad esso nei comportamenti.
È una posizione meno semplicistica di quanto potrebbe sembrare da questa sintesi, e non è mio intento in questa sede dettagliarla. Resta il fatto che Camus comunque non è un esistenzialista, alla Sartre per intenderci: perché alla coscienza dell’assurdo non risponde con una adesione rassegnata e nichilistica al “male minore”, cioè ad una “fede” ideologica alla quale va sacrificato ogni altro valore, e all’ombra della quale ogni responsabilità individuale si azzera, ma con una lucida e disincantata e personalissima ribellione, che scaturisce da un imprescindibile senso del dovere. Quello di agire sempre con equità e solidarietà. “Nel momento più nero del nostro nichilismo, ho cercato solo delle ragioni per superare questo nichilismo. E non per una particolare virtù, né per una rara elevazione dell’anima, ma ‘per fedeltà istintiva a una luce nella quale da millenni gli uomini hanno appreso a salutare la vita persino dentro la sofferenza.”
Io penso che Camus sentisse anche il peso di una responsabilità ulteriore. Credo fosse cosciente, e persino un po’ intimorito, del fascino che esercitava, sia come scrittore che come uomo. Julien Green, che era in rapporti con la crema dell’intellighentjia francese, scriveva di lui: “La sua figura così sensibile e così umana mi ha vivamente toccato. In quest’uomo c’è una probità così evidente da ispirarmi un rispetto quasi immediato; semplicemente, non è come gli altri”. Raymond Aron dice che ai tempi di Combat i lettori si nutrivano letteralmente dei suoi editoriali, e che la sua era considerata la voce morale del tempo.
Una responsabilità di questo tipo, anche se consapevolmente accettata, alla lunga può diventare un fardello. Per questo in una delle ultime interviste, rilasciata poco prima di morire, Camus rifiutava categoricamente il ruolo di maître à penser: “Non parlo a nome di nessuno. Ho già abbastanza difficoltà a parlare per mio conto. Non sono la guida di nessuno. Non so, o so solo vagamente, dove sto andando”.
***
Naturalmente io non ho problemi di questo genere: non c’è pericolo che eserciti una qualche influenza, negativa o positiva che sia, non ho la presunzione di parlare a nome di qualcuno o di fungere da guida. E mi sta bene così, per gli stessi motivi addotti da Camus. Ciò non significa però che negli oltre quarant’anni vissuti da insegnante non mi sia posto domande sui limiti e sulla liceità del mio tipo di insegnamento. Se tutto sommato mi è stato facile assolvermi, è perché le alternative prospettate da tutte le altre “agenzie” culturali, compresa la scuola, non erano granché migliori.
Comunque, questo tema l’ho trattato in almeno una dozzina di articoli precedenti. Mi accorgo piuttosto che il termine “responsabilità” è quello che ricorre più costantemente nelle ultime cose che ho scritto, assieme agli sconsolati appelli per una riabilitazione della “verità”. Sarà che con l’avanzare degli anni tendo a fare bilanci piuttosto che progetti, a ripensare il passato anziché immaginare un futuro; o magari per il fatto che questo termine lo ritrovo negli autori e nei personaggi di cui mi occupo; o più ancora, probabilmente, perché lo sento invocare sempre a sproposito dai politici, dai media, da maggioranze rumorose in caccia di qualcuno su cui scaricare le proprie insoddisfazioni; come che sia, conviene forse chiarire, prima di tutto a me stesso, il significato che gli attribuisco. Che non è poi in sostanza diverso da quello nel quale lo declina Camus.
Come al solito la prendo larga, a costo di insistere sino alla noia su concetti che molti (quelli ancora in grado di pensare) danno per scontati e i più (quelli che hanno delegato da un pezzo il compito all’intelligenza artificiale) non sono in grado o si rifiutano di formulare. Ci insisto perché per tutti il pericolo è di farsi distrarre dalle guerre che infuriano in mezzo mondo (dove distrarsi non significa farsi autonomamente un’idea, ma abbandonarsi a prese di posizione da tifo calcistico), dai papi e dai presidenti e dai tennisti che monopolizzano l’informazione, dal delirio delle rivendicazioni di genere e da quelle di specie. E non è una distrazione da sbadataggine, al contrario, è fortemente voluta e cercata, è il modo più spiccio e meschino di girare lo sguardo altrove per trovare qualcuno o qualcosa su cui puntare il dito, e non farsi inchiodare alla propria coscienza. Non solo. L’idea che forse dovremmo soffermarci a riflettere prima di aprire bocca sembra non sfiorare nessuno. E allora, penso valga la pena rischiare la banalità, senza farci sconti.
Se ragioniamo in termini di “ere” ciascuno di noi, e tutti coloro che sono venuti prima e tutti quelli che verranno, insomma, l’intera nostra specie, passerà su questo pianeta senza lasciare un segno: rimarrà al massimo qualche fossile, qualche rudere, qualche cicatrice nella natura, ma anche questo per un periodo geologicamente limitato. E non è finita qui. Il nostro stesso pianeta, e il sistema solare di cui fa parte, e la galassia nella quale è iscritto, hanno una scadenza. Voglio dire che l’assurdo di cui parla Camus non è frutto solo dell’incapacità nostra di cogliere le ragioni dell’esistente, è intrinseco all’esistente stesso. L’universo intero è frutto di un caso, se vogliamo di una infinità di casi, È indubitabilmente così, quindi non ha senso recriminare né fare gesti scaramantici, non ci sarà un ritorno ciclico né alcun altro tipo di resurrezione. Quando la nostra vicenda si chiuderà sarà chiusa per sempre, in eterno, qualsiasi cosa ciò voglia dire.
Questa è la notizia “cattiva”, se così vogliamo considerarla, perché la prospettiva cieca parrebbe porre fine in partenza a ogni discorso. Ora arriva invece quella che potremmo considerare buona, se accettassimo con un po’ di umiltà di ridimensionare la scala delle nostre aspettative, perché paradossalmente l’assenza di una prospettiva a lungo termine non chiude il discorso, ma anzi, lo apre.
L’estinzione è infatti nel destino di tutti gli esseri animati, non solo nostro e degli altri animali, ma anche delle piante. La differenza sta nel fatto che di questa condizione noi siamo coscienti, gli altri esseri animati no. Leopardi diceva “beati loro”, ma non ne era poi così convinto, e i molti che lo pensano anche oggi lo fanno più in ossequio a una moda culturale che a seguito di una riflessione profonda. Non sto parlando naturalmente della scomparsa dei singoli, della quale siamo testimoni tutti i giorni e alla quale ci siamo bene o male (quasi) tutti rassegnati, cercando semmai di stordirci con continui impegni e distrazioni: parlo proprio della scomparsa della specie, che si porterà dietro il lungo processo evolutivo e le speranze in magnifiche sorti e progressive e le vite esemplari e le esistenze sciagurate, e guerre e paci e tutto il resto.
Di questa sembriamo essere meno coscienti, e la cosa vale per tutti, anche per coloro che il problema almeno qualche volta se lo sono posti. La procrastiniamo, pensiamo che non sarà cosa di domani né, si spera, della settimana ventura, o del prossimo decennio (più in là non mi spingo): ma per quanto cerchiamo di rimuoverla rimane comunque lì, sospesa sul nostro capo, ineluttabile, e motiva i nostri comportamenti molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Lasciamo stare come ne siamo diventati coscienti, provo a spiegarmelo da quel dì e ancora devo venirne a capo. Una cosa però mi è chiara: essere coscienti della propria condizione, e più ancora di quella della nostra specie, significa porsi delle domande, anzi, “la domanda” fondamentale, dalla quale scaturiscono poi tutte le altre. Per dirla con Chatwin: “ma allora, che ci faccio qui?”.
Ecco, lo “snodo” è questo. È nel momento in cui, posti davanti al buco nero che sappiamo ci inghiottirà, ci interroghiamo sul senso del nostro esistere. È qui che entra in ballo la “responsabilità”. Etimologicamente responsabilità deriva da responsum, risposta; anzi, più direttamente ancora, dal plurale, responsa. Alla lettera responsabile significa dunque “capace di dare delle risposte”. A che? Se non al fatto in sé di esserci, almeno a quello di percepirci diversi dagli altri esseri animati, proprio in quanto coscienti di tale condizione. E a chi? A noi stessi, e nella misura in cui quel noi stessi arriva a comprendere la relazione stretta che ci lega al resto dell’umanità, a tutti gli altri.
Dunque, la coscienza della nostra condizione – Camus dice dell’assurdità della nostra condizione – non è affatto paralizzante. Perché dallo sconcerto in cui ci lascia, dall’impossibilità che avvertiamo di “trovare” fuori di noi una risposta, nasce la consapevolezza che la risposta non dobbiamo trovarla, o attendere che ci arrivi dall’alto, ma dobbiamo formularla noi stessi. Che non dobbiamo puntare lo sguardo su un orizzonte nel quale non può che perdersi: siamo qui, ora, e attorno a noi ci sono gli altri, e tutta la nostra esistenza, nella sua infinitesimale brevità, trascorre nel rapporto con essi.
Qui arriva il secondo snodo. Alla coscienza della propria condizione gli uomini non rispondono tutti allo stesso modo: la coscienza crea libertà, e la libertà implica che si possa scegliere di rispondere in maniere diverse (è il tema di fondo de La peste). A monte della responsabilità sta dunque la possibilità di scegliere, e a monte di questa possibilità c’è la libertà. Significa che tutti in un modo o nell’altro scelgono, da coloro che pensano che scegliere non sia un’opzione, ma un dovere, a coloro che si illudono di potersi astenere. Quest’ultima alternativa in realtà non esiste. C’è quindi chi sceglie di dare un senso alla propria esistenza, chi si accontenta (per ignavia, o perché le sue possibilità di scelta sono oggettivamente poche, o perché di queste possibilità ha scarsa coscienza) di consumarla, chi di riempirla di surrogati.
Ora, io non giudico sul merito di queste scelte, almeno fino a quando non vanno a interferire in quelle altrui, a negarne o a ostacolarne la possibilità. Semplicemente, la seconda e la terza opzione non mi interessano. Preferisco complicarmi la vita stimando la si possa, e la si debba, attraversare con dignità. Sebbene non sappia perché sono qui, o meglio, sappia che sono qui per un caso, intendo starci per quel che mi è concesso senza rammaricarmi costantemente per il tempo sprecato, per le occasioni perdute, per le offese o i dolori arrecati. “La libertà – come dice Camus – non è la speranza nell’avvenire. È il presente e l’accordo con gli esseri e il mondo nel presente.”
Beninteso, questa è una linea di massima, e non ho la presunzione di averla sempre correttamente seguita, né la pretesa che la seguano sempre gli altri. Scegliere questa strada non significa consacrarsi all’imitazione di Cristo. Non siamo tutti san Francesco (per fortuna, direi: non sono sicuro che Francesco non interferisse nelle vite degli altri, e troppe figure esemplari alla fine verrebbero a conflitto). Nemmeno significa dare fuoco al mondo per rifarlo più bello e più giusto: non siamo neanche Jacopone da Todi, non tutti abbiamo la vocazione al martirio o a vivere pericolosamente. Tutti quanti invece sgarriamo, più o meno consapevolmente: ma dovremmo ammetterlo, e non assolverci con leggerezza: dovremmo rimediare per quanto possibile, e quando non è possibile cercare almeno di far tesoro della lezione, per non ricascarci. Non è importante lasciare un segno del nostro passaggio su questa terra, quanto piuttosto non lasciare ferite in chi cammina con noi, o debiti da pagare a chi verrà dopo.
Questo io chiamo vivere in maniera responsabile. Accettare la sfida della nostra irrilevanza, e portarla fino in fondo. Come andrà a finire lo sappiamo già, ma non è questo che conta. Per usare una frase fatta, non è importante la meta, ma il viaggio. Da quello traiamo il senso. Dalla modalità in cui scegliamo di viaggiare.
A questo proposito Camus parla, oltre che di responsabilità, di “rispetto”. Anche per me questa è una parola chiave, quando se ne dia la giusta interpretazione. Mi piace ad esempio quella sintetizzata da Byung-Chul Han (un intellettuale tedesco-coreano che mi era stato spacciato per un filosofo di pronto consumo, da apericena, alla Maffesoli, e ho scoperto invece essere solo estremamente diretto, laconico, lontano dai giri di parole e dai giochi di immagini nei quali si crogiolano i maitres à penser nostrani): “Letteralmente, rispettare significa distogliere lo sguardo. È un riguardo. Nel rapportarsi con rispetto agli altri ci si trattiene dal puntare lo sguardo in modo indiscreto. Il rispetto presuppone uno sguardo distaccato, un pathos della distanza. Oggi questo sguardo cede a una visione priva di distanza, che è tipica dello spettacolo (che ha la stessa radice, spectare). La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare. […] Il rispetto è vincolato al nome. Anonimato e rispetto si escludono a vicenda. La comunicazione anonima, incoraggiata dal medium digitale, riduce drasticamente il rispetto ed è corresponsabile della dilagante cultura dell’indiscrezione e della mancanza di rispetto. Nome e rispetto sono in stretta correlazione: il nome è la base del riconoscimento, che avviene sempre nominativamente. Alla nominalità sono legate anche pratiche come la responsabilità, la fiducia e la promessa”.
Appunto. La responsabilità va assunta nominalmente, in prima persona. Non assistendo come spettatori, dal buio della platea, allo spettacolo che il mondo e l’umanità offrono, ma uscendo dal teatro e lavorando allo scoperto, “rispettando” la giusta misura e la dignità, la “sfera privata” altrui. Ciò non significa diventare “protagonisti” nell’accezione spettacolare del termine, ma semplicemente fare qualcosa per migliorare non tanto questo mondo ma la qualità della vita, la nostra e quella degli altri, in questo mondo. Avere riguardo per sé e per gli altri. Dal punto di vista oggettivo, nei tempi infiniti dell’universo come in quelli lunghissimi della storia, l’operato responsabile del singolo può apparire irrilevante e ininfluente, una goccia che si perde nell’oceano. Ma non è rispetto a questi tempi che lo dobbiamo giudicare, quanto rispetto ai nostri. È il tentativo di dare un senso alla nostra esistenza: come tale, dipende esclusivamente dalla nostra indole cercare di viverla nella maniera più predatrice possibile, cercando fama, onori, successo, ricchezza, sesso a gogò, o in quella più altruistica, cercando innanzitutto di non fare danno agli altri, e se possibile anche di recare conforto, di aiutarli.
Si potrebbe dire che anche questa è una forma di egoismo, perché mira a soddisfare una propria esigenza: ma è un egoismo che non va a cozzare con quello altrui, che appartiene alla specie piuttosto che all’individuo: un egoismo che negli esiti si rivela altruistico.
due specie molto diverse decidono di unirsi e dare vita ad un nuovo organismo: forme e funzioni strabilianti
Poesia e arte visive
Innanzitutto mi piace cominciare questa piccola esposizione sui licheni da un punto di vista poetico. In particolare da un poeta italiano, considerato minore, amico di Montale e come lui ligure, con cui ho trovato diverse sintonie. Si tratta di Camillo Sbarbaro [1](1888-1967), che fu anche lichenologo di fama internazionale.
Pare fatto, in tutto o in parte, delle sostanze più disparate: d’amido e di farina; di lana e di porpora; d’oro, zolfo, ceralacca; di spugna, sughero, antracite; di pergamena, di guttaperca.
licheni incospicui e negletti che però sono riusciti a tappezzare della loro presenza tutti i luoghi
non lo scoraggia il deserto non lo sfratta il ghiacciaio teme solo la vicinanza dell’uomo il lichene urbano e sterile il fiato dell’uomo lo inquina
Né mancano licheni bicolori, tricolori; licheni fulgenti, rutilanti e persino versicolori
Aggiungo qualche haiku [2]di mia fattura, brevi componimenti di tre versi di 5-7-5 sillabe, originari del Giappone, sui licheni.
alghe e funghi uniti insieme per esister meglio
dischi piatti di microscopiche foglie sbalorditive
in inverno ben risaltano bellezze di licheni d’or
intarsi vivi su scorze d’alberi licheni d’arte
croste adese di arancio brillante su rami spogli
dopo la pioggia simbionti d’un vivido verde smagliante
Nel campo delle arti visive come non ricordare il grande disegnatore visionario olandese Maurits Cornelis Escher (1898-1972), anch’esso attento osservatore di licheni.
Ecco poi una tavola raffigurante varie specie di licheni di Ernst Haeckel, naturalista dei primi del ‘900.
Forme e funzioni
Il fungo, nella consociazione mutualistica dei licheni, ricava dall’alga, capace di fotosintesi, le sostanze con cui nutrirsi, mentre l’alga riesce a insediarsi e vivere in ambienti per lei ostili, in particolar modo in caso di scarsità d’acqua. Il fungo infatti fornisce protezione dalla disidratazione, ma anche da caldo e freddo estremi.
Le forme di crescita sono alquanto varie. Ne esistono almeno una dozzina riconosciute comunemente. Sebbene la forma di un lichene sia determinata dal materiale genetico del partner fungino, per lo sviluppo di tale forma è indispensabile l’associazione con un’alga unicellulare. Queste le forme più comuni:
crostosa
fogliosa
fruticosa
La struttura interna segue per lo più lo schema sottoindicato.
Questa è una sezione trasversale di lichene foglioso, un organismo con una relazione simbiotica tra alghe unicellulari e/o cianobatteri e funghi.
Strati spessi di ife fungine, chiamati corteccia
Microalghe unicellulari
Ife fungine poco compatte
Ife fungine di ancoraggio dette rizine.
In anni recenti sono anche stati osservati licheni con due e più specie di funghi, di cui una può essere un lievito, ovvero un fungo unicellulare.
Teorie moderne considerano i licheni come sistemi complessi comprendenti non solo alghe e funghi, ma anche batteri e lieviti.
In essi l’organismo complessivo ha funzioni superiori alla somma di quelle presenti nelle singole specie componenti. E questo è vero non solo per i licheni, ma in generale per praticamente tutti gli esseri viventi, compresi gli unicellulari, per non parlare dei virus.
Il lichene è pertanto un’entità che ben rappresenta i successi della cooperazione tra esseri viventi. L’associazione infatti permette a alghe, funghi ed altro, quindi ad organismi appartenenti a regni diversi, di sopravvivere anche in ambienti estremi dove, da soli, non riuscirebbero a vivere e a riprodursi.
In realtà la cooperazione tra organismi diversi è molto più diffusa in natura di quanto abitualmente si pensi. Noi esseri umani ospitiamo e (generalmente) collaboriamo con innumerevoli microbi ma anche esseri pluricellulari e in svariati tessuti e organi corporei, dei quali il più evidente e studiato è l’intestino.
Altri esempi in natura sono i batteri negli stomaci dei ruminanti che consentono di digerire la cellulosa, le micorrize tra funghi e radici di alberi e piante, le microalghe zooxantelle nei polipi dei coralli, nelle spugne e in molluschi (tridacna).
I licheni non hanno grosse applicazioni di rilevanza economica. Producono e contengono diverse sostanze con interessanti proprietà chimiche e medicinali, ma il loro accrescimento relativamente lento non ne consiglia lo sfruttamento industriale. Sono invece presenti nella medicina erboristica e negli usi alimentari di diverse culture indigene.
Molti animali ruminanti, ordinariamente o occasionalmente, si nutrono di licheni: varie specie di cervi e di capre, l’alce e soprattutto le renne o caribù. I Sami o Lapponi, popolo delle renne, non mangiano i licheni di cui si nutrono invece i loro animali, soprattutto in inverno. Tuttavia mangiano il contenuto dei prestomaci delle renne dove i licheni sono divenuti commestibili per le fermentazioni ruminali.
Parlando di usi alimentari, ultimamente sta diventando di moda, soprattutto nelle nazioni scandinave, impiegare i licheni in cucina. Oltre a saper riconoscere le specie più adatte, per renderli commestibili occorrono in genere diversi trattamenti, soprattutto per smorzare la loro acidità naturale.
I licheni possono essere longevi, con alcuni che sono considerati tra gli esseri viventi più antichi. Un esemplare di Rhizocarpon geographicum sull’isola di Baffin orientale ha un’età stimata di 9500 anni. La lunga durata della vita e il tasso di crescita lento e regolare di alcune specie possono essere utilizzati per datare eventi remoti.
I licheni e il mimetismo di insetti
Il mio approccio personale
Il mio primo approccio ai licheni è stato in chiave puramente estetica. Ero e sono molto affascinato dalla varietà di forme e colori di questi piccoli esseri, spesso ignorati o trascurati anche dagli stessi naturalisti. È solo da poco tempo, circa un anno, che sto approfondendo la loro conoscenza su altri piani, sulla base della mia formazione da biologo e, in particolare, delle mie conoscenze sulle microalghe, uno dei costituenti maggiori dell’organismo lichene. Successivamente, ho cominciato ad approfondire la loro conoscenza, scoprendo un mondo di soluzioni a problemi vitali assolutamente originali e molto interessanti.
Sono poi intervenute, successivamente, considerazioni e riflessioni sia pratiche che filosofiche. Per le prime, la loro diffusione vastissima, anche se in genere appartata e sottotraccia; la facilità relativa come soggetto fotografico data la loro staticità, spesso però di dimensioni molto piccole. In molti casi, infatti, occorre un buon obiettivo macro ed anche applicare un po’ di trucchetti tecnici avanzati per poterli ben valorizzare fotograficamente.
Per le seconde considerazioni, le filosofiche, eccone alcune:
Come si può non considerare una volontà, una determinazione reciproca di fungo e alga nell’instaurare questa integrazione di vite, altrimenti separate e indipendenti, per dar luogo ad un unico essere? Del resto, abbiamo già mostrato che quello dei licheni non è un caso isolato, bensì molto diffuso. Bello sarebbe poter rispondere al quesito su dove risiederebbe fisicamente tale volontà, ma in proposito si brancola decisamente nel buio, andandosi tutto ciò a inserire in argomenti piuttosto controversi, quali quelli della coscienza e della mente degli esseri viventi …
– Un’altra concerne il fatto che in natura è molto presente, soprattutto tra gli animali, la competizione e la necessità di uccidere per sopravvivere. Tuttavia è confortante pensare che vi siano anche moltissimi esempi di collaborazioni anche molto estreme, come nel caso dei licheni, diffuse soprattutto negli organismi cosiddetti inferiori, peraltro privi di un sistema nervoso riconosciuto o di evidenti sistemi alternativi di elaborazione delle percezioni.
Infine alcune osservazioni e speculazioni sempre in tema di misteri lichenici:
due specie di licheni hanno resistito per 16 giorni alle condizioni dello spazio orbitale esterno, dimostrandosi gli organismi pluricellulari più resistenti conosciuti;
i licheni sono degli specialisti degli stati di quiescenza, ovvero di vita sospesa, quindi maestri di disidratazioni e reidratazioni, protezioni da riscaldamenti e raffreddamenti estremi, nonché da irraggiamenti di vario tipo, perfino da radiazioni atomiche;
i funghi dei licheni, come del resto i funghi in generale, sono degli abilissimi ingegneri chimici, in grado di ottenere una gamma amplissima di biomolecole a partire da nutrienti di varia origine e di renderli disponibili anche per altre specie, sia in vita che da morti;
In alcuni casi, a giudicare dalla perfezione delle figure geometriche assunte, sembrerebbe che i licheni possano ricalcare segni lasciati dagli umani su rocce e ruderi corrosi dal tempo, avendo anche la capacità di riciclare e riutilizzare i pigmenti colorati a suo tempo impiegati.
Termino questa certamente limitata e sintetica esposizione ancora con parole del poeta Sbarbaro che, negli anni finali, sulla sua lunga attività di collezionista e studioso di licheni, così scriveva:
Benvenuto amore che della mia vita (vista almeno in riepilogo) ha fatto una quasi continua ricreazione, se appena fuori d’un abitato, torno, alla mia età, il fanciullo ammesso a far man bassa in un emporio di giocattoli.
Avevo in mente questa breve epistola (si lo so grazie, sono umilissimo) già da tempo. Da quando sul sito dei Viandanti questi ultimi hanno cominciato a sparire nelle nebbie dell’attualità, della cronaca, del quotidiano pessimismo e, specie in zona Lerma, del mugugno (che si addice a quella ridente località limitrofa ai confini liguri).
Ammetto, sono il modesto allievo che si ribella al maestro, tipo Bruto, tu quoque, o “ti ho portato io sul sito e ora mi tratti così”, “avevo fiducia in te …”. E so che tanto si farà due risate e passerà oltre, ma io insisto.
Ultimamente sul sito appaiono articoli di attualità (mirabile l’ultimo del compianto Beppe Rinaldi, un vero e proprio saggio che dovrebbero far leggere alle superiori per sgombrare alcune menti devitalizzate da un distorto pensiero politico), ma ottima anche l’idea di segnalare un film come Le Città di pianura, un film “dolce e profondo” (copio, incollo e condivido) o raccontare come fare le Sgorbie.
Poi ci sono i mugugni del Prof, che non trova più scritto “Dio ti vede” e simili sui cessi pubblici (ma chi ci va nei cessi pubblici? E ci sono ancora? Io non ricordo di esserci stato, ho sempre preferito spendere una moneta per un caffè e approfittare dei servizi di un bar, per quanto scalcinati possano essere: ma è vero, io sono un po’ signorino, lo ammetto).
Insomma, nessuno scrive più di letteratura di viaggio. Dopo gli ultimi bellissimi articoli del Prof non è più uscito nulla.
Abbiamo finito il repertorio? gli esploratori, i viaggiatori, i camminatori, gli scalatori, i naviganti sono esauriti? io ogni tanto qualcosa mi invento, ma i miei scritti sono poveri, esigui, e certi autori a cui ho accennato, faccio un solo esempio Norman Douglas, meriterebbero un’eco maggiore, e delle riflessioni più profonde di quelle che posso avere io.
Per Douglas qualcuno potrebbe dire che non è uno scrittore di viaggi, ma la Calabria, il golfo di Napoli, Capri e Ischia, e parte della Puglia nessuno li ha descritti come lui, e ai primi del ‘900 secondo me quello era un viaggio paragonabile alle esplorazioni delle più remote regioni del mondo.
In fondo il sito è nato sull’idea della letteratura di viaggio, le scoperte dei continenti, le imprese in montagna, le traversate oceaniche, e tutto quel genere di argomenti che, in fondo, ci portano un po’ di svago e ci distraggono da questa attualità che è effettivamente inguardabile.
Ecco allora che invece di ariette, sguardi storti, quaderni, quisquilie&pinzillacchere, farei due semplici categorie: Viaggio; Attualità.
Così da ospitare sempre lavori come quelli di Paolo, Fabrizio, Rinaldi, Castellaro, Barbato e tutti gli altri che hanno voglia di scrivere dell’oggi o di ieri, del presente, del passato e del futuro, di piccoli o grandi ricordi, di emozioni, esperienze e vita vissuta, e di chi porta invece contributi alla letteratura di viaggio riscoprendo un vecchio autore, un giramondo dimenticato, un Darwin con le scarpe rotte.
E che il Prof torni al suo compito originario: farci scoprire nuovi autori. Nel mentre, mi siedo sotto al portico e aspetto si alzi la nebbia per veder finalmente ricomparire viandanti, viaturi e viandati.
Nuvole … Sono come me, un passaggio sfigurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo. Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli 1996
Non facciamo quasi mai caso a ciò che ci sta sulla testa. Tranne quando siamo in vacanza e fotografiamo il tramonto per condividerlo sui social.
Nel quotidiano ignoriamo quelle formazioni di vapor acqueo che cambiano in continuazione ed in modo irripetibile, mentre le si guarda. Esistono solo quando alziamo gli occhi e non saranno mai più le stesse. Nessun altro elemento della natura muta con una tale rapidità mantenendo, nello stesso tempo, un ordine preciso. Strano no?
John Ruskin (1819-1900), invece, si lasciò affascinare dalle conformazioni delle nuvole, disegnandole con matita e pennello in un’epoca in cui non c’era altro modo di immortalarle. Critico d’arte, docente a Oxford, riformatore sociale, ambientalista ante litteram, Ruskin fu una delle figure più singolari dell’Inghilterra vittoriana. È ricordato soprattutto per i suoi scritti sull’arte e sull’architettura, ma non smise mai di guardare, disegnare e dipingere le nuvole, le nebbie e le montagne che si intravvedono fra loro.
Non si considerò mai un artista, ma solo un insegnante i cui schizzi erano destinati ai suoi studenti. Disegnare significava, per lui, imparare a vedere. Per Ruskin arte e morale erano inseparabili poiché un quadro non costituiva un semplice ornamento per le pareti delle case dei benestanti, ma era uno strumento per educare lo sguardo e, attraverso di esso, forgiare il carattere: guardare bene il mondo significava imparare a rispettarlo responsabilmente. In fin dei conti era, per lui, la raffigurazione della divinità.
Alle nuvole dedicò tre capitoli del primo dei cinque volumi di Modern Painters (1843) dove emerge un’attenzione quasi scientifica per la varietà delle forme del cielo. Ruskin osserva, confronta, descrive, ma soprattutto adotta la classificazione elaborata pochi decenni prima dal meteorologo Luke Howard. Howard, seguendo il metodo di Linneo espresso nella botanica, definì le innumerevoli formazioni nuvolose con nomi latini destinati a entrare nel linguaggio universale della meteorologia usato ancora oggi: cirrus, cumulus, stratus, nimbus e le loro infinite combinazioni.
Dare un nome non significa limitare la questione alla mera definizione, ma altresì imparare a distinguere e riconoscerne le forme. Non vediamo “una nuvola”, ma un cirro che, se si presenta in un determinato modo, annuncia un cambiamento climatico meglio del callo al piede.
Per maggiori approfondimenti sulla scienza e sulla nomenclatura delle nuvole, consiglio il volume della Guanda di Gavin Pretor-Pinney, Cloudspotting. Una guida per i contemplatori di nuvole.
Ruskin non si limitò all’osservazione estetica, ma cercava di misurare ciò che vedeva utilizzando, ad esempio, il cianometro di Horace-Bénédict de Saussure con cui determinare l’intensità del blu del cielo al fine di cogliere con precisione le sfumature di luce e colore da riprodurre sulle sue tele. Può sembrare un dettaglio marginale, ma racconta molto del suo modo di guardare il mondo con pazienza e attenzioni al dettaglio.
Così i suoi viaggi non avevano nulla del turismo di oggi finalizzato al consumo del luogo, ma erano studi sui paesaggi. Tornò più volte in Italia – Venezia, Verona, Firenze, Lucca, Pisa – e dedicò innumerevoli disegni alle nuvole, ma anche alle montagne, ai ghiacciai, ai laghi.
Forse proprio l’attitudine ad osservare la natura con tanta attenzione gli permise di intuire qualcosa che sfuggiva ai suoi contemporanei. Nel saggio The Storm-Cloud of the Nineteenth Century (1884) descrisse cieli sempre più opachi, foschie insolite, alterazioni della luce atmosferica che attribuiva all’inquinamento prodotto dalla rivoluzione industriale. Fu tra i primi a intuire questa correlazione.
Ruskin aveva idee preveggenti anche in ambito economico. In Unto this Last: Four Essays on Political Economy contestò una ricchezza fondata esclusivamente sul profitto, sostenendo che il valore di una società doveva misurarsi nella qualità della vita delle persone, nella dignità del lavoro e nella salubrità del paesaggio. Non male per chi viveva in piena rivoluzione industriale … e concetti che restano ancora molto attuali.
In questa capacità di unire arte, etica, economia e natura si riconosce tutta l’originalità di Ruskin. Lo comprese bene anche il poeta del paesaggio, William Turner. Quando gran parte della critica liquidava Turner come un eccentrico, incapace di stare nel sentiero comune, Ruskin ne divenne il più convinto difensore. Dopo la morte del pittore si dedicò instancabilmente alla catalogazione e alla valorizzazione della produzione di Turner, contribuendo in modo decisivo alla sua conoscenza.
Ruskin e Turner probabilmente sorriderebbero nel vederci fotografare e condividere l’ennesimo cielo, dimenticandolo subito dopo, senza neppure soffermarci un attimo a guardare quel panorama, senza uno schermo che si frapponga fra l’occhio e il cielo. Produciamo migliaia di immagini senza costruire alcun pathos con il cielo e con la foto che scattiamo.
Ruskin non era certamente contrario alle innovazioni tecnologiche, ma era consapevole che nessuno strumento può sostituire il tempo necessario per osservare e incidere un qualche sentimento o sensazione dentro di noi.
Forse è questo il motivo per cui i dipinti e i disegni continuano ad affascinarci: sono la rappresentazione del tempo dedicato ad osservare una persona, un cesto d’uva, un panorama, infine un semplice cielo.
Date un’occhiata ai cieli (e alle montagne) di Ruskin raccolte in questo Album, ma poi, appena possibile, non perdete l’occasione per alzare lo sguardo sopra le vostre teste e riempitevi gli occhi – e soprattutto la mente – delle nuvole che stanno sopra le vostre teste.
Trasformate ogni alba nell’esordio della vita, e vivete in ogni tramonto la sua conclusione. John Ruskin – da Gavin Pretor-Pinney, Cloudspotting, Guanda 2006
È una cosa strana quanto poco, in generale, la gente conosca il cielo. È la parte della creazione in cui la natura ha fatto di più per compiacere l’uomo, più di ogni altra cosa, parlandoci e insegnandoci. John Ruskin, Modern Painters