di Giuseppe Rinaldi, ripubblicato[1] il 14 settembre 2026
Come promesso[2], intendiamo pubblicare sul sito almeno una parte degli articoli scritti da Beppe Rinaldi prima che avviasse la sua collaborazione coi Viandanti. Dovremo operare delle scelte, perché sono moltissimi e perché in buona parte sono relativi alla politica locale, e pur non mancando di es-sere sempre illuminanti e preveggenti hanno forse perso un po’ della loro attualità.
Come dimostra però il pezzo che segue, le analisi che Beppe produceva dei fenomeni culturali e sociali più significativi conservano intatto il loro va-lore. Nel caso specifico la recensione di Parasite mi ha indotto a rivedere il film in un’ottica diversa e mi ha consentito non solo di cogliere particolari e sfumature che alla prima visione mi erano sfuggiti, ma di apprezzarne an-cora una volta e ancor più la lucida intelligenza. In un periodo nel quale viene spacciata come un capolavoro la riproposta in chiave ipertecnologica e presuntuosa dell’Odissea, una lettura come questa offre un certo sollievo.(P. R.)
1. Quanto mai estraneo e, allo stesso tempo, assai familiare appare allo spettatore il film Parasite di Bong Joon-ho, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2019. Familiare, perché il regista usa con maestria svariati generi universalmente noti del linguaggio cinematografico. Estraneo, poiché i temi e lo stile con cui sono trattati sono indubbiamente assai ancorati a certe specificità dell’attuale società coreana e della sua cultura. Si tratta dunque di un film effettivamente sincretico, nel senso che fonde continuamente elementi che appartengono ormai ineluttabilmente al mondo globale con gli elementi di una situazione marcatamente locale. La fusione miracolosamente riesce e lo spettatore ha costantemente l’esperienza di un virtuoso straniamento che lo invita a coinvolgersi e, nello stesso tempo, a riflettere con un certo distacco. Insomma, il tutto si colloca alla giusta distanza, verrebbe da dire. Il film è sostanzialmente uno splendido, sebbene come si vedrà alquanto problematico, apologo morale sulle relazioni interpersonali e sulla sociologia della vita quotidiana, come queste si configurano nell’epoca delle catastrofi ecologiche, delle diseguaglianze crescenti e dell’inasprimento della competizione tra gli individui. Proprio per la sua distanza relativa, il film è capace, attraverso questi temi, di gettare uno sguardo critico sulla nostra contemporaneità, uno sguardo decisamente insolito, originale e provocatorio. Nel film, oltretutto, è mostrato abbondantemente lo sconquasso che la penetrazione e diffusione del mercato globale ha provocato e sta provocando, anche in società lontane come quella coreana.
2. Abbiamo accennato alle catastrofi ecologiche. Il film ci parla senz’altro di ecologia, specialmente nel senso originario del termine che, notoriamente, ha a che fare con la “casa” (oikos). Il film, infatti, è una commedia nera che si svolge quasi esclusivamente in interni, in due case antitetiche che corrispondono a due famiglie coreane altrettanto antitetiche. Sono messi in contrapposizione, anche e soprattutto visivamente, due ecosistemi idealtipici costituiti dalle rispettive case in cui vivono i protagonisti. Da un lato, il mondo dell’architettura ultra moderna dell’archistar Namgoong Hyeonja (personaggio del tutto inventato), ideatore e costruttore della casa dove vive la ricca famiglia Park. Dall’altro, quello del tugurio, del seminterrato miserabile con finestrella a livello della strada, in cui vive la povera e sgarrupata famiglia Kim. La contrapposizione è volutamente paradigmatica, poiché pare che Park e Kim siano i cognomi statisticamente più diffusi in Corea.
3. L’avveniristica casa dei Park si ispira alla concezione architettonica razionalistica occidentale, appena corretta da una sensibilità asiatica per la presenza di una ampia vetrata su un grande giardino. La casa corrisponde dunque a un modello culturale d’importazione, come del resto moltissimi altri elementi che si vedono nel film, tutti ampiamente enfatizzati nelle inquadrature, come telefonini, automobili, computer, camicie e cravatte sempre impeccabili, merci da supermarket, e così via. Si tratta tuttavia di una casa fredda, piuttosto impersonale che rispecchia il vuoto di vitalità e il vuoto interiore degli stessi ricchissimi Park. Un vuoto evocato dal numeroso e onnipresente personale di servizio, dalla formalità e superficialità dei rapporti interpersonali e dall’alienazione dei disegni malati del piccolo Da-song, il figlio minore dei Park, che assomigliano un poco al tratto di un Basquiat. Il piccolo Da-song – che è capriccioso e tirannico, tanto che i genitori lo temono e lo assecondano in tutto e per tutto – vive dunque in una casa dal disegno alquanto razionale ma cova, dentro la sua mente, fantasmi oscuri del tutto privi di logica. Nel corso del film si scoprirà la concreta origine di questi fantasmi.
4. La casa dei Kim è invece un povero e piccolo tugurio seminterrato, umido e puzzolente, pieno di oggetti seriali sempre di matrice culturale occidentale, dove le modeste cose sono ammassate le une sulle altre, dove gli ambienti sono assolutamente indistinti e dove, sul lato strada, troneggia un water scrostato. I Kim non possono permettersi l’armonia architettonica della casa dei Park, ma la vita grama cui sono costretti li ha resi solidali, astuti, iperattivi, costretti continuamente a stare sul chi vive, a barcamenarsi per soddisfare le esigenze più elementari. Le prime scene del film ce li presentano mentre cercano di captare il campo telefonico dei vicini di casa. Oppure mentre cercano di sbarcare il lunario piegando i cartoni delle pizze per pochi soldi. Oppure, ancora, mentre cercano di difendere il loro entourage dagli ubriachi che vengono a orinare intorno alle finestre (il loro tugurio ha piccole finestre a livello della strada).
Il carattere distintivo del loro ambiente, se così si può definire, è un disordine caotico, dai caratteri magari anche pittoreschi, dovuto a tante stratificazioni successive. Dovuto alla competizione, alla lotta per la vita e all’esigenza di soddisfare i bisogni elementari. Tra le prime battute del film, al passaggio in strada delle squadre di disinfestazione che spargono insetticida, i Kim discutono se tenere chiuse le finestre, per non respirare l’insetticida, o se non piuttosto tenerle aperte, per sfruttare gli effetti benefici della disinfestazione anche nei loro locali infestati. Questo è il primo accenno all’equiparazione dei Kim ai parassiti. Nello sviluppo del film, la realtà ecodegradata della casa dei Kim e del quartiere limitrofo sarà ripetutamente mostrata in maniera anche assai cruda, come ad esempio nel lungo episodio, davvero eccezionale sul piano visivo, di un nubifragio battente che si limita a lambire la villa dei Park, che si trova nella parte alta della città, ma che provoca, nelle contrade dove vivono i Kim, nella parte bassa, una vera e propria alluvione, con un fiume misto di fango e spazzatura che corre nelle strade, travolge qualsiasi cosa e penetra ovunque.
5. I luoghi, le cose, le case, i quartieri in cui si vive – questo sembra essere l’assunto implicito del film – sono lo specchio del destino dei loro abitanti, ne determinano le caratteristiche profonde dal punto di vista economico e sociale, ma anche e soprattutto le caratteristiche psicologiche, i loro comportamenti, il modo di affrontare la vita e di relazionarsi con il prossimo. Sbaglieremmo tuttavia se pensassimo di trovare nel film una compiuta “analisi di classe” economica, sociale e politica della società coreana o, ancor più, del mondo globale come oggi si prospetta. Qualche critico, secondo noi frettoloso, a proposito del film ha parlato addirittura di un ritorno della lotta di classe. C’è più che altro, nel film di Bong Joon-ho, una correlazione immediata, che saremmo tentati di definire, appunto, come “ecologica”, tra i due ambienti e le forme di vita che li abitano. Potremmo parlare di una sorta di eco-psico-sociologia. La condizione sociale determina la casa in cui si abita e, viceversa, la casa in cui si abita determina la condizione sociale. Si tratta di un teorema indubbiamente alquanto schematico e semplificatorio, esso tuttavia permette al film di raggiungere un notevole rigore nella descrizione realistica – talvolta iperrealistica – dei diversi ambienti e dei tipi umani che li abitano.
6. Il corollario inevitabile di questa prospettiva è che ciascuno debba stare strettamente ancorato all’ambiente dove abita. Si tratta di mondi caratterizzati da una profonda diversità e destinati dunque a restare tendenzialmente distanti e separati, ma anche destinati – come si vedrà nella trama – a un pericoloso rimescolamento, come per una sorta di attrazione fatale. Il film prende infatti le mosse proprio da una casuale “contaminazione” tra i due ambienti che porta però ben presto a una situazione di infezione generalizzata. Sotto questo profilo, il film può, essere anche considerato come un esperimento mentale in cui si studia – con grande ironia ma anche con estrema freddezza e lucidità – quel che accade quando avviene una contaminazione tra mondi che invece dovrebbero stare a distanza. Lo sguardo di Bong Joon-ho, in questo senso, è del tutto simile – almeno nelle parti più drammatiche – a quello del ben più duro e austero Kim Ki-duk, peraltro suo conterraneo. Vale in proposito ricordare – anche dal punto di vista tematico – il film Ferro 3 di Kim Ki-duk, in cui proprio le case momentaneamente vuote diventano il luogo fisico di una forma equivoca e inconsapevole di convivenza e di scambio sociale, dove tuttavia non è consentita alcuna contaminazione. Anche lì, quando la contaminazione avviene, tutto precipita.
7. I due ecosistemi umani tratteggiati nel film, in seguito alla contaminazione, diventano dunque il terreno di una brutale lotta per la vita senza esclusione di colpi. Qui troviamo un altro motivo conduttore del film e cioè il ruolo del mimetismo e, più in generale, dell’inganno e della menzogna nella competizione ecologica e sociale. Ci ricorda Bong Joon-ho che l’animale semiotico per eccellenza, l’uomo, è anche, per eccellenza, l’animale capace di mentire. Questo accade perché le relazioni sociali sono sempre vincolate dalla necessità, dai bisogni, dalla concorrenza, dall’egoismo e dall’interesse. Ciascuno recita una parte, ciascuno recita la parte che gli conviene, ciascuno cerca di ingannare il prossimo per accaparrarsi una fettina del prodotto sociale, per avere qualche convenienza, per avere un lavoro o per godere di prestazioni sessuali. Il tutto avviene con estrema naturalezza, in una totale assenza di codici morali. Non c’è scrupolo di coscienza, non ci sono dilemmi, non ci sono rimorsi. I comportamenti, le scelte non sono mai problematiche, sono sempre ineluttabili, automatiche, generate dalla meccanica degli interessi. Se forte è la propensione a ingannare, altrettanto forte è la propensione a farsi ingannare, soprattutto da parte di chi non ha bisogni particolarmente urgenti da soddisfare, come suggerisce la stupidità di fondo dei ricchi Park. Il successo nell’inganno non fa che alimentare ulteriori comportamenti fraudolenti, in un crescendo inarrestabile. In questa lotta per la vita, i soli legami interpersonali che contano sono ristretti a quelli per la propria famiglia. Siamo qui in presenza di una sorta di vero e proprio familismo amorale, perfettamente descritto e decisamente paradigmatico. Nessun universalismo, dunque. Non c’è neppure, qui, la speranza di redenzione del buddismo che compare talvolta nei pur crudissimi film di Kim Ki-duk. Così Bong Joon-ho, grazie a questa visione brutale e meccanica della competizione, ha buon gioco nell’usare l’inganno come motore delle vicende narrate, le quali tendono così a volgere spesso verso una sorta di commedia nera degli equivoci, paradossale, sarcastica, divertente e agghiacciante nello stesso tempo.
8. Vediamo ora in sintesi lo svolgimento della trama, che è un passaggio necessario per la discussione del senso del film, alla faccia di coloro che non sopportano lo spoiler. Il giovane studente Ki-woo – la voce narrante che compare all’inizio e alla fine del film e che, come vedremo, offrirà esplicitamente una chiave interpretativa del film stesso – appartiene alla famiglia Kim, quella che vive nel tugurio seminterrato. È raccomandato da un amico per dare lezioni d’inglese alla giovane figlia (Da-ye) della ricca famiglia Park che abita nella bella villa situata nella parte alta della città. Il giovane è piuttosto sveglio e intraprendente e riesce così a farsi accettare dai Park, a compiere una soddisfacente prestazione professionale e a far anche innamorare di sé la giovane Da-ye. Questo inaspettato successo però non gli basta. Così, astutamente, uno dopo l’altro, Ki-woo riesce a introdurre presso i Park, sotto mentite spoglie, tutti gli altri membri della sua famiglia che sono ovviamente disoccupati.
La sorella Ki-jung, che è esperta di computer – grafica, viene presentata come una professionista di art-therapy per seguire il piccolo Da-song – il fratello minore di Da-ye – che ha dei comportamenti disturbati e alquanto border-line. Il trucco funziona e, dopo questo secondo successo, l’invasione prosegue in forma ancora più aggressiva. La governante della casa, con un malvagio espediente ai suoi danni, è fatta cacciar via e il suo posto è preso da Chung-sook, la madre di Ki-woo. Sempre con un espediente fraudolento, anche l’autista è allontanato e il suo posto è preso da Ki-taek che è il capofamiglia dei Kim (padre di Ki-woo e Ki-jung). Così, in men che non si dica, con una serie d’ingegnosi quanto biechi espedienti, l’intera famiglia Kim si trova a rimpiazzare tutto personale di servizio dei Park, i quali si mostrano alquanto sprovveduti, superficiali e creduloni e non sospettano minimamente che i loro nuovi dipendenti siano tra loro imparentati e che siano privi delle patenti di professionalità dichiarate. La logica che vien mostrata è dunque proprio quella del parassitismo, un parassitismo sociale che comunque rinvia analogicamente ai rapporti di parassitismo diffusi tra le specie animali e vegetali.
9. Quando tutto sembra andare a gonfie vele, la situazione però precipita. In assenza dei proprietari che hanno portato il bambino in campeggio per il suo compleanno, i Kim ne approfittano per organizzare – proprio in quella casa che ormai dominano e considerano come casa propria – una serata nella quale si gozzoviglia e si festeggia in modo piuttosto rozzo e volgare. Nel bel mezzo della festa, nottetempo, ricompare però la governante che era stata fatta licenziare, che bussa alla porta inaspettatamente. La ex governante ha un torbido segreto. Nel rifugio antiatomico della casa, della cui esistenza i Park nulla sanno, vive nascosto da anni suo marito, per sfuggire ai creditori. L’uomo vive lì come un recluso, rifornito e assistito di nascosto dalla moglie. L’imprevedibile situazione scatena un conflitto tra i nuovi parassiti (la famiglia Kim) e i vecchi parassiti (la precedente domestica e il suo marito imboscato). Il conflitto diviene via via uno scontro violento, alla fine del quale la famiglia Kim riesce, seppure maldestramente, a imprigionare nel rifugio sotterraneo i due concorrenti. In un tentativo di fuga, la ex governante, nel parapiglia, fortuitamente muore e il marito, che viene comunque imprigionato suo malgrado nel rifugio, medita furibondo propositi di vendetta. È da notare che la trama del film rende bene evidente come i parassiti siano sempre in aspra concorrenza tra loro, per cui è fuori discussione qualsiasi forma di alleanza tra loro per un qualche progetto comune. La logica è sempre quella di occupare tutto quello che si può a vantaggio esclusivo e unico della propria famiglia, quasi fosse all’opera una sorta di gene egoista.
10. I Park ritornano a casa prima del previsto e i Kim devono far fronte alla situazione, anche se la loro colossale messa in scena si fa sempre più difficile da sostenere, tanto più che ora sono spuntati i parassiti concorrenti. I Park organizzano la festa di compleanno del bambino con molti ospiti, nel giardino della bella casa, e qui avviene il clou tragico di tutta la vicenda. La commedia nera volge a questo punto decisamente all’horror. Il marito della defunta domestica riesce a liberarsi, emerge dal rifugio con le vaghe sembianze di uno zombie e comincia a menare coltellate per vendicarsi, finendo però così per essere ucciso dal padrone di casa. Ki-jung, la figlia dei Kim, la sedicente esperta di art-therapy, è gravemente ferita ed è in fin di vita. Il piccolo Da-song, alla vista dello zombie che aveva evidentemente già visto altre volte, è svenuto. A questo punto scoppia il conflitto decisivo tra il capo famiglia Park e il suo autista, il capo famiglia Kim, per decidere quale dei loro figli infortunati debba essere trasportato per primo all’ospedale, con l’unica auto che c’è. Purtroppo Ki-jung, non soccorsa in tempo, muore e così suo padre, in un accesso di rabbia uccide a sua volta il capo famiglia Park e si dilegua con le mani piene di sangue. Insomma, fuori di metafora, come spesso accade in natura, i parassiti finiscono per uccidere gli organismi stessi che hanno colonizzato. In conclusione, le tre famiglie (compresa quella della ex domestica) sono così distrutte, tanto che la bella casa viene tosto abbandonata e resta disabitata. Ki-taek è sparito, ricercato dalla polizia per l’assassinio compiuto. In chiusura del film, poco a poco si comprende che Ki-taek si è nascosto proprio nel rifugio antiatomico, prendendo il posto del precedente parassita. Il giovane Ki-woo, che è sfuggito al massacro, ha compreso quale sia ora divenuto il rifugio del padre, e si farà carico per intanto di rifornirlo del necessario per mantenerlo in vita.
11. Sono di una certa importanza, per la ricostruzione del senso del film, le riflessioni finali di Ki-woo che – non dimentichiamolo – è il narratore in prima persona di tutta la storia. Egli ammette di essere rimasto affascinato dalla villa nella quale ha potuto soggiornare durante tutta la vicenda. Confessa anche di avere capito che le scorciatoie del parassitismo non portano da nessuna parte e producono disastri. Così si propone, nel prossimo futuro, di studiare e lavorare sodo per arricchirsi e per riuscire a comprare proprio quella villa e a ricongiungersi così, un giorno, con il padre rinchiuso nel rifugio. Insomma, par di capire, il contatto improprio tra i due ecosistemi umani si è rivelato foriero di grandi sventure, ma quello stesso contatto ha permesso a Ki-woo di apprezzare la bellezza e il valore della casa e di trovare quindi un serio obiettivo per la propria vita.
A prima vista, questa conclusione, cioè il progetto di una bella casa da conquistare con i propri sforzi personali, pare piuttosto debole, soprattutto dopo la critica corrosiva degli assetti sociali sviluppata nel corso del film. Si tratta, infatti, di un progetto che rimane completamente rinchiuso sul piano individuale, esattamente come il progetto di colonizzazione parassita raccontato nel film. La radicalità della pars destruens non porta alla fine ad alcuna effettiva eco – trasformazione. Nessun accenno a regole comuni, diritti e a riforme sociali. L’eventuale successo di Ki-woo, nel suo progetto di arricchire e comprarsi la bella casa, lascerebbe comunque intatto il mondo degradato dal quale proviene. Se tutto ciò è vero, si tratta allora di capire se e come le due anime (lo sviluppo narrativo e il finale) apparentemente contrastanti del film possano eventualmente stare insieme.
12. Azzardiamo qui l’ipotesi che lo spettatore occidentale tenda spontaneamente ad attribuire al film di Bong un intento politico primario che probabilmente proprio non ha. Questo è il motivo per cui la conclusione può sembrarci riduttiva e fuori posto. L’unico modo per conferire al film una sua unitarietà sta nel mettere in secondo piano il suo significato politico, che pure è presente e tende talvolta a emergere prepotentemente. Vediamo meglio la questione. Negli anni Sessanta del secolo scorso il sociologo nord americano Robert K. Merton aveva elaborato – studiando la società nord americana del tempo – una famosa teoria della conformità e della devianza. La sua teoria si basava sulle due variabili dell’accettazione o del rifiuto, sia dei fini che la società prescrive sia dei mezzi ammessi per raggiungerli. Il conformismo è il tipo d’azione di colui che accetta fino in fondo sia i fini stabiliti sia i mezzi consentiti per raggiungerli. Si noti che qui il termine è descrittivo e non valutativo, come spesso è usato nella lingua comune. L’innovazione, invece, è l’azione di colui che accetta fino in fondo i fini, ma “innova” per quel che concerne i mezzi: costui è il deviante per eccellenza, perché usa mezzi scorretti e illeciti per avere quello che vogliono tutti. È esattamente questo il caso del giovane Ki-woo e della famiglia Kim. Il dilemma che è proposto nel film pare essere proprio quello tra la devianza e il conformismo, un dilemma principalmente di tipo morale e non di tipo politico. Non si discute dunque dei fini ultimi, che sono ignorati o dati per scontati, si discute piuttosto di quali debbano essere i mezzi.
13. Il film di Bong potrebbe allora essere interpretato, in definitiva, come la rappresentazione di una complicata peripezia del parassita che, attraverso le sue vicissitudini e i suoi errori, giunge progressivamente alla scoperta dei limiti della sua innovazione deviante e che, infine, è indotto a scegliere la via più lunga e faticosa, ma più efficace e meno distruttiva, del conformismo in senso mertoniano. Di fronte all’attuale confusa situazione globale, sembra dire Bong Joon-ho, la tentazione che pare a prima vista come la più immediata e la più promettente è proprio quella del parassitismo. Si tratta della scelta più diffusa. Anche perché è spinta dall’urgenza del bisogno e dall’ onnipervasiva lotta per la vita. Nel film d’altronde lo spettatore è indotto a simpatizzare per gli intraprendenti e devianti parassiti della famiglia Kim e per il loro assalto implacabile ai ricchi Park.
La scelta del parassitismo, tuttavia, è in ultima analisi del tutto controproducente, perché porta alla lacerazione, allo scontro, e soprattutto perché è, in fin dei conti, autodistruttiva. Allora, come nella fenomenologia hegeliana o, se si preferisce, come in una sorta di laica via crucis, occorre passare attraverso tutte le “stazioni” del parassitismo, come fa effettivamente il giovane protagonista Ki-woo, fino a berne fino in fondo il calice amaro, fino a provarne direttamente le conseguenze più disastrose, per sé e soprattutto per i propri familiari. Soltanto questo percorso permetterà al protagonista di raggiungere, alla fine, una sorta di vera e propria illuminazione e trasformazione personale. Solo grazie a questa nuova consapevolezza gli sarà possibile giungere a scartare la via che immediatamente sembra la più facile e a intraprendere – con una sorta di spirito ascetico – la via più difficile, la via dell’impegno e del sacrificio. Ki-woo diventa capace di padroneggiare se stesso, impara a differire la soddisfazione immediata dei bisogni, impara a darsi una meta e a perseverare per raggiungerla. Prende le distanze dal parassitismo e intraprende un serio impegno nel mondo seguendone finalmente le regole. Se vogliamo una lettura della stessa questione da un altro punto di vista, si potrebbe dire in termini lacaniani che Ki-woo comprende, alla fine della sua amara vicenda, la differenza tra la mera pulsione e il desiderio.
14. Ma chi sono oggi i parassiti? Perché può avere un senso riflettere sul parassitismo? A vedere i poveri Kim disoccupati nel loro tugurio potremmo essere indotti a pensare che si tratti di questioni da Terzo mondo. In realtà la questione del parassitismo ci riguarda piuttosto da vicino. Proviamo ad assumere una definizione provvisoria del fenomeno e cioè che il parassita, nel nostro mondo sociale, sia semplicemente colui che vive a spese degli altri. Ebbene, se ci guardiamo intorno, non abbiamo proprio bisogno di volgerci alle lontane contrade coreane. Facciamo un elenco esemplificativo, un po’ alla rinfusa, di casi che potrebbero essere rubricati come parassitismo: tutti i generi di truffatori, da quelli piccoli a quelli grandissimi. Quelli che si fanno raccomandare. Quelli che non pagano le tasse. Quelli che praticano l’economia sommersa, o l’economia illegale. Quelli che corrompono e quelli che si fanno corrompere. I politici che pensano solo alla loro carriera. Quelli che truccano i concorsi. Quelli che guidano come dei matti, mettendo a repentaglio la sicurezza della circolazione. Quelli che parcheggiano dove non si deve. Quelli che non fanno la dovuta manutenzione e producono distruzione e morte. I falsi invalidi. I fabbricatori di fake news. Quelli che fanno in finanza le manovre speculative. Gli incompetenti che producono danni che devono poi essere riparati. Quelli che timbrano il cartellino e vanno poi per i fatti loro. Quelli che usano mille espedienti per abbassare la loro produttività sul lavoro. I produttori di merci adulterate. Gli assenteisti. I saccheggiatori di risorse naturali. Gli inquinatori, i cui danni vanno poi riparati con grande dispendio. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Noi stessi, in modo intercambiabile, svolgiamo il ruolo di parassiti e di vittime colonizzate e sfruttate. E, soprattutto, parassiti non sono solo i ricchi, com’è bene evidenziato dal film. Il parassitismo è certamente trasversale e riguarda tutte le classi sociali.
Se tutto questo è vero, allora il merito principale del film è forse proprio quello di avere portato alla ribalta dell’attenzione una categoria morale come quella del parassitismo. Siamo, infatti, così circondati dai parassiti che non ce ne accorgiamo neppure e magari li troviamo pure simpatici. Un film tuttavia non basta. Forse, per aprire gli occhi sul parassitismo e sul rischio severo che questo comporta per il mondo globale, abbiamo proprio bisogno di una catastrofe, più o meno analoga a quella accaduta nella guerra tra i Kim e i Park. Forse solo una grande catastrofe – non si tratterà questa volta soltanto di una commedia nera – potrà finalmente produrre, in coloro che riusciranno a sopravvivere, una grande illuminazione.
[1] Questo articolo è comparso su Finestre rotte il 18 dicembre 2019.
Siete una massa di rincoglioniti. Io meritavo di meglio. Io meritavo di non invecchiare in un pianeta di rincoglioniti, in una società di rincoglioniti, con una classe dirigente rincoglionita: io meritavo una vecchiaia serena.
Il titolo l’ho parzialmente rubato a George Steiner, e non è nemmeno la prima volta. L’esergo invece è a firma di Guia Soncini, implacabile bocca della verità che accompagna ormai quotidianamente il mio primo caffè e la prima sigaretta. I contenuti vorrebbero essere un tentativo di risposta ai sacrosanti rilievi mossi al sito da uno dei suoi più assidui e appassionati collaboratori.
Tempo addietro Vittorio Righini mi aveva scritto:
“Continuo a leggere belle pagine sui Viandanti, ma tutte infinitamente tristi, negative, pessimistiche (tranne forse quelle di Fabrizio, che ogni tanto mi rallegra).
Bello:Ma tu che città sei?di Castellaro, però il finale prelude a una tristissima storia: Alessandria, vogliamo parlare (denigrare, confrontare) Alessandria?
Trovo che manchi qualche articolo leggero, sorridente, ottimistico; insomma, che dia gioia, non dico di speranza. Noi lettori del sito siamo (prevalentemente, suppongo) nel nostro inverno della vita, ma se ce lo rendiamo ancora più freddo con continue lamentazioni, tristi paragoni col passato, un continuo rivangare una terra ormai arida, finiamo la legna per scaldarci.
Non vedo mai uno sprazzo di luce, un articolo sulla gioia, sul divertimento, e mentre mi innamoro follemente di un gaudente comeNorman Douglas(prima sciupafemmine, poi sciupagiovanotti – ma quelli sono affari suoi –, però enormemente colto, curioso, appassionato di natura, grandissimo camminatore per altopiani sperduti della Calabria, finanziatore di progetti atti a preservare e rinverdire la natura dell’isola di Capri, e molte altre benemerite posizioni) mi chiedo perché da noi (sui Viandanti, intendo) prevale il mugugno.
Capisco, siamo piemontesi, pure di campagna, quando affrontiamo temi politici di alto livello (tristi anche quelli) lo facciamo con cura; quando parliamo di partigiani, ci ispiriamo a scrittori allegri come Pavese e Fenoglio. Certo, non siamo ricchi inglesi, non godiamo di una lunga vita di sperperi e piaceri, ma mi sa che ci manca proprio quella vitamina che i Douglas, i Byron, i Fermor avevano in abbondanza.”
Visto che la situazione non si smuoveva, è tornato pochi giorni fa alla carica, e le stesse riflessioni le ha ribadite in Dispersi nella nebbia, da poco postato sul sito.
A questo punto gli devo almeno primo un riscontro. Vittorio ha infatti ragione. Soprattutto negli ultimi tempi, e segnatamente per quel che riguarda i miei interventi, il tenore del discorso si è appesantito. A renderlo più tedioso concorrono in particolare due fattori: un’età, la mia, che porta naturalmente a rievocare e rimpiangere tempi migliori, o quantomeno ancora aperti alla speranza: e una situazione, quella generale, che oggettivamente credo stia precipitando. Ciò che più mi pesa, e di conseguenza pesa poi sui toni degli articoli, è la sensazione di non aver fatto abbastanza, nei miei limiti e pur senza eccessive presunzioni, per frenare questo smottamento, o quanto meno per tentare di arginarlo.
Quindi: è vero, dobbiamo alleggerire un po’ gli interventi e magari tornare a quella che era l’originaria vocazione del sito, a raccontare cioè cose e vicende e personaggi fuori dagli schemi, per farci buon sangue e nel contempo, senza darlo troppo a vedere, opporli a ciò che va oggi per la maggiore. In fondo è anche questa una forma di resistenza, il mostrare che è stato, ed è, possibile vivere sottraendosi almeno in parte ai condizionamenti dei conformismi di volta in volta imperanti. Ma … (c’è sempre un ma) credo sia anche giusto riflettere un po’, chiederci se ciò che ci induce a una visione così poco allegra del presente (e, più ancora, del futuro) sia solo frutto dei nostri acciacchi fisici e mentali, o sia specchio di un “male di vivere” oggettivo che sta mandandoci alla deriva.
Mi impegno dunque a riscattarmi a breve, perché ho in serbo storie di viaggiatori davvero coi fiocchi, ma ancora una volta mi abbandono al “mugugno”. Credo di averne motivo: troppe cose mi guastano quella che poteva essere una serena vecchiaia. Vicende e situazioni apparentemente di scarsa rilevanza, ma ai miei occhi tutte egualmente spie di uno stato febbrile, rasentante il delirio, che mi pare essere diventato ormai la condizione normale. Sono cose già dette e ridette e riscritte in questa sede un sacco di volte, ma è così: invecchiando è difficile riuscire innovativi, si tende ad essere ripetitivi, anche perché la memoria non soccorre. Vedrò quindi di farlo nella maniera la più possibile leggera.
• Il teatro è nuovamente lo spogliatoio della palestra. Mi si obietterà che me le vado proprio a cercare, frequentando certi ambienti: ma a parte il fatto che se voglio continuare a reggermi in piedi quell’ambiente devo frequentarlo, posso garantire che non è affatto diverso dagli altri. Ci trovi di tutto, esattamente come al bar o in biblioteca, ai festival letterari, alle conferenze di Barbero o di Baricco, alle inaugurazioni delle mostre d’arte: mancano solo il buffet e le “professoresse democratiche”.
Comunque. Sto commentando con un amico un servizio televisivo che ho intravisto il giorno prima, dedicato ai terrapiattisti, ai sostenitori dell’origine aliena dell’umanità e di altre simili amenità, quando interviene ad apostrofarci un conoscente più giovane, dicendo che è tutto vero, che si sta riscrivendo tutta la storia, che ci siamo fatti infinocchiare sino ad oggi, che le piramidi egizie e quelle precolombiane non si spiegano se non con l’intervento di esseri giganteschi. Sulle prime rimango sorpreso, perché un po’ lo conosco, è un bravo cristo, all’apparenza normale, potrebbe avere l’età di mio figlio, a volte è anche simpatico: vien fuori qui per un attimo la mia vera natura di inguaribile ottimista, quella nascosta sotto la scorza, che rifiuta di credere si possa essere tanto idioti. Poi però, visto che insiste e che sembra prendersi sul serio, non posso trattenermi. “Figliolo – gli dico – se il risultato di cinque milioni di anni di evoluzione umana sei tu, è stato davvero un bello spreco di tempo e di energie.” Al che, invece di offendersi e di mandarmi a stendere, ribatte che anche l’evoluzione è tutta una fola, e cita misteriosi saperi antichi. Per fortuna ho già terminato di rivestirmi, prendo su la sacca, saluto ed esco dallo spogliatoio. Mentre scendo col mio amico al piano terra ci guardiamo attoniti, e in contemporanea sbottiamo: “Ma cosa è mai successo? Sarà colpa del riscaldamento globale?”.
No, non è un effetto del surriscaldamento (e qui il nostro conoscente sarebbe d’accordo, perché naturalmente anche l’emergenza climatica è solo l’ennesima bufala diffusa da “loro”). È successo invece che, come minacciava la profezia biblica, si sono spalancate le porte di ferro, quelle che tenevano rinchiusi i popoli di Gog e Magog, e sono sciamate fuori orde di selvaggi disumani e feroci. Non mi sto riferendo naturalmente ai migranti. I barbari di cui parlo erano in mezzo a noi già da un pezzo, anzi, da sempre: erano molti, e facilmente riconoscibili, ma passavano quasi inosservati ed erano considerati relativamente innocui, perché tenuti a freno da tutta una rete di convenzioni, di normative, di condizionamenti sociali e culturali che le società avevano nel tempo elaborato per ridurli in soggezione. Ed essi stessi a non osavano esibire pubblicamente la loro ignoranza, non solo perché costretti, ma perché almeno a livello inconscio ne provavano un po’ di vergogna. Non erano armati degli strumenti tecnologici di ultima generazione che, come fece la Colt nel West, hanno reso tutti “uguali”, o almeno hanno fatto presumere a tutti di esserlo senza doversi guadagnare la nuova condizione con fatica e con impegno.
Ora, so bene che lamentazioni di questo genere si ripetono sin dai tempi dei profeti e probabilmente anche prima. Ogni progresso tecnologico, dalla scheggiatura della prima pietra all’arco, dalla fusione dei metalli alla fissione dell’atomo, è stato sempre interpretato come foriero di sciagure. E non possiamo però negare che almeno per certi versi i pessimisti ci abbiano sempre azzeccato, perché le sciagure spesso e volentieri si sono poi avverate, anche se ogni volta l’umanità ci ha messo una pezza, sia pure insanguinata.
Non voglio comunque scrivere una versione aggiornata della Canzone delle osterie di fuori porta, edulcorare un passato che appare luminoso perché filtrato dalle nebbie della nostalgia. Mi limito a prendere atto che cinquant’anni fa (diciamo, prima di Basaglia) sproloqui come quello riportato sopra avrebbero fatto immediatamente scattare il ricovero in manicomio, mentre oggi ci vengono propinati, in versioni più o meno rozze, su tutti i social, ma non solo in quelli, anche nei media “tradizionali”, e invadono addirittura gli ambienti universitari. E che spesso vanno a braccetto con gli integralismi più peregrini, dall’antispecismo al transfemminismo e ad altre analoghe corbellerie.
Il fatto è che oggi le cose sono completamente cambiate. Il rischio è ben peggiore, anche senza tirare in ballo le testate atomiche, i droni, la guerra asimmetrica. È sufficiente guardare agli sconvolgimenti della quotidianità. Oggi qualsiasi imbecille (o furfante) ha un pulpito dal quale predicare e purtroppo anche un vastissimo uditorio di suoi simili disposto ad ascoltarlo. Dispone di tecnologie sofisticate, che se usate senza filtri propalano le bufale più assurde e gli fanno presumere di attingere a verità nascoste: e con le stesse tecnologie e la stessa incoscienza a quelle bufale fa da cassa di risonanza. Intendiamoci, gli idioti e gli imbonitori c’erano anche prima, così come c’erano le sette, le conventicole, le società segrete: ed erano tutt’altro che innocui, se è vero che una congrega di credenti nella teoria della terra cava aveva potuto tenere in pugno per anni e poi distruggere mezza Europa: ma non era con quella teoria che aveva preso il potere, anzi, la sua condivisione era ristretta ad una cerchia di “eletti”, perché credo che a modo loro gli adepti un qualche pudore ad esporsi pubblicamente e ad essere considerati degli idioti lo conservassero. Di norma la licenza di imbonimento era comunque riservata solo ai rappresentanti dei poteri ufficiali, politici, economici, religiosi e culturali, che quanto a capacità di controllo e di sfruttamento dell’ignoranza sapevano il fatto loro e gestivano la direzione unica della comunicazione, dall’alto verso il basso; e almeno teoricamente questi rappresentanti dovevano essere sorretti da una preparazione specifica e ispirati da una finalità “superiore”. Soprattutto, sapevano che ci sono limiti oltre i quali conviene non spingere.
Tutto questo, dicevo, sino a ieri. Le porte di Gog e Magog sono invece state scardinate ultimamente, dalle nostre parti, prima ancora che dalle versioni più becere del berlusconismo, del grillismo e del trumpismo, proprio dai rappresentanti della “cultura alta”, che hanno messo in discussione tutto e hanno predicato per l’appunto un “relativismo culturale” da un tanto al chilo, per il quale ogni voce è autorevole quanto un’altra e ogni opinione ha diritto non solo di essere espressa, ma di essere presa in seria considerazione. Compresi la terra piatta, il grande inganno della storia e le trame dei rettiliani.
Mentre guadagniamo l’uscita l’amico mi dice, sgomento: “Ma ti rendi conto che questi hanno diritto di voto? Che possono decidere anche della nostra sorte? Ha a che fare questo con la democrazia? Non dovremmo preoccuparci?”.
Si, mi rendo conto. No, non ha a che fare con la democrazia, ma con il suo stravolgimento. E certo, sono molto preoccupato.
• Naturalmente ci sarebbero motivi di preoccupazione che nell’immediato possono sembrare ben più gravi e condivisi. Poliziotti che uccidono invocando l’autodifesa, salvo poi emergere che erano soliti taglieggiare i pusher estorcendo loro soldi e droga; un verminaio del quale erano a conoscenza, se non direttamente partecipi, molti dei loro colleghi e dei superiori. Magistrati più arroccati nella difesa corporativa dei loro privilegi che preoccupati per le urgenze concrete della giustizia, per la scandalosa durata dei processi, per i condizionamenti ideologici delle sentenze, per l’assenteismo, per le spese inutili. Bande di minorenni che si esibiscono in aggressioni, pestaggi, e ultimamente in accoltellamenti, in branco o singolarmente (più di centocinquanta nei primi sei mesi dell’ultimo anno, e sono solo quelli passati agli orrori della cronaca per la particolare efferatezza o per gli esiti fatali).
Per non parlare poi del livello del dibattito politico. Abbiamo una destra che propugna l’accentramento del potere senza essere mai riuscita ad esprimere una classe dirigente minimamente presentabile; che ciancia di sicurezza urbana senza avere idea (e parrebbe neppure intenzione) di come liquidare le zone franche di delinquenza totalmente sottratte al controllo che si sono create negli ultimi decenni, e non solo nelle metropoli: che millanta di aver bloccato i flussi di immigrazione clandestini, e ventila ondate di rimpatri che sono tecnicamente impossibili: e che alla fin fine non sa andare oltre la richiesta di leggi più severe e di inasprimenti delle pene.
Dall’altra parte c’è una sinistra che ad ogni refolo insorge gridando all’ involuzione antidemocratica e a un nuovo avvento del fascismo; che fa assurgere a bandiera del “dissenso” chiunque per qualsiasi motivo venga a conflitto con le forze dell’ordine e abbia la peggio; che giustifica come espressioni di “rabbia sociale” i vandalismi e le aggressioni delle famigerate frange “antagoniste”. Questo senza mai avventurarsi in proposte alternative serie e concrete, né sconfessare senza troppi distinguo i combattenti di strada che fanno la guerra ai cassonetti e alla polizia. Anche di fronte al fenomeno dilagante della violenza minorile la sinistra non riesce a proporre che fumosi progetti di “educazione all’affettività” o l’introduzione di psicologi e di assistenti sociali nelle scuole (le quali in realtà non riescono a reclutare nemmeno gli insegnanti, e meno che mai a selezionare quelli idonei). Non è minimamente sfiorata dall’idea che se si ripartisse da una educazione “concreta” alle regole e al rispetto, di sé e degli altri, educazione che passa anche per l’esemplarità e la tempestività delle sanzioni ed è la premessa ad ogni altro tipo di insegnamento, qualche risultato forse lo si potrebbe ottenerlo. Se non altro le regole, a differenza dell’affetto, si possono insegnare, e tanto più quando si devono affrontare mode di importazione.
Insomma. Di motivi per non essere ottimista, caro Vittorio, ne ho a bizzeffe, anche tralasciando il fatto fondamentale che nel frattempo il mondo, inteso come sistema terra, va letteralmente in pezzi: e che a raccontarcelo è una nuova categoria di ciarlatani che gira per il paese a tenere conferenze sul clima per gettoni da diecimila euro (non la butto lì, provate a interpellare specialisti come Tozzi o Mercalli). Ma non volevo scrivere un pamphlet, solo motivare i miei scarsi entusiasmi. E testimoniare che il mio disagio quotidiano è originato anche da “percezioni” molto più sottili, ma non per questo meno emblematiche.
• Riparto allora dal mio “particolare”. Al bar-libreria di via Bissati, in Alessandria, è ricomparso Charlie, il nostro senegalese preferito. Era sparito da qualche mese e ci stavamo chiedendo dove fosse finito. Charlie è molto regolare nello svolgimento della sua attività, che va avanti ormai da diversi anni. Arriva nel tardo pomeriggio, punta direttamente il nostro tavolo, in genere non dice una parola e allunga la mano col palmo a conca. Valuta l’offerta, a volte fa una smorfia, poi ringrazia con un cenno della testa. Con me il rapporto è un po’ più complesso, perché ha capito che non faccio elemosine, e quindi ha sempre in tasca qualche accendino di riserva.
Bene, l’altro ieri si è seduto con noi, e interrogato sul motivo dell’assenza ha raccontato di essere tornato per un paio di mesi in Africa, dalla sua famiglia. È venuto fuori che in Senegal ha una moglie e sei figli. Si è poi informato di noi, ha appreso con rammarico che Geppi ne ha solo uno, gli ha chiesto come mai e lo ha sollecitato a darsi da fare (a quanto pare, per un senegalese non è mai troppo tardi). Quando gli ho detto dei miei tre ha un po’ tentennato la testa, ma insomma, mi ha assolto. Abbiamo anche scoperto che vive a Genova, in un appartamento condiviso con quattro suoi connazionali, per il quale pagano ottocento euro mensili. Sale in Alessandria tutti i giorni, o forse ha anche qualche meta alternativa. Vive solo di quello che riesce a far su con questo sistema, ma a quanto pare riesce anche a inviare qualcosa a casa.
Credo che nella condizione di Charlie vivano in Italia decine di migliaia di altri immigrati. Non so se sia irregolare o meno, un qualche permesso di soggiorno deve pure averlo, vai a sapere per quale via ottenuto, visto che non può vantare un lavoro regolare. Ho provato ad immaginare come reagirebbe se gliene fosse offerto uno. Non credo ne sarebbe entusiasta, ma il fatto è che, realisticamente, cosa gli si potrebbe offrire? Di andare a raccogliere pomodorini per trenta euro il giorno, in nero, senza alcuna garanzia o tutela? Col sistema attuale ne mette assieme senz’altro almeno il doppio: avrebbe tutte le ragioni per rifiutare.
Perché ho raccontato questo incontro? In fondo quella del “vu cumprà” è una presenza abituale da almeno trent’anni. E nemmeno è la prima volta che approfondisco il rapporto con uno di loro, posso anzi vantare un paio di amicizie su basi ben altrimenti paritarie. Di nuovo c’è però che mi sono reso conto di dare quella di Charlie, e di tutti gli altri come lui, come una presenza scontata. Non m’infastidisce da un lato e nemmeno mi suscita dall’altro una particolare commozione. Comincio a pensare che sempre di più saranno coloro costretti a vivere in questo modo, e non necessariamente solo quelli provenienti dall’Africa o da altri continenti. Credo stia ampliandosi la fascia del lumpenproletariat straccione, emarginato, sradicato dal lavoro regolare e dedito all’accattonaggio o ad attività illegali; e che tutto ciò che sta rivoluzionando i rapporti produttivi, economici e sociali, nonché quelli culturali, in primis l’intelligenza artificiale, finirà per espellere da ogni forma di occupazione produttiva la gran parte dell’umanità, e non per liberarla ad altre attività più gratificanti e volontariamente scelte, ma per costringerla ad una esistenza di bisogno e di ricatto costante, tutt’altro che dignitosa e creativa.
D’altro canto è una rivoluzione in corso già da tempo, e il processo è molto più avanzato di quanto crediamo di poter immaginare. L’umanità non si sta avviando verso il mondo post-apocalittico di Max Mad (per ora, almeno, fatte salve ulteriori sciagurate escalation nei rapporti internazionali), ma molto più realisticamente viaggia verso una condizione di soggezione assoluta e consenziente al tecno-capitalismo trionfante: e nei disegni di quest’ultimo (sempre che ancora di disegni si possa parlare, e non di una spirale lungo la quale una tecnologia sempre più autonomizzata, sfuggita al controllo del capitale stesso, persegue ormai il proprio infinito sviluppo) l’uomo avrà solo il ruolo di consumatore coatto di prodotti sempre più inutili e sempre più “accattivanti”, e vivrà di una sorta di “reddito di specie” elargitogli dal potere (di qualsivoglia natura sarà), giusto per mantenerlo in vita e consentirgli di alimentare e perpetuare un insensato meccanismo di accumulazione fine a se stesso.
A volerla cogliere, questa modalità di “redistribuzione” è la stessa che già si sta attuando in ambito culturale: viaggia sotto le specie di tutti gli “eventi” promossi e sponsorizzati dal sistema con l’etichetta di “cultura d.o.c.”, dalle mostre con audioguida ai concerti in alta e bassa quota, fino agli onnipresenti festival della scienza, della filosofia, della storia, della letteratura, di tutto lo scibile e il commestibile, nei quali una classe intellettuale ridotta al rango di valletta mendica pateticamente un po’ di visibilità e di guadagno e asseconda il rincoglionimento delle masse, vendendo pacchettini fast food di sapere, in confezione sterilizzata e patinata, a gente incapace ormai di ragionare in proprio; ma anche sotto quelle degli spazi che si illudono antagonistici, e che in realtà sono le valvole di sfogo previste e controllate dal sistema, per offrire di se stesso un’immagine di tolleranza e creare l’illusione che esistano comunque possibilità di “resistenza attiva”. La trama della commedia è già scritta, e il copione è lasciato così abilmente “aperto” da far credere a ciascuno di esserne “protagonista”. Altro che “antagonismo”.
Bene. Ancora una volta sono riuscito a mettere troppa carne al fuoco e a esondare. Immagino allora Vittorio che scrolla la testa, si tocca le parti basse e sbotta: “Alla faccia della leggerezza! E allora? Non si parla già sino alla nausea di queste cose in quegli spottoni propagandisti che sono i telegiornali e le trasmissioni di approfondimento? Ma soprattutto, a questo punto, arrivi a qualche conclusione e a qualche proposta sensata?”.
È giusto. A parte il fatto che se ne parla da un’ottica ben diversa. Comunque, dopo tutta ‘sta geremiade confesso di non essere in grado di prospettare alcuna via d’uscita, e questo giustifica ulteriormente lo spazientimento del mio amico. O meglio, volendo una via c’è, ma è letteralmente quella dell’uscita di scena. L’unica resistenza vera sta infatti nel non accettare di recitare nello spettacolo, nel rendersi il più possibile invisibili ai radar del sistema, senza attendere che sia esso ad eclissarti, e senza recriminare perché lo fa. Sta nel compiere una scelta quasi claustrale, non di abbandono del mondo, ma di riconquista di uno spazio proprio, reale, libero, alla conoscenza. Significa non stancarsi mai di studiare, non nutrirsi delle pappe precotte ma continuare a sudarsi il nutrimento intellettuale attraverso quei canali che il sistema ha reso obsoleti e ha praticamente dismesso; e farlo non in funzione di un qualche ritorno pratico, e nemmeno sperando di avvicinarci alla verità, ma per il puro piacere di farlo.
Che la rivoluzione non si farà (e che dove la si è fatta non è finita granché bene) dovremmo averlo capito da un pezzo. Ma non significa che non ci si debba comunque tenere sempre pronti. Perché l’unica vera rivoluzione possibile sta già in questo atteggiamento, e ha luogo dentro di noi.
Ora stacco. Vittorio aspetta, e conto di raggiungerlo presto in compagnia di una schiera di uomini veri, di viaggiatori e di “stravaganti” ben lontani dagli odierni “eroi” degli stadi e dei palcoscenici.
Sarà una fuga nel passato, ma non sarà assolutamente una ritirata.
Devo scrivere come devo nuotare: è il mio corpo che lo esige.
Per Camus compito dell’intellettuale o dello scrittore è sostenere la lotta per la verità. Nei Carnets scrive: “Nessuna sofferenza ha potuto, né potrà mai, indurmi ad affermare il falso”. Ma il suo impegno, prima che come intellettuale, è come cittadino. Il che significa che in lui prevale la postura critica su quella ideologica: e l’attitudine critica rimanda al buon senso e all’onestà. In effetti non ha una verità oggettiva da affermare e da dimostrare, e non nasconde le proprie perplessità e le proprie esitazioni: “La verità è misteriosa, sfuggente, sempre da conquistare. La libertà è pericolosa, dura da vivere quanto esaltante. Dobbiamo marciare verso questi due obiettivi, con fatica ma decisi, ben consci dei nostri errori in un così lungo cammino”.
Alla base dell’impegno di Camus c’è dunque la necessità di denunciare, di testimoniare contro la menzogna, di destra o di sinistra che sia. Di parlare chiaro. Lo ribadisce nel discorso di accettazione del Nobel: “L’artista non può mettersi al servizio di coloro che fanno la storia, è al servizio di quelli che la subiscono”. Tanto meno l’arte può essere uno strumento di autogratificazione: deve comunicare, scuotere, svegliare. “L’arte non è ai miei occhi gioia solitaria: è invece un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti”.
La battaglia che l’intellettuale deve portare avanti non è di attacco: non combatte in nome di particolari ideologie e neppure in nome della ragione. Non mira alla conquista di un potere o per affermare un’idea. Quella di Camus è una lotta di resistenza. Sceglie di vivere un presente indignato anziché vagheggiare un futuro radioso. E fa questa scelta perché, “bisogna amare la vita prima ancora di amarne il senso: e quando l’amore per la vita sparisce, nessun senso può darci consolazione”.
L’ impegno di Camus quindi non è politico in senso stretto: e nemmeno può essere definito a pieno titolo filosofico. “Perché sono un artista e non un filosofo? E’ che io penso secondo le parole, non secondo le idee.” Camus può essere definito un progressista di sinistra, ma rimane sostanzialmente un eretico, uno “straniero”, isolato nel contesto intellettuale francese per le sue posizioni contro ogni forma di totalitarismo, in particolare contro lo stalinismo. Al contrario di quanto professato dagli engagés della rive gauche, Camus non concepisce che la verità possa essere sacrificata all’efficacia (virtù questa particolarmente cara ai comunisti). “Siamo molto pochi, certo. Ma la verità viene prima dell’efficacia. Bisogna definire quella prima di preoccuparci di quest’ultima. A cosa servirebbe essere milioni se la nostra “chiesa” avesse per primo comandamento: Tu mentirai? Questo non significa affatto che l’efficacia non sia importante. Ma ha un senso subordinato. La sopravvivenza della verità non è un problema meno importante della verità stessa. Ma è un problema che viene dopo. Ecco tutto. E ancora deve essere risolto … I cristiani hanno iniziato in dodici – i marxisti in due”.
Non accetta compromessi, perché la verità non è una virtù, ma una passione. E come tale non può essere indulgente, tollerante. Quando il suo amico e maestro Jean Grenier gli obietta che le tesi esposte ne L’uomo in rivolta sembrano abbracciare la linea reazionaria di Charles Maurras, il teorico dell’Action Francaise, risponde: “Tanto peggio. Non bisogna guardare a chi si somiglia, ma dire ciò che va detto”.
Ma come va detto? Camus ritiene che si possa pensare, e di conseguenza comunicare efficacemente, solo per immagini. Le immagini trasmettono in maniera non mediata le emozioni del nostro corpo, e diventano metafora del pensiero. Per questo, a suo giudizio, chi vuol fare filosofia deve scrivere romanzi. “I sentimenti, le immagini moltiplicano per dieci la filosofia.” La letteratura può dipingere allegorie più efficaci di qualsiasi trattato (La peste ne è uno splendido esempio). E non solo: proprio in ragione di ciò che dicevo sopra, è l’unico modo per rappresentare il pensiero in maniera chiara e onesta: per tenere cioè assieme l’uomo e il filosofo.
Per Camus è necessario infatti, anzi, è indispensabile, che si dia coerenza tra la vita e il pensiero. La coerenza è indice di onestà intellettuale. Non a caso chiede spesso ai suoi corrispondenti informazioni sulla vita e sui comportamenti dei pensatori coi quali viene a contatto (su Sartre, ad esempio, nei primi momenti del loro rapporto – poi arriverà a conoscerlo sin troppo bene). Non cerca materiali per la polemica, ma strumenti per capire a fondo il loro pensiero, per riconoscerne o meno la credibilità. Scrive: “In fondo a se stesso, ogni artista custodisce in tal modo un’unica sorgente che nel corso della vita alimenta quel ch’egli è e quello che dice. Quando la sorgente è inaridita, si vede l’opera accartocciarsi a poco a poco e screpolarsi. L’invisibile corrente non irriga più le terre ingrate dell’arte. Coi capelli radi e secchi, l’artista, coperto di stoppie, è maturo per il silenzio, o per i salotti, che è lo stesso”. Ha bisogno di sapere che può guardare dritta negli occhi l’opera. Come farebbe con il suo autore.
Naturalmente la poetica di Camus, a dispetto, o forse proprio in ragione, del successo editoriale de La peste, non è condivisa da molti dei suoi colleghi “impegnati”. Dal redattore di Combat si aspettavano una adesione “organica”, vale a dire acritica, al credo socialista e alla mitologizzazione della Resistenza. Qualcosa che rispondesse ai canoni del “realismo socialista”. Si trovano invece di fronte ad una allegoria del male e del suo impatto sui singoli e sulla comunità che prescinde da ogni specifica contingenza storica, e nel contempo però adombra perfettamente la condizione della Francia di Vichy : ciò che impedisce ad una classe intellettuale, ma oserei dire ad un intero popolo, di trincerarsi dietro giustificazioni speciose della propria iniziale inerzia, o addirittura del collaborazionismo, e di mistificare la squallida realtà dei fatti reinventando o enfatizzando un glorioso passato resistenziale (ciò che è accaduto peraltro anche in Italia, senza alcun Camus che smascherasse l’operazione).
Intendiamoci: Camus non accusa nessuno. È perfettamente consapevole della debolezza umana, cosciente del fatto che sulle scelte di ciascuno pesano i fattori più diversi: ma chiede che almeno non ce la si racconti pretendendo di negare la realtà, perché questo significherebbe non aver imparato nulla, non aver appreso alcuna lezione, ed essere impreparati ad ogni nuova prossima e più che probabile manifestazione del male.
6. Responsabilità
Anziché appellarsi alla ragione o a qualsivoglia “verità” ideologica, Camus invita a un’etica della responsabilità. Da intendersi quest’ultima come responsabilità nei confronti dei propri simili, di denuncia della menzogna, da qualunque parte arrivi, e dunque tanto più indispensabile in chi esercita un ruolo intellettuale. Il che è cosa ben diversa dal dover rispondere delle proprie scelte e del proprio operato a una volontà divinità o a una legge storica. È la responsabilità che ogni uomo deve (dovrebbe) assumere nei confronti di se stesso.
Ne La caduta scrive: “Dopo una certa età, ognuno è responsabile della propria faccia”. La “certa età” non è quella della ragione, facoltà della quale diffida, perché pretende di esaurire la complessa varietà dell’essere e del sentire, ma quella della consapevolezza: che non scaturisce dalla comprensione di come il mondo funzioni, ma, al contrario, proprio dalla sua incomprensibilità, dall’assenza di un senso, e dalla constatazione che a dargliene uno non valgono ideologie o dogmi o teologie. L’assurdità nasce proprio dal contrasto tra la nostra innata ricerca di significato e l’indifferenza della realtà che ci circonda. “L’uomo si trova davanti all’irrazionale. Sente entro di sé il desiderio di felicità e di razionalità. L’assurdo nasce da questo confronto tra la domanda umana e il silenzio irragionevole del mondo. È essenzialmente un divorzio. Non sta né nell’uno né nell’altr0 degli elementi che si fronteggiano, ma nel confronto stesso. […] In un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci l’uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza ritorno.”
L’uomo cerca dunque risposte, desidera comprendere qual è il proprio posto nel cosmo, ma l’universo non offre alcuna spiegazione. Non c’è un progetto, un destino o un disegno divino che giustifichi la nostra esistenza. In questa dissonanza si consuma la tragedia dell’essere umano: la nostra fame di senso si scontra con l’indifferenza e l’incomprensibilità dell’universo. L’uomo è solo di fronte a questa assurdità, buttato lì, per dirla dalla Heidegger: ma è anche, in questa condizione, totalmente libero. Libero di scegliere, di assumersi delle responsabilità, di farsi carico del male assurdo che lo circonda, e quindi di combattere ogni forma di oppressione e di sofferenza, indipendentemente da quelli che potranno essere gli esiti della sua lotta. Anzi, già sapendo che non ci saranno esiti, che la sua è la condizione di Sisifo, condannato in eterno a spingere verso la vetta il masso che immancabilmente tornerà a rotolare a valle.
Ma “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Dobbiamo anche immaginare – dice Camus – Sisifo felice”. Che vuol dire accettare radicalmente e sfidare risolutamente l’assurdità della vita. L’eterna condanna a spingere il masso rappresenta la nostra lotta quotidiana: e allora la felicità non nasce dal raggiungimento di uno scopo finale, ma dalla piena consapevolezza del proprio destino, dalla ribellione contro l’insensatezza: una ribellione che può diventare “gioiosa” se si traduce nel vivere appieno il presente. In sostanza, l’uomo cosciente dell’assurdo sceglie di mantenere contemporaneamente viva la coscienza del nonsenso del mondo e l’esigenza di senso che gli è propria. Sceglie di ribellarsi.
L’etica della responsabilità si traduce quindi in una etica della rivolta, che propugna il rifiuto dell’ingiustizia del mondo e dell’oppressione degli uomini. (vedi Camuserìe 7).) Non senza condizioni, però. Perché per ciascun individuo la libertà nasce dal riconoscimento della propria dignità, dal rispetto di se stesso, e questo rispetto si estende automaticamente alla dignità altrui: diventa cioè solidarietà contro la sofferenza che tutti ci accomuna, e contro ogni prevaricazione da parte di chi la dignità non la conosce e il rispetto non lo coltiva. Quindi ci si deve ribellare anche contro chi giustifica le sofferenze prodotte ai singoli individui nel presente in nome di un futuro e indefinito riscatto collettivo. Per farla breve, Camus non crede nelle rivoluzioni portate avanti con la violenza. Non è un pacifista senza se e senza ma, crede che il male assoluto esista, e che occorra combatterlo, ma evitando di conformarsi ad esso nei comportamenti.
È una posizione meno semplicistica di quanto potrebbe sembrare da questa sintesi, e non è mio intento in questa sede dettagliarla. Resta il fatto che Camus comunque non è un esistenzialista, alla Sartre per intenderci: perché alla coscienza dell’assurdo non risponde con una adesione rassegnata e nichilistica al “male minore”, cioè ad una “fede” ideologica alla quale va sacrificato ogni altro valore, e all’ombra della quale ogni responsabilità individuale si azzera, ma con una lucida e disincantata e personalissima ribellione, che scaturisce da un imprescindibile senso del dovere. Quello di agire sempre con equità e solidarietà. “Nel momento più nero del nostro nichilismo, ho cercato solo delle ragioni per superare questo nichilismo. E non per una particolare virtù, né per una rara elevazione dell’anima, ma ‘per fedeltà istintiva a una luce nella quale da millenni gli uomini hanno appreso a salutare la vita persino dentro la sofferenza.”
Io penso che Camus sentisse anche il peso di una responsabilità ulteriore. Credo fosse cosciente, e persino un po’ intimorito, del fascino che esercitava, sia come scrittore che come uomo. Julien Green, che era in rapporti con la crema dell’intellighentjia francese, scriveva di lui: “La sua figura così sensibile e così umana mi ha vivamente toccato. In quest’uomo c’è una probità così evidente da ispirarmi un rispetto quasi immediato; semplicemente, non è come gli altri”. Raymond Aron dice che ai tempi di Combat i lettori si nutrivano letteralmente dei suoi editoriali, e che la sua era considerata la voce morale del tempo.
Una responsabilità di questo tipo, anche se consapevolmente accettata, alla lunga può diventare un fardello. Per questo in una delle ultime interviste, rilasciata poco prima di morire, Camus rifiutava categoricamente il ruolo di maître à penser: “Non parlo a nome di nessuno. Ho già abbastanza difficoltà a parlare per mio conto. Non sono la guida di nessuno. Non so, o so solo vagamente, dove sto andando”.
***
Naturalmente io non ho problemi di questo genere: non c’è pericolo che eserciti una qualche influenza, negativa o positiva che sia, non ho la presunzione di parlare a nome di qualcuno o di fungere da guida. E mi sta bene così, per gli stessi motivi addotti da Camus. Ciò non significa però che negli oltre quarant’anni vissuti da insegnante non mi sia posto domande sui limiti e sulla liceità del mio tipo di insegnamento. Se tutto sommato mi è stato facile assolvermi, è perché le alternative prospettate da tutte le altre “agenzie” culturali, compresa la scuola, non erano granché migliori.
Comunque, questo tema l’ho trattato in almeno una dozzina di articoli precedenti. Mi accorgo piuttosto che il termine “responsabilità” è quello che ricorre più costantemente nelle ultime cose che ho scritto, assieme agli sconsolati appelli per una riabilitazione della “verità”. Sarà che con l’avanzare degli anni tendo a fare bilanci piuttosto che progetti, a ripensare il passato anziché immaginare un futuro; o magari per il fatto che questo termine lo ritrovo negli autori e nei personaggi di cui mi occupo; o più ancora, probabilmente, perché lo sento invocare sempre a sproposito dai politici, dai media, da maggioranze rumorose in caccia di qualcuno su cui scaricare le proprie insoddisfazioni; come che sia, conviene forse chiarire, prima di tutto a me stesso, il significato che gli attribuisco. Che non è poi in sostanza diverso da quello nel quale lo declina Camus.
Come al solito la prendo larga, a costo di insistere sino alla noia su concetti che molti (quelli ancora in grado di pensare) danno per scontati e i più (quelli che hanno delegato da un pezzo il compito all’intelligenza artificiale) non sono in grado o si rifiutano di formulare. Ci insisto perché per tutti il pericolo è di farsi distrarre dalle guerre che infuriano in mezzo mondo (dove distrarsi non significa farsi autonomamente un’idea, ma abbandonarsi a prese di posizione da tifo calcistico), dai papi e dai presidenti e dai tennisti che monopolizzano l’informazione, dal delirio delle rivendicazioni di genere e da quelle di specie. E non è una distrazione da sbadataggine, al contrario, è fortemente voluta e cercata, è il modo più spiccio e meschino di girare lo sguardo altrove per trovare qualcuno o qualcosa su cui puntare il dito, e non farsi inchiodare alla propria coscienza. Non solo. L’idea che forse dovremmo soffermarci a riflettere prima di aprire bocca sembra non sfiorare nessuno. E allora, penso valga la pena rischiare la banalità, senza farci sconti.
Se ragioniamo in termini di “ere” ciascuno di noi, e tutti coloro che sono venuti prima e tutti quelli che verranno, insomma, l’intera nostra specie, passerà su questo pianeta senza lasciare un segno: rimarrà al massimo qualche fossile, qualche rudere, qualche cicatrice nella natura, ma anche questo per un periodo geologicamente limitato. E non è finita qui. Il nostro stesso pianeta, e il sistema solare di cui fa parte, e la galassia nella quale è iscritto, hanno una scadenza. Voglio dire che l’assurdo di cui parla Camus non è frutto solo dell’incapacità nostra di cogliere le ragioni dell’esistente, è intrinseco all’esistente stesso. L’universo intero è frutto di un caso, se vogliamo di una infinità di casi, È indubitabilmente così, quindi non ha senso recriminare né fare gesti scaramantici, non ci sarà un ritorno ciclico né alcun altro tipo di resurrezione. Quando la nostra vicenda si chiuderà sarà chiusa per sempre, in eterno, qualsiasi cosa ciò voglia dire.
Questa è la notizia “cattiva”, se così vogliamo considerarla, perché la prospettiva cieca parrebbe porre fine in partenza a ogni discorso. Ora arriva invece quella che potremmo considerare buona, se accettassimo con un po’ di umiltà di ridimensionare la scala delle nostre aspettative, perché paradossalmente l’assenza di una prospettiva a lungo termine non chiude il discorso, ma anzi, lo apre.
L’estinzione è infatti nel destino di tutti gli esseri animati, non solo nostro e degli altri animali, ma anche delle piante. La differenza sta nel fatto che di questa condizione noi siamo coscienti, gli altri esseri animati no. Leopardi diceva “beati loro”, ma non ne era poi così convinto, e i molti che lo pensano anche oggi lo fanno più in ossequio a una moda culturale che a seguito di una riflessione profonda. Non sto parlando naturalmente della scomparsa dei singoli, della quale siamo testimoni tutti i giorni e alla quale ci siamo bene o male (quasi) tutti rassegnati, cercando semmai di stordirci con continui impegni e distrazioni: parlo proprio della scomparsa della specie, che si porterà dietro il lungo processo evolutivo e le speranze in magnifiche sorti e progressive e le vite esemplari e le esistenze sciagurate, e guerre e paci e tutto il resto.
Di questa sembriamo essere meno coscienti, e la cosa vale per tutti, anche per coloro che il problema almeno qualche volta se lo sono posti. La procrastiniamo, pensiamo che non sarà cosa di domani né, si spera, della settimana ventura, o del prossimo decennio (più in là non mi spingo): ma per quanto cerchiamo di rimuoverla rimane comunque lì, sospesa sul nostro capo, ineluttabile, e motiva i nostri comportamenti molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Lasciamo stare come ne siamo diventati coscienti, provo a spiegarmelo da quel dì e ancora devo venirne a capo. Una cosa però mi è chiara: essere coscienti della propria condizione, e più ancora di quella della nostra specie, significa porsi delle domande, anzi, “la domanda” fondamentale, dalla quale scaturiscono poi tutte le altre. Per dirla con Chatwin: “ma allora, che ci faccio qui?”.
Ecco, lo “snodo” è questo. È nel momento in cui, posti davanti al buco nero che sappiamo ci inghiottirà, ci interroghiamo sul senso del nostro esistere. È qui che entra in ballo la “responsabilità”. Etimologicamente responsabilità deriva da responsum, risposta; anzi, più direttamente ancora, dal plurale, responsa. Alla lettera responsabile significa dunque “capace di dare delle risposte”. A che? Se non al fatto in sé di esserci, almeno a quello di percepirci diversi dagli altri esseri animati, proprio in quanto coscienti di tale condizione. E a chi? A noi stessi, e nella misura in cui quel noi stessi arriva a comprendere la relazione stretta che ci lega al resto dell’umanità, a tutti gli altri.
Dunque, la coscienza della nostra condizione – Camus dice dell’assurdità della nostra condizione – non è affatto paralizzante. Perché dallo sconcerto in cui ci lascia, dall’impossibilità che avvertiamo di “trovare” fuori di noi una risposta, nasce la consapevolezza che la risposta non dobbiamo trovarla, o attendere che ci arrivi dall’alto, ma dobbiamo formularla noi stessi. Che non dobbiamo puntare lo sguardo su un orizzonte nel quale non può che perdersi: siamo qui, ora, e attorno a noi ci sono gli altri, e tutta la nostra esistenza, nella sua infinitesimale brevità, trascorre nel rapporto con essi.
Qui arriva il secondo snodo. Alla coscienza della propria condizione gli uomini non rispondono tutti allo stesso modo: la coscienza crea libertà, e la libertà implica che si possa scegliere di rispondere in maniere diverse (è il tema di fondo de La peste). A monte della responsabilità sta dunque la possibilità di scegliere, e a monte di questa possibilità c’è la libertà. Significa che tutti in un modo o nell’altro scelgono, da coloro che pensano che scegliere non sia un’opzione, ma un dovere, a coloro che si illudono di potersi astenere. Quest’ultima alternativa in realtà non esiste. C’è quindi chi sceglie di dare un senso alla propria esistenza, chi si accontenta (per ignavia, o perché le sue possibilità di scelta sono oggettivamente poche, o perché di queste possibilità ha scarsa coscienza) di consumarla, chi di riempirla di surrogati.
Ora, io non giudico sul merito di queste scelte, almeno fino a quando non vanno a interferire in quelle altrui, a negarne o a ostacolarne la possibilità. Semplicemente, la seconda e la terza opzione non mi interessano. Preferisco complicarmi la vita stimando la si possa, e la si debba, attraversare con dignità. Sebbene non sappia perché sono qui, o meglio, sappia che sono qui per un caso, intendo starci per quel che mi è concesso senza rammaricarmi costantemente per il tempo sprecato, per le occasioni perdute, per le offese o i dolori arrecati. “La libertà – come dice Camus – non è la speranza nell’avvenire. È il presente e l’accordo con gli esseri e il mondo nel presente.”
Beninteso, questa è una linea di massima, e non ho la presunzione di averla sempre correttamente seguita, né la pretesa che la seguano sempre gli altri. Scegliere questa strada non significa consacrarsi all’imitazione di Cristo. Non siamo tutti san Francesco (per fortuna, direi: non sono sicuro che Francesco non interferisse nelle vite degli altri, e troppe figure esemplari alla fine verrebbero a conflitto). Nemmeno significa dare fuoco al mondo per rifarlo più bello e più giusto: non siamo neanche Jacopone da Todi, non tutti abbiamo la vocazione al martirio o a vivere pericolosamente. Tutti quanti invece sgarriamo, più o meno consapevolmente: ma dovremmo ammetterlo, e non assolverci con leggerezza: dovremmo rimediare per quanto possibile, e quando non è possibile cercare almeno di far tesoro della lezione, per non ricascarci. Non è importante lasciare un segno del nostro passaggio su questa terra, quanto piuttosto non lasciare ferite in chi cammina con noi, o debiti da pagare a chi verrà dopo.
Questo io chiamo vivere in maniera responsabile. Accettare la sfida della nostra irrilevanza, e portarla fino in fondo. Come andrà a finire lo sappiamo già, ma non è questo che conta. Per usare una frase fatta, non è importante la meta, ma il viaggio. Da quello traiamo il senso. Dalla modalità in cui scegliamo di viaggiare.
A questo proposito Camus parla, oltre che di responsabilità, di “rispetto”. Anche per me questa è una parola chiave, quando se ne dia la giusta interpretazione. Mi piace ad esempio quella sintetizzata da Byung-Chul Han (un intellettuale tedesco-coreano che mi era stato spacciato per un filosofo di pronto consumo, da apericena, alla Maffesoli, e ho scoperto invece essere solo estremamente diretto, laconico, lontano dai giri di parole e dai giochi di immagini nei quali si crogiolano i maitres à penser nostrani): “Letteralmente, rispettare significa distogliere lo sguardo. È un riguardo. Nel rapportarsi con rispetto agli altri ci si trattiene dal puntare lo sguardo in modo indiscreto. Il rispetto presuppone uno sguardo distaccato, un pathos della distanza. Oggi questo sguardo cede a una visione priva di distanza, che è tipica dello spettacolo (che ha la stessa radice, spectare). La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare. […] Il rispetto è vincolato al nome. Anonimato e rispetto si escludono a vicenda. La comunicazione anonima, incoraggiata dal medium digitale, riduce drasticamente il rispetto ed è corresponsabile della dilagante cultura dell’indiscrezione e della mancanza di rispetto. Nome e rispetto sono in stretta correlazione: il nome è la base del riconoscimento, che avviene sempre nominativamente. Alla nominalità sono legate anche pratiche come la responsabilità, la fiducia e la promessa”.
Appunto. La responsabilità va assunta nominalmente, in prima persona. Non assistendo come spettatori, dal buio della platea, allo spettacolo che il mondo e l’umanità offrono, ma uscendo dal teatro e lavorando allo scoperto, “rispettando” la giusta misura e la dignità, la “sfera privata” altrui. Ciò non significa diventare “protagonisti” nell’accezione spettacolare del termine, ma semplicemente fare qualcosa per migliorare non tanto questo mondo ma la qualità della vita, la nostra e quella degli altri, in questo mondo. Avere riguardo per sé e per gli altri. Dal punto di vista oggettivo, nei tempi infiniti dell’universo come in quelli lunghissimi della storia, l’operato responsabile del singolo può apparire irrilevante e ininfluente, una goccia che si perde nell’oceano. Ma non è rispetto a questi tempi che lo dobbiamo giudicare, quanto rispetto ai nostri. È il tentativo di dare un senso alla nostra esistenza: come tale, dipende esclusivamente dalla nostra indole cercare di viverla nella maniera più predatrice possibile, cercando fama, onori, successo, ricchezza, sesso a gogò, o in quella più altruistica, cercando innanzitutto di non fare danno agli altri, e se possibile anche di recare conforto, di aiutarli.
Si potrebbe dire che anche questa è una forma di egoismo, perché mira a soddisfare una propria esigenza: ma è un egoismo che non va a cozzare con quello altrui, che appartiene alla specie piuttosto che all’individuo: un egoismo che negli esiti si rivela altruistico.
due specie molto diverse decidono di unirsi e dare vita ad un nuovo organismo: forme e funzioni strabilianti
Poesia e arte visive
Innanzitutto mi piace cominciare questa piccola esposizione sui licheni da un punto di vista poetico. In particolare da un poeta italiano, considerato minore, amico di Montale e come lui ligure, con cui ho trovato diverse sintonie. Si tratta di Camillo Sbarbaro [1](1888-1967), che fu anche lichenologo di fama internazionale.
Pare fatto, in tutto o in parte, delle sostanze più disparate: d’amido e di farina; di lana e di porpora; d’oro, zolfo, ceralacca; di spugna, sughero, antracite; di pergamena, di guttaperca.
licheni incospicui e negletti che però sono riusciti a tappezzare della loro presenza tutti i luoghi
non lo scoraggia il deserto non lo sfratta il ghiacciaio teme solo la vicinanza dell’uomo il lichene urbano e sterile il fiato dell’uomo lo inquina
Né mancano licheni bicolori, tricolori; licheni fulgenti, rutilanti e persino versicolori
Aggiungo qualche haiku [2]di mia fattura, brevi componimenti di tre versi di 5-7-5 sillabe, originari del Giappone, sui licheni.
alghe e funghi uniti insieme per esister meglio
dischi piatti di microscopiche foglie sbalorditive
in inverno ben risaltano bellezze di licheni d’or
intarsi vivi su scorze d’alberi licheni d’arte
croste adese di arancio brillante su rami spogli
dopo la pioggia simbionti d’un vivido verde smagliante
Nel campo delle arti visive come non ricordare il grande disegnatore visionario olandese Maurits Cornelis Escher (1898-1972), anch’esso attento osservatore di licheni.
Ecco poi una tavola raffigurante varie specie di licheni di Ernst Haeckel, naturalista dei primi del ‘900.
Forme e funzioni
Il fungo, nella consociazione mutualistica dei licheni, ricava dall’alga, capace di fotosintesi, le sostanze con cui nutrirsi, mentre l’alga riesce a insediarsi e vivere in ambienti per lei ostili, in particolar modo in caso di scarsità d’acqua. Il fungo infatti fornisce protezione dalla disidratazione, ma anche da caldo e freddo estremi.
Le forme di crescita sono alquanto varie. Ne esistono almeno una dozzina riconosciute comunemente. Sebbene la forma di un lichene sia determinata dal materiale genetico del partner fungino, per lo sviluppo di tale forma è indispensabile l’associazione con un’alga unicellulare. Queste le forme più comuni:
crostosa
fogliosa
fruticosa
La struttura interna segue per lo più lo schema sottoindicato.
Questa è una sezione trasversale di lichene foglioso, un organismo con una relazione simbiotica tra alghe unicellulari e/o cianobatteri e funghi.
Strati spessi di ife fungine, chiamati corteccia
Microalghe unicellulari
Ife fungine poco compatte
Ife fungine di ancoraggio dette rizine.
In anni recenti sono anche stati osservati licheni con due e più specie di funghi, di cui una può essere un lievito, ovvero un fungo unicellulare.
Teorie moderne considerano i licheni come sistemi complessi comprendenti non solo alghe e funghi, ma anche batteri e lieviti.
In essi l’organismo complessivo ha funzioni superiori alla somma di quelle presenti nelle singole specie componenti. E questo è vero non solo per i licheni, ma in generale per praticamente tutti gli esseri viventi, compresi gli unicellulari, per non parlare dei virus.
Il lichene è pertanto un’entità che ben rappresenta i successi della cooperazione tra esseri viventi. L’associazione infatti permette a alghe, funghi ed altro, quindi ad organismi appartenenti a regni diversi, di sopravvivere anche in ambienti estremi dove, da soli, non riuscirebbero a vivere e a riprodursi.
In realtà la cooperazione tra organismi diversi è molto più diffusa in natura di quanto abitualmente si pensi. Noi esseri umani ospitiamo e (generalmente) collaboriamo con innumerevoli microbi ma anche esseri pluricellulari e in svariati tessuti e organi corporei, dei quali il più evidente e studiato è l’intestino.
Altri esempi in natura sono i batteri negli stomaci dei ruminanti che consentono di digerire la cellulosa, le micorrize tra funghi e radici di alberi e piante, le microalghe zooxantelle nei polipi dei coralli, nelle spugne e in molluschi (tridacna).
I licheni non hanno grosse applicazioni di rilevanza economica. Producono e contengono diverse sostanze con interessanti proprietà chimiche e medicinali, ma il loro accrescimento relativamente lento non ne consiglia lo sfruttamento industriale. Sono invece presenti nella medicina erboristica e negli usi alimentari di diverse culture indigene.
Molti animali ruminanti, ordinariamente o occasionalmente, si nutrono di licheni: varie specie di cervi e di capre, l’alce e soprattutto le renne o caribù. I Sami o Lapponi, popolo delle renne, non mangiano i licheni di cui si nutrono invece i loro animali, soprattutto in inverno. Tuttavia mangiano il contenuto dei prestomaci delle renne dove i licheni sono divenuti commestibili per le fermentazioni ruminali.
Parlando di usi alimentari, ultimamente sta diventando di moda, soprattutto nelle nazioni scandinave, impiegare i licheni in cucina. Oltre a saper riconoscere le specie più adatte, per renderli commestibili occorrono in genere diversi trattamenti, soprattutto per smorzare la loro acidità naturale.
I licheni possono essere longevi, con alcuni che sono considerati tra gli esseri viventi più antichi. Un esemplare di Rhizocarpon geographicum sull’isola di Baffin orientale ha un’età stimata di 9500 anni. La lunga durata della vita e il tasso di crescita lento e regolare di alcune specie possono essere utilizzati per datare eventi remoti.
I licheni e il mimetismo di insetti
Il mio approccio personale
Il mio primo approccio ai licheni è stato in chiave puramente estetica. Ero e sono molto affascinato dalla varietà di forme e colori di questi piccoli esseri, spesso ignorati o trascurati anche dagli stessi naturalisti. È solo da poco tempo, circa un anno, che sto approfondendo la loro conoscenza su altri piani, sulla base della mia formazione da biologo e, in particolare, delle mie conoscenze sulle microalghe, uno dei costituenti maggiori dell’organismo lichene. Successivamente, ho cominciato ad approfondire la loro conoscenza, scoprendo un mondo di soluzioni a problemi vitali assolutamente originali e molto interessanti.
Sono poi intervenute, successivamente, considerazioni e riflessioni sia pratiche che filosofiche. Per le prime, la loro diffusione vastissima, anche se in genere appartata e sottotraccia; la facilità relativa come soggetto fotografico data la loro staticità, spesso però di dimensioni molto piccole. In molti casi, infatti, occorre un buon obiettivo macro ed anche applicare un po’ di trucchetti tecnici avanzati per poterli ben valorizzare fotograficamente.
Per le seconde considerazioni, le filosofiche, eccone alcune:
Come si può non considerare una volontà, una determinazione reciproca di fungo e alga nell’instaurare questa integrazione di vite, altrimenti separate e indipendenti, per dar luogo ad un unico essere? Del resto, abbiamo già mostrato che quello dei licheni non è un caso isolato, bensì molto diffuso. Bello sarebbe poter rispondere al quesito su dove risiederebbe fisicamente tale volontà, ma in proposito si brancola decisamente nel buio, andandosi tutto ciò a inserire in argomenti piuttosto controversi, quali quelli della coscienza e della mente degli esseri viventi …
– Un’altra concerne il fatto che in natura è molto presente, soprattutto tra gli animali, la competizione e la necessità di uccidere per sopravvivere. Tuttavia è confortante pensare che vi siano anche moltissimi esempi di collaborazioni anche molto estreme, come nel caso dei licheni, diffuse soprattutto negli organismi cosiddetti inferiori, peraltro privi di un sistema nervoso riconosciuto o di evidenti sistemi alternativi di elaborazione delle percezioni.
Infine alcune osservazioni e speculazioni sempre in tema di misteri lichenici:
due specie di licheni hanno resistito per 16 giorni alle condizioni dello spazio orbitale esterno, dimostrandosi gli organismi pluricellulari più resistenti conosciuti;
i licheni sono degli specialisti degli stati di quiescenza, ovvero di vita sospesa, quindi maestri di disidratazioni e reidratazioni, protezioni da riscaldamenti e raffreddamenti estremi, nonché da irraggiamenti di vario tipo, perfino da radiazioni atomiche;
i funghi dei licheni, come del resto i funghi in generale, sono degli abilissimi ingegneri chimici, in grado di ottenere una gamma amplissima di biomolecole a partire da nutrienti di varia origine e di renderli disponibili anche per altre specie, sia in vita che da morti;
In alcuni casi, a giudicare dalla perfezione delle figure geometriche assunte, sembrerebbe che i licheni possano ricalcare segni lasciati dagli umani su rocce e ruderi corrosi dal tempo, avendo anche la capacità di riciclare e riutilizzare i pigmenti colorati a suo tempo impiegati.
Termino questa certamente limitata e sintetica esposizione ancora con parole del poeta Sbarbaro che, negli anni finali, sulla sua lunga attività di collezionista e studioso di licheni, così scriveva:
Benvenuto amore che della mia vita (vista almeno in riepilogo) ha fatto una quasi continua ricreazione, se appena fuori d’un abitato, torno, alla mia età, il fanciullo ammesso a far man bassa in un emporio di giocattoli.
Avevo in mente questa breve epistola (si lo so grazie, sono umilissimo) già da tempo. Da quando sul sito dei Viandanti questi ultimi hanno cominciato a sparire nelle nebbie dell’attualità, della cronaca, del quotidiano pessimismo e, specie in zona Lerma, del mugugno (che si addice a quella ridente località limitrofa ai confini liguri).
Ammetto, sono il modesto allievo che si ribella al maestro, tipo Bruto, tu quoque, o “ti ho portato io sul sito e ora mi tratti così”, “avevo fiducia in te …”. E so che tanto si farà due risate e passerà oltre, ma io insisto.
Ultimamente sul sito appaiono articoli di attualità (mirabile l’ultimo del compianto Beppe Rinaldi, un vero e proprio saggio che dovrebbero far leggere alle superiori per sgombrare alcune menti devitalizzate da un distorto pensiero politico), ma ottima anche l’idea di segnalare un film come Le Città di pianura, un film “dolce e profondo” (copio, incollo e condivido) o raccontare come fare le Sgorbie.
Poi ci sono i mugugni del Prof, che non trova più scritto “Dio ti vede” e simili sui cessi pubblici (ma chi ci va nei cessi pubblici? E ci sono ancora? Io non ricordo di esserci stato, ho sempre preferito spendere una moneta per un caffè e approfittare dei servizi di un bar, per quanto scalcinati possano essere: ma è vero, io sono un po’ signorino, lo ammetto).
Insomma, nessuno scrive più di letteratura di viaggio. Dopo gli ultimi bellissimi articoli del Prof non è più uscito nulla.
Abbiamo finito il repertorio? gli esploratori, i viaggiatori, i camminatori, gli scalatori, i naviganti sono esauriti? io ogni tanto qualcosa mi invento, ma i miei scritti sono poveri, esigui, e certi autori a cui ho accennato, faccio un solo esempio Norman Douglas, meriterebbero un’eco maggiore, e delle riflessioni più profonde di quelle che posso avere io.
Per Douglas qualcuno potrebbe dire che non è uno scrittore di viaggi, ma la Calabria, il golfo di Napoli, Capri e Ischia, e parte della Puglia nessuno li ha descritti come lui, e ai primi del ‘900 secondo me quello era un viaggio paragonabile alle esplorazioni delle più remote regioni del mondo.
In fondo il sito è nato sull’idea della letteratura di viaggio, le scoperte dei continenti, le imprese in montagna, le traversate oceaniche, e tutto quel genere di argomenti che, in fondo, ci portano un po’ di svago e ci distraggono da questa attualità che è effettivamente inguardabile.
Ecco allora che invece di ariette, sguardi storti, quaderni, quisquilie&pinzillacchere, farei due semplici categorie: Viaggio; Attualità.
Così da ospitare sempre lavori come quelli di Paolo, Fabrizio, Rinaldi, Castellaro, Barbato e tutti gli altri che hanno voglia di scrivere dell’oggi o di ieri, del presente, del passato e del futuro, di piccoli o grandi ricordi, di emozioni, esperienze e vita vissuta, e di chi porta invece contributi alla letteratura di viaggio riscoprendo un vecchio autore, un giramondo dimenticato, un Darwin con le scarpe rotte.
E che il Prof torni al suo compito originario: farci scoprire nuovi autori. Nel mentre, mi siedo sotto al portico e aspetto si alzi la nebbia per veder finalmente ricomparire viandanti, viaturi e viandati.
Nuvole … Sono come me, un passaggio sfigurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo. Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli 1996
Non facciamo quasi mai caso a ciò che ci sta sulla testa. Tranne quando siamo in vacanza e fotografiamo il tramonto per condividerlo sui social.
Nel quotidiano ignoriamo quelle formazioni di vapor acqueo che cambiano in continuazione ed in modo irripetibile, mentre le si guarda. Esistono solo quando alziamo gli occhi e non saranno mai più le stesse. Nessun altro elemento della natura muta con una tale rapidità mantenendo, nello stesso tempo, un ordine preciso. Strano no?
John Ruskin (1819-1900), invece, si lasciò affascinare dalle conformazioni delle nuvole, disegnandole con matita e pennello in un’epoca in cui non c’era altro modo di immortalarle. Critico d’arte, docente a Oxford, riformatore sociale, ambientalista ante litteram, Ruskin fu una delle figure più singolari dell’Inghilterra vittoriana. È ricordato soprattutto per i suoi scritti sull’arte e sull’architettura, ma non smise mai di guardare, disegnare e dipingere le nuvole, le nebbie e le montagne che si intravvedono fra loro.
Non si considerò mai un artista, ma solo un insegnante i cui schizzi erano destinati ai suoi studenti. Disegnare significava, per lui, imparare a vedere. Per Ruskin arte e morale erano inseparabili poiché un quadro non costituiva un semplice ornamento per le pareti delle case dei benestanti, ma era uno strumento per educare lo sguardo e, attraverso di esso, forgiare il carattere: guardare bene il mondo significava imparare a rispettarlo responsabilmente. In fin dei conti era, per lui, la raffigurazione della divinità.
Alle nuvole dedicò tre capitoli del primo dei cinque volumi di Modern Painters (1843) dove emerge un’attenzione quasi scientifica per la varietà delle forme del cielo. Ruskin osserva, confronta, descrive, ma soprattutto adotta la classificazione elaborata pochi decenni prima dal meteorologo Luke Howard. Howard, seguendo il metodo di Linneo espresso nella botanica, definì le innumerevoli formazioni nuvolose con nomi latini destinati a entrare nel linguaggio universale della meteorologia usato ancora oggi: cirrus, cumulus, stratus, nimbus e le loro infinite combinazioni.
Dare un nome non significa limitare la questione alla mera definizione, ma altresì imparare a distinguere e riconoscerne le forme. Non vediamo “una nuvola”, ma un cirro che, se si presenta in un determinato modo, annuncia un cambiamento climatico meglio del callo al piede.
Per maggiori approfondimenti sulla scienza e sulla nomenclatura delle nuvole, consiglio il volume della Guanda di Gavin Pretor-Pinney, Cloudspotting. Una guida per i contemplatori di nuvole.
Ruskin non si limitò all’osservazione estetica, ma cercava di misurare ciò che vedeva utilizzando, ad esempio, il cianometro di Horace-Bénédict de Saussure con cui determinare l’intensità del blu del cielo al fine di cogliere con precisione le sfumature di luce e colore da riprodurre sulle sue tele. Può sembrare un dettaglio marginale, ma racconta molto del suo modo di guardare il mondo con pazienza e attenzioni al dettaglio.
Così i suoi viaggi non avevano nulla del turismo di oggi finalizzato al consumo del luogo, ma erano studi sui paesaggi. Tornò più volte in Italia – Venezia, Verona, Firenze, Lucca, Pisa – e dedicò innumerevoli disegni alle nuvole, ma anche alle montagne, ai ghiacciai, ai laghi.
Forse proprio l’attitudine ad osservare la natura con tanta attenzione gli permise di intuire qualcosa che sfuggiva ai suoi contemporanei. Nel saggio The Storm-Cloud of the Nineteenth Century (1884) descrisse cieli sempre più opachi, foschie insolite, alterazioni della luce atmosferica che attribuiva all’inquinamento prodotto dalla rivoluzione industriale. Fu tra i primi a intuire questa correlazione.
Ruskin aveva idee preveggenti anche in ambito economico. In Unto this Last: Four Essays on Political Economy contestò una ricchezza fondata esclusivamente sul profitto, sostenendo che il valore di una società doveva misurarsi nella qualità della vita delle persone, nella dignità del lavoro e nella salubrità del paesaggio. Non male per chi viveva in piena rivoluzione industriale … e concetti che restano ancora molto attuali.
In questa capacità di unire arte, etica, economia e natura si riconosce tutta l’originalità di Ruskin. Lo comprese bene anche il poeta del paesaggio, William Turner. Quando gran parte della critica liquidava Turner come un eccentrico, incapace di stare nel sentiero comune, Ruskin ne divenne il più convinto difensore. Dopo la morte del pittore si dedicò instancabilmente alla catalogazione e alla valorizzazione della produzione di Turner, contribuendo in modo decisivo alla sua conoscenza.
Ruskin e Turner probabilmente sorriderebbero nel vederci fotografare e condividere l’ennesimo cielo, dimenticandolo subito dopo, senza neppure soffermarci un attimo a guardare quel panorama, senza uno schermo che si frapponga fra l’occhio e il cielo. Produciamo migliaia di immagini senza costruire alcun pathos con il cielo e con la foto che scattiamo.
Ruskin non era certamente contrario alle innovazioni tecnologiche, ma era consapevole che nessuno strumento può sostituire il tempo necessario per osservare e incidere un qualche sentimento o sensazione dentro di noi.
Forse è questo il motivo per cui i dipinti e i disegni continuano ad affascinarci: sono la rappresentazione del tempo dedicato ad osservare una persona, un cesto d’uva, un panorama, infine un semplice cielo.
Date un’occhiata ai cieli (e alle montagne) di Ruskin raccolte in questo Album, ma poi, appena possibile, non perdete l’occasione per alzare lo sguardo sopra le vostre teste e riempitevi gli occhi – e soprattutto la mente – delle nuvole che stanno sopra le vostre teste.
Trasformate ogni alba nell’esordio della vita, e vivete in ogni tramonto la sua conclusione. John Ruskin – da Gavin Pretor-Pinney, Cloudspotting, Guanda 2006
È una cosa strana quanto poco, in generale, la gente conosca il cielo. È la parte della creazione in cui la natura ha fatto di più per compiacere l’uomo, più di ogni altra cosa, parlandoci e insegnandoci. John Ruskin, Modern Painters
di Giuseppe Rinaldi, appunti risalenti al 25 novembre 2023
Un anno fa, o forse più, Beppe Rinaldi trasmise a me e a Nico le bozze di un saggio sulle derive dell’attuale sistema politico israeliano. Ci stava lavorando da tempo e ne aveva fatto menzione durante uno dei nostri incontri. A quel punto quasi gliele estorcemmo, garantendogli che avrebbero costituito solo lo spunto per future discussioni e che la pubblicazione sul sito sarebbe stata considerata solo dopo la stesura definiva. A dispetto di ripetute sollecitazioni, però, Beppe non si è mai risolto a completare il saggio, o almeno non ci ha più aggiornati su eventuali ritocchi, ripensamenti o rifacimenti. Quando si tornava sull’argomento (e io ero particolarmente insistente, perché consideravo quello studio davvero prezioso) accampava la necessità di un lavoro accurato di revisione e di verifica, il che era senz’altro nelle sue corde di storico serio; ma fu chiaro sin da subito che il vero motivo della sua riluttanza alla divulgazione era un altro. Era il timore che gli intenti del suo lavoro non fossero compresi, o che addirittura fossero completamente equivocati. Timore più che giustificato, vista l’aria che tira, ma che personalmente non ho mai ritenuto possa giustificare alcuna autocensura. Il fatto è che Beppe nel fervore di una discussione sulle recenti vicende di Palestina, tra l’altro accesasi tra persone in teoria decisamente preparate e informate, era stato tacciato di antisemitismo, e la cosa lo aveva particolarmente ferito, perché implicava un totale misconoscimento della sua onestà intellettuale: della cosa cioè cui teneva di più in assoluto.
A nulla erano valse le mie assicurazioni di zelante smascheratore dell’antisemitismo (e non da ieri: vedansi, per cominciare, su questo sitoChi ha paura dell’ebreo cattivoeUna scrittura antisemita rosa pallido), sulla assoluta correttezza e liceità del suo studio e, anzi, sulla urgente necessità di renderlo pubblico per offrire finalmente un esempio di informazione non partigiana sui reali termini del problema. Se una debolezza a Beppe si poteva imputare era proprio questa sensibilità estrema ai travisamenti del suo pensiero: ciò che da un lato spiega l’ineguagliabile lucidità e accuratezza delle sue analisi, ma dall’altro gli impediva talvolta di azzardare per iscritto quegli scarti laterali e quelle previsioni spiazzanti che animavano invece i colloqui orali.
Oggi, a pochi giorni dalla sua scomparsa, mi sembra che il modo migliore per onorarne nell’immediato la memoria sia proprio la pubblicazione di quello studio, così come ce lo ha trasmesso, nella sua stringatezza documentale, senza minimamente intervenire sul testo (non ce n’era affatto bisogno: quello che voleva dire lo ha detto, e chiaro). Non si tratta solo di tener vivo il ricordo di Beppe (in questo senso, per farne meglio conoscere la statura e, appunto, l’onestà intellettuale, e per salvare materiali preziosissimi che nella malaugurata ma probabile ipotesi della chiusura del suo blogFinestre rotteandrebbero dispersi, abbiamo in programma a partire dalle prossime settimane la pubblicazione dei suoi saggi più significativi): si tratta di difendere il diritto alla critica, in qualunque direzione essa sia rivolta, purché fondata, corretta – nell’accezione vera del termine, non in quella “politica” – e onesta. E si tratta anche di dare un taglio a quel maledetto atteggiamento, tipico ormai della sinistra mainstream, per cui di certe cose non si deve parlare se non con tutti gli schwa o gli asterischi o le distanze del caso, per non rischiare di cavalcare a fianco della destra. La bozza di saggio che presentiamo ha tutte queste caratteristiche; e ne aggiungo una, che magari può sembrare irrilevante, ma che a ben considerare è invece significativa. Convince anche me, che ad un eventuale esame mi guadagnerei la patente non solo di filosemita, ma addirittura di filo-sionista (della prima ora, naturalmente). Mi convince perché l’unico modo che conosco per affrontare un problema è non negarlo, e andarne a scavare e metterne a nudo le radici. Con queste informazioni gli antisemiti veri, quelli che esibiscono croci uncinate ma anche quelli che si mascherano dietro le bandiere palestinesi, li combatterò meglio.
Mi considero (indegnamente) un erede spirituale di Beppe: per eventuali critiche o dissensi rivolgersi quindi direttamente al sottoscritto. (P. R., 17 luglio 2026)
1. Sul panorama internazionale sta accadendo uno strano fenomeno di censura, mai visto prima con simili proporzioni: ogni discussione di ordine politico e financo storiografico intorno alla Guerra di Gaza e alla Questione palestinese sta diventando impossibile. Per estensione, sta diventando impossibile ogni discussione intorno allo Stato di Israele. Appena si entra nel merito di argomenti del genere, scattano le censure del politically correct e si viene esposti alle accuse più estreme, che culminano inevitabilmente in quelle di genocidio e/o di antisemitismo. Viene evocato il disumano, il male assoluto, l’indicibile. Chiunque osi fare qualche osservazione viene subito neutralizzato con la censura e con il discredito morale. Qualunque argomentazione di tipo storico viene considerata pretestuosa e viene bandita come tentativo di giustificare ciò che si ritiene ingiustificabile.
2. Questo clima, per quanto già diffuso in precedenza, si è acuito particolarmente dopo i fatti di Gaza del 7 ottobre. Nel mio piccolo, ho reagito criticamente, pochi giorni dopo i fatti, a un articolo di Ernesto Galli della Loggia, giornalista e storico, che adottava in pieno questa prospettiva censoria[1]. Non immaginavo certo tutto quel che su quella strada di intolleranza sarebbe venuto dopo. Si badi bene che l’intolleranza è praticata dai sostenitori di entrambe le parti. Del resto è indubitabile che una parte dei palestinesi (ad esempio Hamas e la Jihad islamica) intenderebbe cancellare Israele e una parte di Israele intenderebbe cancellare i palestinesi. In mezzo agli estremi ci sta una colonizzazione sionista controversa che dura almeno da un secolo (la dichiarazione di Balfour è del 1917) e una Questione palestinese che dura da altrettanto e, nello specifico dello Stato di Israele, almeno da 75 anni. Ciascuna delle due parti ha la sua lettura “corretta” di quello che è avvenuto nel passato e ha la sua ricetta per il futuro. In mezzo, ancora, ci sta l’evento tragico della Shoah, addirittura negata da una parte consistente del mondo islamico e spesso usata strumentalmente da Israele per ignorare le numerose Dichiarazioni dell’ONU[2] e per avanzare le sue discutibili pretese territoriali.
3. Bisognerebbe riuscire a darsi una calmata. L’unico modo possibile per uscire dall’impasse è quello di deporre le assolutizzazioni e di utilizzare la contestualizzazione storica, per capire (e non giustificare!) i diversi punti di vista dei contendenti, usare gli strumenti della politica e della diplomazia, evitare la caccia a chi ha ragione o a chi ha torto, perché in quella situazione – per come è venuta a determinarsi – tutti hanno accumulato torti e ragioni ormai abbondanti e inestricabili.
C’è tuttavia un oggettivo squilibrio tra le due parti in causa: Israele ha uno Stato fondato nel 1948 (e che nel 2018 si è auto proclamato “Stato degli ebrei”) mentre i palestinesi non hanno uno Stato, con tutte le conseguenze del caso. In questa situazione, sul piano morale e su quello politico, si può avanzare la tesi che chi dei due è il più forte, e ha un potere immensamente superiore, abbia anche una maggiore responsabilità per risolvere la situazione. Israele, a partire dalla sua fondazione nel 1948, ha vinto platealmente tutte le guerre con i Paesi vicini. Ha accumulato un’indiscutibile supremazia militare. Attualmente occupa (seppure a diverso titolo) tutte le terre che, secondo l’ONU, sarebbero destinate allo Stato dei palestinesi e sta facendo in modo che non vi sia proprio più alcuno spazio di continuità per uno Stato palestinese. La situazione ormai può essere risolta solo da Israele. La domanda vera è se Israele sia un grado di farlo. Soprattutto se voglia farlo. Dopo 75 anni di predominio indiscusso.
Dunque il problema vero è quello della politica israeliana. In questo saggio si cercherà di analizzare gli aspetti salienti della politica israeliana, facendo riferimento anche e soprattutto agli opportuni contesti storici, sociali e culturali che l’hanno determinata e la determinano tuttora. Premetto che non sono un esperto di cose israeliane, anche se ho qualche dimestichezza con la disciplina storiografica e ho insegnato a lungo la storia contemporanea. Molte cose le conoscevo solo da lontano, piuttosto superficialmente. Ho ripreso lo studio dopo i tragici fatti di ottobre. Spero che queste mie analisi possano servire al lettore a farsi una propria idea non preconcetta, a mettere da parte le censure e le assolutizzazioni. Si tratta di cose forse risapute ma che, messe le une accanto alle altre, acquistano decisamente un significato più chiaro. E ci permettono di capire meglio cosa ci possiamo aspettare.
4. In questo periodo, in cui lo Stato di Israele è alla ribalta della politica internazionale ed è soggetto a ogni sorta di attenzione, anche e soprattutto per le sue vicende interne, può essere interessante avere qualche informazione in più sul suo sistema politico e partitico. I nostri comuni mezzi di informazione si guardano bene dal fornire dati utili a comprendere gli schieramenti politici che stanno dietro ai processi decisionali del governo israeliano. Non parliamo poi di produrre analisi che ci permettano di capire cosa ci possiamo aspettare in futuro. Va detto che il sistema partitico israeliano è piuttosto complesso e presenta taluni aspetti davvero singolari.
Appena ci si addentra nella questione, diventa subito chiaro che per capire il sistema politico e partitico di Israele occorre riandare alla storia della formazione dello Stato, alle vicissitudini della ideologia sionista, alle diverse componenti di tipo etnico e etnico-religioso che dividono la società israeliana. Saremo dunque costretti, nel corso dell’esposizione, ad aprire numerose parentesi esplicative e di approfondimento.
Vediamo.
La crisi del sistema politico israeliano e le ultime elezioni
5. Comincerò partendo dalla stretta attualità, per poi produrre gli opportuni approfondimenti sulle specifiche questioni, mano a mano che si presenteranno. Il primo elemento empirico immediato da prendere in considerazione è che Israele, negli ultimi anni, è andato soggetto a una crisi politica senza precedenti. Nel breve volgere di 4 anni, a partire dal 2019, si sono tenute ben cinque consultazioni elettorali per l’elezione del parlamento (Knesset)[3]:
21a Knesset 9 aprile 2019
22a Knesset 17 settembre 2019
23a Knesset 2 marzo 2020
24a Knesset 23 marzo 2021
25a Knesset 1 novembre 2022
In precedenza, la 20a Knesset era stata eletta il 17 marzo 2015 ed era giunta quasi al termine naturale, quando era intervenuta una crisi nella coalizione di governo, dovuta a contrasti sulla proposta di legge riguardante il servizio militare per gli ultra ortodossi. E dovuta anche, indirettamente, alle accuse di corruzione da parte della magistratura nei confronti del premier Netanyahu. A parte i guai personali di Netanyahu, gli studiosi ritengono che, in quest’ultimo periodo, si sia verificato un cambiamento strutturale nel sistema politico israeliano che avrebbe comportato una marcata personalizzazione della politica. Si sarebbe passati, in altri termini, da una repubblica dei partiti[4] relativamente stabile a un regime populista altamente instabile, dovuto alle giravolte continue dei singoli leader, in continua competizione per massimizzare le proprie chance elettorali. Di conseguenza, i programmi elettorali sarebbero sempre meno legati alle effettive problematiche presenti nella società israeliana e sempre più legati all’interesse momentaneo di ottenere il consenso elettorale, sia da parte di gruppi mutevoli sia di singoli individui. Per questo, molte delle formazioni politiche nuove, che si sono presentate alle elezioni nell’ultimo quadriennio, sono il risultato di coalizioni labili e improvvisate. Israele ha da sempre, fin dalla fondazione, enormi problemi da risolvere e l’affermazione di questo nuovo stile politico non può certo contribuire alla loro soluzione.
6. Questo nuovo panorama del sistema politico israeliano rende la situazione assai complessa e mutevole. La cosa più facile, per chi sia del tutto estraneo a quel mondo, è quella di entrare in medias res e di esaminare la tabella dei risultati elettorali delle ultime elezioni che si sono tenute nel 2022.
Le elezioni che hanno determinato l’attuale quadro politico. Mi limiterò a citare i risultati essenziali.
Partito
Orientamento
Voti %
Seggi
Likud
Centro destra
23,41
32
Yesh Atid
Centro progressista
17,79
24
Partito sionista religioso
Destra religiosa
10,84
14
Unità Nazionale
Centro destra
9,08
12
Shas
Destra religiosa
8,25
11
Ebraismo della Torah unito
Destra religiosa
5,88
7
Israel Beitenu
Centro destra
4,48
6
Lista Araba Unita
Partito arabo
4,07
5
Hadash – Ta’al
Sinistra radicale
3,75
5
Partito Laburista (Ha’Avodà)
Centro sinistra (Labour)
3,69
4
Meretz
Centro sinistra (Labour)
3,16
–
Balad
Partito arabo
2,91
–
La casa ebraica
Destra religiosa
1,19
–
Altri (28 formazioni con meno di 1%)
1,5
–
100
120
Elezioni del 1° novembre 2022. Non sono stati riportati i risultati dei partiti che hanno ottenuto meno dell’1%. Lo sbarramento è al 3,25%. Sono evidenziati i partiti che fanno attualmente parte della coalizione del governo Netanyahu VI. Il Partito di Unità Nazionale non faceva parte della coalizione ma si è aggiunto nel Gabinetto di guerra, dopo i fatti di Gaza. Le posizioni dei diversi partiti saranno spiegate dettagliatamente nel seguito.
Come si vede, il sistema politico israeliano è estremamente frammentato. Nella politica israeliana, oltre a quelle mostrate nella tabella, sono presenti anche molte altre formazioni. Qui abbiamo elencato solo quelle che si sono effettivamente presentate alle elezioni del 2022 e hanno ottenuto più dell’1% dei voti. Diverse formazioni che si sono presentate in lista sono a loro volta coalizioni di altre formazioni. Un vero sistema di scatole cinesi. Si noti che ben 28 formazioni che si sono presentate non hanno neppure raggiunto l’1%. Si tenga anche conto del fatto che il sistema elettorale israeliano è proporzionale. Per l’attribuzione dei seggi alla Knesset (che sono 120 in tutto) in Israele c’è attualmente una soglia di sbarramento che ammonta al 3,25%.
7. Sulla base della nostra tabella, cerchiamo ora di comprendere come hanno votato gli elettori israeliani, a seconda di alcune grandi aree o raggruppamenti. La collocazione dei diversi partiti nelle varie aree, anche se relativamente arbitraria, è quella consuetudinaria. Si tenga presente che sono possibili raggruppamenti di tipo diverso[5]. Inoltre, per la formazione delle coalizioni di governo, che si formano sempre dopo le elezioni, all’interno di ciascuna area possono esserci anche rivalità o incompatibilità dovute alle specifiche tattiche dei singoli partiti, nelle diverse situazioni.
Elezioni Israele – 1 nov. 2022
(%)
Centro destra
36,99
Destra religiosa
26,16
Centro
17,79
Partiti arabi
6,98
Centro sinistra
6,85
Sinistra radicale
3,75
Secondo la nostra classificazione, il centro destra non religioso ha ottenuto complessivamente il 36,99%. La destra religiosa ha invece conseguito il 26,16%. Il centro ha guadagnato il 17,79%. I partiti arabi ammontano in tutto al 6,98%. Il centro sinistra ha il 6,85%. La sinistra radicale, costituita tuttavia in gran parte da voto arabo, il 3,75%.
Occorre tener presente che le nozioni di destra e sinistra in Israele sono alquanto diverse dalle nostre. Una discriminante tra i diversi partiti è il modo in cui si rapportano nei confronti del sionismo. Si tenga presente che ci sono attualmente almeno tre tipi ben distinti di sionismo (vedi oltre). I partiti che possono essere definiti genericamente come antisionisti (Sinistra radicale e Partiti arabi) arrivano appena al 10,73%. Tutti gli altri partiti, compresi i laburisti di centro sinistra, sono sionisti, più o meno radicali, di un tipo o dell’altro. C’è un partito della destra religiosa (Ebraismo della Torah) che si dichiara antisionista per il fatto che per motivi religiosi non riconosce lo Stato, ma che non disdegna di collaborare con lo Stato (vedi oltre). I partiti che hanno conseguito meno dell’uno per cento ammontano in tutto all’1,5%. Va considerato che il partito che attualmente occupa il centro progressista (Yesh Atid) non è stato estraneo in passato a collaborare con il Likud.
8. L’attuale governo Netanyahu è il 37º governo d’Israele, il sesto sotto la guida di Benjamin Netanyahu. Formatosi in seguito ai risultati delle elezioni del 2022, è stato definito come il governo più a destra nell’intera storia di Israele. Era nato dopo le elezioni come regolare governo di coalizione in sede civile, ma, in seguito allo scoppio, nell’ottobre del 2023, del pesante conflitto armato contro Hamas, presso la Striscia di Gaza, esso è stato mutato in un Governo di guerra. La possibilità di un gabinetto di guerra era già prevista nell’ordinamento di Israele. Occorre tenere presente che i provvedimenti del gabinetto di guerra non necessitano dell’approvazione della Knesset. Per tutta la durata della guerra, la Knesset sarà dunque esautorata.
Nella sua formazione iniziale, il governo Netanyahu VI era composto da 31 ministri, ed era supportato da una coalizione formata da Likud, Ebraismo della Torah Unito, Shas, Partito Sionista Religioso (che comprende Otzma Yehudit e Noam)[6]. A questi partiti, nel nuovo contesto bellico dopo il 7 ottobre 2023, si è aggiunto il Partito di Unità Nazionale, portando il governo ad un totale di 37 ministri, di cui 6 nominati in stato d’assedio. Il Partito di Unità Nazionale, che è venuto in soccorso di Netanyahu, è guidato da Benny Gantz ed è, a sua volta, una coalizione formata da due partiti (“Blu e Bianco” e “Nuova Speranza”). Si tratta nel complesso di una formazione liberale conservatrice, sionista di centro destra.
L’attività del governo è attualmente sostituita dal Gabinetto di guerra che è formato da cinque membri: Benjamin Netanyahu (Primo Ministro, Likud), Yoav Gallant (Ministro della Difesa, Likud), Benny Gantz (Ministro senza portafoglio, Partito di Unità Nazionale), Ron Dermer (Ministro degli Affari Strategici, Likud), Gadi Eizenkot (Ministro senza portafoglio, Partito di Unità Nazionale). Si tratta in gran parte di ex militari.
Invece lo Yesh Atid, partito non meno sionista ma centrista, genericamente progressista e laico, guidato dall’ex giornalista Yair Lapid, già precedentemente fuori dalla coalizione governativa, è rimasto fuori anche dal gabinetto di guerra. Pur avendo in passato collaborato con Netanyahu, lo Yesh Atid si è ultimamente caratterizzato con una posizione anti-Netanyahu.
Esaminando l’attuale composizione del governo Netanyahu VI appare abbastanza evidente come nella Guerra di Gaza si stiano combattendo sul campo due manifestazioni dell’estremismo religioso, quello fondamentalistaterroristico di Hamas e quello fondamentalista sionista e religioso di Israele. Questo non significa certo mettere sullo stesso piano i due contendenti. Tuttavia il fondamentalismo costituisce il loro elemento comune e la chiave per interpretare molte delle loro decisioni.
Mi si permetta qui di aggiungere una nota di valutazione personale. Sui nostri media corre la voce che Netanyahu sia ormai caduto in disgrazia e che il pubblico israeliano voglia “fare i conti” con lui. In realtà le critiche rivolte a Netanyahu – oltre ai suoi problemi giudiziari personali e oltre al suo disegno di legge che mira a limitare l’indipendenza della magistratura – sono critiche che potremmo definire “di estrema destra”: Netanyahu non avrebbe tenuto la necessaria fermezza contro i Palestinesi. Per cui, quand’anche il Likud possa soffrire in futuro di una qualche emorragia elettorale, i voti persi andranno a destra e non certo a sinistra. Quelli che si consolano ripetendo di essere critici di Netanyahu (cioè degli errori dell’uomo politico) dovrebbero tenere a mente (si guardi bene la distribuzione dei consensi) che dopo Netanyahu potrà venire solo una coalizione ancora più a destra e sempre meno disponibile a intraprendere iniziative di pace con i Palestinesi. A parte i suoi errori personali e le sue defaillance politiche, Netanyahu interpreta perfettamente il sentire della gran parte del suo Paese.
Il centro-sinistra israeliano, con qualche ragguaglio storico
9. Proviamo ora, dopo lo sguardo panoramico generale, a entrare nel merito della consistenza qualitativa dei diversi schieramenti. Per quanto faticoso e ostico, è questo un sacrificio che va fatto se si vuol capire cosa ci possiamo aspettare dalla futura evoluzione politica di Israele. Cominciamo dal centro sinistra. Preferisco parlare di “centro sinistra” perché nel panorama degli schieramenti israeliani ci sono alcune formazioni di sinistra più radicali e perché gli attuali partiti di centro sinistra sono comunque sionisti, come tanti altri, pur con tutti i distinguo del caso. Abbiamo già premesso che ci sono diversi tipi di sionismo.
L’attuale centro sinistra israeliano – che, come si vede dai risultati elettorali, sta attraversando una notevolissima crisi – è l’erede degli storici partiti di ispirazione sionista socialista (e laburista), il Mapai e il Mapam che hanno sostanzialmente guidato, in termini egemonici, prima la migrazione in Palestina negli anni del Mandato, poi la formazione stessa di Israele nel 1948 e, poi ancora, i suoi sviluppi, fino al 1977. I sionisti laburisti hanno sempre avuto la maggioranza fin dal 1948 e, solo a partire dal 1977, l’elettorato israeliano si è spostato tendenzialmente sempre più a destra, fino a determinare la composizione dell’attuale governo Netanyahu VI. L’attuale centro sinistra è composto da due partiti principali che nel 2022 sono arrivati, insieme, al 6,85%. Insomma, a ben vedere, una catastrofe elettorale. Che ha le sue ragioni profonde.
10. Prima di proseguire, se vogliamo capirci qualcosa, è qui necessario un intermezzo di minima chiarificazione intorno alla “sinistra” israeliana. Nel nostro Paese si ha una conoscenza piuttosto superficiale della storia di Israele e si tende a considerare il sionismo come una specie di socialismo, o come una specie di socialdemocrazia. Questa discutibile convinzione è stata alimentata anche e soprattutto grazie alla mitologia dei kibbutzim, le imprese, soprattutto agricole, organizzate secondo una modalità collettivistica, tipiche soprattutto del periodo pionieristico. Ebbene, Zeev Sternhell – pubblico intellettuale israeliano e noto studioso delle ideologie della prima metà del Novecento – spiega che il sionismo ha poco o niente a che vedere con il socialismo e con la socialdemocrazia per come li intendiamo comunemente. Va detto che Sternhell non è molto amato dalla destra israeliana e ha subito un grave attentato nella sua abitazione il 28 settembre 2008. Tuttavia Sternhell qui parla da storico delle idee. La discriminante fondamentale, secondo lo studioso, è che socialismo e socialdemocrazia sono e restano ideologie universalistiche. Il sionismo invece deve essere considerato come una sorta di socialismo nazionalista. Sternhell, ovviamente, ci tiene a distinguere questo socialismo nazionalista dal socialismo nazionale, poiché quest’ultimo rischierebbe ovviamente di essere confuso con il nazionalsocialismo.
Dice Sternhell: «L’unicità del socialismo nazionalista europeo […] risiede in un punto essenziale: l’accettazione del principio del primato della nazione al cui servizio vengono posti i valori del socialismo. In questo modo il socialismo per[d]e il suo significato universale e diven[ta] uno strumento essenziale nel processo di edificazione dello Stato nazionale. I valori universali del socialismo furono dunque subordinati ai valori particolaristici del nazionalismo. Espressione pratica di tale ideologia furono il rifiuto totale del concetto di lotta di classe e la volontà di trascendere le contraddizioni sociali per il bene di tutta la collettività. Questa forma di socialismo predicò l’unità organica della nazione e la mobilitazione di tutte le classi della società allo scopo di conseguire gli obiettivi nazionali»[7]. Insomma, un’ideologia para socialista messa al servizio della costruzione della nazione.
Prosegue poi ancora Sternhell indicando una forte caratterizzazione antiborghese del sionismo, ma non anticapitalistica. Infatti, da parte del sionismo si ha la forte identificazione dei lavoratori con i “produttori”, senza alcuna distinzione di classe, senza alcuna differenziazione tra capitale e lavoro. Di conseguenza si ha una forte contrapposizione tra i lavoratori/ produttori e i “parassiti”. In quel contesto veniva dunque apprezzato il capitale produttivo e disprezzato il capitale speculativo. Si pensi che il sindacato sionista Histadrut (vedi oltre) era esso stesso possessore dei mezzi di produzione (noi diremmo, che era capitalista) e, nel contempo, difensore degli interessi dei soli lavoratori ebrei.
Aggiunge ancora Sternhell, a proposito del rapporto tra individuo e nazione: «Il socialismo nazionalista si basava […] sull’idea di nazione quale unità culturale, storica e biologica o, in senso figurato, una famiglia estesa. L’individuo era considerato come una parte organica della totalità e la totalità aveva priorità sull’individuo. I legami di sangue e culturali che univano i membri della nazione e la loro partecipazione allo sforzo generale nazionale erano considerati più importanti della posizione dell’individuo nel sistema produttivo»[8]. La nazione, così intesa, doveva difendersi contro i due grandi pericoli, costituiti dal liberalismo, che esaltava l’individualismo e dal marxismo che esaltava la lotta di classe e, dunque, la spaccatura del corpo della nazione.
Aggiunge poi ancora Sternhell a proposito della “dimensione sociale” che era ben presente nel sionismo originario: «Nel momento in cui negò la lotta di classe, il socialismo nazionalista favorì attivamente una soluzione dei problemi sociali. Esso proclamava che nessuno che avesse a cuore il futuro della nazione, poteva rimanere indifferente a una situazione in cui larghi segmenti del corpo nazionale si trovavano immersi in una condizione di povertà e di degrado […] il socialismo nazionalista non si oppose mai al capitale privato in sé. […] colpevoli erano i capitalisti improduttivi, non il capitale in sé»[9]. Di qui l’invocazione di un marcato interventismo statale nell’economia e nella dimensione del welfare o, se si vuole, dello stato sociale.
L’intero capitolo I del saggio di Sternhell spiega diffusamente questi concetti e li colloca opportunamente nel loro contesto storico. Ho riportato queste lunghe citazioni poiché da esse si desume con una certa chiarezza – Sternhell non lo dice evidentemente per carità di patria – che il sionismo storico, e quello del Mapai e simili, avessero numerosi punti in comune con la ben nota ideologia nostrana che ha nome fascismo. Se vogliamo, potrebbe essere considerato come una versione sociale del fascismo, cui va aggiunta tuttavia una forte caratterizzazione etnonazionalistica. Più di uno studioso ha sottolineato le parentele tra sionismo e fascismo. Il sionista revisionista Jabotinsky, fondatore di una delle correnti del sionismo, è stato più volte avvicinato al fascismo. Non è questa la sede per discutere gli apparentamenti ideologici tra il sionismo e le altre ideologie del Novecento. Spero di avere comunque chiarito esaurientemente che ogni tentativo di paragonare i laburisti israeliani ai partiti socialisti europei è destinato al più totale insuccesso. Il rischio è quello di non capire proprio niente.
I laburisti israeliani si sono sempre e soltanto occupati della costruzione della nazione. Il loro “socialismo” è sempre stato di tipo particolaristico. E strettamente legato alla colonizzazione e alle questioni militari e di confine con i Paesi vicini. Si pensi a personaggi come Golda Meir o Moshe Dayan. La questione palestinese è sempre stata per loro un grave incomodo, nazionale e internazionale. Il colonialismo è sempre stato un tratto fondamentale della loro prospettiva. Il labourista israeliano Yigal Allon – tanto per fare un esempio – è stato uno dei promotori della colonizzazione illegale della Cisgiordania dopo il 1967. Solo recentemente i laburisti sionisti si sono in un certo senso effettivamente socialdemocratizzati in senso europeo (mettendo l’accento sui diritti individuali, sul mercato, sul riformismo e sul welfare state e accettando, in politica estera, la teoria dei “due popoli, due Stati”). Ma queste trasformazioni sono avvenute proprio in seguito alla crisi sopravvenuta del sionismo originario.
11. Ci sono delle ragioni profonde che spiegano la crisi del sionismo socialista e nazionalista classico e dunque la progressiva conversione della maggioranza dell’elettorato israeliano dalla “sinistra” alla destra estrema. Intanto dobbiamo mettere in conto l’affievolirsi progressivo dell’ideologia sionista nazionalista originaria (sebbene non del progetto coloniale, che è passato alla destra e ai partiti religiosi). È noto da tempo che il socialismo collettivistico dei kibbutzim ha perso ogni spinta propulsiva ed è tuttora in crisi e le poche realizzazioni restano solo più con un valore simbolico. La società israeliana è stata contagiata dalla silenziosa marcia inarrestabile dell’individualismo. L’ideologia collettivista nazionale non attrae più e non sembra funzionare più. Secondariamente, dopo la fine della Guerra fredda, di fronte all’esigenza, fattasi più stringente, di risolvere la Questione palestinese con un compromesso, la “sinistra” israeliana è apparsa al pubblico troppo debole, troppo incline a rinunciare agli obiettivi securitari della destra, che sempre più coincidono con la espulsione degli arabi e la realizzazione della Grande Israele. Come è noto, il laburista Yitzhak Rabin, propenso a una pacificazione con i Palestinesi, è stato assassinato il 4 novembre 1995, proprio da un estremista di destra. Un messaggio assai chiaro.
Ma la causa principale della crisi della “sinistra” israeliana è stata la nuova immigrazione. Il sionismo socialista nazionalista era fortemente legato alla prima immigrazione askenazita[10], composta soprattutto da ebrei provenienti dall’Europa centrale. Com’è noto, secondo la legge del ritorno, Israele è tenuta ad accogliere e a conferire la cittadinanza a tutti gli ebrei[11] che la richiedano. Il fatto è che il processo migratorio verso Israele ha subito nel tempo un notevole cambiamento. Per dirla in sintesi, a livello mondiale, i ceti medio alti della diaspora ebraica non si sono neppur sognati di emigrare verso Israele. A fare la scelta dell’immigrazione sono stati sempre più i ceti meno privilegiati, provenienti dagli angoli più sperduti del mondo. Questi nuovi “cittadini” israeliani, a volte anche fatti segno di disprezzo e di manifestazione razziste da parte degli stessi israeliani di più vecchio insediamento, sono quelli che de facto hanno progressivamente determinato lo spostamento a destra dell’asse politico. Il cambiamento della composizione socialee culturale dell’immigrazione ha determinato il cambiamento della composizione politica. Detto in altri termini, il sionismo socialista nazionalista originario pare abbia fallito nella socializzazione dei nuovi arrivati, i quali hanno continuato a mantenere i loro retroterra originario in termini di cultura politica, alimentando da un lato la prospettiva individualista (fortemente anticollettivista e contraria all’interventismo statale) e dall’altro quella etnico religiosa. Inoltre, essendo i nuovi immigrati appartenenti a ceti medio bassi, quando non a fasce marginali, ciò ha favorito lo sviluppo del rancore sociale della conflittualità interna e delle istanze securitarie e antiarabe.
12. Un altro aspetto assai rilevante per la comprensione della crisi della “sinistra” è costituito dalla crisi (a partire degli anni Ottanta e Novanta) e dalla trasformazione del sindacato sionista socialista Histadrut in una organizzazione sindacale vicina agli standard comuni dei Paesi occidentali. Si tratta della organizzazione sindacale tradizionale di Israele. Che ha avuto caratteristiche davvero singolari. Anzitutto si trattava di un’organizzazione che ha preceduto di gran lunga la formazione dello Stato di Israele. Essa ha avuto un ruolo enorme nella colonizzazione, a partire fin dagli anni Venti. Va spiegato bene che questo sindacato si rivolgeva esclusivamente ai lavoratori ebrei. Solo nel 1966 vennero ammessi gli arabi israeliani, seppure su un piano non del tutto paritario. Questo sindacato aveva avuto un peso enorme nella struttura stessa dello Stato. Dopo la costituzione dello Stato, Histadrut è stato addirittura definito come “uno stato nello stato”. In generale, nel nostro linguaggio politologico, Histadrut avrebbe potuto essere definita come una corporazione o sindacato corporativo. Aveva il controllo su una parte rilevante del sistema economico israeliano che notoriamente era gestito prevalentemente dallo Stato. Controllava la finanziarizzazione dell’economia (possedeva banche), organizzava le cooperative (kibbutz) organizzava la previdenza (pensioni) e il welfare (l’assistenza sanitaria e le farmacie). Si occupava della formazione professionale e del mercato del lavoro (gestiva il collocamento). Possedeva anche un giornale quotidiano diffuso. L’iscrizione dei lavoratori (ebrei) e il pagamento delle quote era praticamente obbligatoria. L’elemento “socialista” della economia israeliana stava appunto soprattutto in questa enorme corporazione onnipresente, con migliaia di dipendenti. I dirigenti erano eletti e, benché fosse consentito un certo pluralismo, la maggioranza schiacciante era costituita pressoché sempre all’interno dei partiti della “sinistra”. Una specie di cinghia di trasmissione tra politica, Stato ed economia.
A partire dagli anni Ottanta, questo apparato elefantiaco cominciò a dare segni di crisi, soprattutto sul piano della gestione finanziaria. Nel 1995 si arrivò al colpo di grazia con la riforma sanitaria che ne passò le competenze allo Stato. Dopo il 1995 l’Istadrut ebbe un notevole ridimensionamento, con perdita di adesioni, chiusura del giornale e diminuzione delle competenze. Questa diminuzione di importanza è legata, in generale, a una politica di liberalizzazioni che vennero portate avanti – contro i laburisti – dal nuovo partito (Herut) che poi diverrà il Likud. Insomma, quello che era l’apparatocorporativo qualificante del sionismo socialista ha finito per mostrare la sua insostenibilità, tanto da essere drasticamente ridimensionato e con esso la politica sionista socialista.
È abbastanza significativo come queste enormi trasformazioni interne siano avvenute in concomitanza con la fine della Guerra fredda. L’immigrazione dei mizrahì (vedi oltre) dall’Oriente e dalla ex Unione Sovietica, il ridimensionamento in Israele della componente askhenazita, la liberalizzazione dell’economia (e la maggiore esposizione della politica alle pratiche clientelari), l’emarginazione progressiva del laburismo e del sindacato Histadrut sono senz’altro fenomeni interrelati e concomitanti. Cui va aggiunto il sopravvenire progressivo di un nuovo tipo di sionismo, il sionismo messianico (vedi oltre). Con la fine della Guerra fredda, in politica estera tenderà ad aumentare progressivamente, assieme allo spostamento politico a destra, la pressione sui Territori occupati palestinesi.
13. Come si evince da questo quadro, il sionismo socialista nazionalista che aveva determinato la fondazione dello Stato israeliano è andato incontro a una crisi irreversibile. Un processo che può essere tranquillamente inquadrato nella crisi delle ideologie. L’attuale sionismo è tutt’altra cosa.
Ma vediamo ora, per completare il quadro, un po’ più in dettaglio cosa è rimasto, qual è la consistenza attuale dei partiti del centro sinistra. L’attuale schieramento di centro sinistra è composto da due partiti principali. Anzitutto il Partito Laburista Israeliano, che si chiama Ha’Avodà. Il leader attuale è una donna, Merav Michaeli, ex conduttrice televisiva. È un partito sionista, seppure ormai di orientamento compiutamente socialdemocratico. Continua la tradizione laica originaria del sionismo. Fondato il 23 gennaio 1968, i suoi appartenenti provenivano dalle file del Mapai e del Mapam. Per un certo periodo si chiamarono “Israele Unita”. Il partito attuale fa parte dell’Internazionale socialista. Il partito si è spaccato sul sostegno dato al governo Netanyahu V (35°), quando due deputati su tre (tranne la Michaeli) lo hanno appoggiato. Il partito, sotto la nuova guida della Michaeli, ha poi sostenuto il governo di coalizione Bennett – Lapid (36°), in cui la Michaeli stessa ha fatto il Ministro dei trasporti[12]. Per quanto riguarda la questione palestinese, sostiene la soluzione dei «due popoli, due Stati». Il partito è aperto a una serie di questioni connesse ai diritti civili e sociali, come il matrimonio omosessuale, la legalizzazione della cannabis, i diritti LGBT. Il partito si era opposto alla approvazione della legge fondamentale del 2018 che ha dichiarato Israele “Stato degli ebrei”. Nelle elezioni del 2022 ha preso il 3,69% e ha così guadagnato 4 seggi.
L’altro partito di centro sinistra si chiama Meretz (che vuol dire “Energia”). È un partito sionista, di orientamento socialdemocratico e ambientalista. Nasce nel 1992 da alcune correnti del Mapam. Le posizioni politiche del partito sono la difesa dello Stato sociale, il riconoscimento dei diritti degli omosessuali, la separazione tra Stato e religione e l’avvio di un negoziato di pace tra israeliani e palestinesi che crei due Stati indipendenti. Tra i partiti sionisti, il Meretz è quello che si colloca più a sinistra. Nelle elezioni del 2022, col 3,16% dei voti, non ha superato la soglia di sbarramento del 3,25% e non ha ottenuto alcun seggio.
Come abbiamo mostrato, la crisi del laburismo israeliano viene da lontano e pare oggi decisamente irreversibile. Ben lungi dall’essere una crisi momentanea, manifesta la tendenza di questa “sinistra” a trasformarsi in una serie di piccoli partiti di opinione, rivolti ai ceti medio alti, tendenzialmente laici. Una ripresa elettorale del centro sinistra capace di impensierire le due destre israeliane è del tutto da escludere. L’unico partito che punta all’area laica progressista, senza le zavorre della tradizione e che quindi fa concorrenza spietata al centro sinistra, è il partito progressista di centro Yesh Atid (vedi oltre).
14. Possiamo occuparci ora – come appendice al centro sinistra – della sinistra radicale. Il partito di riferimento, nelle elezioni di cui ci stiamo occupando, si chiama Hadash (“Nuovo”). Si qualifica come “Fronte democratico per la Pace e l’eguaglianza”). Si tratta, a sua volta, di una coalizione di due partiti composta dal Partito Comunista di Israele (Maki o Rakah), che è un tipico partito comunista e marxista, e dalle Pantere Nere, che è un gruppo di sinistra radicale arabo. Hadash non è sionista, ma non si oppone alla collaborazione con altri partiti sionisti. Il partito si qualifica invero coraggiosamente come interetnico. Si definisce “arabo-ebraico”: sebbene la maggioranza dei suoi leader ed elettori siano arabi israeliani, ha permanentemente e simbolicamente mantenuto una rappresentanza ebraica tra i suoi membri e nelle liste elettorali. Alle elezioni del 2022 si è presentato con Ta’al (Movimento Arabo per il Rinnovamento) e ha guadagnato il 3,75%, con 5 seggi. Quella che abbiamo definito come sinistra radicale vale dunque, alle elezioni del 2022, il 3,75%. Si consideri comunque che questa coalizione, per la sua composizione, attrae una componente araba significativa. Sergio Della Pergola, su Limes, ha collocato queste formazioni radicali insieme ai partiti arabi.
I cittadini arabi di Israele e i loro partiti
15. In Israele abbiamo poi i partiti arabi. Sono i partiti che si rivolgono principalmente alla minoranza dei cittadini di Israele che sono arabi. Si tratta di partiti dunque che sono disegnati secondo una chiara linea di tipo etnico. Per avere un’idea della distribuzione etnica della popolazione israeliana, nel 2022 il 73,6% della popolazione era costituita da ebrei israeliani, il 21,1% della popolazione da arabi israeliani e il restante 5,3% da membri di altri gruppi etnici. In cifra assoluta, gli arabi israeliani ammontano a 2.065.000 unità. Si noti che i “cittadini arabi di Israele” non sono necessariamente definibili esattamente come palestinesi. Sul piano etnico religioso, tra loro ci sono musulmani, drusi, cristiani, e anche beduini.
È bene ricordare da dove vengano costoro. Storicamente sono gli eredi degli arabi che si trovavano sotto il Mandato britannico, nell’area assegnata inizialmente dall’ONU ad Israele, la cui entità complessiva è stata stimata in 950 000 unità. In seguito agli eventi tra il 1947 e il 1948 (la guerra civile interna e la guerra tra i Paesi arabi e Israele del 1948) si calcola che siano rimasti nei territori di Israele circa 100-150 000 arabi (meno del 20%). La differenza rende l’idea dell’entità della espulsione (o eliminazione) subita dagli arabi. Sulle modalità di tale espulsione è tuttora in corso un aspro dibattito, che coincide con quello relativo alla legittimità stessa della formazione di Israele. Alcuni dei nuovi storici israeliani hanno parlato documentatamente di pulizia etnica[13]. La versione ufficiale sionista dell’epoca è che gli arabi, istigati dai Paesi arabi vicini, si siano allontanati volontariamente, convinti di poter tornare a guerra finita con Israele sconfitta. Non ci interessa entrare qui nella questione storiografica. Quel che è sufficiente per noi è che tra il 1947 e il 1948 da 950 000 unità si sono ridotti a un centinaio di migliaia. Questo è stato l’impatto sulla popolazione araba locale.
Si noti che fino al 1966-1968 i cittadini arabi sono stati sottoposti al regime marziale e dunque a pesanti restrizioni (circa i diritti di proprietà, la libertà di circolazione, i diritti civili). Le terre degli arabi sono state espropriate (attraverso un pretestuoso e raffinato apparato legale), sono stati messi limiti, per gli arabi rimasti, agli investimenti e alle opportunità di impresa. È stata scoraggiata quando non impedita la partecipazione politica. Le testate giornalistiche arabe sono state chiuse ed è stata impedita ogni sistematica attività culturale. Gli arabi hanno dovuto sottostare a permessi di spostamento, coprifuoco, detenzioni amministrative e espulsioni senza processi.
16. Ovviamente per votare occorre avere la cittadinanza. La nozione di cittadinanza, nello Stato di Israele, è alquanto problematica. Per cui è il caso di fornire qualche ulteriore chiarimento. La cittadinanza è davvero piena solo per gli ebrei. Osserva Wikipedia che Israele può essere considerato un esempio di democrazia etnica, in cui il gruppo religioso ebraico predomina nettamente, anche se formalmente sono garantiti i diritti civili e politici a tutti. Tutti i cittadini israeliani godono dei diritti civili e politici, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica e religiosa. Gli arabi israeliani sono cittadini israeliani, ad eccezione tuttavia di quelli di Gerusalemme Est e delle alture del Golan, che hanno lo status di residenti permanenti e il diritto a richiedere la cittadinanza israeliana. Molti di costoro tuttavia hanno preferito non usufruire di questo diritto. Gli arabi israeliani, anche dopo l’abrogazione del regime militare nei loro confronti, sono tuttavia ancora soggetti a numerose restrizioni e trattamenti particolari rispetto ai cittadini ebrei. Ad esempio non hanno l’obbligo del servizio militare.
Gli arabi israeliani non vanno confusi con i numerosi lavoratori stranieri immigrati soprattutto dai Paesi circonvicini e – ovviamente – con i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza[14]. I palestinesi in teoria, dopo gli accordi di Oslo, votano per la Autorità palestinese, anche se, in seguito al conflitto interno tra Fatah e Hamas, le elezioni non sono più state convocate. Questi ultimi, attraverso un ordinamento rocambolesco, possono avere il permesso di lavorare in Israele, generando un flusso drammatico, soggetto a permessi, restrizioni, rigidi controlli.
Abbiamo poi, a partire dal 1967, la situazione dei coloni che sono cittadini israeliani e che sono però insediati nei Territori occupati (che avrebbero dunque la residenza “fuori Israele”, tranne nel caso dei territori annessi unilateralmente e non riconosciuti però dalla comunità internazionale). In quanto cittadini israeliani hanno il diritto di voto e quindi, nel voto, non potranno che tener conto dei loro interessi e della politica dei diversi partiti verso gli insediamenti. I coloni stimati nel 2023 sono circa 700 000. A questi vanno aggiunti i coloni che stanno negli israeli outpost illegali, insediamenti clandestini non riconosciuti ufficialmente neanche da Israele, ma comunque tacitamente appoggiati dal governo israeliano, mediante la fornitura di strade, allacciamenti, comunicazioni e servizi di difesa.
È il caso di precisare che fino al 1966-’68 è stata di fatto impedita agli arabi ogni forma di organizzazione politica, ogni forma di partito organizzato, anche se, fin dal 1948, erano presenti alla Knesset alcuni rappresentanti degli arabi. Va detto che la espulsione originaria avvenuta tra il 1947 e il 1948, ha privato per intero gli arabi israeliani della loro classe dirigente. La costituzione di formazioni politiche arabe in Israele è avvenuta solo con l’avvento delle successive generazioni che, mediamente, sono risultate più istruite e più disponibili alla partecipazione politica.
17. Torniamo ora ai partiti arabi. Abbiamo anzitutto la Lista Araba Unita (Ra’am). È un partito a forte caratterizzazione etnica che si rivolge agli arabo israeliani. Sorprendentemente, ma non troppo, è un partito che esprime un certo notevole conservatorismo sociale, legato sostanzialmente alla cultura islamica tradizionale. Si tratta dunque di un partito israeliano arabo di destra. Per quanto riguarda la questione palestinese, il partito sostiene la soluzione dei due Stati. Alle elezioni del 2022 ha preso il 4,07% e ha ottenuto 5 seggi.
Abbiamo poi Balad (“Assemblea Nazionale Democratica”). È un partito arabo-israeliano, antisionista e filo-palestinese. A differenza di Hadash, Balad si oppone alla cooperazione con qualsiasi partito sionista, compresi quelli di sinistra e pacifisti come Meretz. Balad rivendica una piattaforma politica tesa a trasformare Israele in una democrazia per tutti i cittadini, a prescindere dalla loro identità nazionale o etnica. Si oppone all’idea di uno Stato unicamente ebraico e sostiene la natura binazionale di Israele. Si batte quindi per affinché i palestinesi ottengano lo status di minoranza nazionale e abbiano pieno riconoscimento dei diritti all’autonomia culturale, educativa e comunicativa. Supporta la definizione di due Stati sulla base dei confini definiti prima della Guerra dei sei giorni, con la costituzione di un unico Stato di Palestina (composto da Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est) e l’attuazione della Risoluzione 194 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sul diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi. Indubbiamente si tratta forse del partito israeliano che ha la visione più progressista circa la soluzione della questione palestinese. Forse proprio per questo alle elezioni del 2022 ha preso solo il 2,91%, non riuscendo così a superare lo sbarramento e non ottenendo dunque neppure un seggio.
Di Ta’al (“Movimento Arabo per il Rinnovamento”) abbiamo già parlato. Alle elezioni del 2022 non compare separatamente poiché si è presentato con il partito Hadash della sinistra radicale. Insieme hanno preso 1 seggio.
Come si vede il partito arabo che ha maggiori consensi tra gli arabi israeliani è un partito “di destra” e conservatore. Gli altri partiti arabi, come Balad o Ta’al, hanno una caratterizzazione più “di sinistra” ma costituiscono una minoranza esigua. I partiti arabi, presi insieme, nel 2022 valgono il 6,98%. Qualcosa in più, se vogliamo considerare anche come partiti arabi i partiti della sinistra radicale di cui s’è già detto. Ci sono tuttavia anche altre formazioni minoritarie. Anche tra gli arabi israeliani abbiamo dunque anzitutto una notevole spaccatura tra destra e sinistra e poi una forte frantumazione elettorale.
Uno sguardo all’esiguo Centro progressista
18. Data la situazione di crisi del sistema politico israeliano, la collocazione di centro è piuttosto difficoltosa da individuare. Il centro tende a farsi e a disfarsi continuamente. I partiti di centro possono allearsi sia a destra sia a sinistra. Nelle elezioni del 2022, l’unico partito cui può essere attribuita una posizione centrista, talvolta inclinante verso la sinistra, è, a giudizio di chi scrive, lo Yesh Atid (“C’è un futuro”). È un partito sionista, liberale e laico, con tinte di anticlericalismo, nonché di populismo, guidato dall’ex giornalista Yair Lapid. Pur avendo in passato collaborato con il Likud, è attualmente il principale partito di opposizione a Netanyahu. Il Partito si rivolge al ceto medio e medio-alto, soprattutto delle grandi città, dove pesca la maggior parte del suo elettorato.
Cito da Wikipedia, nella versione inglese: «In generale, Yesh Atid è considerato principalmente come un partito centrista; tuttavia esso è stato anche considerato come partito di “centro destra” o di “centro sinistra”. Questo partito ha tendenze sia verso il libero mercato sia verso il liberalismo sociale, cose che determinano inclinazioni di stampo libertario. Esso cerca di rappresentare quello che è considerato il centro della società israeliana: il ceto medio secolarizzato. Esso è concentrato primariamente intorno ad istanze di tipo civico, socioeconomico e di governance, includendo una riforma del sistema di governo e l’abolizione delle esenzioni militari per gli ultra ortodossi. Yesh Atid ha sostenuto la ripresa di negoziati di pace con i palestinesi e l’arresto di ulteriori costruzioni negli insediamenti».
Il partito ha preso significative posizioni contro il tentativo di riforma della Corte suprema nonché contro la corruzione (di cui Netanyahu è accusato). Ha preso molte posizioni a favore di un ampliamento dei diritti civili. Si è schierato per l’istituzione del matrimonio civile[15] e a favore del mondo LGBTQ, a sostegno delle rivendicazioni gender e dei matrimoni omosessuali. Ha preso posizione contro la separazione scolastica delle varie “tribù” israeliane (vedi oltre) e contro le esenzioni dal servizio militare per i gruppi religiosi. Per quanto concerne la questione Palestinese, accetta la soluzione dei due Stati ed è favorevole a bloccare gli insediamenti dei coloni.
Alle elezioni del 2022 ha fatto il secondo miglior risultato, ha preso il 17,8% e ha guadagnato 7 seggi.
Il Centro-destra israeliano non religioso
19. Possiamo ora rivolgerci alla destra, che in Israele si presenta in due versioni, quella più laica e quella religiosa. A destra sono attualmente collocate le forze egemoni della politica israeliana. Distingueremo tra un centro destra e una destra religiosa. Semplicemente in base al fatto che la destra religiosa tende a essere più fondamentalista, mentre il centro destra tende a essere più pragmatico e spregiudicato nelle alleanze.
Il centro destra laico, non religioso, comprende anzitutto il Likud, il partito dell’attuale capo del governo Netanyahu. Likud significa “Consolidamento”. Si tratta di un partito, sionista, nazionalista e liberal conservatore. Anche il Likud affonda le sue radici nella storia per cui è necessario qualche ragguaglio, altrimenti si rischia di non capire gran che. Il Likud ripone le sue radici attuali in una corrente separata del movimento sionista, il sionismo revisionista di Vladimir Žabotinskij. Si tratta di un movimento che, all’epoca sua, è stato spesso accusato di avere un’ispirazione fascista. È stata questa l’ala del sionismo che ha portato avanti con maggiore decisione e violenza la colonizzazione della Palestina, non rinunciando talvolta all’uso di metodi terroristici e alla pulizia etnica.
20. Vediamo meglio. Sia i laburisti tradizionali sia il Likud sono sionisti. Tuttavia c’è una notevole differenza. I laburisti discendono dalla corrente sionista socialista nazionalista, della quale abbiamo detto. Il Likud invece discende dalla corrente sionista revisionista. Si tratta di due sionismi assai diversi, che si sono sempre avversati[16]. Il sionismo revisionista fa capo allo Jabotinsky, la cui opera si è svolta tra le due guerre.
Jabotinsky riteneva che con gli arabi non fosse possibile alcun accordo e che il programma sionista potesse e dovesse essere realizzato solo con la forza. A partire dal 1925 diede forma al programma dei sionisti revisionisti. Lo Stato ebraico doveva essere realizzato attraverso la colonizzazionedi massa e la militarizzazione. I confini dello Stato ebraico dovevano coincidere con il progetto della Grande Israele, dal Giordano al mare. I revisionisti criticavano severamente il sionismo socialista dell’Histadrut (il sindacato sionista socialista nazionalista) e il collettivismo dei Kibbutz. Erano contrari agli interventi dello Stato nell’economia.
Per un certo periodo di tempo Jabotinsky sperò di giungere a egemonizzare l’Organizzazione Sionista Mondiale, senza tuttavia riuscirvi. Così nel 1935 lanciò la sua sfida, creando una Nuova Organizzazione Sionista. Nel 1937-38, sotto il Mandato britannico, quando il conflitto con gli arabi si fece più acceso, provò a fare concorrenza al sionismo socialista, anche e soprattutto sul terreno dell’organizzazione militare. I revisionisti promossero l’Irgun, un’organizzazione armata che usava la violenza sia contro gli arabi sia contro i britannici. Non disdegnava l’uso del terrorismo. Vennero messe bombe nei mercati e sugli autobus frequentati dai palestinesi. Il leader militare dell’Irgun è stato Menachem Begin, quello stesso che darà vita poi al Likud. Dall’Irgun, per una scissione, si costituirà il “Lehi”, la cosiddetta Banda Stern (dal revisionista Avraham Stern), il cui leader sarà Yitzhak Shamir (che avrà poi anch’egli una brillante carriera politica). Costoro usarono sistematicamente il terrorismo e l’assassinio politico ma si focalizzarono soprattutto nel combattere i britannici. Come forza militare, l’Irgun fu avversato e infine messo da parte da Ben Gurion, che intanto aveva fondato la Haganah, quella che diventerà poi Tzahal, la attuale forza militare di Israele (nota anche come IDF). Gli appartenenti sia dell’Irgun sia della Banda Stern saranno assorbiti in Tzahal.
Dopo il 1948 i sionisti revisionisti fondarono un partito, Herut (“libertà”), che sarà a lungo minoritario. Poi Herut si unì a frange minoritarie liberali (contro il “socialismo”, contro l’Histadrut, contro l’intervento dello Stato nell’economia, contro il nazionalismo economico dei laburisti). Confluì in Herut anche una frangia di sionisti socialisti particolarmente interessati alla colonizzazione dei Territori occupati. Il Likud fu fondato – a partire da Herut – nel 1973 da Menachem Begin (ex leader dell’Irgun, come è stato detto), che lo condusse alla storica vittoria del 1977, quando, per la prima volta, i laburisti andarono all’opposizione. Solo nel 1988 il Likud divenne un partito unitario.
Non possiamo non notare l’ironia della storia, per cui Begin, l’antenato politico di Netanyahu, colui che oggi fa la guerra ai terroristi, ha teorizzato e praticato proprio il terrorismo.
21. Per quanto riguarda la questione palestinese, le posizioni del Likud sono sempre state molto chiare, anche se negli ultimi anni sono divenute assai più ambigue. La piattaforma originale del partito del 1977 stabiliva che “[…] tra il mare e il Giordano ci sarà soltanto la sovranità di Israele”. Riprende cioè la parola d’ordine sionista revisionista “Dal fiume al mare”. Nella piattaforma del 1999 si legge: «Le comunità ebraiche in Giudea, Samaria e Gaza costituiscono la realizzazione degli obiettivi sionisti. La colonizzazione della terra è una chiara espressione dell’inattaccabile diritto del popolo ebraico alla Terra di Israele e costituisce un assetto importante in difesa dell’interesse vitale dello Stato di Israele. Il Likud continuerà a rafforzare e a sviluppare queste comunità e a impedire il loro sradicamento»[17].
Inoltre: «Il Governo di Israele» rifiuta categoricamente la costituzione di uno Stato arabo-palestinese a ovest del fiume Giordano. I palestinesi possono condurre le loro vite liberamente in un quadro di autonomia, ma non come uno Stato indipendente e sovrano. Così, per esempio, in materia di politica estera, sicurezza, immigrazione e ecologia, la loro attività sarà delimitata in accordo con gli imperativi dell’esistenza di Israele della sua sicurezza e dei suoi bisogni nazionali».
A partire dal 2009, in riferimento agli incarichi di governo, la posizione di Netanyahu si è cautamente moderata, anche se ha continuato a oscillare tra il rifiuto di qualsiasi Stato palestinese e la accettazione della teoria dei due Stati a certe condizioni. È chiaro che questa ambiguità è dovuta alle esigenze delle campagne elettorali, allo scopo di accontentare i suoi alleati estremisti religiosi di destra. La carta del Likud del maggio 2014 è ancor più vaga e ambigua. Sebbene questa contenga degli impegni a rafforzare gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, non esclude esplicitamente la costituzione di uno Stato Palestinese.
Il Likud attualmente (almeno fino a prima della guerra del 7 ottobre 2023) sostiene seppure assai ambiguamente la soluzione dei due Stati, per risolvere il conflitto israelo-palestinese, ma è molto cauto e ritiene che il riconoscimento dello Stato di Palestina sia subordinato alla piena accettazione dell’esistenza di Israele da parte di tutte le forze politiche palestinesi. In alternativa considera la soluzione a stato unico dell’opzione giordana, il cosiddetto Piano Elon. In sintesi, secondo il piano, sarebbe previsto un ridisegno dei territori della Cisgiordania che in parte tornerebbero alla Giordania, dove verrebbero trasferiti la gran parte dei palestinesi. La Giordania diverrebbe così lo Stato palestinese ufficiale. Il Piano è sostenuto dalla destra israeliana e in particolare da Netanyahu e Lieberman. Il Piano Lieberman ne è una variazione. Il Piano Elon è stato rifiutato da quasi tutti ed è stato accusato di voler realizzare una sorta di pulizia etnica.
È assai probabile – questa è una nostra valutazione – che l’accettazione della soluzione a due Stati costituisca piuttosto un paravento di fronte alla opinione pubblica internazionale. È un dato di fatto che gli insediamenti continuano e l’appoggio ai coloni, anche dei settlement illegali, non è mai venuto meno. I partiti religiosi, con cui puntualmente si coalizza Netanyahu, di norma rifiutano radicalmente la soluzione dei due Stati.
Alle elezioni del 2022 il Likud ha preso il 23,41% e ha guadagnato 32 seggi.
22. Abbiamo poi il Partito di Unità Nazionale. Si tratta di un partito sionista, nazionalista, conservatore e laico. Si tratta di una coalizione, una di quelle coalizioni momentanee che imperversano nel nuovo corso politico israeliano. Tra il 1999 e il 2013 questa sigla indicava una coalizione tra tre partitini personali. Nelle elezioni del 2022 che stiamo esaminando, consiste di una coalizione tra due partiti principali, Resilienza (Hosen LeYisrael) del leader Benny Gantz, che è un ex generale dell’IDF, e Nuova Speranza del leader Gideon Sa’ar (che è proveniente dal Likud). A costoro si sono uniti anche altri 2 indipendenti come Gadi Eizenkot (esponente militare) e Matan Kahana (proveniente da Yamina). È un partito assai vicino agli ambienti militari, assai sensibile alle questioni territoriali e di sicurezza interna ed esterna.
Vediamo brevemente i principali componenti. Blu e Bianco-Resilienza (noto anche come “Blu and White Israel Resilience Party”[18]) è stato fondato dal generale e imprenditore Benny Gantz nel 2018, quando decise di entrare in politica. Il programma è tipicamente sionista. Afferma Wikipedia: «Nel suo maggior discorso politico, il 29 gennaio 2019, Ganz s’impegnò per rafforzare gli insediamenti in Cisgiordania e affermò che Israele non avrebbe mai lasciato il Golan. Egli non sostenne né rifiutò la soluzione a due Stati per la questione palestinese. “La Valle del Giordano sarà il nostro confine, ma non permetteremo che milioni di palestinesi che vivono oltre la recinzione mettano a repentaglio la nostra identità come Stato ebraico”[19]. Decisamente ambiguo. Successivamente ha proposto: «la creazione unilaterale di una “entità” palestinese contigua sul 65% della Cisgiordania e il congelamento della costruzione negli insediamenti al di fuori dei principali blocchi di insediamenti che si prevede verranno mantenuti in un futuro accordo di pace». Questo per scongiurare la soluzione a un solo Stato, da lui considerata come una minaccia esistenziale per Israele. Insomma, una sorta di spartizione della Cisgiordania.
A proposito di Nuova Speranza di Gideon Sa’ar, definito come partito conservatore, recita Wikipedia: «Nuova Speranza concepisce lo Stato di Israele come lo Stato nazionale del popolo ebraico e attribuisce rilevanza agli aspetti militari, economici, tecnologici e di ricerca, nonché agli insediamenti, con supporto all’immigrazione in Israele. Il partito considera problematiche le divisioni sociali all’interno di Israele e promette di impegnarsi per la riconciliazione e per sviluppare le interrelazioni tra le diverse componenti della nazione». Il leader Sa’ar ha dichiarato che si oppone alla soluzione a due Stati. Nel 2020 ha dichiarato: “Tra il Giordano e il mare non ci può essere un altro Stato indipendente”. È tra i sostenitori dell’annessione della Cisgiordania. I palestinesi dovrebbero trovare una loro sistemazione in una federazione con la Giordania (dove dovrebbero presumibilmente trasferirsi). È una posizione analoga a quella di Lieberman.
Insomma, il Partito di Unità Nazionale è un blocco sionista che si rende conto della necessità di un qualche aggiustamento territoriale ma che intende cedere il meno possibile (cioè poco o nulla) ai palestinesi. Nelle elezioni del 2022 il Partito di Unità Nazionale ha guadagnato il 9,08% e ha conseguito 12 seggi. Il Partito di Ganz non faceva parte in origine del governo Netanyahu VI. Dopo i fatti di Gaza del 7 ottobre 2022 è entrato a sostenere il governo nel gabinetto di guerra. Il leader Gantz viene da molti osservatori considerato come il possibile successore di Netanyahu.
23. Nel campo del centro destra abbiamo infine Israel Beitenu (“Israele casa nostra”). Si tratta anche in questo caso di un partito che proviene da fuoriusciti del Likud. Il suo leader è Avigdor Lieberman. Il Partito dichiara anch’esso di ispirarsi alle idee del sionismo revisionista di Vladimir Žabotinskij. Si tratta di un partito sionista, liberal-conservatore, nazionalista, tuttavia in un certo senso laico, poiché propende per la separazione tra politica e religione. Questo anche se concorda nel considerare Israele “lo Stato degli ebrei”. È caratterizzato da un certo anticlericalismo ed è posizionato contro il sionismo religioso e contro le altre correnti religiose ultraortodosse antisioniste. Ritiene che anche gli ortodossi debbano fare il servizio militare. Presenta tuttavia anche un anti islamismo marcato.
Si tratta tendenzialmente di un partito a sfondo etnico, poiché rappresenta soprattutto gli immigrati provenienti dall’ex blocco orientale, soprattutto di lingua russa[20]. Tuttavia sta espandendo la sua influenza anche verso altri gruppi. Ritiene necessaria la fedeltà allo Stato da parte di tutti cittadini e propugna una linea dura nei confronti del terrorismo palestinese.
Per quanto riguarda la questione palestinese è favorevole alla soluzione dei due Stati che dovrebbe tuttavia essere conseguita in un modo particolare. Secondo il Piano Lieberman sarebbe possibile operare uno scambio di territori, non attualmente popolati, tra israeliani e palestinesi, con lo scopo di consolidare un minimo di continuità tra i territori dei due rispettivi Stati. Il Piano è stato tuttavia assai criticato. Comunque Lieberman sostiene attivamente i coloni e si è fatto recentemente sostenitore dell’iniziativa di distribuire armi ai coloni della Cisgiordania.
Alle elezioni del 2022 ha preso il 4,5% ottenendo 6 seggi.
In tutto, il centro destra non religioso, per come lo abbiamo classificato, vale nel 2022 il 36,99%. Si noti che non necessariamente i partiti di centro destra tendono a confluire tutti nella stessa coalizione di governo, data la concorrenza della destra religiosa. L’attuale governo Netanyahu VI si basa su una coalizione del Likud con i partiti della destra religiosa, cui si è aggiunto ora il Partito di Ganz nel gabinetto di guerra. Come si vede, a parte il Likud, si tratta di partiti e/o coalizioni messe in atto da leader che hanno soprattutto lo scopo di ottenere qualche successo elettorale, dove conta soprattutto la personalità del candidato più che il programma elettorale. Sono coalizioni che si fanno e disfanno e durano il tempo di una elezione. Lo stile è decisamente quello populista. Questi partiti e/o coalizioni sono il frutto e la causa della instabilità politica della Israele degli ultimi anni. Instabilità che ha determinato un frequente ricorso alle urne e un vero e proprio mercato elettorale in senso deleterio.
Il mondo della Destra religiosa israeliana e i suoi partiti
24. Resta da esaminare ancora la parte più caratteristica del panorama politico israeliano e cioè la destra religiosa ebraica. In questo campo la frammentazione è davvero enorme e per di più le distinzioni tra le diverse formazioni sono senz’altro di difficile comprensione agli osservatori esterni. Citerò solo i gruppi più importanti che si sono presentati alle elezioni del 2022. Oltre alla grande frammentazione c’è, anche in questa area, il fenomeno della formazione – a ogni nuova elezione – di alleanze elettorali che rispondono sempre più a strategie momentanee.
25. Per capire il complesso mondo della destra religiosa ebraica occorre comprendere, in via preliminare, alcuni aspetti del mondo degli ebrei ortodossi e/o ultraortodossi[21]. Sul piano della mera figurazione, sono quei personaggi che portano barba lunga (i maschi sono tra loro quelli che si esibiscono maggiormente) cappello nero a larga tesa, giacche e cappotti di colore scuro ed esibiscono contrassegni identitari come ad esempio le celebri treccioline. Il nome comune che può essere loro applicato è quello di haredim, che tradotto significa “i timorati” o “i tremolanti” (cioè, coloro che tremano di fronte alla parola del Signore). Gli haredim sono divisi tra loro in un’infinità di correnti, spesso su base etnico-religiosa. I raggruppamenti più noti e diffusi sono gli aschenaziti (“tedeschi”, discendenti dagli ebrei del Centro Europa, cioè il gruppo originario che ha fondato Israele) e i mizrahì (genericamente “orientali”, provenienti in genere dal Medio Oriente ma anche dall’Africa settentrionale). All’interno di questi ultimi sono piuttosto ben caratterizzati i sefarditi (“spagnoli”, lontani discendenti dagli ebrei spagnoli). Tra gli haredim c’è una concorrenza piuttosto feroce, una gerarchia di prestigio, e talvolta sono presenti varie forme di emarginazione e razzismo.
Gli haredim seguono, seppure con diversi gradi di radicalità, la Halakhah, la legge fondamentale ebraica, costruita rigorosamente in base ai precetti biblici. Per intenderci, la Halakhah sarebbe il corrispettivo ebraico della shari’a musulmana. Si tratta cioè di una sorta di legge civile ricavata direttamente dal testo religioso. Come si sa, seppure a seconda delle varie osservanze, i precetti biblici sono numerosissimi e tali da regolare ogni minimo aspetto della vita quotidiana, tutte le relazioni sociali e il diritto familiare, nonché molti aspetti della vita economica. Per quel che concerne il nostro argomento, occorre comprendere che gli haredim, a seconda delle loro specifiche affiliazioni, hanno atteggiamenti davvero assai diversi nei confronti della politica e soprattutto dello Stato. Ciò ha a che fare con il fatto ovvio che la legge religiosa fondata sulla Bibbia ha poco o nulla a che vedere con le leggi degli Stati nazionali tipici della modernità.
Ci sono anzitutto coloro che riconoscono soltanto la Halakhah e che non riconoscono affatto le leggi dello Stato. Per costoro, lo Stato di Israele in pratica non esiste. In quanto esiste è blasfemo. Il vero Israele è per loro un’entità religiosa che si costituisce tra il popolo ebraico e Dio, attraverso la legge biblica. Da simili convinzioni deriva che il sionismo – il progetto della ricostituzione dello Stato degli ebrei – rappresenta, secondo costoro, una offesa alla volontà divina. Un atto di infinita presunzione. L’opposizione al sionismo da parte di queste correnti si basava fin dall’Ottocento (e si basa tuttora) su un tradizionale precetto che va sotto il nome dei «tre giuramenti» che sono di fatto tre divieti: è vietato agli ebrei organizzare un ritorno alla Terra d’Israele forzando il corso degli eventi; è vietato agli ebrei ribellarsi al potere costituito (straniero) che domina la Terra; è vietato agli ebrei fare un qualsiasi atto che forzi la venuta del Messia.
Tutto ciò si inquadra in un assoluto determinismo storico religioso: tutto ciò che accade dipende dalla volontà dell’Onnipotente. L’uomo può solo prendere atto e obbedire. Il ritorno a Sion avverrà non ad opera dell’uomo ma solo ed esclusivamente per volontà di Dio. La stessa diaspora è interpretata come segno della volontà divina. Questo orientamento è del tutto analogo a quello degli haredim che ritengono che lo sterminio degli ebrei (shoah) sia avvenuto in conformità con la volontà di Dio. Per costoro, la Shoah costituirebbe dunque un olocausto, cioè un “sacrificio” richiesto e imposto da Dio al suo popolo. Quando usiamo “Olocausto” al posto di Shoah, non facciamo altro che adottare implicitamente la visione della storia ebraica di questi ultra-fondamentalisti[22].
26. Le posizioni degli haredim più fondamentalisti creano innumerevoli punti di frizione con l’ordinamento dello Stato israeliano. Questo accade fin dalle origini. I casi più tipici riguardano la questione del diritto di famiglia (che in Israele è completamente demandato alla Halakhah e ai tribunali rabbinici) e la questione del servizio militare, per il quale i gruppi religiosi chiedono l’esenzione. Tuttavia, col trascorrere del tempo, l’opposizione al sionismo di una gran parte degli haredim si è progressivamente indebolita, fino a trovare un punto di convergenza. Oggi la gran parte degli Haredim ha sviluppato e sostiene posizioni sioniste di qualche tipo.
Il rabbino Abraham Isaac Kook (1865-1935) e il suo discendente Zvi Yehuda Kook (1891-1982) hanno sviluppato, a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, una versione messianica del sionismo, in base alla quale, sempre secondo una concezione di totale determinismo della storia, i successi effettivi del sionismo (i successi mondani dello Stato di Israele nelle guerre e nella colonizzazione) sarebbero stati di fatto guidati dalla mano di Dio, in un certo senso “inconsapevolmente”. Dunque il movimento sionista, seppure non religioso e considerato talvolta blasfemo, che ha dato vita allo Stato di Israele, costituirebbe esso stesso il Messia, un Messia non personale ma inviato da Dio e capace di guidare il popolo ebraico alla Terra promessa. La recente storia di Israele costituirebbe dunque un evento messianico guidato dalla mano di Dio che si svolge sotto i nostri occhi. Il sionismo sarebbe dunque uno strumento inconsapevole della volontà divina, di fronte al quale gli haredim devono rapportarsi. Naturalmente queste diverse concezioni si riverberano nella vita politica di Israele e nella costituzione di diversi partiti religiosi che possono anche trovarsi tra loro in contrapposizione, proprio sulla questione del sionismo.
Accanto al variegato mondo degli haredim (e spesso confusa con esso) si trova anche la categoria dell’ebraismo ortodosso moderno. Costoro in generale si sforzano di trovare forme di compatibilità tra la Halakhah e le esigenze del mondo moderno. In realtà spesso per loro si tratta per lo più di aggirare le norme della legge moderna per renderla compatibile con la Halakhah. Negli ospedali, ad esempio, anche chi non è ebreo si deve accontentare della cucina ebraica. Gli smartphone sarebbero proibiti, perché contrari alla legge ebraica ma sono consentiti quelli che hanno delle limitazioni funzionali poste dal costruttore (come quelle che noi usiamo per i bambini). Comunque, nella religione ebraica non esiste una gerarchia ecclesiale e le diverse autorità rabbiniche possono elaborare e imporre le teorie e le pratiche più diverse.
27. Dopo questa premessa possiamo ora entrare nel merito dei diversi partiti della destra religiosa israeliana.
Abbiamo anzitutto il Partito Sionista Religioso. Noto anche come Tkuma (“Resurrezione”). È un partito di estrema destra, caratterizzato da liberalismo economico, ultranazionalismo, sionismo religioso, conservatorismo religioso e populismo di destra. Il partito ha come riferimento soprattutto gli interessi degli haredim sionisti e dei coloni.
Il Partito Sionista Religioso ha attualmente come leader Bezalel Smotrich (che è l’attuale ministro delle finanze del governo Netanyahu VI). È un sostenitore dell’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, si oppone alla creazione di uno Stato palestinese e nega l’esistenza del popolo palestinese. Riporta Wikipedia il fatto di cronaca che: «La [sua] famiglia vive fuori dall’insediamento di Kedumim in Cisgiordania, in una casa che è stata costruita illegalmente al di fuori del territorio demaniale e in violazione del piano generale dell’insediamento». Insomma, un ministro del governo Netanyahu VI che vive ostentatamente nei territori occupati in un insediamento per di più illegale.
Questa formazione politica ha attraversato diverse denominazioni e cambiamenti, che riportiamo qui di seguito. La Casa Ebraica (2015-2019). Unione dei partiti di destra (2019). Yamina (2019). La Casa Ebraica-Tkuma (2019-2020). Yamina (2020-2021). E infine Partito Sionista Religioso (2021- presente). Questo solo per sottolineare che la personalizzazione e la frantumazione non è solo caratteristica dei partiti laici. Ad ogni modo, tra i partiti religiosi è il meno legato ai gruppi religiosi tradizionali.
Per le elezioni del 2022 il Partito Sionista Religioso ha formato una lista di coalizione insieme al partito kahanista Otzma Yehudit e al partito anti-LGBT Noam. Può essere interessante sapere qualcosa in più su queste due formazioni.
Otzma Yehudit è un partito kahanista, sionista religioso, antiarabo e ultranazionalista. Il kahanismo fa riferimento al rabbino Meir Kahane (seguace delle idee di Kook il giovane) che ha dato vita a una forma di estremismo religioso, decisamente intollerante e a sfondo razzista. A lui si ispira il gruppo terrorista Jewis Defense League. Per costoro, la questione palestinese si risolve soltanto con la violenza e la guerra. Si tratta di formazioni che in Israele sono state addirittura proibite. Otzma Yehudit tuttavia si ispira esplicitamente seppure indirettamente proprio a queste ideologie di fondo. Il suo attuale leader è Itamar Ben-Gvir.
Noam è invece un partito religioso che intende difendere la famiglia tradizionale e combattere contro le aperture al mondo LGBT e le politiche gender. Il partito ha sia come presidente sia come leader spirituale due noti e prestigiosi rabbini. Il suo leader è Avi Maoz.
Alle elezioni del 2022 il Partito Sionista Religioso ha preso il 10,84% con 14 seggi. È tra i partiti che sostengono la coalizione del governo Netanyahu VI. Attualmente Avi Maoz è membro del governo Netanyahu VI e si occupa del Ministero dell’Educazione.
28. Lo Shas (“Unione internazionale dei sefarditi guardiani della Torah”) è un partito religioso, conservatore e nazionalista. Ha spesso collaborato con il Likud di Netanyahu, e ha ricoperto posizioni di governo. Sta nella coalizione dell’attuale governo Netanyahu VI. Il suo leader è Aryeh Deri. Il Partito rappresenta principalmente gli interessi degli ebrei haredim ultra ortodossi, soprattutto sefarditi e mizrahì, in gran parte immigrati dai paesi arabi. Tuttavia raccoglie nelle sue fila anche un elettorato di ortodossi moderni. La posizione del Partito è di aperta contrapposizione al gruppo degli askenaziti, che sono considerati dei privilegiati. La rivalità tra i due gruppi è così intensa che, secondo le consuetudini, sefarditi e askenaziti non possono neanche sposarsi tra loro. Shas raccoglie consensi anche tra i coloni. Recita Wikipedia: «Lo scopo statutario del partito è di “far tornare la corona all’antica gloria”, intendendo con ciò di proteggere l’eredità religiosa e culturale dell’ebraismo sefardita e di rettificare ciò che viene visto come “la continua discriminazione economica e sociale contro la popolazione sefardita di Israele». Shas si è fatto promotore per il finanziamento pubblico del suo particolare modello educativo, legato allo studio della Torah. Shas è intento a promuovere il recupero, nel campo legislativo, della Halakhah, cioè della legge ebraica. Il partito ha aderito al sionismo, è ostile ai palestinesi ed è avverso ai diritti per gli omosessuali. È stato accusato di maschilismo per il fatto di non avere donne tra i candidati.
Nelle elezioni del 2022 ha preso l’8,5% e ha ottenuto 11 seggi.
Abbiamo poi Yahadut haTorah, cioè “Ebraismo della Torah Unito”. È una coalizione religiosa che rappresenta soprattutto gli interessi degli haredim ashkenaziti. A differenza delle altre formazioni finora presentate, si tratta di una formazione non sionista. Si distinguono particolarmente per un uso avanzato della tecnologia della comunicazione. Leader del partito sono Yaakov Litzman e Moshe Gafni.
È anch’esso costituito da un’alleanza di due partiti politici. Uno è Unione di Israele (Agudat Yisrael) che segue lo hassidismo (corrente del misticismo ebraico) ashkenazita. È un partito storico, poiché fin dal 1890 si è opposto al sionismo (sulla base delle motivazioni che abbiamo già spiegato). La sua impostazione di fondo si basa sulla presa di distanza nei confronti dello Stato e delle cariche pubbliche. Tuttavia hanno talvolta partecipato a coalizioni di governo.
L’altro partito coalizzato è Bandiera della Torah (Degel HaTorah) vicina alla corrente dell’ebraismo lituano. “Bandiera della Torah” suona in 0pposizione alla bandiera di Israele, poiché costoro non riconoscono lo Stato secolare e tengono come legge solo la Torah. Di fatto sono dunque anti sionisti. Curiosamente, la corrente lituana per lungo tempo si è opposta allo hassidismo. Poi le divergenze sono state superate e ora, anche politicamente, possono ritrovarsi nello stesso partito in virtù del loro riconoscimento unicamente verso la legge della Torah. Queste formazioni sono tutte guidate da autorità religiose e sono interessate a promuovere i sistemi educativi delle rispettive parti. Questa coalizione è stata accusata di non consentire candidature delle donne. Nelle elezioni del 2022 Ebraismo della Torah Unito ha guadagnato il 5,9% con 7 seggi. La coalizione, nonostante il loro rifiuto dello Stato laico, fa parte del governo Netanyahu VI.
Per completare il quadro della destra religiosa, citiamo ancora un partitino che ha avuto diverse e travagliate vicende. La Casa Ebraica (HaBayit HaYehudi). La leader del partito, fino alle elezioni, è stata Hagit Moshe. Dopo le elezioni, nel 2023, il partito si è sciolto decidendo di confluire nel Partito Sionista religioso. Era un partito sionista di estrema destra) di impostazione religiosa. In passato aveva avuto come leader anche Naftali Bennett, noto politico israeliano che alle elezioni del 2022 non si è più presentato, ritirandosi dalla politica e tornando al mondo degli affari da cui proveniva. Si riferiva all’ebraismo ortodosso moderno, una posizione che avrebbe voluto conciliare la tradizione dell’ebraismo con la modernità. Caratterizzato da sionismo religioso, nazionalismo, conservatorismo religioso e conservatorismo sociale. Il partito era fautore dell’economia sociale di mercato. Difendeva gli interessi dei coloni degli insediamenti. Alle elezioni del 2022 ha guadagnato il 1,9%, ben al di sotto dello sbarramento. Non ha preso seggi.
Come si vede, la destra religiosa ebraica è anzitutto ripartita secondo le tradizionali linee di faglia etnico religiose. Su queste si innestano poi ulteriori divisioni, dovute ad apparentamenti con varie suggestioni di destra e al fenomeno della personalizzazione. Ci si può render conto di come il sionismo abbia avuto un notevole successo presso i gruppi religiosi, soprattutto col sionismo messianico dei Kook e di Kahane. In tutto, la destra religiosa vale il 26,16%.
La divisione dei poteri e l’attacco alla Corte Suprema
29. L’ultimo confuso periodo della vita politica israeliana ha visto una spaccatura radicale nel Paese – con ampie manifestazioni di Piazza – intorno a una proposta di legge di riforma della giustizia.
Apparentemente si tratta di una questione marginale, in realtà si tratta di una questione fondamentale che costituisce uno spartiacque tra uno Stato democratico e uno Stato autoritario. Oltre alla crisi dovuta all’instabilità elettorale degli ultimi 4 anni, in Israele si sta vivendo una crisi legata ai fondamenti stessi del sistema politico. Mi riferisco al conflitto intorno ai poteri della Corte suprema. Non si tratta soltanto di questioni legate alle inchieste sull’operato di Netanyahu[23]. La questione è strutturale e in effetti sembra proprio che sia in gioco il carattere democratico dello Stato israeliano stesso.
Israele non ha una Costituzione effettiva. Ai tempi della fondazione, nel 1948, c’era l’intendimento di procedere alla stesura di una Costituzione, ma poi – non stiamo qui a vedere perché nel dettaglio – non se ne è fatto nulla. La ragione di fondo è che se Israele avesse proceduto alla redazione di una Costituzione avrebbe dovuto dare una risposta a una serie di interrogativi cui nessuno aveva intenzione di rispondere. O a cui una qualsiasi risposta avrebbe prodotto spaccature catastrofiche. Intanto la determinazione dei confini, che hanno continuato a variare e che non sono ancora definiti dopo settant’anni. Avrebbe dovuto poi rispondere a una serie di questioni imbarazzanti relative alla cittadinanza. Avrebbe dovuto dire qualcosa di definitivo sulla Halakhah, la legge tradizionale ebraica che tuttora regola molte questioni civili, tra cui il diritto di famiglia. Avrebbe dovuto risolvere alcuni problemi inestricabili relativi al rapporto tra lo Stato e la religione ebraica. E avrebbe mostrato il carattere incompatibile delle diverse anime del sionismo.
La soluzione temporanea adottata – ormai di fatto definitiva – fu quella di considerare alcune delle leggi ordinarie prodotte nel tempo dalla Knesset come leggi fondamentali. L’idea è quella di costruire nel tempo una costituzione de facto facendo la collazione delle leggi fondamentali. Finora le leggi fondamentali riconosciute sono in numero di 13. La Knesset dunque esercita contemporaneamente, e confusamente, il potere costituente e il potere costituito.
In Israele vige la divisione dei poteri e il potere giudiziario è affidato a una Corte suprema. Col tempo, la Corte suprema ha cominciato a esercitare anche la funzione di controllo di costituzionalità delle leggi: il che vuol dire che la Knesset non può produrre leggi che siano in contrasto con le leggi fondamentali, già riconosciute. Ma ciò non basta perché le leggi fondamentali sono in fieri, data la situazione. Perciò la Corte agisce anche in base a un “principio di ragionevolezza” che, in fin dei conti, si auto fonda. In questo modo piuttosto contorto si assicura che il potere giudiziario possieda una sua indipendenza, in base alla quale si possa effettuale il controllo di costituzionalità delle leggi ordinarie.
La riforma della giustizia di Netanyahu è un pacchetto di diverse norme. Le più significative riguardano anzitutto il meccanismo di nomina dei giudici della Corte suprema. Attualmente i giudici sono nominati da una commissione di nove membri di cui tre giudici, quattro politici e due avvocati. In pratica, questa commissione designa automaticamente i candidati scelti dai giudici stessi. Il tentativo implicito della riforma è quello di subordinare la Corte Suprema al potere esecutivo. Il che costituirebbe una specie di colpo di stato ai danni del potere giudiziario. E vanificherebbe la divisione dei poteri tipica degli Stati liberaldemocratici.
Un’altra norma prevista dalla riforma è proprio la abolizione della “clausola di ragionevolezza” in base alla quale è attribuita alla Corte la possibilità di annullare provvedimenti del governo ritenuti incostituzionali. Oppure la prerogativa di annullare una legge della Knesset, anche se dichiarata come fondamentale. Tanto per capire il problema, un anno fa, grazie al principio della “clausola di ragionevolezza” la Corte suprema aveva determinato l’esclusione dal governo di Arieh Deri, leader del partito Shas, dopo che i giudici avevano stabilito che sarebbe stato “irragionevole” affidargli la carica di ministro degli interni – come fortemente voluto da Netanyahu – in quanto il candidato era stato condannato più volte per reati fiscali.
Di recente, il 1 di gennaio 2024, la Corte suprema ha deciso che la proposta di legge di riforma della giustizia, appoggiata dalla destra, è incostituzionale. La Corte in particolare ha dichiarato incostituzionale la proposta di abolizione della “clausola di ragionevolezza” e ha rivendicato anche la prerogativa di potere eventualmente annullare una legge fondamentale, il che sarebbe lecito “in casi eccezionali ed estremi nei quali la Knesset abbia varcato i limiti della sua autorità prestabilita”. Tra le motivazioni la Corte ha spiegato che questa decisione è dovuta “al grave danno senza precedenti” che una simile legge causerebbe “alle caratteristiche fondamentali dello Stato di Israele come stato democratico”.
Per cui, per ora questo capitolo sembra chiuso, anche se quella coalizione di interessi volta a rafforzare l’esecutivo ai danni del giudiziario potrebbe cercare altre strade per raggiungere i suoi obiettivi.
Le quattro tribù e i gravi problemi di coesione interna
30. Nonostante la relativa crisi del sistema politico, la società israeliana è andata soggetta a rapide trasformazioni che tuttavia stanno piuttosto minando la stabilità stessa del Paese. Nel 2015, l’allora Presidente di Israele Reuven Rivlin[24] pronunciò un discorso su Le quattro tribù di Israele che era stato riportato anche sulla nostra rivista Limes[25]. Le quattro tribù sono gli ebrei laici, gli ebrei religiosi, gli ultraortodossi e gli arabi.
Dice Rivlin, nel suo discorso del 2015: «Nel 1990, […], la società israeliana vedeva una netta maggioranza laica sionista e tre gruppi minoritari: ebrei religiosi, arabi e ultraortodossi. Mentre gran parte dell’opinione pubblica, della stampa e della politica israeliane sono rimaste ferme a questo schema, la realtà è cambiata totalmente. Oggi le prime elementari sono composte al 38% da ebrei laici, al 15% da ebrei religiosi, al 25% circa da arabi e quasi al 25% da ultraortodossi. […] la società risulta composta da quattro settori o, se volete, da quattro «tribù» principali, radicalmente diverse le une dalle altre e numericamente sempre più simili. Che ci piaccia o meno, la struttura della società israeliana e, dunque, lo Stato di Israele, stanno cambiando sotto i nostri occhi.»[26].
Continua così l’analisi: «Questa profonda divisione della società israeliana trova espressione principalmente nella presenza di diversi sistemi d’istruzione. Mentre gli ebrei askenaziti e sefarditi, di destra e di sinistra, mandano in genere i loro figli nelle stesse scuole, i bambini nati in Israele e appartenenti a gruppi sociali diversi sono di norma mandati in scuole diverse, il cui fine è inculcare nel bambino una cultura, un’etica, una religione e persino un’identità nazionale specifica. Un bambino di Bet ‘El, uno di Rahat, uno di Herzliya e uno di Beitar ‘Illiyt non solo non si incontrano mai, ma sono anche educati a visioni completamente diverse dello Stato di Israele e dei suoi valori fondamentali. Uno Stato siffatto sarà secolare, liberale, ebreo e democratico? Sarà uno Stato basato sulla legge religiosa ebraica? O uno Stato religioso e democratico? Sarà uno Stato di tutti i cittadini, di tutte le etnie? O sarà una giustapposizione di tribù? Analogamente, ogni tribù ha le sue piattaforme mediatiche, giornali, canali televisivi. Ogni tribù ha anche le sue città: Tel Aviv ospita una tribù, al pari di Umm al-Faõm, ‘Efrat, Bnei Braq. In Israele i sistemi di base che formano la coscienza delle persone sono tribali e separati e con ogni probabilità lo rimarranno».
Continua così l’analisi di Rivlin: «La politica israeliana è costruita in gran parte su un gioco intertribale a somma zero. Una tribù, gli arabi, per sua scelta o meno, non è realmente parte del gioco. Le altre tre sembrano assorbite da una lotta per la sopravvivenza, una guerra per le risorse all’istruzione, all’edilizia o alle infrastrutture, combattuta da ognuna a esclusivo vantaggio del proprio campo. Nel «nuovo ordine israeliano», in cui ogni componente sociale si percepisce come minoranza, questa dinamica sarà ancor più deleteria. Ma al di là di questo, dobbiamo esaminare le implicazioni morali e sociali del «nuovo ordine». Dobbiamo chiederci onestamente: cos’hanno in comune i vari settori della popolazione? Abbiamo un alfabeto civile condiviso, un’etica collettiva? Condividiamo un comun denominatore di valori capace di unire insieme i vari gruppi nello Stato ebraico e democratico di Israele? In passato, le Forze di difesa israeliane erano uno strumento cardine nella formazione del carattere israeliano. Nell’esercito la società israeliana poteva confrontarsi, consolidarsi e formarsi moralmente, socialmente e per molti versi economicamente. Tuttavia, nell’ordine israeliano emergente oltre metà della popolazione è esente dal servizio di leva. Sicché gli israeliani si incontrano per la prima volta, se va bene, sul luogo di lavoro. L’ignoranza reciproca e la mancanza di un linguaggio comune tra i quattro gruppi principali aumenta la tensione, la paura, l’ostilità e la rivalità reciproche».
Sebbene Rivlin, nel proseguimento del suo discorso, indichi poi una serie di indirizzi e di provvedimenti per far fronte alla situazione, le sue parole sono davvero sconsolanti. Il sistema di istruzione separa i diversi gruppi e l’esercito non riesce neanche più a svolgere una funzione di amalgama dei vari gruppi sociali. Mentre la politica è sempre più confinata nel gioco particolaristico.
Queste citazioni di Rivlin che abbiamo riportato contribuiscono senz’altro a fornire ulteriori elementi per una più chiara interpretazione dei risultati elettorali del 2022 e della complessa situazione del sistema politico israeliano. Sembra che Israele si stia muovendo verso una compartimentazione sempre più marcata e verso l’impossibilità della costruzione di una comune identità nazionale. Un vuoto interno che sembra essere l’esatto corrispettivo del vuoto strategico in politica internazionale, dove la “questione palestinese” si trascina da 75 anni, senza alcun barlume di soluzione. Anzi, con la prospettiva di un aggravamento.
Israele e il “sionismo reale”
31. Possiamo intendere le parole di Rivlin in una prospettiva storica appena un poco più ampia. Per questo scopo mi proverò a introdurre una categoria storico-interpretativa relativamente poco usata: la categoria del sionismo reale.
Si può dire che nel 1948 – nel bene o nel male – il sionismo socialista nazionalista (secondo la definizione di Sternhell) abbia vinto. Abbia compiuto con successo il compito della costruzione dello Stato nazionale. Abbia compiuto la sua rivoluzione nazionale. Secondo i programmi avrebbe dovuto realizzare una nuova forma di società (basata sul collettivismo nazionalista) e addirittura avrebbe dovuto sviluppare un nuovo modello di uomo (o modello di umanità). Per condurre fino in fondo il suo audace esperimento di ingegneria sociale, il sionismo originario (quello di Ben Gurion, per intenderci) ha goduto, oltre tutto, di molte condizioni favorevoli sia nel lungo periodo del Mandato sia nel corso di tutta la Guerra fredda).
Nel Novecento abbiamo visto diverse altre analoghe ideologie all’opera con l’intento di costituire una nuova società e un modello di uomo nuovo. Con esiti assai diversi. Col senno di poi è noto come ogni esperimento sociale di questo genere abbia finito per manifestare notevoli differenze tra la teoria e la pratica. Il che è del tutto normale; nella storia non sempre le ciambelle escono col buco. Solo quando, col passare del tempo, è diventato possibile mettere a confronto i risultati con i presupposti ideologici originari, si è finito spesso per dover prendere atto di una realtà di fatto ben diversa dalle intenzioni. Nel caso nostro, la realtà di fatto è, in soldoni, il nostro sionismoreale. Esattamente come abbiamo avuto un comunismo reale o, per stare al nostro Occidente, una democrazia reale. Sappiamo bene che le situazioni reali sono di solito meno entusiasmanti e assai più prosaiche delle teorie.
Oggi ci troviamo dunque di fronte al sionismo reale, con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni. Nel corso di questo scritto abbiamo già accennato alle profonde trasformazioni intervenute nell’ambito del sionismo. Dobbiamo allora domandarci seriamente in cosa consistano queste trasformazioni e quali siano le loro conseguenze. Arturo Marzano[27] ha ricordato con estrema chiarezza come, nel corso della Storia di Israele, non ci sia stato un unico sionismo e che, pertanto, sia necessario parlare di sionismi al plurale. In sintesi, i sionismi che Israele ha sperimentato nella sua storia sono almeno tre: 1) il sionismo socialista nazionalista, del quale e della cui crisi abbiamo abbondantemente trattato; 2) il sionismo revisionista e liberal militare e 3) il sionismo messianico. Mentre il primo, come si è visto, è ormai tramontato, gli ultimi due sono ancora ben vivi e vegeti. Il sionismo reale che ci interessa, quello che conferisce attualmente la sua forma alla società israeliana, è sostanzialmente un intreccio tra gli ultimi due.
Si tratta di un processo trasformativo che può essere inquadrato nell’ambito più generale della cosiddetta fine delle ideologie, processo di notevole importanza che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento[28].
32. Per capire bene la questione c’è bisogno di alcuni elementi di teoria. Le ideologie (almeno quelle del Novecento) sono state delle macchine trasformative del mondo sociale che hanno operato sia dal basso (piuttosto raramente) sia dall’alto (assai frequentemente). È accaduto piuttosto frequentemente che le ideologie siano state coltivate da una minoranza attiva che è riuscita a prendere il potere e che ha cercato poi di organizzare la società intera a sua immagine e somiglianza, spesso in maniera totale. Il prototipo storico di questa prassi è stato il giacobinismo. Nei processi di nation building è accaduto spesso che questa fosse la prassi. Il sionismo storico è stato un processo di nation building costruito proprio in questo modo, attraverso un intervento organizzato dall’alto. Un intervento che di fatto ha avuto successo, dunque si sarebbe trattato di una ideologia realizzata. Tuttavia il sionismo, sporcandosi le mani nella traduzione pratica della sua ideologia è andato incontro a processi di trasformazione e/o di degradazione che hanno avuto come risultato proprio quello che abbiamo definito come un sionismo reale. Il sionismo da modello teorico che era è diventato così discutibile. Confrontabile con i suoi risultati. È diventato possibile confrontare criticamente le premesse ideologiche con le realizzazioni pratiche. In questo senso, discutere criticamente le realizzazioni del sionismo non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo, come qualcuno fanaticamente sostiene.
Se per caso la realtà non mostra la compiuta realizzazione delle premesse ideologiche, o se la realtà si mostra nettamente inferiore alle premesse, o mostra conseguenze perverse, allora è facile che la costruzione creata possa vacillare, mostri segni di crisi, fino addirittura a sfasciarsi a partire dal suo interno stesso. Financo senza alcun intervento dall’esterno. Situazioni del genere sono ben note a proposito del comunismo o socialismo reale. Si pensi alla Jugoslavia o alla Unione Sovietica.
Cosa accade in questi casi? I trend dello sfaldamento dei grandi progetti ideologici sono ormai ben noti, sulla base di una ampia documentazione storica: a) la costruzione della entità politica in questione si cristallizza, fino a far riemergere come istanze autonome i segmenti sociali più elementari di tipo etnico e/o etnico religioso, o i blocchi di interessi di tipo paramafioso, spesso in conflitto tra loro[29]; b) le istituzioni indebolite lasciano spazio all’emergere della personalizzazione del potere, alla formazione di trame oligarchiche spesso in conflitto tra loro. Accade, piuttosto inevitabilmente, che i nuovi oligarchi, oltre al potere economico, dispongano dell’esercizio di un potere militare (fino all’estremo degli eserciti privati). In simili situazioni, dopo il fallimento o il ridimensionamento del progetto, non accade quasi mai che si sviluppino processi di democratizzazione. Accade piuttosto che si dia luogo a varie forme di conflittualità interna tra gruppi fra loro irriducibili, per interessi, differenze, residui ideologici, particolarismi vari. L’instabilità e l’insicurezza che ne derivano incentivano la domanda di maggiore forza, di violenza, di autorità. Così la strada è aperta verso democrazie autoritarie, democrature e simili. Naturalmente, ogni specifica situazione avrà il suo specifico decorso.
33. La descrizione di Rivlin della società israeliana di oggi, aspramente compartimentata, caratterizzata da interessi contrapposti, priva di una identità unificatrice, è del tutto consona al quadro concettuale che abbiamo tracciato. I processi disgregativi, oltre a un certo livello, tendono ad andare per conto loro e ogni tentativo di fermarli tende a generare ulteriori effetti controproducenti. Spesso accade che l’uso della forza possa sembrare l’unica alternativa possibile. Si pensi, in un’altra situazione, ai tentativi criminali di Mladic e Milosevic di tenere insieme la Jugoslavia.
Se guardiamo allo Stato di Israele sotto questo profilo, otteniamo un quadro complessivo davvero assai allarmante. I coloni in Cisgiordania – armati – sono pronti alla guerra civile contro i palestinesi. I palestinesi della Cisgiordania dal canto loro potrebbero dare luogo a qualcosa come una nuova intifada. Gli arabi israeliani sono considerati e si considerano come degli estranei in patria. Del sionismo originario il Likud ha mantenuto solo l’indirizzo espansivo coloniale per la Grande Israele e la prospettiva antiaraba. I gruppi religiosi e i loro leader sionisti messianici sono sempre più numerosi ed estremizzati. I laici sono sempre più in minoranza. Per non parlare della cintura di campi profughi[30] che circonda Israele e della presenza delle forze ostili di Hezbollah alla frontiera a nord del Paese.
Israele avrebbe bisogno oggi di una élite di politici democratici che non c’è, e che il sionismo in tutte le sue versioni non ha provveduto a formare. Una élite bene intenzionata e capace di fermare uno scempio che dura da 75 anni. I progressisti rimpiangono Rabin, ma nessuno si dà da fare per allevare e crescere nuovi Rabin. Yesh Atid, il partito centrista progressista del ceto medio/alto ha preso il 17%! Fa pena pensare ai cinque del Gabinettodi guerra (uomini di destra quasi tutti provenienti dall’ambiente politico militare) che stanno dirigendo la guerra ad Hamas a nome di tutti gli altri. In una situazione nella quale occorrerebbe una risposta politica, Israele oggi riesce soltanto a dare una risposta militare. In contrasto con la comunità internazionale e con l’opinione pubblica internazionale. Del resto la maggioranza della sua classe politica proviene dagli ambienti militari.
Problemi e prospettive
34. Che ne è del progetto sionista? Israele è uno Stato compiuto? Israele è un Paese democratico? La soluzione dei «due popoli, due Stati» – della quale tutti parlano – è davvero possibile?
Sono questioni della massima importanza. Sono tuttavia questioni cui ormai non si può più sfuggire. Altrimenti qualsiasi discorso sulla Questione palestinese rischia solo di aleggiare nel vuoto.
La prima questione è tutto sommato la meno complicata da risolvere. Israele possiede – come si è visto ampiamente – molti aspetti della democrazia formale. Ci sono le elezioni, c’è la divisione dei poteri, sono garantite talune libertà individuali, e così via. Questo tuttavia vale anche per la Russia di Putin. Eppure nessuno direbbe che la Russia odierna è uno Stato democratico.
Ma vediamo. Intanto Israele non ha una costituzione.
Non ha una definizione precisa dei suoi confini. E non si tratta di marginali contese confinarie. Si tratta di questioni confinarie di tipo sostantivo.
I suoi cittadini sono discriminati su base etnica e religiosa. (apartheid) Legge religiosa e legge civile.
L’apparato militare funge costantemente da polizia interna. Politica estera aggressiva e condizione di Stato occupante a Gaza, in Cisgiordania, nel Golan e a Gerusalemme est.
Abbiamo un progetto autoritario in corso [nomina del giudiziario da parte dell’esecutivo] che tuttavia per ora è stato cassato dalla Corte suprema. Ma che è destinato a ripresentarsi.
Test: faresti entrare Israele nella UE?
35. L’opinione pubblica internazionale continua a recitare ritualmente che occorre la soluzione «Due popoli, due Stati». Fingono di crederci tutti. Ma sono parole al vento. In realtà quella soluzione forse non è mai stata davvero possibile. Ma sicuramente è diventata impossibile ora. È stata resa progressivamente impossibile attraverso una serie di piccoli passi che ormai hanno creato una situazione irreversibile.
Il problema dei coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Il problema di Gaza.
Per favore, smettiamola con le ipocrisie.
36. Dopo avere – si spera – reso più comprensibile l’attuale sistema politico israeliano, proverò ad avanzare alcune questioni interpretative di ordine più generale, che sono tuttavia le questioni che stanno a cuore al pubblico internazionale.
Le questioni sono tre: 1) Israele è un paese democratico? 2) La soluzione dei «due popoli, due Stati» è davvero possibile? 3) Il progetto sionista è fallito e Israele è destinato a implodere per i suoi problemi interni irrisolti?
Mi pare obbligatoria una premessa, onde scoraggiare le fatiche di coloro che sono pronti ad accusare l’autore di essere un detrattore di Israele e magari un antisemita. Penso che Israele non avesse alcun particolare “diritto” a costituirsi come Stato, nel 1948. Come penso che l’ideologia sionista del secolo precedente fosse un coacervo confuso e arbitrario di teorie socialiste, nazionaliste, colonialiste e para religiose. Penso anzi che il sionismo debba correttamente essere accomunato alle ideologie nefaste del XX secolo.
Ciò detto, Israele ha pienamente guadagnato il diritto di esistere per il semplice fatto che ha vinto tutte le guerre con cui si voleva impedire la sua esistenza. E poi anche per il fatto che ha – parzialmente – avuto l’avallo a costituirsi dall’ONU, cioè da una Organizzazione internazionale di Stati sovrani (anche se la procedura di costituzione è stata poi altamente irregolare[31]). La storia funziona anche e soprattutto in questo modo. Sono passati 75 anni. Se Israele mai sparirà non sarà certo per i suoi bellicosi vicini ma piuttosto per le sue contraddizioni interne che – vedremo – non sono poche. Il peggior nemico di Israele è Israele stesso.
Aggiungo che non basta, per delegittimare Israele in termini di esistenza, fare il lungo elenco dei suoi «peccati originali» [il terrorismo, il colonialismo, la pulizia etnica, l’occupazione dei territori, le gravi inadempienze verso l’ONU, …]
37. La questione della nascita di Israele. O se si vuole, della sua legittimità. Tralasciando i discorsi ideologici sulla presenza storica degli ebrei in Palestina ai tempi biblici, che sono semplicemente demenziali, occorre considerare che il tutto va inquadrato nella ideologia sionista, che è una manifestazione tipica del nazionalismo ottocentesco che, come è noto, ha assunto le forme più svariate.
È chiaro che il nazionalismo sionista aveva un suo nucleo nella ideologia imperialistico coloniale. Basta leggere Herzl. Quando il sionismo ha cominciato a diffondersi, la Palestina era governata dal decrepito impero ottomano. In quel contesto, fu un fatto, conseguenza della ideologia sionista, l’inizio della colonizzazione, l’inizio delle diverse aliya (ascensioni). La colonizzazione procedeva in forma legale mediante l’acquisto della terra. I latifondisti ottomani vendevano la terra, i coloni ebrei la comperavano e facevano lavorare solo lavoranti ebrei, così i lavoranti palestinesi trovavano meno spazio per le loro attività. Si trattava di un tipico conflitto relativo agli insediamenti.
Una svolta avvenne con l’assegnazione alla Gran Bretagna del Mandato da parte della SDN. I mandati avevano a che fare con il tentativo di superare il colonialismo. Partivano dal principio che certe popolazioni non avevano la capacità di autogovernarsi. Lo Stato mandatario aveva il compito di fare degli interventi tali da permettere alle popolazioni di diventare in grado di governarsi. Naturalmente una questione rilevante è la divisione territoriale che fu effettuata (compresa quella dei paesi confinanti), e dei problemi che solleverà. I britannici si trovarono tuttavia, sullo stesso territorio, due popolazioni decisamente eterogenee. Una era quella originaria. L’altra era quella della quale essi stessi avevano favorito l’insediamento.
Il Mandato ebbe inizio nel 1919 e terminò nel 1948. Il disastro di cui oggi siamo ancora testimoni fu approntato nell’ambito del Mandato. Non risulta che abbiano mai fatto ammenda.
È un fatto che i Britannici hanno reso possibile la crescita degli insediamenti. In taluni momenti li hanno favoriti; in altri momenti li hanno disincentivati. Certo, l’organizzazione sionista premeva per allargare. I sionisti nazionalisti non si sono curati degli effetti sulla popolazione palestinese. Erano poco più di un’impresa privata, diretta da motivazioni private, particolaristiche. Che aveva senz’altro un particolare tipo di investimento ideologico. La compagnia delle Indie comunque avrebbe fatto lo stesso. Avrebbero più o meno fatto lo stesso i coloni americani. Fa un po’ ribrezzo che a fare certe cose siano stati i perseguitati sopravvissuti della shoah, ma chi conosce la storia non si stupisce di nulla. I coloni del nord America erano religiosi anche loro.
Ci furono le rivolte arabe e gli inglesi tesero a chiudere i flussi. I coloni si diedero una organizzazione militare oltre che economica e di fatto scoppiò una specie di guerra civile. Tra arabi, coloni ebrei e Stato Mandatario.
L’ONU, sotto varie sollecitazioni, nel 1948 determinò la fine del mandato e la costituzione dei due Stati. Uno dei due si costituì effettivamente e si consolidò con la guerra, a partire dal 1948. Ci furono poi le successive guerre di difesa. Con ciò termina la rivoluzione nazionale di Israele, sebbene in modo irregolare. Fu una rivoluzione nazionale contestata e messa in discussione. Fu una rivoluzione nazionale compiuta ai danni della popolazione palestinese. La marea di campi profughi sta lì a testimoniare dello sfacelo. Nel contesto della rivoluzione nazionale ebraica ci fu la pulizia etnica palestinese (la nakba).
La guerra del 1967 fu un fatto nuovo, di fatto fu una guerra di attacco, guidata dalla ideologia sionista in politica estera. In sostanza il nazionalismo sionista che aveva svolto un ruolo di guida nella costituzione dello Stato nazione (nation building) diventa nazionalismo di conquista, di aggressione territoriale. Con l’aggravante della violazione delle deliberazioni dell’ONU. Questo nazionalismo aggressivo fu condotto prima dal sionismo socialista (1967-1977), poi dal sionismo revisionista e, contemporaneamente, dal sionismo messianico. Dalla fine della Guerra fredda in poi, il sionismo revisionista e quello messianico si sono stretti in un’alleanzastrutturale volta a realizzare la Grande Israele e a rendere di conseguenza la Palestina un bantustan.
Israele – con la ormai compiuta distruzione materiale di Gaza – ormai ha vinto militarmente e farà tutto quello che vuole. Ma non sa cosa vuole. Ma non ha una strategia, perché non è più in grado di averla. Perché è costretta a giocare continuamente al rialzo dai suoi appetiti scatenati. Come l’impero romano. Ma è cominciato il suo momento più pericoloso, perché ora il nemico più grande di Israele è proprio Israele. Le questioni irrisolte busseranno alla porta. Hamas è solo una di queste.
38. Il fallimento del sionismo. Non è la prima ideologia ad avere fallito. Togliamo le narrazioni superflue, … romantiche.
Cosa voleva ottenere? Uno Stato che riunisse tutti gli ebrei del mondo
Israele è senz’altro un prodotto del sionismo. Tuttavia nella sua storia si sono avvicendati diversi sionismi[32]. Almeno tre. Il sionismo socialista, il sionismo revisionista e il sionismo messianico. Quello socialista è ormai tramontato. A guidare politicamente Israele oggi è il blocco dei sionisti revisionisti uniti ai sionisti messianici. Solo così si spiega la politica di Netanyahu.
Appendice
Riportiamo qui – a scopo di ulteriore documentazione – una tabella relativa ai risultati delle elezioni del 2019, le elezioni di 4 anni or sono, quelle che hanno in un certo senso dato l’avvio al processo di instabilità del sistema elettorale che dura a tutt’oggi – e che probabilmente è destinato a durare.
Partito
Orientamento
Voti %
Seggi
Likud
[CD]
26,46
35
Blu e Bianco
26,13
35
Shas
[DR][S]
5,99
8
Ebraismo della Torah unito
[DR][S]
5,78
8
Hadash – Ta’al
[SR]
4,49
6
Partito laburista (Ha’Avodà)
[CS] [S]
4,43
6
Israel Beitenu
[CD][S]
4,01
5
Destra Unita
3,70
5
Meretz
[CS] [S]
3,63
4
Kulanu
3,54
4
Ra’am – Balad
[PA]
3,33
4
La Nuova Destra
3,22
–
Zehut
2,74
–
Gesher
1,73
–
Altri (29 formazioni)
0,77
–
Elezioni dell’aprile 2019. Non sono stati riportati i risultati dei partiti che hanno ottenuto meno dell’1%. CD = Centro Destra; DR= Destra religiosa. PA=Partito Arabo. S=Sionismo. SR= Sinistra radicale. Lo sbarramento è al 3,15%.
Riportiamo qui le informazioni basilari circa alcune formazioni che non compaiono più nelle elezioni del 2022.
Kulanu (“All of Us”) was a centrist political party in Israel founded by Moshe Kahlon that focused on economic and cost-of-living issues.
Zehut (“Identity”) was a right-libertarian and nationalist political party in Israel founded in 2015 by Moshe Feiglin. Its platform was centered around promoting individual liberty, including economic freedom, and annexing the West Bank. The party also advocated for legalization of cannabis.
Gesher è un partito di centro promosso dalla modella Orly Levy-Abekasis. Ha espresso posizioni affini a quelle di una sorta di sinistra del Likud, sensibile alla questione sociale. Nel 2021 è rientrata nel Likud.
La nuova destra. The New Right (HaYamin HeHadash) is a right-wing political party in Israel, established in December 2018 by Ayelet Shaked and Naftali Bennett. The New Right aims to be a right-wing party open to both religious and secular people. The party did not win any seats in the April 2019 election, though it won three seats in the subsequent election of September 2019, retained these in the March 2020 election and increased to seven seats in the 2021 Israeli legislative election. It is currently the sole member of the Yamina alliance.
Opere citate
2017 Marzano, Arturo – Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi, Carocci, Roma.
2015 Rivlin, Reuven – “Le quattro tribù di Israele”, in Limes, n. 10/2015: 141 e segg.
2023 Shamir, Michal & Rahat, Gideon (a cura di) – The Elections in Israel, 2019-2021, Routledge, London.
1998 Sternhell, Zeev – The Founding Myths of Israel, Princeton University Press, Princeton. Tr. it.: Nascita d’Israele. Miti, storia, contraddizioni, Baldini & Castoldi, Milano, 1999.
2001 Sullam Calimani, Anna-Vera – I nomi dello sterminio, Einaudi, Torino.
[5] Ad esempio, Sergio Della Pergola, su Limes, ha prodotto una classificazione leggermente diversa da quella che presentiamo. Per Della Pergola, Ysrael Beitenu sarebbe da considerarsi come partito trasversale. I partitelli che noi abbiamo considerato come radicali sarebbero poi in realtà partiti arabi. Unità nazionale sarebbe piuttosto un partito di centro e potrebbe essere assimilato con Yesh Atid.
[6]Otzma Yehudit e Noam alle elezioni del 2022 si erano presentati in coalizione con il Partito sionista religioso. Otzma Yehudit è un partito kahanista (dal nome del rabbino Meir Kahane) che predica l’espulsione dei cittadini arabi da Israele e la guerra ai palestinesi. Si tratta di un partito che sta sui limiti della legalità, poiché accusato di razzismo e di terrorismo (di destra!). Noam è invece un partito religioso, sionista, che si caratterizza per le sue posizioni anti LGBT e antifemministe.
[11] Anche se la precisa definizione di cosa significhi “essere ebreo” non è mai stata chiarita. La attuale definizione adottata è meramente formale e può creare problemi di vario genere.
[12] Questo governo di ampia coalizione, alternativo alla destra di Netanyahu, è durato per un breve periodo, dal 13 giugno 2021 fino al 30 giugno 2022.
[14] Gerusalemme Est fu annessa unilateralmente da Israele nel 1980 e le alture del Golan nel 1981. Su entrambe queste annessioni è ancora vivo un aspro contenzioso.
[15] In Israele il diritto di famiglia è riservato ai codici religiosi. Non esiste il matrimonio civile. Ogni gruppo religioso segue il suo codice religioso. Una donna che voglia divorziare deve presentarsi di fronte a una corte rabbinica che applica la Halakhah.
[16] Sono giunti pressoché alla guerra civile nel caso dell’affondamento della nave **.
[17] Riportato in Wikipedia nell’articolo “Likud” in lingua inglese.
[18] Cito il nome inglese poiché sono possibili traduzioni leggermente diverse. Da non confondere con una coalizione presentatasi in precedenza nel 2019 di nome Blu e Bianco, di cui faceva parte anche Yesh Atid.
[20] In seguito alla caduta dell’Unione Sovietica e all’apertura delle frontiere, Israele ha subito una vera e propria ondata migratoria che ha modificato la composizione della popolazione.
[21] Tra i due termini non c’è una distinzione consolidata.
[23] Nel 2019 Netanyahu è stato formalmente incriminato di corruzione, frode e abuso d’ufficio per modifiche legislative effettuate al fine di favorire aziende di comunicazione e importanti uomini d’affari.
[24] Si tratta di una carica dotata di pochi poteri, dal ruolo piuttosto simbolico. Forse per questo i Presidenti israeliani vedono cose che altri non vogliono vedere.
[28] Con ciò non intendo suggerire che le ideologie sia definitivamente finite. Anzi, è assai probabile che si tratti solo di un momento di crisi. La fabbrica delle ideologie è sempre al lavoro.
[29] Fabio Armao ha messo l’accento sui gruppi di interesse para mafiosi.
[30] Una delle questioni che ha sempre impedito qualsiasi trattativa di pace è quella dei campi profughi e del diritto al ritorno. Il fatto che Israele rifiuti da sempre qualsiasi apertura in tal senso la dice lunga.
[31] Le risoluzioni dell’ONU inattuate da Israele sono ormai più di 140. Da questo punto di vista – a meno che non si voglia sostenere che l’ONU è antisemita – sarebbe per lo meno da considerare Israele come Stato pervicacemente avverso alla comunità internazionale.
[32] Intorno alla varietà dei sionismi, si veda l’ottima sintesi in Marzano 2017.
Un altro Viandante ci ha lasciati. Ci ha lasciati attoniti per quanto è stata repentina la sua scomparsa, pieni di domande, di questioni che avremmo voluto discutere, di attese per le sue puntuali delucidazioni. Non potremo più sedere con lui al tavolo del bar, o passeggiare per via Dante infervorati nella discussione. Non potremo parlargli, ma Beppe ci parlerà ancora attraverso gli scritti suoi che andremo a ripescare e a proporre nel futuro prossimo. Per il momento però ci sembra giusto condividere le sobrie e sincere parole di commiato rivoltegli suCittà Futurada Pier Luigi Cavalchini. Pensiamo sintetizzino perfettamente l’immagine che gli amici avevano di lui, ciò che ha significato per chi lo frequentava o con lui collaborava, ed esprimano il senso di vuoto che la sua perdita ha prodotto.
Beppe Rinaldi ci ha lasciati. Se n’è andato in un altro “infinito” uno dei pilastri portanti della nostra redazione. Siamo costernati e, al tempo stesso, fieri di avere avuto un collaboratore, un amico, un esperto di Scuola, di Filosofia e di mille altri argomenti che ci ha onorato della sua presenza e della sua disponibilità. Un collega di valore che in più occasioni abbiamo avuto modo di apprezzare e, qualche volta, invidiare. Perché la sua facilità di apprendimento, la sua conoscenza smisurata, l’ampiezza dei suoi interessi, la capacità di fare di ogni secondo di vita un “momento prezioso e irripetibile” sono davvero perle rare. Così come la sua capacità di farsi capire, di spiegare concetti difficili e, per i più, complessi al limite della incomprensione. Per lui no. Non era così. E la capacità di leggere a fondo e memorizzare libri, di apprezzare audiovisivi di vario tipo, dalla musica più impegnata alla folk-music, dai film d’ “Essais” del Circolo del Cinema alle Commedie all’Italiana, ne sono una tangibile conferma. Tutto per lui aveva valore culturale e contribuiva a formare le coscienze, possibilmente collettive, cercando di superare il “particulare” da lui definito, in molte occasioni, nazional popolare. […] Si dice “che la terra ti sia lieve” … in questo caso ci sentiamo di aggiungere …. “ti sia lieve e soffice” … tanto da permettere che le tue idee, i tuoi scritti, le tue parole, continuino a risuonare e a ricordare che un altro mondo è possibile. Per questo tu hai vissuto e per questo ti ricordiamo con immenso affetto.
Pier Luigi Cavalchini, 07 luglio 2026
Aggiungo anche un messaggio arrivato sul sito il giorno precedente la scomparsa di Beppe, e che gli avevo immediatamente girato. Mi piace pensare sia l’ultima cosa che ha letto.
Ho, con colpevole ritardo, letto l’articolo di G. Rinaldi su Blade Runner. È una delle cose incredibilmente più profonde, intelligenti, interessanti che abbia mai letto. Sono ossessionato, affascinato, ispirato e sedotto da quel film da 44 anni, forse non ho mai nemmeno capito perché, al netto della ovvia passione per la fantascienza. Adesso scopro spiegazioni, forse non necessarie, ma straordinarie. Psicologia, o meglio psicoanalisi, pura. Poi ne parleremo. Se ti capita, fai i miei complimenti all’autore!
Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r.)
Gira ancora nei cinema Città di pianura, un film dolce e profondo che racconta le avventure di due cinquantenni alla deriva nei bar del Veneto, e di uno studente di architettura da svezzare. I giovani con cui l’ho visto mi han detto di averlo amato perché si sono immedesimati nei cinquantenni semi-alcolizzati. Anche loro, mi han detto, tirano la nottata per i bar e le strade della città, alla ricerca di qualcosa. Sul momento questa scelta di campo mi ha spiazzato. Poi mi sono ricordato che anche le mie notti dei vent’anni erano così. Quanta disperazione, quanta solitudine, quanta angoscia in quelle notti in cui nulla di ciò che vedevo mi somigliava. Nelle notti dei vent’anni ci si guarda attorno e si pensa davvero che la realtà sia tutta lì. Oggi credo che la differenza la faccia il modo in cui si vive il proprio radicamento. Alcuni passano la vita attorcigliati alle proprie radici, senza riuscire a distoglierne lo sguardo. Altri invece intuiscono che le radici possono essere micorrize, le misteriose reti sotterranee che conoscono l’arte del connettere, e che aiutano a ritrovare il nostro nome nelle traiettorie segrete della vita. Da giovani, però, tocca soffrire: “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita” (Paul Nizan).
poeta, sociologo, antropologo e paleontologo, indubbiamente Viandato
di Fabio Barbato, 2 luglio 2026
Sono incappato in Loren Eiseley piuttosto recentemente, grazie a un riferimento postato dal mio prode e indefesso amico, dedito a diversificati scavi in rete, oltre che a versi poetici ermetici infarciti di puntini, Luigi Mazza.
Si tratta di un americano, vissuto dal 1907 al 1977, originario delle praterie del Mid West, che esplorò in lungo e in largo, a piedi o a cavallo, in cerca di ossa fossili, negli anni della sua gioventù, ma anche ben oltre. Dopo gli anni difficili della grande depressione americana, in cui fece anche esperienze di vagabondaggio, si riscattò con una carriera scientifica di tutto rispetto che lo condusse ad incarichi accademici gestionali, dopo l’ottenimento di diverse cattedre in università di una certa fama. Iniziò a scrivere pubblicando poesie, per poi scegliere invece studi scientifici.
Ciò che mi ha colpito in Eiseley è il suo linguaggio, un inglese prorompente, fiorito, quasi enfatico, in cui mischia un evidente talento poetico a una impostazione scientifica piuttosto rigorosa, decisamente darwiniana, con richiami frequenti a considerazioni filosofiche esistenziali e a condizioni emotive profonde, sontuosamente descritte. E, insieme, una scrittura precisa, senza sbavature di sorta. Punti di vista inusuali su temi a me vicini quali quelli dell’indagine naturalistica, con una predisposizione, speciale ma non esaustiva, verso la geologia, verso i fossili, la storia evolutiva e verso l’acqua.
Da evidenziare che non mi risultano traduzioni in italiano dei suoi scritti, a parte citazioni e articoli di commentatori.
Devo dire che raramente, per le mie, per carità limitate, esperienze, ho trovato un connubio così riuscito tra attitudini scientifiche e poetiche. Riuscito ovviamente nei limiti della mia sensibilità e delle mie predilezioni intellettuali e direi anche etiche.
Di seguito mi piace riportare alcune sue frasi tradotte, che possono dare un’idea, anche se sommaria.
“Dalle acque soffocate del Devoniano emersero la vista, il suono e la musica che scorre invisibile nel cervello del compositore. Sono ancora lì, nel fango lungo la linea di marea, anche se nessuno se ne accorge. Il mondo è immutabile, diciamo: pesci nel mare, uccelli nell’aria. Ma nelle paludi di mangrovie lungo il Niger, i pesci si arrampicano sugli alberi e osservano con inquietudine i naturalisti che cercano invano di riportarli in acqua. Ci sono ancora cose che arrivano a riva.”
“È un luogo comune di ogni pensiero religioso, anche il più primitivo, che l’uomo in cerca di visioni e intuizioni debba allontanarsi dai suoi simili e vivere per un certo periodo nel deserto. Se è della giusta indole, tornerà con un messaggio. Potrebbe non essere un messaggio del dio per il quale si era messo in viaggio, ma anche se non è riuscito a trovarlo, avrà avuto una visione o visto qualcosa di meraviglioso, e questi messaggi meritano sempre di essere ascoltati e meditati… Bisogna dunque cercare ciò che solo l’approccio solitario può dare: una rivelazione naturale.”
“Già [l’umanità] è fisicamente arcaica in questo mondo robotico che ha creato. Tutto ciò che la sostiene è quel piccolo globo di materia grigia attraverso il quale ruotano le sue concezioni in continua evoluzione dell’universo.”
“[…] le nostre teste, quei piccoli globi che custodiscono il cielo di mezzanotte e gli universi luminosi e invisibili del pensiero, sono state date per scontate tanto quanto la crescita di una zucca gialla in autunno.”
“Se la materia morta ha generato questo curioso paesaggio di grilli che friniscono, passeri canterini e uomini meravigliati, deve essere chiaro anche ai materialisti più convinti che la materia di cui parlano contiene poteri sorprendenti, se non terribili, e potrebbe non essere, come ha suggerito Thomas Hardy, che solo una delle tante maschere indossate dal Grande Volto alle spalle.”
“Ogni primavera, nei prati umidi e nei fossi, sento un piccolo coro stridulo che suona in tutto e per tutto come un “Siamo qui, siamo qui, siamo qui” ripetuto all’infinito. E in effetti sono lì, come rane, naturalmente. Piccoli esseri sicuri di sé. Sospetto che per un orecchio più acuto del nostro, le dichiarazioni ottimistiche dell’uomo sul suo ruolo e sul suo destino possano produrre un suono simile, un piccolo rintocco che si propaga per un breve tratto nella notte. È solo la sua vicinanza a essere fastidiosa. Dalle cime di una montagna, o da una palude al tramonto, si confonde, non troppo male, con tutte le altre voci assonnate che, con gracchii o cinguettii, dicono la stessa cosa.”
“Nessuna filosofia utilitaristica spiega un cristallo di neve, nessuna dottrina dell’uso o del disuso. L’acqua è semplicemente balzata fuori dal vapore e dal sottile nulla nel cielo notturno per assumere una forma. Non c’è una ragione logica per l’esistenza di un fiocco di neve, così come non ce n’è per l’evoluzione. È un’apparizione da quel misterioso mondo d’ombra al di là della natura, quel mondo finale che contiene – se qualcosa contiene – la spiegazione degli uomini, dei pesci gatto e delle foglie verdi.”
Parole per me grandi, importanti. Buoni approfondimenti per chi rimarrà colpito, anche tramite i potenti mezzi informatici (vedi i traduttori quasi istantanei) odierni.
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Aggiungo solo un paio di informazioni (e una considerazione). Di Eiseley è stato tradotto e pubblicato in italiano nel 1975 un saggio fondamentale, Il secolo di Darwin. L’evoluzione e gli uomini che la scoprirono, nella traduzione di Libero Sosio e per i tipi della benemerita collana I fatti e le Idee di Feltrinelli, Vale poi senz’altro la pena scaricare dal Web e tradursi The immense Journey, un fantastico viaggio nel tempo e nella storia dell’umanità, così come The Unexpected Universe, del quale Auden scrisse: “Il tema principale di The Unexpected Universe è l’uomo come eroe in cerca, il viandante, il viaggiatore, colui che cerca avventura, conoscenza, potere, significato e rettitudine”.
Confesso che ogni tanto mi chiedo se ha ancora senso tenere in vita il sito dei Viandanti, dal momento che sembra ce la stiamo ormai raccontando solo tra noi, e che abbiamo più ben poco da raccontarci. Poi arrivano messaggi e segnalazioni come quelli di Fabio, e allora ti accorgi che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire e che ci sono unexpecteds compagni d’avventura che queste scoperte hanno piacere di condividerle. E giustificano la nostra ostinazione. (P.R.)