Camuserìe (seconda parte)

dieci tracce per vite (quasi) parallele

di Paolo Repetto, 2 agosto 2026 [1]

5. Impegno

Devo scrivere come devo nuotare:
è il mio corpo che lo esige.

Per Camus compito dell’intellettuale o dello scrittore è sostenere la lotta per la verità. Nei Carnets scrive: “Nessuna sofferenza ha potuto, né potrà mai, indurmi ad affermare il falso”. Ma il suo impegno, prima che come intellettuale, è come cittadino. Il che significa che in lui prevale la postura critica su quella ideologica: e l’attitudine critica rimanda al buon senso e all’onestà. In effetti non ha una verità oggettiva da affermare e da dimostrare, e non nasconde le proprie perplessità e le proprie esitazioni: “La verità è misteriosa, sfuggente, sempre da conquistare. La libertà è pericolosa, dura da vivere quanto esaltante. Dobbiamo marciare verso questi due obiettivi, con fatica ma decisi, ben consci dei nostri errori in un così lungo cammino”.

Alla base dell’impegno di Camus c’è dunque la necessità di denunciare, di testimoniare contro la menzogna, di destra o di sinistra che sia. Di parlare chiaro. Lo ribadisce nel discorso di accettazione del Nobel: “L’artista non può mettersi al servizio di coloro che fanno la storia, è al servizio di quelli che la subiscono”. Tanto meno l’arte può essere uno strumento di autogratificazione: deve comunicare, scuotere, svegliare. “L’arte non è ai miei occhi gioia solitaria: è invece un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti”.

La battaglia che l’intellettuale deve portare avanti non è di attacco: non combatte in nome di particolari ideologie e neppure in nome della ragione. Non mira alla conquista di un potere o per affermare un’idea. Quella di Camus è una lotta di resistenza. Sceglie di vivere un presente indignato anziché vagheggiare un futuro radioso. E fa questa scelta perché, “bisogna amare la vita prima ancora di amarne il senso: e quando l’amore per la vita sparisce, nessun senso può darci consolazione”.

L’ impegno di Camus quindi non è politico in senso stretto: e nemmeno può essere definito a pieno titolo filosofico. “Perché sono un artista e non un filosofo? E’ che io penso secondo le parole, non secondo le idee.” Camus può essere definito un progressista di sinistra, ma rimane sostanzialmente un eretico, uno “straniero”, isolato nel contesto intellettuale francese per le sue posizioni contro ogni forma di totalitarismo, in particolare contro lo stalinismo. Al contrario di quanto professato dagli engagés della rive gauche, Camus non concepisce che la verità possa essere sacrificata all’efficacia (virtù questa particolarmente cara ai comunisti). “Siamo molto pochi, certo. Ma la verità viene prima dell’efficacia. Bisogna definire quella prima di preoccuparci di quest’ultima. A cosa servirebbe essere milioni se la nostra “chiesa” avesse per primo comandamento: Tu mentirai? Questo non significa affatto che l’efficacia non sia importante. Ma ha un senso subordinato. La sopravvivenza della verità non è un problema meno importante della verità stessa. Ma è un problema che viene dopo. Ecco tutto. E ancora deve essere risolto … I cristiani hanno iniziato in dodici – i marxisti in due”.

Non accetta compromessi, perché la verità non è una virtù, ma una passione. E come tale non può essere indulgente, tollerante. Quando il suo amico e maestro Jean Grenier gli obietta che le tesi esposte ne L’uomo in rivolta sembrano abbracciare la linea reazionaria di Charles Maurras, il teorico dell’Action Francaise, risponde: “Tanto peggio. Non bisogna guardare a chi si somiglia, ma dire ciò che va detto”.

Ma come va detto? Camus ritiene che si possa pensare, e di conseguenza comunicare efficacemente, solo per immagini. Le immagini trasmettono in maniera non mediata le emozioni del nostro corpo, e diventano metafora del pensiero. Per questo, a suo giudizio, chi vuol fare filosofia deve scrivere romanzi. “I sentimenti, le immagini moltiplicano per dieci la filosofia.” La letteratura può dipingere allegorie più efficaci di qualsiasi trattato (La peste ne è uno splendido esempio). E non solo: proprio in ragione di ciò che dicevo sopra, è l’unico modo per rappresentare il pensiero in maniera chiara e onesta: per tenere cioè assieme l’uomo e il filosofo.

Per Camus è necessario infatti, anzi, è indispensabile, che si dia coerenza tra la vita e il pensiero. La coerenza è indice di onestà intellettuale. Non a caso chiede spesso ai suoi corrispondenti informazioni sulla vita e sui comportamenti dei pensatori coi quali viene a contatto (su Sartre, ad esempio, nei primi momenti del loro rapporto – poi arriverà a conoscerlo sin troppo bene). Non cerca materiali per la polemica, ma strumenti per capire a fondo il loro pensiero, per riconoscerne o meno la credibilità. Scrive: “In fondo a se stesso, ogni artista custodisce in tal modo un’unica sorgente che nel corso della vita alimenta quel ch’egli è e quello che dice. Quando la sorgente è inaridita, si vede l’opera accartocciarsi a poco a poco e screpolarsi. L’invisibile corrente non irriga più le terre ingrate dell’arte. Coi capelli radi e secchi, l’artista, coperto di stoppie, è maturo per il silenzio, o per i salotti, che è lo stesso”. Ha bisogno di sapere che può guardare dritta negli occhi l’opera. Come farebbe con il suo autore.

Naturalmente la poetica di Camus, a dispetto, o forse proprio in ragione, del successo editoriale de La peste, non è condivisa da molti dei suoi colleghi “impegnati”. Dal redattore di Combat si aspettavano una adesione “organica”, vale a dire acritica, al credo socialista e alla mitologizzazione della Resistenza. Qualcosa che rispondesse ai canoni del “realismo socialista”. Si trovano invece di fronte ad una allegoria del male e del suo impatto sui singoli e sulla comunità che prescinde da ogni specifica contingenza storica, e nel contempo però adombra perfettamente la condizione della Francia di Vichy : ciò che impedisce ad una classe intellettuale, ma oserei dire ad un intero popolo, di trincerarsi dietro giustificazioni speciose della propria iniziale inerzia, o addirittura del collaborazionismo, e di mistificare la squallida realtà dei fatti reinventando o enfatizzando un glorioso passato resistenziale (ciò che è accaduto peraltro anche in Italia, senza alcun Camus che smascherasse l’operazione).

Intendiamoci: Camus non accusa nessuno. È perfettamente consapevole della debolezza umana, cosciente del fatto che sulle scelte di ciascuno pesano i fattori più diversi: ma chiede che almeno non ce la si racconti pretendendo di negare la realtà, perché questo significherebbe non aver imparato nulla, non aver appreso alcuna lezione, ed essere impreparati ad ogni nuova prossima e più che probabile manifestazione del male.

6. Responsabilità

Anziché appellarsi alla ragione o a qualsivoglia “verità” ideologica, Camus invita a un’etica della responsabilità. Da intendersi quest’ultima come responsabilità nei confronti dei propri simili, di denuncia della menzogna, da qualunque parte arrivi, e dunque tanto più indispensabile in chi esercita un ruolo intellettuale. Il che è cosa ben diversa dal dover rispondere delle proprie scelte e del proprio operato a una volontà divinità o a una legge storica. È la responsabilità che ogni uomo deve (dovrebbe) assumere nei confronti di se stesso.

Ne La caduta scrive: “Dopo una certa età, ognuno è responsabile della propria faccia”. La “certa età” non è quella della ragione, facoltà della quale diffida, perché pretende di esaurire la complessa varietà dell’essere e del sentire, ma quella della consapevolezza: che non scaturisce dalla comprensione di come il mondo funzioni, ma, al contrario, proprio dalla sua incomprensibilità, dall’assenza di un senso, e dalla constatazione che a dargliene uno non valgono ideologie o dogmi o teologie. L’assurdità nasce proprio dal contrasto tra la nostra innata ricerca di significato e l’indifferenza della realtà che ci circonda. “L’uomo si trova davanti all’irrazionale. Sente entro di sé il desiderio di felicità e di razionalità. L’assurdo nasce da questo confronto tra la domanda umana e il silenzio irragionevole del mondo. È essenzialmente un divorzio. Non sta né nell’uno né nell’altr0 degli elementi che si fronteggiano, ma nel confronto stesso. […] In un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci l’uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza ritorno.

L’uomo cerca dunque risposte, desidera comprendere qual è il proprio posto nel cosmo, ma l’universo non offre alcuna spiegazione. Non c’è un progetto, un destino o un disegno divino che giustifichi la nostra esistenza. In questa dissonanza si consuma la tragedia dell’essere umano: la nostra fame di senso si scontra con l’indifferenza e l’incomprensibilità dell’universo. L’uomo è solo di fronte a questa assurdità, buttato lì, per dirla dalla Heidegger: ma è anche, in questa condizione, totalmente libero. Libero di scegliere, di assumersi delle responsabilità, di farsi carico del male assurdo che lo circonda, e quindi di combattere ogni forma di oppressione e di sofferenza, indipendentemente da quelli che potranno essere gli esiti della sua lotta. Anzi, già sapendo che non ci saranno esiti, che la sua è la condizione di Sisifo, condannato in eterno a spingere verso la vetta il masso che immancabilmente tornerà a rotolare a valle.

Ma “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Dobbiamo anche immaginare – dice Camus – Sisifo felice”. Che vuol dire accettare radicalmente e sfidare risolutamente l’assurdità della vita. L’eterna condanna a spingere il masso rappresenta la nostra lotta quotidiana: e allora la felicità non nasce dal raggiungimento di uno scopo finale, ma dalla piena consapevolezza del proprio destino, dalla ribellione contro l’insensatezza: una ribellione che può diventare “gioiosa” se si traduce nel vivere appieno il presente. In sostanza, l’uomo cosciente dell’assurdo sceglie di mantenere contemporaneamente viva la coscienza del nonsenso del mondo e l’esigenza di senso che gli è propria. Sceglie di ribellarsi.

L’etica della responsabilità si traduce quindi in una etica della rivolta, che propugna il rifiuto dell’ingiustizia del mondo e dell’oppressione degli uomini. (vedi Camuserìe 7).) Non senza condizioni, però. Perché per ciascun individuo la libertà nasce dal riconoscimento della propria dignità, dal rispetto di se stesso, e questo rispetto si estende automaticamente alla dignità altrui: diventa cioè solidarietà contro la sofferenza che tutti ci accomuna, e contro ogni prevaricazione da parte di chi la dignità non la conosce e il rispetto non lo coltiva. Quindi ci si deve ribellare anche contro chi giustifica le sofferenze prodotte ai singoli individui nel presente in nome di un futuro e indefinito riscatto collettivo. Per farla breve, Camus non crede nelle rivoluzioni portate avanti con la violenza. Non è un pacifista senza se e senza ma, crede che il male assoluto esista, e che occorra combatterlo, ma evitando di conformarsi ad esso nei comportamenti.

È una posizione meno semplicistica di quanto potrebbe sembrare da questa sintesi, e non è mio intento in questa sede dettagliarla. Resta il fatto che Camus comunque non è un esistenzialista, alla Sartre per intenderci: perché alla coscienza dell’assurdo non risponde con una adesione rassegnata e nichilistica al “male minore”, cioè ad una “fede” ideologica alla quale va sacrificato ogni altro valore, e all’ombra della quale ogni responsabilità individuale si azzera, ma con una lucida e disincantata e personalissima ribellione, che scaturisce da un imprescindibile senso del dovere. Quello di agire sempre con equità e solidarietà. “Nel momento più nero del nostro nichilismo, ho cercato solo delle ragioni per superare questo nichilismo. E non per una particolare virtù, né per una rara elevazione dell’anima, ma ‘per fedeltà istintiva a una luce nella quale da millenni gli uomini hanno appreso a salutare la vita persino dentro la sofferenza.”

Io penso che Camus sentisse anche il peso di una responsabilità ulteriore. Credo fosse cosciente, e persino un po’ intimorito, del fascino che esercitava, sia come scrittore che come uomo. Julien Green, che era in rapporti con la crema dell’intellighentjia francese, scriveva di lui: “La sua figura così sensibile e così umana mi ha vivamente toccato. In quest’uomo c’è una probità così evidente da ispirarmi un rispetto quasi immediato; semplicemente, non è come gli altri”. Raymond Aron dice che ai tempi di Combat i lettori si nutrivano letteralmente dei suoi editoriali, e che la sua era considerata la voce morale del tempo.

Una responsabilità di questo tipo, anche se consapevolmente accettata, alla lunga può diventare un fardello. Per questo in una delle ultime interviste, rilasciata poco prima di morire, Camus rifiutava categoricamente il ruolo di maître à penser: “Non parlo a nome di nessuno. Ho già abbastanza difficoltà a parlare per mio conto. Non sono la guida di nessuno. Non so, o so solo vagamente, dove sto andando”.

***

Naturalmente io non ho problemi di questo genere: non c’è pericolo che eserciti una qualche influenza, negativa o positiva che sia, non ho la presunzione di parlare a nome di qualcuno o di fungere da guida. E mi sta bene così, per gli stessi motivi addotti da Camus. Ciò non significa però che negli oltre quarant’anni vissuti da insegnante non mi sia posto domande sui limiti e sulla liceità del mio tipo di insegnamento. Se tutto sommato mi è stato facile assolvermi, è perché le alternative prospettate da tutte le altre “agenzie” culturali, compresa la scuola, non erano granché migliori.

Comunque, questo tema l’ho trattato in almeno una dozzina di articoli precedenti. Mi accorgo piuttosto che il termine “responsabilità” è quello che ricorre più costantemente nelle ultime cose che ho scritto, assieme agli sconsolati appelli per una riabilitazione della “verità”. Sarà che con l’avanzare degli anni tendo a fare bilanci piuttosto che progetti, a ripensare il passato anziché immaginare un futuro; o magari per il fatto che questo termine lo ritrovo negli autori e nei personaggi di cui mi occupo; o più ancora, probabilmente, perché lo sento invocare sempre a sproposito dai politici, dai media, da maggioranze rumorose in caccia di qualcuno su cui scaricare le proprie insoddisfazioni; come che sia, conviene forse chiarire, prima di tutto a me stesso, il significato che gli attribuisco. Che non è poi in sostanza diverso da quello nel quale lo declina Camus.

Come al solito la prendo larga, a costo di insistere sino alla noia su concetti che molti (quelli ancora in grado di pensare) danno per scontati e i più (quelli che hanno delegato da un pezzo il compito all’intelligenza artificiale) non sono in grado o si rifiutano di formulare. Ci insisto perché per tutti il pericolo è di farsi distrarre dalle guerre che infuriano in mezzo mondo (dove distrarsi non significa farsi autonomamente un’idea, ma abbandonarsi a prese di posizione da tifo calcistico), dai papi e dai presidenti e dai tennisti che monopolizzano l’informazione, dal delirio delle rivendicazioni di genere e da quelle di specie. E non è una distrazione da sbadataggine, al contrario, è fortemente voluta e cercata, è il modo più spiccio e meschino di girare lo sguardo altrove per trovare qualcuno o qualcosa su cui puntare il dito, e non farsi inchiodare alla propria coscienza. Non solo. L’idea che forse dovremmo soffermarci a riflettere prima di aprire bocca sembra non sfiorare nessuno. E allora, penso valga la pena rischiare la banalità, senza farci sconti.

Se ragioniamo in termini di “ere” ciascuno di noi, e tutti coloro che sono venuti prima e tutti quelli che verranno, insomma, l’intera nostra specie, passerà su questo pianeta senza lasciare un segno: rimarrà al massimo qualche fossile, qualche rudere, qualche cicatrice nella natura, ma anche questo per un periodo geologicamente limitato. E non è finita qui. Il nostro stesso pianeta, e il sistema solare di cui fa parte, e la galassia nella quale è iscritto, hanno una scadenza. Voglio dire che l’assurdo di cui parla Camus non è frutto solo dell’incapacità nostra di cogliere le ragioni dell’esistente, è intrinseco all’esistente stesso. L’universo intero è frutto di un caso, se vogliamo di una infinità di casi, È indubitabilmente così, quindi non ha senso recriminare né fare gesti scaramantici, non ci sarà un ritorno ciclico né alcun altro tipo di resurrezione. Quando la nostra vicenda si chiuderà sarà chiusa per sempre, in eterno, qualsiasi cosa ciò voglia dire.

Questa è la notizia “cattiva”, se così vogliamo considerarla, perché la prospettiva cieca parrebbe porre fine in partenza a ogni discorso. Ora arriva invece quella che potremmo considerare buona, se accettassimo con un po’ di umiltà di ridimensionare la scala delle nostre aspettative, perché paradossalmente l’assenza di una prospettiva a lungo termine non chiude il discorso, ma anzi, lo apre.

L’estinzione è infatti nel destino di tutti gli esseri animati, non solo nostro e degli altri animali, ma anche delle piante. La differenza sta nel fatto che di questa condizione noi siamo coscienti, gli altri esseri animati no. Leopardi diceva “beati loro”, ma non ne era poi così convinto, e i molti che lo pensano anche oggi lo fanno più in ossequio a una moda culturale che a seguito di una riflessione profonda. Non sto parlando naturalmente della scomparsa dei singoli, della quale siamo testimoni tutti i giorni e alla quale ci siamo bene o male (quasi) tutti rassegnati, cercando semmai di stordirci con continui impegni e distrazioni: parlo proprio della scomparsa della specie, che si porterà dietro il lungo processo evolutivo e le speranze in magnifiche sorti e progressive e le vite esemplari e le esistenze sciagurate, e guerre e paci e tutto il resto.

Di questa sembriamo essere meno coscienti, e la cosa vale per tutti, anche per coloro che il problema almeno qualche volta se lo sono posti. La procrastiniamo, pensiamo che non sarà cosa di domani né, si spera, della settimana ventura, o del prossimo decennio (più in là non mi spingo): ma per quanto cerchiamo di rimuoverla rimane comunque lì, sospesa sul nostro capo, ineluttabile, e motiva i nostri comportamenti molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Lasciamo stare come ne siamo diventati coscienti, provo a spiegarmelo da quel dì e ancora devo venirne a capo. Una cosa però mi è chiara: essere coscienti della propria condizione, e più ancora di quella della nostra specie, significa porsi delle domande, anzi, “la domanda” fondamentale, dalla quale scaturiscono poi tutte le altre. Per dirla con Chatwin: “ma allora, che ci faccio qui?”.

Ecco, lo “snodo” è questo. È nel momento in cui, posti davanti al buco nero che sappiamo ci inghiottirà, ci interroghiamo sul senso del nostro esistere. È qui che entra in ballo la “responsabilità”. Etimologicamente responsabilità deriva da responsum, risposta; anzi, più direttamente ancora, dal plurale, responsa. Alla lettera responsabile significa dunque “capace di dare delle risposte”. A che? Se non al fatto in sé di esserci, almeno a quello di percepirci diversi dagli altri esseri animati, proprio in quanto coscienti di tale condizione. E a chi? A noi stessi, e nella misura in cui quel noi stessi arriva a comprendere la relazione stretta che ci lega al resto dell’umanità, a tutti gli altri.

Dunque, la coscienza della nostra condizione – Camus dice dell’assurdità della nostra condizione – non è affatto paralizzante. Perché dallo sconcerto in cui ci lascia, dall’impossibilità che avvertiamo di “trovare” fuori di noi una risposta, nasce la consapevolezza che la risposta non dobbiamo trovarla, o attendere che ci arrivi dall’alto, ma dobbiamo formularla noi stessi. Che non dobbiamo puntare lo sguardo su un orizzonte nel quale non può che perdersi: siamo qui, ora, e attorno a noi ci sono gli altri, e tutta la nostra esistenza, nella sua infinitesimale brevità, trascorre nel rapporto con essi.

Qui arriva il secondo snodo. Alla coscienza della propria condizione gli uomini non rispondono tutti allo stesso modo: la coscienza crea libertà, e la libertà implica che si possa scegliere di rispondere in maniere diverse (è il tema di fondo de La peste). A monte della responsabilità sta dunque la possibilità di scegliere, e a monte di questa possibilità c’è la libertà. Significa che tutti in un modo o nell’altro scelgono, da coloro che pensano che scegliere non sia un’opzione, ma un dovere, a coloro che si illudono di potersi astenere. Quest’ultima alternativa in realtà non esiste. C’è quindi chi sceglie di dare un senso alla propria esistenza, chi si accontenta (per ignavia, o perché le sue possibilità di scelta sono oggettivamente poche, o perché di queste possibilità ha scarsa coscienza) di consumarla, chi di riempirla di surrogati.

Ora, io non giudico sul merito di queste scelte, almeno fino a quando non vanno a interferire in quelle altrui, a negarne o a ostacolarne la possibilità. Semplicemente, la seconda e la terza opzione non mi interessano. Preferisco complicarmi la vita stimando la si possa, e la si debba, attraversare con dignità. Sebbene non sappia perché sono qui, o meglio, sappia che sono qui per un caso, intendo starci per quel che mi è concesso senza rammaricarmi costantemente per il tempo sprecato, per le occasioni perdute, per le offese o i dolori arrecati. “La libertà – come dice Camus – non è la speranza nell’avvenire. È il presente e l’accordo con gli esseri e il mondo nel presente.

Beninteso, questa è una linea di massima, e non ho la presunzione di averla sempre correttamente seguita, né la pretesa che la seguano sempre gli altri. Scegliere questa strada non significa consacrarsi all’imitazione di Cristo. Non siamo tutti san Francesco (per fortuna, direi: non sono sicuro che Francesco non interferisse nelle vite degli altri, e troppe figure esemplari alla fine verrebbero a conflitto). Nemmeno significa dare fuoco al mondo per rifarlo più bello e più giusto: non siamo neanche Jacopone da Todi, non tutti abbiamo la vocazione al martirio o a vivere pericolosamente. Tutti quanti invece sgarriamo, più o meno consapevolmente: ma dovremmo ammetterlo, e non assolverci con leggerezza: dovremmo rimediare per quanto possibile, e quando non è possibile cercare almeno di far tesoro della lezione, per non ricascarci. Non è importante lasciare un segno del nostro passaggio su questa terra, quanto piuttosto non lasciare ferite in chi cammina con noi, o debiti da pagare a chi verrà dopo.

Questo io chiamo vivere in maniera responsabile. Accettare la sfida della nostra irrilevanza, e portarla fino in fondo. Come andrà a finire lo sappiamo già, ma non è questo che conta. Per usare una frase fatta, non è importante la meta, ma il viaggio. Da quello traiamo il senso. Dalla modalità in cui scegliamo di viaggiare.

A questo proposito Camus parla, oltre che di responsabilità, di “rispetto”. Anche per me questa è una parola chiave, quando se ne dia la giusta interpretazione. Mi piace ad esempio quella sintetizzata da Byung-Chul Han (un intellettuale tedesco-coreano che mi era stato spacciato per un filosofo di pronto consumo, da apericena, alla Maffesoli, e ho scoperto invece essere solo estremamente diretto, laconico, lontano dai giri di parole e dai giochi di immagini nei quali si crogiolano i maitres à penser nostrani): “Letteralmente, rispettare significa distogliere lo sguardo. È un riguardo. Nel rapportarsi con rispetto agli altri ci si trattiene dal puntare lo sguardo in modo indiscreto. Il rispetto presuppone uno sguardo distaccato, un pathos della distanza. Oggi questo sguardo cede a una visione priva di distanza, che è tipica dello spettacolo (che ha la stessa radice, spectare). La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare. […] Il rispetto è vincolato al nome. Anonimato e rispetto si escludono a vicenda. La comunicazione anonima, incoraggiata dal medium digitale, riduce drasticamente il rispetto ed è corresponsabile della dilagante cultura dell’indiscrezione e della mancanza di rispetto. Nome e rispetto sono in stretta correlazione: il nome è la base del riconoscimento, che avviene sempre nominativamente. Alla nominalità sono legate anche pratiche come la responsabilità, la fiducia e la promessa”.

Appunto. La responsabilità va assunta nominalmente, in prima persona. Non assistendo come spettatori, dal buio della platea, allo spettacolo che il mondo e l’umanità offrono, ma uscendo dal teatro e lavorando allo scoperto, “rispettando” la giusta misura e la dignità, la “sfera privata” altrui. Ciò non significa diventare “protagonisti” nell’accezione spettacolare del termine, ma semplicemente fare qualcosa per migliorare non tanto questo mondo ma la qualità della vita, la nostra e quella degli altri, in questo mondo. Avere riguardo per sé e per gli altri. Dal punto di vista oggettivo, nei tempi infiniti dell’universo come in quelli lunghissimi della storia, l’operato responsabile del singolo può apparire irrilevante e ininfluente, una goccia che si perde nell’oceano. Ma non è rispetto a questi tempi che lo dobbiamo giudicare, quanto rispetto ai nostri. È il tentativo di dare un senso alla nostra esistenza: come tale, dipende esclusivamente dalla nostra indole cercare di viverla nella maniera più predatrice possibile, cercando fama, onori, successo, ricchezza, sesso a gogò, o in quella più altruistica, cercando innanzitutto di non fare danno agli altri, e se possibile anche di recare conforto, di aiutarli.

Si potrebbe dire che anche questa è una forma di egoismo, perché mira a soddisfare una propria esigenza: ma è un egoismo che non va a cozzare con quello altrui, che appartiene alla specie piuttosto che all’individuo: un egoismo che negli esiti si rivela altruistico.


[1] Vedi Camuserìe (prima parte)

I misteri dei licheni

di Fabio Barbato, 1 agosto 2026

due specie molto diverse decidono di unirsi e dare vita ad un nuovo organismo:
forme e funzioni strabilianti

Poesia e arte visive

Innanzitutto mi piace cominciare questa piccola esposizione sui licheni da un punto di vista poetico. In particolare da un poeta italiano, considerato minore, amico di Montale e come lui ligure, con cui ho trovato diverse sintonie. Si tratta di Camillo Sbarbaro [1](1888-1967), che fu anche lichenologo di fama internazionale.

Pare fatto, in tutto o in parte,
delle sostanze più disparate:
d’amido e di farina; di lana e di porpora;
d’oro, zolfo, ceralacca; di spugna, sughero,
antracite; di pergamena, di guttaperca.

licheni incospicui e negletti
che però sono riusciti a tappezzare
della loro presenza tutti i luoghi

non lo scoraggia il deserto
non lo sfratta il ghiacciaio
teme solo la vicinanza dell’uomo
il lichene urbano e sterile
il fiato dell’uomo lo inquina

Né mancano licheni
bicolori, tricolori;
licheni fulgenti, rutilanti
e persino versicolori

Aggiungo qualche haiku [2]di mia fattura, brevi componimenti di tre versi di 5-7-5 sillabe, originari del Giappone, sui licheni.

alghe e funghi
uniti insieme per
esister meglio

dischi piatti di
microscopiche foglie
sbalorditive

in inverno ben
risaltano bellezze
di licheni d’or

intarsi vivi
su scorze d’alberi
licheni d’arte

croste adese
di arancio brillante
su rami spogli

dopo la pioggia
simbionti d’un vivido
verde smagliante

Nel campo delle arti visive come non ricordare il grande disegnatore visionario olandese Maurits Cornelis Escher (1898-1972), anch’esso attento osservatore di licheni.

Ecco poi una tavola raffigurante varie specie di licheni di Ernst Haeckel, naturalista dei primi del ‘900.

Forme e funzioni

Il fungo, nella consociazione mutualistica dei licheni, ricava dall’alga, capace di fotosintesi, le sostanze con cui nutrirsi, mentre l’alga riesce a insediarsi e vivere in ambienti per lei ostili, in particolar modo in caso di scarsità d’acqua. Il fungo infatti fornisce protezione dalla disidratazione, ma anche da caldo e freddo estremi.

Le forme di crescita sono alquanto varie. Ne esistono almeno una dozzina riconosciute comunemente. Sebbene la forma di un lichene sia determinata dal materiale genetico del partner fungino, per lo sviluppo di tale forma è indispensabile l’associazione con un’alga unicellulare. Queste le forme più comuni:

crostosafogliosafruticosa

La struttura interna segue per lo più lo schema sottoindicato.

Questa è una sezione trasversale di lichene foglioso, un organismo con una relazione simbiotica tra alghe unicellulari e/o cianobatteri e funghi.

  1. Strati spessi di ife fungine, chiamati corteccia
  2. Microalghe unicellulari
  3. Ife fungine poco compatte
  4. Ife fungine di ancoraggio dette rizine.

In anni recenti sono anche stati osservati licheni con due e più specie di funghi, di cui una può essere un lievito, ovvero un fungo unicellulare.

Teorie moderne considerano i licheni come sistemi complessi comprendenti non solo alghe e funghi, ma anche batteri e lieviti.

In essi l’organismo complessivo ha funzioni superiori alla somma di quelle presenti nelle singole specie componenti. E questo è vero non solo per i licheni, ma in generale per praticamente tutti gli esseri viventi, compresi gli unicellulari, per non parlare dei virus.

Il lichene è pertanto un’entità che ben rappresenta i successi della cooperazione tra esseri viventi. L’associazione infatti permette a alghe, funghi ed altro, quindi ad organismi appartenenti a regni diversi, di sopravvivere anche in ambienti estremi dove, da soli, non riuscirebbero a vivere e a riprodursi.

In realtà la cooperazione tra organismi diversi è molto più diffusa in natura di quanto abitualmente si pensi. Noi esseri umani ospitiamo e (generalmente) collaboriamo con innumerevoli microbi ma anche esseri pluricellulari e in svariati tessuti e organi corporei, dei quali il più evidente e studiato è l’intestino.

Altri esempi in natura sono i batteri negli stomaci dei ruminanti che consentono di digerire la cellulosa, le micorrize tra funghi e radici di alberi e piante, le microalghe zooxantelle nei polipi dei coralli, nelle spugne e in molluschi (tridacna).

I licheni non hanno grosse applicazioni di rilevanza economica. Producono e contengono diverse sostanze con interessanti proprietà chimiche e medicinali, ma il loro accrescimento relativamente lento non ne consiglia lo sfruttamento industriale. Sono invece presenti nella medicina erboristica e negli usi alimentari di diverse culture indigene.

Molti animali ruminanti, ordinariamente o occasionalmente, si nutrono di licheni: varie specie di cervi e di capre, l’alce e soprattutto le renne o caribù. I Sami o Lapponi, popolo delle renne, non mangiano i licheni di cui si nutrono invece i loro animali, soprattutto in inverno. Tuttavia mangiano il contenuto dei prestomaci delle renne dove i licheni sono divenuti commestibili per le fermentazioni ruminali.

Parlando di usi alimentari, ultimamente sta diventando di moda, soprattutto nelle nazioni scandinave, impiegare i licheni in cucina. Oltre a saper riconoscere le specie più adatte, per renderli commestibili occorrono in genere diversi trattamenti, soprattutto per smorzare la loro acidità naturale.

I licheni possono essere longevi, con alcuni che sono considerati tra gli esseri viventi più antichi. Un esemplare di Rhizocarpon geographicum sull’isola di Baffin orientale ha un’età stimata di 9500 anni. La lunga durata della vita e il tasso di crescita lento e regolare di alcune specie possono essere utilizzati per datare eventi remoti.

I licheni e il mimetismo di insetti

Il mio approccio personale

Il mio primo approccio ai licheni è stato in chiave puramente estetica. Ero e sono molto affascinato dalla varietà di forme e colori di questi piccoli esseri, spesso ignorati o trascurati anche dagli stessi naturalisti. È solo da poco tempo, circa un anno, che sto approfondendo la loro conoscenza su altri piani, sulla base della mia formazione da biologo e, in particolare, delle mie conoscenze sulle microalghe, uno dei costituenti maggiori dell’organismo lichene. Successivamente, ho cominciato ad approfondire la loro conoscenza, scoprendo un mondo di soluzioni a problemi vitali assolutamente originali e molto interessanti.

Sono poi intervenute, successivamente, considerazioni e riflessioni sia pratiche che filosofiche. Per le prime, la loro diffusione vastissima, anche se in genere appartata e sottotraccia; la facilità relativa come soggetto fotografico data la loro staticità, spesso però di dimensioni molto piccole. In molti casi, infatti, occorre un buon obiettivo macro ed anche applicare un po’ di trucchetti tecnici avanzati per poterli ben valorizzare fotograficamente.

Per le seconde considerazioni, le filosofiche, eccone alcune:

  • Come si può non considerare una volontà, una determinazione reciproca di fungo e alga nell’instaurare questa integrazione di vite, altrimenti separate e indipendenti, per dar luogo ad un unico essere? Del resto, abbiamo già mostrato che quello dei licheni non è un caso isolato, bensì molto diffuso. Bello sarebbe poter rispondere al quesito su dove risiederebbe fisicamente tale volontà, ma in proposito si brancola decisamente nel buio, andandosi tutto ciò a inserire in argomenti piuttosto controversi, quali quelli della coscienza e della mente degli esseri viventi …
  • – Un’altra concerne il fatto che in natura è molto presente, soprattutto tra gli animali, la competizione e la necessità di uccidere per sopravvivere. Tuttavia è confortante pensare che vi siano anche moltissimi esempi di collaborazioni anche molto estreme, come nel caso dei licheni, diffuse soprattutto negli organismi cosiddetti inferiori, peraltro privi di un sistema nervoso riconosciuto o di evidenti sistemi alternativi di elaborazione delle percezioni.

Infine alcune osservazioni e speculazioni sempre in tema di misteri lichenici:

  • due specie di licheni hanno resistito per 16 giorni alle condizioni dello spazio orbitale esterno, dimostrandosi gli organismi pluricellulari più resistenti conosciuti;
  • i licheni sono degli specialisti degli stati di quiescenza, ovvero di vita sospesa, quindi maestri di disidratazioni e reidratazioni, protezioni da riscaldamenti e raffreddamenti estremi, nonché da irraggiamenti di vario tipo, perfino da radiazioni atomiche;
  • i funghi dei licheni, come del resto i funghi in generale, sono degli abilissimi ingegneri chimici, in grado di ottenere una gamma amplissima di biomolecole a partire da nutrienti di varia origine e di renderli disponibili anche per altre specie, sia in vita che da morti;
  • In alcuni casi, a giudicare dalla perfezione delle figure geometriche assunte, sembrerebbe che i licheni possano ricalcare segni lasciati dagli umani su rocce e ruderi corrosi dal tempo, avendo anche la capacità di riciclare e riutilizzare i pigmenti colorati a suo tempo impiegati.

Termino questa certamente limitata e sintetica esposizione ancora con parole del poeta Sbarbaro che, negli anni finali, sulla sua lunga attività di collezionista e studioso di licheni, così scriveva:

Benvenuto amore che della mia vita
(vista almeno in riepilogo) ha fatto
una quasi continua ricreazione,
se appena fuori d’un abitato,
torno, alla mia età, il fanciullo
ammesso a far man bassa
in un emporio di giocattoli.


[1] Vedi anche La predilezione per le esistenze in sordina di Fabrizio Rinaldi.

[2] Vedi anche Disciplinare dello haiku di Mario Mantelli.

Dispersi nelle nebbie

di Vittorio Righini, 30 luglio 2026

Avevo in mente questa breve epistola (si lo so grazie, sono umilissimo) già da tempo. Da quando sul sito dei Viandanti questi ultimi hanno cominciato a sparire nelle nebbie dell’attualità, della cronaca, del quotidiano pessimismo e, specie in zona Lerma, del mugugno (che si addice a quella ridente località limitrofa ai confini liguri).

Ammetto, sono il modesto allievo che si ribella al maestro, tipo Bruto, tu quoque, o “ti ho portato io sul sito e ora mi tratti così”, “avevo fiducia in te …”. E so che tanto si farà due risate e passerà oltre, ma io insisto.

Ultimamente sul sito appaiono articoli di attualità (mirabile l’ultimo del compianto Beppe Rinaldi, un vero e proprio saggio che dovrebbero far leggere alle superiori per sgombrare alcune menti devitalizzate da un distorto pensiero politico), ma ottima anche l’idea di segnalare un film come Le Città di pianura, un film “dolce e profondo” (copio, incollo e condivido) o raccontare come fare le Sgorbie.

Poi ci sono i mugugni del Prof, che non trova più scritto “Dio ti vede” e simili sui cessi pubblici (ma chi ci va nei cessi pubblici? E ci sono ancora? Io non ricordo di esserci stato, ho sempre preferito spendere una moneta per un caffè e approfittare dei servizi di un bar, per quanto scalcinati possano essere: ma è vero, io sono un po’ signorino, lo ammetto).

Insomma, nessuno scrive più di letteratura di viaggio. Dopo gli ultimi bellissimi articoli del Prof non è più uscito nulla.

Abbiamo finito il repertorio? gli esploratori, i viaggiatori, i camminatori, gli scalatori, i naviganti sono esauriti? io ogni tanto qualcosa mi invento, ma i miei scritti sono poveri, esigui, e certi autori a cui ho accennato, faccio un solo esempio Norman Douglas, meriterebbero un’eco maggiore, e delle riflessioni più profonde di quelle che posso avere io.

Per Douglas qualcuno potrebbe dire che non è uno scrittore di viaggi, ma la Calabria, il golfo di Napoli, Capri e Ischia, e parte della Puglia nessuno li ha descritti come lui, e ai primi del ‘900 secondo me quello era un viaggio paragonabile alle esplorazioni delle più remote regioni del mondo.

In fondo il sito è nato sull’idea della letteratura di viaggio, le scoperte dei continenti, le imprese in montagna, le traversate oceaniche, e tutto quel genere di argomenti che, in fondo, ci portano un po’ di svago e ci distraggono da questa attualità che è effettivamente inguardabile.

Ecco allora che invece di ariette, sguardi storti, quaderni, quisquilie&pinzillacchere, farei due semplici categorie: Viaggio; Attualità.

Così da ospitare sempre lavori come quelli di Paolo, Fabrizio, Rinaldi, Castellaro, Barbato e tutti gli altri che hanno voglia di scrivere dell’oggi o di ieri, del presente, del passato e del futuro, di piccoli o grandi ricordi, di emozioni, esperienze e vita vissuta, e di chi porta invece contributi alla letteratura di viaggio riscoprendo un vecchio autore, un giramondo dimenticato, un Darwin con le scarpe rotte.

E che il Prof torni al suo compito originario: farci scoprire nuovi autori. Nel mentre, mi siedo sotto al portico e aspetto si alzi la nebbia per veder finalmente ricomparire viandanti, viaturi e viandati.

Fra le nuvole di John Ruskin

di Fabrizio Rinaldi, 29 luglio 2026 – dall’Album “Fra le nuvole di John Ruskin

Nuvole …
Sono come me, un passaggio sfigurato tra cielo e terra,
 in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose,
che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità,
finzioni dell’intervallo e del discammino,
lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli 1996

Non facciamo quasi mai caso a ciò che ci sta sulla testa. Tranne quando siamo in vacanza e fotografiamo il tramonto per condividerlo sui social.

Nel quotidiano ignoriamo quelle formazioni di vapor acqueo che cambiano in continuazione ed in modo irripetibile, mentre le si guarda. Esistono solo quando alziamo gli occhi e non saranno mai più le stesse. Nessun altro elemento della natura muta con una tale rapidità mantenendo, nello stesso tempo, un ordine preciso. Strano no?

John Ruskin (1819-1900), invece, si lasciò affascinare dalle conformazioni delle nuvole, disegnandole con matita e pennello in un’epoca in cui non c’era altro modo di immortalarle. Critico d’arte, docente a Oxford, riformatore sociale, ambientalista ante litteram, Ruskin fu una delle figure più singolari dell’Inghilterra vittoriana. È ricordato soprattutto per i suoi scritti sull’arte e sull’architettura, ma non smise mai di guardare, disegnare e dipingere le nuvole, le nebbie e le montagne che si intravvedono fra loro.

Non si considerò mai un artista, ma solo un insegnante i cui schizzi erano destinati ai suoi studenti. Disegnare significava, per lui, imparare a vedere. Per Ruskin arte e morale erano inseparabili poiché un quadro non costituiva un semplice ornamento per le pareti delle case dei benestanti, ma era uno strumento per educare lo sguardo e, attraverso di esso, forgiare il carattere: guardare bene il mondo significava imparare a rispettarlo responsabilmente. In fin dei conti era, per lui, la raffigurazione della divinità.

Alle nuvole dedicò tre capitoli del primo dei cinque volumi di Modern Painters (1843) dove emerge un’attenzione quasi scientifica per la varietà delle forme del cielo. Ruskin osserva, confronta, descrive, ma soprattutto adotta la classificazione elaborata pochi decenni prima dal meteorologo Luke Howard. Howard, seguendo il metodo di Linneo espresso nella botanica, definì le innumerevoli formazioni nuvolose con nomi latini destinati a entrare nel linguaggio universale della meteorologia usato ancora oggi: cirrus, cumulus, stratus, nimbus e le loro infinite combinazioni.

Dare un nome non significa limitare la questione alla mera definizione, ma altresì imparare a distinguere e riconoscerne le forme. Non vediamo “una nuvola”, ma un cirro che, se si presenta in un determinato modo, annuncia un cambiamento climatico meglio del callo al piede.

Per maggiori approfondimenti sulla scienza e sulla nomenclatura delle nuvole, consiglio il volume della Guanda di Gavin Pretor-Pinney, Cloudspotting. Una guida per i contemplatori di nuvole.

Ruskin non si limitò all’osservazione estetica, ma cercava di misurare ciò che vedeva utilizzando, ad esempio, il cianometro di Horace-Bénédict de Saussure con cui determinare l’intensità del blu del cielo al fine di cogliere con precisione le sfumature di luce e colore da riprodurre sulle sue tele. Può sembrare un dettaglio marginale, ma racconta molto del suo modo di guardare il mondo con pazienza e attenzioni al dettaglio.

Così i suoi viaggi non avevano nulla del turismo di oggi finalizzato al consumo del luogo, ma erano studi sui paesaggi. Tornò più volte in Italia – Venezia, Verona, Firenze, Lucca, Pisa – e dedicò innumerevoli disegni alle nuvole, ma anche alle montagne, ai ghiacciai, ai laghi.

Forse proprio l’attitudine ad osservare la natura con tanta attenzione gli permise di intuire qualcosa che sfuggiva ai suoi contemporanei. Nel saggio The Storm-Cloud of the Nineteenth Century (1884) descrisse cieli sempre più opachi, foschie insolite, alterazioni della luce atmosferica che attribuiva all’inquinamento prodotto dalla rivoluzione industriale. Fu tra i primi a intuire questa correlazione.

Ruskin aveva idee preveggenti anche in ambito economico. In Unto this Last: Four Essays on Political Economy contestò una ricchezza fondata esclusivamente sul profitto, sostenendo che il valore di una società doveva misurarsi nella qualità della vita delle persone, nella dignità del lavoro e nella salubrità del paesaggio. Non male per chi viveva in piena rivoluzione industriale … e concetti che restano ancora molto attuali.

In questa capacità di unire arte, etica, economia e natura si riconosce tutta l’originalità di Ruskin. Lo comprese bene anche il poeta del paesaggio, William Turner. Quando gran parte della critica liquidava Turner come un eccentrico, incapace di stare nel sentiero comune, Ruskin ne divenne il più convinto difensore. Dopo la morte del pittore si dedicò instancabilmente alla catalogazione e alla valorizzazione della produzione di Turner, contribuendo in modo decisivo alla sua conoscenza.

Ruskin e Turner probabilmente sorriderebbero nel vederci fotografare e condividere l’ennesimo cielo, dimenticandolo subito dopo, senza neppure soffermarci un attimo a guardare quel panorama, senza uno schermo che si frapponga fra l’occhio e il cielo. Produciamo migliaia di immagini senza costruire alcun pathos con il cielo e con la foto che scattiamo.

Ruskin non era certamente contrario alle innovazioni tecnologiche, ma era consapevole che nessuno strumento può sostituire il tempo necessario per osservare e incidere un qualche sentimento o sensazione dentro di noi.

Forse è questo il motivo per cui i dipinti e i disegni continuano ad affascinarci: sono la rappresentazione del tempo dedicato ad osservare una persona, un cesto d’uva, un panorama, infine un semplice cielo.

Date un’occhiata ai cieli (e alle montagne) di Ruskin raccolte in questo Album, ma poi, appena possibile, non perdete l’occasione per alzare lo sguardo sopra le vostre teste e riempitevi gli occhi – e soprattutto la mente – delle nuvole che stanno sopra le vostre teste.

Trasformate ogni alba nell’esordio della vita,
e vivete in ogni tramonto la sua conclusione.

John Ruskin – da Gavin Pretor-Pinney, Cloudspotting, Guanda 2006

È una cosa strana quanto poco, in generale, la gente conosca il cielo.
È la parte della creazione in cui la natura ha fatto di più
per compiacere l’uomo, più di ogni altra cosa,
parlandoci e insegnandoci.

John Ruskin, Modern Painters

Collezione di licheni bottone

Israele e il suo peggior nemico

(con una premessa di Paolo Repetto)

di Giuseppe Rinaldi, appunti risalenti al 25 novembre 2023

Un anno fa, o forse più, Beppe Rinaldi trasmise a me e a Nico le bozze di un saggio sulle derive dell’attuale sistema politico israeliano. Ci stava lavorando da tempo e ne aveva fatto menzione durante uno dei nostri incontri. A quel punto quasi gliele estorcemmo, garantendogli che avrebbero costituito solo lo spunto per future discussioni e che la pubblicazione sul sito sarebbe stata considerata solo dopo la stesura definiva. A dispetto di ripetute sollecitazioni, però, Beppe non si è mai risolto a completare il saggio, o almeno non ci ha più aggiornati su eventuali ritocchi, ripensamenti o rifacimenti. Quando si tornava sull’argomento (e io ero particolarmente insistente, perché consideravo quello studio davvero prezioso) accampava la necessità di un lavoro accurato di revisione e di verifica, il che era senz’altro nelle sue corde di storico serio; ma fu chiaro sin da subito che il vero motivo della sua riluttanza alla divulgazione era un altro. Era il timore che gli intenti del suo lavoro non fossero compresi, o che addirittura fossero completamente equivocati. Timore più che giustificato, vista l’aria che tira, ma che personalmente non ho mai ritenuto possa giustificare alcuna autocensura. Il fatto è che Beppe nel fervore di una discussione sulle recenti vicende di Palestina, tra l’altro accesasi tra persone in teoria decisamente preparate e informate, era stato tacciato di antisemitismo, e la cosa lo aveva particolarmente ferito, perché implicava un totale misconoscimento della sua onestà intellettuale: della cosa cioè cui teneva di più in assoluto.

A nulla erano valse le mie assicurazioni di zelante smascheratore dell’antisemitismo (e non da ieri: vedansi, per cominciare, su questo sito Chi ha paura dell’ebreo cattivo e Una scrittura antisemita rosa pallido), sulla assoluta correttezza e liceità del suo studio e, anzi, sulla urgente necessità di renderlo pubblico per offrire finalmente un esempio di informazione non partigiana sui reali termini del problema. Se una debolezza a Beppe si poteva imputare era proprio questa sensibilità estrema ai travisamenti del suo pensiero: ciò che da un lato spiega l’ineguagliabile lucidità e accuratezza delle sue analisi, ma dall’altro gli impediva talvolta di azzardare per iscritto quegli scarti laterali e quelle previsioni spiazzanti che animavano invece i colloqui orali.

Oggi, a pochi giorni dalla sua scomparsa, mi sembra che il modo migliore per onorarne nell’immediato la memoria sia proprio la pubblicazione di quello studio, così come ce lo ha trasmesso, nella sua stringatezza documentale, senza minimamente intervenire sul testo (non ce n’era affatto bisogno: quello che voleva dire lo ha detto, e chiaro). Non si tratta solo di tener vivo il ricordo di Beppe (in questo senso, per farne meglio conoscere la statura e, appunto, l’onestà intellettuale, e per salvare materiali preziosissimi che nella malaugurata ma probabile ipotesi della chiusura del suo blog Finestre rotte andrebbero dispersi, abbiamo in programma a partire dalle prossime settimane la pubblicazione dei suoi saggi più significativi): si tratta di difendere il diritto alla critica, in qualunque direzione essa sia rivolta, purché fondata, corretta – nell’accezione vera del termine, non in quella “politica” – e onesta. E si tratta anche di dare un taglio a quel maledetto atteggiamento, tipico ormai della sinistra mainstream, per cui di certe cose non si deve parlare se non con tutti gli schwa o gli asterischi o le distanze del caso, per non rischiare di cavalcare a fianco della destra. La bozza di saggio che presentiamo ha tutte queste caratteristiche; e ne aggiungo una, che magari può sembrare irrilevante, ma che a ben considerare è invece significativa. Convince anche me, che ad un eventuale esame mi guadagnerei la patente non solo di filosemita, ma addirittura di filo-sionista (della prima ora, naturalmente). Mi convince perché l’unico modo che conosco per affrontare un problema è non negarlo, e andarne a scavare e metterne a nudo le radici. Con queste informazioni gli antisemiti veri, quelli che esibiscono croci uncinate ma anche quelli che si mascherano dietro le bandiere palestinesi, li combatterò meglio.

Mi considero (indegnamente) un erede spirituale di Beppe: per eventuali critiche o dissensi rivolgersi quindi direttamente al sottoscritto. (P. R., 17 luglio 2026)

1. Sul panorama internazionale sta accadendo uno strano fenomeno di censura, mai visto prima con simili proporzioni: ogni discussione di ordine politico e financo storiografico intorno alla Guerra di Gaza e alla Questione palestinese sta diventando impossibile. Per estensione, sta diventando impossibile ogni discussione intorno allo Stato di Israele. Appena si entra nel merito di argomenti del genere, scattano le censure del politically correct e si viene esposti alle accuse più estreme, che culminano inevitabilmente in quelle di genocidio e/o di antisemitismo. Viene evocato il disumano, il male assoluto, l’indicibile. Chiunque osi fare qualche osservazione viene subito neutralizzato con la censura e con il discredito morale. Qualunque argomentazione di tipo storico viene considerata pretestuosa e viene bandita come tentativo di giustificare ciò che si ritiene ingiustificabile.

2. Questo clima, per quanto già diffuso in precedenza, si è acuito particolarmente dopo i fatti di Gaza del 7 ottobre. Nel mio piccolo, ho reagito criticamente, pochi giorni dopo i fatti, a un articolo di Ernesto Galli della Loggia, giornalista e storico, che adottava in pieno questa prospettiva censoria[1]. Non immaginavo certo tutto quel che su quella strada di intolleranza sarebbe venuto dopo. Si badi bene che l’intolleranza è praticata dai sostenitori di entrambe le parti. Del resto è indubitabile che una parte dei palestinesi (ad esempio Hamas e la Jihad islamica) intenderebbe cancellare Israele e una parte di Israele intenderebbe cancellare i palestinesi. In mezzo agli estremi ci sta una colonizzazione sionista controversa che dura almeno da un secolo (la dichiarazione di Balfour è del 1917) e una Questione palestinese che dura da altrettanto e, nello specifico dello Stato di Israele, almeno da 75 anni. Ciascuna delle due parti ha la sua lettura “corretta” di quello che è avvenuto nel passato e ha la sua ricetta per il futuro. In mezzo, ancora, ci sta l’evento tragico della Shoah, addirittura negata da una parte consistente del mondo islamico e spesso usata strumentalmente da Israele per ignorare le numerose Dichiarazioni dell’ONU[2] e per avanzare le sue discutibili pretese territoriali.

3. Bisognerebbe riuscire a darsi una calmata. L’unico modo possibile per uscire dall’impasse è quello di deporre le assolutizzazioni e di utilizzare la contestualizzazione storica, per capire (e non giustificare!) i diversi punti di vista dei contendenti, usare gli strumenti della politica e della diplomazia, evitare la caccia a chi ha ragione o a chi ha torto, perché in quella situazione – per come è venuta a determinarsi – tutti hanno accumulato torti e ragioni ormai abbondanti e inestricabili.

C’è tuttavia un oggettivo squilibrio tra le due parti in causa: Israele ha uno Stato fondato nel 1948 (e che nel 2018 si è auto proclamato “Stato degli ebrei”) mentre i palestinesi non hanno uno Stato, con tutte le conseguenze del caso. In questa situazione, sul piano morale e su quello politico, si può avanzare la tesi che chi dei due è il più forte, e ha un potere immensamente superiore, abbia anche una maggiore responsabilità per risolvere la situazione. Israele, a partire dalla sua fondazione nel 1948, ha vinto platealmente tutte le guerre con i Paesi vicini. Ha accumulato un’indiscutibile supremazia militare. Attualmente occupa (seppure a diverso titolo) tutte le terre che, secondo l’ONU, sarebbero destinate allo Stato dei palestinesi e sta facendo in modo che non vi sia proprio più alcuno spazio di continuità per uno Stato palestinese. La situazione ormai può essere risolta solo da Israele. La domanda vera è se Israele sia un grado di farlo. Soprattutto se voglia farlo. Dopo 75 anni di predominio indiscusso.

Dunque il problema vero è quello della politica israeliana. In questo saggio si cercherà di analizzare gli aspetti salienti della politica israeliana, facendo riferimento anche e soprattutto agli opportuni contesti storici, sociali e culturali che l’hanno determinata e la determinano tuttora. Premetto che non sono un esperto di cose israeliane, anche se ho qualche dimestichezza con la disciplina storiografica e ho insegnato a lungo la storia contemporanea. Molte cose le conoscevo solo da lontano, piuttosto superficialmente. Ho ripreso lo studio dopo i tragici fatti di ottobre. Spero che queste mie analisi possano servire al lettore a farsi una propria idea non preconcetta, a mettere da parte le censure e le assolutizzazioni. Si tratta di cose forse risapute ma che, messe le une accanto alle altre, acquistano decisamente un significato più chiaro. E ci permettono di capire meglio cosa ci possiamo aspettare.

4. In questo periodo, in cui lo Stato di Israele è alla ribalta della politica internazionale ed è soggetto a ogni sorta di attenzione, anche e soprattutto per le sue vicende interne, può essere interessante avere qualche informazione in più sul suo sistema politico e partitico. I nostri comuni mezzi di informazione si guardano bene dal fornire dati utili a comprendere gli schieramenti politici che stanno dietro ai processi decisionali del governo israeliano. Non parliamo poi di produrre analisi che ci permettano di capire cosa ci possiamo aspettare in futuro. Va detto che il sistema partitico israeliano è piuttosto complesso e presenta taluni aspetti davvero singolari.

Appena ci si addentra nella questione, diventa subito chiaro che per capire il sistema politico e partitico di Israele occorre riandare alla storia della formazione dello Stato, alle vicissitudini della ideologia sionista, alle diverse componenti di tipo etnico e etnico-religioso che dividono la società israeliana. Saremo dunque costretti, nel corso dell’esposizione, ad aprire numerose parentesi esplicative e di approfondimento.

Vediamo.

La crisi del sistema politico israeliano e le ultime elezioni

5. Comincerò partendo dalla stretta attualità, per poi produrre gli opportuni approfondimenti sulle specifiche questioni, mano a mano che si presenteranno. Il primo elemento empirico immediato da prendere in considerazione è che Israele, negli ultimi anni, è andato soggetto a una crisi politica senza precedenti. Nel breve volgere di 4 anni, a partire dal 2019, si sono tenute ben cinque consultazioni elettorali per l’elezione del parlamento (Knesset)[3]:

  • 21a Knesset 9 aprile 2019
  • 22a Knesset 17 settembre 2019
  • 23a Knesset 2 marzo 2020
  • 24a Knesset 23 marzo 2021
  • 25a Knesset 1 novembre 2022

In precedenza, la 20a Knesset era stata eletta il 17 marzo 2015 ed era giunta quasi al termine naturale, quando era intervenuta una crisi nella coalizione di governo, dovuta a contrasti sulla proposta di legge riguardante il servizio militare per gli ultra ortodossi. E dovuta anche, indirettamente, alle accuse di corruzione da parte della magistratura nei confronti del premier Netanyahu. A parte i guai personali di Netanyahu, gli studiosi ritengono che, in quest’ultimo periodo, si sia verificato un cambiamento strutturale nel sistema politico israeliano che avrebbe comportato una marcata personalizzazione della politica. Si sarebbe passati, in altri termini, da una repubblica dei partiti[4] relativamente stabile a un regime populista altamente instabile, dovuto alle giravolte continue dei singoli leader, in continua competizione per massimizzare le proprie chance elettorali. Di conseguenza, i programmi elettorali sarebbero sempre meno legati alle effettive problematiche presenti nella società israeliana e sempre più legati all’interesse momentaneo di ottenere il consenso elettorale, sia da parte di gruppi mutevoli sia di singoli individui. Per questo, molte delle formazioni politiche nuove, che si sono presentate alle elezioni nell’ultimo quadriennio, sono il risultato di coalizioni labili e improvvisate. Israele ha da sempre, fin dalla fondazione, enormi problemi da risolvere e l’affermazione di questo nuovo stile politico non può certo contribuire alla loro soluzione.

6. Questo nuovo panorama del sistema politico israeliano rende la situazione assai complessa e mutevole. La cosa più facile, per chi sia del tutto estraneo a quel mondo, è quella di entrare in medias res e di esaminare la tabella dei risultati elettorali delle ultime elezioni che si sono tenute nel 2022.

Le elezioni che hanno determinato l’attuale quadro politico. Mi limiterò a citare i risultati essenziali.

PartitoOrientamentoVoti %Seggi
LikudCentro destra23,4132
Yesh AtidCentro progressista17,7924
Partito sionista religiosoDestra religiosa10,8414
Unità NazionaleCentro destra9,0812
ShasDestra religiosa8,2511
Ebraismo della Torah unitoDestra religiosa5,887
Israel BeitenuCentro destra4,486
Lista Araba UnitaPartito arabo4,075
Hadash – Ta’alSinistra radicale3,755
Partito Laburista (Ha’Avodà)Centro sinistra (Labour)3,694
MeretzCentro sinistra (Labour)3,16
BaladPartito arabo2,91
La casa ebraicaDestra religiosa1,19
Altri (28 formazioni con meno di 1%) 1,5
 100 120

Elezioni del 1° novembre 2022. Non sono stati riportati i risultati dei partiti che hanno ottenuto meno dell’1%. Lo sbarramento è al 3,25%. Sono evidenziati i partiti che fanno attualmente parte della coalizione del governo Netanyahu VI. Il Partito di Unità Nazionale non faceva parte della coalizione ma si è aggiunto nel Gabinetto di guerra, dopo i fatti di Gaza. Le posizioni dei diversi partiti saranno spiegate dettagliatamente nel seguito.

Come si vede, il sistema politico israeliano è estremamente frammentato. Nella politica israeliana, oltre a quelle mostrate nella tabella, sono presenti anche molte altre formazioni. Qui abbiamo elencato solo quelle che si sono effettivamente presentate alle elezioni del 2022 e hanno ottenuto più dell’1% dei voti. Diverse formazioni che si sono presentate in lista sono a loro volta coalizioni di altre formazioni. Un vero sistema di scatole cinesi. Si noti che ben 28 formazioni che si sono presentate non hanno neppure raggiunto l’1%. Si tenga anche conto del fatto che il sistema elettorale israeliano è proporzionale. Per l’attribuzione dei seggi alla Knesset (che sono 120 in tutto) in Israele c’è attualmente una soglia di sbarramento che ammonta al 3,25%.

7. Sulla base della nostra tabella, cerchiamo ora di comprendere come hanno votato gli elettori israeliani, a seconda di alcune grandi aree o raggruppamenti. La collocazione dei diversi partiti nelle varie aree, anche se relativamente arbitraria, è quella consuetudinaria. Si tenga presente che sono possibili raggruppamenti di tipo diverso[5]. Inoltre, per la formazione delle coalizioni di governo, che si formano sempre dopo le elezioni, all’interno di ciascuna area possono esserci anche rivalità o incompatibilità dovute alle specifiche tattiche dei singoli partiti, nelle diverse situazioni.

Elezioni Israele – 1 nov. 2022(%)
Centro destra36,99
Destra religiosa26,16
Centro17,79
Partiti arabi 6,98
Centro sinistra 6,85
Sinistra radicale 3,75

Secondo la nostra classificazione, il centro destra non religioso ha ottenuto complessivamente il 36,99%. La destra religiosa ha invece conseguito il 26,16%. Il centro ha guadagnato il 17,79%. I partiti arabi ammontano in tutto al 6,98%. Il centro sinistra ha il 6,85%. La sinistra radicale, costituita tuttavia in gran parte da voto arabo, il 3,75%.

Occorre tener presente che le nozioni di destra e sinistra in Israele sono alquanto diverse dalle nostre. Una discriminante tra i diversi partiti è il modo in cui si rapportano nei confronti del sionismo. Si tenga presente che ci sono attualmente almeno tre tipi ben distinti di sionismo (vedi oltre). I partiti che possono essere definiti genericamente come antisionisti (Sinistra radicale e Partiti arabi) arrivano appena al 10,73%. Tutti gli altri partiti, compresi i laburisti di centro sinistra, sono sionisti, più o meno radicali, di un tipo o dell’altro. C’è un partito della destra religiosa (Ebraismo della Torah) che si dichiara antisionista per il fatto che per motivi religiosi non riconosce lo Stato, ma che non disdegna di collaborare con lo Stato (vedi oltre). I partiti che hanno conseguito meno dell’uno per cento ammontano in tutto all’1,5%. Va considerato che il partito che attualmente occupa il centro progressista (Yesh Atid) non è stato estraneo in passato a collaborare con il Likud.

8. L’attuale governo Netanyahu è il 37º governo d’Israele, il sesto sotto la guida di Benjamin Netanyahu. Formatosi in seguito ai risultati delle elezioni del 2022, è stato definito come il governo più a destra nell’intera storia di Israele. Era nato dopo le elezioni come regolare governo di coalizione in sede civile, ma, in seguito allo scoppio, nell’ottobre del 2023, del pesante conflitto armato contro Hamas, presso la Striscia di Gaza, esso è stato mutato in un Governo di guerra. La possibilità di un gabinetto di guerra era già prevista nell’ordinamento di Israele. Occorre tenere presente che i provvedimenti del gabinetto di guerra non necessitano dell’approvazione della Knesset. Per tutta la durata della guerra, la Knesset sarà dunque esautorata.

Nella sua formazione iniziale, il governo Netanyahu VI era composto da 31 ministri, ed era supportato da una coalizione formata da Likud, Ebraismo della Torah Unito, Shas, Partito Sionista Religioso (che comprende Otzma Yehudit e Noam)[6]. A questi partiti, nel nuovo contesto bellico dopo il 7 ottobre 2023, si è aggiunto il Partito di Unità Nazionale, portando il governo ad un totale di 37 ministri, di cui 6 nominati in stato d’assedio. Il Partito di Unità Nazionale, che è venuto in soccorso di Netanyahu, è guidato da Benny Gantz ed è, a sua volta, una coalizione formata da due partiti (“Blu e Bianco” e “Nuova Speranza”). Si tratta nel complesso di una formazione liberale conservatrice, sionista di centro destra.

L’attività del governo è attualmente sostituita dal Gabinetto di guerra che è formato da cinque membri: Benjamin Netanyahu (Primo Ministro, Likud), Yoav Gallant (Ministro della Difesa, Likud), Benny Gantz (Ministro senza portafoglio, Partito di Unità Nazionale), Ron Dermer (Ministro degli Affari Strategici, Likud), Gadi Eizenkot (Ministro senza portafoglio, Partito di Unità Nazionale). Si tratta in gran parte di ex militari.

Invece lo Yesh Atid, partito non meno sionista ma centrista, genericamente progressista e laico, guidato dall’ex giornalista Yair Lapid, già precedentemente fuori dalla coalizione governativa, è rimasto fuori anche dal gabinetto di guerra. Pur avendo in passato collaborato con Netanyahu, lo Yesh Atid si è ultimamente caratterizzato con una posizione anti-Netanyahu.

Esaminando l’attuale composizione del governo Netanyahu VI appare abbastanza evidente come nella Guerra di Gaza si stiano combattendo sul campo due manifestazioni dell’estremismo religioso, quello fondamentalista terroristico di Hamas e quello fondamentalista sionista e religioso di Israele. Questo non significa certo mettere sullo stesso piano i due contendenti. Tuttavia il fondamentalismo costituisce il loro elemento comune e la chiave per interpretare molte delle loro decisioni.

Mi si permetta qui di aggiungere una nota di valutazione personale. Sui nostri media corre la voce che Netanyahu sia ormai caduto in disgrazia e che il pubblico israeliano voglia “fare i conti” con lui. In realtà le critiche rivolte a Netanyahu – oltre ai suoi problemi giudiziari personali e oltre al suo disegno di legge che mira a limitare l’indipendenza della magistratura – sono critiche che potremmo definire “di estrema destra”: Netanyahu non avrebbe tenuto la necessaria fermezza contro i Palestinesi. Per cui, quand’anche il Likud possa soffrire in futuro di una qualche emorragia elettorale, i voti persi andranno a destra e non certo a sinistra. Quelli che si consolano ripetendo di essere critici di Netanyahu (cioè degli errori dell’uomo politico) dovrebbero tenere a mente (si guardi bene la distribuzione dei consensi) che dopo Netanyahu potrà venire solo una coalizione ancora più a destra e sempre meno disponibile a intraprendere iniziative di pace con i Palestinesi. A parte i suoi errori personali e le sue defaillance politiche, Netanyahu interpreta perfettamente il sentire della gran parte del suo Paese.

Il centro-sinistra israeliano, con qualche ragguaglio storico

9. Proviamo ora, dopo lo sguardo panoramico generale, a entrare nel merito della consistenza qualitativa dei diversi schieramenti. Per quanto faticoso e ostico, è questo un sacrificio che va fatto se si vuol capire cosa ci possiamo aspettare dalla futura evoluzione politica di Israele. Cominciamo dal centro sinistra. Preferisco parlare di “centro sinistra” perché nel panorama degli schieramenti israeliani ci sono alcune formazioni di sinistra più radicali e perché gli attuali partiti di centro sinistra sono comunque sionisti, come tanti altri, pur con tutti i distinguo del caso. Abbiamo già premesso che ci sono diversi tipi di sionismo.

L’attuale centro sinistra israeliano – che, come si vede dai risultati elettorali, sta attraversando una notevolissima crisi – è l’erede degli storici partiti di ispirazione sionista socialista (e laburista), il Mapai e il Mapam che hanno sostanzialmente guidato, in termini egemonici, prima la migrazione in Palestina negli anni del Mandato, poi la formazione stessa di Israele nel 1948 e, poi ancora, i suoi sviluppi, fino al 1977. I sionisti laburisti hanno sempre avuto la maggioranza fin dal 1948 e, solo a partire dal 1977, l’elettorato israeliano si è spostato tendenzialmente sempre più a destra, fino a determinare la composizione dell’attuale governo Netanyahu VI. L’attuale centro sinistra è composto da due partiti principali che nel 2022 sono arrivati, insieme, al 6,85%. Insomma, a ben vedere, una catastrofe elettorale. Che ha le sue ragioni profonde.

10. Prima di proseguire, se vogliamo capirci qualcosa, è qui necessario un intermezzo di minima chiarificazione intorno alla “sinistra” israeliana. Nel nostro Paese si ha una conoscenza piuttosto superficiale della storia di Israele e si tende a considerare il sionismo come una specie di socialismo, o come una specie di socialdemocrazia. Questa discutibile convinzione è stata alimentata anche e soprattutto grazie alla mitologia dei kibbutzim, le imprese, soprattutto agricole, organizzate secondo una modalità collettivistica, tipiche soprattutto del periodo pionieristico. Ebbene, Zeev Sternhell – pubblico intellettuale israeliano e noto studioso delle ideologie della prima metà del Novecento – spiega che il sionismo ha poco o niente a che vedere con il socialismo e con la socialdemocrazia per come li intendiamo comunemente. Va detto che Sternhell non è molto amato dalla destra israeliana e ha subito un grave attentato nella sua abitazione il 28 settembre 2008. Tuttavia Sternhell qui parla da storico delle idee. La discriminante fondamentale, secondo lo studioso, è che socialismo e socialdemocrazia sono e restano ideologie universalistiche. Il sionismo invece deve essere considerato come una sorta di socialismo nazionalista. Sternhell, ovviamente, ci tiene a distinguere questo socialismo nazionalista dal socialismo nazionale, poiché quest’ultimo rischierebbe ovviamente di essere confuso con il nazionalsocialismo.

Dice Sternhell: «L’unicità del socialismo nazionalista europeo […] risiede in un punto essenziale: l’accettazione del principio del primato della nazione al cui servizio vengono posti i valori del socialismo. In questo modo il socialismo per[d]e il suo significato universale e diven[ta] uno strumento essenziale nel processo di edificazione dello Stato nazionale. I valori universali del socialismo furono dunque subordinati ai valori particolaristici del nazionalismo. Espressione pratica di tale ideologia furono il rifiuto totale del concetto di lotta di classe e la volontà di trascendere le contraddizioni sociali per il bene di tutta la collettività. Questa forma di socialismo predicò l’unità organica della nazione e la mobilitazione di tutte le classi della società allo scopo di conseguire gli obiettivi nazionali»[7]. Insomma, un’ideologia para socialista messa al servizio della costruzione della nazione.

Prosegue poi ancora Sternhell indicando una forte caratterizzazione antiborghese del sionismo, ma non anticapitalistica. Infatti, da parte del sionismo si ha la forte identificazione dei lavoratori con i “produttori”, senza alcuna distinzione di classe, senza alcuna differenziazione tra capitale e lavoro. Di conseguenza si ha una forte contrapposizione tra i lavoratori/ produttori e i “parassiti”. In quel contesto veniva dunque apprezzato il capitale produttivo e disprezzato il capitale speculativo. Si pensi che il sindacato sionista Histadrut (vedi oltre) era esso stesso possessore dei mezzi di produzione (noi diremmo, che era capitalista) e, nel contempo, difensore degli interessi dei soli lavoratori ebrei.

Aggiunge ancora Sternhell, a proposito del rapporto tra individuo e nazione: «Il socialismo nazionalista si basava […] sull’idea di nazione quale unità culturale, storica e biologica o, in senso figurato, una famiglia estesa. L’individuo era considerato come una parte organica della totalità e la totalità aveva priorità sull’individuo. I legami di sangue e culturali che univano i membri della nazione e la loro partecipazione allo sforzo generale nazionale erano considerati più importanti della posizione dell’individuo nel sistema produttivo»[8]. La nazione, così intesa, doveva difendersi contro i due grandi pericoli, costituiti dal liberalismo, che esaltava l’individualismo e dal marxismo che esaltava la lotta di classe e, dunque, la spaccatura del corpo della nazione.

Aggiunge poi ancora Sternhell a proposito della “dimensione sociale” che era ben presente nel sionismo originario: «Nel momento in cui negò la lotta di classe, il socialismo nazionalista favorì attivamente una soluzione dei problemi sociali. Esso proclamava che nessuno che avesse a cuore il futuro della nazione, poteva rimanere indifferente a una situazione in cui larghi segmenti del corpo nazionale si trovavano immersi in una condizione di povertà e di degrado […] il socialismo nazionalista non si oppose mai al capitale privato in sé. […] colpevoli erano i capitalisti improduttivi, non il capitale in sé»[9]. Di qui l’invocazione di un marcato interventismo statale nell’economia e nella dimensione del welfare o, se si vuole, dello stato sociale.

L’intero capitolo I del saggio di Sternhell spiega diffusamente questi concetti e li colloca opportunamente nel loro contesto storico. Ho riportato queste lunghe citazioni poiché da esse si desume con una certa chiarezza – Sternhell non lo dice evidentemente per carità di patria – che il sionismo storico, e quello del Mapai e simili, avessero numerosi punti in comune con la ben nota ideologia nostrana che ha nome fascismo. Se vogliamo, potrebbe essere considerato come una versione sociale del fascismo, cui va aggiunta tuttavia una forte caratterizzazione etnonazionalistica. Più di uno studioso ha sottolineato le parentele tra sionismo e fascismo. Il sionista revisionista Jabotinsky, fondatore di una delle correnti del sionismo, è stato più volte avvicinato al fascismo. Non è questa la sede per discutere gli apparentamenti ideologici tra il sionismo e le altre ideologie del Novecento. Spero di avere comunque chiarito esaurientemente che ogni tentativo di paragonare i laburisti israeliani ai partiti socialisti europei è destinato al più totale insuccesso. Il rischio è quello di non capire proprio niente.

I laburisti israeliani si sono sempre e soltanto occupati della costruzione della nazione. Il loro “socialismo” è sempre stato di tipo particolaristico. E strettamente legato alla colonizzazione e alle questioni militari e di confine con i Paesi vicini. Si pensi a personaggi come Golda Meir o Moshe Dayan. La questione palestinese è sempre stata per loro un grave incomodo, nazionale e internazionale. Il colonialismo è sempre stato un tratto fondamentale della loro prospettiva. Il labourista israeliano Yigal Allon – tanto per fare un esempio – è stato uno dei promotori della colonizzazione illegale della Cisgiordania dopo il 1967. Solo recentemente i laburisti sionisti si sono in un certo senso effettivamente socialdemocratizzati in senso europeo (mettendo l’accento sui diritti individuali, sul mercato, sul riformismo e sul welfare state e accettando, in politica estera, la teoria dei “due popoli, due Stati”). Ma queste trasformazioni sono avvenute proprio in seguito alla crisi sopravvenuta del sionismo originario.

11. Ci sono delle ragioni profonde che spiegano la crisi del sionismo socialista e nazionalista classico e dunque la progressiva conversione della maggioranza dell’elettorato israeliano dalla “sinistra” alla destra estrema. Intanto dobbiamo mettere in conto l’affievolirsi progressivo dell’ideologia sionista nazionalista originaria (sebbene non del progetto coloniale, che è passato alla destra e ai partiti religiosi). È noto da tempo che il socialismo collettivistico dei kibbutzim ha perso ogni spinta propulsiva ed è tuttora in crisi e le poche realizzazioni restano solo più con un valore simbolico. La società israeliana è stata contagiata dalla silenziosa marcia inarrestabile dell’individualismo. L’ideologia collettivista nazionale non attrae più e non sembra funzionare più. Secondariamente, dopo la fine della Guerra fredda, di fronte all’esigenza, fattasi più stringente, di risolvere la Questione palestinese con un compromesso, la “sinistra” israeliana è apparsa al pubblico troppo debole, troppo incline a rinunciare agli obiettivi securitari della destra, che sempre più coincidono con la espulsione degli arabi e la realizzazione della Grande Israele. Come è noto, il laburista Yitzhak Rabin, propenso a una pacificazione con i Palestinesi, è stato assassinato il 4 novembre 1995, proprio da un estremista di destra. Un messaggio assai chiaro.

Ma la causa principale della crisi della “sinistra” israeliana è stata la nuova immigrazione. Il sionismo socialista nazionalista era fortemente legato alla prima immigrazione askenazita[10], composta soprattutto da ebrei provenienti dall’Europa centrale. Com’è noto, secondo la legge del ritorno, Israele è tenuta ad accogliere e a conferire la cittadinanza a tutti gli ebrei[11] che la richiedano. Il fatto è che il processo migratorio verso Israele ha subito nel tempo un notevole cambiamento. Per dirla in sintesi, a livello mondiale, i ceti medio alti della diaspora ebraica non si sono neppur sognati di emigrare verso Israele. A fare la scelta dell’immigrazione sono stati sempre più i ceti meno privilegiati, provenienti dagli angoli più sperduti del mondo. Questi nuovi “cittadini” israeliani, a volte anche fatti segno di disprezzo e di manifestazione razziste da parte degli stessi israeliani di più vecchio insediamento, sono quelli che de facto hanno progressivamente determinato lo spostamento a destra dell’asse politico. Il cambiamento della composizione sociale e culturale dell’immigrazione ha determinato il cambiamento della composizione politica. Detto in altri termini, il sionismo socialista nazionalista originario pare abbia fallito nella socializzazione dei nuovi arrivati, i quali hanno continuato a mantenere i loro retroterra originario in termini di cultura politica, alimentando da un lato la prospettiva individualista (fortemente anticollettivista e contraria all’interventismo statale) e dall’altro quella etnico religiosa. Inoltre, essendo i nuovi immigrati appartenenti a ceti medio bassi, quando non a fasce marginali, ciò ha favorito lo sviluppo del rancore sociale della conflittualità interna e delle istanze securitarie e antiarabe.

12. Un altro aspetto assai rilevante per la comprensione della crisi della “sinistra” è costituito dalla crisi (a partire degli anni Ottanta e Novanta) e dalla trasformazione del sindacato sionista socialista Histadrut in una organizzazione sindacale vicina agli standard comuni dei Paesi occidentali. Si tratta della organizzazione sindacale tradizionale di Israele. Che ha avuto caratteristiche davvero singolari. Anzitutto si trattava di un’organizzazione che ha preceduto di gran lunga la formazione dello Stato di Israele. Essa ha avuto un ruolo enorme nella colonizzazione, a partire fin dagli anni Venti. Va spiegato bene che questo sindacato si rivolgeva esclusivamente ai lavoratori ebrei. Solo nel 1966 vennero ammessi gli arabi israeliani, seppure su un piano non del tutto paritario. Questo sindacato aveva avuto un peso enorme nella struttura stessa dello Stato. Dopo la costituzione dello Stato, Histadrut è stato addirittura definito come “uno stato nello stato”. In generale, nel nostro linguaggio politologico, Histadrut avrebbe potuto essere definita come una corporazione o sindacato corporativo. Aveva il controllo su una parte rilevante del sistema economico israeliano che notoriamente era gestito prevalentemente dallo Stato. Controllava la finanziarizzazione dell’economia (possedeva banche), organizzava le cooperative (kibbutz) organizzava la previdenza (pensioni) e il welfare (l’assistenza sanitaria e le farmacie). Si occupava della formazione professionale e del mercato del lavoro (gestiva il collocamento). Possedeva anche un giornale quotidiano diffuso. L’iscrizione dei lavoratori (ebrei) e il pagamento delle quote era praticamente obbligatoria. L’elemento “socialista” della economia israeliana stava appunto soprattutto in questa enorme corporazione onnipresente, con migliaia di dipendenti. I dirigenti erano eletti e, benché fosse consentito un certo pluralismo, la maggioranza schiacciante era costituita pressoché sempre all’interno dei partiti della “sinistra”. Una specie di cinghia di trasmissione tra politica, Stato ed economia.

A partire dagli anni Ottanta, questo apparato elefantiaco cominciò a dare segni di crisi, soprattutto sul piano della gestione finanziaria. Nel 1995 si arrivò al colpo di grazia con la riforma sanitaria che ne passò le competenze allo Stato. Dopo il 1995 l’Istadrut ebbe un notevole ridimensionamento, con perdita di adesioni, chiusura del giornale e diminuzione delle competenze. Questa diminuzione di importanza è legata, in generale, a una politica di liberalizzazioni che vennero portate avanti – contro i laburisti – dal nuovo partito (Herut) che poi diverrà il Likud. Insomma, quello che era l’apparato corporativo qualificante del sionismo socialista ha finito per mostrare la sua insostenibilità, tanto da essere drasticamente ridimensionato e con esso la politica sionista socialista.

È abbastanza significativo come queste enormi trasformazioni interne siano avvenute in concomitanza con la fine della Guerra fredda. L’immigrazione dei mizrahì (vedi oltre) dall’Oriente e dalla ex Unione Sovietica, il ridimensionamento in Israele della componente askhenazita, la liberalizzazione dell’economia (e la maggiore esposizione della politica alle pratiche clientelari), l’emarginazione progressiva del laburismo e del sindacato Histadrut sono senz’altro fenomeni interrelati e concomitanti. Cui va aggiunto il sopravvenire progressivo di un nuovo tipo di sionismo, il sionismo messianico (vedi oltre). Con la fine della Guerra fredda, in politica estera tenderà ad aumentare progressivamente, assieme allo spostamento politico a destra, la pressione sui Territori occupati palestinesi.

13. Come si evince da questo quadro, il sionismo socialista nazionalista che aveva determinato la fondazione dello Stato israeliano è andato incontro a una crisi irreversibile. Un processo che può essere tranquillamente inquadrato nella crisi delle ideologie. L’attuale sionismo è tutt’altra cosa.

Ma vediamo ora, per completare il quadro, un po’ più in dettaglio cosa è rimasto, qual è la consistenza attuale dei partiti del centro sinistra. L’attuale schieramento di centro sinistra è composto da due partiti principali. Anzitutto il Partito Laburista Israeliano, che si chiama Ha’Avodà. Il leader attuale è una donna, Merav Michaeli, ex conduttrice televisiva. È un partito sionista, seppure ormai di orientamento compiutamente socialdemocratico. Continua la tradizione laica originaria del sionismo. Fondato il 23 gennaio 1968, i suoi appartenenti provenivano dalle file del Mapai e del Mapam. Per un certo periodo si chiamarono “Israele Unita”. Il partito attuale fa parte dell’Internazionale socialista. Il partito si è spaccato sul sostegno dato al governo Netanyahu V (35°), quando due deputati su tre (tranne la Michaeli) lo hanno appoggiato. Il partito, sotto la nuova guida della Michaeli, ha poi sostenuto il governo di coalizione Bennett – Lapid (36°), in cui la Michaeli stessa ha fatto il Ministro dei trasporti[12]. Per quanto riguarda la questione palestinese, sostiene la soluzione dei «due popoli, due Stati». Il partito è aperto a una serie di questioni connesse ai diritti civili e sociali, come il matrimonio omosessuale, la legalizzazione della cannabis, i diritti LGBT. Il partito si era opposto alla approvazione della legge fondamentale del 2018 che ha dichiarato Israele “Stato degli ebrei”. Nelle elezioni del 2022 ha preso il 3,69% e ha così guadagnato 4 seggi.

L’altro partito di centro sinistra si chiama Meretz (che vuol dire “Energia”). È un partito sionista, di orientamento socialdemocratico e ambientalista. Nasce nel 1992 da alcune correnti del Mapam. Le posizioni politiche del partito sono la difesa dello Stato sociale, il riconoscimento dei diritti degli omosessuali, la separazione tra Stato e religione e l’avvio di un negoziato di pace tra israeliani e palestinesi che crei due Stati indipendenti. Tra i partiti sionisti, il Meretz è quello che si colloca più a sinistra. Nelle elezioni del 2022, col 3,16% dei voti, non ha superato la soglia di sbarramento del 3,25% e non ha ottenuto alcun seggio.

Come abbiamo mostrato, la crisi del laburismo israeliano viene da lontano e pare oggi decisamente irreversibile. Ben lungi dall’essere una crisi momentanea, manifesta la tendenza di questa “sinistra” a trasformarsi in una serie di piccoli partiti di opinione, rivolti ai ceti medio alti, tendenzialmente laici. Una ripresa elettorale del centro sinistra capace di impensierire le due destre israeliane è del tutto da escludere. L’unico partito che punta all’area laica progressista, senza le zavorre della tradizione e che quindi fa concorrenza spietata al centro sinistra, è il partito progressista di centro Yesh Atid (vedi oltre).

14. Possiamo occuparci ora – come appendice al centro sinistra – della sinistra radicale. Il partito di riferimento, nelle elezioni di cui ci stiamo occupando, si chiama Hadash (“Nuovo”). Si qualifica come “Fronte democratico per la Pace e l’eguaglianza”). Si tratta, a sua volta, di una coalizione di due partiti composta dal Partito Comunista di Israele (Maki o Rakah), che è un tipico partito comunista e marxista, e dalle Pantere Nere, che è un gruppo di sinistra radicale arabo. Hadash non è sionista, ma non si oppone alla collaborazione con altri partiti sionisti. Il partito si qualifica invero coraggiosamente come interetnico. Si definisce “arabo-ebraico”: sebbene la maggioranza dei suoi leader ed elettori siano arabi israeliani, ha permanentemente e simbolicamente mantenuto una rappresentanza ebraica tra i suoi membri e nelle liste elettorali. Alle elezioni del 2022 si è presentato con Ta’al (Movimento Arabo per il Rinnovamento) e ha guadagnato il 3,75%, con 5 seggi. Quella che abbiamo definito come sinistra radicale vale dunque, alle elezioni del 2022, il 3,75%. Si consideri comunque che questa coalizione, per la sua composizione, attrae una componente araba significativa. Sergio Della Pergola, su Limes, ha collocato queste formazioni radicali insieme ai partiti arabi.

I cittadini arabi di Israele e i loro partiti

15. In Israele abbiamo poi i partiti arabi. Sono i partiti che si rivolgono principalmente alla minoranza dei cittadini di Israele che sono arabi. Si tratta di partiti dunque che sono disegnati secondo una chiara linea di tipo etnico. Per avere un’idea della distribuzione etnica della popolazione israeliana, nel 2022 il 73,6% della popolazione era costituita da ebrei israeliani, il 21,1% della popolazione da arabi israeliani e il restante 5,3% da membri di altri gruppi etnici. In cifra assoluta, gli arabi israeliani ammontano a 2.065.000 unità. Si noti che i “cittadini arabi di Israele” non sono necessariamente definibili esattamente come palestinesi. Sul piano etnico religioso, tra loro ci sono musulmani, drusi, cristiani, e anche beduini.

È bene ricordare da dove vengano costoro. Storicamente sono gli eredi degli arabi che si trovavano sotto il Mandato britannico, nell’area assegnata inizialmente dall’ONU ad Israele, la cui entità complessiva è stata stimata in 950 000 unità. In seguito agli eventi tra il 1947 e il 1948 (la guerra civile interna e la guerra tra i Paesi arabi e Israele del 1948) si calcola che siano rimasti nei territori di Israele circa 100-150 000 arabi (meno del 20%). La differenza rende l’idea dell’entità della espulsione (o eliminazione) subita dagli arabi. Sulle modalità di tale espulsione è tuttora in corso un aspro dibattito, che coincide con quello relativo alla legittimità stessa della formazione di Israele. Alcuni dei nuovi storici israeliani hanno parlato documentatamente di pulizia etnica[13]. La versione ufficiale sionista dell’epoca è che gli arabi, istigati dai Paesi arabi vicini, si siano allontanati volontariamente, convinti di poter tornare a guerra finita con Israele sconfitta. Non ci interessa entrare qui nella questione storiografica. Quel che è sufficiente per noi è che tra il 1947 e il 1948 da 950 000 unità si sono ridotti a un centinaio di migliaia. Questo è stato l’impatto sulla popolazione araba locale.

Si noti che fino al 1966-1968 i cittadini arabi sono stati sottoposti al regime marziale e dunque a pesanti restrizioni (circa i diritti di proprietà, la libertà di circolazione, i diritti civili). Le terre degli arabi sono state espropriate (attraverso un pretestuoso e raffinato apparato legale), sono stati messi limiti, per gli arabi rimasti, agli investimenti e alle opportunità di impresa. È stata scoraggiata quando non impedita la partecipazione politica. Le testate giornalistiche arabe sono state chiuse ed è stata impedita ogni sistematica attività culturale. Gli arabi hanno dovuto sottostare a permessi di spostamento, coprifuoco, detenzioni amministrative e espulsioni senza processi.

16. Ovviamente per votare occorre avere la cittadinanza. La nozione di cittadinanza, nello Stato di Israele, è alquanto problematica. Per cui è il caso di fornire qualche ulteriore chiarimento. La cittadinanza è davvero piena solo per gli ebrei. Osserva Wikipedia che Israele può essere considerato un esempio di democrazia etnica, in cui il gruppo religioso ebraico predomina nettamente, anche se formalmente sono garantiti i diritti civili e politici a tutti. Tutti i cittadini israeliani godono dei diritti civili e politici, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica e religiosa. Gli arabi israeliani sono cittadini israeliani, ad eccezione tuttavia di quelli di Gerusalemme Est e delle alture del Golan, che hanno lo status di residenti permanenti e il diritto a richiedere la cittadinanza israeliana. Molti di costoro tuttavia hanno preferito non usufruire di questo diritto. Gli arabi israeliani, anche dopo l’abrogazione del regime militare nei loro confronti, sono tuttavia ancora soggetti a numerose restrizioni e trattamenti particolari rispetto ai cittadini ebrei. Ad esempio non hanno l’obbligo del servizio militare.

Gli arabi israeliani non vanno confusi con i numerosi lavoratori stranieri immigrati soprattutto dai Paesi circonvicini e – ovviamente – con i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza[14]. I palestinesi in teoria, dopo gli accordi di Oslo, votano per la Autorità palestinese, anche se, in seguito al conflitto interno tra Fatah e Hamas, le elezioni non sono più state convocate. Questi ultimi, attraverso un ordinamento rocambolesco, possono avere il permesso di lavorare in Israele, generando un flusso drammatico, soggetto a permessi, restrizioni, rigidi controlli.

Abbiamo poi, a partire dal 1967, la situazione dei coloni che sono cittadini israeliani e che sono però insediati nei Territori occupati (che avrebbero dunque la residenza “fuori Israele”, tranne nel caso dei territori annessi unilateralmente e non riconosciuti però dalla comunità internazionale). In quanto cittadini israeliani hanno il diritto di voto e quindi, nel voto, non potranno che tener conto dei loro interessi e della politica dei diversi partiti verso gli insediamenti. I coloni stimati nel 2023 sono circa 700 000. A questi vanno aggiunti i coloni che stanno negli israeli outpost illegali, insediamenti clandestini non riconosciuti ufficialmente neanche da Israele, ma comunque tacitamente appoggiati dal governo israeliano, mediante la fornitura di strade, allacciamenti, comunicazioni e servizi di difesa.

È il caso di precisare che fino al 1966-’68 è stata di fatto impedita agli arabi ogni forma di organizzazione politica, ogni forma di partito organizzato, anche se, fin dal 1948, erano presenti alla Knesset alcuni rappresentanti degli arabi. Va detto che la espulsione originaria avvenuta tra il 1947 e il 1948, ha privato per intero gli arabi israeliani della loro classe dirigente. La costituzione di formazioni politiche arabe in Israele è avvenuta solo con l’avvento delle successive generazioni che, mediamente, sono risultate più istruite e più disponibili alla partecipazione politica.

17. Torniamo ora ai partiti arabi. Abbiamo anzitutto la Lista Araba Unita (Ra’am). È un partito a forte caratterizzazione etnica che si rivolge agli arabo israeliani. Sorprendentemente, ma non troppo, è un partito che esprime un certo notevole conservatorismo sociale, legato sostanzialmente alla cultura islamica tradizionale. Si tratta dunque di un partito israeliano arabo di destra. Per quanto riguarda la questione palestinese, il partito sostiene la soluzione dei due Stati. Alle elezioni del 2022 ha preso il 4,07% e ha ottenuto 5 seggi.

Abbiamo poi Balad (“Assemblea Nazionale Democratica”). È un partito arabo-israeliano, antisionista e filo-palestinese. A differenza di Hadash, Balad si oppone alla cooperazione con qualsiasi partito sionista, compresi quelli di sinistra e pacifisti come Meretz. Balad rivendica una piattaforma politica tesa a trasformare Israele in una democrazia per tutti i cittadini, a prescindere dalla loro identità nazionale o etnica. Si oppone all’idea di uno Stato unicamente ebraico e sostiene la natura binazionale di Israele. Si batte quindi per affinché i palestinesi ottengano lo status di minoranza nazionale e abbiano pieno riconoscimento dei diritti all’autonomia culturale, educativa e comunicativa. Supporta la definizione di due Stati sulla base dei confini definiti prima della Guerra dei sei giorni, con la costituzione di un unico Stato di Palestina (composto da Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est) e l’attuazione della Risoluzione 194 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sul diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi. Indubbiamente si tratta forse del partito israeliano che ha la visione più progressista circa la soluzione della questione palestinese. Forse proprio per questo alle elezioni del 2022 ha preso solo il 2,91%, non riuscendo così a superare lo sbarramento e non ottenendo dunque neppure un seggio.

Di Ta’al (“Movimento Arabo per il Rinnovamento”) abbiamo già parlato. Alle elezioni del 2022 non compare separatamente poiché si è presentato con il partito Hadash della sinistra radicale. Insieme hanno preso 1 seggio.

Come si vede il partito arabo che ha maggiori consensi tra gli arabi israeliani è un partito “di destra” e conservatore. Gli altri partiti arabi, come Balad o Ta’al, hanno una caratterizzazione più “di sinistra” ma costituiscono una minoranza esigua. I partiti arabi, presi insieme, nel 2022 valgono il 6,98%. Qualcosa in più, se vogliamo considerare anche come partiti arabi i partiti della sinistra radicale di cui s’è già detto. Ci sono tuttavia anche altre formazioni minoritarie. Anche tra gli arabi israeliani abbiamo dunque anzitutto una notevole spaccatura tra destra e sinistra e poi una forte frantumazione elettorale.

Uno sguardo all’esiguo Centro progressista

18. Data la situazione di crisi del sistema politico israeliano, la collocazione di centro è piuttosto difficoltosa da individuare. Il centro tende a farsi e a disfarsi continuamente. I partiti di centro possono allearsi sia a destra sia a sinistra. Nelle elezioni del 2022, l’unico partito cui può essere attribuita una posizione centrista, talvolta inclinante verso la sinistra, è, a giudizio di chi scrive, lo Yesh Atid (“C’è un futuro”). È un partito sionista, liberale e laico, con tinte di anticlericalismo, nonché di populismo, guidato dall’ex giornalista Yair Lapid. Pur avendo in passato collaborato con il Likud, è attualmente il principale partito di opposizione a Netanyahu. Il Partito si rivolge al ceto medio e medio-alto, soprattutto delle grandi città, dove pesca la maggior parte del suo elettorato.

Cito da Wikipedia, nella versione inglese: «In generale, Yesh Atid è considerato principalmente come un partito centrista; tuttavia esso è stato anche considerato come partito di “centro destra” o di “centro sinistra”. Questo partito ha tendenze sia verso il libero mercato sia verso il liberalismo sociale, cose che determinano inclinazioni di stampo libertario. Esso cerca di rappresentare quello che è considerato il centro della società israeliana: il ceto medio secolarizzato. Esso è concentrato primariamente intorno ad istanze di tipo civico, socioeconomico e di governance, includendo una riforma del sistema di governo e l’abolizione delle esenzioni militari per gli ultra ortodossi. Yesh Atid ha sostenuto la ripresa di negoziati di pace con i palestinesi e l’arresto di ulteriori costruzioni negli insediamenti».

Il partito ha preso significative posizioni contro il tentativo di riforma della Corte suprema nonché contro la corruzione (di cui Netanyahu è accusato). Ha preso molte posizioni a favore di un ampliamento dei diritti civili. Si è schierato per l’istituzione del matrimonio civile[15] e a favore del mondo LGBTQ, a sostegno delle rivendicazioni gender e dei matrimoni omosessuali. Ha preso posizione contro la separazione scolastica delle varie “tribù” israeliane (vedi oltre) e contro le esenzioni dal servizio militare per i gruppi religiosi. Per quanto concerne la questione Palestinese, accetta la soluzione dei due Stati ed è favorevole a bloccare gli insediamenti dei coloni.

Alle elezioni del 2022 ha fatto il secondo miglior risultato, ha preso il 17,8% e ha guadagnato 7 seggi.

Il Centro-destra israeliano non religioso

19. Possiamo ora rivolgerci alla destra, che in Israele si presenta in due versioni, quella più laica e quella religiosa. A destra sono attualmente collocate le forze egemoni della politica israeliana. Distingueremo tra un centro destra e una destra religiosa. Semplicemente in base al fatto che la destra religiosa tende a essere più fondamentalista, mentre il centro destra tende a essere più pragmatico e spregiudicato nelle alleanze.

Il centro destra laico, non religioso, comprende anzitutto il Likud, il partito dell’attuale capo del governo Netanyahu. Likud significa “Consolidamento”. Si tratta di un partito, sionista, nazionalista e liberal conservatore. Anche il Likud affonda le sue radici nella storia per cui è necessario qualche ragguaglio, altrimenti si rischia di non capire gran che. Il Likud ripone le sue radici attuali in una corrente separata del movimento sionista, il sionismo revisionista di Vladimir Žabotinskij. Si tratta di un movimento che, all’epoca sua, è stato spesso accusato di avere un’ispirazione fascista. È stata questa l’ala del sionismo che ha portato avanti con maggiore decisione e violenza la colonizzazione della Palestina, non rinunciando talvolta all’uso di metodi terroristici e alla pulizia etnica.

20. Vediamo meglio. Sia i laburisti tradizionali sia il Likud sono sionisti. Tuttavia c’è una notevole differenza. I laburisti discendono dalla corrente sionista socialista nazionalista, della quale abbiamo detto. Il Likud invece discende dalla corrente sionista revisionista. Si tratta di due sionismi assai diversi, che si sono sempre avversati[16]. Il sionismo revisionista fa capo allo Jabotinsky, la cui opera si è svolta tra le due guerre.

Jabotinsky riteneva che con gli arabi non fosse possibile alcun accordo e che il programma sionista potesse e dovesse essere realizzato solo con la forza. A partire dal 1925 diede forma al programma dei sionisti revisionisti. Lo Stato ebraico doveva essere realizzato attraverso la colonizzazione di massa e la militarizzazione. I confini dello Stato ebraico dovevano coincidere con il progetto della Grande Israele, dal Giordano al mare. I revisionisti criticavano severamente il sionismo socialista dell’Histadrut (il sindacato sionista socialista nazionalista) e il collettivismo dei Kibbutz. Erano contrari agli interventi dello Stato nell’economia.

Per un certo periodo di tempo Jabotinsky sperò di giungere a egemonizzare l’Organizzazione Sionista Mondiale, senza tuttavia riuscirvi. Così nel 1935 lanciò la sua sfida, creando una Nuova Organizzazione Sionista. Nel 1937-38, sotto il Mandato britannico, quando il conflitto con gli arabi si fece più acceso, provò a fare concorrenza al sionismo socialista, anche e soprattutto sul terreno dell’organizzazione militare. I revisionisti promossero l’Irgun, un’organizzazione armata che usava la violenza sia contro gli arabi sia contro i britannici. Non disdegnava l’uso del terrorismo. Vennero messe bombe nei mercati e sugli autobus frequentati dai palestinesi. Il leader militare dell’Irgun è stato Menachem Begin, quello stesso che darà vita poi al Likud. Dall’Irgun, per una scissione, si costituirà il “Lehi”, la cosiddetta Banda Stern (dal revisionista Avraham Stern), il cui leader sarà Yitzhak Shamir (che avrà poi anch’egli una brillante carriera politica). Costoro usarono sistematicamente il terrorismo e l’assassinio politico ma si focalizzarono soprattutto nel combattere i britannici. Come forza militare, l’Irgun fu avversato e infine messo da parte da Ben Gurion, che intanto aveva fondato la Haganah, quella che diventerà poi Tzahal, la attuale forza militare di Israele (nota anche come IDF). Gli appartenenti sia dell’Irgun sia della Banda Stern saranno assorbiti in Tzahal.

Dopo il 1948 i sionisti revisionisti fondarono un partito, Herut (“libertà”), che sarà a lungo minoritario. Poi Herut si unì a frange minoritarie liberali (contro il “socialismo”, contro l’Histadrut, contro l’intervento dello Stato nell’economia, contro il nazionalismo economico dei laburisti). Confluì in Herut anche una frangia di sionisti socialisti particolarmente interessati alla colonizzazione dei Territori occupati. Il Likud fu fondato – a partire da Herut – nel 1973 da Menachem Begin (ex leader dell’Irgun, come è stato detto), che lo condusse alla storica vittoria del 1977, quando, per la prima volta, i laburisti andarono all’opposizione. Solo nel 1988 il Likud divenne un partito unitario.

Non possiamo non notare l’ironia della storia, per cui Begin, l’antenato politico di Netanyahu, colui che oggi fa la guerra ai terroristi, ha teorizzato e praticato proprio il terrorismo.

21. Per quanto riguarda la questione palestinese, le posizioni del Likud sono sempre state molto chiare, anche se negli ultimi anni sono divenute assai più ambigue. La piattaforma originale del partito del 1977 stabiliva che “[…] tra il mare e il Giordano ci sarà soltanto la sovranità di Israele”. Riprende cioè la parola d’ordine sionista revisionista “Dal fiume al mare”. Nella piattaforma del 1999 si legge: «Le comunità ebraiche in Giudea, Samaria e Gaza costituiscono la realizzazione degli obiettivi sionisti. La colonizzazione della terra è una chiara espressione dell’inattaccabile diritto del popolo ebraico alla Terra di Israele e costituisce un assetto importante in difesa dell’interesse vitale dello Stato di Israele. Il Likud continuerà a rafforzare e a sviluppare queste comunità e a impedire il loro sradicamento»[17].

Inoltre: «Il Governo di Israele» rifiuta categoricamente la costituzione di uno Stato arabo-palestinese a ovest del fiume Giordano. I palestinesi possono condurre le loro vite liberamente in un quadro di autonomia, ma non come uno Stato indipendente e sovrano. Così, per esempio, in materia di politica estera, sicurezza, immigrazione e ecologia, la loro attività sarà delimitata in accordo con gli imperativi dell’esistenza di Israele della sua sicurezza e dei suoi bisogni nazionali».

A partire dal 2009, in riferimento agli incarichi di governo, la posizione di Netanyahu si è cautamente moderata, anche se ha continuato a oscillare tra il rifiuto di qualsiasi Stato palestinese e la accettazione della teoria dei due Stati a certe condizioni. È chiaro che questa ambiguità è dovuta alle esigenze delle campagne elettorali, allo scopo di accontentare i suoi alleati estremisti religiosi di destra. La carta del Likud del maggio 2014 è ancor più vaga e ambigua. Sebbene questa contenga degli impegni a rafforzare gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, non esclude esplicitamente la costituzione di uno Stato Palestinese.

Il Likud attualmente (almeno fino a prima della guerra del 7 ottobre 2023) sostiene seppure assai ambiguamente la soluzione dei due Stati, per risolvere il conflitto israelo-palestinese, ma è molto cauto e ritiene che il riconoscimento dello Stato di Palestina sia subordinato alla piena accettazione dell’esistenza di Israele da parte di tutte le forze politiche palestinesi. In alternativa considera la soluzione a stato unico dell’opzione giordana, il cosiddetto Piano Elon. In sintesi, secondo il piano, sarebbe previsto un ridisegno dei territori della Cisgiordania che in parte tornerebbero alla Giordania, dove verrebbero trasferiti la gran parte dei palestinesi. La Giordania diverrebbe così lo Stato palestinese ufficiale. Il Piano è sostenuto dalla destra israeliana e in particolare da Netanyahu e Lieberman. Il Piano Lieberman ne è una variazione. Il Piano Elon è stato rifiutato da quasi tutti ed è stato accusato di voler realizzare una sorta di pulizia etnica.

È assai probabile – questa è una nostra valutazione – che l’accettazione della soluzione a due Stati costituisca piuttosto un paravento di fronte alla opinione pubblica internazionale. È un dato di fatto che gli insediamenti continuano e l’appoggio ai coloni, anche dei settlement illegali, non è mai venuto meno. I partiti religiosi, con cui puntualmente si coalizza Netanyahu, di norma rifiutano radicalmente la soluzione dei due Stati.

Alle elezioni del 2022 il Likud ha preso il 23,41% e ha guadagnato 32 seggi.

22. Abbiamo poi il Partito di Unità Nazionale. Si tratta di un partito sionista, nazionalista, conservatore e laico. Si tratta di una coalizione, una di quelle coalizioni momentanee che imperversano nel nuovo corso politico israeliano. Tra il 1999 e il 2013 questa sigla indicava una coalizione tra tre partitini personali. Nelle elezioni del 2022 che stiamo esaminando, consiste di una coalizione tra due partiti principali, Resilienza (Hosen LeYisrael) del leader Benny Gantz, che è un ex generale dell’IDF, e Nuova Speranza del leader Gideon Sa’ar (che è proveniente dal Likud). A costoro si sono uniti anche altri 2 indipendenti come Gadi Eizenkot (esponente militare) e Matan Kahana (proveniente da Yamina). È un partito assai vicino agli ambienti militari, assai sensibile alle questioni territoriali e di sicurezza interna ed esterna.

Vediamo brevemente i principali componenti. Blu e Bianco-Resilienza (noto anche come “Blu and White Israel Resilience Party”[18]) è stato fondato dal generale e imprenditore Benny Gantz nel 2018, quando decise di entrare in politica. Il programma è tipicamente sionista. Afferma Wikipedia: «Nel suo maggior discorso politico, il 29 gennaio 2019, Ganz s’impegnò per rafforzare gli insediamenti in Cisgiordania e affermò che Israele non avrebbe mai lasciato il Golan. Egli non sostenne né rifiutò la soluzione a due Stati per la questione palestinese. “La Valle del Giordano sarà il nostro confine, ma non permetteremo che milioni di palestinesi che vivono oltre la recinzione mettano a repentaglio la nostra identità come Stato ebraico”[19]. Decisamente ambiguo. Successivamente ha proposto: «la creazione unilaterale di una “entità” palestinese contigua sul 65% della Cisgiordania e il congelamento della costruzione negli insediamenti al di fuori dei principali blocchi di insediamenti che si prevede verranno mantenuti in un futuro accordo di pace». Questo per scongiurare la soluzione a un solo Stato, da lui considerata come una minaccia esistenziale per Israele. Insomma, una sorta di spartizione della Cisgiordania.

A proposito di Nuova Speranza di Gideon Sa’ar, definito come partito conservatore, recita Wikipedia: «Nuova Speranza concepisce lo Stato di Israele come lo Stato nazionale del popolo ebraico e attribuisce rilevanza agli aspetti militari, economici, tecnologici e di ricerca, nonché agli insediamenti, con supporto all’immigrazione in Israele. Il partito considera problematiche le divisioni sociali all’interno di Israele e promette di impegnarsi per la riconciliazione e per sviluppare le interrelazioni tra le diverse componenti della nazione». Il leader Sa’ar ha dichiarato che si oppone alla soluzione a due Stati. Nel 2020 ha dichiarato: “Tra il Giordano e il mare non ci può essere un altro Stato indipendente”. È tra i sostenitori dell’annessione della Cisgiordania. I palestinesi dovrebbero trovare una loro sistemazione in una federazione con la Giordania (dove dovrebbero presumibilmente trasferirsi). È una posizione analoga a quella di Lieberman.

Insomma, il Partito di Unità Nazionale è un blocco sionista che si rende conto della necessità di un qualche aggiustamento territoriale ma che intende cedere il meno possibile (cioè poco o nulla) ai palestinesi. Nelle elezioni del 2022 il Partito di Unità Nazionale ha guadagnato il 9,08% e ha conseguito 12 seggi. Il Partito di Ganz non faceva parte in origine del governo Netanyahu VI. Dopo i fatti di Gaza del 7 ottobre 2022 è entrato a sostenere il governo nel gabinetto di guerra. Il leader Gantz viene da molti osservatori considerato come il possibile successore di Netanyahu.

23. Nel campo del centro destra abbiamo infine Israel Beitenu (“Israele casa nostra”). Si tratta anche in questo caso di un partito che proviene da fuoriusciti del Likud. Il suo leader è Avigdor Lieberman. Il Partito dichiara anch’esso di ispirarsi alle idee del sionismo revisionista di Vladimir Žabotinskij. Si tratta di un partito sionista, liberal-conservatore, nazionalista, tuttavia in un certo senso laico, poiché propende per la separazione tra politica e religione. Questo anche se concorda nel considerare Israele “lo Stato degli ebrei”. È caratterizzato da un certo anticlericalismo ed è posizionato contro il sionismo religioso e contro le altre correnti religiose ultraortodosse antisioniste. Ritiene che anche gli ortodossi debbano fare il servizio militare. Presenta tuttavia anche un anti islamismo marcato.

Si tratta tendenzialmente di un partito a sfondo etnico, poiché rappresenta soprattutto gli immigrati provenienti dall’ex blocco orientale, soprattutto di lingua russa[20]. Tuttavia sta espandendo la sua influenza anche verso altri gruppi. Ritiene necessaria la fedeltà allo Stato da parte di tutti cittadini e propugna una linea dura nei confronti del terrorismo palestinese.

Per quanto riguarda la questione palestinese è favorevole alla soluzione dei due Stati che dovrebbe tuttavia essere conseguita in un modo particolare. Secondo il Piano Lieberman sarebbe possibile operare uno scambio di territori, non attualmente popolati, tra israeliani e palestinesi, con lo scopo di consolidare un minimo di continuità tra i territori dei due rispettivi Stati. Il Piano è stato tuttavia assai criticato. Comunque Lieberman sostiene attivamente i coloni e si è fatto recentemente sostenitore dell’iniziativa di distribuire armi ai coloni della Cisgiordania.

Alle elezioni del 2022 ha preso il 4,5% ottenendo 6 seggi.

In tutto, il centro destra non religioso, per come lo abbiamo classificato, vale nel 2022 il 36,99%. Si noti che non necessariamente i partiti di centro destra tendono a confluire tutti nella stessa coalizione di governo, data la concorrenza della destra religiosa. L’attuale governo Netanyahu VI si basa su una coalizione del Likud con i partiti della destra religiosa, cui si è aggiunto ora il Partito di Ganz nel gabinetto di guerra. Come si vede, a parte il Likud, si tratta di partiti e/o coalizioni messe in atto da leader che hanno soprattutto lo scopo di ottenere qualche successo elettorale, dove conta soprattutto la personalità del candidato più che il programma elettorale. Sono coalizioni che si fanno e disfanno e durano il tempo di una elezione. Lo stile è decisamente quello populista. Questi partiti e/o coalizioni sono il frutto e la causa della instabilità politica della Israele degli ultimi anni. Instabilità che ha determinato un frequente ricorso alle urne e un vero e proprio mercato elettorale in senso deleterio.

Il mondo della Destra religiosa israeliana e i suoi partiti

24. Resta da esaminare ancora la parte più caratteristica del panorama politico israeliano e cioè la destra religiosa ebraica. In questo campo la frammentazione è davvero enorme e per di più le distinzioni tra le diverse formazioni sono senz’altro di difficile comprensione agli osservatori esterni. Citerò solo i gruppi più importanti che si sono presentati alle elezioni del 2022. Oltre alla grande frammentazione c’è, anche in questa area, il fenomeno della formazione – a ogni nuova elezione – di alleanze elettorali che rispondono sempre più a strategie momentanee.

25. Per capire il complesso mondo della destra religiosa ebraica occorre comprendere, in via preliminare, alcuni aspetti del mondo degli ebrei ortodossi e/o ultraortodossi[21]. Sul piano della mera figurazione, sono quei personaggi che portano barba lunga (i maschi sono tra loro quelli che si esibiscono maggiormente) cappello nero a larga tesa, giacche e cappotti di colore scuro ed esibiscono contrassegni identitari come ad esempio le celebri treccioline. Il nome comune che può essere loro applicato è quello di haredim, che tradotto significa “i timorati” o “i tremolanti” (cioè, coloro che tremano di fronte alla parola del Signore). Gli haredim sono divisi tra loro in un’infinità di correnti, spesso su base etnico-religiosa. I raggruppamenti più noti e diffusi sono gli aschenaziti (“tedeschi”, discendenti dagli ebrei del Centro Europa, cioè il gruppo originario che ha fondato Israele) e i mizrahì (genericamente “orientali”, provenienti in genere dal Medio Oriente ma anche dall’Africa settentrionale). All’interno di questi ultimi sono piuttosto ben caratterizzati i sefarditi (“spagnoli”, lontani discendenti dagli ebrei spagnoli). Tra gli haredim c’è una concorrenza piuttosto feroce, una gerarchia di prestigio, e talvolta sono presenti varie forme di emarginazione e razzismo.

Gli haredim seguono, seppure con diversi gradi di radicalità, la Halakhah, la legge fondamentale ebraica, costruita rigorosamente in base ai precetti biblici. Per intenderci, la Halakhah sarebbe il corrispettivo ebraico della shari’a musulmana. Si tratta cioè di una sorta di legge civile ricavata direttamente dal testo religioso. Come si sa, seppure a seconda delle varie osservanze, i precetti biblici sono numerosissimi e tali da regolare ogni minimo aspetto della vita quotidiana, tutte le relazioni sociali e il diritto familiare, nonché molti aspetti della vita economica. Per quel che concerne il nostro argomento, occorre comprendere che gli haredim, a seconda delle loro specifiche affiliazioni, hanno atteggiamenti davvero assai diversi nei confronti della politica e soprattutto dello Stato. Ciò ha a che fare con il fatto ovvio che la legge religiosa fondata sulla Bibbia ha poco o nulla a che vedere con le leggi degli Stati nazionali tipici della modernità.

Ci sono anzitutto coloro che riconoscono soltanto la Halakhah e che non riconoscono affatto le leggi dello Stato. Per costoro, lo Stato di Israele in pratica non esiste. In quanto esiste è blasfemo. Il vero Israele è per loro un’entità religiosa che si costituisce tra il popolo ebraico e Dio, attraverso la legge biblica. Da simili convinzioni deriva che il sionismo – il progetto della ricostituzione dello Stato degli ebrei – rappresenta, secondo costoro, una offesa alla volontà divina. Un atto di infinita presunzione. L’opposizione al sionismo da parte di queste correnti si basava fin dall’Ottocento (e si basa tuttora) su un tradizionale precetto che va sotto il nome dei «tre giuramenti» che sono di fatto tre divieti: è vietato agli ebrei organizzare un ritorno alla Terra d’Israele forzando il corso degli eventi; è vietato agli ebrei ribellarsi al potere costituito (straniero) che domina la Terra; è vietato agli ebrei fare un qualsiasi atto che forzi la venuta del Messia.

Tutto ciò si inquadra in un assoluto determinismo storico religioso: tutto ciò che accade dipende dalla volontà dell’Onnipotente. L’uomo può solo prendere atto e obbedire. Il ritorno a Sion avverrà non ad opera dell’uomo ma solo ed esclusivamente per volontà di Dio. La stessa diaspora è interpretata come segno della volontà divina. Questo orientamento è del tutto analogo a quello degli haredim che ritengono che lo sterminio degli ebrei (shoah) sia avvenuto in conformità con la volontà di Dio. Per costoro, la Shoah costituirebbe dunque un olocausto, cioè un “sacrificio” richiesto e imposto da Dio al suo popolo. Quando usiamo “Olocausto” al posto di Shoah, non facciamo altro che adottare implicitamente la visione della storia ebraica di questi ultra-fondamentalisti[22].

26. Le posizioni degli haredim più fondamentalisti creano innumerevoli punti di frizione con l’ordinamento dello Stato israeliano. Questo accade fin dalle origini. I casi più tipici riguardano la questione del diritto di famiglia (che in Israele è completamente demandato alla Halakhah e ai tribunali rabbinici) e la questione del servizio militare, per il quale i gruppi religiosi chiedono l’esenzione. Tuttavia, col trascorrere del tempo, l’opposizione al sionismo di una gran parte degli haredim si è progressivamente indebolita, fino a trovare un punto di convergenza. Oggi la gran parte degli Haredim ha sviluppato e sostiene posizioni sioniste di qualche tipo.

Il rabbino Abraham Isaac Kook (1865-1935) e il suo discendente Zvi Yehuda Kook (1891-1982) hanno sviluppato, a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, una versione messianica del sionismo, in base alla quale, sempre secondo una concezione di totale determinismo della storia, i successi effettivi del sionismo (i successi mondani dello Stato di Israele nelle guerre e nella colonizzazione) sarebbero stati di fatto guidati dalla mano di Dio, in un certo senso “inconsapevolmente”. Dunque il movimento sionista, seppure non religioso e considerato talvolta blasfemo, che ha dato vita allo Stato di Israele, costituirebbe esso stesso il Messia, un Messia non personale ma inviato da Dio e capace di guidare il popolo ebraico alla Terra promessa. La recente storia di Israele costituirebbe dunque un evento messianico guidato dalla mano di Dio che si svolge sotto i nostri occhi. Il sionismo sarebbe dunque uno strumento inconsapevole della volontà divina, di fronte al quale gli haredim devono rapportarsi. Naturalmente queste diverse concezioni si riverberano nella vita politica di Israele e nella costituzione di diversi partiti religiosi che possono anche trovarsi tra loro in contrapposizione, proprio sulla questione del sionismo.

Accanto al variegato mondo degli haredim (e spesso confusa con esso) si trova anche la categoria dell’ebraismo ortodosso moderno. Costoro in generale si sforzano di trovare forme di compatibilità tra la Halakhah e le esigenze del mondo moderno. In realtà spesso per loro si tratta per lo più di aggirare le norme della legge moderna per renderla compatibile con la Halakhah. Negli ospedali, ad esempio, anche chi non è ebreo si deve accontentare della cucina ebraica. Gli smartphone sarebbero proibiti, perché contrari alla legge ebraica ma sono consentiti quelli che hanno delle limitazioni funzionali poste dal costruttore (come quelle che noi usiamo per i bambini). Comunque, nella religione ebraica non esiste una gerarchia ecclesiale e le diverse autorità rabbiniche possono elaborare e imporre le teorie e le pratiche più diverse.

27. Dopo questa premessa possiamo ora entrare nel merito dei diversi partiti della destra religiosa israeliana.

Abbiamo anzitutto il Partito Sionista Religioso. Noto anche come Tkuma (“Resurrezione”). È un partito di estrema destra, caratterizzato da liberalismo economico, ultranazionalismo, sionismo religioso, conservatorismo religioso e populismo di destra. Il partito ha come riferimento soprattutto gli interessi degli haredim sionisti e dei coloni.

Il Partito Sionista Religioso ha attualmente come leader Bezalel Smotrich (che è l’attuale ministro delle finanze del governo Netanyahu VI). È un sostenitore dell’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, si oppone alla creazione di uno Stato palestinese e nega l’esistenza del popolo palestinese. Riporta Wikipedia il fatto di cronaca che: «La [sua] famiglia vive fuori dall’insediamento di Kedumim in Cisgiordania, in una casa che è stata costruita illegalmente al di fuori del territorio demaniale e in violazione del piano generale dell’insediamento». Insomma, un ministro del governo Netanyahu VI che vive ostentatamente nei territori occupati in un insediamento per di più illegale.

Questa formazione politica ha attraversato diverse denominazioni e cambiamenti, che riportiamo qui di seguito. La Casa Ebraica (2015-2019). Unione dei partiti di destra (2019). Yamina (2019). La Casa Ebraica-Tkuma (2019-2020). Yamina (2020-2021). E infine Partito Sionista Religioso (2021- presente). Questo solo per sottolineare che la personalizzazione e la frantumazione non è solo caratteristica dei partiti laici. Ad ogni modo, tra i partiti religiosi è il meno legato ai gruppi religiosi tradizionali.

Per le elezioni del 2022 il Partito Sionista Religioso ha formato una lista di coalizione insieme al partito kahanista Otzma Yehudit e al partito anti-LGBT Noam. Può essere interessante sapere qualcosa in più su queste due formazioni.

Otzma Yehudit è un partito kahanista, sionista religioso, antiarabo e ultranazionalista. Il kahanismo fa riferimento al rabbino Meir Kahane (seguace delle idee di Kook il giovane) che ha dato vita a una forma di estremismo religioso, decisamente intollerante e a sfondo razzista. A lui si ispira il gruppo terrorista Jewis Defense League. Per costoro, la questione palestinese si risolve soltanto con la violenza e la guerra. Si tratta di formazioni che in Israele sono state addirittura proibite. Otzma Yehudit tuttavia si ispira esplicitamente seppure indirettamente proprio a queste ideologie di fondo. Il suo attuale leader è Itamar Ben-Gvir.

Noam è invece un partito religioso che intende difendere la famiglia tradizionale e combattere contro le aperture al mondo LGBT e le politiche gender. Il partito ha sia come presidente sia come leader spirituale due noti e prestigiosi rabbini. Il suo leader è Avi Maoz.

Alle elezioni del 2022 il Partito Sionista Religioso ha preso il 10,84% con 14 seggi. È tra i partiti che sostengono la coalizione del governo Netanyahu VI. Attualmente Avi Maoz è membro del governo Netanyahu VI e si occupa del Ministero dell’Educazione.

28. Lo Shas (“Unione internazionale dei sefarditi guardiani della Torah”) è un partito religioso, conservatore e nazionalista. Ha spesso collaborato con il Likud di Netanyahu, e ha ricoperto posizioni di governo. Sta nella coalizione dell’attuale governo Netanyahu VI. Il suo leader è Aryeh Deri. Il Partito rappresenta principalmente gli interessi degli ebrei haredim ultra ortodossi, soprattutto sefarditi e mizrahì, in gran parte immigrati dai paesi arabi. Tuttavia raccoglie nelle sue fila anche un elettorato di ortodossi moderni. La posizione del Partito è di aperta contrapposizione al gruppo degli askenaziti, che sono considerati dei privilegiati. La rivalità tra i due gruppi è così intensa che, secondo le consuetudini, sefarditi e askenaziti non possono neanche sposarsi tra loro. Shas raccoglie consensi anche tra i coloni. Recita Wikipedia: «Lo scopo statutario del partito è di “far tornare la corona all’antica gloria”, intendendo con ciò di proteggere l’eredità religiosa e culturale dell’ebraismo sefardita e di rettificare ciò che viene visto come “la continua discriminazione economica e sociale contro la popolazione sefardita di Israele». Shas si è fatto promotore per il finanziamento pubblico del suo particolare modello educativo, legato allo studio della Torah. Shas è intento a promuovere il recupero, nel campo legislativo, della Halakhah, cioè della legge ebraica. Il partito ha aderito al sionismo, è ostile ai palestinesi ed è avverso ai diritti per gli omosessuali. È stato accusato di maschilismo per il fatto di non avere donne tra i candidati.

Nelle elezioni del 2022 ha preso l’8,5% e ha ottenuto 11 seggi.

Abbiamo poi Yahadut haTorah, cioè “Ebraismo della Torah Unito”. È una coalizione religiosa che rappresenta soprattutto gli interessi degli haredim ashkenaziti. A differenza delle altre formazioni finora presentate, si tratta di una formazione non sionista. Si distinguono particolarmente per un uso avanzato della tecnologia della comunicazione. Leader del partito sono Yaakov Litzman e Moshe Gafni.

È anch’esso costituito da un’alleanza di due partiti politici. Uno è Unione di Israele (Agudat Yisrael) che segue lo hassidismo (corrente del misticismo ebraico) ashkenazita. È un partito storico, poiché fin dal 1890 si è opposto al sionismo (sulla base delle motivazioni che abbiamo già spiegato). La sua impostazione di fondo si basa sulla presa di distanza nei confronti dello Stato e delle cariche pubbliche. Tuttavia hanno talvolta partecipato a coalizioni di governo.

L’altro partito coalizzato è Bandiera della Torah (Degel HaTorah) vicina alla corrente dell’ebraismo lituano. “Bandiera della Torah” suona in 0pposizione alla bandiera di Israele, poiché costoro non riconoscono lo Stato secolare e tengono come legge solo la Torah. Di fatto sono dunque anti sionisti. Curiosamente, la corrente lituana per lungo tempo si è opposta allo hassidismo. Poi le divergenze sono state superate e ora, anche politicamente, possono ritrovarsi nello stesso partito in virtù del loro riconoscimento unicamente verso la legge della Torah. Queste formazioni sono tutte guidate da autorità religiose e sono interessate a promuovere i sistemi educativi delle rispettive parti. Questa coalizione è stata accusata di non consentire candidature delle donne. Nelle elezioni del 2022 Ebraismo della Torah Unito ha guadagnato il 5,9% con 7 seggi. La coalizione, nonostante il loro rifiuto dello Stato laico, fa parte del governo Netanyahu VI.

Per completare il quadro della destra religiosa, citiamo ancora un partitino che ha avuto diverse e travagliate vicende. La Casa Ebraica (HaBayit HaYehudi). La leader del partito, fino alle elezioni, è stata Hagit Moshe. Dopo le elezioni, nel 2023, il partito si è sciolto decidendo di confluire nel Partito Sionista religioso. Era un partito sionista di estrema destra) di impostazione religiosa. In passato aveva avuto come leader anche Naftali Bennett, noto politico israeliano che alle elezioni del 2022 non si è più presentato, ritirandosi dalla politica e tornando al mondo degli affari da cui proveniva. Si riferiva all’ebraismo ortodosso moderno, una posizione che avrebbe voluto conciliare la tradizione dell’ebraismo con la modernità. Caratterizzato da sionismo religioso, nazionalismo, conservatorismo religioso e conservatorismo sociale. Il partito era fautore dell’economia sociale di mercato. Difendeva gli interessi dei coloni degli insediamenti. Alle elezioni del 2022 ha guadagnato il 1,9%, ben al di sotto dello sbarramento. Non ha preso seggi.

Come si vede, la destra religiosa ebraica è anzitutto ripartita secondo le tradizionali linee di faglia etnico religiose. Su queste si innestano poi ulteriori divisioni, dovute ad apparentamenti con varie suggestioni di destra e al fenomeno della personalizzazione. Ci si può render conto di come il sionismo abbia avuto un notevole successo presso i gruppi religiosi, soprattutto col sionismo messianico dei Kook e di Kahane. In tutto, la destra religiosa vale il 26,16%.

La divisione dei poteri e l’attacco alla Corte Suprema

29. L’ultimo confuso periodo della vita politica israeliana ha visto una spaccatura radicale nel Paese – con ampie manifestazioni di Piazza – intorno a una proposta di legge di riforma della giustizia.

Apparentemente si tratta di una questione marginale, in realtà si tratta di una questione fondamentale che costituisce uno spartiacque tra uno Stato democratico e uno Stato autoritario. Oltre alla crisi dovuta all’instabilità elettorale degli ultimi 4 anni, in Israele si sta vivendo una crisi legata ai fondamenti stessi del sistema politico. Mi riferisco al conflitto intorno ai poteri della Corte suprema. Non si tratta soltanto di questioni legate alle inchieste sull’operato di Netanyahu[23]. La questione è strutturale e in effetti sembra proprio che sia in gioco il carattere democratico dello Stato israeliano stesso.

Israele non ha una Costituzione effettiva. Ai tempi della fondazione, nel 1948, c’era l’intendimento di procedere alla stesura di una Costituzione, ma poi – non stiamo qui a vedere perché nel dettaglio – non se ne è fatto nulla. La ragione di fondo è che se Israele avesse proceduto alla redazione di una Costituzione avrebbe dovuto dare una risposta a una serie di interrogativi cui nessuno aveva intenzione di rispondere. O a cui una qualsiasi risposta avrebbe prodotto spaccature catastrofiche. Intanto la determinazione dei confini, che hanno continuato a variare e che non sono ancora definiti dopo settant’anni. Avrebbe dovuto poi rispondere a una serie di questioni imbarazzanti relative alla cittadinanza. Avrebbe dovuto dire qualcosa di definitivo sulla Halakhah, la legge tradizionale ebraica che tuttora regola molte questioni civili, tra cui il diritto di famiglia. Avrebbe dovuto risolvere alcuni problemi inestricabili relativi al rapporto tra lo Stato e la religione ebraica. E avrebbe mostrato il carattere incompatibile delle diverse anime del sionismo.

La soluzione temporanea adottata – ormai di fatto definitiva – fu quella di considerare alcune delle leggi ordinarie prodotte nel tempo dalla Knesset come leggi fondamentali. L’idea è quella di costruire nel tempo una costituzione de facto facendo la collazione delle leggi fondamentali. Finora le leggi fondamentali riconosciute sono in numero di 13. La Knesset dunque esercita contemporaneamente, e confusamente, il potere costituente e il potere costituito.

In Israele vige la divisione dei poteri e il potere giudiziario è affidato a una Corte suprema. Col tempo, la Corte suprema ha cominciato a esercitare anche la funzione di controllo di costituzionalità delle leggi: il che vuol dire che la Knesset non può produrre leggi che siano in contrasto con le leggi fondamentali, già riconosciute. Ma ciò non basta perché le leggi fondamentali sono in fieri, data la situazione. Perciò la Corte agisce anche in base a un “principio di ragionevolezza” che, in fin dei conti, si auto fonda. In questo modo piuttosto contorto si assicura che il potere giudiziario possieda una sua indipendenza, in base alla quale si possa effettuale il controllo di costituzionalità delle leggi ordinarie.

La riforma della giustizia di Netanyahu è un pacchetto di diverse norme. Le più significative riguardano anzitutto il meccanismo di nomina dei giudici della Corte suprema. Attualmente i giudici sono nominati da una commissione di nove membri di cui tre giudici, quattro politici e due avvocati. In pratica, questa commissione designa automaticamente i candidati scelti dai giudici stessi. Il tentativo implicito della riforma è quello di subordinare la Corte Suprema al potere esecutivo. Il che costituirebbe una specie di colpo di stato ai danni del potere giudiziario. E vanificherebbe la divisione dei poteri tipica degli Stati liberaldemocratici.

Un’altra norma prevista dalla riforma è proprio la abolizione della “clausola di ragionevolezza” in base alla quale è attribuita alla Corte la possibilità di annullare provvedimenti del governo ritenuti incostituzionali. Oppure la prerogativa di annullare una legge della Knesset, anche se dichiarata come fondamentale. Tanto per capire il problema, un anno fa, grazie al principio della “clausola di ragionevolezza” la Corte suprema aveva determinato l’esclusione dal governo di Arieh Deri, leader del partito Shas, dopo che i giudici avevano stabilito che sarebbe stato “irragionevole” affidargli la carica di ministro degli interni – come fortemente voluto da Netanyahu – in quanto il candidato era stato condannato più volte per reati fiscali.

Di recente, il 1 di gennaio 2024, la Corte suprema ha deciso che la proposta di legge di riforma della giustizia, appoggiata dalla destra, è incostituzionale. La Corte in particolare ha dichiarato incostituzionale la proposta di abolizione della “clausola di ragionevolezza” e ha rivendicato anche la prerogativa di potere eventualmente annullare una legge fondamentale, il che sarebbe lecito “in casi eccezionali ed estremi nei quali la Knesset abbia varcato i limiti della sua autorità prestabilita”. Tra le motivazioni la Corte ha spiegato che questa decisione è dovuta “al grave danno senza precedenti” che una simile legge causerebbe “alle caratteristiche fondamentali dello Stato di Israele come stato democratico”.

Per cui, per ora questo capitolo sembra chiuso, anche se quella coalizione di interessi volta a rafforzare l’esecutivo ai danni del giudiziario potrebbe cercare altre strade per raggiungere i suoi obiettivi.

Le quattro tribù e i gravi problemi di coesione interna

30. Nonostante la relativa crisi del sistema politico, la società israeliana è andata soggetta a rapide trasformazioni che tuttavia stanno piuttosto minando la stabilità stessa del Paese. Nel 2015, l’allora Presidente di Israele Reuven Rivlin[24] pronunciò un discorso su Le quattro tribù di Israele che era stato riportato anche sulla nostra rivista Limes[25]. Le quattro tribù sono gli ebrei laici, gli ebrei religiosi, gli ultraortodossi e gli arabi.

Dice Rivlin, nel suo discorso del 2015: «Nel 1990, […], la società israeliana vedeva una netta maggioranza laica sionista e tre gruppi minoritari: ebrei religiosi, arabi e ultraortodossi. Mentre gran parte dell’opinione pubblica, della stampa e della politica israeliane sono rimaste ferme a questo schema, la realtà è cambiata totalmente. Oggi le prime elementari sono composte al 38% da ebrei laici, al 15% da ebrei religiosi, al 25% circa da arabi e quasi al 25% da ultraortodossi. […] la società risulta composta da quattro settori o, se volete, da quattro «tribù» principali, radicalmente diverse le une dalle altre e numericamente sempre più simili. Che ci piaccia o meno, la struttura della società israeliana e, dunque, lo Stato di Israele, stanno cambiando sotto i nostri occhi.»[26].

Continua così l’analisi: «Questa profonda divisione della società israeliana trova espressione principalmente nella presenza di diversi sistemi d’istruzione. Mentre gli ebrei askenaziti e sefarditi, di destra e di sinistra, mandano in genere i loro figli nelle stesse scuole, i bambini nati in Israele e appartenenti a gruppi sociali diversi sono di norma mandati in scuole diverse, il cui fine è inculcare nel bambino una cultura, un’etica, una religione e persino un’identità nazionale specifica. Un bambino di Bet ‘El, uno di Rahat, uno di Herzliya e uno di Beitar ‘Illiyt non solo non si incontrano mai, ma sono anche educati a visioni completamente diverse dello Stato di Israele e dei suoi valori fondamentali. Uno Stato siffatto sarà secolare, liberale, ebreo e democratico? Sarà uno Stato basato sulla legge religiosa ebraica? O uno Stato religioso e democratico? Sarà uno Stato di tutti i cittadini, di tutte le etnie? O sarà una giustapposizione di tribù? Analogamente, ogni tribù ha le sue piattaforme mediatiche, giornali, canali televisivi. Ogni tribù ha anche le sue città: Tel Aviv ospita una tribù, al pari di Umm al-Faõm, ‘Efrat, Bnei Braq. In Israele i sistemi di base che formano la coscienza delle persone sono tribali e separati e con ogni probabilità lo rimarranno».

Continua così l’analisi di Rivlin: «La politica israeliana è costruita in gran parte su un gioco intertribale a somma zero. Una tribù, gli arabi, per sua scelta o meno, non è realmente parte del gioco. Le altre tre sembrano assorbite da una lotta per la sopravvivenza, una guerra per le risorse all’istruzione, all’edilizia o alle infrastrutture, combattuta da ognuna a esclusivo vantaggio del proprio campo. Nel «nuovo ordine israeliano», in cui ogni componente sociale si percepisce come minoranza, questa dinamica sarà ancor più deleteria. Ma al di là di questo, dobbiamo esaminare le implicazioni morali e sociali del «nuovo ordine». Dobbiamo chiederci onestamente: cos’hanno in comune i vari settori della popolazione? Abbiamo un alfabeto civile condiviso, un’etica collettiva? Condividiamo un comun denominatore di valori capace di unire insieme i vari gruppi nello Stato ebraico e democratico di Israele? In passato, le Forze di difesa israeliane erano uno strumento cardine nella formazione del carattere israeliano. Nell’esercito la società israeliana poteva confrontarsi, consolidarsi e formarsi moralmente, socialmente e per molti versi economicamente. Tuttavia, nell’ordine israeliano emergente oltre metà della popolazione è esente dal servizio di leva. Sicché gli israeliani si incontrano per la prima volta, se va bene, sul luogo di lavoro. L’ignoranza reciproca e la mancanza di un linguaggio comune tra i quattro gruppi principali aumenta la tensione, la paura, l’ostilità e la rivalità reciproche».

Sebbene Rivlin, nel proseguimento del suo discorso, indichi poi una serie di indirizzi e di provvedimenti per far fronte alla situazione, le sue parole sono davvero sconsolanti. Il sistema di istruzione separa i diversi gruppi e l’esercito non riesce neanche più a svolgere una funzione di amalgama dei vari gruppi sociali. Mentre la politica è sempre più confinata nel gioco particolaristico.

Queste citazioni di Rivlin che abbiamo riportato contribuiscono senz’altro a fornire ulteriori elementi per una più chiara interpretazione dei risultati elettorali del 2022 e della complessa situazione del sistema politico israeliano. Sembra che Israele si stia muovendo verso una compartimentazione sempre più marcata e verso l’impossibilità della costruzione di una comune identità nazionale. Un vuoto interno che sembra essere l’esatto corrispettivo del vuoto strategico in politica internazionale, dove la “questione palestinese” si trascina da 75 anni, senza alcun barlume di soluzione. Anzi, con la prospettiva di un aggravamento.

Israele e il “sionismo reale”

31. Possiamo intendere le parole di Rivlin in una prospettiva storica appena un poco più ampia. Per questo scopo mi proverò a introdurre una categoria storico-interpretativa relativamente poco usata: la categoria del sionismo reale.

Si può dire che nel 1948 – nel bene o nel male – il sionismo socialista nazionalista (secondo la definizione di Sternhell) abbia vinto. Abbia compiuto con successo il compito della costruzione dello Stato nazionale. Abbia compiuto la sua rivoluzione nazionale. Secondo i programmi avrebbe dovuto realizzare una nuova forma di società (basata sul collettivismo nazionalista) e addirittura avrebbe dovuto sviluppare un nuovo modello di uomo (o modello di umanità). Per condurre fino in fondo il suo audace esperimento di ingegneria sociale, il sionismo originario (quello di Ben Gurion, per intenderci) ha goduto, oltre tutto, di molte condizioni favorevoli sia nel lungo periodo del Mandato sia nel corso di tutta la Guerra fredda).

Nel Novecento abbiamo visto diverse altre analoghe ideologie all’opera con l’intento di costituire una nuova società e un modello di uomo nuovo. Con esiti assai diversi. Col senno di poi è noto come ogni esperimento sociale di questo genere abbia finito per manifestare notevoli differenze tra la teoria e la pratica. Il che è del tutto normale; nella storia non sempre le ciambelle escono col buco. Solo quando, col passare del tempo, è diventato possibile mettere a confronto i risultati con i presupposti ideologici originari, si è finito spesso per dover prendere atto di una realtà di fatto ben diversa dalle intenzioni. Nel caso nostro, la realtà di fatto è, in soldoni, il nostro sionismo reale. Esattamente come abbiamo avuto un comunismo reale o, per stare al nostro Occidente, una democrazia reale. Sappiamo bene che le situazioni reali sono di solito meno entusiasmanti e assai più prosaiche delle teorie.

Oggi ci troviamo dunque di fronte al sionismo reale, con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni. Nel corso di questo scritto abbiamo già accennato alle profonde trasformazioni intervenute nell’ambito del sionismo. Dobbiamo allora domandarci seriamente in cosa consistano queste trasformazioni e quali siano le loro conseguenze. Arturo Marzano[27] ha ricordato con estrema chiarezza come, nel corso della Storia di Israele, non ci sia stato un unico sionismo e che, pertanto, sia necessario parlare di sionismi al plurale. In sintesi, i sionismi che Israele ha sperimentato nella sua storia sono almeno tre: 1) il sionismo socialista nazionalista, del quale e della cui crisi abbiamo abbondantemente trattato; 2) il sionismo revisionista e liberal militare e 3) il sionismo messianico. Mentre il primo, come si è visto, è ormai tramontato, gli ultimi due sono ancora ben vivi e vegeti. Il sionismo reale che ci interessa, quello che conferisce attualmente la sua forma alla società israeliana, è sostanzialmente un intreccio tra gli ultimi due.

Si tratta di un processo trasformativo che può essere inquadrato nell’ambito più generale della cosiddetta fine delle ideologie, processo di notevole importanza che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento[28].

32. Per capire bene la questione c’è bisogno di alcuni elementi di teoria. Le ideologie (almeno quelle del Novecento) sono state delle macchine trasformative del mondo sociale che hanno operato sia dal basso (piuttosto raramente) sia dall’alto (assai frequentemente). È accaduto piuttosto frequentemente che le ideologie siano state coltivate da una minoranza attiva che è riuscita a prendere il potere e che ha cercato poi di organizzare la società intera a sua immagine e somiglianza, spesso in maniera totale. Il prototipo storico di questa prassi è stato il giacobinismo. Nei processi di nation building è accaduto spesso che questa fosse la prassi. Il sionismo storico è stato un processo di nation building costruito proprio in questo modo, attraverso un intervento organizzato dall’alto. Un intervento che di fatto ha avuto successo, dunque si sarebbe trattato di una ideologia realizzata. Tuttavia il sionismo, sporcandosi le mani nella traduzione pratica della sua ideologia è andato incontro a processi di trasformazione e/o di degradazione che hanno avuto come risultato proprio quello che abbiamo definito come un sionismo reale. Il sionismo da modello teorico che era è diventato così discutibile. Confrontabile con i suoi risultati. È diventato possibile confrontare criticamente le premesse ideologiche con le realizzazioni pratiche. In questo senso, discutere criticamente le realizzazioni del sionismo non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo, come qualcuno fanaticamente sostiene.

Se per caso la realtà non mostra la compiuta realizzazione delle premesse ideologiche, o se la realtà si mostra nettamente inferiore alle premesse, o mostra conseguenze perverse, allora è facile che la costruzione creata possa vacillare, mostri segni di crisi, fino addirittura a sfasciarsi a partire dal suo interno stesso. Financo senza alcun intervento dall’esterno. Situazioni del genere sono ben note a proposito del comunismo o socialismo reale. Si pensi alla Jugoslavia o alla Unione Sovietica.

Cosa accade in questi casi? I trend dello sfaldamento dei grandi progetti ideologici sono ormai ben noti, sulla base di una ampia documentazione storica: a) la costruzione della entità politica in questione si cristallizza, fino a far riemergere come istanze autonome i segmenti sociali più elementari di tipo etnico e/o etnico religioso, o i blocchi di interessi di tipo paramafioso, spesso in conflitto tra loro[29]; b) le istituzioni indebolite lasciano spazio all’emergere della personalizzazione del potere, alla formazione di trame oligarchiche spesso in conflitto tra loro. Accade, piuttosto inevitabilmente, che i nuovi oligarchi, oltre al potere economico, dispongano dell’esercizio di un potere militare (fino all’estremo degli eserciti privati). In simili situazioni, dopo il fallimento o il ridimensionamento del progetto, non accade quasi mai che si sviluppino processi di democratizzazione. Accade piuttosto che si dia luogo a varie forme di conflittualità interna tra gruppi fra loro irriducibili, per interessi, differenze, residui ideologici, particolarismi vari. L’instabilità e l’insicurezza che ne derivano incentivano la domanda di maggiore forza, di violenza, di autorità. Così la strada è aperta verso democrazie autoritarie, democrature e simili. Naturalmente, ogni specifica situazione avrà il suo specifico decorso.

33. La descrizione di Rivlin della società israeliana di oggi, aspramente compartimentata, caratterizzata da interessi contrapposti, priva di una identità unificatrice, è del tutto consona al quadro concettuale che abbiamo tracciato. I processi disgregativi, oltre a un certo livello, tendono ad andare per conto loro e ogni tentativo di fermarli tende a generare ulteriori effetti controproducenti. Spesso accade che l’uso della forza possa sembrare l’unica alternativa possibile. Si pensi, in un’altra situazione, ai tentativi criminali di Mladic e Milosevic di tenere insieme la Jugoslavia.

Se guardiamo allo Stato di Israele sotto questo profilo, otteniamo un quadro complessivo davvero assai allarmante. I coloni in Cisgiordania – armati – sono pronti alla guerra civile contro i palestinesi. I palestinesi della Cisgiordania dal canto loro potrebbero dare luogo a qualcosa come una nuova intifada. Gli arabi israeliani sono considerati e si considerano come degli estranei in patria. Del sionismo originario il Likud ha mantenuto solo l’indirizzo espansivo coloniale per la Grande Israele e la prospettiva antiaraba. I gruppi religiosi e i loro leader sionisti messianici sono sempre più numerosi ed estremizzati. I laici sono sempre più in minoranza. Per non parlare della cintura di campi profughi[30] che circonda Israele e della presenza delle forze ostili di Hezbollah alla frontiera a nord del Paese.

Israele avrebbe bisogno oggi di una élite di politici democratici che non c’è, e che il sionismo in tutte le sue versioni non ha provveduto a formare. Una élite bene intenzionata e capace di fermare uno scempio che dura da 75 anni. I progressisti rimpiangono Rabin, ma nessuno si dà da fare per allevare e crescere nuovi Rabin. Yesh Atid, il partito centrista progressista del ceto medio/alto ha preso il 17%! Fa pena pensare ai cinque del Gabinetto di guerra (uomini di destra quasi tutti provenienti dall’ambiente politico militare) che stanno dirigendo la guerra ad Hamas a nome di tutti gli altri. In una situazione nella quale occorrerebbe una risposta politica, Israele oggi riesce soltanto a dare una risposta militare. In contrasto con la comunità internazionale e con l’opinione pubblica internazionale. Del resto la maggioranza della sua classe politica proviene dagli ambienti militari.

Problemi e prospettive

34. Che ne è del progetto sionista? Israele è uno Stato compiuto? Israele è un Paese democratico? La soluzione dei «due popoli, due Stati» – della quale tutti parlano – è davvero possibile?

Sono questioni della massima importanza. Sono tuttavia questioni cui ormai non si può più sfuggire. Altrimenti qualsiasi discorso sulla Questione palestinese rischia solo di aleggiare nel vuoto.

La prima questione è tutto sommato la meno complicata da risolvere. Israele possiede – come si è visto ampiamente – molti aspetti della democrazia formale. Ci sono le elezioni, c’è la divisione dei poteri, sono garantite talune libertà individuali, e così via. Questo tuttavia vale anche per la Russia di Putin. Eppure nessuno direbbe che la Russia odierna è uno Stato democratico.

Ma vediamo. Intanto Israele non ha una costituzione.

Non ha una definizione precisa dei suoi confini. E non si tratta di marginali contese confinarie. Si tratta di questioni confinarie di tipo sostantivo.

I suoi cittadini sono discriminati su base etnica e religiosa. (apartheid) Legge religiosa e legge civile.

L’apparato militare funge costantemente da polizia interna. Politica estera aggressiva e condizione di Stato occupante a Gaza, in Cisgiordania, nel Golan e a Gerusalemme est.

Abbiamo un progetto autoritario in corso [nomina del giudiziario da parte dell’esecutivo] che tuttavia per ora è stato cassato dalla Corte suprema. Ma che è destinato a ripresentarsi.

Test: faresti entrare Israele nella UE?

35. L’opinione pubblica internazionale continua a recitare ritualmente che occorre la soluzione «Due popoli, due Stati». Fingono di crederci tutti. Ma sono parole al vento. In realtà quella soluzione forse non è mai stata davvero possibile. Ma sicuramente è diventata impossibile ora. È stata resa progressivamente impossibile attraverso una serie di piccoli passi che ormai hanno creato una situazione irreversibile.

Il problema dei coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Il problema di Gaza.

Per favore, smettiamola con le ipocrisie.

36. Dopo avere – si spera – reso più comprensibile l’attuale sistema politico israeliano, proverò ad avanzare alcune questioni interpretative di ordine più generale, che sono tuttavia le questioni che stanno a cuore al pubblico internazionale.

Le questioni sono tre: 1) Israele è un paese democratico? 2) La soluzione dei «due popoli, due Stati» è davvero possibile? 3) Il progetto sionista è fallito e Israele è destinato a implodere per i suoi problemi interni irrisolti?

Mi pare obbligatoria una premessa, onde scoraggiare le fatiche di coloro che sono pronti ad accusare l’autore di essere un detrattore di Israele e magari un antisemita. Penso che Israele non avesse alcun particolare “diritto” a costituirsi come Stato, nel 1948. Come penso che l’ideologia sionista del secolo precedente fosse un coacervo confuso e arbitrario di teorie socialiste, nazionaliste, colonialiste e para religiose. Penso anzi che il sionismo debba correttamente essere accomunato alle ideologie nefaste del XX secolo.

Ciò detto, Israele ha pienamente guadagnato il diritto di esistere per il semplice fatto che ha vinto tutte le guerre con cui si voleva impedire la sua esistenza. E poi anche per il fatto che ha – parzialmente – avuto l’avallo a costituirsi dall’ONU, cioè da una Organizzazione internazionale di Stati sovrani (anche se la procedura di costituzione è stata poi altamente irregolare[31]). La storia funziona anche e soprattutto in questo modo. Sono passati 75 anni. Se Israele mai sparirà non sarà certo per i suoi bellicosi vicini ma piuttosto per le sue contraddizioni interne che – vedremo – non sono poche. Il peggior nemico di Israele è Israele stesso.

Aggiungo che non basta, per delegittimare Israele in termini di esistenza, fare il lungo elenco dei suoi «peccati originali» [il terrorismo, il colonialismo, la pulizia etnica, l’occupazione dei territori, le gravi inadempienze verso l’ONU, …]

37. La questione della nascita di Israele. O se si vuole, della sua legittimità. Tralasciando i discorsi ideologici sulla presenza storica degli ebrei in Palestina ai tempi biblici, che sono semplicemente demenziali, occorre considerare che il tutto va inquadrato nella ideologia sionista, che è una manifestazione tipica del nazionalismo ottocentesco che, come è noto, ha assunto le forme più svariate.

È chiaro che il nazionalismo sionista aveva un suo nucleo nella ideologia imperialistico coloniale. Basta leggere Herzl. Quando il sionismo ha cominciato a diffondersi, la Palestina era governata dal decrepito impero ottomano. In quel contesto, fu un fatto, conseguenza della ideologia sionista, l’inizio della colonizzazione, l’inizio delle diverse aliya (ascensioni). La colonizzazione procedeva in forma legale mediante l’acquisto della terra. I latifondisti ottomani vendevano la terra, i coloni ebrei la comperavano e facevano lavorare solo lavoranti ebrei, così i lavoranti palestinesi trovavano meno spazio per le loro attività. Si trattava di un tipico conflitto relativo agli insediamenti.

Una svolta avvenne con l’assegnazione alla Gran Bretagna del Mandato da parte della SDN. I mandati avevano a che fare con il tentativo di superare il colonialismo. Partivano dal principio che certe popolazioni non avevano la capacità di autogovernarsi. Lo Stato mandatario aveva il compito di fare degli interventi tali da permettere alle popolazioni di diventare in grado di governarsi. Naturalmente una questione rilevante è la divisione territoriale che fu effettuata (compresa quella dei paesi confinanti), e dei problemi che solleverà. I britannici si trovarono tuttavia, sullo stesso territorio, due popolazioni decisamente eterogenee. Una era quella originaria. L’altra era quella della quale essi stessi avevano favorito l’insediamento.

Il Mandato ebbe inizio nel 1919 e terminò nel 1948. Il disastro di cui oggi siamo ancora testimoni fu approntato nell’ambito del Mandato. Non risulta che abbiano mai fatto ammenda.

È un fatto che i Britannici hanno reso possibile la crescita degli insediamenti. In taluni momenti li hanno favoriti; in altri momenti li hanno disincentivati. Certo, l’organizzazione sionista premeva per allargare. I sionisti nazionalisti non si sono curati degli effetti sulla popolazione palestinese. Erano poco più di un’impresa privata, diretta da motivazioni private, particolaristiche. Che aveva senz’altro un particolare tipo di investimento ideologico. La compagnia delle Indie comunque avrebbe fatto lo stesso. Avrebbero più o meno fatto lo stesso i coloni americani. Fa un po’ ribrezzo che a fare certe cose siano stati i perseguitati sopravvissuti della shoah, ma chi conosce la storia non si stupisce di nulla. I coloni del nord America erano religiosi anche loro.

Ci furono le rivolte arabe e gli inglesi tesero a chiudere i flussi. I coloni si diedero una organizzazione militare oltre che economica e di fatto scoppiò una specie di guerra civile. Tra arabi, coloni ebrei e Stato Mandatario.

L’ONU, sotto varie sollecitazioni, nel 1948 determinò la fine del mandato e la costituzione dei due Stati. Uno dei due si costituì effettivamente e si consolidò con la guerra, a partire dal 1948. Ci furono poi le successive guerre di difesa. Con ciò termina la rivoluzione nazionale di Israele, sebbene in modo irregolare. Fu una rivoluzione nazionale contestata e messa in discussione. Fu una rivoluzione nazionale compiuta ai danni della popolazione palestinese. La marea di campi profughi sta lì a testimoniare dello sfacelo. Nel contesto della rivoluzione nazionale ebraica ci fu la pulizia etnica palestinese (la nakba).

La guerra del 1967 fu un fatto nuovo, di fatto fu una guerra di attacco, guidata dalla ideologia sionista in politica estera. In sostanza il nazionalismo sionista che aveva svolto un ruolo di guida nella costituzione dello Stato nazione (nation building) diventa nazionalismo di conquista, di aggressione territoriale. Con l’aggravante della violazione delle deliberazioni dell’ONU. Questo nazionalismo aggressivo fu condotto prima dal sionismo socialista (1967-1977), poi dal sionismo revisionista e, contemporaneamente, dal sionismo messianico. Dalla fine della Guerra fredda in poi, il sionismo revisionista e quello messianico si sono stretti in un’alleanza strutturale volta a realizzare la Grande Israele e a rendere di conseguenza la Palestina un bantustan.

Israele – con la ormai compiuta distruzione materiale di Gaza – ormai ha vinto militarmente e farà tutto quello che vuole. Ma non sa cosa vuole. Ma non ha una strategia, perché non è più in grado di averla. Perché è costretta a giocare continuamente al rialzo dai suoi appetiti scatenati. Come l’impero romano. Ma è cominciato il suo momento più pericoloso, perché ora il nemico più grande di Israele è proprio Israele. Le questioni irrisolte busseranno alla porta. Hamas è solo una di queste.

38. Il fallimento del sionismo. Non è la prima ideologia ad avere fallito. Togliamo le narrazioni superflue, … romantiche.

Cosa voleva ottenere? Uno Stato che riunisse tutti gli ebrei del mondo

Israele è senz’altro un prodotto del sionismo. Tuttavia nella sua storia si sono avvicendati diversi sionismi[32]. Almeno tre. Il sionismo socialista, il sionismo revisionista e il sionismo messianico. Quello socialista è ormai tramontato. A guidare politicamente Israele oggi è il blocco dei sionisti revisionisti uniti ai sionisti messianici. Solo così si spiega la politica di Netanyahu.

Appendice

Riportiamo qui – a scopo di ulteriore documentazione – una tabella relativa ai risultati delle elezioni del 2019, le elezioni di 4 anni or sono, quelle che hanno in un certo senso dato l’avvio al processo di instabilità del sistema elettorale che dura a tutt’oggi – e che probabilmente è destinato a durare.

PartitoOrientamentoVoti %Seggi
Likud[CD]26,4635
Blu e Bianco 26,1335
Shas[DR][S]5,998
Ebraismo della Torah unito[DR][S]5,788
Hadash – Ta’al[SR]4,496
Partito laburista (Ha’Avodà)[CS] [S]4,436
Israel Beitenu[CD][S]4,015
Destra Unita 3,705
Meretz[CS] [S]3,634
Kulanu 3,544
Ra’am – Balad[PA]3,334
La Nuova Destra 3,22
Zehut 2,74
Gesher 1,73
Altri (29 formazioni) 0,77

Elezioni dell’aprile 2019. Non sono stati riportati i risultati dei partiti che hanno ottenuto meno dell’1%. CD = Centro Destra; DR= Destra religiosa. PA=Partito Arabo. S=Sionismo. SR= Sinistra radicale. Lo sbarramento è al 3,15%.

Riportiamo qui le informazioni basilari circa alcune formazioni che non compaiono più nelle elezioni del 2022.

Kulanu (“All of Us”) was a centrist political party in Israel founded by Moshe Kahlon that focused on economic and cost-of-living issues.

Zehut (“Identity”) was a right-libertarian and nationalist political party in Israel founded in 2015 by Moshe Feiglin. Its platform was centered around promoting individual liberty, including economic freedom, and annexing the West Bank. The party also advocated for legalization of cannabis.

Gesher è un partito di centro promosso dalla modella Orly Levy-Abekasis. Ha espresso posizioni affini a quelle di una sorta di sinistra del Likud, sensibile alla questione sociale. Nel 2021 è rientrata nel Likud.

La nuova destra. The New Right (HaYamin HeHadash) is a right-wing political party in Israel, established in December 2018 by Ayelet Shaked and Naftali Bennett. The New Right aims to be a right-wing party open to both religious and secular people. The party did not win any seats in the April 2019 election, though it won three seats in the subsequent election of September 2019, retained these in the March 2020 election and increased to seven seats in the 2021 Israeli legislative election. It is currently the sole member of the Yamina alliance.

Opere citate

2017 Marzano, Arturo – Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi, Carocci, Roma.

2015 Rivlin, Reuven – “Le quattro tribù di Israele”, in Limes, n. 10/2015: 141 e segg.

2023 Shamir, Michal & Rahat, Gideon (a cura di) – The Elections in Israel, 2019-2021, Routledge, London.

1998 Sternhell, Zeev – The Founding Myths of Israel, Princeton University Press, Princeton. Tr. it.: Nascita d’Israele. Miti, storia, contraddizioni, Baldini & Castoldi, Milano, 1999.

2001 Sullam Calimani, Anna-Vera – I nomi dello sterminio, Einaudi, Torino.


Note

[1] Cfr. ***.

[2] C’è chi le ha contate. Le Dichiarazioni dell’ONU inevase da Israele sono in tutto più di 140.

[3] Si tratta di un parlamento monocamerale che comprende 120 membri, eletto con metodo proporzionale. Il mandato dura 4 anni.

[4] Traduco così l’espressione party state.

[5] Ad esempio, Sergio Della Pergola, su Limes, ha prodotto una classificazione leggermente diversa da quella che presentiamo. Per Della Pergola, Ysrael Beitenu sarebbe da considerarsi come partito trasversale. I partitelli che noi abbiamo considerato come radicali sarebbero poi in realtà partiti arabi. Unità nazionale sarebbe piuttosto un partito di centro e potrebbe essere assimilato con Yesh Atid.

[6] Otzma Yehudit e Noam alle elezioni del 2022 si erano presentati in coalizione con il Partito sionista religioso. Otzma Yehudit è un partito kahanista (dal nome del rabbino Meir Kahane) che predica l’espulsione dei cittadini arabi da Israele e la guerra ai palestinesi. Si tratta di un partito che sta sui limiti della legalità, poiché accusato di razzismo e di terrorismo (di destra!). Noam è invece un partito religioso, sionista, che si caratterizza per le sue posizioni anti LGBT e antifemministe.

[7] Cfr. Sternhell 1998: 22-23.

[8] Cfr. Sternhell 1998: 24.

[9] Cfr. Sternhell 1998: 25.

[10] Askenazita vuol dire “tedesco”.

[11] Anche se la precisa definizione di cosa significhi “essere ebreo” non è mai stata chiarita. La attuale definizione adottata è meramente formale e può creare problemi di vario genere.

[12] Questo governo di ampia coalizione, alternativo alla destra di Netanyahu, è durato per un breve periodo, dal 13 giugno 2021 fino al 30 giugno 2022.

[13] Cfr. Pappé ***.

[14] Gerusalemme Est fu annessa unilateralmente da Israele nel 1980 e le alture del Golan nel 1981. Su entrambe queste annessioni è ancora vivo un aspro contenzioso.

[15] In Israele il diritto di famiglia è riservato ai codici religiosi. Non esiste il matrimonio civile. Ogni gruppo religioso segue il suo codice religioso. Una donna che voglia divorziare deve presentarsi di fronte a una corte rabbinica che applica la Halakhah.

[16] Sono giunti pressoché alla guerra civile nel caso dell’affondamento della nave **.

[17] Riportato in Wikipedia nell’articolo “Likud” in lingua inglese.

[18] Cito il nome inglese poiché sono possibili traduzioni leggermente diverse. Da non confondere con una coalizione presentatasi in precedenza nel 2019 di nome Blu e Bianco, di cui faceva parte anche Yesh Atid.

[19] Citato da Wikipedia in versione inglese.

[20] In seguito alla caduta dell’Unione Sovietica e all’apertura delle frontiere, Israele ha subito una vera e propria ondata migratoria che ha modificato la composizione della popolazione.

[21] Tra i due termini non c’è una distinzione consolidata.

[22] Cfr. Sullam Calimani 2001.

[23] Nel 2019 Netanyahu è stato formalmente incriminato di corruzione, frode e abuso d’ufficio per modifiche legislative effettuate al fine di favorire aziende di comunicazione e importanti uomini d’affari.

[24] Si tratta di una carica dotata di pochi poteri, dal ruolo piuttosto simbolico. Forse per questo i Presidenti israeliani vedono cose che altri non vogliono vedere.

[25] Cfr. Rivlin 2015.

[26] Cfr. Rivlin 2015.

[27] Cfr. Marzano **.

[28] Con ciò non intendo suggerire che le ideologie sia definitivamente finite. Anzi, è assai probabile che si tratti solo di un momento di crisi. La fabbrica delle ideologie è sempre al lavoro.

[29] Fabio Armao ha messo l’accento sui gruppi di interesse para mafiosi.

[30] Una delle questioni che ha sempre impedito qualsiasi trattativa di pace è quella dei campi profughi e del diritto al ritorno. Il fatto che Israele rifiuti da sempre qualsiasi apertura in tal senso la dice lunga.

[31] Le risoluzioni dell’ONU inattuate da Israele sono ormai più di 140. Da questo punto di vista – a meno che non si voglia sostenere che l’ONU è antisemita – sarebbe per lo meno da considerare Israele come Stato pervicacemente avverso alla comunità internazionale.

[32] Intorno alla varietà dei sionismi, si veda l’ottima sintesi in Marzano 2017.

Arrivederci, Beppe

di Paolo Repetto, 17 luglio 2026

Un altro Viandante ci ha lasciati. Ci ha lasciati attoniti per quanto è stata repentina la sua scomparsa, pieni di domande, di questioni che avremmo voluto discutere, di attese per le sue puntuali delucidazioni. Non potremo più sedere con lui al tavolo del bar, o passeggiare per via Dante infervorati nella discussione. Non potremo parlargli, ma Beppe ci parlerà ancora attraverso gli scritti suoi che andremo a ripescare e a proporre nel futuro prossimo.
Per il momento però ci sembra giusto condividere le sobrie e sincere parole di commiato rivoltegli su Città Futura da Pier Luigi Cavalchini. Pensiamo sintetizzino perfettamente l’immagine che gli amici avevano di lui, ciò che ha significato per chi lo frequentava o con lui collaborava, ed esprimano il senso di vuoto che la sua perdita ha prodotto.

Beppe Rinaldi ci ha lasciati. Se n’è andato in un altro “infinito” uno dei pilastri portanti della nostra redazione. Siamo costernati e, al tempo stesso, fieri di avere avuto un collaboratore, un amico, un esperto di Scuola, di Filosofia e di mille altri argomenti che ci ha onorato della sua presenza e della sua disponibilità. Un collega di valore che in più occasioni abbiamo avuto modo di apprezzare e, qualche volta, invidiare. Perché la sua facilità di apprendimento, la sua conoscenza smisurata, l’ampiezza dei suoi interessi, la capacità di fare di ogni secondo di vita un “momento prezioso e irripetibile” sono davvero perle rare. Così come la sua capacità di farsi capire, di spiegare concetti difficili e, per i più, complessi al limite della incomprensione. Per lui no. Non era così. E la capacità di leggere a fondo e memorizzare libri, di apprezzare audiovisivi di vario tipo, dalla musica più impegnata alla folk-music, dai film d’ “Essais” del Circolo del Cinema alle Commedie all’Italiana, ne sono una tangibile conferma.
Tutto per lui aveva valore culturale e contribuiva a formare le coscienze, possibilmente collettive, cercando di superare il “particulare” da lui definito, in molte occasioni, nazional popolare. […] Si dice “che la terra ti sia lieve” … in questo caso ci sentiamo di aggiungere …. “ti sia lieve e soffice” … tanto da permettere che le tue idee, i tuoi scritti, le tue parole, continuino a risuonare e a ricordare che un altro mondo è possibile. Per questo tu hai vissuto e per questo ti ricordiamo con immenso affetto.

Pier Luigi Cavalchini, 07 luglio 2026

Aggiungo anche un messaggio arrivato sul sito il giorno precedente la scomparsa di Beppe, e che gli avevo immediatamente girato. Mi piace pensare sia l’ultima cosa che ha letto.

Ho, con colpevole ritardo, letto l’articolo di G. Rinaldi su Blade Runner. È una delle cose incredibilmente più profonde, intelligenti, interessanti che abbia mai letto. Sono ossessionato, affascinato, ispirato e sedotto da quel film da 44 anni, forse non ho mai nemmeno capito perché, al netto della ovvia passione per la fantascienza.
Adesso scopro spiegazioni, forse non necessarie, ma straordinarie. Psicologia, o meglio psicoanalisi, pura. Poi ne parleremo.
Se ti capita, fai i miei complimenti all’autore!

Stefano Gandolfi

Ariette 35.0: Notte a vent’anni

di Maurizio Castellaro, 12 luglio 2026

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r.)

Gira ancora nei cinema Città di pianura, un film dolce e profondo che racconta le avventure di due cinquantenni alla deriva nei bar del Veneto, e di uno studente di architettura da svezzare. I giovani con cui l’ho visto mi han detto di averlo amato perché si sono immedesimati nei cinquantenni semi-alcolizzati. Anche loro, mi han detto, tirano la nottata per i bar e le strade della città, alla ricerca di qualcosa. Sul momento questa scelta di campo mi ha spiazzato. Poi mi sono ricordato che anche le mie notti dei vent’anni erano così. Quanta disperazione, quanta solitudine, quanta angoscia in quelle notti in cui nulla di ciò che vedevo mi somigliava. Nelle notti dei vent’anni ci si guarda attorno e si pensa davvero che la realtà sia tutta lì. Oggi credo che la differenza la faccia il modo in cui si vive il proprio radicamento. Alcuni passano la vita attorcigliati alle proprie radici, senza riuscire a distoglierne lo sguardo. Altri invece intuiscono che le radici possono essere micorrize, le misteriose reti sotterranee che conoscono l’arte del connettere, e che aiutano a ritrovare il nostro nome nelle traiettorie segrete della vita. Da giovani, però, tocca soffrire: “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita” (Paul Nizan).

Qualcosa su Loren Eiseley

poeta, sociologo, antropologo e paleontologo, indubbiamente Viandato

di Fabio Barbato, 2 luglio 2026

Sono incappato in Loren Eiseley piuttosto recentemente, grazie a un riferimento postato dal mio prode e indefesso amico, dedito a diversificati scavi in rete, oltre che a versi poetici ermetici infarciti di puntini, Luigi Mazza.

Si tratta di un americano, vissuto dal 1907 al 1977, originario delle praterie del Mid West, che esplorò in lungo e in largo, a piedi o a cavallo, in cerca di ossa fossili, negli anni della sua gioventù, ma anche ben oltre. Dopo gli anni difficili della grande depressione americana, in cui fece anche esperienze di vagabondaggio, si riscattò con una carriera scientifica di tutto rispetto che lo condusse ad incarichi accademici gestionali, dopo l’ottenimento di diverse cattedre in università di una certa fama. Iniziò a scrivere pubblicando poesie, per poi scegliere invece studi scientifici.

Ciò che mi ha colpito in Eiseley è il suo linguaggio, un inglese prorompente, fiorito, quasi enfatico, in cui mischia un evidente talento poetico a una impostazione scientifica piuttosto rigorosa, decisamente darwiniana, con richiami frequenti a considerazioni filosofiche esistenziali e a condizioni emotive profonde, sontuosamente descritte. E, insieme, una scrittura precisa, senza sbavature di sorta. Punti di vista inusuali su temi a me vicini quali quelli dell’indagine naturalistica, con una predisposizione, speciale ma non esaustiva, verso la geologia, verso i fossili, la storia evolutiva e verso l’acqua.

Da evidenziare che non mi risultano traduzioni in italiano dei suoi scritti, a parte citazioni e articoli di commentatori.

Devo dire che raramente, per le mie, per carità limitate, esperienze, ho trovato un connubio così riuscito tra attitudini scientifiche e poetiche. Riuscito ovviamente nei limiti della mia sensibilità e delle mie predilezioni intellettuali e direi anche etiche.

Di seguito mi piace riportare alcune sue frasi tradotte, che possono dare un’idea, anche se sommaria.

Dalle acque soffocate del Devoniano emersero la vista, il suono e la musica che scorre invisibile nel cervello del compositore. Sono ancora lì, nel fango lungo la linea di marea, anche se nessuno se ne accorge. Il mondo è immutabile, diciamo: pesci nel mare, uccelli nell’aria. Ma nelle paludi di mangrovie lungo il Niger, i pesci si arrampicano sugli alberi e osservano con inquietudine i naturalisti che cercano invano di riportarli in acqua. Ci sono ancora cose che arrivano a riva.

È un luogo comune di ogni pensiero religioso, anche il più primitivo, che l’uomo in cerca di visioni e intuizioni debba allontanarsi dai suoi simili e vivere per un certo periodo nel deserto. Se è della giusta indole, tornerà con un messaggio. Potrebbe non essere un messaggio del dio per il quale si era messo in viaggio, ma anche se non è riuscito a trovarlo, avrà avuto una visione o visto qualcosa di meraviglioso, e questi messaggi meritano sempre di essere ascoltati e meditati… Bisogna dunque cercare ciò che solo l’approccio solitario può dare: una rivelazione naturale.

Già [l’umanità] è fisicamente arcaica in questo mondo robotico che ha creato. Tutto ciò che la sostiene è quel piccolo globo di materia grigia attraverso il quale ruotano le sue concezioni in continua evoluzione dell’universo.

[…] le nostre teste, quei piccoli globi che custodiscono il cielo di mezzanotte e gli universi luminosi e invisibili del pensiero, sono state date per scontate tanto quanto la crescita di una zucca gialla in autunno.

Se la materia morta ha generato questo curioso paesaggio di grilli che friniscono, passeri canterini e uomini meravigliati, deve essere chiaro anche ai materialisti più convinti che la materia di cui parlano contiene poteri sorprendenti, se non terribili, e potrebbe non essere, come ha suggerito Thomas Hardy, che solo una delle tante maschere indossate dal Grande Volto alle spalle.

Ogni primavera, nei prati umidi e nei fossi, sento un piccolo coro stridulo che suona in tutto e per tutto come un “Siamo qui, siamo qui, siamo qui” ripetuto all’infinito. E in effetti sono lì, come rane, naturalmente. Piccoli esseri sicuri di sé. Sospetto che per un orecchio più acuto del nostro, le dichiarazioni ottimistiche dell’uomo sul suo ruolo e sul suo destino possano produrre un suono simile, un piccolo rintocco che si propaga per un breve tratto nella notte. È solo la sua vicinanza a essere fastidiosa. Dalle cime di una montagna, o da una palude al tramonto, si confonde, non troppo male, con tutte le altre voci assonnate che, con gracchii o cinguettii, dicono la stessa cosa.

Nessuna filosofia utilitaristica spiega un cristallo di neve, nessuna dottrina dell’uso o del disuso. L’acqua è semplicemente balzata fuori dal vapore e dal sottile nulla nel cielo notturno per assumere una forma. Non c’è una ragione logica per l’esistenza di un fiocco di neve, così come non ce n’è per l’evoluzione. È un’apparizione da quel misterioso mondo d’ombra al di là della natura, quel mondo finale che contiene – se qualcosa contiene – la spiegazione degli uomini, dei pesci gatto e delle foglie verdi.

Parole per me grandi, importanti. Buoni approfondimenti per chi rimarrà colpito, anche tramite i potenti mezzi informatici (vedi i traduttori quasi istantanei) odierni.

***

Aggiungo solo un paio di informazioni (e una considerazione). Di Eiseley è stato tradotto e pubblicato in italiano nel 1975 un saggio fondamentale, Il secolo di Darwin. L’evoluzione e gli uomini che la scoprirono, nella traduzione di Libero Sosio e per i tipi della benemerita collana I fatti e le Idee di Feltrinelli, Vale poi senz’altro la pena scaricare dal Web e tradursi The immense Journey, un fantastico viaggio nel tempo e nella storia dell’umanità, così come The Unexpected Universe, del quale Auden scrisse: “Il tema principale di The Unexpected Universe è l’uomo come eroe in cerca, il viandante, il viaggiatore, colui che cerca avventura, conoscenza, potere, significato e rettitudine”.

Confesso che ogni tanto mi chiedo se ha ancora senso tenere in vita il sito dei Viandanti, dal momento che sembra ce la stiamo ormai raccontando solo tra noi, e che abbiamo più ben poco da raccontarci. Poi arrivano messaggi e segnalazioni come quelli di Fabio, e allora ti accorgi che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire e che ci sono unexpecteds compagni d’avventura che queste scoperte hanno piacere di condividerle. E giustificano la nostra ostinazione. (P.R.)

Maturità

di Leonardo Repetto, 30 giugno 2026

Mi permetto un piccolo strappo nepotistico (sperando non sia l’ultimo). Le nuove indicazioni per l’orale degli esami di maturità prevedono che il candidato produca, ad avviamento del colloquio, una brevissima presentazione di sé e del rapporto instaurato con la scuola.

Quella che segue è la presentazione concepita (all’ultimo minuto, come sempre) e proposta (oralmente: questa era la traccia base, vergata la vigilia) da mio nipote. Gli ho chiesto di poterla pubblicare perché quando dopo l’esame me l’ha letta ho provato due forti emozioni: una, per un moto di egoistico ma giustificatissimo orgoglio (la genetica non mente), l’altra perché mi sono sentito rinfrancato e rimotivato. Se i ragazzi sfornati da una scuola disastrata come quella odierna sono di questa levatura, allora c’è ancora speranza: per questo sciagurato paese, per questo mondo e, nel suo piccolo, per il sito dei Viandanti. (P.R.).

Ieri sera stavo seduto sul letto e ritoccavo un testo discretamente accattivante, retorico quanto vago, su come la scuola mi abbia fatto acquisire un metodo di studio, un pensiero critico ed altre frasi fatte molto quotate per questa presentazione; quando, per curiosità, rileggendo per la milionesima volta “l’Infinito” di Leopardi, ho trovato un errore.

Subito ho detto, in altri termini ovviamente non riportabili, perbacco! Leopardi che commette un errore, impossibile. Ha messo un “ma” dopo il punto.

Quel “ma” è una delle parole più potenti della letteratura italiana.

A scuola mi hanno insegnato che dopo un punto non si mette “ma” perché è un’avversativa.

Eppure Leopardi lo fa. E non è un errore: è una scelta.

È il momento in cui la lingua smette di essere solo una regola e diventa espressione di un pensiero.

Forse è proprio questo il significato della maturità: imparare le regole fino al punto in cui si è in grado di capire quando, e soprattutto perché, superarle.

Finché siamo studenti, le regole sono una guida, quasi delle corde che ci tengono al sicuro. Ma la maturità consiste anche nello sciogliersi da quelle corde, non per rinnegarle, bensì per camminare con le proprie gambe. Come Leopardi, che davanti alla siepe non si ferma alla realtà, anch’io vorrei non fermarmi alle definizioni, ai voti o alle convenzioni, ma cercare il mio infinito.

Quel “ma” dopo il punto è, per me, il segno della maturità. È il momento in cui la regola incontra la libertà. Dopo questi anni di scuola, sento di portare con me tutto ciò che ho imparato, ma anche il desiderio di andare oltre, di pensare con la mia testa.

Se la scuola mi ha dato le parole, adesso tocca a me decidere come usarle. Forse il mio esame di maturità non finisce con un punto.

Ma comincia proprio con un “Ma”.

Camuserìe (prima parte)

dieci tracce per vite (quasi) parallele

di Paolo Repetto, 19 giugno 2026

Sono nella notte, e cerco di vederci chiaro

Albert Camus è comparso moltissime volte nelle cose che ho scritto, ma sempre di sponda: non gli ho mai riservato un pezzo specifico, uno schizzo biografico, qualcosa che andasse al di là del frammento. Essendo morto a 46 anni non figurava nemmeno tra gli scomparsi under-quaranta cui ho dedicato tempo fa un almanacco (Cari al cielo). Eppure è stato e continua ad essere un riferimento fondamentale per la mia formazione e per la mia crescita, tanto che le sue opere e le biografie e gli studi critici che gli sono stati dedicati occupano un metro di ripiano, e in posizione centrale (collocazione che per me è significativa), nella mia biblioteca. Lo stimo sia come uomo che come intellettuale, cosa che mi accade di rado, e sia per ciò in cui mi riconosco che per quelle sfumature del suo pensiero sulle quali ho delle perplessità.

Non ho mai scritto esplicitamente di lui per svariati motivi. Il principale è che Camus non è un misconosciuto o un “rimosso”, come tutti coloro dei quali mi sono occupato. È vero che dopo aver ricevuto il Nobel per la letteratura è stato per quasi mezzo secolo liquidato come un grande romanziere e un debolissimo pensatore (ciò che era accaduto anche a Leopardi, con la benedizione di Croce): ma da qualche anno a questa parte l’attenzione nei confronti del suo pensiero è riesplosa, prima naturalmente in Francia, ora anche da noi. Chi fosse interessato ha solo l’imbarazzo della scelta: io mi limito a fornire in calce un minimo di bibliografia, il resto lo si può facilmente reperire in libreria o in rete, a rischio magari di trovarsi sommersi e un po’ disorientati in un profluvio di studi. Ai quali, francamente, penso di non avere nulla di nuovo o di rilevante da aggiungere.

Credo inoltre che Camus, a dispetto dell’apparente semplicità del suo percorso e della chiarezza del suo linguaggio, non sia autore riassumibile in qualche pagina, biografica o critica che sia. Va letto e basta (so che è un’ovvietà, ma penso che per alcuni autori valga più che per altri): la vera eccezionalità del suo pensiero sta nelle immagini e nelle metafore attraverso le quali riesce ad esprimerlo.

C’è infine il fatto che il mio rapporto con Camus è delicato: da un lato lo sento spiritualmente molto affine, dall’altro non riesco a liberarmi della sensazione di una mia “inadeguatezza”. Non sono facile alle riverenze culturali (così come a qualsiasi altra), e scrivendo per puro diletto non mi sono mai fatto problemi a dire la mia su chiunque: ma il suo caso è un po’ particolare. Ho scoperto i suoi romanzi più famosi sessant’anni fa, poco più che adolescente, e mi avevano colpito (La Peste soprattutto, più che Lo straniero): ma non posso dire che all’epoca ne avessi colto i significati più profondi (e vorrei sapere chi a quell’età possa essere in grado di coglierli). Solo più tardi, quando sono approdato alle opere di saggistica, ho realizzato, un po’ come già mi era capitato con Leopardi, di avere di fronte un pensatore straordinariamente “concreto”, tanto schietto quanto determinato a riscattare l’uomo dalla sua condizione “assurda”. Camus è così andato immediatamente a completare, assieme appunto a Leopardi e naturalmente a Kant, quella che sarebbe rimasta la triade dei miei referenti etici (accostare i primi due a Kant parrà poco ortodosso, ma come ho già detto non sono tenuto a rispettare né le scale di valore della manualistica scolastica né la sistematicità canonizzata da Hegel).

Dalla lettura de Il Rovescio e il Dritto o de Il Mito di Sisifo non mi sono arrivate rivelazioni sconvolgenti: ho avuto semmai conferma di convinzioni che fino a quel momento credevo di aver maturato attraverso un cammino totalmente autonomo. Ritrovavo in quelle pagine idee sul mondo, sull’uomo, sul ruolo di quest’ultimo nel primo, che già mi appartenevano: ed erano spogliate di ogni pretenziosità filosofica ed espresse in termini che avrei potuto benissimo usare io. Questo testimoniava quanto profondo fosse il segno lasciatomi dalle letture giovanili, cosa che di per sé va benissimo, ma nel caso specifico creava un debito che nemmeno sospettavo di aver contratto. Il mio disagio nasce allora dal fatto che Camus detestava essere considerato un “maestro” (per questo c’era già disponibile Sartre), e quindi sono incerto sul come pormi nei suoi confronti: temo di non distinguere più tra ciò che mi sono guadagnato tramite l’esperienza diretta della vita e ciò che invece ho da lui culturalmente ereditato. E anche se so bene che tutto entra a pari titolo nel bagaglio, mi piacerebbe avere una memoria un po’ meno confusa delle diverse provenienze. Così rischio di attribuire a Paolo ciò che in verità è di Albert, e viceversa.

La soluzione che ho scelto è dunque di non “raccontare” né la biografia né l’opera di Camus, di darle per scontate, e qualora questa conoscenza non ci fosse, spero almeno di stimolare chi leggerà a mettersi in pari. È certamente una posizione di comodo, ma è anche quella che mi consente di aggirare la soggezione e di far entrare Camus nel discorso come un fratello maggiore o come un amico più maturo, quello che ti aiuta ad aprire gli occhi e ti fornisce indicazioni per il cammino. Queste indicazioni le ho raccolte in una serie di voci che scaturiscono direttamente dalle sue opere o che sono comunque a lui riferibili, per analogia di situazioni o di riflessioni.

Avevo anche pensato ad una trattazione aforistica, quella verso la quale Camus stesso negli ultimi suoi scritti sembrava indirizzarsi. Non è però nelle mie corde, quindi userò i suoi aforismi solo come base di partenza. Ho concepito al solito questo lavoro in funzione mia, come un piccolo tributo ad un autore che mi ha dato molto, e nel contempo come un esercizio per riordinare le idee; ma non è detto che non possa intrigare, in positivo o in negativo, anche altri che amano Camus quanto me.

Infine: quella che segue è solo la prima delle voci cui accennavo sopra. Probabilmente sarà anche la più lunga e la più strettamente personale. Per questo ho voluto anticiparla, a mo’ di introduzione a quelle che seguiranno. Quando, ancora non lo so, ma garantisco che non mi lascerò distrarre come mi accade troppo spesso da nuove suggestioni e non rimanderò all’infinito. Prima che il decadimento cognitivo senile o qualche altro accidente mi obnubilino del tutto voglio sanare, almeno in piccolissima parte, le mie pendenze. E quella con Albert è senz’altro la più urgente.

Per un primo approccio all’opera e alla vita di Camus:

Opere
Albert Camus – Opere – Bompiani 2000
Albert Camus – Taccuini– Bompiani 1992
Albert Camus – À Combat– Gallimard 2002
Albert Camus – Actuelles – Bompiani 1972

Biografie
Stelio Zeppi – Camus – Nuova accademia 1961
Philip Thody – Camus – Della Volpe 1968
André Nicolas – Camus – Sansoni 1971
Herbert R. Lottman – Camus – Jaka Book 1984
Oliver Todd – Albert Camus – Bompiani 1997
Paolo Flores d’Arcais – Albert Camus filosofo del futuro – Codice 2010
Mario Vargas Liosa – Tra Sartre e Camus – Scheiwiller 2010
Michel Onfray – L’ordre libertaire – Flammarion 2012
Virgil Tanase – Albert Camus. Una vita per la verità – Castelvecchi 2013

1. Autobiografismo

On ne peut vivre tout ce qu’on écrit.
Mais on y tâche.

Ne Il Rovescio e il Diritto Camus scrive: “Le opere di un uomo tracciano spesso la storia delle sue nostalgie e delle sue tentazioni, quasi mai la sua propria storia, soprattutto quando pretendono di essere autobiografiche”. Parto proprio da questo tema perché servirà a chiarire il senso delle pagine che seguono (e magari anche di tutte quelle che le hanno precedute).

Un’obiezione che mi è stata mossa dagli amici è che in definitiva scrivo quasi sempre di me. È vero: lo faccio perché ritengo onesto scrivere solo di ciò che conosco, e in teoria nulla dovrei conoscere meglio che me stesso. In realtà non è proprio così: scrivo di me non perché mi conosco, ma al contrario, per cercare di conoscermi. Scrivere mi obbliga a fermarmi, a costringere i miei pensieri ad un minimo di ordine: mi sottrae all’urgenza del contingente e mi consente di riflettere un po’ più in profondità su come sono e su come mi comporto.

Non è sempre stato così: o almeno, non ero cosciente che lo fosse. Per un certo periodo ho continuato a credere che scopo della scrittura, almeno di quella a carattere storico nella quale mi cimentavo, fosse il ristabilimento e la divulgazione della verità. E che questo richiedesse un approccio il più possibile freddo, “professionale” e oggettivo. Fino a quando non mi sono reso conto che si trattava comunque delle mie verità. Non per questo ho smesso di trasporle per iscritto: ho solo scoperto che potevo farlo in totale libertà, a condizione di non pretendere riscontri di alcun tipo, economici, di carriera, di visibilità; e questa libertà non ho mancato negli ultimi quarant’anni di sfruttarla. Intendiamoci: continuo a pensare che lo scopo dovrebbe essere proprio quello di un’approssimazione progressiva alla verità, ma nella consapevolezza che a dispetto della serietà di intenti e dell’accuratezza documentale sempre di interpretazioni soggettive si tratta, e che allora tanto vale scoprire subito le carte e dichiarare onestamente, direi persino ostentatamente, quanto della mia storia personale entra negli argomenti di cui tratto.

Con questo penso di aver già ottemperato, almeno in parte, proprio ad un comandamento di Camus: “La prima cosa che devo provare a spiegare in un’autobiografia, è perché scrivo”. Sottolineo “in parte,” perché quella di cui parlavo sopra non è certo l’unica motivazione. Ma delle altre ho già parlato sin troppe volte.

Piuttosto: cosa viene fuori da questo esercizio? Certamente, come dicevo sopra, non “la verità”: ma almeno, qualcosa che le somiglia.

Ne La Caduta Camus si spinge però più in là: “Che importa se [le mie storie] sono vere o false se, in ogni caso, esse sono significative di ciò che sono stato e di ciò che sono? Si vede talvolta più chiaro in colui che mente che in colui che dice la verità. La verità, come la luce, acceca. La menzogna, al contrario, è un bel crepuscolo, che valorizza ogni oggetto”. Ora, le mie “opere” non pretendono di essere autobiografiche, anzi, il mio sogno sarebbe la capacità di una scrittura asetticamente ironica come quella dei biografi o degli storici inglesi: ma invariabilmente quando racconto di vite altrui finisco per immedesimarmi e quando disegno quadretti di quotidiana banalità mi ci ritrovo comunque. Se poi scrivo direttamente di me stesso opero delle scelte, ed evidenzio i tratti caratteriali nei quali mi riconosco. O che vorrei mi fossero riconosciuti. Non scrivo insomma la mia storia, ma la ri-scrivo.

Menzogna mi sembra un termine un po’ pesante per ciò di cui sto parlando (Camus lo mette in bocca ad un personaggio che davvero ne ha fatto uno stile di vita). Ciò che io intendo è che nella narrazione autobiografica, voluta o inconscia che sia, si attiva un processo di “costruzione” della nostra identità che non è solo mascheramento o falsificazione. Quando tale costruzione è onesta non poggia sul nulla o sulla pura invenzione: si fonda sulla ricerca di una costante, di un filo lungo il quale legare “in movimento” i nostri comportamenti, le nostre scelte passate, e dare loro un senso. Come nei “Che cosa apparirà?” della vecchia Settimana Enigmistica l’immagine scaturisce dall’unione dei puntini.

Non è un’operazione puramente difensiva o giustificatoria. Nel rappresentarci in un certo modo dettiamo a noi stessi il modello al quale vorremmo il più possibile conformarci. Ci ri-definiamo non solo agli occhi degli altri, ma prima di tutto di fronte a noi stessi. Nel farlo, nel mentre diamo forma alla nostra immagine, cerchiamo una condizione per accettarci, per venire a patti in qualche modo con ciò che siamo: ma al momento stesso ci assumiamo un impegno a diventare davvero quelli raffigurati nell’immagine. E allora è anche naturale che agiscano delle censure, mirate non tanto a nascondere quanto a rimuovere, non solo dalla memoria del passato ma anche dai progetti del futuro, ciò che di noi stessi non ci piace.

Se da un lato agisce la censura, che non ci fa dire tutto, dall’altro entra l’invenzione. Che è tale però solo sino a un certo punto. Infatti altro non è che una rielaborazione, un assemblaggio di ciò che si trova già nella nostra memoria, eventi ed esperienze personali, ma anche reminiscenze di film, trame o passaggi di romanzi, persino semplici frasi sentite da famigliari o amici o da persone sconosciute … Insomma, tutto ciò che abbiamo in qualche modo vissuto, che ha catturato la nostra attenzione provocandoci emozioni, positive o negative che fossero, e che abbiamo riposto in qualche cassetto della memoria, diventa materiale da costruzione di storie.

Questo cassetto, questo archivio interiore, è un’opera aperta, e il passato che racchiude è riscrivibile. Nel senso che se non possiamo cambiarlo o negarlo, perché ormai è dato, possiamo però ri-significarlo attraverso i nostri atti, conformandoci appunto all’immagine che ne abbiamo ricostruito pescando nei ricordi. Assumendoci cioè la responsabilità di far coincidere il nostro presente e il nostro futuro con quella riscrittura.

Un paio di cose ci tengo comunque a precisare: intanto che nessuno degli aneddoti, delle situazioni, delle vicende, dei personaggi che ho disseminato nei miei scritti è frutto di pura invenzione. Non avevo bisogno di inventare nulla, non ne sarei nemmeno capace, e infatti non sono mai stato tentato dalla fiction. Ho già spiegato altrove (ad esempio in Càpita) che a volerli cogliere la vita ci offre emozioni, incontri, esperienze più che a sufficienza. La riscrittura ha modificato semmai il punto di vista dal quale quelle situazioni le ho vissute, ha depurato le paure, smorzato gli entusiasmi, riscattato in qualche caso delle piccole viltà.

L’altra cosa riguarda la dominante tendenza all’autobiografismo che caratterizza la letteratura del terzo millennio. Fermo restando che chiunque scriva è sempre autobiografico, non fosse altro per le scelte che fa di un ambito e di argomenti particolari, e che l’autobiografismo è intrinseco ad ogni tipo di scrittura, persino a quella di un codice penale o di un manuale di istruzioni per l’uso, a differenza di un tempo oggi l’autoreferenzialità non è affatto celata, non dà vita ad sottogenere letterario, non necessita di giustificazioni. Insomma, non la si legittima come proposta di vite esemplari o straordinarie (vedi Marco Aurelio, o Casanova, o l’Alfieri) o come forma di autodifesa e di riabilitazione (vedi Guicciardini o Tocqueville), o ancora, come pretesto per raccontare sullo sfondo un’epoca, un passaggio della storia (e qui gli esempi sarebbero infiniti): ne è anzi rivendicata l’immediatezza, la non strumentalità, a prescindere dalla rilevanza delle vicende e dei protagonisti. Penso che a motivare il ripiegamento su se stessi sia la perdita di quel centro di gravità permanente di cui cantava Battiato, ovvero di riferimenti comuni stabili, morali, politici, esistenziali in senso lato. In conseguenza di tale perdita siamo sempre meno interessati a quel che avviene attorno a noi e sempre più a quello che accade a noi e dentro di noi.

Azzarderei in proposito un‘altra notazione. Si è diffusa l’idea, un tempo riservata alla fantascienza, oggi sorretta da interpretazioni più o meno opinabili della fisica quantistica, ma tradotte in una vulgata tutt’altro che scientifica, che viviamo in un “multiverso” nel quale la materia crea copie infinite del nostro mondo e di noi stessi. Non sto dicendo che queste interpretazioni abbiano avuto una particolare risonanza nell’opinione pubblica, e che circoli una qualche consapevolezza di cosa tutto questo, laddove anche fosse provato, davvero potrebbe significare: quella che si è fatta strada è una semplicistica e ingenua suggestione da sconfinamento mediatico, che per vie traverse rimbalza nella quotidianità e pare aprire per esistenze sempre più insoddisfatte e incerte molteplici vie di fuga e di replicazione. L’ipotesi di infiniti universi paralleli crea infatti l’illusione di poterci sottrarre ai condizionamenti sociali e naturali cui l’unicità e la precarietà della vita su questa terra ci assoggettano. Come dicevo, sposta sempre più l’attenzione dal mondo reale che ci circonda alla reazione che abbiamo nei suoi confronti: una reazione che a sua volta può essere proiettata su fondali diversi, “paralleli” appunto.

Mentre dunque fino a ieri la ricostruzione del nostro passato attraverso l’autobiografismo era comunque ancorata a questo mondo, e alla sua storia, e vi si rapportava per adeguarvisi, o magari per combatterlo o addirittura per migliorarlo, oggi non conosce più questo vincolo. La funzione auto-ricostruttiva, che creava un effetto responsabilizzante per il futuro, ha lasciato il posto a quella prettamente autorappresentativa, finalizzata solo a rivendicare una visibilità nel presente, a dare a ciascuno una effimera e sterile conferma della propria esistenza.

Ora, onestamente, per quanto mi riguarda credo di potermi chiamare fuori da questa deriva. Rimango un abitante convinto del secolo scorso, non capisco nulla della fisica quantistica (come la stragrande maggioranza, immagino), un universo mi basta e avanza e mi ci sono anche trovato bene, a dispetto di tutte le storture (non sue, ma di chi lo abita e lo trova stretto). Del resto, anche questo l’aveva già scritto Camus:

Ci sono solo pietre, carne, stelle e solo quelle verità che si possono toccare con mano. Dobbiamo scegliere di vivere in questo mondo e proiettarci dentro i nostri valori e le nostre convinzioni, in modo da conferirgli un senso”.

2. Aristocrazia

Ogni società è fondata sull’aristocrazia, perché
questa, quella vera, è esigenza nei propri confronti,
e senza questa esigenza ogni società muore.

Questo intendevo quando mi riferivo al linguaggio di Camus: non ha paura delle parole, e quindi le usa nel loro significato primigenio, preciso, infischiandosi delle incrostazioni storiche che le deformano. “Aristocrazia” significa “eminenza dei migliori”. In un sistema organizzato può anche significare “governo (o potere) dei migliori”, ma Camus ha in mente qualcosa che non corrisponde all’accezione tradizionale. Non ha mai fatto parte di alcun governo o gruppo dirigente. Non ha mai detenuto posizioni di potere. Non apparteneva per nascita, per cooptazione o per trasmissione ereditaria a conventicole intellettuali o a circoli politici (i salotti buoni della rive gauche). Non è lì che si attendeva di trovare “i migliori”.

Dice: “Ho conosciuto molte persone di qualità, è la fortuna della mia vita”. Ma non si riferisce alle storiche “avanguardie”: per intenderci, quelle alla Lenin (da noi, alla Togliatti, il “Migliore” per antonomasia), o anche alla Sartre. È semmai invece sulla linea della “retroguardia culturale” di Andrea Caffi[1], che rifiutava la propaganda demagogica e l’azione politica intesa come controllo e guida avanguardistica delle masse. Caffi riteneva che una rivoluzione non può avvenire se non è preceduta da un grandioso lavoro di preparazione culturale; e che questo compito di “retroguardia” spetti ad una élite intellettuale e rivoluzionaria che porti avanti un’azione insieme politica e pedagogica, evitando attraverso la diffusione dei rapporti di “socievolezza” che anche le sacrosante istanze di giustizia e di liberazione ricadano nella logica del dominio e della violenza. Camus si trova ad agire durante l’occupazione nazista della Francia, in una situazione quindi di emergenza, nella quale non si può andare troppo per il sottile e attendere che le masse si risveglino da sole. Ma è anche consapevole che la ribellione non è una rivoluzione, e che i due piani non vanno confusi.

Quando parla di una “aristocrazia” ha dunque in mente quelle élites che si selezionano spontaneamente, si riconoscono attraverso l’amicizia o la stima reciproca, e vengono riconosciute nei momenti più drammatici della storia; si riferisce per esperienza diretta a coloro che hanno opposto resistenza al nazifascismo prima e durante la lotta armata. Quelle élites che poi, venuta meno l’emergenza, tornano nell’ombra, o vi sono relegate, dalle burocrazie del potere (vedi il caso italiano di Giustizia e Libertà), ma anche da una intrinseca idiosincrasia nei confronti del potere stesso. Scrive nei Taccuini: “Ho riconosciuto che esistevano veramente individui più veri e più grandi di altri. E formavano nel mondo una società visibile e invisibile che giustificava il vivere”. Sembra davvero di sentir parlare Caffi, dei “gruppi di amici” o dei “gruppi di società” cui affidava la missione di far prevalere nella natura umana l’indole solidaristica e socievole.

Una missione, per Camus, che esige estremo senso di responsabilità. “La Storia, facile da pensare, difficile da vedere per tutti coloro che la subiscono sulla loro carne. L’oppresso non ha alcun dovere reale perché non ha diritti. Il diritto lo guadagna solo con la rivolta. Ma una volta acquisito il diritto su di lui incombe senza alcun indugio il dovere. Così la rivolta fonte del diritto è allo stesso titolo madre dei doveri. Queste sono le origini dell’aristocrazia. E la sua storia. Chi ignora il suo dovere perde il diritto e diventa egli stesso oppressore, anche quando parla a nome degli oppressi.”

Quale sia questo dovere lo ribadisce e lo approfondisce sempre nei Taccuini: “Qualunque cosa affermi, il secolo è alla ricerca di un’aristocrazia. Ma non si accorge che per averla gli tocca rinunciare all’obiettivo che apertamente si prefigge: il benessere. Non esiste aristocrazia che non sia del sacrificio. L’aristocratico è prima di tutto colui che dà senza ricevere, che rende servizio. L’Ancien Règime è morto per aver dimenticato questo”.

E ancora: “Necessità di un’aristocrazia – Oggi se ne possono immaginare soltanto due: quella dell’intelligenza e quella del lavoro. Ma l’intelligenza da sola non è un’aristocrazia. Neppure il lavoro (in entrambi i casi gli esempi sono evidenti). L’aristocrazia non è fondamentalmente il godimento di certi diritti, ma l’accettazione di certi doveri che, soli, legittimano i diritti. Aristocrazia è affermare se stessi e, contemporaneamente, farsi da parte. Per uscire da sé (definizione del dovere) l’intelligenza non può andare verso i privilegi. Alcuni sono parte integrante di essa, altri sono il suo contrario. E il dovere non consiste nell’affermare né nel sopprimere se stessi, ma nel far sì che serva a qualcosa ciò che si afferma. L’aristocrazia non può quindi andare che verso il lavoro, che è il suo dovere e il suo limite. E il lavoro dal canto suo non può andare verso l’abbrutimento, consapevole o no (umiliazione generalizzata dell’intelligenza), che è o se stesso o il suo contrario (vedi sopra). Non può quindi andare che verso l’intelligenza. L’aristocrazia del lavoro e quella dell’intelligenza non sono (oggi) possibili, se non si riconoscono a vicenda e non cominciano a camminare l’una verso l’altra per consacrare un giorno un a sola immagine superiore dell’uomo”.

Di una “aristocrazia etica” (etica, e non morale, perché non considero equivalenti i due termini) ho scritto ripetutamente in tutti questi anni, a partire da un’epoca nella quale l’influsso di Camus (ma anche di Caffi, e di Chiaromonte[2], e di tutti coloro che ho scoperto col tempo avermi precorso su questo tema) sul mio pensiero non era affatto sospettabile. Nel caso suo, evidentemente, sono arrivato a maturare le stesse convinzioni partendo non solo da un’analoga disposizione di indole ma anche da esperienze per molti versi simili (e di questo tratterò in un’altra voce).

Dal canto mio ho sempre espresso questa idea classificando gli umani in due specie: quelli che vivono sentendosi sempre in credito con la propria esistenza, col mondo e con il resto dell’umanità, che accampano cioè solo diritti, e quelli che al contrario si ritengono sempre in debito, e si comportano di conseguenza, cercando di assolvere il meglio possibile ai doveri. Dal primo atteggiamento, oggi più che mai dominante, non possono scaturire che invidia, autocommiserazione, risentimento, rancore, tutti sentimenti che spesso si nascondono dietro la facciata di rivendicazioni sociali; dal secondo nascono la comprensione e la solidarietà, ma anche, paradossalmente, l’umiltà.

Mi sono chiesto infatti più volte se dietro quest’ultimo si celi una presunzione di superiorità. Se cioè sentirsi in debito non significhi presumere di sé doveri superiori in ragione di una superiore coscienza. Non lo so: può anche darsi che questa componente ci sia, e sarebbe comunque giustificata. Rimane il fatto che l’aristocratico etico non si riconosce e non si dichiara, ma viene riconosciuto dagli altri. E che non sempre questa condizione è letta in chiave positiva. Anzi, un comportamento etico corretto spesso e volentieri ti isola, perché rappresenta un parametro alto, col quale non tutti possono o vogliono raffrontarsi. Ma non è certo il riconoscimento altrui a dargli senso e a dover essere perseguito. Esiste qualcosa che va ha ben oltre: è il rispetto di se stessi, senza il quale non può esistere alcuna socialità, alcuna solidarietà, alcuna amicizia.

3. Amicizia

Un sentire “aristocratico” è necessariamente molto selettivo per quanto concerne le amicizie. Questo lo scriveva già l’onnipresente Caffi: “L’amicizia è selettiva. Ci si sceglie l’amico, non lo si trova già dato per una relazione di natura. L’amicizia si instaura tra soggetti che si stimano reciprocamente, e che si scambiano il dono della fiducia. E se la fiducia è tradita, l’amicizia si rompe”. Distingueva l’amicizia dalla “fratellanza”, che da un lato, quando sta a indicare di legame di sangue, non si sceglie, dall’altro, in senso figurato ed esteso, sottintende comunque l’appartenenza ad un’unica famiglia umana. L’amicizia nasce da una scelta, la fratellanza da una condizione.

Camus confessa ad un suo corrispondente: “Non è possibile avere tanti amici ed è la mia disgrazia, che mi condanna a deludere, lo so bene. Capisco che questo sia insopportabile per gli altri, lo è anche per me. Ma è così, e se non mi si può amare così, è normale che mi si lasci ad una solitudine che, come vedete, non è così altezzosa come dite”. Non si tratta di freddezza o di insensibilità. È sincerità e chiarezza, che pretende reciprocità. Lo si capisce quando dice: “Io non amo l’umanità in generale. Mi sento soprattutto solidale con lei, e non è la stessa cosa. E poi amo alcuni uomini, vivi o morti”.

L’imperativo dunque è: “Comprends-les tous. N’en aime et admire que quelques-uns (Capiscili tutti. Amane e ammirane solo alcuni)”. Insomma, per Camus l’amicizia è uno scambio orizzontale, all’interno del quale non debbono esistere sudditanze, calcoli o compromissioni. É solidarietà, certo, perché è la forma più nobile di resistenza all’assurdo, alla mancanza assoluta di senso della nostra esistenza, ed è il modo più concreto per ribellarsi e rispondere a questa assenza. Ma non è solo questo. In una lettera all’amico René Char, Camus spiega che l’amicizia non deve diventare un fardello o una nuova servitù: “Più invecchio e più trovo che si possa vivere solo con gli esseri che ci liberano, e che ci amano di un affetto tanto leggero da portare quanto forte da vivere”.

La penso così anch’io. Tuttavia, come a mia volta scrivevo recentemente ad una cara amica, «quel “comprende-les tous” mi pare troppo generico, se tradotto con “comprendili”, perché rivela una sfumatura comunque positiva, che non appartiene al mio modo di approcciarmi. So che è un grave difetto, so che la mia “solidarietà” dovrei garantirla comunque a tutti, ma non posso farci nulla: non riesco ad amare tutti gli uomini, e in alcuni casi, in molti, nemmeno a rispettarli. Credo che quello al rispetto sia un diritto, e che come tutti i diritti non scenda pentecostalmente dal cielo, ma debba essere guadagnato. […]». E comunque «la mia concezione dell’amicizia, al di là delle differenza legate alle diverse personalità con le quali mi rapporto, è tutt’altro che univoca: coltivo amicizie maturate nel tempo, arrivate a consolidarsi attraverso una lunga frequentazione, e che corrono tuttavia il rischio al primo sgarbo, alla prima situazione che suoni equivoca, di dissolversi: e altre scaturite invece da un “colpo di fulmine”, da una accettazione immediata e totale dell’altro che consente a lui e a me la più assoluta spontaneità e confidenza, senza tema di incomprensioni».

La spontaneità appunto. L’onestà intellettuale che Camus chiedeva, e della cui assenza ha fatto suo malgrado esperienza diretta. L’amicizia non è complicità, non è uniformità di pensiero: è al contrario la possibilità di una libera discussione tra punti di vista diversi, di un confronto che prescinda dall’assolutismo ideologico. La critica al comunismo implicita ne L’uomo in rivolta gli ha scatenato contro nei primi anni Cinquanta gli strali e la scomunica di Sartre. Quella che sino ad allora era parsa una grande amicizia non ha retto all’ossequio supino di quest’ultimo all’ideologia. Ma io penso non si sia trattato solo di un conflitto di idee. Già nel 1943, in pieno conflitto e quindi in clima di “resistenza” contro un comune nemico, Camus scriveva a Jean Grenier: “Nonostante le apparenze, non sento di aver molto in comune con l’opera, e neanche con l’uomo”. Il suo carattere mediterraneo, solare, refrattario ad ogni soggezione fisica, psicologica o intellettuale, gli aveva evidentemente già fatto capire cosa poteva attendersi dal suo interlocutore e momentaneo compagno di lotta. L’attacco di Sartre non era motivato solo da un dissenso sulle idee, ma dal dispetto di aver trovato qualcuno che per coerenza non accettava di orbitare come un satellite attorno alla sua autorità di maître à penser, e diceva pane al pane. C’era anche molta vigliaccheria, perché sulla rive gauche Sartre regnava su uno stuolo di intellettuali engagées disposti a tutto pur di comparire negli indici di Les Temps Modernes: e ad un suo cenno questi fecero a gara a rovesciare su Camus le peggiori infamie.

Camus lo aveva presentito: non era scattata con Sartre l’amicizia “a pelle”, il colpo di fulmine di cui parlavo sopra. Magari non si attendeva uno sciacallaggio come quello scatenatogli contro, soprattutto per interposta persona (Simone de Beauvoir in primis). Ne era disgustato (nei Taccuini scrive che “Parigi è una giungla e le belve sono misere”), ma non accettò di abbassarsi a quei livelli, liquidando le polemiche con un perentorio: “Non si discute con le fogne”.

Il tempo, “giusto di glorie dispensiere”, gli ha dato ragione.

4. Nobel

Nel 1964 a Jean-Paul Sartre venne conferito il premio Nobel per la Letteratura, con la motivazione che «con la sua opera ricca di idee e piena di spirito di libertà e ricerca della verità aveva “esercitato un’influenza di vasta portata”». Lo scrittore francese rifiutò però il premio, suscitando grande scalpore: ciò che era appunto nel suo intento. Disse di aver preavvertito qualche mese prima l’Accademia svedese del suo eventuale rifiuto (era nei papabili), con una lettera della quale agli atti in realtà non rimase traccia, e che la commissione giudicante afferma di non aver mai ricevuto. Quando la nomina divenne ufficiale rimotivò il gran rifiuto con queste parole, fatte debitamente circolare presso tutti i giornali, francesi e non: «Lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in un’istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli, come in questo caso.

Le mie ragioni obiettive sono le seguenti: la sola lotta possibile sul fronte della cultura, in questo momento, è quella per la coesistenza pacifica di due culture, quella dell’est e quella dell’ovest. Non voglio dire che bisogna abbracciarsi – so bene che il confrontarsi di queste due culture prende necessariamente la forma di un conflitto – ma che la coesistenza deve avvenire tra gli uomini e tra le culture, senza l’intervento delle istituzioni. […] Le mie simpatie si rivolgono innegabilmente verso il socialismo e a ciò che viene chiamato il blocco dell’est, ma io sono nato e sono stato allevato in una famiglia borghese. Spero tuttavia, sia chiaro, che “vinca il migliore”: cioè il socialismo».Comunque, «Anche se tutte le mie simpatie sono dalla parte dei socialisti sarei incapace di accettare, per esempio, il premio Lenin se qualcuno me lo volesse dare, ma non è questo il caso. Durante la guerra d’Algeria, quando abbiamo firmato il “Manifesto dei 212”, avrei accettato il premio con riconoscenza perché non avrebbe onorato solo me ma la libertà per cui si lottava. Ma questo non è successo, ed è solo alla fine della guerra che mi si è assegnato il premio».

Del gesto vennero date varie ed opposte interpretazioni. Qualcuno vi leggeva una coerente professione di fedeltà ai propri ideali (in quel periodo Sartre inneggiava alla rivoluzione culturale cinese, e aveva appena cessato di farlo nei confronti di quella cubana); altri ne davano una lettura “morettiana”, del tipo “mi si noterà di più se lo accetto o se non lo accetto”; altri ancora, come Francois Mauriac, che il Nobel lo aveva vinto dodici anni prima, liquidavano la faccenda con una battuta: “Non ha accettato perché incapace di indossare uno smoking”.

Sartre non poteva neanche vantare una priorità: altri lo avevano preceduto. Bernard Shaw, ad esempio, che pressato dalla moglie accettò la investitura ma non il premio in denaro che comportava, e soprattutto, solo sei anni prima, nel 1958, Boris Pasternak. Nel caso di Pasternak però il rifiuto era stato ricattatoriamente imposto dalle autorità sovietiche, e Sartre si guardò bene dal pronunciarsi in proposito.

Ma al di là di questo restano un fatto ed un sospetto. Il fatto è, giusto in tema di coerenza, che nel 1975 Sartre, esattamente al contrario di Shaw, si rivolse all’Accademia per valutare la possibilità di riscuotere quel gruzzolo legato al Nobel che undici anni prima non aveva ritirato (pari a quasi un milione di dollari): e fu mandato giustamente a stendere.

Il sospetto è invece tutto mio, o almeno non ne ho trovato riscontri altrove (anche se penso che già all’epoca molti lo condividessero). Sono convinto cioè che dietro il rifiuto ci fosse lo smacco dell’assegnazione del premio a Camus, avvenuta otto anni prima. Ci fosse cioè la volontà di marcare una distanza tra sé e il suo ex-amico e poi avversario politico, e una stizzita rivincita nei confronti di chi gli aveva preferito a suo tempo “un romanziere che si credeva un filosofo ed era solo un allievo ritardato”, un “fanfarone salito in cattedra” che però non ha “lezioni da dare ma piuttosto da ricevere”, o peggio ancora, “uno sbirro e meschino” dall’orgoglio smisurato. Non è un caso che tirasse in ballo anche la guerra d’Algeria, ormai finita da un pezzo, nei confronti della quale Camus aveva assunto una posizione controversa, ma pienamente coerente con la sua condizione di pied noir e con le sue convinzioni politiche.

A Camus il Nobel era stato conferito nel 1956. Ne era rimasto sorpreso e anche un po’ intimidito. Lo aveva accettato non come un riconoscimento o un’onorificenza, ma nella piena e convinta coscienza di assumersi una enorme responsabilità.

A proposito di questo, però, dal momento che non ho alcuna esperienza di premi di qualsivoglia natura, credo che la cosa migliore sia lasciare a Camus stesso la parola, riportando i passi salienti del suo discorso di accettazione del premio.

Ricevendo il premio di cui la vostra libera Accademia ha voluto onorarmi, la mia grande gratitudine era tanto più profonda quanto più misuravo fino a che punto la ricompensa oltrepassava i miei meriti personali. Ogni uomo, e a maggior ragione ogni artista, desidera ottenere dei riconoscimenti. Anch’io lo desidero, ma non mi è stato possibile apprendere la vostra decisione senza confrontare la sua grande rinomanza con quello che io realmente sono, un uomo quasi giovane, ricco soltanto dei suoi dubbi e di una opera ancora in cantiere, abituato a vivere nella solitudine del lavoro o nel rifugio dell’amicizia, come potrebbe non apprendere con una specie di panico una decisione che lo porta d’un colpo, solo e quasi ridotto a se stesso, al centro di una luce sfolgorante? Con quale animo poteva ricevere quest’onore nell’ora in cui in Europa altri scrittori, fra i più grandi, sono ridotti al silenzio e nel momento stesso in cui la sua terra natale è tormentata da una continua sventura?

Ho conosciuto questo smarrimento e questo turbamento interiore. Per ritrovare la pace insomma ho dovuto rimettermi in regola con una sorte troppo generosa. E poiché non potevo farlo facendo leva sui miei soli meriti ho trovato, come aiuto, ciò che mi ha sostenuto nelle circostanze più difficili durante la mia vita: l’idea che mi son creata della mia arte e della missione dello scrittore. Lasciate che in un sentimento di riconoscenza e di amicizia vi dica, con la massima semplicità, quale sia questa idea.

Personalmente non potrei vivere senza la mia arte, ma non l’ho mai posta al di sopra di tutto: se mi è necessaria, è invece perché non si estranea da nessuno e mi permette di vivere come sono al livello di tutti. L’arte non è ai miei occhi gioia solitaria: è invece un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti. L’arte obbliga dunque l’artista a non isolarsi e lo sottomette alla verità più umile e più universale. E spesso chi ha scelto il suo destino di artista perché si sentiva diverso dagli altri si accorge ben presto che potrà alimentare la sua arte e questo suo esser diverso solo confessando la sua somiglianza con tutti: l’artista si forma in questo rapporto perpetuo fra lui e gli altri, a mezza strada fra la bellezza di cui non può fare a meno e la comunità dalla quale non si può staccare. È per questa ragione che i veri artisti non disprezzano nulla e si sforzano di comprendere invece di giudicare: e se essi hanno un partito da prendere in questo mondo, non può essere altro che quello di una società in cui, secondo il gran motto di Nietzsche, non regnerà più il giudice, ma il creatore, sia esso lavoratore o intellettuale.

La missione dello scrittore è fatta ad un tempo di difficili doveri; per definizione, non può mettersi oggi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono. O, in caso contrario, lo scrittore si ritrova solo e privo della sua arte. Tutti gli eserciti della tirannia con i loro milioni di uomini non lo strapperanno alla solitudine anche e soprattutto se si adatterà a tenere il loro passo. Ma il silenzio di un prigioniero sconosciuto ed umiliato all’altro capo del mondo sarà sufficiente a trarre lo scrittore dal suo esilio, ogni volta, almeno, che arriverà, pur nei privilegi della libertà, a non dimenticare questo silenzio e a divulgarlo con i mezzi dell’arte.

Nessuno di noi è abbastanza grande per una simile vocazione. Ma in tutte le circostanze della sua vita, ignorato o provvisoriamente celebre, imprigionato nella stretta della tirannia o per il momento libero di esprimersi, lo scrittore può ritrovare il sentimento di una comunità vivente che lo giustifichi, alla sola condizione che accetti, finché può, i due impegni che fanno la grandezza della sua missione: essere al servizio della verità e della libertà. Poiché la sua vocazione è quella di riunire il maggior numero possibile di uomini, egli non può valersi della menzogna e della schiavitù che, là dove regnano, fanno proliferare la solitudine. Qualunque siano le nostre debolezze personali, la nobiltà del nostro mestiere avrà sempre le sue radici in due difficili impegni: il rifiuto della menzogna e la resistenza all’oppressione.

Per più di vent’anni di storia folle, perduto e privo di soccorso, come tutti gli uomini della mia età, nelle convulsioni del tempo, sono stato sorretto dal sentimento oscuro che scrivere era oggi un onore, perché questo atto impegnava, e non impegnava a scrivere soltanto. Mi obbligava in particolare a portare, come potevo e secondo le mie forze, con tutti quelli che vivevano la stessa storia, la sventura e la speranza di cui eravamo partecipi. Questi uomini, nati all’inizio della prima guerra mondiale, che hanno avuto vent’anni quando si installavano ad un tempo il potere hitleriano e i primi processi rivoluzionari e che sono stati in seguito messi alla prova, per completare la loro educazione, nella guerra di Spagna, nella seconda guerra mondiale, nell’universo “concentrazionario”, nell’Europa della tortura e della prigione, debbono oggi allevare i loro figli e le loro opere in un mondo minacciato dalla distruzione nucleare. Nessuno, suppongo, può chieder loro di essere ottimisti. E sono convinto che dobbiamo comprendere, pur senza abbandonare la lotta contro di loro, l’errore di quelli che, per troppa disperazione, hanno rivendicato il diritto al disonore e si sono gettati a capofitto nel nichilismo del nostro tempo. Ma è anche vero che la maggior parte di noi, nel mio paese e in Europa, hanno rifiutato questo nichilismo e si sono messi alla ricerca di una legittimità; hanno dovuto costruirsi un’arte per vivere in tempi calamitosi, per nascere una seconda volta e lottare poi a viso scoperto contro l’istinto di morte sempre presente nella nostra storia.

Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga. Erede di una storia corrotta in cui si fondono le rivoluzioni fallite e le tecniche impazzite, la morte degli dei e le ideologie portate al parossismo, in cui mediocri poteri, privi ormai di ogni forza di convincimento, sono in grado oggi di distruggere tutto, in cui l’intelligenza si è prostituita fino a farsi serva dell’odio e dell’oppressione, questa generazione ha dovuto restaurare, per se stessa e per gli altri, fondandosi sulle sole negazioni, un po’ di ciò che fa la dignità di vivere e di morire. Davanti ad un mondo minacciato di disintegrazione, sul quale i nostri grandi inquisitori rischiano di stabilire per sempre il dominio della morte, la nostra generazione sa bene che dovrebbe, in una corsa pazza contro il tempo, restaurare fra le nazioni una pace che non sia quella della servitù, riconciliare di nuovo lavoro e cultura e ricreare con tutti gli uomini un’arca di alleanza. Non è certo che essa possa mai portare a buon fine questo compito immenso ma è certo che, in tutto il mondo, è già impegnata nella sua doppia scommessa di verità e di libertà e che, all’occasione, saprà morire senza odio. Per questo merita quindi di essere salutata e incoraggiata dovunque si trovi e soprattutto là dove si sacrifica. È su di essa, comunque, che, certo del vostro assenso profondo, vorrei far ricadere l’onore che mi avete fatto.

Nello stesso tempo, dopo aver proclamato la nobiltà del mestiere di scrivere, avrei ricollocato lo scrittore al suo vero posto, non godendo lui di altri titoli all’infuori di quelli che divide con i suoi compagni di lotta, vulnerabile ma ostinato, ingiusto e appassionato di giustizia, costruttore della sua opera senza vergogna né orgoglio al cospetto di tutti, diviso sempre fra il dolore e la bellezza votato infine a trarre dalla sua duplice esistenza le creazioni che ostinatamente tenta di edificare in mezzo al moto distruttore della storia. Chi, dopo tutto ciò, potrebbe attendere da lui soluzioni bell’e fatte e belle morali? La verità è misteriosa, sfuggente, sempre da conquistare. La libertà è pericolosa, dura da vivere quanto esaltante. Dobbiamo marciare verso questi due obiettivi, con fatica ma decisi, ben consci dei nostri errori in un così lungo cammino. Quale scrittore dunque oserebbe, in buona coscienza, farsi predicatore di virtù? Quanto a me devo dire una volta di più che non sono niente di tutto questo. non ho mai potuto rinunciare alla luce, alla felicità di esistere, alla vita libera in cui sono cresciuto. Ma benché questa nostalgia spieghi molti dei miei errori e delle mie colpe, essa mi ha aiutato senza dubbio a comprendere meglio il mio mestiere, mi aiuta ancor oggi a tenermi, ciecamente, vicino a tutti quegli uomini silenziosi che non sopportano nel mondo una vita che per loro è fatta soltanto del ricordo o del ritorno di brevi e libere gioie.

Ricondotto così a ciò che realmente sono, ai miei limiti, ai miei doveri, alla mia difficile fede, mi sento più libero di testimoniarvi, per finire, l’importanza e la generosità del premio che mi avete conferito; più libero di dirvi anche che vorrei riceverlo come un omaggio reso a tutti quelli che, combattendo la stessa battaglia, non ne hanno ricevuto alcun privilegio, ma hanno invece conosciuto sventura e persecuzione. Non mi resta altro che ringraziarvi dunque dal profondo del cuore e fare a voi pubblicamente, come testimonianza personale di gratitudine, la stessa vecchia promessa di fedeltà che ogni vero artista, ogni giorno, fa a se stesso, in silenzio.”

A questo punto, se il mio intento fosse stato quello di uno studio critico o biografico su Camus, potrei chiudere tranquillamente. Ciò che era impor-tante sapere lo ha detto tutto lui, e nella maniera più semplice, più chiara e più elegante. Io però volevo fare altro – cosa non lo so ancora bene – e quindi mi sento libero di proseguire. Camus era sorretto dal sentimento che “scrivere fosse un onore”: magari non è più proprio così, ma scrivere di lui rimane per me un dovere, e soprattutto mi offre un’enorme motivazione. Mi ricorda che vale sempre e comunque la pena.


[1] Vedi Ricominciare da capo, Su Andrea Caffi e Andrea Caffi. Scritti scelti di un socialista …

[2] Vedi Nicola Chiaromonte e Sul metodo e nel merito