di Paolo Repetto, 20 agosto 2026
Siete una massa di rincoglioniti. Io meritavo di meglio.
Io meritavo di non invecchiare in un pianeta di rincoglioniti,
in una società di rincoglioniti, con una classe dirigente rincoglionita:
io meritavo una vecchiaia serena.
Il titolo l’ho parzialmente rubato a George Steiner, e non è nemmeno la prima volta. L’esergo invece è a firma di Guia Soncini, implacabile bocca della verità che accompagna ormai quotidianamente il mio primo caffè e la prima sigaretta. I contenuti vorrebbero essere un tentativo di risposta ai sacrosanti rilievi mossi al sito da uno dei suoi più assidui e appassionati collaboratori.
Tempo addietro Vittorio Righini mi aveva scritto:
“Continuo a leggere belle pagine sui Viandanti, ma tutte infinitamente tristi, negative, pessimistiche (tranne forse quelle di Fabrizio, che ogni tanto mi rallegra).
Bello: Ma tu che città sei? di Castellaro, però il finale prelude a una tristissima storia: Alessandria, vogliamo parlare (denigrare, confrontare) Alessandria?
Trovo che manchi qualche articolo leggero, sorridente, ottimistico; insomma, che dia gioia, non dico di speranza. Noi lettori del sito siamo (prevalentemente, suppongo) nel nostro inverno della vita, ma se ce lo rendiamo ancora più freddo con continue lamentazioni, tristi paragoni col passato, un continuo rivangare una terra ormai arida, finiamo la legna per scaldarci.
Non vedo mai uno sprazzo di luce, un articolo sulla gioia, sul divertimento, e mentre mi innamoro follemente di un gaudente come Norman Douglas (prima sciupafemmine, poi sciupagiovanotti – ma quelli sono affari suoi –, però enormemente colto, curioso, appassionato di natura, grandissimo camminatore per altopiani sperduti della Calabria, finanziatore di progetti atti a preservare e rinverdire la natura dell’isola di Capri, e molte altre benemerite posizioni) mi chiedo perché da noi (sui Viandanti, intendo) prevale il mugugno.
Capisco, siamo piemontesi, pure di campagna, quando affrontiamo temi politici di alto livello (tristi anche quelli) lo facciamo con cura; quando parliamo di partigiani, ci ispiriamo a scrittori allegri come Pavese e Fenoglio. Certo, non siamo ricchi inglesi, non godiamo di una lunga vita di sperperi e piaceri, ma mi sa che ci manca proprio quella vitamina che i Douglas, i Byron, i Fermor avevano in abbondanza.”
Visto che la situazione non si smuoveva, è tornato pochi giorni fa alla carica, e le stesse riflessioni le ha ribadite in Dispersi nella nebbia, da poco postato sul sito.
A questo punto gli devo almeno primo un riscontro. Vittorio ha infatti ragione. Soprattutto negli ultimi tempi, e segnatamente per quel che riguarda i miei interventi, il tenore del discorso si è appesantito. A renderlo più tedioso concorrono in particolare due fattori: un’età, la mia, che porta naturalmente a rievocare e rimpiangere tempi migliori, o quantomeno ancora aperti alla speranza: e una situazione, quella generale, che oggettivamente credo stia precipitando. Ciò che più mi pesa, e di conseguenza pesa poi sui toni degli articoli, è la sensazione di non aver fatto abbastanza, nei miei limiti e pur senza eccessive presunzioni, per frenare questo smottamento, o quanto meno per tentare di arginarlo.
Quindi: è vero, dobbiamo alleggerire un po’ gli interventi e magari tornare a quella che era l’originaria vocazione del sito, a raccontare cioè cose e vicende e personaggi fuori dagli schemi, per farci buon sangue e nel contempo, senza darlo troppo a vedere, opporli a ciò che va oggi per la maggiore. In fondo è anche questa una forma di resistenza, il mostrare che è stato, ed è, possibile vivere sottraendosi almeno in parte ai condizionamenti dei conformismi di volta in volta imperanti. Ma … (c’è sempre un ma) credo sia anche giusto riflettere un po’, chiederci se ciò che ci induce a una visione così poco allegra del presente (e, più ancora, del futuro) sia solo frutto dei nostri acciacchi fisici e mentali, o sia specchio di un “male di vivere” oggettivo che sta mandandoci alla deriva.
Mi impegno dunque a riscattarmi a breve, perché ho in serbo storie di viaggiatori davvero coi fiocchi, ma ancora una volta mi abbandono al “mugugno”. Credo di averne motivo: troppe cose mi guastano quella che poteva essere una serena vecchiaia. Vicende e situazioni apparentemente di scarsa rilevanza, ma ai miei occhi tutte egualmente spie di uno stato febbrile, rasentante il delirio, che mi pare essere diventato ormai la condizione normale. Sono cose già dette e ridette e riscritte in questa sede un sacco di volte, ma è così: invecchiando è difficile riuscire innovativi, si tende ad essere ripetitivi, anche perché la memoria non soccorre. Vedrò quindi di farlo nella maniera la più possibile leggera.
• Il teatro è nuovamente lo spogliatoio della palestra. Mi si obietterà che me le vado proprio a cercare, frequentando certi ambienti: ma a parte il fatto che se voglio continuare a reggermi in piedi quell’ambiente devo frequentarlo, posso garantire che non è affatto diverso dagli altri. Ci trovi di tutto, esattamente come al bar o in biblioteca, ai festival letterari, alle conferenze di Barbero o di Baricco, alle inaugurazioni delle mostre d’arte: mancano solo il buffet e le “professoresse democratiche”.
Comunque. Sto commentando con un amico un servizio televisivo che ho intravisto il giorno prima, dedicato ai terrapiattisti, ai sostenitori dell’origine aliena dell’umanità e di altre simili amenità, quando interviene ad apostrofarci un conoscente più giovane, dicendo che è tutto vero, che si sta riscrivendo tutta la storia, che ci siamo fatti infinocchiare sino ad oggi, che le piramidi egizie e quelle precolombiane non si spiegano se non con l’intervento di esseri giganteschi. Sulle prime rimango sorpreso, perché un po’ lo conosco, è un bravo cristo, all’apparenza normale, potrebbe avere l’età di mio figlio, a volte è anche simpatico: vien fuori qui per un attimo la mia vera natura di inguaribile ottimista, quella nascosta sotto la scorza, che rifiuta di credere si possa essere tanto idioti. Poi però, visto che insiste e che sembra prendersi sul serio, non posso trattenermi. “Figliolo – gli dico – se il risultato di cinque milioni di anni di evoluzione umana sei tu, è stato davvero un bello spreco di tempo e di energie.” Al che, invece di offendersi e di mandarmi a stendere, ribatte che anche l’evoluzione è tutta una fola, e cita misteriosi saperi antichi. Per fortuna ho già terminato di rivestirmi, prendo su la sacca, saluto ed esco dallo spogliatoio. Mentre scendo col mio amico al piano terra ci guardiamo attoniti, e in contemporanea sbottiamo: “Ma cosa è mai successo? Sarà colpa del riscaldamento globale?”.
No, non è un effetto del surriscaldamento (e qui il nostro conoscente sarebbe d’accordo, perché naturalmente anche l’emergenza climatica è solo l’ennesima bufala diffusa da “loro”). È successo invece che, come minacciava la profezia biblica, si sono spalancate le porte di ferro, quelle che tenevano rinchiusi i popoli di Gog e Magog, e sono sciamate fuori orde di selvaggi disumani e feroci. Non mi sto riferendo naturalmente ai migranti. I barbari di cui parlo erano in mezzo a noi già da un pezzo, anzi, da sempre: erano molti, e facilmente riconoscibili, ma passavano quasi inosservati ed erano considerati relativamente innocui, perché tenuti a freno da tutta una rete di convenzioni, di normative, di condizionamenti sociali e culturali che le società avevano nel tempo elaborato per ridurli in soggezione. Ed essi stessi a non osavano esibire pubblicamente la loro ignoranza, non solo perché costretti, ma perché almeno a livello inconscio ne provavano un po’ di vergogna. Non erano armati degli strumenti tecnologici di ultima generazione che, come fece la Colt nel West, hanno reso tutti “uguali”, o almeno hanno fatto presumere a tutti di esserlo senza doversi guadagnare la nuova condizione con fatica e con impegno.
Ora, so bene che lamentazioni di questo genere si ripetono sin dai tempi dei profeti e probabilmente anche prima. Ogni progresso tecnologico, dalla scheggiatura della prima pietra all’arco, dalla fusione dei metalli alla fissione dell’atomo, è stato sempre interpretato come foriero di sciagure. E non possiamo però negare che almeno per certi versi i pessimisti ci abbiano sempre azzeccato, perché le sciagure spesso e volentieri si sono poi avverate, anche se ogni volta l’umanità ci ha messo una pezza, sia pure insanguinata.

Non voglio comunque scrivere una versione aggiornata della Canzone delle osterie di fuori porta, edulcorare un passato che appare luminoso perché filtrato dalle nebbie della nostalgia. Mi limito a prendere atto che cinquant’anni fa (diciamo, prima di Basaglia) sproloqui come quello riportato sopra avrebbero fatto immediatamente scattare il ricovero in manicomio, mentre oggi ci vengono propinati, in versioni più o meno rozze, su tutti i social, ma non solo in quelli, anche nei media “tradizionali”, e invadono addirittura gli ambienti universitari. E che spesso vanno a braccetto con gli integralismi più peregrini, dall’antispecismo al transfemminismo e ad altre analoghe corbellerie.
Il fatto è che oggi le cose sono completamente cambiate. Il rischio è ben peggiore, anche senza tirare in ballo le testate atomiche, i droni, la guerra asimmetrica. È sufficiente guardare agli sconvolgimenti della quotidianità. Oggi qualsiasi imbecille (o furfante) ha un pulpito dal quale predicare e purtroppo anche un vastissimo uditorio di suoi simili disposto ad ascoltarlo. Dispone di tecnologie sofisticate, che se usate senza filtri propalano le bufale più assurde e gli fanno presumere di attingere a verità nascoste: e con le stesse tecnologie e la stessa incoscienza a quelle bufale fa da cassa di risonanza. Intendiamoci, gli idioti e gli imbonitori c’erano anche prima, così come c’erano le sette, le conventicole, le società segrete: ed erano tutt’altro che innocui, se è vero che una congrega di credenti nella teoria della terra cava aveva potuto tenere in pugno per anni e poi distruggere mezza Europa: ma non era con quella teoria che aveva preso il potere, anzi, la sua condivisione era ristretta ad una cerchia di “eletti”, perché credo che a modo loro gli adepti un qualche pudore ad esporsi pubblicamente e ad essere considerati degli idioti lo conservassero. Di norma la licenza di imbonimento era comunque riservata solo ai rappresentanti dei poteri ufficiali, politici, economici, religiosi e culturali, che quanto a capacità di controllo e di sfruttamento dell’ignoranza sapevano il fatto loro e gestivano la direzione unica della comunicazione, dall’alto verso il basso; e almeno teoricamente questi rappresentanti dovevano essere sorretti da una preparazione specifica e ispirati da una finalità “superiore”. Soprattutto, sapevano che ci sono limiti oltre i quali conviene non spingere.

Tutto questo, dicevo, sino a ieri. Le porte di Gog e Magog sono invece state scardinate ultimamente, dalle nostre parti, prima ancora che dalle versioni più becere del berlusconismo, del grillismo e del trumpismo, proprio dai rappresentanti della “cultura alta”, che hanno messo in discussione tutto e hanno predicato per l’appunto un “relativismo culturale” da un tanto al chilo, per il quale ogni voce è autorevole quanto un’altra e ogni opinione ha diritto non solo di essere espressa, ma di essere presa in seria considerazione. Compresi la terra piatta, il grande inganno della storia e le trame dei rettiliani.
Mentre guadagniamo l’uscita l’amico mi dice, sgomento: “Ma ti rendi conto che questi hanno diritto di voto? Che possono decidere anche della nostra sorte? Ha a che fare questo con la democrazia? Non dovremmo preoccuparci?”.
Si, mi rendo conto. No, non ha a che fare con la democrazia, ma con il suo stravolgimento. E certo, sono molto preoccupato.
• Naturalmente ci sarebbero motivi di preoccupazione che nell’immediato possono sembrare ben più gravi e condivisi. Poliziotti che uccidono invocando l’autodifesa, salvo poi emergere che erano soliti taglieggiare i pusher estorcendo loro soldi e droga; un verminaio del quale erano a conoscenza, se non direttamente partecipi, molti dei loro colleghi e dei superiori. Magistrati più arroccati nella difesa corporativa dei loro privilegi che preoccupati per le urgenze concrete della giustizia, per la scandalosa durata dei processi, per i condizionamenti ideologici delle sentenze, per l’assenteismo, per le spese inutili. Bande di minorenni che si esibiscono in aggressioni, pestaggi, e ultimamente in accoltellamenti, in branco o singolarmente (più di centocinquanta nei primi sei mesi dell’ultimo anno, e sono solo quelli passati agli orrori della cronaca per la particolare efferatezza o per gli esiti fatali).

Per non parlare poi del livello del dibattito politico. Abbiamo una destra che propugna l’accentramento del potere senza essere mai riuscita ad esprimere una classe dirigente minimamente presentabile; che ciancia di sicurezza urbana senza avere idea (e parrebbe neppure intenzione) di come liquidare le zone franche di delinquenza totalmente sottratte al controllo che si sono create negli ultimi decenni, e non solo nelle metropoli: che millanta di aver bloccato i flussi di immigrazione clandestini, e ventila ondate di rimpatri che sono tecnicamente impossibili: e che alla fin fine non sa andare oltre la richiesta di leggi più severe e di inasprimenti delle pene.
Dall’altra parte c’è una sinistra che ad ogni refolo insorge gridando all’ involuzione antidemocratica e a un nuovo avvento del fascismo; che fa assurgere a bandiera del “dissenso” chiunque per qualsiasi motivo venga a conflitto con le forze dell’ordine e abbia la peggio; che giustifica come espressioni di “rabbia sociale” i vandalismi e le aggressioni delle famigerate frange “antagoniste”. Questo senza mai avventurarsi in proposte alternative serie e concrete, né sconfessare senza troppi distinguo i combattenti di strada che fanno la guerra ai cassonetti e alla polizia. Anche di fronte al fenomeno dilagante della violenza minorile la sinistra non riesce a proporre che fumosi progetti di “educazione all’affettività” o l’introduzione di psicologi e di assistenti sociali nelle scuole (le quali in realtà non riescono a reclutare nemmeno gli insegnanti, e meno che mai a selezionare quelli idonei). Non è minimamente sfiorata dall’idea che se si ripartisse da una educazione “concreta” alle regole e al rispetto, di sé e degli altri, educazione che passa anche per l’esemplarità e la tempestività delle sanzioni ed è la premessa ad ogni altro tipo di insegnamento, qualche risultato forse lo si potrebbe ottenerlo. Se non altro le regole, a differenza dell’affetto, si possono insegnare, e tanto più quando si devono affrontare mode di importazione.
Insomma. Di motivi per non essere ottimista, caro Vittorio, ne ho a bizzeffe, anche tralasciando il fatto fondamentale che nel frattempo il mondo, inteso come sistema terra, va letteralmente in pezzi: e che a raccontarcelo è una nuova categoria di ciarlatani che gira per il paese a tenere conferenze sul clima per gettoni da diecimila euro (non la butto lì, provate a interpellare specialisti come Tozzi o Mercalli). Ma non volevo scrivere un pamphlet, solo motivare i miei scarsi entusiasmi. E testimoniare che il mio disagio quotidiano è originato anche da “percezioni” molto più sottili, ma non per questo meno emblematiche.

• Riparto allora dal mio “particolare”. Al bar-libreria di via Bissati, in Alessandria, è ricomparso Charlie, il nostro senegalese preferito. Era sparito da qualche mese e ci stavamo chiedendo dove fosse finito. Charlie è molto regolare nello svolgimento della sua attività, che va avanti ormai da diversi anni. Arriva nel tardo pomeriggio, punta direttamente il nostro tavolo, in genere non dice una parola e allunga la mano col palmo a conca. Valuta l’offerta, a volte fa una smorfia, poi ringrazia con un cenno della testa. Con me il rapporto è un po’ più complesso, perché ha capito che non faccio elemosine, e quindi ha sempre in tasca qualche accendino di riserva.
Bene, l’altro ieri si è seduto con noi, e interrogato sul motivo dell’assenza ha raccontato di essere tornato per un paio di mesi in Africa, dalla sua famiglia. È venuto fuori che in Senegal ha una moglie e sei figli. Si è poi informato di noi, ha appreso con rammarico che Geppi ne ha solo uno, gli ha chiesto come mai e lo ha sollecitato a darsi da fare (a quanto pare, per un senegalese non è mai troppo tardi). Quando gli ho detto dei miei tre ha un po’ tentennato la testa, ma insomma, mi ha assolto. Abbiamo anche scoperto che vive a Genova, in un appartamento condiviso con quattro suoi connazionali, per il quale pagano ottocento euro mensili. Sale in Alessandria tutti i giorni, o forse ha anche qualche meta alternativa. Vive solo di quello che riesce a far su con questo sistema, ma a quanto pare riesce anche a inviare qualcosa a casa.
Credo che nella condizione di Charlie vivano in Italia decine di migliaia di altri immigrati. Non so se sia irregolare o meno, un qualche permesso di soggiorno deve pure averlo, vai a sapere per quale via ottenuto, visto che non può vantare un lavoro regolare. Ho provato ad immaginare come reagirebbe se gliene fosse offerto uno. Non credo ne sarebbe entusiasta, ma il fatto è che, realisticamente, cosa gli si potrebbe offrire? Di andare a raccogliere pomodorini per trenta euro il giorno, in nero, senza alcuna garanzia o tutela? Col sistema attuale ne mette assieme senz’altro almeno il doppio: avrebbe tutte le ragioni per rifiutare.
Perché ho raccontato questo incontro? In fondo quella del “vu cumprà” è una presenza abituale da almeno trent’anni. E nemmeno è la prima volta che approfondisco il rapporto con uno di loro, posso anzi vantare un paio di amicizie su basi ben altrimenti paritarie. Di nuovo c’è però che mi sono reso conto di dare quella di Charlie, e di tutti gli altri come lui, come una presenza scontata. Non m’infastidisce da un lato e nemmeno mi suscita dall’altro una particolare commozione. Comincio a pensare che sempre di più saranno coloro costretti a vivere in questo modo, e non necessariamente solo quelli provenienti dall’Africa o da altri continenti. Credo stia ampliandosi la fascia del lumpenproletariat straccione, emarginato, sradicato dal lavoro regolare e dedito all’accattonaggio o ad attività illegali; e che tutto ciò che sta rivoluzionando i rapporti produttivi, economici e sociali, nonché quelli culturali, in primis l’intelligenza artificiale, finirà per espellere da ogni forma di occupazione produttiva la gran parte dell’umanità, e non per liberarla ad altre attività più gratificanti e volontariamente scelte, ma per costringerla ad una esistenza di bisogno e di ricatto costante, tutt’altro che dignitosa e creativa.
D’altro canto è una rivoluzione in corso già da tempo, e il processo è molto più avanzato di quanto crediamo di poter immaginare. L’umanità non si sta avviando verso il mondo post-apocalittico di Max Mad (per ora, almeno, fatte salve ulteriori sciagurate escalation nei rapporti internazionali), ma molto più realisticamente viaggia verso una condizione di soggezione assoluta e consenziente al tecno-capitalismo trionfante: e nei disegni di quest’ultimo (sempre che ancora di disegni si possa parlare, e non di una spirale lungo la quale una tecnologia sempre più autonomizzata, sfuggita al controllo del capitale stesso, persegue ormai il proprio infinito sviluppo) l’uomo avrà solo il ruolo di consumatore coatto di prodotti sempre più inutili e sempre più “accattivanti”, e vivrà di una sorta di “reddito di specie” elargitogli dal potere (di qualsivoglia natura sarà), giusto per mantenerlo in vita e consentirgli di alimentare e perpetuare un insensato meccanismo di accumulazione fine a se stesso.

A volerla cogliere, questa modalità di “redistribuzione” è la stessa che già si sta attuando in ambito culturale: viaggia sotto le specie di tutti gli “eventi” promossi e sponsorizzati dal sistema con l’etichetta di “cultura d.o.c.”, dalle mostre con audioguida ai concerti in alta e bassa quota, fino agli onnipresenti festival della scienza, della filosofia, della storia, della letteratura, di tutto lo scibile e il commestibile, nei quali una classe intellettuale ridotta al rango di valletta mendica pateticamente un po’ di visibilità e di guadagno e asseconda il rincoglionimento delle masse, vendendo pacchettini fast food di sapere, in confezione sterilizzata e patinata, a gente incapace ormai di ragionare in proprio; ma anche sotto quelle degli spazi che si illudono antagonistici, e che in realtà sono le valvole di sfogo previste e controllate dal sistema, per offrire di se stesso un’immagine di tolleranza e creare l’illusione che esistano comunque possibilità di “resistenza attiva”. La trama della commedia è già scritta, e il copione è lasciato così abilmente “aperto” da far credere a ciascuno di esserne “protagonista”. Altro che “antagonismo”.
Bene. Ancora una volta sono riuscito a mettere troppa carne al fuoco e a esondare. Immagino allora Vittorio che scrolla la testa, si tocca le parti basse e sbotta: “Alla faccia della leggerezza! E allora? Non si parla già sino alla nausea di queste cose in quegli spottoni propagandisti che sono i telegiornali e le trasmissioni di approfondimento? Ma soprattutto, a questo punto, arrivi a qualche conclusione e a qualche proposta sensata?”.
È giusto. A parte il fatto che se ne parla da un’ottica ben diversa. Comunque, dopo tutta ‘sta geremiade confesso di non essere in grado di prospettare alcuna via d’uscita, e questo giustifica ulteriormente lo spazientimento del mio amico. O meglio, volendo una via c’è, ma è letteralmente quella dell’uscita di scena. L’unica resistenza vera sta infatti nel non accettare di recitare nello spettacolo, nel rendersi il più possibile invisibili ai radar del sistema, senza attendere che sia esso ad eclissarti, e senza recriminare perché lo fa. Sta nel compiere una scelta quasi claustrale, non di abbandono del mondo, ma di riconquista di uno spazio proprio, reale, libero, alla conoscenza. Significa non stancarsi mai di studiare, non nutrirsi delle pappe precotte ma continuare a sudarsi il nutrimento intellettuale attraverso quei canali che il sistema ha reso obsoleti e ha praticamente dismesso; e farlo non in funzione di un qualche ritorno pratico, e nemmeno sperando di avvicinarci alla verità, ma per il puro piacere di farlo.
Che la rivoluzione non si farà (e che dove la si è fatta non è finita granché bene) dovremmo averlo capito da un pezzo. Ma non significa che non ci si debba comunque tenere sempre pronti. Perché l’unica vera rivoluzione possibile sta già in questo atteggiamento, e ha luogo dentro di noi.
Ora stacco. Vittorio aspetta, e conto di raggiungerlo presto in compagnia di una schiera di uomini veri, di viaggiatori e di “stravaganti” ben lontani dagli odierni “eroi” degli stadi e dei palcoscenici.
Sarà una fuga nel passato, ma non sarà assolutamente una ritirata.





Terra e mare è stato scritto da Schmitt nel 1942, in un periodo nel quale il giurista, attento a non crearsi ulteriori problemi discettando di politica, si era dedicato piuttosto agli studi storici, e cercava conferme a una sua lettura quasi gnostica della storia: conferme che non aveva difficoltà a trovare, stante l’infuriare del conflitto e la convinzione di essere in presenza di cambiamenti epocali. Lo faceva presumendo per sé una condizione da iniziato, quella di chi va oltre la pura conoscenza dei fatti e delle vicende contingenti, e si spinge fino a riconoscere la trama segreta (che definisce ripetutamente “arcana”) entro la quale gli eventi si inseriscono e vanno letti. Di chi in sostanza cerca una verità esoterica, nascosta e negata anche agli “addetti ai lavori”, agli storici più qualificati. È un’interpretazione che sotto certi aspetti non esiterei a definire “complottista”, e questo è forse il motivo per cui avevo rimosso il testo: non manca tuttavia di offrire spunti di riflessione che, opportunamente depurati, possono rivelarsi fecondi.
L’evidenza di una conflittualità primordiale tra i due ordini Schmitt la trova già nella narrazione biblica, laddove si fa riferimento a più riprese all’epica lotta tra Behemoth, bestia terrestre, e Leviathan, mostro marino. Non insiste poi sui riferimenti che potrebbe rintracciare anche nella mitologia greca, ma passa direttamente alla protostoria, con la vicenda di Creta, civiltà marittima che impone il suo controllo sul Mediterraneo orientale, e alla storia, con Atene che sconfigge soprattutto sul mare la potenza terranea persiana. Per contro Roma, civiltà “terrestre”, trionfa qualche secolo dopo sulla marittima Cartagine (ma solo in virtù di un rapidissimo adeguamento alla nuova “guerra ibrida”, combattuta sia per terra che sul mare). E dopo il crollo dell’Impero d’occidente, è Bisanzio con le sue navi a fungere da freno (ovvero, come dice Schmitt, da katechon) alle forze storiche avversarie. Nel frattempo a nord e nel Mediterraneo sudorientale si affermano altre potenze marinare: i vichinghi e i pirati saraceni. Poco più tardi le crociate saranno guidate da condottieri che sono espressione di una cultura militare e politica tutta terranea, ma a trarne il maggior profitto sarà la potenza marittima veneziana (stranamente Schmitt ignora quella genovese).









Settembre 2023 – A Modena 160 persone hanno sborsato settanta euro a testa per seguire dal vivo il seminario di un “contattista”, un ex-ferroviere che parla coi marziani, razzola liberamente nelle basi nucleari russe ed è ospite quasi fisso di Red Ronnie (un giorno si dovrà anche parlare del dramma dei pensionamenti anticipati, in ferrovia o altrove, che hanno gettato un sacco di gente nella necessità di inventarsi le occupazioni più peregrine). L’incontro è durato otto ore e non comprendeva il servizio di buffet: chi voleva rifocillarsi durante la pausa pranzo o si accomodava al ristorante (pagando, naturalmente) o mangiava un panino sulla strada. Allo stesso prezzo si poteva anche seguire il seminario da remoto – risparmiando in questo caso le spese di viaggio e del pasto, ma perdendo la magia dell’incontro dal vivo col bagonghi. Comunque, a seguire tutta la faccenda via web erano iscritte diverse altre centinaia di persone.
Marzo 2019 – «La verità è che George Orwell era una creazione della CIA, indipendentemente dall’opinione che si ha sulla qualità letteraria delle sue opere. La CIA non aspettò un momento ad investire fondi per promuovere la sua opera. Era consapevole dell’effetto devastante che il messaggio di un presunto rappresentante dei valori della sinistra poteva avere su ampi settori dell’opinione pubblica. Come altri intellettuali di quel, e di questo, periodo, Orwell soccombette alla seduzione del facile successo e della rapida notorietà che rese possibile la trasmissione di un messaggio costruito dai creatori della “guerra fredda”. Ma la tragedia della sua memoria fu duplice. Da un lato, l’apertura di alcuni fascicoli polverosi del Foreign Office ne rivelò la personalità fraudolenta. L’assenza di scrupoli dello scrittore inglese era paragonabile solo a quella dei più spregevoli protagonisti dei suoi stessi romanzi.» (Manuel Medina, George Orwell: Breve biografia di un magnaccia al servizio della CIA, da Forum Marxismo Leninismo)
Gennaio 2013 – “La Digos di Firenze ha operato il fermo di un giovane fiorentino ritenuto un componente del commando che la notte di capodanno ha incendiato otto automezzi di una ditta di latticini di Montelupo Fiorentino e provocato anche gravi danni al deposito merci. Il ventiduenne Filippo Serlupi D’Ongran, rampollo di una nobile famiglia, è ritenuto fra i responsabili anche di altri quattro episodi a firma ARD (Animal Liberation Front) commessi in Toscana a danno di strutture di macellazione.” Gli altri componenti del commando sono riparati all’estero e all’epoca erano ricercati. Non mi risulta abbiano subito condanne.
4 Dicembre 2023 – Gli attivisti del movimento ambientalista Ultima generazione hanno occupato le carreggiate dell’autostrada Roma-Civitavecchia all’altezza di Torrimpietra. Nel corso della protesta hanno utilizzato del mastice per incollare le mani sull’asfalto dell’autostrada. Secondo il racconto degli ambientalisti durante la loro iniziativa un automobilista è sceso dalla sua vettura e ha aggredito un attivista, quindi è risalito a bordo e ha tentato di investirne un altro. Le due persone non sono rimaste ferite in modo serio. La polizia ha poi (con tutta calma) rimosso il blocco e identificato i responsabili dell’iniziativa (organizzata contro l’utilizzo di carboni fossili). Sono stati tutti accompagnati negli uffici della polizia stradale, e prontamente rilasciati.
Marzo 2024 – L’Università di Trento ha varato un nuovo regolamento. La novità è il femminile sovraesteso per le cariche e i riferimenti di genere. Si useranno “la decana”, “la rettrice”, “la professoressa”, “la candidata”, tutto declinato al femminile, anche se le persone indicate sono uomini.
«Ogni nuova generazione di neonati è una invasione di barbari che invadono non dall’esterno, ma dall’interno e dal basso la società; la società ha il compito di educarli, disciplinarli, renderli civili prima che diventino adulti. Il che significa anche – soprattutto – fargli subire dei sacrifici e delle sconfitte esistenziali, in modo da far maturare i loro caratteri.

Di Juan Emilio Bosch non conoscevo né le vicende umane e politiche né le opere letterarie. Sono quindi grato all’amico Francesco M. Bonicelli Verrina, che per primo ha tradotto in italiano il breve saggio El pentagonismo como sustituto del’imperialismo (1967)
Bosch, contando di avere l’approvazione di Washington, subito dopo il suo trionfo elettorale promise di “trasformare la Repubblica Dominicana in una vetrina dell’America Latina” che sarebbe servita come modello della “democrazia rappresentativa”. Ma il tentativo di proteggere gli interessi nazionali da lui intrapreso si scontrò con quelli del movimento conservatore che godeva dell’appoggio degli Stati Uniti, timorosi di ogni novità sospetta che potesse intaccare il loro dominio su quello che fin dai tempi di James Monroe consideravano il loro “cortile di casa”. Tra le accuse mosse a Bosch c’era quella, infondata, di essere comunista. Così, dopo soli sei mesi, egli fu destituito e da allora smise di credere nella democrazia rappresentativa per vagheggiare l’idea di una “dittatura con l’appoggio popolare”. Fu proprio in questo periodo di amara disillusione che egli si sforzò di analizzare le cause del fallimento del modello democratico nei Paesi caraibici e il ruolo svolto in tutto questo dal capitalismo. Dopo Il pentagonismo sostituto dell’imperialismo, videro così la luce diversi studi sull’argomento: Tesi sulla dittatura con l’appoggio popolare (1969), Da Cristoforo Colombo a Fidel Castro (1969), Breve storia dell’oligarchia (1970) e Composizione sociale dominicana (1970). Negli anni successivi si dimise dal Partito Rivoluzionario Dominicano, del quale era stato uno dei fondatori negli anni d’esilio a Cuba, e diede vita al Partito della Liberazione Dominicana, che solo nel 1996, dopo vari tentativi, riuscì ad affermarsi, mandando alla presidenza Leonel Fernández.
Convinto che “la mancanza di memoria più lieve può portarci su strade insospettabili”, Bosch continuò a riandare con la mente alla sua esperienza di governo e per primo intuì che alla base del fallimento c’era stato un errore concettuale derivante da un difetto nel valutare l’evoluzione storico-sociale. Si continuava a parlare di capitalismo e di imperialismo, senza rendersi conto che la realtà era nel frattempo profondamente cambiata. I formidabili progressi scientifici e – aggiungiamo noi – tecnologici non avevano solo prodotto, per dirla con John Kenneth Galbraith, una affluent society, moltiplicando a dismisura i consumi e il benessere economico degli americani, ma avevano altresì trasformato una società eminentemente individualistica in una società di massa. E tutto questo – si noti bene – senza che i cittadini se ne avvedessero, così che essi seguitavano a credere di vivere in una società di individui liberi. Mentre, in realtà, erano eterodiretti o, se vogliamo, telecomandati, dal momento che i nuovi mass media, a cominciare proprio dalla televisione ne condizionavano le idee, i comportamenti, i consumi. In questo la pubblicità giocò un ruolo di primo piano, giacché, sfruttando gli studi di psicologia delle masse, i “persuasori occulti” presero ad insinuarsi nella mente dei consumatori servendosi – a dire di Vance Packard – anche di messaggi subliminali alla stregua della psicologia usata dai governi per spingere al massacro migliaia di giovani nel conflitto mondiale.
“Un vasto complesso industrial-militare domina il Congresso” ebbe a lamentare Fulbright nell’ottobre 1967, e il senatore Eugene Mac Carthy, che guidava la campagna contro Johnson, ribatté: “Tutti noi al Senato stiamo tentando di mettere un qualche limite al potere del complesso industrial-militare che controlla la politica estera di questa nazione”. Segno che il rischio di una deriva antidemocratica e guerrafondaia era già avvertito. Almeno da una minoranza illuminata. Ma come poteva questa opporsi ad operazioni che sembravano avere benefici influssi sul benessere della nazione? “In un calcolo puramente matematico – annotava il Business Weech nell’aprile 1965 – il crescere della guerra ordinata da Johnson cambia le prospettive economiche per il meglio”. Era allora in corso la guerra in Vietnam e nei mesi successivi alla scalata delle operazioni belliche, quando la costruzione delle infrastrutture cominciava non solo sul territorio di Saigon, ma anche nei paesi vicini, e specie in Thailandia, una cospicua serie di industrie si giovò di un “atteso boom”. Con l’intensificarsi della guerra, si moltiplicò la richiesta di pneumatici, apparecchiature elettriche e elettroniche, armi, munizioni, carburanti, ecc. E si moltiplicarono di conseguenza i profitti delle imprese di costruzione, meccaniche, aeree, alimentari. Per le più grandi corporations d’America (Lockheed, Aircraft, Ford, Westinghouse, General Dynamics, ecc.), ma anche per l’industria giapponese produttrice di napalm, fu una vera manna. Si disse – ed è uno dei paradossi ricorrenti delle guerre moderne – che le compagnie petrolifere finanziassero persino i vietcong (Fortune, marzo 1966).
Forse, però, la parte più interessante del libro è quella dedicata alle motivazioni morali di volta in volta addotte dal pentagonismo. L’intervento militare non è mai giustificato da propositi dichiaratamente aggressivi, quantunque le guerre promosse o combattute dagli USA interessino ogni parte del mondo. Esse sono guerre preventive o volte comunque a soffocare presunti conati di sovversione (“dottrina Johnson”): guerre per “esportare la democrazia” o per combattere il terrorismo. A volte vere e proprie guerre per procura, qual è per certi versi quella attualmente in corso in Ucraina. Il pentagonismo ha così fatto degli USA “la polizia politica del mondo” (capitalista). E non c’è differenza in questo tra presidenze democratiche e repubblicane, perché, almeno nella politica estera, tutte, bon grè, mal gré, soggiacciono ai voleri del Deep State, cioè di quel variegato “complesso industrial-militare” che è per Bosch il pentagonismo. Mike Lofgren in The Fall of the Constitution and the Rise of a Shadow Government definisce lo Stato profondo come “un governo ombra” che opera al di fuori delle istituzioni rappresentative e “presta scarsa attenzione ai semplici dettami costituzionali”. Vi appartengono lobbies, massoneria, funzionari di Stato e apparati di controllo che decidono le nostre vite all’infuori del gioco democratico, ma il nucleo preponderante è costituito dall’apparato militare, che, in combutta con le multinazionali, le agenzie di rating, i mercati finanziari, le banche centrali e le banche d’affari, influenza (e spesso determina) gli indirizzi politici della nazione. In particolare, per quanto concerne la politica estera.
Il merito principale di Juan E. Bosch è stato quello di metterci in guardia da questi apparati, neanche tanto segreti, che agiscono da Stato nello Stato, senza averne alcuna legittimazione. Non lo consolerebbe certo sapere che il fenomeno non è più soltanto americano, se è vero che anche il capo della Wagner Evghenij Prigozhin, nel recente manifesto Solo lotta leale. Nessun accordo diffuso sui canali Telegram ha denunciato la tentazione circolante tra i segmenti dell’apparato militare russo che mirerebbero a un compromesso con gli USA onde “preservare i confini esistenti il 24 febbraio 2023”. Queste, secondo Prigozhin, che guarda alla trascorsa grandezza imperiale, sarebbero élites che “lavorano per padroni diversi: alcuni per il governo esistente, altri per coloro che sono in fuga da molto tempo”. Paradossalmente, anche una sconfitta in Ucraina potrebbe “portare a cambiamenti globali nella società russa” e spingere la gente ad abbandonare questi esponenti dello “Stato profondo” pronti – per difendere il proprio benessere – a tradire gli interessi della Russia scendendo a patti con Washington e Kiev.
Oggi, con la globalizzazione imperante, la 

Non solo. Foucault ha alimentato, fra l’altro, le rivendicazioni del femminismo. Le donne, che si sono sentite senza potere o vittime del potere patriarcale o maschilista, oggi quel potere lo reclamano. Ma partono da un assunto che contrasta con le premesse stesse del potere ubiquo. Personalmente – tanto per discendere dall’iperuranio a più prosaica e quotidiana realtà – ricordo che in casa mia (e di tanti altri che conosco) nominalmente comandava mio padre (il capofamiglia), ma nella pratica il potere “sotterraneo” di mia madre era non di rado vincente. Alla lunga era

Kornbluth mi ha lasciato secco. Ambienta Gli idioti in marcia in un mondo futuro sovrappopolato, e per di più abitato da persone con un quoziente d’intelligenza estremamente basso. Il pianeta tira avanti solo grazie al lavoro di una piccola élite di super-intelligenti, dotati di competenze di altissimo livello, guidati da un gruppo di genetisti che ha capito verso quale destino l’umanità sta correndo, ma non riesce a trovare soluzioni. A fornirle loro sarà un venditore immobiliare che arriva dal passato, dove era stato ibernato dopo un incidente, e che sterminerà gli idioti facendoli emigrare su Venere, dopo averli convinti con la sua esperienza di imbonitore che si tratta di un paradiso tropicale. Una soluzione che i cervelli raffinati degli intelligenti non avevano considerato, tanto è lontano il loro modo di pensare dall’affarismo cinico e rapace dell’uomo venuto dal passato. Alla fine del racconto però anche lui è imbarcato su un’astronave per la stella del mattino, seguendo il destino delle sue vittime.
E sta anche accadendo che chi è in grado di pensare con la propria testa, chi trae soddisfazione dal proprio lavoro, chi si sente ferito dalla maleducazione e dall’ignoranza, debba non darlo troppo a vedere, pena essere incluso in quelle “élites” contro le quali è partita la rivolta: “Tinny-Peete non aveva nessuna voglia di finire a pezzi, e sapeva benissimo che sarebbe finita proprio in quel modo, se la popolazione avesse imparato, dall’uomo venuto dal passato, che c’era una piccola aristocrazia la quale si considerava ben al di sopra della massa. Il fatto che quella convinzione fosse perfettamente fondata e che l’aristocrazia fosse condannata dalla propria superficialità ad una esistenza di lavoro faticosissimo non avrebbe contato un bel niente: quella che contava era la differenza”.














Il complottismo è dunque il prodotto di scarto di una normale funzione della nostra mente: e non sarebbe di per sé eccessivamente preoccupante (in ogni processo produttivo ci sono disfunzioni), non fosse che l’errore sta diventando la norma, sta dilagando, e in una società pressapochista come la nostra comincia ad essere omologato per buono. In realtà, anche in un’ottica grettamente “economicistica” non andrebbe condannato solo perché è una “perversione” di un processo mentale corretto, ma anche perché in termini “evolutivi” non funziona affatto (se non per coloro che ci marciano). Offrendo spiegazioni scorrette dei problemi non consente di affrontarli in maniera efficace, e ne crea anzi di ulteriori.
Qui bisogna intenderci. La correttezza è senz’altro una gran bella cosa. Se fosse esercitata da tutti in tutte le funzioni e all’interno di ogni tipo di relazione risolverebbe d’incanto metà dei problemi dell’umanità. Sappiamo però, purtroppo, di non poterci contare, e infatti le cose vanno come vanno. È dunque giusto cercare là dove possibile di salvaguardarla. Ma sappiamo anche che imporla per legge è assurdo, è una attitudine che va educata (e spesso non basta nemmeno questo, prevalgono le disfunzioni caratteriali) e tutto in questo mondo liquido sembra congiurare invece a diseducarla.



Per Donald Trump sono “persone che amano il nostro paese”. Per l’Fbi è una potenziale minaccia terroristica interna. E per chiunque altro abbia usato Facebook negli ultimi mesi potrebbe essere semplicemente un amico o un familiare che ha mostrato preoccupanti segnali d’interesse per il traffico di bambini messo in piedi da una “congrega” di devoti a satana o per teorie del complotto su Bill Gates e sul covid-19.



Quello di Hughes, che morì nel 1998, non è l’unico nome illustre della letteratura inglese identificato dalla British Library come beneficiario dei proventi della schiavitù attraverso parenti lontani: nella lista ci sono anche Lord Byron, Oscar Wilde e George Orwell. Tra gli intenti dell’istituzione, diventare “attivamente antirazzisti” fornendo un contesto alla memoria di personaggi storici sulla scia del movimento Black Lives Matter.
