L’ombra più sottile

Carlo Piaggia nel paese dei Niam Niam

di Paolo Repetto, 16 ottobre 2026

Di tutti i viaggiatori son quello che gettò
sul suolo dell’Africa l’ombra più sottile

I viaggiatori, gli avventurieri, gli esploratori dei quali mi sono occupato sino ad oggi hanno in comune, al di là di essere quasi sempre, e soprattutto in Italia, degli sconosciuti, il fatto di aver viaggiato ovunque tranne che in Africa. Non so perché sia accaduto: me ne accorgo ora e cerco di darmene una spiegazione.

Senz’altro con l’Africa non ho un gran rapporto: non ci ho mai messo piede (se per questo, però, nemmeno in America, meno che mai in Oceania, e quasi solo simbolicamente in Asia). Mentre tuttavia degli altri continenti conosco, almeno attraverso le fonti indirette, quel tanto che mi ha permesso da ragazzo di immaginare in quelle contrade delle fantastiche avventure e da adulto dei percorsi turistici, l’Africa è sempre rimasta lontana sia dalle mie fantasie che dai miei programmi di viaggio. Credo per due motivi. Il primo è che il confronto con gli altri continenti l’ho sempre associato a chi li abitava, mentre per l’Africa a sfidarmi era la natura, una natura tutt’altro che domesticabile, eccessiva, e quindi imprevedibile e minacciosa. C’entrano forse anche le suggestioni negative dell’infanzia: la vicenda di Coppi, che sembrava invulnerabile ma era tornato dall’Africa moribondo; i racconti di mio zio, che vi aveva trascorso tre anni di prigionia, in Kenia prima e in Sudafrica poi, e non risparmiava i particolari raccapriccianti; i romanzi africani di Salgari, come I drammi della schiavitù e Le caverne dei diamanti, nei quali non era possibile identificarsi con eroi autoctoni positivi sul tipo di Tremal-Naik o Minnehaha. Insomma, l’idea di non poter avere sotto controllo la situazione è poco compatibile col mio carattere.

Il motivo vero è però probabilmente che nei confronti dell’Africa provo una sorta di senso di colpa: non personale, naturalmente, ma collettivo, come rappresentante di una cultura che non solo non ha fatto nulla per aiutare quel continente e le sue popolazioni a crescere (in una direzione autonoma, sia chiaro), ma ne ha addirittura distrutte le radici e desertificato il terreno. Quello africano mi sembra uno dei maggiori fallimenti dell’umanità, senz’altro il più tragico ed evidente.

Dicevo di ciò che conosco o non conosco: in realtà delle esplorazioni africane so a sufficienza, conosco le vite e le vicende di quasi tutti i protagonisti, ho mappe dettagliate dei loro itinerari, ho collezionato i loro diari, le relazioni di viaggio, le biografie dei maggiori, da Mungo Park a Roger Caillè, a Barth, a Gerhard Rohlfs, Gustav Nachtigal, Georg Schweinfurth, fino ai celeberrimi Burton e Spike, e Livingstone e Stanley. A respingermi è proprio la consapevolezza di quel che è avvenuto dopo, di quali siano state le conseguenze di queste avventure a volte davvero eroiche, ma sempre macchiate dall’ombra dei mandanti.

Devo infine aggiungere che su questa disposizione ha senza dubbio influito la precoce lettura di saggi storici sugli orrori della colonizzazione e della tratta, e continuano a farlo la saggistica e i reportages più recenti; ma a suo tempo, più di sessant’anni fa, fu determinante la visione di Africa addio, il film di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, quasi contemporanea alla lettura di Cuore di tenebra. Quello raccontato nel film era un mondo talmente crudele da lasciare inorriditi: e senza dubbio gli autori avevano giocato in maniera spudorata sugli effetti sensazionalistici della miseria, della crudeltà, del degrado, ma a conti fatti quello che avevo visto sullo schermo, o letto in Conrad, mi è stato più tardi confermato da giornalisti seri come Kapuscinskji, nonché dalle cronache dei massacri in Congo, in Uganda, in Etiopia e un po’ ovunque in tutto il continente. Ho maturato insomma una sorta di sindrome africana, che a quanto pare però non ha colpito solo me, dal momento che tutto ciò che di negativo accade ancora oggi in Africa viene dato dal resto del mondo per scontato e che i numeri dei massacri, delle stragi e dei genocidi in atto rimangono freddi dati, non smuovono le coscienze e non promuovono manifestazioni e cortei.

Di quella impressione non mi sono comunque più liberato, e ciò mi porta ad esempio ancora oggi a considerare sotto una luce particolare sia il problema degli aiuti portati nell’Africa stessa sia quello dei profughi che sbarcano in Italia. Da un lato credo infatti che le missioni umanitarie, di qualsiasi tipo, abbiano fatto più danni che bene, dal momento che hanno creato una passiva dipendenza e spesso hanno anche arrestato o stravolto modelli di transizione compatibili con una tradizione economica e sociale totalmente differente. Dall’altro arrivo a pensare che la nostra attuale idea di convivenza, quella che porta a chiedere una apertura illimitata e incondizionata, quella fiduciosa in una più o meno rapida integrazione così come quella che propugna il “multiculturalismo”, non abbia fondamento. Popoli che hanno vissuto in certe condizioni hanno maturato una concezione del valore della vita e della morte, ma in generale di tutti i valori, troppo diversa dalla nostra, e allora o inculchiamo i nostri, e questo si chiama genocidio culturale, o ci arrendiamo ai loro (come peraltro sta già succedendo nelle giovani generazioni), e questo è un suicidio culturale. Può essere che la storia mi smentisca, che dall’interazione reciproca nasca qualcosa di inedito e di positivo, ma senz’altro io non ci sarò a vederlo.

Comunque: con questo scritto comincio a coprire un’assenza, parlando di un esploratore italiano, Carlo Piaggia, che ha vissuto la sua eccezionale esperienza nell’Africa orientale a metà Ottocento. Non posso considerarlo uno sconosciuto, perché con poco sforzo si trovano su di lui notizie tanto sul web che nelle biblioteche, ma non ho mai incontrato il suo nome né sui testi scolastici né nella letteratura storica di livello divulgativo. E magari vedrò anche di segnalare i nomi e le storie di chi gli fu in qualche occasione compagno di avventure e in altre concorrente.

Avevo pensato inizialmente di raccontarne la vicenda in un dittico, mettendola in parallelo con una seconda mini-biografia, quella di G. B. Cerruti, anch’egli nostro connazionale, anzi, quasi mio conterraneo: questi davvero sconosciuto fuori dell’ambito degli specialisti di storia delle esplorazioni, eppure a sua volta protagonista di una straordinaria avventura, sia pure in un teatro diverso, quello del Sud-Est asiatico. Ho poi preferito riservare a quest’ultimo uno spazio tutto suo, quasi a risarcirlo simbolicamente della disattenzione (anche mia, fino a pochi anni fa) nei suoi confronti. Volevo affiancarlo a Piaggia perché i due sono accomunati da una scelta incredibilmente coraggiosa, quella di non limitarsi ad esplorare territori incogniti e di avere contatti con le popolazioni altrettanto sconosciute che li abitavano, ma di dimorare presso quelle popolazioni per studiarle, per conoscerle meglio e prima ancora per partecipare della loro quotidianità, per arrivare a porsi dal loro punto di vista. E ne hanno tratto delle lezioni e delle considerazioni che oggi più che mai possono essere considerate attualissime.

Scelte di questo tipo non erano affatto usuali per gli esploratori dell’Ottocento, che in genere si limitavano a dare la priorità ai contatti politici e commerciali e al riconoscimento dei luoghi, e che anche nel migliore dei casi, come in quello di Livingstone, erano avanguardie consapevoli della futura colonizzazione. Non lo erano neppure per gli antropologi che li hanno seguiti qualche decennio dopo, tanto che la nascita di una “antropologia sul campo” è fatta risalire a Malinowskij, quindi al primo quarto del ‘900. Nel caso dei personaggi di cui vado a parlare, invece, l’assenza di appetiti coloniali di un’Italia appena formatasi e di sponsorizzazione da parte di società geografiche o di istituzioni similari hanno fatto sì che le permanenze fossero vissute come avventure individuali, per pura e genuina volontà di conoscenze ed esperienze.

Carlo Piaggia. I grandi viaggiatori, quelli che percorrevano il mondo quando viaggiare era ancora un’avventura, e in particolare gli esploratori, erano tutti in qualche misura personaggi fuori dagli schemi (certo, è un’ovvietà: altrimenti non avrebbero fatto quella scelta). Ma lo erano in modi molto diversi. Generalizzando alquanto, gli inglesi erano spesso in fuga dal perbenismo vittoriano, i francesi andavano a caccia di record, i tedeschi erano animati da una forte determinazione scientifica. Tutti quanti comunque si muovevano avendo alle spalle istituzioni politiche, società geografiche o accademie scientifiche che garantivano loro un concreto supporto.

Non era così per gli italiani, che almeno fino agli ultimi due decenni dell’800, quando anche il nostro paese cominciò a coltivare confusi appetiti coloniali, si mossero isolatamente o, come ad esempio Pietro Savorgnan di Brazzà, al servizio di governi stranieri. A spingerli erano le motivazioni più disparate. Nel caso di Orazio Antinori, che aveva vissuto una tumultuosa giovinezza mazziniana e aveva combattuto nel 1848 sia a Venezia che a Roma, fu un lungo esilio politico. In quello di Augusto Franzoj, che a sua volta non si era fatto mancare nulla, processi per insubordinazione, evasioni, una trentina di duelli, fu la necessità di mettere un po’ di distanza tra sé e la giustizia (ma anche di sottrarsi ai suoi creditori). C’era poi chi cercava di evadere da una prigione di affetti e di doveri familiari, come Carlo Vidua, e chi come Giovanni Miani mirava a riscattarsi dalla condizione di figlio illegittimo inseguendo il successo in ogni campo, dalla musica e dall’arte alle esplorazioni. Insomma, le molle erano molte, e non c’erano ancora interessi “superiori” a incanalarle.

In questo senso Carlo Piaggia è un ulteriore caso a sé. Si ritrovò in Africa per sottrarsi a un’esistenza che sembrava riservargli solo lutti e miserie e una pesante e noiosa routine di lavoro: ma si addentrò poi in un’area sconosciuta del continente animato da una curiosità sincera per i costumi e i modi di vita dei popoli che lo abitavano (“Volevo conoscere un poco anch’io il nostro mondo e vedere specialmente ciò che altri non hanno visto”), accompagnata da una sensibilità e sorretta da un’umanità che pochi suoi contemporanei dimostrarono, e che lo rende quanto mai vicino al modo di sentire contemporaneo (o almeno al mio).

A differenza di quasi tutti coloro dei quali ho parlato sino ad ora, Piaggia non arrivava da una famiglia benestante e non aveva alle spalle studi regolari o esperienze precoci che ne facessero un predestinato. Era figlio di un mugnaio della Lucchesia, terzogenito di otto fratelli e due sorelle. Crebbe coltivando la terra e aiutando nel mulino di famiglia, ma sviluppando al contempo una forte passione per lo studio e la lettura, aiutato dal parroco del paese. Egli stesso racconta che la sera, mentre i suoi coetanei sciamavano a giocare per le vie del villaggio, lui si rintanava in un angolo a leggere i libri di viaggio o d’avventura che il prelato gli procurava, e la notte integrava quelle letture spaziando con la fantasia. Ne aveva bisogno, perché la sorte non era stata particolarmente benevola con lui: sin dalla nascita era afflitto da una leggera zoppia, e questa imperfezione fisica rischiava di marchiare e determinare tutta la sua futura esistenza.

Quando dunque la sua vita sembrava già segnata all’insegna di un lavoro poco gratificante sotto tutti gli aspetti e degli orizzonti ristretti del paese, una sciagura improvvisa venne a sconvolgerla. Nel 1849 un’epidemia di tifo gli portò via tre fratelli e le due sorelle, oltre alla madre, e creò alla famiglia grosse difficoltà economiche. A quel punto Carlo, che aveva continuato anche dopo l’adolescenza a nutrirsi di sogni libreschi d’evasione e di esotismo, sentì di non poter più reggere quel destino e decise di accomiatarsi dai parenti. Non vedeva altra soluzione che cercare fortuna altrove, lasciandosi alle spalle la malasorte. E quell’altrove lo identificava con l’altra sponda del Mediterraneo, nel continente africano. Era tutto ciò che poteva permettersi, stanti i suoi mezzi: ma era anche ciò che maggiormente lo attirava, perché in pratica, tranne che per la fascia costiera, si trattava di un mondo del tutto inesplorato. 

Africa. A Maggio del 1851 lo troviamo dunque a Tunisi, dove è già presente una nutrita colonia di italiani, in gran parte esuli dopo le rivoluzioni e la guerra del ‘48, intenzionati a rifarsi una vita come tecnici o come militari. Anche Carlo, con la sua esperienza contadina, non tarda a trovare un impiego come capo giardiniere nel palazzo del bey. Una sera però, mentre torna dal lavoro, è aggredito da cinque dei beduini messi alle sue dipendenze, che lo spogliano di tutto e lo lasciano per morto. Riesce a trascinarsi fino al palazzo, dove riconosce e fa arrestare i suoi aggressori, ma decide che quella esperienza va chiusa. Lascia dunque Tunisi per trasferirsi ad Alessandria. Qui si ferma per quasi cinque anni, mostrando una eccezionale capacità e velocità di apprendimento per ogni tipo di lavoro, ma conservando intatto il suo spirito irrequieto, che non si appaga del successo e del benessere economico. In realtà quest’ultimo deve diventare solo la base per quel futuro avventuroso che ha sempre sognato: e per crearsi questa base lavora come cacciatore e come armaiolo, ma anche come rilegatore di libri, tassidermista e verniciatore di carrozze, acquisendo competenze sui viaggi e sugli armamenti. Nel frattempo continua a leggere senza tregua tutto quanto è possibile di relazioni di grandi viaggi e di esplorazioni africane; impara l’arabo e il francese e anche i rudimenti di alcuni idiomi dell’interno; e mette da parte ogni soldo guadagnato per potersi permettere al momento opportuno un equipaggiamento adeguato alle imprese che ha in mente.

Primo viaggio. Il momento arriva nel 1856, quando finalmente può partire alla volta di Khartoum. Già nel mese di dicembre comincia a risalire il Nilo, raggiungendo le stazioni allora più avanzate della penetrazione missionaria nel cuore dell’Africa, Santa Croce e Gondokoro, e spingendosi anche fino a Regiaf, a sud dell’odierna città di Juba. Fino al luglio 1857 esplora la regione a est di Santa Croce, giungendo ad attraversare il fiume Bahr el-Zeraf e a toccare il Sobat, un importante affluente meridionale del Nilo Bianco. Si tratta di una missione di assaggio, per impratichirsi della geografia dei territori e degli idiomi e farsi un’idea dei problemi che dovrà affrontare. Alcuni di questi problemi si presentano subito: è ad esempio ingiustamente sospettato dagli abitanti di un villaggio di aver rapito una ragazzina e rischia sino all’ultimo di vedersela brutta, si smarrisce nella foresta e deve essere salvato da alcuni indigeni inviati alla sua ricerca, assiste impotente all’agonia di un elefantino cui è stata uccisa la madre, non può opporsi alla riduzione in schiavitù di un giovane che aveva conosciuto alla missione. Al tempo stesso allaccia amicizie con i missionari che operano in quei luoghi inospitali, e da essi ricava preziose notizie e indicazioni sia sul territorio che sulle popolazioni, sui loro costumi e sulla loro indole.

A luglio torna a Khartoum, dove esercita per qualche mese il mestiere di armaiolo: fino a quando un altro europeo, il commerciante francese d’avorio Alphonse de Malzac, lo contatta e lo assunse come guida per le spedizioni di caccia agli elefanti. A Piaggia non occorre molto per rendersi conto che in realtà De Malzac commercia anche in schiavi, facendo razzie nei villaggi sudanesi e trattando in maniera disumana i prigionieri catturati. Nelle sue “Memorie” lo descrive così: “Questi affermava di commerciare in bovi e il suo traffico si svolgeva nel modo seguente: rubava ai selvaggi il bestiame e poi lo restituiva loro in cambio di avorio. Questo sistema di commercio non gli costava che polvere e piombo, e ben presto fu imitato da altri negozianti mussulmani”. Quando Piaggia entra in contatto con lui De Malzach è una potenza. “Disponeva di duecento uomini bene armati e poté a man salva impadronirsi di bestiame, donne e ragazzi, incendiare villaggi e uccidere indigeni, quando cercavano di impedire i suoi saccheggi. In un apposito recinto si teneva il mercato delle donne e dei ragazzi, che il Malzach vendeva ai suoi soldati, cedendoli spesso in pagamento del loro salario.”

Ha modo di constatare immediatamente quanto lo schiavista sia feroce: “La sera stessa dell’arrivo di De Malzach, cadde in una buca (una trappola per catturare gli ippopotami, ndr) un piccolo ippopotamo e al mattino seguente le urla di questo animale giunsero fino al nostro recinto. Un selvaggio corse alla buca e a colpi di lancia lo uccise. Un tale fatto inferocì a tal segno il De Malzach, che raggiunto il selvaggio, senza profferir parola, gli sparò addosso tre colpi della sua carabina revolver uccidendolo. Un grande terrore si diffuse allora tra i selvaggi e il De Malzach venuto da me, dopo avermi narrato l’accaduto, marcò con un ferro rovente la cassa di legno del suo fucile, dicendomi che altrettanto farebbe per ogni selvaggio da lui ucciso. Dopo sette o otto mesi, infatti, io ebbi a notare dodici segni uguali, tale e tanta era la ferocia di quella belva sitibonda di sangue, con la quale fin dal primo momento mi pentii di essermi associato per le mie cacce”.

Per conto di quello scellerato datore di lavoro Piaggia esplora per otto mesi i territori delle popolazioni Kic e Giak e quelli della tribù dei Ruor, sul fiume Rohl. Nell’agosto del 1858, però, scaduto finalmente il contratto, fa ritorno al Cairo e di lì in Italia, dove giunge nel febbraio 1859. È nauseato dalle atrocità cui ha assistito, ha bisogno una pausa: al tempo stesso porta con sé una ricca collezione delle armi e degli utensili costruiti dalle popolazioni che ha frequentato, della quale fa dono al Museo di Storia Naturale di Firenze. Ma l’Africa gli è ormai entrata nelle vene.

Secondo viaggio. Nel gennaio del 1860 è infatti nuovamente in Egitto. Si reca prima ad Alessandria, poi sul mar Rosso, dove a fine primavera incrocia Giovanni Miani, reduce da un’estenuante spedizione sul Nilo Bianco, e ne ascolta gli appassionanti racconti (ma annota anche che l’esploratore tende a considerare quei territori zona di sua esclusiva pertinenza). Arriva infine a Khartoum.

Qui ha luogo un secondo incontro determinante, quello col marchese Orazio Antinori, da tempo esule in Africa e già impegnato in esplorazioni nell’area sudanese. Antinori ha avuto notizie di Piaggia e delle sue competenze sia come esperto di armi che come cacciatore, e lo considera l’uomo giusto per la sua prossima avventura. I due, ai quali si unisce anche il commerciante francese e corrispondente della Revue des Deux Mondes Alessandro Vayssière, conosciuto dal Piaggia in una precedente occasione, partono alla volta del Nilo Bianco e del Bahr el-Ghazal, intraprendendo un viaggio molto faticoso attraverso la regione del Giur. La spedizione però non ha fortuna: Vayssière, ammalatosi di febbri tropicali, torna indietro e di lì a poco muore, il marchese è talmente debilitato da dover essere trasportato in barella, lo stesso Piaggia è costantemente febbricitante. Inoltre, in circostanze come queste la coesistenza con Antinori, più propenso al comando che alla collaborazione paritaria, si rivela piuttosto difficile. Fanno quindi anch’essi ritorno a Khartoum, dove Piaggia constata che l’equipaggiamento che aveva dato in affitto a Vayssière è stato svenduto, e si ritrova senza un soldo. Per qualche tempo deve quindi riprendere il suo mestiere di riparatore di armi.

Questa volta è il governatore turco a offrirgli un’occasione, invitandolo a partecipare nel gennaio del 1862 a una spedizione nel Sennar (una provincia meridionale del Sudan, attraversata dal Nilo Azzurro) in compagnia del naturalista toscano Leopoldo Ori: lo scopo è quello di catturare uccelli esotici per il serraglio del sultano di Costantinopoli. Con i proventi di questo lavoro, portato felicemente a termine, e tramite impegni di lavoro presi con alcuni commercianti sudanesi, Piaggia riesce finalmente, alla fine del 1863, a realizzare il desiderio di una esplorazione in proprio, da compiersi senza dover sottostare alle aspettative e ai progetti altrui, e senza porsi limiti temporali.

L’obiettivo che ha in mente da un pezzo è di penetrare nelle terre inesplorate dei Niam Niam (gli odierni Azande), al confine tra il Sudan e il Congo-Zaire, e di creare con essi dei contatti. All’epoca sui Niam Niam circolano solo leggende: che sono ibridi uomo-cane, che hanno una rudimentale coda nella parte addominale, ma soprattutto che praticano il cannibalismo. Il che, anziché dissuaderlo, gli render rende la cosa ancor più eccitante.

Piaggia condivide la prima fase del viaggio con un gruppo di mercanti della Compagnia Gattas, per staccarsene poi con una parte della scorta e dei portatori. I numeri che riporta per quanto concerne la composizione della carovana (novanta soldati di scorta e oltre duecento “selvaggi” reclutati come portatori) fanno pensare ad una spedizione in grande stile, ma è difficile determinarne l’entità reale, perché tra diserzioni e nuovi arruolamenti cambia ad ogni tappa. Quelli che chiama “soldati”, e che gli indigeni etichettano genericamente come “turchi” non sono altro infatti che mercenari, in teoria al soldo delle autorità turche ma che agiscono in realtà come bande armate autonome, dedite a un sistematico saccheggio: e i portatori sono le loro vittime, schiavizzate e pronte a darsi alla macchia alla minima occasione.

L’impatto iniziale con i Niam Niam è tutt’altro che pacifico. Non appena la carovana si addentra nel loro territorio tra i “selvaggi” e i soldati si ingaggia una furiosa battaglia, nel corso della quale lo stesso Piaggia rischia di rimanere intrappolato in un incendio appiccato dagli indigeni. Si salva con lo stratagemma di combattere il fuoco che ha di fronte bruciando la boscaglia alle sue spalle, creando in questo modo uno spazio nel quale trovare rifugio. La cosa desta l’ammirazione dei suoi uomini, ma anche quella dei Niam Niam, che mandano dei parlamentari e invitano il bianco al loro villaggio.

La trattativa col capo tribù, che Piaggia chiama “re”, l’erculeo Tombo, volge subito in positivo, anche tramite lo scambio di doni reciproci. Il re, consapevole del prestigio che un simile ospite può creargli – Piaggia è il primo bianco mai visto dal suo popolo –, gli dona zanne di elefante, donne e persino figli in segno di amicizia. Piaggia ricambia con stoffe e vari ammennicoli di metallo, e a questo punto, dopo aver scaricato da ogni responsabilità i suoi riluttanti accompagnatori con una liberatoria scritta, decide di rimanere da solo nel villaggio di Tombo, dando inizio a una esperienza che si protrarrà per quasi due anni.

Il soggiorno presso i Niam Niam è tutt’altro che tranquillo. L’amicizia col re conosce fasi alterne, e in più di un’occasione Piaggia deve ricorrere ad una sottile diplomazia e forzare il proprio ascendente per salvarsi il collo: ma tutto sommato, grazie anche ad un carattere deciso ma tutt’altro che spocchioso, riesce a conquistarsi la benevolenza di tutta la popolazione. Intanto arriva presto a padroneggiarne la lingua, e questo gli consente di interagire con tutti in maniera amichevole e di osservarne con simpatia e rispetto i costumi e le tradizioni.

La fama della sua presenza si diffonde velocemente presso tutte le tribù dei Niam Niam. É invitato a fare visita ai diversi capi della regione (cosa che a Tombo non piace molto, ma che in alcuni casi si rivelerà preziosa per dirimere annose controversie) e mentre si sposta da un villaggio all’altro prende nota della flora e della fauna del territorio, del quale cerca anche di tracciare una mappatura: ma la mancanza di strumenti (e anche di specifiche competenze) lo porta a commettere grossolani errori di valutazione. Segnala ad esempio l’esistenza di un grande lago, che personalmente non ha mai visto ma del quale gli raccontano meraviglie gli indigeni, e per un certo periodo quello specchio d’acqua sarà indicato sulle carte geografiche sotto il suo nome. In definitiva però non verrà mai identificato, o forse si tratta del già conosciuto lago Alberto.

La sua permanenza tra i Niam Niam è comunque legata essenzialmente alle merci di scambio con le quali ne ha conquistata la simpatia. Una volta esaurite le stoffe e le cianfrusaglie che si era portato appresso potrebbe rinnovare la scorta solo tramite i mercanti arabi di schiavi che periodicamente si addentrano nel territorio; ma questi, sapendo come la pensa sulla loro attività e considerandolo solo un ficcanaso, gli rifiutano le merci. Non gli rimane quindi che lasciare i Niam Niam: nel maggio 1865 si allontana dal villaggio, malgrado le pressioni di Tombo per farlo rimanere e le implorazioni delle sue donne. Per un lungo tratto è accompagnato da alcuni figli del re, poi si aggrega ad una carovana che lo conduce sino a Khartoum.

Terzo viaggio. Nei primi mesi del 1866 lo troviamo nuovamente in Italia. Questa volta sembra intenzionato a un rientro definitivo e a godersi quel poco di notorietà che il soggiorno tra i “cannibali” gli ha procurato. Cinque anni dopo, però, nel 1871, torna in Africa. A richiamarlo è ancora Antinori, che sta raccogliendo reperti naturalistici nell’Eritrea meridionale, ma anche dati per il nascente interesse italiano nell’area. Una volta raggiunto il marchese, Piaggia si trova coinvolto nelle sanguinose faide tra i pretendenti al trono dell’Abissinia: uno dei ras ribelli vuole arruolarlo per le sue competenze di armaiolo, e l’esploratore rischia un forzato coinvolgimento. Riesce per il momento a temporeggiare, fino a quando Antinori non è costretto a rientrare in Italia e ad affidargli il completamento della missione. In pratica è lasciato in balìa di se stesso: deve pertanto affrontare una pericolosa traversata del deserto per sfuggire alle truppe del ras e arrivare sino a Massaua, dove si ritrova disoccupato e senza coperture. Si arrangia con le sue competenze, anche se la zona è periferica rispetto alle grandi vie carovaniere e a quelle della tratta; collabora ai lavori per la costruzione di un grande pontile e nel frattempo non rinuncia tuttavia alle esplorazioni (nella penisola di Buri, all’ingresso del mar Rosso).

Finalmente nell’aprile 1873 viene incaricato dal pascià (Johann Albert Werner Munzinger, uno dei tanti europei al servizio dell’impero ottomano) di compiere una ricognizione sull’altipiano abissino, alla ricerca di una miniera di rame. La ricerca si rivela infruttuosa, e a metà agosto dello stesso anno Piaggia è già a contratto col console francese De Sarzach, incaricato di una missione ufficiale presso l’imperatore d’Etiopia. La missione diventa una sorta di caccia al tesoro, perché il sovrano si muove incessantemente sulle sue terre per reprimere ogni ribellione.

Evidentemente con i francesi Piaggia non ha un gran feeling, perché anche il De Sarzach si rivela infido e particolarmente spietato con le popolazioni che incontra e depreda. Per fortuna l’imperatore, una volta raggiunto, prende a benvolere il lucchese e lo incarica di saggiare un terreno aurifero. Anche questa volta la ricerca si rivela infruttuosa: in compenso porta lo sulle rive del lago Tana, che l’esploratore decide di circumnavigare su un’imbarcazione di papiro fatta appositamente costruire. È il primo europeo a compiere questa impresa.

Il rischio a questo punto è che l’imperatore voglia costringerlo al suo servizio, e la prospettiva fa decidere Piaggia a lasciare alla chetichella il paese e a rifugiarsi a Khartum, dove arriva nel marzo del 1875. Qui ha modo di conoscere subito Romolo Gessi, col quale risale in battello il Nilo Bianco, rivedendo terre che aveva attraversato molti anni prima e trovandole ora spopolate e desolate. A gennaio del 1876 gli arriva poi direttamente da Gordon Pascià l’incarico di procedere con lo stesso Gessi ad una esplorazione nella zona dei grandi laghi per risolvere definitivamente la controversia sulle sorgenti del Nilo. Piaggia è entusiasta, da un lato perché si trova a lavorare con un uomo la cui fama di intrepidezza si è sparsa in tutto il mondo, dall’altro perché una volta raggiunto il lago Alberto potrà proseguire in maniera indipendente, dal momento che Gessi ha l’incarico di circumnavigare il lago stesso. Ma ancora una volta la missione non ha esito, perché nel tratto che dovrebbe portare al lago Vittoria il Nilo è impercorribile, tra cascate, rapide e una vegetazione lacustre impenetrabile, e perché tutti i suoi uomini sono prostrati dalle febbri malariche. A giugno è quindi nuovamente a Khartoum, portando con sé una ricchissima collezione etnografica raccolta nel corso del viaggio. Verso la fine dell’anno è al Cairo, dove scopre di essere ormai diventato famoso: è invitato a tenere conferenze ed è ricevuto dalle massime autorità.

Quarto viaggio. Si riaffaccia però la nostalgia dell’Italia, che ha lasciato da oltre dieci anni: nell’aprile del 1877 è quindi nuovamente a Lucca. Anche qui grandi festeggiamenti e riconoscimenti, compresa la medaglia d’oro della Società Geografica Italiana e l’incontro col re Umberto I, che gli assegna un sussidio per approntare un nuovo viaggio d’ esplorazione in Africa.

È così che Piaggia nel settembre 1878 è nuovamente a Khartoum. Una prima missione esplorativa gli è assegnata da Gordon Pascià, ma la sbriga entro il gennaio dell’anno successivo. Poi è libero di rivolgere la sua attenzione al Nilo Azzurro e all’Abissinia. La febbre malarica prima e i sospetti degli ottomani (e degli inglesi) poi lo frenano, e nel febbraio del 1880 è ancora a Kartoum. Qui riceve l’incarico dalla Società Geografica Italiana di mettersi alla ricerca dei due esploratori italiani, Giovanni Chiarini e Antonio Cecchi, trattenuti prigionieri in Abissinia: ma la missione viene revocata mentre Piaggia è già in cammino, perché si è ormai conosciuta la sorte dei due. Decide di proseguire ugualmente lungo il Nilo Azzurro, fino a che non viene fermato e rispedito indietro dalle autorità locali. La sua fama di avversario della tratta degli schiavi si è ormai diffusa, e lo rende inviso a chi ci campa sopra.

Torna dunque per l’ennesima volta nella capitale sudanese e riesce a reperire un nuovo incarico. Questa volta si tratta di esplorare l’Etiopia con un giovane studioso olandese. Sarebbe la missione dei suoi sogni: ma le febbri malariche non tardano a riacutizzarsi, il suo fisico è stremato, e capisce che ormai è finita. Si preoccupa sino all’ultimo istante di favorire la missione del suo compagno, Shuver, e muore poi, nel gennaio 1882. Ha cinquantaquattro anni, trenta dei quali trascorsi a rendere vero il suo sogno africano.

Che uomo è dunque Carlo Piaggia? Edmondo De Amicis, che lo ha incontrato nel 1878, quasi al termine della sua avventura, scrive: “Chi si è immaginato, prima di vederlo, una figura di esploratore africano, un viso ardito e terribile, rimane, conoscendolo, molto disingannato. È di statura appena media, grigio, barbuto, magrissimo. Celia egli stesso sulla sua magrezza, dicendo che di tutti i viaggiatori è quello che gettò sul suolo dell’Africa l’ombra più sottile.

Il suo viso racconta gran parte della sua vita. è un viso devastato: ardori tropicali, agonie, tristezza, lotte coi leoni, ci si legge tutto, un’apparenza di uomo stanco, una serietà quasi triste […]. Un altro avrebbe da discorrere tutta una serata sopra un solo episodio dei suoi viaggi; egli è capace di riassumere le avventure di un anno in cinque parole. Non colorisce, non dice una parola in più del necessario, e racconta le cose più strane con la più grande indifferenza. Ma parla con un tale accento di verità che non può cadere in mente a nessuno neppure il più lontano sospetto della più piccola esagerazione”. In effetti, non corrisponde affatto allo stereotipo fisico (e caratteriale) dell’esploratore che il Giornale dei viaggi e altre riviste consimili andavano creando, prendendo a modello personaggi come Burton o Stanley. De Amicis ritiene allora di conferire un’aura di esotismo al personaggio insistendo sulla sorpresa e sulla curiosità maliziosa delle “selvagge” per la sua pelle bianca, le sue chiome e la sua barba fluenti, nonché sul gradimento che Piaggia non nasconde per le loro grazie.

Ma Piaggia ha saputo farsi apprezzare per ben altre doti. Alla notizia della sua morte, nel febbraio 1882, il botanico ed etnologo tedesco Georg Schweinfurth, che lo aveva incontrato nel corso di un paio di viaggi, tiene presso la Società Geografica del Cairo un discorso commemorativo del quale vale la pena riportare alcuni passi. “Viaggiava sempre solo, senza conforti di sorta, che il progresso moderno permette ai ricchi. Era un pellegrino inoffensivo, imponeva il rispetto dovuto alla sua dignità coraggiosa, ispirava confidenza, ciò ch’è importante in Africa come in Europa e che è un omaggio dovuto alle anime gentili. È vero che Piaggia portava sempre seco un fucile, ma non lo adoperò mai contro gli uomini, sibbene per inviare in Europa una delle più ricche collezioni scientifiche. Quell’uomo bianco restò scolpito nella memoria dei selvaggi, che lo consideravano come un essere caduto dal cielo, come un presente mandato da dio: pagani e musulmani si disputavano la sua amicizia.”

Da parte sua, Piaggia evita ogni autorappresentazione superomistica o agiografica. Non ha lasciato alcuna opera compiuta (non ha avuto il tempo di riordinare le sue Memorie, che sono state raccolte e pubblicate solo sessant’anni dopo da Giovanni Alfonso Pellegrinetti), ma solo una messe disordinata di quaderni di appunti (cinquanta), redatti un linguaggio approssimativo, ma forse proprio per questo particolarmente convincente. L’esploratore non racconta le sue gesta, ma piuttosto le sue paure, le irritazioni nei confronti degli indigeni, delle quali a mente fredda non tarda poi a pentirsi, le sue imprudenze, che a volte hanno esiti tragici (“Purtroppo uno dei selvaggi mandato alla mia ricerca non fece ritorno: era stato divorato da un leone. Fu trovata solo una gamba, misero avanzo dell’infelice.”), la sensazione di impotenza di fronte a vicende e a situazioni che lo indignano e lo disgustano. Non nasconde le debolezze e le malinconie: “Una grande tristezza mi invase e cominciai a pensare agli stenti e alle fatiche sofferte in quei paesi e alla possibilità di finire in una terra sconosciuta, senza lasciare di me traccia alcuna. Piangevo senza sapere perché e il fuoco illanguidiva a poco a poco”.

Il tutto, anche le situazioni più drammatiche, appare comunque stemperato da una sottilissima e congenita ironia, che rivolge soprattutto a se stesso. A mio parere un episodio tra i tanti lo ritrae psicologicamente in maniera perfetta. Inoltratosi nella foresta per cacciare, ad un certo punto: «[…] a cinque metri di distanza scorsi un leone che stava immobile con la bocca socchiusa. La mia prima speranza fu che il leone non mi avesse visto e che io potessi allontanarmi indisturbato, ma dovetti subito convincermi del mio errore: il leone guardava me e io guardavo il leone. Pensai allora che in quel punto si sarebbe aperta fra breve la mia tomba [ha infatti il fucile caricato a piccoli pallini, per la caccia agli uccelli]. I miei capelli si drizzavano, mentre con uno sforzo di volontà mi ergevo su tutta la persona e imbracciavo il fucile. Ero risoluto, se il leone me ne avesse lasciato il tempo, di sparargli negli occhi con la carica dei piccoli piombi. Ma ecco che la belva si alza pigramente e se ne va con lentezza, come per dirmi: “Risparmia il tuo piombo e non molestarmi gli occhi”. […] I miei nervi dopo lo sforzo compiuto, si rilasciarono, e quasi disfatto, chiedevo a me stesso se ero vivo o morto, e se dei due avessi vinto io o il leone». Insomma, non è Indiana Jones, ma nemmeno Tartarino.

Natura. Il suo rapporto con l’ambiente naturale è, a dispetto delle febbri malariche che lo assalgono e lo accompagnano costantemente, delle belve, degli insetti, dei pipistrelli, sempre positivo. Non indulge a romanticherie sul paesaggio, ma intanto ci fa percepire tutte le diverse e persino opposte gradazioni e condizioni climatiche che l’Africa offre, soprattutto in quell’area. Con mentalità contadina valuta la fertilità delle pianure e la ricchezza spontanea offerta dalle foreste (è lui a introdurre la dicitura di foreste a galleria: “Le foreste assumono l’aspetto di gigantesche gallerie, nelle quali gli alberi intrecciano le chiome all’altezza di trenta o quaranta metri dal suolo”) e dai grandi corsi d’acqua: ma al tempo stesso non mostra mai rammarico per lo sfruttamento di queste risorse solo al fine della sopravvivenza. Semmai stigmatizza i disegni di “valorizzazione” che stanno dietro la penetrazione coloniale.

È un cacciatore, lavora per i trafficanti d’avorio e cattura uccelli come i marabù, dal piumaggio particolarmente prezioso, o ippopotami e altri animali esotici da inviare in Europa. Non condivide però la mentalità predatoria scatenatasi dopo che il chinino e i battelli a vapore hanno consentito la penetrazione nel cuore del continente: pratica la caccia come un potenziamento di quella già praticata dagli indigeni stessi. Per questo si indigna di fronte alle stragi insensate di animali, e si commuove per la sorte di un elefantino reso orfano dai cacciatori; o adotta un’altra orfanella, l’antilope Teresa, della quale lui stesso ha ferito la madre. Teresa è protagonista di un intero capitolo delle sue memorie. Lo segue infatti, ma in totale libertà, per mesi, lungo tutto un viaggio di ritorno nel deserto. “Essa conosceva il punto da me scelto per passare la notte e vedendo che riunivo il bagaglio e legavo i piedi agli animali da carico essa si allontanava e correva per i colli e per i monti per più ore nella notte. Ma bastava al mattino che io chiamassi – Teresa – o tirassi un colpo di fucile, che essa veniva subito a riunirsi alla carovana.

Però qualche volta, stanca forse degli assalti degli animali feroci che abbondano lungo la strada ritornava la notte presso di me e si coricava su quel vecchio tappeto che io stendevo a terra per dormire, e come lasciavo un posto libero anche per lei, quando arrivava, piano piano, si coricava presso di me, appoggiando il suo dorso al mio, che pareva volesse dirmi – son venuta.”

Per la cronaca, la storia di Teresa non ha un lieto fine, perché mentre l’esploratore giace ammalato in un villaggio disperso la povera bestia viene uccisa e mangiata dagli abissini. Questa volta Piaggia si arrabbia davvero, sequestra il bestiame degli abitanti e obbliga questi ultimi a denunciare i responsabili.

Ciò che colpisce in tutta la vicenda è la genuina semplicità con la quale viene evocato il rapporto. Ma questo vale allo stesso modo per l’elefantino, o per l’asinello che lo accompagna tra i Niam Niam e che suscita tra le donne un divertito e malizioso stupore. “Anche il mio asinello, al quale mentalmente poco prima avevo chiesto perdono di averlo condotto in regioni così lontane e misteriose, si era coricato e sembrava dormisse.” È un’attenzione, rivolta peraltro al più umile degli animali, che viene ripagata: “Ma ad un tratto si alza da terra e comincia a sbuffare come se un grave pericolo lo minacci. Io mi desto di soprassalto e sento drizzarmi i capelli in testa: un grosso animale si avvicinava alla capanna”. E l’attenzione si allarga anche alle specie più temute. “Vi sono ancora dei piccoli coccodrilli; gli indigeni li chiamano ucaram, non molestano le persone e si nutrono di insetti. Si addomesticano facilmente; io ne avevo abituato uno a venire ogni giorno alla mia casa a prendere la sua razione di cibo, che consisteva nelle interiora di una gallina con qualche pezzetto di carne.” Non c’è alcun desiderio di infiorettare il racconto, di alleggerirlo: piuttosto, testimonia del sopravvivere in mezzo a tanti orrori, disagi e pericoli, di una umanità schietta e non timorosa di rivelarsi.

Negrieri. Quanto agli orrori, questi sono soprattutto legati alle figure degli occidentali o di coloro che militano al loro servizio, e a quelle dei negrieri arabi. Non molti tra costoro si salvano. Quando non arrivano agli eccessi di sadismo di un De Marsach, brillano per l’indifferenza con la quale assistono allo scempio delle popolazioni decimate dallo schiavismo. Nel volgere di un ventennio, dalla prima risalita del Nilo sino all’ultima, Piaggia testimonia la progressiva desertificazione di vaste aree rivierasche. La sua osservazione più ricorrente, nel ripercorrere itinerari che ha già praticato, riguarda lo spopolamento dei villaggi. “Per due giorni percorremmo boschi e pianure senza incontrare anima viva.” Oppure: “Non avevo più visto quelle sponde da circa dieci anni, e in luogo delle numerose tribù che le popolavano dalle due parti, trovai un vero deserto. Le popolazioni erano sparite: o perché fuggite o tratte in schiavitù, o discese nelle terre più prossime all’equatore”.

Lo turba soprattutto, quando incrocia carovane di schiavi, o imbarcazioni che portano verso i mercati costieri il loro infame carico, l’essere impossibilitato a qualsiasi intervento: anche se almeno in una occasione, in seguito ad una razzia di donne compiuta dai “turchi” presso una tribù dei Niam Niam, si mette a capo di una spedizione di “selvaggi” e ottiene la liberazione delle poverette, minacciando i razziatori di sterminio. Questo successo accresce esponenzialmente il suo prestigio: “Si raccolsero attorno a me migliaia di selvaggi di altre tribù, che erano arrivati durante la notte e che ora intrecciavano in mio onore danze di guerra”.

In generale, Piaggia è molto sensibile alla meschinità degli europei che operano in quella parte di mondo: in particolare sembra avere una cattiva opinione soprattutto dei francesi, nata probabilmente dall’esperienza con De Malzach e confermata poi da quella col console francese di Massaua, De Sarzach, che arriva a cercare di liberarsi di lui facendolo abbandonare dalla scorta in mezzo alla foresta. Ma neppure con i connazionali i rapporti sono sempre idillici. Di Miani e di Antinori si è già detto, e anche quando risale il Nilo con Romolo Gessi, divenuto famoso come il flagello degli schiavisti, non può fare a meno di constatare che i suoi metodi non differiscono molto da quelli usati da coloro cui dà la caccia.

Schiavi. Come arriva nell’Africa Orientale, Piaggia incontra immediatamente la piaga della schiavitù. “Fin dal mio primo arrivo a Khartum nel 1856 si praticava sul pubblico mercato la vendita degli schiavi. Questi schiavi erano in genere abissini, o popoli del Fiume Bianco. I primi avevano maggior valore e le femmine erano pagate fini a 200 e 400 franchi; i maschi valevano circa la metà […]. Erano ben rare allora le famiglie sudanesi che non avessero schiavi di ambo i sessi. Li facevano sposare tra loro per venderne i figli, e all’occasione vendevano gli stessi genitori per sostituirli con altri più giovani. I padroni dispongono della vita di uno schiavo come di quella di un animale qualsiasi. Sfogano all’infelice la loro rabbia e talvolta lo bastonano fino ad ucciderlo.”

Di lì a poco, risalendo il Nilo, sarà spettatore e testimone di tutte le fasi dell’infame commercio. “Mentre io attendevo alla caccia degli elefanti, non passava settimana in cui il De Malzac con i suoi soldati non andasse a derubare i bovi agi villaggi degli indigeni, portando via anche donne e ragazzi per alimentare il suo commercio di bestiame e di schiavi. […] Gli uomini di De Malzac, tutti mussulmani, erano gelosi di me a causa della mia buona fortuna nella caccia agli elefanti e mi odiavano perché disapprovavo la loro ferocia contro i selvaggi”. E più tardi: “Nello stabilimento del Gattas ogni giorno aumentavano di numero gli schiavi che i soldati si procuravano con le loro scorrerie, e poiché tutti soffrivano la fame, i poveretti malnutriti perivano in gran numero entro il recinto”.

Queste notazioni compaiono con costante frequenza in occasione di tutte le sue spedizioni verso l’interno. E assumono ancor più significato quando, in un capitolo tutto dedicato ai costumi dei Niam Niam, Piaggia vuol chiarire la differenza nei confronti di quella che era la condizione tradizionale. “La schiavitù vera e propria è sconosciuta tra i Niam Niam. Esiste soltanto una specie di servitù che è nata dalla necessità, per alcune grandi famiglie, che hanno molti greggi da pascolare, di provvedersi di giovani e di giovinette che li aiutino in tale compito. Questi restando a lungo alle dipendenze di un medesimo capo, formano a poco a poco un ceto di persone che vive in apparente stato di obbedienza servile.”

In verità le cose non stanno proprio così, o meglio, non lo stanno più al momento in cui Piaggia ne scrive. La forma di asservimento alla quale l’esploratore si riferisce non è molto diversa da quella praticata nelle nostre campagne sino a meno di un secolo fa. Basta leggere la Malora di Fenoglio per averne un’idea. Le famiglie più povere mandavano i propri figli, maschi e femmine, già a partire dalla tarda infanzia “a servizio” (nel mio dialetto si usava per questa condizione un’espressione decisamente icastica, curdò, che equivarrebbe a “legato con una corda”) e traduce con particolare efficacia il modo in cui dovevano sentirsi quei poveretti. È una condizione che Piaggia conosce bene, era diffusa all’epoca sua anche nella Lucchesia, e per questo non la considera una forma di schiavitù.

In Africa (ma non solo) esistevano già modalità molto più pesanti ed esplicite di asservimento: quello praticato nei confronti dei prigionieri catturati durante le continue guerre tribali e quello conseguente la vendita, all’interno o all’esterno della tribù, dei figli. Ed esisteva anche un fiorente mercato di braccia per i lavori più pesanti e di carne giovane per i ginecei del vicino e del medio-oriente, mercato gestito nella parte finale della filiera dai negrieri arabi. Questo è innegabile.

È accaduto però che a partire dal XVI secolo a incrementare tali pratiche sia arrivata la tratta atlantica, che aveva interessato fino ai primi dell’Ottocento solo le popolazioni costiere, ma che da ultimo, con l’introduzione dei battelli a vapore, di armi da fuoco sempre più efficaci e del chinino per combattere la malaria, ha finito per coinvolgere anche i popoli dell’interno.

Piaggia si trova a vivere proprio al culmine di questa transizione, paradossalmente nella fase in cui lo schiavismo comincia ad essere ufficialmente combattuto, mentre nella realtà tocca l’apice della sua infamia. “In questo stesso anno (1865) il Governo egiziano aveva iniziato l’opera di repressione della tratta degli schiavi. Le sue barche risalivano il Nilo e fermavano quelle dei negozianti per ispezionare le merci e i passeggeri e impedire le frodi. Furono così liberati molti schiavi e sequestrato molto avorio: ma quando i negozianti si convinsero che non potevano sottrarsi agli ordini del governo, tutte le volte che stavano per essere fermati dalle barche dei soldati egiziani, uccidevano tutti gli schiavi e li gettavano in acqua per liberarsi della prova della loro colpa. Non di rado si abbandonavano ad atti di crudeltà e le guardie governative non trovavano allora sulle barche dei negozianti che membra umane fatte a pezzi. […]. La mia barca fu visitata e trovata in regola. I conduttori avevano già provveduto a far sbarcare nello scalo precedente gli schiavi, che avevano dovuto proseguire il loro triste viaggio a piedi.”

E non è tutto. Gli schiavi “liberati” spesso non hanno nemmeno più una tribù presso la quale tornare, spazzata via dalle razzie, o sono ormai troppo lontani per farlo, e ricadono più o meno larvatamente nella condizione servile.

Selvaggi. La disposizione di Piaggia nei confronti degli africani può essere definita “benevolmente onesta”. Come si è visto, nelle memorie si riferisce sempre agli indigeni come ai “selvaggi”: ma usa l’appellativo in un’accezione tutt’altro che denigratoria. Nel suo modo di rapportarsi si potrebbero scorgere echi del mito illuministico del buon selvaggio, diffuso nel secolo precedente da Rousseau e da Diderot, anche se dubito che li abbia letti: credo però che nel suo caso abbiano influito piuttosto un’indole naturalmente aperta alla comprensione delle diversità e l’esperienza diretta maturata nelle lunghe frequentazioni degli indigeni, e prima ancora il disgusto per il comportamento degli europei nei loro confronti. Nel 1875, dopo quindici anni di esplorazioni, scrive questo breve dialogo che ricorda le considerazioni di Montaigne, ma mostrando un’empatia ancora maggiore:

Domanda: Chi sono i selvaggi che voi dite sotto questo nome selvaggio?

Risposta: Selvaggio comprende tutti gli animali che vivono in selve o boschi in stato naturale e compreso l’uomo.

Domanda: Dunque l’uomo selvaggio e feroce è pericoloso all’uomo domestico?

Risposta: Al contrario, l’uomo domestico è di pericolo alla vita del selvaggio, giacché vorrebbe comandargli a prima vista con severità e con forza d’armi di distruzione.

Domanda: Il selvaggio non si deve considerare come l’uomo domestico giacché vive in selve e non conosce niente di bene al di là delle sue cacce per vivere?

Risposta: Il selvaggio non differisce in niente al di là della razza umana. Il selvaggio cresce in selve come in casa l’uomo domestico. Il selvaggio imita il bambino dell’uomo domestico fino all’età di circa cinque anni, vado a dire che il selvaggio non conosce ambizioni di sorta e né bugie di inganni col suo simile e giunto all’età d’essere sottomesso dalle leggi naturali si ritiene agli ordini d’un altro che fa da capo, come noi diciamo il Re.

Il suo rispetto è tributato su un piede di parità, come testimoniano gli atteggiamenti assunti nelle più disparate occasioni (dei quali peraltro non si fa vanto, e che suonano estremamente naturali). Nel corso della risalita del Nilo Bianco che lo porterà tra i Niam Niam Piaggia assiste ai frequenti scontri tra gli indigeni e la scorta armata della compagnia commerciale cui si è aggregato: ma non vi prende parte, se non quando deve salvarsi la pelle. Racconta di essersi trovato ad assistere al duello a distanza tra un “selvaggio” che dall’alto bersagliava di frecce i soldati e che era riuscito ad abbatterne due: “Io, che aveva visto cadere il primo e ferire il secondo, non potei trattenermi dall’accorrere in loro difesa. Mi portai immediatamente in quel punto e mi accinsi a sparare il mio colpo che non avrebbe sbagliato il bersaglio, quando vedo il selvaggio che mi fa cenno con la sua mano che il suo turcasso era vuoto. Così si voltò ed io lo lasciai partire”.

In un’altra occasione, dopo un’aggressione dovuta ad un equivoco e nel corso della quale ha reagito sparando ed è rimasto lui stesso ferito, colpito da più di una freccia, non riesce a prendere sonno: “Stavo in pensiero sulla sorte dei due selvaggi contro i quali avevo sparato e non osavo domandarlo per paura di sentirmi rispondere che erano morti. Lo chiesi alfine la mattina dopo … e mi assicurarono che nessuno dei due era morto. Uno soltanto era stato ferito, l’altro invece era illeso perché la palla del fucile era rimasta conficcata entro l’albero. […] Chiesi di vedere il ferito … Trovata nella mia povera e trascurata farmacia qualche goccia di arnica, feci lavare la ferita e la curai con l’arnica stessa. Trattenni poi il selvaggio presso di me per qualche giorno, fino a che risanato e contento poté far ritorno al suo villaggio”.

Questo il modo di considerare anche gli ostili. Con gli amici naturalmente il rapporto è molto più complesso, soprattutto quello col re Tombo. Lo presenta così: “Dimostrava un’età tra i 55 e i 60 anni; era alto di persona anche tra gli altri, scarno di membra e snello di movimenti, con muscoli prominenti. Il suo viso era lungo e magro e i denti bianchi come l’avorio. La mano destra teneva tre lance e la sinistra un grosso scudo fatto di giunchi intrecciati e variamente colorati […]. Venne da me conducendo il suo interprete e mi chiese perché fossi con i turchi e cosa cercassi in quei paesi. Dopo che ebbi risposto a tali domande, feci un grosso regalo a Tombo in anelli di rame e grani di vetro colorato. Ciò lo rese felice e disse che dal mio saluto aveva riconosciuto l’uomo grande”. La loro è un’amicizia piena di ambiguità, perché Tombo, che inizialmente considera la presenza di Piaggia al suo villaggio come un fattore di grande prestigio personale, comincerà col tempo ad essere geloso della crescente popolarità dell’esploratore. Piaggia è cosciente di vivere in un equilibrio molto precario, e in più occasioni deve difendersi dai malumori del re: ma tutto sommato regge bene la parte di uomo piovuto dal cielo e sa tirare dalla sua il favore del popolo. Ci riesce anche ricorrendo ai piccoli trucchi consentiti dalle sue competenze occidentali.

Donne. Quello però su cui la narrazione si diffonde maggiormente, e che sembra aver tanto intrigato De Amicis, è il ruolo ricoperto dalle donne presso queste popolazioni. In effetti il rapporto che Piaggia instaura con i Niam Niam ruota attorno alla loro costante e quasi assillante presenza. Come lo informa Tombo al momento del loro primo incontro: “Se non volevo l’avorio, come grande, non avrei potuto rifiutare una donna. Questa specie di omaggio è infatti il più grande che si possa fare tra quei popoli, e viene compiuto ogni volta che si voglia consacrare un’amicizia.”

Le donne sono dunque innanzitutto oggetti di scambio. Lo sono anche quando vengono razziate e ridotte in schiavitù, cedute dai negrieri come compenso ai soldati o scambiate con avorio o altre merci, e non a caso costituiscono la mercanzia più ricercata: ma qui ci interessa il loro status in seno alla tribù. Nel loro ambiente “naturale” testimoniano della potenza di un capo, che si esprime nel generare più figli, quindi più guerrieri, ma anche più figlie, cioè più oggetti di scambio. “Il capo si distingue dagli altri per il numero delle cose preziose che ha a disposizione, e cioè delle donne … Tombo viveva con una quarantina di donne, le quali alloggiavano in una trentina di capanne.” Hanno anche però un grosso ruolo economico: “Le donne sono quelle che hanno la missione di attendere alla coltivazione, perché (essi) pensano che le donne che generano e allevano l’uomo, devono anche accudire ai lavori necessari per procacciargli il sostentamento […]. Tutto quello che riguarda l’alimentazione spetta alla donna. Questa coltiva, pesca, va in cerca di frutti nei boschi, macina i semi, cuoce i cibi, li offre all’uomo, e se occorre, per amore di questo, soffre la fame”.

Ad erudire Piaggia su come le donne vanno trattate è proprio Tombo, che peraltro è gelosissimo del suo harem: “Bonariamente soggiungeva che le donne non si devono mai bastonare, perché esse devono farci da mangiare e servirci: se si comportano male si puniscono col privarle del nostro sguardo e della nostra parola; se la donna tradisce il suo uomo questi ha il diritto di metterla a morte”. Tale diritto viene da lui fatto valere anche nei confronti delle figlie. L’esploratore interviene giusto in tempo ad evitare che una di queste poverette sia pubblicamente giustiziata dal padre per essersi appartata con un giovane della tribù (a sua volta già ucciso e mutilato).

Quando poi Piaggia decide di fabbricare un piccolo molino, composto da due pietre da girarsi a mano e in grado di ottenere in pochi minuti quella farina che sino ad allora era costata alle donne tante ore di fatica, lo redarguisce e gli impone di distruggere il meccanismo. “Da quando – mi disse – hai inventato il molino, le donne non sanno più cosa fare, e invece di restare nelle capanne vanno nei boschi. Tu non devi dare alle donne cattive abitudini, perché la donna è fatta solo per lavorare, e quando non lavora va in cerca dell’uomo.”

In compenso Tombo lascia spesso e volentieri, e non senza una certa malignità, il povero Piaggia alla mercé della sua affollata e vivacemente curiosa corte femminile. Dapprima l’approccio è timido: “Si spargeva la voce tra quelle tribù che Tombo aveva ricevuta la visita di un uomo bianco, e nasceva una grande curiosità di vederlo, soprattutto tra le donne. Queste a gruppi tentavano di avvicinarsi a me nascondendosi tra le erbe, o dietro i tronchi degli alberi. […] Il quarto giorno, pregato da Tombo, mi recai da lui per presentarmi alle sue donne che erano impazienti di conoscermi. Al mio arrivo ne scorsi più gruppi accovacciate a terra sedute sulle calcagna; man mano che mi accostavo, esse si alzavano sui piedi e indietreggiavano in segno di paura”. Poi però la curiosità prevale: “La loro più grande meraviglia era di vedermi vestito, e si struggevano dalla curiosità di vedere di cosa era fatta la mia seconda pelle […]. Quando cominciarono a prendere maggiore dimestichezza con me, non mi davano pace con la loro curiosità. […] Il capo ci assegnò il luogo per trascorrervi la notte. A me destinò un posto vicino alle sue donne, che mi circondarono pregandomi insistentemente di scoprirmi i piedi per vedere come ero fatto sotto i panni. Non posso descrivere la loro meraviglia nel vedere la pelle bianca: c’era chi per lo stupore alzava le braccia al cielo, altre le portavano sopra gli occhi per vederci meglio, altre se ne stavano a bocca aperta. […] Dopo la partenza di Tombo molte donne si affollarono intorno a me. Mi rivolgevano molte d omande che io non potevo né intendere né indovinare: e poiché erano tutte scoperte, volevano vedermi scoperto al pari di loro. Quando compresi questo loro desiderio, feci capire che non potevo farlo perché il sole cocente avrebbe bruciata la mia pelle”.

Bene, questa storia si ripeterà per i successivi due anni, nei quali Piaggia inizia ad un certo punto a spostarsi da una tribù all’altra per conoscere tutti i capi, raccogliere il maggior numero possibile di informazioni e in qualche caso fungere da paciere tra gruppi rivali. Si muove più disinvoltamente, perché ha imparato a conoscere i punti deboli del suo pubblico di ammiratrici, i trucchi per ammaliarle e quelli per tenerle a bada; ma deve comunque difendersi costantemente dalle offerte dei capi che vogliono dargli le loro figlie in dono, badando a che il suo tergiversare non venga percepito come un rifiuto, cosa che risulterebbe molto offensiva e pericolosa. E ad un certo punto entra in scena anche una donna particolare, che rende il suo celibato ancor più complicato. “Da tempo avevo sentito parlare di una bellissima donna giovane chiamata Mambia, figlia di un capo, e io desideravo conoscerla. […] La figlia di Sati non dimostrava più di 14 o 15 anni; assai alta, la sua statura non era diversa da quella di una grande donna europea. Le sue fattezze non potevano essere più regolari di quelle che si ricercano in un modello di beltà. La sua pelle aveva un bel colore rosso scuro, ed era liscia e gentile come quella di una figura di cera. […] Non altro copriva le sue vaghe fattezze che qualche anello di ferro posto alle caviglie dei piedi e ai polsi delle braccia.”

Acquista la ragazza pagando al padre due anelli di rame, e la conquista poi regalandole un gonnellino di stoffa. Ma scopre subito che Mambia non è un tipo casalingo. La ragazza sparisce per una decina di giorni, e quando Piaggia le chiede dove è stata “rispose che essendo diventata grande fin dal momento in cui la chiesi alla presenza delle donne di Sati, aveva acquistato il diritto di recarsi dove volesse per far conoscere il suo nuovo stato. Avendo inteso che io volevo recarmi al sud, essa aveva preceduto il mio viaggio in quelle regioni, annunciandomi a quei popoli, i quali ormai non desideravano altro che di vedere il bianco vestito”.

In effetti Mambia diventa il suo araldo e gli apre le porte di un villaggio dopo l’altro. Ma la vita per Piaggia diventa a questo punto difficile: “Arrivai la sera al villaggio Invora. Per non deludere la insistente curiosità di quei popoli, dovetti accendere il fuoco all’aria aperta e lì lasciare che le donne mi contemplassero. Mi fecero scoprire le gambe, le braccia, la testa e via via sempre più cresceva il loro stupore. Vollero toccarmi le gambe scoperte e le braccia, ma con una timidezza che io non potrei descrivere, giacché appena sfiorata la pelle, ritiravano la mano come se toccassero il fuoco. E sarebbero andate più avanti se lo avessi consentito […]. Verso mezzanotte mi distesi presso il fuoco per dormire. Ma il sonno fu assai leggero ed agitato. Più volte dovetti respingere le mani che sentivo penetrare nei miei lunghi capelli che non tagliavo da quasi un anno. Certo neppure le donne chiusero occhio durante quella notte”.

La scena è identica nelle tappe successive. “Come sempre, io dovetti trascorrere la notte con le donne. Questo fatto, che Mambia mi imponeva continuamente come un dovere, mi dava molto fastidio e molto mi rincresceva di non poter riposare presso la mia gente, accanto al mio equipaggio […]. Restai varie notti senza poter chiudere un occhio. La strada sotto i miei piedi sembrava a tratti dileguarsi alla mia vista; ritardavo la risposta alle parole che mi venivano indirizzate dai selvaggi; e talvolta nemmeno le intendevo per quanto ora conoscessi il loro linguaggio.”

Il povero Piaggia capisce che è arrivata l’ora di prendere il largo. Se la svigna dunque nottetempo con i suoi portatori, mettendo la maggior distanza possibile tra sé e la sua impresaria. La ritroverà più tardi, al villaggio di Tombo (e in lite con tutte le altre donne) e le affiderà la custodia della sua capanna e dei suoi beni. Ma non ci sarà un lieto fine: nelle memorie successive Mambia non è nemmeno più citata. Del resto, una volta placatasi l’eccitazione della novità, anche le altre donne della tribù finiranno per disertare progressivamente la sua compagnia. Una disaffezione che è colta da Piaggia come spia del mutamento degli umori nei suoi confronti, già percepibile nella crescente ostilità di Tombo, e che lo induce a chiudere precauzionalmente questa straordinaria esperienza.

Ho dedicato qualche pagina in più a questo particolare aspetto della narrazione di Piaggia non con l’intento di insaporire un po’ la vicenda, ma perché mi sembra aprire una finestra poco frequentata dagli altri esploratori (ma anche dagli antropologi. Nel suo fondamentale studio su Gli Azande Evans-Pritchard riserva alla condizione femminile poco o nullo spazio, mentre si sofferma ad esempio sulla pratica dell’omosessualità, alla quale Piaggia non fa il minimo accenno). Eppure la vita di queste popolazioni era fortemente condizionata sotto ogni punto di vista, non solo sotto quello economico o della continuità demografica, dall’elemento femminile. Piaggia lo ha capito benissimo: “Le donne costituiscono il bene maggiore per i popoli che vivono tuttora allo stato naturale […]. I bambini sono amati tanto se maschi quanto se femmine: ma sono preferite queste ultime poiché la donna rappresenta per questi popoli la principale ricchezza”. Certo, ha capito anche che sono considerate “un bene”, quindi un oggetto, una proprietà, ma ha potuto verificare che all’interno di questa condizione godono di una libertà che è sconosciuta alle loro congeneri europee: “Gli indigeni non sorvegliano giammai la propria moglie; le maritate vanno ove vogliono a tutte le ore del giorno e della notte; per lo più, quando sono in giro, sono sempre in compagnia di altre e tutte rispettano i propri mariti.

[I maschi] poco o nulla sentono la gelosia. Se per caso qualcuno sorprende la propria moglie con un altro uomo, si limita, da quel momento, a trascurare la donna e l’uomo deve pagare come indennità del torto fatto cinque o sei pezzi di ferro. […]. Diventata adulta, la donna si sceglie un compagno provvisorio se desideri diventare madre di fatto e presto. L’uomo prescelto viene da essa custodito e curato come un proprio figliolo. Queste premure non durano a lungo, perché spesso la ragazza si stanca perché rimane incinta o per semplice sazietà, Allora riprende a fare la vita da sola. Quando però torna il desiderio di vivere con un uomo, non esita a farlo, o con il primo o con un altro”. Magari qui Piaggia offre un’interpretazione un po’ sopra le righe dei costumi sessuali dei Niam Niam, ma non credo lo faccia con un intento pruriginoso. Penso invece che non si allontani di molto dalla sostanza: non descrive questi costumi con entusiasmo, ma per essere un uomo vissuto in piena età vittoriana (sia pure nella versione molto più lasca della morale all’italiana) mantiene nei loro confronti una obiettività tutt’altro che sprezzante. Inoltre la sua è forse l’ultima testimonianza di un modello di vita ancestrale, prima che lo schiavismo e la colonizzazione ne cancellino ogni memoria.

Cannibali. Sui Niam Niam correva la voce che fossero dediti all’antropofagia. Piaggia conosce queste voci, ma dà loro un credito relativo. Già nel corso del primo viaggio annota un episodio che ci mostra quanto sia cauto nel dare credito alle leggende. “Si presentò un gruppo di selvaggi i quali, chiamato il dragomanno, gli consegnarono un braccio umano affumicato, dicendo che essi per il momento offrivano quel dono al nostro capo (che ero io!); il resto l’avrebbero portato tra poco […]. Questo fatto convinse i miei soldati che quei selvaggi erano antropofagi: io però non ero di questo avviso, ritenni che questa offerta ci fosse fatta fare dal dragomanno appositamente per spaventare i soldati e quindi costringermi a tornare indietro.”

Si ricrede però qualche tempo dopo, invitato a pranzare nella capanna di Tombo. “Presi un po’ di polenta e staccai con le mie mani (come è l’usanza di quelle tribù) un poco di carne da un pezzo assai grosso messo a nostra disposizione. Non seppi distinguere l’animale al quale era appartenuta quella carne Era poco fibrosa e mescolata a verdura che riconobbi per acetosale.

Al sapore mi parve piuttosto dolce, e ne mangiai solo quel tanto che appariva sufficiente ad assolvere il mio dovere di ospite […]”.

Poco dopo, inoltratosi nella boscaglia, incontra un gruppo di giovani guerrieri che gli appaiono tristi e impauriti. “Scorsi, allora, appeso ad un ramo di un albero, un giovinetto che con i piedi toccava la terra. Giratogli attorno vidi due grandi tagli nelle natiche, dalle quali era stata asportata gran parte della carne. Ritornato verso i selvaggi, che apparivano melanconici, domandai cosa fosse accaduto.

Tombo – risposero – ha sorpreso quest’uomo con una sua donna proprio in questo punto. Lo ha ucciso con un colpo di lancia, lo ha attaccato all’albero e tagliata una parte delle sue carni lo ha lasciato così.

Quando appresi che Tombo aveva così mutilato la sua vittima, sentii un brivido freddo corrermi per le ossa e il gelo mi salì per la spina dorsale. Poco mancò che non dessi di stomaco, e bisognò che mi sedessi perché sentivo mancarmi le forze.”

Ma si riprende, e pieno di rabbia va a chiedere spiegazioni a Tombo. Il quale con la massima calma gli dice: “Il mio popolo è anche il tuo, e se tu non fai vedere che lo mangi quand’è cattivo, non rispetterà le tue donne. È così che fanno tutti i grandi”.

Piaggia non commenta ulteriormente l’episodio. E non lo farà nemmeno in seguito. È chiaro che la scoperta non lo lascia indifferente, sia per la nausea di essersi cibato di carne umana che per la sgradevole sensazione di poter far parte lui stesso un domani del menù. Non condivide certamente la spiegazione data da Tombo, depreca il suo gesto, ma l0 capisce. Non ha una funzione alimentare, ma un significato rituale. D’altro canto ha dovuto assistere a punizioni, torture, mutilazioni, praticate dai bianchi e dai “turchi” altrettanto e forse ancor più feroci. Per cui ogni parola di condanna sarebbe ipocrita.

Civiltà. A questo mi riferivo quando parlavo della singolarità di Piaggia. Al fatto che non solo, a differenza della quasi totalità degli esploratori suoi contemporanei, non è mosso da intenti di evangelizzazione o di civilizzazione, ma si accosta ai suoi interlocutori “selvaggi” come un osservatore neutrale, attento e motivato da una curiosità genuina, dietro la quale non si nascondono pregiudizi o facili infatuazioni. Sa di essere diverso, almeno per quanto concerne il bagaglio culturale che si porta appresso, ma è diverso a casa d’altri e quindi si adatta ai loro costumi. Non pretende di capirli fino in fondo, non si adegua supinamente a tutto, non si mostra ipocritamente affascinato e attratto dalla loro cultura: insomma, non vuole essere “uno di loro” più di quanto loro non vogliono essere come lui. Vuole semplicemente conviverci.

La differenza sta qui. Constata che non esiste presso questi popoli il concetto di proprietà privata della terra; che la loro natura sarebbe fondamentalmente mite e pacifica (anche se ormai la penetrazione europea, motivata dal “turpe commercio”, la sta corrompendo); che non hanno alcuna fede religiosa in nome dalla quale morire o uccidere: ma non assume tutto ciò a modello di un mondo idillico, di una utopia delle origini. È un mondo altro, nel quale vigono leggi e rapporti diversi, e nel quale hanno il loro posto anche l’antropofagia, la libertà sessuale delle donne, la semischiavitù dei giovinetti. Un mondo nel quale Piaggia vuole interferire il meno possibile: sono rarissime le situazioni nelle quali interviene, e quando lo fa ricorrendo ad un rapporto di forza, a quella superiorità che la tecnologia bianca gli consente (il fucile, la lente con la quale incendia una capanna, ecc.) sfrutta quest’ultima come strumento puramente occasionale: non mira a fondare su di essa una soggezione continuativa. Per questo, ad esempio, accetta senza troppe recriminazioni di distruggere il piccolo molino che ha costruito con tutte le migliori intenzioni: si rende conto dopo le parole di Tongo che andrebbe a sconvolgere l’equilibrio tradizionale sul quale la vita dei Niam Niam si fonda.

Piaggia non si sente dunque affatto un portatore di civiltà: “Molti dicono che le ferrovie, i telegrafi e le macchine in genere portano la civiltà in nuove contrade e in nuovi popoli. Invece i selvaggi non sentono bisogni nella loro semplice vita, e non sono per nulla ambiziosi, m a limitati nei loro bisogni; al contrario di ciò che sono a detta di costoro i turchi, che, dove vanno, portano nuovi comandi e gastighi e puniscono con la morte chi non capisce i loro barbari ordini […].

Che altro possono fare i vapori per i popoli selvaggi se non portare loro fucili e munizioni? Questo non si chiama civiltà, ma barbarie.”

A dire il vero non si sente nemmeno un esploratore. È genuinamente sorpreso dall’eco che le vicende della permanenza nel cuore del continente nero stavano suscitando, a sua totale insaputa. Quando gli viene chiesta, in occasione di una conferenza, un’autopresentazione, se la sbriga così: “Nel 1957 ero sui monti Regiaf; l’anno appresso conducevo una squadra di cacciatori di elefanti lungo il fiume Bianco; nel 1860 viaggiavo col Marchese Antinori verso il Bahr-el-Ghazal; l’anno dopo percorrevo i territori delle tribù dei Cianghé e dei Giur; fra il ‘63 e il ‘65 attraversavo in direzione longitudinale tutta la grande regione idrografica del Bahe-el-Ghazal e visitavo per primo la zona compresa tra il 7° e il 4° parallelo nord; tra il ‘712 e il ‘75 mi trovavo successivamente coll’Antionori a Cheren, nell’Abissinia interna col conte di Sarrec, e solo sul lago di Tzana; nel ‘75 rimontavo per la quinta volta il Nilo Bianco col colonnello Gordon e col Gessi e sulla fine del ‘76 ero di nuovo al Cairo, dove la società Geografica del Khedivé mi riceveva a festa”.

Tutta una vita, e che vita, in dieci righe.

Dovrà trascorrere oltre mezzo secolo dalla morte prima che le sue Memorie vengano pubblicate. Non è difficile capire il perché. Chi scrive così, e soprattutto pensa e si comporta così, non è adatto a palati assuefatti al colonialismo. Ma nemmeno a quelli successivamente svezzati dal post-colonialismo, che si pascono del singhiozzo dell’uomo bianco e del “tramonto dell’Occidente”. Piaggia era altrettanto semplice e autentico quanto i suoi Niam Niam: era modesto, era umile, nel senso che era privo di ogni parvenza di boria o presunzione, ma non era affatto remissivo, e men che mai meschinamente ossequioso. Possedeva insomma tutti i caratteri di quella specie di uomini che in nessuna epoca possono diventare delle icone, e che è sempre più raro incontrare.

Bibliografia essenziale

Battaglia, Roberto – La prima guerra d’Africa – Einaudi, 1958

Carlini Venturino Aurora – Carlo Piaggia – Paravia, 1951

Evans-Pritchard, E.E. – Gli Azande – Jaka book, 1976

Lupi Luca (a cura di) – Carlo Piaggia e le sue esplorazioni africane (1851-1882) – 2 voll. – Dancalia, 2017

Lupi, L, Quirici M. – Carlo Piaggia. Dalla Lucchesia all’Africa – Tagete, 2022

Mazzotti, Stefano – Esploratori perduti – Codice, 2011

Pellegatta Alessandro – Carlo Piaggia. L’esploratore ritrovato – Anteo, 2026

Pellegrinetti Alfonso – Le memorie di Carlo Piaggia – Vallecchi, 1941

Piaggia, Carlo – Due anni tra i cannibali – SEI, 1981

Valle, Marco – Viaggiatori straordinari – Neri Pozza, 2024

Rassegne e rassegnazione

di Paolo Repetto, 5 aprile 2024

Se la classe dirigente è fatta di imbecilli
immaginiamoci cosa possa essere la clientela media.

Fino a qualche anno fa comparivano regolarmente su La Settimana enigmistica (o magari compaiono ancora, non ho verificato) un paio di storiche rubriche, l’una titolata “Spigolature”, l’altra “Strano ma vero”. Raccoglievano in ordine sparso, senza alcun visibile criterio e con trattazione telegrafica, aneddoti e curiosità del tipo più disparato, dal gatto svizzero che giocando col telefono allerta la polizia all’invenzione dei catarifrangenti stradali (nel 1934, per chi fosse interessato), dalla storia di sant’Irmina di Treviri all’esistenza di oltre quattrocento varietà di agrifoglio. Se ricordo bene, l’unica differenza tra le due pagine stava nel fatto che la seconda era illustrata da vignette.

Si trattava in genere di informazioni banalissime, e quando non riuscivano tali erano comunque bizzarrie buttate lì a fare mucchio, e quindi totalmente inutili. Ciò nonostante, sino a quando La settimana enigmistica è rimasta l’ultimo nutrimento culturale di mia madre ho continuato a scorrerle avidamente: un po’ per una congenita coazione alla lettura, quella che m’imponeva di divorare tutto ciò che di scritto mi capitava sotto gli occhi, a tavola persino l’etichetta dell’acqua minerale (malgrado la conoscessi a memoria, perché si trattava sempre della stessa bottiglia, riempita con l’acqua del rubinetto), un po’ per la precoce e morbosa curiosità di indagare sino a che punto potesse spingersi la stupidità umana: e devo dare atto che entrambe le rubriche ne fornivano, non ho mai capito quanto involontariamente, degli esempi spassosissimi.

Bene, ho pensato di continuare a divertirmi proponendo io stesso una piccola antologia di “spigolature” recuperate nei quadernoni dalla copertina nera che ingombrano le mie scrivanie e i ripiani della mia biblioteca. Non ho seguito un criterio cronologico, e nemmeno avrei potuto farlo, perché si tratta di appunti, stralci di notizie e citazioni annotati frettolosamente sul primo spazio bianco disponibile, a margine di letture o di riflessioni estemporanee. Ho cercato qui di raccogliere quelli più recenti o che mi sembravano conservare un’inquietante (e tragica) attualità. Negli intenti avrebbero dovuto fornire lo spunto per futuri pezzi di costume o di approfondimento, di fatto sono poi rimasti lì, e forse è stato meglio così: nella forma grezza, e nel disordine sparso, sono più eloquenti di qualsiasi trattazione.

***

Rassegne e rassegnazione 02Settembre 2023 – A Modena 160 persone hanno sborsato settanta euro a testa per seguire dal vivo il seminario di un “contattista”, un ex-ferroviere che parla coi marziani, razzola liberamente nelle basi nucleari russe ed è ospite quasi fisso di Red Ronnie (un giorno si dovrà anche parlare del dramma dei pensionamenti anticipati, in ferrovia o altrove, che hanno gettato un sacco di gente nella necessità di inventarsi le occupazioni più peregrine). L’incontro è durato otto ore e non comprendeva il servizio di buffet: chi voleva rifocillarsi durante la pausa pranzo o si accomodava al ristorante (pagando, naturalmente) o mangiava un panino sulla strada. Allo stesso prezzo si poteva anche seguire il seminario da remoto – risparmiando in questo caso le spese di viaggio e del pasto, ma perdendo la magia dell’incontro dal vivo col bagonghi. Comunque, a seguire tutta la faccenda via web erano iscritte diverse altre centinaia di persone.

Autunno 2023 – A Trevigiano Romano, vicino al lago di Bracciano, una veggente parla da sette anni a intervalli regolari con la Madonna (o con Gesù, se la Madonna ha altri impegni). Ultimamente s’intrattiene in realtà molto più con gli inquirenti, perché la fede di alcuni dei seguaci, che le avevano intestato piccoli patrimoni, comincia a vacillare.

In compenso a Manduria, nei pressi di Taranto, da trent’anni la Vergine dell’Eucaristia (o suo figlio) appaiono ad un’altra veggente – ecco dov’erano impegnati –, una che ha intrapreso la carriera giovanissima, e le trasmettono messaggi accorati. Il fenomeno non ha la stessa risonanza mediatica, mantiene un basso profilo, ma non manca del suo bravo seguito ed è approdato sui social. Chi volesse partecipare alla preghiera in diretta dalla Cappella della Celeste Verdura (si chiama così, lo giuro, il piccolo santuario che ospita periodicamente il miracolo), può farlo in qualsiasi momento su Facebook o sul canale ufficiale accessibile da Youtube.

Dov’è la novità? Infatti. Nulla di nuovo sotto il sole. Sono solo tre banalissimi casi di citrullaggine tra i mille altri analoghi che si possono raccattare con un giro in rete o spulciando i quotidiani. Niente naturalmente a confronto delle stigmate di Padre Pio, o di fenomeni “globali” come quelli dei rettiliani o dei terrapiattisti. Rispolverano però per l’ennesima volta le domande fondamentali, alle quali varrebbe la pena ogni tanto provare a rispondere, per un esercizio di igiene mentale. E cioè: possiamo ancora liquidare queste cose con una risata, o sarà bene cominciare seriamente a preoccuparci? E in un contesto del genere, non sarà opportuno ripensare il significato di “democrazia”?

Rassegne e rassegnazione 03Marzo 2019 – «La verità è che George Orwell era una creazione della CIA, indipendentemente dall’opinione che si ha sulla qualità letteraria delle sue opere. La CIA non aspettò un momento ad investire fondi per promuovere la sua opera. Era consapevole dell’effetto devastante che il messaggio di un presunto rappresentante dei valori della sinistra poteva avere su ampi settori dell’opinione pubblica. Come altri intellettuali di quel, e di questo, periodo, Orwell soccombette alla seduzione del facile successo e della rapida notorietà che rese possibile la trasmissione di un messaggio costruito dai creatori della “guerra fredda”. Ma la tragedia della sua memoria fu duplice. Da un lato, l’apertura di alcuni fascicoli polverosi del Foreign Office ne rivelò la personalità fraudolenta. L’assenza di scrupoli dello scrittore inglese era paragonabile solo a quella dei più spregevoli protagonisti dei suoi stessi romanzi.» (Manuel Medina, George Orwell: Breve biografia di un magnaccia al servizio della CIA, da Forum Marxismo Leninismo)

Medina è palesemente un idiota, e il sito che lo ospita potremmo considerarlo semplicemente patetico, da non spenderci neppure un secondo: non fosse che, al pari di molti altri blog (personalmente ne ho rintracciati almeno una quindicina: quando sono giù di corda amo perdere tempo in queste cose) testimonia il persistere in quella che si arroga l’etichetta di “sinistra dura e pura” di un atteggiamento antico nei confronti della cultura autenticamente libertaria. Mi è tornata infatti immediatamente in mente la stroncatura di 1984 pubblicata da Togliatti su Rinascita (1950): «Con la pubblicazione di 1984 di Orwell […] la cultura borghese, capitalistica e anticomunistica, dei nostri giorni, ha aggiunto al proprio arco sgangherato un’altra freccia: un romanzo d’avvenire! […] L’autore accumula con la maggiore diligenza tutte le più sceme tra le calunnie che la corrente propaganda anticomunista scaglia contro i paesi socialisti.

Nel “partito” (metafora del Pcus) si insegna a commettere, per il “partito”, le azioni più stolte, a mentire, a negare la evidenza dei fatti […] Il capo del partito ha i baffi neri e il suo nemico mortale la barbetta a punta, a questo punto si scopre invece proprio soltanto l’autore, nella meschinità e abiezione che a lui stesso sono proprie.

Le botte servono davvero a troppe cose, nel libro di George Orwell […] doveva aver davvero una grande esperienza di bastonature e torture, questo poliziotto coloniale, per giungere a porre la fiducia nelle torture e nelle bastonature più in alto che la fiducia nella ragione umana.»

Questo era lo stile di Togliatti, aggressione, insulto e menzogna, fatto immediatamente proprio da tutta quell’intellighentjia comunista che “il migliore” aveva ramazzato nell’immediato dopoguerra, pescando in gran parte dalle file dei transfughi dell’ultima ora dal fascismo.

Ora, devo ammettere che nel clima di incipiente guerra fredda degli anni tra i Quaranta e i Cinquanta quel linguaggio, persino quel livore, ci stavano: voglio dire, non che fossero giustificabili, ma almeno era comprensibile perché se ne facesse uso.

Quella modalità polemica (soprattutto il “negare l’evidenza dei fatti” che Togliatti contestava alla vittima del suo attacco), e, ciò che è peggio, la forma mentis sottostante, sono state fatta proprie però anche dalle generazioni successive: lo testimonia ad esempio lo sprezzo col quale Calvino liquidava Orwell nei tardi anni Sessanta, definendolo un “libellista di second’ordine” (in una lettera “aperta” a Geno Pampaloni) “portatore di uno dei mali più tristi e triti della nostra epoca: l’anticomunismo”. All’epoca Stalin era morto da un pezzo, e il regime sovietico aveva mostrato il suo vero volto. soffocando nel sangue dimostrazioni e rivolte popolari in Germania, in Polonia e in Ungheria. La miopia e il livore non erano più nemmeno comprensibili. Calvino avrebbe poi parzialmente ritrattato il suo giudizio solo vent’anni dopo, dicendo che il libro era stato mal compreso perché sin troppo anticipatore. Ma altri, come ad esempio Vattimo, ancora a metà degli anni Ottanta, dopo che Orwell era stato “riabilitato” persino da L’Unità, hanno insisto a ribadire che 1984 è “lontano dal nostro mondo, tranne che per un particolare: l’impotenza del potere, la sua disfunzione, la sua fatiscenza” e che “segue la moda della fantascienza stracciona, dell’utopia delle rovine”.

È un fiele che corre ancora oggi tanto nelle vene della sinistra nostalgica quanto in quelle dei sinistrati dalla decostruzione post-moderna, e non è affatto prerogativa di un uno sparuto branco di anime povere. Lo si nomini putinismo, o madurismo, o più genericamente anti-occidentalismo, ha i suoi referenti culturali proprio in quelle “aristocrazie intellettuali” che si chiamano ipocritamente (e spettacolarmente) fuori dalla società dello spettacolo.

Rassegne e rassegnazione 04Gennaio 2013 – “La Digos di Firenze ha operato il fermo di un giovane fiorentino ritenuto un componente del commando che la notte di capodanno ha incendiato otto automezzi di una ditta di latticini di Montelupo Fiorentino e provocato anche gravi danni al deposito merci. Il ventiduenne Filippo Serlupi D’Ongran, rampollo di una nobile famiglia, è ritenuto fra i responsabili anche di altri quattro episodi a firma ARD (Animal Liberation Front) commessi in Toscana a danno di strutture di macellazione.” Gli altri componenti del commando sono riparati all’estero e all’epoca erano ricercati. Non mi risulta abbiano subito condanne.

Ottobre 2019 – È morto Beppe Bigazzi, prima vittima italiana dell’intolleranza animalista, sospeso dalla Rai nel 2010 per aver osato ricordare un necessario ingrediente della sua remota infanzia toscana: il gatto.

Dicembre 2020 – Uno spot di Telefono Azzurro, lanciato in occasione della Giornata universale dei diritti dell’infanzia (il 20 novembre), mostra una casa in fiamme. Si sente un cane abbaiare, e un uomo entra in una stanza già aggredita dal fuoco. Su un divano ci sono due bambini terrorizzati e con loro un cane, quello appunto che ha abbaiato. L’uomo prende il cane in braccio e lo porta in salvo, lasciando i bambini al loro destino. Messaggio crudo e schiettamente esplicito: c’è troppa gente che si preoccupa degli animali e dimentica e trascura i cuccioli d’uomo, ribadito dall’hashtag: #Primaibambini. Lo spot è stato immediatamente sepolto dagli insulti e travolto dalle polemiche, ed è stato ritirato.

Agosto 2021 – Paul Farthing, un politico inglese, ex-deputato liberal-democratico, ha evacuato per via aerea dall’ Afghanistan in Inghilterra centosettanta cani e gatti. Ha poi dichiarato “Sono davvero profondamente triste per gli afghani”, e non si riferiva ai levrieri, ma agli umani. Che non ha ospitato sull’aereo, non c’era spazio.

28 Luglio 2022 – “Tante sono le storie d’amore che legano le persone ai loro animali che spesso diventano compagni di vita da cui è difficile separarsi. Adesso qualcosa è cambiato, a Santa Margherita potranno rimanere insieme “per sempre”, anche dopo il decesso, dove (!?) è arrivata in consiglio comunale la richiesta della sepoltura con le ceneri del proprio animale da compagnia”. (Comunicato del sito comunale)

Quanto costa uno psicologo per cani? La tariffa oraria per la visita comportamentale è di 90 €. Indicativamente la prima visita comportamentale richiede 75-90 minuti. Gli incontri successivi generalmente richiedono 60 minuti. Nel caso sia necessaria una visita a domicilio, verrà addebitato un costo di viaggio pari a 0,30 € /km (andata e ritorno).

Rassegne e rassegnazione 054 Dicembre 2023 – Gli attivisti del movimento ambientalista Ultima generazione hanno occupato le carreggiate dell’autostrada Roma-Civitavecchia all’altezza di Torrimpietra. Nel corso della protesta hanno utilizzato del mastice per incollare le mani sull’asfalto dell’autostrada. Secondo il racconto degli ambientalisti durante la loro iniziativa un automobilista è sceso dalla sua vettura e ha aggredito un attivista, quindi è risalito a bordo e ha tentato di investirne un altro. Le due persone non sono rimaste ferite in modo serio. La polizia ha poi (con tutta calma) rimosso il blocco e identificato i responsabili dell’iniziativa (organizzata contro l’utilizzo di carboni fossili). Sono stati tutti accompagnati negli uffici della polizia stradale, e prontamente rilasciati.

19 Dicembre – Roma: nuovo blocco di Ultima generazione sulla Salaria, un automobilista schiaffeggia l’attivista e si becca una denuncia.

23 Dicembre – Blitz di Ultima Generazione sotto Palazzo Chigi. I poliziotti portano via due attivisti, che urlano: “Mi stanno facendo male”!

Commento di un mio coetaneo: “Se questi rappresentano l’ultima generazione, sono fiero di essere avanti con gli anni”.

5 Marzo 2024 – Condannati ad 8 mesi per il reato di danneggiamento aggravato i tre attivisti di Ultima Generazione che il 2 gennaio dello scorso anno erano stati arrestati per aver imbrattato con vernice rosa la facciata di Palazzo Madama. “Un fatto commesso con violenza – ha detto il pubblico ministero – che ha provocato danni considerevoli: l’ingresso a Palazzo Madama è stato interrotto per 30 minuti (che sarebbe il male minore) e sono servite decine di migliaia di euro per il ripristino (questo sì che è grave)”.

Autunno 2023 – Nei giorni scorsi, a chi gli aveva chiesto cosa pensasse dell’iniziativa dei giovani di Ultima generazione, Luca Mercalli ha risposto: “Quante opere d’arte sono state irrimediabilmente distrutte dalle alluvioni causate dal cambiamento climatico? Gli attivisti le hanno imbrattate? No, perché c’era sempre una lastra di vetro a proteggere i dipinti. Ecco, i giovani che protestano per il clima hanno ragioni sacrosante. Tutte le persone che stanno protestando fanno benissimo a farlo: chiedono un maggior impegno ai loro governi, chiedono la vivibilità del pianeta, per loro e per le future generazioni”. Fantastico. Sono convinto anch’io che il pianeta stia andando a ramengo. Al contrario di Mercalli ho però qualche dubbio sul tipo di “sensibilizzazione” che queste iniziative promuovono. Senza parlare poi del reale livello di consapevolezza e della coerenza comportamentale di chi le mette in atto.

Rassegne e rassegnazione 06Marzo 2024 – L’Università di Trento ha varato un nuovo regolamento. La novità è il femminile sovraesteso per le cariche e i riferimenti di genere. Si useranno “la decana”, “la rettrice”, “la professoressa”, “la candidata”, tutto declinato al femminile, anche se le persone indicate sono uomini.

Nel 2017 l’università di Trento aveva approvato un vademecum per un uso del “linguaggio rispettoso delle differenze”, con l’obiettivo di “promuovere un uso non discriminatorio della lingua italiana nei vari ambiti della vita quotidiana della comunità universitaria” come durante gli eventi pubblici o nel la produzione di testi amministrativi. Il nuovo Regolamento avrebbe dovuto essere scritto riferendosi ai gruppi di persone (studenti, docenti, eccetera) sia con il femminile che con il maschile. Questo secondo il rettore Deflorian avrebbe finito per appesantire eccessivamente tutto il documento e quindi, per “facilitare la fase di confronto interno”, gli uffici amministrativi avevano iniziato a lavorare a una bozza che conteneva solo femminili.

La demenzialità del tutto è stata denunciata proprio dalle rappresentanti femminili dei gruppi studenteschi. «Basta con la retorica vuota e paternalista che suggerisce che l’inclusione nelle università sia una questione di linguaggio. L’ambiente accademico richiede rispetto per l’intelligenza e la competenza di ogni individuo, indipendentemente dal genere […] L’uso del cosiddetto “linguaggio femminile sovraesteso” vuole essere un tentativo di compensare decenni di discriminazione di genere, tuttavia, potrebbe avere l’effetto contrario, finendo con il far sentire esclusi alcuni ragazzi e ragazze compromettendo quindi l’obiettivo di inclusione». Difficile sostenere il contrario. E ancora: «Riteniamo che porre l’accento in modo così esasperato sulla diversità sia esso stesso un modo per discriminare».

“In Occidente c’è un’attività politica antagonista, ma si scioglie in questa specie di attivismo sostitutivo, nei confronti del resto del mondo e nei confronti del nostro passato. Alla fine, gioco di prestigio, la battaglia scompare, le cannonate non si sentono più e faccende come la lotta all’odio e all’intolleranza sul web sembrano importanti, persino coraggiose, per mancanza di termini di paragone.

L’asterisco e lo schwa, la comunicazione non ostile, genitore 1 e genitore 2, sono faccende irrilevanti e, quindi, non sono imboscate ideologiche tese ai valori e alla libertà. Sono, invece, un minuscolo sogno totalitario, inconsapevole e sfiatato, il passatempo di gente che gioca ai soldatini con la neolingua di Orwell e finisce per crederci.” (Claudio Chianese, Il linguaggio represso)

Rassegne e rassegnazione 07«Ogni nuova generazione di neonati è una invasione di barbari che invadono non dall’esterno, ma dall’interno e dal basso la società; la società ha il compito di educarli, disciplinarli, renderli civili prima che diventino adulti. Il che significa anche – soprattutto – fargli subire dei sacrifici e delle sconfitte esistenziali, in modo da far maturare i loro caratteri.

Ora, pensate a uno di questi piccoli mostri che entra in una società che si gloria di essere adulta e matura, di avere abolito ogni forma di “repressione”, che ogni giorno celebra la propria liberazione da tutti i pregiudizi, quindi da ogni gerarchia e di tutti i tabù moralistici, tipo l’antipatica distinzione fra “bene” e “male” (cosiddetti); dove i genitori prendono ogni cura per risparmiargli ogni “frustrazione”, ogni pressione dell’ambiente, tensione, sforzo e ogni dovere; scansano ogni ostacolo che si trovi davanti, vogliono essere suoi amici invece che suoi superiori. Lo mandano in una scuola che si vanta di essere “non repressiva”, di non bocciarlo mai e poi mai, che si sforza di “farlo divertire”, anzi prova a confondere il confine tra “studio” e “divertimento”; una scuola che sostanzialmente lo incita a “esprimere le proprie inclinazioni, ed opinioni”, ossia (a quello stadio) le proprie narcisistiche emozioni.

È inutile che vi dica come dovrebbe essere una società capace di civilizzare i barbari verticali, che sappia renderli virilmente adulti, continenti, cavallereschi, dotati di senso della dignità e dell’onore – ossia della vergogna di compiere atti bassi contro i più deboli. Inutile che vi canti le lodi del “controllo sociale”, del giudizio sociale che premeva su molti dei peggiori e li faceva essere meno pessimi; strillereste che voglio la società bigotta, insopportabilmente repressiva, ormai superata dal progresso e dalla libertà […].

È possibile che debba riconoscermi, sia pure in parte, sia pure con tutti i distinguo che vogliamo, in queste parole di Maurizio Blondet? Di uno dei personaggi più esecrabili della sottocultura complottista (gli ultimissimi pezzi comparsi sul suo blog titolano: Il grafene nel siero c’è, e serve ad hackerare l’uomo; Neonati uccisi e traffico di organi in Ucraina)? Dovrei chiedermi piuttosto come ci sono finito su quel blog, ma a questo ho una risposta immediata: Blondet aveva scritto a suo tempo Gli Adelphi della dissoluzione, praticamente sotto dettatura di un altro personaggio inquietante, Gianni Collu, che ho avuto la ventura di conoscere bene, e la cosa mi aveva incuriosito. Blondet di per sé non è nemmeno inquietante, è solo un paranoico (o uno squallido furbastro che specula sulla dabbenaggine diffusa) che vede poteri iniziatici e trame occulte ovunque: inquietante è invece il fatto che venga preso sul serio, non solo dallo stuolo di mentecatti che lo seguono, ma anche da coloro che lo combattono (e chissà perché, non mi meraviglia il fatto che il blog ospiti, tra gli altri, dei pezzi di Travaglio).

Ma questo è un altro discorso. La domanda era: perché mi sono riconosciuto in quelle parole, pur sentendomi distante anni luce dalle mefitiche esalazioni che circolano tra le righe? È presto detto: mi rode che come al solito un tema concreto, di evidente urgenza e rilevanza, in questo caso quello dell’educazione, venga lasciato cavalcare e snaturare e strumentalizzare a personaggi del calibro di Blondet, oppure venga trattato con la solita mielosa attitudine “buonista”. Mi cascano le braccia, ogni volta che le cronache raccontano episodi di bullismo o di violenza, per strada o nelle scuole, dei quali sono protagonisti bambini o adolescenti, al sentire psicologi e sedicenti educatori che sproloquiano di assenza di strutture, di specializzazioni, di attenzione, di stanziamenti, senza arrivare mai al dunque: al fatto cioè che le uniche vere assenze sono quelle di autorità e credibilità delle istituzioni, e di assunzione di responsabilità da parte di chi dovrebbe farle funzionare, a tutti i livelli.

La chiudo qui, per ora. Ma lo faccio proponendo un paio di altri piccoli stralci, questi recentissimi, nei quali Guia Soncini dice apparentemente le stesse cose di Blondet, ma per come le dice suonano immediatamente diverse. Non usa il “linguaggio femminile sovraesteso”, ma parla chiaro. Non si potrebbe ricominciare da qui?

“Dicevo, il gruppo di madri di piccoli teppisti. Uno non voleva fare la doccia. Ma tipo costringerlo, come si è sempre fatto con tutti i bambini del mondo? Avessi suggerito di farlo al forno, si sarebbero indignate meno. Non capivo il trauma dell’acqua. Non capivo i bisogni del bambino. Ero praticamente la Franzoni.

Tempo fa Minnie Driver ha raccontato a Conan O’Brien che i bambini americani sono molto maleducati a tavola, e per lei è inconcepibile perché ha avuto un’educazione inglese e insomma, ha rassicurato i presenti e la madre dietro le quinte, non dico che mi menassero, ma se mi comportavo male al ristorante mi portavano in macchina e mi lasciavano lì chiusa finché loro non finivano di cenare.

Oggi se lasci un figlio in macchina scoppia un casino non dico pari a quello che ti toccherebbe se osassi lasciar solo un cane, ma insomma la potestà genitoriale secondo me te la levano, e qualcuno che per strada ti riconosce e ti sputa come fossi il simbolo d’ogni immoralità lo trovi. È perché i bambini in cent’anni sono passati da gente abbastanza piccola da esser mandata nelle miniere a creature sacre, certo.” (da linkiesta.it, 11 marzo)

Giornate di stremanti interrogativi per gli ufficialmente adulti che, pur di non crescere, sono determinati ad avere un rapporto alla pari coi figli, figli ai quali non s’è completata la mielinizzazione del cervello ma lasciamo stare i termini scientifici: quel che è importante è dar loro il diritto di voto anche se non sanno allacciarsi le scarpe.

Dunque abbiamo da una parte un sedicenne che accoltella una professoressa, dall’altra una undicenne che lascia un commento a Chiara Ferragni su Instagram. Poiché non sappiamo come giustificare il primo – certo, possiamo dire che non l’abbiamo ascoltato abbastanza, ma ecco, l’accoltellamento appare comunque difficile da inserire nella nostra lettura “i giovani hanno sempre ragione e c’insegnano la vita” – decidiamo che il problema è la seconda.

Adulti perlopiù scemi ma in qualche caso persino normodotati si aggirano per i social chiedendosi con aria dolente “cosa ci fa una undicenne su Instagram, non ci può stare, non è giusto che ci stia”. Le loro figlie avranno come minimo un OnlyFans su cui fanno vedere il contenuto delle mutande, senza che i genitori se ne siano mai accorti, ma non è neanche questo l’importante. […]

Se provi a dire che tutto ciò non è sano, vieni accusata d’invocare il ripristino delle punizioni corporali, punizioni corporali che peraltro nessuno di coloro che partecipano al dibattito ha conosciuto: siamo andati a scuola in anni in cui nessuno ci bacchettava e si cominciava persino a dar del tu alle maestre; ma, se oggi qualcuno osa dire che no, i sedicenni non hanno capito il mondo meglio di noi, non foss’altro perché non hanno avuto il tempo di capirlo, allora i giovanili, gli alleati dei giovani, gli interiormente sedicenni si poggiano il dorso della mano sulla fronte e sospirano: ah, quindi vuoi il ritorno del libro Cuore. (da linkiesta.it, 4 aprile)

Magari! Farebbe senz’altro meno danni delle diagnosi di “disturbo oppositivo provocatorio” o di “disforie di genere”.

Rassegne e rassegnazione 087

Fuori quota

ebdomadario logodi Paolo Repetto, da uno spunto (o da una spinta) di Nicola Parodi, 10 febbraio 2024

Con una sentenza del 2022, della quale sono venuto a conoscenza solo recentemente, la Corte Costituzionale ha stabilito che anche nei comuni con meno di cinquemila abitanti va rispettato l’articolo 51 della Costituzione, quello che recita “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. In realtà la sentenza fa riferimento ad una modifica apportata poco più di vent’anni fa al comma 1 dello stesso articolo, con una aggiunta nella quale si dice che “A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”. La pronuncia della Corte risponde nella fattispecie a un quesito relativo alla composizione delle liste elettorali, e precisa che quelle nelle quali non è presente un adeguato numero di canditati di entrambi i sessi vanno escluse dalla partecipazione. Perfetto. Anzi, no. Alla luce degli sviluppi intervenuti negli ultimi vent’anni mi chiedo se non sarebbe il caso di introdurre al più presto un’ulteriore modifica, che garantisca pari opportunità (e quindi una quota) anche a chi non si riconosce in un’identità di genere definita. E volendo essere davvero pignoli, sarebbe da intervenire anche sul testo originale dell’articolo 51, perché parla solo di cittadini “dell’uno e dell’altro sesso”.

Ogni volta che leggo di pronunciamenti del genere mi chiedo se sono finito su questo pianeta per sbaglio. O se gli alieni sono i pronuncianti. Proprio non mi ci raccapezzo. Qual è la logica che motiva un’interpretazione di questo tipo? Certo, non il buon senso. Mi sembra più che evidente che fissare a priori in base al sesso, all’etnia, alla religione o a qualsivoglia altro criterio analogo il numero dei membri di un insieme, si tratti di un’assemblea, di un parlamento, di un consiglio di amministrazione o di un coro, è il sistema garantito per non avere il “meglio” possibile. Qui non si tratta di individuare un campione per sondaggi, ma di assicurare a quell’insieme un minimo di efficienza, di competenza rispetto alla funzione che dovrebbe svolgere. Il problema semmai sarebbe rimuovere tutti gli ostacoli economici e culturali ad una partecipazione libera, creare per tutti le stesse opportunità. E invece no. Anziché abbattere davvero gli steccati se ne costruiscono altri.

Come al solito, anche in questo l’Italia viaggia a rimorchio. Abbiamo importato il sistema delle quote dagli Stati Uniti, dove esisteva un problema storico di disparità dei diritti della popolazione di colore, ma dove comunque quella soluzione si sta rivelando fallimentare. Molte università, ad esempio, stanno facendo marcia indietro, e non per un rigurgito di razzismo o di sessismo, ma semplicemente perché le quote funzionano male e creano situazioni clamorosamente ingiuste. Da noi il problema storico al quale ci si appella riguarda invece la discriminazione di genere – che indiscutibilmente esiste, come in tutto il resto del mondo –, e l’introduzione di quote rosa è parsa il modo più spiccio (in realtà quello meno impegnativo) per dare una spallata al maschilismo radicato nel nostro costume. Il risultato è però lo stesso. Oggi sono proprio le femministe più consapevoli a chiederne l’abolizione e a denunciarne l’effetto ancor più sottilmente discriminante.

Gli unici a non averlo capito sono evidentemente i nostri legislatori e i nostri censori giuridici. Il fatto è che esiste “un combinato disposto” di estensori di regole eletti essi stessi con strani criteri, di superguardiani dell’ortodossia del politicamente corretto, di raffinati esegeti dei sacri testi fondanti la nostra convivenza civile, nonché naturalmente di bellicosi difensori del principio della parità a prescindere, brandito come una bandiera dall’avanguardia culturale ma interpretato senza un pizzico di buon senso e di realismo. Sono l’espressione di una classe dirigente (e non mi riferisco solo a quella politica) che ha esperienza soprattutto di salotti (televisivi e non), e nel caso in questione non ha la minima idea di come si amministra un piccolo o piccolissimo comune della provincia italiana, dove può capitare (e in effetti capita, sono situazioni che conosco personalmente) che il sindaco o gli assessori e i consiglieri non disdegnino di salire su un trattore per spalare la neve o per spargere ghiaia su una strada di campagna, o di effettuare le riparazioni degli acquedotti in prima persona. Certo, non dovrebbe essere compito loro, ma nella realtà il braccino corto dello stato nei confronti delle amministrazioni periferiche, il contenimento delle spese e la difficoltà di reperire personale con un minimo di voglia e di competenza li obbliga anche a questo.

Fuori quota 02

Con ciò sto forse insinuando che le donne non abbiano i requisiti per amministrare un piccolo comune, perché in genere non guidano i trattori o non sono esperte in idraulica? Sono un patetico rudere della fortezza patriarcale? Ma per favore, non buttiamola in caciara. So benissimo che all’occorrenza le donne sanno fare come e meglio degli uomini, e volendo rimanere sul piano delle incombenze straordinarie cui accennavo sopra so anche citare il caso della sindaca di Fanano, Elena Tosetti, divenuta famosa per una tavola di Beltrame che la ritraeva mentre spalava la neve (ma è comunque significativo che sia finita sulla copertina della Domenica del Corriere). Sto solo dicendo che dalle mie parti nessun paese rifiuta la partecipazione alle donne che vogliono contribuire al bene della comunità. Anzi, ce ne fossero. Il problema è semmai quello opposto, di convincerle a partecipare. Per vari motivi, che vanno senz’altro dalla storica abitudine alla separazione dei ruoli per le generazioni più addietro fino alla scarsa compatibilità con gli impegni lavorativi o familiari per quelle più recenti. In questo momento, ad esempio, nessuno dei sedici comuni del comprensorio dell’ovadese è a guida femminile (a livello nazionale lo è il dodici per cento), e non per un ritardo del processo di emancipazione, considerato che dieci anni fa qui le donne sindaco erano un terzo del totale, o per un rigurgito reazionario di maschilismo. Evidentemente questa reticenza esiste, è un dato di fatto che nulla ha a che vedere con la difesa aprioristica del “patriarcato” e molto invece con una giustificatissima disaffezione per la politica, per quella locale soprattutto. E comunque, a proposito di modello patriarcale, credo sarebbe bene chiarire una volta per tutte che, per quanto possa sembrare paradossale, nelle società contadine vigeva molto meno che in quelle borghesi e urbane (per il semplice motivo che in quella economia le donne avevano un ruolo nella produzione e nella gestione del reddito pari se non superiore a quello maschile). Basterebbe a dimostrarlo il fatto che le prime dieci donne sindaco in Italia furono elette nel 1946 tutte in piccoli comuni rurali.

Ora, qualche sospetto di come procedano realmente le cose ai giuristi del supremo organo della magistratura deve essere venuto, se si sono premurati di inserire nel pronunciamento questo rilievo: «La diversità di trattamento riservata ai comuni minori non sarebbe giustificata dalla presunta difficoltà (che a quanto pare non è così “presunta”, dal momento che si deve ribadire quanto segue) di individuare donne candidate in contesti abitativi di piccole dimensioni, considerato che non vi è un obbligo di candidare persone residenti nello stesso comune e che comunque eventuali difficoltà derivanti dalla “carenza demografica” prescindono dal genere dei candidati». Tradotto in linguaggio corrente significa che qualora non ci siano indigene disponibili ad impegnarsi, si potrà pregare qualche “cittadina” amica di candidarsi per rispettare la lettera della legge. Che, si badi bene, è quanto in effetti già sta accadendo: è più facile infatti trovare disponibilità tra coloro che nei paesi vanno a villeggiare o hanno la seconda casa, che non tra i residenti (e questo vale sia per i maschi che per le femmine). Penso che tra gli altri motivi ci sia il fatto che attraverso l’IMU sono proprio i primi a contribuire maggiormente alle casse comunali, e se hanno scelto di vivere il tempo libero in un certo luogo si considerano particolarmente impegnati a difenderne o a promuoverne le caratteristiche. Resta poi da vedere se sono le stesse che stanno a cuore ai residenti.

Insomma, ciò che la Corte dice in sostanza è: “Ragazzi, se riuscite a convincere o a costringere qualche esponente dell’altro sesso a candidarsi, bene; in caso contrario fatevene prestare qualcuna da fuori e non rompete l’anima”. Direi che tutto questo con le pari opportunità c’entra ben poco. Ha a che fare invece con la riduzione semplicistica dell’emancipazione femminile a pura questione di numeri, cosa che si presta benissimo all’ipocrisia liquidatoria del sistema. Gli stessi criteri potranno essere adottati domani imponendo quote etniche, professionali, moltiplicando i generi “discriminati”, ecc… Quello che manca, dietro le “pari opportunità” che riempiono benissimo la bocca, è la domanda fondamentale: per fare che? A meno che si vogliano considerare conquiste femminili fondamentali la pratica del calcio o del rugby. Perché in questo caso dovremmo chiedere alla Corte Costituzionale l’esclusione delle squadre che non rispettano le quote.

Fuori quota 03 Ninetta Bartoli, il primo sindaco donna in Italia

Ninetta Bartoli, il primo sindaco donna in Italia

L’inverno del patriarca

di Carlo Prosperi, 25 novembre 2023

A quanti imputano alla cultura del patriarcato o al patriarcato stesso l’incremento (che poi, stando ai numeri, tale non è) dei femminicidi, rispondo che ciò che sta accadendo è invece dovuto al venir meno del patriarcato, al parricidio metaforico perpetrato dalla cultura sessantottina, la quale, con la scusa di combattere ed abbattere l’autoritarismo, ha cancellato ogni vestigio di autorità. In fondo, è quanto conferma Liliana Segre nel libro – scritto a quattro mani con l’arcivescovo di Milano Mario Delpini – La memoria che educa al bene (Edd. San Paolo), allorché sospetta che “oggi ai ragazzi tutto sia permesso, tutto sia lecito”: «L’educatore di una volta, soprattutto il genitore [ecco la figura paterna], usava dare anche qualche sculaccione e se ne prendeva la responsabilità: comunicava anche così, a malincuore, l’importanza di certe scelte e la gravità di certi errori. Oggi c’è forse un’eccessiva tendenza a proteggere i piccoli da ogni prova e da ogni tensione, mentre io, quando ero severa, non mi sentivo in colpa, ma ero convinta di servire, in quei momenti, un bene più grande».

C’è la tendenza, da parte dei genitori, a difendere il bullismo dei loro figli: «dopo che questi hanno odiato il bullizzato, l’hanno offeso e umiliato, i suoi (sic) li considerano ancora bravi e magari attaccano la scuola che non li sa “tenere”, “sorvegliare” e correggere [mi viene in mente, al riguardo, l’irrisione televisiva della Littizzetto a “Che tempo che fa” ai danni della docente impallinata]. In questo modo, contro tutte le migliori intenzioni, diventa una scuola dell’odio».

Lassismo, permissivismo, licenza: ma dove sono gli educatori, i κατεχοντες di turno? Manca la famiglia e manca la scuola, ma questa non può fare a meno della collaborazione di quella, di una comunanza d’intenti. La scuola educa soprattutto insegnando, non attraverso prediche inconcludenti, non attraverso competenze che non le appartengono o riducono lo spazio riservato alle discipline specifiche del tipo di scuola. Non con chiacchiere e indottrinamenti ideologici. L’educazione civica, i docenti dovrebbero insegnarla con l’esempio, con la coerenza dei loro comportamenti, richiamando di continuo al senso di responsabilità (che è sì personale ma ha ricadute sociali: sulla classe e sulla comunità), al rispetto reciproco, alla solidarietà, senza inutili nozionismi, senza discorsi astratti, senza raccomandarsi a buoni sentimenti verbalmente evocati. Insegnare è un’arte, un dialogo aperto e costante con l’individuo e con la classe: richiede sensibilità, συμπαθεια, comprensione, capacità di rapportarsi alle singole personalità senza favoritismi, moderando i superbi e gli irruenti, incoraggiando per contro i dimessi e gli introversi. Unicuique suum. Esprit de finesse. Senso della misura. Ma in un mondo che celebra solo e ad oltranza i diritti, che ai diritti equipara i desideri, che esalta ogni sfrenatezza (eh già, proibito proibire!) e attraverso media e socials propaga e propaganda violenza, di linguaggio e di azione, pare impresa francamente disperata non dico invertire, ma anche correggere la rotta. Richiamare ai doveri: che dovrebbe essere il primo compito dell’educazione.

In un mondo che ha sempre una parola di compassione e di comprensione per Caino, ma di Abele si dimentica dopo brevissima infervorazione, che indulge verso chiunque infrange leggi, norme, regolamenti, che istiga alla disubbidienza, che tollera (quando non incoraggia) tutto ciò che è trasgressivo, sembra ormai una mission impossible. Eppure il segreto sta nella lezione dei classici, degli auctores, dei padri. Dei greci soprattutto, che con la loro μετριοτης e la loro denuncia di ogni ὑβρις ci hanno insegnato a diffidare di ogni sogno o pretesa di onnipotenza: il senso del limite.

Volevamo la tuta blu

(Riflessioni a margine di “Signorine?”)

di Nicola Parodi, 8 giugno 2021

Caro Paolo, ho letto con estremo piacere le tue considerazioni su alcune paladine di certo femminismo d’assalto politicamente iper-corretto. Tra queste hai giustamente incluso la “Lilli” (la cui trasmissione guardo spesso, valutando gli ospiti), e ti confesso che anch’io mi irrito di fronte a certe sue scontatissime arringhe, che spesso mi portano a cambiare canale.

Le tue considerazioni mi hanno anche indotto a domandarmi: cosa spinge oggigiorno donne più o meno colte a competere con gli uomini? Noi abbiamo ormai (purtroppo) un numero sufficiente di anni per ricordare che decenni fa nessuna donna si sarebbe sognata di rivendicare il diritto di fare il camionista. All’epoca i camion non avevano servomeccanismi vari e si guastavano facilmente, le autostrade non c’erano, ecc. Insomma, non era un mestiere per donne. I camionisti erano addirittura emblema di “machismo”. Con i mezzi moderni invece anche le “signorine” possono (e lo fanno benissimo) guidare un camion. La differenza sta evidentemente nello sviluppo della tecnologia.

Fino a poco più di mezzo secolo fa un “lavoratore” era soprattutto una macchina biologica produttrice di energia (in fisica, energia=lavoro). Il maschio era in grado di produrre più energia/lavoro maneggiando asce, mazze e attrezzi vari, di trasportare pesi maggiori, ecc… Per questo motivo, e non per una volontà perversamente discriminatoria, era un lavoratore più richiesto e meglio pagato. Poi, naturalmente, quando l’evoluzione tecnologica e l’impiego di macchine hanno reso meno determinante il peso della forza fisica, e il divario nel potenziale di produzione di energia si è quasi azzerato, una mentalità e una consuetudine affermatesi lungo millenni non si sono adeguate con la stessa velocità. Lo stanno facendo, ma ci vorranno almeno un paio di altre generazioni perché si affermi un nuovo equilibrio. Che arriverà dalle mutate condizioni del lavoro, o meglio ancora da una natura completamente diversa del lavoro stesso, e non certo dalle impuntature lessicali della Gruber o della De Stefano.

In sintesi: un tempo il prestigio e la considerazione sociale (e la ricchezza) erano prevalentemente dovuti a comportamenti ed azioni legati alla forza fisica, ad una accezione “aggressiva” dell’idea di coraggio ecc, caratteristiche del fisico e della mentalità maschile. E su questi terreni le donne, ovviamente, non hanno mai cercato di competere.

In una società come quella attuale invece prestigio, considerazione sociale, ricchezza, non sono più legati a caratteristiche mascoline, ed ecco che le donne si fanno avanti a cercare di avere la loro parte, avendo coscienza di essere in grado di competere in un campo di battaglia profondamente mutato (la vita cerca di occupare ogni nicchia ecologica disponibile).

Ora, già da bambino sentivo gli adulti (maschi e femmine) compiangere le donne che per mancanza di indipendenza economica erano costrette a sopportare uomini spregevoli. Quindi so bene che garantire alle donne la possibilità di ottenere in ogni caso l’indipendenza economica è una battaglia di civiltà che va portata avanti e vinta. Ma rivendicare “quote di genere” per i posti in politica o nei consigli di amministrazione serve solo a donne di ceto sociale elevato; e per giunta non garantisce che i posti siano occupati dai candidati più meritevoli, quale che sia la percentuale di uomini e donne.

Volevamo le tute blu 02

E mi faccio anche un’altra domanda: la voglia di competere e di raggiungere gli stessi risultati dei maschi non finirà per spingere le donne più intelligenti a riprodursi poco o nulla (ciò che in effetti sembra stia già accadendo), e di conseguenza ad innescare un meccanismo selettivo che riserverà la riproduzione a donne meno dotate, cosa deleteria per il futuro dell’umanità? Vorrei non essere frainteso. Primo: la domanda me la pongo riguardo alle donne non per partito preso, ma perché è evidente, e inoppugnabile sul piano biologico, come in un maschio e in una femmina l’investimento riproduttivo sia ben diverso. Voglio dire che un maschio intelligente ha possibilità di Volevamo le tute blu 03riprodursi senza sacrificare granché delle sue potenzialità di “realizzazione”, in senso lato (anche se, a guardarci attorno, si direbbe che questa possibilità è poco o male sfruttata). Secondo: non sto dicendo che le donne più capaci (intesa questa caratteristica non come la capacità di sfornare venti figli, ma di allevarne ed educarne positivamente almeno due, tanto per salvaguardare gli equilibri demografici) dovrebbero essere destinate eugeneticamente alla riproduzione, ciò che tra l’altro non consentirebbe loro di esplicare e valorizzare nell’ambito lavorativo le proprie capacità, ma che fino a quando non si sarà completata la trasformazione delle modalità produttive (ciò che avverrà indipendentemente dalle battaglie “femministe”: vedi ad esempio ciò che sta accadendo col Covid), e con essa quella della mentalità sottesa che hanno generato, le donne corrono il rischio di competere forzosamente in un gioco che è sempre stato pensato per soli maschi, di adeguarsi alle sue regole e di smarrire per strada quella carica di originalità e differenza che davvero potrebbe cambiare il sistema dei rapporti, di quelli produttivi come di quelli sociali.

Va bene quindi stigmatizzare gli atteggiamenti e le abitudini (anche linguistiche) più discriminatorie, ma farlo ritoccando e censurando semplicemente un quadro vecchio invece che proponendone uno nuovo mi sembra una soluzione alla foglia di fico di controriformistica memoria. Val più l’ironia, a volte persino la appropriazione, la rivendicazione e la valorizzazione di caratteristiche attribuite in negativo, così come fa la natura con certi organi apparentemente superflui, di ogni puntigliosa censura. Certo, l’argomento richiederebbe considerazioni ben più approfondite: ma confido che non mancherà l’occasione per tornarci su.

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