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Ma che bella giornata!

di Paolo Repetto, 23 giugno 2020

Scendo con la borsa dei rifiuti domenicali. Il cassettone della plastica è, come al solito, strapieno. Ai suoi piedi sono depositati una decina di sacchetti o di scatole di cartone stipati di ogni cosa. Faccio quattordici passi e arrivo all’altro contenitore, al lato opposto dell’esile striscia di “verde pubblico”. È praticamente vuoto. Sono undici metri esatti: lo so perché un tempo mi allenavo a battere i rigori, e la distanza la misuravo appunto in quattordici passi.
Per recuperare l’auto percorro un tratto di marciapiede lungo lo spalto. Lo scorso anno era presidiato da un simpatico e attivissimo ivoriano, armato di raspino e di paletta, col quale ci siamo anche bevuti un paio di caffè e che avrebbe potuto essere l’uomo ideale per la manutenzione del Capanno e del terreno attorno. Il ragazzo non c’è più, qualcuno deve aver segnalato che lavorava e lo avranno immediatamente rimpatriato. Ora le erbacce possono finalmente esplodere nelle crepe del marciapiede, dandoti la gioiosa sensazione di camminare in un sentiero di campagna. Quanto meno, nascondono le cacate dei cani portati a passeggio (avevo già scritto deiezioni, ma è troppo heideggeriano), così che uno le possa agevolmente calpestare ed apprezzare.
In compenso, al primo semaforo è ricomparso il tizio che passa di auto in auto col bicchierino di plastica per l’obolo. Ormai fa parte della segnaletica, ha memorizzato perfettamente i tempi, quando si ritira dalla strada puoi rimettere in moto. Un pulmino lo scarica puntuale ogni mattina assieme ad altri compagni di sventura e passa a recuperarlo la sera. Va avanti così da un paio d’anni. Tutto regolare, comunque: ha la mascherina. E intanto facciamo i flash mob contro lo schiavismo.
Percorro il viale che porta fuori dalla città. È stato appena riasfaltato, dopo essere rimasto chiuso per sei mesi per l’interramento dei cavi della banda larga. Il tempo sufficiente ai cinesi per costruire un’autostrada transafricana da un oceano all’altro. Qualcosa non ha comunque funzionato nella stesura del nuovo manto, perché sembra una pista da cross. A percorrerlo in bicicletta c’è da lasciarci la prostata, ma anche in macchina è una bella prova, sia per gli ammortizzatori che per le reni del conducente.
Alla rotonda finale un idiota inverte le precedenze e per un pelo non si schianta contro un’utilitaria. Non accenna minimamente a scusarsi e fila via sgommando. Vedo nel retrovisore che la ragazza sull’utilitaria, appena superata la rotonda, accosta di lato e scende a respirare. Se la deve essere fatta addosso.
Finalmente sono fuori città. Non accendo nemmeno la radio, non voglio sentir parlare di Conte o di Zanardi (siamo andati avanti per mesi, e ancora non è finita, con centinaia e centinaia di morti anomale e anonime ogni giorno: tutto questo clamore mi sembra un tantino fuori luogo). Voglio godermi il sole di una mattina radiosa, l’aria ancora frizzante e lo spettacolo di una campagna riesplosa ormai da un pezzo. Quest’ultimo però è un po’ disturbato. Nelle cunette ai lati della carreggiata l’erba è alta quasi un metro, e subito al di là c’è una vera e propria striscia di foresta incipiente che copre la vista sui campi. I proprietari decespugliano fino al limite del coltivo, la provincia ripulisce, quando lo fa, solo un metro di margine, rimane la terra di nessuno intermedia, libera di pullulare rigogliosamente e di occultare le schifezze lanciate dai finestrini. Tempo fa avevo proposto di organizzare per i cantonieri provinciali delle gite di istruzione in Austria, perché si vergognassero alla vista delle cunette rasate e pettinate ogni mattina, e per i coltivatori, che là saranno anche pagati per tenere in ordine i terreni, ma almeno lo fanno.
In compenso la strada è rimasta esattamente come lo scorso anno. Durante tutto l’inverno non è sceso un solo fiocco di neve, per cui le buche sono ancora quelle, solo un poco più profonde, perché ulteriormente erose dalla pioggia. Mentre mi esercito in uno slalom che ormai non è nemmeno più eccitante, perché conosco a memoria il tracciato ideale e gli ostacoli, ripenso a ieri sera. Sono andato a prendere mia figlia alla stazione, in tarda serata. Nel piazzale antistante ho assistito ad una lite tra un paio di ragazze di colore e tre loro connazionali che per certo non appartenevano all’esercito della salvezza, con urla e pianti e minacce. Nell’atrio della stazione due poliziotti non si sono lasciati distrarre, hanno continuato a presidiare stancamente lo sbocco del sottopassaggio, dal quale peraltro non sbucava nessuno, perché i treni erano regolarmente tutti in ritardo. Per fare un flash mob eravamo decisamente pochi.
Sotto la pensilina esterna dove ero tornato per fumare, visto che i treni se la prendevano con calma, tre teppistelli di età e di provenienza incerta, di quelli che portano il cavallo dei pantaloni sotto le ginocchia, stavano motteggiando con toni pesanti una ragazza visibilmente impaurita, implorante nervosamente qualcuno che avrebbe dovuto venire a prenderla ed era meno puntuale ancora delle ferrovie dello stato. Le ho fatto cenno di mettersi di fianco a me e ho provato ad incenerire con gli occhi, al di sopra della mascherina, quegli idioti. Qualcosa del disprezzo e della rabbia che mi agitavano deve comunque essere venuto fuori, perché si sono allontanati, sia pure sghignazzando e sputacchiando a destra e a manca, e centrando in pieno il parabrezza dell’auto di un’attempata signora che guidava col finestrino abbassato.
Quando ho recuperato Elisa la mia gamba destra stava ancora ballonzolando, e questo è sempre stato per me il segnale d’allarme del punto di rottura. Prima che ora la gamba riparta nuovamente cerco di cambiare registro, di riandare a cose più piacevoli. In mattinata ero tornato, dopo quattro mesi, al mercatino di Borgo d’Ale. Un sacco di gente, pochi vuoti anche nelle file dei banchi. Bene organizzato, tutti con la mascherina, igienizzanti per le mani dovunque, percorsi a senso unico lungo le file, guidati da enormi frecce bianche dipinte per terra, per evitare i contatti da incrocio. Peccato soltanto che nessuno li rispettasse.
A questo punto devo interrompere bruscamente il filo dei ricordi per inchiodare e lasciar rientrare un demente che mi sta superando in piena curva. È la stessa nella quale lo scorso anno ho scansato per miracolo un altro demente che stava facendo l’analoga bravata in senso opposto. Ormai sono però quasi in vista di Lerma. Ai lati scorre una fila di capannoni industriali uno più brutto e più fatiscente dell’altro. Ne conto trentaquattro, altri sono nascosti nella parte verso il fiume da provvidenziali macchie d’alberi. Di quelli che ho registrato almeno una dozzina sono abbandonati, qualcuno non è mai andato oltre lo scheletro. D’altro canto, qui tutti sanno che per la gran parte la vera destinazione d’uso non era quella sopra la superfice, ma quella sotto. Un paio d’anni fa l’ente che si occupa dei controlli ambientali ha registrato la presenza di strane sostanze nelle acque del Piota, che a monte di questo insediamento industriale non riceve scarichi di alcun tipo. Ma nessuno si è preso la briga di fare due conti e tirare le somme. In compenso noto che stanno invadendo un altro campo nel quale l’ottobre scorso c’era ancora il granoturco, e livellando il terreno. Chissà quanti rifiuti tossici si sono accumulati in questo periodo, a dispetto della quarantena.
Finalmente lascio la piana e salgo verso il paese. La manutenzione dei bordi della strada è sempre la stessa, ma qui non ci si fa più caso, è la natura che si riconquista i suoi spazi e può persino andar bene. Un ultimo sobbalzo all’ingresso in paese. Sul primo muretto, là dove fino a ieri c’era la scritta “W Bartali”, adesso c’è un logo indecifrabile tracciato con le bombolette spray. Ma stanno rimuovendo il vecchio intonaco, sparirà anche quello.
Quando scendo dall’auto, in cortile, e rivedo le mie piante di rose totalmente spoglie, e le peonie rinsecchite e minuscole (le noto perché lungo tutto il percorso ho visto roseti incredibili traboccare dalle recinzioni delle villette, con fiori grandi come piatti da portata e dalle sfumature di colore più stupefacenti), mi accorgo con sorpresa che sono totalmente rilassato. Davvero mi sorprendo, perché oggi lungo il percorso e ieri in Alessandria di rilassante non ho visto granché.
Poi, mentre salgo le scale di casa, finalmente capisco. Ora so il perché di questa sensazione di tranquillità. È che ho constatato come, al di là di tutte le profezie e le previsioni e le analisi socio-psicologiche, in questi quattro mesi nulla e nessuno è davvero cambiato, tranne forse me, che sono invecchiato di colpo di altri dieci anni. Certo, nel futuro prossimo ci saranno crisi economiche, nuove ondate pandemiche, proteste magari violente, ma noi nella sostanza siamo rimasti gli stessi. Non è necessario reggere cinque minuti di un notiziario o di una qualsiasi trasmissione televisiva per capirlo. Tutto è esattamente come prima, magari un po’ peggio.
In effetti la mia non è tranquillità, ma rassegnazione: e tuttavia, egoisticamente, significa che non sarà il caso di caricare le povere ossa di rinnovate speranze e illusioni. Il legno storto di kantiana memoria continuerà a crescere sghembo, fino a che gli sarà consentito crescere, e per me si tratterà invece di resistere solo un altro poco. Per adesso però mi godo questa splendida giornata di sole. Senza mascherina.

Camera con vista sul futuro

di Paolo Repetto, 9 aprile 2020

Da un mese e mezzo vivo confinato in un terrazzino al settimo piano. Fortunatamente è orientato a sud, e aggetta su un fazzoletto triangolare di verde, al di là del quale corre un ampio viale e si allarga poi una distesa periferica di costruzioni basse. Non mi è quindi impedita la vista in lontananza, a centottanta gradi, dei profili dell’Appennino retrostante Genova: del Tobbio, delle alture della Val Borbera e di quelle della valle dell’Orba. Consolazione magra, ma di questi tempi ci si aggrappa a tutto.

Più che all’orizzonte, però, anche per non rinfocolare troppo la nostalgia, quando alzo la testa dai libri guardo in questi giorni di sotto, in cerca di forme di vita che si muovano tra lo spalto e il rettilineo di via Testore e mi rassicurino che non è esplosa una bomba al neutrino. La via appare sgombra e inutilmente scorrevole, mentre di norma è intasata da auto in doppia fila, ed è vuoto e silenzioso anche il marciapiede sul quale estate e inverno sostano e schiamazzano gli avventori del bar (e proprietari delle auto in doppia fila), tutti rigorosamente col bicchiere in mano. Solo negli orari consentiti dal decreto c’è una piccola e compostissima fila davanti al minimarket d’angolo.

Quando riguadagno l’interno cerco di rimpicciolirmi il più possibile e di muovermi come un astronauta, lento e levitante. La condizione di quarantena impone naturalmente di trovare linee nuove di compromesso con lo spazio in cui vivi e con chi lo condivide con te. Tre persone per ventiquattro ore al giorno per cinquanta giorni sono più di tremilacinquecento persone, anche al netto delle uscite per i rifornimenti o per le mie mezz’ore quotidiane d’aria attorno all’isolato: uno sproposito, per ottanta metri quadri. A breve saranno a rischio di crollo i palazzi più ancora che i viadotti – anche se questi ultimi, pur sgravati del traffico, continuano allegramente ad afflosciarsi,). Diventa un’arte lo scansarsi.

Non solo: il “distanziamento sociale” induce a cercare nella televisione un surrogato di quel contatto con l’esterno che è venuto drammaticamente a mancare. Ti riduci, non fosse altro per l’aggiornamento sulle perdite giornaliere e sul progredire del contagio, a sedere davanti alla televisione, e stenti poi a rialzarti, perché in effetti non hai altro di urgente da fare. Insomma, se si conserva un po’ di coscienza critica si può verificare su noi stessi cosa significa rimbambimento depressivo.

Questo spiega forse perché mi sforzo di rappresentare invece la mia attuale condizione come un’opportunità, secondo la moda ormai invalsa di considerare opportunità qualsiasi disgrazia o accidente capiti. Non è facile, e infatti ci sto girando attorno senza risolvermi sin dall’esordio di questo pezzo: ma voglio provarci.

Mettiamola così: io godo di un punto d’osservazione privilegiato, rispetto a tutti gli amici che vivono in campagna o dispongono almeno di un piccolo giardino, e soffrono in maniera molto attutita gli “effetti collaterali” di questa crisi. Io vivo nel cuore della battaglia, come un reporter di guerra. Loro non sanno cosa si perdono, perché quando il tran tran quotidiano muta così drasticamente si attivano, per forza di cose, dei sensori diversi, e si colgono aspetti del reale che nella normalità sfuggono o appaiono assolutamente insignificanti.

Ora, senza pretendere a discorsi filosofici o ad analisi psicologiche o sociologiche, per i quali conviene rivolgersi ad altri, vorrei limitarmi a fornire qualche esempio di ciò che una condizione di normalità non ci indurrebbe mai a considerare significativo. Vado in ordine sparso, e lascio aperte queste pagine, come già i miei precedenti interventi antivirali, a ogni sorta di integrazione, correzione e aggiunta.

 

1)    Parto proprio dalla televisione. Non mi sarei mai atteso di scoprire attraverso la tivù quanto è grande il patrimonio librario degli italiani. Con questa storia dello streaming, per cui si interviene da casa, vedo fiorire ovunque insospettabili librerie domestiche. Mi si obietterà che è abbastanza normale, uno non si collega dando le spalle al lavandino della cucina o alla cassetta dello sciacquone, ed è vero: ma vi invito a fare caso, nel corso dei collegamenti, non all’intervistato, che in genere non ha granché di interessante da dire, ma al tipo di scaffalature che ha alle spalle e alla disposizione dei volumi, anche senza cadere nella mia maniacale pretesa di riconoscere dal dorso le case editrici, e quindi gli orientamenti culturali del proprietario, o di leggere addirittura i titoli (questo si può fare meglio sul monitor del computer, ingrandendo e mettendo a fuoco i particolari). A volte il gioco è davvero mal condotto. Ieri ho visto una povera Billy nella quale pochi volumi totalmente anonimi, tipo quelli usati dai mobilieri nelle esposizioni, erano sparsi in assembramenti ridottissimi su ripiani per il resto desolatamente vuoti (non c’erano nemmeno vasi o teste di legno africane o altre suppellettili), e questo solo nella colonna immediatamente alle spalle del parlante. Avendo il tizio calibrato male l’inquadratura si scorgevano le colonne ai lati completamente deserte.  Penso che a un certo punto abbia preso coscienza dell’assurdità della situazione, o qualcuno gliela abbia fatta notare, perché ha cominciato a impappinarsi e ha chiuso frettolosamente il collegamento. Sono rimasto con l’angoscia per quegli scaffali vuoti.

In altri casi, invece, regìe più accorte predispongono una inquadratura di sghimbescio, facendoci intravvedere infilate di scaffali grondanti libri lungo tutta una parete. In realtà ci tolgono l’unico piacere, quello appunto del gioco al riconoscimento.  Si tratta in genere di filosofi o liberi pensatori. I rappresentanti della vecchia guardia, le figure istituzionali, si coprono invece le spalle con solide enciclopedie, trentacinque volumi tutti uguali e tutti ugualmente intonsi, forse per mantenere un profilo neutrale, o trasmettere un’immagine di solidità, ma più probabilmente perché non possono esibire altro. Mentre i direttori di riviste e quotidiani sono preferibilmente incorniciati dalle raccolte cartacee delle loro creature, alla faccia di tutti gli archivi digitali, o dalle intere collane edite in allegato. Insomma, tutto piuttosto pacchiano. C’è un futuro per giovani che volessero specializzarsi in Scenografia delle Screaming, anziché in Storia. Elisa ha perso un’occasione.

Comunque, non mi si venga a dire che l’editoria è in crisi. Non so se gli italiani leggono, ma senz’altro hanno comprato libri. Forse lo hanno fatto recentemente, avendo sentore della crisi e prevedendo i collegamenti in remoto. Ma lo hanno fatto.

In compenso, mia figlia Chiara, che lavora in Inghilterra nel settore finanziario, mi racconta che nelle videoconferenze i suoi colleghi si presentano quasi sempre dando la schiena a quadri di autori in qualche modo riconoscibili e riconosciuti (almeno a livello locale). In Inghilterra va l’arte, in Italia la letteratura (ma proprio stasera, nel salotto-streaming della Gruber, alle spalle della vicepresidente della Confindustria campeggiava un’opera di Gilardi, mentre dietro tutti gli altri convitati virtuali le librerie sembravano in terapia intensiva, tanto il loro respiro era artificiale).

Mi sono anche chiesto come me la caverei io, dovendo collegarmi da casa (non dal terrazzino di Alessandria, ma da Lerma). Sarei in grave imbarazzo, perché in qualunque ambiente e da qualsiasi angolatura avrei alle spalle libri, e tutti libri ai quali tengo e che farebbero la gioia di un riconoscitore, nonché scaffalature autoprodotte. Quindi, o dovrei programmare una serie di interventi con inquadrature diverse, o sarei tenuto per equità a rinunciare. Forse mi conviene adottare quest’ultima soluzione.

 

2)   Per dimostrare che non sono poi così prevenuto nei confronti della televisione, eccomi a riconoscerle dei meriti, quando ci sono. Uno dei più grandi, nella gestione di questo terribile momento, è senz’altro l’oscuramento di Sgarbi. Lo stiamo pagando ad un prezzo altissimo, trattandosi tra l’altro solo di una parziale e tardiva riparazione a una schifezza che andava avanti da anni, ma insomma, aggrappiamoci anche alle piccole consolazioni. Se assieme al virus avessimo dovuto sopportare anche lui la tragedia sarebbe diventata del tutto insostenibile. Rimane purtroppo il timore che non appena cessata l’emergenza possa ricomparire. Dicono che usciremo da questa prova migliori: bene, il suo ritorno o meno sui teleschermi sarà la cartina di tornasole.

 

3)   Un altro merito della tivù è quello di aver dato fondo al magazzino dei film western (quelli veri, intendo). Purtroppo però sto scoprendo che li avevo già visti tutti, e non solo la gran parte, come pensavo. Mara si diverte, ogni volta che durante lo zapping si imbatte in un cappello a larghe tese e in un cavallo, a chiamarmi per verificare se lo riconosco, e a sentirsi elencare all’istante titolo e interpreti, spesso anche il regista. A molti questo esaurimento delle scorte non parrà una cosa di particolare rilievo, ma per me lo è. È sintomatico, simbolico di un ciclo che si è esaurito e di un mondo che ha fatto il suo tempo. Può andare definitivamente in archivio (non mi riferisco solo al western). Il fatto è che dentro quel mondo ci sono anch’io.

 

4)   Cambiano i rituali. Fino a un paio di mesi fa nella mia liturgia mattutina, subito dopo il caffè e la prima sigaretta, veniva il siparietto di Paolo Sottocorona, con le previsioni meteo fino a due giorni avanti, offerte con garbo e ironia, sottintendendo sempre: “se non andrà proprio così non prendetevela con me, faccio quello che posso”. Ho smesso completamente di seguirlo, anche perché di come sarà il tempo nei prossimi due giorni non mi può fregare di meno, visto che li trascorrerò comunque in casa. Ho introdotto invece un rituale vespertino, quello del collegamento con la Protezione Civile, con tanto di snocciolamento delle cifre dei contagi e dei decessi. So che le cifre sono approssimate e virtuali, e che i costi umani reali di questo dramma li conosceremo davvero, forse, solo dopo che si sarà totalmente consumato: ma mi dà l’illusione di partecipare in qualche modo ad una cerimonia collettiva di addio, assieme ad altri milioni di telespettatori, per evitare che sei o settecento persone ogni giorno se ne vadano insalutate, senza un funerale, senza qualcuno che le accompagni, inghiottite immediatamente dalle statistiche.  Che è esattamente il contrario di quanto cercano di fare, ed è anche comprensibile perché lo facciano, coloro che danno l’informazione.

 

5)   Ho provato a tenere una conta differenziata per età e per genere delle persone che incontro al supermercato, che vedo passare dal terrazzino o che incrocio durante i duemila passi quotidiani extra moenia. È probabile che le mie statistiche siano viziate da una deformazione prospettica, da un campionamento troppo parziale, ma io riporto solo quanto ho potuto constatare, e cioè che le percentuali per genere sono inversamente proporzionali a quelle ufficialmente rilevate dei tassi di contagio.  Le donne in sostanza contraggono il virus due volte meno degli uomini, e stanno in giro due volte di più. Forse proprio perché rassicurate dalle statistiche, o forse più semplicemente perché nelle situazioni critiche sono meno ipocondriache e più spicce dei maschi, o magari perché nel fare la spesa non si fidano dei mariti e vogliono avere l’ultima parola nella scelta dei prodotti. Sia come sia, sono protagoniste nella quotidianità dell’emergenza.  Mi faceva notare Nico Parodi che al di là della crisi il tema del nuovo ruolo femminile e delle prospettive che disegna sarebbero da affrontare non più con il cazzeggio degli psicologi e dei sociologi da talk show, ma andando a sommare tutta una serie di evidenze e di proiezioni scientifiche. Credo che qualcuna, di tipo nuovo, verrà fuori anche da questa situazione.

Per quanto concerne invece le classi di età, gli anziani sembrano decisamente molto più girovaghi dei giovani, a dispetto del fatto di essere maggiormente a rischio. Probabilmente anche questo dato ha spiegazioni plurime, compatibili comunque l’una con l’altra. Intanto, già sotto il profilo prettamente demografico in città come Alessandria vivono molti più anziani che giovani, per motivi logistici. Questi ultimi tendono a decentrarsi nella cintura dei paesi attorno, hanno maggiore facilità di spostamento e frequentano probabilmente anche in questo periodo, per gli approvvigionamenti, i grandi centri commerciali periferici. Poi sembra che gli anziani abbiano perfettamente inteso il senso del messaggio lanciato dal governo e rimbalzato da tutte le reti televisive, che non è “Abbiate riguardo per la vostra salute” ma “Non cercatevi guai perché non abbiamo le risorse per curarvi”, e vogliano ribaltarlo, dimostrando di sapersela cavare comunque. Infine c’è il fatto che i giovanissimi, anche se liberi da incombenze scolastiche, non li si incontra al supermercato, perché sono esentati per statuto dal farsi carico del vettovagliamento o di altre incombenze spicciole. È probabile abbiano escogitato luoghi e modi diversi per ritrovarsi, oppure si brasano beatamente davanti al computer o al telefonino (come del resto facevano anche prima).

6)   E i cani, che avevamo lasciato come grandi protagonisti della resistenza allo stress da quarantena?  Continuano stoicamente a reggere agli straordinari cui sono sottoposti, ma rilevo un calo nella frequenza delle uscite, forse connesso a quanto dicevo sopra. Erano infatti soprattutto i giovani a offrirsi come conduttori, e nel frattempo questi hanno trovato scuse diverse per le uscite, o si sono definitivamente poltronizzati. Un’altra cosa piuttosto voglio segnalare. È naturale vedere nelle aiuole qui sotto solo animali di piccola taglia, come si addice a bestiole che vivono in appartamento.  Ma allora, mi chiedo, che fine hanno fatto i pittbull e i mastini tibetani che giravano un tempo? Dispongono tutti di confortevoli giardini? E se no, dove li portano a pisciare? E se si, che ci facevano in giro, prima?

 

7)   Chiudo, per il momento, accennando al rischio molto concreto per tutti dell’abitudine all’ozio. L’ozio forzato snerva, per due principali motivi: da un lato perché dopo aver scatenato una prima insofferenza insinua sottilmente l’idea che i progetti che avevi in mente non siano poi così importanti e così urgenti, visto che comunque non puoi dare loro corso e devi fartene una ragione. Dall’altro, la prospettiva di molto altro tempo vuoto a disposizione spinge a rimandare anche le cose che potresti fare subito, e che ti eri sempre chiesto se mai sarebbe capitata l’opportunità di farle. È quanto mi sta accadendo con tutti i propositi di completamento dei lavori lasciati a metà sul computer, o di lettura dei libri accumulati, cose per le quali persino quando ancora ero in servizio riuscivo a trovare un paio d’ore la sera o di notte, mente adesso giro attorno e inseguo da un libro o da un sito all’altro sempre nuove distrazioni. Sono al punto che l’idea di quel che mi aspetta al rientro a Lerma, dei lavori di riassetto del giardino e del frutteto sconciati dai nubifragi autunnali mi spaventa, e ad ogni nuova dilazione imposta tiro quasi un sospiro rassegnato di sollievo. Non è una sindrome da poco, e non credo di essere l’unico a viverla.  Se un po’ può servire a smorzare l’ansia di accelerazione continua che si viveva in precedenza, oltre un certo limite rischia di convincere alle beatitudini del letargo.

In me quest’ultima pulsione sta già vincendo. Spero di non averla indotta anche in chi, già fiaccato dalla noia, ha provato sin qui a seguirmi.

Chissà cosa sognano i cani

di Paolo Repetto, febbraio 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Me lo ha chiesto mio nipote, mentre guardavamo Olaf correre in giardino, annusare, fermarsi  di botto, tornare indietro per una seconda sniffata. Dice che di notte russa come un cinghiale e ha degli strani scatti, muove le zampe come stesse fuggendo o rincorrendo qualcosa.

Non ho saputo rispondergli; o meglio, gli ho risposto con le solite banalità. Gli ho detto che sogna un mondo dove attorno agli ossi rimanga molta più polpa, dove i gatti non trovino sempre un albero su cui rifugiarsi e dove dentro la cuccia ci siano una bella coperta calda e poche pulci.

Mi è parso poco convinto, e mi sono reso conto che in effetti non stavo parlando di Olaf o degli altri cani suoi contemporanei. Stavo parlando dei miei cani, che non ho mai sentito russare perché di dormire in casa potevano appunto sognarselo, e per i quali un osso non era un giocattolo di plastica puzzolente, ma un evento da salutare con entusiasmo.

Ne ho avuti tre, tutti bastardini e tutti dotati di una personalità spiccatissima. Dolce, devota a mia madre e un po’ zoccola Cilla (ha sfornato sedici cuccioli, tutti di padre ignoto), spavaldo e dispettoso Ciccio, sul quale pendeva una taglia messa dai cacciatori, feroce e incazzosissimo l’incredibile Hulk, che per fortuna era grande poco più di un topo, ma aveva una buona percentuale di geni del foxterrier (entro il suo territorio aveva rispetto solo per me e per Chiara, all’epoca piccolissima, che poteva seviziarlo in ogni modo senza scatenare la minima reazione: per gli altri, se non facevano attenzione, scattava l’attacco a tradimento al polpaccio). Un quarto, Neal, l’ho condiviso con mio figlio: questo era di razza, un terranova di ottanta chili, e non permetterò a nessuno di affermare che i terranova sono cani intelligenti.

Ciascuno a modo suo si sono fatti amare, persino Hulk, che avrebbe invece preferito essere solo temuto. E credo che liberi di scorrazzare per il cortile e il giardino, a dare la caccia ai gatti e ai topi, o nel vigneto, dove stanavano donnole e faine, oltre che la selvaggina, abbiano tutto sommato vissuta bene la loro vita da cani.

Mi rivolgevo loro in dialetto per impartire ordini, e in italiano per i complimenti. Capivano al volo in entrambe le lingue e non chiedevano coccole, solo di potermi seguire quando andavo in campagna o al fiume. Ho usato qualche volta il guinzaglio soltanto per Neal, che essendo grosso come un orso poteva diventare pericoloso anche nelle manifestazioni d’affetto: ma in campagna lo lasciavo libero, e malgrado fosse un pacioccone seminava il terrore con la sua sola presenza. Per il resto piena fiducia. Ciccio spariva a volte per intere giornate, e tornava poi ammaccato per aver attaccato briga con tutti gli altri vagabondi come lui: ma non mi ha mai creato grane, e le sue se le sbrigava da solo.

La casa ha visto transitare anche tre o quattro generazioni di gatti, con le stesse regole dello ius soli. Ospiti abituali alle ore dei pasti (Nina, la gatta della mia infanzia, apriva da sola le porte attaccandosi alle maniglie), ma pigionanti esterni, nel magazzino o nella stalla, durante la notte, in cortile o nel giardino di giorno. Fino a quando sul territorio ha regnato Vito, che incuteva rispetto persino ad Hulk, tutta la zona attorno a casa è stata un paradiso. Al tramonto calava il coprifuoco e le rarissime volte in cui arrivavano gli echi di brevi scontri sapevi che qualche incauto aveva tentato di fare il furbo, ma non ci avrebbe riprovato. Dopo la sua scomparsa hanno cominciato a farsi avanti gli eredi (aveva sparso i geni in tutto il paese, creando una nuova razza rossiccia e semiselvatica) ed è scoppiata una snervante guerra civile, nella quale sono stato costretto più volte, nel cuore della notte, a intervenire.

In realtà dubito persino che i miei cani e miei gatti sognassero. A spasso tutto il giorno, all’aria aperta estate e inverno, quando arrivava la sera crollavano come sassi. Persino Ciccio, che durante il giorno sembrava morso da una tarantola, piombava nel sonno del giusto: una volta per curiosità l’ho caricato su una carriola e gli ho fatto fare più giri del cortile senza che muovesse una palpebra.

Questo è il rapporto che ho sempre tenuto con i miei amici animali. Non ho mai preteso da un cane o da un gatto comportamenti che non fossero nella loro natura, e se qualche volta parlavo loro come con un umano non avevo la pretesa che capissero, mi bastava che ascoltassero (cosa che a differenza degli umani facevano sempre). Ho potuto rapportarmi così senz’altro per la situazione materiale in cui vivevo, la casa col terreno attorno, la campagna, ecc …, al centro di un paese dove non c’era modo di farsi investire da un’auto nemmeno a sdraiarsi sullo stradone (mio figlio a sei anni giocava a nascondino nei viottoli sino alle undici di sera): ma anche perché ho conosciuto un mondo nel quale i confini e i ruoli erano ben definiti, quello tra genitori e figli, ad esempio, tra insegnanti e allievi, tra giovani e anziani e, appunto, tra umani e animali (anche se a volte distinguere era davvero difficile).

Quei ruoli non li ho inventati io, sono quelli che detta la storia naturale. All’origine c’è una catena alimentare che funziona in un certo modo da centinaia di milioni di anni, e dalla quale discendono tutti gli altri rapporti e comportamenti. Ad un certo punto in questa catena si è inserito l’uomo, che ne ha modificato i meccanismi e l’ha adattata allo sue esigenze. In questo nuovo modello, chiamiamolo “culturale”, è evidente che i ruoli non li scelgono gli animali, sono gli umani a sceglierli per loro: ma anche prima della “domesticazione” i polli non avevano scelto di essere prede per le volpi e predatori per i lombrichi. Mettere in discussione queste evidenze mi sembra insensato: significa mettere in discussione tutta la storia evolutiva, e nella fattispecie quella dell’uomo, a partire dalla conquista del fuoco fino ad arrivare alla coltivazione della terra. Tutto ciò che caratterizza la “storia culturale” è una correzione di quella naturale, e allora o deprechiamo la comparsa della specie umana, e ci auguriamo che il suo passaggio su questa terra sia breve, oppure cerchiamo di valutare con un po’ di buon senso il suo rapporto con le altre specie. Certo, i nuovi ruoli sono dettati dalle esigenze umane, ma nella sostanza introducono solo una variabile nella scala gerarchica. Anziché esserci solo predatori o prede è entrata nel quadro anche una categoria intermedia, quella degli animali al servizio o al fianco dell’uomo.

A partire da questi dati di fatto, e senza dimenticare il buon senso, si può poi discutere di come questo rapporto sia stato interpretato, storicamente e individualmente. Ma c’è il rischio che ne esca un sermone. Quindi mi limito a un paio di riflessioni su ciò che vedo accadere attorno a me. Dove andrò a parare immagino lo si sia già capito.

 

Quello che vedo è un atteggiamento insensato e ipocrita.

È insensato perché pretende di attribuire agli animali un comportamento etico che è invece prerogativa degli umani (e neppure di tutti). Non che gli animali non abbiano i loro codici comportamentali, ma questi non si fondano sulla libertà di scelta, che è la base di ciò che noi appunto chiamiamo etica. Credo non lo pensi nessun etologo serio. I comportamenti degli animali sono determinati dall’istinto, anche quando sembrano sforare: siamo noi a leggere nelle loro manifestazioni di intelligenza e di affetto, che ci sono e che giustamente ci commuovono o ci sorprendono, una intenzionalità che sembra rimandare ad una autonomia morale. Confondiamo cioè una capacità intellettiva ed una “sensibilità” affettiva con l’esercizio di un libero arbitrio.

È difficile in questo rapporto mantenere le giuste misure. L’interazione con gli animali, soprattutto con alcune specie e soprattutto dopo la domesticazione, è sempre stata carica di ambiguità, e comunque improntata all’antropomorfizzazione, all’attribuzione ad essi di caratteri, qualità e sentimenti tipicamente umani. Già a partire da Aristotele la fisiognomica ha utilizzato tratti morfologici e comportamentali degli animali per creare parallelismi con quelli umani, che sono stati tradotti poi in letteratura spicciola e popolare dalle  favole di Fedro, di La Fontaine, di Perrault e dei Grimm. Addirittura fino alla metà dell’Ottocento si sono celebrati processi, sia ecclesiastici che penali, contro gli animali. Insomma, la tentazione di considerarli esseri pienamente senzienti e responsabili è sempre esistita.

Il problema è che nella nostra epoca questa tentazione ha imboccato una deriva inquietante. Quando tutti i valori e tutte le conoscenze sono considerati relativi, le linee di confine tra la realtà e la favola saltano, in ogni direzione. Sarà difficile ora ripristinarle per chi è cresciuto in un universo disneyano, circondato da pelouche di cani, gatti e orsetti e nutrito di fumetti, di cartoni animati, di film e di documentari che “umanizzano” gli animali. Non mi riferisco naturalmente solo al mondo di Topolinia, ma anche e soprattutto a film di animazione, da Bambi a L’Era Glaciale, e a quelli pseudo-naturalistici come Perri. E a letture adolescenziali come La collina dei conigli.

 

La novità è che questo mondo si configura come autonomo. È pensato a immagine e somiglianza di quello umano, ma popolato da animali. Mentre la letteratura precedente, ad esempio gli universi paralleli immaginati da La Fontaine, da Leopardi nei Paralipomeni o da Swift nel paese dei cavalli sapienti, raccontava gli uomini, e gli animali erano solo un travestimento satirico, nel mondo di Disney questa sorta di filtro che mantiene visibili le distanze non c’è. La caratterizzazione dei personaggi rispetta una certa convenzione fisiognomica e letteraria classica (i malviventi hanno volti di faina, i topolini, specie quelli di campagna, sono saggi, ecc …), ma gli sviluppi narrativi e l’ambientazione sono né più né meno quelli delle normali (insomma) vicende umane. E soprattutto, queste cose sono narrate per immagini in movimento, che coinvolgono più sensi e calamitano un’attenzione totale, disattivando ogni difesa critica. La sovrapposizione uomo-animale diventa così scontata e naturale che ad un certo punto non sappiamo (o non vogliamo) più distinguere tra i due mondi. (Va detto che i cartoons rivali, quelli della Warner ad esempio, presentano una situazione almeno in parte diversa. Lì i protagonisti mantengono intatte alcune delle loro peculiari caratteristiche animali: la caccia testarda di Silvestro a Titti e del Vilcoyote al Bip Bip, al di là di tutte le complicazioni e contaminazioni che vivacizzano la storia, rientra perfettamente nell’ordine naturale delle cose, nel rapporto predatore-preda).

 

Allo stesso modo, e più ancora, i film che vedono protagonisti gli animali (non solo quelli che ho citato prima, ma anche i vari Lassie e Rin tin tin e Flipper, o un classico come Il cucciolo, per rimanere a quelli della mia infanzia) hanno contribuito ad accreditarli di una complessità emozionale e di una attitudine razionale che, letteralmente, li “snaturano”. Non ho nulla contro Rin tin tin o contro Francis, il mulo parlante, che mi era anche particolarmente simpatico: ma mi sembra ineluttabile che una generazione già educata dal magnetismo dello schermo, grande o piccolo, a confondere e intersecare la dimensione reale con quella virtuale, vedendo in azione questi fenomeni e avendo nel contempo sempre minori occasioni di rapportarsi ad animali reali secondo le modalità naturali, finisca poi col perdere ogni senso della differenza.

E infatti. L’antropomorfizzazione mediatica ha persino trovato un supporto teorico nel pensiero “animalista” e “antispecista”. Qui la deriva diventa addirittura paranoide. Non è più questione di un rispetto che dovrebbe scaturire dal buon senso comune, e che oggettivamente è andato maturando nel tempo (Un ripensamento sul nostro rapporto col resto del regno animale era in corso da secoli: senza risalire sino a san Francesco, mi fermo alla Introduzione ai principi morali di Jeremy Bentham, nella quale già si parla di “diritti degli animali” – e siamo nella prima metà dell’Ottocento). Sulla scorta anche dell’interesse che si è diffuso in Occidente per il buddismo, sia pure in versione molto new age, è nata una vera e propria filosofia animalista che tende a rovesciare le posizioni nel rapporto. Non vale la pena spendere nemmeno una riga per personaggi come Peter Singer, il guru del movimento (quello di Liberazione animale), che arriva ad affermare che tra un bambino malformato e un vitello sano sia da salvaguardare quest’ultimo: ma temo che posizioni di questo tipo siano ormai più diffuse di quanto vorremmo credere. Anni fa una mia collega, affiliata alla LIPU (la Lega per la Protezione degli Uccelli) e disposta ad incatenarsi ad un albero per difendere un rifugio naturale, rifiutò sdegnosamente di sottoscrivere una petizione di Amnesty International per sottrarre alla pena di morte un condannato per reati politici: non voleva avere “implicazioni politiche”. Non è un caso singolo e raro di paranoia. La scelta di un animalismo integralista coincide frequentemente col rifiuto di assumere nei confronti degli umani qualsiasi responsabilità o di provare la minima compassione. D’altro canto, per intenderci, non è casuale che tra gli animalisti più convinti del secolo scorso ci fossero Hitler e Himmler.

 

 

Mi interessa molto di più però ragionare sull’ipocrita presunzione che sta sotto tutto questo, perché è un aspetto che tocca da vicino anche coloro che non professano un animalismo dottrinale. Coloro che semplicemente si rapportano ad un animale domestico negando i ruoli naturali. La presunzione è quella di una possibilità di conoscenza empatica che ci consente di entrare in sintonia profonda con specie diverse dalla nostra, e stravolge tutto l’ordine dei valori. Ora, è indubbio che un cane, un gatto, per qualcuno persino un boa, possano fare più compagnia di molti esseri umani: ma questo dipende dalla natura e dalla condizione di chi di questa compagnia ha bisogno. Gli animali sono solo un nostro specchio, non possono essere forzati a diventare degli interlocutori. Se ci appaiono a volte più intelligenti e più comprensivi degli umani è solo perché non ci contraddicono. E questo può anche gratificarci, ma non ci aiuta certo a crescere. Ci induce anzi a rifiutare le relazioni complesse, a scegliere la strada più comoda. Tanto è razionale dunque il rispetto loro dovuto, quanto è irrazionale la pretesa di stabilire con essi un rapporto alla pari (che spesso si sposa appunto con il rifiuto di rapportarsi ai propri simili, e di rispettarli), umanizzandoli e attribuendo loro una dignità etica di cui credo non sentano affatto il bisogno. L’esigenza di una compagnia è legittima, ma forse andrebbe prima cercata e coltivata con i conspecifici.

L’ipocrisia consiste nel volerci autoconvincere che l’attenzione esasperata nei confronti degli animali sia mossa da un altruistico amore. In realtà come ho detto sopra quello che si manifesta nel rapporto falsato è un atteggiamento molto egoistico: da un lato perché pretende appunto che gli animali rispondano alle nostre esigenze con un comportamento che è per loro innaturale, dall’altro perché il rapporto con gli animali è, almeno superficialmente, molto meno rischioso. L’animale non è mai in competizione con noi: la sua rimane comunque una completa dipendenza. E noi inneggiamo magari alla libera vita nei boschi, e poi costringiamo loro alla reclusione tra le quattro mura di un appartamento, li castriamo o li sterilizziamo, inibiamo ogni loro istinto di caccia e ogni capacità di sopravvivenza autonoma rimpinzandoli di porcherie addizionate con vitamine.

Non solo: questo amore è anche molto condizionato dalle mode. Basta considerare ad esempio quanti collie ci sono in giro oggi, mentre negli anni cinquanta, all’epoca del successo di Lassie, non si vedeva altro. In buona parte dei casi che conosco direttamente la compagnia di un animale è un ornamento, spesso un capriccio, talvolta persino uno status symbol. Non si spiega altrimenti il proliferare di levrieri afgani, di mastini tibetani, di ridgeback rodhesiani o di pitt-bull. Questo non c’entra con l’integralismo animalista, ma non ha nulla a che vedere nemmeno con l’amore.

Il fatto che gli animali non abbiano un comportamento etico non significa naturalmente che non dobbiamo assumerlo noi nei loro confronti. Ma questo dovrebbe andare da sé, conseguire da una corretta conoscenza di quale è il posto dell’uomo nella natura e dei doveri che ha nei confronti della stessa. Non sarà certo una carta dei diritti riconosciuta dall’ONU a far cambiare la mentalità e gli atteggiamenti. Anzi, aggiunge ipocrisia ad ipocrisia, nel momento in cui vengono sempre meno applicati e riconosciuti quelli degli esseri umani. Ancora una volta una parola di buon senso arriva da Kant che, pur non riconoscendo agli animali diritti derivanti dalla loro condizione di esseri viventi e senzienti, riteneva che l’uomo dovesse rispettarli perché la crudeltà nei loro confronti predisponeva ad un uguale comportamento verso i nostri simili. Io sarei ancora più esplicito: bisogna rispettarli perché ogni crudeltà, ogni mancanza di rispetto nei loro confronti è un segno di viltà e di assenza di dignità.

 

Ecco, il sermone alla fine è venuto fuori lo stesso. Ma voglio chiuderlo con un aneddoto. Una volta, ero ancora un ragazzino, ho organizzato una spedizione di commando per liberare un povero cane che stava alla catena da quando era nato, in un cascinale dall’altra parte della valle. Lo sentivo uggiolare tutto il santo giorno mentre lavoravo nel vigneto, e mi strappava il cuore. Con due amici ho allora studiato un piano: ci siamo attrezzati di tenaglioni per tranciare la catena e di lardo per rabbonirlo, e abbiamo atteso che il padrone, un uomo torvo e ferocissimo, si allontanasse per recarsi nei campi. La cosa si risolse in un disastro, perché quell’idiota alla nostra vista si mise ad abbaiare furiosamente, richiamando la figlia del contadino, e dovemmo battercela di corsa prima di essere riconosciuti. Di lontano, dall’albero sotto il quale ci eravamo nascosti, vedevamo il cane camminare ringhiando avanti e indietro per l’aia, trascinandosi dietro la catena, ma fiero del suo successo. Fu in quell’occasione che cominciai a dubitare che gli schiavi vogliano davvero essere liberati, o quantomeno a rendermi conto che ad un certo punto si immedesimano totalmente nel loro ruolo. Non so se stavo umanizzando il cane o animalizzando gli uomini: comunque, una lezione da quell’avventura l’ho tratta. Non ho mai più creduto nelle avanguardie rivoluzionarie.