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Ma che bella giornata!

di Paolo Repetto, 23 giugno 2020

Scendo con la borsa dei rifiuti domenicali. Il cassettone della plastica è, come al solito, strapieno. Ai suoi piedi sono depositati una decina di sacchetti o di scatole di cartone stipati di ogni cosa. Faccio quattordici passi e arrivo all’altro contenitore, al lato opposto dell’esile striscia di “verde pubblico”. È praticamente vuoto. Sono undici metri esatti: lo so perché un tempo mi allenavo a battere i rigori, e la distanza la misuravo appunto in quattordici passi.
Per recuperare l’auto percorro un tratto di marciapiede lungo lo spalto. Lo scorso anno era presidiato da un simpatico e attivissimo ivoriano, armato di raspino e di paletta, col quale ci siamo anche bevuti un paio di caffè e che avrebbe potuto essere l’uomo ideale per la manutenzione del Capanno e del terreno attorno. Il ragazzo non c’è più, qualcuno deve aver segnalato che lavorava e lo avranno immediatamente rimpatriato. Ora le erbacce possono finalmente esplodere nelle crepe del marciapiede, dandoti la gioiosa sensazione di camminare in un sentiero di campagna. Quanto meno, nascondono le cacate dei cani portati a passeggio (avevo già scritto deiezioni, ma è troppo heideggeriano), così che uno le possa agevolmente calpestare ed apprezzare.
In compenso, al primo semaforo è ricomparso il tizio che passa di auto in auto col bicchierino di plastica per l’obolo. Ormai fa parte della segnaletica, ha memorizzato perfettamente i tempi, quando si ritira dalla strada puoi rimettere in moto. Un pulmino lo scarica puntuale ogni mattina assieme ad altri compagni di sventura e passa a recuperarlo la sera. Va avanti così da un paio d’anni. Tutto regolare, comunque: ha la mascherina. E intanto facciamo i flash mob contro lo schiavismo.
Percorro il viale che porta fuori dalla città. È stato appena riasfaltato, dopo essere rimasto chiuso per sei mesi per l’interramento dei cavi della banda larga. Il tempo sufficiente ai cinesi per costruire un’autostrada transafricana da un oceano all’altro. Qualcosa non ha comunque funzionato nella stesura del nuovo manto, perché sembra una pista da cross. A percorrerlo in bicicletta c’è da lasciarci la prostata, ma anche in macchina è una bella prova, sia per gli ammortizzatori che per le reni del conducente.
Alla rotonda finale un idiota inverte le precedenze e per un pelo non si schianta contro un’utilitaria. Non accenna minimamente a scusarsi e fila via sgommando. Vedo nel retrovisore che la ragazza sull’utilitaria, appena superata la rotonda, accosta di lato e scende a respirare. Se la deve essere fatta addosso.
Finalmente sono fuori città. Non accendo nemmeno la radio, non voglio sentir parlare di Conte o di Zanardi (siamo andati avanti per mesi, e ancora non è finita, con centinaia e centinaia di morti anomale e anonime ogni giorno: tutto questo clamore mi sembra un tantino fuori luogo). Voglio godermi il sole di una mattina radiosa, l’aria ancora frizzante e lo spettacolo di una campagna riesplosa ormai da un pezzo. Quest’ultimo però è un po’ disturbato. Nelle cunette ai lati della carreggiata l’erba è alta quasi un metro, e subito al di là c’è una vera e propria striscia di foresta incipiente che copre la vista sui campi. I proprietari decespugliano fino al limite del coltivo, la provincia ripulisce, quando lo fa, solo un metro di margine, rimane la terra di nessuno intermedia, libera di pullulare rigogliosamente e di occultare le schifezze lanciate dai finestrini. Tempo fa avevo proposto di organizzare per i cantonieri provinciali delle gite di istruzione in Austria, perché si vergognassero alla vista delle cunette rasate e pettinate ogni mattina, e per i coltivatori, che là saranno anche pagati per tenere in ordine i terreni, ma almeno lo fanno.
In compenso la strada è rimasta esattamente come lo scorso anno. Durante tutto l’inverno non è sceso un solo fiocco di neve, per cui le buche sono ancora quelle, solo un poco più profonde, perché ulteriormente erose dalla pioggia. Mentre mi esercito in uno slalom che ormai non è nemmeno più eccitante, perché conosco a memoria il tracciato ideale e gli ostacoli, ripenso a ieri sera. Sono andato a prendere mia figlia alla stazione, in tarda serata. Nel piazzale antistante ho assistito ad una lite tra un paio di ragazze di colore e tre loro connazionali che per certo non appartenevano all’esercito della salvezza, con urla e pianti e minacce. Nell’atrio della stazione due poliziotti non si sono lasciati distrarre, hanno continuato a presidiare stancamente lo sbocco del sottopassaggio, dal quale peraltro non sbucava nessuno, perché i treni erano regolarmente tutti in ritardo. Per fare un flash mob eravamo decisamente pochi.
Sotto la pensilina esterna dove ero tornato per fumare, visto che i treni se la prendevano con calma, tre teppistelli di età e di provenienza incerta, di quelli che portano il cavallo dei pantaloni sotto le ginocchia, stavano motteggiando con toni pesanti una ragazza visibilmente impaurita, implorante nervosamente qualcuno che avrebbe dovuto venire a prenderla ed era meno puntuale ancora delle ferrovie dello stato. Le ho fatto cenno di mettersi di fianco a me e ho provato ad incenerire con gli occhi, al di sopra della mascherina, quegli idioti. Qualcosa del disprezzo e della rabbia che mi agitavano deve comunque essere venuto fuori, perché si sono allontanati, sia pure sghignazzando e sputacchiando a destra e a manca, e centrando in pieno il parabrezza dell’auto di un’attempata signora che guidava col finestrino abbassato.
Quando ho recuperato Elisa la mia gamba destra stava ancora ballonzolando, e questo è sempre stato per me il segnale d’allarme del punto di rottura. Prima che ora la gamba riparta nuovamente cerco di cambiare registro, di riandare a cose più piacevoli. In mattinata ero tornato, dopo quattro mesi, al mercatino di Borgo d’Ale. Un sacco di gente, pochi vuoti anche nelle file dei banchi. Bene organizzato, tutti con la mascherina, igienizzanti per le mani dovunque, percorsi a senso unico lungo le file, guidati da enormi frecce bianche dipinte per terra, per evitare i contatti da incrocio. Peccato soltanto che nessuno li rispettasse.
A questo punto devo interrompere bruscamente il filo dei ricordi per inchiodare e lasciar rientrare un demente che mi sta superando in piena curva. È la stessa nella quale lo scorso anno ho scansato per miracolo un altro demente che stava facendo l’analoga bravata in senso opposto. Ormai sono però quasi in vista di Lerma. Ai lati scorre una fila di capannoni industriali uno più brutto e più fatiscente dell’altro. Ne conto trentaquattro, altri sono nascosti nella parte verso il fiume da provvidenziali macchie d’alberi. Di quelli che ho registrato almeno una dozzina sono abbandonati, qualcuno non è mai andato oltre lo scheletro. D’altro canto, qui tutti sanno che per la gran parte la vera destinazione d’uso non era quella sopra la superfice, ma quella sotto. Un paio d’anni fa l’ente che si occupa dei controlli ambientali ha registrato la presenza di strane sostanze nelle acque del Piota, che a monte di questo insediamento industriale non riceve scarichi di alcun tipo. Ma nessuno si è preso la briga di fare due conti e tirare le somme. In compenso noto che stanno invadendo un altro campo nel quale l’ottobre scorso c’era ancora il granoturco, e livellando il terreno. Chissà quanti rifiuti tossici si sono accumulati in questo periodo, a dispetto della quarantena.
Finalmente lascio la piana e salgo verso il paese. La manutenzione dei bordi della strada è sempre la stessa, ma qui non ci si fa più caso, è la natura che si riconquista i suoi spazi e può persino andar bene. Un ultimo sobbalzo all’ingresso in paese. Sul primo muretto, là dove fino a ieri c’era la scritta “W Bartali”, adesso c’è un logo indecifrabile tracciato con le bombolette spray. Ma stanno rimuovendo il vecchio intonaco, sparirà anche quello.
Quando scendo dall’auto, in cortile, e rivedo le mie piante di rose totalmente spoglie, e le peonie rinsecchite e minuscole (le noto perché lungo tutto il percorso ho visto roseti incredibili traboccare dalle recinzioni delle villette, con fiori grandi come piatti da portata e dalle sfumature di colore più stupefacenti), mi accorgo con sorpresa che sono totalmente rilassato. Davvero mi sorprendo, perché oggi lungo il percorso e ieri in Alessandria di rilassante non ho visto granché.
Poi, mentre salgo le scale di casa, finalmente capisco. Ora so il perché di questa sensazione di tranquillità. È che ho constatato come, al di là di tutte le profezie e le previsioni e le analisi socio-psicologiche, in questi quattro mesi nulla e nessuno è davvero cambiato, tranne forse me, che sono invecchiato di colpo di altri dieci anni. Certo, nel futuro prossimo ci saranno crisi economiche, nuove ondate pandemiche, proteste magari violente, ma noi nella sostanza siamo rimasti gli stessi. Non è necessario reggere cinque minuti di un notiziario o di una qualsiasi trasmissione televisiva per capirlo. Tutto è esattamente come prima, magari un po’ peggio.
In effetti la mia non è tranquillità, ma rassegnazione: e tuttavia, egoisticamente, significa che non sarà il caso di caricare le povere ossa di rinnovate speranze e illusioni. Il legno storto di kantiana memoria continuerà a crescere sghembo, fino a che gli sarà consentito crescere, e per me si tratterà invece di resistere solo un altro poco. Per adesso però mi godo questa splendida giornata di sole. Senza mascherina.

Nell’indifferenziato

di Paolo Repetto, 21 settembre 2019

Mentre svuoto nei cassonetti tre borse di rifiuti (plastica, vetro e carta), e un’altra ne deposito in quello dell’organico, mi sorprendo a considerare la necessità e al tempo stesso la stupidità di questo gesto quotidiano (non è la prima volta, naturalmente, ma oggi mi ci soffermo più a lungo). Beninteso, la stupidità non riguarda il gesto in sé, più che doveroso e razionale, ma il sistema che lo ha reso necessario. Lo stato di salute di una società, come quello di ogni umano, lo si giudica anche, e forse prima di tutto, dai rifiuti che essa produce. Quella attuale sembra affetta da dissenteria cronica.

Parrebbe l’inizio di un peana sciolto al bel tempo che fu; ma vi rassicuro. Non sono un nostalgico del passato. O almeno, lo sono solo per alcuni aspetti. E consapevole che di passato, appunto, si tratta. Solo, quando mi capita di pensarci, torna a sbalordirmi il cambiamento incredibile nello stile di vita di cui sono stato testimone e partecipe. È una cosa che chiunque abbia meno di settant’anni, e probabilmente anche molti fra quelli che hanno superato quella soglia, difficilmente riesce a mettere a fuoco. Come si fa ad immaginare un mondo senza televisione, senza cellulari e computer e internet (e nel mio caso anche senza telefono e mezzi motorizzati e lavatrici e frigoriferi, e a casa di mio nonno anche senza acqua corrente, fornelli a gas ed elettricità)? Eppure, quella che ho conosciuto da bambino è la condizione nella quale per molti aspetti vive ancora oggi una fetta consistente dell’umanità, anche se tale condizione è diversamente percepita da chi ci sta dentro, perché lo sviluppo planetario dei nuovi media lo sollecita costantemente a fare confronti.

Senza dunque volgerla troppo in epopea, e a dispetto dell’essere nato all’interno di quello che allora era definito il “triangolo industriale”, di fatto sono cresciuto fino a quindici anni in una nicchia microeconomica pressoché medioevale, nella quale la circolazione monetaria aveva in tutti gli ambiti, a cominciare da quello alimentare, un ruolo secondario. Mio padre conduceva su una gamba sola un orto e un vigneto, e arrotondava lavorando la sera come calzolaio. A memoria della famiglia era il primo a possedere un fazzoletto di terra tutto suo. Gli scarsi ricavi della produzione di vino andavano comunque quasi tutti per pagare i lavori che non poteva eseguire lui stesso e che ancora non eravamo in grado di svolgere noi figli. Non volle sentir parlare di pensioni di invalidità fino a dopo i cinquant’anni, quando il carico famigliare aumentato e le spese per i nostri studi cominciarono a creare nuove esigenze. Ciò che ha dell’incredibile è che riuscivamo a cavarcela lo stesso: e questo per via di un regime che oggi, a posteriori, appare straordinariamente virtuoso, ma che all’epoca era pura strategia di sopravvivenza.

La nostra dieta non era affatto povera, ma si basava quasi per intero su cose che producevamo o allevavamo direttamente: latte, uova, farina di frumento o di mais, pollame di ogni tipo, conigli, maiali, verdure e ortaggi, frutta, vino. In pratica acquistavamo fuori solo l’olio, il sale, il riso, il parmigiano, lo zucchero e il caffè. Con molta parsimonia, e preferibilmente attraverso lo scambio. Il pesce (soprattutto lo stoccafisso e le acciughe) ce lo procurava, in cambio del vino, un misterioso pigionante che occupava nella nostra casa (in realtà ancora non era nostra, anche noi pagavamo un canone, sia pure quasi simbolico, in natura) due stanze in affitto, lavorava al porto di Genova e capitava in paese solo ogni tanto, all’improvviso. Nei mesi estivi barattavamo le altre derrate con la frutta che conferivamo ai negozianti. Per il riscaldamento, c’erano due stufe e la legna del bosco.

In casa giravano pochissimi soldi, giusto quelli per pagare i consumi di quattro lampadine, la bombola del gas e il forno dove mia madre faceva cuocere quotidianamente il pane, o per i capi di biancheria e d’abbigliamento indispensabili. Ma, anche qui, pantaloni, camicie e maglie per la gran parte arrivavano da Genova, dalla zia portinaia che ne faceva incetta presso tutti gli inquilini del suo palazzo. Mia madre li adattava e li riparava, per le scarpe c’era mio padre: quando già frequentavo il liceo ho indossato per un anno un paio di pantaloni rattoppati, e confesso che solo allora per la prima volta, fuori dal mio ambiente, la cosa mi ha fatto sentire a disagio. Al materiale scolastico, quaderni, matite, provvedeva il patronato. Di giocattoli naturalmente non si parlava. Quelli che c’erano arrivavano anch’essi da Genova, per la stessa via, assieme ai libri e a rotocalchi vecchi di qualche mese: il resto era affidato alla nostra fantasia o all’abilità di mio nonno nell’intaglio. Unico lusso, la radio.

In un contesto del genere era giocoforza ingegnarsi e darsi da fare precocemente. Lo scambio valeva anche per le prestazioni. Mi sono procurato i primi kit per il traforo e per il disegno alzandomi per anni alle sei e mezza e stravincendo le classifiche dei chierichetti, i primi fumetti de l’”Intrepido” e del “Monello” andando a recuperare, appena uscito dalla messa del mattino, i sacchi della posta e dei giornali che la corriera depositava in piazza, i miei film western facendo il proiezionista presso il cinema parrocchiale. Lo stesso valeva comunque per tutti. Tra i miei coetanei c’era chi faceva il giro all’alba a consegnare il latte e chi arrivava a scuola dopo aver pulito la stalla (e si sentiva). Ma in tutto questo non c’era nulla di sofferto. Prima dei quindici anni non mi sono mai sentito povero, dopo ho cominciato a pensare di esserlo stato in passato, ma senza rimpianti, anzi, col tempo con un certo orgoglio. Forse per questo lo rievoco così spesso.

Era un sistema perfetto? No, non era un eden ma neppure era un inferno: era il modo in cui viveva, fino ai tardi anni cinquanta, almeno la metà delle famiglie in paese.

Ma in realtà non di questo mi interessava parlare. Come accade ai vecchi, i ricordi mi hanno preso la mano. Volevo tornare invece da dove son partito, al fatto che all’interno di quella economia non si produceva alcun rifiuto. Gli scarti alimentari erano una benedizione per maiali, galline e conigli, che spolveravano persino le ossa. La carta, quella poca che circolava, era il detonante per la stufa, nella quale finiva anche ogni minima scheggia di legno. Lo sfalcio andava a finire nella mangiatoia della stalla. Residui metallici non ce n’erano: ogni minima barretta di ferro era utilizzata per gabbie e recinzioni. La plastica ancora non esisteva, o almeno non era diffusa a Lerma, pentole, secchi e altri recipienti erano di latta, di rame o di bronzo, le bottiglie di vetro, e venivano riutilizzate all’infinito. Non parliamo poi degli ingombranti. La mia culla, quella che servì in seguito anche per mio fratello e mia sorella, l’aveva costruita mio nonno, arrivava dagli zii e aveva già ospitato l’intera generazione precedente dei Repetto. Per riempire un cassonetto coi nostri rifiuti sarebbe occorso un secolo.

Alla fine, il punto è proprio questo. Forse le mie divagazioni iniziali non erano così gratuite. Nel mondo che ho conosciuto l’economia era ancora principalmente fondata sulla produzione, e la finanza fungeva al massimo da supporto: la produzione era finalizzata a rispondere ai bisogni essenziali, non a quelli creati dalla pubblicità: i consumi non erano indotti, al massimo le scelte erano orientate. Nell’economia del baratto non c’è spazio per il superfluo: si cerca solo ciò che veramente si vuole, perché serve, o perché anche se in apparenza superfluo soddisfa un desiderio genuino, e non indotto per imitazione o con un martellamento asfissiante. Gli oggetti non vengono usati e gettati frettolosamente, ma utilizzati e conservati a lungo, gli alimenti sono consumati per intero. Quando si affronta il tema della polluzione consumistica e degli scarti che essa si lascia dietro, queste cose vanno tenute presenti, e non per proporre impraticabili conversioni a U, ma per avere almeno chiara la complessità inestricabile del quadro, evitando appunto di perdersi dietro arcadiche favolette. Nella sostanza: il cerchio nel quale alla fine in qualche modo si ricomponeva il rapporto uomo-natura, in un equilibrio delicatissimo, è andato allargando il suo raggio nei millenni, fino a quando ad un certo punto si è rotto. I due estremi non tornano più a sovrapporsi, il cerchio è diventato una spirale, che da Vico in poi è stata considerata progressiva, ma oggi, da un punto di vista ribaltato, mostra tutta la sua negatività. La spirale è impazzita in avvitamento, nell’accezione aeronautica del termine: si produce per poter continuare a produrre, non c’è più alcun rapporto coi bisogni reali, e se creano quindi di nuovi, effimeri, che devono essere costantemente reinventati.

Quando con precisione tutto questo abbia avuto inizio, quando il verso si sia invertito, non lo sappiamo, ci sono in proposito svariate scuole di pensiero: senza dubbio negli ultimi duecento anni, probabilmente anche molto prima. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti, ormai ne sono coscienti anche i bambini: ma questa consapevolezza non si traduce in una risposta che vada al di là dell’indignazione sui social, di un movimentismo inconcludente e dei summit-evento. La verità è che sotto sotto il processo è dato da tutti per scontato, e ad esso vengono opposti soltanto l’ottimismo tecnologico o il fideismo irrazionalistico in una “nuova era”. Chi come me ha vissuto, come dicevo prima, in una sorta di nicchia, in una riserva indiana, ha avuto modo di assistere alle ultimissime fasi della rottura del cerchio, sia pure alla maniera in cui oggi assistiamo a fenomeni cosmici verificatisi milioni o miliardi di anni fa. Ha visto sintetizzata in cinquant’anni una mutazione che si è prodotta nell’arco di secoli, e che ha toccato ogni sfera della vita umana, da quella economica a quella politica, sociale, culturale, affettiva. Che ha interessato non solo gli scenari naturali e culturali (leggi: i modi di produzione), ma anche gli attori che in essi si muovono. Una vera e propria mutazione antropologica.

Quando parlavo di stupidità del sistema mi riferivo a questo. La trasformazione è stata tale da non consentire più di credere a ripensamenti, a rallentamenti, a mutamenti di rotta interni al sistema stesso, e chi ha visto scorrere i fotogrammi della vicenda a velocità moltiplicata ne è più che mai persuaso. Il sistema è stupido proprio perché nella sua totalizzante pervasività non prevede e non si concede scelte alternative, nemmeno quando acquista coscienza di avviarsi all’autodistruzione.

Tutto qui. La mia voleva essere solo una constatazione, una malinconica testimonianza. Decisamente e volutamente ovvia. So che non è possibile, e forse nemmeno sarebbe auspicabile, tornare a quella condizione, ma non posso ignorare che l’accelerazione impressa, nel bene e nel male, da questo ultimo mezzo secolo è impossibile da sostenere. Che il meccanismo si sta inceppando, perché produce ormai più scarti, compresi quelli umani, che benessere. E che l’umanità pare ansiosa di suicidarsi soffocandosi allegramente nel suo pattume.

Ricette per venirne fuori non ne conosco: quelle che circolano, suggerite da economisti, filosofi o professionisti dell’ambientalismo mi paiono tutte poco credibili, quando non palesemente stupide. L’unico antidoto sarebbe il senso collettivo di responsabilità, ma ne occorrerebbero dosi da elefante, mentre non ci sono più laboratori che lo producano e manca soprattutto la materia prima indispensabile. Temo che sarà la natura a dettare quelle davvero efficaci, e che si tratterà di terapie tremendamente invasive e devastanti. E non è detto che l’astuzia riequilibratrice della natura non passi proprio per le mani sciagurate degli uomini stessi.

Nulla da fare, dunque? Non proprio. Nell’attesa del peggio possiamo comunque salvaguardare un minimo di dignità. Cominciando da subito. Torno indietro, ai cassonetti, e vincendo il senso di schifo e l’irritazione butto dentro e cerco di compattare anche quei sacchetti e quei cartoni che qualche deficiente, senz’altro più di uno, ha abbandonato lì vicino.

Non lo faccio sempre, so che serve a ben poco e che l’azione più corretta sarebbe prendere per un orecchio gli incivili e costringerli a farlo essi stessi, e poi cacciare anche loro nell’indifferenziato. Ma oggi si, in assenza della possibilità di applicare la seconda opzione mi adatto alla prima. Per un attimo mi attraversa la mente l’idea che sarebbero necessari cassonetti anche per le stupidaggini, i pregiudizi, le falsità che ci stanno letteralmente sommergendo. Per queste cose però non sarebbe sufficiente un container ad ogni angolo di strada, ed è purtroppo questa la spazzatura meno differenziata.

Il lavoro per quel che resta del futuro non manca. Se proprio dobbiamo seppellirci, cerchiamo almeno di farlo in maniera un po’ più elegante e pulita. Differenziamoci.