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Il segreto di Luca

di Paolo Repetto, maggio 2009, articolo per “Il novese

Lo confesso: non avrei puntato un euro sulle possibilità di Luca di salire al Tobbio. Li avrei dati per persi in partenza, sia Luca che l’euro. Ero anche perplesso sulla sua partecipazione: temevo che si sarebbe inchiodato sulla prima rampa e che di lì non lo avremmo più smosso. E invece …

Invece Luca è salito. Del suo passo, facendosi un po’ trainare, mugugnando e chiedendo ogni cinquanta metri: ”ma quando si arriva?” e scrollando la testa ogni volta che gli si ripeteva: “tra un paio di tornanti”; ma è salito. E una volta in cima era felice come una Pasqua, ha spazzolato un chilo di panini e due litri di aranciata e ha festeggiato con i compagni e con gli insegnanti.

Grande Luca. Grande non certo per la salita del Tobbio in sé, ma perché Luca è un ragazzo diversamente abile, magari studente più assiduo e diligente di molti suoi compagni, magari amicone e pronto a darti il cinque, ma pur sempre un ragazzo “speciale”. E salire il Tobbio è stato per lui come per altri scalare il Monte Bianco: una faticaccia immane, uno sforzo quasi al limite.

Sulla via del ritorno era sfinito, immagino che le gambe gli tremassero per la stanchezza. Quando gli abbiamo chiesto: “allora, vieni anche al prossimo rifugio?” si è fermato, ci ha guardato fissi coi suoi occhietti e ha risposto: ”devo pensarci”. Fantastico. Gli è bastato comunque approdare al punto di raccolta, ritrovare i suoi compagni, per dimenticare ogni pena. È tornato a fare cosca con gli altri, e quando è sceso dal pullman ha salutato: “ci vediamo domattina”.

In verità non c’è nessun segreto di Luca. È tutto molto chiaro e semplice. Luca ha voglia di vivere, di stare in gruppo, di sentirsi amato e considerato e di voler bene agli altri. Le stesse voglie che hanno i suoi compagni Martina e Fabio e tutti gli altri che non senza ipocrisia definiamo “speciali”, e che speciali sono davvero, ma in un senso molto diverso da quello che in questo caso attribuiamo all’aggettivo. Sono speciali perché si accontentano e gioiscono delle cose più semplici e più vere e mantengono, molto più di noi “normodotati”, il rapporto con i valori elementari e genuini dell’esistenza.

Grazie, Luca. per avercelo ricordato.

 

Io sono lento.

Prego, si regoli di conseguenza.

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

John Franklin aveva già dieci anni ed era ancora così lento da non riuscire ad afferrare la palla.

Così inizia La scoperta della lentezza, biografia romanzata, scritta da Sten Nadolny, dell’uomo che divenne nel secolo scorso uno dei più capaci e famosi ammiragli della gloriosa Marina Britannica. Franklin entrò nella storia per aver cercato il Passaggio a Nord-Ovest; quella rotta che partendo dall’Oceano Atlantico, e attraversando le infinite insenature situate a nord del Canada, raggiunge lo stretto di Bering, quindi l’Oceano Pacifico.

Pochi credevano nell’esistenza di una via per mare che congiungesse i due maggiori oceani, senza passare per la Siberia. John Franklin era uno di quelli; era un uomo che aveva un sogno e morì in vista della sua meta.

Strano: quanto più John si avvicinava alla meta, tanto più sentiva che non gli era più necessaria. […] Aveva soltanto il desiderio di poter essere in viaggio, proprio come ora, in viaggio d’esplorazione, sino alla fine della vita. Un sistema di vita e di navigazione “alla Franklin”.

Non riuscì nell’impresa in quanto il ghiaccio artico imprigionò l’Erebus e il Terror, le due navi da lui comandate; la fame e il freddo obbligarono l’equipaggio ad abbandonarle al loro destino e a dirigersi a sud, alla ricerca di insediamenti umani. Nessuno si salvò, e dopo molti tentativi di soccorso – organizzati in prevalenza dalla moglie – si trovarono solo dei resti umani disseminati in molte miglia quadrate, come se gli uomini della colonna fossero morti uno ad uno dopo una terribile agonia. Si ritiene addirittura che la fame abbia indotto molti al cannibalismo, ma neppure ciò servì a farli sopravvivere.

Franklin incarna un desiderio primordiale, che fa parte della natura stessa dell’uomo: il viaggio, inteso sempre e comunque come viaggio di esplorazione.

L’unicità di quest’uomo sta nel fatto che seppe navigare lungo una rotta che lo portò a scoprire la paura, la coscienza di essere diverso dagli altri, la consapevolezza di non riuscire a percepire gli eventi coi tempi di tutti.

Potrei qui descrivere le gesta di un uomo che indubbiamente permise un passo avanti nell’esplorazione di quelle zone impervie e sconosciute, ma credo che qualunque testo storico possa essere più esauriente. Mi è più caro porre l’accento, usando stralci dello stesso libro di Sten Nadolny, su come Franklin abbia inteso l’esistenza e come abbia saputo piegare le leggi della vita sociale al suo sistema di vita.

Già dalle prime pagine si capisce che l’uomo in questione non era comune. Aveva una differente percezione del tempo e dalle velocità in cui avvenivano i fatti, cosa che lo costringeva inizialmente a collezionare e memorizzare una serie di fatti e di relative reazioni, in modo da essere sempre più veloce – attingendo appunto al suo archivio mentale – quando doveva affrontare una situazione. Usò il proprio difetto mentale per ricucire meticolosamente ciò che il mondo caotico apriva, come un chirurgo fa con le ferite.

Amava la calma, ma era necessario anche saper fare le cose in fretta. Quando non ci riusciva, tutto gli si rivoltava contro. Dunque doveva riguadagnare terreno.

John sedeva tutto imbacuccato davanti alla baracca e guardava la tempesta autunnale che spazzava via a mucchi le ultime foglie dai rami. Fissava lo sguardo su una determinata foglia e aspettava finché cadeva. Spesso tutto ciò durava molte ore, durante le quali poteva meditare senza meta e senza fretta.

Non so se questa sua caratteristica sia documentata storicamente o se è un’invenzione dello scrittore, ma ciò non è importante al fine di comprendere la fattibilità di un metodo di vita sostanzialmente in antitesi con quello della società attuale, ingorda di tempo, nella quale il ritornello ricorrente sembra essere quello del coniglio bianco di Alice: “è tardi, è tardi!”.

Comunque, osservando un suo ritratto sono indotto a credere che Franklin fosse veramente così.

John Franklin era uno che faceva pause, anche quando non gli erano necessarie. Non era il navigatore ad avere bisogno della pausa, bensì la pausa ad avere bisogno del navigatore.

Quest’uomo si scosta indubbiamente dai canoni dell’eroe romantico in voga ai suoi tempi, ed ancor più da quelli odierni. L’incapacità di inseguire gli eventi che fagocitavano velocità lo portò a sviluppare un proprio metodo di apprendimento, basato sull’osservazione di un fatto per un tempo più o meno lungo, durante il quale rifletteva sul da farsi, per poi, con estrema semplicità, agire di conseguenza. E quando ciò accadeva, la sua scelta era sempre la più razionale e logica.

Tutti gli altri devono adattarsi al mio ritmo, perché è il più lento. Solo se questo punto viene rispettato possono subentrare la sicurezza e l’attenzione. Sono un amico di me stesso. Prendo sul serio ciò che penso e ciò che sento. Il tempo che mi occorre per questo non è mai sprecato. Lo stesso atteggiamento concedo anche agli altri. Se possibile, bisogna ignorare l’impazienza e la paura, il panico è severamente vietato.

La sua capacità di riflettere sulla situazione che si veniva a creare – fosse pure complicata e richiedesse un’azione immediata – faceva sì che l’affrontasse comunque con la calma dei saggi, la logica e la freddezza dei grandi.

La pazienza è eroica perché non ha nessuna apparenza d’eroico.    GIACOMO LEOPARDI

Una sola cosa era ancora peggiore: la campana della nave che si metteva a suonare da sola. Ma questo non succedeva mai, o non poteva più essere raccontato, perché allora le navi colavano rapidamente a picco con uomini e topi. […]

Subito dopo la dritta della nave andò a sbattere contro la massiccia banchisa. Tutti gli uomini andarono a gambe all’aria, nessuno riusciva a star ritto, era come se fosse stato tolto loro un tappeto da sotto i piedi. Poi ci fu un suono terribile, un segnale di morte: la campana della nave suonò. John si aggrappò con le unghie per rimettersi in piedi, indicò la coffa di trinchetto e gridò: “Mollare i terzaroli!” Tutti lo guardarono come se notassero i primi sintomi di una malattia mentale. Un altro cavallone tuonò lì accanto e sbatté di nuovo la nave contro la parete come un uovo in padella. Gli alberi si piegarono come steli. E in quel frangente uno doveva arrampicarsi sui pennoni e – come aveva detto? – “mollare i terzaroli”? La campana della nave suonava come un’ossessa. Naturalmente suonava! Era la fine! Avrebbe continuato a suonare finché fossero morti. Gli uomini si tenevano aggrappati a qualcosa, più nessuno si muoveva. All’ondata successiva, stessa cosa. La nave era perduta.

John Franklin era sempre più strano. Ora stava afferrando con la mano destra la spalla sinistra, tenne la presa e si mise a tirare con tutte le sue forze. Voleva togliersi i gradi o strapparsi in due pezzi? Comunque era diventato pazzo, questa era la prova. Gilbert bestemmiava, Kirby pregava, tutti pregavano. Chissà se Kirby avrebbe parlato ancora una volta delle ragazze?

Franklin si strappò la manica dalla giacca dell’uniforme, si arrampicò fino alla campana della nave e, tra un rovescio di tempesta e l’altro, disse al primo ufficiale: “Mr. Beechey, sia così gentile da far mollare i terzaroli sull’albero di prua.” Poi avvolse lo spesso panno dell’uniforme attorno al batacchio della campana, fece un nodo e tirò come se volesse strangolare un elefante. “Adesso staremo tranquilli!” disse contento, come se avesse imbavagliato anche la tempesta.

La peculiarità che mi affascina in questo personaggio è l’arte di saper ascoltare, merce rara al giorno d’oggi. Lo si scopriva a prestare eguale attenzione agli uomini come agli eventi, anche quando richiedevano una risposta immediata, come il rischio di un naufragio. Aveva il suo tempo per ogni cosa, dopodiché con la stessa naturalezza impartiva ordini o dava consiglio.

Un lunedì sera Richardson gli chiese: “ma lei non ha paura del nulla?” e John tacque, meditando fino a martedì. Poi il dottore chiese: “Se esiste l’amore, non dovrebbe esistere un vertice, una summa d’amore?” Allora John rispose alla domanda del giorno precedente: “Non ho paura di questo, perché posso immaginare il nulla come qualcosa di abbastanza tranquillo.” Sull’amore al momento continuò a tacere. Il mercoledì sera parlarono a lungo, perché era la volta della vita eterna. Richardson parlò della prospettiva di rivedere persone perdute. Questo interessò John a tal punto, che dimenticò completamente di rispondere a proposito dell’amore. Comunque, quando osservava Hood, gli sembrava che l’amore fosse più una malattia che qualcosa di divino. “Ci sono persone che stanno andando e persone che stanno arrivando. Ciò che arriva in fretta, passa anche in fretta. È come guardare dal finestrino di una carrozza, niente resta fermo. Di più non so dire.”

Un libro, un personaggio del genere rimane un sicuro approdo per coloro che ricercano l’isola dove abiti ancora la pazienza.

Ad Akaitcho non sfuggiva nulla. Né della delusione di John riguardo alle società per il commercio delle pellicce e alle stoltezze di Back, né delle tensioni all’interno del gruppo. Un giorno disse: “I lupi sono diversi. Si amano, si toccano col muso e si nutrono reciprocamente.” Adam tradusse.

John divenne un po’ incerto. Era difficile dare una risposta ad Akaitcho senza parlare più o meno dei suoi compagni di viaggio. Quindi si limitò a inchinarsi e a tacere. La sera aveva preparato la risposta: “Ho riflettuto molto sui lupi. Hanno il vantaggio di non poter parlare l’uno dell’altro.”

Ora fu Akaitcho ad inchinarsi.

Collezione di licheni bottone

Su una gamba sola

di Paolo Repetto, 1993

In un tardo pomeriggio di oltre quarant’anni fa mi resi conto all’improvviso che a mio padre mancava una gamba. Avevo otto anni, forse addirittura nove. Evidentemente non ero un bambino molto sveglio, o forse già allora vivevo talmente immerso nelle mie fantasie da non badare alla realtà che mi circondava (che è un modo più elegante per dire la stessa cosa). Sta di fatto che mio padre aveva perduto l’arto ben prima della mia nascita, e quindi io l’avevo sempre visto così, anche perché non usava alcuna protesi: e che se pure qualche dubbio, qualche curiosità mi avevano sfiorato, fino a quel momento il suo stato mi era parso naturale. Naturale che saltellasse invece di camminare, che calzasse una sola scarpa e che una braga dei suoi pantaloni fosse vuota e arrotolata quasi sino all’inguine.

In sostanza, se anche del fatto della gamba mi ero accorto da tempo, quale incidenza potesse avere sulla sua vita so di averlo realizzato d’un tratto, lucidamente, solo allora. Ho perfettamente a fuoco il momento, la situazione, il luogo in cui ciò avvenne. E anche il sentimento che provai. Sono certo che non ci fu alcuna delusione, anche perché mi era naturale non attendermi da lui qualcosa che comportasse l’uso di entrambe le gambe. Non mi piaceva passeggiare, saltare, giocare a nascondino: volevo solo leggere, essere lasciato in pace, inscenare battaglie infinite con i miei soldatini, e sempre possibilmente da solo, lontano dalla vista e dalla presenza altrui. Tutte cose per le quali le gambe, mie o sue, non erano importanti.

Mi venne quindi spontaneo non pensare a quello che una simile condizione poteva comportare per me, ma a ciò che significava per lui, titanicamente ostinato a sbarcare il lunario col lavoro della terra. E fui assalito dall’angoscia. Un’angoscia sottile, non devastante, che cominciò ad avanzare e ad erodere a piccoli flutti, quasi impercettibili, ma implacabilmente continui. Un senso di vuoto allo stomaco che non mi avrebbe più lasciato, e che col tempo si è somatizzato in irrequietudini più o meno manifeste.

Non fu un trauma violento, né poteva esserlo. Chi ha conosciuto mio padre nei suoi giorni migliori sa che su una gamba era in grado di svolgere l’attività di due persone (e non solo era in grado, la svolgeva anche): quindi l’impressione che ne veniva non era quella di un’impotenza ma quella di una eccezionalità, e nello stesso tempo di uno sforzo enorme. Vederlo spingere sull’unico pedale della bicicletta, saltellare tra i filari della vigna (fino ai cinquant’anni non usava, di norma, nemmeno le stampelle), sollevare pesi spropositati, arrampicare sugli alberi innalzandosi a braccia di ramo in ramo, era uno spettacolo ad un tempo esaltante e penoso. Dava orgoglio per quello che stava facendo, e rabbia per quello che avrebbe potuto fare in una condizione normale. Ma soprattutto, ad un bambino di otto o nove anni, imponeva la coscienza di un debito, l’inibizione a qualsiasi attesa, sul piano del gioco e delle attenzioni e del tempo, perché già stava ricevendo moltissimo. Il credito era tutto di quell’uomo formidabile, a lui semmai qualcosa era dovuto, e in qualche modo doveva essere ripagato di quella gamba mancante. Anche quando compresi, molto più tardi, di non essere stato coinvolto solo in una lotta per la sopravvivenza, ma anche in una personalissima guerra di riscatto col destino, in una orgogliosa sfida testa a testa col mondo intero, non potei che condividere quella scelta. Perché in fondo, per un uomo così, non c’era alternativa.

Ripensandoci oggi, a tanti anni di distanza, sono sempre più sicuro che quello sia stato il mio vero battesimo alla vita. In quel momento scoprii il peccato originale, avvertii di essere in fallo, di dover in qualche modo espiare e rendermi degno del perdono. C’era qualcuno che faticava e soffriva anche per me, ed io dovevo ripagarlo, ripristinare l’equilibrio, essere l’altra gamba. Forse si stava solo manifestando una congenita presunzione, o forse la sofferta voluttà di offrirmi come capro espiatorio, di caricarmi la soma delle responsabilità del mondo, era frutto dell’ambiguo spirito da controriforma che mia madre mi aveva inculcato: o magari fu davvero la scoperta dell’invalidità di mio padre a mettere in moto tutto il processo. Non lo so, probabilmente hanno concorso tutti e tre i fattori, ma senza dubbio la condizione necessaria era la prima, una natura portata ad esasperare, nel bene come nel male, l’autoconsapevolezza (forse perché poco fiduciosa negli altri).

Più o meno consapevolmente ho passato dunque tutta la vita ad espiare. Perché la colpa, quando è originaria, non si redime, non si cancella mai. L’innocenza perduta non la ritrovi più, la macchia ricompare, tu la vedi, e temi che anche gli altri la vedano, e non sei mai a tuo agio. Mentre studi, mentre leggi, mentre ti diverti, pensi che lui sta faticando, che in quel momento sta facendo qualcosa che tu avresti potuto fare. Tutto diventa secondario e relativo. Ti scopri incapace di andare in fondo in qualunque tua idea o passione, perché c’è quella realtà di sudore e di fatica a rendertela vana e illusoria. Finisci per fare tua la sfida in faccia al mondo, solo per accorgerti di essere sconfitto in partenza, perché tu non ti confronti col destino, ma con un uomo che il destino lo ha battuto su una gamba sola. E quando capisci che non riuscirai mai ad emularlo, e che in fondo tutto questo non ha senso, che devi riprenderti la tua gamba per fare la tua strada, è ormai troppo tardi: l’altro arto si è rattrappito, non riesci più a distenderlo. Rimani in bilico come le gru dormienti di Chichibio, e aspetti invano che qualcuno batta le mani e ti risvegli.