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La giusta lentezza

di Fabrizio Rinaldi, 27 marzo 2021

Da mesi non riesco ad avere un pensiero degno di essere trascritto. Senz’altro importa solo a me, ma vorrei comunque spiegarne le ragioni.

In quest’anno pandemico la mia vita lavorativa ha subito dei cambiamenti sostanziali (e purtroppo sono in buona compagnia). Prima il mio orario era flessibile. Ora per svolgere il mio ruolo devo recarmi di buon mattino dove lavoro: quindi, abitando parecchio lontano, parto nel cuore della notte e torno per cena, per stramazzare nel letto subito dopo. Tempo per strizzarmi il cervello, praticamente zero.

Per molti le conseguenze del coronavirus sono state la perdita del lavoro (loro sì che avrebbero da sbraitare, ma la protesta è sopita dalle norme di sicurezza), l’innaturale stasi (resa possibile dalla cassa integrazione, che inibisce la creatività), lo smart working (che in realtà ha ben poco di “smart”). Per altri più “fortunati” – me compreso – si è trattato di uno stravolgimento dei ritmi lavorativi e biologici, che avrà, credo, anche delle conseguenze sulla salute.

Nell’epoca in cui è imposta una vita ritirata, molti si danno al jogging per evadere dalle mura domestiche; io invece mi ritrovo a fare una vita più sedentaria di prima (casa, auto, lavoro, auto e nuovamente casa), con conseguente incremento del mal di schiena e dei trigliceridi.

Durante l’ultima donazione di sangue la dottoressa ha evidenziato un aumento di questi ultimi, conseguenza delle nuove abitudini acquisite: i manicaretti cucinati in famiglia durante i week-end, non bilanciati dalle passeggiate per portar fuori il cane (troppo brevi, occorre fare attenzione a rimanere dentro i confini comunali – abbiamo imparato che essere in zona rossa comporta anche un divieto di scollinamento), stanno producendo un accumulo di zuccheri nelle mie vene. Lo sento in particolare quando non riesco a stare al passo di mio padre, quasi ottantenne, durante la potatura degli alberi, già squassati dal peso della neve invernale.

Nel fine settimana avrei la possibilità di mettermi al computer nelle ore a me più congeniali (dalle 3.00 alle 8.00 circa, quando tutti dormono e il cane russa pure), ma mi ritrovo a leggere l’ennesimo articolo sul Covid-19 o farmi ammaliare dalle sirene dei social.

Ho difficoltà a mantenere la necessaria attenzione su un argomento. La mente è come un uccello che vola da un albero all’altro, senza riuscire a sceglierne uno dove fare il nido. Il rischio è dimenticare come farlo e a cosa serve, e svolazzare senza un perché sino a sbattere contro il parabrezza di qualche auto.

Credo che questo disturbo sia una conseguenza della forzata immersione totale nel mondo digitale, dove tutto è frenetico. Ciò che comprendo, conosco o acquisto oggi sarà obsoleto già domani, e la “verità” del giorno dopo mi induce a credere che ciò che so e ho in questo momento sia errato o superato. Tutto l’apparato col quale mi confronto pare una macchina impazzita, che viaggia in accelerazione continua e deve capitalizzare quanti più “fruitori” possibili: al di là delle formule di rito, non c’è il minimo interesse a indurre un po’ di sana riflessione, a fare mente locale su ciò che, al di là del flagello pandemico, non funziona nel nostro modo di reagire, a stimolare un vero dibattito, e non delle vetrine per politici e virologi e imbonitori. Patisco particolarmente la cosa perché ho già dei problemi di mio nel metabolizzare ciò che apprendo, mi ci devo soffermare più di altri, non so fare il passo successivo se non sono del tutto convinto di quelli già fatti. Altrimenti non avrei scritto anni fa un pezzo intitolato “Io sono lento. Prego, si regoli di conseguenza”.

Credo comunque che tutti coloro che amano davvero scrivere, sia quelli che lo sanno fare che quelli che come me ci provano, siano accomunati dalla stessa sensazione: che tutto sia già stato scritto, o comunque che altri lo abbiano già fatto meglio. E non è un grosso incentivo a battere le dita sulla tastiera.

In effetti è vero, tutto è già stato scritto, da Omero in poi. Ma Omero non era me, e il mio vissuto non è lo stesso di coloro che sono stati prima e saranno dopo di me. E allora mi basta la consapevolezza, anche se non sono uno scrittore e neppure uno che mastica bene la materia, che si può scrivere anche solo per essere più lucidamente coscienti di quanto ci accade, per fissare sulla pagina eventi o sensazioni che altrimenti scomparirebbero con lo scorrere del tempo. Si può scrivere per non dimenticare troppo in fretta, per non lasciarsi risucchiare dalla velocità della macchina.

Stanno accadendo sin troppe cose in questo periodo. Siamo testimoni di qualcosa di epocale, e ce ne accorgiamo sino ad un certo punto (com’è forse naturale che sia, peraltro). Sentiamo parlare quasi solo di virus, di vaccini, di chiusure e di ristori. Ma la nostra quotidianità sta cambiando anche al di là delle mascherine e dei divieti, cambia sotto aspetti per i quali non abbiamo forse tutta l’attenzione dovuta, e cambia senza aver modo di esercitare sulla trasformazione il minimo controllo, senza darci il tempo per orientarci minimamente rispetto alle possibili direzioni future.

Né le urgenze della realtà vissuta né l’immagine che ne danno i media aiutano a farlo. Ci nutriamo di numeri: contagi, decessi, percentuali, curve. E rientriamo nel reale solo quando, sfortunatamente, queste cifre si traducono in persone.

È il caso della presenza fra gli oltre 100 mila morti italiani per Covid 19 di Ziad Zawaideh, mio medico per 35 anni. Ha contratto il virus pochi mesi dopo essere andato in pensione, e gli si è arreso solo dopo un lungo ricovero. Ho avuto altri amici e conoscenti portati via da questo morbo, ma la sua assenza mi tocca in modo particolare. Non che fossimo amici, ma era la persona sempre sorridente che mi accoglieva durante le rare mie visite nel suo ambulatorio, e con la quale scambiavo qualche battuta sulla disarmante realtà ambientale ovadese o sulla situazione del medio orientale, da dove proveniva. Ho una gran nostalgia di quel riso benevolo e della forte stretta di mano con cui ci accomiatavamo.

Ecco, Ziad mi ha soccorso anche adesso. Il suo ricordo mi ha fatto superare il blocco nei confronti della scrittura. Davvero stanno accadendo troppe cose. Ma di alcune è un obbligo dare testimonianza. Con i tempi giusti. Con un po’ di lentezza.

Io sono lento.

Prego, si regoli di conseguenza.

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

John Franklin aveva già dieci anni ed era ancora così lento da non riuscire ad afferrare la palla.

Così inizia La scoperta della lentezza, biografia romanzata, scritta da Sten Nadolny, dell’uomo che divenne nel secolo scorso uno dei più capaci e famosi ammiragli della gloriosa Marina Britannica. Franklin entrò nella storia per aver cercato il Passaggio a Nord-Ovest; quella rotta che partendo dall’Oceano Atlantico, e attraversando le infinite insenature situate a nord del Canada, raggiunge lo stretto di Bering, quindi l’Oceano Pacifico.

Pochi credevano nell’esistenza di una via per mare che congiungesse i due maggiori oceani, senza passare per la Siberia. John Franklin era uno di quelli; era un uomo che aveva un sogno e morì in vista della sua meta.

Strano: quanto più John si avvicinava alla meta, tanto più sentiva che non gli era più necessaria. […] Aveva soltanto il desiderio di poter essere in viaggio, proprio come ora, in viaggio d’esplorazione, sino alla fine della vita. Un sistema di vita e di navigazione “alla Franklin”.

Non riuscì nell’impresa in quanto il ghiaccio artico imprigionò l’Erebus e il Terror, le due navi da lui comandate; la fame e il freddo obbligarono l’equipaggio ad abbandonarle al loro destino e a dirigersi a sud, alla ricerca di insediamenti umani. Nessuno si salvò, e dopo molti tentativi di soccorso – organizzati in prevalenza dalla moglie – si trovarono solo dei resti umani disseminati in molte miglia quadrate, come se gli uomini della colonna fossero morti uno ad uno dopo una terribile agonia. Si ritiene addirittura che la fame abbia indotto molti al cannibalismo, ma neppure ciò servì a farli sopravvivere.

Franklin incarna un desiderio primordiale, che fa parte della natura stessa dell’uomo: il viaggio, inteso sempre e comunque come viaggio di esplorazione.

L’unicità di quest’uomo sta nel fatto che seppe navigare lungo una rotta che lo portò a scoprire la paura, la coscienza di essere diverso dagli altri, la consapevolezza di non riuscire a percepire gli eventi coi tempi di tutti.

Potrei qui descrivere le gesta di un uomo che indubbiamente permise un passo avanti nell’esplorazione di quelle zone impervie e sconosciute, ma credo che qualunque testo storico possa essere più esauriente. Mi è più caro porre l’accento, usando stralci dello stesso libro di Sten Nadolny, su come Franklin abbia inteso l’esistenza e come abbia saputo piegare le leggi della vita sociale al suo sistema di vita.

Già dalle prime pagine si capisce che l’uomo in questione non era comune. Aveva una differente percezione del tempo e dalle velocità in cui avvenivano i fatti, cosa che lo costringeva inizialmente a collezionare e memorizzare una serie di fatti e di relative reazioni, in modo da essere sempre più veloce – attingendo appunto al suo archivio mentale – quando doveva affrontare una situazione. Usò il proprio difetto mentale per ricucire meticolosamente ciò che il mondo caotico apriva, come un chirurgo fa con le ferite.

Amava la calma, ma era necessario anche saper fare le cose in fretta. Quando non ci riusciva, tutto gli si rivoltava contro. Dunque doveva riguadagnare terreno.

John sedeva tutto imbacuccato davanti alla baracca e guardava la tempesta autunnale che spazzava via a mucchi le ultime foglie dai rami. Fissava lo sguardo su una determinata foglia e aspettava finché cadeva. Spesso tutto ciò durava molte ore, durante le quali poteva meditare senza meta e senza fretta.

Non so se questa sua caratteristica sia documentata storicamente o se è un’invenzione dello scrittore, ma ciò non è importante al fine di comprendere la fattibilità di un metodo di vita sostanzialmente in antitesi con quello della società attuale, ingorda di tempo, nella quale il ritornello ricorrente sembra essere quello del coniglio bianco di Alice: “è tardi, è tardi!”.

Comunque, osservando un suo ritratto sono indotto a credere che Franklin fosse veramente così.

John Franklin era uno che faceva pause, anche quando non gli erano necessarie. Non era il navigatore ad avere bisogno della pausa, bensì la pausa ad avere bisogno del navigatore.

Quest’uomo si scosta indubbiamente dai canoni dell’eroe romantico in voga ai suoi tempi, ed ancor più da quelli odierni. L’incapacità di inseguire gli eventi che fagocitavano velocità lo portò a sviluppare un proprio metodo di apprendimento, basato sull’osservazione di un fatto per un tempo più o meno lungo, durante il quale rifletteva sul da farsi, per poi, con estrema semplicità, agire di conseguenza. E quando ciò accadeva, la sua scelta era sempre la più razionale e logica.

Tutti gli altri devono adattarsi al mio ritmo, perché è il più lento. Solo se questo punto viene rispettato possono subentrare la sicurezza e l’attenzione. Sono un amico di me stesso. Prendo sul serio ciò che penso e ciò che sento. Il tempo che mi occorre per questo non è mai sprecato. Lo stesso atteggiamento concedo anche agli altri. Se possibile, bisogna ignorare l’impazienza e la paura, il panico è severamente vietato.

La sua capacità di riflettere sulla situazione che si veniva a creare – fosse pure complicata e richiedesse un’azione immediata – faceva sì che l’affrontasse comunque con la calma dei saggi, la logica e la freddezza dei grandi.

La pazienza è eroica perché non ha nessuna apparenza d’eroico.    GIACOMO LEOPARDI

Una sola cosa era ancora peggiore: la campana della nave che si metteva a suonare da sola. Ma questo non succedeva mai, o non poteva più essere raccontato, perché allora le navi colavano rapidamente a picco con uomini e topi. […]

Subito dopo la dritta della nave andò a sbattere contro la massiccia banchisa. Tutti gli uomini andarono a gambe all’aria, nessuno riusciva a star ritto, era come se fosse stato tolto loro un tappeto da sotto i piedi. Poi ci fu un suono terribile, un segnale di morte: la campana della nave suonò. John si aggrappò con le unghie per rimettersi in piedi, indicò la coffa di trinchetto e gridò: “Mollare i terzaroli!” Tutti lo guardarono come se notassero i primi sintomi di una malattia mentale. Un altro cavallone tuonò lì accanto e sbatté di nuovo la nave contro la parete come un uovo in padella. Gli alberi si piegarono come steli. E in quel frangente uno doveva arrampicarsi sui pennoni e – come aveva detto? – “mollare i terzaroli”? La campana della nave suonava come un’ossessa. Naturalmente suonava! Era la fine! Avrebbe continuato a suonare finché fossero morti. Gli uomini si tenevano aggrappati a qualcosa, più nessuno si muoveva. All’ondata successiva, stessa cosa. La nave era perduta.

John Franklin era sempre più strano. Ora stava afferrando con la mano destra la spalla sinistra, tenne la presa e si mise a tirare con tutte le sue forze. Voleva togliersi i gradi o strapparsi in due pezzi? Comunque era diventato pazzo, questa era la prova. Gilbert bestemmiava, Kirby pregava, tutti pregavano. Chissà se Kirby avrebbe parlato ancora una volta delle ragazze?

Franklin si strappò la manica dalla giacca dell’uniforme, si arrampicò fino alla campana della nave e, tra un rovescio di tempesta e l’altro, disse al primo ufficiale: “Mr. Beechey, sia così gentile da far mollare i terzaroli sull’albero di prua.” Poi avvolse lo spesso panno dell’uniforme attorno al batacchio della campana, fece un nodo e tirò come se volesse strangolare un elefante. “Adesso staremo tranquilli!” disse contento, come se avesse imbavagliato anche la tempesta.

La peculiarità che mi affascina in questo personaggio è l’arte di saper ascoltare, merce rara al giorno d’oggi. Lo si scopriva a prestare eguale attenzione agli uomini come agli eventi, anche quando richiedevano una risposta immediata, come il rischio di un naufragio. Aveva il suo tempo per ogni cosa, dopodiché con la stessa naturalezza impartiva ordini o dava consiglio.

Un lunedì sera Richardson gli chiese: “ma lei non ha paura del nulla?” e John tacque, meditando fino a martedì. Poi il dottore chiese: “Se esiste l’amore, non dovrebbe esistere un vertice, una summa d’amore?” Allora John rispose alla domanda del giorno precedente: “Non ho paura di questo, perché posso immaginare il nulla come qualcosa di abbastanza tranquillo.” Sull’amore al momento continuò a tacere. Il mercoledì sera parlarono a lungo, perché era la volta della vita eterna. Richardson parlò della prospettiva di rivedere persone perdute. Questo interessò John a tal punto, che dimenticò completamente di rispondere a proposito dell’amore. Comunque, quando osservava Hood, gli sembrava che l’amore fosse più una malattia che qualcosa di divino. “Ci sono persone che stanno andando e persone che stanno arrivando. Ciò che arriva in fretta, passa anche in fretta. È come guardare dal finestrino di una carrozza, niente resta fermo. Di più non so dire.”

Un libro, un personaggio del genere rimane un sicuro approdo per coloro che ricercano l’isola dove abiti ancora la pazienza.

Ad Akaitcho non sfuggiva nulla. Né della delusione di John riguardo alle società per il commercio delle pellicce e alle stoltezze di Back, né delle tensioni all’interno del gruppo. Un giorno disse: “I lupi sono diversi. Si amano, si toccano col muso e si nutrono reciprocamente.” Adam tradusse.

John divenne un po’ incerto. Era difficile dare una risposta ad Akaitcho senza parlare più o meno dei suoi compagni di viaggio. Quindi si limitò a inchinarsi e a tacere. La sera aveva preparato la risposta: “Ho riflettuto molto sui lupi. Hanno il vantaggio di non poter parlare l’uno dell’altro.”

Ora fu Akaitcho ad inchinarsi.