Sgorbie

parvenze sottratte al legno storto

di Fabrizio Rinaldi, 1° maggio 2026

La materialità delle cose parla dell’essere umano che le ha ideate e fabbricate,
delle sue abilità, del suo sistema di relazioni sociali.

Richard Sennett, L’uomo artigiano, Feltrinelli, 2008

Mail e tabelle, interazioni e imposizioni, orari e piccoli screzi: per me – ma credo per molti che non hanno nella manualità il fulcro del proprio lavoro – la quotidianità è fatta di relazioni. Poi rientro a casa e trovo moglie, figlie e cani, e il confronto continua, a volte – diciamolo – in modo ancora più complesso. Entrambi gli ambiti sono praticati il più possibile dentro la norma sociale e senza sbroccare troppo. Le ore, i mesi, gli anni si susseguono ordinati, occupati da parole, mediazioni e (in)visibili scazzi.

Per reggere lo stare con altri, ognuno trova il proprio modo: palestra, stadio, birdwatching, giardinaggio, yoga. Io faccio altro. Chi mi conosce penserà che legga o vada a camminare. Sì, certo pure quelli perché mi appartengono, ma non basta. Quando voglio allontanarmi davvero dal pensare e dal dire, da tutto ciò che richiede spiegazioni e confronto, prendo un pezzo di legno e inizio a intagliare per dare forma a parvenze di cucchiai. Questa è la mia attività appartata che non chiede giustificazioni.

Per anni il mio rapporto con il legno è stato relegato a ciò che incontravo passeggiando nei boschi, osservando le cortecce, oppure procurandomi legna destinata a scaldare casa. Solo lentamente è nato il desiderio di dargli forma, non per ricavarne oggetti decorativi o figure riconoscibili (vedi gli gnomi e i gufi di Mauro Corona), ma utensili semplici, destinati all’uso quotidiano. Sono complici, ma poco attendibili, i tanti video reperibili in rete dove mani sapienti modellano attrezzi dalle linee perfette e sinuose che paiono disegnati da Pininfarina o Giugiaro in momenti di estasi minimalista. Li guardo, ma non oso prenderli come riferimento.

Mi sono procurato coltelli, sgorbie e qualche attrezzo. Servono anche pazienza, perseveranza, una certa accettazione dell’errore poiché il legno resiste e – non da meno – una buona tolleranza al dolore dato che non perdona distrazioni. Serve una buona scorta di cerotti.

Sarebbe molto più proficuo se dedicassi il tempo libero ad altre facezie: dipingere la camera da letto, tagliare l’erba o sistemare il rubinetto gocciolante nel bagno, ma riconosco la mia inettitudine per queste mansioni e dichiaro la mia pigrizia cronica. Posso cavarmela piuttosto bene con word, excel e altri amminicoli digitali, ma con pinze, tenaglie e pennello sono negato. Anche l’intaglio conferma questa inadeguatezza: la maggior parte dei tentativi vanno nella stufa (tornando a essere ciò che erano destinati a finire originariamente) perché inguardabili e inutilizzabili, se confrontati con i Pininfarina da zuppa dei social.

Eppure continuo perché l’obiettivo non è la perfezione, ma l’atto manuale in sé. Il fare che procede con dedizione, con lentezza, che accetta il limite. Non si può accelerare senza scheggiare, né forzare la forma senza rompere la fibra. Il legno impone le sue condizioni e, per arrivare fino in fondo, occorre negoziare con ciò che resiste.

Contrariamente all’ambito digitale della modificabilità infinita (vedi il comando “Annulla” che permette di tornare alla condizione precedente e rimediare all’errore), il legno non concede ritorni fino a ridiventare addirittura albero. Ogni gesto è definitivo, ogni sottrazione è irreversibile. Come nella vita, si procede per approssimazioni progressive verso una forma che non preesiste, ma emerge in un presente molto spesso parecchio differente da quanto immaginato originariamente.

Il primo cucchiaio l’ho ricavato da un ramo di noce schiantato sotto casa. Nodi e venature deviavano il taglio, interrompevano la linearità, imponevano correzioni. In quel confronto si è reso evidente il dialogo tra mano e materia, in una continua negoziazione e accettazione. Inframmezzata da qualche cerotto … (per mia fortuna uso i guanti antitaglio).

Fare un cucchiaio – ma ciò vale per molti altri svaghi manuali – costringe a pensare con il corpo: la mano scava, l’occhio misura, l’orecchio ascolta il legno mentre cede. Qui il pensiero non precede l’azione, ma emerge dentro essa, si corregge, si sostiene cogliendo l’errore non come fallimento, ma come forma costituente.

A proposito del suono, sarò malato, ma trovo fortemente erotico quello del legno che cede alla lama della sgorbia. È la melodia della resa sotto le mie dita per formare riccioli legnosi che, piano piano, si staccato dalla massa per la forza impressa dallo strumento d’acciaio.

Il cucchiaio nasce da una sottrazione al fine di contenere: la cavità scavata non è un vuoto qualsiasi, ma è uno spazio commisurato al gesto che verrà nell’uso. In definitiva per accogliere occorre togliere. Non è un principio morale, ma una condizione intrinseca nella materia che, volendo, si può estendere altrove. Anche nelle relazioni, spesso, è necessario sottrarre – parole, pretese, spiegazioni – per lasciare spazio al condiviso o all’ignoto. Magari il diverso appaga ancor di più del consueto.

Il cucchiaio artigianale, pieno di errori e imperfezioni, rende visibile il tempo in molte declinazioni. C’è quello dell’albero riconoscibile negli anelli di accrescimento sotto la corteccia. Poi quello impiegato nel realizzarlo, nel paziente tentativo di armonizzare forme e intenzioni. Il legno, che per anni ha trattenuto linfa e sali minerali, divenuto cucchiaio inizierà ad assorbire calore, odori, umidità; muterà colore nei punti più esposti, forse si incrinerà. Tra le venature del legno resteranno le tracce del tempo trascorso in minestre bollenti, in sughi densi, in una moltitudine di ingredienti divenuti il pasto condiviso con familiari e amici. Non è quindi un deterioramento, ma una trasformazione, poiché l’oggetto non si consuma soltanto, ma registra ciò che attraversa. In questo senso il cucchiaio diventa una superficie di memoria minima, una cronaca silenziosa dei pasti, dei gesti ripetuti, delle presenze condivise.

Potrei acquistare un oggetto simile ovunque, pagandolo pochissimo e di manifattura impeccabile, ma il prodotto anonimo, uguale a tanti, riproduce la separazione fra l’atto del creare e la finalità del fare; inoltre non emerge il tempo che lo ha generato. L’oggetto artigianale invece, espone i limiti del gesto, le esitazioni, le correzioni. Ne è testimone materiale.

Intagliare un cucchiaio diventa così un gesto che si sottrae alla logica dell’efficienza perché non è produttivo, né necessario. Le molte ore di lavoro non sono “sprecate” rispetto ai pochi istanti di produzione in serie: personifica un tempo vissuto, non quello impiegato. E proprio per questo interrompe il nesso fra tempo e rendimento.

L’industrializzazione ha prodotto oggetti uniformi, uguali a se stessi, che riflette una società appiattita sul minimo sforzo e sul pensiero “unico” deciso da coloro che tirano le fila, relegando il lavoro manuale finalizzato alla creazione di oggetti comuni ad una fatica inutile: “non serve fare l’orto, vai al supermercato e compra ciò che vuoi non faticando, avendo prodotti controllati e spendendo pure poco”.

Quindi realizzare un cucchiaio diviene anche un agire politico: nega la riduzione del lavoro alla mera produzione fine a se stessa; restituisce dignità a oggetti creati dall’abnegazione e della capacità di armonizzare mano, testa e cuore; commisura l’estetica alla funzione dell’attrezzo creato; valorizza il dono di un oggetto creato manualmente rispetto all’acquisto tout court.

È sulla stessa tendenza del riuso che oggi è “cool”, dei mercatini dell’usato, del vintage. È una moda, ma anche una scelta in antitesi all’acquisto compulsivo.

In un’epoca dominata dalla velocità, dall’efficienza e dall’ottimizzazione di ogni istante, realizzare un oggetto manualmente è un gesto che riconosce il ricevente non come un consumatore, ma come persona degna di stima e capace di valorizzare il dono.

È anche un gesto di resistenza temporale. Le ore trascorse a raschiare, levigare, perfezionare sono sottratte alla produttività e restituiscono l’esperienza pura del vivere il presente. Non voglio qui cadere nel facile parallelismo con il vivere il momento o con le proprietà salvifiche della meditazione e dello yoga, ma solamente evidenziare che tutto ciò è gesto attivo e consapevole, durante il quale, magari, vengono idee anche per altro, anche per il lavoro. Ciò che parrebbe un’azione meramente inutile diviene fonte d’ispirazione. Al pari dello zappare l’orto o semplicemente oziare.

Ma va bene anche se rappresenta solo una distrazione dal quotidiano, non solo da quello personale, pure da quello sociale e politico (vedi la pazzia senile di Trump o quella più modesta della Meloni).

Resta un oggetto umile, destinato a mescolarsi alle stoviglie anonime e a svolgere un compito modesto, eppure quando lo tengo in mano riconosco ancora il ramo storto da cui proviene. Le venature dell’albero non sono scomparse; si sono solo riorganizzate attorno a una funzione. È una forma che non cancella l’origine, ma la trattiene, ha una storia da raccontare.

Alla fine, ciò che resta non è tanto l’oggetto quanto il processo che lo ha reso possibile. Intagliare un cucchiaio è un modo per attraversare il legno e, insieme, il proprio tempo. Ogni ricciolo che si solleva dalla lama riporta a quel ramo caduto, irregolare e resistente, in cui una forma era già presente, in attesa di essere sottratta al superfluo.

Forse è anche una buona risposta all’incipit di Albert Camus in Il mito di Sisifo (Bompiani, 2013): “Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”. Sì, vale la pena anche perché il fare rende percepibile lo scorrere del tempo (risparmiato alla chimera dei social, del virtuale o del superfluo), che non si accumula, ma si mostra. Diviene tangibile il limite dell’agire personale, mentre resta il lavoro finito: che avrà una sua destinazione futura, a prescindere da quella per la quale lo avevamo pensato.

Sono abituato per mestiere a “moltiplicare significati” e l’ho fatto anche qui scrivendo, tagliando e levigando con sgorbie digitali al fine di ottenere il mio “cucchiaio” scribacchiato. Prima ancora di realizzare quelli veri, degni di essere donati, ho persino scritto un breve testo di accompagnamento. Ancor prima del prodotto, ho già pronta la confezione. Come sempre riesco meglio nell’idea che nella concretezza.

Pazienza. Intanto persevero con un altro pezzo di legno. E, a volte, con un cerotto.

– Non cercare di piegare il cucchiaio. È impossibile. Cerca invece di fare l’unica cosa saggia: giungere alla verità.
– Quale verità?
– Che il cucchiaio non esiste.
– Il cucchiaio non esiste?
– Allora ti accorgerai che non è il cucchiaio a piegarsi, ma sei tu stesso!

dal film Matrix (USA, 1999)

Alla fiera dell’extra-mondo

di Fabrizio Rinaldi, 3 agosto 2018da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Libri appartenuti al nonno comunista o fascista, uniti nella comune dismissione, lenzuola del corredo della zia zitella, tazzine della nonna, falsi cimeli di guerra, suppellettili della casa di campagna, mobili tarlati. È ciò che si può scovare nelle innumerevoli fiere dell’antiquariato fiorite in ogni città o paese sperduto, scandite ormai da precisi calendari. Al punto che i miei blitz vacanzieri sono motivati in primo luogo proprio dai mercatini di cianfrusaglie presenti nei luoghi da vedere.

La passione per i mercatini l’ho ereditata da mio padre. Lui però mi supera in spregiudicatezza – è un integralista del tutto gratis – e contempla uno spettro molto più ampio di siti dove trovare chincaglierie – i dintorni dei cassonetti dei rifiuti. Lì trova elettrodomestici che con la sostituzione di un filo tornano a funzionare perfettamente, fumetti scartati di qualche ex-ragazzo disilluso, lampade inguardabili, la cui rottamazione è perfettamente giustificata, ma alle quali riesce a ridare dignità con piccolissime modifiche: la mia cucina è illuminata da un’anonima lampada da terra cui ha aggiunto come cappello una museruola per mucche: è al limite del buon gusto, ma la trovata mi piace. Una volta ha scovato una grande scatola in legno per caricatori di mitragliatrice (cosa diavolo se ne faceva il proprietario!) che oggi trova un utilizzo più degno in bagno come contenitore per la carta igienica. Ultimamente però l’attività di ricerca e riabilitazione dell’obsoleto è in crisi, perché siamo tutti vittime della dittatura della raccolta differenziata e gli oggetti ingombranti finiscono direttamente in discarica. Sono finiti i bei tempi in cui ai bordi delle strade si scovavano eccedenze di traslochi … anche se sui limiti del rispetto degli italiani per l’ordine si può sempre far conto.

A questa frustrazione mio padre pone rimedio oggi vagando nei mercatini della zona, ma non ne ricava le stesse soddisfazioni.

Io, vivendo nell’era della “rumenta controllata”, non miro ai bidoni, ma ai banchi. Ho una predilezione per i libri a pochi euro, ma non disdegno neppure le tavolate di inverosimili suppellettili e le piazzuole dei mobili: ho arredato casa con credenze, poltrone, piattaie e tavoli scovati proprio lì.

In questi luoghi cerco tracce di ricordi, reali o idealizzati, concretizzati in un oggetto che alluda ad un passato ai più sconosciuto. Per me si tratta in realtà di un “trapassato” perché sono troppo “giovane” per averlo vissuto. Disdegno invece ciò che ricorda gli anni ’70 e ’80, quelli della mia infanzia: mobili in formica, lampadari a palla, insegne luminose, tutto ciò che è di plastica. Eppure c’è gente che compra anche le statuine dei puffi …

Forse la mia mente ha una naturale repulsione per l’orrido, di qualunque epoca. O forse non sono un vero cultore del vintage e sicuramente non lo sarò mai.

Mi è capitato invece  di acquistare un “prete” all’imbarazzante cifra di dieci euro. Per chi non lo sapesse questo oggetto non ha nessun rapporto con la sfera religiosa. Era una semplice struttura in legno – come si vede nella foto – che in inverno, nelle gelide camere delle case di campagna, veniva fatta scivolare per qualche minuto sotto le lenzuola, a protezione di un contenitore di brace bella calda. Teoricamente serviva a scaldare il letto, qualche volta finiva per mandarlo a fuoco. Non l’ho mai visto in uso e credo che anche i vecchi lo usassero con molta, moltissima parsimonia e prudenza per le possibili conseguenze. L’ho acquistato esclusivamente per la sua bellezza estetica, ma confesso che la tentazione di sperimentarlo è forte.

Anni fa in un mercatino in Provenza ho comprato per pochi euro una brocca di terracotta dalla linea semplice, piacevole al tatto e capiente, che oggi dispensa del buon vino durante le cene con amici. Magari i moderni attrezzi di casa avessero la sobrietà e la “gentilezza” nello stile che ha quel pezzo. Il corrispettivo odierno sono invece gli spremiagrumi a forma di ragno!

Non ci deve essere un’arte staccata dalla vita: cose belle da guardare e cose brutte da usare. Se quello che usiamo ogni giorno è fatto con arte (non a caso o a capriccio) non avremo niente da nascondere. 
BRUNO MUNARI, Arte come mestiere, Laterza 2008

L’eleganza del prete e quella della brocca sono testimonianza di quanto i vecchi contadini sapessero coniugare il gusto delle linee semplici con la funzionalità dell’oggetto, che molto spesso era creato da loro stessi (vedi i mestoli in legno realizzati in inverno, davanti alla stufa) o dal vicino di casa. Erano esempi di progettazione d’interni “a chilometro zero”: sarebbero tanto di moda oggigiorno.

Gli oggetti vengono attivati – cioè si destano e rilevano la propria utilità e il proprio valore – solo nel momento in cui si focalizza l’attenzione su di essi. Quando il momento di attenzione si conclude, gli oggetti escono dal palcoscenico della nostra consapevolezza immediata, cedendo il posto ad altre cose. Tornano a essere «ordinari».

LEONARD KOREN, Wabi-Sabi Altri pensieri, Ponte alle Grazie 2015

Se fossimo in Giappone avremmo dato un nome a questa estetica, ci avremmo scritto su dei trattati, sarebbero nate delle filosofie. Ma siamo in Italia, quindi niente. Loro lo hanno fatto secoli fa. Hanno chiamato wabi-sabi l’estetica centrata su semplicità, modestia, imperfezione e transitorietà. Tutti elementi che caratterizzavano la maggior parte degli oggetti presenti nelle case dei contadini di un tempo e che oggi ritroviamo, insieme a tantissima rumenta, nei mercatini dell’usato.

Quando compriamo in un mercatino, ferme restando le nostre personalissime inclinazioni o motivazioni, ci allineiamo quindi in realtà ad una tendenza in crescita: dare una sorta di dignità e significato ad oggetti che altrimenti finirebbero in discarica. Questo comporta una gratificazione supplementare, oltre a quella del possesso. Stiamo agendo in maniera “ecologicamente corretta”, e ci terremmo che la cosa fosse riconosciuta.

Sotto sotto, però, agisce anche l’illusione di trovare in mezzo a tanta paccottiglia “l’affare”, di entrare in possesso per pochi euro di un oggetto che ne varrebbe molti di più. Capita molto raramente: di solito il venditore non è uno sprovveduto, e quando crediamo di aver trovata la chimera ci portiamo a casa una patacca.

A volte, invece, ci si imbatte in venditori colpevolmente sprovveduti. Accade soprattutto per i libri. Paolo l’altro giorno ha comprato per un euro una copia praticamente nuova de I Sanssôssí di Augusto Monti – dico un euro! – mentre io ne ho spesi una trentina quando lo acquistai più di dieci anni fa. Ha realizzato un colpaccio: un bellissimo volume, scritto da una figura poco conosciuta ma importantissima nella cultura piemontese della prima metà del secolo scorso. Poco importa che ne possieda già altre due copie.

L’oggetto libro merita però un discorso a parte.

Chi li vende generalmente dà l’impressione di aver acquisito dimestichezza con la carta stampata attraverso Le Ore, piuttosto che sui volumi che propone agli acquirenti. Questa è una fortuna per chi ama i testi non comuni, i titoli scomparsi da tempo dalle librerie o dai cataloghi, le edizioni giunte all’ultima spiaggia prima del macero.

Se ha un occhio davvero allenato individua immediatamente nelle file o nelle pile gli oggetti di possibile interesse, quelli che gli mancano o quelli dei quali è già in possesso, ma in edizioni diverse, e che possono riservare sorprese.

Il volume usato racconta infatti anche le storie dei precedenti proprietari: dediche, sottolineature, segnalibri scordati dentro, sono parte di un passato altrui che creano un ponte con le vite di sconosciuti.

I libri scovati nelle bancarelle a pochi euro inducono, però, altre riflessioni, un po’ malinconiche. Anzitutto di tipo economico: il libro acquistato solo alcuni anni prima, magari a un prezzo elevato, viene oggi svenduto a pochi soldi: quindi il valore monetario dell’oggetto libro è praticamente nullo, tranne che per i testi da collezionisti. E questo mi tocca da vicino, perché temo che prima o poi anche la mia modesta collezione, accumulata investendo una cospicua parte dei miei stipendi, finirà per essere svenduta.

Ma c’è anche una speranza, un’esile speranza.

L’immagine d’apertura, tratta dal film Blade Runner 2049, allude ad un ipotetico futuro nel quale un padre andrà alla fiera dell’extra-mondo, e comprerà al figlio, invece del topolino, ologrammi, giochi virtuali o replicanti dismessi.

In quell’epoca interamente consacrata al sapere digitale, il libro di carta circolerà solo entro una piccolissima nicchia di amatori: ma esisteranno ancora spacciatori di sapere cartaceo, magari considerati come folli utopisti, fuori dal mercato e potenzialmente persino pericolosi.

Per un momento, forse, quel bambino si distrarrà dall’offerta di oggetti impalpabili, per avvicinarsi al banco che offrirà pile di libri invecchiati, ma piacevoli al tatto e all’olfatto – spero che almeno quei sensi non saranno completamente atrofizzati. Si ritroverà a sfogliare libri appartenuti a chissà quante persone, magari anche a me, e ad immergersi in un tempo e in un universo alternativi.

Mi auguro dunque che i miei discendenti abbiano la bontà di non mandare la mia biblioteca alla discarica, ma al limite – se proprio non dovesse rivestire per loro alcun interesse – la cedano, la regalino magari, a qualche futuro bancarellista.

Anche spolpata pezzo a pezzo, potrebbe procurare gioia a qualche amante di libri. Forse proprio a quell’ipotetico bambino attratto dall’oggetto libro.

È una piccola illusione d’immortalità. L’unica a cui ambisco.


Collezione di licheni bottone

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