Buoni motivi per non essere ottimisti

di Paolo Repetto, 20 agosto 2026

Siete una massa di rincoglioniti. Io meritavo di meglio.
Io meritavo di non invecchiare in un pianeta di rincoglioniti,

in una società di rincoglioniti, con una classe dirigente rincoglionita:
io meritavo una vecchiaia serena.

Il titolo l’ho parzialmente rubato a George Steiner, e non è nemmeno la prima volta. L’esergo invece è a firma di Guia Soncini, implacabile bocca della verità che accompagna ormai quotidianamente il mio primo caffè e la prima sigaretta. I contenuti vorrebbero essere un tentativo di risposta ai sacrosanti rilievi mossi al sito da uno dei suoi più assidui e appassionati collaboratori.

Tempo addietro Vittorio Righini mi aveva scritto:

Continuo a leggere belle pagine sui Viandanti, ma tutte infinitamente tristi, negative, pessimistiche (tranne forse quelle di Fabrizio, che ogni tanto mi rallegra).

Bello: Ma tu che città sei? di Castellaro, però il finale prelude a una tristissima storia: Alessandria, vogliamo parlare (denigrare, confrontare) Alessandria?

Trovo che manchi qualche articolo leggero, sorridente, ottimistico; insomma, che dia gioia, non dico di speranza. Noi lettori del sito siamo (prevalentemente, suppongo) nel nostro inverno della vita, ma se ce lo rendiamo ancora più freddo con continue lamentazioni, tristi paragoni col passato, un continuo rivangare una terra ormai arida, finiamo la legna per scaldarci.

Non vedo mai uno sprazzo di luce, un articolo sulla gioia, sul divertimento, e mentre mi innamoro follemente di un gaudente come Norman Douglas (prima sciupafemmine, poi sciupagiovanotti – ma quelli sono affari suoi –, però enormemente colto, curioso, appassionato di natura, grandissimo camminatore per altopiani sperduti della Calabria, finanziatore di progetti atti a preservare e rinverdire la natura dell’isola di Capri, e molte altre benemerite posizioni) mi chiedo perché da noi (sui Viandanti, intendo) prevale il mugugno.

Capisco, siamo piemontesi, pure di campagna, quando affrontiamo temi politici di alto livello (tristi anche quelli) lo facciamo con cura; quando parliamo di partigiani, ci ispiriamo a scrittori allegri come Pavese e Fenoglio. Certo, non siamo ricchi inglesi, non godiamo di una lunga vita di sperperi e piaceri, ma mi sa che ci manca proprio quella vitamina che i Douglas, i Byron, i Fermor avevano in abbondanza.”

Visto che la situazione non si smuoveva, è tornato pochi giorni fa alla carica, e le stesse riflessioni le ha ribadite in Dispersi nella nebbia, da poco postato sul sito.

A questo punto gli devo almeno primo un riscontro. Vittorio ha infatti ragione. Soprattutto negli ultimi tempi, e segnatamente per quel che riguarda i miei interventi, il tenore del discorso si è appesantito. A renderlo più tedioso concorrono in particolare due fattori: un’età, la mia, che porta naturalmente a rievocare e rimpiangere tempi migliori, o quantomeno ancora aperti alla speranza: e una situazione, quella generale, che oggettivamente credo stia precipitando. Ciò che più mi pesa, e di conseguenza pesa poi sui toni degli articoli, è la sensazione di non aver fatto abbastanza, nei miei limiti e pur senza eccessive presunzioni, per frenare questo smottamento, o quanto meno per tentare di arginarlo.

Quindi: è vero, dobbiamo alleggerire un po’ gli interventi e magari tornare a quella che era l’originaria vocazione del sito, a raccontare cioè cose e vicende e personaggi fuori dagli schemi, per farci buon sangue e nel contempo, senza darlo troppo a vedere, opporli a ciò che va oggi per la maggiore. In fondo è anche questa una forma di resistenza, il mostrare che è stato, ed è, possibile vivere sottraendosi almeno in parte ai condizionamenti dei conformismi di volta in volta imperanti. Ma … (c’è sempre un ma) credo sia anche giusto riflettere un po’, chiederci se ciò che ci induce a una visione così poco allegra del presente (e, più ancora, del futuro) sia solo frutto dei nostri acciacchi fisici e mentali, o sia specchio di un “male di vivere” oggettivo che sta mandandoci alla deriva.

Mi impegno dunque a riscattarmi a breve, perché ho in serbo storie di viaggiatori davvero coi fiocchi, ma ancora una volta mi abbandono al “mugugno”. Credo di averne motivo: troppe cose mi guastano quella che poteva essere una serena vecchiaia. Vicende e situazioni apparentemente di scarsa rilevanza, ma ai miei occhi tutte egualmente spie di uno stato febbrile, rasentante il delirio, che mi pare essere diventato ormai la condizione normale. Sono cose già dette e ridette e riscritte in questa sede un sacco di volte, ma è così: invecchiando è difficile riuscire innovativi, si tende ad essere ripetitivi, anche perché la memoria non soccorre. Vedrò quindi di farlo nella maniera la più possibile leggera.

•     Il teatro è nuovamente lo spogliatoio della palestra. Mi si obietterà che me le vado proprio a cercare, frequentando certi ambienti: ma a parte il fatto che se voglio continuare a reggermi in piedi quell’ambiente devo frequentarlo, posso garantire che non è affatto diverso dagli altri. Ci trovi di tutto, esattamente come al bar o in biblioteca, ai festival letterari, alle conferenze di Barbero o di Baricco, alle inaugurazioni delle mostre d’arte: mancano solo il buffet e le “professoresse democratiche”.

Comunque. Sto commentando con un amico un servizio televisivo che ho intravisto il giorno prima, dedicato ai terrapiattisti, ai sostenitori dell’origine aliena dell’umanità e di altre simili amenità, quando interviene ad apostrofarci un conoscente più giovane, dicendo che è tutto vero, che si sta riscrivendo tutta la storia, che ci siamo fatti infinocchiare sino ad oggi, che le piramidi egizie e quelle precolombiane non si spiegano se non con l’intervento di esseri giganteschi. Sulle prime rimango sorpreso, perché un po’ lo conosco, è un bravo cristo, all’apparenza normale, potrebbe avere l’età di mio figlio, a volte è anche simpatico: vien fuori qui per un attimo la mia vera natura di inguaribile ottimista, quella nascosta sotto la scorza, che rifiuta di credere si possa essere tanto idioti. Poi però, visto che insiste e che sembra prendersi sul serio, non posso trattenermi. “Figliolo – gli dico – se il risultato di cinque milioni di anni di evoluzione umana sei tu, è stato davvero un bello spreco di tempo e di energie.” Al che, invece di offendersi e di mandarmi a stendere, ribatte che anche l’evoluzione è tutta una fola, e cita misteriosi saperi antichi. Per fortuna ho già terminato di rivestirmi, prendo su la sacca, saluto ed esco dallo spogliatoio. Mentre scendo col mio amico al piano terra ci guardiamo attoniti, e in contemporanea sbottiamo: “Ma cosa è mai successo? Sarà colpa del riscaldamento globale?”.

No, non è un effetto del surriscaldamento (e qui il nostro conoscente sarebbe d’accordo, perché naturalmente anche l’emergenza climatica è solo l’ennesima bufala diffusa da “loro”). È successo invece che, come minacciava la profezia biblica, si sono spalancate le porte di ferro, quelle che tenevano rinchiusi i popoli di Gog e Magog, e sono sciamate fuori orde di selvaggi disumani e feroci. Non mi sto riferendo naturalmente ai migranti. I barbari di cui parlo erano in mezzo a noi già da un pezzo, anzi, da sempre: erano molti, e facilmente riconoscibili, ma passavano quasi inosservati ed erano considerati relativamente innocui, perché tenuti a freno da tutta una rete di convenzioni, di normative, di condizionamenti sociali e culturali che le società avevano nel tempo elaborato per ridurli in soggezione. Ed essi stessi a non osavano esibire pubblicamente la loro ignoranza, non solo perché costretti, ma perché almeno a livello inconscio ne provavano un po’ di vergogna. Non erano armati degli strumenti tecnologici di ultima generazione che, come fece la Colt nel West, hanno reso tutti “uguali”, o almeno hanno fatto presumere a tutti di esserlo senza doversi guadagnare la nuova condizione con fatica e con impegno.

Ora, so bene che lamentazioni di questo genere si ripetono sin dai tempi dei profeti e probabilmente anche prima. Ogni progresso tecnologico, dalla scheggiatura della prima pietra all’arco, dalla fusione dei metalli alla fissione dell’atomo, è stato sempre interpretato come foriero di sciagure. E non possiamo però negare che almeno per certi versi i pessimisti ci abbiano sempre azzeccato, perché le sciagure spesso e volentieri si sono poi avverate, anche se ogni volta l’umanità ci ha messo una pezza, sia pure insanguinata.

Non voglio comunque scrivere una versione aggiornata della Canzone delle osterie di fuori porta, edulcorare un passato che appare luminoso perché filtrato dalle nebbie della nostalgia. Mi limito a prendere atto che cinquant’anni fa (diciamo, prima di Basaglia) sproloqui come quello riportato sopra avrebbero fatto immediatamente scattare il ricovero in manicomio, mentre oggi ci vengono propinati, in versioni più o meno rozze, su tutti i social, ma non solo in quelli, anche nei media “tradizionali”, e invadono addirittura gli ambienti universitari. E che spesso vanno a braccetto con gli integralismi più peregrini, dall’antispecismo al transfemminismo e ad altre analoghe corbellerie.

Il fatto è che oggi le cose sono completamente cambiate. Il rischio è ben peggiore, anche senza tirare in ballo le testate atomiche, i droni, la guerra asimmetrica. È sufficiente guardare agli sconvolgimenti della quotidianità. Oggi qualsiasi imbecille (o furfante) ha un pulpito dal quale predicare e purtroppo anche un vastissimo uditorio di suoi simili disposto ad ascoltarlo. Dispone di tecnologie sofisticate, che se usate senza filtri propalano le bufale più assurde e gli fanno presumere di attingere a verità nascoste: e con le stesse tecnologie e la stessa incoscienza a quelle bufale fa da cassa di risonanza. Intendiamoci, gli idioti e gli imbonitori c’erano anche prima, così come c’erano le sette, le conventicole, le società segrete: ed erano tutt’altro che innocui, se è vero che una congrega di credenti nella teoria della terra cava aveva potuto tenere in pugno per anni e poi distruggere mezza Europa: ma non era con quella teoria che aveva preso il potere, anzi, la sua condivisione era ristretta ad una cerchia di “eletti”, perché credo che a modo loro gli adepti un qualche pudore ad esporsi pubblicamente e ad essere considerati degli idioti lo conservassero. Di norma la licenza di imbonimento era comunque riservata solo ai rappresentanti dei poteri ufficiali, politici, economici, religiosi e culturali, che quanto a capacità di controllo e di sfruttamento dell’ignoranza sapevano il fatto loro e gestivano la direzione unica della comunicazione, dall’alto verso il basso; e almeno teoricamente questi rappresentanti dovevano essere sorretti da una preparazione specifica e ispirati da una finalità “superiore”. Soprattutto, sapevano che ci sono limiti oltre i quali conviene non spingere.

Tutto questo, dicevo, sino a ieri. Le porte di Gog e Magog sono invece state scardinate ultimamente, dalle nostre parti, prima ancora che dalle versioni più becere del berlusconismo, del grillismo e del trumpismo, proprio dai rappresentanti della “cultura alta”, che hanno messo in discussione tutto e hanno predicato per l’appunto un “relativismo culturale” da un tanto al chilo, per il quale ogni voce è autorevole quanto un’altra e ogni opinione ha diritto non solo di essere espressa, ma di essere presa in seria considerazione. Compresi la terra piatta, il grande inganno della storia e le trame dei rettiliani.

Mentre guadagniamo l’uscita l’amico mi dice, sgomento: “Ma ti rendi conto che questi hanno diritto di voto? Che possono decidere anche della nostra sorte? Ha a che fare questo con la democrazia? Non dovremmo preoccuparci?”.

Si, mi rendo conto. No, non ha a che fare con la democrazia, ma con il suo stravolgimento. E certo, sono molto preoccupato.

•     Naturalmente ci sarebbero motivi di preoccupazione che nell’immediato possono sembrare ben più gravi e condivisi. Poliziotti che uccidono invocando l’autodifesa, salvo poi emergere che erano soliti taglieggiare i pusher estorcendo loro soldi e droga; un verminaio del quale erano a conoscenza, se non direttamente partecipi, molti dei loro colleghi e dei superiori. Magistrati più arroccati nella difesa corporativa dei loro privilegi che preoccupati per le urgenze concrete della giustizia, per la scandalosa durata dei processi, per i condizionamenti ideologici delle sentenze, per l’assenteismo, per le spese inutili. Bande di minorenni che si esibiscono in aggressioni, pestaggi, e ultimamente in accoltellamenti, in branco o singolarmente (più di centocinquanta nei primi sei mesi dell’ultimo anno, e sono solo quelli passati agli orrori della cronaca per la particolare efferatezza o per gli esiti fatali).

Per non parlare poi del livello del dibattito politico. Abbiamo una destra che propugna l’accentramento del potere senza essere mai riuscita ad esprimere una classe dirigente minimamente presentabile; che ciancia di sicurezza urbana senza avere idea (e parrebbe neppure intenzione) di come liquidare le zone franche di delinquenza totalmente sottratte al controllo che si sono create negli ultimi decenni, e non solo nelle metropoli: che millanta di aver bloccato i flussi di immigrazione clandestini, e ventila ondate di rimpatri che sono tecnicamente impossibili: e che alla fin fine non sa andare oltre la richiesta di leggi più severe e di inasprimenti delle pene.

Dall’altra parte c’è una sinistra che ad ogni refolo insorge gridando all’ involuzione antidemocratica e a un nuovo avvento del fascismo; che fa assurgere a bandiera del “dissenso” chiunque per qualsiasi motivo venga a conflitto con le forze dell’ordine e abbia la peggio; che giustifica come espressioni di “rabbia sociale” i vandalismi e le aggressioni delle famigerate frange “antagoniste”. Questo senza mai avventurarsi in proposte alternative serie e concrete, né sconfessare senza troppi distinguo i combattenti di strada che fanno la guerra ai cassonetti e alla polizia. Anche di fronte al fenomeno dilagante della violenza minorile la sinistra non riesce a proporre che fumosi progetti di “educazione all’affettività” o l’introduzione di psicologi e di assistenti sociali nelle scuole (le quali in realtà non riescono a reclutare nemmeno gli insegnanti, e meno che mai a selezionare quelli idonei). Non è minimamente sfiorata dall’idea che se si ripartisse da una educazione “concreta” alle regole e al rispetto, di sé e degli altri, educazione che passa anche per l’esemplarità e la tempestività delle sanzioni ed è la premessa ad ogni altro tipo di insegnamento, qualche risultato forse lo si potrebbe ottenerlo. Se non altro le regole, a differenza dell’affetto, si possono insegnare, e tanto più quando si devono affrontare mode di importazione.

Insomma. Di motivi per non essere ottimista, caro Vittorio, ne ho a bizzeffe, anche tralasciando il fatto fondamentale che nel frattempo il mondo, inteso come sistema terra, va letteralmente in pezzi: e che a raccontarcelo è una nuova categoria di ciarlatani che gira per il paese a tenere conferenze sul clima per gettoni da diecimila euro (non la butto lì, provate a interpellare specialisti come Tozzi o Mercalli). Ma non volevo scrivere un pamphlet, solo motivare i miei scarsi entusiasmi. E testimoniare che il mio disagio quotidiano è originato anche da “percezioni” molto più sottili, ma non per questo meno emblematiche.

•     Riparto allora dal mio “particolare”. Al bar-libreria di via Bissati, in Alessandria, è ricomparso Charlie, il nostro senegalese preferito. Era sparito da qualche mese e ci stavamo chiedendo dove fosse finito. Charlie è molto regolare nello svolgimento della sua attività, che va avanti ormai da diversi anni. Arriva nel tardo pomeriggio, punta direttamente il nostro tavolo, in genere non dice una parola e allunga la mano col palmo a conca. Valuta l’offerta, a volte fa una smorfia, poi ringrazia con un cenno della testa. Con me il rapporto è un po’ più complesso, perché ha capito che non faccio elemosine, e quindi ha sempre in tasca qualche accendino di riserva.

Bene, l’altro ieri si è seduto con noi, e interrogato sul motivo dell’assenza ha raccontato di essere tornato per un paio di mesi in Africa, dalla sua famiglia. È venuto fuori che in Senegal ha una moglie e sei figli. Si è poi informato di noi, ha appreso con rammarico che Geppi ne ha solo uno, gli ha chiesto come mai e lo ha sollecitato a darsi da fare (a quanto pare, per un senegalese non è mai troppo tardi). Quando gli ho detto dei miei tre ha un po’ tentennato la testa, ma insomma, mi ha assolto. Abbiamo anche scoperto che vive a Genova, in un appartamento condiviso con quattro suoi connazionali, per il quale pagano ottocento euro mensili. Sale in Alessandria tutti i giorni, o forse ha anche qualche meta alternativa. Vive solo di quello che riesce a far su con questo sistema, ma a quanto pare riesce anche a inviare qualcosa a casa.

Credo che nella condizione di Charlie vivano in Italia decine di migliaia di altri immigrati. Non so se sia irregolare o meno, un qualche permesso di soggiorno deve pure averlo, vai a sapere per quale via ottenuto, visto che non può vantare un lavoro regolare. Ho provato ad immaginare come reagirebbe se gliene fosse offerto uno. Non credo ne sarebbe entusiasta, ma il fatto è che, realisticamente, cosa gli si potrebbe offrire? Di andare a raccogliere pomodorini per trenta euro il giorno, in nero, senza alcuna garanzia o tutela? Col sistema attuale ne mette assieme senz’altro almeno il doppio: avrebbe tutte le ragioni per rifiutare.

Perché ho raccontato questo incontro? In fondo quella del “vu cumprà” è una presenza abituale da almeno trent’anni. E nemmeno è la prima volta che approfondisco il rapporto con uno di loro, posso anzi vantare un paio di amicizie su basi ben altrimenti paritarie. Di nuovo c’è però che mi sono reso conto di dare quella di Charlie, e di tutti gli altri come lui, come una presenza scontata. Non m’infastidisce da un lato e nemmeno mi suscita dall’altro una particolare commozione. Comincio a pensare che sempre di più saranno coloro costretti a vivere in questo modo, e non necessariamente solo quelli provenienti dall’Africa o da altri continenti. Credo stia ampliandosi la fascia del lumpenproletariat straccione, emarginato, sradicato dal lavoro regolare e dedito all’accattonaggio o ad attività illegali; e che tutto ciò che sta rivoluzionando i rapporti produttivi, economici e sociali, nonché quelli culturali, in primis l’intelligenza artificiale, finirà per espellere da ogni forma di occupazione produttiva la gran parte dell’umanità, e non per liberarla ad altre attività più gratificanti e volontariamente scelte, ma per costringerla ad una esistenza di bisogno e di ricatto costante, tutt’altro che dignitosa e creativa.

D’altro canto è una rivoluzione in corso già da tempo, e il processo è molto più avanzato di quanto crediamo di poter immaginare. L’umanità non si sta avviando verso il mondo post-apocalittico di Max Mad (per ora, almeno, fatte salve ulteriori sciagurate escalation nei rapporti internazionali), ma molto più realisticamente viaggia verso una condizione di soggezione assoluta e consenziente al tecno-capitalismo trionfante: e nei disegni di quest’ultimo (sempre che ancora di disegni si possa parlare, e non di una spirale lungo la quale una tecnologia sempre più autonomizzata, sfuggita al controllo del capitale stesso, persegue ormai il proprio infinito sviluppo) l’uomo avrà solo il ruolo di consumatore coatto di prodotti sempre più inutili e sempre più “accattivanti”, e vivrà di una sorta di “reddito di specie” elargitogli dal potere (di qualsivoglia natura sarà), giusto per mantenerlo in vita e consentirgli di alimentare e perpetuare un insensato meccanismo di accumulazione fine a se stesso.

A volerla cogliere, questa modalità di “redistribuzione” è la stessa che già si sta attuando in ambito culturale: viaggia sotto le specie di tutti gli “eventi” promossi e sponsorizzati dal sistema con l’etichetta di “cultura d.o.c.”, dalle mostre con audioguida ai concerti in alta e bassa quota, fino agli onnipresenti festival della scienza, della filosofia, della storia, della letteratura, di tutto lo scibile e il commestibile, nei quali una classe intellettuale ridotta al rango di valletta mendica pateticamente un po’ di visibilità e di guadagno e asseconda il rincoglionimento delle masse, vendendo pacchettini fast food di sapere, in confezione sterilizzata e patinata, a gente incapace ormai di ragionare in proprio; ma anche sotto quelle degli spazi che si illudono antagonistici, e che in realtà sono le valvole di sfogo previste e controllate dal sistema, per offrire di se stesso un’immagine di tolleranza e creare l’illusione che esistano comunque possibilità di “resistenza attiva”. La trama della commedia è già scritta, e il copione è lasciato così abilmente “aperto” da far credere a ciascuno di esserne “protagonista”. Altro che “antagonismo”.

Bene. Ancora una volta sono riuscito a mettere troppa carne al fuoco e a esondare. Immagino allora Vittorio che scrolla la testa, si tocca le parti basse e sbotta: “Alla faccia della leggerezza! E allora? Non si parla già sino alla nausea di queste cose in quegli spottoni propagandisti che sono i telegiornali e le trasmissioni di approfondimento? Ma soprattutto, a questo punto, arrivi a qualche conclusione e a qualche proposta sensata?”.

È giusto. A parte il fatto che se ne parla da un’ottica ben diversa. Comunque, dopo tutta ‘sta geremiade confesso di non essere in grado di prospettare alcuna via d’uscita, e questo giustifica ulteriormente lo spazientimento del mio amico. O meglio, volendo una via c’è, ma è letteralmente quella dell’uscita di scena. L’unica resistenza vera sta infatti nel non accettare di recitare nello spettacolo, nel rendersi il più possibile invisibili ai radar del sistema, senza attendere che sia esso ad eclissarti, e senza recriminare perché lo fa. Sta nel compiere una scelta quasi claustrale, non di abbandono del mondo, ma di riconquista di uno spazio proprio, reale, libero, alla conoscenza. Significa non stancarsi mai di studiare, non nutrirsi delle pappe precotte ma continuare a sudarsi il nutrimento intellettuale attraverso quei canali che il sistema ha reso obsoleti e ha praticamente dismesso; e farlo non in funzione di un qualche ritorno pratico, e nemmeno sperando di avvicinarci alla verità, ma per il puro piacere di farlo.

Che la rivoluzione non si farà (e che dove la si è fatta non è finita granché bene) dovremmo averlo capito da un pezzo. Ma non significa che non ci si debba comunque tenere sempre pronti. Perché l’unica vera rivoluzione possibile sta già in questo atteggiamento, e ha luogo dentro di noi.

Ora stacco. Vittorio aspetta, e conto di raggiungerlo presto in compagnia di una schiera di uomini veri, di viaggiatori e di “stravaganti” ben lontani dagli odierni “eroi” degli stadi e dei palcoscenici.

Sarà una fuga nel passato, ma non sarà assolutamente una ritirata.

Hanno sfrattato Dio

di Paolo Repetto, 10 maggio 2026

Sessant’anni fa, in una latrina fatiscente che era l’unico servizio igienico (!?) della facoltà di Lettere, rimasi fulminato da una delle tante scritte vergate sulle pareti, che ammoniva: Ludd ti vede. Mi colpì perché era una variante inedita dell’abusatissimo (nei vespasiani e nei confessionali) Dio ti vede, e perché ingenuamente pensavo di essere uno dei rari appassionati alle vicende del luddismo. Incuriosito dalla scritta, scoprii che nell’ambiente universitario genovese esisteva un gruppo Ludd, di matrice situazionista, e naturalmente mi precipitai ad arruolarmi. Altrettanto velocemente ne uscii, dopo aver constatato che, a dispetto della presa di distanza da tutti i “socialismi reali”, quanto a concretezza delle proposte eravamo alle solite. Ma questa è un’altra storia, che rimando a diversa occasione.

Ne parlo solo perché m’è tornato in mente ciò che sostiene Nico, cioè che la comunicazione via social è in fondo la continuazione su altri supporti, sia nei modi che nei contenuti, di quella che un tempo passava per le pareti dei cessi pubblici. L’unica differenza sta nel fatto che allora il lezzo delle latrine chiariva subito l’idea dell’ambiente in cui ti trovavi, e che sfogare lì rabbie, repressioni, idiozie e complessi vari era considerata un’attività da ritardati mentali, seppur a volte capaci di una surreale e magari involontaria ironia; oggi invece quell’attività è assurta a nuovo modello del comunicare, e se il puzzo è rimasto, sia pure solo metaforico, di ironico non è rimasto proprio nulla. Il che, secondo Marshall Mc Luhan, dovrebbe indurci a riflettere sullo stato della cultura contemporanea nel suo complesso.

Sempre sessant’anni fa infatti, ne Gli strumenti del comunicare, il sociologo canadese scriveva che “il medium è il messaggio”. Diceva una cosa che oggi appare ovvia e scontata, ma che all’epoca non lo era affatto: e cioè che ogni forma di comunicazione va studiata non solo per i contenuti che veicola ma prima ancora per i supporti e i criteri attraverso cui lo fa. Ovvero: il medium modifica lo spazio, l’ambiente in cui la comunicazione avviene, e quindi anche i modi in cui divulghiamo o recepiamo un contenuto, e in ultima battuta modifica noi stessi. In realtà Mc Luhan non si riferiva solo agli strumenti specifici del comunicare, ma ad ogni tipo di “protesi” capace di amplificare e rimodellare le nostre potenzialità, ruolo che possiamo riconoscere ad esempio all’orologio e agli occhiali così come alle armi da fuoco e alla stampa, ma già addirittura alla ruota, e prima ancora agli abiti e al fuoco. In pratica, ad ogni innovazione tecnologica che agisce direttamente o indirettamente sul nostro corpo, sulla nostra mente, sulla natura delle nostre relazioni e sull’ambiente in cui viviamo.

Per sviluppare questo concetto McLuhan si concentrava comunque principalmente sugli strumenti della comunicazione, e ne analizzava l’impatto storico e sociale, a partire dalla scrittura in genere e dalla tipografia in particolare. Per quanto concerne la prima, nulla di nuovo: i suoi effetti li aveva già evidenziati (e stigmatizzati) Platone duemila e passa anni fa. Quanto alla seconda, diceva, attraverso la stampa sono stati promossi la riforma protestante, la rivoluzione scientifica e quella industriale, l’illuminismo e il nazionalismo romantico, l’alfabetizzazione, la produzione e il consumo di massa. Praticamente tutto ciò che ha caratterizzato gli ultimi cinque secoli, quelli etichettati come “età moderna”.

Questa affermazione, assieme all’idea che con la più recente evoluzione dei mezzi di comunicazione il mondo sia diventato “piccolo” e abbia assunto di conseguenza i comportamenti tipici di un villaggio (il “villaggio globale”, all’interno del quale le persone possono comunicare rapidamente tra loro e in tal modo l’informazione diviene molto più diffusa e immediata), gli ha attirato l’accusa di “determinismo tecnologico”. È stato interpretato addirittura come un fautore della tecnologia ad ogni costo, mentre è sufficiente leggere la sua prima opera, La sposa meccanica (1953), dove sostiene esplicitamente che “ogni tecnologia ha il potere di ottundere la consapevolezza umana”, per rendersi conto che non è affatto così. Ancora ne Gli strumenti del comunicare, pubblicato quindici anni dopo, affermava: “La tecnologia è un invisibile tiranno che porta i suoi effetti distruttivi nei più profondi recessi della psiche, più di quanto possano fare i denti a sciabola della tigre o dell’orso […]”.

Ma anche questi fraintendimenti, più frequenti di quanto si pensi, soprattutto nella sinistra ostinatamente ortodossa e più ancora in quella che si percepisce alternativa, meritano una riflessione che per il momento devo rimandare.

Dunque, torniamo ai media. Sulle implicazioni storiche e sociologiche che ogni nuovo medium comporta non ci piove. Ma esso agisce anche in altre direzioni: crea cioè di volta in volta una nuova disposizione psicologica individuale. Mc Luhan distingueva tra media freddi (la televisione e il telefono, ad esempio) che stimolano una partecipazione intensa perché sono “a bassa definizione”, e media caldi (la radio, il cinema, il libro o il giornale), che sono ad “alta definizione” e inducono quindi una partecipazione passiva. Intendeva per “definizione” il livello di completezza intrinseca, di autonomia di una formula comunicativa, che quanto più è alto meno spazio consente a interventi di integrazione o modifica dall’esterno.

Oggi questa distinzione andrebbe rivista: intanto perché già la trattazione di Mc Luhan riusciva controintuitiva, ribaltava la nostra percezione di “caldo” e di “freddo”, poi perché sono oggettivamente cambiate le modalità di fruizione e la qualità delle competenze richieste, e infine perché sono entrati in ballo altri media per i quali la collocazione è particolarmente complessa.

Mi spiego. Se lo strumento comunicativo è la stampa, si tratti di libri o di giornali, al fruitore si richiede in realtà sempre una partecipazione “attiva”, nel senso che deve dotarsi almeno delle competenze specifiche per poter accedere al messaggio – deve saper leggere, ma deve anche essere in grado di capire e interpretare ciò che legge, e soprattutto aver voglia di affrontare una lettura che vada oltre lo spazio di un paragrafo. Ciò che sembra sempre meno verificato, come dimostrano sia la crisi dell’editoria giornalistica, con un calo drastico delle vendite di quotidiani e riviste, sia quella del settore librario, dove l’aumento del numero di pubblicazioni è inversamente proporzionale al loro peso culturale. La lettura, che un tempo era concepita come un piacere, e per la stragrande maggioranza come una conquista, quando richieda un po’ più di tempo e di attenzione delle dieci righe di un tweet è percepita ormai come uno sforzo.

Se l’emittente è invece il cinema, lo spettatore non deve possedere particolari competenze, è sufficiente abbia disponibile lo strumento, per il resto la sua partecipazione è totalmente passiva. Quanto alla radio e alla televisione, per come funzionano oggi, la partecipazione è si attiva, perché ci si può collegare, si può interloquire, si possono esprimere opinioni, ma esiste pur sempre un qualche filtro, che se non è la pertinenza dell’intervento è comunque la sua funzionalità rispetto all’intenzione spettacolare e distrattiva di fondo che quei media perseguono.

Se infine il medium è lo smartphone, allora la faccenda si complica. Perché anche qui è sufficiente possedere e saper usare lo strumento, ma chi ne fa uso non è affatto passivo: interagisce in vari modi, con lo strumento stesso o con interlocutori connessi a quello strumento. Se poi si allaccia alla rete dei social l’illusione di una partecipazione attiva diventa smania di protagonismo. Tutto ciò è indipendente dall’oggetto e dalla rilevanza dei messaggi: la maggior parte dei contenuti partecipati alla cerchia delle proprie “amicizie” riguardano menù, immagini di piatti, panorami che testimoniano vacanze, selfie che raccontano vita e miracoli di illustri sconosciuti e i loro rapporti di prossimità con le star.

È l’apoteosi del nulla, eppure i social vengono quotidianamente compulsati da miliardi di persone. La polluzione dei messaggi comporta naturalmente un drastico azzeramento della rilevanza dei contenuti, e alla fine in questo mare magnum dell’insignificante si disperdono anche le cose che avrebbero davvero un qualche rilievo. Non solo: tanta sovrabbondanza richiede che i tempi di attenzione e di riflessione e gli spazi di memorizzazione si riducano all’attimo. Quindi: teoricamente possiamo essere informati di tutto, nella realtà non sappiamo nulla. Il rapporto che i più hanno col mondo, su come è fatto e su cosa vi accade, si basa solo sul “sentito dire”, e non ne hanno maggiore conoscenza di quella di un contadino del medioevo. Del quale condividono anche la credulità e la superstizione.

Una deriva di questa portata Mc Luhan non poteva prevederla, i social network sarebbero nati solo trent’anni dopo: ma in qualche misura sembrava presagirla. Si augurava che la nascita di una comunità globale ampia portasse allo sviluppo di nuove forme di coinvolgimento e di partecipazione individuale: ho dei dubbi però che davvero ci sperasse. La definizione di “idiota tecnologico” da lui coniata sembra infatti benissimo attagliarsi alla realtà della odierna condizione. D’altro canto aveva già anticipato che “una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre”. Quest’ultima cosa è, guarda caso, proprio ciò che sta accadendo, con Musk e compagnia. Il resto è già accaduto.

È accaduto che l’umanità si è addormentata lasciandosi ipnotizzare dai ritmi sempre più veloci e dalle promesse portentose delle nuove tecnologie, le quali nel frattempo si andavano svincolando dal controllo umano: stavano facendo cioè quello che ogni tecnologia è intrinsecamente portata a fare, ovvero perpetuarsi attraverso un costante rinnovamento e ampliare le proprie sfere d’azione e il proprio dominio, eliminando o marginalizzando tutto ciò che può intralciare questi processi. Ha prevalso nella società, soprattutto in quella occidentale, quello che Mc Luhan definiva un “narcisistico torpore”. Con l’automazione abbiamo pensato di liberarci definitivamente del peso del lavoro, con l’informatizzazione di democratizzare la conoscenza, con i social media di creare in tutto il globo una rete di interrelazioni spontanee, non guidate e controllate dall’esterno.

Non è andata così, purtroppo. Dal lavoro non ci stiamo affatto emancipando, semmai lo stiamo perdendo in massa, senza che ci sia all’orizzonte una qualche credibile alternativa di sopravvivenza per chi ne è espulso. Ciò che negli anni caldi della contestazione, ma in fondo sin dai tempi di Adamo, era visto come una condanna oggi è diventato un privilegio. Dal canto loro, la democrazia e la cultura non godono di miglior salute: la pluralità incontrollata delle voci si è tradotta in una babele che è terreno fertile per ogni demagogia e rifugio ideale dell’ignoranza.

Quanto poi alle modalità delle relazioni, negli ultimi vent’anni si è verificata una trasformazione epocale. Il paradosso è che questa trasformazione non è occulta, sta avvenendo sotto i nostri occhi, ci tocca tutti personalmente; ma a quanto pare, a dispetto dell’evidenza, del fatto che per strada, sui mezzi pubblici, nei luoghi d’incontro e purtroppo anche tra le pareti domestiche ci relazioniamo con una umanità in costante stato catatonico, non abbiamo maturato una reale consapevolezza di ciò che tutto questo comporta. Lo dimostra il fatto stesso che di fronte all’allarme per il calo manifesto delle capacità cognitive (è già in atto addirittura una mutazione biologica, la riduzione negli umani della massa e del peso della materia grigia) si demandino alle istituzioni i rimedi, si invochino norme per limitare l’uso dello smartphone e l’accesso ai social da parte dei minorenni, ben sapendo che queste misure non avranno alcun impatto e che anzi creeranno un perverso effetto antiproibizionista. Non siamo in Cina, e l’uso di strumenti coercitivi, quand’anche gli si volesse dare credito di una qualche efficacia, in contesti come quelli delle democrazie occidentali è improponibile.

Non si può certo dire che lo smottamento sia arrivato improvviso: i segnali c’erano da tempo, e inequivocabili. L’ipnosi da social è stata preceduta e preparata per mezzo secolo da quella televisiva. E non solo dal sempre più invadente e spudorato bombardamento pubblicitario: la demenzialità dei programmi, i modi aggressivi nei dibattiti, la maleducazione, i toni esasperati, le interruzioni e le sovrapposizioni, sono stati prima tollerati con sufficienza, anzi, vellicati nella misura in cui facevano audience, e poi adottati come norma del comunicare. Nel frattempo le scritte idiote dilagavano incontrastate dai muri delle latrine a quelli di tutta la città, per invadere poi le praterie aperte dal web. Il tutto in mezzo a un mare di ipocrisia, con le querimonie a gettone di coloro che a vario titolo hanno la qualifica di addetti ai lavori, ma sostanzialmente nella più totale indifferenza, quando non nella “comprensione” e nella assunzione ad “espressioni artistiche”. Giorni fa, nel corso di un dibattito televisivo su questo argomento, nobilitato dalla presenza di psicologi e sociologi e altri imbonitori, la gran parte dei presenti, quando la parola era ai loro colleghi, compulsavano freneticamente lo strumento: per “restare connessi”.

Temo allora che quella imboccata sia una strada senza ritorno, e non riesco ad immaginare, o preferisco non farlo, dove potrà condurci. Ma se proprio volessimo conservare una minima speranza di uscirne, questa non dovrebbe passare per il tentativo di addomesticare il mondo dei social a colpi di leggi, quanto piuttosto per un’azione diffusa di screditamento. Non serve una crociata condotta da un esercito della salvezza, né una campagna ideologica promossa da partiti, chiese, enti morali o da chiunque viaggi sotto qualsivoglia bandiera; un boicottaggio conclamato e generico sarebbe oltretutto non solo controproducente ma anche ingiusto, perché malgrado io non abbia alcuna esperienza diretta di frequentazione dei social ritengo ne sia in fondo possibile un utilizzo equilibrato, non normato dall’alto (?) ma affidato al buon senso; e soprattutto perché esistono categorie di persone per le quali i social, a dispetto della loro natura fredda e intrinsecamente mendace, rappresentano purtroppo l’unico conforto.

Contro il loro uso compulsivo e morboso potrebbe invece funzionare solo un’azione “strisciante”, a bassa intensità, altrettanto insidiosa di quella condotta da chi li ha inventati e li gestisce senza scrupoli. Una mossa da judoka che faccia leva, per ribaltarle, sulle stesse motivazioni di rivalsa sociale che ne hanno promosso la diffusione, e ne adotti le stesse strategie. Se il ricorso alle piattaforme digitali ha illuso miliardi di persone di potersi finalmente esprimere, di ottenere visibilità e consenso, di trovare riferimenti e guide per ogni tipo di scelta, da quelle esistenziali a quelle di consumo, o magari di poter impunemente sfogare le proprie rabbie e idiosincrasie, la strategia è quella di screditare il valore di questi riferimenti, di stigmatizzare senza filippiche e strombazzamenti il conformismo e l’assoluta trivialità di queste scelte. Per dirla senza tanti giri di parole, sarebbe necessario svilire le “pseudo-comunità” virtuali non predicando o imponendo l’astinenza dalla loro frequentazione, ma inducendo a percepirle come socialmente squalificanti, come ignobili rifugi d’emergenza per poveri di spirito e rancorosi, qualcosa che denota una bassissima collocazione nella gerarchia sociale. Un’operazione “sporca”, se vogliamo, che dovrebbe avvalersi non di testimonial e di influencer di grido ma di un rifiuto opposto senza troppi clamori da protagonisti quasi anonimi eppure visibili della quotidianità: di un atteggiamento cioè non aggressivo o sprezzante ma sottilmente snobistico, alla Bartleby (per i meno acculturati, alla Celentano del Grazie, preferisco di no). E nel contempo dovrebbe promuovere la riscoperta di rapporti interpersonali diretti, di amicizie vere e non virtuali, in situazioni ordinarie: cose che non metteranno in contatto col mondo intero ma consentono di confrontarsi con persone reali e con opinioni spontanee. Se una cosa del genere riuscisse, le piattaforme che prosperano veicolando odio e imbecillità andrebbero velocemente a bagno.

Ho disegnato naturalmente un’ipotesi del terzo grado, del tutto impraticabile: che non sarebbe solo irrealizzabile, sarebbe forse ormai inutile. Come sempre, mentre noi stiamo a rimuginare su come affrontare un problema creato dalla tecnologia, la tecnologia viaggia a velocità doppia e lo ha già reso obsoleto, creandone uno ancora più complesso. Il più recente stadio dell’autonomizzazione tecnologica vede l’irruzione dell’intelligenza artificiale, che sta diventando l’interlocutrice per eccellenza. Non bastava che i frustrati e i repressi si confrontassero, si sbranassero o si alleassero tra di loro: oggi trovano sponda in qualcosa che li rende dipendenti con ancora maggiore facilità. Anche in questo caso non si tratta di un avvento improvviso: in realtà il fuoco covava da decenni, anche se solo oggi è diventato “il” problema per eccellenza. Senza dubbio all’interno di una “logica del potere tecnologico” questo passo rappresenta davvero un salto eccezionale di qualità, oserei dire irreversibile: la tecnologia è arrivata all’autocontrollo. Il problema vero è però che per noi umani anche questo è diventato un soggetto per lo spettacolo, che continua a dispetto del fatto che il teatro stia andando a fuoco.

Le proposte per arginare gli sconquassi psicologici che l’IA minaccia di provocare, e sta anzi già provocando, sono infatti dello stesso tenore di quelle avanzate per i social. Si affronta il problema a valle, alzando delle dighe che non reggeranno alcuna piena, anziché risalire alla sorgente. Davanti alla constatazione che il quaranta per cento degli adolescenti ha già stabilito un legame empatico con il proprio chatbot, relazionandosi solo con quello ed eleggendolo ad amico e consigliere unico, proprio in questi giorni è stata presentata in Italia una proposta di legge per regolare l’interazione emotiva tra gli algoritmi e gli utenti più giovani. Ciò che si chiede è limitare a cinque giorni la durata della memoria delle conversazioni, dopo di che queste dovrebbero essere cancellate, per impedire all’algoritmo di accumulare dati, di “adattarsi” nel tempo all’utente e di creare in questi una dipendenza.

Ora, io non so valutare l’impatto di una disposizione del genere, ma non ho dubbi che le piattaforme stiano già escogitando delle contromisure, un qualche modo per accantonare e trasferire i dati e attingervi all’occorrenza per rendere comunque disponibile un profilo dell’umano che si connette. Non è questo comunque il problema. Il problema vero lo si desume del testo di presentazione della proposta. In base a inchieste diverse su campioni decisamente significativi di adolescenti risulta che “oltre 7 ragazzi su 10 dichiarano di avere un estremo bisogno di sentirsi ascoltati davvero”, “ben 2 su 3 vorrebbero più carezze emotive dalle persone vicine”, “il 60% degli adolescenti ritiene l’esperienza con i chatbot appagante sotto tanti punti di vista, dall’assenza di giudizio alla comprensione pressoché totale, passando per la costante disponibilità all’ascolto” , “il 13% degli utenti ha raccontato che il rapporto con il bot sta alzando gli standard cercati nella realtà, rendendo le persone in carne ed ossa più faticose e complicate da gestire”. E via di questo passo. Tradotto in spiccioli, questo verrebbe a significare che la responsabilità del disagio minorile è dell’ambiente familiare, della scuola, insomma, di una società nel suo complesso incapace di attenzione. Il che è assolutamente vero, ma in senso opposto. Il problema non è l’indisponibilità all’ascolto da parte dei genitori (che per la carità, esiste, ma all’interno di un atteggiamento molto più generalizzato) ma quella dei figli, e i figli non sono capaci di ascoltare perché nessuno li ha educati o costretti a farlo. Non è la mancanza di attenzioni, ma semmai, al contrario, l’eccesso, che ha fatto dei ragazzi degli egoisti affettivi, insicuri, disarmati e rabbiosi di fronte a qualsiasi difficoltà. Non è l’incomprensione, che qui viene interpretata come pretesa degli adulti, nella fattispecie degli insegnanti, di giudicare e, nel caso, di dissentire, quanto piuttosto l’accettazione e la giustificazione pelosa di ogni fisima o stramberia o malumore degli adolescenti (e qui entra in ballo lo scandaloso mercato delle certificazioni di ogni sorta di disturbo dell’apprendimento o del comportamento, rilasciate da psicologi compiacenti e usate da genitori ansiosi di scaricarsi di ogni responsabilità educativa).

Non meraviglia dunque che un algoritmo addestrato con le migliori tecniche psicologiche, che ti dà sempre ragione e offre soluzioni per tutto, adattandosi ad ogni capriccio, non faticherà a conquistare la mente e il cuore di soggetti mai davvero svezzati. In fondo, non è poi molto diverso da quel che accade ultimamente nel rapporto degli adulti con i cani.

Comunque. Come la penso sull’affetto parentale l’ho già spiegato in un vecchio pezzo titolato Il libro degli abbracci, e su quello che dovrebbe essere il ruolo della scuola in almeno una decina di altri interventi. Quindi non sto a ripetermi.

Spero solo che a qualcuno, di maggioranza o di opposizione che sia, venga in mente di proporre un progetto di legge che miri a una restituzione totale di dignità e autorevolezza alla scuola: che non si riduca quindi alla immancabile richiesta di maggiori stanziamenti, o a riforme insensate come tutte le ultime dal Sessantatre in poi; che proponga il ritorno ad una scuola dei doveri prima che dei diritti. E che magari organizzi dei corsi di recupero per gli adulti.

Insomma, che azzardi qualcosa di altrettanto utopico di ciò di cui ho parlato io, ma almeno dia il segnale che c’è ancora qualcuno che pensa con la sua testa e non con gli algoritmi.

E chiudo. Su questo argomento si potrebbe andare avanti sino a domani (senza peraltro arrivare a trarre conclusioni di un qualche valore): ma a parte il fatto che l’ho già trattato altrove, credo di aver superato da un pezzo i limiti di sopportazione di qualsiasi improbabile lettore.

Mi concedo solo un’ultima osservazione: nelle toilettes degli aeroporti o delle aeree di servizio autostradali, ma anche nei servizi pubblici cittadini, non mi imbatto più nelle un tempo immancabili esternazioni. A quanto pare i social a qualcosa sono serviti. Hanno fatto uscire Dio dalle latrine. L’idea che dovesse dimorare sempre lì per controllarci mi inquietava. Ora non ci vede, non ci legge e non ci ascolta più. Beato lui.

Sgorbie

parvenze sottratte al legno storto

di Fabrizio Rinaldi, 1° maggio 2026

La materialità delle cose parla dell’essere umano che le ha ideate e fabbricate,
delle sue abilità, del suo sistema di relazioni sociali.

Richard Sennett, L’uomo artigiano, Feltrinelli, 2008

Mail e tabelle, interazioni e imposizioni, orari e piccoli screzi: per me – ma credo per molti che non hanno nella manualità il fulcro del proprio lavoro – la quotidianità è fatta di relazioni. Poi rientro a casa e trovo moglie, figlie e cani, e il confronto continua, a volte – diciamolo – in modo ancora più complesso. Entrambi gli ambiti sono praticati il più possibile dentro la norma sociale e senza sbroccare troppo. Le ore, i mesi, gli anni si susseguono ordinati, occupati da parole, mediazioni e (in)visibili scazzi.

Per reggere lo stare con altri, ognuno trova il proprio modo: palestra, stadio, birdwatching, giardinaggio, yoga. Io faccio altro. Chi mi conosce penserà che legga o vada a camminare. Sì, certo pure quelli perché mi appartengono, ma non basta. Quando voglio allontanarmi davvero dal pensare e dal dire, da tutto ciò che richiede spiegazioni e confronto, prendo un pezzo di legno e inizio a intagliare per dare forma a parvenze di cucchiai. Questa è la mia attività appartata che non chiede giustificazioni.

Per anni il mio rapporto con il legno è stato relegato a ciò che incontravo passeggiando nei boschi, osservando le cortecce, oppure procurandomi legna destinata a scaldare casa. Solo lentamente è nato il desiderio di dargli forma, non per ricavarne oggetti decorativi o figure riconoscibili (vedi gli gnomi e i gufi di Mauro Corona), ma utensili semplici, destinati all’uso quotidiano. Sono complici, ma poco attendibili, i tanti video reperibili in rete dove mani sapienti modellano attrezzi dalle linee perfette e sinuose che paiono disegnati da Pininfarina o Giugiaro in momenti di estasi minimalista. Li guardo, ma non oso prenderli come riferimento.

Mi sono procurato coltelli, sgorbie e qualche attrezzo. Servono anche pazienza, perseveranza, una certa accettazione dell’errore poiché il legno resiste e – non da meno – una buona tolleranza al dolore dato che non perdona distrazioni. Serve una buona scorta di cerotti.

Sarebbe molto più proficuo se dedicassi il tempo libero ad altre facezie: dipingere la camera da letto, tagliare l’erba o sistemare il rubinetto gocciolante nel bagno, ma riconosco la mia inettitudine per queste mansioni e dichiaro la mia pigrizia cronica. Posso cavarmela piuttosto bene con word, excel e altri amminicoli digitali, ma con pinze, tenaglie e pennello sono negato. Anche l’intaglio conferma questa inadeguatezza: la maggior parte dei tentativi vanno nella stufa (tornando a essere ciò che erano destinati a finire originariamente) perché inguardabili e inutilizzabili, se confrontati con i Pininfarina da zuppa dei social.

Eppure continuo perché l’obiettivo non è la perfezione, ma l’atto manuale in sé. Il fare che procede con dedizione, con lentezza, che accetta il limite. Non si può accelerare senza scheggiare, né forzare la forma senza rompere la fibra. Il legno impone le sue condizioni e, per arrivare fino in fondo, occorre negoziare con ciò che resiste.

Contrariamente all’ambito digitale della modificabilità infinita (vedi il comando “Annulla” che permette di tornare alla condizione precedente e rimediare all’errore), il legno non concede ritorni fino a ridiventare addirittura albero. Ogni gesto è definitivo, ogni sottrazione è irreversibile. Come nella vita, si procede per approssimazioni progressive verso una forma che non preesiste, ma emerge in un presente molto spesso parecchio differente da quanto immaginato originariamente.

Il primo cucchiaio l’ho ricavato da un ramo di noce schiantato sotto casa. Nodi e venature deviavano il taglio, interrompevano la linearità, imponevano correzioni. In quel confronto si è reso evidente il dialogo tra mano e materia, in una continua negoziazione e accettazione. Inframmezzata da qualche cerotto … (per mia fortuna uso i guanti antitaglio).

Fare un cucchiaio – ma ciò vale per molti altri svaghi manuali – costringe a pensare con il corpo: la mano scava, l’occhio misura, l’orecchio ascolta il legno mentre cede. Qui il pensiero non precede l’azione, ma emerge dentro essa, si corregge, si sostiene cogliendo l’errore non come fallimento, ma come forma costituente.

A proposito del suono, sarò malato, ma trovo fortemente erotico quello del legno che cede alla lama della sgorbia. È la melodia della resa sotto le mie dita per formare riccioli legnosi che, piano piano, si staccato dalla massa per la forza impressa dallo strumento d’acciaio.

Il cucchiaio nasce da una sottrazione al fine di contenere: la cavità scavata non è un vuoto qualsiasi, ma è uno spazio commisurato al gesto che verrà nell’uso. In definitiva per accogliere occorre togliere. È una condizione intrinseca della materia che, volendo, si può estendere altrove. Spesso anche nelle relazioni è necessario sottrarre – parole, pretese, spiegazioni – per lasciare spazio al condiviso o all’ignoto. Magari il diverso appaga ancor di più del consueto.

Il cucchiaio artigianale, pieno di errori e imperfezioni, rende visibile il tempo in molte declinazioni. C’è quello dell’albero riconoscibile negli anelli di accrescimento sotto la corteccia. Poi quello impiegato nel realizzarlo, nel paziente tentativo di armonizzare forme e intenzioni. Il legno, che per anni ha trattenuto linfa e sali minerali, divenuto cucchiaio inizierà ad assorbire calore, odori, umidità; muterà colore nei punti più esposti, forse si incrinerà. Tra le venature del legno resteranno le tracce del tempo trascorso in minestre bollenti e in sughi densi, in una moltitudine di ingredienti divenuti il pasto condiviso con familiari e amici. Non è quindi un deterioramento, ma una trasformazione, poiché l’oggetto non si consuma soltanto, ma registra ciò che attraversa. In questo senso il cucchiaio diventa una superficie di memoria minima, una cronaca silenziosa dei pasti, dei gesti ripetuti e delle presenze condivise.

Potrei acquistare un oggetto simile ovunque, pagandolo pochissimo e di manifattura impeccabile, ma il prodotto anonimo, uguale a tanti, riproduce la separazione fra l’atto del creare e la finalità del fare; inoltre non emergono le sfumature temporali dette prima. L’oggetto artigianale invece, espone i limiti del gesto, le esitazioni, le correzioni. Ne è testimone materiale.

Intagliare un cucchiaio diventa così un gesto che si sottrae alla logica dell’efficienza perché non è performante, né necessario. Le molte ore di lavoro non sono “sprecate” rispetto ai pochi istanti di produzione in serie: personifica un tempo vissuto, non quello impiegato. E proprio per questo interrompe il nesso fra tempo e rendimento.

L’industrializzazione ha prodotto oggetti uniformi, uguali a se stessi, che riflette una società appiattita sul minimo sforzo e sul pensiero “unico” deciso da coloro che tirano le fila, relegando ad una fatica inutile il lavoro manuale indirizzato alla creazione di manufatti comuni: “non serve fare l’orto faticando, vai al supermercato e compra ciò che vuoi, avrai prodotti controllati e spendendo pure poco”.

Quindi realizzare un cucchiaio diviene anche un agire politico: nega la riduzione del lavoro alla mera produzione fine a se stessa; restituisce dignità a oggetti creati dall’abnegazione e della capacità di armonizzare mano, testa e cuore; commisura l’estetica alla funzione dell’attrezzo creato; valorizza il dono di un oggetto creato manualmente rispetto all’acquisto tout court.

È la stessa tendenza del riuso che oggi è “cool”, dei mercatini dell’usato, del vintage. È una moda, ma anche una scelta in antitesi all’acquisto compulsivo.

In un’epoca dominata dalla velocità, dall’efficienza e dall’ottimizzazione di ogni istante, realizzare un oggetto manualmente è un gesto che riconosce il ricevente non come un consumatore, ma come persona degna di stima e capace di valorizzare il dono.

È anche un gesto di resistenza temporale. Le ore trascorse a raschiare, levigare e perfezionare restituiscono l’esperienza pura del godersi l’istante. Non voglio qui cadere nel facile parallelismo con la mindfulness o con le proprietà salvifiche della meditazione e dello yoga, ma solamente evidenziare che tutto ciò è gesto attivo e consapevole, durante il quale, magari, vengono idee anche per altro, anche per il lavoro. Ciò che parrebbe un’azione meramente inutile diviene fonte d’ispirazione. Al pari dello zappare l’orto o semplicemente oziare.

Ma va bene anche se rappresenta solo una distrazione dal quotidiano, non solo da quello personale, pure da quello sociale e politico (vedi la pazzia senile di Trump o quella più modesta della Meloni).

Resta un oggetto umile, destinato a mescolarsi alle stoviglie anonime e a svolgere un compito modesto, eppure quando lo tengo in mano riconosco ancora il ramo storto da cui proviene. Le venature dell’albero non sono scomparse; si sono solo riorganizzate attorno a una funzione. È una forma che non cancella l’origine, ma la trattiene, ha una storia da raccontare.

Alla fine, ciò che resta non è tanto l’oggetto quanto il processo che lo ha reso possibile. Intagliare un cucchiaio è un modo per plasmare il legno e, insieme, il tempo. Ogni ricciolo che si solleva dalla lama riporta a quel ramo caduto, irregolare e resistente, in cui una forma era già presente, in attesa di essere sottratta al superfluo.

Forse è anche una buona risposta all’incipit di Albert Camus in Il mito di Sisifo (Bompiani, 2013): “Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”. Sì, vale la pena anche perché il fare rende percepibile lo scorrere del tempo (risparmiato alla chimera dei social, del virtuale o del superfluo), che non si accumula, ma si mostra. Diviene tangibile il limite dell’agire personale, mentre resta il lavoro finito: che avrà una sua destinazione futura, a prescindere da quella per la quale lo avevamo pensato.

Sono abituato per mestiere a “moltiplicare significati” e l’ho fatto anche qui scrivendo, tagliando e levigando con sgorbie digitali al fine di ottenere il mio “cucchiaio” scribacchiato. Prima ancora di realizzare quelli veri, degni di essere donati, ho persino scritto un breve testo di accompagnamento. Ancor prima del prodotto, ho già pronta la confezione. Come sempre riesco meglio nell’idea che nella concretezza.

Pazienza. Intanto persevero con un altro pezzo di legno. E, a volte, con un cerotto.

– Non cercare di piegare il cucchiaio. È impossibile. Cerca invece di fare l’unica cosa saggia: giungere alla verità.
– Quale verità?
– Che il cucchiaio non esiste.
– Il cucchiaio non esiste?
– Allora ti accorgerai che non è il cucchiaio a piegarsi, ma sei tu stesso!

dal film Matrix (USA, 1999)

Ariette 14.0: Dai tempi di Noé

di Maurizio Castellaro, 11 gennaio 2023

Il Principato di Monaco consiste in 2 chilometri quadrati insensati in cui risiedono 40.000 persone asserragliate intorno al vecchio Casinò. Enormi colate di cemento violentano mare e terra, per dare spazio a boutiques esclusive, parcheggi sotterranei, ascensori scavati nella roccia. Poco più avanti, Cannes è un piccolo clone di Los Angeles. Ospita da oltre 70 anni il più importante festival della fabbrica dei sogni, ed esibisce al termine della sua Croisette un Casinò, yatchs arroganti e ville con 20 stanze e 20 bagni, che vende a decine di milioni di euro ciascuna. Solo a pochi chilometri nell’entroterra, in piccoli paesini come Vallauris, Vence, Saint-Paul, geni come Picasso, Matisse e Chagall sono stati attivi dopo la guerra per decenni, idolatrati da collezionisti di tutto il mondo, ricchissimi e forse ignari. Nella mia memoria vorrei riuscire a scindere il ricordo dello skyline di Montecarlo dal segno essenziale e spirituale che Matisse ha lasciato sui muri della Chapelle du Sainte-Marie du Rosaire di Vence. Allo stesso modo, vorrei riuscire a separare l’immagine della neve finta davanti al Casinò del Principato da quelle delle tele sublimi dipinte a Nizza da Chagall, e ispirate dal Cantico dei Cantici. Ma non ci riesco. Questi due ordini antitetici di immagini vanno tenuti assieme, perché li lega una connessione segreta, perché forse questi due livelli di realtà sono uno la verità dell’altro, in perenne e insostenibile tensione. E forse perché proprio la loro inscindibile antitesi senza sintesi ci ricorda che, se mai ci sarà salvezza per noi, essa passerà dalla ricerca della bellezza e della purezza in mezzo a ciò che bello e puro non è, e sarà comunque una salvezza individuale, e mai collettiva. È una storia antica, già vecchia ai tempi di Noè, quando ancora nel mondo la pioggia cadeva.

Ariette 14.0 Dai tempi di Noé 01

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Grazie per la risposta. ✨

Il voto “nascosto”

di Marco Moraschi, 29 febbraio 2020

Gli effetti collaterali di comprare casa e rendersi indipendenti (economicamente) dai genitori che ti hanno cresciuto fin da bambino, si vedono, soprattutto inizialmente, nel grande numero di scelte che si è chiamati a compiere da quando si prende la decisione a quando poi questa sarà pienamente attuata. Con effetto immediato iniziano quindi le prime spese e i primi addebiti importanti sul conto corrente, contestualmente a tutta quella serie di oggetti che per necessità devono essere presenti in un qualunque immobile per poterlo chiamare “casa”. Nonostante io sia l’opposto di un accumulatore seriale è chiaro che certi oggetti sono imprescindibili: la cucina, i sanitari, il letto, i libri, solo per citare alcuni esempi. Mentre per alcuni si può attingere all’accumulo esagerato dei nostri avi, che hanno probabilmente sentito la necessità di mettere da parte in quanto hanno vissuto le ristrettezze economiche della guerra e degli anni della ricostruzione, altri dovranno essere acquistati nuovi, andando quindi ad alimentare l’economia del consumismo, che prevede che gli oggetti non debbano durare in eterno, ma siano presto scartati e gettati in discarica per essere sostituiti dal nuovo ultimo modello. Si rivela quindi più che mai necessario prestare molta attenzione nel momento in cui siamo chiamati alle urne. Alle urne? Sì, perché in fondo ogni volta che acquistiamo un oggetto stiamo esprimendo un voto: stiamo decidendo a chi devono andare i soldi frutto del nostro sacrificio, chi avrà quindi disponibilità e potere di spesa su un pezzo (piccolo) del mondo che viviamo, chi dovrà essere premiato per ciò che ha fatto e chi invece dovrà rimanere a bocca asciutta. Nello scegliere un prodotto piuttosto che un altro dovremmo non solo decidere sulla base della qualità, o (più spesso) del prezzo, ma anche e soprattutto informandoci prima su chi riceverà i nostri soldi. Non parlo ovviamente del singolo negozietto, che pure ha importanza, ma del marchio e della società che produce l’oggetto interessato. Stiamo comprando un telefono; voglio alimentare il commercio online o favorire i rivenditori fisici? Questo smartphone che costa poco sarà stato prodotto in accordo a tutte le normative per la tutela dell’ambiente? Sarà composto da materiali riciclati oppure sono stati sfruttati dei lavoratori per estrarre i metalli preziosi che lo compongono? L’azienda che lo produce in che modo si impegna a migliorare la qualità dei propri prodotti e a evitare che finiscano in discarica una volta dismessi? Mi fornirà assistenza durante la vita utile del prodotto oppure si dimenticherà di me una volta uscito dal negozio?

Mi rendo conto che non è affatto semplice poter rispondere a tutte queste domande ogni volta che facciamo un acquisto, ma sarebbe importante provarci il più possibile, non solo perché in questo modo probabilmente acquisteremo prodotti di migliore qualità, che dureranno quindi più a lungo, ma perché un pezzettino alla volta potremo essere determinanti per decidere come sarà il mondo di domani. Troppo spesso infatti deleghiamo alla politica le decisioni che noi non abbiamo il coraggio di prendere, e che infatti non prendono neanche i politici, perché sono votati da noi. Scegliere chi votare quando compriamo un oggetto è il modo più efficace che mi viene in mente per poter contribuire davvero e subito, seppur nel nostro piccolo, a plasmare la società che vorremmo, perché il denaro, che ci piaccia o meno, è il motore di tutte le cose. I flussi di denaro rappresentano lo strumento più democratico che abbiamo in mano tutti i giorni, non solo quando viene indetto un referendum o abbiamo in mano la matita copiativa alle urne. La democrazia del terzo millennio dovrà nutrirsi anche delle nostre (piccole) scelte economiche, perché se come singoli le ricadute delle nostre decisioni sono limitate, come comunità abbiamo in mano un grosso potere decisionale, che possiamo e dobbiamo usare al meglio. Ogni giorno acquistiamo beni di prima necessità e non solo, i quali vanno ad alimentare il business di grandi e piccole aziende che decidono se la strada che hanno intrapreso per aumentare il fatturato è quella giusta oppure devono cambiare rotta. Non è strettamente necessario che sia la politica a decidere di bandire la plastica monouso; se la nostra comunità, fatta da ogni singolo individuo, decide di non comprare più plastica non riciclabile, il mercato sarà costretto a spostarsi altrove, senza che nessun referendum o nessuna legge sia abrogata o approvata. Il portafoglio che apriamo ogni giorno deve ricordarci che ogni nostro piccolo gesto ha delle ricadute e per la legge dei grandi numeri, per quanto piccole siano, se moltiplicate per una popolazione di più di 7 miliardi di persone quelle ricadute diventano economicamente rilevanti e hanno il potere di cambiare le cose. Siate il cambiamento che vorreste vedere nel mondo diceva Gandhi, e comprate responsabilmente aggiungo io. Buoni acquisti!

Il piacer vano

di Giuseppe Schepis, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Nella società contemporanea il mercato sembra essere rimasto l’unico sistema economico possibile. Al centro di esso – protagonista assoluta – la merce. Val la pena allora di tornare ad analizzare l’essenza della regina incontrastata del nostro tempo, rispolverando la teoria marxiana sul feticismo delle merci. Questa, a grandi linee, è nota a tutti, ma anche a rischio di essere pedanti è bene riprenderla brevemente per vedere se si siano verificati cambiamenti economici da quando è stata formulata ad oggi. Si parta dal fatto che la realizzazione di ciò che, in maniera molto generica, possiamo definire merce, è nata dalla necessità di soddisfare i bisogni che la specie umana, lungo la sua evoluzione fisica e culturale, si è trovata ad avere. Questi bisogni – i più svariati – possono essere sia di natura materiale che di natura intellettuale: non faremo da qui in poi differenze di merito dato che l’uomo, animale il cui intelletto è enormemente sviluppato, ha comportamenti appetitivi nei confronti di ambedue le categorie di “cose”.

Un oggetto dunque, qualunque sia la sua natura, ha un certo valore correlato alla sua possibile utilità per i membri della specie umana. Il suo valore è così legato alla capacità di soddisfare delle esigenze, ma si verifica – spesso – che oggetti capaci di uguali prestazioni abbiano un valore di mercato profondamente diverso. Possiamo lambiccarci più e più volte il cervello, senza riuscire a trovare nulla che li differenzi se non il valore di mercato e la complessità produttiva; nasce così il sospetto che queste ultime due grandezze siano strettamente correlate tra di loro e solo minimamente dipendenti dall’oggettivo valore della merce. Ma allora cosa dà alla merce il suo valore di mercato, se non direttamente la sua capacità di soddisfare bisogni come logica imporrebbe, e perché due oggetti con analoghe possibilità di utilizzo devono avere uno un dato valore di mercato e l’altro un valore magari superiore? L’arcano è facilmente risolto: per realizzare il primo occorrono meno ore di lavoro, si hanno minori scarti di lavorazione, necessitano un numero inferiore di Kwh di energia e simili. Il secondo oggetto, quindi, vale più del primo solo perché è stata necessaria alla sua foggia una maggiore quantità di “lavoro di produzione”. Così il feticcio del lavoro speso nella produzione diventa una delle qualità dell’oggetto e lo segue nel suo viaggio attraverso il mercato. Così la merce viene caricata di un significato sociale che nulla ha più a che vedere con il reale valore legato all’utilizzo e che esiste solo all’interno della società stessa. Senza le convenzioni sociali borghesi questo secondo valore sparirebbe di colpo, non essendo intrinseco agli oggetti. È già stato detto da voce ben più autorevole dei danni provocati dal verificarsi di questo, di come così l’uomo diventi funzionale ai bisogni della produzione e non viceversa – come sarebbe auspicabile e logico – la produzione funzionale al soddisfacimento dei bisogni umani. Si aggiunga che esiste un altro aspetto: il valore feticistico spesso riesce a nasconderci le qualità reali delle cose; il primo, che è semplicemente involucro, ci nasconde ormai l’essenza, aggiungendo inganno ad inganno e facendo sì che non si riesca nemmeno a cogliere appieno i benefici che un oggetto – fisico o intellettuale – può darci.

Tutto questo è reso poi ancora più devastante dal fatto che, massimamente nella società contemporanea, oltre ai bisogni reali se ne manifestano altri indotti dal sistema – che così tenta di autoalimentarsi – sempre in quantità crescente. Così la pubblicità veicolata in tutti i mezzi di comunicazione di massa è come ossigeno per il mercato: lo vivifica arrivando ad ogni cellula elementare (il cosiddetto consumatore), fino a far prosperare questo tumore maligno che con le sue metastasi sta sostituendo completamente quelle che dovrebbero essere le cellule sane – ben differenti – di un organismo degno del nome di società umana. È bene sottolineare che anche le risorse economiche spese nel pubblicizzare un prodotto diventano, schizzofreneticamente, valore feticistico aggiunto di questo.

Forse se riuscissimo a togliere le lenti deformanti che il mercato ci ha messo davanti agli occhi, apprezzando così solo l’essenza di ciò che ci circonda, potremmo arrestare il moto dell’ingranaggio in cui siamo presi e da cui rischiamo di essere dilaniati; spinti verso l’autodistruzione da un sistema per sua natura non regolato, rischiamo di far scomparire la nostra civiltà e di arrecare seri danni al pianeta che ci ospita.

Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni.
GIACOMO LEOPARDI

 

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