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Un viandante non è un viaggiatore. Non si limita a superare occasionalmente delle distanze, ma percorre degli itinerari, connota degli spazi. E dal momento che nemmeno è un pendolare, questi spazi, questi itinerari sono sempre diversi. Il viaggio è la sua vita, lo spostamento è la sua meta. Questo lo differenzia dal viaggiatore. Il viaggiatore parte, arriva, vede. Il viandante non parte, perché non ha luoghi o affetti da cui staccarsi, e non arriva, perché non ci sono affetti e luoghi a cui legarsi: e soprattutto non vede, ma conosce, non subisce l’alterità, ma è riconosciuto. Non avendo dimora, non è mai uno straniero. E di ogni contrada, naturale o ideale, può fare la sua patria, senza rinnegare la sua vocazione di apolide.
I Viandanti delle Nebbie non si sottraggono a questa condizione. Le tappe dei loro itinerari, le soste lungo i loro vagabondaggi, diventano occasione di dialogo con chi per il momento preferisce un’esistenza più sedentaria, ma non è immune al richiamo della fantasia. Tali sono ad esempio gli incontri che prendono spunto dalle periodiche incursioni dei Viandanti sui sentieri dell’immaginario (ma anche su quelli, molto più concreti, delle nostre montagne). Due di questi incontri sono già stati realizzati sotto forma di mostre iconografiche, presentate nell’autunno scorso e nella recente primavera.

Heinrich Kley. Incubi in bianco e nero (2020)

Kley (tedesco, nato nel 1863) non gode di grande notorietà in Europa, nemmeno nella sua patria. È invece molto conosciuto negli USA, probabilmente perché il più grande ammiratore e collezionista dei suoi di-segni era Walt Disney. La prima parte della sua carriera artistica è quella tipica del pittore ottocentesco, che campava dipingendo paesaggi piuttosto convenzionali, nature morte e scene storiche. Poi è approdato alla modernità, diventando un “artista industriale” e rappresentando momenti di lavoro. …

Nino Costa. Colore garibaldino (2020)

Giovanni “Nino” Costa è forse il meno conosciuto e il più sottovalutato dei macchiaioli. Ma forse non è nemmeno un macchiaiolo. La sua formazione ha avuto da subito un respiro internazionale, per la frequentazione prima, in patria, di artisti stranieri (il gruppo dei Nazareni, George Mason e Frederick Leighto, attraverso i quali conosce le idee di Ruskin, Emile David e Arnold Böcklin che lo introducono al simbolismo) e poi, durante i frequenti viaggi all’estero, degli ambienti culturali più avanzati delle capitali culturali dell’Europa di metà Ottocento.

Elihu Vedder. La natura è una foresta di simboli (2020)

Bohemien e viaggiatore squattrinato fino a cinquant’anni, pittore e illustratore di successo dopo, Elihu Vedder (New York 1836 – Roma 1923) assomma nella sua pittura tutte le possibili contaminazioni e contraddizioni del secondo Ottocento: decadentismo, simbolismo, esotismo. Trascorre l’infanzia a Cuba, si forma artisticamente a New York e poi a Parigi, a vent’anni gira mezza Italia senza un soldo, torna in America e sbarca il lunario disegnando immagini per le prime inserzioni pubblicitarie. Nel frattempo dipinge le sue opere più visionarie, quelle che meglio lo rappresentano e per le quali è ricordato. …

Andreas Achenbach. Dal Romanticismo al Realismo (2020)

Da buon giovane romantico (comincia a dipingere seriamente a dodici anni), Andreas Achembach gira mezza Europa (dalla Russia all’Italia, dai Paesi Bassi alla Scandinavia) e assorbe un po’ dovunque, prima di sottrarsi all’idealismo imperante e trovare una dimensione propria. Non è un rivoluzionario dell’arte (e quindi non è particolarmente famoso), ma è senz’altro un riformatore. Praticamente è il fondatore del realismo pittorico tedesco. Ora, il realismo non richiede, almeno in apparenza, un grande investimento spirituale, soprattutto se rivolto alla pittura paesaggistica …

John Piper. Ricolorare l’Inghilterra (2020)

John Piper va rubricato tra gli artisti “poliedrici”. Questo termine viene in genere usato in due accezioni, una positiva, ad indicare chi in qualunque ambito artistico si cimenti ottiene risultati eccezionali, tipo Michelangelo, e una invece piuttosto “riduttiva”, ad indicare chi sa fare un po’ di tutto, ma senza eccellere in nulla. L’accezione mia è ancora un’altra: comprende chi ha moltissimi interessi, e produce in ogni campo risultati interessanti.
Piper, che ha attraversato tutto il “secolo breve” (1903 – 1992), di occasioni stimolanti ne ha avute in abbondanza, e non se n’è lasciato sfuggire una. …

Johann Wilhelm Schirmer. Istantanee dal passato (2020)

Diversamente dagli altri artisti che siamo soliti presentare, Johann Wilhelm Schirmer (1807 – 1863) non era né un genio né un disadattato o un alienato mentale. Non ha lasciato opere che facciano gridare al capolavoro, che stupiscano, che aprano all’espressione artistica nuove strade. Era un onesto, scolastico, pittore di transizione: che non significa però modesto. La sua vita stessa e la sua carriera sono in tal senso esemplari. …

Charles Marion Russell. L’uomo del Montana (2020)

Russell, assieme a Remington, è il West. Lo hanno inventato loro, o comunque lo hanno fatto conoscere in tutto il mondo, ricamando su una realtà che di spunti ne offriva a bizzeffe. Il resto lo ha fatto John Ford.
Russel non ha semplicemente viaggiato nel West: lo ha amato sin da bambino, attraverso le narrazioni di mercanti e vagabondi e sulle pagine delle dime novel, ci ha lavorato a partire da sedici anni, come allevatore di pecore, come cacciatore e come cow boy, ha vissuto tra gli indiani, ci è rimasto fino alla morte. E una volta scoperta la sua vera vocazione il West lo ha poi ritratto in più di duemila dipinti e in numerosi racconti …

Adolf Wölfli. Implosioni (2020)

Figlio di un alcolizzato cronico, è abbandonato a sei anni (con altri sei fratelli e la madre) nella miseria più nera. Viene affidato a una famiglia contadina, che non gli fa mancare la fatica, la fame e i maltrattamenti. Cresce come un animale e comincia a insidiare, in maniera anche violenta, la virtù delle ragazze del luogo: tanto da finire a più riprese in prigione e infine, nel 1895, definitivamente in manicomio. Vi rimarrà per trentacinque, e ne uscirà solo dopo la morte. …

Giudo Boggiani. La raccolta dei sogni al Paraguay (2020)

Il successo a vent’anni è una bella fregatura: hai davanti un’intera vita di lotta per conservarlo o per rinverdirlo, oppure per farlo dimenticare. Molti non reggono; qualcuno provvede da solo a entrare nel novero dei “cari agli Dei”, qualcuno c’è iscritto dalla sorte, i più finiscono per autodistruggersi o per trascinarsi in una patetica parodia di se stessi. Ma c’è anche un’altra soluzione, in verità poco praticata: quella di infischiarsene, prendere su e mollare tutto …

Sulle tracce di Arnold Henry Savage Landor (2020)

Una volta esistevano personaggi di questo calibro: un po’ perché così ci nascevano, un po’ perché il mondo fino ad un secolo fa consentiva (o imponeva) di essere tali. Di essere cioè veri viaggiatori, veri artisti, veri spiriti liberi, di inseguire la propria insaziabile curiosità solo muovendosi, possibilmente lenti, preferibilmente a piedi, e di vederlo davvero il mondo, e di ritrarlo da dentro. …

Mal d’Africa (2019)

All’improvviso mi venne una pulsione irresistibile ad andare in Malawi; non so perché proprio in Malawi, sicuramente avevo molti buoni motivi per desiderare di andare, o meglio di tornare in Africa, continente che ormai mi aveva rubato l’anima, alla stessa stregua delle montagne su cui avevo consumato migliaia di passi e tanta parte della mia vita. …

I colori di Franco Soldatini (2019)

Durante le mie ultime vacanze, mentre vagavo in auto per le colline toscane fra Siena e Follonica, sono approdato a quel che rimane dell’abbazia di San Galgano (prima metà del XIII secolo). Senza tetto, senza pavimento, senza tutto, rimane una magnifica manifattura gotica, e i molti visitatori vi trovano un rimando estetico ai ruderi diffusi che caratterizzano i paesaggi scozzesi o irlandesi. Qui però l’edificio è circondato dal grano, anziché dall’erba medica. …

Luci e ombre di Peder Balke (2019)

Peder Balke appartiene alla generazione successiva a quella di Friedrich (nasce nel 1804), e conosce la pittura di quest’ultimo a Dresda, attraverso Johan Christian Dahl. Ma è norvegese, e racconta nei suoi dipinti la parte più settentrionale del suo paese, quella più dura e selvaggia. …

I colori di Cesare Maggi (2018)

Per fortuna esiste anche il silenzio, quello di e quello su Cesare Maggi (1881-1962). Un silenzio che ci consente di gustare ancora il piacere e la magia della scoperta.
Maggi non è un artista vissuto nell’ombra, nel 1912 a Venezia gli era stata dedicata una intera sala dell’Esposizione Internazionale …

Questo non è l’introduzione ad un catalogo di una mostra perché non c’è stata e probabilmente non ci sarà mai nessuna retrospettiva – almeno in Italia – su un artista da noi sconosciuto, che ha trascorso la vita ritraendo nei suoi quadri gli immensi paesaggi americani. Il suo non è un nome che attira l’attenzione dei critici, dei galleristi o di chi vuol far cassa propinando i soliti Caravaggio, Picasso e Van Gogh.

La vita e la pittura di Hammershøi sono state definite una “Sinfonia in Grigio”. Non accade niente nell’una come non è accaduto nell’altra. Ha studiato. Si è sposato. Ha abitato in un appartamento. Lo ha dipinto. Si è spostato in un altro. Dipinto anche quello. E questo è tutto.
Cerco di convincermi che è solo un po’ di stanchezza, lo scotto da pagare all’età. Perché a settant’anni, checché ne dicano i pensionati in fregola e la pubblicità che li titilla, è naturale che la voglia di viaggiare lasci il posto ad abitudini più pantofolaie.
Parto dal catalogo. L’approccio non è molto ortodosso, ma ho le mie ragioni, e poi immagino che poche cose lo saranno in questo mio intervento: quindi, tanto vale. Intendiamoci: la mostra l’ho visitata, ho ammirato le opere dal vivo e ne ho ricavato un’impressione forte.
Ho pensato di titolare così la narrazione del viaggio in Bolivia e Cile, e so che si tratta di una scelta un po’ temeraria, perché esprime un enorme contrasto fra situazioni spirituali ed emotive personali e condizioni materiali che sono agli antipodi del concetto di libertà.
OK partiamo dall’inizio, che potrebbe anche essere la fine e non cambierebbe molto, se è vero che per scoprire l’America puoi dirigerti verso ovest o verso est indifferentemente … perché poi quello che conta è quella maledetta malattia che uno si porta dentro per tutta la vita, inguaribile e probabilmente poco curabile (e male) …
La titolazione “Il mondo che abbiamo perduto” accomuna in una mostra che l’IIS “Cellini” propone a partire dal 18 marzo al Centro Comunale di Cultura di Valenza (e che verrà poi ospitata nei locali dell’Istituto stesso) le testimonianze fotografiche realizzate da due nostri docenti. Il titolo è comune perché le realtà rappresentate in questa mostra, la natura, la cultura, la tradizione, sono tutte egualmente in pericolo, quando non già compromesse.
Sono già trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Pietro Jannon. Scomparsa è in questo caso il termine più appropriato, perché Pietro improvvisamente si è eclissato alla vista degli amici e ha compiuto l’ultimo tratto del suo percorso in solitudine. Come, del resto, aveva sempre fatto: spariva a metà di una escursione o di un’ascesa, e te lo ritrovavi poi alla meta.
Come accade per ogni altra storia, anche quella del fumetto non può essere che parziale. Anzi, in questo caso la parzialità è quanto mai accentuata, diventa quasi un criterio, tanto pesano le affezioni, le simpatie, le memorie e i sogni legati a strisce e personaggi particolari. Per questo motivo, oltre che per gli oggettivi problemi di disponibilità dei materiali, troverete in questa mostra un percorso segnato da scelte ed esclusioni.
Perché una mostra dedicata al monte Tobbio?

La domanda suonerà superflua per chi il monte lo ha già salito, una o innumerevoli volte: o anche solo per chi è stato affascinato, nelle occasioni e dalle angolazioni più svariate, dall’inconfondibilità del suo profilo. Ma una spiegazione è dovuta a coloro che non hanno provato né l’una né l’altra e-mozione. Il Tobbio è diverso, è speciale: e intento della mostra, attraverso l’insistenza sulla sua immagine, è di celebrare una diversità da sempre avvertita, che ha rivestito di un’aurea di sacralità e di leggenda una vetta accessibile e modesta.

Il concetto dell’arte per fede deriva dalla convinzione che soltanto nella purezza dell’intuizione trascendentale possa svilupparsi il meccanismo della produzione artistica. Per produzione qui non si intende assolutamente una attività di manipolazione, ma la visione profetica che l’artista deve avere di un oggetto affinché esso assuma significato artistico. […]
Gli itinerari suggeriti in questa rassegna sono frutto di scelte molto personali, in qualche modo arbitrarie, ma anche di un preciso intento: quello di proporre solo cose che in tempi diversi hanno alimentato e soddisfatto le nostre curiosità e la nostra passione. Sono indicazioni di lettura sul tema del viaggio, e segnatamente sul “camminare” e sullo stretto legame che intercorre tra il camminante e l’ambiente che lo circonda. Sono rivolti tanto ai fanciulli di ogni età, quelli anagrafici e quelli che hanno comunque conservati intatti il piacere di viaggiare con la fantasia – quando non possono fare altrimenti -, la curiosità genuina per gli altri e per l’altrove e soprattutto la capacità di sognare e di stupirsi in proprio.