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Introduzione a “Walk in progress”

di Paolo Repetto, 30 giugno 2021

Walk in progress CopertinaC’è una ragione se gli inglesi definiscono “Work in progress” quello che da noi è indicato con la dicitura di “Lavori in corso” (sarei curioso di sapere come lo segnalano i cinesi). In effetti, un cartello con su scritto “in progress” per i lavori sulla Salerno-Reggio Calabria sarebbe imbarazzante, rischierebbe di alimentare un eccessivo ottimismo o di essere inteso come sarcastico. “In corso” fotografa invece bene la situazione, ed è abbastanza indefinito da cancellare paradossalmente sul nascere ogni possibile fraintendimento. I lavori ci sono, e rimangono tali. Non si tratta di una condizione transitoria, ma di una situazione stabile.

Nel campo del sapere, della conoscenza, il poter contare su strade completate o su interventi rapidi di manutenzione è senz’altro importante. Consente di procedere più velocemente e in sicurezza, di arrivare prima a capire le cose. Di muoversi insomma senza intoppi in costante “progress”. Ma questa comodità condiziona anche a seguire percorsi quasi obbligati, proprio perché più rapidi, precludendo la possibilità di deviazioni o l’opportunità di soste, anche quelle non volute, che inducano a guardarsi un po’ meno frettolosamente attorno. È chiaro che se il viaggio, il percorso, è solo il mezzo per raggiungere una meta, e quella meta è solo il punto di partenza per intraprendere immediatamente un altro viaggio, i lavori mai completati e la cattiva condizione delle strade sono un ostacolo, che non può riuscire che irritante.

Se il viaggio invece diventa in sé lo scopo, cade la tirannia del tempo di percorrenza e diventa più importante la conoscenza dello spazio percorso. E cade quindi l’obbligo a usare il mezzo più veloce. Per andare da Milano a Parigi in aereo impiegherò due ore, ma di tutto lo spazio che sta in mezzo avrò una conoscenza, quando va bene e non si vola sopra le nuvole, ristretta a ciò che vedo da un minuscolo oblò a sei-settemila metri d’altezza, vale a dire la stessa che potrei ricavare da una carta geografica in scala ridotta: se vado a piedi impiegherò invece un mese, ma dello spazio che si stende ai lati della mia linea di percorso imparerò a conoscere ogni angolo, ogni dislivello, ogni odore, ogni sfumatura nel colore della terra e degli alberi.

È chiaro che se devo andare a Parigi per lavoro un mese di viaggio non me lo posso permettere. Ma il cammino nella conoscenza non è un lavoro. Può anche diventarlo, ma questa, per quanto mi riguarda, è solo una condizione aggiuntiva, marginale. Non avendolo mai considerato tale, ho scelto di muovermi alla velocità dei piedi. E forse, più ancora che di viaggiare, di vagabondare: ciò significa che a Parigi, anziché in un mese, ci si arriva in un anno, o forse nemmeno ci si arriva, e si dimentica persino, lungo il tragitto, che quella era la meta. 

Il camminare (to walk) può essere tanto una condizione transitoria come una coazione compulsiva, e di questo abbiamo già parlato altrove. Ma si può camminare anche in senso figurato, e allora è una scelta di vita. Mi riferisco ad un costante procedere mentale alla ricerca di un senso, inteso come direzione, non come meta. Questo intendo con Walk in progress. Ma i diversi usi lessicali hanno ancora molto altro da insegnarci in proposito. Ad esempio: procedere per i latini era progredi: andare avanti. In italiano solo una sfumatura distingue il procedere dal pre-cedere, stare davanti, arrivare prima. La distinzione latina tra un intransitivo e un transitivo nei suoni del lessico italiano quasi scompare. Ma se ci pensate è invece assolutamente discriminante. Procedere implica un percorso ininterrotto (andare avanti, continuare) a visitare nuovi spazi di conoscenza (muoversi in avanti): precedere comporta la competizione, il confronto con gli altri non sul piano dello scambio ma su quello valutativo (stare davanti, arrivare prima).

Tutto questo polverone per dire una cosa poi molto semplice. Gli scritti raccolti in questo volume sono quelli di un viaggiatore nella conoscenza che ha percorso sempre, un po’ per scelta, un po’ per necessità, strade secondarie, dissestate, tutt’altro che rettilinee, spesso e volentieri sterrate: e che a dispetto di tutto, anche se talvolta ha dovuto irritarsi per le interruzioni o rammaricarsi per i ritardi accumulati, si è incredibilmente divertito.

Ecco, questo solo vorrei in qualche misura trasmettere attraverso le pagine che seguono: la convinzione che ogni percorso conoscitivo, se intrapreso con la giusta miscela di entusiasmo, di curiosità e di serietà nei confronti di se stessi e di ciò che desidera conoscere, non può che essere divertente, a prescindere dal livello dei risultati raggiunti. Perché come in ogni gioco che si rispetti il divertimento non sta nei risultati, ma nel fatto in sé di giocare. Non vorrei che questo suonasse come un indizio di superficialità o di faciloneria, ma la vita va davvero affrontata come un gioco. Diversamente, l’unica possibilità alternativa è viverla come una tragedia. E non ne vale la pena.[1]

[1] Queste pagine sono state inserite quale prefazione al volume sesto (Un’etica per taglie forti) dell’edizione delle Opere Complete e altri scritti.

La giusta lentezza

di Fabrizio Rinaldi, 27 marzo 2021

Da mesi non riesco ad avere un pensiero degno di essere trascritto. Senz’altro importa solo a me, ma vorrei comunque spiegarne le ragioni.

In quest’anno pandemico la mia vita lavorativa ha subito dei cambiamenti sostanziali (e purtroppo sono in buona compagnia). Prima il mio orario era flessibile. Ora per svolgere il mio ruolo devo recarmi di buon mattino dove lavoro: quindi, abitando parecchio lontano, parto nel cuore della notte e torno per cena, per stramazzare nel letto subito dopo. Tempo per strizzarmi il cervello, praticamente zero.

Per molti le conseguenze del coronavirus sono state la perdita del lavoro (loro sì che avrebbero da sbraitare, ma la protesta è sopita dalle norme di sicurezza), l’innaturale stasi (resa possibile dalla cassa integrazione, che inibisce la creatività), lo smart working (che in realtà ha ben poco di “smart”). Per altri più “fortunati” – me compreso – si è trattato di uno stravolgimento dei ritmi lavorativi e biologici, che avrà, credo, anche delle conseguenze sulla salute.

Nell’epoca in cui è imposta una vita ritirata, molti si danno al jogging per evadere dalle mura domestiche; io invece mi ritrovo a fare una vita più sedentaria di prima (casa, auto, lavoro, auto e nuovamente casa), con conseguente incremento del mal di schiena e dei trigliceridi.

Durante l’ultima donazione di sangue la dottoressa ha evidenziato un aumento di questi ultimi, conseguenza delle nuove abitudini acquisite: i manicaretti cucinati in famiglia durante i week-end, non bilanciati dalle passeggiate per portar fuori il cane (troppo brevi, occorre fare attenzione a rimanere dentro i confini comunali – abbiamo imparato che essere in zona rossa comporta anche un divieto di scollinamento), stanno producendo un accumulo di zuccheri nelle mie vene. Lo sento in particolare quando non riesco a stare al passo di mio padre, quasi ottantenne, durante la potatura degli alberi, già squassati dal peso della neve invernale.

Nel fine settimana avrei la possibilità di mettermi al computer nelle ore a me più congeniali (dalle 3.00 alle 8.00 circa, quando tutti dormono e il cane russa pure), ma mi ritrovo a leggere l’ennesimo articolo sul Covid-19 o farmi ammaliare dalle sirene dei social.

Ho difficoltà a mantenere la necessaria attenzione su un argomento. La mente è come un uccello che vola da un albero all’altro, senza riuscire a sceglierne uno dove fare il nido. Il rischio è dimenticare come farlo e a cosa serve, e svolazzare senza un perché sino a sbattere contro il parabrezza di qualche auto.

Credo che questo disturbo sia una conseguenza della forzata immersione totale nel mondo digitale, dove tutto è frenetico. Ciò che comprendo, conosco o acquisto oggi sarà obsoleto già domani, e la “verità” del giorno dopo mi induce a credere che ciò che so e ho in questo momento sia errato o superato. Tutto l’apparato col quale mi confronto pare una macchina impazzita, che viaggia in accelerazione continua e deve capitalizzare quanti più “fruitori” possibili: al di là delle formule di rito, non c’è il minimo interesse a indurre un po’ di sana riflessione, a fare mente locale su ciò che, al di là del flagello pandemico, non funziona nel nostro modo di reagire, a stimolare un vero dibattito, e non delle vetrine per politici e virologi e imbonitori. Patisco particolarmente la cosa perché ho già dei problemi di mio nel metabolizzare ciò che apprendo, mi ci devo soffermare più di altri, non so fare il passo successivo se non sono del tutto convinto di quelli già fatti. Altrimenti non avrei scritto anni fa un pezzo intitolato “Io sono lento. Prego, si regoli di conseguenza”.

Credo comunque che tutti coloro che amano davvero scrivere, sia quelli che lo sanno fare che quelli che come me ci provano, siano accomunati dalla stessa sensazione: che tutto sia già stato scritto, o comunque che altri lo abbiano già fatto meglio. E non è un grosso incentivo a battere le dita sulla tastiera.

In effetti è vero, tutto è già stato scritto, da Omero in poi. Ma Omero non era me, e il mio vissuto non è lo stesso di coloro che sono stati prima e saranno dopo di me. E allora mi basta la consapevolezza, anche se non sono uno scrittore e neppure uno che mastica bene la materia, che si può scrivere anche solo per essere più lucidamente coscienti di quanto ci accade, per fissare sulla pagina eventi o sensazioni che altrimenti scomparirebbero con lo scorrere del tempo. Si può scrivere per non dimenticare troppo in fretta, per non lasciarsi risucchiare dalla velocità della macchina.

Stanno accadendo sin troppe cose in questo periodo. Siamo testimoni di qualcosa di epocale, e ce ne accorgiamo sino ad un certo punto (com’è forse naturale che sia, peraltro). Sentiamo parlare quasi solo di virus, di vaccini, di chiusure e di ristori. Ma la nostra quotidianità sta cambiando anche al di là delle mascherine e dei divieti, cambia sotto aspetti per i quali non abbiamo forse tutta l’attenzione dovuta, e cambia senza aver modo di esercitare sulla trasformazione il minimo controllo, senza darci il tempo per orientarci minimamente rispetto alle possibili direzioni future.

Né le urgenze della realtà vissuta né l’immagine che ne danno i media aiutano a farlo. Ci nutriamo di numeri: contagi, decessi, percentuali, curve. E rientriamo nel reale solo quando, sfortunatamente, queste cifre si traducono in persone.

È il caso della presenza fra gli oltre 100 mila morti italiani per Covid 19 di Ziad Zawaideh, mio medico per 35 anni. Ha contratto il virus pochi mesi dopo essere andato in pensione, e gli si è arreso solo dopo un lungo ricovero. Ho avuto altri amici e conoscenti portati via da questo morbo, ma la sua assenza mi tocca in modo particolare. Non che fossimo amici, ma era la persona sempre sorridente che mi accoglieva durante le rare mie visite nel suo ambulatorio, e con la quale scambiavo qualche battuta sulla disarmante realtà ambientale ovadese o sulla situazione del medio orientale, da dove proveniva. Ho una gran nostalgia di quel riso benevolo e della forte stretta di mano con cui ci accomiatavamo.

Ecco, Ziad mi ha soccorso anche adesso. Il suo ricordo mi ha fatto superare il blocco nei confronti della scrittura. Davvero stanno accadendo troppe cose. Ma di alcune è un obbligo dare testimonianza. Con i tempi giusti. Con un po’ di lentezza.

Collezione di licheni bottone

Il distruttore di donne

di Vittorio Righini, 25 marzo 2020

In una situazione di emergenza i nostri “Punti di Vista” risultano forse un po’ troppo schematici, e comunque non sufficienti a soddisfare le forzatamente crescenti curiosità di lettura. Inauguriamo quindi una rubrica di anomale recensioni, di autori e di testi, attingendo agli appunti e agli epistolari dei Viandanti. Per la gran parte riguarderanno, come è da attendersi da un sodalizio di viandanti, il tema del viaggio, ma ci si troverà molto altro. A noi i suggerimenti arrivati sono stati utili. Speriamo riescano altrettanto opportuni e intriganti per chi ci segue.

Ciao Paolo,
c’è un autore che non so quanto tu conosca. È Lawrence Durrell.
Nasce nel 1912 a Jalandhar, in India, a quei tempi ancora colonia inglese, perché il padre, ingegnere ferroviario, sta lavorando alla costruzione della ferrovia. La ferrovia per Darjeeling (che ha fornito il titolo a un film a mio modesto parere mediocre) è un notevole prodotto dell’ingegneria meccanica inglese, e la sua ultima parte, a scartamento ridotto, è un’attrazione turistica per arrivare appunto alla città di Darjeeling, patria del miglior tea al mondo e balcone sotto l’Himalaya, con gran vista del Kangchenjunga, di ben mt. 8586. (Ora, in puro stile Sjoberg, se vuoi divagare e guar-darti la ferrovia di Darjeeling, guarda questo bel video, fino alla fine, però … www.youtube.com/watch?v=Fw4XUHdBR5I).

Probabilmente Lawrence nasce a Darjeeling, e viene registrato a Jalandhar, parecchio lontana; è chic pensarla così, e sta nel personaggio. Va a scuola dagli undici anni in poi in Inghilterra, a Canterbury prima, a Oxford poi, ma con pessimi risultati; la sua infanzia libera in India e il carattere ribelle lo allontanano dalla severa educazione inglese. A quindici anni è pianista jazz e poeta, qualunque cosa tranne che studente.

Nel 1935 convince la madre (tornata in Inghilterra dopo l’improvvisa morte del marito in India) a trasferire l’intera famiglia, compresa Nancy Myers, sua prima moglie, a Corfù. È di questo periodo il suo primo importante libro, Il Libro Nero, surrealismo e sessualità contorta alla massima espressione (censurato in Inghilterra fino al 1973). È sempre di questo periodo l’origine della sua lunga amicizia con Henry Miller, col quale scambierà moltissime lettere perché i due autori si raccontano e si trovano perfettamente uno con l’altro. Nel 1941 per la guerra deve lasciare Corfù, e lavora per l’Intelligence del Ministero degli Esteri Inglese ad Alessandria d’Egitto. Qui sposa la sua seconda moglie, dalla quale trarrà ispirazione per Justine, primo libro del Quartetto di Alessandria, le sue opere più famose e conosciute. Dopo una parentesi in Argentina e poi in Iugoslavia, l’Intelligence lo trasferisce a Cipro, dove vive con la figlia Sappho Jane, ma si separa dalla moglie. Nel 1960, a causa della guerra contro gli inglesi lascia Cipro e si trasferisce in Provenza. Si sposa una terza volta, ma nel 1967 la moglie muore, e nonostante attraversi un periodo di successi (è tra i candidati al Nobel della Letteratura), vive un pessimo momento, compresa una brutta malattia. Si sposa intanto per la quarta volta, un matrimonio che dura solo sei anni. Nel 1985 la figlia Sappho Jane si suicida accusando il padre di incesto psicologico. Il fratello ultimogenito Gerald, famoso naturalista, zoologo e scrittore, lo definisce ‘‘un distruttore di donne’’. Muore nel 1990 per un ictus.

Ora vediamo la famiglia Durrell: L’ultimogenito è Gerald, l’autore del delizioso e simpaticissimo ‘‘La mia famiglia e altri animali’’, nel quale descrive la vita della sua famiglia a Corfù, dal 1935 fino a quando l’eco della guerra suona troppo vicino alla tranquilla isola greca. Come dicevo sopra la madre, che era di certo una donna originale ma pragmatica, subissata dalle insistenti richieste del primogenito Lawrence e di sua moglie Nancy si era fatta convincere a trasferirsi sull’isola greca insieme a tutti i figli (Lawrence appunto, l’originale fratello Leslie, la stralunata sorella Maggie e Gerald): ufficialmente per motivi di clima e di salute, ma in realtà anche per il modesto costi della vita a cui si sarebbe dovuta rapportare rispetto a quello della fredda (e costosa) Inghilterra.

Trascuriamo per un attimo il fatto che Lawrence non è stato il marito o il padre ideale, e guardiamo invece alla sua produzione letteraria. Ho letto il quartetto di Alessandria, cioè quattro libri di storie complicatamente amorose, con intrighi e situazioni sociali e politiche varie, scritti nella seconda metà degli anni ‘50. In ognuno di questi libri si incontrano quattro punti di vista diversi sulla stessa storia, sugli stessi intrighi, perché per l’autore la verità è relativa, e la personalità di ogni personaggio vige solo in funzione del punto di vista del lettore, della sua interpretazione. Durrell ha poi lasciato una vastissima produzione in prosa, molti altri libri che ebbero però minore successo. Ma non di questi ti volevo scrivere, perché per me ben più interessanti sono quelli, sottostimati, che vengono considerati come libri di viaggio o guide, e tali invece non sono affatto.

Sono quattro (o cinque, come vedremo). Per la Giunti Editore: La Grotta di Prospero, relativo al soggiorno a Corfù; Riflessi di una Venere Marina, relativo al soggiorno a Rodi; Gli Amari Limoni di Cipro, relativo al soggiorno a Cipro. Questi primi tre libri vedono la luce tra il 1945 e il 1953, e sono il frutto di una lunga permanenza sulle tre isole citate. Sono molto più di una guida, molto più di un libro di viaggi, sono tre libri di profonda cultura, scritti in modo virtuoso, con riferimenti sempre det tagliati, e di gradevolissima lettura, anche per chi non è così filo-ellenico come lo è il sottoscritto.

Poi, venticinque anni più tardi, un editore propone a Lawrence di fare un viaggio spesato per la Sicilia e di raccontare l’isola a modo suo. Durrell coglie l’opportunità al volo, e addirittura si accoda a un Tour ‘‘tutto compreso’’ della Sicilia, dal nome Carosello Siciliano (come poi il titolo del libro stesso). Ispirato dalle lettere che dalla Sicilia la sua amica Martine gli aveva scritto negli anni precedenti (un’amica del periodo di Cipro, trasferitasi poi in Sicilia, che morì prima del viaggio di Durrell e che invitò molte volte l’autore ad andarla a trovare per mostrargli quanto la Sicilia fosse, realmente, l’Attica Occidentale), l’autore, da buon opportunista qual era, ma anche per la fiducia che nutriva verso i consigli che Martine gli scriveva sulla nostra bella isola, accettò l’offerta. Se l’uomo non merita davvero una grande stima, l’autore la merita fino in fondo, perché anche in questo libro (pur mercenario) riesce a presentarci la Sicilia in modo colto, lirico a volte, con una scrittura perfetta, capace di farci comunque scoprire cose nuove e che non avevamo considerato prima, o di farcele immaginare con occhi diversi. Lo trovai anni fa della Bompiani Editore nei Grandi Tascabili, è del 1977.

C’è un quinto libro del 1978, The Greek Island, che possiedo solo in inglese e presenta delle belle fotografie, ma è prevalentemente una raccolta fotografica, priva delle caratteristiche peculiari dei precedenti, sebbene corredata da un testo dell’autore (abbastanza interessante ma piuttosto generico, data la vastità dell’argomento trattato).

Mi sento quindi di raccomandarti l’autore, penna eclettica, mente raffinata, cultura enciclopedica, e al tempo stesso innovativo e originale, e i suoi quattro libri tematici, sebbene non sarà una ricerca facile (ma questa per te è una priorità, non una difficoltà).

È ovvio, bisogna sempre ricordare che questi racconti ci parlano di atmosfere che oggi non ci sono più: ma io se dovessi tornare a Corfù, Rodi, Cipro e Sicilia, ci andrei con uno di questi libri nella borsa.

PS.: peccato che l’autore abbia ignorato Creta; ne sarebbe uscito un quinto delizioso libro su questa meravigliosa grande isola.

 

Fiato corto

di Paolo Repetto, 2018

Non posso più farmi sconti, devo accettare l’idea che ho il fiato corto. E non mi riferisco all’ultima salita al Tobbio e all’amara constatazione che ogni volta impiego cinque minuti in più. Questo lo sapevo già. D’altro canto, se sommo gli anni alle sigarette è un miracolo che respiri ancora.

No, sto parlando d’altro, del respiro della scrittura. Non ho fiato per i lunghi percorsi, e quello che ho lo uso male, respiro in maniera irregolare e quindi tendo a fermarmi, ad accelerare, a perdermi. In termini sportivi reggerei magari i diecimila, ma nella maratona sarei un disastro. E un libro è essenzialmente una maratona: percorrere il maggior spazio narrativo possibile nel minor numero di pagine. Me ne sono fatto comunque una ragione, e facendo di necessità virtù ho scelto il mezzofondo. Quello che ho da dire non necessita di tirate eccessivamente lunghe.

In realtà nei programmi giovanili qualche progetto di gran fondo c’era. Una storia dell’idea di tempo, ad esempio, e una di quella di progresso (ci ho messo un po’ a capire che si trattava della stessa cosa). Poi una del pensiero ebraico e del suo influsso sulla modernità, una del fumetto, una del razzismo e una dell’utopia. Insomma, non è che le ambizioni mancassero. In molti casi il problema si è risolto da solo: nel frattempo qualcuno ha provveduto a scrivere le cose di cui avrei voluto scrivere io, lo ha fatto meglio e mi ha risparmiato la fatica, offrendomi anche un alibi per la mia indecisione o la mia pigrizia. O addirittura l’aveva già fatto, e me sono accordo in ritardo, ma sempre in tempo per scansarla. Anche quando i risultati altrui non mi convincono del tutto, riscrivere le stesse cose per arrivare a conclusioni diverse mi sembra uno spreco.

Rimangono però degli argomenti dei quali davvero avrei voluto scrivere, e che difficilmente ormai riuscirò a trattare. Ne ho in testa gli schemi, alcuni ronzano lì da un sacco di anni, e penso che l’unico modo per liberarmene sia alla fin fine trascriverli direttamente. Se la motivazione alla mia scrittura è di suscitare qualche stimolo, questa potrebbe essere la strada buona. Quando manca il fiato per la salita, ci si deve accontentare di passeggiare in piano.

 

I mal di pancia della letteratura

di Paolo Repetto, 2013

Carissimo Giovanni,
scusami per non averti risposto subito, ma sono giorni infami (non devo dirlo a te!).

Ho letto la tua tesina. Spero che la destinazione non sia solo quella della Maturità, perché in tal caso avresti sprecato il tuo tempo. Conoscendo i meccanismi, andrà di lusso se qualcuno la leggerà. Ci sono invece tutti i presupposti per svilupparla poi, per una destinazione più nobile. È un bel lavoro, meriterebbe da solo un colloquio di due ore. Nel corso del quale, fossi io il commissario esaminatore, ti opporrei alcune osservazioni spicciole (e magari lo faremo, con calma, all’ombra, quest’estate a Lerma). Te le anticipo:

  1. L’artista e la malattia – Non sono mica così sicuro che l’artista si trovi a disagio nella società borghese. Non gli piace, la snobba, la deride e la patisce, ma in ultima analisi ci sguazza. Può permettersi di fare lo schizzinoso perché viene blandito e coccolato in tutte le maniere, anche se poi qualcuno muore di fame (ma i Modigliani si contano sulle dita): ha bisogno della borghesia, nel mondo moderno, come aveva bisogno della nobiltà e della chiesa in quello medioevale, dell’impero in quello latino, di Pericle in quello greco. L’artista non è mai un oppositore, è sempre legato a doppio filo col potere, non può prescinderne: può permettersi di sbeffeggiarne le forme più vistosamente depravate, magari anche giocandosi la pelle, ma non ne mette mai in forse la sostanza. E ci mancherebbe, dal momento che vive in simbiosi. Guarda che non esistono artisti che lavorino o che creino per il “popolo”: non gliene può fregare di meno, a loro, e tanto più al popolo.
  2. Questo significa che il tormento, la ribellione, la malattia dell’artista sono solo una palla? Si e no. Si per le ragioni che ho esposto prima, no perché comunque l’artista (quello vero, non quello che presume di esserlo, o è incoronato tale da chi ha interesse a farlo, la critica in primis) è colui che ci fa fare un viaggio sottopelle, lungo le vene e le arterie della società, a scoprire pruriti e tumescenze che magari né lo sguardo epidermico, da dermatologo, né le radiografie socio-economiche possono rilevare. L’artista è quindi, anziché un malato, un esperto del sottopelle, e come ogni buon diagnostico ci azzecca tanto più quanto meno si fa coinvolgere (e in questo concordo pienamente con la tua analisi). Il che non significa che viva su di sé tutti quei sintomi.
  3. Mann parlava a ragion veduta: conosceva bene se stesso. Dal punto di vista “umano” era una persona pessima, e lo si capisce benissimo anche leggendo cose come “La montagna incantata”. Ciò non toglie che fosse un grande scrittore, anzi, forse spiega perché lo era: e infatti, teorizza appunto questa distanza, che in un contesto diverso chiameremmo stronzaggine.
    La malattia vera, quella ad esempio di Leopardi, non è mai giocata in chiave “antiborghese”: chi è malato non prova alcun orgoglio di esserlo, non ne fa un merito distintivo, piuttosto ci si arrabbia.
  4. In sostanza, io considero questo della malattia un vezzo. Non molto diverso peraltro da quello tutto femminile di metà ottocento, quando l’essere malaticcia era quasi un obbligo, dettato dalla moda. Prenderei tutte questa grida di dolore, o meglio ancora questi gemiti e singhiozzi, con molto beneficio d’inventario. Star male, dichiararsi inetto, chiamarsi fuori, marcare visita, sono tutti modi per non assumersi responsabilità. Smaschero il marciume l’inconsistenza morale di una società, magari denunciandomi come complice, oppure ritraendomi schifato, e poi? Nell’uno e nell’altro caso sono giustificato ad assumere un atteggiamento “amorale”, che tradotto in polpettine significa a fare quel che cavolo voglio senza neppure la rottura del rimorso. Ti parrà sbrigativa, come analisi critica, ma avrai già capito che non ho molta simpatia per chi fa l’artista o l’intellettuale per mestiere: mi sembra che attività nobili come pensare, scrivere, dipingere o comporre non debbano essere contaminate dalla necessità di rispondere comunque ai desiderata di un’utenza, sia pure presa in giro o disprezzata.
  5. Svevo e l’”incoscienza” di Zeno. Da buon darwiniano Svevo ha capito che la vita non ha un senso, una direzione, un fine, e che quindi tutto questo sbattersi e questo agitarsi per ottenere qualcosa (successo, ricchezza, fama, donne, etc.) non solo non ha senso, ma è anche abbastanza ridicolo. E infatti il paradosso è che l’unico a rimanere in piedi è proprio Zeno, perché rende “adattiva” la sua presunta inettitudine: in pratica lascia lavorare il tempo, senza forzarlo “culturalmente”. Da buon ex-freudiano ha anche capito che non c’è mezzo di guarire, per il semplice motivo che non c’è la malattia, o quantomeno, che non è lui il malato. Guarda caso, Svevo è uno che ha fatto altro nella vita, s’è guadagnato la pagnotta lavorando: non sente il disagio dell’artista, sente molto semplicemente quel male di vivere che è comune a tutti, artisti e non, coloro che hanno il coraggio di guardare negli occhi la realtà e l’animo di viverla senza piangersi troppo addosso
  6. Un bel tipo. Quando Dio gli chiede di sacrificare Isacco, prende su senza farselo ripetere due volte. Solo dopo che il capo gli urla: “ma sei scemo? Prendi tutto sul serio?” capisce che deve cominciare a ragionare con la sua testa. Credo che qui la questione sia grossa: gli ebrei sono gli unici che si permettono di litigare con Dio, di rinfacciargli le sue ingiustizie, di mandarlo a quel paese. Ed ha avuto tutto inizio con Abramo. Si, è molto più grossa di quanto appaia, non è solo questione della “laicità” di Isacco, ma di tutto un sistema di rapporti con la divinità che, paradossalmente, esclude la trascendenza. Infatti, gli Ebrei sono quelli che il paradiso lo vogliono qui, sulla terra: come giustamente pensava Hitler, sono i padri di ogni comunismo. E tutto nasce da Abramo.

Ne riparliamo. Ciao, e in bocca al lupo.

 

Un elogio del dilettantismo

di Paolo Repetto, 30 maggio 2013

I pavoni nascondono a volte agli occhi di tutti
la loro ruota – e ciò è la loro superbia.
F. Nietzsche

Immagino che il titolo di questa conversazione susciti qualche perplessità. Vengo a tesservi l’elogio del dilettantismo in un’epoca in cui da ogni parte si fa appello alla professionalità: se non di un’eresia, potrebbe avere il sapore di una provocazione e, quel che è peggio, di una provocazione del tutto gratuita. È meglio quindi sgombrare subito il campo da aspettative o interpretazioni fuori misura. La mia sarà una semplice riflessione ad alta voce, nel corso della quale parlerò di cose in cui credo davvero, e che naturalmente possono essere non condivisibili. Di questo avremo modo, se lo riterrete, di discutere. Se invece dovesse risultare proprio un’eresia, vorrei che apparisse almeno motivata e consapevole.

Come chiede lo spirito di questi incontri, racconterò di una passione, quella della scrittura, che coltivo al di fuori della mia occupazione ufficiale, e che tuttavia con quest’ultima ha naturalmente più di un rapporto. Lo faccio volentieri perché raccontare mi piace, in fondo è stato per anni il mio mestiere, e perché l’impegno a parlare di questa passione mi costringe a riflettere sul significato che attribuisco ad alcuni termini e sui comportamenti che conseguono a tale attribuzione.

Partiamo dunque dalla terminologia.

In questa e nelle precedenti serate sono chiamati in gioco due concetti, quelli di professionismo e dilettantismo. Nel modo comune di sentire a questi concetti corrispondono i due diversi atteggiamenti che possono essere assunti, per scelta o per necessità, rispetto ad attività specifiche, ma oserei dire anche rispetto all’esistenza nel suo assieme. Da essi derivano poi i sostantivati professionista e dilettante e gli aggettivi professionale e dilettantesco. Ora, mentre per i concetti e i sostantivati sopravvive bene o male una distinzione neutra, nel senso che non implicano un giudizio di valore ma indicano solo diverse modalità di approccio (che poi nell’utilizzo corrente dei termini il giudizio di valore entri comunque è un altro discorso), per quanto concerne gli aggettivi questi vanno ormai decisamente a connotare nel primo caso un approccio serio, un impegno continuativo e profondo, una conoscenza robusta, nell’altro un interesse quanto meno non prioritario, un impegno sporadico e superficiale, una conoscenza limitata, quando non lacunosa. A monte c’è una separazione tra professione e diletto che oserei dire tutta e solo moderna, e alla cui origine varrebbe la pena dedicare uno specifico incontro: ma non voglio annoiarvi con un’esegesi storica e semantica nella quale affogherei dopo due bracciate. Mi importava solo mettere sullo sfondo alcune delle sfumature che i concetti di dilettantismo e professionismo possono assumere e delle ambiguità cui possono dare origine.

Definito lo sfondo, torno ad occuparmi del tema specifico della serata: la mia passione per la scrittura. Alcuni giorni fa ho provato a redigere una bibliografia di quel che ho scritto nell’ultimo quarto di secolo. Ho recuperato un centinaio di titoli, per cose che variano in consistenza da una a trecento pagine: mi ci sono volute due ore. Provo ora a riassumere l’elenco, limitandomi agli argomenti e ai temi principali, perché l’insieme mi ha lasciato perplesso. Dunque: per lo scaffale filosofia e storia delle idee ho scritto tra l’altro su Pico e Bacone, sull’etica di Kant, sulle origini dell’idea di progresso, sulle rappresentazioni del male nel medioevo, sul mito del buon selvaggio e sulla nascita del razzismo. Per quello di storia sugli eretici e sugli ebrei nel medioevo, sulle esplorazioni geografiche e sul colonialismo, sulla rivoluzione inglese e sugli utopisti del Settecento. E poi, una storia dell’alpinismo e una del fumetto western, una storia della scuola e una della scrittura al femminile nell’800: e biografie di viaggiatori, esploratori, scienziati, anarchici, uomini politici, avventurieri e filosofi, oltre a quella di mio padre, e implicitamente alla mia. E mi fermo qui, perché avrei fatto prima ad elencare quello che non ho scritto. O almeno, che non ho ancora scritto. Perché non è finita. Esiste anche un elenco di quello che non sono riuscito a scrivere. Non preoccupatevi, ve lo risparmio.

Non vorrei che questo inventario fosse letto come una fiera di erudizione: mi sembra ci si possano scorgere piuttosto i sintomi di un notevole disordine mentale, di un cervello che fa più giri di un frullatore e rischia di ottenere gli stessi risultati, un omogeneizzato di neuroni. Di positivo c’è però un fatto: non ho spacciato in giro questa roba. Il che non vuol dire che le cose che ho scritto non abbiano una circolazione: significa semplicemente che non ne ho “pubblicata”, nel senso di “messa sul mercato”, una sola riga. In compenso provvedo io stesso ad editare dei volumetti artigianali (questi appunto che vedete), in tirature nell’ordine delle unità, fascicolati e pinzati a mano, operazione che mi procura un particolare piacere sia fisico, tattile e visivo, che psicologico. Inoltre gli scritti sono reperibili da qualche tempo, in questo stesso formato, sul sito dei Viandanti delle Nebbie; per cui tutto quello che andrò ora a dire ha senso solo sino ad un certo punto, solo all’interno di una concezione appartenente al secolo scorso, che vedeva nella pubblicazione a stampa la certificazione di una qualità “professionale”, e quindi alta, della scrittura.

In sostanza: queste cose girano, sia pure entro un circuito molto ristretto, ma non sono in vendita, non vengono distribuite ad un euro in più rispetto al costo del quotidiano e neppure sono edite a spese di qualche ente pubblico o fondazione bancaria.

Ora, è chiaro che di per sé la mancata pubblicazione non significa niente: a dispetto di tutto, credo che solo in questo paese gli aspiranti autori siano qualche milione. Ciò che restringe alquanto l’apparentamento è il fatto che la pubblicazione non l’ho mai cercata (ma anche qui, siamo ancora in parecchi), o l’ho semplicemente declinata quando mi è stata proposta (e qui direi che diventiamo invece pochini).

Perché non ho cercata, o ho in alcuni casi rifiutata, la pubblicazione? Un’amica mi ha detto che questo mio “disinteresse” è frutto di un atteggiamento snobistico (accreditandomi peraltro di uno snobismo molto sottile, perché in genere, contrariamente a quanto ora sto facendo, non lo ostento). Dal momento che la mia amica è una persona ironica e intelligente presumo abbia assolutamente ragione, e che la sua non volesse affatto essere una critica. Forte poi del fatto che non ho mai ben capito cosa sia snob, io l’ho preso per un complimento: se vuol dire quello che intendo io, mi iscrivo da subito tra i candidati alla qualifica di snob.

Non sono infatti una persona semplice, come sanno tutti quelli che mi conoscono, ma sono paradossalmente troppo sbrigativo, o forse solo troppo pigro, per complicarmi la vita con calcoli del tipo “mi si noterà di più se pubblico o se non pubblico”. E nemmeno mi si addice l’atteggiamento dell’incompreso che difende orgogliosamente la sua dignità: “meglio primo tra gli inediti (ma qui è una bella lotta) che ultimo tra i pubblicati”. Per la carità! È tutto molto più banale (anche se, a rifletterci bene, il mio modo di vedere la cosa è davvero un po’ complesso – che è comunque diverso da complicato).

Non so se sono uno snob, ma sono certamente sotto alcuni aspetti presuntuoso. Presumo, o meglio, pretendo da me (il “tu devi” kantiano) livelli alti. Le misure naturalmente le detto io. Ora, nella scrittura i livelli sono determinati da due fattori: ciò che hai da dire, e come lo dici. Io non credo di avere da dire nulla di particolare. Per quel che concerne la saggistica, in primis gli interessi storici, non ho raccontato alcunché di nuovo e non ho elaborato teorie o interpretazioni innovative. Le cose che ho scritto sono in fondo ovvie, al più le ho magari messe in fila in maniera un po’ diversa, e presentano un colpo d’occhio differente. Ma nulla per cui valga la pena davvero sbattersi a diffonderle. Se sotto sotto un intento c’era, era quello di divulgare divertendo: ma, come vedremo, un intento del genere cozza almeno in parte con la concezione della cultura che coltivo, questa forse davvero snobistica.

Per la narrativa vale invece un’altra considerazione. Qui la forma è quasi (o senza quasi) più importante del contenuto, perché in fondo quelle che si raccontano da duemila e cinquecento anni a questa parte sono sempre le stesse storie, e quindi ciò che conta sono le varianti nell’insaporitura e nella presentazione del piatto. In questo campo credo di avere almeno un dono: so riconoscere la mano felice, e distinguere tra chi ha la mano felice e chi scrive bene. Chi scrive bene fa dei compiti onesti e corretti, chi ha la mano felice regala coinvolgimenti ed emozioni. Bene, io ho capito, molto presto per fortuna, di essere uno scrivano diligente e ordinato, al più talvolta un po’ bizzarro, ma di non avere “il dono”. È stato intuitivo, ma ne ho avuto poi la conferma in più di una occasione, quando ho letto i libri che avrei voluto scrivere io, o che addirittura in parte avevo già scritto, e ho capito che non avrei mai saputo dire le stesse cose altrettanto bene.

Secondo voi, quando uno ha questa duplice consapevolezza, di non aver nulla di così importante da dire e di non avere le qualità per dire le cose in maniera così affascinante e diversa da valer la pena trasmetterle agli altri, che deve fare? Si lascia morire d’inedia o si iscrive a una scuola di samba? No, se come me ama il cibo ed è goffo nei movimenti continua a scrivere, disgiungendo questa attività dalla prospettiva di essere pubblicato. Continua a scrivere per sé, anche se poi, nel momento stesso in cui scrive, lo fa pensando ad ipotetici lettori. Intanto però si gode il fatto di non dover tenere conto di lettori reali, ma di un pubblico perfetto, di non soggiacere allo stress di adattare il proprio pensiero a quello degli altri, perché i suoi lettori ideali sono tanto sensibili e intelligenti da capire senza problemi ciò che sta dicendo.

Questa libertà non è cosa da poco. Chi scrive per sé immagina di rivolgersi ad un ideale pubblico di lettori, e ciò lo aiuta a decidere come impostare il discorso, che sviluppi dargli, ecc…, ma poi in realtà scrive quello che vuole, quello che gli passa per la testa: solo cerca di metterlo in riga in una forma strutturata, discorsiva, argomentativa, convincente, insomma, vedete un po’ voi. Può suonare come un esercizio sofistico fine a se stesso, e magari lo è, ma alla fin fine anche per rispettarsi un po’ di disciplina ci vuole. Personalmente quando mi metto davanti al foglio a quadretti ho già in testa il succo del discorso, so dove voglio arrivare, ma in genere non ho la minima idea di come farlo. Le cose vengono poi da sole. Scrivo di getto, fino a che non ho tirato fuori tutto. Poi riverso quello che ho scritto sul computer, e magari cambio completamente l’ordine, ma quasi nulla della sostanza.

Questo del passaggio al computer è però un argomento particolare, cui vorrei dedicare qualche minuto. Devo innanzitutto confessare che non è del tutto vero che non ho mai pubblicato nulla. Moltissimi anni fa, quasi quaranta, ho collaborato alla scrittura di un’opera a carattere storico a molte mani, che finì per occupare dieci volumi, pubblicati nel giro di cinque o sei anni, e alla quale contribuirono anche nomi importanti, quasi tutti stranieri (ecco una possibile ulteriore motivazione del mio “disinteresse” attuale per la pubblicazione. Diciamo che ho già dato, ho già avuto e non ho bisogno di provare nuove ebbrezze. Ma in questo momento mi serve per parlare di un’altra cosa). All’epoca scrivevo come oggi a mano, correggevo e riscrivevo, battevo poi su una Olivetti 22 e ricorreggevo ancora; infine trascrivevo il testo risultante in tre copie, con la carta carbone. Sembrano secoli, succedeva invece fino a venticinque anni fa.

Bene, questo procedimento imponeva un ordine mentale completamente diverso. Per ogni capitolo stendevo una scaletta, ordinavo gli eventi e le argomentazioni, li sviluppavo, curavo poi le cuciture, ci tornavo per la lucidatura linguistica definitiva. Un lavoro certosino, che comportava lunghe riflessioni su ogni frase, su ogni rigo, prima di passare alla trascrizione. Ricordo ancora l’emozione che provai nel vedere stampato il mio primo capitolo: non mi sembrava neppure più mio, l’ultima volta che lo avevo riletto era tutto rabberciato dalle correzioni che andavano a sovrapporsi alle battute sbiadite di un nastro usato per dritto e per rovescio. Ora era lì, ordinato e disteso in sedicesimo su fogli di carta levigata, in file ordinate, senza lettere spostate in alto o in basso, senza sbavature o spazi superflui. Aveva acquisito l’autorevolezza della parola stampata, che lasciava supporre dietro ben altre conoscenze e anni di ricerche di quelli che io sapevo esserci in realtà.

Oggi quell’autorevolezza, se uno sa impostare un layout editoriale, cosa che è estremamente semplice, le tue parole ce l’hanno subito: ma paradossalmente il fatto di poterle cancellare o spostare o tagliare e ricucire, ecc …, finisce per togliergliela. Non so se riesco a spiegarmi. Il computer induce a scrivere (e infatti!), ma non induce a ripensare e a meditare molto su ciò che si scrive, e alla fine neppure a crederci. Vedi già l’effetto che fa, e questo ti ruba (almeno, lo ruba ad uno snob come me) il piacere e l’affanno di scoprire quello che potrebbe fare. Inoltre, che la destinazione sia o meno quella della stampa, la facilità e la velocità stesse con cui si arriva ad un’alta definizione “visiva” del testo finiscono per fartelo considerare un prodotto di rapido consumo, e quindi a farti curare piuttosto i dettagli della confezione che non la genuinità degli ingredienti. È sufficiente andare a consultare qualche voce su siti di prestigio, che dovrebbero fornire garanzie di accuratezza (provate quello della Treccani, ad esempio), per averne la prova. Chiusa la parentesi.

Torniamo invece alle motivazioni. Insisto, io scrivo per il piacere di scrivere. Quando scrivo un pezzo cerco di salvaguardare i diritti tanto del respiro mentale quanto di quello fisico, di dargli scorrevolezza; voglio che la superficie risulti liscia come quella di un piatto ben lavato. Mi disturbano le scabrosità, e ripasso più volte la spugnetta. Poi, quando finalmente riesco a staccarmene, di norma molto prima di esserne davvero soddisfatto, lo faccio alla maniera dei lupi. È un figlio che deve andare per la sua strada, ho già in mente altro. In genere non rileggo volentieri le cose che ho scritto, perché ogni volta cambierei e rifarei tutto, ma sostanzialmente perché non mi interessano più. Non che non mi interessi più l’argomento: solo, quel pezzo era una sorta di riassunto mentale di cui avevo bisogno per riordinare le mie idee, utilizzabile magari anche per un confronto ristretto con quelle altrui. È normale che dopo qualche tempo, ci sia stato o meno il confronto, mi appaia superato.

Un’altra motivazione del mio … chiamiamolo riserbo, è che ritengo che le cose che scrivo siano strettamente legate alla mia persona e alla mia storia, forse troppo per poter essere lette da chi non mi conosce. Anche qui, non so se considerare questo come un esito o come un presupposto. Voglio dire che quando scrivo, e mi scelgo il mio pubblico, posso dare per scontate certe conoscenze, relative sia ai fatti, ai personaggi o agli argomenti che tratto, sia a chi li tratta. Dato che in genere mi accosto alle cose con un certo disincanto, che io vorrei fosse ironia, e dato che non sempre sono sicuro che si capisca che sto usando quel metro, mi rassicura poter pensare che chi mi conosce sa che sono così, e che uso quel metro. Tutto ciò mi permette anche di civettare col mio lettore ideale, facendo riferimenti o allusioni a ipotetiche conoscenze o esperienze comuni (ecco, il mio pubblico ideale potrebbe essere quello di una cerchia ristretta cui leggere le mie cose, sul modello di Tolkien e degli Inklings. In questo caso il dominio sulla materia sarebbe totale, perché sarei padrone anche dei toni e delle pause. Lo so, questa è già patologia).

A questo punto si sarà capito quanto autocompiacimento c’è dietro quello che scrivo. E come ciò sia incompatibile con una possibile “mercificazione” delle mie cose, perché la pubblicazione è anche questo. Le cose che scrivo non possono avere un prezzo di copertina: nessuno può acquistare il diritto di leggerle per qualche euro. Entrano in un giro di scambio che suppone l’amicizia e la reciprocità. Soprattutto, voglio mantenere una posizione di forza nel rapporto: se non ti piacciono, non ti sono comunque costate nulla, non puoi lamentare una delusione. Non è però solo una deviazione mentale: io ho davvero questa concezione dello scambio culturale, che vale per tutto, dall’arte alla musica. Non concepisco un “professionismo” culturale che non sia quello connesso ad una attività specifica legata alla cultura: l’insegnamento, la ricerca, l’organizzazione. Il mestiere di scrittore per me non esiste. Sebastiano Timpanaro, una delle figure più eminenti della nostra cultura del secondo novecento, diceva: io faccio il “revisore di bozze” (in realtà faceva ben altro, come curatore editoriale; ma dovendo qualificarsi con un’attività concreta, vedeva giusto quella).

Quindi, certo, c’è un sacco di autocompiacimento. D’altro canto, se non ci fosse non si capisce perché perdere tanto tempo (in verità neanche poi tanto) a scrivere. E comunque, per arrivare a questa conclusione ho avuto bisogno della presente seduta di autoanalisi, perché in realtà non ci avevo mai pensato seriamente prima: e forse mi sono inventato tutto per l’occasione.

No, non è così. Mi spiace di avervi fatto perdere tutto questo tempo per arrivare a dire una cosa tanto semplice, anzi, a ribadirla. Scrivo perché mi diverto, mi diverto un mondo. E badate, non ho una visione ristretta del divertimento. Ho saputo e so divertirmi in tanti modi, anzi, a dispetto del mio disincanto ho avuto la fortuna di trovare sempre la vita, tutto sommato, divertente, o almeno di saperne cogliere gli aspetti divertenti. Mi piace stare solo e stare con gli amici, camminare in montagna e rannicchiarmi nel mio studio: ma soprattutto mi piace leggere, e ancor più mi diverte scrivere (per forza, perché qui ho una parte più attiva nel gioco). Quindi mi riesce difficile immaginare una concezione penitenziale della scrittura, il tormento dello scrittore, il rovello della pagina bianca, tutte quelle cose lì che fanno tanto folklore. Non che non ci creda, per carità: immagino che chi ritiene di aver molto da dire voglia farlo nella maniera più incisiva, più perfetta, più definitiva possibile. È giusto, è serio che sia così. Ma, al di là del fatto che dovrebbe essere il traguardo anche di chi da dire ha poco, tutta questa drammatizzazione non è per me. Non ho mai creduto che Pavese si sia suicidato per impotenza creativa, di qualsiasi tipo. Se uno davvero si sente così stanco, ha mille altri motivi più validi per scendere dal treno.

Questo ci riporta comunque al dilettantismo. Dicevo che il dramma creativo non è il mio caso perché sono un dilettante, nel senso appunto che mi diletto. Davanti ad una pagina bianca non mi assale il tormento dello scrittore, casomai una compulsione a riempirla. Se non so cosa scrivere o come scriverlo, disegno: mi piace molto anche disegnare, e riempio fogli su fogli di paesaggi montani con piccole baite (n.d.r: non ho mai dipinto, né reso pubblico un mio disegno). Davanti al monitor mi diverto a cambiare le parole o la loro disposizione. Quando non mi diverto più, faccio dell’altro. E qui torniamo al discorso iniziale: non ho alcuna urgenza di comunicare alcunché al mondo. Ma si badi, sono cosciente che anche questa è a suo modo presunzione. Voglio dire: credo che mi impegnerei fino in fondo per far arrivare il mio verbo al maggior numero di persone possibile se ritenessi che fosse qualcosa di indispensabile, che potrebbe cambiare in meglio la vita di qualcuno. Oggettivamente so che non è così, quindi non vale la pena affannarmi più di tanto. So anche che se tutti la pensassero a questo modo non esisterebbe, o quasi, la letteratura e sarebbe ridotta al minimo la saggistica, perché la prima esiste anche per offrire divertimento e consolazione, e la seconda per assecondare anche le piccole e private curiosità. Per fortuna non è così, direi anzi che prevale l’idea che tutti abbiano qualcosa di significativo da dire, e godiamo di un’ampia scelta.

Sono infine un dilettante perché ho troppi interessi. L’ho già detto, ma ora vorrei chiarire che non penso che l’avere tanti interessi sia sempre un male, anche se è difficile stabilire il confine tra i tanti e i troppi (e nel mio caso poi lo è in modo particolare). Questa attitudine corrisponde evidentemente ad un modo di concepire la vita. In effetti io sono curioso di quasi tutto, e quindi non riesco a concentrarmi su qualcosa in particolare: non so rinunciare a niente che mi intrighi. Ma, ripeto, non credo che questo significhi per forza essere superficiali, e neppure che crei sempre una inconcludente dispersione. Nei casi positivi può rimandare ad esempio all’idea che sotto sotto tutto si tenga, che tra la storia del fumetto western, quella dell’alpinismo e l’etica di Kant corra un sottile legame. Magari poi l’unico legame sarà proprio il fatto che tutte e tre queste cose mi intrigano: e vorrà dire che se non c’era l’avrò creato io. In definitiva, fatte le debite proporzioni, direi che questo è un atteggiamento “enciclopedico”, sul tipo di quello degli ultimi grandi illuministi, del mitico Humboldt. Per forza mi sono innamorato di quell’uomo. Non conosceva per ragioni anagrafiche il fumetto western, ma l’etica kantiana e l’alpinismo li aveva messi assieme eccome.

Ecco, Humboldt – tanto ormai l’ho giocato e conviene quindi andare fino in fondo – è la dimostrazione che si può essere intrigati da tutto senza per forza essere superficiali e approssimativi. Se le cose che ti interessano fanno parte per te di un “grande disegno” (che non è affatto il disegno intelligente dei creazionisti, ma quello più modesto che hai in mente tu) non è necessario che vada a trovare il particolare o il dettaglio inedito per dare un senso al tuo lavoro, a meno che si tratti di un particolare che cambia tutto il quadro. Diciamo che ti riservi un lavoro di sintesi, mentre quello dell’analisi lo lasci agli altri, ai professionisti. L’importante è che qualsiasi parte ci si riserva venga poi interpretata con serietà. Occorre essere molto seri col proprio dilettantismo, perché il diletto può venire solo dalla coscienza di essere “filologicamente” inappuntabili, come avrebbe detto il solito Timpanaro. Non vedo d’altro canto che piacere si possa trarre dall’approssimazione, o dal millantare conoscenze che non si possiedono: visto che uno può scegliersi i lettori ideali, immagino vorrà sceglierli intelligenti, e voglia offrire loro cose quantomeno precise nei contenuti e corrette e accattivanti nella forma. Sono anzi convinto che il vero dilettante, a differenza del professionista, sia in una condizione che non gli consente assolutamente di barare, se non vuole prendere in giro proprio il primo e il solo lettore veramente ideale, cioè se stesso. Quindi, diletto negli intenti, ma professionalità nei modi e negli strumenti.

A chi destinare poi un lavoro svolto con questi principi è un problema secondario; se si ritiene valga la pena, sia almeno dignitoso o sia decisamente importante, lo si partecipa in qualche modo anche ad altri. Ma in genere chi si dedica a questo tipo di ricerca non lo fa per gli altri. Lo fa per rispondere ad un bisogno proprio, se vogliamo ad una propria presunzione: quella di voler capire (nei casi più gravi, di aver capito) il senso del tutto.

Ammetterete che chi si è preso un impegno simile non ha tempo da perdere con la pubblicazione.

 

Postilla alla pubblicazione degli “Appunti”

di Paolo Repetto, 1999

Le molte ore trascorse davanti al computer per realizzare questo libretto mi hanno costretto a rimeditare il mio rapporto con la tecnologia. Ne sono scaturite alcune elementari considerazioni, che sarà il caso magari di sviluppare e argomentare meglio in altra sede, ma che vorrei già qui proporre come stimolo, per me e per gli amici, a proseguire lungo il cammino intrapreso. Questo lavoro è stato reso possibile da un supporto tecnologico che è ormai alla portata di chiunque, ma che solo dieci anni fa sarebbe apparso (almeno a noi) fantascientifico. In questo frattempo non è caduto solo il muro di Berlino, sono crollate ben altre barriere. Oggi chiunque è in grado, con un po’ di buona volontà, di far circolare le proprie idee in una veste dignitosa. La stampa e l’impaginazione non hanno nulla da invidiare a quelle dell’editoria professionale, e il risultato non è solo l’appagamento di uno sfizio estetico, ma una leggibilità che si traduce in rispetto per il lettore e incentivazione alla lettura.

Non dobbiamo illuderci, naturalmente, che tutto questo non abbia dei costi, e non mi riferisco a quelli materiali per l’acquisto, la gestione e il ricambio degli strumenti. Mi riferisco a due aspetti, due rovesci di medaglia connessi a questa nuova potenzialità. Il primo concerne proprio la qualità del prodotto. Ciò che ciascuno di noi è in grado di produrre oggi ha sì un aspetto dignitoso, ma si tratta di una dignità conquistata con l’omologazione ad uno standard: ogni nostro discorso sembra acquisire credibilità e autorevolezza nella misura in cui si allinea, almeno nell’incarto della confezione, al linguaggio ufficiale del sistema. La potenziale diversità dei contenuti viene mimetizzata dalla conformità dell’etichetta, e forse davvero già in parte disinnescata dall’atteggiamento, o meglio dal tipo di attenzione, che induce nel lettore. Per capirci, quando ci si trova di fronte a caratteri e forme del tutto simili a quelli con cui viene confezionata ogni velina del sistema si finisce per rapportarsi al testo con attitudine non molto dissimile.

Ma non è tutto. Una forma di condizionamento viene esercitata dall’informatizzazione del testo anche alla fonte, nel momento in cui abbiamo la possibilità di tradurre in tempo reale i nostri concetti nel formato stampa, cioè in qualche modo di ufficializzarli, e di leggerli in una veste che almeno graficamente ha già le caratteristiche del prodotto finito. La sensazione di precarietà, di soggettività, e quindi lo stimolo al ripensamento implicito nella scrittura manuale, vengono meno quando le nostre parole si allineano in perfetto ordine sul monitor, e prefigurano l’impeccabile schieramento sulla pagina: uno schieramento più adatto allo spettacolo della parata che al caos della battaglia, che finisce per condizionare fortemente anche la manovra dei concetti. Paradossalmente, proprio la possibilità di intervenire infinite volte sul testo in tempi brevissimi, di integrarlo e modificarlo senza scomporne l’ordine visivo, possibilità che così bene si attaglia all’andamento spezzato e cumulativo del nostro pensiero, disattiva le barriere critiche e i filtri di una meditata rilettura.

Di questo dobbiamo essere consapevoli. E tuttavia questa consapevolezza non può andare disgiunta da un’altra, quella che la tecnologia primitiva del ciclostile, rozza ibridazione tra la manualità e la riproduzione a stampa celebrata come alternativa alla sofisticazione degli strumenti del potere, si alimentava in realtà di un falso mito, gratificava solo chi i testi li produceva (se era di bocca buona) ma non ha mai incoraggiato nessuno a leggerli.

La seconda obiezione attiene invece all’aspetto quantitativo. L’enorme massa di prodotti culturali messi in circolazione sia dalle reti sia dalla produzione editoriale personalizzata vanifica in realtà l’apparente democratizzazione comunicativa. Le voci che prima erano escluse dal coro ora si perdono nella infinita folla dei coristi. Forse era davvero più facile trovare un uditorio minimo ma attento quando gli strumenti di cui si disponeva non erano accordati, e il loro suono risaltava proprio per la distonia. E ancora: perché dovrebbe importarci di giungere virtualmente a milioni di interlocutori, quando ciò che abbiamo da comunicare non attiene più alle idealità universali di liberazione ma ad un riscatto quotidiano e singolare dalla miseria dell’esistenza, ed è in verità condivisibile solo con pochi intimi?

Forse tutto questo è vero, e forse il lavoro che sto facendo è solo una povera compensazione di quel che è andato perduto. Ma questa consapevolezza non riesce comunque a rovinarmi il piacere che ne ho tratto e quello che ancora me ne attendo. Ho realizzato un piccolo sogno, governandone ogni passo, decidendone le sequenze, i tempi, il colore e persino il numero e la qualità dei destinatari. Mi è stato possibile grazie ad una particolare tecnologia, e gliene sono grato. Non mi sono arreso alle sirene dell’utopia tecnologica e non mi sono convertito al suo credo: ho semplicemente sfruttato qualcosa che bene o male avevo a disposizione. Ora me ne stacco, e lo lascio lì, spento e inerte. Sino alla prossima volta.

 

Ragione e sentimento

di Paolo Repetto, 1999

Editare un proprio libricino non è del tutto inutile. Quanto meno ti aiuta a capire come scrivi. Certe cose infatti le puoi cogliere solo quando tagli finalmente il cordone ombelicale, suggellando con la stampa un distacco definitivo ed entrando nei panni di un improbabile lettore. Rileggendolo tutto (perché malgrado lo conoscessi quasi a memoria la tentazione l’ho avuta), e soprattutto rivedendo il brano sul Perché scrivere, ne ho tratto queste considerazioni:

  • La mia scrittura è destinata ad un pubblico molto ristretto. Praticamente solo a chi mi conosce di persona. Credo che ad altri non possa offrire alcun diletto (sempre che ne offra ai primi). Non ha senso quindi (e sono contento di averlo capito subito) pensare ad una forma di pubblicazione che non sia quella scelta.
  • Il limite di questa scrittura, sempre che tale lo si voglia considerare, è che è di testa. Io ragiono con la testa, e mi comporto col cuore. Ma sulla pagina finisce quello che penso, non quello che faccio. Trasmetto considerazioni, forse idee, qualche volte magari emozioni: ma mai sentimenti. Non è problema di riuscirci o meno. Non mi interessa trasmetterli. I sentimenti sono una cosa mia (e poi i miei sono talmente aggrovigliati che sfido chiunque a distenderli su una pagina).
  • Una volta accettato questo limite, che mi esclude in fondo solo dalla scrittura creativa, deve prendere atto di altri, ben più gravi. Parlavo di messa in circolo di idee: ma si tratta di idee mai rivoluzionarie o innovatrici, di quelle che aprono scenari nuovi, ecc… Non sono nemmeno idee riciclate o usate o orecchiate, questo no. Semplicemente sono convincimenti ai quali sono pervenuto attraverso un percorso molto personale, molto extra-vagante, frutto di scelte e curiosità mai lineari. Per farla breve, in genere arrivo a dire cose che per me sono nuove, e che lo sono magari per qualcun altro, ma che già circolano, o delle quali si sente l’odore. Ma non ci arrivo fiutando il vento, bensì attraverso un mio particolare menù. E queste idee funzionano come le indicazioni di una caccia al tesoro, che appena le trovi ti spediscono da un’altra parte.
  • Non solo. Queste idee quando si sono “concretizzate”, hanno assunto una configurazione meno nebulosa, finiscono in genere per confliggere con i miei sentimenti. Nello stesso momento in cui arrivo a pensare certe cose diffido e dubito per istinto di ciò che sto pensando. O almeno, dubito della sua importanza. Mi importava arrivarci, ma una volta raggiunte certe consapevolezze queste mi appaiono ovvie e scontate (o, in qualche caso, incomunicabili).
  • Il limite maggiore della mia scrittura è comunque un altro: è l’autocompiacimento. La mia è una scrittura che si autocompiace. Credo che tutte le scritture, letterarie o saggistiche, tendano in qualche modo a patire questo difetto: ma nella mia esso è quanto mai evidente. Si sente lo spartito, la volontà di tenere il suono del discorso sempre sotto controllo, di eseguire perfettamente lo schema. Come nelle sinfonie, lo schema è circolare, e un discorso circolare si morde la coda, non porta avanti. Ma io so scrivere solo così.

 

Istruzioni per l’uso

di Paolo Repetto, 1999

  1. Questo volumetto raccoglie gli scritti occasionali, editi o inediti, composti nel corso di un quarto di secolo. Non comprende quindi gli studi a carattere storico già comparsi altrove o non pubblicati, le introduzioni ai saggi tradotti e gli interventi di carattere politico-polemico non più rintracciabili. L’eterogeneità dei temi e la distanza dei tempi di composizione dovrebbero almeno in parte giustificare il vario stile, e comunque non rendere illeggibile quella trama che, pur esilmente, tiene assieme il tutto.
  2. Sillogi come questa, che contemplano la raccolta o la scelta degli scritti di un Maestro, sono in genere concepite in occasione di anniversari (e quindi di vite) “importanti”, dal mezzo secolo in su, o meglio ancora post mortem: e oneri ed onori vengono demandati alla pietà filiale o alla devozione di amici e discepoli. Io il mezzo secolo l’ho superato, non provo ancora alcuna fretta di andarmene e soprattutto ho l’impressione di non aver molto da aggiungere: inoltre, un po’ per carattere, un po’ per esperienza, preferisco non attendermi che altri facciano ciò che non farebbero o farebbero peggio. Ho pertanto ritenuto giunta l’ora di raccogliere gli sparsi stracci di una quasi trentennale militanza, tanto assidua negli intenti quanto disordinata e sterile negli esiti, ma non per questo meno sofferta e genuina, e di farne omaggio a pochi fortunati amici.
  3. Il contributo culturale che questo libretto può offrire è pari a zero, e per ammetterlo non ho nemmeno bisogno di fingere il ricorso alla falsa modestia: anzi, ci tengo a precisare che esso non vuole assolutamente offrirne alcuno, e che nasce dalla mia presunzione di essere già sufficientemente in pari con qualsivoglia erario, culturale ed esistenziale. Vuole dunque essere soltanto un oggettino curioso, che potrà magari tornare utile un giorno a chi ripensando a me volesse chiedersi (ma perché mai dovrebbe farlo?): “chi era costui, cosa voleva davvero?” Leggendo queste righe non capirà di certo chi io sia: ma saprà in compenso come avrei voluto essere. Ed è solo questo ciò che tengo a trasmettere.
  4. Nel concepire questa operazione contavo, per conservarne il controllo, sul mio proverbiale distacco, sulla mia inossidabile autoironia. Salvo accorgermi che nel momento in cui si affida ad una stampante (e forse già alla penna) una qualsiasi propria riflessione l’autoironia la si è già messa a dormire. Ora, al momento di licenziare queste pagine, mi sento scoperto e indifeso contro l’ironia altrui, ma provo anche un incredibile senso di liberazione. Come un profondo respiro dopo un lungo periodo vissuto in apnea. E tuttavia già ho paura dell’embolo, già temo che il sonno dell’autoironia diventi pesante e generi mostriciattoli: inspiro dunque profondamente, e torno ad immergermi.
  5. Quand’anche non dovesse portare giovamento o svago ad altri, questo lavoro si giustifica per i piccoli piaceri che ha dato a me. Mi ha soprattutto colpito, e mi ha spinto a riflettere, nel rileggere cose scritte oltre due decenni fa, la sostanziale identità della consapevolezza e, assieme, la radicale diversità del sogno che ne conseguiva. Oggi la consapevolezza si è soltanto un po’ allargata, mantenendo invariato il fuoco dello sguardo, mentre il sogno si è ristretto, si è ripiegato su se stesso, e stenta ormai a superare l’uscio della coscienza e ad affrontare la luce del giorno. Se questo è un segno di maturità, avrei sinceramente preferito non crescere.
  6. (e poi basta) Questo libricino è opera rozzamente artigianale, stampato alla meglio e impaginato e incollato alla peggio. Se ci tenete a conservarlo leggetelo reggendolo con due mani, con delicatezza, comodamente seduti, o non leggetelo addirittura. Fate un po’ come volete, ma sappiate che non ne avrete un altro.

 

Non di solo pulp (2)

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

G.T. è un giovane valtellinese di 34 anni, che lavora attualmente come fattorino in una banca di Milano. Ha studiato sino alla terza ragioneria, poi ha smesso per andare a lavorare, prima come contadino e poi come camionista. Non aveva più preso la penna in mano dall’ultimo giorno di scuola. Due anni fa, all’improvviso, ha iniziato un carteggio con un suo amico professore. Ecco lo stralcio di una delle sue lettere.

Cari professori,
… la vita mi va abbastanza bene, il lavoro mi piace (è sicuro) e riesco ad apprezzarlo maggiormente provenendo da una realtà lavorativa piuttosto dura e sempre incerta per il futuro. Un mondo duro, che però mi dava delle soddisfazioni, specie quando con il mio camion fuoristrada 6X& andavo in posti impensabili, con il pericolo sempre in agguato, e la paura che mi assaliva le gambe per salire su fino al cuore, per poi fermarsi in gola, dove si arrestava con la consapevolezza di liberare la mente per dare il massimo e non farsi prendere dal panico nei momenti in cui serviva tutta la concentrazione possibile. Però alla sera tornando a casa mi sentivo soddisfatto, orgoglioso del mio operato; anche questa volta ce l’avevo fatta senza alcun danno o addirittura senza essermi rovesciato o peggio (alcuni dei miei colleghi, poveretti, non possono più raccontarlo). Ero il “Tavio”, uno che non si è mai tirato indietro davanti a niente, un colpo di clacson, un cenno ai colleghi con la mano valevano più di mille parole, ero qualcuno.

Ora tutta questa stima per me stesso sul lavoro non l’ho più, sono un semplice commesso a Milano, in un mondo dove onestà, sincerità, buon cuore, altruismo lasciano il posto a carriera a colpi di spalla e piedi in testa, conformismi moderni che lasciano quello che trovano (cioè niente) invidia, falsità e buon viso a cattivo gioco per arrivare un giorno alla pensione con una buona posizione sociale, qualche soldo in più e una vita bruciata da tappe che non ti danno il tempo di godere la vita per quello che offre. Tutto questo per non essere meno degli altri. Questo nuovo ambiente mi ha preso impreparato e da un po’ di tempo è nata in me la voglia di fare qualcosa per emergere non come uomo in carriera, ma come persona. Essere buoni e bravi non basta, bisogna saper parlare e farsi valere con parole e discorsi appropriati. Ho letto e sto tuttora leggendo libri di psicologia, per capire soprattutto me e gli altri, libri che pesco un po’ a caso in una grossa libreria di Milano …

Un’altra cosa della quale avrei voluto parlarvi oggi e che risponde alle parole “Novità, G.?” tutte le volte che sento L: al telefono, riguarda una stupenda bambolina milanese dai lunghi capelli dorati, per la quale sono in ginocchio con il cuore a pezzi. È arrivata in banca circa un anno fa e da allora è iniziata la mia rincorsa, la mia voglia di cambiare, di migliorare per potermi adeguare alla situazione. Sapevo fin dall’inizio che la strada sarebbe stata in salita, e così è stato. In salita per tante cose: innanzitutto per l’ambiente di lavoro, per i suoi 10 anni in meno e poi, diciamolo francamente, sarò bravo e buono, ma assomiglio poco ad Alain Delon, il soprannome che mi avevano dato in un silos per la camicia bianca che indossavo guidando il camion. La concorrenza in banca non è mai stata spietata, forse per quel faccino angelico che ispira solo tenerezza, A vedersi sembra una madonnina. Siamo diventati subito amici, tutti i giorni mi fermavo a parlarci, qualche piccolo regalo banale, un paio di giorni siamo anche andati in piscina assieme. Intanto mi preparavo. Ho migliorato il modo di vestire, il taglio dei capelli, ho eliminato la barba e ho addolcito il linguaggio valligiano …

Tutto andava bene, lei si fidava di me, dei miei apprezzamenti gentili, del mio interessamento senza mai chiedere niente in cambio (e anche la differenza di età esercitava un certo fascino su di lei, le davo sicurezza), D’altro canto cercavo di prendere tempo, di migliorare, di lasciarla crescere e di non bruciarmi subito come hanno fatto alcuni colleghi …A quanto pare, però, devo aver preso troppo tempo; tre mesi fa è arrivato in banca un nuovo impiegato, suppergiù della sua età, un giovane di bell’aspetto, e qui è arrivata la fregatura, la bambolina in tutto questo tempo è maturata, si è trasformata in una donna meravigliosa, sia nel portamento che nel vestire, e si è anche rivelata molto saggia e piena di sentimenti. Rientrando dalle ferie mi sono accorto di aver perso il controllo della situazione: alla bambolina piace un sacco il giovane scudiero (scudiero=giovane cervo che accompagna il capobranco e che ogni tanto fa fesso il vecchio e gli frega una cerva), A questo punto mi sono visto perso, in preda alla disperazione ho accelerato i tempi, complice il fatto che il giovane ha la morosa e anche da parecchio tempo. Poi un bel giorno accade una cosa bruttissima, una di quelle cose che non dovrebbero mai succedere. Un nostro collega di 24 anni è morto in preda ad un attacco d’asma mentre in autostrada stava tornando a casa dal lavoro. L’hanno trovato nella scarpata con ancora la bomboletta in mano, morto solo come un cane per un attacco d’asma e per il freddo. Era un bravo ragazzo, si era appena diplomato alle serali con 42, e per il suo aspetto un po’ grassottello tutti lo schernivano bonariamente, senza sapere che quel gonfiore era dovuto al cortisone che prendeva per tirare avanti. Ma lui di tutto questo non s’era mai lamentato con nessuno. È morto da eroe, nel silenzio di chi soffre. Penso che tra tutti i colleghi chi ne ha sofferto di più siamo stati proprio io e la bambolina… Era la prima volta che piangevo in età adulta, non l’ho fatto nemmeno quando è morta la nonna, la mia seconda mamma; ma a 84 anni fa parte del gioco, morire, a 24 no. Non ho pianto neanche quando sono morti in tempi e luoghi diversi 2 colleghi, compagni dei precedenti lavori. Colleghi padri di famiglia, dei duri però, che avevano osato sfidare la morte più di una volta. Ma questa volta era diverso, era morto un collega buono dall’aspetto gracile, forte però della volontà di continuare a lottare malgrado la malattia che gli toglieva le forze.

Quindici giorni dopo, nel frattempo le ero stato parecchio vicino per quello che era successo, forte del fatto che lo scudiero fosse già impegnato, le ho chiesto di uscire, magari anche di domenica se avesse avuto problemi la sera. Non era un semplice invito ad uscire, tremavo come una foglia secca al vento d’ottobre … Ci ha pensato un po’, facendo roteare quei due stupendi occhietti, sorridendo senza scomporsi. Ha detto che ci pensava e che mi avrebbe fatto sapere, le spiaceva dirmi di no subito; però le si leggeva in faccia che era così. Allora le sono andato incontro dicendole che non importava. “Non te la prendere” mi ha detto. E io le ho risposto: “no, figurati, siamo sempre amici”.(Per me non è mai stata un’amica, ma un sogno. Ma i sogni difficilmente si realizzano, specie con una ragazza così speciale) In quel momento ho sentito come la lama di un coltello che mi entrava nel petto e mi apriva il cuore a metà …