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Introduzione a “Walk in progress”

di Paolo Repetto, 30 giugno 2021

Walk in progress CopertinaC’è una ragione se gli inglesi definiscono “Work in progress” quello che da noi è indicato con la dicitura di “Lavori in corso” (sarei curioso di sapere come lo segnalano i cinesi). In effetti, un cartello con su scritto “in progress” per i lavori sulla Salerno-Reggio Calabria sarebbe imbarazzante, rischierebbe di alimentare un eccessivo ottimismo o di essere inteso come sarcastico. “In corso” fotografa invece bene la situazione, ed è abbastanza indefinito da cancellare paradossalmente sul nascere ogni possibile fraintendimento. I lavori ci sono, e rimangono tali. Non si tratta di una condizione transitoria, ma di una situazione stabile.

Nel campo del sapere, della conoscenza, il poter contare su strade completate o su interventi rapidi di manutenzione è senz’altro importante. Consente di procedere più velocemente e in sicurezza, di arrivare prima a capire le cose. Di muoversi insomma senza intoppi in costante “progress”. Ma questa comodità condiziona anche a seguire percorsi quasi obbligati, proprio perché più rapidi, precludendo la possibilità di deviazioni o l’opportunità di soste, anche quelle non volute, che inducano a guardarsi un po’ meno frettolosamente attorno. È chiaro che se il viaggio, il percorso, è solo il mezzo per raggiungere una meta, e quella meta è solo il punto di partenza per intraprendere immediatamente un altro viaggio, i lavori mai completati e la cattiva condizione delle strade sono un ostacolo, che non può riuscire che irritante.

Se il viaggio invece diventa in sé lo scopo, cade la tirannia del tempo di percorrenza e diventa più importante la conoscenza dello spazio percorso. E cade quindi l’obbligo a usare il mezzo più veloce. Per andare da Milano a Parigi in aereo impiegherò due ore, ma di tutto lo spazio che sta in mezzo avrò una conoscenza, quando va bene e non si vola sopra le nuvole, ristretta a ciò che vedo da un minuscolo oblò a sei-settemila metri d’altezza, vale a dire la stessa che potrei ricavare da una carta geografica in scala ridotta: se vado a piedi impiegherò invece un mese, ma dello spazio che si stende ai lati della mia linea di percorso imparerò a conoscere ogni angolo, ogni dislivello, ogni odore, ogni sfumatura nel colore della terra e degli alberi.

È chiaro che se devo andare a Parigi per lavoro un mese di viaggio non me lo posso permettere. Ma il cammino nella conoscenza non è un lavoro. Può anche diventarlo, ma questa, per quanto mi riguarda, è solo una condizione aggiuntiva, marginale. Non avendolo mai considerato tale, ho scelto di muovermi alla velocità dei piedi. E forse, più ancora che di viaggiare, di vagabondare: ciò significa che a Parigi, anziché in un mese, ci si arriva in un anno, o forse nemmeno ci si arriva, e si dimentica persino, lungo il tragitto, che quella era la meta. 

Il camminare (to walk) può essere tanto una condizione transitoria come una coazione compulsiva, e di questo abbiamo già parlato altrove. Ma si può camminare anche in senso figurato, e allora è una scelta di vita. Mi riferisco ad un costante procedere mentale alla ricerca di un senso, inteso come direzione, non come meta. Questo intendo con Walk in progress. Ma i diversi usi lessicali hanno ancora molto altro da insegnarci in proposito. Ad esempio: procedere per i latini era progredi: andare avanti. In italiano solo una sfumatura distingue il procedere dal pre-cedere, stare davanti, arrivare prima. La distinzione latina tra un intransitivo e un transitivo nei suoni del lessico italiano quasi scompare. Ma se ci pensate è invece assolutamente discriminante. Procedere implica un percorso ininterrotto (andare avanti, continuare) a visitare nuovi spazi di conoscenza (muoversi in avanti): precedere comporta la competizione, il confronto con gli altri non sul piano dello scambio ma su quello valutativo (stare davanti, arrivare prima).

Tutto questo polverone per dire una cosa poi molto semplice. Gli scritti raccolti in questo volume sono quelli di un viaggiatore nella conoscenza che ha percorso sempre, un po’ per scelta, un po’ per necessità, strade secondarie, dissestate, tutt’altro che rettilinee, spesso e volentieri sterrate: e che a dispetto di tutto, anche se talvolta ha dovuto irritarsi per le interruzioni o rammaricarsi per i ritardi accumulati, si è incredibilmente divertito.

Ecco, questo solo vorrei in qualche misura trasmettere attraverso le pagine che seguono: la convinzione che ogni percorso conoscitivo, se intrapreso con la giusta miscela di entusiasmo, di curiosità e di serietà nei confronti di se stessi e di ciò che desidera conoscere, non può che essere divertente, a prescindere dal livello dei risultati raggiunti. Perché come in ogni gioco che si rispetti il divertimento non sta nei risultati, ma nel fatto in sé di giocare. Non vorrei che questo suonasse come un indizio di superficialità o di faciloneria, ma la vita va davvero affrontata come un gioco. Diversamente, l’unica possibilità alternativa è viverla come una tragedia. E non ne vale la pena.[1]

[1] Queste pagine sono state inserite quale prefazione al volume sesto (Un’etica per taglie forti) dell’edizione delle Opere Complete e altri scritti.

In memoria di Yahoo Answers

orazione funebre per un sito scomparso

di Lorenzo Solida, 26 aprile 2021

È di poche settimane fa la notizia che Yahoo Answers, il portale di risposte collaborative, chiuderà definitivamente il 4 maggio: dopo tale data, infatti, non solo non sarà più possibile proporre nuove domande o rispondere a quelle già presenti, ma nemmeno accedere agli archivi. Probabilmente la notizia lascerà indifferente la maggior parte dei lettori, considerando la ridotta popolarità della piattaforma, che veniva utilizzata perlopiù dai millennials. Tuttavia, sono convinto che chi, come me, ha speso in passato un po’ del suo tempo nella community di Answers, non potrà non dedicare almeno un fugace pensiero di rimpianto, un sorriso malinconico, a questo vecchio portale che se ne va …

La decisione in sé è ben comprensibile: il calo di popolarità del servizio, soppiantato da assistenti virtuali e social network, e i problemi di moderazione, che ultimamente stavano diventando sempre più accentuati, soprattutto dopo che era stata concessa la possibilità di porre domande in forma anonima (anche prima, comunque, i profili troll abbondavano), sono elementi sufficienti a decretarne la chiusura. Anch’io, non vi nascondo, avevo abbandonato la piattaforma da anni (non ricordo con precisione quando, ma penso che i miei ultimi contributi risalgano al periodo della fine delle scuole superiori); tante le ragioni, dal minor tempo a disposizione, alla preferenza per altre forme di conoscenza collaborativa, al crollo della qualità di domande e risposte (eh sì, ognuno tende a ricordare il periodo in cui ha contribuito come il più fulgido nella storia di Answers …). Non sono quindi contrario alla chiusura, né sentirò la nostalgia di un servizio che ormai da anni non mi interessava in alcun modo, però questa vicenda mi suggerisce lo spunto per alcune riflessioni, che provo a condividere.

Impermanenza: l’anitya principio fondamentale del buddhismo, il panta rei di Eraclito, dopo secoli di filosofia dovremmo oramai aver capito che nulla può durare in eterno. Tuttavia, è insista nella specie umana una certa riluttanza al cambiamento, o perlomeno un fisiologico tempo di assestamento nei confronti delle novità, tempo che viene sempre meno rispettato nella società contemporanea: la rivoluzione digitale ha estremizzato questa tendenza, producendo in continuazione una moltitudine di “trend” e contenuti, il cui orizzonte temporale è però spesso molto breve.

googlekeepNon so se sia un’abitudine comune, ma io sono un utilizzatore abbastanza compulsivo delle liste: siccome mi imbatto spesso in contenuti che ritengo interessanti, ma non ho tempo di guardarli in quel momento, oppure prevedo che mi serviranno in un periodo successivo, o ancora so già che mi piacerà riguardarli, li inserisco in una lista. Possono essere libri, visti di passaggio nella vetrina di una libreria, sfogliati sommariamente alla Feltrinelli di Milano Centrale nell’attesa tra un treno e l’altro, indicati in bibliografia da un testo precedente, suggeriti dal passaparola di un amico di cui condivido i gusti letterari: proprio perché la loro origine è varia, per poter gestire queste informazioni trovo utile centralizzarle, e uso con soddisfazione le note di Google Keep per tenerne traccia.

Uso le liste anche per archiviare video su YouTube: avete mai ritrovato quel brano musicale che vi piaceva, ma di cui non ricordate mai il titolo (talvolta nemmeno il compositore e l’esecutore, e lì la ricerca si fa ardua…)? Vi siete mai imbattuti in un podcast interessante, garbato, che ha catturato la vostra attenzione? Oppure avete un hobby, che magari non coltivate quanto vorreste, ma di cui vi piace guardare i contributi di altri appassionati? Voilà, basta un clic e tutti questi contenuti finiscono in una playlist! Anzi, perché limitarsi quando si possono creare una moltitudine di elenchi, uno per ogni tema di nostro interesse?

Ma l’ambito nel quale raggiungo l’apice della mia listo-mania sono i preferiti dei browser: la Rete è una miniera di informazioni, ma non sempre i contenuti che cerchiamo di ritrovare sono facilmente disponibili; anzi, è proprio l’abbondanza di materiale a renderli spesso introvabili come il classico ago nel pagliaio. Ecco, i preferiti servono (dovrebbero servire) a questo: alias digitale delle molliche di pane di Pollicino, ci aiutano a riavvolgere il nastro, a tornare sui cammini già percorsi, permettendoci anche di riunire e sincronizzare i contributi salvati su più dispositivi dello stesso utente in un’unica raccolta. Nel momento in cui sto scrivendo, nonostante li sfoltisca spesso, ho 1359 segnalibri nel mio browser (li ha contati lui, non io) raggruppati in un albero di circa 150 cartelle (qui vado a stima), annidate secondo lo stesso paradigma dei documenti in un file system. Come dite, sono tanti? Avevo premesso che li uso in modo abbastanza compulsivo …

Ho divagato un po’, ritorno al tema principale: se anche voi, come me, siete abituati a utilizzare questi tipi di liste, vi sarà certamente capitato di imbattervi in link non funzionanti, in contenuti rimossi. Sembra (ed è) un controsenso: depositiamo un link in un elenco di segnalibri o un video in una playlist proprio per poterlo ritrovare un domani, e quando cerchiamo di utilizzare questa informazione, il contenuto non è più disponibile!

Per ovviare a questa situazione è nata la Wayback Machine, un immenso archivio del web lanciato nel 2001 che si prefigge l’ambizioso intento di tenere traccia di tutte le modifiche apportate alla Rete, archiviando non solo tutte le pagine, ma anche le loro differenti versioni (con il relativo marker temporale) ogni qualvolta vi siano state apportate delle modifiche rilevanti. La capacità di memorizzazione necessaria per perseguire questo risultato è mostruosa: nel 2005 sui server del progetto si contavano circa 40 miliardi di pagine, nel 2020 cresciute a 514 miliardi, occupando uno spazio di storage di oltre 70 petabytes (milioni di gigabytes)! Per quanto si potrà andare avanti ad accumulare dati a questa velocità? Il problema è sfaccettato, non si tratta “solo” di soddisfare la continua domanda di nuovi supporti di memoria, ma anche di garantirne la durata nel tempo e, di conseguenza, l’integrità dei dati in essi custoditi; è inoltre sempre maggiore l’attenzione all’enorme quantità di energia necessaria a tenere sempre disponibili questi contenuti online … e poi, per chi? Sono davvero tutti necessari? Riusciremo mai a utilizzarne anche solo una parte? In più occasioni il professor Barbero, noto medievalista, ha posto l’attenzione sulla differenza tra lo studiare il mondo antico, dove una delle difficoltà maggiori è il numero limitato delle fonti disponibili, e gli stati burocratizzati nati a partire dall’Ottocento, in cui una parte considerevole del lavoro dello storico consiste nello spulciare l’immensa quantità di documenti disponibile, da cui condensare un risultato di sintesi.

È certo che oggi siamo aiutati in questo processo dall’archiviazione digitale e dai motori di ricerca, Google in testa, che hanno costruito la loro fortuna proprio sulla capacità di fornire, grazie a complessi algoritmi di indicizzazione, risultati rapidi e precisi con il minor dispendio di energie (umane) possibile. A mio parere, però, anche grazie alla crescita esponenziale della quantità di informazioni prodotta da dispositivi wearable, sensori, intelligenza distribuita, stiamo migrando sempre più da una comunicazione macchina-uomo ad una macchina-macchina, in cui una consistente parte di questo cicaleccio digitale è destinato ad essere gestito senza alcun intervento umano.

L’accessibilità dei dati pone problemi ancora maggiori se la si considera non solo nel presente, ma su orizzonti temporali medio-lunghi, coinvolgendo almeno altri due aspetti: il supporto e lo standard.

Ad una prima analisi i moderni supporti di memoria sembrano affidabili, in qualche misura anche più dei precedenti equivalenti fisici: un compact disc può essere riprodotto migliaia di volte garantendo un suono costante, mentre un disco in vinile perde progressivamente di “risoluzione” ad ogni ascolto, a causa dell’attrito tra la puntina e la superficie del disco, che provoca un’infinitesima asportazione di materiale soprattutto nei tratti con spostamenti maggiori (l’effetto si percepisce in particolare nei dischi stereofonici, in cui i due canali vengono memorizzati in modo ortogonale l’uno rispetto all’altro). Se, tuttavia, si considerano gli effetti causati dal trascorrere del tempo, la prospettiva si ribalta: i vinili sono tranquillamente riproducibili anche dopo svariati decenni, e senza particolari precauzioni di conservazione, potendo essere esposti alla luce e, entro limiti ragionevoli, all’umidità, mentre i CD risultano spesso illeggibili anche solo in 10-15 anni, soprattutto se conservati al di fuori delle custodie di protezione.

I supporti di memoria possono rappresentare un problema anche dal punto di vista dell’evoluzione nel tempo degli standard: se, infatti, dal punto di vista software il problema sembra limitato (i vecchi formati sono, nella maggior parte dei casi, ancora supportati, ad esempio il Rich Text Format, antenato del .doc, che vide la luce nel lontano 1987), altrettanto non si può dire dell’hardware. Quando ripenso alle mie interazioni con l’informatica da bambino, i miei ricordi sono indissolubilmente legati al floppy disk (lo ricordate? Quel quadrato di plastica nera rigida con la linguetta metallica, che in poco più di 9 cm di lato conteneva ben 1.44 MB di dati!). Che ne è oggi dei floppy? Nessun computer recente integra più le unità di lettura, e gli stessi lettori CD stanno diventando sempre meno comuni nei dispositivi attuali, in special modo nei notebook, in cui la compattezza e lo spessore ridotto sono caratteristiche dominanti. Dobbiamo quindi aspettarci che anche i supporti che utilizziamo ai giorni nostri, e che consideriamo talmente “naturali” da non dubitare della loro eternità, possano subire lo stesso destino, rapidamente rimpiazzati da tecnologie più innovative?

floppy0001E quindi, cosa dovremmo fare? A mio avviso sarebbe sciocco voler rinunciare al progresso tecnologico, tentando di cristallizzare la situazione attuale e non cogliendo i vantaggi che l’avanzamento tecnico ha comportato e che continuerà ad apportare. Probabilmente la strategia migliore consiste nell’essere vigili, nel non accettare le novità in modo passivo, nel prendere coscienza dei nuovi problemi e nel tentare di affrontarli con un equilibrato mix di nuovi e vecchi approcci.

La chiusura di Yahoo Answers, spunto di partenza per questo breve scritto, e il problema della fragilità della memoria collettiva affidata alla Rete, mi forniscono infine l’occasione per riflettere sull’importanza del patrimonio librario della nostra nazione, testimonianza tangibile e duratura della nostra Cultura. Libri custoditi nelle tante piccole raccolte domestiche di chi tra noi ama la lettura (e se siete arrivati fino al fondo di questo articolo probabilmente vi annoverate tra questi), libri antichi ospitati negli archivi e nei monasteri, libri allineati in gran numero sugli scaffali delle 12268 biblioteche italiane, moltitudine sterminata di libri custoditi nelle Biblioteche Nazionali Centrali di Roma e Firenze.

Sit tibi terra levis, Yahoo Answers

Del viaggiare in largo e del viaggiare in profondo

di Paolo Repetto, 2002

Quando si parla di una via alla conoscenza, o del cammino verso il sapere, non si ricorre soltanto ad una metafora. Si esplicita visivamente un convincimento radicato, quello che associa il percorso mentale al movimento nello spazio. Prendiamo ad esempio il racconto dantesco dell’ultimo viaggio di Ulisse: vi è riassunta tutta la condizione di ambiguità congenita al cammino del pensiero, la miscela di grandezza e dannazione che lo caratterizza, e questa condizione viene esemplificata attraverso uno spostamento concreto, materiale. Di norma è proprio così che ci rappresentiamo il conoscere: dal momento che solo dello spazio abbiamo una percezione sensoriale, iscriviamo visivamente in esso le geografie delle possibilità e dei limiti umani. Consideriamo lo spazio come il mezzo da attraversare per approssimarci alla verità, e al tempo stesso come la distanza che ce la nega. Per muovere verso la conoscenza riteniamo dunque necessario sradicarci, svincolarci dai legami prossimi o remoti, incontrare genti e luoghi e idee e costumi sempre nuovi: e lo facciamo fingendo di ignorare che da questi incontri trarremo per lo più la coscienza di quanto poco ci è stato dato rispetto al molto che non abbiamo avuto e non avremo. La parabola marinara di Ulisse, quella aviatoria di Icaro, la corsa disperata per montagne e per valli del vecchierello leopardiano, raccontano la stessa cosa: conoscere equivale per noi a viaggiare, il viaggio è assieme anelito e costrizione, ma la meta è il fondo dell’abisso, il Maelstrom orrido e immenso ove precipitando si oblia il tutto. Oppure, se siamo di costituzione più ottimista, il mare nel quale è dolce naufragare.

Posso capire i lettori/viaggiatori che a questo punto hanno cominciato a toccarsi o mi hanno già mandato a stendere, ma voglio rassicurarli: non è mia intenzione rovinare loro il piacere genuino, l’emozione pura e immediata che il viaggio procura, né sindacare sulle loro scelte esistenziali (che sono poi anche le mie). Semplicemente, fermo restando che sull’approdo finale non ci piove, quello è e rimane, credo valga la pena riflettere su quanto dicevo sopra, di cui più o meno siamo convinti tutti: ovvero sull’identificazione della conoscenza con il movimento nello spazio.

È evidente che tra il viaggio e la conoscenza, al di là di ogni metafora, il rapporto c’è, ed è profondo: ma mi sembra opportuno ricordare che quella che scaturisce dal viaggio è una forma di conoscenza particolare, non solo per le esperienze che ne sono oggetto, ma per le modalità e la disposizione con le quali la si acquisisce. Il che può sembrare ovvio ma, almeno a giudicare dalla letteratura di viaggio di cui mi occupo da una vita e dai resoconti che leggo o ascolto quotidianamente, non lo è affatto.

Vediamo perché. Lo faccio partendo da una considerazione d’ordine più generale, molto terra terra, ma imprescindibile: noi cerchiamo la conoscenza per sottrarci alla consapevolezza della nostra finitudine. Da quando come sapiens, o forse prima ancora, non ci riconosciamo più nella ciclicità naturale, siamo impegnati a distrarre in ogni modo una coscienza che non è più in sintonia con la ripetitività del consueto. In una prospettiva del genere, evidentemente, nulla vale meglio del viaggio. Questo spiega perché lo spostamento fisico (ma anche mentale: ci sta anche il viaggiare sulle carte), sia considerato condizione necessaria e spesso sufficiente del conoscere, e come ciò abbia ha finito per “orientare” e determinare da sempre i modelli conoscitivi. Dovremmo quindi chiederci quali sono in sostanza questi modelli, e magari domandarci anche se dalla realtà attuale del viaggio possano ancora scaturire elementi di conoscenza con essi compatibili.

Per farlo torniamo alla metafora dell’itinerario spaziale alla conoscenza, che è poi tout court la metafora della condizione umana dopo l’incresciosa faccenda della mela e della conseguente cacciata dall’Eden. (la prendo un po’ larga, ma questo dovrebbe alla fine facilitare la comprensione di ciò che vorrei dire). Parlo della mela perché la vicenda sta in pratica all’origine di tutte le mitologie, ed è raccontata in termini pressoché simili in ogni angolo del globo. Cosa perfettamente naturale, perché l’aspirazione ad un “ ritorno” alla conoscenza nasce ovunque dalla consapevolezza di un distacco. Insomma, dal momento in cui l’uomo si accorge che qualcosa non quadra, che il suo tempo è determinato mentre quello del mondo non lo è, quel rapporto che in origine era immediato, in quanto il mondo era partecipato dall’interno, diventa necessariamente mediato: e la mediazione si traduce immediatamente in un giudizio. Per attingere quella che Platone chiama l’epistéme, una conoscenza certa delle cause e degli effetti, ci si pone di fronte al mondo e lo si legge attraverso il ragionamento (la diànoia platonica) o attraverso una intuizione intellettuale (la nòesis): l’una e l’altra modalità appartengono comunque ad un soggetto conoscente separato, che non partecipa, ma valuta. Dopo il distacco (l’uscita, la cacciata, quel che volete) il mondo è diventato per l’uomo un “altro da sé”, e non gli detta più in automatico le risposte, i modi e i ritmi dell’agire. In buona sostanza, gli uomini non agiscono più per istinto, ma sono chiamati a decidere del loro comportamento: e per farlo devono necessariamente “calcolare”, semplificare e scegliere. A questo mi riferivo parlando di modalità “valutativa” del conoscere: al fatto che, messo nella condizione di dover scegliere, l’uomo adotta un meccanismo binario di opposizioni: terra-cielo, caldo-freddo, destra-sinistra, uomo-donna, dentro-fuori, ecc., e si muove tra queste.

Il sapere, come ogni altro aspetto della vita, evolve per sintesi di opposti, di diversità che si incontrano e si fecondano. Oppure che si escludono, perché anche questa è una scelta. Maggiore comunque è la diversità, la distanza, più numerose sono le possibilità messe in gioco. In questo senso il viaggio, lo spostamento, funge indubbiamente da moltiplicatore di quelle occasioni di incontro e di ibridazione, o di scontro, dalle quali si generano idee nuove; ma esso implica anche l’adozione di un habitus mentale particolare. Un habitus da viaggio, appunto.

Sto parlando di quel tipo di viaggio che ti immerge completamente nella realtà diversa cui vai incontro, ti costringe a confrontarti con essa, a rifiutarla o a venire in qualche modo a patti. Non è quindi questione di durata, o di modalità più o meno spartane dello spostamento: non è detto, ad esempio, che una realtà la si conosca sempre meglio “dal basso”, in situazione di bisogno (era la consolazione cui mi aggrappavo cinquant’anni fa, quando giravo l’Europa senza una lira in tasca): una condizione di dipendenza distorce l’immagine né più né meno che una di privilegio. Allo stesso modo, a volte un incontro fuggevole e occasionale può fornire più elementi di conoscenza che non una permanenza prolungata. Mi riferisco invece al viaggio affrontato, quali che siano le modalità, gli scopi e i tempi, con una attitudine non superficiale. Il che significa portare nello zaino non la macchina fotografica, o non solo quella, ma un’idea del mondo da mettere alla prova. Questo aspetto mi sembra importante: troppo spesso si confonde il viaggiare con bagaglio leggero con un totale disimpegno critico, col lasciare aperto l’otturatore del cervello per uno shopping compulsivo di immagini e di emozioni. Il viaggio di cui parlo non è una corsa all’acquisto, dalla quale si porta a casa in genere solo paccottiglia. È un esercizio di scambio. In questo senso è probabilmente un’esperienza negata al nostro tempo, o comunque addomesticata dalla globalizzazione; ma non è stata frequente neppure in quelli che ci hanno preceduto. Insomma, il primo esempio che mi viene in mente è quello di Gulliver: è quindi chiaro che sto parlando di un idealtipo del viaggio.

L’import-export di idee non è però un’attività semplice. Portare a spasso delle idee significa comunque svellerle dal terreno culturale nel quale sono maturate, potarne le radici, disincrostarle dell’humus originario, alleggerirle insomma sino a renderle trasportabili: e poi adattarle bene o male al gusto e alle misure di coloro coi quali ci si confronta. Il che finisce per non attenere più soltanto al peso, ma incide sulla sostanza. Ogni bagaglio culturale che si esporta o si importa è necessariamente sottoposto ad un processo di standardizzazione, così come accade ad esempio per i cibi, la cui diffusione al di fuori dei luoghi tradizionali di consumo impone l’adeguamento a palati diversamente educati, a situazioni ambientali e a tradizioni alimentari differenti, e comporta quindi l’attenuazione o la perdita dei sapori forti, di tutte le caratteristiche legate alla disponibilità di particolari ingredienti o alla rispondenza a specifici fabbisogni. Si tratta di un processo del tutto normale, che investe ogni forma di interazione e di comunicazione già a partire dai livelli più elementari, anzi, è l’essenza stessa del comunicare: ma ciò non deve farci dimenticare che quando la diluizione di una cultura viene ripetuta infinite volte i suoi valori, le sue proprietà e la sua originalità si riducono a dosi omeopatiche.

Il problema – e che un problema esista basta a dimostrarlo lo stato attuale dell’interscambio culturale, il livello di qualità di quanto viene messo in circolo dalla globalizzazione – non concerne tuttavia solo il bagaglio. Assieme alle idee si trasforma anche il loro portatore: non solo, ma questi trasforma a sua volta lo spazio nel quale si muove. Una volta lontano dai condizionamenti del luogo originario, da una sudditanza parentale o sociale che gli impone riti e limiti di comportamento, accetti o meno che siano, il viaggiatore è libero di riconoscersi in altre identità, ha modo di cogliere la sua singolarità nell’evidenza del contrasto, incontra e sperimenta nuove forme di approccio all’esistente. O almeno, così dovrebbe essere se le differenze ancora esistessero. Cosa che oggi non c’è più: e purtroppo, ad annullarle hanno contribuito anche i viaggiatori.

Sradicarsi non significa infatti solo guadagnare delle opportunità: significa anche perdere in profondità, condannarsi alla superficie: e la forma di conoscenza che ne consegue non può che essere superficiale. Per quanto aperti e motivati, e magari preparati, ci si rapporta comunque agli spazi altri con uno sguardo laico, che ne coglie solo gli aspetti presenti, concreti e manifesti, avulsi da quella profondità storica che conferisce ad ogni luogo una sua sacralità: e quindi li si dissacra e li si apre agli innesti, alle novità e alle trasformazioni. Ogni viaggio, di esplorazione, di colonizzazione, di commercio, ma anche turistico o di studio, è di per sé una profanazione, in quanto introduce un elemento estraneo. Il viaggiatore può anche spogliarsi dei modi e delle convenzioni cui è soggetto nella propria cultura, riconoscersi come diverso, ma non si assimila mai completamente al mondo che incontra, perché non può e perché in realtà non vuole.

In più, dal momento che nessuno può saltare oltre la propria ombra, l’estraneo coglie della diversità solo ciò che è commisurabile con quanto già sa e conosce. Anche quando si trova di fronte a cose completamente nuove, che non hanno riscontro nella sua cultura di provenienza, le legge forzatamente con gli strumenti di cui la sua educazione lo ha attrezzato. Voglio dire che l’ambito nel quale si è in grado di comunicare nella situazione del viaggio è circoscritto: non può essere che quello degli elementi comparabili, delle grandezze e delle quantità, di ciò che è riconducibile a metri unificati e unificanti, siano essi culturali, economici o sociali: tutto il resto, ciò che si nutre attraverso radici che affondano nel tempo, che è radicato dunque, e non trasportabile, resta fuori. (Con questo mi sarò inimicato tutti i fans di Terzani, e non solo loro, ma non posso farci nulla: ho grossi limiti caratteriali, stento a convivere con la mia di cultura, figuriamoci se ho la presunzione di comprendere quella altrui. Di rispettarla, invece, si.)

Il fatto che solo ciò che sta in superficie possa essere messo in circolo, diventi oggetto e tramite della comunicazione, modifica necessariamente anche le scale di valori dell’interlocutore indigeno, il rapporto di quest’ultimo col suo stesso mondo. In sostanza il riconoscimento reciproco tra il viaggiatore e l’ambiente nel quale questi si muove presuppone una semplificazione: l’uno e l’altro adottano un codice che rende possibile l’incontro, ma a prezzo di un impoverimento stravolgente rispetto alla profondità e complessità di entrambe le culture in gioco. È un dato di fatto abbastanza ovvio, perché senza la riduzione ad un denominatore comune l’incontro non ci sarebbe, ma non posiamo ignorarne le conseguenze rispetto al tipo di conoscenza che induce. In una situazione del genere, nella quale la disposizione conoscitiva del viaggiatore, e per induzione quella di chi lo incontra, è per forza di cose comparativa, la percezione delle differenze avviene in forma classificatoria, valutativa, a dispetto o forse proprio in ragione di ogni buon proposito di obiettività, ed è già intesa alla sintesi e alla composizione, o al rifiuto, quindi al loro annullamento. Il che significa che questo atteggiamento contempla il dubbio, la presenza di diverse possibilità e soluzioni, ma solo come sfida, e lo tollera solo in funzione del suo superamento, di una superiore ricomposizione nella certezza.

Questo atteggiamento noi lo chiamiamo razionalità.

Ora, la razionalità è una forma della comunicazione, che si traduce in una modalità di conoscenza (o viceversa: è come per l’uovo e la gallina): ma è per l’appunto un modo, una forma. Il problema è che ha finito per essere confusa con la sostanza, per cui ormai si identifica il sapere con una delle sue possibili vie. Indagare il come e il perché ciò sia avvenuto va ben oltre gli intenti di queste righe (e le capacità del loro estensore), quindi non preoccupatevi. È tuttavia legato al nostro discorso. Mi limito a constatare che in origine l’opzione razionalistica è connessa all’affermarsi di una economia agricola stanziale, in contrapposizione a quella nomade-pastorale, e che questo non è un paradosso (anche se parrebbe più logico il contrario) perché il modo di produzione agricolo comporta alla lunga il prevalere della necessità dello scambio rispetto a quella del confronto, e quindi il ricorso alla mediazione. Ma mediare non significa accettare la differenza: implica anzi il superarla, quindi annullarla. Di conseguenza questa scelta, comunque la voglia considerare, cioè come propria della cultura occidentale e da questa imposta al resto dell’umanità, oppure intrinseca ad un necessario processo di civilizzazione, ha uniformato progressivamente, se non le capacità di risposta, almeno le aspettative e i bisogni, cioè i presupposti di ogni cultura: e proprio qui, saltando parecchi ulteriori passaggi, volevo arrivare.

Volevo arrivare a costatare come la “razionalizzazione” del mondo (della quale la globalizzazione è figlia, ma solo una delle tante) ha in buona misura reso nulla la portata conoscitiva dello spostamento, del viaggio. Lo sperimentiamo tutti. In un mondo equalizzato si finisce per incontrare dovunque lo stesso brodino culturale del quale oggi siamo nutriti, insaporito magari dagli aromi del folclore locale, ma identico negli ingredienti e nella sostanza. E il meticciato che consegue da questi incontri non risulta ormai più fecondo di alternative, di direzioni e di scelte, ma solo di mode effimere e false vie di fuga. Di fatto dunque, prescindendo da ogni giudizio di valore sul mondo razionalizzato e sulla conoscenza che ne abbiamo, possiamo constatarne una deriva suicida: sono state azzerate anche le possibilità di un confronto su schemi semplificati, è stato azzerato cioè il confronto tout court.

Probabilmente sarei stato molto più chiaro e vi avrei risparmiato tutto questo mappazzone ricorrendo ad un paio di esempi: ma forse non è troppo tardi (spero), anzi, giocati adesso possono risultare più illuminanti. Ho ascoltato proprio recentemente due versioni dello stesso viaggio in un paese dell’Estremo Oriente. Nel primo caso l’amica è tornata entusiasta dello stile di vita sobrio e dignitoso della popolazione, della sua resistenza al consumismo. Nel secondo l’amico, che aveva viaggiato al suo fianco per quasi tre settimane, raccontava di sperequazioni economiche e sociali intollerabili, di una povertà dalla quale tutti aspirano a fuggire, magari emigrando verso la Cina, il che è tutto dire, e del loro sogno ultimo che rimane l’Occidente. Ora, questo mi pare un esempio evidente che anche nel viaggio, come in montagna o in un rapporto sentimentale, ciascuno trova in definitiva solo quello che ci porta, ma soprattutto mi sembra testimoniare che la realtà con la quale ci si confronta è ormai talmente contaminata da non consentire un vero scambio, ma solo la ricerca di conferme a ciò di cui si era già intimamente convinti.

Dopodiché, il valore intrinseco di un viaggio, se si ha l’accortezza di non caricarlo di troppe aspettative “sapienziali”, naturalmente rimane: solo, è sempre più relativo ad un altro tipo di confronto, quello con se stessi: che non è poco, ma è cosa ben diversa da quanto da un viaggio un tempo ci si attendeva.

Vorrei ora considerare se esistano altre opzioni conoscitive, altri modi di “viaggiare”, capaci di offrirci una percezione diversa dell’esistente. Beninteso, non mi sto riferendo al ciarpame esoterico messo sul mercato dalla new age, ai misticismi da salotto, alle esperienze sciamaniche o allucinatorie, alle versioni patinate della saggezza orientale. Il discorso vuole essere un po’ più serio, e concerne la direzione del movimento a conoscere e il tipo di conoscenza che questa direzione consente. Se, ad esempio, invece di muoverci orizzontalmente, nello spazio, proviamo a rapportarci all’altra dimensione, quella verticale lungo la quale scorre il tempo, le prospettive di conoscenza cambiano radicalmente. In questo caso non siamo noi a tracciare le linee. Noi possiamo percorrere gli spazi, chiuderli o dilatarli, tendiamo oggi persino ad annullarli: ma rispetto al tempo non ci è consentita alcuna domesticazione. Dobbiamo subirne il movimento, e rinunciare a qualsivoglia certezza. Nel tempo, e del tempo, non è data conoscenza razionale, a dispetto di tutto lo strumentario tecnologico col quale ci illudiamo di imbrigliarlo: perché in esso le possibilità non si ricompongono, ma si aprono e si moltiplicano incessantemente, e non è consentito enumerarle, confrontarle, annullarle nella sintesi. Questo non significa che non sia data conoscenza alcuna: significa solo che per conoscere nel tempo è necessario piegarsi alla sua direzione, scendere cioè in profondità, e accettare di convivere con l’infinito ventaglio di opzioni che ogni attimo ha rappresentato e rappresenta: in altre parole col dubbio come condizione esistenziale e conoscitiva.

Provo a tradurre questa formulazione generica in percorsi concreti. Muoversi nel tempo può significare, ad esempio, ricostruire al di fuori degli schemi obbligati del dato di fatto, gli itinerari che ci hanno portati ad essere quelli che siamo; e quindi scendere all’indietro nella memoria, personale o collettiva, per indagare quali strade si siano presentate, quali sono state scartate e perché, e se non sia ancora possibile recuperarne alcune, e se questo recupero non possa essere la risposta a domande che, nella condizione attuale, rimangono sempre inevase. Non dunque un’operazione di antiquariato culturale, snobistico e fine a se stesso, e neppure un pasticcio di contaminazione postmoderna, che implica comunque la neutralizzazione dei valori di ciò che viene recuperato, o il suo uso solo ornamentale. L’indagine deve muovere da un approccio ben diversamente motivato, dalla disponibilità a rimettersi in gioco e a cercare in un confronto col tempo quelle potenzialità alternative che lo spazio ormai ha esaurite.

Vale a dire? Beh, ad esempio, l’espressione artistica è in grado di offrirci delle metafore adeguate di questa modalità di conoscenza: ci sono casi in cui riesce a sottrarsi all’orizzontalità del confronto spaziale e fissa in istantanee le terga del tempo, magari raccogliendo gli scarti che questi lascia lungo il cammino. I risultati non di rado sono discutibili (mi riferisco ad esempio all’arte povera), ma è apprezzabile l’intento di esplorare una dimensione che al contrario di quella spaziale vede permanere e anzi allargarsi le macchie bianche. E comunque, l’arte coglie lo spirito di questa immersione allorché si ferma a riflettere perplessa sulla propria capacità di “comprendere” letteralmente il mondo, sul “questo, e perché non quello?”.

Oppure, si possono fare viaggi bellissimi riprendendo in mano testi di duemilacinquecento anni fa: si scoprirà, tanto per fare un altro esempio, che il reddito di cittadinanza non lo hanno inventato i nostri politici d’assalto, ma il buon Pericle, e che anziché garantire la democrazia (quella ateniese, per carità, tutt’altro che perfetta) l’ha mandata a picco. La storia non si ripete, ma spesso fa rima, e varrebbe la pena ricominciare a imparare a memoria un po’ di poesie.

Insomma, forse è il caso di rivedere un po’ il convincimento da cui si erano prese le mosse, che cioè il correre, il muoversi per il mondo, sia sempre meglio dello stare, e il discorrere, il mettersi a confronto, sia preferibile al tacere e al meditare. Può essere vero, in tanti casi, ma non lo è certamente in assoluto. È discutibile infatti che veder crescere un albero conferisca un sapere meno profondo dell’aver visto molti alberi diversi. Conferisce senz’altro un sapere diverso, meno spendibile sul piano dell’autoaffermazione, ma assai più pregiato sulla via dell’autocoscienza.

Se si considera questa possibilità, di tramutare il desiderio per le cose dello spazio in desiderio per le cose del tempo, le prospettive di conoscenza cambiano radicalmente. Intanto ci si può rendere conto del fatto che di norma per metà del cammino non facciamo che tornare sui nostri passi e che in verità conosciamo bene solo ciò da cui fuggiamo e non ciò che cerchiamo (non lo dico io, lo diceva Montaigne), e quindi più che annullare distanze le creiamo, le inframmettiamo tra noi e ciò di cui davvero ci importa, e che costituisce il metro, positivo o negativo, al quale commisuriamo ogni conoscenza. Si può scoprire che se pure è lo spazio il mezzo di cui abbiamo percezione, possiamo attraversarlo solo nel tempo, ed è il tempo il nostro orizzonte.

In un romanzo di Chesterton un tizio parte dall’Inghilterra per i Mari del sud, sbaglia rotta e dopo aver circumnavigato il globo finisce nuovamente sulle coste inglesi. È convinto di aver scoperto una nuova isola, tra l’altro commette adulterio con sua moglie, e solo alla fine si rende conto di essere andato alla ricerca di ciò che già aveva. Forse è questo il vero senso del viaggio.

Come scrive un contemporaneo e quasi connazionale di Chesterton, T.S. Eliot:

Noi non cesseremo di esplorare,
e fine di ogni nostra esplorazione
sarà arrivare là donde partimmo,
e conoscere il luogo per la prima volta.