Israele e il suo peggior nemico

(con una premessa di Paolo Repetto)

di Giuseppe Rinaldi, appunti risalenti al 25 novembre 2023

Un anno fa, o forse più, Beppe Rinaldi trasmise a me e a Nico le bozze di un saggio sulle derive dell’attuale sistema politico israeliano. Ci stava lavorando da tempo e ne aveva fatto menzione durante uno dei nostri incontri. A quel punto quasi gliele estorcemmo, garantendogli che avrebbero costituito solo lo spunto per future discussioni e che la pubblicazione sul sito sarebbe stata considerata solo dopo la stesura definiva. A dispetto di ripetute sollecitazioni, però, Beppe non si è mai risolto a completare il saggio, o almeno non ci ha più aggiornati su eventuali ritocchi, ripensamenti o rifacimenti. Quando si tornava sull’argomento (e io ero particolarmente insistente, perché consideravo quello studio davvero prezioso) accampava la necessità di un lavoro accurato di revisione e di verifica, il che era senz’altro nelle sue corde di storico serio; ma fu chiaro sin da subito che il vero motivo della sua riluttanza alla divulgazione era un altro. Era il timore che gli intenti del suo lavoro non fossero compresi, o che addirittura fossero completamente equivocati. Timore più che giustificato, vista l’aria che tira, ma che personalmente non ho mai ritenuto possa giustificare alcuna autocensura. Il fatto è che Beppe nel fervore di una discussione sulle recenti vicende di Palestina, tra l’altro accesasi tra persone in teoria decisamente preparate e informate, era stato tacciato di antisemitismo, e la cosa lo aveva particolarmente ferito, perché implicava un totale misconoscimento della sua onestà intellettuale: della cosa cioè cui teneva di più in assoluto.

A nulla erano valse le mie assicurazioni di zelante smascheratore dell’antisemitismo (e non da ieri: vedansi, per cominciare, su questo sito Chi ha paura dell’ebreo cattivo e Una scrittura antisemita rosa pallido), sulla assoluta correttezza e liceità del suo studio e, anzi, sulla urgente necessità di renderlo pubblico per offrire finalmente un esempio di informazione non partigiana sui reali termini del problema. Se una debolezza a Beppe si poteva imputare era proprio questa sensibilità estrema ai travisamenti del suo pensiero: ciò che da un lato spiega l’ineguagliabile lucidità e accuratezza delle sue analisi, ma dall’altro gli impediva talvolta di azzardare per iscritto quegli scarti laterali e quelle previsioni spiazzanti che animavano invece i colloqui orali.

Oggi, a pochi giorni dalla sua scomparsa, mi sembra che il modo migliore per onorarne nell’immediato la memoria sia proprio la pubblicazione di quello studio, così come ce lo ha trasmesso, nella sua stringatezza documentale, senza minimamente intervenire sul testo (non ce n’era affatto bisogno: quello che voleva dire lo ha detto, e chiaro). Non si tratta solo di tener vivo il ricordo di Beppe (in questo senso, per farne meglio conoscere la statura e, appunto, l’onestà intellettuale, e per salvare materiali preziosissimi che nella malaugurata ma probabile ipotesi della chiusura del suo blog Finestre rotte andrebbero dispersi, abbiamo in programma a partire dalle prossime settimane la pubblicazione dei suoi saggi più significativi): si tratta di difendere il diritto alla critica, in qualunque direzione essa sia rivolta, purché fondata, corretta – nell’accezione vera del termine, non in quella “politica” – e onesta. E si tratta anche di dare un taglio a quel maledetto atteggiamento, tipico ormai della sinistra mainstream, per cui di certe cose non si deve parlare se non con tutti gli schwa o gli asterischi o le distanze del caso, per non rischiare di cavalcare a fianco della destra. La bozza di saggio che presentiamo ha tutte queste caratteristiche; e ne aggiungo una, che magari può sembrare irrilevante, ma che a ben considerare è invece significativa. Convince anche me, che ad un eventuale esame mi guadagnerei la patente non solo di filosemita, ma addirittura di filo-sionista (della prima ora, naturalmente). Mi convince perché l’unico modo che conosco per affrontare un problema è non negarlo, e andarne a scavare e metterne a nudo le radici. Con queste informazioni gli antisemiti veri, quelli che esibiscono croci uncinate ma anche quelli che si mascherano dietro le bandiere palestinesi, li combatterò meglio.

Mi considero (indegnamente) un erede spirituale di Beppe: per eventuali critiche o dissensi rivolgersi quindi direttamente al sottoscritto. (P. R., 17 luglio 2026)

1. Sul panorama internazionale sta accadendo uno strano fenomeno di censura, mai visto prima con simili proporzioni: ogni discussione di ordine politico e financo storiografico intorno alla Guerra di Gaza e alla Questione palestinese sta diventando impossibile. Per estensione, sta diventando impossibile ogni discussione intorno allo Stato di Israele. Appena si entra nel merito di argomenti del genere, scattano le censure del politically correct e si viene esposti alle accuse più estreme, che culminano inevitabilmente in quelle di genocidio e/o di antisemitismo. Viene evocato il disumano, il male assoluto, l’indicibile. Chiunque osi fare qualche osservazione viene subito neutralizzato con la censura e con il discredito morale. Qualunque argomentazione di tipo storico viene considerata pretestuosa e viene bandita come tentativo di giustificare ciò che si ritiene ingiustificabile.

2. Questo clima, per quanto già diffuso in precedenza, si è acuito particolarmente dopo i fatti di Gaza del 7 ottobre. Nel mio piccolo, ho reagito criticamente, pochi giorni dopo i fatti, a un articolo di Ernesto Galli della Loggia, giornalista e storico, che adottava in pieno questa prospettiva censoria[1]. Non immaginavo certo tutto quel che su quella strada di intolleranza sarebbe venuto dopo. Si badi bene che l’intolleranza è praticata dai sostenitori di entrambe le parti. Del resto è indubitabile che una parte dei palestinesi (ad esempio Hamas e la Jihad islamica) intenderebbe cancellare Israele e una parte di Israele intenderebbe cancellare i palestinesi. In mezzo agli estremi ci sta una colonizzazione sionista controversa che dura almeno da un secolo (la dichiarazione di Balfour è del 1917) e una Questione palestinese che dura da altrettanto e, nello specifico dello Stato di Israele, almeno da 75 anni. Ciascuna delle due parti ha la sua lettura “corretta” di quello che è avvenuto nel passato e ha la sua ricetta per il futuro. In mezzo, ancora, ci sta l’evento tragico della Shoah, addirittura negata da una parte consistente del mondo islamico e spesso usata strumentalmente da Israele per ignorare le numerose Dichiarazioni dell’ONU[2] e per avanzare le sue discutibili pretese territoriali.

3. Bisognerebbe riuscire a darsi una calmata. L’unico modo possibile per uscire dall’impasse è quello di deporre le assolutizzazioni e di utilizzare la contestualizzazione storica, per capire (e non giustificare!) i diversi punti di vista dei contendenti, usare gli strumenti della politica e della diplomazia, evitare la caccia a chi ha ragione o a chi ha torto, perché in quella situazione – per come è venuta a determinarsi – tutti hanno accumulato torti e ragioni ormai abbondanti e inestricabili.

C’è tuttavia un oggettivo squilibrio tra le due parti in causa: Israele ha uno Stato fondato nel 1948 (e che nel 2018 si è auto proclamato “Stato degli ebrei”) mentre i palestinesi non hanno uno Stato, con tutte le conseguenze del caso. In questa situazione, sul piano morale e su quello politico, si può avanzare la tesi che chi dei due è il più forte, e ha un potere immensamente superiore, abbia anche una maggiore responsabilità per risolvere la situazione. Israele, a partire dalla sua fondazione nel 1948, ha vinto platealmente tutte le guerre con i Paesi vicini. Ha accumulato un’indiscutibile supremazia militare. Attualmente occupa (seppure a diverso titolo) tutte le terre che, secondo l’ONU, sarebbero destinate allo Stato dei palestinesi e sta facendo in modo che non vi sia proprio più alcuno spazio di continuità per uno Stato palestinese. La situazione ormai può essere risolta solo da Israele. La domanda vera è se Israele sia un grado di farlo. Soprattutto se voglia farlo. Dopo 75 anni di predominio indiscusso.

Dunque il problema vero è quello della politica israeliana. In questo saggio si cercherà di analizzare gli aspetti salienti della politica israeliana, facendo riferimento anche e soprattutto agli opportuni contesti storici, sociali e culturali che l’hanno determinata e la determinano tuttora. Premetto che non sono un esperto di cose israeliane, anche se ho qualche dimestichezza con la disciplina storiografica e ho insegnato a lungo la storia contemporanea. Molte cose le conoscevo solo da lontano, piuttosto superficialmente. Ho ripreso lo studio dopo i tragici fatti di ottobre. Spero che queste mie analisi possano servire al lettore a farsi una propria idea non preconcetta, a mettere da parte le censure e le assolutizzazioni. Si tratta di cose forse risapute ma che, messe le une accanto alle altre, acquistano decisamente un significato più chiaro. E ci permettono di capire meglio cosa ci possiamo aspettare.

4. In questo periodo, in cui lo Stato di Israele è alla ribalta della politica internazionale ed è soggetto a ogni sorta di attenzione, anche e soprattutto per le sue vicende interne, può essere interessante avere qualche informazione in più sul suo sistema politico e partitico. I nostri comuni mezzi di informazione si guardano bene dal fornire dati utili a comprendere gli schieramenti politici che stanno dietro ai processi decisionali del governo israeliano. Non parliamo poi di produrre analisi che ci permettano di capire cosa ci possiamo aspettare in futuro. Va detto che il sistema partitico israeliano è piuttosto complesso e presenta taluni aspetti davvero singolari.

Appena ci si addentra nella questione, diventa subito chiaro che per capire il sistema politico e partitico di Israele occorre riandare alla storia della formazione dello Stato, alle vicissitudini della ideologia sionista, alle diverse componenti di tipo etnico e etnico-religioso che dividono la società israeliana. Saremo dunque costretti, nel corso dell’esposizione, ad aprire numerose parentesi esplicative e di approfondimento.

Vediamo.

La crisi del sistema politico israeliano e le ultime elezioni

5. Comincerò partendo dalla stretta attualità, per poi produrre gli opportuni approfondimenti sulle specifiche questioni, mano a mano che si presenteranno. Il primo elemento empirico immediato da prendere in considerazione è che Israele, negli ultimi anni, è andato soggetto a una crisi politica senza precedenti. Nel breve volgere di 4 anni, a partire dal 2019, si sono tenute ben cinque consultazioni elettorali per l’elezione del parlamento (Knesset)[3]:

  • 21a Knesset 9 aprile 2019
  • 22a Knesset 17 settembre 2019
  • 23a Knesset 2 marzo 2020
  • 24a Knesset 23 marzo 2021
  • 25a Knesset 1 novembre 2022

In precedenza, la 20a Knesset era stata eletta il 17 marzo 2015 ed era giunta quasi al termine naturale, quando era intervenuta una crisi nella coalizione di governo, dovuta a contrasti sulla proposta di legge riguardante il servizio militare per gli ultra ortodossi. E dovuta anche, indirettamente, alle accuse di corruzione da parte della magistratura nei confronti del premier Netanyahu. A parte i guai personali di Netanyahu, gli studiosi ritengono che, in quest’ultimo periodo, si sia verificato un cambiamento strutturale nel sistema politico israeliano che avrebbe comportato una marcata personalizzazione della politica. Si sarebbe passati, in altri termini, da una repubblica dei partiti[4] relativamente stabile a un regime populista altamente instabile, dovuto alle giravolte continue dei singoli leader, in continua competizione per massimizzare le proprie chance elettorali. Di conseguenza, i programmi elettorali sarebbero sempre meno legati alle effettive problematiche presenti nella società israeliana e sempre più legati all’interesse momentaneo di ottenere il consenso elettorale, sia da parte di gruppi mutevoli sia di singoli individui. Per questo, molte delle formazioni politiche nuove, che si sono presentate alle elezioni nell’ultimo quadriennio, sono il risultato di coalizioni labili e improvvisate. Israele ha da sempre, fin dalla fondazione, enormi problemi da risolvere e l’affermazione di questo nuovo stile politico non può certo contribuire alla loro soluzione.

6. Questo nuovo panorama del sistema politico israeliano rende la situazione assai complessa e mutevole. La cosa più facile, per chi sia del tutto estraneo a quel mondo, è quella di entrare in medias res e di esaminare la tabella dei risultati elettorali delle ultime elezioni che si sono tenute nel 2022.

Le elezioni che hanno determinato l’attuale quadro politico. Mi limiterò a citare i risultati essenziali.

PartitoOrientamentoVoti %Seggi
LikudCentro destra23,4132
Yesh AtidCentro progressista17,7924
Partito sionista religiosoDestra religiosa10,8414
Unità NazionaleCentro destra9,0812
ShasDestra religiosa8,2511
Ebraismo della Torah unitoDestra religiosa5,887
Israel BeitenuCentro destra4,486
Lista Araba UnitaPartito arabo4,075
Hadash – Ta’alSinistra radicale3,755
Partito Laburista (Ha’Avodà)Centro sinistra (Labour)3,694
MeretzCentro sinistra (Labour)3,16
BaladPartito arabo2,91
La casa ebraicaDestra religiosa1,19
Altri (28 formazioni con meno di 1%) 1,5
 100 120

Elezioni del 1° novembre 2022. Non sono stati riportati i risultati dei partiti che hanno ottenuto meno dell’1%. Lo sbarramento è al 3,25%. Sono evidenziati i partiti che fanno attualmente parte della coalizione del governo Netanyahu VI. Il Partito di Unità Nazionale non faceva parte della coalizione ma si è aggiunto nel Gabinetto di guerra, dopo i fatti di Gaza. Le posizioni dei diversi partiti saranno spiegate dettagliatamente nel seguito.

Come si vede, il sistema politico israeliano è estremamente frammentato. Nella politica israeliana, oltre a quelle mostrate nella tabella, sono presenti anche molte altre formazioni. Qui abbiamo elencato solo quelle che si sono effettivamente presentate alle elezioni del 2022 e hanno ottenuto più dell’1% dei voti. Diverse formazioni che si sono presentate in lista sono a loro volta coalizioni di altre formazioni. Un vero sistema di scatole cinesi. Si noti che ben 28 formazioni che si sono presentate non hanno neppure raggiunto l’1%. Si tenga anche conto del fatto che il sistema elettorale israeliano è proporzionale. Per l’attribuzione dei seggi alla Knesset (che sono 120 in tutto) in Israele c’è attualmente una soglia di sbarramento che ammonta al 3,25%.

7. Sulla base della nostra tabella, cerchiamo ora di comprendere come hanno votato gli elettori israeliani, a seconda di alcune grandi aree o raggruppamenti. La collocazione dei diversi partiti nelle varie aree, anche se relativamente arbitraria, è quella consuetudinaria. Si tenga presente che sono possibili raggruppamenti di tipo diverso[5]. Inoltre, per la formazione delle coalizioni di governo, che si formano sempre dopo le elezioni, all’interno di ciascuna area possono esserci anche rivalità o incompatibilità dovute alle specifiche tattiche dei singoli partiti, nelle diverse situazioni.

Elezioni Israele – 1 nov. 2022(%)
Centro destra36,99
Destra religiosa26,16
Centro17,79
Partiti arabi 6,98
Centro sinistra 6,85
Sinistra radicale 3,75

Secondo la nostra classificazione, il centro destra non religioso ha ottenuto complessivamente il 36,99%. La destra religiosa ha invece conseguito il 26,16%. Il centro ha guadagnato il 17,79%. I partiti arabi ammontano in tutto al 6,98%. Il centro sinistra ha il 6,85%. La sinistra radicale, costituita tuttavia in gran parte da voto arabo, il 3,75%.

Occorre tener presente che le nozioni di destra e sinistra in Israele sono alquanto diverse dalle nostre. Una discriminante tra i diversi partiti è il modo in cui si rapportano nei confronti del sionismo. Si tenga presente che ci sono attualmente almeno tre tipi ben distinti di sionismo (vedi oltre). I partiti che possono essere definiti genericamente come antisionisti (Sinistra radicale e Partiti arabi) arrivano appena al 10,73%. Tutti gli altri partiti, compresi i laburisti di centro sinistra, sono sionisti, più o meno radicali, di un tipo o dell’altro. C’è un partito della destra religiosa (Ebraismo della Torah) che si dichiara antisionista per il fatto che per motivi religiosi non riconosce lo Stato, ma che non disdegna di collaborare con lo Stato (vedi oltre). I partiti che hanno conseguito meno dell’uno per cento ammontano in tutto all’1,5%. Va considerato che il partito che attualmente occupa il centro progressista (Yesh Atid) non è stato estraneo in passato a collaborare con il Likud.

8. L’attuale governo Netanyahu è il 37º governo d’Israele, il sesto sotto la guida di Benjamin Netanyahu. Formatosi in seguito ai risultati delle elezioni del 2022, è stato definito come il governo più a destra nell’intera storia di Israele. Era nato dopo le elezioni come regolare governo di coalizione in sede civile, ma, in seguito allo scoppio, nell’ottobre del 2023, del pesante conflitto armato contro Hamas, presso la Striscia di Gaza, esso è stato mutato in un Governo di guerra. La possibilità di un gabinetto di guerra era già prevista nell’ordinamento di Israele. Occorre tenere presente che i provvedimenti del gabinetto di guerra non necessitano dell’approvazione della Knesset. Per tutta la durata della guerra, la Knesset sarà dunque esautorata.

Nella sua formazione iniziale, il governo Netanyahu VI era composto da 31 ministri, ed era supportato da una coalizione formata da Likud, Ebraismo della Torah Unito, Shas, Partito Sionista Religioso (che comprende Otzma Yehudit e Noam)[6]. A questi partiti, nel nuovo contesto bellico dopo il 7 ottobre 2023, si è aggiunto il Partito di Unità Nazionale, portando il governo ad un totale di 37 ministri, di cui 6 nominati in stato d’assedio. Il Partito di Unità Nazionale, che è venuto in soccorso di Netanyahu, è guidato da Benny Gantz ed è, a sua volta, una coalizione formata da due partiti (“Blu e Bianco” e “Nuova Speranza”). Si tratta nel complesso di una formazione liberale conservatrice, sionista di centro destra.

L’attività del governo è attualmente sostituita dal Gabinetto di guerra che è formato da cinque membri: Benjamin Netanyahu (Primo Ministro, Likud), Yoav Gallant (Ministro della Difesa, Likud), Benny Gantz (Ministro senza portafoglio, Partito di Unità Nazionale), Ron Dermer (Ministro degli Affari Strategici, Likud), Gadi Eizenkot (Ministro senza portafoglio, Partito di Unità Nazionale). Si tratta in gran parte di ex militari.

Invece lo Yesh Atid, partito non meno sionista ma centrista, genericamente progressista e laico, guidato dall’ex giornalista Yair Lapid, già precedentemente fuori dalla coalizione governativa, è rimasto fuori anche dal gabinetto di guerra. Pur avendo in passato collaborato con Netanyahu, lo Yesh Atid si è ultimamente caratterizzato con una posizione anti-Netanyahu.

Esaminando l’attuale composizione del governo Netanyahu VI appare abbastanza evidente come nella Guerra di Gaza si stiano combattendo sul campo due manifestazioni dell’estremismo religioso, quello fondamentalista terroristico di Hamas e quello fondamentalista sionista e religioso di Israele. Questo non significa certo mettere sullo stesso piano i due contendenti. Tuttavia il fondamentalismo costituisce il loro elemento comune e la chiave per interpretare molte delle loro decisioni.

Mi si permetta qui di aggiungere una nota di valutazione personale. Sui nostri media corre la voce che Netanyahu sia ormai caduto in disgrazia e che il pubblico israeliano voglia “fare i conti” con lui. In realtà le critiche rivolte a Netanyahu – oltre ai suoi problemi giudiziari personali e oltre al suo disegno di legge che mira a limitare l’indipendenza della magistratura – sono critiche che potremmo definire “di estrema destra”: Netanyahu non avrebbe tenuto la necessaria fermezza contro i Palestinesi. Per cui, quand’anche il Likud possa soffrire in futuro di una qualche emorragia elettorale, i voti persi andranno a destra e non certo a sinistra. Quelli che si consolano ripetendo di essere critici di Netanyahu (cioè degli errori dell’uomo politico) dovrebbero tenere a mente (si guardi bene la distribuzione dei consensi) che dopo Netanyahu potrà venire solo una coalizione ancora più a destra e sempre meno disponibile a intraprendere iniziative di pace con i Palestinesi. A parte i suoi errori personali e le sue defaillance politiche, Netanyahu interpreta perfettamente il sentire della gran parte del suo Paese.

Il centro-sinistra israeliano, con qualche ragguaglio storico

9. Proviamo ora, dopo lo sguardo panoramico generale, a entrare nel merito della consistenza qualitativa dei diversi schieramenti. Per quanto faticoso e ostico, è questo un sacrificio che va fatto se si vuol capire cosa ci possiamo aspettare dalla futura evoluzione politica di Israele. Cominciamo dal centro sinistra. Preferisco parlare di “centro sinistra” perché nel panorama degli schieramenti israeliani ci sono alcune formazioni di sinistra più radicali e perché gli attuali partiti di centro sinistra sono comunque sionisti, come tanti altri, pur con tutti i distinguo del caso. Abbiamo già premesso che ci sono diversi tipi di sionismo.

L’attuale centro sinistra israeliano – che, come si vede dai risultati elettorali, sta attraversando una notevolissima crisi – è l’erede degli storici partiti di ispirazione sionista socialista (e laburista), il Mapai e il Mapam che hanno sostanzialmente guidato, in termini egemonici, prima la migrazione in Palestina negli anni del Mandato, poi la formazione stessa di Israele nel 1948 e, poi ancora, i suoi sviluppi, fino al 1977. I sionisti laburisti hanno sempre avuto la maggioranza fin dal 1948 e, solo a partire dal 1977, l’elettorato israeliano si è spostato tendenzialmente sempre più a destra, fino a determinare la composizione dell’attuale governo Netanyahu VI. L’attuale centro sinistra è composto da due partiti principali che nel 2022 sono arrivati, insieme, al 6,85%. Insomma, a ben vedere, una catastrofe elettorale. Che ha le sue ragioni profonde.

10. Prima di proseguire, se vogliamo capirci qualcosa, è qui necessario un intermezzo di minima chiarificazione intorno alla “sinistra” israeliana. Nel nostro Paese si ha una conoscenza piuttosto superficiale della storia di Israele e si tende a considerare il sionismo come una specie di socialismo, o come una specie di socialdemocrazia. Questa discutibile convinzione è stata alimentata anche e soprattutto grazie alla mitologia dei kibbutzim, le imprese, soprattutto agricole, organizzate secondo una modalità collettivistica, tipiche soprattutto del periodo pionieristico. Ebbene, Zeev Sternhell – pubblico intellettuale israeliano e noto studioso delle ideologie della prima metà del Novecento – spiega che il sionismo ha poco o niente a che vedere con il socialismo e con la socialdemocrazia per come li intendiamo comunemente. Va detto che Sternhell non è molto amato dalla destra israeliana e ha subito un grave attentato nella sua abitazione il 28 settembre 2008. Tuttavia Sternhell qui parla da storico delle idee. La discriminante fondamentale, secondo lo studioso, è che socialismo e socialdemocrazia sono e restano ideologie universalistiche. Il sionismo invece deve essere considerato come una sorta di socialismo nazionalista. Sternhell, ovviamente, ci tiene a distinguere questo socialismo nazionalista dal socialismo nazionale, poiché quest’ultimo rischierebbe ovviamente di essere confuso con il nazionalsocialismo.

Dice Sternhell: «L’unicità del socialismo nazionalista europeo […] risiede in un punto essenziale: l’accettazione del principio del primato della nazione al cui servizio vengono posti i valori del socialismo. In questo modo il socialismo per[d]e il suo significato universale e diven[ta] uno strumento essenziale nel processo di edificazione dello Stato nazionale. I valori universali del socialismo furono dunque subordinati ai valori particolaristici del nazionalismo. Espressione pratica di tale ideologia furono il rifiuto totale del concetto di lotta di classe e la volontà di trascendere le contraddizioni sociali per il bene di tutta la collettività. Questa forma di socialismo predicò l’unità organica della nazione e la mobilitazione di tutte le classi della società allo scopo di conseguire gli obiettivi nazionali»[7]. Insomma, un’ideologia para socialista messa al servizio della costruzione della nazione.

Prosegue poi ancora Sternhell indicando una forte caratterizzazione antiborghese del sionismo, ma non anticapitalistica. Infatti, da parte del sionismo si ha la forte identificazione dei lavoratori con i “produttori”, senza alcuna distinzione di classe, senza alcuna differenziazione tra capitale e lavoro. Di conseguenza si ha una forte contrapposizione tra i lavoratori/ produttori e i “parassiti”. In quel contesto veniva dunque apprezzato il capitale produttivo e disprezzato il capitale speculativo. Si pensi che il sindacato sionista Histadrut (vedi oltre) era esso stesso possessore dei mezzi di produzione (noi diremmo, che era capitalista) e, nel contempo, difensore degli interessi dei soli lavoratori ebrei.

Aggiunge ancora Sternhell, a proposito del rapporto tra individuo e nazione: «Il socialismo nazionalista si basava […] sull’idea di nazione quale unità culturale, storica e biologica o, in senso figurato, una famiglia estesa. L’individuo era considerato come una parte organica della totalità e la totalità aveva priorità sull’individuo. I legami di sangue e culturali che univano i membri della nazione e la loro partecipazione allo sforzo generale nazionale erano considerati più importanti della posizione dell’individuo nel sistema produttivo»[8]. La nazione, così intesa, doveva difendersi contro i due grandi pericoli, costituiti dal liberalismo, che esaltava l’individualismo e dal marxismo che esaltava la lotta di classe e, dunque, la spaccatura del corpo della nazione.

Aggiunge poi ancora Sternhell a proposito della “dimensione sociale” che era ben presente nel sionismo originario: «Nel momento in cui negò la lotta di classe, il socialismo nazionalista favorì attivamente una soluzione dei problemi sociali. Esso proclamava che nessuno che avesse a cuore il futuro della nazione, poteva rimanere indifferente a una situazione in cui larghi segmenti del corpo nazionale si trovavano immersi in una condizione di povertà e di degrado […] il socialismo nazionalista non si oppose mai al capitale privato in sé. […] colpevoli erano i capitalisti improduttivi, non il capitale in sé»[9]. Di qui l’invocazione di un marcato interventismo statale nell’economia e nella dimensione del welfare o, se si vuole, dello stato sociale.

L’intero capitolo I del saggio di Sternhell spiega diffusamente questi concetti e li colloca opportunamente nel loro contesto storico. Ho riportato queste lunghe citazioni poiché da esse si desume con una certa chiarezza – Sternhell non lo dice evidentemente per carità di patria – che il sionismo storico, e quello del Mapai e simili, avessero numerosi punti in comune con la ben nota ideologia nostrana che ha nome fascismo. Se vogliamo, potrebbe essere considerato come una versione sociale del fascismo, cui va aggiunta tuttavia una forte caratterizzazione etnonazionalistica. Più di uno studioso ha sottolineato le parentele tra sionismo e fascismo. Il sionista revisionista Jabotinsky, fondatore di una delle correnti del sionismo, è stato più volte avvicinato al fascismo. Non è questa la sede per discutere gli apparentamenti ideologici tra il sionismo e le altre ideologie del Novecento. Spero di avere comunque chiarito esaurientemente che ogni tentativo di paragonare i laburisti israeliani ai partiti socialisti europei è destinato al più totale insuccesso. Il rischio è quello di non capire proprio niente.

I laburisti israeliani si sono sempre e soltanto occupati della costruzione della nazione. Il loro “socialismo” è sempre stato di tipo particolaristico. E strettamente legato alla colonizzazione e alle questioni militari e di confine con i Paesi vicini. Si pensi a personaggi come Golda Meir o Moshe Dayan. La questione palestinese è sempre stata per loro un grave incomodo, nazionale e internazionale. Il colonialismo è sempre stato un tratto fondamentale della loro prospettiva. Il labourista israeliano Yigal Allon – tanto per fare un esempio – è stato uno dei promotori della colonizzazione illegale della Cisgiordania dopo il 1967. Solo recentemente i laburisti sionisti si sono in un certo senso effettivamente socialdemocratizzati in senso europeo (mettendo l’accento sui diritti individuali, sul mercato, sul riformismo e sul welfare state e accettando, in politica estera, la teoria dei “due popoli, due Stati”). Ma queste trasformazioni sono avvenute proprio in seguito alla crisi sopravvenuta del sionismo originario.

11. Ci sono delle ragioni profonde che spiegano la crisi del sionismo socialista e nazionalista classico e dunque la progressiva conversione della maggioranza dell’elettorato israeliano dalla “sinistra” alla destra estrema. Intanto dobbiamo mettere in conto l’affievolirsi progressivo dell’ideologia sionista nazionalista originaria (sebbene non del progetto coloniale, che è passato alla destra e ai partiti religiosi). È noto da tempo che il socialismo collettivistico dei kibbutzim ha perso ogni spinta propulsiva ed è tuttora in crisi e le poche realizzazioni restano solo più con un valore simbolico. La società israeliana è stata contagiata dalla silenziosa marcia inarrestabile dell’individualismo. L’ideologia collettivista nazionale non attrae più e non sembra funzionare più. Secondariamente, dopo la fine della Guerra fredda, di fronte all’esigenza, fattasi più stringente, di risolvere la Questione palestinese con un compromesso, la “sinistra” israeliana è apparsa al pubblico troppo debole, troppo incline a rinunciare agli obiettivi securitari della destra, che sempre più coincidono con la espulsione degli arabi e la realizzazione della Grande Israele. Come è noto, il laburista Yitzhak Rabin, propenso a una pacificazione con i Palestinesi, è stato assassinato il 4 novembre 1995, proprio da un estremista di destra. Un messaggio assai chiaro.

Ma la causa principale della crisi della “sinistra” israeliana è stata la nuova immigrazione. Il sionismo socialista nazionalista era fortemente legato alla prima immigrazione askenazita[10], composta soprattutto da ebrei provenienti dall’Europa centrale. Com’è noto, secondo la legge del ritorno, Israele è tenuta ad accogliere e a conferire la cittadinanza a tutti gli ebrei[11] che la richiedano. Il fatto è che il processo migratorio verso Israele ha subito nel tempo un notevole cambiamento. Per dirla in sintesi, a livello mondiale, i ceti medio alti della diaspora ebraica non si sono neppur sognati di emigrare verso Israele. A fare la scelta dell’immigrazione sono stati sempre più i ceti meno privilegiati, provenienti dagli angoli più sperduti del mondo. Questi nuovi “cittadini” israeliani, a volte anche fatti segno di disprezzo e di manifestazione razziste da parte degli stessi israeliani di più vecchio insediamento, sono quelli che de facto hanno progressivamente determinato lo spostamento a destra dell’asse politico. Il cambiamento della composizione sociale e culturale dell’immigrazione ha determinato il cambiamento della composizione politica. Detto in altri termini, il sionismo socialista nazionalista originario pare abbia fallito nella socializzazione dei nuovi arrivati, i quali hanno continuato a mantenere i loro retroterra originario in termini di cultura politica, alimentando da un lato la prospettiva individualista (fortemente anticollettivista e contraria all’interventismo statale) e dall’altro quella etnico religiosa. Inoltre, essendo i nuovi immigrati appartenenti a ceti medio bassi, quando non a fasce marginali, ciò ha favorito lo sviluppo del rancore sociale della conflittualità interna e delle istanze securitarie e antiarabe.

12. Un altro aspetto assai rilevante per la comprensione della crisi della “sinistra” è costituito dalla crisi (a partire degli anni Ottanta e Novanta) e dalla trasformazione del sindacato sionista socialista Histadrut in una organizzazione sindacale vicina agli standard comuni dei Paesi occidentali. Si tratta della organizzazione sindacale tradizionale di Israele. Che ha avuto caratteristiche davvero singolari. Anzitutto si trattava di un’organizzazione che ha preceduto di gran lunga la formazione dello Stato di Israele. Essa ha avuto un ruolo enorme nella colonizzazione, a partire fin dagli anni Venti. Va spiegato bene che questo sindacato si rivolgeva esclusivamente ai lavoratori ebrei. Solo nel 1966 vennero ammessi gli arabi israeliani, seppure su un piano non del tutto paritario. Questo sindacato aveva avuto un peso enorme nella struttura stessa dello Stato. Dopo la costituzione dello Stato, Histadrut è stato addirittura definito come “uno stato nello stato”. In generale, nel nostro linguaggio politologico, Histadrut avrebbe potuto essere definita come una corporazione o sindacato corporativo. Aveva il controllo su una parte rilevante del sistema economico israeliano che notoriamente era gestito prevalentemente dallo Stato. Controllava la finanziarizzazione dell’economia (possedeva banche), organizzava le cooperative (kibbutz) organizzava la previdenza (pensioni) e il welfare (l’assistenza sanitaria e le farmacie). Si occupava della formazione professionale e del mercato del lavoro (gestiva il collocamento). Possedeva anche un giornale quotidiano diffuso. L’iscrizione dei lavoratori (ebrei) e il pagamento delle quote era praticamente obbligatoria. L’elemento “socialista” della economia israeliana stava appunto soprattutto in questa enorme corporazione onnipresente, con migliaia di dipendenti. I dirigenti erano eletti e, benché fosse consentito un certo pluralismo, la maggioranza schiacciante era costituita pressoché sempre all’interno dei partiti della “sinistra”. Una specie di cinghia di trasmissione tra politica, Stato ed economia.

A partire dagli anni Ottanta, questo apparato elefantiaco cominciò a dare segni di crisi, soprattutto sul piano della gestione finanziaria. Nel 1995 si arrivò al colpo di grazia con la riforma sanitaria che ne passò le competenze allo Stato. Dopo il 1995 l’Istadrut ebbe un notevole ridimensionamento, con perdita di adesioni, chiusura del giornale e diminuzione delle competenze. Questa diminuzione di importanza è legata, in generale, a una politica di liberalizzazioni che vennero portate avanti – contro i laburisti – dal nuovo partito (Herut) che poi diverrà il Likud. Insomma, quello che era l’apparato corporativo qualificante del sionismo socialista ha finito per mostrare la sua insostenibilità, tanto da essere drasticamente ridimensionato e con esso la politica sionista socialista.

È abbastanza significativo come queste enormi trasformazioni interne siano avvenute in concomitanza con la fine della Guerra fredda. L’immigrazione dei mizrahì (vedi oltre) dall’Oriente e dalla ex Unione Sovietica, il ridimensionamento in Israele della componente askhenazita, la liberalizzazione dell’economia (e la maggiore esposizione della politica alle pratiche clientelari), l’emarginazione progressiva del laburismo e del sindacato Histadrut sono senz’altro fenomeni interrelati e concomitanti. Cui va aggiunto il sopravvenire progressivo di un nuovo tipo di sionismo, il sionismo messianico (vedi oltre). Con la fine della Guerra fredda, in politica estera tenderà ad aumentare progressivamente, assieme allo spostamento politico a destra, la pressione sui Territori occupati palestinesi.

13. Come si evince da questo quadro, il sionismo socialista nazionalista che aveva determinato la fondazione dello Stato israeliano è andato incontro a una crisi irreversibile. Un processo che può essere tranquillamente inquadrato nella crisi delle ideologie. L’attuale sionismo è tutt’altra cosa.

Ma vediamo ora, per completare il quadro, un po’ più in dettaglio cosa è rimasto, qual è la consistenza attuale dei partiti del centro sinistra. L’attuale schieramento di centro sinistra è composto da due partiti principali. Anzitutto il Partito Laburista Israeliano, che si chiama Ha’Avodà. Il leader attuale è una donna, Merav Michaeli, ex conduttrice televisiva. È un partito sionista, seppure ormai di orientamento compiutamente socialdemocratico. Continua la tradizione laica originaria del sionismo. Fondato il 23 gennaio 1968, i suoi appartenenti provenivano dalle file del Mapai e del Mapam. Per un certo periodo si chiamarono “Israele Unita”. Il partito attuale fa parte dell’Internazionale socialista. Il partito si è spaccato sul sostegno dato al governo Netanyahu V (35°), quando due deputati su tre (tranne la Michaeli) lo hanno appoggiato. Il partito, sotto la nuova guida della Michaeli, ha poi sostenuto il governo di coalizione Bennett – Lapid (36°), in cui la Michaeli stessa ha fatto il Ministro dei trasporti[12]. Per quanto riguarda la questione palestinese, sostiene la soluzione dei «due popoli, due Stati». Il partito è aperto a una serie di questioni connesse ai diritti civili e sociali, come il matrimonio omosessuale, la legalizzazione della cannabis, i diritti LGBT. Il partito si era opposto alla approvazione della legge fondamentale del 2018 che ha dichiarato Israele “Stato degli ebrei”. Nelle elezioni del 2022 ha preso il 3,69% e ha così guadagnato 4 seggi.

L’altro partito di centro sinistra si chiama Meretz (che vuol dire “Energia”). È un partito sionista, di orientamento socialdemocratico e ambientalista. Nasce nel 1992 da alcune correnti del Mapam. Le posizioni politiche del partito sono la difesa dello Stato sociale, il riconoscimento dei diritti degli omosessuali, la separazione tra Stato e religione e l’avvio di un negoziato di pace tra israeliani e palestinesi che crei due Stati indipendenti. Tra i partiti sionisti, il Meretz è quello che si colloca più a sinistra. Nelle elezioni del 2022, col 3,16% dei voti, non ha superato la soglia di sbarramento del 3,25% e non ha ottenuto alcun seggio.

Come abbiamo mostrato, la crisi del laburismo israeliano viene da lontano e pare oggi decisamente irreversibile. Ben lungi dall’essere una crisi momentanea, manifesta la tendenza di questa “sinistra” a trasformarsi in una serie di piccoli partiti di opinione, rivolti ai ceti medio alti, tendenzialmente laici. Una ripresa elettorale del centro sinistra capace di impensierire le due destre israeliane è del tutto da escludere. L’unico partito che punta all’area laica progressista, senza le zavorre della tradizione e che quindi fa concorrenza spietata al centro sinistra, è il partito progressista di centro Yesh Atid (vedi oltre).

14. Possiamo occuparci ora – come appendice al centro sinistra – della sinistra radicale. Il partito di riferimento, nelle elezioni di cui ci stiamo occupando, si chiama Hadash (“Nuovo”). Si qualifica come “Fronte democratico per la Pace e l’eguaglianza”). Si tratta, a sua volta, di una coalizione di due partiti composta dal Partito Comunista di Israele (Maki o Rakah), che è un tipico partito comunista e marxista, e dalle Pantere Nere, che è un gruppo di sinistra radicale arabo. Hadash non è sionista, ma non si oppone alla collaborazione con altri partiti sionisti. Il partito si qualifica invero coraggiosamente come interetnico. Si definisce “arabo-ebraico”: sebbene la maggioranza dei suoi leader ed elettori siano arabi israeliani, ha permanentemente e simbolicamente mantenuto una rappresentanza ebraica tra i suoi membri e nelle liste elettorali. Alle elezioni del 2022 si è presentato con Ta’al (Movimento Arabo per il Rinnovamento) e ha guadagnato il 3,75%, con 5 seggi. Quella che abbiamo definito come sinistra radicale vale dunque, alle elezioni del 2022, il 3,75%. Si consideri comunque che questa coalizione, per la sua composizione, attrae una componente araba significativa. Sergio Della Pergola, su Limes, ha collocato queste formazioni radicali insieme ai partiti arabi.

I cittadini arabi di Israele e i loro partiti

15. In Israele abbiamo poi i partiti arabi. Sono i partiti che si rivolgono principalmente alla minoranza dei cittadini di Israele che sono arabi. Si tratta di partiti dunque che sono disegnati secondo una chiara linea di tipo etnico. Per avere un’idea della distribuzione etnica della popolazione israeliana, nel 2022 il 73,6% della popolazione era costituita da ebrei israeliani, il 21,1% della popolazione da arabi israeliani e il restante 5,3% da membri di altri gruppi etnici. In cifra assoluta, gli arabi israeliani ammontano a 2.065.000 unità. Si noti che i “cittadini arabi di Israele” non sono necessariamente definibili esattamente come palestinesi. Sul piano etnico religioso, tra loro ci sono musulmani, drusi, cristiani, e anche beduini.

È bene ricordare da dove vengano costoro. Storicamente sono gli eredi degli arabi che si trovavano sotto il Mandato britannico, nell’area assegnata inizialmente dall’ONU ad Israele, la cui entità complessiva è stata stimata in 950 000 unità. In seguito agli eventi tra il 1947 e il 1948 (la guerra civile interna e la guerra tra i Paesi arabi e Israele del 1948) si calcola che siano rimasti nei territori di Israele circa 100-150 000 arabi (meno del 20%). La differenza rende l’idea dell’entità della espulsione (o eliminazione) subita dagli arabi. Sulle modalità di tale espulsione è tuttora in corso un aspro dibattito, che coincide con quello relativo alla legittimità stessa della formazione di Israele. Alcuni dei nuovi storici israeliani hanno parlato documentatamente di pulizia etnica[13]. La versione ufficiale sionista dell’epoca è che gli arabi, istigati dai Paesi arabi vicini, si siano allontanati volontariamente, convinti di poter tornare a guerra finita con Israele sconfitta. Non ci interessa entrare qui nella questione storiografica. Quel che è sufficiente per noi è che tra il 1947 e il 1948 da 950 000 unità si sono ridotti a un centinaio di migliaia. Questo è stato l’impatto sulla popolazione araba locale.

Si noti che fino al 1966-1968 i cittadini arabi sono stati sottoposti al regime marziale e dunque a pesanti restrizioni (circa i diritti di proprietà, la libertà di circolazione, i diritti civili). Le terre degli arabi sono state espropriate (attraverso un pretestuoso e raffinato apparato legale), sono stati messi limiti, per gli arabi rimasti, agli investimenti e alle opportunità di impresa. È stata scoraggiata quando non impedita la partecipazione politica. Le testate giornalistiche arabe sono state chiuse ed è stata impedita ogni sistematica attività culturale. Gli arabi hanno dovuto sottostare a permessi di spostamento, coprifuoco, detenzioni amministrative e espulsioni senza processi.

16. Ovviamente per votare occorre avere la cittadinanza. La nozione di cittadinanza, nello Stato di Israele, è alquanto problematica. Per cui è il caso di fornire qualche ulteriore chiarimento. La cittadinanza è davvero piena solo per gli ebrei. Osserva Wikipedia che Israele può essere considerato un esempio di democrazia etnica, in cui il gruppo religioso ebraico predomina nettamente, anche se formalmente sono garantiti i diritti civili e politici a tutti. Tutti i cittadini israeliani godono dei diritti civili e politici, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica e religiosa. Gli arabi israeliani sono cittadini israeliani, ad eccezione tuttavia di quelli di Gerusalemme Est e delle alture del Golan, che hanno lo status di residenti permanenti e il diritto a richiedere la cittadinanza israeliana. Molti di costoro tuttavia hanno preferito non usufruire di questo diritto. Gli arabi israeliani, anche dopo l’abrogazione del regime militare nei loro confronti, sono tuttavia ancora soggetti a numerose restrizioni e trattamenti particolari rispetto ai cittadini ebrei. Ad esempio non hanno l’obbligo del servizio militare.

Gli arabi israeliani non vanno confusi con i numerosi lavoratori stranieri immigrati soprattutto dai Paesi circonvicini e – ovviamente – con i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza[14]. I palestinesi in teoria, dopo gli accordi di Oslo, votano per la Autorità palestinese, anche se, in seguito al conflitto interno tra Fatah e Hamas, le elezioni non sono più state convocate. Questi ultimi, attraverso un ordinamento rocambolesco, possono avere il permesso di lavorare in Israele, generando un flusso drammatico, soggetto a permessi, restrizioni, rigidi controlli.

Abbiamo poi, a partire dal 1967, la situazione dei coloni che sono cittadini israeliani e che sono però insediati nei Territori occupati (che avrebbero dunque la residenza “fuori Israele”, tranne nel caso dei territori annessi unilateralmente e non riconosciuti però dalla comunità internazionale). In quanto cittadini israeliani hanno il diritto di voto e quindi, nel voto, non potranno che tener conto dei loro interessi e della politica dei diversi partiti verso gli insediamenti. I coloni stimati nel 2023 sono circa 700 000. A questi vanno aggiunti i coloni che stanno negli israeli outpost illegali, insediamenti clandestini non riconosciuti ufficialmente neanche da Israele, ma comunque tacitamente appoggiati dal governo israeliano, mediante la fornitura di strade, allacciamenti, comunicazioni e servizi di difesa.

È il caso di precisare che fino al 1966-’68 è stata di fatto impedita agli arabi ogni forma di organizzazione politica, ogni forma di partito organizzato, anche se, fin dal 1948, erano presenti alla Knesset alcuni rappresentanti degli arabi. Va detto che la espulsione originaria avvenuta tra il 1947 e il 1948, ha privato per intero gli arabi israeliani della loro classe dirigente. La costituzione di formazioni politiche arabe in Israele è avvenuta solo con l’avvento delle successive generazioni che, mediamente, sono risultate più istruite e più disponibili alla partecipazione politica.

17. Torniamo ora ai partiti arabi. Abbiamo anzitutto la Lista Araba Unita (Ra’am). È un partito a forte caratterizzazione etnica che si rivolge agli arabo israeliani. Sorprendentemente, ma non troppo, è un partito che esprime un certo notevole conservatorismo sociale, legato sostanzialmente alla cultura islamica tradizionale. Si tratta dunque di un partito israeliano arabo di destra. Per quanto riguarda la questione palestinese, il partito sostiene la soluzione dei due Stati. Alle elezioni del 2022 ha preso il 4,07% e ha ottenuto 5 seggi.

Abbiamo poi Balad (“Assemblea Nazionale Democratica”). È un partito arabo-israeliano, antisionista e filo-palestinese. A differenza di Hadash, Balad si oppone alla cooperazione con qualsiasi partito sionista, compresi quelli di sinistra e pacifisti come Meretz. Balad rivendica una piattaforma politica tesa a trasformare Israele in una democrazia per tutti i cittadini, a prescindere dalla loro identità nazionale o etnica. Si oppone all’idea di uno Stato unicamente ebraico e sostiene la natura binazionale di Israele. Si batte quindi per affinché i palestinesi ottengano lo status di minoranza nazionale e abbiano pieno riconoscimento dei diritti all’autonomia culturale, educativa e comunicativa. Supporta la definizione di due Stati sulla base dei confini definiti prima della Guerra dei sei giorni, con la costituzione di un unico Stato di Palestina (composto da Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est) e l’attuazione della Risoluzione 194 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sul diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi. Indubbiamente si tratta forse del partito israeliano che ha la visione più progressista circa la soluzione della questione palestinese. Forse proprio per questo alle elezioni del 2022 ha preso solo il 2,91%, non riuscendo così a superare lo sbarramento e non ottenendo dunque neppure un seggio.

Di Ta’al (“Movimento Arabo per il Rinnovamento”) abbiamo già parlato. Alle elezioni del 2022 non compare separatamente poiché si è presentato con il partito Hadash della sinistra radicale. Insieme hanno preso 1 seggio.

Come si vede il partito arabo che ha maggiori consensi tra gli arabi israeliani è un partito “di destra” e conservatore. Gli altri partiti arabi, come Balad o Ta’al, hanno una caratterizzazione più “di sinistra” ma costituiscono una minoranza esigua. I partiti arabi, presi insieme, nel 2022 valgono il 6,98%. Qualcosa in più, se vogliamo considerare anche come partiti arabi i partiti della sinistra radicale di cui s’è già detto. Ci sono tuttavia anche altre formazioni minoritarie. Anche tra gli arabi israeliani abbiamo dunque anzitutto una notevole spaccatura tra destra e sinistra e poi una forte frantumazione elettorale.

Uno sguardo all’esiguo Centro progressista

18. Data la situazione di crisi del sistema politico israeliano, la collocazione di centro è piuttosto difficoltosa da individuare. Il centro tende a farsi e a disfarsi continuamente. I partiti di centro possono allearsi sia a destra sia a sinistra. Nelle elezioni del 2022, l’unico partito cui può essere attribuita una posizione centrista, talvolta inclinante verso la sinistra, è, a giudizio di chi scrive, lo Yesh Atid (“C’è un futuro”). È un partito sionista, liberale e laico, con tinte di anticlericalismo, nonché di populismo, guidato dall’ex giornalista Yair Lapid. Pur avendo in passato collaborato con il Likud, è attualmente il principale partito di opposizione a Netanyahu. Il Partito si rivolge al ceto medio e medio-alto, soprattutto delle grandi città, dove pesca la maggior parte del suo elettorato.

Cito da Wikipedia, nella versione inglese: «In generale, Yesh Atid è considerato principalmente come un partito centrista; tuttavia esso è stato anche considerato come partito di “centro destra” o di “centro sinistra”. Questo partito ha tendenze sia verso il libero mercato sia verso il liberalismo sociale, cose che determinano inclinazioni di stampo libertario. Esso cerca di rappresentare quello che è considerato il centro della società israeliana: il ceto medio secolarizzato. Esso è concentrato primariamente intorno ad istanze di tipo civico, socioeconomico e di governance, includendo una riforma del sistema di governo e l’abolizione delle esenzioni militari per gli ultra ortodossi. Yesh Atid ha sostenuto la ripresa di negoziati di pace con i palestinesi e l’arresto di ulteriori costruzioni negli insediamenti».

Il partito ha preso significative posizioni contro il tentativo di riforma della Corte suprema nonché contro la corruzione (di cui Netanyahu è accusato). Ha preso molte posizioni a favore di un ampliamento dei diritti civili. Si è schierato per l’istituzione del matrimonio civile[15] e a favore del mondo LGBTQ, a sostegno delle rivendicazioni gender e dei matrimoni omosessuali. Ha preso posizione contro la separazione scolastica delle varie “tribù” israeliane (vedi oltre) e contro le esenzioni dal servizio militare per i gruppi religiosi. Per quanto concerne la questione Palestinese, accetta la soluzione dei due Stati ed è favorevole a bloccare gli insediamenti dei coloni.

Alle elezioni del 2022 ha fatto il secondo miglior risultato, ha preso il 17,8% e ha guadagnato 7 seggi.

Il Centro-destra israeliano non religioso

19. Possiamo ora rivolgerci alla destra, che in Israele si presenta in due versioni, quella più laica e quella religiosa. A destra sono attualmente collocate le forze egemoni della politica israeliana. Distingueremo tra un centro destra e una destra religiosa. Semplicemente in base al fatto che la destra religiosa tende a essere più fondamentalista, mentre il centro destra tende a essere più pragmatico e spregiudicato nelle alleanze.

Il centro destra laico, non religioso, comprende anzitutto il Likud, il partito dell’attuale capo del governo Netanyahu. Likud significa “Consolidamento”. Si tratta di un partito, sionista, nazionalista e liberal conservatore. Anche il Likud affonda le sue radici nella storia per cui è necessario qualche ragguaglio, altrimenti si rischia di non capire gran che. Il Likud ripone le sue radici attuali in una corrente separata del movimento sionista, il sionismo revisionista di Vladimir Žabotinskij. Si tratta di un movimento che, all’epoca sua, è stato spesso accusato di avere un’ispirazione fascista. È stata questa l’ala del sionismo che ha portato avanti con maggiore decisione e violenza la colonizzazione della Palestina, non rinunciando talvolta all’uso di metodi terroristici e alla pulizia etnica.

20. Vediamo meglio. Sia i laburisti tradizionali sia il Likud sono sionisti. Tuttavia c’è una notevole differenza. I laburisti discendono dalla corrente sionista socialista nazionalista, della quale abbiamo detto. Il Likud invece discende dalla corrente sionista revisionista. Si tratta di due sionismi assai diversi, che si sono sempre avversati[16]. Il sionismo revisionista fa capo allo Jabotinsky, la cui opera si è svolta tra le due guerre.

Jabotinsky riteneva che con gli arabi non fosse possibile alcun accordo e che il programma sionista potesse e dovesse essere realizzato solo con la forza. A partire dal 1925 diede forma al programma dei sionisti revisionisti. Lo Stato ebraico doveva essere realizzato attraverso la colonizzazione di massa e la militarizzazione. I confini dello Stato ebraico dovevano coincidere con il progetto della Grande Israele, dal Giordano al mare. I revisionisti criticavano severamente il sionismo socialista dell’Histadrut (il sindacato sionista socialista nazionalista) e il collettivismo dei Kibbutz. Erano contrari agli interventi dello Stato nell’economia.

Per un certo periodo di tempo Jabotinsky sperò di giungere a egemonizzare l’Organizzazione Sionista Mondiale, senza tuttavia riuscirvi. Così nel 1935 lanciò la sua sfida, creando una Nuova Organizzazione Sionista. Nel 1937-38, sotto il Mandato britannico, quando il conflitto con gli arabi si fece più acceso, provò a fare concorrenza al sionismo socialista, anche e soprattutto sul terreno dell’organizzazione militare. I revisionisti promossero l’Irgun, un’organizzazione armata che usava la violenza sia contro gli arabi sia contro i britannici. Non disdegnava l’uso del terrorismo. Vennero messe bombe nei mercati e sugli autobus frequentati dai palestinesi. Il leader militare dell’Irgun è stato Menachem Begin, quello stesso che darà vita poi al Likud. Dall’Irgun, per una scissione, si costituirà il “Lehi”, la cosiddetta Banda Stern (dal revisionista Avraham Stern), il cui leader sarà Yitzhak Shamir (che avrà poi anch’egli una brillante carriera politica). Costoro usarono sistematicamente il terrorismo e l’assassinio politico ma si focalizzarono soprattutto nel combattere i britannici. Come forza militare, l’Irgun fu avversato e infine messo da parte da Ben Gurion, che intanto aveva fondato la Haganah, quella che diventerà poi Tzahal, la attuale forza militare di Israele (nota anche come IDF). Gli appartenenti sia dell’Irgun sia della Banda Stern saranno assorbiti in Tzahal.

Dopo il 1948 i sionisti revisionisti fondarono un partito, Herut (“libertà”), che sarà a lungo minoritario. Poi Herut si unì a frange minoritarie liberali (contro il “socialismo”, contro l’Histadrut, contro l’intervento dello Stato nell’economia, contro il nazionalismo economico dei laburisti). Confluì in Herut anche una frangia di sionisti socialisti particolarmente interessati alla colonizzazione dei Territori occupati. Il Likud fu fondato – a partire da Herut – nel 1973 da Menachem Begin (ex leader dell’Irgun, come è stato detto), che lo condusse alla storica vittoria del 1977, quando, per la prima volta, i laburisti andarono all’opposizione. Solo nel 1988 il Likud divenne un partito unitario.

Non possiamo non notare l’ironia della storia, per cui Begin, l’antenato politico di Netanyahu, colui che oggi fa la guerra ai terroristi, ha teorizzato e praticato proprio il terrorismo.

21. Per quanto riguarda la questione palestinese, le posizioni del Likud sono sempre state molto chiare, anche se negli ultimi anni sono divenute assai più ambigue. La piattaforma originale del partito del 1977 stabiliva che “[…] tra il mare e il Giordano ci sarà soltanto la sovranità di Israele”. Riprende cioè la parola d’ordine sionista revisionista “Dal fiume al mare”. Nella piattaforma del 1999 si legge: «Le comunità ebraiche in Giudea, Samaria e Gaza costituiscono la realizzazione degli obiettivi sionisti. La colonizzazione della terra è una chiara espressione dell’inattaccabile diritto del popolo ebraico alla Terra di Israele e costituisce un assetto importante in difesa dell’interesse vitale dello Stato di Israele. Il Likud continuerà a rafforzare e a sviluppare queste comunità e a impedire il loro sradicamento»[17].

Inoltre: «Il Governo di Israele» rifiuta categoricamente la costituzione di uno Stato arabo-palestinese a ovest del fiume Giordano. I palestinesi possono condurre le loro vite liberamente in un quadro di autonomia, ma non come uno Stato indipendente e sovrano. Così, per esempio, in materia di politica estera, sicurezza, immigrazione e ecologia, la loro attività sarà delimitata in accordo con gli imperativi dell’esistenza di Israele della sua sicurezza e dei suoi bisogni nazionali».

A partire dal 2009, in riferimento agli incarichi di governo, la posizione di Netanyahu si è cautamente moderata, anche se ha continuato a oscillare tra il rifiuto di qualsiasi Stato palestinese e la accettazione della teoria dei due Stati a certe condizioni. È chiaro che questa ambiguità è dovuta alle esigenze delle campagne elettorali, allo scopo di accontentare i suoi alleati estremisti religiosi di destra. La carta del Likud del maggio 2014 è ancor più vaga e ambigua. Sebbene questa contenga degli impegni a rafforzare gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, non esclude esplicitamente la costituzione di uno Stato Palestinese.

Il Likud attualmente (almeno fino a prima della guerra del 7 ottobre 2023) sostiene seppure assai ambiguamente la soluzione dei due Stati, per risolvere il conflitto israelo-palestinese, ma è molto cauto e ritiene che il riconoscimento dello Stato di Palestina sia subordinato alla piena accettazione dell’esistenza di Israele da parte di tutte le forze politiche palestinesi. In alternativa considera la soluzione a stato unico dell’opzione giordana, il cosiddetto Piano Elon. In sintesi, secondo il piano, sarebbe previsto un ridisegno dei territori della Cisgiordania che in parte tornerebbero alla Giordania, dove verrebbero trasferiti la gran parte dei palestinesi. La Giordania diverrebbe così lo Stato palestinese ufficiale. Il Piano è sostenuto dalla destra israeliana e in particolare da Netanyahu e Lieberman. Il Piano Lieberman ne è una variazione. Il Piano Elon è stato rifiutato da quasi tutti ed è stato accusato di voler realizzare una sorta di pulizia etnica.

È assai probabile – questa è una nostra valutazione – che l’accettazione della soluzione a due Stati costituisca piuttosto un paravento di fronte alla opinione pubblica internazionale. È un dato di fatto che gli insediamenti continuano e l’appoggio ai coloni, anche dei settlement illegali, non è mai venuto meno. I partiti religiosi, con cui puntualmente si coalizza Netanyahu, di norma rifiutano radicalmente la soluzione dei due Stati.

Alle elezioni del 2022 il Likud ha preso il 23,41% e ha guadagnato 32 seggi.

22. Abbiamo poi il Partito di Unità Nazionale. Si tratta di un partito sionista, nazionalista, conservatore e laico. Si tratta di una coalizione, una di quelle coalizioni momentanee che imperversano nel nuovo corso politico israeliano. Tra il 1999 e il 2013 questa sigla indicava una coalizione tra tre partitini personali. Nelle elezioni del 2022 che stiamo esaminando, consiste di una coalizione tra due partiti principali, Resilienza (Hosen LeYisrael) del leader Benny Gantz, che è un ex generale dell’IDF, e Nuova Speranza del leader Gideon Sa’ar (che è proveniente dal Likud). A costoro si sono uniti anche altri 2 indipendenti come Gadi Eizenkot (esponente militare) e Matan Kahana (proveniente da Yamina). È un partito assai vicino agli ambienti militari, assai sensibile alle questioni territoriali e di sicurezza interna ed esterna.

Vediamo brevemente i principali componenti. Blu e Bianco-Resilienza (noto anche come “Blu and White Israel Resilience Party”[18]) è stato fondato dal generale e imprenditore Benny Gantz nel 2018, quando decise di entrare in politica. Il programma è tipicamente sionista. Afferma Wikipedia: «Nel suo maggior discorso politico, il 29 gennaio 2019, Ganz s’impegnò per rafforzare gli insediamenti in Cisgiordania e affermò che Israele non avrebbe mai lasciato il Golan. Egli non sostenne né rifiutò la soluzione a due Stati per la questione palestinese. “La Valle del Giordano sarà il nostro confine, ma non permetteremo che milioni di palestinesi che vivono oltre la recinzione mettano a repentaglio la nostra identità come Stato ebraico”[19]. Decisamente ambiguo. Successivamente ha proposto: «la creazione unilaterale di una “entità” palestinese contigua sul 65% della Cisgiordania e il congelamento della costruzione negli insediamenti al di fuori dei principali blocchi di insediamenti che si prevede verranno mantenuti in un futuro accordo di pace». Questo per scongiurare la soluzione a un solo Stato, da lui considerata come una minaccia esistenziale per Israele. Insomma, una sorta di spartizione della Cisgiordania.

A proposito di Nuova Speranza di Gideon Sa’ar, definito come partito conservatore, recita Wikipedia: «Nuova Speranza concepisce lo Stato di Israele come lo Stato nazionale del popolo ebraico e attribuisce rilevanza agli aspetti militari, economici, tecnologici e di ricerca, nonché agli insediamenti, con supporto all’immigrazione in Israele. Il partito considera problematiche le divisioni sociali all’interno di Israele e promette di impegnarsi per la riconciliazione e per sviluppare le interrelazioni tra le diverse componenti della nazione». Il leader Sa’ar ha dichiarato che si oppone alla soluzione a due Stati. Nel 2020 ha dichiarato: “Tra il Giordano e il mare non ci può essere un altro Stato indipendente”. È tra i sostenitori dell’annessione della Cisgiordania. I palestinesi dovrebbero trovare una loro sistemazione in una federazione con la Giordania (dove dovrebbero presumibilmente trasferirsi). È una posizione analoga a quella di Lieberman.

Insomma, il Partito di Unità Nazionale è un blocco sionista che si rende conto della necessità di un qualche aggiustamento territoriale ma che intende cedere il meno possibile (cioè poco o nulla) ai palestinesi. Nelle elezioni del 2022 il Partito di Unità Nazionale ha guadagnato il 9,08% e ha conseguito 12 seggi. Il Partito di Ganz non faceva parte in origine del governo Netanyahu VI. Dopo i fatti di Gaza del 7 ottobre 2022 è entrato a sostenere il governo nel gabinetto di guerra. Il leader Gantz viene da molti osservatori considerato come il possibile successore di Netanyahu.

23. Nel campo del centro destra abbiamo infine Israel Beitenu (“Israele casa nostra”). Si tratta anche in questo caso di un partito che proviene da fuoriusciti del Likud. Il suo leader è Avigdor Lieberman. Il Partito dichiara anch’esso di ispirarsi alle idee del sionismo revisionista di Vladimir Žabotinskij. Si tratta di un partito sionista, liberal-conservatore, nazionalista, tuttavia in un certo senso laico, poiché propende per la separazione tra politica e religione. Questo anche se concorda nel considerare Israele “lo Stato degli ebrei”. È caratterizzato da un certo anticlericalismo ed è posizionato contro il sionismo religioso e contro le altre correnti religiose ultraortodosse antisioniste. Ritiene che anche gli ortodossi debbano fare il servizio militare. Presenta tuttavia anche un anti islamismo marcato.

Si tratta tendenzialmente di un partito a sfondo etnico, poiché rappresenta soprattutto gli immigrati provenienti dall’ex blocco orientale, soprattutto di lingua russa[20]. Tuttavia sta espandendo la sua influenza anche verso altri gruppi. Ritiene necessaria la fedeltà allo Stato da parte di tutti cittadini e propugna una linea dura nei confronti del terrorismo palestinese.

Per quanto riguarda la questione palestinese è favorevole alla soluzione dei due Stati che dovrebbe tuttavia essere conseguita in un modo particolare. Secondo il Piano Lieberman sarebbe possibile operare uno scambio di territori, non attualmente popolati, tra israeliani e palestinesi, con lo scopo di consolidare un minimo di continuità tra i territori dei due rispettivi Stati. Il Piano è stato tuttavia assai criticato. Comunque Lieberman sostiene attivamente i coloni e si è fatto recentemente sostenitore dell’iniziativa di distribuire armi ai coloni della Cisgiordania.

Alle elezioni del 2022 ha preso il 4,5% ottenendo 6 seggi.

In tutto, il centro destra non religioso, per come lo abbiamo classificato, vale nel 2022 il 36,99%. Si noti che non necessariamente i partiti di centro destra tendono a confluire tutti nella stessa coalizione di governo, data la concorrenza della destra religiosa. L’attuale governo Netanyahu VI si basa su una coalizione del Likud con i partiti della destra religiosa, cui si è aggiunto ora il Partito di Ganz nel gabinetto di guerra. Come si vede, a parte il Likud, si tratta di partiti e/o coalizioni messe in atto da leader che hanno soprattutto lo scopo di ottenere qualche successo elettorale, dove conta soprattutto la personalità del candidato più che il programma elettorale. Sono coalizioni che si fanno e disfanno e durano il tempo di una elezione. Lo stile è decisamente quello populista. Questi partiti e/o coalizioni sono il frutto e la causa della instabilità politica della Israele degli ultimi anni. Instabilità che ha determinato un frequente ricorso alle urne e un vero e proprio mercato elettorale in senso deleterio.

Il mondo della Destra religiosa israeliana e i suoi partiti

24. Resta da esaminare ancora la parte più caratteristica del panorama politico israeliano e cioè la destra religiosa ebraica. In questo campo la frammentazione è davvero enorme e per di più le distinzioni tra le diverse formazioni sono senz’altro di difficile comprensione agli osservatori esterni. Citerò solo i gruppi più importanti che si sono presentati alle elezioni del 2022. Oltre alla grande frammentazione c’è, anche in questa area, il fenomeno della formazione – a ogni nuova elezione – di alleanze elettorali che rispondono sempre più a strategie momentanee.

25. Per capire il complesso mondo della destra religiosa ebraica occorre comprendere, in via preliminare, alcuni aspetti del mondo degli ebrei ortodossi e/o ultraortodossi[21]. Sul piano della mera figurazione, sono quei personaggi che portano barba lunga (i maschi sono tra loro quelli che si esibiscono maggiormente) cappello nero a larga tesa, giacche e cappotti di colore scuro ed esibiscono contrassegni identitari come ad esempio le celebri treccioline. Il nome comune che può essere loro applicato è quello di haredim, che tradotto significa “i timorati” o “i tremolanti” (cioè, coloro che tremano di fronte alla parola del Signore). Gli haredim sono divisi tra loro in un’infinità di correnti, spesso su base etnico-religiosa. I raggruppamenti più noti e diffusi sono gli aschenaziti (“tedeschi”, discendenti dagli ebrei del Centro Europa, cioè il gruppo originario che ha fondato Israele) e i mizrahì (genericamente “orientali”, provenienti in genere dal Medio Oriente ma anche dall’Africa settentrionale). All’interno di questi ultimi sono piuttosto ben caratterizzati i sefarditi (“spagnoli”, lontani discendenti dagli ebrei spagnoli). Tra gli haredim c’è una concorrenza piuttosto feroce, una gerarchia di prestigio, e talvolta sono presenti varie forme di emarginazione e razzismo.

Gli haredim seguono, seppure con diversi gradi di radicalità, la Halakhah, la legge fondamentale ebraica, costruita rigorosamente in base ai precetti biblici. Per intenderci, la Halakhah sarebbe il corrispettivo ebraico della shari’a musulmana. Si tratta cioè di una sorta di legge civile ricavata direttamente dal testo religioso. Come si sa, seppure a seconda delle varie osservanze, i precetti biblici sono numerosissimi e tali da regolare ogni minimo aspetto della vita quotidiana, tutte le relazioni sociali e il diritto familiare, nonché molti aspetti della vita economica. Per quel che concerne il nostro argomento, occorre comprendere che gli haredim, a seconda delle loro specifiche affiliazioni, hanno atteggiamenti davvero assai diversi nei confronti della politica e soprattutto dello Stato. Ciò ha a che fare con il fatto ovvio che la legge religiosa fondata sulla Bibbia ha poco o nulla a che vedere con le leggi degli Stati nazionali tipici della modernità.

Ci sono anzitutto coloro che riconoscono soltanto la Halakhah e che non riconoscono affatto le leggi dello Stato. Per costoro, lo Stato di Israele in pratica non esiste. In quanto esiste è blasfemo. Il vero Israele è per loro un’entità religiosa che si costituisce tra il popolo ebraico e Dio, attraverso la legge biblica. Da simili convinzioni deriva che il sionismo – il progetto della ricostituzione dello Stato degli ebrei – rappresenta, secondo costoro, una offesa alla volontà divina. Un atto di infinita presunzione. L’opposizione al sionismo da parte di queste correnti si basava fin dall’Ottocento (e si basa tuttora) su un tradizionale precetto che va sotto il nome dei «tre giuramenti» che sono di fatto tre divieti: è vietato agli ebrei organizzare un ritorno alla Terra d’Israele forzando il corso degli eventi; è vietato agli ebrei ribellarsi al potere costituito (straniero) che domina la Terra; è vietato agli ebrei fare un qualsiasi atto che forzi la venuta del Messia.

Tutto ciò si inquadra in un assoluto determinismo storico religioso: tutto ciò che accade dipende dalla volontà dell’Onnipotente. L’uomo può solo prendere atto e obbedire. Il ritorno a Sion avverrà non ad opera dell’uomo ma solo ed esclusivamente per volontà di Dio. La stessa diaspora è interpretata come segno della volontà divina. Questo orientamento è del tutto analogo a quello degli haredim che ritengono che lo sterminio degli ebrei (shoah) sia avvenuto in conformità con la volontà di Dio. Per costoro, la Shoah costituirebbe dunque un olocausto, cioè un “sacrificio” richiesto e imposto da Dio al suo popolo. Quando usiamo “Olocausto” al posto di Shoah, non facciamo altro che adottare implicitamente la visione della storia ebraica di questi ultra-fondamentalisti[22].

26. Le posizioni degli haredim più fondamentalisti creano innumerevoli punti di frizione con l’ordinamento dello Stato israeliano. Questo accade fin dalle origini. I casi più tipici riguardano la questione del diritto di famiglia (che in Israele è completamente demandato alla Halakhah e ai tribunali rabbinici) e la questione del servizio militare, per il quale i gruppi religiosi chiedono l’esenzione. Tuttavia, col trascorrere del tempo, l’opposizione al sionismo di una gran parte degli haredim si è progressivamente indebolita, fino a trovare un punto di convergenza. Oggi la gran parte degli Haredim ha sviluppato e sostiene posizioni sioniste di qualche tipo.

Il rabbino Abraham Isaac Kook (1865-1935) e il suo discendente Zvi Yehuda Kook (1891-1982) hanno sviluppato, a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, una versione messianica del sionismo, in base alla quale, sempre secondo una concezione di totale determinismo della storia, i successi effettivi del sionismo (i successi mondani dello Stato di Israele nelle guerre e nella colonizzazione) sarebbero stati di fatto guidati dalla mano di Dio, in un certo senso “inconsapevolmente”. Dunque il movimento sionista, seppure non religioso e considerato talvolta blasfemo, che ha dato vita allo Stato di Israele, costituirebbe esso stesso il Messia, un Messia non personale ma inviato da Dio e capace di guidare il popolo ebraico alla Terra promessa. La recente storia di Israele costituirebbe dunque un evento messianico guidato dalla mano di Dio che si svolge sotto i nostri occhi. Il sionismo sarebbe dunque uno strumento inconsapevole della volontà divina, di fronte al quale gli haredim devono rapportarsi. Naturalmente queste diverse concezioni si riverberano nella vita politica di Israele e nella costituzione di diversi partiti religiosi che possono anche trovarsi tra loro in contrapposizione, proprio sulla questione del sionismo.

Accanto al variegato mondo degli haredim (e spesso confusa con esso) si trova anche la categoria dell’ebraismo ortodosso moderno. Costoro in generale si sforzano di trovare forme di compatibilità tra la Halakhah e le esigenze del mondo moderno. In realtà spesso per loro si tratta per lo più di aggirare le norme della legge moderna per renderla compatibile con la Halakhah. Negli ospedali, ad esempio, anche chi non è ebreo si deve accontentare della cucina ebraica. Gli smartphone sarebbero proibiti, perché contrari alla legge ebraica ma sono consentiti quelli che hanno delle limitazioni funzionali poste dal costruttore (come quelle che noi usiamo per i bambini). Comunque, nella religione ebraica non esiste una gerarchia ecclesiale e le diverse autorità rabbiniche possono elaborare e imporre le teorie e le pratiche più diverse.

27. Dopo questa premessa possiamo ora entrare nel merito dei diversi partiti della destra religiosa israeliana.

Abbiamo anzitutto il Partito Sionista Religioso. Noto anche come Tkuma (“Resurrezione”). È un partito di estrema destra, caratterizzato da liberalismo economico, ultranazionalismo, sionismo religioso, conservatorismo religioso e populismo di destra. Il partito ha come riferimento soprattutto gli interessi degli haredim sionisti e dei coloni.

Il Partito Sionista Religioso ha attualmente come leader Bezalel Smotrich (che è l’attuale ministro delle finanze del governo Netanyahu VI). È un sostenitore dell’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, si oppone alla creazione di uno Stato palestinese e nega l’esistenza del popolo palestinese. Riporta Wikipedia il fatto di cronaca che: «La [sua] famiglia vive fuori dall’insediamento di Kedumim in Cisgiordania, in una casa che è stata costruita illegalmente al di fuori del territorio demaniale e in violazione del piano generale dell’insediamento». Insomma, un ministro del governo Netanyahu VI che vive ostentatamente nei territori occupati in un insediamento per di più illegale.

Questa formazione politica ha attraversato diverse denominazioni e cambiamenti, che riportiamo qui di seguito. La Casa Ebraica (2015-2019). Unione dei partiti di destra (2019). Yamina (2019). La Casa Ebraica-Tkuma (2019-2020). Yamina (2020-2021). E infine Partito Sionista Religioso (2021- presente). Questo solo per sottolineare che la personalizzazione e la frantumazione non è solo caratteristica dei partiti laici. Ad ogni modo, tra i partiti religiosi è il meno legato ai gruppi religiosi tradizionali.

Per le elezioni del 2022 il Partito Sionista Religioso ha formato una lista di coalizione insieme al partito kahanista Otzma Yehudit e al partito anti-LGBT Noam. Può essere interessante sapere qualcosa in più su queste due formazioni.

Otzma Yehudit è un partito kahanista, sionista religioso, antiarabo e ultranazionalista. Il kahanismo fa riferimento al rabbino Meir Kahane (seguace delle idee di Kook il giovane) che ha dato vita a una forma di estremismo religioso, decisamente intollerante e a sfondo razzista. A lui si ispira il gruppo terrorista Jewis Defense League. Per costoro, la questione palestinese si risolve soltanto con la violenza e la guerra. Si tratta di formazioni che in Israele sono state addirittura proibite. Otzma Yehudit tuttavia si ispira esplicitamente seppure indirettamente proprio a queste ideologie di fondo. Il suo attuale leader è Itamar Ben-Gvir.

Noam è invece un partito religioso che intende difendere la famiglia tradizionale e combattere contro le aperture al mondo LGBT e le politiche gender. Il partito ha sia come presidente sia come leader spirituale due noti e prestigiosi rabbini. Il suo leader è Avi Maoz.

Alle elezioni del 2022 il Partito Sionista Religioso ha preso il 10,84% con 14 seggi. È tra i partiti che sostengono la coalizione del governo Netanyahu VI. Attualmente Avi Maoz è membro del governo Netanyahu VI e si occupa del Ministero dell’Educazione.

28. Lo Shas (“Unione internazionale dei sefarditi guardiani della Torah”) è un partito religioso, conservatore e nazionalista. Ha spesso collaborato con il Likud di Netanyahu, e ha ricoperto posizioni di governo. Sta nella coalizione dell’attuale governo Netanyahu VI. Il suo leader è Aryeh Deri. Il Partito rappresenta principalmente gli interessi degli ebrei haredim ultra ortodossi, soprattutto sefarditi e mizrahì, in gran parte immigrati dai paesi arabi. Tuttavia raccoglie nelle sue fila anche un elettorato di ortodossi moderni. La posizione del Partito è di aperta contrapposizione al gruppo degli askenaziti, che sono considerati dei privilegiati. La rivalità tra i due gruppi è così intensa che, secondo le consuetudini, sefarditi e askenaziti non possono neanche sposarsi tra loro. Shas raccoglie consensi anche tra i coloni. Recita Wikipedia: «Lo scopo statutario del partito è di “far tornare la corona all’antica gloria”, intendendo con ciò di proteggere l’eredità religiosa e culturale dell’ebraismo sefardita e di rettificare ciò che viene visto come “la continua discriminazione economica e sociale contro la popolazione sefardita di Israele». Shas si è fatto promotore per il finanziamento pubblico del suo particolare modello educativo, legato allo studio della Torah. Shas è intento a promuovere il recupero, nel campo legislativo, della Halakhah, cioè della legge ebraica. Il partito ha aderito al sionismo, è ostile ai palestinesi ed è avverso ai diritti per gli omosessuali. È stato accusato di maschilismo per il fatto di non avere donne tra i candidati.

Nelle elezioni del 2022 ha preso l’8,5% e ha ottenuto 11 seggi.

Abbiamo poi Yahadut haTorah, cioè “Ebraismo della Torah Unito”. È una coalizione religiosa che rappresenta soprattutto gli interessi degli haredim ashkenaziti. A differenza delle altre formazioni finora presentate, si tratta di una formazione non sionista. Si distinguono particolarmente per un uso avanzato della tecnologia della comunicazione. Leader del partito sono Yaakov Litzman e Moshe Gafni.

È anch’esso costituito da un’alleanza di due partiti politici. Uno è Unione di Israele (Agudat Yisrael) che segue lo hassidismo (corrente del misticismo ebraico) ashkenazita. È un partito storico, poiché fin dal 1890 si è opposto al sionismo (sulla base delle motivazioni che abbiamo già spiegato). La sua impostazione di fondo si basa sulla presa di distanza nei confronti dello Stato e delle cariche pubbliche. Tuttavia hanno talvolta partecipato a coalizioni di governo.

L’altro partito coalizzato è Bandiera della Torah (Degel HaTorah) vicina alla corrente dell’ebraismo lituano. “Bandiera della Torah” suona in 0pposizione alla bandiera di Israele, poiché costoro non riconoscono lo Stato secolare e tengono come legge solo la Torah. Di fatto sono dunque anti sionisti. Curiosamente, la corrente lituana per lungo tempo si è opposta allo hassidismo. Poi le divergenze sono state superate e ora, anche politicamente, possono ritrovarsi nello stesso partito in virtù del loro riconoscimento unicamente verso la legge della Torah. Queste formazioni sono tutte guidate da autorità religiose e sono interessate a promuovere i sistemi educativi delle rispettive parti. Questa coalizione è stata accusata di non consentire candidature delle donne. Nelle elezioni del 2022 Ebraismo della Torah Unito ha guadagnato il 5,9% con 7 seggi. La coalizione, nonostante il loro rifiuto dello Stato laico, fa parte del governo Netanyahu VI.

Per completare il quadro della destra religiosa, citiamo ancora un partitino che ha avuto diverse e travagliate vicende. La Casa Ebraica (HaBayit HaYehudi). La leader del partito, fino alle elezioni, è stata Hagit Moshe. Dopo le elezioni, nel 2023, il partito si è sciolto decidendo di confluire nel Partito Sionista religioso. Era un partito sionista di estrema destra) di impostazione religiosa. In passato aveva avuto come leader anche Naftali Bennett, noto politico israeliano che alle elezioni del 2022 non si è più presentato, ritirandosi dalla politica e tornando al mondo degli affari da cui proveniva. Si riferiva all’ebraismo ortodosso moderno, una posizione che avrebbe voluto conciliare la tradizione dell’ebraismo con la modernità. Caratterizzato da sionismo religioso, nazionalismo, conservatorismo religioso e conservatorismo sociale. Il partito era fautore dell’economia sociale di mercato. Difendeva gli interessi dei coloni degli insediamenti. Alle elezioni del 2022 ha guadagnato il 1,9%, ben al di sotto dello sbarramento. Non ha preso seggi.

Come si vede, la destra religiosa ebraica è anzitutto ripartita secondo le tradizionali linee di faglia etnico religiose. Su queste si innestano poi ulteriori divisioni, dovute ad apparentamenti con varie suggestioni di destra e al fenomeno della personalizzazione. Ci si può render conto di come il sionismo abbia avuto un notevole successo presso i gruppi religiosi, soprattutto col sionismo messianico dei Kook e di Kahane. In tutto, la destra religiosa vale il 26,16%.

La divisione dei poteri e l’attacco alla Corte Suprema

29. L’ultimo confuso periodo della vita politica israeliana ha visto una spaccatura radicale nel Paese – con ampie manifestazioni di Piazza – intorno a una proposta di legge di riforma della giustizia.

Apparentemente si tratta di una questione marginale, in realtà si tratta di una questione fondamentale che costituisce uno spartiacque tra uno Stato democratico e uno Stato autoritario. Oltre alla crisi dovuta all’instabilità elettorale degli ultimi 4 anni, in Israele si sta vivendo una crisi legata ai fondamenti stessi del sistema politico. Mi riferisco al conflitto intorno ai poteri della Corte suprema. Non si tratta soltanto di questioni legate alle inchieste sull’operato di Netanyahu[23]. La questione è strutturale e in effetti sembra proprio che sia in gioco il carattere democratico dello Stato israeliano stesso.

Israele non ha una Costituzione effettiva. Ai tempi della fondazione, nel 1948, c’era l’intendimento di procedere alla stesura di una Costituzione, ma poi – non stiamo qui a vedere perché nel dettaglio – non se ne è fatto nulla. La ragione di fondo è che se Israele avesse proceduto alla redazione di una Costituzione avrebbe dovuto dare una risposta a una serie di interrogativi cui nessuno aveva intenzione di rispondere. O a cui una qualsiasi risposta avrebbe prodotto spaccature catastrofiche. Intanto la determinazione dei confini, che hanno continuato a variare e che non sono ancora definiti dopo settant’anni. Avrebbe dovuto poi rispondere a una serie di questioni imbarazzanti relative alla cittadinanza. Avrebbe dovuto dire qualcosa di definitivo sulla Halakhah, la legge tradizionale ebraica che tuttora regola molte questioni civili, tra cui il diritto di famiglia. Avrebbe dovuto risolvere alcuni problemi inestricabili relativi al rapporto tra lo Stato e la religione ebraica. E avrebbe mostrato il carattere incompatibile delle diverse anime del sionismo.

La soluzione temporanea adottata – ormai di fatto definitiva – fu quella di considerare alcune delle leggi ordinarie prodotte nel tempo dalla Knesset come leggi fondamentali. L’idea è quella di costruire nel tempo una costituzione de facto facendo la collazione delle leggi fondamentali. Finora le leggi fondamentali riconosciute sono in numero di 13. La Knesset dunque esercita contemporaneamente, e confusamente, il potere costituente e il potere costituito.

In Israele vige la divisione dei poteri e il potere giudiziario è affidato a una Corte suprema. Col tempo, la Corte suprema ha cominciato a esercitare anche la funzione di controllo di costituzionalità delle leggi: il che vuol dire che la Knesset non può produrre leggi che siano in contrasto con le leggi fondamentali, già riconosciute. Ma ciò non basta perché le leggi fondamentali sono in fieri, data la situazione. Perciò la Corte agisce anche in base a un “principio di ragionevolezza” che, in fin dei conti, si auto fonda. In questo modo piuttosto contorto si assicura che il potere giudiziario possieda una sua indipendenza, in base alla quale si possa effettuale il controllo di costituzionalità delle leggi ordinarie.

La riforma della giustizia di Netanyahu è un pacchetto di diverse norme. Le più significative riguardano anzitutto il meccanismo di nomina dei giudici della Corte suprema. Attualmente i giudici sono nominati da una commissione di nove membri di cui tre giudici, quattro politici e due avvocati. In pratica, questa commissione designa automaticamente i candidati scelti dai giudici stessi. Il tentativo implicito della riforma è quello di subordinare la Corte Suprema al potere esecutivo. Il che costituirebbe una specie di colpo di stato ai danni del potere giudiziario. E vanificherebbe la divisione dei poteri tipica degli Stati liberaldemocratici.

Un’altra norma prevista dalla riforma è proprio la abolizione della “clausola di ragionevolezza” in base alla quale è attribuita alla Corte la possibilità di annullare provvedimenti del governo ritenuti incostituzionali. Oppure la prerogativa di annullare una legge della Knesset, anche se dichiarata come fondamentale. Tanto per capire il problema, un anno fa, grazie al principio della “clausola di ragionevolezza” la Corte suprema aveva determinato l’esclusione dal governo di Arieh Deri, leader del partito Shas, dopo che i giudici avevano stabilito che sarebbe stato “irragionevole” affidargli la carica di ministro degli interni – come fortemente voluto da Netanyahu – in quanto il candidato era stato condannato più volte per reati fiscali.

Di recente, il 1 di gennaio 2024, la Corte suprema ha deciso che la proposta di legge di riforma della giustizia, appoggiata dalla destra, è incostituzionale. La Corte in particolare ha dichiarato incostituzionale la proposta di abolizione della “clausola di ragionevolezza” e ha rivendicato anche la prerogativa di potere eventualmente annullare una legge fondamentale, il che sarebbe lecito “in casi eccezionali ed estremi nei quali la Knesset abbia varcato i limiti della sua autorità prestabilita”. Tra le motivazioni la Corte ha spiegato che questa decisione è dovuta “al grave danno senza precedenti” che una simile legge causerebbe “alle caratteristiche fondamentali dello Stato di Israele come stato democratico”.

Per cui, per ora questo capitolo sembra chiuso, anche se quella coalizione di interessi volta a rafforzare l’esecutivo ai danni del giudiziario potrebbe cercare altre strade per raggiungere i suoi obiettivi.

Le quattro tribù e i gravi problemi di coesione interna

30. Nonostante la relativa crisi del sistema politico, la società israeliana è andata soggetta a rapide trasformazioni che tuttavia stanno piuttosto minando la stabilità stessa del Paese. Nel 2015, l’allora Presidente di Israele Reuven Rivlin[24] pronunciò un discorso su Le quattro tribù di Israele che era stato riportato anche sulla nostra rivista Limes[25]. Le quattro tribù sono gli ebrei laici, gli ebrei religiosi, gli ultraortodossi e gli arabi.

Dice Rivlin, nel suo discorso del 2015: «Nel 1990, […], la società israeliana vedeva una netta maggioranza laica sionista e tre gruppi minoritari: ebrei religiosi, arabi e ultraortodossi. Mentre gran parte dell’opinione pubblica, della stampa e della politica israeliane sono rimaste ferme a questo schema, la realtà è cambiata totalmente. Oggi le prime elementari sono composte al 38% da ebrei laici, al 15% da ebrei religiosi, al 25% circa da arabi e quasi al 25% da ultraortodossi. […] la società risulta composta da quattro settori o, se volete, da quattro «tribù» principali, radicalmente diverse le une dalle altre e numericamente sempre più simili. Che ci piaccia o meno, la struttura della società israeliana e, dunque, lo Stato di Israele, stanno cambiando sotto i nostri occhi.»[26].

Continua così l’analisi: «Questa profonda divisione della società israeliana trova espressione principalmente nella presenza di diversi sistemi d’istruzione. Mentre gli ebrei askenaziti e sefarditi, di destra e di sinistra, mandano in genere i loro figli nelle stesse scuole, i bambini nati in Israele e appartenenti a gruppi sociali diversi sono di norma mandati in scuole diverse, il cui fine è inculcare nel bambino una cultura, un’etica, una religione e persino un’identità nazionale specifica. Un bambino di Bet ‘El, uno di Rahat, uno di Herzliya e uno di Beitar ‘Illiyt non solo non si incontrano mai, ma sono anche educati a visioni completamente diverse dello Stato di Israele e dei suoi valori fondamentali. Uno Stato siffatto sarà secolare, liberale, ebreo e democratico? Sarà uno Stato basato sulla legge religiosa ebraica? O uno Stato religioso e democratico? Sarà uno Stato di tutti i cittadini, di tutte le etnie? O sarà una giustapposizione di tribù? Analogamente, ogni tribù ha le sue piattaforme mediatiche, giornali, canali televisivi. Ogni tribù ha anche le sue città: Tel Aviv ospita una tribù, al pari di Umm al-Faõm, ‘Efrat, Bnei Braq. In Israele i sistemi di base che formano la coscienza delle persone sono tribali e separati e con ogni probabilità lo rimarranno».

Continua così l’analisi di Rivlin: «La politica israeliana è costruita in gran parte su un gioco intertribale a somma zero. Una tribù, gli arabi, per sua scelta o meno, non è realmente parte del gioco. Le altre tre sembrano assorbite da una lotta per la sopravvivenza, una guerra per le risorse all’istruzione, all’edilizia o alle infrastrutture, combattuta da ognuna a esclusivo vantaggio del proprio campo. Nel «nuovo ordine israeliano», in cui ogni componente sociale si percepisce come minoranza, questa dinamica sarà ancor più deleteria. Ma al di là di questo, dobbiamo esaminare le implicazioni morali e sociali del «nuovo ordine». Dobbiamo chiederci onestamente: cos’hanno in comune i vari settori della popolazione? Abbiamo un alfabeto civile condiviso, un’etica collettiva? Condividiamo un comun denominatore di valori capace di unire insieme i vari gruppi nello Stato ebraico e democratico di Israele? In passato, le Forze di difesa israeliane erano uno strumento cardine nella formazione del carattere israeliano. Nell’esercito la società israeliana poteva confrontarsi, consolidarsi e formarsi moralmente, socialmente e per molti versi economicamente. Tuttavia, nell’ordine israeliano emergente oltre metà della popolazione è esente dal servizio di leva. Sicché gli israeliani si incontrano per la prima volta, se va bene, sul luogo di lavoro. L’ignoranza reciproca e la mancanza di un linguaggio comune tra i quattro gruppi principali aumenta la tensione, la paura, l’ostilità e la rivalità reciproche».

Sebbene Rivlin, nel proseguimento del suo discorso, indichi poi una serie di indirizzi e di provvedimenti per far fronte alla situazione, le sue parole sono davvero sconsolanti. Il sistema di istruzione separa i diversi gruppi e l’esercito non riesce neanche più a svolgere una funzione di amalgama dei vari gruppi sociali. Mentre la politica è sempre più confinata nel gioco particolaristico.

Queste citazioni di Rivlin che abbiamo riportato contribuiscono senz’altro a fornire ulteriori elementi per una più chiara interpretazione dei risultati elettorali del 2022 e della complessa situazione del sistema politico israeliano. Sembra che Israele si stia muovendo verso una compartimentazione sempre più marcata e verso l’impossibilità della costruzione di una comune identità nazionale. Un vuoto interno che sembra essere l’esatto corrispettivo del vuoto strategico in politica internazionale, dove la “questione palestinese” si trascina da 75 anni, senza alcun barlume di soluzione. Anzi, con la prospettiva di un aggravamento.

Israele e il “sionismo reale”

31. Possiamo intendere le parole di Rivlin in una prospettiva storica appena un poco più ampia. Per questo scopo mi proverò a introdurre una categoria storico-interpretativa relativamente poco usata: la categoria del sionismo reale.

Si può dire che nel 1948 – nel bene o nel male – il sionismo socialista nazionalista (secondo la definizione di Sternhell) abbia vinto. Abbia compiuto con successo il compito della costruzione dello Stato nazionale. Abbia compiuto la sua rivoluzione nazionale. Secondo i programmi avrebbe dovuto realizzare una nuova forma di società (basata sul collettivismo nazionalista) e addirittura avrebbe dovuto sviluppare un nuovo modello di uomo (o modello di umanità). Per condurre fino in fondo il suo audace esperimento di ingegneria sociale, il sionismo originario (quello di Ben Gurion, per intenderci) ha goduto, oltre tutto, di molte condizioni favorevoli sia nel lungo periodo del Mandato sia nel corso di tutta la Guerra fredda).

Nel Novecento abbiamo visto diverse altre analoghe ideologie all’opera con l’intento di costituire una nuova società e un modello di uomo nuovo. Con esiti assai diversi. Col senno di poi è noto come ogni esperimento sociale di questo genere abbia finito per manifestare notevoli differenze tra la teoria e la pratica. Il che è del tutto normale; nella storia non sempre le ciambelle escono col buco. Solo quando, col passare del tempo, è diventato possibile mettere a confronto i risultati con i presupposti ideologici originari, si è finito spesso per dover prendere atto di una realtà di fatto ben diversa dalle intenzioni. Nel caso nostro, la realtà di fatto è, in soldoni, il nostro sionismo reale. Esattamente come abbiamo avuto un comunismo reale o, per stare al nostro Occidente, una democrazia reale. Sappiamo bene che le situazioni reali sono di solito meno entusiasmanti e assai più prosaiche delle teorie.

Oggi ci troviamo dunque di fronte al sionismo reale, con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni. Nel corso di questo scritto abbiamo già accennato alle profonde trasformazioni intervenute nell’ambito del sionismo. Dobbiamo allora domandarci seriamente in cosa consistano queste trasformazioni e quali siano le loro conseguenze. Arturo Marzano[27] ha ricordato con estrema chiarezza come, nel corso della Storia di Israele, non ci sia stato un unico sionismo e che, pertanto, sia necessario parlare di sionismi al plurale. In sintesi, i sionismi che Israele ha sperimentato nella sua storia sono almeno tre: 1) il sionismo socialista nazionalista, del quale e della cui crisi abbiamo abbondantemente trattato; 2) il sionismo revisionista e liberal militare e 3) il sionismo messianico. Mentre il primo, come si è visto, è ormai tramontato, gli ultimi due sono ancora ben vivi e vegeti. Il sionismo reale che ci interessa, quello che conferisce attualmente la sua forma alla società israeliana, è sostanzialmente un intreccio tra gli ultimi due.

Si tratta di un processo trasformativo che può essere inquadrato nell’ambito più generale della cosiddetta fine delle ideologie, processo di notevole importanza che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento[28].

32. Per capire bene la questione c’è bisogno di alcuni elementi di teoria. Le ideologie (almeno quelle del Novecento) sono state delle macchine trasformative del mondo sociale che hanno operato sia dal basso (piuttosto raramente) sia dall’alto (assai frequentemente). È accaduto piuttosto frequentemente che le ideologie siano state coltivate da una minoranza attiva che è riuscita a prendere il potere e che ha cercato poi di organizzare la società intera a sua immagine e somiglianza, spesso in maniera totale. Il prototipo storico di questa prassi è stato il giacobinismo. Nei processi di nation building è accaduto spesso che questa fosse la prassi. Il sionismo storico è stato un processo di nation building costruito proprio in questo modo, attraverso un intervento organizzato dall’alto. Un intervento che di fatto ha avuto successo, dunque si sarebbe trattato di una ideologia realizzata. Tuttavia il sionismo, sporcandosi le mani nella traduzione pratica della sua ideologia è andato incontro a processi di trasformazione e/o di degradazione che hanno avuto come risultato proprio quello che abbiamo definito come un sionismo reale. Il sionismo da modello teorico che era è diventato così discutibile. Confrontabile con i suoi risultati. È diventato possibile confrontare criticamente le premesse ideologiche con le realizzazioni pratiche. In questo senso, discutere criticamente le realizzazioni del sionismo non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo, come qualcuno fanaticamente sostiene.

Se per caso la realtà non mostra la compiuta realizzazione delle premesse ideologiche, o se la realtà si mostra nettamente inferiore alle premesse, o mostra conseguenze perverse, allora è facile che la costruzione creata possa vacillare, mostri segni di crisi, fino addirittura a sfasciarsi a partire dal suo interno stesso. Financo senza alcun intervento dall’esterno. Situazioni del genere sono ben note a proposito del comunismo o socialismo reale. Si pensi alla Jugoslavia o alla Unione Sovietica.

Cosa accade in questi casi? I trend dello sfaldamento dei grandi progetti ideologici sono ormai ben noti, sulla base di una ampia documentazione storica: a) la costruzione della entità politica in questione si cristallizza, fino a far riemergere come istanze autonome i segmenti sociali più elementari di tipo etnico e/o etnico religioso, o i blocchi di interessi di tipo paramafioso, spesso in conflitto tra loro[29]; b) le istituzioni indebolite lasciano spazio all’emergere della personalizzazione del potere, alla formazione di trame oligarchiche spesso in conflitto tra loro. Accade, piuttosto inevitabilmente, che i nuovi oligarchi, oltre al potere economico, dispongano dell’esercizio di un potere militare (fino all’estremo degli eserciti privati). In simili situazioni, dopo il fallimento o il ridimensionamento del progetto, non accade quasi mai che si sviluppino processi di democratizzazione. Accade piuttosto che si dia luogo a varie forme di conflittualità interna tra gruppi fra loro irriducibili, per interessi, differenze, residui ideologici, particolarismi vari. L’instabilità e l’insicurezza che ne derivano incentivano la domanda di maggiore forza, di violenza, di autorità. Così la strada è aperta verso democrazie autoritarie, democrature e simili. Naturalmente, ogni specifica situazione avrà il suo specifico decorso.

33. La descrizione di Rivlin della società israeliana di oggi, aspramente compartimentata, caratterizzata da interessi contrapposti, priva di una identità unificatrice, è del tutto consona al quadro concettuale che abbiamo tracciato. I processi disgregativi, oltre a un certo livello, tendono ad andare per conto loro e ogni tentativo di fermarli tende a generare ulteriori effetti controproducenti. Spesso accade che l’uso della forza possa sembrare l’unica alternativa possibile. Si pensi, in un’altra situazione, ai tentativi criminali di Mladic e Milosevic di tenere insieme la Jugoslavia.

Se guardiamo allo Stato di Israele sotto questo profilo, otteniamo un quadro complessivo davvero assai allarmante. I coloni in Cisgiordania – armati – sono pronti alla guerra civile contro i palestinesi. I palestinesi della Cisgiordania dal canto loro potrebbero dare luogo a qualcosa come una nuova intifada. Gli arabi israeliani sono considerati e si considerano come degli estranei in patria. Del sionismo originario il Likud ha mantenuto solo l’indirizzo espansivo coloniale per la Grande Israele e la prospettiva antiaraba. I gruppi religiosi e i loro leader sionisti messianici sono sempre più numerosi ed estremizzati. I laici sono sempre più in minoranza. Per non parlare della cintura di campi profughi[30] che circonda Israele e della presenza delle forze ostili di Hezbollah alla frontiera a nord del Paese.

Israele avrebbe bisogno oggi di una élite di politici democratici che non c’è, e che il sionismo in tutte le sue versioni non ha provveduto a formare. Una élite bene intenzionata e capace di fermare uno scempio che dura da 75 anni. I progressisti rimpiangono Rabin, ma nessuno si dà da fare per allevare e crescere nuovi Rabin. Yesh Atid, il partito centrista progressista del ceto medio/alto ha preso il 17%! Fa pena pensare ai cinque del Gabinetto di guerra (uomini di destra quasi tutti provenienti dall’ambiente politico militare) che stanno dirigendo la guerra ad Hamas a nome di tutti gli altri. In una situazione nella quale occorrerebbe una risposta politica, Israele oggi riesce soltanto a dare una risposta militare. In contrasto con la comunità internazionale e con l’opinione pubblica internazionale. Del resto la maggioranza della sua classe politica proviene dagli ambienti militari.

Problemi e prospettive

34. Che ne è del progetto sionista? Israele è uno Stato compiuto? Israele è un Paese democratico? La soluzione dei «due popoli, due Stati» – della quale tutti parlano – è davvero possibile?

Sono questioni della massima importanza. Sono tuttavia questioni cui ormai non si può più sfuggire. Altrimenti qualsiasi discorso sulla Questione palestinese rischia solo di aleggiare nel vuoto.

La prima questione è tutto sommato la meno complicata da risolvere. Israele possiede – come si è visto ampiamente – molti aspetti della democrazia formale. Ci sono le elezioni, c’è la divisione dei poteri, sono garantite talune libertà individuali, e così via. Questo tuttavia vale anche per la Russia di Putin. Eppure nessuno direbbe che la Russia odierna è uno Stato democratico.

Ma vediamo. Intanto Israele non ha una costituzione.

Non ha una definizione precisa dei suoi confini. E non si tratta di marginali contese confinarie. Si tratta di questioni confinarie di tipo sostantivo.

I suoi cittadini sono discriminati su base etnica e religiosa. (apartheid) Legge religiosa e legge civile.

L’apparato militare funge costantemente da polizia interna. Politica estera aggressiva e condizione di Stato occupante a Gaza, in Cisgiordania, nel Golan e a Gerusalemme est.

Abbiamo un progetto autoritario in corso [nomina del giudiziario da parte dell’esecutivo] che tuttavia per ora è stato cassato dalla Corte suprema. Ma che è destinato a ripresentarsi.

Test: faresti entrare Israele nella UE?

35. L’opinione pubblica internazionale continua a recitare ritualmente che occorre la soluzione «Due popoli, due Stati». Fingono di crederci tutti. Ma sono parole al vento. In realtà quella soluzione forse non è mai stata davvero possibile. Ma sicuramente è diventata impossibile ora. È stata resa progressivamente impossibile attraverso una serie di piccoli passi che ormai hanno creato una situazione irreversibile.

Il problema dei coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Il problema di Gaza.

Per favore, smettiamola con le ipocrisie.

36. Dopo avere – si spera – reso più comprensibile l’attuale sistema politico israeliano, proverò ad avanzare alcune questioni interpretative di ordine più generale, che sono tuttavia le questioni che stanno a cuore al pubblico internazionale.

Le questioni sono tre: 1) Israele è un paese democratico? 2) La soluzione dei «due popoli, due Stati» è davvero possibile? 3) Il progetto sionista è fallito e Israele è destinato a implodere per i suoi problemi interni irrisolti?

Mi pare obbligatoria una premessa, onde scoraggiare le fatiche di coloro che sono pronti ad accusare l’autore di essere un detrattore di Israele e magari un antisemita. Penso che Israele non avesse alcun particolare “diritto” a costituirsi come Stato, nel 1948. Come penso che l’ideologia sionista del secolo precedente fosse un coacervo confuso e arbitrario di teorie socialiste, nazionaliste, colonialiste e para religiose. Penso anzi che il sionismo debba correttamente essere accomunato alle ideologie nefaste del XX secolo.

Ciò detto, Israele ha pienamente guadagnato il diritto di esistere per il semplice fatto che ha vinto tutte le guerre con cui si voleva impedire la sua esistenza. E poi anche per il fatto che ha – parzialmente – avuto l’avallo a costituirsi dall’ONU, cioè da una Organizzazione internazionale di Stati sovrani (anche se la procedura di costituzione è stata poi altamente irregolare[31]). La storia funziona anche e soprattutto in questo modo. Sono passati 75 anni. Se Israele mai sparirà non sarà certo per i suoi bellicosi vicini ma piuttosto per le sue contraddizioni interne che – vedremo – non sono poche. Il peggior nemico di Israele è Israele stesso.

Aggiungo che non basta, per delegittimare Israele in termini di esistenza, fare il lungo elenco dei suoi «peccati originali» [il terrorismo, il colonialismo, la pulizia etnica, l’occupazione dei territori, le gravi inadempienze verso l’ONU, …]

37. La questione della nascita di Israele. O se si vuole, della sua legittimità. Tralasciando i discorsi ideologici sulla presenza storica degli ebrei in Palestina ai tempi biblici, che sono semplicemente demenziali, occorre considerare che il tutto va inquadrato nella ideologia sionista, che è una manifestazione tipica del nazionalismo ottocentesco che, come è noto, ha assunto le forme più svariate.

È chiaro che il nazionalismo sionista aveva un suo nucleo nella ideologia imperialistico coloniale. Basta leggere Herzl. Quando il sionismo ha cominciato a diffondersi, la Palestina era governata dal decrepito impero ottomano. In quel contesto, fu un fatto, conseguenza della ideologia sionista, l’inizio della colonizzazione, l’inizio delle diverse aliya (ascensioni). La colonizzazione procedeva in forma legale mediante l’acquisto della terra. I latifondisti ottomani vendevano la terra, i coloni ebrei la comperavano e facevano lavorare solo lavoranti ebrei, così i lavoranti palestinesi trovavano meno spazio per le loro attività. Si trattava di un tipico conflitto relativo agli insediamenti.

Una svolta avvenne con l’assegnazione alla Gran Bretagna del Mandato da parte della SDN. I mandati avevano a che fare con il tentativo di superare il colonialismo. Partivano dal principio che certe popolazioni non avevano la capacità di autogovernarsi. Lo Stato mandatario aveva il compito di fare degli interventi tali da permettere alle popolazioni di diventare in grado di governarsi. Naturalmente una questione rilevante è la divisione territoriale che fu effettuata (compresa quella dei paesi confinanti), e dei problemi che solleverà. I britannici si trovarono tuttavia, sullo stesso territorio, due popolazioni decisamente eterogenee. Una era quella originaria. L’altra era quella della quale essi stessi avevano favorito l’insediamento.

Il Mandato ebbe inizio nel 1919 e terminò nel 1948. Il disastro di cui oggi siamo ancora testimoni fu approntato nell’ambito del Mandato. Non risulta che abbiano mai fatto ammenda.

È un fatto che i Britannici hanno reso possibile la crescita degli insediamenti. In taluni momenti li hanno favoriti; in altri momenti li hanno disincentivati. Certo, l’organizzazione sionista premeva per allargare. I sionisti nazionalisti non si sono curati degli effetti sulla popolazione palestinese. Erano poco più di un’impresa privata, diretta da motivazioni private, particolaristiche. Che aveva senz’altro un particolare tipo di investimento ideologico. La compagnia delle Indie comunque avrebbe fatto lo stesso. Avrebbero più o meno fatto lo stesso i coloni americani. Fa un po’ ribrezzo che a fare certe cose siano stati i perseguitati sopravvissuti della shoah, ma chi conosce la storia non si stupisce di nulla. I coloni del nord America erano religiosi anche loro.

Ci furono le rivolte arabe e gli inglesi tesero a chiudere i flussi. I coloni si diedero una organizzazione militare oltre che economica e di fatto scoppiò una specie di guerra civile. Tra arabi, coloni ebrei e Stato Mandatario.

L’ONU, sotto varie sollecitazioni, nel 1948 determinò la fine del mandato e la costituzione dei due Stati. Uno dei due si costituì effettivamente e si consolidò con la guerra, a partire dal 1948. Ci furono poi le successive guerre di difesa. Con ciò termina la rivoluzione nazionale di Israele, sebbene in modo irregolare. Fu una rivoluzione nazionale contestata e messa in discussione. Fu una rivoluzione nazionale compiuta ai danni della popolazione palestinese. La marea di campi profughi sta lì a testimoniare dello sfacelo. Nel contesto della rivoluzione nazionale ebraica ci fu la pulizia etnica palestinese (la nakba).

La guerra del 1967 fu un fatto nuovo, di fatto fu una guerra di attacco, guidata dalla ideologia sionista in politica estera. In sostanza il nazionalismo sionista che aveva svolto un ruolo di guida nella costituzione dello Stato nazione (nation building) diventa nazionalismo di conquista, di aggressione territoriale. Con l’aggravante della violazione delle deliberazioni dell’ONU. Questo nazionalismo aggressivo fu condotto prima dal sionismo socialista (1967-1977), poi dal sionismo revisionista e, contemporaneamente, dal sionismo messianico. Dalla fine della Guerra fredda in poi, il sionismo revisionista e quello messianico si sono stretti in un’alleanza strutturale volta a realizzare la Grande Israele e a rendere di conseguenza la Palestina un bantustan.

Israele – con la ormai compiuta distruzione materiale di Gaza – ormai ha vinto militarmente e farà tutto quello che vuole. Ma non sa cosa vuole. Ma non ha una strategia, perché non è più in grado di averla. Perché è costretta a giocare continuamente al rialzo dai suoi appetiti scatenati. Come l’impero romano. Ma è cominciato il suo momento più pericoloso, perché ora il nemico più grande di Israele è proprio Israele. Le questioni irrisolte busseranno alla porta. Hamas è solo una di queste.

38. Il fallimento del sionismo. Non è la prima ideologia ad avere fallito. Togliamo le narrazioni superflue, … romantiche.

Cosa voleva ottenere? Uno Stato che riunisse tutti gli ebrei del mondo

Israele è senz’altro un prodotto del sionismo. Tuttavia nella sua storia si sono avvicendati diversi sionismi[32]. Almeno tre. Il sionismo socialista, il sionismo revisionista e il sionismo messianico. Quello socialista è ormai tramontato. A guidare politicamente Israele oggi è il blocco dei sionisti revisionisti uniti ai sionisti messianici. Solo così si spiega la politica di Netanyahu.

Appendice

Riportiamo qui – a scopo di ulteriore documentazione – una tabella relativa ai risultati delle elezioni del 2019, le elezioni di 4 anni or sono, quelle che hanno in un certo senso dato l’avvio al processo di instabilità del sistema elettorale che dura a tutt’oggi – e che probabilmente è destinato a durare.

PartitoOrientamentoVoti %Seggi
Likud[CD]26,4635
Blu e Bianco 26,1335
Shas[DR][S]5,998
Ebraismo della Torah unito[DR][S]5,788
Hadash – Ta’al[SR]4,496
Partito laburista (Ha’Avodà)[CS] [S]4,436
Israel Beitenu[CD][S]4,015
Destra Unita 3,705
Meretz[CS] [S]3,634
Kulanu 3,544
Ra’am – Balad[PA]3,334
La Nuova Destra 3,22
Zehut 2,74
Gesher 1,73
Altri (29 formazioni) 0,77

Elezioni dell’aprile 2019. Non sono stati riportati i risultati dei partiti che hanno ottenuto meno dell’1%. CD = Centro Destra; DR= Destra religiosa. PA=Partito Arabo. S=Sionismo. SR= Sinistra radicale. Lo sbarramento è al 3,15%.

Riportiamo qui le informazioni basilari circa alcune formazioni che non compaiono più nelle elezioni del 2022.

Kulanu (“All of Us”) was a centrist political party in Israel founded by Moshe Kahlon that focused on economic and cost-of-living issues.

Zehut (“Identity”) was a right-libertarian and nationalist political party in Israel founded in 2015 by Moshe Feiglin. Its platform was centered around promoting individual liberty, including economic freedom, and annexing the West Bank. The party also advocated for legalization of cannabis.

Gesher è un partito di centro promosso dalla modella Orly Levy-Abekasis. Ha espresso posizioni affini a quelle di una sorta di sinistra del Likud, sensibile alla questione sociale. Nel 2021 è rientrata nel Likud.

La nuova destra. The New Right (HaYamin HeHadash) is a right-wing political party in Israel, established in December 2018 by Ayelet Shaked and Naftali Bennett. The New Right aims to be a right-wing party open to both religious and secular people. The party did not win any seats in the April 2019 election, though it won three seats in the subsequent election of September 2019, retained these in the March 2020 election and increased to seven seats in the 2021 Israeli legislative election. It is currently the sole member of the Yamina alliance.

Opere citate

2017 Marzano, Arturo – Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi, Carocci, Roma.

2015 Rivlin, Reuven – “Le quattro tribù di Israele”, in Limes, n. 10/2015: 141 e segg.

2023 Shamir, Michal & Rahat, Gideon (a cura di) – The Elections in Israel, 2019-2021, Routledge, London.

1998 Sternhell, Zeev – The Founding Myths of Israel, Princeton University Press, Princeton. Tr. it.: Nascita d’Israele. Miti, storia, contraddizioni, Baldini & Castoldi, Milano, 1999.

2001 Sullam Calimani, Anna-Vera – I nomi dello sterminio, Einaudi, Torino.


Note

[1] Cfr. ***.

[2] C’è chi le ha contate. Le Dichiarazioni dell’ONU inevase da Israele sono in tutto più di 140.

[3] Si tratta di un parlamento monocamerale che comprende 120 membri, eletto con metodo proporzionale. Il mandato dura 4 anni.

[4] Traduco così l’espressione party state.

[5] Ad esempio, Sergio Della Pergola, su Limes, ha prodotto una classificazione leggermente diversa da quella che presentiamo. Per Della Pergola, Ysrael Beitenu sarebbe da considerarsi come partito trasversale. I partitelli che noi abbiamo considerato come radicali sarebbero poi in realtà partiti arabi. Unità nazionale sarebbe piuttosto un partito di centro e potrebbe essere assimilato con Yesh Atid.

[6] Otzma Yehudit e Noam alle elezioni del 2022 si erano presentati in coalizione con il Partito sionista religioso. Otzma Yehudit è un partito kahanista (dal nome del rabbino Meir Kahane) che predica l’espulsione dei cittadini arabi da Israele e la guerra ai palestinesi. Si tratta di un partito che sta sui limiti della legalità, poiché accusato di razzismo e di terrorismo (di destra!). Noam è invece un partito religioso, sionista, che si caratterizza per le sue posizioni anti LGBT e antifemministe.

[7] Cfr. Sternhell 1998: 22-23.

[8] Cfr. Sternhell 1998: 24.

[9] Cfr. Sternhell 1998: 25.

[10] Askenazita vuol dire “tedesco”.

[11] Anche se la precisa definizione di cosa significhi “essere ebreo” non è mai stata chiarita. La attuale definizione adottata è meramente formale e può creare problemi di vario genere.

[12] Questo governo di ampia coalizione, alternativo alla destra di Netanyahu, è durato per un breve periodo, dal 13 giugno 2021 fino al 30 giugno 2022.

[13] Cfr. Pappé ***.

[14] Gerusalemme Est fu annessa unilateralmente da Israele nel 1980 e le alture del Golan nel 1981. Su entrambe queste annessioni è ancora vivo un aspro contenzioso.

[15] In Israele il diritto di famiglia è riservato ai codici religiosi. Non esiste il matrimonio civile. Ogni gruppo religioso segue il suo codice religioso. Una donna che voglia divorziare deve presentarsi di fronte a una corte rabbinica che applica la Halakhah.

[16] Sono giunti pressoché alla guerra civile nel caso dell’affondamento della nave **.

[17] Riportato in Wikipedia nell’articolo “Likud” in lingua inglese.

[18] Cito il nome inglese poiché sono possibili traduzioni leggermente diverse. Da non confondere con una coalizione presentatasi in precedenza nel 2019 di nome Blu e Bianco, di cui faceva parte anche Yesh Atid.

[19] Citato da Wikipedia in versione inglese.

[20] In seguito alla caduta dell’Unione Sovietica e all’apertura delle frontiere, Israele ha subito una vera e propria ondata migratoria che ha modificato la composizione della popolazione.

[21] Tra i due termini non c’è una distinzione consolidata.

[22] Cfr. Sullam Calimani 2001.

[23] Nel 2019 Netanyahu è stato formalmente incriminato di corruzione, frode e abuso d’ufficio per modifiche legislative effettuate al fine di favorire aziende di comunicazione e importanti uomini d’affari.

[24] Si tratta di una carica dotata di pochi poteri, dal ruolo piuttosto simbolico. Forse per questo i Presidenti israeliani vedono cose che altri non vogliono vedere.

[25] Cfr. Rivlin 2015.

[26] Cfr. Rivlin 2015.

[27] Cfr. Marzano **.

[28] Con ciò non intendo suggerire che le ideologie sia definitivamente finite. Anzi, è assai probabile che si tratti solo di un momento di crisi. La fabbrica delle ideologie è sempre al lavoro.

[29] Fabio Armao ha messo l’accento sui gruppi di interesse para mafiosi.

[30] Una delle questioni che ha sempre impedito qualsiasi trattativa di pace è quella dei campi profughi e del diritto al ritorno. Il fatto che Israele rifiuti da sempre qualsiasi apertura in tal senso la dice lunga.

[31] Le risoluzioni dell’ONU inattuate da Israele sono ormai più di 140. Da questo punto di vista – a meno che non si voglia sostenere che l’ONU è antisemita – sarebbe per lo meno da considerare Israele come Stato pervicacemente avverso alla comunità internazionale.

[32] Intorno alla varietà dei sionismi, si veda l’ottima sintesi in Marzano 2017.

Sgorbie

parvenze sottratte al legno storto

di Fabrizio Rinaldi, 1° maggio 2026

La materialità delle cose parla dell’essere umano che le ha ideate e fabbricate,
delle sue abilità, del suo sistema di relazioni sociali.

Richard Sennett, L’uomo artigiano, Feltrinelli, 2008

Mail e tabelle, interazioni e imposizioni, orari e piccoli screzi: per me – ma credo per molti che non hanno nella manualità il fulcro del proprio lavoro – la quotidianità è fatta di relazioni. Poi rientro a casa e trovo moglie, figlie e cani, e il confronto continua, a volte – diciamolo – in modo ancora più complesso. Entrambi gli ambiti sono praticati il più possibile dentro la norma sociale e senza sbroccare troppo. Le ore, i mesi, gli anni si susseguono ordinati, occupati da parole, mediazioni e (in)visibili scazzi.

Per reggere lo stare con altri, ognuno trova il proprio modo: palestra, stadio, birdwatching, giardinaggio, yoga. Io faccio altro. Chi mi conosce penserà che legga o vada a camminare. Sì, certo pure quelli perché mi appartengono, ma non basta. Quando voglio allontanarmi davvero dal pensare e dal dire, da tutto ciò che richiede spiegazioni e confronto, prendo un pezzo di legno e inizio a intagliare per dare forma a parvenze di cucchiai. Questa è la mia attività appartata che non chiede giustificazioni.

Per anni il mio rapporto con il legno è stato relegato a ciò che incontravo passeggiando nei boschi, osservando le cortecce, oppure procurandomi legna destinata a scaldare casa. Solo lentamente è nato il desiderio di dargli forma, non per ricavarne oggetti decorativi o figure riconoscibili (vedi gli gnomi e i gufi di Mauro Corona), ma utensili semplici, destinati all’uso quotidiano. Sono complici, ma poco attendibili, i tanti video reperibili in rete dove mani sapienti modellano attrezzi dalle linee perfette e sinuose che paiono disegnati da Pininfarina o Giugiaro in momenti di estasi minimalista. Li guardo, ma non oso prenderli come riferimento.

Mi sono procurato coltelli, sgorbie e qualche attrezzo. Servono anche pazienza, perseveranza, una certa accettazione dell’errore poiché il legno resiste e – non da meno – una buona tolleranza al dolore dato che non perdona distrazioni. Serve una buona scorta di cerotti.

Sarebbe molto più proficuo se dedicassi il tempo libero ad altre facezie: dipingere la camera da letto, tagliare l’erba o sistemare il rubinetto gocciolante nel bagno, ma riconosco la mia inettitudine per queste mansioni e dichiaro la mia pigrizia cronica. Posso cavarmela piuttosto bene con word, excel e altri amminicoli digitali, ma con pinze, tenaglie e pennello sono negato. Anche l’intaglio conferma questa inadeguatezza: la maggior parte dei tentativi vanno nella stufa (tornando a essere ciò che erano destinati a finire originariamente) perché inguardabili e inutilizzabili, se confrontati con i Pininfarina da zuppa dei social.

Eppure continuo perché l’obiettivo non è la perfezione, ma l’atto manuale in sé. Il fare che procede con dedizione, con lentezza, che accetta il limite. Non si può accelerare senza scheggiare, né forzare la forma senza rompere la fibra. Il legno impone le sue condizioni e, per arrivare fino in fondo, occorre negoziare con ciò che resiste.

Contrariamente all’ambito digitale della modificabilità infinita (vedi il comando “Annulla” che permette di tornare alla condizione precedente e rimediare all’errore), il legno non concede ritorni fino a ridiventare addirittura albero. Ogni gesto è definitivo, ogni sottrazione è irreversibile. Come nella vita, si procede per approssimazioni progressive verso una forma che non preesiste, ma emerge in un presente molto spesso parecchio differente da quanto immaginato originariamente.

Il primo cucchiaio l’ho ricavato da un ramo di noce schiantato sotto casa. Nodi e venature deviavano il taglio, interrompevano la linearità, imponevano correzioni. In quel confronto si è reso evidente il dialogo tra mano e materia, in una continua negoziazione e accettazione. Inframmezzata da qualche cerotto … (per mia fortuna uso i guanti antitaglio).

Fare un cucchiaio – ma ciò vale per molti altri svaghi manuali – costringe a pensare con il corpo: la mano scava, l’occhio misura, l’orecchio ascolta il legno mentre cede. Qui il pensiero non precede l’azione, ma emerge dentro essa, si corregge, si sostiene cogliendo l’errore non come fallimento, ma come forma costituente.

A proposito del suono, sarò malato, ma trovo fortemente erotico quello del legno che cede alla lama della sgorbia. È la melodia della resa sotto le mie dita per formare riccioli legnosi che, piano piano, si staccato dalla massa per la forza impressa dallo strumento d’acciaio.

Il cucchiaio nasce da una sottrazione al fine di contenere: la cavità scavata non è un vuoto qualsiasi, ma è uno spazio commisurato al gesto che verrà nell’uso. In definitiva per accogliere occorre togliere. È una condizione intrinseca della materia che, volendo, si può estendere altrove. Spesso anche nelle relazioni è necessario sottrarre – parole, pretese, spiegazioni – per lasciare spazio al condiviso o all’ignoto. Magari il diverso appaga ancor di più del consueto.

Il cucchiaio artigianale, pieno di errori e imperfezioni, rende visibile il tempo in molte declinazioni. C’è quello dell’albero riconoscibile negli anelli di accrescimento sotto la corteccia. Poi quello impiegato nel realizzarlo, nel paziente tentativo di armonizzare forme e intenzioni. Il legno, che per anni ha trattenuto linfa e sali minerali, divenuto cucchiaio inizierà ad assorbire calore, odori, umidità; muterà colore nei punti più esposti, forse si incrinerà. Tra le venature del legno resteranno le tracce del tempo trascorso in minestre bollenti e in sughi densi, in una moltitudine di ingredienti divenuti il pasto condiviso con familiari e amici. Non è quindi un deterioramento, ma una trasformazione, poiché l’oggetto non si consuma soltanto, ma registra ciò che attraversa. In questo senso il cucchiaio diventa una superficie di memoria minima, una cronaca silenziosa dei pasti, dei gesti ripetuti e delle presenze condivise.

Potrei acquistare un oggetto simile ovunque, pagandolo pochissimo e di manifattura impeccabile, ma il prodotto anonimo, uguale a tanti, riproduce la separazione fra l’atto del creare e la finalità del fare; inoltre non emergono le sfumature temporali dette prima. L’oggetto artigianale invece, espone i limiti del gesto, le esitazioni, le correzioni. Ne è testimone materiale.

Intagliare un cucchiaio diventa così un gesto che si sottrae alla logica dell’efficienza perché non è performante, né necessario. Le molte ore di lavoro non sono “sprecate” rispetto ai pochi istanti di produzione in serie: personifica un tempo vissuto, non quello impiegato. E proprio per questo interrompe il nesso fra tempo e rendimento.

L’industrializzazione ha prodotto oggetti uniformi, uguali a se stessi, che riflette una società appiattita sul minimo sforzo e sul pensiero “unico” deciso da coloro che tirano le fila, relegando ad una fatica inutile il lavoro manuale indirizzato alla creazione di manufatti comuni: “non serve fare l’orto faticando, vai al supermercato e compra ciò che vuoi, avrai prodotti controllati e spendendo pure poco”.

Quindi realizzare un cucchiaio diviene anche un agire politico: nega la riduzione del lavoro alla mera produzione fine a se stessa; restituisce dignità a oggetti creati dall’abnegazione e della capacità di armonizzare mano, testa e cuore; commisura l’estetica alla funzione dell’attrezzo creato; valorizza il dono di un oggetto creato manualmente rispetto all’acquisto tout court.

È la stessa tendenza del riuso che oggi è “cool”, dei mercatini dell’usato, del vintage. È una moda, ma anche una scelta in antitesi all’acquisto compulsivo.

In un’epoca dominata dalla velocità, dall’efficienza e dall’ottimizzazione di ogni istante, realizzare un oggetto manualmente è un gesto che riconosce il ricevente non come un consumatore, ma come persona degna di stima e capace di valorizzare il dono.

È anche un gesto di resistenza temporale. Le ore trascorse a raschiare, levigare e perfezionare restituiscono l’esperienza pura del godersi l’istante. Non voglio qui cadere nel facile parallelismo con la mindfulness o con le proprietà salvifiche della meditazione e dello yoga, ma solamente evidenziare che tutto ciò è gesto attivo e consapevole, durante il quale, magari, vengono idee anche per altro, anche per il lavoro. Ciò che parrebbe un’azione meramente inutile diviene fonte d’ispirazione. Al pari dello zappare l’orto o semplicemente oziare.

Ma va bene anche se rappresenta solo una distrazione dal quotidiano, non solo da quello personale, pure da quello sociale e politico (vedi la pazzia senile di Trump o quella più modesta della Meloni).

Resta un oggetto umile, destinato a mescolarsi alle stoviglie anonime e a svolgere un compito modesto, eppure quando lo tengo in mano riconosco ancora il ramo storto da cui proviene. Le venature dell’albero non sono scomparse; si sono solo riorganizzate attorno a una funzione. È una forma che non cancella l’origine, ma la trattiene, ha una storia da raccontare.

Alla fine, ciò che resta non è tanto l’oggetto quanto il processo che lo ha reso possibile. Intagliare un cucchiaio è un modo per plasmare il legno e, insieme, il tempo. Ogni ricciolo che si solleva dalla lama riporta a quel ramo caduto, irregolare e resistente, in cui una forma era già presente, in attesa di essere sottratta al superfluo.

Forse è anche una buona risposta all’incipit di Albert Camus in Il mito di Sisifo (Bompiani, 2013): “Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”. Sì, vale la pena anche perché il fare rende percepibile lo scorrere del tempo (risparmiato alla chimera dei social, del virtuale o del superfluo), che non si accumula, ma si mostra. Diviene tangibile il limite dell’agire personale, mentre resta il lavoro finito: che avrà una sua destinazione futura, a prescindere da quella per la quale lo avevamo pensato.

Sono abituato per mestiere a “moltiplicare significati” e l’ho fatto anche qui scrivendo, tagliando e levigando con sgorbie digitali al fine di ottenere il mio “cucchiaio” scribacchiato. Prima ancora di realizzare quelli veri, degni di essere donati, ho persino scritto un breve testo di accompagnamento. Ancor prima del prodotto, ho già pronta la confezione. Come sempre riesco meglio nell’idea che nella concretezza.

Pazienza. Intanto persevero con un altro pezzo di legno. E, a volte, con un cerotto.

– Non cercare di piegare il cucchiaio. È impossibile. Cerca invece di fare l’unica cosa saggia: giungere alla verità.
– Quale verità?
– Che il cucchiaio non esiste.
– Il cucchiaio non esiste?
– Allora ti accorgerai che non è il cucchiaio a piegarsi, ma sei tu stesso!

dal film Matrix (USA, 1999)

Non sono un robot (?)

di Paolo Repetto, 24 marzo 2026

Ce ne siamo accorti all’improvviso. L’Intelligenza Artificiale stava subdolamente insinuandosi nelle nostre vite, ma ancora non aveva ricevuto un battesimo ufficiale. Ora che ha un nome la si chiama in causa ovunque, a proposito e soprattutto a sproposito. Se un missile centra una scuola anziché un covo di terroristi, se arriva una bolletta del gas da suicidio, se una sorridente Julia Roberts ti sussurra un messaggio d’amore e ti chiede un prestito, è tutta opera e responsabilità dell’AI. Prima la ignoravamo e ora la diamo per scontata, e domina persino le conversazioni in famiglia e tra amici, nelle quali il “se Dio vuole” sarà a breve sostituito dal “se l’AI lo consente”. È in sostanza l’argomento del giorno, e sarebbe opportuno anche trattarlo con cognizione di causa, perché in ballo c’è il futuro dell’umanità, e non quello remoto: anzi, c’è già il presente.

Io stesso sul sito ne scrivo ormai con una certa frequenza. Non so molto a proposito dei suoi ultimi straordinari sviluppi, così del resto come la maggior parte di quelli che conosco: so solo che la utilizzo più o meno consapevolmente da tempo, ad esempio già per scrivere questo pezzo; che a questo punto per condurre una normale vita di relazione non potrei farne a meno; e che la casetta nel bosco può essere una scelta, ma non è una soluzione. Non mi sento dunque autorizzato a parlarne da un preconcetto ideologico nei confronti della tecnica: semplicemente ritengo che per affrontare il tema dal punto di vista che adotto io non sia obbligatorio possedere particolari conoscenze. È sufficiente guardarsi attorno, cogliere gli indizi copiosamente offerti dalla nostra quotidianità e trarne le conseguenze.

Muovendo da queste premesse sono giunto alla conclusione che il vero problema del nostro futuro non consista nel quando e in che misura l’AI supererà quella umana, quanto piuttosto nel fatto che quella umana si va già allineando a quella artificiale, ne sta rapidamente mutuando le caratteristiche. E che stante il divario che sconta quanto a potenza, velocità e capacità di memoria, è destinata nel confronto a soccombere.

Con ciò dico niente di nuovo, anche se magari lo argomento in un modo che altri trovano troppo pessimista e semplicistico. Queste cose le aveva intuite e le scriveva già Philip K. Dick nel 1968, in un racconto divenuto famoso dopo che Ridley Scott ne ha tratto un film di straordinario successo, Blade Runner. E Dick era senz’altro più pessimista di me. Non demonizzava la tecnologia per partito preso, ma ne esemplificava efficacemente i prevedibili esiti prima ancora nei caratteri dei protagonisti e nelle atmosfere che attraverso la vicenda narrata. Il suo racconto ha un titolo enigmatico, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (in italiano tradotto inizialmente come Il cacciatore di androidi), e a dire il vero al film ha offerto solo l’ambientazione e l’ossatura, perché poi i temi di fondo sono sviluppati in direzioni molto diverse.

Mi è capitato di riprenderlo in mano recentemente. Non a caso, perché ogni tanto torno a sfogliare i classici della mia giovinezza (Verne, Robida), o dell’adolescenza (Swift, Mary Shelley, Meyrink), e trovo che già all’epoca ero particolarmente intrigato dall’ambiguo rapporto dell’uomo con la tecnica.

In particolare il tema degli androidi circolava sin dai primordi della cibernetica e dell’informatica, sia nella letteratura che nel cinema fantascientifico [basti pensare a Io Robot (1950) di Asimov, o a 2001. Odissea nello spazio (1968) di Kubrick]: ma nell’ottica che interessava a me lo aveva trattato solo Dick, proprio in quello specifico racconto. Molto probabilmente lo spunto gli era arrivato dalla creazione nel 1966 di Shakey, uno dei primi robot mobili dotati di intelligenza artificiale. Il resto è tutta farina del suo sacco. Qualche anno dopo quello spunto era stato ripreso da Brian Aldiss per scrivere Supertoys che durano tutta l’estate, dal quale Steven Spielberg avrebbe tratto nel 2001 A.I. – Intelligenza artificiale. Le vicende dei due romanzi sono completamente diverse, ma partono dalla stessa profonda riflessione su ciò che è umano e ciò che non lo è.

In realtà, fatte salve alcune eccezioni di distopie che esulavano dai confini del genere (si pensi a Il Mondo nuovo di Huxley e a 1984 di Orwell: ma anche ad opere minori, come Gli idioti in marcia di C.M. Kornbluth), prima dell’uscita de “Il cacciatore di androidi” la visione fantascientifica del futuro era tutto sommato ottimista, come lo erano in fondo quella politica, quella economica e quella sociale: il genere umano avrebbe continuato ad evolversi, la tecnologia avrebbe liberato gli uomini dalla fatica, dalla fame e dalla malattia, le società sarebbero diventate più giuste ed eguali. Lo stesso 2001. Odissea nello spazio, pur introducendo un po’ di dubbi, mostrava l’uomo proteso verso il cosmo per accedere ad una conoscenza superiore piuttosto che per conquistarlo. Nel libro di Dick c’è invece un genere umano che ai guasti prodotti dalla tecnologia cerca desolatamente di sopravvivere. È il tema che diverrà dominante nella letteratura cyberpunk.

Stiamo parlando di sessant’anni fa, ed è impressionante come la migliore fantascienza di allora abbia saputo immaginare un mondo che non è più nemmeno dietro l’angolo, ma è già qui presente. C’era tutto quel che oggi ci riguarda: lo scenario della guerra e delle estreme conseguenze cui questa può portare, la determinazione persistente ad andare nello spazio (ma per necessità piuttosto che per scoperta), l’ambigua possibilità di duplicare la vita (concretizzata trent’anni dopo con la clonazione della pecora Dolly): l’impossibilità ormai di distinguere il vero dal falso; e, appunto, il tema dell’intelligenza artificiale.

Ora, prima di procedere devo riassumere brevemente la storia, sia per quelli che il racconto di Dick non lo avessero letto, presumo molti, sia per chi pur avendo magari visto il film non lo ricordasse bene (presumo pochissimi). Mi limito però ad una sintesi molto stringata, perché posso approfittare di una felice opportunità (per me e per voi): del fatto cioè che già una decina d’anni fa Beppe Rinaldi ha prodotto una serratissima analisi del film, evidenziandone le tematiche fondamentali ma raccontando nel dettaglio anche la vicenda. Vi rimando dunque al saggio che compare sul sito in contemporanea col mio scritto, dal titolo: I replicanti sognano unicorni? Penso sia opportuno leggerlo prima di tornare a queste pagine. So che siete pigri, e che una lettura ponderata del saggio potrebbe richiedervi un paio d’ore: ma garantisco che le vale tutte.

La storia è questa. In un futuro post guerra nucleare (che Dick ipotizza non molto remoto, nel 1992) la terra è quasi spopolata. I suoi abitanti sono migrati in gran parte nelle colonie disseminate nello spazio, dove sono loro assegnati dei “replicanti”, androidi fisicamente e cognitivamente simili agli umani, destinati alle incombenze più impegnative ma incapaci di sentimenti e programmati con tempi di scadenza molto brevi. I pochi uomini rimasti sul nostro pianeta sono socialmente suddivisi in categorie di “adeguatezza”, l’appartenenza alle quali è determinata da particolari test che relegano gli “inadatti” (definiti “gli speciali”) in una umiliante esclusione. In una condizione del genere i rapporti interumani sono rarissimi. Sulla Terra inoltre i “replicanti” non possono essere costruiti o utilizzati, e la maggior parte delle specie animali si sono estinte. È dunque quasi impossibile soddisfare il bisogno di empatia che accomuna tutti gli esseri viventi, se non tramite il possesso di un qualche animale domestico (destinato peraltro per la sua rarità a diventare anche simbolo di un particolare status sociale). Chi non si può permettere questo lusso deve accontentarsi di un surrogato, un “replicante animale”, come appunto la pecora elettrica del titolo, purtroppo ben poco gratificante. E deve combattere lo sconforto con la possibilità di modulare a piacere il proprio umore tramite un apposito dispositivo, che se usato male può portare ad effetti disastrosi. Insomma, l’intera esistenza degli umani, persino il loro stato emozionale, è resa dipendente dall’intelligenza artificiale.

In questo desolante scenario si inserisce la vicenda di un “cacciatore di taglie”, al quale viene affidato l’incarico di individuare ed eliminare alcuni replicanti evasi da una colonia marziana e mescolatisi agli umani sulla terra. Non è un compito facile, perché si tratta di androidi dell’ultimissima generazione, i Nexus 6, tanto perfezionati da essere propagandati con lo slogan “più umano dell’umano” e risultare quasi indistinguibili dai normali terrestri. La ricerca è ulteriormente complicata dalle vicende sentimentali del protagonista, e a dispetto del fatto che quest’ultimo sembri ogni tanto avere dei dubbi sulla liceità di quanto sta facendo e soprattutto sulla stessa sua natura, viene portata sino in fondo. Il tutto si svolge nel corso di una sola giornata. Detto così, non è neppure immaginabile quanto complesso sia lo sviluppo della storia e il dibattito che le soggiace, ma a me interessa solo rilevare come il tema vero che la percorre sia quello dell’“autenticità”, che sfugge ai criteri coi quali sono formulati i test per riproporsi invece a livello di libertà individuale.

A questo punto, dando per scontato che nelle linee di massima la vicenda sia conosciuta, mi preme evidenziare soprattutto le differenze tra il testo filmico e quello del racconto. Le due versioni infatti, come dicevo sopra, non sono del tutto simili; un po’per ragioni tecniche oggettive, perché nessuna trasposizione cinematografica può pretendere di rappresentare tutte le sfumature offerte dalla scrittura (sto parlando di libri di un certo valore), ma soprattutto perché un film come Blade Runner, con costi di produzione elevatissimi, deve essere apprezzabile da una vasta platea, quindi deve proporre tesi semplici e trasmettere un certo ottimismo. Cosa che il racconto di Dick non si sogna minimamente di fare.

Vengo dunque alle differenze:

•     Per cominciare, è molto diversa l’ambientazione. La città dove si svolge la vicenda del film è una Los Angeles devastata e contaminata dalla guerra nucleare, ma non spopolata: o almeno, la popolazione rimasta si muove in un rumorosissimo caos. Le architetture e l’urbanistica sono quello che caratterizzano il post-moderno, con contaminazioni che vanno dal barocco al futurismo di D’Elia; gli abitanti sono mescolati in un crogiolo etnico che rende indistinguibili anche gli esseri umani dai replicanti. Il tutto bagnato da una pioggia continua, violenta, che appare artificiosa anch’essa e contribuisce a nascondere e a cancellare, non solo metaforicamente, le identità.

Nel racconto di Dick, ambientato a San Francisco, dominano invece la solitudine, il silenzio e un angosciante senso di disfacimento. Domina anche la malattia, perché continua l’azione delle polveri radioattive, che minano giorno dopo giorno l’intelligenza degli “speciali” (ma anche le facoltà dei pochi altri terrestri rimasti). L’impressione che si ricava da rari scorci urbani inseriti da Dick è quella di una immensa e desolatamente vuota periferia.

•     Il tema del rapporto con gli animali domestici compare solo nel romanzo. Le copie elettromeccaniche che dovrebbero sostituire gli originali, le uniche della quali è consentita la presenza sulla terra, non sono destinate al lavoro e alla produzione, ma a rispondere al vuoto di affetti. Per quanto perfette nei movimenti e nei comportamenti e programmate in maniera da simulare persino le emozioni, rimangono pur sempre dei robot. Chi le possiede ne è dolorosamente consapevole, e naturalmente cerca di procurarsi esemplari autentici di cui prendersi cura, che a loro volta siano in grado di ricambiare l’investimento affettivo in maniera pura e spontanea.

Non so cosa possa aver spinto Dick a dare tanto rilievo a questo aspetto della vicenda. Forse possedeva lui stesso un cane o una pecora o un qualche altro animale domestico capace di prestare docilmente ascolto al racconto delle sue psicosi e delle sue allucinazioni, al contrario delle cinque successive mogli, che regolarmente lo abbandonavano esasperate dopo qualche anno di matrimonio. Oppure era particolarmente sensibile alle problematiche ecologiche che proprio in quegli anni cominciavano ad emergere, e considerava l’accudire un animale come una sorta di riparazione per i danni arrecati alla terra e ai suoi ecosistemi. O forse, ancora, lo considerava un modo ipocrita per gli uomini per ripulirsi la coscienza e potersi considerare “empatici”.

Io ci colgo però anche un’altra motivazione fortemente anticipatrice, magari forzando il pensiero di Dick a coincidere col mio; ma non penso di essere del tutto fuori strada. Credo non sia un caso che nel suo libro gli uomini non cerchino la compagnia di altri esseri umani “normali”. Questi ultimi sono infatti capaci di dominare e controllare le proprie emozioni con la tecnologia (il modulatore di umore Penfield, sul quale tornerò), quindi non hanno più nulla di autentico. Il ricorso alle emozioni artificiali peraltro Dick lo sperimentava quotidianamente sulla propria pelle, visto che oltre ad assumere anfetamine in quantità industriale si faceva regolarmente di LSD e mescalina, fino a ridursi completamente dipendente dalla tecnologia farmacologica.

In alternativa agli animali potrebbero esserci i “semplici”: ma nei loro confronti vige uno stigma, c’è il problema di una differenza di status sociale da salvaguardare e di una (supposta) carenza intellettiva che rende difficile e poco confortante la loro compagnia. I replicanti umanoidi, quand’anche fosse loro consentito mescolarsi agli abitanti del nostro pianeta, pongono invece il problema inverso, perché sono più intelligenti degli uomini: ed è insopportabile l’idea di rapportarsi ad un essere che tanto ti somiglia, che è più preparato ed efficiente di te, ma che è incapace di provare nei tuoi confronti un sentimento vero.

Con gli animali questi problemi non ci sono: l’affetto o il surrogato di affetto che ti dimostrano è del tutto gratuito e sincero. Non ti contraddicono, sono dipendenti da te, offrono una purezza empatica che gli umani non sono in grado di esprimere; e sono preferibili persino quando si tratta di repliche.

Dick non ha fatto a tempo a veder esplodere il fenomeno dei tamagotchi, replicato oggi in una serie di altri dispositivi che possono trasmettere sensazioni visive, uditive o tattili (i Bitzee, i Punirunes, i Gigapets), ma sembra averlo lucidamente presentito. Lo sviluppo ultimo, che avvera nella maniera più inquietante le sue anticipazioni, è proprio il rapporto che sempre più persone vanno instaurando con l’AI di ultima generazione, diventata confidente e psicologa, sostegno morale e depositaria di affetto. Nel contempo è letteralmente esplosa la ricerca di compagnia pelosa, di cani, gatti, furetti o quant’altro, a riprova del fatto che il vuoto relazionale e affettivo, malgrado il pianeta sia tutt’altro che spopolato, si sta espandendo. È un’attrazione che lascia intravvedere un mondo niente affatto lontano, anzi, già presente, in cui gli animali sono considerati più importanti dei loro padroni (o dovrei scrivere compagni?) umani. E che andrebbe considerata preoccupante.

•     Nel libro si dà inoltre molto spazio alla nuova “religione dell’empatia”, il Merceriarismo, che nel film rimane invece sullo sfondo. Anche in questo caso Dick ha fatto riferimento a un fenomeno che già alla sua epoca stava dilagando, quello dei telepredicatori. Il nuovo verbo predicato dal “reverendo” Wilbur Mercer, che in realtà è un attore e un ubriacone, è un’accozzaglia di banalità e di rituali collettivi condivisi, tenuti assieme dal bisogno diffuso di sentirsi in comunione con qualcuno e da un misticismo di risulta che soffoca ogni problematicità. Il bisogno è reale, ma viene enfatizzato e guidato, anzi, teleguidato, attraverso una ininterrotto reality. La scatola empatica è un macchinario tramite il quale si può rivivere virtualmente, sulla propria pelle, il calvario patito dal santone, che sale una montagna sotto una pioggia di pietre. Tutta la scena è stata in realtà girata in uno studio televisivo, e attorno ad essa ruota un formidabile giro d’affari. La propaganda incessante che arriva dal teleschermo diventa la musica di fondo dell’esistente.

Lo scrittore ha anticipato dunque perfettamente il processo di imbonimento che sarebbe poi stato mostrato in Quinto potere di Sidney Lumet e al quale oggi assistiamo totalmente impotenti o addirittura complici. Al tempo stesso però il credo merceriano è sbeffeggiato da uno show comico, anch’esso in onda ventiquattrore su ventiquattro, e condotto tra l’altro da un replicante, che ne svela tutti i trucchi e ne irride i contenuti. Le rivelazioni e gli smascheramenti non demoliscono la falsa religione: ne rafforzano anzi lo scopo, che è quello di rendere indistinguibili e interscambiabili il vero e falso, di annullarne ogni valore.

Anche in questo caso Dick non ha avuto bisogno di inventare nulla, ha solo saputo interpretare l’andazzo che si profilava: la scatola empatica nella quale i fedeli riversano e condividono tutte le emozioni è la televisione stessa. I telespettatori che un tempo pensavano di entrare in comunione con Mercer oggi lo fanno direttamente con i più beceri e disparati programmi televisivi, che negli anni sono diventati sempre più il luogo di spaccio di emozioni forti ed effimere, lavorando sul dolore e sulle paure, depotenziandone gli effetti e facendone spettacolo. La condivisione virtuale e rituale di queste emozioni simula una sensibilità e una partecipazione che nella realtà vengono sempre più atrofizzate dalla distanza, dall’accumulo e dalla successione rapida.

•     Dick immagina poi altre soluzioni tecnologiche (nel film date per scontate) che ai nostri occhi risultano ben più che allarmanti, dal momento che in buona misura sono già state realizzate. La più inquietante è il modulatore d’umore Penfield, una sorta di computer primordiale attraverso il quale si può scegliere, selezionando un codice numerico, di vivere uno stato d’animo particolare. Deckard per esempio lo imposta in una modalità che gli consente di svegliarsi il mattino con la voglia di alzarsi dal letto. Oppure scegliendo un altro codice può indursi il “desiderio di guardare la tv, qualsiasi cosa trasmetta”. Sua moglie Iran, depressa cronica, al modulatore si affida ormai completamente, ed è talmente assuefatta e dipendente da sopravvivere in pratica come un replicante.

Direi che anche in questo siamo pienamente dentro la realtà attuale. Se per il momento gli stabilizzatori dell’umore più diffusi sono ancora i farmaci come il litio e gli altri antidepressivi, sono già allo studio (e probabilmente in fase di sperimentazione) dei “micromodulatori”, da inserire sottopelle o da introdurre nel corpo per via endovena, che trasmettono stimoli al nostro sistema nervoso, attivando l’emissione di particolari proteine e sollecitando risposte umorali “positive”.

•     Altrettanto attuale è il tema dell’utilizzo di test di riconoscimento dei replicanti (il test Voight-Kampff). “Su che cosa si basa la sua prova di Voigt-Kampff, signor Deckard?” “Sul responso empatico. Misurato sulla base di diverse situazioni. La maggior parte delle quali hanno a che fare con gli animali.” “Il nostro test molto probabilmente è più semplice – disse Resch – Il responso dell’arco di riflesso nei gangli superiori della colonna spinale dura diversi microsecondi di più nei robot umanoidi rispetto al sistema nervoso umano.” In effetti, quando Deckard incontra un androide che si spaccia per umano lo smaschera solo all’ultima domanda: perché pur essendo giusta la risposta la reazione del soggetto è troppo lenta. Essere umani o meno è questione di un battito di ciglia.

Se qualcosa determina oggi significativamente gli sviluppi della nostra esistenza, dalla carriera alla salute e al ruolo sociale, questi sono proprio i test. Siamo oggetto di una costante selezione e classificazione, per l’accesso alle attività lavorative o per l’orientamento agli studi, per l’assistenza sanitaria e per quella assicurativa, per la determinazione del QI e per il rilascio della patente: insomma, un po’ in tutti i campi.

Ciò che spesso si dimentica è che i test sono funzionali a riconoscere abilità specifiche, settoriali, e che non sono assolutamente in grado, checché se ne dica e per quanto sofisticati, di raccontarci qualcosa della personalità e del reale modo di sentire di qualsiasi essere umano. Nel mondo raccontato da Dick sono lo strumento per stabilire una autenticità umana, e l’intento dell’autore è evidentemente quello di negarne ogni minima validità.

•     Nel romanzo si parla in diverse occasioni di ricordi artificiali, che hanno una rilevanza maggiore rispetto a quella data loro nel film. Sembra siano stati impiantati in Rachele e vi accenna anche Roy. Ad un certo punto è lo stesso Deckard a dubitare della veridicità dei propri. “Il futuro e il passato si confondevano; ciò di cui aveva già avuto esperienza e ciò di cui avrebbe avuto esperienza si sovrapponevano, così che nulla restava tranne l’attimo, lo stare immobile.” Il tema è davvero inquietante. Se si può fabbricare e impiantare anche la memoria individuale, allora tutto il passato può essere reinventato e manipolato. Dick scrive che nessuno più ricorda chi sia stato il vincitore della guerra nucleare che ha decimato la popolazione mondiale, e soprattutto che a nessuno sembra importare saperlo. In questo modo si abolisce in pratica il tempo, lo si neutralizza e lo si trasforma in una merce che può essere acquistata, individualmente o collettivamente (in quest’ultimo caso attraverso la scatola empatica, ovvero attraverso la televisione o qualsivoglia altro media), e periodicamente sostituita.

Una situazione del genere la stiamo vivendo oggi, sia pure attraverso procedure di impianto molto più subdole. Alla storia, che bene o male il passato ce lo racconta, si vanno sostituendo le molteplici memorie individuali, che non sono soltanto punti di vista diversi sui fatti ma ricostruzione, invenzione e falsificazione. Se appunto non esiste più una verità, o qualcosa che almeno le si avvicini, le verità si moltiplicano e si annullano vicendevolmente e il passato diventa terra di nessuno. Ma il non avere alcun passato è caratteristica precipua degli androidi, e la cancellazione della memoria collettiva è uno degli effetti della trasmutazione dell’umano in androide.

•     Un’ulteriore notevole differenza sta infine nella caratterizzazione dei protagonisti. Rick Deckard, il cacciatore di androidi, nel libro non è affatto il detective duro ma romantico, sullo stile del Philiph Marlowe di Chandler, che Harrison Ford impersona nel film. Al contrario è un personaggio molto più grigio, con una vita famigliare penosa: è sposato, non ha figli e in giardino tiene una pecora elettrica, perché non può permettersi nemmeno quel minimo surrogato di affetto che potrebbe venirgli dal possedere una pecora autentica. Questa idea di avere un animale vero lo ossessiona, non solo perché gli animali danno prestigio sociale ma anche perché pensa potrebbe risollevare in maniera naturale l’umore della moglie. Inoltre vorrebbe vincere la noia della sua esistenza e dare a questa una parvenza di senso. Per questo accetta l’incarico speciale di ricercare (ed eliminare) gli androidi clandestini.

Non ha però molta fortuna. Quando crede ormai che il peggio sia passato la moglie disperata lo informa che Rachel ha buttato dal tetto del palazzo la pecora autentica che lui aveva comprato con i soldi della taglia. Deckard trova infine fortunosamente un rospo, che crede sopravvissuto all’estinzione, e se lo porta a casa: ma non c’è scampo, Iran scopre che anche l’anfibio è sintetico.

Molto diversa è anche la figura femminile più significativa, Rachael appunto, che nel film appare fragile e triste, un essere al confine tra l’androide e l’umano, capace persino di provare dei sentimenti, di amare la persona che più dovrebbe odiare al mondo; una figura fortemente romantica, così come a suo modo romantica è la storia che la lega a Deckard. Nel romanzo è invece un personaggio sfuggente, ambiguo, pronto a tutto per sopravvivere, e con lei il protagonista vive solo uno squallido intermezzo sessuale. Credo che la Rachael del libro sintetizzi in fondo il rapporto molto problematico di Dick con l’universo femminile (anche le altre donne che compaiono, la cantante lirica Luba Luft , Pris “modello piacere di base” , la stessa Iran, moglie di Deckard , replicanti o meno, non sono viste in una luce positiva), ma più in generale quello di tutto l’ex sesso forte nei confronti di un genere che non accetta più il ruolo subordinato nel quale storicamente era stato confinato (ricordiamoci che siamo in America). Senza voler eccessivamente forzare la cosa, oserei dire che si possono cogliere significative (e sinistre) analogie tra la strage di replicanti compiuta nel libro e il recente dilagare dei “femminicidi”.

Un discorso un po’ diverso vale per l’antagonista principale di Deckard, il replicante Roy Batty. In Blade Runner Roy è una macchina biologica da guerra, che mostra però di avere barlumi di una coscienza morale superiore rispetto a quella di molti umani. Intanto prova pietà per i suoi compagni già eliminati. Poi, alla fine, rinuncia alla vendetta e risparmia la vita a Deckard, non per altruismo, ma per dimostrare di saper coltivare una superiore nobiltà d’animo, quella stessa che gli fa accettare la morte come un atto libero. Insomma, più che un uomo appare, o comunque vorrebbe apparire, un superuomo.

Nel romanzo le cose non stanno esattamente così. Direi anzi che una immagine riassume nella maniera più efficace il tipo di auto percezione che Dick attribuisce agli androidi: «Il quadro mostrava una creatura calva e angosciata, con la testa che pareva una pera rovesciata, le mani premute sulle orecchie e la bocca aperta in un immenso urlo muto. Onde contorte del tormento della creatura, echi del suo grido, fluttuavano nell’aria che la circondava; l’uomo, o la donna, qualunque cosa fosse, aveva finito per esser contenuta nel proprio urlo. Si era coperta le orecchie proprio per non sentirlo. La creatura era in piedi su un ponte e non c’era nessun altro presente; urlava nell’isolamento più totale. Tagliata fuori dal suo sfogo – oppure, nonostante il suo sfogo. […]

“Secondo me” disse Phil Resch “è così che deve sentirsi un droide”.»

Quell’immagine originariamente voleva essere emblematica della condizione di tutta l’umanità. Al momento in cui l’ha usata Dick poteva forse esprimere il travaglio di una condizione di passaggio, della mutazione in atto. Oggi, a mutazione in pratica già avvenuta, nel senso del passaggio da uomo ad androide e non viceversa, l’urlo non è più nemmeno muto. Gli è succeduto un silenzio attonito, mascherato dietro il chiacchiericcio insulso di umani che non si pongono nemmeno più il problema di conservarsi tali. Sembrerebbe aver vinto Roy Batty, in realtà assistiamo solo a una sconfitta: la nostra.

Nel libro compare poi anche una figura che dal film è completamente assente, Isidore, lo “speciale” che nella sua semplicità rappresenta il poco che ancora rimane dell’animale sociale umano. Un quasi equivalente potrebbe essere visto in J. F. Sebastian, il genetista cofondatore dell’azienda produttrice dei replicanti, che concede la sua fiducia a un gruppo di essi in fuga, li ospita nel suo appartamento e li accompagna dal padrone dell’azienda stessa, salvo essere poi ucciso da Roy Batty, che ha visto respinte le sue richieste. Ma la somiglianza si ferma lì. Sebastian pur con tutti i suoi dubbi rimane dentro il sistema. Isidore ne è stato espulso da un pezzo e non accetta, non introietta passivamente la solitudine cui i suoi simili paiono condannati, e alla quale hanno condannato lui. Vuole relazionarsi, vuole essere e sentirsi utile agli altri. È l’unico in tutta la vicenda a provare un’empatia sincera, rivolta indiscriminatamente a umani e replicanti. Quando questi ultimi si trasferiscono a casa sua per tendere un agguato ad un altro cacciatore di androidi, Phil, è entusiasta di avere compagnia, anche se rimane poi sconvolto nel vederli torturare e uccidere un esemplare raro di ragno che aveva trovato. Quando poi Phil uccide tutti i replicanti, gli unici amici che aveva mai avuto, finisce per impazzire. L’unico barlume di umanità rimane dunque proprio negli “speciali”, che non hanno paura di provare emozioni o di ascoltare il silenzio.

•     Infine, pronta ad avvolgere e a nientificare il tutto, c’è la palta. La palta è la melma, la fanghiglia che penetra ovunque e ricopre tutto, la commistione della polvere proveniente dalle macerie che galleggia nell’aria e della pioggia incessante che le batte. Della palta parla proprio Isidoro in una sua riflessione. “Nessuno può battere la palta, tranne che per un po’ di tempo e forse in un posto solo, come nel mio appartamento, dove ho creato una specie di equilibrio tra la pressione della palta e della nonpalta, finché dura. Ma poi morirò o me ne andrò, e allora la palta prenderà il sopravvento. È un principio universale valido in tutto l’universo; l’intero universo è diretto verso uno stato di palettizzazione totale e assoluta.” È il movimento del tutto verso l’entropia: gioie, dolori, passioni saranno cancellati, assieme a ogni traccia del passaggio umano. Paradossalmente la palta verrà a risanare ciò che è stato inquinato dagli uomini, e al tempo stesso a fare giustizia delle loro ambizioni e delle loro scelleratezze. La progressiva uniformazione degli umani e dei replicanti ne è in fondo solo una tappa.

L’elenco delle differenze tra il libro e il film potrebbe essere molto più lungo, ma credo che quelle che ho indicato siano già sufficienti a consentire qualche breve considerazione riassuntiva. Dopo aver precisato tra l’altro che quando gli furono sottoposti alcuni spezzoni del già girato, poco prima di morire, Dick ne fu entusiasta, almeno per quanto concerneva l’ambientazione, perché confermava la sua visione pessimistica sul futuro di una società sempre più inumana.

Intanto la prima considerazione è che la fantascienza (ma vale anche per il genere horror) ha ereditato quelle ansie archetipiche universali che in passato si manifestavano nel mito e nelle fiabe. La principale è indubbiamente legata alla paura della morte, allo sgomento di fronte alla coscienza della caducità.

Essere coscienti della propria transitorietà induce una riflessione sul senso della vita, sull’autenticità delle emozioni e sull’evoluzione della coscienza. Impone agli umani di chiedersi cosa sono, come sono e perché sono così. Di qui l’ansia di non trovare rispose, ma anche di perdere, come accade a Deckard, quelle che ci si era (o ci erano state) date.

Di qui anche il ruolo fondamentale della memoria, per ricostruire il percorso che porta ad una identità. La memoria suscita la domanda basilare su come siamo arrivati alla condizione presente, e offre anche possibilità di risposta. Ma a chi ne ha il controllo offre anche quella di precostruire la risposta. Per questo impadronirsi della gestione della memoria, come già ipotizzato in 1984 da Orwell, significa avere il controllo del presente e del futuro.

Al di là di questo, per Dick la ricerca di senso è trasversale, tocca gli umani come i replicanti. Sia in Blade Runner che nel romanzo entra in gioco in più occasioni il ritrovamento di vecchie fotografie, che alla memoria offrono un importante supporto documentale. Nel film Deckard le trova nascoste in mezzo alla biancheria di un replicante, e di lì cominciano a sorgere i suoi primi dubbi. Rachel mostra una foto dell’infanzia, poi rivelatasi artefatta, a riprova della propria identità umana. “Le foto di Leon dovevano essere artefatte come quelle di Rachel. Non capivo perché un replicante collezionasse foto. Forse loro erano come Rachel. Avevano bisogno di ricordi.” Ma il cacciatore stesso ne ha bisogno, e ne tiene diverse sul leggio del suo pianoforte, quasi a volersi rassicurare sulla veridicità del proprio passato.

Lo scavo nel passato che unisce quasi tutti i protagonisti della storia, in entrambe la versione, è funzionale alla definizione di umanità, al tentativo di stabilire cosa ci rende davvero umani. (dico “quasi tutti” perché nel libro tanto Roy Batty quanto Phil Resch, il collega di Deckart, sembrano immuni da ogni sentimento positivo. Sono egualmente spietati, freddi e determinati, l’uno a sopravvivere e l’altro a fare piazza pulita) Nel mondo immaginato da Dick, tuttavia, nel quale tutto ciò che pareva certo viene messo in discussione e ribaltato, la definizione di umanità riesce impossibile: se un androide può provare affetto, paura, desiderio e dolore, è davvero solo una macchina? E se un uomo smette di provare empatia, resta ancora umano? E dipende da lui rimanere tale?

Proprio sulla risposta a questo interrogativo le due narrazioni divergono in maniera sostanziale. Nel libro il punto di vista è quello dell’umano Deckard. È lui a provare un’empatia che è puramente umana per gli androidi: nei confronti di Rachael poi prova addirittura attrazione e persino qualcosa che somiglia all’amore. Il suo è in realtà un sentimento a senso unico, poco gli importa di essere ricambiato. Oserei dire che gli importa soltanto di riconoscersi capace di amore, di empatia, avvalorando così la sua identità umana nel confronto con quella degli androidi. E forte di questo confronto accetta la condizione che ad un certo punto gli viene profetizzata: “Dovunque andrai, ti si richiederà di fare qualcosa di sbagliato. È la condizione fondamentale della vita essere costretti a far violenza alla propria personalità. Prima o poi, tutte le creature viventi devono farlo. È l’ombra estrema, il difetto della creazione; è la maledizione che si compie, la maledizione che si nutre della vita. In tutto l’universo”. Gli appare come un destino ineluttabile, e per questo deve fare costantemente violenza ai propri sentimenti, arrivando a sopprimere ad esempio, sia pure dopo un attimo di esitazione, la cantante Luba Luft, una delle voci più belle della lirica, una voce che gli aveva procurato gioia ed emozione.

Deckard insomma non osa valicare il confine. Prende coscienza del progressivo processo di umanizzazione interiore degli androidi, ma in lui prevale comunque la difesa della unicità umana contro il contagio tra il naturale e l’artificiale, tra il vero e il falso. Non tollera la perdita dell’identità di essere umano come unico detentore di “umanità”. Gli androidi vanno eliminati perché minano proprio quella; se la creazione dell’uomo eguaglia o supera in umanità l’uomo stesso, allora l’essere umano non ha neppure ragione di esistere, di sentirsi tale.

Nel film è proposto, al contrario, il punto di vista dell’androide. I replicanti, sia Rob che Rachael, e più larvatamente tutti gli altri, vogliono sia accettata l’idea che non sono rimasti tali e quali dal momento della loro creazione, ma si sono formati e trasformati indipendentemente, si sono evoluti nel tempo interagendo con gli umani. Di qui l’importanza da un lato di rivendicare una memoria, e dall’altro di cancellare la scadenza che è stata loro imposta. Ciò li sottrarrebbe alla volontà umana, e consentirebbe loro di accedere all’empatia, di colmare cioè la principale lacuna della loro programmazione.

Sono invece gli esseri umani che perdono l’umanità fino ad assomigliare agli androidi; grazie al modulatore di umore possono persino decidere quali sentimenti provare, divenendo “macchine” a loro volta. E per dimostrare di essere superiori agli androidi, di provare a se stessi di possedere quel quid che li distingue, ricorrono ad un altro strumento, la macchina empatica.

Sono stato tentato a questo punto di supporre anche una intenzione “politica” nel libro di Dick, e quindi di darne una interpretazione in quel senso. In fondo è stato scritto negli anni in cui arrivava a compimento in Asia e soprattutto in Africa il processo di decolonizzazione, e soprattutto mentre infuriavano in America le lotte contro la discriminazione razziale e per il riconoscimento a tutte le etnie dei diritti civili. Mi sono però subito ricreduto. La cosa può forse valere per il film, ma attribuirla anche al libro sarebbe davvero una forzatura. A Dick non interessano i diritti degli androidi, e tantomeno immagino quelli dei neri: è ossessionato dalla “schiavitù” nella quale stanno scivolando gli umani, nella fattispecie l’umano occidentale. Quindi mentre il messaggio di Blade Runner è: siamo tutti ugualmente umani, abbiamo tutti gli stessi diritti, quello di “Ma gli androidi sognano …” è: siamo, o stiamo diventando, tutti schiavi. Schiavi della tecnologia, della finanza, dell’industria, della pubblicità, dei farmaci, di tutto ciò che sta dietro e che condiziona la storia contemporanea.

Insomma, come vado ripetendo sino alla noia, e persino, lo confesso, con la presunzione di essere tra i pochi che se ne rendono conto o che almeno ne paventano le conseguenze: non sono gli androidi ad assomigliare sempre più agli uomini, ma gli uomini ad assomigliare sempre più agli androidi.

E già nel libro di Dick è adombrata l’altra inquietante domanda: quanti alieni già circolano tra di noi sotto mentire spoglie? E sono almeno veri androidi, o vanno classificati in una categoria ancora diversa, visto che sono si incapaci di sentimenti, di empatia, ma non hanno la caratteristica dell’intelligenza superiore e della maggiore efficienza?

P.S.: Sarebbe interessante ricostruire l’albero genealogico delle idee di Dick e le linee della sua discendenza. Mi limito a suggerire alcuni spunti e lascio ad altri l’incombenza. Al primo ascriverei senz’altro sul piano filosofico la Scuola di Francoforte, almeno per quanto concerne un discorso più generale sulla modernità; ma anche, per lo specifico del rapporto con tecnica, L’uomo è antiquato di Gunther Anders («L’uomo, novello Prometeo, si ritrova ad essere subalterno alle sue creazioni. È inadeguato di fronte a ciò che ormai la tecnica rende possibile. Ha creato le macchine e ne ha poi perso il controllo, il progresso della tecnologia è di gran lunga più rapido di quello umano. L’uomo è dunque condannato ad essere progressivamente meno efficiente, meno aggiornato rispetto ai mezzi tecnologici da lui stesso creati. Di più: questo uomo, ormai “antiquato”, è destinato a soccombere.»).

Non so se Dick conoscesse direttamente le opere di questi autori: il loro pensiero era comunque nell’aria. Senz’altro conosceva invece Gli strumenti del comunicare di Marshall Mc Luhan. («Oggi, dopo più di un secolo di tecnologia elettrica, abbiamo esteso il nostro sistema nervoso centrale fino a farlo diventare un abbraccio globale, abolendo limiti di spazio e tempo per quanto concerne il nostro pianeta […]. Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre»). Potrebbe anche essere stato influenzato dalle ultime opere di Lewis Munford, quelle nelle quali si parla della ‘megamacchina’, come di un “dispositivo tecnico” che abolendo la separazione mezzi-fini, vede nel suo accrescimento continuo il fine supremo che tende ad annullare l’autonomia dell’uomo.

Volendo si può naturalmente risalire molto più addietro, fino a La Mettrie e addirittura a Cartesio: ma, come sempre, a voler essere conseguenti si arriva davvero sino a Prometeo o alla mela di Eva.

Nelle filiazioni inserirei invece certi aspetti della filosofia postmoderna e del movimento cyber-punk: quindi, per lo specifico di una fantascienza con forti valenze sociologiche, autori come William Gibson e Bruce Sterling, mentre per diramazioni più sottili e incredibilmente ramificate posso essere presi in considerazione ad esempio filosofi di casa nostra come Massimo Cacciari, Mario Perniola e addirittura Antonio Negri. Ma lo stuolo è qui infinitamente ampio, dal momento che quella con l’AI è la sfida fondamentale del pensiero moderno.

A un livello molto più terra terra è divertente (o angosciante, dipende da come la si vuol mettere) vedere come viene percepito e vissuto dai “senzienti” il confronto (che si configura sempre più come un “conflitto”) con l’AI, e quali ricadute immediate ciò comporta.

Intanto c’è la paura: a motivarla concorrono i riscontri negativi più disparati, quelli più immediatamente percepibili: gli usi bellici, ad esempio, con gli attacchi a strutture o a singoli obiettivi umani attraversi i droni e altre simili diavolerie, e quelli alle istituzioni tramite hacheraggio; la sistematica violazione di ogni forma di privacy, finalizzata una sorveglianza globale e ad un utilizzo delle informazioni carpite per scopi tutt’altro che trasparenti; l’impatto sul mercato del lavoro, già stravolto dall’incalzate automatizzazione anche dei compiti cognitivi, con la prospettiva incombente di una sostituzione delle attività umane in ogni settore, e quindi di una disoccupazione di massa; la disinformazione, adoperata sistematicamente non solo per manipolare l’opinione pubblica, ma per mettere in piedi le truffe più sofisticate e fantasiose.

In risposta stanno già arrivando manifestazioni contro l’AI, organizzate da gente che si convoca reciprocamente attraverso il telefonino e comunica attraverso i social. Comunque hanno già avuto l’adesione dei ProPal, il che fa ben sperare. Si arriva anche alle proposte più radicali, come quella del Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria, che sostiene che l’estinzione umana sia la soluzione per salvare l’ambiente, promuovendo la cessazione della riproduzione. Altro che produrre replicanti!

Pare che nessuno si renda conto davvero di quanto ci siamo già dentro, e di come l’estinzione, per il momento solo dell’intelligenza naturale, ma in prospettiva anche dei suoi supporti fisici, sia già dietro l’angolo.

Ah, dimenticavo. Avete notato che i nostri interlocutori digitali, che fino a poco tempo fa ci chiedevano di identificarci come umani attraverso la Captcha, riconoscendo una sequenza di lettere e numeri distorti, oggi si limitano a chiederci di spuntare la scritta “Non sono un robot”. Hanno abolito il test, vanno evidentemente sulla fiducia. O forse, ed è la cosa più probabile, hanno già realizzato che tra umani e androidi non c’è più alcuna differenza. Si sono portati avanti.

Povera lingua!

di Paolo Repetto, 10 febbraio 2026

Dal lato opposto dello spogliatoio arrivano brandelli di conversazione. Sono due tizi sulla trentina, hanno parlato sino ad ora di auto, di cavalli (motore), di diavolerie elettroniche. Poi arriva lo sbraco: “Se avrei i tuoi soldi, sai cosa farei …”. Una fitta al cuore, immediata. È una deformazione professionale, davanti a tanto abominio non riesco a farmi i fatti miei. A scuola avrei minacciato il malcapitato di fustigazione sulla pubblica piazza. Qui mi limito ad apostrofare i due, rimanendo di schiena: “Se avessi, cavolo! Se avessi! Attenti ragazzi: si comincia ceffando il congiuntivo e si finisce a letto con un congiunto”. Si zittiscono. Probabilmente – anzi, sicuramente – non hanno capito nulla, ma si affrettano a rivestirsi e se ne vanno senza salutare. Immagino pensino di avere a che fare con uno svitato. Non ho volutamente spiegato nulla, perché non c’era nulla da spiegare. Non avrebbero capito comunque, perché la lingua è musica, e se non ti accorgi già dal suono di aver preso una stecca significa che non hai proprio orecchio.

(Mi è venuto però il sospetto che forse ero io a non aver capito nulla. Forse il vituperio che avevo loro predetto non li turbava più di tanto, e il mancato rispetto del congiuntivo era non un prodomo ma una conseguenza della caduta del tabù parentale.)

All’ingresso della stessa palestra, dietro il banco di quella che una volta era l’accettazione (lo è ancora, ma ora si chiama reception) ci sono sempre un paio di ragazzi o ragazze molto giovani, probabilmente pagati una ciocca, che quando passo loro davanti mi salutano: “Ciao”. Hanno l’età di mio nipote, sono apparentemente normali, anzi, danno l’idea di essere piuttosto svegli, ma ormai frequento questo luogo da quasi un anno, e ogni volta dico loro in ingresso “Buon giorno”, e all’uscita “Arrivederci”, e loro imperterriti ricambiano con “ciao”. Questo non per una confidenza indotta dalla consuetudine: mi hanno accolto così sin da subito, quando sono andato ad iscrivermi.

Da un sacco di tempo ormai ogni volta che entro in un ambiente nuovo mi sento interpellare alla seconda persona singolare. Soprattutto dai giovani, ma anche da quelli della generazione di mezzo, e persino della mia. E ogni volta provo frustrazione e fastidio. Ho continuato per tutta la vita a rivolgermi alle persone più anziane, e anche a quelle della mia età o più giovani, usando la terza persona, almeno fino a quando non si fosse sviluppata tra noi una certa familiarità. E in terza persona sono stato sempre interpellato nell’ambito del mio lavoro, dagli studenti prima, come insegnante, dai docenti in ultimo come dirigente. Ha funzionato benissimo, era un modo per definire implicitamente non delle gerarchie ma la natura reciprocamente rispettosa dei nostri rapporti. Coi nonni paterni usavo addirittura il “Voi”, visto che lo usavano essi stessi tra di loro, e mio padre e gli zii nei loro confronti.

Sentirmi salutare col “ciao” da uno sconosciuto non mi scalda il cuore, non mi illude su un aspetto giovanile che non avevo neanche a vent’anni, non mi fa sentire più partecipe, più vicino all’umanità che mi circonda. Non è questione di freddezza né di formalismi: è che non sopporto tutto ciò che nei rapporti finge condizioni di conoscenza, di intimità che in realtà non esistono. Il formalismo è semmai implicito, alla rovescia, proprio in questa pseudo-confidenza, nei baci e negli abbracci distribuiti a destra e a manca, che falsano la realtà dei rapporti stessi. Se davvero ci si vuole capire, e stabilire relazioni sociali autentiche, prima ancora di lasciare corso all’empatia e alle altre svariate “competenze” emotive che oggi vanno per la maggiore dobbiamo aver chiaro ciascuno lo spazio e la posizione da cui muoviamo. Altrimenti si creano solo ipocrisia e confusione.

Si potrebbe pensare che l’uso universale della seconda persona sia legato all’ingresso nelle nostre comunità di popoli nel cui corredo linguistico non è contemplato quello della terza; è parzialmente vero, e sin qui sarebbe comprensibile e giustificabile. In realtà dalle nostre parti è dovuto principalmente all’adozione di tattiche relazionali mirate a creare un falso effetto di familiarità, da usarsi nella promozione di prodotti o di idee. Si è trattato quindi di una “evoluzione” linguistica tutt’altro che spontanea e funzionale a migliorare i rapporti: è stata studiata a tavolino e diffusa e resa applicativa attraverso la gazzetta ufficiale dei media, dove tutti si danno del tu come avessero frequentato assieme l’asilo. Coniugare i verbi alle sole prime due persone in apparenza semplifica il discorso, in realtà lo impoverisce, perché esclude la possibilità di esistenza di diverse sfumature nel rapporto. Non avvicina “l’altro”, ma lo disperde in una moltitudine indifferenziata (che con buona pace di Toni Negri e della French Teory non è condizione “rivoluzionaria”, ma solitaria al massimo grado).

Comunque, per capire davvero cosa sta succedendo occorre risalire ancora più a monte. Perché indipendentemente dalla seconda o terza persona i verbi andrebbero coniugati: e questo ci riporta al paragrafo d’apertura, alla eliminazione dei modi, a partire da quella del congiuntivo. In questo caso però non sembra trattarsi di una strategia elaborata all’interno di un qualsivoglia disegno, ma di un impoverimento quasi spontaneo, dovuto all’arretramento dell’intelligenza umana. Tale arretramento, stante il rapporto diretto esistente tra pensiero e linguaggio, è perfettamente testimoniato dalle vicissitudini di quest’ultimo.

Il congiuntivo è il modo della soggettività, dell’incertezza, dell’opinione e del desiderio (è retto infatti da: io penso, io credo, io vorrei che …). Liquidarlo è come appiattire la linea dell’encefalogramma. Viene meno tutto il mondo delle subordinate, resta comunicabile solo la pura denotazione, né più né meno come ai primordi dello sviluppo del linguaggio. Scompare ogni margine di interpretazione, ogni condizione ottativa, rimangono solo le cose, le azioni, i dati bruti, e non la riflessione sulle cose. A ripensarci, vista da questa angolazione la faccenda, viene da sospettare che la mano di un qualche disegno esterno non sia così improbabile.

La stessa cosa è già accaduta con l’abbandono del condizionale, che ha sancito l’esclusione di possibili alternative al nostro modo di pensare e di vivere. Il condizionale, soprattutto se usato nel periodo ipotetico del terzo tipo, era il modo dell’utopia. Consentiva di supporre altri tempi, altri spazi, altre situazioni, altri tipi di azione e di reazione. Reggeva la trama di quella vita parallela che ciascuno di noi si costruisce per alleggerire la pesantezza e la monotonia di quella reale, apriva a mondi e possibilità infinite. Una lingua senza il condizionale racconta un’esistenza totalmente già determinata, nella quale non c’è margine alcuno per la scelta.

Persino l’imperativo sembra in via di estinzione, o almeno non ha più il senso di una volta. Lasciamo perdere quello categorico, che il povero Kant non avrebbe mai immaginato potesse essere così stravolto, e limitiamoci a quelli consueti, quotidiani. Si è persa completamente la consapevolezza che noi abbiamo anche dei doveri, e che il dovere non è la negazione del diritto ma il suo complemento, anzi, è ciò che garantisce il diritto a tutti e lo giustifica. Mia madre non mi avrebbe mai detto: “Potresti andare a prendere un po’ di legna?” Diceva, senza tanti giri di parole: “Vai a prendere un po’ di legna”. Anche se ero impegnato coi compiti, o più facilmente nella lettura di qualche fumetto o a giocare coi soldatini, sapevo benissimo che quella consegna non era procrastinabile. Lo sapevo perché se volevo che la pasta o il minestrone cuocessero, o che la cucina rimanesse abbastanza calda da consentirmi di studiare o di giocare, quella legna era indispensabile: non mi sentivo affatto maltrattato o costretto, anzi, ero corresponsabile del pranzo o della cena, e mangiavo con la coscienza di essermeli almeno in parte guadagnati.

Mio padre usava un’altra tattica: si coinvolgeva sempre nell’azione che ordinava, così che il verbo suonava alla prima persona plurale: ma il suo facciamo questo, prendiamo quello, andiamo là, non era un indicativo, dava per scontato che si facesse, si prendesse o si andasse. Dava l’ordine e dava l’esempio, vi ottemperava per primo: e stanti le sue condizioni fisiche[1] per me la sua non risultava un’imposizione dettata dall’esterno, ma richiamava dall’interno un imperativo morale.

Provateci oggi. Oggi se dai un ordine a un bambino chiamano il telefono azzurro, se lo dai ad un adulto ti manda a quel paese o ti denuncia. Questo non può condurre che a una totale deresponsabilizzazione: di chi l’ordine lo dà, perché sa di non averne più riconosciuta l’autorità, e di chi l’ordine lo riceve, che non è più incentivato nemmeno a metterlo in discussione, a capirne o a impugnarne le ragioni. Semplicemente se ne frega.

Potrei continuare lamentando la sorte degli articoli e degli avverbi, dei pronomi e delle preposizioni, ma non è il caso. Volevo solo sottolineare come l’inaridimento della lingua e il suo stravolgimento conducano ad esiti letali per la nostra intelligenza. E vado ad esemplificare cosa determina poi negli atteggiamenti e nei comportamenti quotidiani.

Una prima scomparsa, ampiamente documentabile, è quella dell’ironia. Se oggi servi a qualcuno una battuta sono minime le probabilità di vederti tornare la pallina. Molti non la vedono nemmeno passare, altri sospettano subito che tu voglia usarli come bersaglio. La vera ironia, quella non forzata, gioca invece sull’effetto stemperante che si ottiene nell’esprimere il contrario di quel che si pensa o si vuole comunicare. È un esercizio di elasticità mentale, che mira ad evidenziare certe assurdità o contraddizioni, a sdrammatizzare situazioni pesanti, e che naturalmente supporrebbe una analoga elasticità nell’interlocutore. Una condizione che ormai non incontri quasi più, proprio in ragione del fatto che le parole e le frasi sono ridotte alla univocità, che non viene concesso spazio alla pluralità dei significati, che è sparita la capacità critica di decodificare qualsiasi discorso.

Sull’ironia ho costruito praticamente tutto il mio lavoro di insegnante e i miei rapporti con amici e conoscenti, ma oggi mi ritrovo completamente spiazzato. Vedo interpretare come serie certe mie provocazioni palesemente scherzose, e addirittura nascerne assurdi risentimenti: atteggiamenti che a volte mi lasciano di stucco, ma al tempo stesso, come nel caso della grottesca imputazione di misoginia che spesso mi è contestata, mi spingono a insistere ancor più nel gioco delle parti che è venuto a crearsi (e confesso che la cosa non mi costa nemmeno troppa fatica). Capisco che dovrei contenermi, per evitare fraintendimenti, ma così sarei ancor meno autentico: oltretutto la mia condiscendenza sarebbe, quella si, offensiva per gli altri: e allora mi riduco a giocare solo con amici di comprovata elasticità neuronale.

Qualche tempo fa al bar ho chiesto ad uno di questi, ottimo pallettaro e notorio scrutacentesimi, che non vedevo da un pezzo, se avesse svernato ai Caraibi, e mi sono sentito rispondere che si, c’era un’offerta della Costa per croceristi a mezza pensione disposti a collaborare al servizio, e che si era praticamente pagata la vacanza col risparmio sulle spese domestiche di riscaldamento. Questa io la chiamo una risposta di rovescio secco sulla linea d’angolo: tanto di cappello. Il fatto è che un terzo astante ha preso la cosa sul serio ed è andato a raccontarla in giro via social, col risultato di farsi prendere per il sedere da una metà dei suoi contatti e di scatenare nell’altra metà una ridda di commenti sarcastici e indignati. Alla fine ha tolto il saluto a me e all’amico. (Faccio presente che il tizio non è – o non era – lo scemo del villaggio, gode – o forse godeva – di un certo prestigio, sia pure d’origine tutta economica. Ma rispetto alle sottigliezze dell’ironia è un convinto obiettore di coscienza).

A queste cose mi riferisco. Non parliamo poi dell’autoironia. Se mancano le basi lessicali e la capacità di connetterle in una struttura discorsiva corretta e coerente, essendo il linguaggio ad un tempo lo specchio e l’organizzatore del pensiero, anche quest’ultimo riesce appannato e confuso. Segnatamente poi quando oggetto della riflessione è il soggetto stesso: privato degli strumenti che potrebbero consentirgli di prendere le distanze senza drammatizzare eccessivamente, finisce per smarrire ogni capacità di mettersi scherzosamente in gioco.

Un’altra significativa scomparsa riguarda l’utopia, e questo l’avevo già anticipato. L’utopia è il sogno di ciò che non è possibile, ma è auspicabile, così come l’ironia è l’ingresso consapevole e voluto nel paradosso. L’una e l’altra rimandano a una potenzialità eccentrica del pensiero: la capacità di formulare concetti o di immaginare situazioni che non trovano posto nella realtà, o che addirittura la ribaltano. Hanno dunque una valenza tutt’altro che denotativa, e necessitano di un linguaggio complesso (ma non complicato), che offra uno spettro amplissimo di possibili combinazioni.

Senza il modo condizionale però l’utopia non esiste. E anche gli aggettivi derivati vanno usati con criterio. Se non faccio distinzione tra utopico e utopistico rischio di contraddire la connotazione positiva o negativa che vorrei dare di idee o progetti di società perfette. Se definisco utopica una società assolutamente serena e armoniosa, infatti, la colloco nello scaffale dei bei sogni coscienti di essere tali, mentre se definisco utopistici un piano concreto o un progetto specifico li etichetto e li liquido come irrealizzabili. Oggi sia il lemma originario che entrambe le aggettivazioni derivate sono invece usati sempre in una valenza negativa, sia pure con tonalità variamente sfumate. Questo ci dice che il termine, coniato originariamente per indicare l’ideale traguardo al quale andrebbe mirata ogni trasformazione politico e sociale, o per definire un parametro sul quale misurare i progressi della civiltà, è stato ristretto a designare la vanità di ogni nostro sforzo di perfezionamento o quantomeno di cambiamento. Ci dice insomma che non siamo più capaci di sognare e ci stiamo perdendo anche le parole (e i concetti che sottendono) per farlo.

Ma forse sto volando un po’ troppo alto. Forse non è necessario cercare il polso della situazione in queste sottigliezze. Il problema sta nel fatto che se è oggettivamente difficile mantenere in vita il sogno di una futura armonia sociale, lo è ancor più raccapezzarsi rispetto a quanto accade nella sin troppo reale disarmonia che ci circonda. Altro che utopia e magnifiche sorti: ciò che vedo io è che stiamo regredendo allo scatenamento degli istinti peggiori, quelli che una volta si sarebbero definiti belluini e che oggi trovano giustificazione come rabbia sociale, emersione del profondo, ritribalizzazione, rifiuto dei “valori forti” e delle “rigide convenzioni”. E non c’è nemmeno bisogno di tirare in ballo i black bloc, le maranze o i centri sociali: sto parlando di quella che ormai è considerata la quotidiana normalità.

Provate a partecipare ad una assemblea condominiale. Non ero più stato coinvolto in un’esperienza del genere da almeno cinquant’anni, e ne sono uscito sconvolto. Ho sentito sciorinare un campionario di costrutti sintattici che avrebbero strabiliato Piranesi ed Ensor, di anacoluti, di mancate concordanze e storpiature, di strafalcioni concettuali e grammaticali, per di più urlati e ruggiti in una babelica continua sovrapposizione di voci. Mi sono chiesto se questo mezzo secolo l’ho vissuto fuori dalla storia. Non che non avessi sentore del degrado, anzi, avevo costantemente occasioni di prenderne atto: ma ero convinto si trattasse in fondo solo di un problema di stupidità e di ignoranza, grave senz’altro, a rischio costante di overdose, ma almeno in teoria curabile con una buona prevenzione e una sollecita rieducazione. Invece non è così: non è più un problema di quantità, qui si è fatto un salto qualitativo. È questo a lasciare sconcertati. Siamo alla mutazione antropologica, che passa anche (e direi in prima battuta) attraverso la brutalizzazione e lo svilimento del linguaggio.

Quella serata mi ha spiegato Trump e Putin e tutti gli altri meglio di qualsiasi dotta dissertazione, perché era solo la versione in miniatura di quanto accade a livello di relazioni internazionali, dove è venuta meno anche l’ipocrisia comunicativa formale e ogni più insulsa e sguaiata idiozia diventa subito un “meme”. Pensavo che se non riusciamo a concordare una soluzione mentre ci piove letteralmente addosso, possiamo attenderci ben poco quando sono in ballo e si contrappongono malintesi diritti o “interessi nazionali”, branditi da mentecatti che a loro volta sono stati eletti da altri milioni di imbecilli.

Non sto andando fuori tema. Pensate che tutto questo abbia poco a vedere con lo smottamento linguistico in atto? Il livello del dibattito condominiale (che è poi tale e quale quello dei salotti televisivi, o degli “incontri al vertice”) evidenzia il contrario. Quando i duellanti hanno come sola arma il tono di voce, come sola strategia il parlare sopra gli altri, come unico argomento l’insulto, significa che hanno abdicato ad ogni potenzialità comunicativa, esplicativa e persuasiva del linguaggio.

Ma non è finita qui. Se assieme all’utopia si perde il futuro, l’impoverimento del linguaggio ci impedisce anche di effettuare una corretta manutenzione della memoria, di trarre alimento dal passato. Intanto per le ragioni già esposte, perché la memoria va oliata con il lubrificante giusto e questo è appunto rappresentato dalla complessità del pensiero, che si traduce e si esprime nella ricchezza del linguaggio, mentre oggi una comunicazione dominata dal consumo rapido di immagini finisce per imporre anche una trasmissione telegrafica dei contenuti. Poi perché per lo stesso motivo le testimonianze e le documentazioni storiche vanno disperse in un unico calderone assieme alle banalità dell’intrattenimento e ai messaggi pubblicitari e propagandistici, dei quali condividono i tempi e spesso mutuano purtroppo anche i modi, compresa la povertà linguistica e la ricerca dell’effetto sensazionalistico; così da guadagnarsi alla fine la stessa scarsa attenzione e da attestarsi allo stesso infimo livello di credibilità.

Insomma, per non tirarla troppo in lungo: non voglio addentrarmi nella contrapposizione generazionale, nello scambio reciproco di accuse tra gli anziani e i giovani. È una costante storica, si ripropone da millenni, anche se indubbiamente negli ultimi tempi ha trovato più occasioni di esprimersi e una maggiore visibilità. Nemmeno credo di aggrapparmi a nostalgie puriste, di dare voce al rifiuto di chi non sa stare al passo coi tempi. Semmai è piuttosto la lucidità consentita a chi i tempi del mutamento li ha vissuti tutti da dentro, e sa che quello del linguaggio è la prima spia di una riorganizzazione ben più profonda delle forme del potere. D’altro canto, lo aveva già visto e raccontato benissimo Orwell.

La neolingua immaginata da Orwell non è semplicemente uno strumento espressivo “altro”, che adotta strutture linguistiche e forme lessicali più adatte a esprimere una nuova visione del mondo e a svecchiare le abitudini mentali. È un vero e proprio strumento repressivo, nel senso che rende impossibile l’elaborazione di ogni altra forma di pensiero, e annulla ogni libertà di coscienza. Per ottenere questi effetti si costruisce un lessico che definirei “palindromo”, per cui ogni termine può essere letto in due significati diametralmente opposti (questa è la base del bispensiero): ciò che dà la possibilità a chi detiene il potere di imporre di volta in volta l’interpretazione a lui più favorevole. Al tempo stesso si semplifica il lessico di base introducendo locuzioni che indicano tanto un’azione quanto l’oggetto dell’azione, eliminando le forme irregolari e uniformando le regole per la formulazione dei plurali (i per tutti i maschili ed e per tutti i femminili) o delle forme verbali, liquidando per ogni termine rimasto in adozione tutti i sinonimi, creando attraverso le abbreviazioni delle parole composte (un po’ come nella lingua tedesca, non a caso) che riassumano significati complessi.

L’obiettivo della neolingua è in sostanza quello di ridurre ogni discorso ad una serie di suoni deprivati di ogni significato, che non abbiano relazione con una attività cerebrale: ad un “ocoparlare” che coinvolga solo le corde vocali, come lo starnazzare delle oche. Di impedire cioè la formulazione di un qualunque pensiero contrario ai principi dettati dal potere, di qualsiasi affermazione sovversiva, per il semplice fatto che non esistono più gli strumenti per farlo, e soprattutto quelli per darne una motivazione.

Ci sarebbe moltissimo ancora da aggiungere, a partire ad esempio, da come l’inglese, candidato a diventare (e già di fatto investito del ruolo) il passepartout linguistico per tutto il globo, non sia più quello di Stevenson e dello stesso Orwell, ma si sia inaridito a linguaggio puramente strumentale e denotativo (il basic english), adatto a tutti i palati e alla facile digestione delle pappine omogeneizzate, ma inidoneo a trasmettere segnali pur flebili di intelligenza. Ma ho già debordato sin troppo, e vado a stringere.

Mi pare che oggi ci stiamo avvicinando di gran carriera ai risultati cui la neolingua mirava, e senza neppure più che il grande fratello abbia bisogno di incarnarsi in qualche figura dispotica. Anzi, per certi versi li abbiamo già superati, e almeno in apparenza facendo tutto da soli. Siamo smarriti nella nostra lingua, che ci sta diventando da un lato estranea, dall’altro sin troppo familiare, nel senso che a furia di semplificazioni si è ridotta a un lessico elementare che non attiva più alcun lavorio cerebrale. Siamo al punto che per comunicare (ma che cosa?) non è più necessario né articolare parole né scriverle. L’intelligenza artificiale e chi la controlla ci risparmiano anche questo. Dobbiamo solo scegliere tra i simpatici (!) pittogrammi (gli emoticon o emoji) che ci vengono proposti.

Temo allora che se un barlume di utopia, un briciolo di memoria e un velo di ironia vorremo conservarceli dovremo tornare su questi argomenti il più spesso possibile, pur nella consapevolezza che si tratta di battaglie di retroguardia, di resistenze destinate a spegnersi assieme a noi, nativi pretelevisivi, nel giro di pochi anni.

Per ora tuttavia, dal momento che ancora ci è consentito camminare fuori pista, arrivederci a tutti.


[1] Vedi Su una gamba sola.

Vuoti di memoria

di Paolo Repetto, 23 dicembre 2025

Ho appena letto l’ennesimo saggio sulla storia della schiavitù (Paul E. Lovejoy, Storia della schiavitù in Africa, Bompiani 2019). È un argomento che mi intriga da sempre, da quando bambino fui sconvolto da La capanna dello zio Tom. L’idea di esseri umani ridotti in una condizione disumana, soggetti a qualsiasi arbitrio, mi faceva inorridire già a sette anni. Col tempo, quando ho realizzato che in quella condizione hanno vissuto da seimila anni a questa parte milioni, anzi, miliardi di sventurati, l’orrore è diventato mostruosità e abominio, qualcosa di intollerabile solo a pensarsi. Parlo di seimila anni perché le prime testimonianze “documentali” dell’esistenza della schiavitù compaiono attorno a quell’epoca, contestualmente all’adozione dell’agricoltura, ma in realtà sono convinto che da sempre l’uomo abbia covato una malvagia propensione a soggiogare e sfruttare i propri simili: e che se presso i popoli paleolitici di cacciatori-raccoglitori questa pratica sembra essere stata meno diffusa – è una congettura, ma pienamente giustificabile – ciò dipenda solo dal fatto che non era funzionale a quel tipo di economia.

Da quest’ultima lettura non ho tratto granché di nuovo o di particolarmente illuminante; solo conferme di quanto conoscevo da un pezzo (oltretutto è la riedizione ampliata e aggiornata nelle cifre e nella bibliografia di un altro testo dello stesso autore, edito nel 2000, che già possedevo). Sembra quasi però che io abbia bisogno di queste conferme, perché ciò che vado a leggere è inenarrabile, e l’entità stessa dell’orrore finisce per impedirti di pensarlo, ti spinge a cercare di distrartene. Invece credo che tra i tre o quattro cartelli da appendersi nelle classi delle elementari, e poi da riprendere come tabelloni alle medie e infine come vere e proprie schede esplicative alle superiori, dovrebbe esserci quello che ogni giorno, con immagini, e cifre e descrizioni, ricordi agli studenti quanto in basso può scendere l’uomo e quanto sia necessario non permetterglielo più.

Se non fossi così ossessionato dalle immagini, dalle testimonianze, dalle cifre spropositate che ho acquisito in tutti questi anni di ricerca, dovrei dunque essere contento del fatto che dal 2007 l’ONU abbia fissato per il 25 marzo la Giornata internazionale del ricordo delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi. Invece non lo sono affatto. Intanto, più genericamente, perché le “giornate internazionali” si moltiplicano ormai a dismisura e si sovrappongono le une alle altre, tanto che sembra che l’ONU non abbia altro compito. Poi perché la creazione stessa di una “giornata del ricordo” mi pare da un lato solo un espediente sfacciatamente ipocrita per tacitare le innumerevoli coscienze sporche collettive e demandare ad un unico giorno l’anno un loro improbabile risveglio, dall’altro un modo per spezzettare la storia in tanti segmenti di memorie particolaristiche. Infine, perché in realtà di queste celebrazioni a nessuno importa (mi chiedo quanti conoscano ad esempio l’esistenza di questa specifica giornata: io stesso l’ignoravo sino a un paio di anni fa), e ciò malgrado la loro istituzione porta spesso a feroci dibattiti, visto che è d’obbligo non urtare nessuno. Nel nostro caso poi la titolazione lascia trasparire un’odiosa malafede.

Dal titolo sembra infatti che ad alimentare il traffico di poveri disgraziati dall’Africa abbia contribuito solo o principalmente la Tratta Transatlantica. Questo è un falso storico clamoroso, ma da come recita la titolazione pare non ci sia alcuna volontà di chiarire la faccenda. Anzi, sembra essere un tributo pagato alla cancel culture, un ulteriore capo d’accusa da imputare, tra i molti altri, alla “civiltà” occidentale. Forse per chiarire di cosa stiamo parlando può tornare allora utile una rinfrescatina alla memoria (anche se credo che per i più non si tratti di rinfrescare, quanto piuttosto di farsene una). Non intendo negare o sminuire le “nostre” responsabilità, che ci sono e sono enormi, ma distribuirle un po’ più equamente, chiamando al banco anche coloro, uomini e popoli, che di questa aberrazione sono stati ampiamente partecipi e che non hanno mai dato segno di pentirsene e di vergognarsene.

Va innanzitutto rammentato che la schiavitù non è stata inventata dal mondo occidentale. Esisteva nell’Africa mediterranea (in Egitto è documentata già nel quarto millennio avanti Cristo), nel Medio Oriente (il codice di Hammurabi la disciplina esplicitamente) e in Cina, ben prima di svilupparsi nel mondo greco–romano; esisteva sul continente americano, presso gli Aztechi e gli Incas, ma anche tra le popolazioni amerindie settentrionali, da molto prima dell’arrivo di Colombo. Esisteva in Africa, dove le guerre intertribali erano endemiche, e i prigionieri di guerra diventavano automaticamente degli schiavi. Esisteva quindi indipendentemente dai modi di produzione, dai tipi di economia e dagli assetti sociali conseguenti. È una cosa ovvia, ma a quanto pare non abbastanza.

Qui non si tratta però nemmeno di priorità, ma di ristabilire quale è stato il peso di questa pratica in tempi storici, e quali ne sono stati gli sviluppi, e chi ne è stato protagonista in qualità di carnefice, e quanti ne sono stati vittime.

Il fenomeno è conosciutissimo anche per quanto riguarda le epoche più antiche, ma non è facilmente quantificabile. Le stime variano moltissimo, anche perché non c’è un accordo unanime su quali condizioni rientrino nella definizione di schiavitù, al di là della generica privazione di libertà. Dobbiamo limitarci pertanto a partire dalla metà del primo millennio dopo Cristo, dal momento cioè della grande espansione arabo–musulmana, e occuparci solo delle vicende relative al continente africano: le uniche peraltro che sono state tirate in ballo dai “cancellatori”, a supporto di una crescente campagna di incriminazione dell’Occidente.

Le cose in realtà stanno così. La pratica di razziare e deportare schiavi era già diffusa nei regni africani sub sahariani ben prima del VII secolo d.c. Con l’arrivo dell’espansione araba si è decisamente intensificata, e ha dato vita per circa tredici secoli ad una “tratta” verso oriente che aveva come vie marittime maggiori quella del Mar Rosso e quella di Zanzibar, e come vie di terra quelle che attraversavano il Sahel e il deserto del Sahara. Paradossalmente, come scrive Bernard Lewis, forse il più autorevole studioso della civiltà islamica “in uno dei tristi paradossi della storia umana, sono state proprio le riforme umanitarie portate dall’Islam che hanno condotto ad un vasto sviluppo del commercio degli schiavi dentro – e ancora più all’esterno – l’impero islamico”. Lewis si riferisce alle ingiunzioni coraniche che vietano di ridurre in schiavitù i musulmani, mentre consentono, e di fatto favoriscono, l’applicazione di tale status agli “infedeli”. Ciò che ha avuto come diretta conseguenza una massiccia importazione di schiavi dall’esterno. Questo traffico è durato sino agli inizi del Novecento, e sia pure in forma ormai ridottissima dura ancora oggi (si stima che tra i 25 e i 40 milioni di persone vivano ancora attualmente in uno stato di effettiva schiavitù).

Quindi: nel corso di tredici secoli, dal VII al XIX, furono coinvolti nella tratta soprattutto gli abitanti dell’Africa subsahariana. Paul Bairoch, uno dei maggiori studiosi di storia economica del secondo dopoguerra, che si è occupato soprattutto del mancato sviluppo del Terzo mondo, ha calcolato il numero dei deportati in una cifra compresa tra 14 e 16 milioni di persone, mentre ricerche precedenti e successive, ad esempio quella di Tidiane n’Diaye, uno storico senegalese che ha scritto Le génocide Voilé (Gallimard 2008, naturalmente mai pubblicato in Italia) propongono un totale di oltre 17 milioni. A questi vanno aggiunti 1,2 milioni di schiavi provenienti dall’Europa occidentale, catturati durante le guerre nella penisola iberica o con le incursioni saracene e le razzie dei pirati barbareschi, e un numero non quantificabile ma senz’altro molto maggiore di quelli provenienti dall’Europa orientale (soprattutto abitanti dell’impero bizantino prima e slavi poi) e dall’area caucasica. Per avere un’idea comparativa del fenomeno, gli schiavi coinvolti nella tratta atlantica sono calcolati tra i dieci e i dodici milioni.

Concentriamoci però sull’Africa. Abbiamo visto che le stime variano, sia pure non di molto, perché a differenza degli studi sulla tratta atlantica qui gli storici non possono fare conto su una documentazione diretta, per l’assenza di archivi e biblioteche nei luoghi in cui il commercio si svolgeva, o di una qualsiasi letteratura abolizionista araba. Ci si è basati quindi sulla demografia, sulla tradizione orale, sugli scavi archeologici e persino sulla numismatica, nonché naturalmente sulle testimonianze di esploratori e di viaggiatori, nella quasi totalità occidentali. Solo per l’ultimo periodo, a partire dai primi dell’800, hanno potuto essere utilizzati registri navali, documenti doganali e commerciali, testimonianze dirette delle vittime e da ultimo anche una documentazione iconografica (disegni e fotografie)

Ma il problema non sta nelle discordanze numeriche, perché quando si parla di decine di milioni di persone un milione in più o in meno non cambia la sostanza della tragedia. Il vero problema sta nel fatto che tutti gli storici che hanno studiato le modalità della tratta araba convengono sul fatto che i costi umani di questa pratica debbano essere moltiplicati (per qualcuno sino a cinque volte). Sono da mettere in conto, infatti, le vittime “collaterali”. Oltre alla perdita delle persone deportate, vi furono infatti quelle decedute per le devastazioni prodotte dalle guerre e dalle razzie degli schiavisti. L’esploratore Richard Burton, ad esempio, parla di una razzia nel corso della quale per catturare cinquanta donne si ebbero oltre mille morti. E proporzioni analoghe sono riportate da Henry Drummond, in Slavery in Africa (1889), laddove riferisce di 30.000 morti per 5.000 schiavi. Questo in ragione del fatto che gli arabi erano interessati soprattutto alla cattura di giovani donne e bambini, mentre gli uomini e gli anziani spesso venivano trucidati direttamente sul posto.

Una volta catturati, gli schiavi dovevano poi affrontare marce di trasferimento terrificanti. Quella che passava per il deserto, ad esempio, comportava percorrere a piedi, incatenati, affamati e continuamente percossi, oltre mille chilometri in due mesi; e lungo questo calvario le perdite erano impressionanti. Chiunque rallentasse la marcia, uomini, donne o bambini, veniva abbattuto a bastonate. Ancora Drummond scrive: “Se un viaggiatore dovesse perdere la strada che porta dall’Africa Equatoriale alle città dove gli schiavi vengono venduti, potrebbe ritrovarla facilmente grazie agli scheletri dei negri che la pavimentano”. Il giornalista e geografo John Scott Keltie, in The Partition of Africa (1920) reputa che per ogni schiavo che raggiungeva il mercato ne morivano almeno sei, mentre Livingstone parla addirittura di dieci.

E non era finita. Giunti a destinazione, i sopravvissuti erano ulteriormente decimati per via delle invalidità sopravvenute durante la marcia e della castrazione dei ragazzi. Nel mondo islamico infatti erano molto richiesti gli eunuchi, da destinare non solo alla guardia degli harem ma a funzioni di servizio o addirittura amministrative diverse. Il tasso di mortalità conseguente questa operazione era altissimo. Lo studioso olandese Jan Hogendorn in uno studio su “l’orribile commercio” (The Hideous Trade. Economic Aspects of the “Manufacture” and Sale of Eunuchs, 1999) lo valuta attorno all’80/90%.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’avvento della concorrenza europea, a partire dal XVI secolo, non frenò affatto il traffico arabo: diede anzi la spinta ad un suo incremento. Gli europei infatti non avevano né la voglia né l’esperienza per inoltrarsi nel cuore del continente, e quindi per procacciarsi gli schiavi facevano riferimento o alle popolazioni locali (sulle coste occidentali) o, e soprattutto, ai mercanti arabi, che avevano il controllo di tutta l’area sub sahariana di “reclutamento”, e in particolare dei porti d’imbarco della costa orientale. Da questi si diramava dunque una duplice tratta, ad est verso il Medio Oriente, il subcontinente indiano, l’Indonesia e l’arcipelago della Sonda, a ovest verso il continente americano.

Insomma: sommando tutti questi aspetti la più prudente delle valutazioni dello scompenso demografico creato da questo traffico nell’Africa sub sahariana tra il XV e il XX secolo non scende al disotto dei cinquanta milioni di individui, mentre quelle più esasperate vanno dai cento ai centoventi milioni.

Sin qui ho riportato cifre e commenti dovuti soprattutto agli esploratori e ai missionari europei che percorsero l’Africa nell’Ottocento, testimonianze che certamente vanno prese con beneficio d’inventario. Come dicevo in precedenza, però, sarebbe difficile fare altrimenti, dal momento che non esiste una letteratura araba in proposito. E non esiste anche perché nel mondo islamico, a differenza che in Occidente, non si è mai sviluppato un movimento abolizionista. La deportazione degli schiavi terminò solo a seguito delle pressioni diplomatiche e militari della comunità internazionale, i cui avamposti erano costituiti dalle missioni protestanti e cattoliche. A dispetto di tutte le successive proclamazioni, però, a partire dallo Slave Trade Act inglese del 1807 fino alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, lo schiavismo è stato ufficialmente abolito nell’Arabia Saudita solo nel 1962 (ultimo paese al mondo, a parte la Mauritania). E l’abolizione è avvenuta molto in sordina, come si trattasse di riparare ad una sventata dimenticanza, e senza alcuna profusione di scuse.

Resta così da comprendere cosa ha tanto diversificato (o ha fatto percepire in maniera così diversa) ad un certo punto una vicenda che per buona parte aveva visto accomunate in un identico viaggio nell’orrore la tratta orientale e quella atlantica, fermo restando che l’abolizionismo occidentale è stato indubbiamente mosso anche da motivazioni politiche e da interessi economici che col sentimento umanitario avevano poco a che vedere. In effetti, il contrasto alla tratta araba invocato dall’opinione pubblica europea e presentato come il principale obiettivo degli interventi nel continente africano ha poi portato all’istituzione di protettorati e alla conquista di colonie, nelle quali – vedi il caso clamoroso del Congo – l’orrore è stato replicato direttamente in loco (questo argomento l’ho diffusamente trattato già mezzo secolo fa, nei capitoli centrali di In capo al mondo, vol. II, e soprattutto nel capitolo “Mutamenti nel mondo coloniale”). All’epoca però avevo preso in considerazione solo la tratta atlantica. Nei confronti di questa un sentire abolizionista si diffuse in Occidente sin dagli inizi del XIX secolo, e al di là di ogni strumentalizzazione ha portato gli europei al rifiuto, al senso di colpa e all’assunzione di responsabilità. C’è una letteratura infinita a testimoniarlo.

L’abolizione della schiavitù in Oriente è stata al contrario imposta proprio dagli occidentali, che hanno prima sguinzagliato flotte a caccia delle navi negriere e sono poi penetrati all’interno stesso dell’Africa per stroncare il traffico alla radice (personaggi come Carlo Piaggia o Romolo Gessi, e il loro amico Emin Pasha, per quanto controversi, furono tra i principali protagonisti di questa guerra allo schiavismo). E l’ambiguità di tutta la vicenda non può comunque mascherare il fatto che persino a dispetto della legge coranica la schiavitù abbia continuato ad esistere nei paesi islamici e ad essere considerata una condizione normale per tanto tempo.

Ora, a fronte di tutto ciò può apparire sorprendente che le stesse popolazioni africane ne abbiano cancellata la memoria (ma non sempre: negli anni ‘70, quando in Tanzania salì al potere Nyerere, scalzando l’elite araba che aveva governato il paese subito dopo l’indipendenza, la diffusione dei dati della tratta scatenò un feroce massacro da parte delle genti di colore contro gli arabi presenti nel Paese). Questa rimozione non è dovuta al divieto iconoclasta per gli islamici di erigere statue o creare comunque immagini che sviino l’attenzione dall’unico dio (tantomeno se di “negrieri” o di personaggi compromessi con l’infame commercio), e quindi al fatto di non avere nulla da abbattere o da deturpare. È spiegabile invece con l’azione di proselitismo avviata dal secolo scorso dall’Islam nella fascia centrale e in quella meridionale del continente africano. Soprattutto nelle aree che affacciano sull’Oceano Indiano i musulmani si sono inseriti profondamente nel tessuto sociale e nelle attività economiche, rimodellando anche la lettura delle vicende storiche e cancellando il più possibile la brutale verità sul trattamento riservato in passato alla popolazione di colore.

Sono da considerare comunque tutta una serie di altre motivazioni. Una va ritracciata senz’altro nel fatto che, a differenza di quanto accaduto oltre Atlantico, dove i discendenti di quasi dodici milioni di schiavi rappresentano oggi un quarto (più di duecento milioni) di tutta la popolazione continentale, e soprattutto nel nordamerica hanno maturato una forte identità “diasporica”, cioè una forte coscienza della marginalità cui sono stati per secoli costretti, la discendenza dai disgraziati deportati in oriente è riconoscibile solo in una percentuale esigua della popolazione (con differenze notevoli tra le diverse aree. In Oman, ad esempio, che fu uno dei centri principali di smistamento della tratta proveniente dalla costiera swahili e da Zanzibar, è molto più evidente. Ma anche nell’Arabia Saudita la percentuale degli afro–arabi sfiora il dieci per cento) e soprattutto non si è mai tradotta in una percezione identitaria.

La differenza nell’eredità demografica e storica non può essere semplicisticamente liquidata accampando che la mortalità tra gli schiavi orientali fosse più alta per via delle castrazioni, delle violenze cui erano soggetti, ecc, e che questo spieghi l’assenza di una discendenza (e quindi di una memoria): anche se è probabilmente vero che le perdite durante i trasferimenti atlantici, a dispetto delle condizioni atroci nelle quali questi si svolgevano, fossero inferiori rispetto a quelle delle marce forzate, e che per la mentalità “produttivistica” dei mercanti europei i deportati venissero considerati una merce da salvaguardare il più possibile ( la percentuale dei decessi in mare non era comunque inferiore al quindici per cento). Ed è altrettanto vero, per contro, che le piantagioni americane di zucchero, di cotone e di caffè non erano ovunque dei campi di sterminio dove gli schiavi venivano sfruttati spietatamente, con orari e con carichi di fatica che li conducevano alla morte in pochissimi anni. Situazioni di questo tipo, che pure esistevano, sono testimoniate solo per alcuni casi, in aree particolari e durante la prima fase della tratta, quando l’offerta negriera era più abbondante. Questo non significa negare che l’economia basata sulle piantagioni, soprattutto nei Caraibi britannici, fosse orribile per intensità e per condizioni materiali assolutamente crudeli e umilianti; semplicemente, anche in questi contesti i registri delle aziende che sono stati conservati e cui si è potuto accedere segnalano un accrescimento demografico della popolazione schiavile, il che lascia intravvedere nel complesso situazioni non meno degradanti ma forse meno tragicamente estreme.

Le ragioni effettive sono dunque ben altre, e concernono sia le diverse condizioni di vita cui gli schiavi accedevano sia la diversa autopercezione che maturavano. È quanto sostengono gli storici più autorevoli dell’Islam e dello schiavismo orientale, come Gwyn Campbell e lo stesso Bernard Lewis. Gli schiavi del Golfo (e dell’Asia in generale, forse con la sola eccezione dell’Indonesia olandese) non erano importati per rispondere alla necessità di manodopera servile nel settore agricolo, o almeno non esclusivamente. Al di là del fatto che buona parte della richiesta riguardasse corpi femminili da inserire negli affollatissimi harem, anche i maschi non erano attesi da grandi piantagioni dove vivere isolati: erano impiegati in tutti i settori lavorativi, dall’agricoltura pre–industriale al commercio, e svolgevano i propri compiti fianco a fianco con i nativi. Ciò permetteva loro di entrare subito in contatto con la lingua e la società di arrivo, e di integrarsi molto più facilmente, indipendentemente dal fatto che fossero o meno emancipati. E proprio questo era il punto di snodo.

In fondo al tunnel della schiavitù orientale, per chi arrivasse indenne a percorrerlo tutto, c’era infatti la prospettiva di un ritorno alla libertà. Secondo i dettami coranici tutti i convertiti sono uguali e nessun musulmano può essere ridotto o mantenuto in schiavitù. Anzi, la liberazione degli schiavi è considerata un atto di grande devozione (sia pure solo volontario: per il resto la schiavitù è considerata lecita dal Corano, che provvede anche a normarla, soprattutto quella sessuale femminile). Una volta consapevoli di questa possibilità, la gran parte degli schiavi e degli ex schiavi si convertivano all’Islam, compiendo il passo che conduceva, una volta liberati, all’assimilazione. Inoltre la religione musulmana favoriva anche l’integrazione dei figli di coppie miste: i figli di una schiava o concubina e di un uomo libero avevano gli stessi diritti di quelli nati da una moglie legittima. La madre stessa non poteva più essere rivenduta e, alla morte del padrone, diventava una donna libera.

Questo spiega, sia pure solo parzialmente, perché non ci fu in Oriente una crescita naturale delle popolazioni interne di schiavi, sufficiente a mantenerne almeno invariato il numero fino ai tempi moderni, e perché queste popolazioni non abbiano sviluppato il senso di una condizione e di una identità comune. A ciò bisogna aggiungere, per quanto concerne in questo caso sia i numeri interni che quelli delle importazioni dall’esterno, che quando alla fine del XIX secolo gli effetti della prima globalizzazione mandarono in crisi i principali settori di impiego della manodopera servile nel mondo arabo, ad esempio il commercio dei datteri e quello delle perle, non solo venne a cadere drasticamente la richiesta di nuova forza lavoro, ma ne venne liberata molta che a quel punto risultava superflua, e che si disperse nelle direzioni e nelle attività più disparate.

Per converso, nel Nuovo Mondo la componente schiavile endogena aveva conosciuto nel frattempo un rapido accrescimento. Nell’America anglosassone, infatti, che peraltro non rappresentava la meta principale della Tratta Atlantica e dove in poco più di tre secoli le navi negriere hanno depositato meno di un milione di schiavi africani (gli altri dieci furono distribuiti tra il Brasile, i Caraibi e l’America spagnola), le cose funzionavano in maniera molto diversa. La vita degli schiavi nelle piantagioni era organizzata in modo da consentire la formazione di nuclei familiari e da garantire il ricambio, in un mondo a parte che non aveva contatti di sorta con ciò che stava oltre i confini del latifondo, e all’interno del quale vigevano solo le leggi dettate dal padrone e spesso si comunicava in lingue ibridate dai linguaggi tribali di provenienza. Le piantagioni erano anche (a volte principalmente) degli allevamenti intensivi di nuova forza lavoro, e a un certo punto il volume del traffico interno di schiavi da uno stato all’altro arrivò a superare di gran lunga quello dell’importazione diretta dall’Africa. Si guardava quindi allo schiavo non più solo come mezzo di produzione, ma come strumento di riproduzione.

Questa aberrante finalità poteva però essere perseguita e giustificata solo attraverso l’elaborazione di una vera e propria ideologia della razza, che creava distinzioni molto nette tra neri e bianchi, (rimando in proposito al capitolo “Schiavitù, diversità, razza”, da In capo al mondo, vol. II), classificando i primi come intrinsecamente inferiori e bisognosi di essere guidati per il loro stesso bene col pugno di ferro. La schiavitù diventava pertanto, sulla scorta di tale concezione, una condizione ereditaria, e addirittura un’istituzione benefica. Tale ideologia ha creato soprattutto negli Stati Uniti una barriera di segregazione razziale che presso gran parte della popolazione bianca è rimasta in piedi anche dopo l’abolizione, e che naturalmente escludeva ogni possibilità di relazione interrazziale. Dal momento poi che queste “relazioni” in realtà c’erano, sotto le specie dello stupro autorizzato, gli eventuali loro frutti, i bambini nati da un bianco e da una donna di colore, non erano riconosciuti, né legalmente né culturalmente, ed erano ricacciati nella condizione servile. Va precisato che nel resto del continente le cose sono andate un po’ diversamente, in primo luogo perché il rapporto numerico tra bianchi e colorati era inverso, e poi perché, soprattutto in Brasile, ma anche nei Caraibi, il confronto era con culture cattoliche, più “permissive”, e non con quelle protestanti.

In sostanza, la reclusione nelle piantagioni prima, e la persistenza poi di una segregazione successiva anche all’abolizione, hanno contribuito nel nuovo continente alla creazione di un’identità afroamericana. Cosa che non è affatto avvenuta nei paesi del Medio e del Vicino Oriente, dove ha invece prevalso il processo di integrazione e di assimilazione (in tal senso però non mi sembra particolarmente rilevante il fatto, sottolineato dagli storici che ho menzionato sopra, che solo pochissimi degli ex–schiavi orientali una volta liberati abbiano espresso la volontà di tornare nei loro luoghi di provenienza – a fare che, e per trovare cosa? –, e che quelli che lo fecero perlopiù si trasferirono nell’Africa mediterranea, mescolandosi con le popolazioni locali arabe, beduine e berbere. Anche nella diaspora afro–americana, se si eccettua l’episodio controverso della Liberia, motivato principalmente dalla stessa concezione razzista per cui bianchi e neri non potevano coesistere pacificamente, questa volontà ha coinvolto un’esigua minoranza).

Ora, penso sia evidente che il diverso esito delle due vicende non implica affatto che debbano essere adottati rispetto alle vicende stesse criteri differenti di giudizio morale, o che possa essere addotta per l’una o per l’altra qualsivoglia giustificazione. La macchia lasciata nella storia dell’umanità è indelebile, in qualunque modo la voglia mettere. Ma proprio questo mi ha spinto a riprendere il tema e a proporre delle precisazioni. Non intendevo stilare graduatorie di demerito, classifiche dell’abiezione. Ho cercato di spiegare, sia pure molto approssimativamente, come mai le cose siano andate così, e perché ne sia rimasta una memoria disuguale, o addirittura nessuna memoria. Non è la semplice correzione di una smemoratezza: è un contributo, per quanto infinitesimale, al ristabilimento di una verità che renda almeno un po’ di giustizia a milioni di esseri umani umiliati, sfruttati, torturati e uccisi dal peggiore degli istituti che la nostra specie abbia mai concepito.

Che non lo abbia fatto l’ONU è già estremamente grave, ma altrettanto grave mi sembra il fatto di non aver potuto rintracciare in tutti i lavori storiografici italiani che ho esaminato alcun accenno o commento a tanta disonestà. Temo proprio che quanto a memoria le classifiche si debbano fare, e che noi navighiamo proprio nel fondo. Comunque, se può servire a risvegliare un po’ l’attenzione, sia pure di sponda, ricordo che nello stesso giorno dedicato alle vittime della tratta atlantica si celebrano la Giornata per l’Apprezzamento dei Lamantini (!?) e quella del Waffle, e che il giorno dopo cade la Giornata Internazionale degli Spinaci.

E allora si spiega tutto.

*****

P.S. A questo punto andrebbe però aperto un altro capitolo: quello della deportazione in Oriente di schiavi bianchi. Anche questi sono stati tranquillamente esclusi dalla giornata del ricordo istituita dall’ONU. E non si tratta di un fenomeno marginale: lo dimostrano le cifre. Tra il 1530 e il 1780 è documentata la riduzione in schiavitù da parte dei musulmani della costa barbaresca del Nord Africa di oltre un milione di cristiani bianchi europei. I corsari barbareschi erano molto interessati alle donne bianche, e nella loro caccia si spinsero fino alla Groenlandia, avendo come meta preferita l’Irlanda. Per il periodo precedente, dal 650 al 1500 circa, il problema è il solito: manca una documentazione attendibile e coerente. Si stima comunque, facendo tutte le dovute tare alle testimonianze e considerando qual era la prassi usuale dopo le guerre di conquista, che gli Arabi e gli Ottomani abbiano ridotto in schiavitù un numero di “bianchi” (latini, visigoti, slavi, ma anche armeni e popolazioni caucasiche) superiore ai 5 milioni. Anche di questi si è persa traccia e peggio ancora, memoria. E all’ONU dicono che il calendario è pieno.

Infatti.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

John Azumah –The legacy of Arab-Islam in Africa – Oneworld, Oxford 2001

Malek Chebel – L’esclavage en terre d’Islam – Fayard 2010

Thomas Clarkson – Slavery and Commerce In the Human Species (1785) –Project Gutenberg 2004

Stephen Clissold –The Barbary Slaves – HarperCollins 1977

Robert C. Davis – Christian Slaves, Muslim Masters. White Slavery in the Mediterranean, the Barbary Coast, and Italy, 1500-1800 – Palgrave Macmillan, New York 2004

Henry Drummond – Slavery in Africa (1889) – Forgotten Books 2018

C. B Fisher, H.J. Fisher – Slavery and Muslim Society in Africa – Yesterday’s Books 1970

Alan W. Fisher – Muscovy and the Black Sea Slave Trade (in Canadian-American Slavic Studies, VI) – 1972

H. J., Fisher – Central Sahara and the Sudan: the contribution of slavery – (in The Cambridge History of Africa, Vol. 4) 1975

Murray Gordon – L’esclavage dans le monde arabe: VIIe-XXe siècle – Tal-landier 2022

Olivier Grenouilleau – Les traites négrières – Folio 2006

Jan Hogendorn – The Hideous Trade. Economic Aspects of the ‘manufacture’ and Sale of Eunuchs – Paideuma 45 (1999): 137–160

Jacques Heers –Les Négriers en terres d’islam: La Première traite des Noirs, VIIe-XVIe siècle – Perrin 2003

J. S. Keltie – The Partition of Africa (1920) – Forgotten Books 2018

Bernard Lewis – Razza e colore nell’Islam – Longanesi 1975

Berrnard Lewis – The African diaspora and the civilization of islam – Harward University Press 1976

Letizia Lombezzi – Lo status dello schiavo per l’islam: cenni storici, questioni terminologiche e legali – Università degli Studi di Milano

Paul E. Lovejoy – Storia della schiavitù in Africa – Giunti 2019

Tidiane N’Diaye – Le génocide voilé – Folio 2017

M’hamed Oualdi – L’Esclavage dans les mondes musulmans – ed. Amsterdam, Paris 2024

Veronique Piouffre – Les traites négrières – Ouest France 2013

J. J. Isidore Singer – Slave Trade (in: The Jewish Encyclopedia) – N. Y. City, 1906

Sul riordino

luglio 2025

di Paolo Repetto, 21 novembre 2025

Ma bene, andiamo avanti così.
Si comincia facendo il pesto con le noci e si finisce a letto con i consanguinei!
da “Accoglienza ligure”

Quelli che non studiano la storia sono condannati a ripeterla.
E quelli che la studiano sono condannati a vedere come la storia si ripeta
per colpa di coloro che non la studiano.
George Santayana

Ho trascorso l’intera mattinata a mettere ordine in magazzino. In questa stagione la mattinata è lunga, inizia alle 6:30, quindi avevo grandi aspettative. Il risultato però non è all’altezza. Quando a mezzogiorno esco, volgendo indietro un ultimo sguardo per vedere l’effetto, stento a capacitarmi di aver trafficato per sei ore lì dentro, visto che non ho sistemato alcunché e il grande sgombero ha prodotto solo uno striminzito sacchetto di rifiuti.

Il problema è che il magazzino non è un vero magazzino: lo chiamo così per distinguerlo dal garage, ma in realtà è un deposito per tutti gli utensili, metà dei quali fuori uso, un ricovero per mobili che si tarlano in attesa di restauro e per imballaggi e materiali di scarto che “potrebbero sempre tornare utili”, un laboratorio per riparazioni, verniciature, bricolage, fantasiosi assemblaggi. Le pareti sono occupate da scaffalature e da armadi di varia natura, che nelle intenzioni avrebbero dovuto consentire la reperibilità al primo colpo di ciò che vai a cercare, ma nella realtà si sono andati stipando col tempo in maniera tutt’altro che sistematica. Così oggi mi capita quasi sempre di sapere che un dato oggetto ce l’ho, ma non avere la minima idea di dove cercarlo. Purtroppo è quel che comincia a capitarmi anche coi libri, malgrado per questi un certo ordine di collocazione l’abbia mantenuto.

C’è anche un altro settore nel quale inizio a perdere colpi. È quello della manutenzione della memoria. A volte gli amici si meravigliano del fatto che ricordi nomi e situazioni lontani nel tempo, che mi sovvenga di cose che ho vissuto o che ho letto o che ho visto al cinema sessant’anni fa; e aggiungo che mi meraviglio anch’io, soprattutto quando si tratta di roba di poca o nessuna rilevanza (il nome di un autore, di un personaggio, di un attore, il titolo di un film). Questo nel momento stesso in cui ad esempio non rammento il titolo del libro che sto leggendo, o mi accorgo che le pagine lette non mi si stampano affatto in testa.

Sto divagando, ma mica poi troppo. Il tema voleva essere quello dell’ordine, sul quale peraltro ho già scritto, anche recentemente (vedi Essere …). Solo che vorrei trattarlo da un altro punto di vista.

L’ordine di un magazzino, di un’officina, di un laboratorio, così come quello di una biblioteca, o volendo anche di un cervello, dovrebbe essere finalizzato a semplificare l’attività cui in quel luogo o con quello strumento ci si dedica. Non sempre però lo scopo è quello. Spesso l’ordine è fine a stesso, oppure ha una funzione di rappresentanza. In genere comunque è specchio della personalità dell’ordinante. Ne Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta Robert Pirsig identifica due tipologie di officina meccanica, quella “classica” e quella “romantica”.

Nella prima tutti gli strumenti sono ordinatamente disposti in sedi apposite, nella seconda sono buttati a casaccio sul carrello o sul piano di lavoro. Ma non per questo, secondo Pirsig, chi li usa ha maggiore difficoltà a rintracciarli: semplicemente ricorda a memoria dove avrebbe potuto riporli, e li trova subito. A queste due tipologie di meccanici corrispondono anche due diverse tipologie di motociclisti: quelli che apprezzano il vento in faccia e il senso di libertà che la motocicletta ti dona, e non si preoccupano e non hanno conoscenza degli aspetti tecnici; e quelli che invece auscultano le pulsazioni del motore, e godono della sua efficienza, per cui ad esempio hanno cura di regolare la mandata dell’aria quando devono affrontare dislivelli altimetrici importanti. Tutto questo, anche se sembrerebbe entrarci per nulla, è al contrario significativo di atteggiamenti diversi nei confronti della vita: il primo meno responsabile, più “anarchico”, e tutto sommato più egoistico, il secondo più apprensivo e responsabile. Poi c’è il mio, diviso tra la voglia di riordinare il mondo intero e una rassegnata pulsione a lasciare che il mondo si ordini da solo. Per cui passo la vita a riassestare la mia mente, per cercare di conciliare le due spinte opposte e capire quale è innata e quale acquisita.

Qui volevo arrivare. Nel pezzo postato mesi fa sul mettere ordine e sul mio atteggiamento quasi maniacale in proposito, non avevo indagato da dove questo atteggiamento discenda: o forse ho dato l’impressione di considerarla tutta una questione di carattere innato. Beh, non è proprio così. Certamente nella disposizione o meno all’ordine c’è una componente biologica, ma credo che a determinarla siano anche le condizioni ambientali in cui uno cresce. Il che è abbastanza ovvio, c’entrano sia la genetica che l’epigenetica: ma in genere il peso di questi fattori viene equivocato, e chiamato in causa a seconda dei casi per giustificare un comportamento o per stigmatizzarlo. Credo che la questione sia un po’ più complessa.

Intanto so bene che noi umani costituiamo un’anomalia nell’ordine “naturale” delle cose, e che siamo un’anomalia a termine: se credessi in un disegno superiore direi che siamo un esperimento della natura destinato a finir male. Ma so anche che ci siamo, e che per il momento l’esperimento sembra aver avuto successo, vista la velocità con la quale ci moltiplichiamo e abbiamo colonizzato ogni parte della terra. Un successo senza dubbio “quantitativo”, mentre sulla qualità si può ovviamente discutere. Penso dunque che dei due aspetti occorra prendere atto in maniera diversa, convivere con l’esperimento senza darci troppa cura del progetto. Cosa che oggi, a dispetto di quanto può sembrare, non facciamo affatto (ma su questo tornerò dopo).

Veniamo invece all’origine dei diversi atteggiamenti.

In casa mia ho vissuto, per tutto il periodo dell’infanzia e della prima adolescenza, una povertà dignitosa, ma sempre sul filo del rasoio: voglio dire che ogni minima sbandata poteva significare cadere nella miseria. (e qui sarebbe da riflettere su quanto sia cambiato in settant’anni il concetto di povertà, quando ci viene raccontato quotidianamente che sei milioni di italiani, la metà dei quali bambini, vivono sotto la soglia di povertà, ma il novanta per cento, bambini compresi, dispone di un cellulare molto più recente e performante del mio). Questa condizione tuttavia non mi pesava più di tanto. Ne sono diventato consapevole solo a posteriori, quando ho potuto accedere a uno stile di vita meno precario. Allora costituiva la normalità, e quando la rievoco non me ne compiango affatto, ne ho addirittura nostalgia.

Comunque. In quello scenario la possibilità del disordine non era nemmeno concepita: si tirava avanti con lo stretto necessario, non potevamo permetterci di perdere, di trascurare, di sciupare qualcosa. Nessun alimento aveva il tempo di scadere, ogni capo d’abbigliamento aveva una doppia o tripla vita, e anziché nel raccoglitore della Caritas finiva in pezze da rammendo o in stracci per la pulizia. Il raccoglitore d’altra parte non esisteva, e la Caritas credo nemmeno. L’attenzione non c’era alcun bisogno di inculcarmela: avevo davanti agli occhi i comportamenti dei miei genitori, e mi sembrava perfettamente naturale viverla. Anche quando mi confrontavo con situazioni diverse (quasi mai all’interno della nostra piccola comunità: piuttosto coi villeggianti estivi prima, poi con i compagni delle scuole secondarie: con quelli insomma che potevano permettersi di comprare i fumetti e i libri, di mangiare un gelato o bere una gazzosa) me ne facevo una ragione: tirando dritto avremmo forse potuto un giorno permettercelo anche noi.

In effetti col tempo anche la situazione nostra è cambiata, siamo usciti dall’economia di sopravvivenza: ma il mio atteggiamento nei confronti delle cose, e del mondo, è rimasto. Non ho certo atteso le mode mainstream e i guru televisivi dell’ecologia per praticare il riciclo. Ma soprattutto, non ho mai accettato l’idea che il mondo possa essere cambiato col disordine. Anzi, con gli anni e con l’approdo ad una razionalità più matura il legame tra vita ordinata e vita dignitosa nella mia mente si è rafforzato. Questo non significa che abbia poi sempre vissuto un’esistenza tranquilla e ordinata, per alcuni versi è stata disordinatissima: ma il concetto e l’aspirazione di fondo sono rimasti sempre quelli.

Mi chiedo allora: se fossi cresciuto in un’altra famiglia, in un ambiente diverso, sarei stato altrettanto fermo nei miei convincimenti, avrei scoperto comunque il mio imperativo categorico? Malgrado quanto ho detto sinora, tendo a credere di sì: sono in fondo un determinista, quasi un lombrosiano. E mi spiego soprattutto in termini di determinazione genetica la mia intolleranza o quanto meno il mio atteggiamento negativo nei confronti dello spontaneismo e del movimentismo, quando con questi termini si intendano azioni distruttive fini a se stesse, non mirate alla creazione di un ordine nuovo. O quando questo fine diventa solo un pretesto per scaricare frustrazioni, risentimenti, invidie, per cambiare non l’assetto di una società, ma la propria posizione all’interno di quell’assetto.

E tuttavia, ripeto, non sono così sicuro. Porto un esempio. Durante la prima occupazione dell’Università di Genova (nel dicembre ‘67) mi scontrai piuttosto bruscamente con alcuni “compagni” che, da brave “guardie rosse” nostrane, stavano devastando la biblioteca dell’istituto di storia moderna (a loro parere sentina della famigerata “cultura borghese”). Alla fine li costrinsi a rimettere ordinatamente i libri sugli scaffali dai quali erano stati strappati (ero molto “determinato”, anche in questo senso. E, per inciso: fu lì che capii che la mia lotta non era la loro, e che se dai “nemici” dovevo guardarmi io, dovevo farlo poi tanto più nei confronti di quelli che teoricamente avrebbero dovuto essermi amici). Ora, questa può sembrare una situazione estrema, significativa in fondo solo di una particolare contingenza e della mia ipersensibilità di bibliomane: in realtà ha continuato a ripetersi, complice anche una classe intellettuale che i libri li scrive e non ha ritegno a promuoverli in televisione o nei festival come un tempo solo i mobili di Aiazzone, ma “decostruisce” la tradizione culturale da cui discendono e asseconda ruffianamente la bovina ignoranza del proprio pubblico. Continuo a ripetermi, ma ritengo che l’atteggiamento degli odierni “maîtres à penser”, per fortuna effimeri, nei confronti della cultura “borghese” occidentale non sia mai sufficientemente smascherato.

Ebbene, ricordo chiaramente di aver pensato in quell’occasione: “Se li vedesse mia madre – che non avendo mai potuto permettersi di acquistarne uno, ma amando sinceramente la lettura, considerava i libri oggetti sacri – tirerebbe loro il collo come alle galline”. Ho agito io, ma dietro di me c’era un preciso ambiente che si indignava.

Il mio è dunque un atteggiamento complesso, quasi contradditorio. Perché può sembrare che per come lo concepisco io l’ordine comporti in fondo una rinuncia alla libertà. Ma non è affatto così. L’idea di fondo è invece che il massimo possibile di ordine sia la migliore garanzia per il massimo possibile di libertà. La mia libertà di spostarmi da un luogo ad un altro non può essere confusa con la libertà incondizionata di muovermi alla velocità e nella direzione e lungo la traiettoria che più mi aggrada. Questo può valere all’interno di uno spazio disabitato, non certo in un mondo sovraffollato e comunque condiviso con milioni o miliardi di altre persone. Ordine in questo caso significa un minimo comune accordo di reciprocità per cui la mia velocità e la mia traiettoria non interferiscono, non intralciano, non configgono con quelle di altri. È una limitazione, non una privazione di libertà.

Quel che mi si obietta a questo punto è che una società perfettamente ordinata è una società utopica, e come tale immobile, posta fuori dal tempo. Infatti: nessuno ha però parlato di società perfettamente in ordine, primo perché non esiste, non è mai esistita e non esisterà mai, poi perché ogni progresso, ogni cambiamento, non sono una rivolta contro l’ordine, ma evidentemente contro qualcosa che non funziona, quindi che crea disordine. Ogni avanzamento è un ripristino dell’ordine ad un livello più alto.

Ecco: io penso che oggi più che mai dovremmo avere chiaro in mente questo concetto. E invece dalla sinistra, dove mi ostino a collocarmi, ultimamente sentendomi sempre più disagio, l’ordine è visto come un attacco reazionario alle libertà: per cui, ad esempio, le forze dell’ordine, quando cercano di impedire il saccheggio dei supermercati o la distruzione dei beni pubblici come la segnaletica e i contenitori di rifiuti, diventano automaticamente forze del male. E il malinteso è avvallato quando non si prendono le distanze dalle bande di sciagurati che scandendo bovinamente slogan e ammantati di bandiere sempre diverse cercano di mettere il mondo a soqquadro.

Tutta questa tirata non voleva essere altro che una premessa per arrivare a parlare dell’oggi, per enunciare i miei prolegomeni ad ogni futuro scambio di vedute. Spero che un’operazione onesta di pulizia concettuale possa rimuovere qualcuno degli ingombri che rendono faticoso il cammino verso un minimo di “verità” condivisa.

Nelle quotidiane discussioni con gli amici mi trovo sempre a recitare la parte di chi pretende una conoscenza e un’interpretazione “ordinata” della materia di cui si dibatte, e non sopporta le argomentazioni passionali, fondate sulla simpatia e sull’emotività. Questo vale particolarmente per la storia: pur nella consapevolezza che non potremo mai conoscere tutti i fatti, e che quelli che conosciamo ci giungono filtrati da sguardi immancabilmente partigiani, sono convinto si possa arrivare, sia pure con molta approssimazione, a delineare un qualche ordine. Nella mia interpretazione l’ordine non sottende una finalità superiore, uno scopo ultimo: è solo un’ordinata sequenza. Che di per sé parrà non dire molto, ma è a mio parere la condizione necessaria per affrontare qualsiasi argomento. Partendo da ciò che è più attendibilmente documentabile si può infatti procedere a individuare e dipanare il filo. Non dico che si possa pervenire ad una “verità storica”, ma con un po’ di buona volontà, attraverso il confronto e la verifica di tutte le fonti possibili, si può comunque accedere ad un denominatore di lettura comune. E in questo processo non devono avere spazio la passionalità e la simpatia.

È chiaro che quando della storia di cui si è diretti testimoni, o addirittura attori non protagonisti, e di cui si discute (oggi ad esempio della questione ucraina o di quella palestinese) abbiamo una informazione immediata, e soprattutto una rappresentazione anche visiva, l’impatto emotivo è forte, e riesce difficile non assumere atteggiamenti pregiudiziali. Ma anche in questi casi, se ci si sforza un poco si è in grado di capire da dove arrivano le informazioni, e come sono gestite e manipolate, e perché.

Per spiegarmi meglio vado a ripescare nel passato due casi che permettono di esemplificare sia il modo in cui è prodotta, intenzionalmente o a volte magari per semplice omissione, la disinformazione storica, sia il perché mi sembri così importante “fare ordine” nella ricostruzione storica, a partire da quelli che possono sembrare “dettagli” puramente quantitativi.

Il primo riguarda la vicenda della resistenza opposta dai militari italiani all’ordine di resa impartito loro dai tedeschi, sull’isola di Cefalonia, dopo l’armistizio dell’8 settembre. Fino a un paio di decenni fa il numero degli uccisi in combattimento o fucilati dopo la resa era quantificato, sulla base delle frettolose e svogliate inchieste avviate nell’immediato dopoguerra dalla magistratura militare, in circa diecimila, comprensivi di oltre un migliaio di prigionieri annegati per l’affondamento (da parte degli alleati) delle navi che li stavano trasbordando verso l’Italia.

Solo agli inizi del nuovo millennio, a seguito di polemiche che si trascinavano da mezzo secolo, le inchieste sono state riaperte e diversi storici, sia italiani che tedeschi, hanno ricostruito attraverso una documentazione più solida e più ampia tanto i fatti quanto le motivazioni che li determinarono, ridimensionando tra l’altro il numero dei caduti e dei fucilati. Attualmente, a detta di uno studioso serio come Gianni Oliva, “le cifre su Cefalonia sono verosimilmente comprese fra un minimo di 3 500 e un massimo di 5 000”.

Quel che suona incredibile è che per arrivare a queste conclusioni, tutt’altro che precise e definitive, siano occorsi ottant’anni. E più incredibile ancora è che di fronte all’ammissione degli storici che per primi avevano affrontato l’argomento (è il caso di Giorgio Rochat) di essersi fidati di testimonianze poco attendibili, ci sia chi contesta gli ultimi dati in nome di una “sacralità” del sacrificio resistenziale dei nostri militari. Come se rivedere al ribasso le dimensioni dell’eccidio ne sminuisse la tragicità.

Una vicenda molto simile riguarda la narrazione della repressione del brigantaggio nell’Italia postunitaria, e nella fattispecie quella delle “stragi” di Pontelandolfo e Casalduni. Per un secolo e mezzo si è fantasticato di una carneficina con centinaia di vittime, compiuta dall’esercito piemontese per vendicare l’agguato in cui erano stati uccisi quarantacinque bersaglieri. Questa versione era stata fatta propria ad un certo punto da Gramsci e dalla storiografia marxista, nel quadro di uno schema interpretativo decisamente antirisorgimentale (Gramsci scriveva nel 1920: “Fino all’avvento della Sinistra al potere, lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di briganti”).

Qui la comprensione della storia c’entrava poco: si trattava di creare una coscienza di classe fondata sulla divisione netta in buoni e cattivi, in oppressi e oppressori. E bene o male, sia pure immersa nell’oblio rapido che caratterizza tutta la nostra storia più recente, è rimasta quella la versione corrente della vicenda.

La cito perché ultimamente è stata ripescata e amplificata da un gruppo di intellettuali meridionali (i sedicenti neoborbonici, che predicano nostalgie pre-unitarie) che hanno fatto a gara nello sparare cifre esorbitanti (tra i seicento e i novecento trucidati) oltre che nel dare versioni romanzate dei fatti.

Fortunatamente altri storici, anch’essi meridionali, hanno opposto a questo delirio un lavoro di ricerca minuzioso e obiettivo, col risultato che i morti verificati a Pontelandolfo risultano essere tredici, e a Casalduni nessuno (non lo dico io, lo ha confermato il sindaco del paese vittima della repressione, in occasione del centocinquantesimo anniversario dei fatti)

Ora, la questione qui non è quella del ridimensionamento dei numeri: sotto un profilo morale, importa poco che i trucidati fossero diecimila o tremila, seicento o tredici. Fossero stati anche solo trenta a Cefalonia e cinque a Pontelandolfo l’orrore di quanto accaduto non sarebbe minimamente sminuito. Ad essere sminuita invece è la credibilità dei narratori, per cui riesce difficile poi dare credito a qualsiasi altro aspetto della loro versione, e soprattutto alla loro buona fede. Un confronto su questi temi diventa impossibile, fino a quando non si sono accertati con una certa verosimiglianza i dati di fondo, quelli materiali: numero dei morti, effetto delle distruzioni, proporzione delle forze in campo, ecc … Perché questi non sono dati freddi, ma cifre che anche attraverso le loro entità suggeriscono poi le cause, le motivazioni; e soprattutto perché tradiscono abbastanza l’apertamente l’uso che se ne vuol fare.

L’ordine che io esigo si chiama in questo caso chiarezza delle posizioni e correttezza e concretezza delle argomentazioni. Devo sapere che sto parlando con persone che cercano di fare il mio stesso percorso, che vogliono conoscere, e non essere confermate in ciò che già credono di sapere, che non hanno già scelto pregiudizialmente le fonti su cui fare affidamento, ma cercano di orientarsi tra tutte quelle che si ritrovano a disposizione. Esigo interlocutori che non dicano le mie stesse cose, ma parlino la mia stessa lingua. Come posso prendere sul serio, ad esempio, gente che non ha il minimo dubbio sui numeri delle vittime della guerra di Gaza, forniti tutti solo dalla fonte palestinese, mentre quel dubbio lo ha coltivato e continua a coltivarlo sulla possibilità che siano state le stesse autorità statunitensi ad orchestrare l’attacco alle torri gemelle, o quelle israeliane a guidare il raid sanguinario del 7 ottobre? Quando basterebbe ad esempio prendersi la briga di conoscerli, quei numeri, per accorgersi che le due uniche versioni esistenti, quella del Ministero della Salute e quella dell’Ufficio governativo per i media, presentano discrepanze enormi ma cifre finali sorprendentemente uguali (Per chi non abbia il tempo di andarsele a cercare: al giugno 2025 i morti maschi erano per il Ministero della Salute 24.618, le donne 9.790 e i bambini 15.613; per Ufficio per i media ( in pratica, il Ministero per la propaganda) sono invece rispettivamente 19.702, 12.365 e 19.954. Un quarto di maschi in meno, un quarto delle donne e 2.341 bambini in più. Per arrivare nel totale ad una cifra identica: 50.021).

Non è una questione di pignoleria maliziosa. Cosa mi cambiano quei numeri in termini di orrore, di sdegno, delle responsabilità di Netanyahu per la strage, e del popolo che lo ha eletto, e dell’esercito che se ne fa strumento? Niente, naturalmente: stiamo parlando di esseri umani, di decine di migliaia di vite stroncate, e comunque non c’è un limite al di sotto del quale la colpa sia veniale. Ma in termini di credibilità mi cambia, eccome. Comincio col pensare che le cifre siano state manipolate per puntare sull’effetto “innocenza”, sulla sensibilità particolare alla violenza praticata sui più deboli. E posso anche capire il motivo: la propaganda, soprattutto oggi, con le potenzialità offerte da una rete informativa che copre in tempo reale tutto il mondo, vale come arma di guerra quanto i missili e i carri armati.

Ma a questo punto è logico che qualche dubbio possa averlo anche sulla veridicità oggettiva dei numeri, buttati sul piatto per alzare la posta finale, e quindi su una qualche volontà di arrivare ad una soluzione che non contempli il vendicare quei morti facendo sparire completamente Israele. (Questi ultimi dubbi non dovrei nemmeno coltivarli, perché le intenzioni sono state chiaramente espresse in qualsiasi documento delle organizzazioni politiche palestinesi già da ben prima della nascita di Israele stessa).

Sono perplesso riguardo la possibilità di un confronto serio quando vedo che lo sdegno che dovremmo condividere ed esprimere per ogni massacro sembra risvegliarsi solo di fronte ad unica situazione. Non ricordo manifestazioni di piazza contro il massacro dei tibetani da parte dei cinesi (un milione di morti): quelli più informati lo hanno giustificato con la necessità di abbattere un regime sermi-feudale. O contro la pulizia etnica che si sta effettuando in Sudan, che dura da oltre mezzo secolo e che ha provocato oltre mezzo milione di vittime e cinque milioni di profughi; o contro quello che è accaduto in Cecenia, che ancora accade in Nigeria, in Birmania, in Medio oriente, lo sterminio degli Yazidi e dei Curdi, e potrei continuare per un’ora. Non si tratta di uscirne con la scappatoia del famigerato “benaltrismo”, ma al contrario di mantenere nei confronti dell’umanità intera lo stesso calore, di esprimere la stessa solidarietà. Invece la giustificazione dietro la quale si trincera questa freddezza è che certe vicende ci toccano meno, che rimaniamo indifferenti perché si tratta di situazioni lontane. E sarebbe già grave così, ma la verità è che i motivi sono molto più meschini.

Possiamo riscontrarlo anche nella vicenda ucraina. Ogni volta che si cerca di partire dall’unico dato di fatto inoppugnabile, e cioè che esistono un aggressore e un aggredito, scatta il meccanismo pavloviano delle obiezioni: le provocazioni della Nato, il presunto nazismo degli ucraini, la corruzione dilagante nel paese, ecc. Un meccanismo che applicato alla seconda guerra mondiale vedrebbe nei polacchi, rei di avere rioccupato nel precedente dopoguerra le terre che erano state loro sottratte un secolo prima con due successive spartizioni, i veri responsabili dello scoppio del conflitto e dell’aggressione nazista. Che l’Ucraina sia un paese corrotto (ma ne esiste uno che non lo sia?), che abbia fornito quattro divisioni alle SS durante l’ultimo conflitto (ma forse in questo c’entrano un po’ l’Holodomor, il grande terrore del ‘37/’38 e il genocidio dei Tartari di Crimea del ‘44), tutto questo lo so anch’io: ma mi trovo a discutere con gente che i precedenti non li conosce o non vuole prenderli in considerazione, e accusa l’Occidente di fare propaganda attraverso la falsificazione della storia, mentre dà credito all’offensiva di disinformazione intrapresa dalla Russia putiniana, senz’altro più subdola, più agguerrita e senza dubbio meno contrastata e denunciata dall’interno.

Ora, quando esponi le tue perplessità, i tuoi dubbi, le tue contrarietà, ti viene immediatamente ribattuto che dall’altra parte, diciamo da una generica “destra”, che ormai non ha più una connotazione politica e men che mai ideologica, ma comprende un’ampia maggioranza trasversale ai partiti, ai credi e alle classi, la manipolazione della storia e l’uso propagandistico della sua falsificazione sono da sempre lo strumento principe per la conquista o la conservazione del potere. E fin qui ci arrivo anch’io. Ma questo implica che ci si debba adeguare, prendendo per vero tutto ciò che arriva dalla nostra (quale?) parte e dubitando a prescindere di tutto ciò che arriva dagli “altri”? Al contrario: il fatto è che non dobbiamo competere coi nostri antagonisti su un terreno che loro hanno scelto, dove peraltro non toccheremmo palla, ma soprattutto l’adeguarsi a certe modalità rappresenterebbe una sconfitta in partenza. La vera vittoria sta semmai nel non porsi sullo stesso piano, nel tenere un atteggiamento che ci distingua. Che non significa “fare gli strani” o percepirsi élite, ma esigere da noi stessi innanzitutto, e poi dagli altri, una conoscenza conseguita col sudore dei nostri neuroni e un’onestà intellettuale che vale ben più dell’oro, anche se oggi è molto meno quotata.

Questi atteggiamenti li ritrovo però in merito a un sacco di altri temi, da quello del cambiamento climatico a quello dei vaccini, sino a quelli solo apparentemente meno urgenti dell’analfabetismo globale di ritorno o della interpretazione distorta dei diritti: ed è difficile di fronte a certi arroccamenti fondamentalisti evitare la resa, o non cadere a propria volta nella partigianeria. Ciò che mi riporta alla sensazione che avevo espresso all’inizio di questo scritto.

Insomma. Non presumo di avere in mano argomenti validi per suffragare ogni mia convinzione (perché immagino sia chiaro che le mie posizioni le ho – e anche i miei pregiudizi: ma almeno li riconosco e li dichiaro subito, e in questo modo li ripongo in un cassetto); vorrei solo poterne discutere con lucidità, con la massima obiettività possibile e senza condizionamenti emotivi: e magari rivederle, o addirittura, se mi si convince del contrario, prenderne le distanze. Non mi capita spesso, purtroppo. E il rischio è di arrivare a chiedersi se davvero ne vale ancora la pena, se le quattro ore che ho impiegato a scrivere questo pezzo o i dieci minuti che occorrono per leggerlo non siano buttati. Ma per rispondermi subito dopo che è la mia natura “ordinatrice” a impormelo, e che persino mia madre, per una volta, sarebbe d’accordo.

Allora ho deciso. Visto che il mio laboratorio mentale è ancora sottosopra, tornerò a riordinarlo. Nel frattempo però non ci voglio intrusi poco rispettosi. Per entrare, da domani, si bussa, si lasciano fuori le calzature pregiudiziali e si usano le pattine.

La fine di un Mondo

La deriva culturale del popolo della sinistra

di Giuseppe Rinaldi, 13 settembre 2025[1]

1. Ci sono[2] dei fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti, ma che non vengono mai esplicitamente portati all’attenzione e fatti oggetto di analisi. Perciò restano conoscenza implicita, senza alcuna riflessione[3]. Questi fenomeni corrispondono un po’ a ciò che Raffaele Simone ha chiamato fenomeni vaghi[4]. Solo in particolari occasioni, in seguito a qualche evento critico, pubblico o privato, ci si rende conto – “si prende coscienza”, si diceva una volta – dell’esistenza di qualcosa di nuovo, anche se magari di assai vecchio nella sostanza. Solo a questo punto, il fenomeno vago può essere circoscritto, diventa familiare, può avere una sua denominazione, può essere analizzato, magari anche compreso nella sua portata.

2. Un caso tipico è quello dell’attuale deriva culturale della sinistra italiana[5]. Intendo qui la sinistra come categoria sociologica, la gente della sinistra o il popolo della sinistra. Si tratta di un fenomeno da tempo collocato sotto gli occhi di tutti, pur non avendo mai avuto alcuna ufficializzazione. Fenomeno vago, appunto. Deriva culturale non vuol dire semplicemente che si perdono le elezioni, come peraltro avviene da un pezzo. Non sto parlando neanche di un eventuale tradimento dei principi e valori della sinistra da parte dei suoi dirigenti, oppure di un abbandono da parte dei partiti della sinistra del proprio popolo. Questi sono fatti che, in qualche misura, sono stati ampiamente rilevati e commentati, come ha fatto, ad esempio, Luca Ricolfi[6]. Io stesso, nel mio piccolo, ho scritto noiosi articoli e saggi in merito, anche se a un certo punto mi sono stancato, visti gli scarsi riscontri. Deriva culturale qui fa piuttosto riferimento alla evaporazione inesorabile della cultura politica della sinistra, come era diffusa e radicata in gran parte del Paese. Sto parlando proprio di un degrado della materia prima, cioè di un degrado intrinseco allo stesso popolo della sinistra. In breve: non siamo più quello che eravamo una volta.

3. Vorrei trattare qui, insomma, della condizione materiale e morale del popolo della sinistra. È una questione intorno alla quale ho sempre creduto, magari a torto, di saperne abbastanza. Sono infatti cresciuto in un ambiente di sinistra, in mezzo a tanti altri come me, in mezzo ai cosiddetti compagni. La qualifica di “compagni” in realtà non ha mai significato un granché, poiché, anche tra i compagni, quelle che emergevano erano sempre le differenze: teorie, ideologie, punti di vista, “sensibilità”, programmi politici e così via. Anche differenze di atteggiamento. Differenze che spesso portavano a rotture, frammentazioni, troncatura di amicizie di rapporti. C’erano anche le invidie e le antipatie personali. C’erano poi anche i furbetti che riuscivano sempre a farsi trovare nel posto giusto, nonostante i tempi cangianti e le incertezze del momento. Tuttavia, al di là della sempre difficile navigazione, al di là dei diversi schieramenti e contrasti, restava sempre la vaga percezione che tutte quelle persone avessero un quid comune, magari davvero assai tenue, capace tuttavia di accomunare, di distinguere dal resto. Di fare la differenza. Si trattava dell’individuazione di un noi collettivo. Un lievissimo comune sentire che si poteva appena avvertire e nel quale si poteva tuttavia confidare. Che magari sarebbe senz’altro emerso, nell’analisi di un fatto politico, nazionale o internazionale, oppure in un momento critico dello scontro politico, in una campagna elettorale importante. Ma sarebbe emerso anche discutendo di libri, oppure discutendo di cinema. Oppure in occasione di una raccolta di firme per qualche iniziativa. Anche la scelta circa la modalità di passare il fine settimana, o di fare le vacanze estive, poteva avere un implicito sottofondo comune. Anche certi hobby avevano un che di distintivo.

4. Su questi vaghi elementi, invero assai indefiniti, superficiali, occasionali ed evanescenti, si basava un senso del noi, un sentimento identitario che derivava da una scelta compiuta, implicita ma anche consapevole, di far parte e di voler continuare a far parte di un certo Mondo[7]. Un Mondo sentito, più intuito che ragionato, ma che per questo non era meno reale[8]. Anche perché gli altri “mondi” erano considerati negativi fuori ogni discussione, erano considerati come dei perfetti disvalori. E, bene o male, questo senso del noi era davvero diffuso. Percepito e condiviso da un numero davvero ampio di persone. Quando c’era qualche iniziativa comune, quelle iniziative davvero basilari, qualificanti, quelle cui non si poteva mancare, ci guardavamo intorno soddisfatti: eravamo comunque in tanti. Magari anche intimamente diversi, ma tanti. Naturalmente qui si sta parlando soprattutto dei tempi andati, del fantastico Mondo dei Boomer[9] e della loro cultura politica. Costoro hanno una descrizione sociologica abbastanza precisa. Sono i nati tra il 1946 e il 1964 e sono stati così chiamati in riferimento al boom demografico (baby boom) indotto dalla fine della guerra[10]. Si tratta oggi della generazione più anziana ancora vivente, che si è particolarmente distinta per una sua specifica cultura politica e per uno straordinario coinvolgimento attivo nelle vicende politiche nazionali e internazionali. Le culture politiche precedenti sono ormai in gran parte trapassate, ahimè, con i loro stessi portatori fisici, e quelle successive, come dirò, costituiscono, proprio sul piano della cultura politica, un notevole punto interrogativo.

5. Premetto qui due righe di teoria sulle questioni generazionali. La nozione sociologica di generazione è incentrata intorno all’esperienza collettiva di un gruppo di età[11]. In questo senso, gli appartenenti a una generazione, accanto al possesso di analoghe caratteristiche di tipo anagrafico, economico e sociale, si ritiene debbano soprattutto aver condiviso una qualche comune esperienza e, dunque, siano rimasti caratterizzati da quella esperienza stessa. Si fa dunque riferimento a qualche tipo di esperienza capace di modificare in modo relativamente profondo chi l’ha compiuta. Esperienze che abbiano avuto un profondo carattere formativo ed educativo. Si suppone che queste modifiche rimangano in qualche misura come permanenti, sia pure in forma compatibile con lo svolgersi della vita ulteriore. Anzi, queste modifiche dovrebbero costituire un background capace di determinare un comune modo di reagire di quella generazione alle più diverse occorrenze della vita pubblica e privata.

6. Le generazioni sociologiche di solito, proprio perché hanno condiviso una qualche comune esperienza, hanno anche avuto modo di sviluppare una loro auto rappresentazione (una narrazione intorno alle loro stesse caratteristiche comuni, una loro propria memoria collettiva). Esse, inoltre, proprio in quanto entità bene individuabili, grazie alle caratteristiche che hanno maturato, sono anche fatte oggetto di rappresentazione esterna, da parte delle narrazioni di altri soggetti (altre generazioni, i media, la letteratura o talune ideologie). Le generazioni dunque sono dei costrutti sociali, ma sono ben lungi dall’essere arbitrarie, poiché sono un prodotto preciso della storia, dell’azione collettiva e della memoria collettiva.

Se è vera la nostra ipotesi, che sia cioè in corso, o sia addirittura in fase avanzata, una progressiva deriva culturale del popolo della sinistra, allora questa deriva culturale dovrebbe, come minimo, essere fatta risalire indietro nel tempo, a cominciare proprio dai Boomer e dovrebbe coinvolgere progressivamente anche le generazioni successive. Naturalmente si tratta, in questa ricognizione, di prendere in considerazione anche le eventuali continuità o discontinuità nella trasmissione culturale tra le generazioni.

7. Un dato di fatto, per intanto, è che il senso del noi dei Boomer aveva ancora un carattere trans generazionale. C’erano gli anziani (tecnicamente ora definiti come Silents[12]) da cui si poteva sempre imparare qualcosa. C’era una tensione spasmodica nel tentativo di trovare tra loro delle figure guida, dei riferimenti di valore. Dei Maestri[13]. C’erano poi i più giovani di noi, ai quali ci sembrava di avere qualcosa di importante da trasmettere. C’era poi chi aveva all’attivo esperienze significative e magari esemplari da proporre. Quelli della Resistenza, quelli della nuova sinistra dei primi anni Sessanta, come ad esempio quelli dei Quaderni Rossi. C’era il mondo degli intellettuali, ampio, variegato e diffuso anche a livello locale, ma c’erano anche quelli del sindacato e c’era il vasto mondo del lavoro. E poi c’eravamo noi, gli studenti, che eravamo affacciati su questo Mondo. C’erano quelli del volontariato. C’erano poi gli iscritti e i militanti di numerose organizzazioni single issue. Oppure anche soltanto quelli che non sono mai riusciti a prendere una tessera, nemmeno una volta. Quelli, cioè, impietosamente definiti come cani sciolti. Erano sciolti ma avevano un tasso elevato di coinvolgimento e di partecipazione politica.

8. La sinistra, dunque, aveva allora un profilo nettamente pluri generazionale. La cultura politica, le conoscenze, i principi e i valori, le esperienze si cumulavano e si trasmettevano. E la sinistra pareva comunque in crescita. A un certo punto però è subentrata quella che può essere definita come una rottura generazionale. Non mi riferisco tanto alla Generazione X, ancora legata ai postumi del Sessantotto e alle complesse problematiche del riflusso, e peraltro ancora estranea alle nuove tecnologie, bensì soprattutto alla Generazione Y, quelli che sono detti anche Millenial. È quella la generazione che ha, di fatto, accantonato il patrimonio delle generazioni precedenti. Sono coloro che hanno cercato, attivamente e consapevolmente, di costruire una cultura politica completamente diversa, che doveva essere nuova e alternativa. Una politica che fosse antipolitica, di movimento, caratterizzata da un attivismo pragmatico e anti ideologico. Il che finiva per concretizzarsi in cose strane, come il non partito, il non statuto, il mandato imperativo e, soprattutto, il rifiuto della distinzione tra destra e sinistra. La politica, per intenderci, del Vaffa, che poi ha avuto la sua più rilevante espressione nel movimento di Grillo. Il Vaffa non si riferiva soltanto ai santuari del potere, ma anche all’intera cultura della sinistra precedente. Non a caso, come manifestazione estrema del nuovo che avanzava, c’era l’infrastruttura della rete e la famosa piattaforma di Casaleggio, che ebbe poi degli sviluppi tragicomici[14]. Sono loro i veri e definitivi sciolti dal giuramento. Direi, sciolti da ogni giuramento. Con loro la deriva stava cominciando a divenire tangibile. Tutto questo mentre il PD cercava di raccattare confusamente le frattaglie della vecchia destra (la DC) e della vecchia sinistra (il PCI), in una nuova cultura politica detta “democratica” che, in realtà, non è mai nata.

9. Abbiamo allora cominciato a capire che i più giovani, tra quelli delle generazioni successive, non avevano più quell’impercettibile senso del noi di cui s’è detto. Se ne infischiavano del senso del noi, del magico quid che a lungo aveva unito le nostre generazioni e le altre precedenti. Non consideravano la cultura cumulativa delle generazioni, guardavano principalmente al presente. Il passato e il futuro cominciavano a cadere fuori dal campo di attenzione. Era anche quello un fenomeno vago che avrebbe dovuto allarmare, ma che è stato digerito senza troppo scompiglio. Ma non è di questi esiti che intendo occuparmi. M’interessa inseguire che fine ha fatto quel senso del noi che era così diffuso tra i Boomer, che ci ha segnato abbastanza profondamente e che, bene o male, ha caratterizzato una intera stagione politica del nostro Paese. L’ultima stagione che ha visto di fatto, nel bene o nel male, una forte politicizzazione della sinistra.

10. Dicevo che non siamo più quelli di una volta. C’è oggi, sotto il naso di tutti, un fenomeno emergente, proprio tra i vecchi “compagni”, quelli per lo meno che, compatibilmente con l’età, sono ancora attivi, che ancora leggono, scrivono, discutono, partecipano, ciascuno a suo modo. E forse anche tra coloro della Generazione X – i cosiddetti quarantenni – che stanno faticosamente prendendo in mano quel che resta della politica. Questo fenomeno è il senso di estraneità (cioè l’esatto opposto del senso del noi) che emerge subito, ogni qualvolta si cominci appena ad accennare a qualche tipo di questione che abbia, anche solo vagamente, a che fare con la politica e la cultura, vuoi locale, nazionale o internazionale. In altri termini, non ci si capisce proprio più. Il magico quid è evaporato. È andato a ramengo. Quello che una volta era stato per noi Boomer il “Mondo della sinistra” è diventato un mondo di estranei. Determinando così, appunto, la prospettiva demartiniana della fine di un Mondo. Tralascio qui, per motivi di spazio, le implicazioni psicopatologiche che De Martino attribuiva alla sua “fine del mondo”. Sarebbe interessante, in proposito, trattare ampiamente della nozione di de-storicizzazione. Chi fosse interessato, può ricorrere al mio saggio già citato nella nota n. 7.

11. La cultura politica delle fasce più anziane, come i Boomer, è oggi decisamente cambiata. Lo scambio politico tipico, quando c’è, è configurato come una serie di chiacchiere superficiali[15] unite a una mitragliata di slogan sempre più brevi, emozionalmente carichi e dal carattere intransigente. L’impressione è che i pochi Boomer che sono rimasti attivi sulla scena della cultura politica della sinistra credano per lo più di esser giunti a conclusioni definitive. Solo che queste conclusione sono tutte diverse, non coincidono proprio. E queste conclusioni le buttano fuori, le eruttano così come viene, senza alcuna voglia di esaminare e discutere le conclusioni altrui. Certezze ormai consolidate, ma anche fossilizzate e incancrenite. Al posto di qualsiasi attitudine alla riflessione e alla discussione, sembra essersi sostituito l’impulso a produrre una espressione qualsiasi, urgente e necessaria. Alla stregua della classica parresia[16]. È come se le complesse articolazioni della vecchia cultura politica avessero lasciato il posto a poche enunciazioni schematiche. Le antiche disparità di opinione sono ricondotte a poche stanche formule dogmatiche, del tutto rituali. Ciò rende gli attuali consessi dei Boomer ormai sempre più carichi di posizioni schematiche, di noiose ripetizioni e di quel senso di estraneità reciproca di cui si diceva.

12. Questa deriva incombente verso la fossilizzazione non facilita il rapporto con le altre generazioni, anzi lo rende quasi impossibile. La cultura politica dei Boomer sopravvissuti appare oggi, agli occhi delle generazioni successive, del tutto fuori luogo. Notoriamente, la qualifica di Boomer è sempre più usata in forma spregiativa. Essa è salita alla ribalta, e ha fatto il giro del mondo, in una data precisa. Si tratta del novembre 2019, quando il famoso motto “OK Boomer!” è stato usato, nel Parlamento neozelandese, come qualificazione negativa, da una deputata venticinquenne contro un altro deputato, peraltro della Generazione X. Il gergo dispregiativo anti Boomer, dicono le cronache, era tuttavia già in circolazione sui media da almeno una decina di anni.

Così, dopo esser stati a lungo ignorati, i Boomer da almeno un decennio stanno cominciando a divenire – come generazione – oggetto di attenzione da parte delle altre nuove generazioni, che tendono sempre più a considerarli come un blocco residuale dotato di alcuni tratti comuni eminentemente negativi e inopportuni. In altri termini, i Boomer, da soggetti di una complessa e articolata cultura politica quali erano, diventano ora principalmente oggetti di contumelie e invettive. Qui non si tratta solo più di una rottura generazionale, un mancato passaggio della cultura politica cumulata, bensì di un conflitto generazionale che si sta facendo sempre più palese e aperto. I Millenials e la Generazione Z sembrano sempre più infastiditi anche solo dalla presenza dei Boomer[17]. Il conflitto è ovunque sempre più evidente. Non c’è, a sinistra, una sola formazione politico culturale che sia in grado di costituire uno spazio comune di discorso tra i Boomer e le successive generazioni.

13. Nell’ambito della sinistra, ci troviamo dunque di fronte a un fenomeno di estraneità generalizzata, oppure, se vogliamo, a una doppia estraneità. Anzitutto quella ormai ricorrente entro la generazione dei Boomer ancora in attività e poi, secondariamente, anche e soprattutto, quella tra i Boomer e le generazioni successive. Quest’ultima sta prendendo l’aspetto non solo di una rottura ma anche di un vero e proprio conflitto. La prospettiva di un conflitto delle generazioni più giovani contro i Boomer emerge in maniera abbastanza chiara e preoccupante nel lucido e corrosivo OK Millenials! di Brice Couturier[18]. Emerge anche, in forma assai preoccupante, in termini sociali ed economici, dall’analisi di Luca Ricolfi contenuta ne La società signorile di massa[19].

14. Il mio intento tuttavia è quello di caratterizzare soprattutto la deriva dal lato dei Boomer. Facciamo un esempio. Non amo parlare in pubblico delle mie esperienze personali, poiché credo che, in fin dei conti, siano del tutto irrilevanti. Ma questa volta, farò una piccola eccezione. Ho avuto modo di provare il senso di estraneità intra generazionale di cui sto parlando, qualche tempo fa, nel corso di una conversazione con una persona della mia stessa generazione, appartenente in qualche modo a quel Mondo comune, politico e culturale, di cui sto descrivendo e lamentando il progressivo e forse definitivo deterioramento. Stavamo discutendo dei fatti di Gaza, di Netanyahu e quant’altro. In quel contesto, essendomi pronunciato su alcune questioni, peraltro di dettaglio, mi sono sentito rivolgere l’epiteto di antisemita. La cosa mi ha dato un qualche fastidio, anche perché, alla mia età e con la mia storia alle spalle, quella era davvero la mia prima volta nei panni dell’antisemita.

15. Mi sono reso conto in quel frangente, in termini esistenziali più che intellettuali, della perfetta inutilità della discussione che stavo facendo. È proprio così, più o meno con una specie di intuizione, che i fenomeni vaghi diventano fatti reali. Il comune percorso generazionale e il senso del noi, il magico quid, non erano più sufficienti a trovare uno straccio di terreno di discorso comune, peraltro su una questione a proposito della quale ormai c’è una storiografia consolidata e una bibliografia enorme, oltre a innumerevoli prese di posizione di studiosi, intellettuali e opinion leader. Una questione oltretutto che, per quelli della mia generazione, esiste da sempre, fin da quando eravamo bambini. Insomma, mi trovavo esattamente come se il mio interlocutore, Boomer anch’esso, fosse un estraneo qualsiasi incontrato per caso, in treno o al bar. Esattamente come se il famoso quid non fosse mai esistito.

16. Ho citato questo fatterello perché mi pare emblematico e perfettamente generalizzabile. Nel campo di discorso della sinistra, soprattutto dal lato dei Boomer – ma la cosa vale certamente a maggior ragione anche per le generazioni successive – ormai, al posto di una esperienza formativa e costitutiva comune, al posto di una cultura politica cumulativa, ci sono solo più innumerevoli questioni divisive, che vengono “risolte” apostrofando l’altro come un nemico, rovesciandogli addosso le più improbabili accuse, utilizzando l’insulto e lo screditamento morale. Siamo diventati tanti piccoli fondamentalisti che, invece di studiare le questioni e di argomentare, si beano di aggiungere delle reazioni, come se fossimo costantemente su Facebook. O in un talk show permanente. Il termine reazione è perfetto, per qualificare questa modalità deteriorata e residuale di rapporto.

17. Si dice, in sede di psicologia sociale, che i social media avrebbero avuto l’effetto di produrre, nei loro utenti, un pensiero schematico e semplificato, oltre ad averli abituati ad avere reazioni emotive amplificate e di pancia. Ma i Boomer dovrebbero essere oggi quelli meno contagiati di tutti. Sono ormai gli unici, tra i rimasti ancor vivi, ad avere passato ben più di mezza vita senza computer, senza smartphone e senza social media. In più, il Movimento del Sessantotto aveva avuto, come sua caratteristica, l’impiego massiccio della parola scritta, dalle scritte sui muri fino all’interminabile serie degli opuscoli politici e degli articoli e saggi pubblicati nelle riviste. Passando attraverso una miriade di ciclostilati e fotocopie. Fino ai malloppi dei vari Maestri della teoria che circolavano come non mai. Ho esaminato in dettaglio questo aspetto della cultura dei Boomer nel mio saggio: Un Sessantotto gutemberghiano[20]. Tutto questo curricolo formativo è silenziosamente caduto nel dimenticatoio. Come non fosse mai esistito.

18. Era ovviamente da un bel po’ che questo senso di estraneità aveva pieno effetto, che era ormai onnipresente e si infilava più o meno in tutte le questioni. Più o meno in tutti i rapporti interpersonali. Ma sembravano sempre estraneità di volta in volta particolari, specifiche e occasionali. Estraneità di cui si prendeva magari atto, ma magari come “contraddizioni in seno al popolo”, per usare un frasario un po’ datato. Ora sembra proprio il caso di prender atto che sta sopravvenendo una estraneità generalizzata.

Bisogna riconoscere che, ben oltre alla questione palestinese, in effetti, veniamo da stagioni divisive davvero straordinarie. Vediamone alcune, a mo’ di esempio. La sarabanda delle scissioni avvenute intorno al PD e all’ineffabile Renzi. Il conflitto contro tutti del movimento del Vaffa, nato proprio entro la Generazione Y. Il senso di estraneità reciproca con i No-Vax, nato intorno alle discussioni sulla questione delle vaccinazioni. E più in generale intorno alla valutazione della scienza e della tecnologia. Oppure sulla questione dell’invio di armi all’Ucraina. Uno degli argomenti più divisivi è ancora oggi costituito dalle cause della guerra tra Russia e Ucraina. La NATO poi è in assoluto uno degli argomenti più divisivi. La definizione di cosa sia il regime di Putin è un’altra questione altamente divisiva. Più o meno come era stata divisiva la questione intorno alla vera natura della Unione Sovietica, negli anni Venti e Trenta. Per non parlare delle questioni relative alla pace e alla guerra, con tutti gli annessi e connessi, tra cui la questione delle spese militari. Tutte le volte che parlo della democrazia, quella sostanziale, non quella formale, vedo intorno a me sguardi di pena e commiserazione. Per la maggior parte dei Boomer la democrazia era sempre stata “borghese” e sempre lo sarà! Meglio poi non parlare di magistratura, di legge elettorale, di regolamentazione dei partiti e dei sindacati. Mi dicono che anche nel movimento femminista ci sono oggi delle profonde spaccature.

19. Non parliamo poi ancora di Jobs Act e di questioni legate al mondo del lavoro e al ruolo del sindacato. Il recente Referendum del giugno 2025 ha visto profonde divisioni interne alla sinistra, come una valanga che nessuno più riesce a fermare[21]. Sulle questioni ambientali ci sono poi innumerevoli dissidi, come sulla cosiddetta democrazia diretta e sui beni comuni. Non parliamo poi dei diritti civili e del politically correct. Anche sulla immigrazione siamo riusciti a creare nemici e fronti contrapposti. Possiamo aggiungere anche le ricorrenze del calendario civile, con punte estreme il 25 aprile. Non parliamo poi dell’Europa. Non parliamo poi ancora dell’America e dell’Occidente, sempre colpevoli, secondo alcuni, di qualsiasi nefandezza. Si riesce anche a litigare, in campo filosofico, in maniera piuttosto irriducibile, sui principali filosofi degli ultimi tre o quattro secoli.

Insomma, ci ritroviamo divisi su tutto. Ripeto, su tutte queste questioni è del tutto legittimo esistano punti di vista diversi. Meno comprensibile è che non ci siano più chiavi interpretative minimamente condivise e che ormai nessuno abbia più voglia di dibattere, di studiare, e che le opposte fazioni si affrontino a colpi di insulti, condanne moralistiche e interdizioni perpetue. Ovviamente tutte queste questioni divisive rendono impossibile la formulazione di un qualsiasi programma elettorale progressista di sinistra. Tutto ciò, ovviamente, si è tradotto e si tradurrà in pessimi risultati elettorali. Il 2027 non è poi così lontano. Ma questo sembra non importare a nessuno. Gli effetti concreti della deriva culturale si sono visti nel 2022, quando la sinistra disunita ha fatto vincere la destra.

20. E qui vengo alla questione dell’Occidente senza pensiero, nella sua versione più idiosincrasica. Nel particulare cioè delle nostre vite e dei nostri rapporti quotidiani. Se appena si cerca di approfondire qualcuna delle questioni in gioco, ci si troverà di fronte sempre e soltanto a pezzi di ragionamenti, talvolta di senso comune, talvolta provenienti da epoche passate, talvolta raccattati sui social o presso qualche sito di riferimento di nicchia. Tutte le posizioni, anche le più strampalate, hanno oggi il loro sito di riferimento che coordina i loro adepti. Le analisi (che riguardano magari questioni di grande complessità) sono spesso ridotte all’osso. Spesso si tratta di semplificazioni difficilmente accettabili e del tutto inutili. Al posto dell’approfondimento, abbiamo le ripetizioni martellanti. Le poche e vecchie cause motrici della storia e della società, ossificate, vengono invocate per spiegare le conseguenze più varie, per proporre politiche del tutto improbabili. Scattano sempre gli stessi modelli esplicativi. Colpa dei padroni, degli americani, delle banche, della UE, della finanza internazionale, dei rigurgiti neofascisti, del neoliberismo, del patriarcato, dell’antisemitismo[22], degli immigrati[23] e di quant’altro.

21. Come abbiamo fatto a cadere così in basso? Io mi do la seguente spiegazione. Finché c’erano le ideologie[24], nel Mondo di cui ci stiamo occupando, c’erano anche le agenzie di produzione ideologica, c’erano gli intellettuali di riferimento, c’erano innumerevoli corpi intermedi che si occupavano intensamente della produzione delle idee. E le idee che circolavano avevano un carattere decisamente professionale. E di idee in circolazione ce ne erano assai. Alcune erano sicuramente pessime, ma alcune decisamente illuminanti, capaci di dar senso alla nostra vita e alla nostra storia. C’era di che scegliere. Tra gli intellettuali c’erano – come dice Aldo Schiavone nel suo saggio – i Maestri, coloro che erano in grado di analizzare le grandi questioni e di operare le grandi sintesi prospettiche che davano senso alle nostre vite e al nostro impegno nella storia. Nonostante le differenze di analisi e di opinione, si aveva l’impressione di una qualche omogeneità, per lo meno nei presupposti di metodo, che consentivano un qualche dibattito civile. Le nuove interpretazioni, quando c’erano, venivano soppesate, i dibattiti procedevano con un certo ordine. Tutti avevano l’impressione di occuparsi all’incirca delle stesse questioni, quelle all’ordine del giorno, che erano perciò considerate da tutti come le più importanti. Magari ci si divideva, ma c’era la consapevolezza che le questioni erano quelle. In genere, ci si divideva per delle ragioni. Se non si era d’accordo con qualcuno o qualcosa, si sapeva sempre spiegare perché. Questo anche perché investivamo tempo e denaro per informarci, per studiare.

22. Bastava leggere qualche rivista o qualche libro ben scelto, per tenersi aggiornati sugli sviluppi dei dibattiti nazionali e internazionali. Magari c’erano dei benemeriti che ogni tanto si peritavano di fare delle sintesi ad usum delphini. Magari anche ricche di copiosi riferimenti storici e con repertori bibliografici che avrebbero ammazzato chiunque. Oppure bastava frequentare le numerose e diffuse conferenze in cui si faceva il punto delle principali questioni. Si poteva dibattere con i relatori, fare delle domande. Ma poi, come ho già accennato[25], c’era un sacco di gente che scriveva. Lettere, articoli di giornale, saggi di vario genere, inchieste, denunce, relazioni a convegni, documenti politici. Habermas avrebbe detto che c’era qualcosa che somigliava al suo modello della opinione pubblica democratica. Al modello del Diskurs. Oggi, a sinistra, non ci sono più dibattiti, non c’è più opinione pubblica, ci sono solo risse da stadio.

23. Con la fine delle ideologie, questo universo culturale comune, questo universo pubblico di discorso, è progressivamente venuto meno. Non sto qui a esaminare in dettaglio perché e come questo sia avvenuto. Sarebbe troppo lungo. Di fatto gli intellettuali pubblici sono diventati dei chiacchieroni televisivi, le riviste hanno chiuso, le case editrici hanno cominciato a sfornare paccottiglia per le nuove generazioni dalla bocca troppo buona. Perfino i corsi scolastici e gli esami sono stati drasticamente semplificati. Oggi si può pigliare una laurea triennale con una tesina di 25 pagine. Così, è accaduto che ciascuno dei Boomer, neanche più tanto giovani, si è trovato a dover ricominciare a camminare con le proprie gambe. Gestire in proprio (cioè da soli) la ricerca delle informazioni e la loro interpretazione. Gestire in proprio la costruzione e il mantenimento di uno straccio di visione del mondo. Tanto per sapere cosa si vive a fare.

24. Di fronte al venir meno di un comune universo di discorso, i più “deboli” (mi sia permesso questo aggettivo, che nell’intenzione vuol essere di grande simpatia) si sono subito persi per strada. Magari anche sommersi dalle accidentalità e dalle incombenze, sempre più difficili, della vita quotidiana. Un riflusso lento e progressivo che in generale ha significato comunque un impoverimento della partecipazione. I più tenaci, sempre più pochi, hanno invece cercato di concentrarsi sulle questioni più commestibili, quelle più alla loro portata, lasciando da parte gli aspetti più ostici, quelli che avrebbero richiesto competenze e linguaggi specializzati. Direi che – contro Lyotard[26] e la schiera dei post-marxisti postmoderni – sia sopravvenuta un’incapacità generalizzata di produrre grandi narrazioni che fossero appena decenti[27], la qual cosa ha assicurato il proliferare delle piccole narrazioni, particolaristiche e identitarie, come quelle della cultura woke. O quelle dei tanti cespugli della sinistra minoritaria nostrana.

25. Avvenne così che, da quella che era sempre stata una galassia, si è dato luogo alla formazione di tanti piccoli micro sistemi – “giochi linguistici” di tipo pragmatico, direbbe il solito Lyotard – sempre più isolati e incomunicabili, sempre più concentrati a cuocere nel proprio brodo. Le idiosincrasie individuali e il progredire delle età anagrafiche hanno fatto il resto. Gruppi di irriducibili, sempre meno numerosi, entro cui ormai si perpetuavano pochi spezzoni di cultura politica, sempre più ripetitivi, sempre meno efficaci a cogliere nel segno i processi e i cambiamenti sociali, e le grandi vicende internazionali. Sempre meno efficaci a indicare prospettive credibili per affrontare la grande trasformazione tecnologica ed economica di fronte alla quale ci troviamo. Ciò ha prodotto anche l’allontanamento dal pensiero scientifico, dalle scienze economico sociali in particolare. Dalle scienze umane. E l’allontanamento dalla filosofia e dai valori dell’umanesimo. Umanesimo, oltre a democrazia, è un’altra parola che suscita ilarità e compassione nel mio circondario, tutte le volte che la pronuncio. Con l’aggravante del fatto che il pensiero politico ha comunque fondamentali risvolti filosofici. La filosofia è nata con la polis, ma la polis non sta in piedi senza una qualche passabile filosofia politica condivisa.

26. Coltivare in proprio anche solo qualche spezzone di discorso approfondito diventava sempre più oneroso, sempre meno remunerativo. E così è venuto il momento in cui ci siamo arresi. Siamo diventati tutti ritualisti nel senso di R. K. Merton. Coloro cioè che, essendo ormai del tutto impossibilitati nei mezzi, continuano inutilmente a vagheggiare i vecchi fini. Si pensi, ad esempio, al degrado subito dal dibattito nel campo delle scienze dell’educazione. Che pure è un campo che coinvolge innumerevoli professionisti, dotati di un certo livello di istruzione, nelle scuole di ogni livello. La qualità scadente della istruzione che trasmettiamo alle giovani generazioni è allarmante, ma nessuno si preoccupa. Neanche le giovani generazioni stesse. Tutti contenti.

27. All’appartenenza viva a un Mondo – la cultura politica della sinistra funzionava proprio come un Mondo demartiniano – con tutte le sue variegate sfaccettature, è così succeduta la coltivazione di costellazioni di identità rituali, rigide, impermeabili a ogni cambiamento. Lasch parlerebbe di Io minimo[28]. Che queste identità siano confinate in piccoli gruppi di irriducibili (destinati a sciogliersi solo con la sopravvenuta inabilità dei singoli appartenenti) oppure confinate entro la soggettività di singoli cani sciolti. Finché c’era un Mondo, era facile partecipare, discutere, scegliere tra le diverse alternative, magari anche cambiare posizione, ingenuamente anche infinite volte. Venuto meno il Mondo, l’economia del cambiamento non poteva più funzionare. Cambiare prospettiva da soli[29] era diventato sempre più oneroso, sempre più difficile. Non restava che rinchiudersi in una sorta di Fortezza dei Tartari. Ormai si costruiscono solo più cinte difensive, fortificazioni per difendere quelle quattro idee in croce che qualcuno ancora conserva gelosamente. Cimeli di un passato che una volta era stato vivo ma che ora è poco più che ridotto a un fossile museale. In generale, possiamo dire che alle elaborazioni complesse delle analisi e dei punti di vista che erano propri di un Mondo, è subentrato il fai da te individualizzato e, soprattutto, disperato. È subentrata la presunzione autoreferenziale di albergare e mantenere un residuo di cultura politica senza un autentico confronto, senza elaborazione, senza pubblico discorso, ma semplicemente sventolando una bandierina.

28. Se qualcuno poi cerca faticosamente di mantenere qualche standard culturale appena un po’ più elevato, magari affine a quei Maestri cui pure si era ispirato in passato, oppure se cerca di armeggiare con qualche forma di pensiero meno semplicistico, un po’ più articolato, oppure se cerca di tenersi aggiornato al panorama culturale internazionale, ebbene costui sollecita e suscita, nel circondario, l’incredulità e poi le immediate diffidenze. E talvolta aperte ostilità. Financo aggressività. L’Io minimo, oggi così diffuso, non può che produrre il rancore contro i diversi. Perché l’appiattimento cui siamo soggetti è una cosa che si deve consumare tutti insieme. Chi non si appiattisce come tutti, è decisamente un provocatore. Mal comune, mezzo gaudio. Sono reazioni in fin dei conti comprensibili, sebbene non giustificabili. Non si hanno ormai più gli strumenti per capire ciò che appena si distanzia dal senso comune. Costui sta dalla mia parte oppure è contro di me? Devo dargli ragione o devo dargli torto? Nel dubbio, è sempre meglio tenersi alla larga, meglio bannare senza esitazione. L’Io minimo è implacabile.

29. Quando vengono progressivamente meno i criteri di valutazione in termini di cultura politica, cioè criteri legati a un comune universo di discorso, a un universo di principi e valori, a un’enciclopedia di concetti condivisi, a un Mondo, come si diceva poc’anzi, allora si fa strada con prepotenza la logica realistica dell’amico/ nemico. Quella che è piaciuta tanto a certi nostri marxisti post-marxisti. Che hanno mollato Karl per avere in cambio l’altro Carl. Non contano più le idee, bensì i rapporti tra le persone. Si passa, ahimè, come dice Lyotard, dalla semantica alla pragmatica. La tendenza allora è quella a costituire piccole consorterie di sodali, che discutono di niente al proprio interno, ma che sono convinti di avere alcune comuni ideebandiera, alcuni vessilli simbolici da sventolare, qualche vecchia canzone da ascoltare, qualche rito periodico da compiere. Qualche causa assurda da sostenere. Appunto, cose come i “giochi linguistici” e le “piccole narrazioni” di Lyotard. Da brandire contro tutto il resto del mondo. Soprattutto da brandire contro i concorrenti interni alla sinistra stessa. Il che avviene oggi ancora esattamente come nella vecchia Unione sovietica. Il capitalismo poteva anche aspettare, ma quello che dovevi combattere, e far fuori subito, era il tuo immediato concorrente interno. Al di sotto degli striminziti e spesso assurdi vessilli simbolici, se si va a ben guardare, spesso ci sono soltanto piccoli interessi di bottega. Occupare qualche posto nella pletora di piccole organizzazioni che non contano più nulla, piazzare gente della tua lobby negli incarichi e organismi dirigenti, far venire qualcuno dei tuoi a tenere una conferenza da fuori, o a presentare un libro, mandare qualche post su Facebook per intrattenere la tua cerchia, rilasciare qualche intervista a nome della tua organizzazione, fare delle cene per raccogliere fondi, farsi invitare a tenere qualche pubblico dibattito. In tutto questo attivismo da amico/ nemico, accade così inevitabilmente che il famoso merito, tanto blaterato in teoria quanto sempre ignorato in pratica, vada a farsi benedire e si generi quella caratteristica selezione degli incapaci, così tipica ormai ad ogni livello delle organizzazioni superstiti del popolo della sinistra. Deriva culturale e selezione degli incapaci sono un miscuglio tossico che caratterizza sempre più il panorama tardo della fine di questo Mondo.

30. Spero di avere adeguatamente motivato che un Occidente senza pensiero[30], l’argomento del mio precedente saggio, non è solo un vezzo intellettualistico. O un argomento salottiero di moda. È piuttosto qualcosa che ha riguardato da vicino le nostre vite, quel che eravamo e quel che siamo purtroppo diventati. E che determina oggi la chiusura delle nostre prospettive e delle nostre speranze rispetto al futuro. Per noi e per quelli che verranno (anche se a costoro la cosa sembra davvero poco importare!). Si tratta di una deiezione nella quale siamo scivolati, senza neppure accorgercene. Senza neppure gridare. Senza neppure invocare aiuto. Semplicemente perché stavamo precipitando tutti nella stessa direzione, e ci sembrava allora una cosa del tutto normale.

In questo saggio mi sono occupato soprattutto del Mondo che ho conosciuto meglio, quello dei Boomer di ieri e di oggi. Se questo è però il quadro della deriva della cultura politica nell’ambito dei Boomer – cioè, quella generazione ancor vivente che nel contesto della propria formazione ha avuto le maggiori iniezioni di cultura politica – ci si può seriamente domandare allora quale sia la situazione presso le generazioni successive. Su questo argomento ho avuto qui solo il modo di fornire qualche flash estemporaneo. Magari tornerò sull’argomento. Qualche tempo fa mi sono ampiamente occupato della questione[31] e posso dire che, in merito, è ormai disponibile una vasta letteratura e che questa non è delle più confortanti. Peraltro, basta guardarsi intorno.


OPERE CITATE

1983 Anderson, Benedict, Imagined Communities. Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, Verso, London. Tr. it.: Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi, Manifestolibri, Roma, 1996.

2021 Couturier, Brice, OK Millenials! Puritanisme, victimization, identitarism, censure. L’enquête d’un baby-boomer sur les mytes de la génération “woke”, Éditions de l’Observatoire, Paris.

1984 Lasch, Christopher, The Minimal Self. Psychic Survival in Troubled Times, Norton, New York. Tr. it.: L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Feltrinelli, Milano, 1985.

1979 Lyotard, Jean-François, La condition postmoderne, Les Éditions de Minuit, Paris. Tr. it.: La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano, 1981.

1952 Mannheim, Karl, The Sociological Problem of Generations, in Mannheim, Karl (a cura di), Essays on Sociology of Knowledge, Routledge and Kegan Paul, London. [1923]

2000 Putnam, Robert D., Bowling Alone. The Collapse and Revival of American Community, Simon & Schuster, New York. Tr. it.: Capitale sociale e individualismo, Il Mulino, Bologna, 2004.

2017 Ricolfi, Luca, Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi, Longanesi, Milano.

2019 Ricolfi, Luca, La società signorile di massa, La nave di Teseo, Milano.

2022 Ricolfi, Luca, La mutazione. Come le idee di sinistra sono migrate a destra, Rizzoli, Milano.

1969 Riesman, David & Glazer, Nathan & Denney, Reuel, The Lonely Crowd, Yale University Press, New Haven and London. Tr. it.: La folla solitaria, Il Mulino, Bologna, 1999. [1950]

2012 Rinaldi, Giuseppe, “La fine del mondo. Crisi e storicità in Ernesto De Martino”, in Anima e Terra, n. 2, ottobre, pp. 133-157.

2025 Schiavone, Aldo, Occidente senza pensiero, Il Mulino, Bologna.


NOTE

[1] Pubblicato su Finestre rotte il 28 agosto 2025.

[2] Recentemente ho scritto un saggio di analisi intitolato Occidente senza pensiero. In quel saggio, in dialogo ideale con Aldo Schiavone (Cfr. Schiavone 2025), mi occupavo di una questione un poco astrusa, cioè del destino culturale dell’Occidente, nella attuale tormentata fase storica. Devo dire che il mio saggio, tranne lodevoli eccezioni e qualche latrato fuori luogo, non ha suscitato grandi reazioni, né positive né negative. Il saggio che qui presento, tratta esattamente e pervicacemente gli stessi argomenti dell’altro, non più però dal punto di vista generale, bensì dal punto di vista idiografico, cioè particolare. Diciamo che qui mi occupo del lato particolare del vuoto di pensiero dell’Occidente, quello che ci riguarda da vicino e ci tocca direttamente come individualità storiche. Mi aspetto pertanto almeno qualche reazione negativa, ma staremo a vedere. Preciso, dati i tempi, che nella stesura di questo testo non ho fatto uso alcuno di strumenti di intelligenza artificiale.

[3] Senza concetto, avrebbe detto Hegel.

[4] Ho provveduto a spiegare dettagliatamente la nozione di fenomeno vago nel mio saggio Il fenomeno vago della postverità.

[5] Userò il termine “sinistra” in senso ampio, senza alcuna distinzione interna, riferendomi soprattutto agli elementi basilari della cultura politica sinistrese. Circoscrivo per semplicità il discorso alla sinistra italiana. Quanto al termine deriva, così recita il Passerini Tosi: «Andare alla deriva = Detto di nave che non si può più governare ed è trascinata dalle correnti. […] In senso figurato […] lasciarsi trascinare senza reagire. Esser come in completa balia degli eventi».

[6] Cfr. Ricolfi 2017 e Ricolfi 2022.

[7] Uso qui il concetto di Mondo, che ha avuto una rispettabile tradizione filosofica, a cominciare da Kant e Schopenhauer per continuare con Dilthey e Husserl, e che, specificatamente nel campo storico sociale, culmina con uno dei miei Maestri virtuali, Ernesto de Martino. Sulla nozione di “mondo” in Ernesto De Martino si può vedere il mio saggio Rinaldi 2012. Il saggio è stato da poco rivisto e ripubblicato sul mio blog: Finestre rotte: La fine del mondo. Crisi e storicità in Ernesto De Martino (2012).

[8] Su questo punto, il riferimento ovvio è Comunità immaginate di Benedict Anderson. Cfr. Anderson 1983.

[9] Uso questo termine, anziché termini similari, solo perché è più preciso e permette così il raffronto con le altre generazioni. Sociologicamente, i Boomer sono coloro che sono nati tra il 1946 e il 1964. Sono coloro che, nel 2025, hanno tra 61 e 79 anni. La generazione successiva è la cosiddetta Generazione X, che comprende i nati tra il 1965 e il 1979. Sono coloro che, nel 2025, hanno tra 46 e 60 anni. Sono costoro a rappresentare il contingente più ampio dell’attuale personale politico. La generazione successiva è quella dei Millenial (detti anche Generazione Y) che comprende coloro che sono nati tra il 1980 e il 1994 e che, nel 1925, hanno una età compresa tra 31 e 45 anni. Costoro – vista la gerontocrazia tipica del nostro Paese – si apprestano a costituire la schiera new entry nell’ambito del personale politico. La generazione successiva è la Generazione Z, nata tra il 1995 e il 2012. Oggi nel 2025 hanno un’età compresa tra 13 e 30 anni. Data la loro età, sono ancora in gran parte coinvolti nei processi di formazione. Sono coloro cui dovrebbero essere rivolte formidabili e obbligatorie iniziative di formazione alla cultura civica e alla vita politica. Sarebbe questo il solo investimento che potrebbe provare a invertire la deriva di cui stiamo parlando. Ma nessuna forza politica nostrana ha all’ordine del giorno qualcosa di simile.

[10] Il boom demografico vale soprattutto per gli Stati Uniti. Un po’ meno per l’Italia.

[11] Questa definizione è stata prodotta da Karl Mannheim, in un articolo del 1923. Cfr. Mannheim 1952.

[12] Sociologicamente così è stata denominata la generazione dei nati prima del 1946, tra il 1928 e il 1945.

[13] Sembra strano oggi, ma queste figure guida c’erano, erano numerose e distribuite anche a livello locale. Le si poteva incontrare, si poteva discutere con loro, si potevano ascoltare le loro conferenze o leggere i loro articoli sulle riviste. Oggi, a destra e a sinistra, tutti credono di saperne abbastanza e di non aver alcun bisogno di figure guida. Chi si presentasse come figura guida sarebbe perfettamente ignorato. Ovviamente, fanno eccezione i leader populisti.

[14] Tutto ciò è ormai caduto nel dimenticatoio. Il danno arrecato è stato grave, ma costoro uno straccio di analisi e di autocritica non la faranno mai. Scurdammoce o’ passato!

[15] Non posso non evocare qui il mondo della chiacchiera come descritto da alcuni filosofi esistenzialisti.

[16] La parresia è l’impulso irrefrenabile a dire pubblicamente quella che si ritiene essere la verità, a qualsiasi costo.

[17] La mia impressione è che le radici ultime di questa conflittualità siano assai profonde. Non ho spazio qui per entrare in argomento. Altrove ho parlato di mutazione antropologica. Cronologicamente, i primi a rilevare qualcosa di simile a questa mutazione sono stati David Riesman (1909-2002) e Marshall McLuhan (1911-1980). A seguire poi molti altri studiosi, come ad esempio Cristopher Lasch (1932-1994). Si tratta di una diversa strutturazione dell’Io dovuta a processi sociali e soprattutto culturali. Riesman, nel suo The Lonely Crowd, contrappone il tipo psicologico degli inner-directed a quello degli other-directed. Ho trattato diffusamente di questa problematica nel mio saggio David Riesman e l’individuo ben socializzato, peraltro mai pubblicato su Città Futura. Cfr. Finestre rotte: David Riesman e l’individuo ben socializzato. Si veda eventualmente Riesman 1969 [1950].

[18] Cfr. Cuturier 2021.

[19] Cfr. Ricolfi 2019.

[20] Si veda il mio saggio Un Sessantotto gutemberghiano.

[21] Si veda eventualmente la mia analisi dei risultati referendari nel mio recente saggio: Finestre rotte: Referendum 2025.

[22] Oggi anche l’ONU è da taluni considerato come antisemita. Mi sento dunque in buona compagnia.

[23] In occasione del Referendum 2025, è accaduto spesso di sentire rudi militanti della “rivolta” landiniana sostenere che la presenza, nel pacchetto dei Referendum, della questione della cittadinanza agli immigrati avrebbe alimentato l’assenteismo elettorale e fatto perdere voti ai referendum sul lavoro. Un chiaro invito a non ripetere più l’errore di simili connubi contro natura.

[24] Assumo qui – seguendo l’opinione corrente – che ci sia stata effettivamente una fine delle ideologie, anche se la questione è davvero assai discutibile e controversa. È senz’altro riscontrabile che siano finite giustamente alcune ideologie decisamente dannose e financo perverse. Insieme a loro sono state buttate ideologie invece del tutto indispensabili, come l’umanesimo, la democrazia, l’eguaglianza oppure il cosmopolitismo Non ho spazio qui per trattare questa problematica.

[25] Vedi nota 18.

[26] Cfr. Lyotard 1979. Lyotard è un filosofo post-strutturalista e postmodernista.

[27] Il problema non è se le narrazioni siano piccole o grandi, bensì se siano giuste o sbagliate. Siccome Lyotard è un relativista, guarda soltanto alla dimensione delle narrazioni (grandi o piccole) e non al loro contenuto.

[28] Cfr. Lasch 1985.

[29] Mi riferisco qui allo studio di Robert Putnam Bowling Alone. Cfr. Putnam 2000.

[30] Vedi la nota n. 2.

[31] Ho, da tempo, un saggio in sospeso su questo argomento. Non ho grandi incentivi a completarlo.

 

Nelle nuvole

di Nicola Parodi e Paolo Repetto, 17 ottobre 2024

Ci siamo imbattuti ultimamente in una serie di articoli nei quali si ventila che i maggiori siti di Intelligenza Artificiale (AI) stiano accordandosi per assoggettare a pagamento tutti i servizi che erogheranno. La cosa non ci ha indignati, ma ci ha stupiti. Non ci ha indignati perché non avevamo mai avuto il minimo dubbio che sarebbe finita così, e ci ha invece stupiti perché questi articoli trattavano la cosa come un’allarmante “eventualità”.

Ma quale eventualità! Ci sembra tutto così chiaro. Nessuno investe milioni o miliardi di dollari, di euro o di yen che si voglia per offrire un servizio a tutta la comunità umana. Al più potranno essere distribuite gratuitamente un po’ di briciole, quel che rimane sul tavolo dopo essersi spartiti le fette. E neppure le briciole saranno del tutto gratis, perché serviranno soprattutto a farci prendere gusto a quel pane, a rendercelo indispensabile e a indurci a farne un elemento essenziale della nostra dieta. A pagamento, naturalmente.

Per questo riteniamo che tutto il fiorire ultimo di G7 e di convegni e di predicozzi papali sul futuro dell’AI e sulla sua regolamentazione sia solo un teatrino più o meno consapevole di essere tale. Pensiamo che in effetti strumenti di difesa efficaci contro l’abuso e la strumentalizzazione non ce ne siano, e che al più possa essere opposta una consapevolezza, che non può essere che individuale, di come funziona tutta la faccenda. O meglio ancora: di come ha sempre funzionato.

Proviamo a riassumere, senza naturalmente la pretesa di riscrivere la storia dell’uso degli strumenti “intelligenti”, ma solo per buttare lì qualche spunto di riflessione non supinamente ortodosso e non aprioristicamente eterodosso.

Dunque. Con l’invenzione di “segni impressi manualmente su un substrato” gli umani sono stati svincolati dalla necessità di archiviare nella memoria parole, cose e fatti. Volendo possono essere considerate come substrato originario anche le pareti delle caverne, ma convenzionalmente l’origine della scrittura vera e propria è fissata all’uso di tavolette di argilla, sostituite poi attraverso innovazioni successive da papiri, pergamene o carta. E già lì il problema si poneva, come dimostra l’avversione, o quantomeno la diffidenza, di Platone per la parola scritta. Le ragioni addotte da Platone riguardavano l’appiattimento del discorso che la scrittura automaticamente produce, la sua neutralizzazione, in quanto si azzerano tutte le sfumature che il tono di voce o le espressioni facciali o la postura fisica consentono più o meno volutamente a chi parla di introdurvi, e a chi ascolta di coglierle, ma soprattutto la sostanziale passività che è indotta in chi ne fruisce.

C’era però anche un altro problema, ma questo Platone non se lo poneva, stante la sua concezione di un sapere “elitario”. Le innovazioni tecnologiche hanno permesso di “imprimere i segni” in maniera via via più veloce e meno costosa, e da ultimo anche automatizzata, con la conseguente moltiplicazione dei libri o di altri strumenti di trasmissione del sapere o quantomeno dell’informazione, e quindi hanno aperto l’accesso a quest’ultima ad una platea sempre più vasta. Ma sia per quanto ha riguardato per quattro o cinque millenni la trasmissione scritta che per quanto concerne oggi quella audio-visiva, la platea ha continuato ad essere sostanzialmente passiva (e più che mai lo è diventata di fronte ai media introdotti negli ultimi due secoli): si è nutrita quindi di saperi e di informazioni gestiti e selezionati e distribuiti di volta in volta dai diversi poteri (politici, religiosi, economici, ecc.). Per questo diciamo che la non solo possibile ma più che probabile monopolizzazione dell’AI, e non solo a fini economici ma anche di condizionamento sociale, non rappresenta affatto una novità. È sempre andata così. Con buona pace anche di noi sostenitori della intrinseca positività dell’innovazione tecnologica, dobbiamo ammettere che l’accesso ad un uso “attivo” delle tecnologie che supportano l’informazione e la trasmissione del sapere è consentito ai “non addetti ai lavori” solo quando queste ultime diventano obsolete. Oggi chiunque è in grado di prodursi a costi bassissimi un libro, o di girare un film o di aprirsi uno spazio in rete, ma questo libro o questo film o questo spazio, se non sono inseriti in un meccanismo di mercato che ne condiziona già in partenza la libertà espressiva, finiscono in un mare magnum nel quale non hanno la minima visibilità o rilevanza.

Vediamo comunque cosa ci aspetta. I “segni” cui ci si affiderà per il futuro, pur avendo ancora una loro effimera fisicità, sono “impressi” su un substrato e con tecniche tali per cui possono essere “visti e letti”, ma non lasciano una traccia “fisica” concreta. Vale a dire: questa roba c’è, può essere vista e letta, è rintracciabile velocemente e con facilità, ma in realtà non sappiamo affatto dov’è, con che criteri viene archiviata, e da chi, e a quale scopo. Si, certo, sappiamo che questo lavoro lo fanno i grandi gestori dei big data, ma abbiamo la minima idea di chi ci sia davvero dietro, dei traffici, delle guerre commerciali, degli accordi e degli scambi che si operano ben al di sopra delle nostre teste?

Ma non basta. Un’altra preoccupazione immediata riguarda la resistenza del supporto della fisicità dei dati. Con la progressiva sparizione degli archivi delle burocrazie reali, dei templi e delle biblioteche nei quali i dati erano conservati su supporti fisici, stiamo affidandoci sempre più alla “nuvola”. Con quali garanzie? Un’eruzione solare o una tempesta magnetica particolarmente forte o, senza scomodare la natura, una guerra dissennata combattuta nell’etere, potrebbero riportarci all’età della pietra? Il problema è reale, è già ampiamente discusso, ma noi tendiamo ad autoconvincerci che la tecnologia sarà comunque in grado di rimediare a questi rischi. In fondo, ci diciamo, i supporti vecchio stile hanno permesso una conservazione dei dati aldilà di quanto potevano immaginare i nostri avi: al giorno d’oggi tecnologie d’avanguardia consentono di leggere cosa c’era scritto sulle pergamene prima che venissero raschiate per essere riutilizzate, o addirittura di leggere i papiri ritrovati ad Ercolano. Ma parliamo pur sempre di supporti concreti sui quali lavorare: l’etere è un’altra cosa, e ci si chiede come sarebbe possibile rintracciarvi dati eventualmente dispersi.

Perché ci sono poi anche altri rischi: l’accensione della carta richiede una temperatura tra i 200 gradi e i 350 circa, a seconda dello spessore, e solo un malaugurato incidente o una “milizia del fuoco” come quella di Fahrenheit 451 possono provocarla, mentre il funzionamento dei megaserver nei quali stipiamo oggi le conoscenze necessita di temperature costanti tra i 30 e i 40 gradi. Con i mutamenti climatici in corso sarà sempre più difficile garantirle. Può sembrare una forzatura, ma in realtà abbiamo già modo di constatare quotidianamente come i più sofisticati sistemi di previsione, di prevenzione e di protezione vadano in tilt ad ogni stormir di foglia o ad ogni attacco degli hackers. È vero, anche la biblioteca di Alessandria, così come molte altre, è andata a fuoco, e una infinità di opere del passato è andata perduta: ma lo sappiamo perché di queste opere è rimasta comunque memoria, qualcuno ce ne ha comunque parlato, mentre ciò che finisce nella nuvola difficilmente ridiscenderà sulla terra come pioggia a fecondare i cervelli: è più probabile che si vaporizzi nel nulla. Rimane allora il dubbio che possano un giorno tornare utili i cinquanta e passa tomi della vecchia Treccani che Paolo ha messo al sicuro nel Capanno.

La preoccupazione maggiore e più attuale concerne però, come si diceva sopra, il rischio dell’appropriazione indebita del sapere da parte di società private fornitrici di servizi di AI. La cultura attuale è un frutto collettivo, prodotto dall’umanità durante tutta la sua storia, anche se con una accelerazione esponenziale negli ultimi millenni. Le varie società private utilizzeranno questo patrimonio dell’umanità per fare profitti, e potranno decidere quale conoscenza può essere fatta circolare o quale è meglio tenere riservata per i loro fini, politici o economici che siano. Un po’ come accadeva nella biblioteca dell’abbazia ne Il nome della rosa. Permettendoci di interrogare i loro sistemi ci daranno poi un’illusoria ed effimera sensazione di essere colti, mentre in realtà saremo solo consumatori di un prodotto culturale pre-confezionato e incartato, di uno spettacolo cui assistere passivamente.

Ripetiamo: è sempre stato così, il sapere e l’informazione trasmessi sono sempre stati trattati e normalizzati in funzione di chi ne deteneva il possesso (si pensi solo al lavoro di “ripulitura” dei testi sacri operato dalle varie chiese – per non parlare di quello della loro “creazione”), e da sempre ci sono individui o gruppi (medici, ingegneri, insegnanti ecc.) che usano le conoscenze prodotte dall’umanità per ricavarne un reddito. Quelle conoscenze sono però frutto di impegno e fatiche personali che hanno portato all’acquisizione di competenze necessarie alla società, che vanno riconosciute e remunerate al pari di quelle di qualunque altro lavoratore, e sono comunque a disposizione di tutti e non riservate ai membri di qualche setta (o azienda). Le modalità stesse della loro detenzione, poi, della conservazione e della circolazione, le hanno rese passibili (almeno negli ultimi secoli, ma in fondo da sempre) di essere confrontate, riviste, confutate: oseremmo dire che ogni innovazione tecnologica da un lato ha ampliato la cerchia degli utenti sui quali la cultura “addomesticata” poteva esercitare influenza, ma dall’altro ha progressivamente eroso a chi la deteneva ampi margini di controllo.

Le nuove tecnologie fanno intuire invece un controllo molto più soft e molto più subdolo: non ci sarà bisogno di alcuna censura, di alcuna proibizione conclamata: provvederà il sistema stesso, offrendo in apparenza possibilità illimitate, ma pilotando sapientemente all’interno del bailamme le nostre aspettative, a liquidare o a banalizzare sul nascere ogni tentazione di eresia o di autonomia di pensiero.

L’idea poi che le leggi, le regole sulle quali si basa la nostra convivenza, possano essere affidate ad un cloud ci inquieta: ricorda un po’ troppo epoche nelle quali le leggi erano garantite dagli Dei, e interpreti della volontà degli Dei erano i sacerdoti, almeno fino a quando non cominciarono ad essere scolpite sulla pietra, da Hammurabi a Mosè alle dodici tavole. La cultura del diritto, della quale tanto si parla, soprattutto a sproposito, nasce proprio da lì, da quelle pietre. Altro che nuvole.

Non vorremmo essere fraintesi. Non stiamo invocando un ritorno all’età della pietra: semmai proprio il contrario. Stiamo dicendo che il modello produttivo, e di conseguenza quello sociale, che abbiamo adottato suppone forme di organizzazione sempre più complesse, che a loro volta richiedono quantità di competenze impossibili da padroneggiare da un singolo. E che laddove la programmazione non possa essere eseguita e gestita dallo stato, cosa che oggi sta accadendo quasi ovunque perché le potenze che guidano il gioco sono ormai transnazionali, subentrano società private che possono investire enormi capitali: e che questi capitali, proprio perché enormi, si sottraggono al controllo di quei cittadini che attraverso lo stato dovrebbero esercitarlo. Alla faccia della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza.

Anche questo in qualche modo è già accaduto, sin dalla notte dei tempi storici: la nascita delle città, ad esempio, ha certo liquidato le libertà di cui godevano i cacciatori-raccoglitori del paleoliotico: ma ha anche prodotto degli anticorpi, dapprima marginali, poi sempre più robusti, che hanno conferito alla libertà e alla dignità individuale altri significati (e se siamo qui oggi a parlarne e a porci il problema lo dobbiamo a questa evoluzione culturale). La domanda è se questi anticorpi, davanti alla pervasività che si prospetta totalizzante dell’intelligenza artificiale e al monopolio culturale che questa ambisce ad esercitare, sapranno ancora reagire, escogitare strategie di difesa. Anche in questa direzione i dubbi sono più che giustificati.

Insomma. Se agiranno in regime di “proprietà privata”, le aziende che fanno ricerca nel settore dell’AI, che già si guardano bene dal divulgare i risultati di queste ricerche ma si affrettano piuttosto a tradurli in utili, a trasformarli in un “prodotto” (che come tale ha come destinazione naturale un mercato e come scopo un profitto), metteranno in vendita qualcosa che non appartiene loro, che è un capitale comune maturato dall’umanità. Non solo: lo faranno esercitando una discrezionalità totale, promuovendo o oscurando i dati in loro esclusivo possesso a seconda degli interessi in gioco. E infine, comunque la si metta, anziché agevolare il recupero o il potenziamento di quella intelligenza naturale che tanto sembra oggi difettare, c’è il rischio concreto che ne sanciscano la definitiva atrofizzazione.

A conti fatti, non sembriamo messi troppo bene.

Postilla. L’Enciclopedia Treccani di cui sopra mi è stata regalata da una conoscente una decina d’anni orsono, forse proprio per fare posto al digitale. Consta dei trentasei volumi dell’edizione originaria, pubblicati tra il 1929 e il 1937, più altri quattordici di Appendici aggiornate sino al 1992 e uno di apertura sul nuovo millennio. È insomma come quelle che di recente, a partire dall’era Covid, avete visto alle spalle di molti dei partecipanti da remoto ai talk televisivi. La mia è ospitata nel Capanno dei Viandanti (che peraltro non ne fanno granché uso), perché in casa occuperebbe almeno la metà di una parete, mentre già attualmente non rimane spazio nemmeno per una rivista. Non apparirà mai in tivù non perché è esiliata al Capanno, ma perché io non frequento i talk.

Ci torno su invece perché offre a mio giudizio un esempio particolarmente ambiguo di trasmissione di “cultura” intesa come “prodotto finito”, summa dei dati e dei saperi. Questo “prodotto culturale” viene infatti riproposto in tempi diversi nella stessa confezione, anche se gli ingredienti e le ricette sono spesso completamente differenti. Non è questa la sede, ma sarebbe interessante analizzare le correzioni, le variazioni o le cancellazioni conosciute nell’arco di mezzo secolo da alcune “voci” particolarmente significative (ad esempio, dalla voce: razza).

Ora, certamente la cultura è un continuo processo conoscitivo, ed è quindi normale che i dati si aggiornino e i punti di vista mutino: ma è inquietante constatare come l’involucro abbia conservato, e trasmesso al contenuto, sempre la stessa autorevolezza (e sua la presenza come convitato di carta nei salotti televisivi mira proprio a questo). È inquietante perché di un’identica proprietà sembra godere oggi ogni confezione digitale, e senza nemmeno che vengano a incrinarla gli Aggiornamenti.

Per il momento mi limito a sottolineare come sulla Treccani queste voci fossero comunque affidate a specialisti, che si presumeva avessero una preparazione specifica, e che firmavano i lemmi (per cui era possibile con poco sforzo determinare le loro coordinate), mentre le odierne enciclopedie digitali, prima tra tutte Wikipedia (della quale peraltro mi avvalgo), hanno alle spalle collaborazioni volontarie e anonime: ciò significa che quando va bene queste collaborazioni soffrono di dilettantismo, di scarsa accuratezza nella verifica delle fonti, di datazioni o attribuzioni errate, ecc… mentre quando va male nascono da un preciso intento di interpretazione e strumentalizzazione ideologica (intere aree storiografiche, ad esempio quella relativa al fascismo, sono state prontamente colonizzate da una storiografia di destra decisamente d’accatto: ma questo vale anche purtroppo per la sinistra). Ebbene, sul web tutte queste voci hanno pari dignità, e stanti i criteri quantitativi coi quali l’algoritmo ne decreta la rilevanza (in sostanza, il numero di accessi), e quindi l’ordine di comparsa sullo schermo, è evidente che tale “rilevanza” non potrà che crescere nel tempo.

Questo ci riporta direttamente all’intelligenza artificiale e alle prospettive che apre. L’interrogativo che ricorre con maggiore frequenza nelle discussioni sull’argomento riguarda la possibilità o meno dell’AI di riprodurre esattamente, e di potenziare, tutti i meccanismi e le funzioni intellettive del cervello umano: quindi non solo di eguagliare, ma di superare le capacità della nostra mente. La risposta che io mi davo sino a ieri era che esiste anche una intelligenza del corpo, che passa per i nostri sensi prima ancora che per la mente, e che non può essere clonata da una macchina. Oggi non ne sono più tanto sicuro, e comunque non importa, perché credo invece che sia malposta la domanda. Penso infatti che quello in corso non sia un processo di adeguamento dell’intelligenza artificiale a quella umana ma, al contrario, di adeguamento dell’intelligenza umana a quella artificiale. Tutti i nostri comportamenti, in effetti, e non solo quelli mentali ma anche quelli fisici, sono già sin da ora, quando di AI si parla ancora come di un progetto allo stato nascente, fortemente condizionati da protesi, da strumentazioni, da modalità di comunicazione e di spostamento che riconfigurano lo spazio e il tempo, dilatano e sterilizzano i rapporti, dettano le priorità, rimodellano le aspettative. Io stesso, che siedo in questo momento davanti a un computer, sto scrivendo in una modalità che da un lato sembra offrirmi possibilità infinite di ripensamento, di correzione, di controllo lessicale, di approfondimento, di verifiche e di ricerche in tempo reale, senza alzarmi dalla sedia, ma dall’altro mi induce una pigra dipendenza, mi asseconda se mi conformo ai suoi protocolli di scrittura e silenziosamente indirizza e influenza ciò che scrivo.

Insomma, sono io ad abituarmi a pensare come la macchina, e non viceversa. (P. R.).

Ariette 21.0: In aria

di Maurizio Castellaro, 20 luglio 2024

Ariette logoLe “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Si ricorda un’assenza nel capannone in cui hanno ricostruito il puzzle malato del DC9 precipitato nel mare di Ustica. Degli ottantun corpi dei passeggeri e delle loro anime non è rimasto più niente. L’esplosione, lo schianto sul mare, l’onesto lavoro dei pesci e dei microrganismi di profondità. Nessun corpo da piangere, solo pezzi di aereo, valigie, borsoni, oggetti rimasti sul fondale. A Bologna hanno ricomposto quello che hanno trovato, si chiama Museo per la Memoria. Museo umanissimo. Sui muri del capannone ottantuno schermi neri bisbigliano i sogni e i pensieri di quelle anime assenti. I loro oggetti personali sono stati raccolti e chiusi in scatoloni fasciati di nero, vederli non ci è concesso, ed è giusto così. Possiamo però osservare la carcassa sacrificale dell’aereo, meditare sulle giunture dei singoli pezzi, valutare la portata degli squarci e dei cedimenti strutturali. È il Museo della Memoria, non si sventolano bandiere, si ricorda un’assenza.

Questa notte ho sognato che tutti i Presidenti, i Ministri e i Generali che sanno cosa è successo davvero quella notte sopra Ustica sono andati in televisione per dire finalmente a tutti la verità, per chiedere scusa e dire: “È accaduto questo, ora venga la giustizia”. Tutti potevano piangere finalmente, e quando le lacrime sono finite tutti hanno cominciato a saltare in aria per la gioia, perché era scoppiata la pace.

Ariette 20.0: Cartoline dalla Baviera

di Maurizio Castellaro, 30 gennaio 2024

Ariette logoLe “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso».
Ben vengano dunque, se possono mitigare con un refolo di leggerezza un clima che per ragioni obiettive e per stanchezza di chi lo vive sta diventando davvero troppo pesante (n.d.r).

Ho trascorso qualche giorno a Monaco di Baviera, la sorprendente “ultima città italiana al di là delle Alpi”, come dicono i tanti italiani che ci vivono. Ai tempi della Riforma il Papainviò qui un piccolo esercito di Gesuiti per fronteggiare l’attacco, e direi che i Padri non hanno tradito le aspettative, dato che i cattolici sono ancora in maggioranza. E che dire dei Wittelsbach, la loro antica dinastia regnante? Oltre a difendere con spregiudicatezza la loro autonomia territoriale (ad esempio furono alleati di Napoleone in funzione antiaustriaca), e a modellare la capitale sui modelli di Atene e Firenze, hanno riempito i loro splendidi musei di capolavori fiamminghi e greci. Essendo stati a lungo i governatori delle Fiandre (nel 600) e i re di Grecia (nell’800), immagino fosse difficile per i poveri sudditi rifiutare le loro proposte di acquisto.

Sono stato naturalmente anche nelle famose birrerie di Monaco. Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale in quelle sale si potevano trovare prima i comunisti rivoluzionari di Rosa Luxemburg e poi nazisti come Himmler e Goering, che condivisero con Hitler il fallito colpo di stato del 1922, partito proprio da Monaco. Oggi nel centro dalla città, in larga parte ricostruito dopo i 74 bombardamenti subiti durante la Seconda Guerra, si può visitare il Museo Cittadino, dove una intera sezione è dedicata alla Storia del Nazionalsocialismo a Monaco. Aggirandomi tra manifesti di propaganda nazista, foto di adunate e di bombardamenti, divise brune e testimonianze di Dachau (a pochi chilometri) mi sono chiesto se in Italia avevo mai visitato un museo del genere. E mi sono reso conto che in Italia si trovano Musei della Resistenza, Musei dell’Olocausto, ma nessun Museo del Fascismo.

Ho sempre pensato che il fascismo si aggiri come un convitato di pietra nella storia del nostro infinito dopoguerra. Ma nelle strade di Monaco penso di averne compreso il motivo. Rispetto alla Seconda Guerra Mondiale a noi la storia non ha dato, come alla Germania, la possibilità di un finale tragico, coerente fino al suicidio finale di Hitler nel bunker di Berlino. E poi lo shock dei campi di concentramento, la Germania Anno Zero, il processo di Norimberga, la ricostruzione. In Italia niente è finito davvero con chiarezza, quindi niente è mai finito davvero. Abbiamo avuto un re vigliacco in fuga, che ha lasciato l’esercito allo sbando, e nonostante ciò nel referendum del 1946 la democrazia si è affermata a fatica. Poi abbiamo avuto la fine pasticciata del Fascismo. Lo scempio di Piazzale Loreto ci ha regalato un capro espiatorio che ha assolto tutti senza processo, incoraggiando poi il trasformismo politico di cui siamo maestri insuperati. La celebrazione dei Valori della Resistenza e la memoria dell’Olocausto hanno poi fornito una narrazione fondativa che alla distanza si è rivelata indebolita dal troppo rimosso, un rimosso che torna a bussare e a chiedere ragione di sé.

A Monaco di Baviera a gennaio 2024 c’era una mostra su Eichmann e sulla banalità del male. In Italia quando pensiamo al fascismo pensiamo al folclore di Predappio, ma sbagliamo il bersaglio. Di recente a Roma hanno proposto di aprire il primo serio Museo sul Fascismo, ma ancora una volta non se ne è fatto nulla. La Fiamma che ricorda il passato rimosso e negato è ancora viva, incuba nuove forme, e rischia di perderci ancora.