L’ombra più sottile

Carlo Piaggia nel paese dei Niam Niam

di Paolo Repetto, 16 ottobre 2026

Di tutti i viaggiatori son quello che gettò
sul suolo dell’Africa l’ombra più sottile

I viaggiatori, gli avventurieri, gli esploratori dei quali mi sono occupato sino ad oggi hanno in comune, al di là di essere quasi sempre, e soprattutto in Italia, degli sconosciuti, il fatto di aver viaggiato ovunque tranne che in Africa. Non so perché sia accaduto: me ne accorgo ora e cerco di darmene una spiegazione.

Senz’altro con l’Africa non ho un gran rapporto: non ci ho mai messo piede (se per questo, però, nemmeno in America, meno che mai in Oceania, e quasi solo simbolicamente in Asia). Mentre tuttavia degli altri continenti conosco, almeno attraverso le fonti indirette, quel tanto che mi ha permesso da ragazzo di immaginare in quelle contrade delle fantastiche avventure e da adulto dei percorsi turistici, l’Africa è sempre rimasta lontana sia dalle mie fantasie che dai miei programmi di viaggio. Credo per due motivi. Il primo è che il confronto con gli altri continenti l’ho sempre associato a chi li abitava, mentre per l’Africa a sfidarmi era la natura, una natura tutt’altro che domesticabile, eccessiva, e quindi imprevedibile e minacciosa. C’entrano forse anche le suggestioni negative dell’infanzia: la vicenda di Coppi, che sembrava invulnerabile ma era tornato dall’Africa moribondo; i racconti di mio zio, che vi aveva trascorso tre anni di prigionia, in Kenia prima e in Sudafrica poi, e non risparmiava i particolari raccapriccianti; i romanzi africani di Salgari, come I drammi della schiavitù e Le caverne dei diamanti, nei quali non era possibile identificarsi con eroi autoctoni positivi sul tipo di Tremal-Naik o Minnehaha. Insomma, l’idea di non poter avere sotto controllo la situazione è poco compatibile col mio carattere.

Il motivo vero è però probabilmente che nei confronti dell’Africa provo una sorta di senso di colpa: non personale, naturalmente, ma collettivo, come rappresentante di una cultura che non solo non ha fatto nulla per aiutare quel continente e le sue popolazioni a crescere (in una direzione autonoma, sia chiaro), ma ne ha addirittura distrutte le radici e desertificato il terreno. Quello africano mi sembra uno dei maggiori fallimenti dell’umanità, senz’altro il più tragico ed evidente.

Dicevo di ciò che conosco o non conosco: in realtà delle esplorazioni africane so a sufficienza, conosco le vite e le vicende di quasi tutti i protagonisti, ho mappe dettagliate dei loro itinerari, ho collezionato i loro diari, le relazioni di viaggio, le biografie dei maggiori, da Mungo Park a Roger Caillè, a Barth, a Gerhard Rohlfs, Gustav Nachtigal, Georg Schweinfurth, fino ai celeberrimi Burton e Spike, e Livingstone e Stanley. A respingermi è proprio la consapevolezza di quel che è avvenuto dopo, di quali siano state le conseguenze di queste avventure a volte davvero eroiche, ma sempre macchiate dall’ombra dei mandanti.

Devo infine aggiungere che su questa disposizione ha senza dubbio influito la precoce lettura di saggi storici sugli orrori della colonizzazione e della tratta, e continuano a farlo la saggistica e i reportages più recenti; ma a suo tempo, più di sessant’anni fa, fu determinante la visione di Africa addio, il film di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, quasi contemporanea alla lettura di Cuore di tenebra. Quello raccontato nel film era un mondo talmente crudele da lasciare inorriditi: e senza dubbio gli autori avevano giocato in maniera spudorata sugli effetti sensazionalistici della miseria, della crudeltà, del degrado, ma a conti fatti quello che avevo visto sullo schermo, o letto in Conrad, mi è stato più tardi confermato da giornalisti seri come Kapuscinskji, nonché dalle cronache dei massacri in Congo, in Uganda, in Etiopia e un po’ ovunque in tutto il continente. Ho maturato insomma una sorta di sindrome africana, che a quanto pare però non ha colpito solo me, dal momento che tutto ciò che di negativo accade ancora oggi in Africa viene dato dal resto del mondo per scontato e che i numeri dei massacri, delle stragi e dei genocidi in atto rimangono freddi dati, non smuovono le coscienze e non promuovono manifestazioni e cortei.

Di quella impressione non mi sono comunque più liberato, e ciò mi porta ad esempio ancora oggi a considerare sotto una luce particolare sia il problema degli aiuti portati nell’Africa stessa sia quello dei profughi che sbarcano in Italia. Da un lato credo infatti che le missioni umanitarie, di qualsiasi tipo, abbiano fatto più danni che bene, dal momento che hanno creato una passiva dipendenza e spesso hanno anche arrestato o stravolto modelli di transizione compatibili con una tradizione economica e sociale totalmente differente. Dall’altro arrivo a pensare che la nostra attuale idea di convivenza, quella che porta a chiedere una apertura illimitata e incondizionata, quella fiduciosa in una più o meno rapida integrazione così come quella che propugna il “multiculturalismo”, non abbia fondamento. Popoli che hanno vissuto in certe condizioni hanno maturato una concezione del valore della vita e della morte, ma in generale di tutti i valori, troppo diversa dalla nostra, e allora o inculchiamo i nostri, e questo si chiama genocidio culturale, o ci arrendiamo ai loro (come peraltro sta già succedendo nelle giovani generazioni), e questo è un suicidio culturale. Può essere che la storia mi smentisca, che dall’interazione reciproca nasca qualcosa di inedito e di positivo, ma senz’altro io non ci sarò a vederlo.

Comunque: con questo scritto comincio a coprire un’assenza, parlando di un esploratore italiano, Carlo Piaggia, che ha vissuto la sua eccezionale esperienza nell’Africa orientale a metà Ottocento. Non posso considerarlo uno sconosciuto, perché con poco sforzo si trovano su di lui notizie tanto sul web che nelle biblioteche, ma non ho mai incontrato il suo nome né sui testi scolastici né nella letteratura storica di livello divulgativo. E magari vedrò anche di segnalare i nomi e le storie di chi gli fu in qualche occasione compagno di avventure e in altre concorrente.

Avevo pensato inizialmente di raccontarne la vicenda in un dittico, mettendola in parallelo con una seconda mini-biografia, quella di G. B. Cerruti, anch’egli nostro connazionale, anzi, quasi mio conterraneo: questi davvero sconosciuto fuori dell’ambito degli specialisti di storia delle esplorazioni, eppure a sua volta protagonista di una straordinaria avventura, sia pure in un teatro diverso, quello del Sud-Est asiatico. Ho poi preferito riservare a quest’ultimo uno spazio tutto suo, quasi a risarcirlo simbolicamente della disattenzione (anche mia, fino a pochi anni fa) nei suoi confronti. Volevo affiancarlo a Piaggia perché i due sono accomunati da una scelta incredibilmente coraggiosa, quella di non limitarsi ad esplorare territori incogniti e di avere contatti con le popolazioni altrettanto sconosciute che li abitavano, ma di dimorare presso quelle popolazioni per studiarle, per conoscerle meglio e prima ancora per partecipare della loro quotidianità, per arrivare a porsi dal loro punto di vista. E ne hanno tratto delle lezioni e delle considerazioni che oggi più che mai possono essere considerate attualissime.

Scelte di questo tipo non erano affatto usuali per gli esploratori dell’Ottocento, che in genere si limitavano a dare la priorità ai contatti politici e commerciali e al riconoscimento dei luoghi, e che anche nel migliore dei casi, come in quello di Livingstone, erano avanguardie consapevoli della futura colonizzazione. Non lo erano neppure per gli antropologi che li hanno seguiti qualche decennio dopo, tanto che la nascita di una “antropologia sul campo” è fatta risalire a Malinowskij, quindi al primo quarto del ‘900. Nel caso dei personaggi di cui vado a parlare, invece, l’assenza di appetiti coloniali di un’Italia appena formatasi e di sponsorizzazione da parte di società geografiche o di istituzioni similari hanno fatto sì che le permanenze fossero vissute come avventure individuali, per pura e genuina volontà di conoscenze ed esperienze.

Carlo Piaggia. I grandi viaggiatori, quelli che percorrevano il mondo quando viaggiare era ancora un’avventura, e in particolare gli esploratori, erano tutti in qualche misura personaggi fuori dagli schemi (certo, è un’ovvietà: altrimenti non avrebbero fatto quella scelta). Ma lo erano in modi molto diversi. Generalizzando alquanto, gli inglesi erano spesso in fuga dal perbenismo vittoriano, i francesi andavano a caccia di record, i tedeschi erano animati da una forte determinazione scientifica. Tutti quanti comunque si muovevano avendo alle spalle istituzioni politiche, società geografiche o accademie scientifiche che garantivano loro un concreto supporto.

Non era così per gli italiani, che almeno fino agli ultimi due decenni dell’800, quando anche il nostro paese cominciò a coltivare confusi appetiti coloniali, si mossero isolatamente o, come ad esempio Pietro Savorgnan di Brazzà, al servizio di governi stranieri. A spingerli erano le motivazioni più disparate. Nel caso di Orazio Antinori, che aveva vissuto una tumultuosa giovinezza mazziniana e aveva combattuto nel 1848 sia a Venezia che a Roma, fu un lungo esilio politico. In quello di Augusto Franzoj, che a sua volta non si era fatto mancare nulla, processi per insubordinazione, evasioni, una trentina di duelli, fu la necessità di mettere un po’ di distanza tra sé e la giustizia (ma anche di sottrarsi ai suoi creditori). C’era poi chi cercava di evadere da una prigione di affetti e di doveri familiari, come Carlo Vidua, e chi come Giovanni Miani mirava a riscattarsi dalla condizione di figlio illegittimo inseguendo il successo in ogni campo, dalla musica e dall’arte alle esplorazioni. Insomma, le molle erano molte, e non c’erano ancora interessi “superiori” a incanalarle.

In questo senso Carlo Piaggia è un ulteriore caso a sé. Si ritrovò in Africa per sottrarsi a un’esistenza che sembrava riservargli solo lutti e miserie e una pesante e noiosa routine di lavoro: ma si addentrò poi in un’area sconosciuta del continente animato da una curiosità sincera per i costumi e i modi di vita dei popoli che lo abitavano (“Volevo conoscere un poco anch’io il nostro mondo e vedere specialmente ciò che altri non hanno visto”), accompagnata da una sensibilità e sorretta da un’umanità che pochi suoi contemporanei dimostrarono, e che lo rende quanto mai vicino al modo di sentire contemporaneo (o almeno al mio).

A differenza di quasi tutti coloro dei quali ho parlato sino ad ora, Piaggia non arrivava da una famiglia benestante e non aveva alle spalle studi regolari o esperienze precoci che ne facessero un predestinato. Era figlio di un mugnaio della Lucchesia, terzogenito di otto fratelli e due sorelle. Crebbe coltivando la terra e aiutando nel mulino di famiglia, ma sviluppando al contempo una forte passione per lo studio e la lettura, aiutato dal parroco del paese. Egli stesso racconta che la sera, mentre i suoi coetanei sciamavano a giocare per le vie del villaggio, lui si rintanava in un angolo a leggere i libri di viaggio o d’avventura che il prelato gli procurava, e la notte integrava quelle letture spaziando con la fantasia. Ne aveva bisogno, perché la sorte non era stata particolarmente benevola con lui: sin dalla nascita era afflitto da una leggera zoppia, e questa imperfezione fisica rischiava di marchiare e determinare tutta la sua futura esistenza.

Quando dunque la sua vita sembrava già segnata all’insegna di un lavoro poco gratificante sotto tutti gli aspetti e degli orizzonti ristretti del paese, una sciagura improvvisa venne a sconvolgerla. Nel 1849 un’epidemia di tifo gli portò via tre fratelli e le due sorelle, oltre alla madre, e creò alla famiglia grosse difficoltà economiche. A quel punto Carlo, che aveva continuato anche dopo l’adolescenza a nutrirsi di sogni libreschi d’evasione e di esotismo, sentì di non poter più reggere quel destino e decise di accomiatarsi dai parenti. Non vedeva altra soluzione che cercare fortuna altrove, lasciandosi alle spalle la malasorte. E quell’altrove lo identificava con l’altra sponda del Mediterraneo, nel continente africano. Era tutto ciò che poteva permettersi, stanti i suoi mezzi: ma era anche ciò che maggiormente lo attirava, perché in pratica, tranne che per la fascia costiera, si trattava di un mondo del tutto inesplorato. 

Africa. A Maggio del 1851 lo troviamo dunque a Tunisi, dove è già presente una nutrita colonia di italiani, in gran parte esuli dopo le rivoluzioni e la guerra del ‘48, intenzionati a rifarsi una vita come tecnici o come militari. Anche Carlo, con la sua esperienza contadina, non tarda a trovare un impiego come capo giardiniere nel palazzo del bey. Una sera però, mentre torna dal lavoro, è aggredito da cinque dei beduini messi alle sue dipendenze, che lo spogliano di tutto e lo lasciano per morto. Riesce a trascinarsi fino al palazzo, dove riconosce e fa arrestare i suoi aggressori, ma decide che quella esperienza va chiusa. Lascia dunque Tunisi per trasferirsi ad Alessandria. Qui si ferma per quasi cinque anni, mostrando una eccezionale capacità e velocità di apprendimento per ogni tipo di lavoro, ma conservando intatto il suo spirito irrequieto, che non si appaga del successo e del benessere economico. In realtà quest’ultimo deve diventare solo la base per quel futuro avventuroso che ha sempre sognato: e per crearsi questa base lavora come cacciatore e come armaiolo, ma anche come rilegatore di libri, tassidermista e verniciatore di carrozze, acquisendo competenze sui viaggi e sugli armamenti. Nel frattempo continua a leggere senza tregua tutto quanto è possibile di relazioni di grandi viaggi e di esplorazioni africane; impara l’arabo e il francese e anche i rudimenti di alcuni idiomi dell’interno; e mette da parte ogni soldo guadagnato per potersi permettere al momento opportuno un equipaggiamento adeguato alle imprese che ha in mente.

Primo viaggio. Il momento arriva nel 1856, quando finalmente può partire alla volta di Khartoum. Già nel mese di dicembre comincia a risalire il Nilo, raggiungendo le stazioni allora più avanzate della penetrazione missionaria nel cuore dell’Africa, Santa Croce e Gondokoro, e spingendosi anche fino a Regiaf, a sud dell’odierna città di Juba. Fino al luglio 1857 esplora la regione a est di Santa Croce, giungendo ad attraversare il fiume Bahr el-Zeraf e a toccare il Sobat, un importante affluente meridionale del Nilo Bianco. Si tratta di una missione di assaggio, per impratichirsi della geografia dei territori e degli idiomi e farsi un’idea dei problemi che dovrà affrontare. Alcuni di questi problemi si presentano subito: è ad esempio ingiustamente sospettato dagli abitanti di un villaggio di aver rapito una ragazzina e rischia sino all’ultimo di vedersela brutta, si smarrisce nella foresta e deve essere salvato da alcuni indigeni inviati alla sua ricerca, assiste impotente all’agonia di un elefantino cui è stata uccisa la madre, non può opporsi alla riduzione in schiavitù di un giovane che aveva conosciuto alla missione. Al tempo stesso allaccia amicizie con i missionari che operano in quei luoghi inospitali, e da essi ricava preziose notizie e indicazioni sia sul territorio che sulle popolazioni, sui loro costumi e sulla loro indole.

A luglio torna a Khartoum, dove esercita per qualche mese il mestiere di armaiolo: fino a quando un altro europeo, il commerciante francese d’avorio Alphonse de Malzac, lo contatta e lo assunse come guida per le spedizioni di caccia agli elefanti. A Piaggia non occorre molto per rendersi conto che in realtà De Malzac commercia anche in schiavi, facendo razzie nei villaggi sudanesi e trattando in maniera disumana i prigionieri catturati. Nelle sue “Memorie” lo descrive così: “Questi affermava di commerciare in bovi e il suo traffico si svolgeva nel modo seguente: rubava ai selvaggi il bestiame e poi lo restituiva loro in cambio di avorio. Questo sistema di commercio non gli costava che polvere e piombo, e ben presto fu imitato da altri negozianti mussulmani”. Quando Piaggia entra in contatto con lui De Malzach è una potenza. “Disponeva di duecento uomini bene armati e poté a man salva impadronirsi di bestiame, donne e ragazzi, incendiare villaggi e uccidere indigeni, quando cercavano di impedire i suoi saccheggi. In un apposito recinto si teneva il mercato delle donne e dei ragazzi, che il Malzach vendeva ai suoi soldati, cedendoli spesso in pagamento del loro salario.”

Ha modo di constatare immediatamente quanto lo schiavista sia feroce: “La sera stessa dell’arrivo di De Malzach, cadde in una buca (una trappola per catturare gli ippopotami, ndr) un piccolo ippopotamo e al mattino seguente le urla di questo animale giunsero fino al nostro recinto. Un selvaggio corse alla buca e a colpi di lancia lo uccise. Un tale fatto inferocì a tal segno il De Malzach, che raggiunto il selvaggio, senza profferir parola, gli sparò addosso tre colpi della sua carabina revolver uccidendolo. Un grande terrore si diffuse allora tra i selvaggi e il De Malzach venuto da me, dopo avermi narrato l’accaduto, marcò con un ferro rovente la cassa di legno del suo fucile, dicendomi che altrettanto farebbe per ogni selvaggio da lui ucciso. Dopo sette o otto mesi, infatti, io ebbi a notare dodici segni uguali, tale e tanta era la ferocia di quella belva sitibonda di sangue, con la quale fin dal primo momento mi pentii di essermi associato per le mie cacce”.

Per conto di quello scellerato datore di lavoro Piaggia esplora per otto mesi i territori delle popolazioni Kic e Giak e quelli della tribù dei Ruor, sul fiume Rohl. Nell’agosto del 1858, però, scaduto finalmente il contratto, fa ritorno al Cairo e di lì in Italia, dove giunge nel febbraio 1859. È nauseato dalle atrocità cui ha assistito, ha bisogno una pausa: al tempo stesso porta con sé una ricca collezione delle armi e degli utensili costruiti dalle popolazioni che ha frequentato, della quale fa dono al Museo di Storia Naturale di Firenze. Ma l’Africa gli è ormai entrata nelle vene.

Secondo viaggio. Nel gennaio del 1860 è infatti nuovamente in Egitto. Si reca prima ad Alessandria, poi sul mar Rosso, dove a fine primavera incrocia Giovanni Miani, reduce da un’estenuante spedizione sul Nilo Bianco, e ne ascolta gli appassionanti racconti (ma annota anche che l’esploratore tende a considerare quei territori zona di sua esclusiva pertinenza). Arriva infine a Khartoum.

Qui ha luogo un secondo incontro determinante, quello col marchese Orazio Antinori, da tempo esule in Africa e già impegnato in esplorazioni nell’area sudanese. Antinori ha avuto notizie di Piaggia e delle sue competenze sia come esperto di armi che come cacciatore, e lo considera l’uomo giusto per la sua prossima avventura. I due, ai quali si unisce anche il commerciante francese e corrispondente della Revue des Deux Mondes Alessandro Vayssière, conosciuto dal Piaggia in una precedente occasione, partono alla volta del Nilo Bianco e del Bahr el-Ghazal, intraprendendo un viaggio molto faticoso attraverso la regione del Giur. La spedizione però non ha fortuna: Vayssière, ammalatosi di febbri tropicali, torna indietro e di lì a poco muore, il marchese è talmente debilitato da dover essere trasportato in barella, lo stesso Piaggia è costantemente febbricitante. Inoltre, in circostanze come queste la coesistenza con Antinori, più propenso al comando che alla collaborazione paritaria, si rivela piuttosto difficile. Fanno quindi anch’essi ritorno a Khartoum, dove Piaggia constata che l’equipaggiamento che aveva dato in affitto a Vayssière è stato svenduto, e si ritrova senza un soldo. Per qualche tempo deve quindi riprendere il suo mestiere di riparatore di armi.

Questa volta è il governatore turco a offrirgli un’occasione, invitandolo a partecipare nel gennaio del 1862 a una spedizione nel Sennar (una provincia meridionale del Sudan, attraversata dal Nilo Azzurro) in compagnia del naturalista toscano Leopoldo Ori: lo scopo è quello di catturare uccelli esotici per il serraglio del sultano di Costantinopoli. Con i proventi di questo lavoro, portato felicemente a termine, e tramite impegni di lavoro presi con alcuni commercianti sudanesi, Piaggia riesce finalmente, alla fine del 1863, a realizzare il desiderio di una esplorazione in proprio, da compiersi senza dover sottostare alle aspettative e ai progetti altrui, e senza porsi limiti temporali.

L’obiettivo che ha in mente da un pezzo è di penetrare nelle terre inesplorate dei Niam Niam (gli odierni Azande), al confine tra il Sudan e il Congo-Zaire, e di creare con essi dei contatti. All’epoca sui Niam Niam circolano solo leggende: che sono ibridi uomo-cane, che hanno una rudimentale coda nella parte addominale, ma soprattutto che praticano il cannibalismo. Il che, anziché dissuaderlo, gli render rende la cosa ancor più eccitante.

Piaggia condivide la prima fase del viaggio con un gruppo di mercanti della Compagnia Gattas, per staccarsene poi con una parte della scorta e dei portatori. I numeri che riporta per quanto concerne la composizione della carovana (novanta soldati di scorta e oltre duecento “selvaggi” reclutati come portatori) fanno pensare ad una spedizione in grande stile, ma è difficile determinarne l’entità reale, perché tra diserzioni e nuovi arruolamenti cambia ad ogni tappa. Quelli che chiama “soldati”, e che gli indigeni etichettano genericamente come “turchi” non sono altro infatti che mercenari, in teoria al soldo delle autorità turche ma che agiscono in realtà come bande armate autonome, dedite a un sistematico saccheggio: e i portatori sono le loro vittime, schiavizzate e pronte a darsi alla macchia alla minima occasione.

L’impatto iniziale con i Niam Niam è tutt’altro che pacifico. Non appena la carovana si addentra nel loro territorio tra i “selvaggi” e i soldati si ingaggia una furiosa battaglia, nel corso della quale lo stesso Piaggia rischia di rimanere intrappolato in un incendio appiccato dagli indigeni. Si salva con lo stratagemma di combattere il fuoco che ha di fronte bruciando la boscaglia alle sue spalle, creando in questo modo uno spazio nel quale trovare rifugio. La cosa desta l’ammirazione dei suoi uomini, ma anche quella dei Niam Niam, che mandano dei parlamentari e invitano il bianco al loro villaggio.

La trattativa col capo tribù, che Piaggia chiama “re”, l’erculeo Tombo, volge subito in positivo, anche tramite lo scambio di doni reciproci. Il re, consapevole del prestigio che un simile ospite può creargli – Piaggia è il primo bianco mai visto dal suo popolo –, gli dona zanne di elefante, donne e persino figli in segno di amicizia. Piaggia ricambia con stoffe e vari ammennicoli di metallo, e a questo punto, dopo aver scaricato da ogni responsabilità i suoi riluttanti accompagnatori con una liberatoria scritta, decide di rimanere da solo nel villaggio di Tombo, dando inizio a una esperienza che si protrarrà per quasi due anni.

Il soggiorno presso i Niam Niam è tutt’altro che tranquillo. L’amicizia col re conosce fasi alterne, e in più di un’occasione Piaggia deve ricorrere ad una sottile diplomazia e forzare il proprio ascendente per salvarsi il collo: ma tutto sommato, grazie anche ad un carattere deciso ma tutt’altro che spocchioso, riesce a conquistarsi la benevolenza di tutta la popolazione. Intanto arriva presto a padroneggiarne la lingua, e questo gli consente di interagire con tutti in maniera amichevole e di osservarne con simpatia e rispetto i costumi e le tradizioni.

La fama della sua presenza si diffonde velocemente presso tutte le tribù dei Niam Niam. É invitato a fare visita ai diversi capi della regione (cosa che a Tombo non piace molto, ma che in alcuni casi si rivelerà preziosa per dirimere annose controversie) e mentre si sposta da un villaggio all’altro prende nota della flora e della fauna del territorio, del quale cerca anche di tracciare una mappatura: ma la mancanza di strumenti (e anche di specifiche competenze) lo porta a commettere grossolani errori di valutazione. Segnala ad esempio l’esistenza di un grande lago, che personalmente non ha mai visto ma del quale gli raccontano meraviglie gli indigeni, e per un certo periodo quello specchio d’acqua sarà indicato sulle carte geografiche sotto il suo nome. In definitiva però non verrà mai identificato, o forse si tratta del già conosciuto lago Alberto.

La sua permanenza tra i Niam Niam è comunque legata essenzialmente alle merci di scambio con le quali ne ha conquistata la simpatia. Una volta esaurite le stoffe e le cianfrusaglie che si era portato appresso potrebbe rinnovare la scorta solo tramite i mercanti arabi di schiavi che periodicamente si addentrano nel territorio; ma questi, sapendo come la pensa sulla loro attività e considerandolo solo un ficcanaso, gli rifiutano le merci. Non gli rimane quindi che lasciare i Niam Niam: nel maggio 1865 si allontana dal villaggio, malgrado le pressioni di Tombo per farlo rimanere e le implorazioni delle sue donne. Per un lungo tratto è accompagnato da alcuni figli del re, poi si aggrega ad una carovana che lo conduce sino a Khartoum.

Terzo viaggio. Nei primi mesi del 1866 lo troviamo nuovamente in Italia. Questa volta sembra intenzionato a un rientro definitivo e a godersi quel poco di notorietà che il soggiorno tra i “cannibali” gli ha procurato. Cinque anni dopo, però, nel 1871, torna in Africa. A richiamarlo è ancora Antinori, che sta raccogliendo reperti naturalistici nell’Eritrea meridionale, ma anche dati per il nascente interesse italiano nell’area. Una volta raggiunto il marchese, Piaggia si trova coinvolto nelle sanguinose faide tra i pretendenti al trono dell’Abissinia: uno dei ras ribelli vuole arruolarlo per le sue competenze di armaiolo, e l’esploratore rischia un forzato coinvolgimento. Riesce per il momento a temporeggiare, fino a quando Antinori non è costretto a rientrare in Italia e ad affidargli il completamento della missione. In pratica è lasciato in balìa di se stesso: deve pertanto affrontare una pericolosa traversata del deserto per sfuggire alle truppe del ras e arrivare sino a Massaua, dove si ritrova disoccupato e senza coperture. Si arrangia con le sue competenze, anche se la zona è periferica rispetto alle grandi vie carovaniere e a quelle della tratta; collabora ai lavori per la costruzione di un grande pontile e nel frattempo non rinuncia tuttavia alle esplorazioni (nella penisola di Buri, all’ingresso del mar Rosso).

Finalmente nell’aprile 1873 viene incaricato dal pascià (Johann Albert Werner Munzinger, uno dei tanti europei al servizio dell’impero ottomano) di compiere una ricognizione sull’altipiano abissino, alla ricerca di una miniera di rame. La ricerca si rivela infruttuosa, e a metà agosto dello stesso anno Piaggia è già a contratto col console francese De Sarzach, incaricato di una missione ufficiale presso l’imperatore d’Etiopia. La missione diventa una sorta di caccia al tesoro, perché il sovrano si muove incessantemente sulle sue terre per reprimere ogni ribellione.

Evidentemente con i francesi Piaggia non ha un gran feeling, perché anche il De Sarzach si rivela infido e particolarmente spietato con le popolazioni che incontra e depreda. Per fortuna l’imperatore, una volta raggiunto, prende a benvolere il lucchese e lo incarica di saggiare un terreno aurifero. Anche questa volta la ricerca si rivela infruttuosa: in compenso porta lo sulle rive del lago Tana, che l’esploratore decide di circumnavigare su un’imbarcazione di papiro fatta appositamente costruire. È il primo europeo a compiere questa impresa.

Il rischio a questo punto è che l’imperatore voglia costringerlo al suo servizio, e la prospettiva fa decidere Piaggia a lasciare alla chetichella il paese e a rifugiarsi a Khartum, dove arriva nel marzo del 1875. Qui ha modo di conoscere subito Romolo Gessi, col quale risale in battello il Nilo Bianco, rivedendo terre che aveva attraversato molti anni prima e trovandole ora spopolate e desolate. A gennaio del 1876 gli arriva poi direttamente da Gordon Pascià l’incarico di procedere con lo stesso Gessi ad una esplorazione nella zona dei grandi laghi per risolvere definitivamente la controversia sulle sorgenti del Nilo. Piaggia è entusiasta, da un lato perché si trova a lavorare con un uomo la cui fama di intrepidezza si è sparsa in tutto il mondo, dall’altro perché una volta raggiunto il lago Alberto potrà proseguire in maniera indipendente, dal momento che Gessi ha l’incarico di circumnavigare il lago stesso. Ma ancora una volta la missione non ha esito, perché nel tratto che dovrebbe portare al lago Vittoria il Nilo è impercorribile, tra cascate, rapide e una vegetazione lacustre impenetrabile, e perché tutti i suoi uomini sono prostrati dalle febbri malariche. A giugno è quindi nuovamente a Khartoum, portando con sé una ricchissima collezione etnografica raccolta nel corso del viaggio. Verso la fine dell’anno è al Cairo, dove scopre di essere ormai diventato famoso: è invitato a tenere conferenze ed è ricevuto dalle massime autorità.

Quarto viaggio. Si riaffaccia però la nostalgia dell’Italia, che ha lasciato da oltre dieci anni: nell’aprile del 1877 è quindi nuovamente a Lucca. Anche qui grandi festeggiamenti e riconoscimenti, compresa la medaglia d’oro della Società Geografica Italiana e l’incontro col re Umberto I, che gli assegna un sussidio per approntare un nuovo viaggio d’ esplorazione in Africa.

È così che Piaggia nel settembre 1878 è nuovamente a Khartoum. Una prima missione esplorativa gli è assegnata da Gordon Pascià, ma la sbriga entro il gennaio dell’anno successivo. Poi è libero di rivolgere la sua attenzione al Nilo Azzurro e all’Abissinia. La febbre malarica prima e i sospetti degli ottomani (e degli inglesi) poi lo frenano, e nel febbraio del 1880 è ancora a Kartoum. Qui riceve l’incarico dalla Società Geografica Italiana di mettersi alla ricerca dei due esploratori italiani, Giovanni Chiarini e Antonio Cecchi, trattenuti prigionieri in Abissinia: ma la missione viene revocata mentre Piaggia è già in cammino, perché si è ormai conosciuta la sorte dei due. Decide di proseguire ugualmente lungo il Nilo Azzurro, fino a che non viene fermato e rispedito indietro dalle autorità locali. La sua fama di avversario della tratta degli schiavi si è ormai diffusa, e lo rende inviso a chi ci campa sopra.

Torna dunque per l’ennesima volta nella capitale sudanese e riesce a reperire un nuovo incarico. Questa volta si tratta di esplorare l’Etiopia con un giovane studioso olandese. Sarebbe la missione dei suoi sogni: ma le febbri malariche non tardano a riacutizzarsi, il suo fisico è stremato, e capisce che ormai è finita. Si preoccupa sino all’ultimo istante di favorire la missione del suo compagno, Shuver, e muore poi, nel gennaio 1882. Ha cinquantaquattro anni, trenta dei quali trascorsi a rendere vero il suo sogno africano.

Che uomo è dunque Carlo Piaggia? Edmondo De Amicis, che lo ha incontrato nel 1878, quasi al termine della sua avventura, scrive: “Chi si è immaginato, prima di vederlo, una figura di esploratore africano, un viso ardito e terribile, rimane, conoscendolo, molto disingannato. È di statura appena media, grigio, barbuto, magrissimo. Celia egli stesso sulla sua magrezza, dicendo che di tutti i viaggiatori è quello che gettò sul suolo dell’Africa l’ombra più sottile.

Il suo viso racconta gran parte della sua vita. è un viso devastato: ardori tropicali, agonie, tristezza, lotte coi leoni, ci si legge tutto, un’apparenza di uomo stanco, una serietà quasi triste […]. Un altro avrebbe da discorrere tutta una serata sopra un solo episodio dei suoi viaggi; egli è capace di riassumere le avventure di un anno in cinque parole. Non colorisce, non dice una parola in più del necessario, e racconta le cose più strane con la più grande indifferenza. Ma parla con un tale accento di verità che non può cadere in mente a nessuno neppure il più lontano sospetto della più piccola esagerazione”. In effetti, non corrisponde affatto allo stereotipo fisico (e caratteriale) dell’esploratore che il Giornale dei viaggi e altre riviste consimili andavano creando, prendendo a modello personaggi come Burton o Stanley. De Amicis ritiene allora di conferire un’aura di esotismo al personaggio insistendo sulla sorpresa e sulla curiosità maliziosa delle “selvagge” per la sua pelle bianca, le sue chiome e la sua barba fluenti, nonché sul gradimento che Piaggia non nasconde per le loro grazie.

Ma Piaggia ha saputo farsi apprezzare per ben altre doti. Alla notizia della sua morte, nel febbraio 1882, il botanico ed etnologo tedesco Georg Schweinfurth, che lo aveva incontrato nel corso di un paio di viaggi, tiene presso la Società Geografica del Cairo un discorso commemorativo del quale vale la pena riportare alcuni passi. “Viaggiava sempre solo, senza conforti di sorta, che il progresso moderno permette ai ricchi. Era un pellegrino inoffensivo, imponeva il rispetto dovuto alla sua dignità coraggiosa, ispirava confidenza, ciò ch’è importante in Africa come in Europa e che è un omaggio dovuto alle anime gentili. È vero che Piaggia portava sempre seco un fucile, ma non lo adoperò mai contro gli uomini, sibbene per inviare in Europa una delle più ricche collezioni scientifiche. Quell’uomo bianco restò scolpito nella memoria dei selvaggi, che lo consideravano come un essere caduto dal cielo, come un presente mandato da dio: pagani e musulmani si disputavano la sua amicizia.”

Da parte sua, Piaggia evita ogni autorappresentazione superomistica o agiografica. Non ha lasciato alcuna opera compiuta (non ha avuto il tempo di riordinare le sue Memorie, che sono state raccolte e pubblicate solo sessant’anni dopo da Giovanni Alfonso Pellegrinetti), ma solo una messe disordinata di quaderni di appunti (cinquanta), redatti un linguaggio approssimativo, ma forse proprio per questo particolarmente convincente. L’esploratore non racconta le sue gesta, ma piuttosto le sue paure, le irritazioni nei confronti degli indigeni, delle quali a mente fredda non tarda poi a pentirsi, le sue imprudenze, che a volte hanno esiti tragici (“Purtroppo uno dei selvaggi mandato alla mia ricerca non fece ritorno: era stato divorato da un leone. Fu trovata solo una gamba, misero avanzo dell’infelice.”), la sensazione di impotenza di fronte a vicende e a situazioni che lo indignano e lo disgustano. Non nasconde le debolezze e le malinconie: “Una grande tristezza mi invase e cominciai a pensare agli stenti e alle fatiche sofferte in quei paesi e alla possibilità di finire in una terra sconosciuta, senza lasciare di me traccia alcuna. Piangevo senza sapere perché e il fuoco illanguidiva a poco a poco”.

Il tutto, anche le situazioni più drammatiche, appare comunque stemperato da una sottilissima e congenita ironia, che rivolge soprattutto a se stesso. A mio parere un episodio tra i tanti lo ritrae psicologicamente in maniera perfetta. Inoltratosi nella foresta per cacciare, ad un certo punto: «[…] a cinque metri di distanza scorsi un leone che stava immobile con la bocca socchiusa. La mia prima speranza fu che il leone non mi avesse visto e che io potessi allontanarmi indisturbato, ma dovetti subito convincermi del mio errore: il leone guardava me e io guardavo il leone. Pensai allora che in quel punto si sarebbe aperta fra breve la mia tomba [ha infatti il fucile caricato a piccoli pallini, per la caccia agli uccelli]. I miei capelli si drizzavano, mentre con uno sforzo di volontà mi ergevo su tutta la persona e imbracciavo il fucile. Ero risoluto, se il leone me ne avesse lasciato il tempo, di sparargli negli occhi con la carica dei piccoli piombi. Ma ecco che la belva si alza pigramente e se ne va con lentezza, come per dirmi: “Risparmia il tuo piombo e non molestarmi gli occhi”. […] I miei nervi dopo lo sforzo compiuto, si rilasciarono, e quasi disfatto, chiedevo a me stesso se ero vivo o morto, e se dei due avessi vinto io o il leone». Insomma, non è Indiana Jones, ma nemmeno Tartarino.

Natura. Il suo rapporto con l’ambiente naturale è, a dispetto delle febbri malariche che lo assalgono e lo accompagnano costantemente, delle belve, degli insetti, dei pipistrelli, sempre positivo. Non indulge a romanticherie sul paesaggio, ma intanto ci fa percepire tutte le diverse e persino opposte gradazioni e condizioni climatiche che l’Africa offre, soprattutto in quell’area. Con mentalità contadina valuta la fertilità delle pianure e la ricchezza spontanea offerta dalle foreste (è lui a introdurre la dicitura di foreste a galleria: “Le foreste assumono l’aspetto di gigantesche gallerie, nelle quali gli alberi intrecciano le chiome all’altezza di trenta o quaranta metri dal suolo”) e dai grandi corsi d’acqua: ma al tempo stesso non mostra mai rammarico per lo sfruttamento di queste risorse solo al fine della sopravvivenza. Semmai stigmatizza i disegni di “valorizzazione” che stanno dietro la penetrazione coloniale.

È un cacciatore, lavora per i trafficanti d’avorio e cattura uccelli come i marabù, dal piumaggio particolarmente prezioso, o ippopotami e altri animali esotici da inviare in Europa. Non condivide però la mentalità predatoria scatenatasi dopo che il chinino e i battelli a vapore hanno consentito la penetrazione nel cuore del continente: pratica la caccia come un potenziamento di quella già praticata dagli indigeni stessi. Per questo si indigna di fronte alle stragi insensate di animali, e si commuove per la sorte di un elefantino reso orfano dai cacciatori; o adotta un’altra orfanella, l’antilope Teresa, della quale lui stesso ha ferito la madre. Teresa è protagonista di un intero capitolo delle sue memorie. Lo segue infatti, ma in totale libertà, per mesi, lungo tutto un viaggio di ritorno nel deserto. “Essa conosceva il punto da me scelto per passare la notte e vedendo che riunivo il bagaglio e legavo i piedi agli animali da carico essa si allontanava e correva per i colli e per i monti per più ore nella notte. Ma bastava al mattino che io chiamassi – Teresa – o tirassi un colpo di fucile, che essa veniva subito a riunirsi alla carovana.

Però qualche volta, stanca forse degli assalti degli animali feroci che abbondano lungo la strada ritornava la notte presso di me e si coricava su quel vecchio tappeto che io stendevo a terra per dormire, e come lasciavo un posto libero anche per lei, quando arrivava, piano piano, si coricava presso di me, appoggiando il suo dorso al mio, che pareva volesse dirmi – son venuta.”

Per la cronaca, la storia di Teresa non ha un lieto fine, perché mentre l’esploratore giace ammalato in un villaggio disperso la povera bestia viene uccisa e mangiata dagli abissini. Questa volta Piaggia si arrabbia davvero, sequestra il bestiame degli abitanti e obbliga questi ultimi a denunciare i responsabili.

Ciò che colpisce in tutta la vicenda è la genuina semplicità con la quale viene evocato il rapporto. Ma questo vale allo stesso modo per l’elefantino, o per l’asinello che lo accompagna tra i Niam Niam e che suscita tra le donne un divertito e malizioso stupore. “Anche il mio asinello, al quale mentalmente poco prima avevo chiesto perdono di averlo condotto in regioni così lontane e misteriose, si era coricato e sembrava dormisse.” È un’attenzione, rivolta peraltro al più umile degli animali, che viene ripagata: “Ma ad un tratto si alza da terra e comincia a sbuffare come se un grave pericolo lo minacci. Io mi desto di soprassalto e sento drizzarmi i capelli in testa: un grosso animale si avvicinava alla capanna”. E l’attenzione si allarga anche alle specie più temute. “Vi sono ancora dei piccoli coccodrilli; gli indigeni li chiamano ucaram, non molestano le persone e si nutrono di insetti. Si addomesticano facilmente; io ne avevo abituato uno a venire ogni giorno alla mia casa a prendere la sua razione di cibo, che consisteva nelle interiora di una gallina con qualche pezzetto di carne.” Non c’è alcun desiderio di infiorettare il racconto, di alleggerirlo: piuttosto, testimonia del sopravvivere in mezzo a tanti orrori, disagi e pericoli, di una umanità schietta e non timorosa di rivelarsi.

Negrieri. Quanto agli orrori, questi sono soprattutto legati alle figure degli occidentali o di coloro che militano al loro servizio, e a quelle dei negrieri arabi. Non molti tra costoro si salvano. Quando non arrivano agli eccessi di sadismo di un De Marsach, brillano per l’indifferenza con la quale assistono allo scempio delle popolazioni decimate dallo schiavismo. Nel volgere di un ventennio, dalla prima risalita del Nilo sino all’ultima, Piaggia testimonia la progressiva desertificazione di vaste aree rivierasche. La sua osservazione più ricorrente, nel ripercorrere itinerari che ha già praticato, riguarda lo spopolamento dei villaggi. “Per due giorni percorremmo boschi e pianure senza incontrare anima viva.” Oppure: “Non avevo più visto quelle sponde da circa dieci anni, e in luogo delle numerose tribù che le popolavano dalle due parti, trovai un vero deserto. Le popolazioni erano sparite: o perché fuggite o tratte in schiavitù, o discese nelle terre più prossime all’equatore”.

Lo turba soprattutto, quando incrocia carovane di schiavi, o imbarcazioni che portano verso i mercati costieri il loro infame carico, l’essere impossibilitato a qualsiasi intervento: anche se almeno in una occasione, in seguito ad una razzia di donne compiuta dai “turchi” presso una tribù dei Niam Niam, si mette a capo di una spedizione di “selvaggi” e ottiene la liberazione delle poverette, minacciando i razziatori di sterminio. Questo successo accresce esponenzialmente il suo prestigio: “Si raccolsero attorno a me migliaia di selvaggi di altre tribù, che erano arrivati durante la notte e che ora intrecciavano in mio onore danze di guerra”.

In generale, Piaggia è molto sensibile alla meschinità degli europei che operano in quella parte di mondo: in particolare sembra avere una cattiva opinione soprattutto dei francesi, nata probabilmente dall’esperienza con De Malzach e confermata poi da quella col console francese di Massaua, De Sarzach, che arriva a cercare di liberarsi di lui facendolo abbandonare dalla scorta in mezzo alla foresta. Ma neppure con i connazionali i rapporti sono sempre idillici. Di Miani e di Antinori si è già detto, e anche quando risale il Nilo con Romolo Gessi, divenuto famoso come il flagello degli schiavisti, non può fare a meno di constatare che i suoi metodi non differiscono molto da quelli usati da coloro cui dà la caccia.

Schiavi. Come arriva nell’Africa Orientale, Piaggia incontra immediatamente la piaga della schiavitù. “Fin dal mio primo arrivo a Khartum nel 1856 si praticava sul pubblico mercato la vendita degli schiavi. Questi schiavi erano in genere abissini, o popoli del Fiume Bianco. I primi avevano maggior valore e le femmine erano pagate fini a 200 e 400 franchi; i maschi valevano circa la metà […]. Erano ben rare allora le famiglie sudanesi che non avessero schiavi di ambo i sessi. Li facevano sposare tra loro per venderne i figli, e all’occasione vendevano gli stessi genitori per sostituirli con altri più giovani. I padroni dispongono della vita di uno schiavo come di quella di un animale qualsiasi. Sfogano all’infelice la loro rabbia e talvolta lo bastonano fino ad ucciderlo.”

Di lì a poco, risalendo il Nilo, sarà spettatore e testimone di tutte le fasi dell’infame commercio. “Mentre io attendevo alla caccia degli elefanti, non passava settimana in cui il De Malzac con i suoi soldati non andasse a derubare i bovi agi villaggi degli indigeni, portando via anche donne e ragazzi per alimentare il suo commercio di bestiame e di schiavi. […] Gli uomini di De Malzac, tutti mussulmani, erano gelosi di me a causa della mia buona fortuna nella caccia agli elefanti e mi odiavano perché disapprovavo la loro ferocia contro i selvaggi”. E più tardi: “Nello stabilimento del Gattas ogni giorno aumentavano di numero gli schiavi che i soldati si procuravano con le loro scorrerie, e poiché tutti soffrivano la fame, i poveretti malnutriti perivano in gran numero entro il recinto”.

Queste notazioni compaiono con costante frequenza in occasione di tutte le sue spedizioni verso l’interno. E assumono ancor più significato quando, in un capitolo tutto dedicato ai costumi dei Niam Niam, Piaggia vuol chiarire la differenza nei confronti di quella che era la condizione tradizionale. “La schiavitù vera e propria è sconosciuta tra i Niam Niam. Esiste soltanto una specie di servitù che è nata dalla necessità, per alcune grandi famiglie, che hanno molti greggi da pascolare, di provvedersi di giovani e di giovinette che li aiutino in tale compito. Questi restando a lungo alle dipendenze di un medesimo capo, formano a poco a poco un ceto di persone che vive in apparente stato di obbedienza servile.”

In verità le cose non stanno proprio così, o meglio, non lo stanno più al momento in cui Piaggia ne scrive. La forma di asservimento alla quale l’esploratore si riferisce non è molto diversa da quella praticata nelle nostre campagne sino a meno di un secolo fa. Basta leggere la Malora di Fenoglio per averne un’idea. Le famiglie più povere mandavano i propri figli, maschi e femmine, già a partire dalla tarda infanzia “a servizio” (nel mio dialetto si usava per questa condizione un’espressione decisamente icastica, curdò, che equivarrebbe a “legato con una corda”) e traduce con particolare efficacia il modo in cui dovevano sentirsi quei poveretti. È una condizione che Piaggia conosce bene, era diffusa all’epoca sua anche nella Lucchesia, e per questo non la considera una forma di schiavitù.

In Africa (ma non solo) esistevano già modalità molto più pesanti ed esplicite di asservimento: quello praticato nei confronti dei prigionieri catturati durante le continue guerre tribali e quello conseguente la vendita, all’interno o all’esterno della tribù, dei figli. Ed esisteva anche un fiorente mercato di braccia per i lavori più pesanti e di carne giovane per i ginecei del vicino e del medio-oriente, mercato gestito nella parte finale della filiera dai negrieri arabi. Questo è innegabile.

È accaduto però che a partire dal XVI secolo a incrementare tali pratiche sia arrivata la tratta atlantica, che aveva interessato fino ai primi dell’Ottocento solo le popolazioni costiere, ma che da ultimo, con l’introduzione dei battelli a vapore, di armi da fuoco sempre più efficaci e del chinino per combattere la malaria, ha finito per coinvolgere anche i popoli dell’interno.

Piaggia si trova a vivere proprio al culmine di questa transizione, paradossalmente nella fase in cui lo schiavismo comincia ad essere ufficialmente combattuto, mentre nella realtà tocca l’apice della sua infamia. “In questo stesso anno (1865) il Governo egiziano aveva iniziato l’opera di repressione della tratta degli schiavi. Le sue barche risalivano il Nilo e fermavano quelle dei negozianti per ispezionare le merci e i passeggeri e impedire le frodi. Furono così liberati molti schiavi e sequestrato molto avorio: ma quando i negozianti si convinsero che non potevano sottrarsi agli ordini del governo, tutte le volte che stavano per essere fermati dalle barche dei soldati egiziani, uccidevano tutti gli schiavi e li gettavano in acqua per liberarsi della prova della loro colpa. Non di rado si abbandonavano ad atti di crudeltà e le guardie governative non trovavano allora sulle barche dei negozianti che membra umane fatte a pezzi. […]. La mia barca fu visitata e trovata in regola. I conduttori avevano già provveduto a far sbarcare nello scalo precedente gli schiavi, che avevano dovuto proseguire il loro triste viaggio a piedi.”

E non è tutto. Gli schiavi “liberati” spesso non hanno nemmeno più una tribù presso la quale tornare, spazzata via dalle razzie, o sono ormai troppo lontani per farlo, e ricadono più o meno larvatamente nella condizione servile.

Selvaggi. La disposizione di Piaggia nei confronti degli africani può essere definita “benevolmente onesta”. Come si è visto, nelle memorie si riferisce sempre agli indigeni come ai “selvaggi”: ma usa l’appellativo in un’accezione tutt’altro che denigratoria. Nel suo modo di rapportarsi si potrebbero scorgere echi del mito illuministico del buon selvaggio, diffuso nel secolo precedente da Rousseau e da Diderot, anche se dubito che li abbia letti: credo però che nel suo caso abbiano influito piuttosto un’indole naturalmente aperta alla comprensione delle diversità e l’esperienza diretta maturata nelle lunghe frequentazioni degli indigeni, e prima ancora il disgusto per il comportamento degli europei nei loro confronti. Nel 1875, dopo quindici anni di esplorazioni, scrive questo breve dialogo che ricorda le considerazioni di Montaigne, ma mostrando un’empatia ancora maggiore:

Domanda: Chi sono i selvaggi che voi dite sotto questo nome selvaggio?

Risposta: Selvaggio comprende tutti gli animali che vivono in selve o boschi in stato naturale e compreso l’uomo.

Domanda: Dunque l’uomo selvaggio e feroce è pericoloso all’uomo domestico?

Risposta: Al contrario, l’uomo domestico è di pericolo alla vita del selvaggio, giacché vorrebbe comandargli a prima vista con severità e con forza d’armi di distruzione.

Domanda: Il selvaggio non si deve considerare come l’uomo domestico giacché vive in selve e non conosce niente di bene al di là delle sue cacce per vivere?

Risposta: Il selvaggio non differisce in niente al di là della razza umana. Il selvaggio cresce in selve come in casa l’uomo domestico. Il selvaggio imita il bambino dell’uomo domestico fino all’età di circa cinque anni, vado a dire che il selvaggio non conosce ambizioni di sorta e né bugie di inganni col suo simile e giunto all’età d’essere sottomesso dalle leggi naturali si ritiene agli ordini d’un altro che fa da capo, come noi diciamo il Re.

Il suo rispetto è tributato su un piede di parità, come testimoniano gli atteggiamenti assunti nelle più disparate occasioni (dei quali peraltro non si fa vanto, e che suonano estremamente naturali). Nel corso della risalita del Nilo Bianco che lo porterà tra i Niam Niam Piaggia assiste ai frequenti scontri tra gli indigeni e la scorta armata della compagnia commerciale cui si è aggregato: ma non vi prende parte, se non quando deve salvarsi la pelle. Racconta di essersi trovato ad assistere al duello a distanza tra un “selvaggio” che dall’alto bersagliava di frecce i soldati e che era riuscito ad abbatterne due: “Io, che aveva visto cadere il primo e ferire il secondo, non potei trattenermi dall’accorrere in loro difesa. Mi portai immediatamente in quel punto e mi accinsi a sparare il mio colpo che non avrebbe sbagliato il bersaglio, quando vedo il selvaggio che mi fa cenno con la sua mano che il suo turcasso era vuoto. Così si voltò ed io lo lasciai partire”.

In un’altra occasione, dopo un’aggressione dovuta ad un equivoco e nel corso della quale ha reagito sparando ed è rimasto lui stesso ferito, colpito da più di una freccia, non riesce a prendere sonno: “Stavo in pensiero sulla sorte dei due selvaggi contro i quali avevo sparato e non osavo domandarlo per paura di sentirmi rispondere che erano morti. Lo chiesi alfine la mattina dopo … e mi assicurarono che nessuno dei due era morto. Uno soltanto era stato ferito, l’altro invece era illeso perché la palla del fucile era rimasta conficcata entro l’albero. […] Chiesi di vedere il ferito … Trovata nella mia povera e trascurata farmacia qualche goccia di arnica, feci lavare la ferita e la curai con l’arnica stessa. Trattenni poi il selvaggio presso di me per qualche giorno, fino a che risanato e contento poté far ritorno al suo villaggio”.

Questo il modo di considerare anche gli ostili. Con gli amici naturalmente il rapporto è molto più complesso, soprattutto quello col re Tombo. Lo presenta così: “Dimostrava un’età tra i 55 e i 60 anni; era alto di persona anche tra gli altri, scarno di membra e snello di movimenti, con muscoli prominenti. Il suo viso era lungo e magro e i denti bianchi come l’avorio. La mano destra teneva tre lance e la sinistra un grosso scudo fatto di giunchi intrecciati e variamente colorati […]. Venne da me conducendo il suo interprete e mi chiese perché fossi con i turchi e cosa cercassi in quei paesi. Dopo che ebbi risposto a tali domande, feci un grosso regalo a Tombo in anelli di rame e grani di vetro colorato. Ciò lo rese felice e disse che dal mio saluto aveva riconosciuto l’uomo grande”. La loro è un’amicizia piena di ambiguità, perché Tombo, che inizialmente considera la presenza di Piaggia al suo villaggio come un fattore di grande prestigio personale, comincerà col tempo ad essere geloso della crescente popolarità dell’esploratore. Piaggia è cosciente di vivere in un equilibrio molto precario, e in più occasioni deve difendersi dai malumori del re: ma tutto sommato regge bene la parte di uomo piovuto dal cielo e sa tirare dalla sua il favore del popolo. Ci riesce anche ricorrendo ai piccoli trucchi consentiti dalle sue competenze occidentali.

Donne. Quello però su cui la narrazione si diffonde maggiormente, e che sembra aver tanto intrigato De Amicis, è il ruolo ricoperto dalle donne presso queste popolazioni. In effetti il rapporto che Piaggia instaura con i Niam Niam ruota attorno alla loro costante e quasi assillante presenza. Come lo informa Tombo al momento del loro primo incontro: “Se non volevo l’avorio, come grande, non avrei potuto rifiutare una donna. Questa specie di omaggio è infatti il più grande che si possa fare tra quei popoli, e viene compiuto ogni volta che si voglia consacrare un’amicizia.”

Le donne sono dunque innanzitutto oggetti di scambio. Lo sono anche quando vengono razziate e ridotte in schiavitù, cedute dai negrieri come compenso ai soldati o scambiate con avorio o altre merci, e non a caso costituiscono la mercanzia più ricercata: ma qui ci interessa il loro status in seno alla tribù. Nel loro ambiente “naturale” testimoniano della potenza di un capo, che si esprime nel generare più figli, quindi più guerrieri, ma anche più figlie, cioè più oggetti di scambio. “Il capo si distingue dagli altri per il numero delle cose preziose che ha a disposizione, e cioè delle donne … Tombo viveva con una quarantina di donne, le quali alloggiavano in una trentina di capanne.” Hanno anche però un grosso ruolo economico: “Le donne sono quelle che hanno la missione di attendere alla coltivazione, perché (essi) pensano che le donne che generano e allevano l’uomo, devono anche accudire ai lavori necessari per procacciargli il sostentamento […]. Tutto quello che riguarda l’alimentazione spetta alla donna. Questa coltiva, pesca, va in cerca di frutti nei boschi, macina i semi, cuoce i cibi, li offre all’uomo, e se occorre, per amore di questo, soffre la fame”.

Ad erudire Piaggia su come le donne vanno trattate è proprio Tombo, che peraltro è gelosissimo del suo harem: “Bonariamente soggiungeva che le donne non si devono mai bastonare, perché esse devono farci da mangiare e servirci: se si comportano male si puniscono col privarle del nostro sguardo e della nostra parola; se la donna tradisce il suo uomo questi ha il diritto di metterla a morte”. Tale diritto viene da lui fatto valere anche nei confronti delle figlie. L’esploratore interviene giusto in tempo ad evitare che una di queste poverette sia pubblicamente giustiziata dal padre per essersi appartata con un giovane della tribù (a sua volta già ucciso e mutilato).

Quando poi Piaggia decide di fabbricare un piccolo molino, composto da due pietre da girarsi a mano e in grado di ottenere in pochi minuti quella farina che sino ad allora era costata alle donne tante ore di fatica, lo redarguisce e gli impone di distruggere il meccanismo. “Da quando – mi disse – hai inventato il molino, le donne non sanno più cosa fare, e invece di restare nelle capanne vanno nei boschi. Tu non devi dare alle donne cattive abitudini, perché la donna è fatta solo per lavorare, e quando non lavora va in cerca dell’uomo.”

In compenso Tombo lascia spesso e volentieri, e non senza una certa malignità, il povero Piaggia alla mercé della sua affollata e vivacemente curiosa corte femminile. Dapprima l’approccio è timido: “Si spargeva la voce tra quelle tribù che Tombo aveva ricevuta la visita di un uomo bianco, e nasceva una grande curiosità di vederlo, soprattutto tra le donne. Queste a gruppi tentavano di avvicinarsi a me nascondendosi tra le erbe, o dietro i tronchi degli alberi. […] Il quarto giorno, pregato da Tombo, mi recai da lui per presentarmi alle sue donne che erano impazienti di conoscermi. Al mio arrivo ne scorsi più gruppi accovacciate a terra sedute sulle calcagna; man mano che mi accostavo, esse si alzavano sui piedi e indietreggiavano in segno di paura”. Poi però la curiosità prevale: “La loro più grande meraviglia era di vedermi vestito, e si struggevano dalla curiosità di vedere di cosa era fatta la mia seconda pelle […]. Quando cominciarono a prendere maggiore dimestichezza con me, non mi davano pace con la loro curiosità. […] Il capo ci assegnò il luogo per trascorrervi la notte. A me destinò un posto vicino alle sue donne, che mi circondarono pregandomi insistentemente di scoprirmi i piedi per vedere come ero fatto sotto i panni. Non posso descrivere la loro meraviglia nel vedere la pelle bianca: c’era chi per lo stupore alzava le braccia al cielo, altre le portavano sopra gli occhi per vederci meglio, altre se ne stavano a bocca aperta. […] Dopo la partenza di Tombo molte donne si affollarono intorno a me. Mi rivolgevano molte d omande che io non potevo né intendere né indovinare: e poiché erano tutte scoperte, volevano vedermi scoperto al pari di loro. Quando compresi questo loro desiderio, feci capire che non potevo farlo perché il sole cocente avrebbe bruciata la mia pelle”.

Bene, questa storia si ripeterà per i successivi due anni, nei quali Piaggia inizia ad un certo punto a spostarsi da una tribù all’altra per conoscere tutti i capi, raccogliere il maggior numero possibile di informazioni e in qualche caso fungere da paciere tra gruppi rivali. Si muove più disinvoltamente, perché ha imparato a conoscere i punti deboli del suo pubblico di ammiratrici, i trucchi per ammaliarle e quelli per tenerle a bada; ma deve comunque difendersi costantemente dalle offerte dei capi che vogliono dargli le loro figlie in dono, badando a che il suo tergiversare non venga percepito come un rifiuto, cosa che risulterebbe molto offensiva e pericolosa. E ad un certo punto entra in scena anche una donna particolare, che rende il suo celibato ancor più complicato. “Da tempo avevo sentito parlare di una bellissima donna giovane chiamata Mambia, figlia di un capo, e io desideravo conoscerla. […] La figlia di Sati non dimostrava più di 14 o 15 anni; assai alta, la sua statura non era diversa da quella di una grande donna europea. Le sue fattezze non potevano essere più regolari di quelle che si ricercano in un modello di beltà. La sua pelle aveva un bel colore rosso scuro, ed era liscia e gentile come quella di una figura di cera. […] Non altro copriva le sue vaghe fattezze che qualche anello di ferro posto alle caviglie dei piedi e ai polsi delle braccia.”

Acquista la ragazza pagando al padre due anelli di rame, e la conquista poi regalandole un gonnellino di stoffa. Ma scopre subito che Mambia non è un tipo casalingo. La ragazza sparisce per una decina di giorni, e quando Piaggia le chiede dove è stata “rispose che essendo diventata grande fin dal momento in cui la chiesi alla presenza delle donne di Sati, aveva acquistato il diritto di recarsi dove volesse per far conoscere il suo nuovo stato. Avendo inteso che io volevo recarmi al sud, essa aveva preceduto il mio viaggio in quelle regioni, annunciandomi a quei popoli, i quali ormai non desideravano altro che di vedere il bianco vestito”.

In effetti Mambia diventa il suo araldo e gli apre le porte di un villaggio dopo l’altro. Ma la vita per Piaggia diventa a questo punto difficile: “Arrivai la sera al villaggio Invora. Per non deludere la insistente curiosità di quei popoli, dovetti accendere il fuoco all’aria aperta e lì lasciare che le donne mi contemplassero. Mi fecero scoprire le gambe, le braccia, la testa e via via sempre più cresceva il loro stupore. Vollero toccarmi le gambe scoperte e le braccia, ma con una timidezza che io non potrei descrivere, giacché appena sfiorata la pelle, ritiravano la mano come se toccassero il fuoco. E sarebbero andate più avanti se lo avessi consentito […]. Verso mezzanotte mi distesi presso il fuoco per dormire. Ma il sonno fu assai leggero ed agitato. Più volte dovetti respingere le mani che sentivo penetrare nei miei lunghi capelli che non tagliavo da quasi un anno. Certo neppure le donne chiusero occhio durante quella notte”.

La scena è identica nelle tappe successive. “Come sempre, io dovetti trascorrere la notte con le donne. Questo fatto, che Mambia mi imponeva continuamente come un dovere, mi dava molto fastidio e molto mi rincresceva di non poter riposare presso la mia gente, accanto al mio equipaggio […]. Restai varie notti senza poter chiudere un occhio. La strada sotto i miei piedi sembrava a tratti dileguarsi alla mia vista; ritardavo la risposta alle parole che mi venivano indirizzate dai selvaggi; e talvolta nemmeno le intendevo per quanto ora conoscessi il loro linguaggio.”

Il povero Piaggia capisce che è arrivata l’ora di prendere il largo. Se la svigna dunque nottetempo con i suoi portatori, mettendo la maggior distanza possibile tra sé e la sua impresaria. La ritroverà più tardi, al villaggio di Tombo (e in lite con tutte le altre donne) e le affiderà la custodia della sua capanna e dei suoi beni. Ma non ci sarà un lieto fine: nelle memorie successive Mambia non è nemmeno più citata. Del resto, una volta placatasi l’eccitazione della novità, anche le altre donne della tribù finiranno per disertare progressivamente la sua compagnia. Una disaffezione che è colta da Piaggia come spia del mutamento degli umori nei suoi confronti, già percepibile nella crescente ostilità di Tombo, e che lo induce a chiudere precauzionalmente questa straordinaria esperienza.

Ho dedicato qualche pagina in più a questo particolare aspetto della narrazione di Piaggia non con l’intento di insaporire un po’ la vicenda, ma perché mi sembra aprire una finestra poco frequentata dagli altri esploratori (ma anche dagli antropologi. Nel suo fondamentale studio su Gli Azande Evans-Pritchard riserva alla condizione femminile poco o nullo spazio, mentre si sofferma ad esempio sulla pratica dell’omosessualità, alla quale Piaggia non fa il minimo accenno). Eppure la vita di queste popolazioni era fortemente condizionata sotto ogni punto di vista, non solo sotto quello economico o della continuità demografica, dall’elemento femminile. Piaggia lo ha capito benissimo: “Le donne costituiscono il bene maggiore per i popoli che vivono tuttora allo stato naturale […]. I bambini sono amati tanto se maschi quanto se femmine: ma sono preferite queste ultime poiché la donna rappresenta per questi popoli la principale ricchezza”. Certo, ha capito anche che sono considerate “un bene”, quindi un oggetto, una proprietà, ma ha potuto verificare che all’interno di questa condizione godono di una libertà che è sconosciuta alle loro congeneri europee: “Gli indigeni non sorvegliano giammai la propria moglie; le maritate vanno ove vogliono a tutte le ore del giorno e della notte; per lo più, quando sono in giro, sono sempre in compagnia di altre e tutte rispettano i propri mariti.

[I maschi] poco o nulla sentono la gelosia. Se per caso qualcuno sorprende la propria moglie con un altro uomo, si limita, da quel momento, a trascurare la donna e l’uomo deve pagare come indennità del torto fatto cinque o sei pezzi di ferro. […]. Diventata adulta, la donna si sceglie un compagno provvisorio se desideri diventare madre di fatto e presto. L’uomo prescelto viene da essa custodito e curato come un proprio figliolo. Queste premure non durano a lungo, perché spesso la ragazza si stanca perché rimane incinta o per semplice sazietà, Allora riprende a fare la vita da sola. Quando però torna il desiderio di vivere con un uomo, non esita a farlo, o con il primo o con un altro”. Magari qui Piaggia offre un’interpretazione un po’ sopra le righe dei costumi sessuali dei Niam Niam, ma non credo lo faccia con un intento pruriginoso. Penso invece che non si allontani di molto dalla sostanza: non descrive questi costumi con entusiasmo, ma per essere un uomo vissuto in piena età vittoriana (sia pure nella versione molto più lasca della morale all’italiana) mantiene nei loro confronti una obiettività tutt’altro che sprezzante. Inoltre la sua è forse l’ultima testimonianza di un modello di vita ancestrale, prima che lo schiavismo e la colonizzazione ne cancellino ogni memoria.

Cannibali. Sui Niam Niam correva la voce che fossero dediti all’antropofagia. Piaggia conosce queste voci, ma dà loro un credito relativo. Già nel corso del primo viaggio annota un episodio che ci mostra quanto sia cauto nel dare credito alle leggende. “Si presentò un gruppo di selvaggi i quali, chiamato il dragomanno, gli consegnarono un braccio umano affumicato, dicendo che essi per il momento offrivano quel dono al nostro capo (che ero io!); il resto l’avrebbero portato tra poco […]. Questo fatto convinse i miei soldati che quei selvaggi erano antropofagi: io però non ero di questo avviso, ritenni che questa offerta ci fosse fatta fare dal dragomanno appositamente per spaventare i soldati e quindi costringermi a tornare indietro.”

Si ricrede però qualche tempo dopo, invitato a pranzare nella capanna di Tombo. “Presi un po’ di polenta e staccai con le mie mani (come è l’usanza di quelle tribù) un poco di carne da un pezzo assai grosso messo a nostra disposizione. Non seppi distinguere l’animale al quale era appartenuta quella carne Era poco fibrosa e mescolata a verdura che riconobbi per acetosale.

Al sapore mi parve piuttosto dolce, e ne mangiai solo quel tanto che appariva sufficiente ad assolvere il mio dovere di ospite […]”.

Poco dopo, inoltratosi nella boscaglia, incontra un gruppo di giovani guerrieri che gli appaiono tristi e impauriti. “Scorsi, allora, appeso ad un ramo di un albero, un giovinetto che con i piedi toccava la terra. Giratogli attorno vidi due grandi tagli nelle natiche, dalle quali era stata asportata gran parte della carne. Ritornato verso i selvaggi, che apparivano melanconici, domandai cosa fosse accaduto.

Tombo – risposero – ha sorpreso quest’uomo con una sua donna proprio in questo punto. Lo ha ucciso con un colpo di lancia, lo ha attaccato all’albero e tagliata una parte delle sue carni lo ha lasciato così.

Quando appresi che Tombo aveva così mutilato la sua vittima, sentii un brivido freddo corrermi per le ossa e il gelo mi salì per la spina dorsale. Poco mancò che non dessi di stomaco, e bisognò che mi sedessi perché sentivo mancarmi le forze.”

Ma si riprende, e pieno di rabbia va a chiedere spiegazioni a Tombo. Il quale con la massima calma gli dice: “Il mio popolo è anche il tuo, e se tu non fai vedere che lo mangi quand’è cattivo, non rispetterà le tue donne. È così che fanno tutti i grandi”.

Piaggia non commenta ulteriormente l’episodio. E non lo farà nemmeno in seguito. È chiaro che la scoperta non lo lascia indifferente, sia per la nausea di essersi cibato di carne umana che per la sgradevole sensazione di poter far parte lui stesso un domani del menù. Non condivide certamente la spiegazione data da Tombo, depreca il suo gesto, ma l0 capisce. Non ha una funzione alimentare, ma un significato rituale. D’altro canto ha dovuto assistere a punizioni, torture, mutilazioni, praticate dai bianchi e dai “turchi” altrettanto e forse ancor più feroci. Per cui ogni parola di condanna sarebbe ipocrita.

Civiltà. A questo mi riferivo quando parlavo della singolarità di Piaggia. Al fatto che non solo, a differenza della quasi totalità degli esploratori suoi contemporanei, non è mosso da intenti di evangelizzazione o di civilizzazione, ma si accosta ai suoi interlocutori “selvaggi” come un osservatore neutrale, attento e motivato da una curiosità genuina, dietro la quale non si nascondono pregiudizi o facili infatuazioni. Sa di essere diverso, almeno per quanto concerne il bagaglio culturale che si porta appresso, ma è diverso a casa d’altri e quindi si adatta ai loro costumi. Non pretende di capirli fino in fondo, non si adegua supinamente a tutto, non si mostra ipocritamente affascinato e attratto dalla loro cultura: insomma, non vuole essere “uno di loro” più di quanto loro non vogliono essere come lui. Vuole semplicemente conviverci.

La differenza sta qui. Constata che non esiste presso questi popoli il concetto di proprietà privata della terra; che la loro natura sarebbe fondamentalmente mite e pacifica (anche se ormai la penetrazione europea, motivata dal “turpe commercio”, la sta corrompendo); che non hanno alcuna fede religiosa in nome dalla quale morire o uccidere: ma non assume tutto ciò a modello di un mondo idillico, di una utopia delle origini. È un mondo altro, nel quale vigono leggi e rapporti diversi, e nel quale hanno il loro posto anche l’antropofagia, la libertà sessuale delle donne, la semischiavitù dei giovinetti. Un mondo nel quale Piaggia vuole interferire il meno possibile: sono rarissime le situazioni nelle quali interviene, e quando lo fa ricorrendo ad un rapporto di forza, a quella superiorità che la tecnologia bianca gli consente (il fucile, la lente con la quale incendia una capanna, ecc.) sfrutta quest’ultima come strumento puramente occasionale: non mira a fondare su di essa una soggezione continuativa. Per questo, ad esempio, accetta senza troppe recriminazioni di distruggere il piccolo molino che ha costruito con tutte le migliori intenzioni: si rende conto dopo le parole di Tongo che andrebbe a sconvolgere l’equilibrio tradizionale sul quale la vita dei Niam Niam si fonda.

Piaggia non si sente dunque affatto un portatore di civiltà: “Molti dicono che le ferrovie, i telegrafi e le macchine in genere portano la civiltà in nuove contrade e in nuovi popoli. Invece i selvaggi non sentono bisogni nella loro semplice vita, e non sono per nulla ambiziosi, m a limitati nei loro bisogni; al contrario di ciò che sono a detta di costoro i turchi, che, dove vanno, portano nuovi comandi e gastighi e puniscono con la morte chi non capisce i loro barbari ordini […].

Che altro possono fare i vapori per i popoli selvaggi se non portare loro fucili e munizioni? Questo non si chiama civiltà, ma barbarie.”

A dire il vero non si sente nemmeno un esploratore. È genuinamente sorpreso dall’eco che le vicende della permanenza nel cuore del continente nero stavano suscitando, a sua totale insaputa. Quando gli viene chiesta, in occasione di una conferenza, un’autopresentazione, se la sbriga così: “Nel 1957 ero sui monti Regiaf; l’anno appresso conducevo una squadra di cacciatori di elefanti lungo il fiume Bianco; nel 1860 viaggiavo col Marchese Antinori verso il Bahr-el-Ghazal; l’anno dopo percorrevo i territori delle tribù dei Cianghé e dei Giur; fra il ‘63 e il ‘65 attraversavo in direzione longitudinale tutta la grande regione idrografica del Bahe-el-Ghazal e visitavo per primo la zona compresa tra il 7° e il 4° parallelo nord; tra il ‘712 e il ‘75 mi trovavo successivamente coll’Antionori a Cheren, nell’Abissinia interna col conte di Sarrec, e solo sul lago di Tzana; nel ‘75 rimontavo per la quinta volta il Nilo Bianco col colonnello Gordon e col Gessi e sulla fine del ‘76 ero di nuovo al Cairo, dove la società Geografica del Khedivé mi riceveva a festa”.

Tutta una vita, e che vita, in dieci righe.

Dovrà trascorrere oltre mezzo secolo dalla morte prima che le sue Memorie vengano pubblicate. Non è difficile capire il perché. Chi scrive così, e soprattutto pensa e si comporta così, non è adatto a palati assuefatti al colonialismo. Ma nemmeno a quelli successivamente svezzati dal post-colonialismo, che si pascono del singhiozzo dell’uomo bianco e del “tramonto dell’Occidente”. Piaggia era altrettanto semplice e autentico quanto i suoi Niam Niam: era modesto, era umile, nel senso che era privo di ogni parvenza di boria o presunzione, ma non era affatto remissivo, e men che mai meschinamente ossequioso. Possedeva insomma tutti i caratteri di quella specie di uomini che in nessuna epoca possono diventare delle icone, e che è sempre più raro incontrare.

Bibliografia essenziale

Battaglia, Roberto – La prima guerra d’Africa – Einaudi, 1958

Carlini Venturino Aurora – Carlo Piaggia – Paravia, 1951

Evans-Pritchard, E.E. – Gli Azande – Jaka book, 1976

Lupi Luca (a cura di) – Carlo Piaggia e le sue esplorazioni africane (1851-1882) – 2 voll. – Dancalia, 2017

Lupi, L, Quirici M. – Carlo Piaggia. Dalla Lucchesia all’Africa – Tagete, 2022

Mazzotti, Stefano – Esploratori perduti – Codice, 2011

Pellegatta Alessandro – Carlo Piaggia. L’esploratore ritrovato – Anteo, 2026

Pellegrinetti Alfonso – Le memorie di Carlo Piaggia – Vallecchi, 1941

Piaggia, Carlo – Due anni tra i cannibali – SEI, 1981

Valle, Marco – Viaggiatori straordinari – Neri Pozza, 2024

Vuoti di memoria

di Paolo Repetto, 23 dicembre 2025

Ho appena letto l’ennesimo saggio sulla storia della schiavitù (Paul E. Lovejoy, Storia della schiavitù in Africa, Bompiani 2019). È un argomento che mi intriga da sempre, da quando bambino fui sconvolto da La capanna dello zio Tom. L’idea di esseri umani ridotti in una condizione disumana, soggetti a qualsiasi arbitrio, mi faceva inorridire già a sette anni. Col tempo, quando ho realizzato che in quella condizione hanno vissuto da seimila anni a questa parte milioni, anzi, miliardi di sventurati, l’orrore è diventato mostruosità e abominio, qualcosa di intollerabile solo a pensarsi. Parlo di seimila anni perché le prime testimonianze “documentali” dell’esistenza della schiavitù compaiono attorno a quell’epoca, contestualmente all’adozione dell’agricoltura, ma in realtà sono convinto che da sempre l’uomo abbia covato una malvagia propensione a soggiogare e sfruttare i propri simili: e che se presso i popoli paleolitici di cacciatori-raccoglitori questa pratica sembra essere stata meno diffusa – è una congettura, ma pienamente giustificabile – ciò dipenda solo dal fatto che non era funzionale a quel tipo di economia.

Da quest’ultima lettura non ho tratto granché di nuovo o di particolarmente illuminante; solo conferme di quanto conoscevo da un pezzo (oltretutto è la riedizione ampliata e aggiornata nelle cifre e nella bibliografia di un altro testo dello stesso autore, edito nel 2000, che già possedevo). Sembra quasi però che io abbia bisogno di queste conferme, perché ciò che vado a leggere è inenarrabile, e l’entità stessa dell’orrore finisce per impedirti di pensarlo, ti spinge a cercare di distrartene. Invece credo che tra i tre o quattro cartelli da appendersi nelle classi delle elementari, e poi da riprendere come tabelloni alle medie e infine come vere e proprie schede esplicative alle superiori, dovrebbe esserci quello che ogni giorno, con immagini, e cifre e descrizioni, ricordi agli studenti quanto in basso può scendere l’uomo e quanto sia necessario non permetterglielo più.

Se non fossi così ossessionato dalle immagini, dalle testimonianze, dalle cifre spropositate che ho acquisito in tutti questi anni di ricerca, dovrei dunque essere contento del fatto che dal 2007 l’ONU abbia fissato per il 25 marzo la Giornata internazionale del ricordo delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi. Invece non lo sono affatto. Intanto, più genericamente, perché le “giornate internazionali” si moltiplicano ormai a dismisura e si sovrappongono le une alle altre, tanto che sembra che l’ONU non abbia altro compito. Poi perché la creazione stessa di una “giornata del ricordo” mi pare da un lato solo un espediente sfacciatamente ipocrita per tacitare le innumerevoli coscienze sporche collettive e demandare ad un unico giorno l’anno un loro improbabile risveglio, dall’altro un modo per spezzettare la storia in tanti segmenti di memorie particolaristiche. Infine, perché in realtà di queste celebrazioni a nessuno importa (mi chiedo quanti conoscano ad esempio l’esistenza di questa specifica giornata: io stesso l’ignoravo sino a un paio di anni fa), e ciò malgrado la loro istituzione porta spesso a feroci dibattiti, visto che è d’obbligo non urtare nessuno. Nel nostro caso poi la titolazione lascia trasparire un’odiosa malafede.

Dal titolo sembra infatti che ad alimentare il traffico di poveri disgraziati dall’Africa abbia contribuito solo o principalmente la Tratta Transatlantica. Questo è un falso storico clamoroso, ma da come recita la titolazione pare non ci sia alcuna volontà di chiarire la faccenda. Anzi, sembra essere un tributo pagato alla cancel culture, un ulteriore capo d’accusa da imputare, tra i molti altri, alla “civiltà” occidentale. Forse per chiarire di cosa stiamo parlando può tornare allora utile una rinfrescatina alla memoria (anche se credo che per i più non si tratti di rinfrescare, quanto piuttosto di farsene una). Non intendo negare o sminuire le “nostre” responsabilità, che ci sono e sono enormi, ma distribuirle un po’ più equamente, chiamando al banco anche coloro, uomini e popoli, che di questa aberrazione sono stati ampiamente partecipi e che non hanno mai dato segno di pentirsene e di vergognarsene.

Va innanzitutto rammentato che la schiavitù non è stata inventata dal mondo occidentale. Esisteva nell’Africa mediterranea (in Egitto è documentata già nel quarto millennio avanti Cristo), nel Medio Oriente (il codice di Hammurabi la disciplina esplicitamente) e in Cina, ben prima di svilupparsi nel mondo greco–romano; esisteva sul continente americano, presso gli Aztechi e gli Incas, ma anche tra le popolazioni amerindie settentrionali, da molto prima dell’arrivo di Colombo. Esisteva in Africa, dove le guerre intertribali erano endemiche, e i prigionieri di guerra diventavano automaticamente degli schiavi. Esisteva quindi indipendentemente dai modi di produzione, dai tipi di economia e dagli assetti sociali conseguenti. È una cosa ovvia, ma a quanto pare non abbastanza.

Qui non si tratta però nemmeno di priorità, ma di ristabilire quale è stato il peso di questa pratica in tempi storici, e quali ne sono stati gli sviluppi, e chi ne è stato protagonista in qualità di carnefice, e quanti ne sono stati vittime.

Il fenomeno è conosciutissimo anche per quanto riguarda le epoche più antiche, ma non è facilmente quantificabile. Le stime variano moltissimo, anche perché non c’è un accordo unanime su quali condizioni rientrino nella definizione di schiavitù, al di là della generica privazione di libertà. Dobbiamo limitarci pertanto a partire dalla metà del primo millennio dopo Cristo, dal momento cioè della grande espansione arabo–musulmana, e occuparci solo delle vicende relative al continente africano: le uniche peraltro che sono state tirate in ballo dai “cancellatori”, a supporto di una crescente campagna di incriminazione dell’Occidente.

Le cose in realtà stanno così. La pratica di razziare e deportare schiavi era già diffusa nei regni africani sub sahariani ben prima del VII secolo d.c. Con l’arrivo dell’espansione araba si è decisamente intensificata, e ha dato vita per circa tredici secoli ad una “tratta” verso oriente che aveva come vie marittime maggiori quella del Mar Rosso e quella di Zanzibar, e come vie di terra quelle che attraversavano il Sahel e il deserto del Sahara. Paradossalmente, come scrive Bernard Lewis, forse il più autorevole studioso della civiltà islamica “in uno dei tristi paradossi della storia umana, sono state proprio le riforme umanitarie portate dall’Islam che hanno condotto ad un vasto sviluppo del commercio degli schiavi dentro – e ancora più all’esterno – l’impero islamico”. Lewis si riferisce alle ingiunzioni coraniche che vietano di ridurre in schiavitù i musulmani, mentre consentono, e di fatto favoriscono, l’applicazione di tale status agli “infedeli”. Ciò che ha avuto come diretta conseguenza una massiccia importazione di schiavi dall’esterno. Questo traffico è durato sino agli inizi del Novecento, e sia pure in forma ormai ridottissima dura ancora oggi (si stima che tra i 25 e i 40 milioni di persone vivano ancora attualmente in uno stato di effettiva schiavitù).

Quindi: nel corso di tredici secoli, dal VII al XIX, furono coinvolti nella tratta soprattutto gli abitanti dell’Africa subsahariana. Paul Bairoch, uno dei maggiori studiosi di storia economica del secondo dopoguerra, che si è occupato soprattutto del mancato sviluppo del Terzo mondo, ha calcolato il numero dei deportati in una cifra compresa tra 14 e 16 milioni di persone, mentre ricerche precedenti e successive, ad esempio quella di Tidiane n’Diaye, uno storico senegalese che ha scritto Le génocide Voilé (Gallimard 2008, naturalmente mai pubblicato in Italia) propongono un totale di oltre 17 milioni. A questi vanno aggiunti 1,2 milioni di schiavi provenienti dall’Europa occidentale, catturati durante le guerre nella penisola iberica o con le incursioni saracene e le razzie dei pirati barbareschi, e un numero non quantificabile ma senz’altro molto maggiore di quelli provenienti dall’Europa orientale (soprattutto abitanti dell’impero bizantino prima e slavi poi) e dall’area caucasica. Per avere un’idea comparativa del fenomeno, gli schiavi coinvolti nella tratta atlantica sono calcolati tra i dieci e i dodici milioni.

Concentriamoci però sull’Africa. Abbiamo visto che le stime variano, sia pure non di molto, perché a differenza degli studi sulla tratta atlantica qui gli storici non possono fare conto su una documentazione diretta, per l’assenza di archivi e biblioteche nei luoghi in cui il commercio si svolgeva, o di una qualsiasi letteratura abolizionista araba. Ci si è basati quindi sulla demografia, sulla tradizione orale, sugli scavi archeologici e persino sulla numismatica, nonché naturalmente sulle testimonianze di esploratori e di viaggiatori, nella quasi totalità occidentali. Solo per l’ultimo periodo, a partire dai primi dell’800, hanno potuto essere utilizzati registri navali, documenti doganali e commerciali, testimonianze dirette delle vittime e da ultimo anche una documentazione iconografica (disegni e fotografie)

Ma il problema non sta nelle discordanze numeriche, perché quando si parla di decine di milioni di persone un milione in più o in meno non cambia la sostanza della tragedia. Il vero problema sta nel fatto che tutti gli storici che hanno studiato le modalità della tratta araba convengono sul fatto che i costi umani di questa pratica debbano essere moltiplicati (per qualcuno sino a cinque volte). Sono da mettere in conto, infatti, le vittime “collaterali”. Oltre alla perdita delle persone deportate, vi furono infatti quelle decedute per le devastazioni prodotte dalle guerre e dalle razzie degli schiavisti. L’esploratore Richard Burton, ad esempio, parla di una razzia nel corso della quale per catturare cinquanta donne si ebbero oltre mille morti. E proporzioni analoghe sono riportate da Henry Drummond, in Slavery in Africa (1889), laddove riferisce di 30.000 morti per 5.000 schiavi. Questo in ragione del fatto che gli arabi erano interessati soprattutto alla cattura di giovani donne e bambini, mentre gli uomini e gli anziani spesso venivano trucidati direttamente sul posto.

Una volta catturati, gli schiavi dovevano poi affrontare marce di trasferimento terrificanti. Quella che passava per il deserto, ad esempio, comportava percorrere a piedi, incatenati, affamati e continuamente percossi, oltre mille chilometri in due mesi; e lungo questo calvario le perdite erano impressionanti. Chiunque rallentasse la marcia, uomini, donne o bambini, veniva abbattuto a bastonate. Ancora Drummond scrive: “Se un viaggiatore dovesse perdere la strada che porta dall’Africa Equatoriale alle città dove gli schiavi vengono venduti, potrebbe ritrovarla facilmente grazie agli scheletri dei negri che la pavimentano”. Il giornalista e geografo John Scott Keltie, in The Partition of Africa (1920) reputa che per ogni schiavo che raggiungeva il mercato ne morivano almeno sei, mentre Livingstone parla addirittura di dieci.

E non era finita. Giunti a destinazione, i sopravvissuti erano ulteriormente decimati per via delle invalidità sopravvenute durante la marcia e della castrazione dei ragazzi. Nel mondo islamico infatti erano molto richiesti gli eunuchi, da destinare non solo alla guardia degli harem ma a funzioni di servizio o addirittura amministrative diverse. Il tasso di mortalità conseguente questa operazione era altissimo. Lo studioso olandese Jan Hogendorn in uno studio su “l’orribile commercio” (The Hideous Trade. Economic Aspects of the “Manufacture” and Sale of Eunuchs, 1999) lo valuta attorno all’80/90%.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’avvento della concorrenza europea, a partire dal XVI secolo, non frenò affatto il traffico arabo: diede anzi la spinta ad un suo incremento. Gli europei infatti non avevano né la voglia né l’esperienza per inoltrarsi nel cuore del continente, e quindi per procacciarsi gli schiavi facevano riferimento o alle popolazioni locali (sulle coste occidentali) o, e soprattutto, ai mercanti arabi, che avevano il controllo di tutta l’area sub sahariana di “reclutamento”, e in particolare dei porti d’imbarco della costa orientale. Da questi si diramava dunque una duplice tratta, ad est verso il Medio Oriente, il subcontinente indiano, l’Indonesia e l’arcipelago della Sonda, a ovest verso il continente americano.

Insomma: sommando tutti questi aspetti la più prudente delle valutazioni dello scompenso demografico creato da questo traffico nell’Africa sub sahariana tra il XV e il XX secolo non scende al disotto dei cinquanta milioni di individui, mentre quelle più esasperate vanno dai cento ai centoventi milioni.

Sin qui ho riportato cifre e commenti dovuti soprattutto agli esploratori e ai missionari europei che percorsero l’Africa nell’Ottocento, testimonianze che certamente vanno prese con beneficio d’inventario. Come dicevo in precedenza, però, sarebbe difficile fare altrimenti, dal momento che non esiste una letteratura araba in proposito. E non esiste anche perché nel mondo islamico, a differenza che in Occidente, non si è mai sviluppato un movimento abolizionista. La deportazione degli schiavi terminò solo a seguito delle pressioni diplomatiche e militari della comunità internazionale, i cui avamposti erano costituiti dalle missioni protestanti e cattoliche. A dispetto di tutte le successive proclamazioni, però, a partire dallo Slave Trade Act inglese del 1807 fino alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, lo schiavismo è stato ufficialmente abolito nell’Arabia Saudita solo nel 1962 (ultimo paese al mondo, a parte la Mauritania). E l’abolizione è avvenuta molto in sordina, come si trattasse di riparare ad una sventata dimenticanza, e senza alcuna profusione di scuse.

Resta così da comprendere cosa ha tanto diversificato (o ha fatto percepire in maniera così diversa) ad un certo punto una vicenda che per buona parte aveva visto accomunate in un identico viaggio nell’orrore la tratta orientale e quella atlantica, fermo restando che l’abolizionismo occidentale è stato indubbiamente mosso anche da motivazioni politiche e da interessi economici che col sentimento umanitario avevano poco a che vedere. In effetti, il contrasto alla tratta araba invocato dall’opinione pubblica europea e presentato come il principale obiettivo degli interventi nel continente africano ha poi portato all’istituzione di protettorati e alla conquista di colonie, nelle quali – vedi il caso clamoroso del Congo – l’orrore è stato replicato direttamente in loco (questo argomento l’ho diffusamente trattato già mezzo secolo fa, nei capitoli centrali di In capo al mondo, vol. II, e soprattutto nel capitolo “Mutamenti nel mondo coloniale”). All’epoca però avevo preso in considerazione solo la tratta atlantica. Nei confronti di questa un sentire abolizionista si diffuse in Occidente sin dagli inizi del XIX secolo, e al di là di ogni strumentalizzazione ha portato gli europei al rifiuto, al senso di colpa e all’assunzione di responsabilità. C’è una letteratura infinita a testimoniarlo.

L’abolizione della schiavitù in Oriente è stata al contrario imposta proprio dagli occidentali, che hanno prima sguinzagliato flotte a caccia delle navi negriere e sono poi penetrati all’interno stesso dell’Africa per stroncare il traffico alla radice (personaggi come Carlo Piaggia o Romolo Gessi, e il loro amico Emin Pasha, per quanto controversi, furono tra i principali protagonisti di questa guerra allo schiavismo). E l’ambiguità di tutta la vicenda non può comunque mascherare il fatto che persino a dispetto della legge coranica la schiavitù abbia continuato ad esistere nei paesi islamici e ad essere considerata una condizione normale per tanto tempo.

Ora, a fronte di tutto ciò può apparire sorprendente che le stesse popolazioni africane ne abbiano cancellata la memoria (ma non sempre: negli anni ‘70, quando in Tanzania salì al potere Nyerere, scalzando l’elite araba che aveva governato il paese subito dopo l’indipendenza, la diffusione dei dati della tratta scatenò un feroce massacro da parte delle genti di colore contro gli arabi presenti nel Paese). Questa rimozione non è dovuta al divieto iconoclasta per gli islamici di erigere statue o creare comunque immagini che sviino l’attenzione dall’unico dio (tantomeno se di “negrieri” o di personaggi compromessi con l’infame commercio), e quindi al fatto di non avere nulla da abbattere o da deturpare. È spiegabile invece con l’azione di proselitismo avviata dal secolo scorso dall’Islam nella fascia centrale e in quella meridionale del continente africano. Soprattutto nelle aree che affacciano sull’Oceano Indiano i musulmani si sono inseriti profondamente nel tessuto sociale e nelle attività economiche, rimodellando anche la lettura delle vicende storiche e cancellando il più possibile la brutale verità sul trattamento riservato in passato alla popolazione di colore.

Sono da considerare comunque tutta una serie di altre motivazioni. Una va ritracciata senz’altro nel fatto che, a differenza di quanto accaduto oltre Atlantico, dove i discendenti di quasi dodici milioni di schiavi rappresentano oggi un quarto (più di duecento milioni) di tutta la popolazione continentale, e soprattutto nel nordamerica hanno maturato una forte identità “diasporica”, cioè una forte coscienza della marginalità cui sono stati per secoli costretti, la discendenza dai disgraziati deportati in oriente è riconoscibile solo in una percentuale esigua della popolazione (con differenze notevoli tra le diverse aree. In Oman, ad esempio, che fu uno dei centri principali di smistamento della tratta proveniente dalla costiera swahili e da Zanzibar, è molto più evidente. Ma anche nell’Arabia Saudita la percentuale degli afro–arabi sfiora il dieci per cento) e soprattutto non si è mai tradotta in una percezione identitaria.

La differenza nell’eredità demografica e storica non può essere semplicisticamente liquidata accampando che la mortalità tra gli schiavi orientali fosse più alta per via delle castrazioni, delle violenze cui erano soggetti, ecc, e che questo spieghi l’assenza di una discendenza (e quindi di una memoria): anche se è probabilmente vero che le perdite durante i trasferimenti atlantici, a dispetto delle condizioni atroci nelle quali questi si svolgevano, fossero inferiori rispetto a quelle delle marce forzate, e che per la mentalità “produttivistica” dei mercanti europei i deportati venissero considerati una merce da salvaguardare il più possibile ( la percentuale dei decessi in mare non era comunque inferiore al quindici per cento). Ed è altrettanto vero, per contro, che le piantagioni americane di zucchero, di cotone e di caffè non erano ovunque dei campi di sterminio dove gli schiavi venivano sfruttati spietatamente, con orari e con carichi di fatica che li conducevano alla morte in pochissimi anni. Situazioni di questo tipo, che pure esistevano, sono testimoniate solo per alcuni casi, in aree particolari e durante la prima fase della tratta, quando l’offerta negriera era più abbondante. Questo non significa negare che l’economia basata sulle piantagioni, soprattutto nei Caraibi britannici, fosse orribile per intensità e per condizioni materiali assolutamente crudeli e umilianti; semplicemente, anche in questi contesti i registri delle aziende che sono stati conservati e cui si è potuto accedere segnalano un accrescimento demografico della popolazione schiavile, il che lascia intravvedere nel complesso situazioni non meno degradanti ma forse meno tragicamente estreme.

Le ragioni effettive sono dunque ben altre, e concernono sia le diverse condizioni di vita cui gli schiavi accedevano sia la diversa autopercezione che maturavano. È quanto sostengono gli storici più autorevoli dell’Islam e dello schiavismo orientale, come Gwyn Campbell e lo stesso Bernard Lewis. Gli schiavi del Golfo (e dell’Asia in generale, forse con la sola eccezione dell’Indonesia olandese) non erano importati per rispondere alla necessità di manodopera servile nel settore agricolo, o almeno non esclusivamente. Al di là del fatto che buona parte della richiesta riguardasse corpi femminili da inserire negli affollatissimi harem, anche i maschi non erano attesi da grandi piantagioni dove vivere isolati: erano impiegati in tutti i settori lavorativi, dall’agricoltura pre–industriale al commercio, e svolgevano i propri compiti fianco a fianco con i nativi. Ciò permetteva loro di entrare subito in contatto con la lingua e la società di arrivo, e di integrarsi molto più facilmente, indipendentemente dal fatto che fossero o meno emancipati. E proprio questo era il punto di snodo.

In fondo al tunnel della schiavitù orientale, per chi arrivasse indenne a percorrerlo tutto, c’era infatti la prospettiva di un ritorno alla libertà. Secondo i dettami coranici tutti i convertiti sono uguali e nessun musulmano può essere ridotto o mantenuto in schiavitù. Anzi, la liberazione degli schiavi è considerata un atto di grande devozione (sia pure solo volontario: per il resto la schiavitù è considerata lecita dal Corano, che provvede anche a normarla, soprattutto quella sessuale femminile). Una volta consapevoli di questa possibilità, la gran parte degli schiavi e degli ex schiavi si convertivano all’Islam, compiendo il passo che conduceva, una volta liberati, all’assimilazione. Inoltre la religione musulmana favoriva anche l’integrazione dei figli di coppie miste: i figli di una schiava o concubina e di un uomo libero avevano gli stessi diritti di quelli nati da una moglie legittima. La madre stessa non poteva più essere rivenduta e, alla morte del padrone, diventava una donna libera.

Questo spiega, sia pure solo parzialmente, perché non ci fu in Oriente una crescita naturale delle popolazioni interne di schiavi, sufficiente a mantenerne almeno invariato il numero fino ai tempi moderni, e perché queste popolazioni non abbiano sviluppato il senso di una condizione e di una identità comune. A ciò bisogna aggiungere, per quanto concerne in questo caso sia i numeri interni che quelli delle importazioni dall’esterno, che quando alla fine del XIX secolo gli effetti della prima globalizzazione mandarono in crisi i principali settori di impiego della manodopera servile nel mondo arabo, ad esempio il commercio dei datteri e quello delle perle, non solo venne a cadere drasticamente la richiesta di nuova forza lavoro, ma ne venne liberata molta che a quel punto risultava superflua, e che si disperse nelle direzioni e nelle attività più disparate.

Per converso, nel Nuovo Mondo la componente schiavile endogena aveva conosciuto nel frattempo un rapido accrescimento. Nell’America anglosassone, infatti, che peraltro non rappresentava la meta principale della Tratta Atlantica e dove in poco più di tre secoli le navi negriere hanno depositato meno di un milione di schiavi africani (gli altri dieci furono distribuiti tra il Brasile, i Caraibi e l’America spagnola), le cose funzionavano in maniera molto diversa. La vita degli schiavi nelle piantagioni era organizzata in modo da consentire la formazione di nuclei familiari e da garantire il ricambio, in un mondo a parte che non aveva contatti di sorta con ciò che stava oltre i confini del latifondo, e all’interno del quale vigevano solo le leggi dettate dal padrone e spesso si comunicava in lingue ibridate dai linguaggi tribali di provenienza. Le piantagioni erano anche (a volte principalmente) degli allevamenti intensivi di nuova forza lavoro, e a un certo punto il volume del traffico interno di schiavi da uno stato all’altro arrivò a superare di gran lunga quello dell’importazione diretta dall’Africa. Si guardava quindi allo schiavo non più solo come mezzo di produzione, ma come strumento di riproduzione.

Questa aberrante finalità poteva però essere perseguita e giustificata solo attraverso l’elaborazione di una vera e propria ideologia della razza, che creava distinzioni molto nette tra neri e bianchi, (rimando in proposito al capitolo “Schiavitù, diversità, razza”, da In capo al mondo, vol. II), classificando i primi come intrinsecamente inferiori e bisognosi di essere guidati per il loro stesso bene col pugno di ferro. La schiavitù diventava pertanto, sulla scorta di tale concezione, una condizione ereditaria, e addirittura un’istituzione benefica. Tale ideologia ha creato soprattutto negli Stati Uniti una barriera di segregazione razziale che presso gran parte della popolazione bianca è rimasta in piedi anche dopo l’abolizione, e che naturalmente escludeva ogni possibilità di relazione interrazziale. Dal momento poi che queste “relazioni” in realtà c’erano, sotto le specie dello stupro autorizzato, gli eventuali loro frutti, i bambini nati da un bianco e da una donna di colore, non erano riconosciuti, né legalmente né culturalmente, ed erano ricacciati nella condizione servile. Va precisato che nel resto del continente le cose sono andate un po’ diversamente, in primo luogo perché il rapporto numerico tra bianchi e colorati era inverso, e poi perché, soprattutto in Brasile, ma anche nei Caraibi, il confronto era con culture cattoliche, più “permissive”, e non con quelle protestanti.

In sostanza, la reclusione nelle piantagioni prima, e la persistenza poi di una segregazione successiva anche all’abolizione, hanno contribuito nel nuovo continente alla creazione di un’identità afroamericana. Cosa che non è affatto avvenuta nei paesi del Medio e del Vicino Oriente, dove ha invece prevalso il processo di integrazione e di assimilazione (in tal senso però non mi sembra particolarmente rilevante il fatto, sottolineato dagli storici che ho menzionato sopra, che solo pochissimi degli ex–schiavi orientali una volta liberati abbiano espresso la volontà di tornare nei loro luoghi di provenienza – a fare che, e per trovare cosa? –, e che quelli che lo fecero perlopiù si trasferirono nell’Africa mediterranea, mescolandosi con le popolazioni locali arabe, beduine e berbere. Anche nella diaspora afro–americana, se si eccettua l’episodio controverso della Liberia, motivato principalmente dalla stessa concezione razzista per cui bianchi e neri non potevano coesistere pacificamente, questa volontà ha coinvolto un’esigua minoranza).

Ora, penso sia evidente che il diverso esito delle due vicende non implica affatto che debbano essere adottati rispetto alle vicende stesse criteri differenti di giudizio morale, o che possa essere addotta per l’una o per l’altra qualsivoglia giustificazione. La macchia lasciata nella storia dell’umanità è indelebile, in qualunque modo la voglia mettere. Ma proprio questo mi ha spinto a riprendere il tema e a proporre delle precisazioni. Non intendevo stilare graduatorie di demerito, classifiche dell’abiezione. Ho cercato di spiegare, sia pure molto approssimativamente, come mai le cose siano andate così, e perché ne sia rimasta una memoria disuguale, o addirittura nessuna memoria. Non è la semplice correzione di una smemoratezza: è un contributo, per quanto infinitesimale, al ristabilimento di una verità che renda almeno un po’ di giustizia a milioni di esseri umani umiliati, sfruttati, torturati e uccisi dal peggiore degli istituti che la nostra specie abbia mai concepito.

Che non lo abbia fatto l’ONU è già estremamente grave, ma altrettanto grave mi sembra il fatto di non aver potuto rintracciare in tutti i lavori storiografici italiani che ho esaminato alcun accenno o commento a tanta disonestà. Temo proprio che quanto a memoria le classifiche si debbano fare, e che noi navighiamo proprio nel fondo. Comunque, se può servire a risvegliare un po’ l’attenzione, sia pure di sponda, ricordo che nello stesso giorno dedicato alle vittime della tratta atlantica si celebrano la Giornata per l’Apprezzamento dei Lamantini (!?) e quella del Waffle, e che il giorno dopo cade la Giornata Internazionale degli Spinaci.

E allora si spiega tutto.

*****

P.S. A questo punto andrebbe però aperto un altro capitolo: quello della deportazione in Oriente di schiavi bianchi. Anche questi sono stati tranquillamente esclusi dalla giornata del ricordo istituita dall’ONU. E non si tratta di un fenomeno marginale: lo dimostrano le cifre. Tra il 1530 e il 1780 è documentata la riduzione in schiavitù da parte dei musulmani della costa barbaresca del Nord Africa di oltre un milione di cristiani bianchi europei. I corsari barbareschi erano molto interessati alle donne bianche, e nella loro caccia si spinsero fino alla Groenlandia, avendo come meta preferita l’Irlanda. Per il periodo precedente, dal 650 al 1500 circa, il problema è il solito: manca una documentazione attendibile e coerente. Si stima comunque, facendo tutte le dovute tare alle testimonianze e considerando qual era la prassi usuale dopo le guerre di conquista, che gli Arabi e gli Ottomani abbiano ridotto in schiavitù un numero di “bianchi” (latini, visigoti, slavi, ma anche armeni e popolazioni caucasiche) superiore ai 5 milioni. Anche di questi si è persa traccia e peggio ancora, memoria. E all’ONU dicono che il calendario è pieno.

Infatti.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

John Azumah –The legacy of Arab-Islam in Africa – Oneworld, Oxford 2001

Malek Chebel – L’esclavage en terre d’Islam – Fayard 2010

Thomas Clarkson – Slavery and Commerce In the Human Species (1785) –Project Gutenberg 2004

Stephen Clissold –The Barbary Slaves – HarperCollins 1977

Robert C. Davis – Christian Slaves, Muslim Masters. White Slavery in the Mediterranean, the Barbary Coast, and Italy, 1500-1800 – Palgrave Macmillan, New York 2004

Henry Drummond – Slavery in Africa (1889) – Forgotten Books 2018

C. B Fisher, H.J. Fisher – Slavery and Muslim Society in Africa – Yesterday’s Books 1970

Alan W. Fisher – Muscovy and the Black Sea Slave Trade (in Canadian-American Slavic Studies, VI) – 1972

H. J., Fisher – Central Sahara and the Sudan: the contribution of slavery – (in The Cambridge History of Africa, Vol. 4) 1975

Murray Gordon – L’esclavage dans le monde arabe: VIIe-XXe siècle – Tal-landier 2022

Olivier Grenouilleau – Les traites négrières – Folio 2006

Jan Hogendorn – The Hideous Trade. Economic Aspects of the ‘manufacture’ and Sale of Eunuchs – Paideuma 45 (1999): 137–160

Jacques Heers –Les Négriers en terres d’islam: La Première traite des Noirs, VIIe-XVIe siècle – Perrin 2003

J. S. Keltie – The Partition of Africa (1920) – Forgotten Books 2018

Bernard Lewis – Razza e colore nell’Islam – Longanesi 1975

Berrnard Lewis – The African diaspora and the civilization of islam – Harward University Press 1976

Letizia Lombezzi – Lo status dello schiavo per l’islam: cenni storici, questioni terminologiche e legali – Università degli Studi di Milano

Paul E. Lovejoy – Storia della schiavitù in Africa – Giunti 2019

Tidiane N’Diaye – Le génocide voilé – Folio 2017

M’hamed Oualdi – L’Esclavage dans les mondes musulmans – ed. Amsterdam, Paris 2024

Veronique Piouffre – Les traites négrières – Ouest France 2013

J. J. Isidore Singer – Slave Trade (in: The Jewish Encyclopedia) – N. Y. City, 1906

Ariette 1.0

di Maurizio Castellaro, 11 marzo 2021

Le “ariette” che postiamo a partire da oggi dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». Ben vengano dunque, se possono mitigare con un refolo di leggerezza un clima che per ragioni obiettive e per stanchezza di chi lo vive sta diventando davvero troppo pesante (n.d.r).

Ritorno a Tex

Non l’avrei mai detto, eppure mi sono ritrovato a comprare su Ebay 200 numeri di Tex per poco più di 100 euro. Per uno che ha avuto l’imprinting al fumetto western con Ken Parker (l’anti Tex per definizione) bisogna ammettere che deve significare qualcosa. Eppure è da un po’ che prima di chiudere gli occhi scelgo le storie di Aquila della Notte. Mi chiedo perché. Ken Parker è la vita vera, un personaggio che quando è ferito sta male davvero, che va a letto con le donne, che finisce in prigione. Berardi ad un certo punto l’ha pure fatto morire, vecchio e malridotto. Giusto così, in fondo. Ma noi? Noi continuiamo ad essere vivi. Anzi, con il tempo ci sembra di capire finalmente qualcosa, e vorremmo che la nostra vita non finisse mai. Allora finisce che ci si butta sull’illusione dell’eterno ritorno dell’identico. Sulla mira infallibile, la morale granitica, la logica inesorabile, la ricerca delle tracce, il salvataggio all’ultimo istante, la bistecca (enorme) e le patatine fritte (una montagna). Ma forse non è solo questo. Forse tornare a Tex per me è un altro modo per tornare al giardino segreto dell’infanzia, ai Tex che da bambino scovavo di nascosto nel comodino del nonno, accanto al vaso da notte (Mefisto, Yama, El Morisco…). Non è nostalgia. Credo piuttosto che sia una forma di manutenzione del legame con il bambino che continua a vivere dentro il mio corpo di uomo, e che con il sguardo sul mondo ingenuo ed ironico mi ha aiutato ad uscire vivo da più di un labirinto. Ne ho ancora bisogno di quel bambino, meglio tenermelo buono.

 

Tuoni e fulmini

Durante un incontro di gruppo il formatore ha chiesto di disegnare la storia del proprio percorso professionale, immaginandolo come una strada inserita in un paesaggio simbolico (curve, salite, montagne, blocchi, pericoli, discese, aiuti, cartelli, ecc.). Eravamo una ventina, e quasi tutti per rappresentare i 18-20 anni della nostra vita abbiamo disegnato sul percorso nuvolacce, tuoni, fulmini, pioggia battente. Poi, usciti da quella fase, partiva di solito un percorso più o meno accidentato, in cui il tempo migliorava di brutto: farfalle, arcobaleni, risorse e visioni. Consola l’idea che la vita abbia concesso a molti (e anche a me) di far quadrare in qualche modo i suoi conti. Ma uscendo dalla consolazione prospettica e retroattiva ho pensato che questo lusso di solito non è dato quando si ha vent’anni, specie se si sta sotto la pioggia, esposti a tuoni e fulmini, senza un’idea di futuro. Credo che per uscire vivi da quella palude si debba imparare ad accendere fuochi sott’acqua, trovare la luce delle stelle oltre le nuvole e capire quali sono i boccioli che per primi fioriranno. I più fortunati trovano maestri che lo insegnano. Gli altri invece, in qualche modo, imparano da soli.

 

Evoluzioni

Per secoli li hanno catturati e costretti con la violenza a salire sulle nostre navi. Oggi per fare un viaggio molto simile sono loro a mettersi in fila, pagando con tutti i soldi che hanno (e con quelli che non hanno ancora). È l’evoluzione del capitale, baby.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Acufeni?

di Paolo Repetto, 25 novembre 2020

L’acufene non è una malattia, è un sintomo, come la febbre:
aspecifico. Può essere generato da diverse situazioni.
http://www.fondazioneveronesi.it

I domiciliari da Covid hanno almeno un lato positivo, che non è quello ottimisticamente pronosticato da molti all’inizio di tutta la faccenda, la favola delle ritrovate gioie del focolare domestico e del rinnovato rapporto tra genitori e figli o tra i coniugi (mai viste tante violenze tra le mura di casa come in questo periodo). No, sta molto più semplicemente nella forzata possibilità di perdere ogni tanto qualche ora in vagabondaggi nelle nebbie del web, e di misurare uno stato febbrile mentale collettivo che solo in parte è indotto dalla paura ossessiva e maligna ingenerata dal Covid; anzi, quest’ultima lo rende solo più immediatamente visibile.

Quando parlo di lato positivo non intendo quindi piacevole o divertente (oggi al “positivo” si associano ben altri significati); al contrario, è una esplorazione angosciante, ma che ci costringe quanto meno a prendere atto di una realtà che a dispetto del suo manifestarsi principalmente sul web è tutt’altro che virtuale. Non c’è alcuna scoperta, non rivelo niente di nuovo: è una realtà che tutti bene o male già conosciamo, e che all’occasione non manchiamo di deprecare. Ma poi la rimuoviamo immediatamente, con un moto di fastidio più che di preoccupazione, come fosse qualcosa che in fondo riguarda solo gli altri, per tanti che questi altri siano. È lo stesso atteggiamento, per intenderci, che manteniamo nei confronti dell’inquinamento ambientale: assistiamo alla crescita esponenziale del degrado, mutazioni climatiche repentine, ghiacciai che si sciolgono, acque che si acidificano o si plastificano, regioni enormi che si desertificano, come fossimo in trance, pensando tra noi e noi “non sono comunque io quello che può fare qualcosa”.

Ora, credo che fare il punto ogni tanto su questi fenomeni, che sono tra l’altro intimamente connessi, possa servire se non altro a scuoterci per un attimo dalla nostra apatia, a liquidare gli alibi che ci costruiamo e a metterci di fronte alle nostre singole responsabilità. Ciascuno potrà poi decidere se mutare qualcosa del suo comportamento, e nel caso, se farlo individualmente o cercare di agire in concerto con altri: ma se anche non deciderà nulla, non potrà almeno trincerarsi, davanti allo sguardo smarrito delle generazioni future, ma prima ancora di fronte a se stesso, dietro la scusante del “non sapevo, non mi rendevo conto”.

Dunque, parlavo di “febbre mentale”. Era un eufemismo, naturalmente. Quello di cui vado a scrivere è né più né meno che idiozia, cretinismo, stupidità, scegliete voi il termine. Ne ho già trattato ampiamente altrove (cfr. ad esempio Il mondo nelle mani degli stolti), direi addirittura che non ho fatto altro, ma sempre in termini molto generali, teorici, oppure stigmatizzando fenomeni singoli, quasi in forma di un divertissement preoccupato ma in fondo distaccato. Vorrei invece scendere un po’ più in profondità, perché anche il cretinismo, malgrado questo sembri un ossimoro, ha una sua ancestrale profondità, ha delle radici non solo sociali ma anche biologiche, e non va preso sottogamba, come un fenomeno di risulta, un effetto collaterale e solo un po’ fastidioso dell’evoluzione.  

Tra i collaboratori a questo sito c’è per fortuna chi ha conoscenze specifiche ben più ampie delle mie, e in futuri interventi proverà a spiegare in termini scientifici le origini e le motivazioni di questo tipo di comportamento.

Io per ora mi limito invece a produrre alcune pezze documentali ben precise, che ho pescato qua e là nel web. Le riporto seguendo un ordine “verticale” di rilevanza apparentemente decrescente, che induce un altro ordine “orizzontale” di collocazione, come si diceva una volta, da destra a sinistra. Posso garantire che sono frutto tutte della stessa escursione. Il percorso lungo il quale le ho attinte non era affatto preordinato, ma non può nemmeno essere considerato del tutto casuale: cercavo altro, ma se mi sono imbattuto in queste perle è appunto perché non c’è ambito al quale il cretinismo non si sia prepotentemente affacciato.

Sono notizie, ahimé, per nulla divertenti, che parlano di un istupidimento dilagante, trionfante, pericolosissimo, che andrà a toccare e già sta toccando le nostre vite in misura ben maggiore di quanto questa umana degenerazione abbia mai storicamente fatto. Sono il primo ad ammettere (e a scrivere) che da sempre, da Adamo in poi, sono state profetizzate da parte di ogni generazione sventure e apocalissi per quelle a venire: ma è pur vero che queste ultime nella maggior parte dei casi, almeno per i gruppi direttamente interessati, si sono poi verificate. E oggi però, di fronte ad un cretinismo che dispone di armi ben più potenti e incontra difese cerebrali disattivate dal bombardamento mediatico, il rischio si è davvero allargato a tutta l’umanità. È peraltro assodato che a fronte di questo tipo di contagio non si crea immunità di gregge: si crea solo il gregge.

Propongo queste cose nude e crude, così come le ho lette (citando anche la provenienza). Penso che ogni commento sia superfluo. Le lascio dunque alla vostra (spero sgomenta) riflessione, anche se già so che non potrò trattenermi dal tornarci sopra. Non sarebbe male se per una volta lo facesse anche qualcun altro.

QAnon, la teoria più amata dai complottisti americani
(Julia Carrie Wong, The Guardian, Regno Unito, 28 agosto 2020)

Per Donald Trump sono “persone che amano il nostro paese”. Per l’Fbi è una potenziale minaccia terroristica interna. E per chiunque altro abbia usato Facebook negli ultimi mesi potrebbe essere semplicemente un amico o un familiare che ha mostrato preoccupanti segnali d’interesse per il traffico di bambini messo in piedi da una “congrega” di devoti a satana o per teorie del complotto su Bill Gates e sul covid-19.

QAnon è una teoria del complotto basata sul nulla, cresciuta su internet e diventata popolare negli Stati Uniti ad agosto. Per anni i suoi adepti sono rimasti ai margini delle comunità di destra online, ma negli ultimi mesi – mentre negli Stati Uniti si diffondevano i disordini sociali e l’insicurezza dovuta alla pandemia – hanno trovato molta visibilità […].

Secondo questa teoria il mondo è governato da una congrega di celebrità di Hollywood, miliardari e democratici satanisti. Queste persone avrebbero messo in piedi un traffico di bambini e stanno cercando di allungarsi la vita usando un composto chimico preso dal sangue dei bambini vittime di abusi. I sostenitori di QAnon credono che Donald Trump stia conducendo una battaglia segreta contro questa congrega e i suoi collaboratori dello “stato profondo”, per rendere noti questi malfattori e mandarli tutti nella prigione della base statunitense di Guantanamo, a Cuba. Il presidente (che ha un ruolo fondamentale nella narrazione falsa di QAnon) si è naturalmente rifiutato di prendere le distanze: anzi, ha elogiato i sostenitori di QAnon, definendoli dei patrioti.

Esistono molte trame nella narrazione di QAnon, tutte improbabili e infondate: quella secondo cui John Kennedy, presidente assassinato nel 1963, sia in realtà ancora vivo; un’altra che accusa la famiglia Rothschild di controllare tutte le banche; oppure quella secondo cui i bambini rapiti sono venduti attraverso il sito web del rivenditore di mobili Wayfair (non è vero, ovviamente). Hillary Clinton, Barack Obama, George Soros, Bill Gates, Tom Hanks, Oprah Winfrey, la modella Chrissy Teigen e papa Francesco sono solo alcune delle persone che i sostenitori di QAnon hanno scelto come i cattivi di questa realtà alternativa.

Se tutto questo suona familiare, è perché ne abbiamo già sentito parlare. QAnon ha le sue radici in teorie del complotto esistenti, in altre relativamente nuove, e altre ancora vecchie di un millennio.

L’antecedente più recente è il cosiddetto Pizzagate, la teoria del complotto che si è diffusa durante la campagna presidenziale del 2016, quando siti d’informazione e influencer di destra hanno promosso l’idea infondata che i riferimenti al cibo e a una famosa pizzeria di Washington apparsi nelle email rubate del direttore della campagna di Clinton, John Podesta, fossero in realtà un codice cifrato che si riferiva a un traffico di bambini. Gli attacchi online hanno scatenato violenza reale contro il ristorante e i suoi dipendenti, culminati nel dicembre 2016 in una sparatoria per mano di un uomo convinto che nel locale ci fossero bambini da salvare.

Ma QAnon affonda le sue radici anche in teorie del complotto antisemite molto più antiche. L’idea di una congrega onnipotente che comanda il mondo viene direttamente dal Protocollo dei savi di Sion, un documento falso in cui viene descritto un piano segreto degli ebrei per controllare il mondo, e che è stato usato per tutto il Novecento per giustificare l’antisemitismo. Un’altra affermazione falsa dei seguaci di QAnon – l’idea che i membri della congrega estraggano dal sangue dei bambini l’adrenocromo, un composto chimico, e lo ingeriscano per allungarsi la vita – è una variante moderna di un’idea antisemitica calunniosa e vecchia di secoli relativa al sangue.

(L’articolo prosegue raccontando come è cominciata tutta questa vicenda, come funzionano le piattaforme di diffusione e a chi arrivano: “I più importanti gruppi Facebook dedicati a QAnon avevano circa duecentomila membri prima che la piattaforma li mettesse al bando, a metà agosto. Quando Twitter ha preso provvedimenti simili contro gli account QAnon a luglio, la misura ha colpito circa 150mila account […] In generale QAnon sembra essere popolare soprattutto tra gli elettori repubblicani più anziani e tra i cristiani evangelici.”,

quali strategie usano: “realizzare ‘documentari’ infarciti di disinformazione, prendere il controllo di hashtag popolari online per trasformarli in strumenti per diffondere le teorie QAnon; partecipare a comizi di Trump esibendo cartelli con su scritto Q; candidarsi alle elezioni. Una dimostrazione dell’efficacia di queste tattiche è arrivata quest’estate con la campagna #SaveTheChildren o #SaveOurChildren. Questo hashtag all’apparenza innocuo, usato in passato da ONG che lottano contro la violenza sui bambini, è stato inondato di argomenti dal forte contenuto emotivo da parte di seguaci di QAnon, con riferimenti alla più ampia narrativa del movimento”,

quanta  influenza stanno esercitando: “Media matters for America, associazione che monitora i mezzi d’informazione, ha compilato una lista di 77 candidati a seggi al congresso degli Stati Uniti che hanno dichiarato di sostenere QAnon. Una di loro, Marjorie Taylor Greene della Georgia, ha vinto le primarie repubblicane e a novembre con ogni probabilità entrerà al Congresso.”

Chi è Attila Hildmann, lo chef vegano dietro gli sfregi al museo di Berlino
(da  http://www.scattidigusto.it, 22 ottobre 2020)

Attila Hildmann, 39 anni, già star vegana dei masterchef tedeschi, è il principale indiziato per l’attacco che ha danneggiato 70 opere in tre musei di Berlino. Lo scorso 3 ottobre, qualcuno ha spruzzato una sostanza oleosa su decine di capolavori conservati nei musei. Sono stati macchiati e rovinati per sempre sarcofagi egizi, sculture, immagini di divinità greche e quadri dell’Ottocento.

Ieri, la Bild e altri mezzi d’informazione tedeschi hanno adombrato sospetti proprio su Hildmann, ricostruendo l’incredibile parabola che ha cambiato la vita del cuoco berlinese di origini turche. L’ex telechef è passato dal ruolo di amato vip dei fornelli mediatici, con una seconda carriera ben avviata da autore di bestseller culinari, a essere una bandiera dell’ultradestra.

Da quando preferisce agli show per la tv (anche americana) le piazze, da dove tenta, a suo dire, di aprire gli occhi a tutti i poveri stolti alle prese con l’epidemia globale, lo chef xenofobo, complottista, nonché negazionista del Covid-19, si è trasformato in un propagandista della spazzatura complottista sul Coronavirus. È stato lui a diffondere ai 100 mila follower del suo canale Telegram, il messaggio secondo cui il Pergamon Musem non sarebbe stato chiuso per la pandemia. Il vero motivo sarebbe la presenza all’interno del museo del “Trono di Satana”, essendo di fatto il Pergamom il “centro dei satanisti e dei criminali del Coronavirus”.

Martedì Attila Hildmann ha condiviso un link sui social che rimandava a un articolo sull’attacco ai musei. Il suo commento? “Fatto! È il trono di Baal (Satana)”.

Avevano fatto scalpore nel settembre scorso i messaggi pubblicati dal cuoco vegano ancora una volta sul suo canale Telegram. Protagonista la Cancelliera tedesca Angela Merkel, che in realtà sarebbe ebrea e a capo di “un regime sionista” che all’interno del Pergamom Museum consuma “sacrifici umani”.

Ted Huges, il poeta nella black list della British Library
(da http://www.leggo.it 22 novembre 2020)

Il celebre poeta Ted Hughes è stato aggiunto a un dossier che lo collega alla schiavitù e al colonialismo dalla British Library. Il poeta, nato in una famiglia di umili origini nello Yorkshire, è risultato essere un discendente di Nicholas Ferrar, che era coinvolto nella tratta degli schiavi circa 300 anni prima della nascita di Hughes.

Ferrar, nato nel 1592, e la sua famiglia erano “profondamente coinvolti” con la London Virginia Company, che cercava di stabilire colonie nel Nord America. La ricerca, ha riferito The Telegraph, è stata condotta per trovare prove di “connessioni con la schiavitù, profitti dalla schiavitù o dal colonialismo”.

Hughes è nato nel 1930 nel villaggio di Mytholmroyd nel West Yorkshire, dove suo padre ha lavorato come falegname prima di gestire un’edicola e una tabaccheria. Ha frequentato l’Università di Cambridge con una borsa di studio, e lì ha incontrato la sua futura moglie Sylvia Plath.

Quello di Hughes, che morì nel 1998, non è l’unico nome illustre della letteratura inglese identificato dalla British Library come beneficiario dei proventi della schiavitù attraverso parenti lontani: nella lista ci sono anche Lord Byron, Oscar Wilde e George Orwell. Tra gli intenti dell’istituzione, diventare “attivamente antirazzisti” fornendo un contesto alla memoria di personaggi storici sulla scia del movimento Black Lives Matter.

Ma il tenue legame tra Hughes e Ferrar, al quale è imparentato per parte di madre, ha suscitato l’ira tra gli esperti del grande scrittore. Il suo biografo, Sir Jonathan Bate, ha dichiarato: «È ridicolo incastrare Hughes con un legame con la tratta degli schiavi. E non è un modo utile per pensare agli scrittori. Perché diavolo giudichi la qualità del lavoro di un artista sulla base di antenati lontani?». Bate ha aggiunto che Ferrar era meglio conosciuto come sacerdote e studioso che ha fondato la comunità religiosa Little Gidding.

Il poeta romantico Lord Byron è stato aggiunto a questa lista perché il suo bisnonno era un commerciante che possedeva una tenuta a Grenada. Suo zio, attraverso il matrimonio, possedeva anche una piantagione a St Kitts.

Oscar Wilde è stato incluso a causa dell’interesse di suo zio per la tratta degli schiavi, anche se la ricerca ha rilevato che non c’erano prove che l’acclamato scrittore irlandese abbia ereditato alcun denaro attraverso la pratica.

George Orwell, che era nato Eric Blair in India, aveva un bisnonno che era un ricco proprietario di schiavi in Giamaica. Ma la Orwell Society ha specificato che il denaro era già scomparso tempo prima che Orwell nascesse.

Cosa ha detto J.K. Rowling sulle persone transgender e le donne
(www.ilpost.it 11 giugno 2020)

Mercoledì sera J.K. Rowling, notissima autrice dei libri su Harry Potter, ha pubblicato un lungo post sul suo sito per rispondere alle critiche e alle accuse di transfobia ricevute dopo alcuni suoi recenti commenti sull’identità di genere e su quello che lei definisce il “nuovo attivismo trans”, e per spiegare perché si è espressa pubblicamente su questi temi.

«Non mi piegherò di fronte a un movimento che ritengo stia facendo danni dimostrabili nel tentativo di erodere il concetto di “donna” come classe politica e biologica, offrendo protezione ai molestatori come pochi nella storia».

Ha inoltre rivelato di aver subito violenze domestiche e abusi sessuali durante il suo primo matrimonio, citando questa esperienza – insieme al suo passato di insegnante e alla sua convinzione dell’importanza della libertà di parola – come una delle ragioni a sostegno delle sue idee rispetto all’identità di genere e ai diritti delle persone trans.

Negli ultimi anni, Rowling ha più volte espresso opinioni controverse sul concetto di sesso e di identità di genere e sui diritti delle persone trans. Nel suo post ha commentato e cercato di spiegare le volte in cui era successo e ha fatto riferimento più approfonditamente all’episodio più recente, avvenuto lo scorso weekend. Sabato scorso Rowling aveva ironizzato sull’utilizzo dell’espressione “persone che hanno le mestruazioni” nel titolo di un articolo del sito Devex, che usava l’espressione per includere esplicitamente persone trans e non binarie: «Sono sicura che esistesse una parola per queste persone» ha scritto Rowling, «Aiutatemi… Danne? Done? Dumne?».

Il commento implicava una corrispondenza automatica tra le persone che hanno le mestruazioni e le donne: negando così la possibilità che esistano persone che le hanno ma non si identificano come donne (alcuni uomini trans, o persone che non si identificano in alcun genere, ad esempio), e ha generato critiche e discussioni.

Domenica Rowling ha risposto con tre nuovi tweet, affermando di «conoscere e sostenere persone transgender», ma opponendosi a «cancellare il concetto di “sesso”».

Anche questi tweet hanno ricevuto molte critiche e risposte, anche da famosi attori e attrici che avevano lavorato a film tratti dalla sua saga. Lunedì, ad esempio, l’attore Daniel Radcliffe – interprete del personaggio di Harry Potter nella serie di film tratti dai libri di Rowling – ha pubblicato una lettera in cui prendeva le distanze dalle parole di Rowling, evitando di attaccarla personalmente, e in cui esprimeva solidarietà verso le persone transgender e la volontà di “diventare un migliore alleato” (come vengono definite le persone che non appartengono alla comunità LGBTQIA+, ma condividono e sostengono le sue ragioni). Commenti simili sono stati fatti anche dagli attori Eddie Redmayne ed Emma Watson.

L’identità sessuale, oggi, viene definita in base a tre parametri: sesso, genere e orientamento sessuale. Il primo corrisponde al corpo sessuato (maschio-femmina), il secondo al senso di sé (al sentimento di appartenenza, all’identificarsi come uomo o donna a seconda di ciò che il mondo intorno riconosce come proprio dell’uomo e della donna), mentre il terzo riguarda la direzione dei propri desideri (eterosessuali-omosessuali-bisessuali, e altre categorie).

Il sistema sesso-genere-orientamento sessuale (usato oggi in tutto il mondo dalla maggior parte degli psichiatri, degli psicologi, dei sessuologi e dei sistemi giuridici) è però solo una griglia interpretativa e imperfetta della realtà, basata su rigide alternative binarie: la realtà stessa è ben più complessa e ricca di esperienze in cui i tre parametri non sono necessariamente “coerenti” tra loro. Un articolo del National Geographic riporta le esperienze di alcune persone che non rientrano perfettamente nella binarità, alcune dal punto di vista biologico, altre psicologico, più spesso un misto dei due.

La posizione di Rowling rifiuta queste posizioni e si può riassumere come segue: secondo lei esistono due sessi (maschio e femmina), che dipendono da fattori anatomici e fisici (come le mestruazioni); secondo lei, però, l’inclusione nella categoria di “donna” richiesta dalle donne trans rischierebbe di danneggiare le persone biologicamente donne.

(A scanso di equivoci, non sono un fan di Harry Potter, ma alla signora Rowling vanno naturalmente in questo caso tutta la mia stima e la mia solidarietà. Non aveva necessità di tirare in ballo gli abusi per giustificare la sua posizione. Decisamente meno, lo confesso, apprezzo l’opportunismo ipocrita di Daniel Radcliffe.

Mi si potrà inoltre obiettare che la rilevanza, in termini di pericolosità, tra i primi due casi e gli altri due che ho riportato sia molto diversa. Non ne sarei così convinto.)

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

La notte della memoria

di Paolo Repetto, 2011

Beati i popoli che non hanno bisogno di giorni della memoria. Suona familiare: e infatti, pur non essendo un fanatico di Brecht finisco sempre per parafrasarlo. Se c’è bisogno di parchi, scrivevo anni fa, è perché non siamo più in grado di rapportarci alla natura: ogni istituzionalizzazione del sentire riflette infatti e denuncia la perdita di una sensibilità. Così, se c’è bisogno di una festa della mamma, del papà, del nonno è proprio perché queste figure hanno perso identità e peso nella nostra vita, e diventa necessario ricordare per decreto che esistono. Se si celebra il giorno degli innamorati è perché abbiamo dimenticato, sempre che l’abbiamo mai saputo, cos’è il vero amore. Insomma, la liturgia e la polluzione delle ricorrenze sono un segno, anche al netto di tutto il carrozzone commerciale che c’è alle spalle e che costituisce il vero motivo della ridicola corsa ad incorniciare e infiocchettare tutto. Oggi lo sono per quanto concerne lo stato e l’uso della memoria storica, e arrivano dalle nostre parti ad assumere caratteri grotteschi, dal momento che la famigerata par condicio impone di inserire a calendario giornate del ricordo, del rimpianto, della rimembranza o di che altro, col risultato, tutt’altro che involontario, di fare mucchio e rimandare tutto nell’oblio.

È evidente che il giorno della memoria non mi piace. Non mi piaceva dieci anni fa, quando è stato istituito, per le ragioni che ho detto, mi piace ancora meno oggi perché ha innescato un sacco di derive. Intanto ha dato luogo ad uno sfruttamento mediatico vergognoso. Pur non essendo un videodipendente, tutti gli anni, all’approssimarsi del ventisette gennaio, cado in depressione all’idea che per una settimana almeno non potrò scegliere che tra Schindler’s List e La vita è bella (essendo pieno inverno non ho nemmeno l’alternativa di uscire a farmi un giro). La depressione non è frutto di astinenza da video, ma dell’effetto di saturazione, o almeno di sazietà, che questo pompaggio esasperato ha indotto, e del conseguente ipocrita rilassamento delle coscienze. Quasi a dire: abbiamo già fatto tutto quel che si doveva, abbiamo sentito tutte le messe. Non mi piace poi perché induce a focalizzare l’attenzione su un solo frammento di memoria, per naturale evidenza, senz’altro, ma anche per negligenza o per ignoranza, quando non per calcolo o per cinismo.

Questo fastidio naturalmente non ha nulla a che fare col negazionismo (mi sembra quasi ridicolo sottolinearlo, ma l’interpretazione maligna è sempre in agguato – e ci rimane comunque, a dispetto delle precisazioni). Nasce, al contrario, dal rifiuto di ridurre tutto ad una liturgia, a lavarsi la coscienza con la cerimonia, i discorsetti, le testimonianze dei reduci, fino a quando ne rimarrà qualcuno. L’alternativa è l’oblio, mi si obietterà; può darsi, ma l’oblio almeno suscita e giustifica l’indignazione, la volontà di combatterlo; mentre la celebrazione rituale, con l’ostensione delle reliquie dell’orrore conservate sotto vetro, non fa che accrescere la distanza nei confronti di qualcosa che invece ci concerne profondamente, sia come vittime che come carnefici potenziali. Qualche minuto di cerimoniale compunzione per i ricordi strazianti e i vani appelli dei sopravvissuti, un attimo di commozione davanti alla sequenza particolarmente struggente di un film (ma anche qui, dopo la seconda volta la sequenza diventa banale, diventa solo film) bastano a pacificare la nostra coscienza. Soprattutto perché ci consentono di restarcene all’esterno, e di pensare che la colpa, alla fin fine, riguardi sempre e solo gli altri.

Per questo voglio celebrare la giornata a modo mio. Non sciorinando cifre, non elencando i campi di concentramento e quelli di sterminio, non recitando i nomi delle vittime, ma ponendomi alcune semplici domande e proponendo possibili risposte. Non vuole essere una provocazione, non mi illudo che si possa più provocare chicchessia su qualsivoglia tema: sono solo spunti per una corretta manutenzione della memoria.

a) Non solo ebrei. Il giorno della memoria cade nell’anniversario della liberazione degli ultimi sopravvissuti nel campo di Auschwitz. È stato istituito quindi in relazione ad un evento ben preciso, anche se da subito, malgrado qualche resistenza degli ambienti ebraici (in qualche modo giustificata, visto che sono stati proprio gli ebrei, a partire dal processo Eichman, a ridare parola e dignità alle vittime) è stato interpretato come l’occasione per far tornare alla luce, o per far emergere per la prima volta, altri episodi altrettanto vergognosi. L’occasione è stata almeno in parte sfruttata, soprattutto per la concomitanza con i saldi storici di fine millennio, che hanno portato alla proliferazione di studi, ricerche, raccolte documentarie relative agli orrori del ventesimo secolo. Molto di ciò che era rimasto ben chiuso negli armadi della vergogna sparsi in tutto il mondo è venuto fuori.

Molto, ma non tutto, e non sempre in maniera definitiva. Mentre per i crimini nazisti infatti il campo è in qualche modo sgombro, in quanto da parte tedesca c’era stata almeno ufficialmente un’assunzione di responsabilità, e dal canto loro le vittime (o meglio, i loro eredi più o meno prossimi) dispongono di un notevole potenziale di pressione culturale, per altre situazioni la cosa si presenta più delicata. Si prenda ad esempio il caso dello sterminio degli Armeni (ma varrebbe allo stesso modo per un sacco di altre popolazioni, da quelle caucasiche a quelle dell’Asia centrale o del sudest, dall’Africa centro-meridionale all’America Latina). Dopo che è stato accertato, documentato, conclamato il massacro di almeno un milione e mezzo di persone si continua a dibattere sulla definizione da utilizzarsi: si può parlare di genocidio o no? Non è un problema meramente lessicale: a seconda di come si risolva l’assurda diatriba terminologica cambia il peso specifico delle vittime al cospetto della giustizia sovranazionale: e quindi anche la quota di ricordo spettante. Non sto dicendo che alla memoria della Shoah sia riservato un canale preferenziale, e che sull’appropriazione indebita di questa memoria sia stata costruita una sorta di impunità dello stato israeliano, come affermano, oltre che i revisionisti, anche alcuni storici ebrei: il canale c’è perché gli ebrei se lo sono scavato con le unghie, e va salvaguardato da ogni tentativo di insabbiamento. Piuttosto sarebbe necessario scavarne altri, per tutti coloro di cui non sono rimaste nemmeno le unghie, e la cui memoria è rimossa con fastidio, perché disturba la domesticazione dei carnefici e il loro ingresso nel consesso politico e soprattutto nel mercato globale.

Certo, qui si rischia di infilarci in un pozzo senza fondo: perché a voler scavare ce n’è per tutti, e andando un po’ in profondità la storia si rivela una tabella di massacri, con rovesciamenti continui di parte. Il problema non è dunque quello di mandare tutti alla sbarra, perché la gabbia degli imputati sarebbe sempre troppo stretta, quanto di pretendere almeno che tutti assumano le proprie responsabilità. E dal momento che questo non avviene, perché la Cina non ci pensa nemmeno ad ammettere di aver sterminato due milioni di tibetani, e la Turchia nega l’eccidio armeno, e Francia e Belgio fingono di non sapere nulla della campagna d’odio che ha portato al massacro dei Tutsi, e così fanno tutti gli altri, questo ha da essere il compito della memoria: non lasciare che la voce di alcuna vittima sia soffocata da palate di terra, e fare sì che ogni carnefice debba guardare negli occhi il suo prossimo e i suoi figli sapendo che sanno.

b) Siamo “brava gente”? Partiamo proprio da noi. Il concorde apprezzamento per l’istituzione del giorno della memoria nel nostro paese e l’eccesso di zelo col quale viene celebrato non sono sintomi di una sensibilità particolarmente acuta. Sono al contrario l’ennesima dimostrazione della nostra ipocrisia. Ci va bene ricordare gli orrori, perché ci siamo persuasi che si tratti sempre degli orrori degli altri. In fondo parliamo di crimini del nazismo, del comunismo, dell’integralismo, del nazionalismo, dell’antisemitismo, del razzismo interetnico, come di cose che non ci sfiorano. Noi siamo quelli che durante la campagna di Russia invece di bruciare le isbe con tutti i disgraziati che le abitavano dividevamo il pane e i cappotti con i poveri invasi. Solidarizziamo con le vittime perché ci sentiamo noi stessi vittime per vocazione, tanto da avere istituito una giornata per ricordare gli orrori delle foibe. Che ci sono stati, per carità, e non debbono essere dimenticati: ma nemmeno debbono servire ad alimentare la nostra falsa coscienza di innocenti perseguitati. La realtà è un po’ diversa, e forse meriterebbe l’istituzione di un particolare giorno della vergogna, a ricordo dei crimini commessi dal nostro popolo, o comunque dai nostri politici e dalle nostre truppe. Sarebbe sufficiente in proposito ricordare che nei primi anni trenta nel parlamento inglese il comportamento delle autorità italiane veniva citato come esempio di una perfetta conduzione della politica coloniale. Avevamo appena impiccato l’ultimo rappresentante della resistenza libica, l’ultrasettantenne Umar al-Muktar, e nessuno ne aveva saputo niente e tantomeno aveva denunciato o deprecato il fatto; mentre gli inglesi avevano a che fare con un Gandhi che veniva ricevuto in tutto il mondo, dal papa, dai capi di governo, ecc, ed ogni episodio di massacri, di torture o che altro veniva evidenziato e stigmatizzato dalla stampa britannica. Oppure rimarcare come nessun libro di storia per le scuole superiori ancora oggi riporti che dopo l’attentato al maresciallo Graziani ad Addis Abeba, nel 1936, vennero fucilati per rappresaglia e fatti sparire nel deserto quattromila giovani etiopi tra i sedici e i venticinque anni. O ancora, che all’inizio della seconda guerra mondiale una intera etnia che abitava l’area nord orientale della Libia venne spostata, per motivi di sicurezza strategica, nella zona sudoccidentale, vale a dire in pieno deserto del Sahara, col risultato che dopo tre anni una popolazione di oltre duecentomila persone era ridotta a poco più di cinquantamila. Per non parlare poi di quanto avvenuto nel corso dell’occupazione congiunta con i nazisti della Jugoslavia, per il dettaglio della quale si può fare riferimento ad esempio allo studio di Gianni Oliva Si uccide troppo poco. Altro che giorno del ricordo.

c) Siamo razzisti? Lo stesso vale per il razzismo in generale e per l’antisemitismo in particolare. Per quanto concerne il razzismo la posizione italiana doveva essere per forza di cose diversa, ad esempio, da quella tedesca. Hitler poteva pensare nel suo delirio di “ridare purezza” alla “razza ariana”, Mussolini era ben consapevole che non esisteva nessuna razza italiana, anche ammettendo i criteri razzistici dell’epoca, e che al più avrebbe potuto aspirare a creare un “popolo” italiano. E tuttavia non dobbiamo dimenticare che riviste come La difesa della razza ed altre simili circolavano ed erano finanziate dal regime molto prima dell’alleanza con Hitler, e che il manifesto della razza era stato preparato da una campagna incessante mossa da personaggi come Telesio Interlenghi o Giovanni Preziosi dall’inizio degli anni venti. È vero che del primo governo Mussolini facevano parte anche sottosegretari ebrei, ma in quello stesso periodo in Germania un ebreo era addirittura capo del governo. Dietro le spinte espansionistiche verso l’Africa c’era poi tutta una propaganda intrisa di un raffazzonato sentire razzistico, che trovava una tanto più facile esca nell’animo di gente, coloni e militari, abituata da sempre a subire soprusi e disprezzo, e che non vedeva l’ora di rivalersi prevaricando a sua volta, al riparo del viatico della superiorità razziale. Quanto questo razzismo fosse meschino lo testimoniano da un lato le farneticazioni dei teorici, comprese quelle dei “raffinati” (tipo Julius Evola) che non nascondevano un po’ di puzza al naso nei confronti degli aspetti più beceri del fascismo, e che dovevano arrampicarsi sugli specchi per negare il crogiolo etnico italiano, dall’altro gli strumenti più diffusi di creazione (ma anche di espressione) del consenso popolare, dalle canzoni alle vignette “satiriche”, dal “Corriere dei Piccoli” alle riviste per bottega del barbiere. Ma c’è qualcosa di più profondo, che non può essere liquidato con l’infatuazione passiva e gregaria (questa sì tipica del nostro popolo) dell’epoca fascista. Questo modo di sentire ci appartiene già nell’Ottocento, da prima che diventassimo almeno formalmente una nazione e almeno a parole nazionalisti. Lo troviamo in Manzoni e nel suo concetto di “stirpe”, in Carducci difensore della purezza ariana greco-latina, nei positivisti come Lombroso, persino nei più illuminati teorici della sinistra “darwiniana” (Labriola contro la torbidezza semita di Marx, per la trasparenza aria di Engels), o in intellettuali “contro” come Giovanni Papini; per non parlare poi dell’area cattolica (l’antisemitismo feroce della “Civiltà Cattolica” e della “Rivista Internazionale” di Toniolo, quello di Agostino Gemelli, ecc.). Non siamo mai stati immuni dal virus, neppure quando, al contrario di nazioni come la Francia e l’Inghilterra, non avevamo “razze” diverse con le quali confrontarci.

Quanto al “ceppo” cui il virus appartiene (razzismo vero e proprio, xenofobia, intolleranza, ecc) il discorso si complica, e non è questa la sede per un’analisi più approfondita: sta di fatto che i batteri allignano, si trasformano e si rafforzano, pronti a diffondersi al minimo spiffero. Dobbiamo fare molta attenzione alle finestre.

d) Le radici profonde dell’antisemitismo. George Steiner, uno studioso ebreo, molto più “studioso” che ebreo, ma comunque molto “ebreo” nella schiettezza e nella lucidità di approccio ai problemi, propone una interpretazione delle radici profonde dell’antisemitismo che mi sembra assolutamente esaustiva, ancorché scioccante. Partendo da un’affermazione di Hitler, che scriveva che “la coscienza è una invenzione ebraica”, Steiner ne dimostra la sostanziale veridicità. L’origine della “coscienza”, intesa come senso di responsabilità rispetto al proprio operato, e in particolare di una responsabilità individuale, è connessa all’introduzione del monoteismo, il vero essenziale portato della cultura ebraica.

Perché però il nemico è l’ebreo, e non anche il cristiano? Perché il primo ha mantenuto integrale il suo monoteismo, mentre gli altri, i cristiani soprattutto, lo hanno addolcito (e infatti la reazione protestante, che è insieme un passo in avanti, verso l’individualizzazione della responsabilità, e uno indietro, verso l’integralismo originario, cerca di eliminare tutte le incrostazioni del neo-politeismo rappresentate da santi e madonne, ovvero proprio da ciò che il cattolicesimo ha introdotto per diminuire il peso della solitudine del monoteismo).

In sostanza, secondo Steiner tutto il Vecchio Testamento è la storia di ritorni indietro (al politeismo primordiale) e di tentativi di rompere il soffocamento monoteistico. L’epoca cristiana ha inizio quando san Paolo risolve la situazione lasciando spazio ad altre figure (la trinità, lo Spirito Santo, ecc…). Il distacco definitivo avviene appunto con la proliferazione delle figure di contorno (madonne e santi, appunto), ma anche con la possibilità di raffigurare Dio, di concretizzarlo e in qualche modo di limitarlo.

Nell’ebraismo non c’è nulla di tutto ciò. Non è solo questione del divieto di riprodurre Dio in immagine. Qui si parla di non poter nemmeno immaginare Dio, nemmeno pronunciarne il nome. Per l’ebraismo Dio è Assenza. E questo, secondo Steiner, ci priva della libertà: quella libertà di spirito, quella pluralità creatrice che è invece insita nel politeismo (come affermava Nietzche e ribadisce oggi Marc Augé). Ma non dovrebbe essere l’opposto, visto che la libertà è fondata su una reale possibilità di scelta, e sull’assunzione di responsabilità personale nel compiere questa scelta? No, dice Steiner, perché il Dio unico continua ad essere l’ideale modello di riferimento, ma costituisce un ideale inaccessibile. Questo è lo scandalo. Non rappresentare Dio significa non porgli limiti, significa tenere la meta fuori portata. Dio è dunque un ideale inarrivabile, per avvicinarsi al quale occorre rinunciare a tutto, soffocare tutti gli istinti, fare “pelle nuova”. E questo è un imperativo terribile: richiede amore disinteressato, carità, oblio di sé, ecc…“Se chiedi all’uomo più di quanto egli sia, gli metti davanti agli occhi stremati un’immagine di altruismo, compassione, abnegazione che solo un pazzo o un santo possono toccare, l’hai bell’e legato alla ruota della tortura. Fin quando non gli scoppia l’anima. Con il decalogo di Mosè, il discorso della montagna di Gesù e le istanze di giustizia sociale di Marx … tre volte l’ebreo ci ha imposto il ricatto della trascendenza” (George Steiner, Dans le chateau de Barbe-Bleue, Editions du Seuil, Paris 1973). In realtà il bacillo della perfezione è insostenibile per l’uomo (e questo spiega perché chi mira alla santità sia così disumano, così intollerante. Ha distolto gli occhi da ciò che è l’uomo, e vede tutto attraverso il filtro del modello divino. È quanto succede ai grandi riformatori: non vedono più l’uomo, ma il modello perfetto e inaccessibile di umanità, e quindi sono disumani).

Quindi, secondo Steiner, monoteismo del Sinai, cristianità primitiva (pre-paolina), messianismo apocalittico e socialista (il che conferma vera l’equazione ebraismo uguale socialismo applicata dai reazionari dell’ultimo secolo) sono le tre tappe solidali attraverso le quali la coscienza occidentale ha dovuto passare per il capriccio della trascendenza. Questo spiega perché il rancore contro il Dio unico si sia concretizzato nel tempo in rancore contro gli Ebrei, coloro che lo hanno inventato.

Ne “la coscienza è un’invenzione ebraica” c’è tutto questo. In effetti, Hitler dice chiaro quello che gli altri cercano di nascondere o di celare sotto giri di parole. Quello che si vuole soffocare, quello che fa paura, è la coscienza (forse per questo Freud, in Mosé e il monoteismo, attribuisce l’“invenzione” di quest’ultimo ad un egiziano? Per stornare l’odio?).

Steiner arriva anche ad aggiungere che un popolo che da sempre si è proclamato l’eletto da Dio non ha fatto molto per rendersi simpatico. È indubbio, ma non mi sembra così determinante. In realtà quasi tutti i popoli hanno la tendenza a sentirsi in qualche modo eletti e superiori. Magari gli ebrei hanno avuto il merito o la colpa di mantenere salda questa convinzione a dispetto di tutte le batoste subite: il che è semmai segno di un’incredibile testardaggine, ma anche di una non comune coerenza. Credo piuttosto che il problema sia un altro, più strettamente connesso a quanto dicevo sopra: l’autocoscienza ebraica derivante dal monoteismo è decisamente alienante e lacerante, e fa dell’ebreo un eterno estraneo, errante non solo a causa della diaspora, ma in quanto straniero ad ogni terra. L’ebreo è costantemente in asincrono con la storia, un passo più avanti o più in là: invece che viverla, sembra commentarla a margine: e questo lo rende estremamente visibile, e sospetto di non esserne coinvolto, ma di dirigerla segretamente: anche perché alla fine sopravvive ad ogni ondata, mantenendo intatta la sua differenza.

Ciò significa che le motivazioni di carattere sociale, economico o religioso dalle quali si è sempre fatto discendere l’antisemitismo non sono affatto sufficienti a spiegarne la persistenza laddove, ad esempio nella Polonia odierna, non c’è più traccia non solo di una qualche rilevanza economica ebraica, ma nemmeno di una presenza minima, e presso generazioni che con gli ebrei non hanno mai avuto a che fare. Non solo: questo tipo di spiegazioni finisce per essere persino “giustificatorio”, proprio perché legge il fenomeno solo a partire dai suoi esiti, adottando di volta in volta le categorie interpretative che più si attagliano alle diverse e specifiche manifestazioni (se si parla di antisemitismo nell’età imperiale, la categoria sarà quella religiosa; per il medioevo sarà religiosa ed economica; per l’ottocento sarà solo economica; per la sinistra sarà politica, per la destra economica, e così via). In sostanza, il problema dell’antisemitismo è affrontato cogliendone gli sviluppi e le manifestazioni diversificate, anziché cercandone la radice: e la radice è quella di un rifiuto intrinseco all’esistenza degli ebrei per quel che rappresentano, piuttosto che per quello che si teme o si crede facciano: in tal senso, il comportamento nazista, e la motivazione che i nazisti stessi ne danno, è quello più conseguente.

Mi rendo conto di fare un discorso delicato e pericoloso, che si presta ad interpretazioni e derive equivoche (lo stesso Steiner è stato accusato di essere affetto dall’odio di sé ebraico). Ma credo che quando si vuole equivocare si riesca a farlo anche con la fiaba dei tre porcellini, e che la responsabilità dell’equivoco non sia di chi parla, ma di chi interpreta male. Per me, io viaggio tranquillo; non solo non c’è alla base del mio ragionamento (e naturalmente di quello di Steiner) alcuna pregiudiziale antisemita, ma c’è semmai un pregiudiziale riconoscimento (e nel mio caso anche una sorta di invidia) dell’eccezionalità dell’esperienza ebraica.

Il singhiozzo dell’uomo bianco. Una falsa coscienza particolarmente ipocrita, che maschera una presunzione di superiorità, ci porta ad addossare direttamente o indirettamente all’occidente ogni sorta di nefandezza della quale l’umanità si è macchiata negli ultimi sei secoli, dimenticando o fingendo di non sapere che i massacri, le pulizie etniche, i genocidi, la schiavitù hanno fatto parte da sempre del corredo storico. È un atteggiamento diffusosi a livello di sentire allargato (che non significa comune: la stragrande maggioranza degli occidentali continua a pensare in termini di differenza tra barbarie e civiltà) solo negli ultimi sessant’anni, come corollario della decolonizzazione e del terzomondismo.

Le denunce dei soprusi e dei massacri perpetrati dagli occidentali in realtà c’erano sempre state, anche all’epoca delle conquiste e delle dominazioni coloniali: da Las Casas a Multatuli, passando per gli abolizionisti e fino a Mark Twain ed Orwell, l’elenco di coloro che hanno cercato di scuotere le coscienze europee o anglo-americane è lunghissimo: ma si trattava sempre di voci minoritarie o addirittura isolate. Nella versione del tardo Novecento però, la denuncia ha preso quasi la piega di un vezzo e suona come rivendicazione di una facile penitenza assolutoria, un po’ come il giorno della memoria. Siamo stati cattivi, ma ora abbiamo capito, e lo dimostra il fatto che ci battiamo il petto e assumiamo su di noi tutti i peccati: salvo poi provare qualche disagio nei confronti delle ex vittime sia quando vengono a bussare alle nostre porte, sia quando assumono comportamenti simili a quelli che venivano imputati all’Occidente.

In realtà, attribuendo il male ad un difetto intrinseco ai modelli politici ed economici occidentali si rifiuta l’esistenza di una componente negativa, aggressiva e crudele nella natura umana. In fondo, si pensa, sanate certe storture della storia si potrebbe arrivare alla società perfetta, che è sempre stato, questo si, un pallino dell’Occidente (ciò che ci rimanda allo “scandalo” di Steiner). Si rifiuta quindi la coscienza della nostra animalità perché questa sembrerebbe mandare a carte quaranta ogni nostro progetto di palingenesi, e indurrebbe un atteggiamento di resa.

La coscienza della naturalità dei nostri comportamenti è invece tutt’altro che una resa; è piuttosto il modo corretto per cercare di capire quanto ci sia di biologico e quanto di storico nella nostra competitività, nella crudeltà, nella violenza, nel male; per rimuovere ciò che in tal senso è storicamente indotto e arginare ciò che è dettato dalla natura, mirando molto modestamente ad una società più consapevole e meno violenta. È un traguardo concreto, ma per raggiungerlo non bastano e non servono le giornate della memoria. Ci vuole ben altro.

In primo luogo occorre rimuovere tutta una serie di atteggiamenti come quello appena descritto. Date e dati, tuonava un mio insegnante: e capacità di disporli correttamente in riga, lungo gli assi del tempo e dello spazio. Il risultato, se non sei stupido, arriva da solo. Pensiamo invece agli usi strumentali che della memoria, di una memoria settoriale e partigiana, vengono fatti ad ogni nuova “rilettura” storica: ci sono esempi clamorosi, come quelli relativi ai numeri della tratta occidentale degli schiavi (la stima dei deportati dall’Africa varia da nove a novanta milioni, a seconda delle scuole di pensiero), o a quelli delle vittime della conquista (anche qui, da dieci a ottanta milioni) o dello stalinismo (da venti a ottanta milioni). È chiaramente difficile determinare queste cifre, ma non possono nemmeno essere accettate come “espressione di diverse posizioni all’interno del dibattito”. Certo, quando vengono utilizzati nella storia i numeri non stanno ad indicare quantità astratte o inerti, ma insiemi di individui, combinazioni di vicende, potenzialità attuate o negate: e tuttavia, per la correttezza della lettura, è necessario che mantengano le loro proprietà. Vanno usati con cautela, perché a seconda della posizione nella quale li si colloca danno risultati diversi. Se si mette nel conto proprio tutto, compresi i non nati per prematura dipartita dei potenziali genitori, la guerra dei Cento Anni ha fatto più morti della seconda guerra mondiale, su una popolazione europea pari ad un decimo, perché nel frattempo sono ci sono state anche tre successive tornate di peste nera!

In secondo luogo è necessario promuovere già a livello scolastico una ben diversa cultura naturalistica. Abbiamo presente come viene proposto l’evoluzionismo nelle nostre scuole? Quando va bene, a comparti stagni: cellula e DNA in biologia, ramaphitecus ed erectus in storia, e solo nell’anno iniziale di ciascun ciclo, darwinismo sociale in filosofia. Col risultato che sembriamo tutti ragionare come la moglie del vescovo Wilbeforce: “Anche ammettendo, per ipotesi, che si discenda dalle scimmie, non è certo il caso di andarlo a raccontare in giro!”

In terzo luogo, e mi ripeto, vanno riequilibrate e intersecate le nozioni di storia naturale e storia culturale. Proprio in conseguenza dell’atteggiamento cui accennavo sopra siamo portati a tracciare delle cesure nette tra il nostro essere animale e il nostro “divenire” culturale. Marx riassume perfettamente le risultanze di duemila e passa anni di speculazione filosofica quando afferma che a un certo punto finisce la storia naturale e inizia quella umana: come se la seconda non fosse parte della prima – e una parte infinitesimale. Qualcuno ci ha anche provato, Kropotkin ad esempio, a leggere nell’una solo la prosecuzione velocizzata dell’altra: ma ha finito comunque per considerare gli esiti della storia come uno stravolgimento, una degenerazione rispetto al corso e alle potenzialità naturali, quasi alla maniera di Rousseau. In questo modo si sfugge alla padella hegeliana e marxiana della necessità storica (le “magnifiche sorti e progressive” irrise da Leopardi), ma si rischia di cascare sulle braci di un determinismo positivo e positivista (la naturale socialità e il congenito altruismo dell’uomo): e, in definitiva, per sacrificare alla speranza in una futura società perfetta la coscienza dell’imprescindibilità dall’appartenenza e dalla eredità biologica. Negli ultimi trent’anni si è rigettato quasi tutto del pensiero marxiano e il mito del progresso, individuale o collettivo, scientifico, etico o sociale che fosse, si è squagliato come neve al sole: ma su questo punto, malgrado Darwin, continuiamo a ragionare come venti secoli fa.

Ciò cui volevo arrivare è che solo una memoria filtrata e depurata delle interpretazioni pregiudiziali e contingenti può entrare sottopelle, girare in circuito col sangue durante trecentosessantacinque giorni l’anno. Essa diventa allora coscienza quotidianamente vissuta del fatto che quanto è accaduto può ancora accadere e sta anzi già accadendo, che non siamo affatto immunizzati, vaccinati dal mare di sangue e dalle tempeste di orrore che hanno segnato la nostra storia. Che questo non significa accettare come ineluttabile il male, ma anzi, ci impegna a batterci con le armi di cui siamo naturalmente e culturalmente dotati per combatterlo. E che non è questione di occidentali, anche se naturalmente gli occidentali devono iniziare facendo i conti con se stessi, ma di uomini.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨