Archivi tag: immigrato

Santa Limbania, proteggici tu

di Fabrizio Rinaldi, 24 novembre 2018, da sguardistorti 05 – 2018 Natale

La leggenda narra di una fanciulla residente nell’isola di Cipro verso la fine del dodicesimo secolo, di nome Limbania, destinata dai genitori in sposa ad un signore locale ma determinata invece a farsi monaca. La ribelle, ferma nel suo intento di donarsi a dio, chiese aiuto ad un navigante genovese in procinto di tornare in patria. Inizialmente l’uomo accettò, ma poi cambiò idea, o se ne dimenticò, e prese il mare senza la poveretta. Appena al largo la nave si fermò: nonostante ci fosse vento non proseguiva, rimaneva ferma nella risacca. Il timoniere non poté far altro che invertire la rotta, e l’imbarcazione improvvisamente tornò a muoversi, spinta da un forte vento in poppa, verso il porto da cui era partita. Lì il nocchiero trovò, attorniata da molti animali selvatici, la giovane in lacrime, che non cessava di supplicarlo di portarla via da lì. Alla fine il navigante, un po’ intimorito da tutti questi strani fenomeni, accettò di imbarcarla.

La narrazione non dice nulla del tormentato viaggio in ispirito e in carne vissuto dai rudi marinai, che dovevano condividere gli angusti spazi dello scafo con una fanciulla bella e illibata. Racconta invece di una navigazione tranquilla, almeno sino a quando, mentre già si intravvedevano i monti che fanno corona alla città ligure, la nave s’imbatté in una tempesta con onde altissime e venti che strappavano le vele, come se il mare la respingesse. Spinto dai marosi, il battello si avvicinò pericolosamente agli scogli di San Tommaso, sede di un monastero femminile benedettino, e a quel punto Limbania manifestò il desiderio di sbarcare per raggiungere le future consorelle. Miracolosamente il mare si acquietò, venne sbarcato il “prezioso” carico e la nave poté finalmente dirigersi verso un attracco sicuro.

A Cipro rimase un padre furibondo, il quale scagliò in mare la campana di casa comandandole di raggiungere la sciagurata figlia che aveva preferito votarsi a dio piuttosto che ad uno sposo e rinunciato a una cospicua – presumo – dote. La campana, “galleggiando” miracolosamente sul mare, raggiunse proprio la spiaggia vicina al monastero in cui s’era rinchiusa Limbania. Da allora venne usata durante le tempeste per calmare le acque e come richiamo per i naufraghi.

Alla novizia venne concessa una cosa oggi insolita, ma a quel tempo comune nella tradizione cristiana d’oriente: ritirarsi in una cavità sotto il monastero dove vivere nel digiuno e nella penitenza, procurandosi ferite con gli aculei di un attrezzo per cardare il lino, e dedicandosi ai naviganti e ai viandanti del vicino porto. Quando morì era già venerata come santa e le venivano attribuiti molti miracoli.

Visto che la natura ligure impone d’esser parchi in tutto e, in questo caso, esperti nella moltiplicazione non di pesci, ma di macabre reliquie, i devoti fecero a pezzi il cadavere della Santa in modo da distribuire in più luoghi le spoglie da venerare: ma, soprattutto, per poterci lucrare sopra. In particolare le monache ebbero una trovata che oggi definiremmo “dark”: esposero la sua testa alla venerazione dei fedeli, i quali intercedevano per trarne giovamento alle emicranie.

Così come la santa cipriota aveva viaggiato per mari ostili, il suo culto marciò a dorso di mulo lungo le impervie vie del sale, connettendo, anche nella devozione, il territorio ligure con le pianure alessandrine. Libania divenne la protettrice di mulattieri, carrettieri, immigrati e, in generale, dei viaggiatori per mare e per terra.

Fino a pochi decenni fa si svolgevano veri e propri pellegrinaggi di devoti di Santa Limbania che da Genova Voltri arrivavano fino alla piccola chiesa di Roccagrimalda (AL), a strapiombo sulla vallata dell’Orba, tra Ovada e Silvano d’Orba. Raffigurazioni della Santa si trovano anche a Castelletto d’Orba, Montaldeo, Lerma e a Gavi, tappe obbligate per coloro che si inerpicavano lungo le vie che, attraversando Marcarolo, arrivano al mare.

Abbiamo quindi una ragazzina che s’è dimostrata una sciagura per la famiglia e una calamità per i compagni del viaggio in mare, ma che ha affrontato le peggiori condizioni (la tempesta e il fragile scafo – oggi si direbbe un barcone) per poter emigrare verso un territorio che era lontanissimo tanto quanto appare irraggiungibile ai suoi emuli di oggi – magari non in santità, ma sicuramente nel proposito di cambiare lo stile di vita (o meglio, di non vita).

Limbania in pratica era un’immigrata clandestina che venne accolta in territorio italiano. Chissà se anche all’epoca c’erano dei Salvini a tuonare contro i forestieri che attentavano il nostro stato sociale e la nostra cultura, contro le fantomatiche organizzazioni non governative ante litteram che aiutavano (magari controvoglia, ma lo facevano) chi voleva scappare da un mondo peggiore, e contro quei cittadini che, invece di respingere gli immigrati, davano loro rifugio. Se c’erano devono aver goduto di poco seguito, poiché per secoli abbiamo accolto, sia pure con mugugni vari, coloro che arrivavano da lontano, e col tempo abbiamo saputo contaminarci reciprocamente per diventare un po’ migliori.

L’innocente fanciulla cipriota s’affidò alla protezione del suo dio per essere protetta durante il viaggio con sconosciuti scafisti che avrebbero potuto attentare alla sua illibatezza. Anche oggi tanti sventurati affidano magari ad un dio differente, ma ugualmente chiamato a proteggerli da loschi traghettatori, la cosa più sacra che hanno: la loro vita e, soprattutto, quella dei figli.

Limbania comunque alla fine del suo peregrinare trovò una comunità che seppe accoglierla, accettando anche le sue ovvie diversità culturali. Oggi stiamo vivendo invece un periodo nel quale il paradigma dell’accoglienza verso gli altri è radicalmente cambiato. Cresce sempre più il rifiuto di chi è diverso da noi e di chi lo aiuta.

L’esempio più recente è la campagna denigratoria apparsa sui social nei confronti della ragazza italiana rapita mentre in Kenya prestava il suo aiuto da volontaria. Il commento più diffuso in rete è: “cosa è andata a fare là, poteva fare le stesse cose qui, dove c’è tanto bisogno”! Ulteriore dimostrazione dello scollamento tra il diffuso sentire di una comunità stanziale (spesso claustrofobica) e il naturale bisogno di ogni viandante di ricevere ospitalità e accettazione.

L’assordante silenzio del ministro degli interni avvalora queste ingiurie, soprattutto perché arriva da chi è sempre pronto a starnazzare e ad alimentare l’odio quando degli idioti, rigorosamente stranieri, perpetrano qualche atto di violenza nei confronti dei nostri connazionali. Salvini ha sempre affermato che gli immigrati vanno aiutati a casa loro, ma quando qualcuno prova a farlo guarda altrove.

Santa Limbania rappresenta bene la ferma volontà di affrontare qualsiasi avversità e pericolo quando un percorso possa portarti a realizzare il tuo sogno: ed è questo il fine ultimo di tutti i viaggiatori, di ogni epoca e di ogni etnia. Viene allora naturale invocarla proprio oggi, mentre tanti come lei sono costretti ad affidarsi ad altri per raggiungere quella meta.

Quindi, Santa Limbania, proteggici tu!

La solitudine del lupo nel circo di whatsapp

foto di Francesca Marucco

di Fabrizio Rinaldi, novembre 2017, da sguardistorti n. 01 – gennaio 2018

Recentemente sono stato testimone di una accesa discussione su whatsapp fra le madri delle compagne di scuola delle mie figlie. L’evento scatenante era l’uccisione di due cani da parte di fantomatici lupi avvistati vicino all’abitato di Cremolino, sull’appennino ligure-piemontese. A cascata sono arrivati messaggi di questo tenore: i lupi si avvicinano alle case, quindi sono pericolosi per i bambini, possono assalire chi cammina nei boschi, c’è chi li libera per predare caprioli e cinghiali (un tempo c’era chi lanciava le vipere dagli aerei, presumibilmente col paracadute) … e via così, in un crescendo di allarmi e scempiaggini.

Non sono un esperto di lupi, ma basta informarsi un po’ di più – su internet si trovano anche dei dati sensati … – per sapere che fino agli anni ’70 del Novecento il predatore era confinato nell’Appennino del centro Italia e ridotto a pochissimi esemplari; poi – grazie a leggi di tutela e all’abbandono delle campagne e delle montagne – ha lentamente riconquistato il suo antico areale, arrivando fino alle Alpi Marittime e alla Valle d’Aosta. Quindi nei nostri boschi e nelle nostre montagne, da alcuni anni, transitano effettivamente alcuni esemplari in dispersione, cioè animali “solitari” che lasciano il branco per cercare nuovi territori. E cosa fa questa bestia nel suo peregrinare? Fa ciò che la sua natura le comanda: caccia per nutrirsi e uccide per espandere la sua zona. È dunque possibile che i poveri cani sbranati abbiano davvero avuto la sfortuna di incontrare dei lupi, e in tal caso ovviamente spiace per loro. Quello che fa specie, però, è la dimensione dell’allarme per un episodio poco certo, quando i rischi reali non suscitano invece alcuna preoccupazione.

Pochi anni fa’ un branco semiselvatico di cani tenuti in cattività in condizioni ignobili e per questo costantemente in fuga, ha fatto strage dei conspecifici e ha creato problemi anche agli umani a pochi chilometri di qui, nella zona di Lerma. Ci sono voluti anni di proteste e segnalazioni prima che le autorità intervenissero: ma non è nato alcun dibattito sul web e le madri dormivano sonni tranquilli.

Esattamente come avviene a livello nazionale: il rapporto numerico tra lupi e cani inselvatichiti nel nostro paese è all’incirca di uno a tremila. Non si registra un attacco di un lupo, non solo in Italia ma in tutta l’Europa, da almeno un secolo, mentre solo da noi le ultime due vittime di un branco inselvatichito risalgono a non più di cinque anni fa. Stiamo parlando di un fenomeno che riguarda centinaia di migliaia di animali, e di animali che a differenza del lupo non hanno alcuna soggezione dell’uomo, e invadono tranquillamente non più solo le zone boschive degli Appennini, ma le periferie e ora anche i centri delle città. Per tacere poi di un problema enormemente più diffuso, quello delle aggressioni, soprattutto a bambini, da parte di cani domestici selezionati per la ferocia e l’aggressività, talmente più frequenti da non meritare più nemmeno le prime pagine dei giornali o la segnalazione nei notiziari televisivi. Provate però a cercare nell’agenda parlamentare la richiesta di messa al bando di certe razza canine, o un qualche dibattito sui social.

Come si spiega? Al solito, col vecchio “dagli al lupo”. Trattandosi di un modo di dire molto antico, dobbiamo supporre che il vizio di scaricare ogni nefandezza su un colpevole designato fosse già diffuso quando almeno una qualche ragione per temere i lupi ancora c’era. È qualcosa di radicato, come l’antisemitismo in Polonia, dove di ebrei non ce ne sono proprio più, per le ben note ragioni. Qualcosa di atavico, che risale ad epoche nelle quali la competizione tra le due specie era quasi paritaria. Di diverso c’è solo l’amplificazione sproposita creata dai nuovi “media”, che per loro natura si nutrono di allarmi falsi ed emergenze inventate, possibilmente esotiche, e alla quale dà alimento la molta ignoranza da parte della popolazione dei meccanismi naturali.

La ragione fondamentale di questa percezione distorta sta però nel fatto che i cani inselvatichiti sono in fondo un nostro rifiuto, nel senso più letterale del termine, e quindi li seppelliamo come tutte le altre nostre responsabilità sotto l’indifferenza, e le razze da combattimento sono il frutto di tutte le peggiori espressioni del carattere e della presunzione umani, un vistoso prolungamento della sua aggressività e una stupida affermazione di dominio: mentre il lupo è qualcosa che ancora sfugge (temo per poco) al nostro controllo.

Il mondo ha bisogno del sentimento di orizzonti inesplorati, dei misteri degli spazi selvaggi. Ha bisogno di un luogo dove i lupi compaiono al margine del bosco, non appena cala la sera, perché un ambiente capace di produrre un lupo è un ambiente sano, forte perfetto.

G. WEEDEN – da MARCUS PARISINI, L’anima degli animali, Edizioni Biblioteca dell’Immagine 2002

Un altro motivo è, più genericamente, l’incapacità di convivere, in questo caso da parte di chi sceglie di abitare le nostre colline (ma la cosa vale per ogni tipo di ambiente), con gli aspetti meno positivi e con le difficoltà logistiche che questa scelta comporta: tra i quali c’è anche la remota possibilità di tali incontri, così come c’è quella, assai meno improbabile, di impattare con l’auto contro caprioli o cinghiali, con relativi ingenti danni al mezzo. Che facciamo allora? Sterminio totale della fauna, anche di quella avicola che sporca i nostri poggioli, e magari sterilizzazione dell’aria per eliminare quei fastidiosissimi moscerini che imbrattano il parabrezza? E i ciclisti, e i pedoni che intralciano?

Certo, questi incontri, specie quelli col lupo, possono far emergere le paure connaturate nell’essere umano, causare danni a piccole economie (predazione di alcuni capi di greggi: là dove greggi o mandrie in libertà ancora ci sono, non certo da noi) o, come in questo caso, comportare attacchi ad altri animali a noi molto cari come i cani domestici, con inevitabili implicazioni emotive.

Ma, ripeto, per quanto riguarda gli attacchi all’uomo nell’ultimo secolo ne hanno sentito parlare solo i lettori di Jack London. E anche gli incontri per il momento sono molto più frequenti quelli col cane lupo cecoslovacco, che sempre più sovente capita di vedere al guinzaglio di qualche esemplare di Homo sapiens(?), aggirarsi spaventato e umiliato non nel bosco, ma in bella mostra fra i banchetti di qualche fiera di paese.

Uno spettacolo desolante: ci compiacciamo di aver addomesticato l’animale selvaggio per eccellenza e ci stupiamo e indigniamo quando l’esemplare originario manifesta la sua natura intrinseca.

Il lupo è il ribelle per eccellenza, fuorilegge e fuori tempo, perché rappresenta quello che non siamo più: la natura selvaggia, il coraggio di andare, l’emozione primordiale. La bestia ribelle abita terre ribelli.

ENRICO CAMANNI, Alpi ribelli, Laterza 2016

Proviamo invece un po’ a cambiare l’angolo prospettico. In primo luogo, il problema dei rapporti. Il lupo sarà anche selvatico e feroce, ma è tutt’altro che stupido: e quindi ha capito da un pezzo che l’uomo, appena possibile, è meglio evitarlo. La paura atavica ce l’ha anche lui, e nel suo caso è del tutto giustificata. Non è un caso che dalle nostre parti sino ad oggi li abbiano segnalati o avvistati di lontano, ma quasi mai incontrati faccia a faccia: se ne guardano bene.

Poi, aspetto non secondario e positivo, la presenza del lupo in un territorio certifica l’elevata biodiversità ambientale dello stesso. Proprio perché non è stupido, il lupo arriva solo quando ci sono sufficienti condizioni per garantirgli la sopravvivenza. Provvede poi lui stesso, sempre che non ci siano interferenze insensate da parte degli umani (cosa che è invece accaduta, ad esempio, con i cinghiali), a mantenere equilibrata questa presenza.

Se provassimo allora a vederlo come una possibile risorsa? Accertata la sua presenza, potrebbe essere interessante favorire un turismo di nicchia, ma di elevata qualità, tra chi ama mettersi alla ricerca delle sue tracce e anche solo respirare l’ambiente dove esso vive. Sarebbe un’offerta idonea ad accogliere il bisogno crescente di natura e di wilderness, rivolta a chi riesce ancora a pensare ad un bosco o ad un torrente come a qualcosa da non insozzare e segnare con la propria presenza.

Non è facile. Per molti abitanti di questi luoghi fare questo salto prospettico comporta il superamento di caratteristiche da tempo acquisite, antiche almeno quanto la paura del lupo, e di altre più recenti, ma non meno paralizzanti: la rassegnazione nell’agire, l’assenza di capacità visionarie, il sospetto che ci sia sempre un qualche retro pensiero negativo in chi prova a smuovere l’inerzia sulla quale galleggiamo, il timore di dover rinunciare alle ottuse “comodità” e alle apparenti “sicurezze” nelle quali ci ovattiamo.

Forse è chiedere troppo, ma sogno ancora che qualcuno voglia cercare il lupo che è in noi.

L’esempio del lupo è comunque solo uno dei tanti che rivelano quanto siamo facilmente preda di suggestioni reciproche, senza curarci di approfondire la veridicità di un episodio che ci è stato riferito o ha trovato spazio sui mezzi di comunicazione, in televisione o in rete. È questo ad essere veramente pericoloso: il totale disinteresse ad approfondire e a verificare la notizia.

Un altro esempio attualissimo è la paura nei confronti di chi non si conosce, verso chi arriva “da fuori”, che oggi ha le sembianze dell’immigrato.

[…] sono anche persuaso che il dicibile sia la quota di umanità che tutti abbiamo in comune, con sfumature diverse, a qualunque latitudine si sia capaci di darle precedenza. Invece diventiamo delle isole, separate e inaccessibili, tutti pronti a difendere confini immaginari e precisissimi da qualunque tipo d’invasione o anche soltanto d’interferenza.

GIANMARIA TESTA, Da questa parte di mare, Einaudi 2016

Accettiamo come vero ogni dato che ci propinano, senza ragionare di quali numeri stiamo parlando. Nella zona dove abito l’impatto reale è molto relativo, perché gli stessi “foresti” sono restii a rimanere, preferiscono spostarsi in luoghi dove ci sia una maggiore possibilità di guadagno e di sopravvivenza; ma la paura nei loro confronti non nasce da un pensiero razionale, quanto piuttosto dalla loro pura e semplice “diversità”, dalla loro distanza dal nostro modo di agire e pensare. Non ci soffermiamo a pensare che hanno lasciato un mondo effettivamente diverso per ambienti naturali, storia, costumi, economia e cultura non per togliersi uno sfizio, ma la più elementare delle necessità, quella di sopravvivere, e che si ritrovano sbattuti in un altro mondo del quale non conoscono lingua, tradizioni, leggi e abitudini. Non proviamo mai, neppure per un istante, ad immaginarci al loro posto. Li percepiamo semplicemente come corpi estranei, che possono creare scompensi nel nostro equilibrio (e che equilibrio …) e che vanno quindi rimossi, allontanati.

Ma stavamo parlando degli immigrati o del lupo? E poi, a che servirà mai questo lupo? “A nulla, come Mozart”, mi disse un amico.


disegni di Marcus Parisini

Sitografia

http://www.lifewolfalps.eu/

http://www.parchionline.it/lupo-appenninico.htm

https://www.settimanalelancora.it/2017/11/03/i-lupi-sono-arrivati-nella-zona-di-ovada/

http://www.alessandrianews.it/cronaca/cremolino-lupi-sbranano-cane-152208.html

http://www.lastampa.it/2017/05/20/cronaca/torinoalps/in-piemonte-il-maggior-numero-di-lupi-RaTeSLpYJMSC5WrUyP6PvL/pagina.html