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La solitudine del lupo nel circo di whatsapp

foto di Francesca Marucco

di Fabrizio Rinaldi, novembre 2017, da sguardistorti n. 01 – gennaio 2018

Recentemente sono stato testimone di una accesa discussione su whatsapp fra le madri delle compagne di scuola delle mie figlie. L’evento scatenante era l’uccisione di due cani da parte di fantomatici lupi avvistati vicino all’abitato di Cremolino, sull’appennino ligure-piemontese. A cascata sono arrivati messaggi di questo tenore: i lupi si avvicinano alle case, quindi sono pericolosi per i bambini, possono assalire chi cammina nei boschi, c’è chi li libera per predare caprioli e cinghiali (un tempo c’era chi lanciava le vipere dagli aerei, presumibilmente col paracadute) … e via così, in un crescendo di allarmi e scempiaggini.

Non sono un esperto di lupi, ma basta informarsi un po’ di più – su internet si trovano anche dei dati sensati … – per sapere che fino agli anni ’70 del Novecento il predatore era confinato nell’Appennino del centro Italia e ridotto a pochissimi esemplari; poi – grazie a leggi di tutela e all’abbandono delle campagne e delle montagne – ha lentamente riconquistato il suo antico areale, arrivando fino alle Alpi Marittime e alla Valle d’Aosta. Quindi nei nostri boschi e nelle nostre montagne, da alcuni anni, transitano effettivamente alcuni esemplari in dispersione, cioè animali “solitari” che lasciano il branco per cercare nuovi territori. E cosa fa questa bestia nel suo peregrinare? Fa ciò che la sua natura le comanda: caccia per nutrirsi e uccide per espandere la sua zona. È dunque possibile che i poveri cani sbranati abbiano davvero avuto la sfortuna di incontrare dei lupi, e in tal caso ovviamente spiace per loro. Quello che fa specie, però, è la dimensione dell’allarme per un episodio poco certo, quando i rischi reali non suscitano invece alcuna preoccupazione.

Pochi anni fa’ un branco semiselvatico di cani tenuti in cattività in condizioni ignobili e per questo costantemente in fuga, ha fatto strage dei conspecifici e ha creato problemi anche agli umani a pochi chilometri di qui, nella zona di Lerma. Ci sono voluti anni di proteste e segnalazioni prima che le autorità intervenissero: ma non è nato alcun dibattito sul web e le madri dormivano sonni tranquilli.

Esattamente come avviene a livello nazionale: il rapporto numerico tra lupi e cani inselvatichiti nel nostro paese è all’incirca di uno a tremila. Non si registra un attacco di un lupo, non solo in Italia ma in tutta l’Europa, da almeno un secolo, mentre solo da noi le ultime due vittime di un branco inselvatichito risalgono a non più di cinque anni fa. Stiamo parlando di un fenomeno che riguarda centinaia di migliaia di animali, e di animali che a differenza del lupo non hanno alcuna soggezione dell’uomo, e invadono tranquillamente non più solo le zone boschive degli Appennini, ma le periferie e ora anche i centri delle città. Per tacere poi di un problema enormemente più diffuso, quello delle aggressioni, soprattutto a bambini, da parte di cani domestici selezionati per la ferocia e l’aggressività, talmente più frequenti da non meritare più nemmeno le prime pagine dei giornali o la segnalazione nei notiziari televisivi. Provate però a cercare nell’agenda parlamentare la richiesta di messa al bando di certe razza canine, o un qualche dibattito sui social.

Come si spiega? Al solito, col vecchio “dagli al lupo”. Trattandosi di un modo di dire molto antico, dobbiamo supporre che il vizio di scaricare ogni nefandezza su un colpevole designato fosse già diffuso quando almeno una qualche ragione per temere i lupi ancora c’era. È qualcosa di radicato, come l’antisemitismo in Polonia, dove di ebrei non ce ne sono proprio più, per le ben note ragioni. Qualcosa di atavico, che risale ad epoche nelle quali la competizione tra le due specie era quasi paritaria. Di diverso c’è solo l’amplificazione sproposita creata dai nuovi “media”, che per loro natura si nutrono di allarmi falsi ed emergenze inventate, possibilmente esotiche, e alla quale dà alimento la molta ignoranza da parte della popolazione dei meccanismi naturali.

La ragione fondamentale di questa percezione distorta sta però nel fatto che i cani inselvatichiti sono in fondo un nostro rifiuto, nel senso più letterale del termine, e quindi li seppelliamo come tutte le altre nostre responsabilità sotto l’indifferenza, e le razze da combattimento sono il frutto di tutte le peggiori espressioni del carattere e della presunzione umani, un vistoso prolungamento della sua aggressività e una stupida affermazione di dominio: mentre il lupo è qualcosa che ancora sfugge (temo per poco) al nostro controllo.

Il mondo ha bisogno del sentimento di orizzonti inesplorati, dei misteri degli spazi selvaggi. Ha bisogno di un luogo dove i lupi compaiono al margine del bosco, non appena cala la sera, perché un ambiente capace di produrre un lupo è un ambiente sano, forte perfetto.

G. WEEDEN – da MARCUS PARISINI, L’anima degli animali, Edizioni Biblioteca dell’Immagine 2002

Un altro motivo è, più genericamente, l’incapacità di convivere, in questo caso da parte di chi sceglie di abitare le nostre colline (ma la cosa vale per ogni tipo di ambiente), con gli aspetti meno positivi e con le difficoltà logistiche che questa scelta comporta: tra i quali c’è anche la remota possibilità di tali incontri, così come c’è quella, assai meno improbabile, di impattare con l’auto contro caprioli o cinghiali, con relativi ingenti danni al mezzo. Che facciamo allora? Sterminio totale della fauna, anche di quella avicola che sporca i nostri poggioli, e magari sterilizzazione dell’aria per eliminare quei fastidiosissimi moscerini che imbrattano il parabrezza? E i ciclisti, e i pedoni che intralciano?

Certo, questi incontri, specie quelli col lupo, possono far emergere le paure connaturate nell’essere umano, causare danni a piccole economie (predazione di alcuni capi di greggi: là dove greggi o mandrie in libertà ancora ci sono, non certo da noi) o, come in questo caso, comportare attacchi ad altri animali a noi molto cari come i cani domestici, con inevitabili implicazioni emotive.

Ma, ripeto, per quanto riguarda gli attacchi all’uomo nell’ultimo secolo ne hanno sentito parlare solo i lettori di Jack London. E anche gli incontri per il momento sono molto più frequenti quelli col cane lupo cecoslovacco, che sempre più sovente capita di vedere al guinzaglio di qualche esemplare di Homo sapiens(?), aggirarsi spaventato e umiliato non nel bosco, ma in bella mostra fra i banchetti di qualche fiera di paese.

Uno spettacolo desolante: ci compiacciamo di aver addomesticato l’animale selvaggio per eccellenza e ci stupiamo e indigniamo quando l’esemplare originario manifesta la sua natura intrinseca.

Il lupo è il ribelle per eccellenza, fuorilegge e fuori tempo, perché rappresenta quello che non siamo più: la natura selvaggia, il coraggio di andare, l’emozione primordiale. La bestia ribelle abita terre ribelli.

ENRICO CAMANNI, Alpi ribelli, Laterza 2016

Proviamo invece un po’ a cambiare l’angolo prospettico. In primo luogo, il problema dei rapporti. Il lupo sarà anche selvatico e feroce, ma è tutt’altro che stupido: e quindi ha capito da un pezzo che l’uomo, appena possibile, è meglio evitarlo. La paura atavica ce l’ha anche lui, e nel suo caso è del tutto giustificata. Non è un caso che dalle nostre parti sino ad oggi li abbiano segnalati o avvistati di lontano, ma quasi mai incontrati faccia a faccia: se ne guardano bene.

Poi, aspetto non secondario e positivo, la presenza del lupo in un territorio certifica l’elevata biodiversità ambientale dello stesso. Proprio perché non è stupido, il lupo arriva solo quando ci sono sufficienti condizioni per garantirgli la sopravvivenza. Provvede poi lui stesso, sempre che non ci siano interferenze insensate da parte degli umani (cosa che è invece accaduta, ad esempio, con i cinghiali), a mantenere equilibrata questa presenza.

Se provassimo allora a vederlo come una possibile risorsa? Accertata la sua presenza, potrebbe essere interessante favorire un turismo di nicchia, ma di elevata qualità, tra chi ama mettersi alla ricerca delle sue tracce e anche solo respirare l’ambiente dove esso vive. Sarebbe un’offerta idonea ad accogliere il bisogno crescente di natura e di wilderness, rivolta a chi riesce ancora a pensare ad un bosco o ad un torrente come a qualcosa da non insozzare e segnare con la propria presenza.

Non è facile. Per molti abitanti di questi luoghi fare questo salto prospettico comporta il superamento di caratteristiche da tempo acquisite, antiche almeno quanto la paura del lupo, e di altre più recenti, ma non meno paralizzanti: la rassegnazione nell’agire, l’assenza di capacità visionarie, il sospetto che ci sia sempre un qualche retro pensiero negativo in chi prova a smuovere l’inerzia sulla quale galleggiamo, il timore di dover rinunciare alle ottuse “comodità” e alle apparenti “sicurezze” nelle quali ci ovattiamo.

Forse è chiedere troppo, ma sogno ancora che qualcuno voglia cercare il lupo che è in noi.

L’esempio del lupo è comunque solo uno dei tanti che rivelano quanto siamo facilmente preda di suggestioni reciproche, senza curarci di approfondire la veridicità di un episodio che ci è stato riferito o ha trovato spazio sui mezzi di comunicazione, in televisione o in rete. È questo ad essere veramente pericoloso: il totale disinteresse ad approfondire e a verificare la notizia.

Un altro esempio attualissimo è la paura nei confronti di chi non si conosce, verso chi arriva “da fuori”, che oggi ha le sembianze dell’immigrato.

[…] sono anche persuaso che il dicibile sia la quota di umanità che tutti abbiamo in comune, con sfumature diverse, a qualunque latitudine si sia capaci di darle precedenza. Invece diventiamo delle isole, separate e inaccessibili, tutti pronti a difendere confini immaginari e precisissimi da qualunque tipo d’invasione o anche soltanto d’interferenza.

GIANMARIA TESTA, Da questa parte di mare, Einaudi 2016

Accettiamo come vero ogni dato che ci propinano, senza ragionare di quali numeri stiamo parlando. Nella zona dove abito l’impatto reale è molto relativo, perché gli stessi “foresti” sono restii a rimanere, preferiscono spostarsi in luoghi dove ci sia una maggiore possibilità di guadagno e di sopravvivenza; ma la paura nei loro confronti non nasce da un pensiero razionale, quanto piuttosto dalla loro pura e semplice “diversità”, dalla loro distanza dal nostro modo di agire e pensare. Non ci soffermiamo a pensare che hanno lasciato un mondo effettivamente diverso per ambienti naturali, storia, costumi, economia e cultura non per togliersi uno sfizio, ma la più elementare delle necessità, quella di sopravvivere, e che si ritrovano sbattuti in un altro mondo del quale non conoscono lingua, tradizioni, leggi e abitudini. Non proviamo mai, neppure per un istante, ad immaginarci al loro posto. Li percepiamo semplicemente come corpi estranei, che possono creare scompensi nel nostro equilibrio (e che equilibrio …) e che vanno quindi rimossi, allontanati.

Ma stavamo parlando degli immigrati o del lupo? E poi, a che servirà mai questo lupo? “A nulla, come Mozart”, mi disse un amico.


disegni di Marcus Parisini

Sitografia

http://www.lifewolfalps.eu/

http://www.parchionline.it/lupo-appenninico.htm

https://www.settimanalelancora.it/2017/11/03/i-lupi-sono-arrivati-nella-zona-di-ovada/

http://www.alessandrianews.it/cronaca/cremolino-lupi-sbranano-cane-152208.html

http://www.lastampa.it/2017/05/20/cronaca/torinoalps/in-piemonte-il-maggior-numero-di-lupi-RaTeSLpYJMSC5WrUyP6PvL/pagina.html

L’occhio del lupo

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

<<… È da un’ora, ormai, che il lupo trotta. Un’ora che gli occhi del ragazzo lo seguono. Il pelo grigio del lupo sfiora la rete. I muscoli guizzano sotto il pelame invernale. Il lupo grigio trotta come se non dovesse fermarsi mai… “Lupo della steppa” sta scritto sulla targhetta di ferro, sulla rete… Un occhio giallo, rotondo, con una pupilla nera proprio al centro. Un occhio che non si chiude mai. È come se il ragazzo stesse fissando una candela accesa nella notte; non vede che quell’occhio: gli alberi, lo zoo, il recinto, tutto è scomparso. Non resta che un’unica cosa: l’occhio del lupo. E l’occhio si fa sempre più grande, sempre più rotondo, come una luna rossa in un cielo vuoto con, nel mezzo, una pupilla sempre più nera, con macchioline di colori diversi che appaiono nel bruno giallastro dell’iride…>>. Nel suo andirivieni il lupo guarda il ragazzo ora con un occhio, ora con l’altro. Il ragazzo non ha paura. Rimane immobile, non abbassa lo sguardo. E scopre quello che finora nessuno aveva mai scoperto nell’occhio del lupo: la pupilla è viva, si scuote, è in movimento. È… un uomo che alza il pugno chiuso gridando. Uno schiavo romano che brandisce il gladio strappato ad un centurione. Un contadino tedesco che colpisce con la forca il suo feudatario. Un cardatore fiorentino che scaccia il padrone dalla sua bottega. Una donna milanese che ruba il pane imboscato da un fornaio. Un sanculotto parigino che taglia la testa ad un nobile imparruccato. E questo? Che cos’è questo? “L’iride” pensa il ragazzo, “l’iride intorno alla pupilla…”. Scorrono veloci le immagini e tutte hanno contorni rossi e accesi. C’è Robespierre che si difende fino all’ultimo nel municipio di Parigi, e poi Babeuf che attacca la Convenzione al grido di “Tutti uguali!”, mentre Filippo Buonarroti sfugge ancora una volta alla polizia (francese? olandese? tedesca? austriaca? piemontese?) e s’incontra con Mazzini in una località segreta. C’è lo sguardo amareggiato di Pisacane davanti ai forconi dei contadini del Cilento, c’è la barba grigia e maleodorante di Bakunin appena fuggito dalla Siberia, che diventa rossa, ricciuta, come se ringiovanisse. C’è Carlo Marx, che con il suo “Manifesto” suscita un fantasma che fa ancora tremare le vene ai signori, e Robert Owen, con le sue città ideali, e poi Proudhon, per il quale la proprietà è un furto. C’è Amilcare Cipriani, con un cappellaccio tirato sugli occhi, che risponde sprezzante ai giudici del regno. C’è Malatesta sui monti del Matese ad organizzare un’impossibile rivolta. C’è un lupo che trotta avanti e indietro, chiuso in un vagone blindato che attraversa l’Europa: Vladimir Ilic piomba a Pietroburgo, la Russia s’infiamma, è la rivoluzione. Ci sono i corpi senza vita di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht, assassinati dai compagni socialisti. C’è il sorriso pulito di Giacomo Matteotti quando enuncia alla Camera i brogli elettorali. Ci sono i capelli arruffati di Gobetti prima delle bastonate dei fascisti. C’è la gobba travagliata di Gramsci che non riesce a trovar pace neanche dopo morta. C’è il cadavere di Durruti, fasciato nella bandiera rossa e nera, e il popolo anarchico che rimane muto, per una notte intera, sotto l’acqua a dirotto, a presidiare il cimitero. C’è una folla di partigiani antifascisti cadti con negli occhi il sol dell’avvenire. Ci sono i morti di Reggio Emilia, di Afragola e di Portella delle Ginestre, quelli di Piazza Fontana, di Bologna e di Ustica, che invocano ancora giustizia. Ci sono i ragazzi del Maggio francese, che volevano la fantasia al potere. C’è la faccia sorridente del Che, con il basco e la stella rossa sulla fronte, la folla ondeggia, “el pueblo unido jamà serà vencido… venciidoo… venciiidooo”. La pellicola stride, come se fosse rovinata. I fotogrammi sono sempre più sbiaditi. Irriconoscibili. Bianchi. Ciak, bianchi, ciak, bianchi. L’OCCHIO SINISTRO È ORMAI UN OCCHIO CIECO, L’OCCHIO CIECO DELLA SINISTRA INESISTENTE.

Il lupo svolta, cambia occhio. Il ragazzo è sempre fermo che lo guarda. Ma non sorride più, sembra che abbia paura. Fissa la pupilla del lupo che s’allarga, che pian piano si mette in movimento. Una luce strana sprigiona dal vortice, come un lampo sinistro nella notte. È… il luccichìo di un cranio pelato, di una faccia dalla mascella volitiva. Il simbolo del socialismo interventista. È il Giuda del proletariato, è Mussolini, il fascista. È Hitler con i baffetti da moscone, seduto su una svastica che si stende sul mondo. Che finisce ad Auschwitz, che finisce a Mathausen. “L’olocausto può succedere ancora” diceva Hannah Arendt solitaria. Nessuno le credette veramente. Ma ecco che avanzano due baffoni georgiani, è Josif Giugasvili, detto Stalin. Un gulag a trenta gradi sotto zero, la rivoluzione si suicida a testa in giù. L’occhio destro è Leon Blum che si sveglia nella notte e piange il sangue dei miliziani spagnoli. È Franco che avanza a Guadarrama mentre la repubblica arresta gli anarchici della CNT. È Petain che lascia ai nazisti mezza Francia per seviziare più “liberamente” l’altra. È Salazar che instaura il suo regime così come “sostiene Pereira”. Ma è anche Togliatti, ministro della giustizia, che vara l’amnistia per i fascisti. O Saragat, che a palazzo Barberini vende l’anima per una poltrona. O Nenni, che con il centro-sinistra puntella una DC moribonda. C’è invece solo il carcere per i camalli che fermano a Genova la svolta autoritaria. E il ‘69 delle lotte operaie svanisce dieci anni dopo con la marcia dei quarantamila. L’occhio destro è la polizia dei colonnelli che “ripulisce” il politecnico di Atene. È Pinochet che assalta la “Moneda” contro Salvador Allende, il “presidente”. Sono le mani dei generali argentini che grondano del sangue dei “desaparecidos”. Sono gli squadroni della morte in Guatemala e i killer di bambini del Brasile. Sono le raffiche dei mitra brigatisti che distruggono ogni possibilità di “Movimento”. Sono gli anni della “deregulation”, con Reagan e la Thatcher a farla da padroni. Sono i naziskin che nelle città tedesche danno la caccia ai turchi o ai nigeriani. L’occhio destro è Re Mida Craxi che trasforma la scala mobile in tangenti per il suo partito. “Mani pulite” rompe l’incantesimo, ma nulla può contro il mago delle televisioni. “Forza Italia” dice Berlusconi, prendendo sottobraccio il camerata Fini. La bandiera rossa ammainata sul Crem lino, la svolta del PCI alla Bolognina. La faccia di Fede incipriata, quella di Sgarbi apPannellata, quella di Ferrara maleducata, quella di Liguori malfidata, quella di Mike Bongiorno asservita, quella di Baudo democristianata, quella di Magalli rincoglionita, quella di Frizzi imbambolata, quella di Santoro arruffianata, quella di Prodi… di Prodi? Sì, di Prodi, appaccioccata, quella di Veltroni arcipretata, quella di D’Alema supercontrollata, quella di Buttiglione inCasinata, quella di Bianco addormentata, quella di Bertinotti assignorata, quella dell’Avvocato liftata… C’è una gran confusione dentro l’occhio destro, tutti spingono per stare in prima fila. E l’occhio gonfia, gonfia a dismisura, esce fuori dall’orbita, s’ingrossa finchè esplode e spande materia dappertutto. Il ragazzo stramazza, colpito in pieno, e per un attimo crede di essere morto. Non appena si riprende s’accorge di essere ricoperto da una sostanza molliccia. La tocca con cautela, forse teme si tratti del suo sangue; poi si porta le dita al naso e l’annusa: è merda, È PROPRIO MERDA SCHIETTA.