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Tutto finì con un autunno mite

di Paolo Repetto, 30 ottobre 2019

“… stormi d’uccelli neri
com’esuli pensieri
nel vespero migrar”

Quando ancora c’erano le stagioni (e addirittura le mezze stagioni, con tanto di nebbia in val Padana) e i commessi dei negozi di scarpe non si rivolgevano a clienti dell’età dei loro nonni usando la seconda persona, si ripeteva ogni anno un fenomeno conosciuto dalle nostre parti come “estate di san Martino”. Con questa dizione si indicava quell’intervallo meteorologico caratteristico dell’ autunno già avanzato (san Martino cade l’undici di novembre), nel quale, dopo i primi freddi e le prime piogge, si riaffacciavano per un brevissimo periodo (“l’estate di San Martino dura tre giorni e un pochinino”, recita il proverbio) condizioni climatiche migliori, con tempo sereno e aria relativamente tiepida. È un fenomeno scientificamente certificato, nel senso che durante la prima metà del mese esiste in effetti la tendenza al verificarsi di condizioni anticicloniche miti, ed era comunque universalmente riconosciuto, sia pure sotto etichette diverse: nei paesi anglosassoni, poco teneri con i santi e più inclini all’esotico, si parlava ad esempio di estate indiana (Indian Summer), in quelli di lingua tedesca di Nachsommer, tarda estate, e in quelli slavi di Bab’e Leto, estate delle nonne (o anche, per sineddoche, “delle donne”). Ma le varianti sono infinite. In Bulgaria, ad esempio, è conosciuto come “estate zingara”. A ben considerare, lo troviamo sempre associato a categorie “deboli”, ritenute inferiori: quasi un piccolo, tardivo risarcimento, briciole di sole lasciate anche a loro; o forse, più probabilmente, un’allusione alla falsità e all’inconsistenza del fenomeno.

Nell’altro emisfero, naturalmente, queste condizioni si verificano in un diverso periodo dell’anno (in genere ai primi di maggio) ma la sostanza, e la diffusione dell’immagine, non cambiano. Forse in Australia la chiamano “estate aborigena”.

Nel libro di lettura delle elementari il nobile Martino era uno dei primi personaggi a comparire (all’epoca le scuole iniziavano a ottobre inoltrato) e la sua storia ci forniva ad un tempo edificazione morale e informazione etimologica: nel corso degli anni era poi quest’ultima a prevalere, quando dalla vicenda del mantello si passava alle poesie di Carducci (San Martino) e di Pascoli (Novembre). Dalla connotazione meteorologica e consuetudinaria si approdava quindi alla trasfigurazione simbolica, a sottolineare l’illusorietà di un incanto improvviso recato dal bel tempo, che si cancella però altrettanto rapidamente. La metafora era esplicita soprattutto in Pascoli:

Gèmmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore ….
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore …
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.

Ecco, ogni volta che ci si chiede cos’è la poesia, basterebbe rileggere questi versi, e qualunque analisi critica o testuale diverrebbe superflua. Li ho letti (e mandati a memoria) attorno ai dieci anni, eppure ho capito perfettamente di cosa si stava parlando. Per il resto della mia vita un altrimenti inesprimibile stato d’animo sarebbe rimasto fissato in quelle immagini, nel suono di quelle parole.

I passaggi di significato della locuzione li ho vissuti tutti. Li ho visti nelle trasformazioni della società e li ho vissuti nei cambiamenti miei. Un fugace sprazzo di sole nel troppo breve autunno di mio nonno avrebbe dovuto essere rappresentato dalla pensione di vecchiaia: una miseria in termini di potere d’acquisto, ma una minima garanzia di sicurezza, mai conosciuta in precedenza. In realtà rispetto alle sue prospettive non cambiò nulla. Per lui san Martino rimase sempre la scadenza per il rinnovo degli affitti, delle mezzadrie. “Fare san Martino” era il modo di dire che indicava il cambio di lavoro, la perdita di un’affittanza, la necessità di traslocare: e nel corso della sua esistenza ebbe modo di inverarlo più di una volta. All’ultimo dei suoi traslochi ho personalmente assistito e partecipato.

Per mio padre, che già viveva nel suo e del suo, e da ragazzino si era giurato che nessuno lo avrebbe mai più obbligato a far su gli stracci, forse uno scorcio d’estate venne dal poter tirare il fiato vedendo i figli in qualche modo sistemati. Da uomo pratico qual era non dava molto credito ai proverbi, ma in alcuni casi li adattava ai propri bisogni e ai propri piani. La torchiatura, ad esempio, doveva essere chiusa entro la prima decade di novembre, perché le prevedibili belle giornate successive andavano sfruttate per dare inizio alla potatura. Per il resto, gli era stato giocoforza, se aveva voluto sopravvivere, abolire le stagioni lavorative tradizionali, unificandole in un continuum che veniva brevemente interrotto (o meglio, diversificato) solo dalla neve.

Quanto a me, la falsa estate metereologica ha rappresentato per qualche anno, appena superata l’adolescenza, l’appuntamento per l’ultimo bagno in mare, uno scampolo di quella vita totalmente libera dalle costrizioni dei vestiti, dello studio o del lavoro che avevo conosciuto fino a qualche anno prima. Poi è scomparsa per decenni, cancellata dai nuovi ritmi che scandivano la mia esistenza, dal succedersi di giorni e mesi e anni inesorabilmente sempre più uguali. Ma per tornare oggi più attuale che mai, questa volta nella sua valenza simbolica.

Quella che sto vivendo è a tutti gli effetti una estate indiana: un periodo di eccezionale tranquillità, un’apertura mai sperimentata prima e forse mai nemmeno sperata a tutto il possibile. Ho trascorso una vita a procurarmi gli strumenti, a raccogliere i materiali: ora ho tutti i libri che mi occorrono, forse qualcuno in più, la salute per il momento mi sorregge egregiamente, i sensi sono pacificati, ho dalla mia anche la disponibilità immediata del tempo, la possibilità di gestirlo come voglio, e con la ricomparsa dell’anticiclone potrei cominciare ad edificare qualcosa di nuovo. Ma sul tutto grava l’ombra della precarietà. È un tempo determinato. Sento il rumore delle foglie che cadono, vedo il pruno spoglio e rinsecchito. Questo tepore arriva troppo tardi, mi sorprendo come chi si accorge di aver cumulato un tesoro in valuta fuori corso. Ho il mondo a disposizione, ma non so che farmene, perché sono cosciente che qualunque cosa faccia non avrà futuro e non farà bagaglio. E ciononostante, vedo chiudersi ogni giornata col rimorso di non averla sfruttata come meritava e chiedeva.

***

Non credo sia una sensazione solo mia. (Temo a questo punto che il pezzo sarà ben più lungo di un’estate indiana, perché l’argomento mi forza ad alcune considerazioni – non dite poi che non vi avevo avvertito). L’attualità simbolica dell’estate di san Martino non riguarda solo me, ma tutta la mia generazione. In apparenza siamo di fronte a un’entusiastica riscoperta della terza età, ispirata da dati di fatto incontestabili: la vita si allunga, ci sono maggiori probabilità di viverla sino in fondo in discreta salute e confortati da una certa tranquillità economica. Nella realtà l’enfasi sul “vecchio è bello” (badando bene però a non usare “vecchio”, che è politicamente scorretto, e a spendere con parsimonia anche “anziano” e “attempato”) ha una motivazione puramente commerciale, così come accadeva mezzo secolo fa per quella posta sul protagonismo della gioventù. In fondo gli anziani sono gli unici a godere, ancora per il momento, di una disponibilità di spesa costante e prevedibile, e al tempo stesso sembrano ansiosi, avendo soddisfatti i bisogni essenziali, di farsene dettare di nuovi o di riscoprire quelli sopiti (viaggi, sesso, moda, eventi “culturali”, ecc). Sono insomma i consumatori ideali. Va da sé che all’interno di questa rivalorizzazione non è riconosciuta alcuna delle virtù tradizionalmente associate, nel mondo preindustriale e ancora fino a qualche decennio fa in quello rurale, alla terza età: esperienza, saggezza, pacatezza, ecc… Si gioca anzi sugli opposti: totale deresponsabilizzazione, infantilismo, giovanilismo. I referenti non sono Cicerone, Seneca, Petrarca o Norberto Bobbio, ma il personal trainer, l’estetista, il dietologo, il sessuologo.

È andata così. La mia generazione a vent’anni gridava “Vogliamo tutto”, e una volta rientrati gli eroici furori rivoluzionari ha ripetuto quel grido in ogni altra direzione che garantisse in qualche modo una visibilità, una qualsivoglia impronta da lasciare sulla sabbia del tempo. È passata dal superomismo terroristico al misticismo esotizzante, e poi all’edonismo più o meno reaganiano e alle fulminanti carriere finanziarie. Non si è negata nulla. Le sue ex-avanguardie “proletarie” hanno dato la caccia ai ruoli di potere a qualsiasi livello o ambito, politico, finanziario, accademico, adeguandosi via via ai sempre nuovi e incalzanti dettami della società dello spettacolo, non dando ma diventando spettacolo esse stesse. E chi non ha potuto essere protagonista ha partecipato allo show almeno nel ruolo di spettatore connivente. Le eccezioni, quelli che hanno cercato di tenersi fuori dal teatro, proprio perché non visibili risultavano irrilevanti.

Le stagioni però passano, anche quelle teatrali, e le repliche in un sistema votato al consumo rapido si esauriscono velocemente. I miei coetanei vivono oggi (me compreso) in un limbo pensionistico più o meno dorato le cui rette sono pagate dalle generazioni future. Quelli normalmente senzienti (che sono sempre più una minoranza: per averne la prova basta sostare per cinque minuti al tavolino di un qualsiasi bar o partecipare ad una qualsiasi “rimpatriata”) assistono inermi al progressivo smottare di ghiacciai, banchise, principi etici e regole elementari di comportamento: e lo sgomento nasce, prima ancora che dalla consapevolezza che il fenomeno è inarrestabile, dalla coscienza di essersene resi in qualche misura complici. Il che, a sua volta, fornisce l’alibi per chiamarsi fuori, con tutte le varianti del caso, che spaziano da chi ritiene di avere già dato a chi considera più opportuno, visti i risultati, non fare altri danni. Anziché ad una coda d’estate sembriamo essere approdati in un banco di nebbia che non consente di guardare avanti, ma permette di rendersi comodamente invisibili.

Anche i più responsabili appaiono confusi e rassegnati. Eppure avrebbero in mano le carte, le competenze per ridare un minimo di dignità alla politica, sottrarla ai cialtroni analfabeti che la stanno riducendo a gazzarra e indirizzarla su terreni e scelte più sensati: qualcosa dagli errori commessi e dalle scottature rimediate hanno pur appreso. Il fatto è che anche loro si considerano fuori gioco. L’idea che il futuro debbano disegnarlo i giovani, che ad essi solo appartenga, hanno in fondo cominciato a predicarla proprio loro, dimenticando che siamo sapiens appunto perché capaci di trasmettere le esperienze. E questa idea oggi torna comoda per giustificare la propria assenza. Un modo elegante e ipocrita per lavarsene le mani.

Non tutti, certamente: ma quelli che invece ancora partecipano lo fanno o guardando al passato, alla loro vera o presunta lunga estate, o accodandosi a una visione di futuro con la quale hanno in realtà poco da spartire. Presenziano stancamente agli appuntamenti rituali, alle liturgie commemorative di resistenze, eccidi, anniversari, ai cortei del primo maggio, là dove ancora si fanno. Si barricano dietro la memoria perché si sentono già esclusi dalla storia: e provano questa sensazione proprio perché la storia non l’hanno mai coltivata correttamente, ne hanno data una lettura superficiale e faziosa. Oppure affiancano i nipoti nelle manifestazioni, nei cortei, nei flash mob, e ne scimmiottano modi e linguaggi: ma in realtà si sforzano vanamente di costringere entro gli schemi rigidi del passato delle idealità sfuggenti, più confuse, se possibile, di quelle professate in proprio mezzo secolo fa. Gli uni e gli altri si aggrappano ad ogni causa d’attualità, dall’europeismo all’animalismo, dal femminismo all’ambientalismo, come a un salvagente che li tenga a galla in mezzo ai marosi della “liquidità” postmoderna: ma senza più vedere all’orizzonte nessuna spiaggia, nessuna riva verso la quale dirigersi.

Insomma: in una società, quella occidentale tutta ma segnatamente quella italiana, nella quale gli ultrasessantenni si avviano a diventare la maggioranza della popolazione, la loro rappresentatività sembra certificata solo dagli istituti pensionistici, sempre più in sofferenza, o dal carrozzone degli “eventi”, sempre più affollati.

E allora? Discorso chiuso? Con questo atteggiamento, senza dubbio. Io credo però che un margine pur minimo di scelta, e quindi il dovere di assumere delle responsabilità, rimanga anche a noi. Abbiamo due opzioni: possiamo andare alla ricerca degli albicocchi in fiore di cui parla Pascoli, magari dall’altra parte dell’oceano, profittando dei prezzi di bassa stagione delle crociere, oppure possiamo dedicarci a tenere in ordine il nostro piccolo orto, come suggeriva Voltaire. Mio nonno e mio padre non avrebbero avuto dubbi, anche perché di crociere non avevano mai sentito parlare. Ragionavano in termini di semine, reimpianti, innesti. Hanno ragionato così sino agli ultimi giorni della loro vita. E sapevano ad esempio che una buona potatura è imprescindibile, prima ancora che per raccogliere qualcosa, per tenere in vita le piante. Potremmo provarci anche noi, senza chiederci se la cosa frutterà, e quando. Anche solo per impegnare utilmente questi brandelli d’estate, prima che il gelo imminente ci paralizzi.

Ci sono un sacco di cose che in concreto potremmo fare, al di là delle attività di volontariato alle quali molti già si dedicano. Non ho nulla contro il volontariato, ritengo sia una scelta meritoria, quando è motivata da un altruismo genuino (e sui moventi possibili ci sarebbe da discutere a lungo e fare parecchie distinzioni): ma qui mi riferisco ad una partecipazione di altro tipo, non alternativa o conflittuale con le attività eventualmente già praticate, ma capace anzi di sostanziarle, di inserirle in un disegno di lungo termine. Parlo non di una attività, ma di un’attitudine da assumere nei confronti di tutto ciò che si fa, che si vede, che si subisce. Di qualcosa che non offre né un servizio suppletivo alle carenze della politica né una gratificazione immediata per chi lo opera, ma appunto non si esaurisce né in questa né in quella, non rappezza le crepe della società ma ne verifica e ne consolida la tenuta strutturale: e nel contempo ci rimette individualmente in discussione, ci obbliga a rifiutare l’anestetico dell’irresponsabilità. Mi rendo conto che è una enunciazione molto vaga, e in effetti non è facile da tradurre poi in qualcosa di visibile, monitorabile, valutabile. Ma qui il criterio non è quello produttivistico dell’efficienza e dell’efficacia. È più semplicemente quello dell’imperativo etico kantiano: rispettare se stessi per poter avere rispetto degli altri, e pretendere da essi reciprocità.

Per non gingillarmi oltre provo a buttare giù un’agenda minima, le prime cose che mi vengono in mente. Non è un manifesto programmatico per il riscatto della terza età, che suonerebbe patetico (e non solo per l’irrilevanza del pulpito e per la genericità dei contenuti): è un promemoria ad uso personale, per ricordarmi che né l’anagrafe né le delusioni o le sconfitte giustificano mai la resa.

Allora. Si potrebbe cominciare riparando i guasti prodotti dalla nostra generazione nell’ultimo mezzo secolo. Intendiamoci: ogni generazione, a partire da Adamo, ha prodotto i suoi guasti, e quasi sempre in buona fede, cercando di riparare ai danni veri o presunti creati da quella precedente, magari cogliendo di preferenza gli aspetti collaterali negativi piuttosto che i dati di effettivo progresso sociale ed economico: noi non rappresentiamo una eccezione, ma siamo resi più sensibili dalla velocità, dall’ampiezza e dalla difficoltà di tenere sotto controllo le trasformazioni cui abbiamo assistito, o anche semplicemente di comprenderle. Proprio per questo, se abbiamo l’impressione che qualcosa ci sia sfuggito di mano, dobbiamo assumercene la responsabilità. Non è il caso comunque di mettere mano a grandi idee, di predicare una totale palingenesi. Ai nipoti non rimarrebbe il tempo per aspettare che le prime attecchiscano e che la seconda si compia. Devono poter sopravvivere subito, per coltivare poi, auspicabilmente, scelte nuove di rapporto col mondo. A noi compete recuperare ciò che può dare frutti più immediati.

La prima necessaria manutenzione riguarda naturalmente gli strumenti, ovvero il linguaggio. Bisogna ripulire le parole delle incrostazioni che sono state create da un loro uso improprio o volutamente distorto, o da una “decostruzione” che si è risolta in puro massacro. Con le ambiguità del linguaggio ha giocato in pratica tutta la cultura del secondo novecento, ma il gioco è stato portato talmente avanti da far scordare le regole basilari e originarie. Si è creata una notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere. Invece la possibilità di costruire una memoria comune, di relazionarsi senza equivoci nel presente, di pensare un futuro che contempli anche gli altri, può basarsi solo su un linguaggio chiaro, sulla condivisione universale del significato di ciascun termine, pur con tutte le sfumature o gli adeguamenti ai diversi contesti. La correttezza filologica, e non quella politica, deve diventare condizione preliminare di qualsivoglia discorso: dobbiamo praticarla, dobbiamo esigerla dagli altri, dobbiamo insegnarla.

Come? Prendiamo ad esempio l’uso assolutamente improprio del termine “eroe” da parte del giornalismo gridato, ma anche la sua dissacrazione da parte del “pensiero debole”. Si va dal “tutti eroi” a “nessun eroe”. Eppure esiste una definizione chiara, che consente di attribuire correttamente quella particolare proprietà. La si trova persino su Wikipedia: L’eroe è colui che compie uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di se stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune. Ora, per ristabilire le giuste proporzioni è sufficiente chiarire ai giovani che lo straordinario e generoso atto di coraggio non è necessariamente un’impresa bellica, può essere l’assistenza prestata per tutta la vita a un familiare affetto da una menomazione fisica o psichica (quindi gli eroi esistono, eccome), e non ha comunque a che vedere con una rete realizzata all’ultimo minuto o con l’attraversamento di un canyon su una corda d’acciaio. E lo stesso vale per lo stiracchiamento di parole come “povertà”, “popolo”, “gente”, “indignazione”, ecc …

Operazioni del genere spetterebbero innanzitutto alla scuola, anche se non solo ad essa. Ma nelle condizioni disastrose in cui la scuola versa, e stante il ruolo sempre più marginale che si trova a ricoprire, ecco che si crea la necessità di un’entrata in scena dei nonni (ovvero nostra). È l’occasione per la categoria di riscattarsi: il rapporto con i figli è stato un mezzo fallimento, non perché si fosse impegnati in troppe altre cose (i genitori, i padri soprattutto, almeno dalle mie parti lo sono sempre stati) ma perché ci si è lasciati inculcare dalla psicologia “progressista” degli assurdi sensi di colpa, tacitati poi con un eccesso di assiduità o condiscendenza. Per questo credo occorra saltare una intera generazione e rivolgersi direttamente ai nipoti, facendo tesoro dell’esperienza e giocando sul fatto che siamo investiti sempre di più di un ruolo di supplenza “logistica” nei loro confronti. Bene, facciamola diventare una supplenza educativa, tappando le falle create dal permissivismo. E soprattutto operando attraverso l’esemplarità.

Se le parole tornano ad avere “un” senso, si può allora riparlare di verità. Non mi riferisco naturalmente alle verità rivelate, dogmatiche, ma a quelle intuitive, quotidiane, o anche a quelle provvisorie ma funzionanti della scienza e a quelle certificate dalla storia. Se un tizio strangola o accoltella la fidanzata che vuole lasciarlo, quali che siano le diagnosi psichiatriche o le interpretazioni sociologiche, quello è il male. Lui è il carnefice, lei la vittima. Sembra ovvio, ma per la mentalità ipergarantista trionfante negli ultimi cinquant’anni non lo era affatto. L’altra sera il conduttore di un telegiornale, a proposito di un marito che si era presento in caserma con l’arma ancora fumante a confessare di aver ucciso la moglie, ha parlato di “presunto omicida”. Dietro la cortina fumogena del “politicamente corretto” anche le più sacrosante rivendicazioni di verità e di dignità si disperdono in un bizantinismo assurdo.

Un criterio analogo vale naturalmente, e tanto più, per i grandi crimini storici. Là dove ci sono stati stermini, massacri, persecuzioni e vessazioni di ogni tipo, da una parte c’erano dei criminali e dall’altra delle vittime, e i distinguo, per queste ultime, sono solo un ulteriore oltraggio. Facciamo dunque conoscere ai nipoti gli orrori delle guerre e dei totalitarismi, ma non demandando la cosa agli “eventi” e alle commemorazioni ufficiali, ai quali partecipano d’ufficio, e spesso anche di malavoglia, precettati dalle scuole, e dei quali non potrebbe importare loro di meno. Dobbiamo trasmettere loro le testimonianze vive che noi stessi abbiamo raccolto, ad esempio attraverso il racconto diretto di conoscenti reduci dai campi o di sopravvissuti alla ritirata di Russia, o attingendo ai libri di Levi, di Revelli, di Solgenitzin. Ma bisogna sottrarre queste letture e queste testimonianze alla canonizzazione scolastica che le sterilizza, a dispetto di tutte le buone intenzioni, e offrirle ai ragazzi come un dono individuale, condividerle per suscitare in loro un’indignazione genuina, una speciale complicità.

Dovremmo anche vaccinarli contro la campagna di delegittimazione dello studio della storia che è stata condotta dal pensiero post-moderno, e oggi è cavalcata da qualsiasi idiota, ministri dell’istruzione compresi, a giustificazione della propria ignoranza. La narrazione storica (che nella mia accezione comprende anche la geografia, la storia naturale, la storia delle idee, delle mentalità, dell’arte, ecc…) si presta senz’altro a falsificazioni, a manipolazioni, a usi distorti: ma sappiamo benissimo che una lettura non preconcetta dei documenti e l’esame critico delle testimonianze consentono comunque di ricostruire il più possibile la “verità” dei fatti accaduti. Non è dunque vero che “non esistono fatti, ma solo interpretazioni”: per tornare a quanto sopra, milioni di morti ammazzati sono un fatto, e non c’è santo o ideale o astuzia della ragione che tenga. E allora diventa tassativo difendere la verità della storia da ogni negazionismo e relativismo e “decostruttivismo” e riconoscere al suo studio il giusto primato.

Così scrive René Girard, ne “L’antica via degli empi”: Oggi la volontà di “rispettare le differenze” arriva al punto di mettere tutte le “verità” sullo stesso piano. Abbandona, in fondo, l’idea stessa di verità, poiché in essa non vede altro che una fonte di conflitto. Ma se noi mettiamo la “verità dei persecutori” e la “verità della vittima” allo stesso livello, presto non ci saranno più né verità né differenze per nessuno.

In sostanza: occorre chiarire ai ragazzi che un conto è affrontare un testo da diversi punti vista, per esplorarne tutte le possibili implicazioni, un altro è accettare il principio che le interpretazioni possano essere molteplici, ciò che significa considerare ugualmente validi tutti i punti di vista: in questo caso si fa solo il gioco dei persecutori, perché si rende inaccessibile la verità storica e si oscura comunque quella della vittima. Le interpretazioni di un documento o di una vicenda non sono infinite: di fatto in genere si riducono a due, la versione dei persecutori e quella delle vittime. E solo una di esse è vera, ed è quella che corrisponde al punto di vista della vittima. Ora, si tratta in fondo di preservare quell’istintiva sensibilità alla giustizia che i giovani di norma già possiedono, proprio per la loro tendenza a semplificare: quella sensibilità va semmai sostanziata aiutandoli a procurarsi una informazione ampia e seria, e a leggerla con gli occhiali giusti.

Lo stesso vale per l’ambito scientifico. Anche là dove ha senso solo ciò che è falsificabile, come dice Popper, alcune verità sono comunque inoppugnabili: il fatto che la penicillina abbia salvato milioni di vite, ad esempio, o che l’universo si espande, oppure che due molecole che si uniscono per formarne una terza agiscono secondo particolari meccanismi. Così come per la storia, non possiamo lasciar passere l’idea che le nostre conoscenze siano tutte viziate da una strumentalità originaria, che siano intercambiabili o addirittura inutili: possono essere state strumentalizzate ai fini peggiori, ma questo non ne inficia comunque la validità e non ne preclude il possibile uso positivo. L’alternativa è il trionfo dei ciarlatani, dei terrapiattisti, delle terapie ayurvediche, di tutto il ciarpame diffuso attraverso il web: è quello cui stiamo passivamente assistendo.

Non si può pretendere naturalmente che siamo noi a trasmettere le conoscenze, né quelle di base né quelle avanzate: per questo c’è ancora la scuola, pur con tutte le sue carenze. A noi spetta semmai il compito di vigilare affinché non passino attraverso essa informazioni errate e un modello di cultura in disarmo. Ma per poterlo fare occorre aiutarla a recuperare una dignità d’immagine e di ruolo, partendo dalle cose più spicciole, come il mettere i nostri nipoti di fronte alle proprie responsabilità per ogni piccolo fallimento, anziché riversare queste ultime sugli insegnanti e sull’istituzione nel suo complesso. Il richiamare la scuola alle sue, di responsabilità, è solo un passo successivo, che comporta scelte politiche di più vasto raggio. Ed è legittimo solo quando si è fatto il primo. Il che suppone un comportamento esattamente contrario a quello tenuto dalle ultime due generazioni nei confronti dei figli.

Finalmente, una volta scelti e ripuliti e oliati gli strumenti conoscitivi che i nostri ragazzi hanno a disposizione (e ci sta naturalmente anche internet, e ci stanno anche gli altri media, persino il cinema, la televisione, i fumetti, ecc.., ma opportunamente guidati e controllati), potremmo indurre questi ultimi a riflettere su concetti che danno per scontati, ma dei quali hanno in realtà una percezione distorta (quello di diritto, ad esempio, o di uguaglianza, o di cultura) e su sentimenti la cui accezione nella “società liquida” e nell’impero del rapido consumo è stata completamente stravolta (come l’amicizia, o l’amore). Potremo dire loro chiaro e tondo che i diritti non nascono come i porcini sotto le querce, non esistono in natura, nemmeno quelli più elementari: sono un prodotto artificiale, che va seminato negli animi e poi curato e difeso dagli infestanti e dai devastatori. Non competono per trasmissione genetica o ereditaria, ma vanno riconquistati e meritati giorno per giorno.

Potremmo anche aggiungere che i diritti, così come il concetto di uguaglianza, sono un prodotto di quella cultura delle élites che nell’ultimo secolo è stata messa sul banco degli imputati proprio dal suo cascame, l’arroganza intellettualistica. E che la cultura “illuministica”, “borghese”, elitaria appunto, nei confronti della quale oggi si manifesta tanto disprezzo, non sta dietro Auschwitz, che ne è anzi la totale negazione, ma piuttosto dietro la riflessione e l’orrore e il senso di colpa che Auschwitz ha prodotto. Oltre naturalmente a spiegare loro la differenza tra cultura e “prodotto culturale”. Ovverossia a chiarire che la cultura, nel momento stesso in cui viene svalorizzata come valore etico, quindi come frutto di un processo interiore di miglioramento, diventa una merce come le altre e si crea un mercato, le cui bancarelle sono le mostre alla Sgarbi e i festival-sagra del sapere.

E ancora: potremmo chiarire la differenza esistente tra massa, moltitudine e popolo, e il vero significato di uguaglianza. Infine, spiegare loro che in futuro non potranno vivere al livello attuale di benessere materiale, ma che questa situazione non è inedita. L’umanità l’ha già vissuta in precedenza, e se in altre epoche era più tollerabile perché non si era mai conosciuto nulla di meglio, nella nostra può essere affrontata comunque con un livello molto più alto di conoscenze. Sarà la parte più difficile, perché la nostra responsabilità diretta in questa situazione è grande. Ma non possiamo permettere che crescano nella cultura dilagante del risentimento e del vittimismo. Soprattutto, non potranno permetterselo loro.

Non aggiungo altro, anche se le piccole riparazioni possibili sarebbero moltissime, perché l’ho già tirata sin troppo in lungo. E vi è andata bene così. Altro che estate indiana. Questo è un programma a tempo indeterminato. Non si pone scadenze, perché non si risolve in azioni specifiche, ma punta ad un cambiamento radicale di mentalità. E va applicato prima di tutto a noi stessi.

Mal che vada, avremo ridato un senso almeno alla nostra estate di san Martino.

La sai l’ultima?

di Marco Moraschi, 17 giugno 2019

La tendenza naturale che cerco di combattere quotidianamente è quella della polemica costante. Forse l’eliminazione dei social che ho descritto nella riflessione precedente [(A)Social] è parte di questo disegno interiore che porto avanti da un po’ di tempo, il tentativo di allontanarmi dalla mia comfort zone per osservare il mondo da una prospettiva diversa, che mi aiuti a interpretarlo meglio evitando che mi si atrofizzi il cervello con l’autoreferenzialità. La polemica costante è quell’innata qualità che possediamo tutti, a volte mitigata dalla timidezza o dalla buona educazione, ma che tutti coltiviamo nel profondo e difendiamo ritenendo che sia parte inscindibile del nostro essere. La polemica è una reazione volontaria o involontaria allo status quo e va da sé che non è detto che sia positiva, anzi.
Tuttavia, se non prestiamo attenzione, cresce selvaggiamente in noi trasformandosi da mattone della vita in arma di distruzione di massa, che falcia indiscriminatamente qualunque erbaccia osi interporsi sul suo cammino. Il rischio della polemica, cioè, è che se non la utilizziamo correttamente, anziché portare beneficio, risulti invece dannosa per i nostri stessi scopi. Naturalmente ci sono sempre buone ragioni per protestare: in questo momento della storia, per esempio, è ottima cosa inveire contro questo governo di fascisti improvvisati, ma come noterete dopo aver letto questa frase, la polemica fa scaturire sempre una vena d’odio e di repliche che generalmente fanno degenerare la discussione in frasi sconnesse e accuse reciproche tipo “e allora il piddì?”, che non aiutano ad analizzare il problema. Ma non è di politica che voglio parlare, ma di polemica! È fin troppo facile rivoltarsi contro ciò che non ci va giù, che sia la politica, l’università (un esempio a caso?), il lavoro o in generale qualsiasi cosa che non sia sotto il nostro controllo. E al contempo è giusto farlo, perché se viene meno la polemica viene meno il principio di qualsiasi sistema democratico di condivisione delle idee. Ma perché la polemica funzioni deve essere corredata in equa misura di critiche e proposte di cambiamento, come in genere richiesto in qualunque questionario sulla qualità. Evidentemente è una banalità, ma non è sempre scontata o applicabile. La tendenza generale è infatti quella di una pura rassegnazione agli eventi del mondo, un’onda cieca che travolge ogni cosa sul suo percorso.

Recentemente, facendo zapping fra i canali (non lo faccio quasi mai, guardo pochissima TV), sono capitato su una trasmissione di Real Time che descriveva la storia di Jeanne, una donna di 39 anni di 319 kg che non riesce a smettere di mangiare. È facile per lei lamentarsi che la sua vita così non va bene, che deve perdere peso altrimenti morirà molto presto, che non c’è più tempo. Salvo poi cedere a ogni pranzo, mangiando bacinelle di porcherie americane piene di formaggio e salse di dubbio gusto. Non è certamente una questione semplice, chi è affetto da una patologia del genere non dubito che soffra molto per la propria disabilità e necessiti dell’aiuto di uno psicologo per uscire da questa impasse. Ma Jeanne mi ha ricordato che, in fondo, siamo un po’ tutti come lei: ci lamentiamo del governo ladro, del lavoro che è stressante o del caldo (già, é arrivato quel periodo dell’anno in cui il servizio di apertura di molti telegiornali riguarda la temperatura in tutta Italia), salvo poi tornare alla stessa tavola a mangiare lo stesso pasto. E quindi? Che si fa? Niente più polemiche? Ciò che non è sotto il nostro controllo, per definizione, non possiamo controllarlo. La scoperta sorprendente, però, è che in realtà molte poche cose non sono sotto il nostro controllo, magari in minima parte, ma una piccolissima influenza alla storia la portiamo tutti. Tolstoj diceva che la storia è l’integrale delle esperienza e delle vite di tutti gli uomini. Ogni tanto arriva un grande condottiero, un politico, un innovatore che sembra portare grossi contributi, e in effetti è così, ma la storia è fatta anche da tutti i civili e i soldati che non si sono arresi a lamentarsi del pericolo senza combattere. Per quanto sia piccolo il nostro contributo, ciò che possiamo e dobbiamo fare, per vivere e non lasciarci vivere, è intervenire nel nostro giardino, nel nostro quotidiano, modificando i deboli equilibri che ci circondando e contribuire così al cambiamento (dopo che l’hanno usata i grillini, questa parola mi fa paura, scusate non la userò più, ma ecco che ricomincia la polemica …).

L’obiettivo della polemica dev’essere quello di distinguerci da ciò che combattiamo, non deve portarci invece ad assomigliare sempre più al nostro nemico. In una saga fantasy che sto rileggendo in questo periodo, il protagonista, Eragon, si chiede più e più volte se le atrocità che commetterà in nome della libertà saranno giustificate dall’obiettivo di sconfiggere il crudele tiranno Galbatorix. È un dubbio autentico e umano, che ci riporta alla “nostra” polemica: combattere, resistere, disobbedire, in alcuni casi, possono essere l’arma migliore che abbiamo da contrapporre allo status quo, motivando la nostra polemica con azioni concrete atte a migliorare questo piccolo angolo di universo. E ora scusatemi, ma tornerò a imprecare contro i libri dell’università … ah, se solo fossi il rettore …


Link: https://www.wittgenstein.it/2019/06/16/domenica-mattina/

Semplicemente, Europa

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2019

C’è un libretto esile, che si legge in mezz’ora scarsa, dal titolo: “Una certa idea d’Europa”. In quelle poche pagine George Steiner identifica ciò che ha fatto (e in certa misura fa ancora) della civiltà europea qualcosa di totalmente diverso da ogni altra nel mondo, riconducendone l’essenza a cinque peculiarità, che lui definisce “assiomi”. È una lettura piacevole e sorprendente, che fornisce inaspettate argomentazioni contro il rifiuto della comune appartenenza culturale predicato da populisti, sovranisti e opportunisti di passaggio. Si ha l’impressione di sfogliare un album di schizzi, dietro i quali si intravede l’affresco di una intera civiltà, ma dai quali emergono anche i dubbi sulla sua sopravvivenza (i viaggiatori del Gran Tour, che appunto compilavano quegli album, rappresentavano soprattutto rovine).

Steiner riassume così i cinque “assiomi”:

  • il Caffè, inteso come luogo-simbolo di confronto, di discussione;
  • un paesaggio su scala umana (e percorribile a piedi);
  • l’intitolazione di strade e quartieri a statisti, scienziati, artisti e letterati;
  • la duplice matrice culturale (Atene e Gerusalemme);
  • la consapevolezza di vivere un capitolo “conclusivo”, una “stanchezza della storia”: tratto che è proprio solo della cultura europea.

Da essi fa discendere tutte le caratteristiche culturali e storiche del continente. Aggiunge anche due corollari problematici, costituiti uno dal persistere dei particolarismi, linguistici, etnici o culturali, l’altro dal peso dell’impronta cristiana, e in particolare dal nodo mai risolto dell’antisemitismo.

Individua infine alcuni fattori di apparente debolezza, che potrebbero però essere sfruttati in positivo:

  • il ritardo scientifico, o perlomeno il gap che si sta creando nel campo della ricerca rispetto agli USA (e oggi anche alla Cina), che va recuperato indirizzando la ricerca stessa in altre direzioni;
  • il ritardo economico, che potrebbe indurre o almeno facilitare scelte di modelli produttivi in totale controtendenza;
  • il progressivo allontanamento degli europei dalla religione, l’agnosticismo diffuso, che possono impedire o rallentare i processi di radicalizzazione fondamentalista (in atto invece nel mondo islamico, nella società americana e un po’ in tutte le aree del pianeta), sempre che non aprano la strada ad una religione del mercato e del consumo.

 

Può lasciare perplessi la totale assenza di riferimenti a sistemi istituzionali, idealità o ideologie politiche, modi di produzione, a tutto ciò insomma che ci si aspetta di trovare indicato a fondamento o carattere specifico di una civiltà. Ma ci si rende conto subito, procedendo nella lettura, che i riferimenti sono impliciti, e discendono per via naturale dalle scelte operate da Steiner. In realtà il libretto è letteralmente un pretesto, qualcosa che precede il discorso “profondo”, lo apre e lo stimola. Va gustato come un aperitivo, o meglio ancora come un antipasto, che non deve saziare, ma, al contrario, dovrebbe risvegliare l’appetito. Io mi muoverò all’interno di questo pretesto, senza avere naturalmente la presunzione di mettermi a confronto con Steiner. Intendo solo sviluppare alcuni punti del suo discorso per come li ho colti io, con le riflessioni che mi hanno suggerito (mescolandole magari a quelle scaturite dalla recente rilettura de “La ribellione delle masse” di Ortega y Gasset e degli scritti di Andrea Caffi e di Denis de Rougemont), ipotizzando per queste pagine un uditorio giovanile, al quale le cose che andrò a dire non appaiano scontate. Vorrei verificare se le peculiarità individuate da Steiner sussistono ancora, se ancora siano identificative della civiltà europea e, in caso di riscontro positivo, come possano essere declinate nella situazione attuale. Per farlo procedo nell’ordine che Steiner ha dettato.

 

 

  1. a) Cominciamo dal Caffè. Come abitudine alimentare è stata introdotta dalle scoperte geografiche del ‘500, quindi è un prodotto tipico della modernità. Come consuetudine di frequentazione sociale ha rappresentato per un paio di secoli il luogo per eccellenza di ritrovo degli intellettuali, dai letterati agli avvocati, la sede di uno scambio culturale che avviene al di fuori delle sedi istituzionali. Tale consuetudine si è sviluppata soprattutto nel periodo illuministico, fino a far diventare il Caffè un riferimento d’obbligo per il nuovo ceto borghese, in alternativa al salotto aristocratico e alla bettola plebea. Non a caso la bevanda eletta a simbolo è un eccitante: tiene svegli, al contrario del vino o della birra, aiuta a fare e a pensare, anziché a stordirsi e a dimenticare. In Italia è stato Goldoni a certificarne il ruolo (La bottega del caffè), mentre i fratelli Verri gli hanno significativamente intitolata la loro rivista. Ed è altrettanto significativo che i poteri costituiti abbiano sempre avuto i Caffè in sospetto, tanto che già Carlo II aveva tentato, invano, di far chiudere quelli inglesi. Almeno fino alla metà del secolo scorso la loro immagine è rimasta ben distinta rispetto a quella di altri locali pubblici, del pub, o del bar, soprattutto di quello americano, caratterizzandosi per un’atmosfera fortemente “attiva” e per un livello “alto” di socializzazione, laddove in quelli gli ingredienti (l’alcool, ad esempio, ma più recentemente anche la musica onnipresente) inducono piuttosto all’isolamento o a una conversazione futile nella sostanza e primitiva nei modi (non a caso si distingue lessicalmente tra le chiacchiere da bar e i discorsi da Caffè)

Il Caffè è dunque associabile a una tradizione di libero dibattito che spazia in ogni ambito, politico, intellettuale, artistico o filosofico, e dal quale ha origine quella che oggi chiamiamo “opinione pubblica”: ma soprattutto al ceto sociale che quella tradizione l’ha inventata. L’indicazione di Steiner sottintende l’esistenza e l’importanza in Europa di una classe sociale inesistente altrove, che ha impostato le istituzioni e le relazioni in una maniera sua caratteristica. Si parla di borghesia, di spirito borghese, e quindi di “valori” borghesi.

Steiner sembra non avere dubbi sul fatto che questi valori davvero esistano. Io qualche domanda in proposito me la sono posta, tanto tempo fa, arrivando alla conclusione che “un’ambiguità di fondo ha da sempre segnato la concezione “borghese”: mentre da un lato essa propugnava l’emancipazione dell’individuo, attraverso la costruzione del sistema dei diritti, a salvaguardia delle libertà personali, dall’altro mirava alla affermazione di una economia di mercato, e conseguentemente di una società industriale, il cui libero sviluppo doveva essere svincolato da tutte le pastoie tradizionali e nella quale l’individuo trovava spazio eminentemente, o soltanto, in qualità di produttore […] Le esigenze economiche hanno finito per prevalere sulle istanze sociali. E così di fatto la società dei diritti ha tranquillamente negato il diritto di appartenenza al genere umano a gran parte dell’umanità, reintroducendo proprio nel XVII e nel XVIII secolo la schiavitù, salvo poi abolirla non appena ha iniziato ad essere meno remunerativa rispetto alle nuove e più universali forme di sfruttamento introdotte dal modo di produzione industriale. L’etica del lavoro si è tradotta in giustificazione morale dello sfruttamento, e il trionfo dell’economia di mercato ha di volta in volta suggerito le risposte aggressive o difensive del nazionalismo. Allo stesso modo, la ribellione contro l’arbitrarietà del potere è in fondo approdata, nella sostanza, solo alla finzione della partecipazione democratica, e per di più in un ambito politico che nel frattempo andava demandando ogni reale funzione decisionale ai nuovi poteri forti, quelli economici. […]

Per quanto possa sembrare paradossale (dal momento che proprio al trionfo dello spirito borghese viene in genere associato il primato dell’etica rispetto alla morale), la borghesia non è stata in grado di produrre né un’etica (sistema di valori) né un’etichetta (stili di comportamento). […] O meglio, lo ha fatto, almeno nella fase di attacco, quando attraverso l’illuminismo ha elaborato il sistema del diritto borghese (fondato sulle libertà individuali – ivi comprese quelle alla proprietà, al commercio e all’imprenditoria) e il quadro delle istituzioni che lo regolamentano e che su esso si reggono (lo stato), ha creato un nuovo contesto politico e culturale di riferimento (la nazione) e prodotto strumenti extra-istituzionali di salvaguardia e di pressione (l’opinione pubblica), ed ha infine affidato al lavoro-dovere, al lavoro-realizzazione e alle realizzazioni – tecnologiche e capitalistiche – del lavoro il riscatto (attraverso l’idea di progresso) della perdita di senso dell’esistenza individuale e collettiva – della vita e della storia. Ma questi valori – libertà, nazione, stato, lavoro, progresso – che possono apparire quanto mai “forti”, si sono prestati da sempre ad interpretazioni ambigue e contraddittorie, e pur tutte legittimate da una intrinseca debolezza e duttilità, dal relativismo scaturente dal loro carattere convenzionale: così da poter essere piegati di volta in volta a rispondere alle trasformazioni indotte dal modo di produzione capitalistico.

 

Sottoscriverei ancora oggi queste parole, almeno per quanto concerne le “idee forti” di stato, di progresso, di nazione, e in parte anche i concetti di libertà, di democrazia e di lavoro-dovere: ma aggiungendo come postilla un’altra citazione, molto più sintetica, da Alain Touraine (La fine della modernità), perché coglie assai bene lo spirito di quanto affermato da Steiner. Recita così: “Pur con tutte le connotazioni negative che sono andate ad accumularsi dietro al termine borghesia, va riconosciuto che la società borghese è stata alla base dei movimenti rivoluzionari del XVII e del XVIII secolo e che ha finalmente legittimato l’espressione dei sentimenti nella vita personale, familiare e pubblica. È in questa società borghese – scientifica e razionale, insomma laica – che abbiamo vissuto. Ed è a questo modello di società che ci siamo riferiti nella battaglia contro le ingiustizie sociali, l’arbitrarietà del potere, il nazionalismo aggressivo e il colonialismo oppressivo.”

Ovvero, per dirla in altri termini: i valori, per quanto passibili di ambiguità e interpretazioni arbitrarie, quella società li ha espressi, e il fatto che siano poi stati declinati in maniera distorta non ne inficia la validità. Oggi i Caffè tradizionali sono quasi del tutto scomparsi, e lo sa benissimo anche Steiner. Così come è scomparsa o è diventata tutt’altra cosa la borghesia cui si riferisce. Ma questo non significa abbiano perso senso la razionalità, il laicismo, l’egualitarismo, la libertà individuale, per citare solo i valori più importanti, e risultino obsoleti quelli che sono stati i loro veicoli, il dibattito, il confronto, la rappresentanza. Per cui dobbiamo ancora fare riferimento ad essi, visto che nel frattempo non risulta ne siano stati proposti di altrettanto validi: e dobbiamo semmai vigilare e spingere per una loro reinterpretazione più genuina, e difenderne la corretta applicazione nei rapporti sociali.

 

Per tornare allo specifico dell’indicazione di Steiner, direi allora che uno degli slogan attorno ai quali riaggregarsi potrebbe essere proprio “riprendiamoci il Caffè”: ritroviamo cioè il piacere di incontrarci fisicamente, di guardarci in faccia anziché comunicare via twitter o “faccine”, e di riassaporare quindi il gusto di un confronto leale. Ciò che significa, ad esempio, rifiutare categoricamente lo squallore al quale i dibattiti maleducati e fasulli inscenati in televisione danno legittimità, o la demenza irresponsabile e aggressiva che dilaga sui social. Recuperare la misura nelle modalità del confronto, l’urbanità della discussione, potrebbe sembrare solo un problema di forma, di etichetta, ma in realtà va a toccare e a determinare anche la sostanza (ovvero l’etica conseguente). Si urla e si insulta solo per mascherare una assoluta mancanza di idee: perché le idee non si scontrano, ma si confrontano.

È ancora possibile questo recupero? Ne dubito. Temo che lo sfascio sia irrimediabile. Ma penso che qualcosa occorra comunque fare. La butto lì, a mo’ di esempio: qualche preoccupato ripensamento potrebbe produrlo una campagna di boicottaggio, allargata a livello internazionale, delle emittenti e dei social network che non applicano alcun codice etico, da attuarsi con le modalità innovative dettate dalla natura stessa degli obiettivi. Avrebbe quanto meno il risultato di far discutere seriamente sul problema, creando un immenso Caffè virtuale governato dalle regole della decenza. Non sto parlando ovviamente di censura: la decantazione avverrebbe in maniera spontanea, e il ritrovare o il conoscere per la prima volta forme di dibattito più nobili e responsabilizzanti potrebbe funzionare da volano per rimettere in circolo anche i valori.

Sono gesti minimi, probabilmente inutili: ma se vogliamo poter continuare a guardare negli occhi coloro che verranno dopo di noi ed esigere anche da loro una qualche responsabilizzazione, vanno almeno tentati.

 

  1. b) Il paesaggio “camminabile”. L’Europa è l’unica area del mondo nella quale si può andare dall’estremo occidentale a quello orientale, e da nord a sud, incontrando sempre un villaggio o una città entro una giornata di cammino, che si viaggi in diagonale, diritto o a zig zag. È un tessuto dalle maglie decisamente strette. Lo spazio europeo è tutto culturalmente caratterizzato, organizzato, disciplinato. Ciò ha due conseguenze: da un lato, in assenza di soluzioni spaziali di continuità (non ci sono deserti, la catene montuose sono facilmente superabili e hanno costituito un ostacolo molto relativo ai traffici di ogni tipo) l’interscambio tra culture è sempre stato fittissimo, e ha prodotto una crescita che nelle grandi linee è stata uniforme. “Il fatto è che per questi popoli chiamati europei vivere ha sempre significato muoversi e agire in uno spazio, o ambito, comune. E cioè per ogni popolo vivere equivaleva a convivere con gli altri” scrive Ortega y Gasset. Dall’altro lato, il confronto con una natura addomesticata non ha suscitato particolari terrori metafisici, e ha favorito invece nei riguardi di quest’ultima un’attitudine molto “laica”, desacralizzante.

Per quanto concerne la prima conseguenza, Steiner sottolinea soprattutto le componenti etimologicamente “pedestri” della cultura europea, di quella che si ritrova ad esempio nei ritmi poetici (non a caso la figura retorica di base della ritmica latina è il piede); o la stretta connessione da sempre percepita tra il camminare e il pensare (dai peripatetici a Kant, dai poeti romantici a Nietzsche). Un paesaggio così fittamente antropizzato, percorribile (e fino all’altro ieri percorso) ai ritmi lenti della camminata, sfuma necessariamente le differenze, a partire da quelle idiomatiche fino a quelle di costume, crea una consuetudine con la presenza “straniera”, che proprio per questo non è più sentita come completamente tale, e favorisce influenze reciproche continuative.

Quanto alla seconda conseguenza, nei quattro o cinque secoli della “modernità” l’atteggiamento disincantato nei confronti della natura è cresciuto sino ad andare troppo oltre, facendo presumere agli europei di avere il potere e il diritto di disporre di quest’ultima a piacimento, e non solo nel proprio continente. Di conseguenza il paesaggio, che nel sette-ottocento ancora era avvertito come rassicurante, (a dispetto della tendenza romantica a coglierne gli aspetti misteriosi e minacciosi) sta diventando sempre più inquietante, per l’eccesso di sovrapposizione di una “seconda natura”, quella artificialmente costruita dall’uomo, e per la constatazione della sua incompatibilità di fondo con i fenomeni non governabili della natura reale. Ma la situazione di allarme determinata dai cambiamenti climatici e dalla sempre maggiore fragilità di un territorio attaccato e sfruttato in maniera dissennata potrebbe avere un risvolto positivo, se si traducesse finalmente in una responsabile consapevolezza. Se si recuperasse cioè quello che per i Greci era il “senso del limite”.

I maggiori corsi d’acqua europei attraversano o lambiscono diversi paesi. Ogni refolo d’aria leggermente più forte diffonde l’inquinamento atmosferico da una regione all’altra. Le correnti sballottano allegramente da un litorale all’altro le schifezze scaricate a mare. La terra, forzata a colture intensive e concorrenziali, si impoverisce e si ribella. Insomma, tutta la natura che ci circonda concorre a dirci che senza una politica comune di salvaguardia ambientale siamo destinati a lasciare ai nostri nipoti lande davvero desolate e inabitabili.

 

Recuperare un’etica e un’estetica del paesaggio non significa però predicare il ritorno alla wilderness: non può tradursi in un integralismo ambientalista di natura puramente emozionale e irrazionale, assolutamente incompatibile con la situazione storicamente determinata di cui parla Steiner, e nella sostanza inconcludente. Si tratta invece di rendere la presenza umana compatibile, risanando quello che è stato guastato e trovando in questo ripristino anche l’occasione per inaugurare scelte economiche e produttive diverse.

 

Anche rispetto a questo argomento è difficile dare indicazioni operative concrete. Ma visto che da qualcosa occorre pur iniziare, partirei dal recupero di un minimo di conoscenza geografica e dalla conseguente consapevolezza che il problema va affrontato su scala almeno continentale, in attesa e nella speranza che venga avvertito e riconosciuto anche su quella planetaria, e che l’esempio europeo possa diventare trainante. Il paradosso contemporaneo è che mai come oggi c’è stata tanta informazione geografica, quella che passa attraverso le immagini e il racconto documentaristico, e mai come oggi, proprio per la natura di questa informazione, che si presta ad un consumo facile, rapido e passivo, c’è stata in realtà tanta ignoranza, alimentata anche dalla politica scolastica di liquidazione dell’argomento come disciplina specifica. Una foscoliana esortazione alle geografie dovrebbe dunque essere formulata di concerto da tutti gli intellettuali europei, ma essere poi accolta, diffusa e praticata da un corpo docente che soprattutto in Italia sembra rassegnarsi a subire passivamente le riforme più peregrine e insensate (ispirate in genere da oltreoceano, da un mondo cioè nel quale l’ignoranza geografica e storica è quasi un vanto nazionale).

 

  1. c) La storia sui muri. La quotidianità del rapporto e del legame con una cultura ben specifica non riguarda infatti solo gli spazi (quindi i luoghi della sua elaborazione e il paesaggio che la esprime), ma anche i tempi. Come sottolinea Steiner, nelle nostre città ogni via, ogni piazza, ci ricordano un momento, un evento, un protagonista. L’Europa è il luogo dell’onnipresente memoria, fissata nella toponomastica stradale oppure nei cartelli, nelle targhe, nelle lapidi che segnalano edifici di rilevanza storica, teatri di vicende particolari, residenze di personaggi della cultura o della politica, con corredo di date e di altre informazioni essenziali. Non è così altrove. Negli Stati Uniti, ad esempio, che pure rientrano nell’area della cultura “occidentale”, le strade, sia quelle cittadine che le extraurbane, non sono intitolate, ma numerate. Quando si va oltre la semplice numerazione, i riferimenti rimangono vagamente naturalistici (via dei cipressi, ecc) o, nelle regioni di antica colonizzazione iberica, religiosi. Lo stesso vale per la toponomastica in estremo oriente. In Giappone la maggior parte delle strade non hanno una intitolazione: negli indirizzi vengono indicati il numero di distretto, quello del blocco e quello dell’edificio specifico. In Cina i nomi delle strade sono connessi alla prossimità con un sito facilmente identificabile (ad esempio, Viale lungo il fiume, Viale dietro la Porta) o al loro rapporto coi punti cardinali (viale occidentale, viale settentrionale, ecc …).

Insomma, la “storicizzazione” toponomastica è solo europea. Sino a poco tempo fa in Europa chi percorreva uno spazio urbano compiva anche una immersione nella profondità del tempo. Assimilava l’idea che la cultura europea è frutto della sedimentazione plurisecolare di innumerevoli frammenti: cioè di una storia, e di una storia “umana”. E coltivava un fortissimo senso del passato, la coscienza dell’importanza di ciò e di chi lo aveva preceduto. Steiner arriva a dire che la ragnatela dei riferimenti è sin troppo soffocante, e questo in qualche modo è a volte anche un ostacolo per gli europei ad aprirsi al futuro, a immaginarlo nel segno della speranza (mentre gli americani sono totalmente immersi nel presente).

 

Credo lo sarà ancora per poco: perché la tendenza odierna è invece a cancellare la storia, a frammentarla in memorie particolaristiche, a negarne una qualsivoglia “oggettività”, e quindi esemplarità. Di fatto, l’impressione è che di questo fardello gli europei vadano liberandosi velocemente. Le trasformazioni nella toponomastica stradale rispecchiano molto bene il cambiamento dei tempi. Ai personaggi storici sono sempre più frequentemente sostituiti i protagonisti dell’effimero (un paio d’anni fa c’erano in Italia una quarantina tra vie e piazze dedicate a Fabrizio de Andrè, e non una intitolata a Camillo Berneri), oppure è preferita la neutralità di riferimenti pseudo-ambientali (via delle mimose, viale delle ginestre, ecc). La memoria si cancella proprio a partire dalle strade, con la complicità anche delle nuove modalità di spostamento, che richiedono di semplificare al massimo gli elementi identificativi, di uniformarli su scala globale e di governarli attraverso algoritmi matematici. Le autostrade europee, ad esempio, non sono già più contraddistinte da un nome (anche se spesso, soprattutto in Italia, vengono caratterizzate da specificazioni ambientali o simboliche del sole, dei fiori, dei trafori, …), ma da un numero. Ma agiscono anche altri fattori. La gran parte dei nostri ragazzi, dopo anni di tragitto in auto da casa alle successive sedi scolastiche, non saprebbe ricostruire il percorso su una carta stradale e non ha mai avuto occasione di chiedersi chi fossero i personaggi citati nelle lapidi poste all’ingresso di ogni via.

 

Il primo argine a questa cancellazione potrebbe alzarlo ancora una volta, come per la geografia, la scuola. Ma la rivalorizzazione della storia come disciplina scolastica, pur assolutamente necessaria, non è sufficiente. Occorre anche chiarire come e cosa andrebbe insegnato. Tre millenni di civiltà europea sono stati sottoposti nell’ultimo mezzo secolo non ad una sacrosanta rilettura critica, ma ad una aprioristica interpretazione in negativo, in nome di una malintesa “correttezza politica” o della riduzione del lavoro storico ad ermeneutica. Detto in altre parole, lo studio delle intenzioni, vere o presunte, ha avuto la meglio su quello dei fatti. Steiner cita la lapidaria liquidazione proferita da Henry Ford: “La storia è una sciocchezza”, che è tipica di chi la storia vuole azzerarla perché intende scriverne una totalmente nuova. Ma venendo da Ford, figlio di gente che alla storia europea ha voluto sottrarsi e quella indigena l’ha letteralmente cancellata, può starci. Per gli europei il discorso è diverso, molto più complesso: la storia non è stata liquidata come una sciocchezza, ma denunciata come una colossale millenaria menzogna, costruita e alimentata nei secoli per ridurre l’umanità a strumento della ragione economica. Hegel letto alla rovescia ma applicato alla lettera. Questa “decostruzione” è partita dall’ambiente intellettuale più progressista, come reazione allo scacco dei grandi progetti utopistici novecenteschi, ed è stata immediatamente fatta propria da un sistema ormai totalmente auto-referenziale, che nella cancellazione della storia trova la giustificazione a violare qualsiasi regola. Distruggere o screditare il passato è il primo passo per mettere le mani sul futuro, per obbligarne gli sbocchi, negando la ricchezza di possibilità che il passato ha creato. Penso che neppure Marx pensasse di poter essere preso così alla lettera, quando affermava che l’unico vero motore del mondo è l’economia: oggi sembra senz’altro essere così, e non con la complicità della storia, ma attraverso la sua negazione.

 

Si torna dunque sempre allo stesso punto. Per frenare questa deriva sarebbe necessario ripartire dalla scuola, da una riforma radicale che conduca a modelli di istruzione unificati in tutto il continente, e capaci di avviare e alimentare al loro interno uno scambio reale, tanto di allievi che di conoscenze. É una condizione essenziale perché dal confronto delle tante storie particolari si arrivi (forse dovrei dire, si torni) a intravedere quella che per oltre due millenni ci ha uniti: e che potrebbe suggerire qualcosa per il domani. È l’unica, e probabilmente ultima, chanche.

 

  1. d) Atene e Gerusalemme. La prima elementare coscienza storica da recuperare è quella della doppia eredità. Siamo tutti figli dei greci, ma siamo anche tutti discendenti dagli ebrei. Dalla grecità ci arrivano la musica, la matematica, la metafisica, in un ordine consequenziale (ma anche i modelli estetici, le scienze naturali, il lessico fondamentale di ogni disciplina o attività). Sono discipline che per loro stessa natura, o se vogliamo per la natura dei loro linguaggi, inducono il superamento dei confini linguistici. Già alla fine del Seicento un musicista come Georg Muffat poteva scrivere due Suites orchestrali nelle quali venivano presentati brani alla francese, all’inglese, alla tedesca, all’italiana, alla spagnola, addirittura all’ olandese, pescando nei repertori, nelle differenze e nelle tipicità di ciascuna scuola, e unificando antologicamente il tutto nelle mani di una sola orchestra. E scriveva, lui di origine tedesca, in un momento in cui la Francia e l’impero erano in conflitto, che la musica poteva andare oltre le meschine e contingenti conflittualità politiche, ed esprimere uno spirito europeo fondamentalmente unico. Così come fa la matematica, che con la musica è in diretta simbiosi (rapporto tra numeri interi e toni diversi della scala, divisione ritmica del metro musicale espressa in frazioni, altezza, intensità e ampiezze dei suoni, intervalli di frequenze, ecc …).

Anche se non è originaria dell’Europa, la scienza dei numeri ha trovato nella cultura europea la sua espressione più pura. Tanto la matematica egizia, poi diffusa in tutto il vicino oriente, che quelle indiana e cinese si limitavano all’esecuzione di calcoli aritmetici anche complessi ma finalizzati a scopi essenzialmente pratici (misurazioni di lunghezze, determinazioni di peso, ecc ). La matematica come teoria generale dei numeri e scienza geometrica teoreticamente fondata è invece opera dei Pitagorici. I Greci sottraggono i problemi matematico-geometrici alle finalità pratiche e li elevano a un livello speculativo puro. E questo vale anche per le scienze che con la matematica hanno una diretta connessione e ne traducono i principi in termini di conoscenze operative, come l’astronomia e la fisica.

La speculazione matematica pura apre a sua volta le porte alla metafisica, all’indagine su ciò che non è immediatamente percepibile e non è fisicamente rappresentabile. Come dice splendidamente Steiner, la fuga dei numeri primi verso l’infinito ci rivela la convergenza tra matematica e filosofia (ma anche con la musica).

 

Questo per l’eredità di Atene. Da Gerusalemme ci arrivano invece l’autocoscienza e la percezione delle vicende umane entro un quadro storico, il dialogo con la trascendenza, l’idea di un Libro supremo, di una Legge sulla quale si fonda la morale. Si potrebbe dire che mentre dai Greci discende il senso dell’essere, dagli Ebrei arriva quello del divenire (il tempo che non si ripete neutro e uniforme, ma si carica di significato, di aspettativa e quindi di senso: da cui il cristianesimo e l’idea di progresso, lo storicismo messianico e il socialismo utopistico).

Ne L’uno e il diverso (1970), altro libricino aureo, Denis de Rougemont (un pensatore svizzero famoso soprattutto per L’amore e l’Occidente, ma che andrebbe riletto per intero) scriveva che il cristianesimo “porta la contraddizione nel cuore dell’essere, e la traduce nell’enunciato dei suoi dogmi fondamentali. (…) La Trinità trasferisce in Dio stesso il paradosso dell’uno e del diverso, mentre l’Incarnazione porta all’estremo la coesistenza dei contrari, nell’inconcepibile definizione della persona di Gesù Cristo come “vero Dio e vero uomo”, nello st esso tempo”. Anche prescindendo dalla fede che si può loro accordare o meno, “è innegabile che questi dogmi abbiano finito col tempo per sedimentare tra i popoli d’Europa delle relazioni di natura essenzialmente dialettica. L’Europa è la “patria della diversità. È nella tensione tra i diversi, talora persino contrari e contradditori, che si configura il portato politico-culturale più alto dell’avventura europea-occidentale: il ‘pluralismo’, da intendersi in un senso dinamico e di tensione permanente, e il cui l’esito finale è quello di un equilibrio tanto fragile quanto prezioso.”

Le radici cristiane sono dunque uno dei tratti fondamentali dell’identità europea, non perché abbiano creato dei valori indiscutibili e statici, ma perché hanno connotato l’esistenza occidentale in senso “drammatico”, dinamico, all’insegna dell’agonismo Questo spiega anche la pulsione costante verso l’altrove, verso l’utopia, verso cioè sempre nuovi spazi di rigenerazione. “L’Europa – scrive ancora Rougemont -, è stata e può ancora senz’altro essere la patria delle antinomie inseparabili: autorità e libertà, persona e comunità, tradizione e innovazione, destra e sinistra, nord e sud, evangelismo e ritualismo, riformismo e rivoluzione, mito e scienza, eresia creatrice e sana dottrina, bisogno di sicurezza e gusto per il rischio, conformismo che mantiene i valori e originalità che li contesta e li rinnova”.

L’ibridazione tra i due corredi genetici (quella tentata già in origine da Paolo di Tarso) non è mai completamente riuscita. Tutta la storia culturale, politica, sociale dell’occidente vede l’alternarsi del prevalere dell’una o dell’altra concezione (rinascimento pagano, puritanesimo ebraico, illuminismo e romanticismo come situazioni di compromesso) e il permanere della tensione tra le due (razionalismo storico-scientifico versus fideismo e rivelazione). Nella società europea tuttavia questa doppia polarità, al di là delle scintille che ha costantemente prodotte, ha funzionato anche da motore, ha assolto ad una funzione insieme stimolante ed equilibratrice. Di essa sembrano rimanere oggi solo i cascami, e tra questi Steiner evidenzia il particolarismo, come frutto della mappa assurdamente frammentata dello spirito europeo, e l’antisemitismo, come portato atavico del gene cristiano.

 

Più di ottant’anni fa Ortega Y Gasset spiegava così la persistenza dei particolarismi: “Questo sciame di popoli occidentali, che ha cominciato a volare sulla storia partendo dalle rovine del mondo antico, è sempre stato caratterizzato da una duplice forma di vita. È successo questo: man mano che ciascun popolo costruiva il proprio genio peculiare, fra loro, o sopra di loro, si andava creando un repertorio comune di idee, di maniere, di entusiasmi. Non basta. Il destino che li rendeva, in egual misura, progressivamente omogenei e progressivamente diversi, va inteso nella sua forma più paradossale. Perché in essi l’omogeneità non è stata senza effetti sulla diversità. Al contrario: ogni nuovo principio di uniformità fecondava le differenze nazionali. L’idea cristiana genera le chiese nazionali, il ricordo dell’Imperium romano ispira le diverse forme dello stato; la “restaurazione delle lettere” del secolo XV dà slancio a letterature divergenti: la scienza e il principio unitario dell’uomo come “ragion pura” creano stili intellettuali che modellano in modo differenziato anche le astrazioni ultime del lavoro matematico. Infine, e per colmo: persino la stravagante idea del XVIII secolo, secondo la quale tutti i popoli devono avere una costituzione identica, produce l’effetto di destare romanticamente la coscienza differenziale delle nazionalità, che viene ad essere un incitamento a ogni popolo verso la propria particolare vocazione.” Ortega rivendicava la positività di questa contraddizione a fronte della “spaventosa omogeneità di situazioni in cui sta cadendo tutto l’Occidente”, di una sensazione opprimente di asfissia indotta come causa immediata dal trionfo o dall’avanzata dei fascismi in tutti i paesi europei, ma prima ancora dall’irruzione quasi improvvisa nella politica e nella cultura tutta dell’uomo-massa. Tutto questo comunque non lo induceva ad avversare l’idea di una unità, anche statale, dell’Europa. La dava anzi per necessaria e scontata (e lo dimostrano le pagine che andrò ad allegare a questo scritto).

 

Steiner propone considerazioni quasi simili. Da linguista qual è ritiene che “Per l’Europa la minaccia più radicale – quella che colpisce alla radice – è la marea detergente, esponenziale dell’anglo-americano, sono i valori globalizzati e l’immagine del mondo che questo vorace esperanto porta con sé. Il computer, la cultura del populismo e il mercato di massa parlano americano”. E quindi, non c’è dubbio: “L’Europa morirà se non combatte per difendere le sue lingue, le sue tradizioni locali, le sue autonomie sociali.” Questo non significa, beninteso, dare corda agli egoismi localistici, ai sovranismi. Tutt’altro. “Odi etnici, nazionalismi sciovinistici, pretese regionali sono stati l’incubo dell’Europa.” L’unica cosa da mutuare dal modello americano è “un federalismo che unisce territori immensi e climi così diversi”. In sostanza, per Steiner come per Ortega il problema non è rappresentato dal sussistere delle particolarità, ma dal loro tradursi in particolarismi, sotto la spinta di motivazioni ed emozioni che hanno poco o nulla a che vedere con l’eredità storica e sono invece innescate e manovrate ad arte da squallidi interessi egoistici molto attuali. Entrambi ci dicono che le differenze, le tradizioni, le autonomie sono in realtà tutelate molto meglio, o addirittura soltanto, laddove esista l’ombrello di una organizzazione sopranazionale capace di mantenere gli equilibri e al tempo stesso non interessata (e comunque tecnicamente impossibilitata) ad interferire oltre una certa misura.

Va aggiunto, rispetto a queste considerazioni, che oggi le cose sono complicate da una ulteriore ibridazione di ritorno. Il confronto non è infatti più solo con la ramificazione culturale americana, che si è sviluppata in modo autonomo dal ceppo europeo, ma anche col modello asiatico, cinese e non solo, che ha una propria matrice tradizionale ma è stato contaminato dal duplice colonialismo culturale occidentale, quello capitalistico e quello collettivistico. In questo caso non si tratta di una aggressione linguistica, come quella paventata da Steiner nei confronti della cultura anglo-americana, ma dell’invasione di un culto delle merci, degli oggetti, che pervade in maniera più o meno pacifica la nostra quotidianità e veicola modelli comportamentali non meno devastanti e uniformanti di quelli dell’american style of life.

 

Quanto all’antisemitismo, il tema meriterebbe un discorso a parte: è troppo complesso per poter essere svolto in questa sede. Steiner stesso lo accenna appena, solo per ribadire che il movente originario è religioso, è connesso a un rancore rimasto per duemila anni nel bagaglio del cristianesimo, senza essere sostanzialmente mai rinnegato, fino a trasmigrare poi nelle fedi secolari che del cristianesimo hanno raccolto l’eredità (tanto il progressismo socialista quanto il conservatorismo fascista). Questo spiega il persistere e la periodica recrudescenza del fenomeno in una Europa che ospita ormai minoranze ebraiche numericamente insignificanti ed economicamente irrilevanti. È l’ebraismo in sé, come modo d’essere e di pensare, l’oggetto dell’odio: gli ebrei ne sono solo le vittime concrete. Per questo la scomparsa della “differenza” ebraica rappresenta una perdita irrimediabile, che va al di là dell’orrore concreto e dell’enorme peso simbolico della tragedia che l’ha determinata: perché con la sua stessa presenza l’ebreo riusciva destabilizzante rispetto all’ordine tradizionale, la sua voce era svincolata dalle obbedienze e dai culti tradizionali, critica rispetto ad ogni forma di potere e portata per natura all’innovazione,

Il risultato è un appiattimento e al tempo stesso una accelerazione della scomparsa dell’identità europea, ormai sempre più diluita nel mare della globalizzazione.

 

  1. e) Il tramonto dell’Occidente. Di fronte a questa prospettiva si danno due possibilità: ci si può rifugiare in una rassegnata impotenza, o addirittura nell’assoluta indifferenza, oppure si può pensare che qualcosa di quella identità vada salvaguardato. Il primo di questi atteggiamenti potrebbe essere confuso con la “consapevolezza escatologica” di cui parla Steiner. È vero infatti che la cultura europea è stata caratterizzata dalla costante presenza di profezie di apocalisse, di catastrofe incombente. Gli europei hanno sempre mostrato coscienza del fatto che ogni civiltà, ogni cultura, hanno una scadenza, influenzati probabilmente anche dal paradigma scientifico che andavano sviluppando, all’interno del quale il senso della fine trovava piena conferma (le leggi dell’entropia). L’attesa di uno sconvolgimento finale non è però monopolio degli europei. Anche altre civiltà, e non solo i Maya, l’hanno condivisa. La peculiarità europea consiste semmai nel fatto che la catastrofe era concepita come esito di un declino le cui origini e motivazioni erano intrinseche alla civiltà stessa, e non come un evento catastrofico generato dall’esterno. Steiner parla di “stanchezza della storia”. Forse si potrebbe dire che è una stanchezza originata proprio dalla consapevolezza storica, dal fatto che nessuna civiltà come quella occidentale ha raccolto e conservato e interpretato le tracce e le testimonianze del proprio percorso. Il racconto della decadenza degli imperi è rimasto un bestseller assoluto nella letteratura storica, prima e dopo Gibbon.

L’atteggiamento nei confronti del “tramonto” non è comunque sempre stato lo stesso, e ancora oggi si diversifica. Fino alla metà dell’800 era viva una volontà di resistenza, la speranza di una rinascita. Poi, a partire da De Gobineau, il pessimismo ha prevalso, e questa disposizione si è acutizzata dopo il primo conflitto mondiale (Spengler, Zweig, …), in concomitanza proprio con il dissolversi degli ultimi grandi imperi continentali. Una pausa di vent’anni, e il secondo conflitto e la fine di altri imperi, quelli coloniali, sono arrivati a certificare che in futuro le civiltà protagoniste della storia sarebbero state altre.

La riflessione sulla propria storia, sul proprio destino, sulle proprie responsabilità che è scaturita dal confronto con gli orrori delle due grandi guerre è sconosciuta a tutte le altre civiltà. Il collasso europeo è stato vissuto da una parte della cultura, quella di “sinistra”, quasi con voluttà, dando origine a quello che Pascal Brukner ha ironicamente definito “il singhiozzo dell’uomo bianco”. Alla cultura occidentale, e a quella europea in particolare, sono stati imputati tutti i mali del mondo odierno. Dall’altra parte, a “destra”, la resistenza al collasso convive con una quasi rassegnazione (e qui vien fuori l’eredità greca, filtrata attraverso la filosofia di Nietzsche) e in alcuni casi con l’attesa di una catastrofe totale, ma rigenerante, che illuminerebbe di senso il tutto.

 

Che fare? Mentre ripercorre il passato dell’Europa Steiner butta ogni tanto anche uno sguardo al futuro, segnalando le urgenze più immediate. La prima, improrogabile, è il recupero di dignità alla cultura. Una cultura dovrebbe essere in grado di difendere la propria dignità da sola, ma come abbiamo già visto oggi quella europea è sotto attacco da più fronti, e con le finalità più svariate: politiche, economiche e, soprattutto, di rivalsa sociale. Questo la porta a configgere anche con la democrazia, o almeno con quella versione che si identifica nell’assioma populista dell’ “uno vale uno”. “Con la cultura non si mangia” è l’equivalente solo un po’ più becero dell’affermazione di Henry Ford rispetto alla storia.

A delegittimare il ruolo sociale, politico ed economico della cultura è in primo luogo il fatto che essa non appare più indispensabile per una “realizzazione” individuale, dal momento che tale realizzazione viene misurata sul parametro del “successo”, ovvero della visibilità e del potere d’acquisto. L’ammirazione e il rispetto (ma anche l’invidia) un tempo riservati a chi deteneva particolari saperi si sono spostati, all’interno della logica consumistica, verso chi arriva alla ribalta, sia pure per un attimo, per vie che non comportano alcuno sforzo di conoscenza particolare: ciò che consente a chiunque di identificarsi e di nutrire ambizioni a impegno zero. Se mai c’è stato un annullamento, sia pure solo virtuale, delle differenze, bisogna riconoscere che è quello prodotto dalla società dello spettacolo. Lo si è ottenuto azzerando quelli che sino a ieri erano considerati valori, livellando le aspettative solo verso il basso.

Steiner parla invece della necessità di tornare a riconoscere il ruolo delle “aristocrazie dello spirito”. Facendo scendere lo spirito di qualche gradino possiamo ricondurre il discorso al tema della “rivolta delle élites”, o meglio ancora di quella “contro le élites”. Le élites, europee e non, e segnatamente quelle progressiste (la cosiddetta sinistra), sono oggi accusate di aver perso il contatto con gli umori, i desideri, le difficoltà di un “popolo” disorientato dall’automazione, dal trionfo del virtuale e dalla globalizzazione, ma anche dagli spazi di opinione e di potere che apparentemente gli sono stati spalancati. L’imputazione di “tradimento” è mossa perché, in nome di un’idea di ‘progresso’ che ha preso le sembianze di un crescita soprattutto materiale, sono stati promossi tutti quei caratteri della modernità che hanno distrutto i vecchi collanti sociali, le sicurezze derivanti dallo spirito comunitario, dalle appartenenze identitarie, dal senso della famiglia, dalla codificazione dei ruoli di genere. Avrebbero cioè rotto quel patto di coesistenza tra élite e popolo che è alla base delle democrazie moderne (sono i temi dei saggi di Christopher Lasch, il più famoso dei quali si intitola proprio La ribellione delle élites).

Ora, questa percezione, l’idea cioè che i circoli elitari dall’alto di una condizione privilegiata e garantita guardino alla realtà in una prospettiva totalmente autoreferenziale, e se la raccontino tra di loro, è quotidianamente confermata da ciò che passa in televisione o si legge sui giornali. Ma occorre distinguere. Da un lato c’è una realtà di fatto: le pur assolutamente condivisibili battaglie per i diritti civili e per le tutele delle più disparate minoranze sono state condotte dando ormai per scontata l’affermazione di un diritto fondamentale, quello alla sopravvivenza dignitosa, che le crisi ormai ricorrenti mettono invece costantemente in forse, e ignorando un sentire comune che ancora non si è liberato dal bisogno di puntelli storicamente consolidati (la famiglia, ad esempio). Dall’altro c’è che la repentina conversione di massa alla religione del consumo, frutto della martellante predicazione dei media e avvenuta senza il filtro di una minima educazione alla scelta critica, ha indotto una percezione distorta della povertà, del disagio e delle diseguaglianze. In tutto questo c’è senz’altro una responsabilità degli intellettuali, che di fronte alla prospettiva di essere sostituiti quali guide spirituali dai nuovi astri emergenti, dello sport, dello spettacolo, della moda, si sono velocemente adeguati ai modelli comunicativi imposti dai media, illudendosi nel migliore dei casi di poter sfruttare quegli stessi media per veicolare contenuti alti, e piegandosi nel peggiore alla venalità e alla smania di protagonismo. Questo ha ridotto il dibattito a spettacolo, lo ha degradato a rissa e ha banalizzato qualsiasi idea. In questo modo la gran parte dell’élite intellettuale ha screditato se stessa, e nel contempo ha portato a termine la demolizione d’ogni principio e idealità, alimentando la convinzione che tutte le conoscenze in fondo si equivalgano, e nessuna offra certezze.

Il risultato è il disconoscimento della necessità di competenze specifiche per trattare ogni tipo di problema di interesse pubblico, ciò che sul piano politico si traduce ad esempio nella richiesta del passaggio ad una fantomatica e fumosa democrazia diretta, quella in cui appunto l’uno vale uno.

 

Una risposta lucida a queste accuse l’aveva però già data ottanta anni fa Ortega y Gasset: “Il fatto caratteristico del momento è che l’anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia di affermare il diritto della volgarità e lo impone dovunque […] Ebbene: esistono nella società operazioni, attività, funzioni dei più diversi ordini che sono, per la loro stessa indole, speciali, e di conseguenza non possono essere eseguite senza qualità anch’esse speciali. Ad esempio: […] le funzioni di governare o di giudicare politicamente sugli affari pubblici. Prima queste attività speciali erano esercitate da minoranze qualificate – o che presumevano di essere tali. La massa non pretendeva di intervenire in esse: si rendeva conto che per farlo avrebbe dovuto effettivamente acquisire quelle doti e cessare di essere massa.”

È difficile sintetizzare in maniera più efficace il processo in corso. Naturalmente Ortega non intendeva difendere posizioni cristallizzate di privilegio: “Quando si parla di minoranze elette (élites, appunto) il consueto malcostume è solito equivocare il senso di questa espressione, fingendo di ignorare che l’uomo selezionato non è il petulante che si crede superiore agli altri, ma colui che esige più degli altri… e accumula sopra se stesso difficoltà e doveri.” Col che il termine aristocrazia torna al significato originario, il “tradimento” assume un altro significato e le élites telegeniche sono estromesse da ogni discorso serio,

 

Per Steiner il compito attuale delle aristocrazie europee dello spirito (che esistono ancora, a dispetto di tutto) dovrebbe essere di tentare le “audacie dell’anima”, impossibili dove l’imperativo unico (secondo il modello americano ma oggi anche asiatico-americano) è diventato fare soldi e riempire con quelli l’esistenza di beni materiali. L’audacia sta nell’anteporre la ricerca disinteressata della verità, la realizzazione della conoscenza e la creazione della bellezza al perseguimento dell’utile immediato. Insomma, il loro ruolo rimane sostanzialmente invariato: a mutare è la concezione di “progresso” della quale dovrebbero farsi portatrici.

Può sembrare un appello persino un po’ patetico, un rifugiarsi nell’utopia di fronte alla desolante consapevolezza di una situazione di non ritorno. È la prima obiezione che viene mossa ad ogni tentativo di indicare soluzioni controcorrente. Ma Steiner non vive affatto sulle nuvole, e prova anche a suggerire, sia pure in maniera molto vaga, scenari alternativi. Parte comunque dall’unica consapevolezza inconfutabile, quella per cui proseguendo lungo la strada attuale l’Europa non può che andare a perdersi totalmente, sotto ogni profilo. Tanto vale, allora, avere il coraggio di sognare “fuori”, partendo comunque dalla realtà.

Il ritardo economico che l’Europa sta cumulando, ad esempio, potrebbe tradursi in una opportunità proprio perché forse consente ancora, almeno in una certa misura, di fare marcia indietro. “Chissà, in una maniera che è difficile prevedere l’Europa darà il via ad una rivoluzione contro-industriale, pur avendo essa stessa dato inizio alla prima rivoluzione industriale” scrive Steiner. Per creare questa possibilità è però necessario prima di tutto sottrarre i nostri migliori talenti alle sirene non solo economiche che cantano da oriente e da occidente, trattenere o richiamare quei cervelli in fuga che vanno ad alimentare fuori d’Europa una ricerca tutta indirizzata al profitto o alle strategie egemoniche. Bisogna offrire loro prospettive reali di mettere a frutto, in ogni senso, capacità e interessi. Occorre quindi riformare le istituzioni universitarie, le agenzie di ricerca, e più in generale tutto il sistema dell’educazione secondaria.

Riformare ha senso però se si ha in mente un progetto di grande respiro, che vada a toccare ogni aspetto della futura società. In cosa potrebbe consistere questa “rivoluzione contro-industriale” è difficile a dirsi, ma non impossibile. Potrebbe ad esempio avere a che fare con un uso diverso del territorio (a partire da una contro-rivoluzione agricola, nel senso di una razionalizzazione produttiva che governi il mercato, e non ne sia governata), con lo studio e la sperimentazione di nuovi materiali per le costruzioni e per gli imballaggi, con sistemi di riciclaggio integrale, con l’applicazione di tecnologie ad impatto reversibile, con modelli produttivi, abitativi e di locomozione a basso consumo energetico: insomma, con investimenti in conoscenza destinati a diventare strategici di fronte al degrado che il sistema attuale sta creando. Il risultato non riguarderebbe solo le merci, i prodotti, ma prima di tutti i produttori e i consumatori: si tratta di modificare l’etica del consumo, e l’estetica che lo induce. Un aumento generalizzato di conoscenza, e soprattutto il recupero almeno parziale di dominio sugli oggetti che questa consente, ci emanciperebbe dalla schiavitù che si sta invece creando nei loro confronti, e fornirebbe un conforto spirituale la cui mancanza viene invece oggi compensata con la corsa a quelli materiali. Un livello qualitativamente e quantitativamente più alto di istruzione è l’unica arma per affrontare una diminuzione del benessere materiale. In questo senso il ritardo economico cumulato dall’Europa potrebbe rivelarsi alla lunga lo stimolo per un drastico cambiamento di rotta: è ciò che si chiama fare di necessità virtù.

 

Quanto infine al progressivo allontanamento dalla religione, e alla possibilità di darne una lettura positiva, sarei meno ottimista di Steiner. L’impressione è che in assenza di una solida corazza culturale, e nella prospettiva che saranno sempre meno quelli intenzionati a costruirsela, il vuoto lasciato dalle certezze e dalle consolazioni religiose venga comunque riempito con tutta la paccottiglia che l’industria del condizionamento al consumo è in grado di gettare sul mercato. Le nuove forme di religiosità profana le abbiamo sotto gli occhi, le possibilità di una loro radicalizzazione sono testimoniate dagli integralismi alimentari o animalistici come dal tifo calcistico. E laddove non ci siano neppure queste, rimane comunque trionfante la religione del possesso e del consumo velocissimo di beni, che ha già elaborato le sue liturgie (il pellegrinaggio all’outlet), le sue festività (i saldi, i lanci delle versioni più innovative di un prodotto), i suoi ministri con relative gerarchie (dallo stilista al testimonial al commesso di boutique). Magari non si sgozzerà nessuno per motivi religiosi, ma già si uccide senza tanti problemi per un telefonino o per un paio di scarpe firmate.

L’europeismo non deve dunque diventare un surrogato della fede religiosa. È una idealità strumentale, il percorso obbligato per garantire a mezzo miliardo di persone una vita all’insegna della pace, della libertà e di opportunità equamente distribuite. Come tale deve essere assunto e praticato in immediata connessione con la sua finalità.

Considerazioni finali. L’intento originario di questo scritto non era di formulare ipotesi su una possibile nuova configurazione istituzionale dell’unione europea, ma di verificare se oggi, in un contesto mondiale globalizzato sotto tutti gli aspetti, ha ancora senso pensare ad una realtà europea storicamente e culturalmente autonoma, e se mai lo ha avuto. E tale intende rimanere, anche se è evidente che dal tipo stesso di analisi condotta discendono ipotesi su come potrebbe essere per il futuro.

I destinatari dichiarati sono gli attuali ventenni. Non per una forma ipocrita di giovanilismo, un atteggiamento che detesto dal più profondo del cuore, ma perché per naturale avvicendamento saranno loro a vedersela domani con le scelte di oggi, e saranno ancora loro e quelli che verranno dopo di loro a pagarle, se errate. Mi sembra doveroso, nei limiti mie modeste possibilità, fornire un minimo di informazione e qualche stimolo alla riflessione.

Credo che questi ragazzi stiano pagando un dazio molto più alto di quello che solitamente grava sui travasi generazionali delle idealità. Le transizioni non sono mai state indolori, molto andava perso, molto veniva rifiutato: ma alla fine qualcosa rimaneva. Oggi l’eredità trasmessa è il nulla, anzi, quella confezione patinata del nulla che distoglie dal desiderare il vero. Un pensiero debole che prometteva il ritorno all’autenticità originaria, una volta venuto al dunque rivela tutta la sua inconsistenza, e spinge per reazione i giovani ad abbracciare “idee forti”, o presunte tali.

Negli anni Venti del secolo scorso un letterato francese, Ramòn Fernandez, descriveva così una gioventù scombussolata dalle trasformazioni dell’immediato dopoguerra, insofferente delle lezioni del passato e alla ricerca di nuovi vessilli da issare: “Strana generazione, che in nome di una libertà incondizionata sta preparando servitù di inaudito rigore.” Una considerazione che avrebbe potuto valere anche in altre epoche e per molti altri passaggi generazionali, ma che in quel frangente si rivelò quanto mai lucida.

Ho l’inquietante sensazione che la cosa stia nuovamente accadendo, che sia già in atto. La storia non si ripete, ma spesso fa rima.

 

La domanda che arriva al termine di questo estemporaneo excursus è dunque: si arriverà finalmente alla costituzione di un’unione politica europea? Leggendo le pagine di Ortega y Gasset riportate in calce a questo scritto si dovrebbe essere confortati rispetto alla sua ineluttabilità. Ma al tempo stesso tremano i polsi, perché queste pagine sono state scritte nel 1938, alla vigilia della guerra più devastante che l’Europa e il mondo intero abbiano mai conosciuto. L’impressione è che ci sia bisogno di tragedie ricorrenti per alimentare questa fede, e il modo semplicistico col quale i problemi dei rapporti interni al continente vengono oggi affrontati, la miopia collettiva rispetto ai pericoli di colonizzazione che arrivano dall’esterno, la violenza, non più solo verbale, che sembra animare ogni tipo di confronto non lasciano affatto sperare bene.

 

Non credo dunque all’ineluttabilità di cui parla Ortega, tanto più avendo presente ciò che accaduto negli ottant’anni che ci separano. Che il tentativo di unificazione sia sostanzialmente fallito, anche se ha comunque garantito al continente una stabilità quale mai aveva conosciuta nella sua storia, è evidente già solo per il fatto che stiamo qui a parlare della eventualità di una chiusura dell’esperimento europeista e a cercare di scongiurarla. Il modo migliore per evitare che questo fallimento trascini con sé tutte le idealità e le speranze che hanno alimentato da secoli il pensiero e l’azione degli europei più consapevoli è quello di guardare bene in faccia la realtà, e di separare l’immagine fallimentare che abbiamo davanti da quella coltivata nei propositi.

Quali fossero i propositi, un secolo fa, nell’immediato primo dopoguerra, lo testimoniano le parole di un pensatore, Andrea Caffi, che quanto ad aristocrazia spirituale ne aveva da vendere, e infatti è stato praticamente rimosso), e che sulla necessità che fosse questa aristocrazia a guidare una auspicabile unificazione la pensava esattamente come Steiner. Quelle riportate in appendice sono solo un brevissimo stralcio di una riflessione portata avanti per decenni, in mezzo all’indifferenza o addirittura all’insofferenza generale.

Quanto allo stato reale dell’europeismo col quale ci confrontiamo oggi, è benissimo fotografato da H. M. Enzensberger in un libello violentemente polemico (Il mostro buono di Bruxelles, 2011) nel quale attacca l’establishment europeo, denunciandone la totale autoreferenzialità. È stato accusato naturalmente di antieuropeismo, ma l’accusa potrebbe riguardare al più i toni, non certo la sostanza della sua denuncia, che va anzi assunta in blocco se si vuole seriamente ripensare l’opportunità di una unione che davvero rispecchi le idealità.

Riporto dunque in appendice anche un’intervista rilasciata dallo stesso Enzensberger in occasione della pubblicazione in Italia del suo pamphlet: ma voglio anticiparne qui poche righe, affidando ad esse la conclusione, perché mi sembrano tradurre in una esperienza immediata e concreta tutto ciò sin qui ho cercato di dire. “Io diventai europeo abbandonando l’Europa. Con mio grande stupore scoprii, ogni volta che tornavo dalla Siberia, dall’America Latina, dall’Est asiatico o dalla California, un sentimento sconosciuto: i piaceri del patriottismo. Ovunque atterrassi – fosse Budapest, Roma, Amsterdam, Madrid o Copenhagen – ero sopraffatto dal sentimento sicuro di essere arrivato a casa. Ciò che vissi in questo modo non era affatto un pensiero, non era un’idea platonica. Era per un verso una certezza sensibile, distinta e inconfondibile come un odore familiare, e per l’altro una trama sottile e fitta di realtà sociali.

 

Appendice 1

 (Aggiunta fuori testo)

 

Sin dal primo approccio col libretto di Steiner mi sono chiesto come mai l’autore non avesse inserito tra i suoi “assiomi” il concetto occidentale di amore, che mi sembra avere in effetti tutte le caratteristiche per costituire una peculiarità della cultura europea, se non addirittura per esserne fondamento. Mi riferisco a quella nascita dell’amore-passione di cui Denis de Rougemont parla ne L’Amore e l’Occidente, rintracciandone la prima compiuta espressione letteraria nella storia di Tristano e Isotta. Secondo de Rougemont il mito di Tristano esprime un amore fine a se stesso, l’amore per l’amore, e non per l’altra persona coinvolta nel rapporto. Si tratta quindi di un sentimento narcisistico, che pone l’enfasi più sulla crescita spirituale dell’amante che sulla relazione con la persona amata. Questa crescita avviene attraverso l’ interposizione masochistica di sempre nuovi ostacoli al raggiungimento dell’oggetto del desiderio (la distanza dall’amata, le convenzioni, le leggi dell’onore, ecc …), dietro la quale non c’è alcuna reale determinazione al superamento. Il vero amore, l’amore perfetto, quello che nel De amore Andrea Cappellano chiama fin’amor, ha come unico scopo non la realizzazione, il congiungimento fisico e spirituale, ma il perfezionamento morale dell’amante. Guinizelli dirà che “medesmo amor per lei rafina meglio”, e Dante ne farà il centro della sua poetica, dalla Vita Nova al canto V dell’Inferno, addossando la responsabilità (o il merito?) di una trasgressione proprio al romanzo di Tristano e Isotta. È dunque un amore-martirio che non ha nulla di sensuale (mentre è decisamente erotico), destinato per volere stesso dell’amante all’infelicità.

De Rougemont considera lo sviluppo del mito della passione (cioè, letteralmente, dell’amore-sofferenza) come origine di un travisamento radicale e di una mortificazione delle forze in gioco nella sfera amorosa. Parla di un “‘amore senza amore”, mosso dal timore di innamorarsi in un modo semplice e diretto, di cedere alla tentazione materiale, le cui origini sono da ricercarsi nella religiosità catara (che a sua volta avrebbe radici nel manicheismo, e prima ancora nel dualismo gnostico). E fa discendere da questo mito ogni possibile conseguenza nefasta: dal disprezzo nei confronti del matrimonio alla più universale violenza che la passione, in quanto desiderio deviato, necessariamente genera. Una volta che l’amore è stato pervertito in amore di sé e in costante ricerca di ostacoli, questa ricerca non tollera più limiti: la violenza crescente delle guerre, da ultime quelle coloniali e quelle mondiali, e le stragi conseguenti, ne danno a suo parere la terrificante testimonianza.

Ora, senza seguire De Rougemont nella sua catastrofica analisi, e indipendentemente dal fatto che venga letta in una luce positiva o in negativo, questa concezione dell’amore è data unanimemente per originale. Io la riassumerei così: l’amore che nasce con i trovatori (l’amor cortese) non è amore per la donna, ma amore per se stessi.- la donna è in fondo solo lo specchio nel quale spiamo la nostra immagine – e si sostanzia di ostacoli, di separazioni, di rinunce che agiscono sulla nostra condizione interiore. A differenza di quanto accade per il sentire diffuso nelle civiltà non europee, e in parte anche in quella europea pre-cristiana, nelle quali i parametri sono la stima e l’ammirazione altrui, l’europeo si confronta sempre con se stesso. Questa continua operazione di autoanalisi e di autocontrollo conduce dritti dritti, per un percorso lungo e complesso, che non è qui il caso di ricostruire ma che mi sembra abbastanza intuitivo, all’etica, e quindi all’imperativo categorico kantiano: l’uomo libero risponde prima di tutto a se stesso. Si potrebbe obiettare che una concezione analoga è rintracciabile anche in alcune culture orientali, ad esempio in quella buddista: ma in quel caso la liberazione è ottenuta attraverso progressive sottrazioni, mentre nella concezione occidentale è frutto di un esercizio interiore accrescitivo.

Non so perché Steiner non abbia preso in considerazione questo elemento peculiare e fortemente caratterizzante della civiltà europea, ma non posso credere che non lo avesse ben presente. Forse, anzi, lo aveva talmente presente da rendersi conto delle ambiguità interpretative cui si presta (De Rougemont ne è un esempio lampante), che possono dar luogo tanto ad una presunzione di superiorità della cultura occidentale quanto ad una sua demonizzazione (quella in effetti operata, più ancora che da De Rougemont, da tutto il pensiero post-moderno). Forse, intelligentemente, ha preferito non cacciarsi in un inutile ginepraio. E credo sarà meglio anche per me seguirne l’esempio.

Appendice 2

Andrea Caffi

Sul tramonto della civiltà europea

in “La Vita delle Nazioni”, I, n. 6-7, 15 ottobre 1925

 

[…] O si riconosce che la guerra mondiale ha provocato tali convulsioni nel corpo sociale, da rendere inevitabile “un’era di disfacimento, di torpore tedioso, di sterilità degradante; oppure si deve lavorare per raccogliere le forze e combattere il ‘male’: una gravissima crisi dalla quale uno sforzo d’intelligente volontà ed il non estinto amore della vita ci possono salvare

L’Unione degli Stati dell’Europa in un superiore ‘corpo politico’ giuridicamente definito e provvisto di organi e mezzi per governare effettivamente, d’un tratto farebbe svanire l’incubo della ‘mala guerra’ e subito (cioè fino dalla prima fase – molto lontana dalla trasformazione in veri “Stati Uniti’ – e quando la famigerata sovranità dei singoli membri della Confederazione sarebbe appena intaccata) abolirebbe le questioni stesse che oggi sono atri d ‘uragani: il ‘corridoio polacco’, la necessità d’uno sbocco al mare […], il trattamento delle minoranze nazionali, […] ma soprattutto ogni distinzione fra vincitori e vinti del 1918 […]. Ad un momento ulteriore è presumibile attribuire la totale unificazione del mercato interno europeo e una soluzione del problema coloniale […]

Se vogliamo sul serio salvare la società dalle guerre, dai governi totalitari e da tutte le bestialità che questi due aspetti d’un medesimo fenomeno implicano […] bisogna abbattere al più presto l’idolo della nazione; in particolare l’Europa sarà ridotta allo stato di ‘giungla’ (terreno per tigri e grossi cacciatori) se non si rinuncia radicalmente alle ‘sovranità nazionali’, agli orgogli e ‘sacri egoismi’ patriottici, alla superstizione della solidarietà etnica in nome della quale bisogna uccidere e morire.

La nazione come patrimonio culturale (lingua, “memorie comuni”, costumi, nella misura della nostra vita planetaria) si deve dissociare da qualsiasi formazione politica, privare completamente d’ogni mezzo di coercizione e suoi “membri” – che tali saranno unicamente per spontanea e revocabile adesione. Se non si secolarizza la nazione (oggi adorata e satollata di vittime umane come qualsiasi Moloch o Geova) secondo le stesse linee con cui il liberalismo ha assicurato la libertà di coscienza ed il libero esercizio di tutti i culti, è inutile voler edificare – nel quadro dello Stato nazionale essenzialmente barbaro – un regime di libertà e di giustizia sociale. E naturalmente le Nazioni Unite sono una tragica buffonata purtroppo peggiore – perché fatta con più evidente malafede – che la defunta Società delle Nazioni. La tesi dell’internazionale socialista è stata sempre l’abolizione delle frontiere e della nozione stessa di ‘straniero’. Se per ragioni ovvie conviene che ogni regione abbia un suo autonomo governo, bisogna stabilire fra i vari ‘paesi’ patti non di semplice “amicizia, non aggressione” etc. – ma di completa “simpolitia” (usando un vocabolo che definiva l’unione per esempio fra Atene e Samo) per cui cioè, senza formalità alcuna, il ‘cittadino’ d’un paese trasferendosi in un altro vi godrà degli identici diritti che gli ‘indigeni’ di quello”. È implicito che ciò comporti un mutamento radicale di tutto l’apparecchio giuridico, poliziesco, amministrativo (quello militare dovendo semplicemente scomparire) che si riassume ora nello “Stato”.

 

 

Appendice 3

José Ortega y Gasset

da La ribellione delle masse (1929)

il testo è tratto dal Prologo per i francesi premesso all’edizione del 1937

 

Da secoli, e con intensità crescente, esiste un’opinione pubblica europea – e anche una tecnica per influenzarla. Per questo motivo raccomando al lettore di risparmiarsi il sorriso maligno quando vedrà che negli ultimi capitoli di questo volume, con qualche audacia, di contro alla tendenza opposta che inducono le apparenze attuali, si afferma come possibile, come probabile, l’unità statale dell’Europa. Non nego che gli Stati Uniti d’Europa siano una delle fantasie più a buon mercato che esistano e non mi sento solidale con quello che altri hanno pensato sulla traccia di questi segni verbali. Ma d’altra parte è sommamente improbabile che una società, una collettività così matura come quella che già adesso formano i popoli europei sia lontana dal crearsi un qualche suo meccanismo statale che formalizzi l’esercizio del potere pubblico europeo già esistente. Non è dunque un cedimento alle sollecitazioni della fantasia né la propensione ad un idealismo che detesto, e contro il quale ho combattuto per tutta la mia vita, ciò che mi induce a pensare in questo modo. È il realismo storico che mi ha insegnato a vedere che l’unità d’Europa come società non è un “ideale”, ma un fatto di antica quotidianità. Così, una volta considerato tutto ciò, la probabilità di uno Stato generale europeo si impone necessariamente. […]

La figura di questo stato sopranazionale, sarà, è evidente, molto diversa da quella consueta […] Occorre rendersi conto che da molti secoli – e consapevolmente da quattro secoli – tutti i popoli europei vivono soggetti a un potere pubblico che per la sua stessa purezza dinamica non tollera altra denominazione che quella tratta dalla scienza meccanica: l’ “equilibrio europeo”, o balance of power.

Questo è l’autentico governo europeo, che nel suo volo attraverso la storia regola lo sciame di popoli Reattivi e battaglieri come api, scampati alle rovine del mondo antico. L’unità d’Europa non è una fantasia, ma la realtà stessa, e la fantasia è precisamente l’altra. È il credere che la Francia, la Germania, l’Italia o la Spagna siano realtà sostanziali e indipendenti.

È comprensibile nondimeno che non tutti percepiscano con evidenza la realtà dell’Europa, perché l’Europa non è una “cosa” ma un equilibrio. Già nel settecento lo storiografo Robertson chiamò l’equilibrio europeo the great secret of modern politics.

Un segreto grande e paradossale, non c’è dubbio. Perché l’equilibrio, o la bilancia dei poteri, è una realtà che consiste essenzialmente nell’esistenza di una pluralità. Se questa pluralità si perdesse, quella unità dinamica svanirebbe. L’Europa è effettivamente uno sciame: molte api e un solo volo.

Tale carattere unitario nella magnifica pluralità europea è ciò che io chiamerei la buona omogeneità, quella che è feconda e auspicabile, quella che già faceva dire a Montesquieu: l’Europe n’est qu’une nation composée de plusieurs, quella che induceva Balzac, più romanticamente, a parlare della grande famille continenntale, dont tous les effort tendent à je ne sais quel mystère de civilisation.

 

 

Appendice 4

Hans Magnus Enzensberger

Il mostro buono di Bruxelles (2011)

intervista rilasciata a Luigi Mascheroni per Il giornale, in occasione dell’edizione italiana (2013)

 

Quando l’idea di Europa mi raggiunse per la prima volta, avevo vent’anni. Le macerie non erano ancora state rimosse, qua e là si avvertiva ancora l’odore di bruciato della Seconda guerra mondiale. Quello che allora in Germania si chiamava il pensiero europeo mi apparve subito sospetto, come un trucco dall’arsenale dei borsaneristi. La prontezza con cui ci si apprestava a scambiare l’uniforme dell’orribile tedesco con la giacca dell’europeo mi sembrava assolutamente sinistra. Inoltre, il tessuto col quale era confezionato l’abito era vecchio e logoro: odorava di storia dello Spirito. Tutto sommato, un travestimento piuttosto ingenuo, tanto più che dietro l’idealismo consunto si celavano interessi consistenti.

L’idea di Europa negli anni Cinquanta serviva ad addolcire la pillola amara del riarmo e a mascherare la continuità dei grandi affari: si issava la bandiera europea, si distribuivano premi Karl, si tenevano comizi domenicali e ci si appellava, come se nulla fosse accaduto, all’umanesimo.

Io diventai europeo abbandonando l’Europa. Con mio grande stupore scoprii, ogni volta che tornavo dalla Siberia, dall’America Latina, dall’Est asiatico o dalla California, un sentimento sconosciuto: i piaceri del patriottismo. Ovunque atterrassi – fosse Budapest, Roma, Amsterdam, Madrid o Copenhagen – ero sopraffatto dal sentimento sicuro di essere arrivato a casa. Ciò che vissi in questo modo non era affatto un pensiero, non era un’idea platonica. Era per un verso una certezza sensibile, distinta e inconfondibile come un odore familiare, e per l’altro una trama sottile e fitta di realtà sociali. Non voglio derubricare questa esperienza sotto il concetto di cultura; mi risulta troppo ambiguo; perché la certezza di cui parlo aveva poco a che fare con l’Acropoli, con le lezioni di Hegel o con la Cappella Sistina. Non dipendeva dai monumenti. Ciò che intendo è più modesto e si spinge più in profondità di qualsiasi guida turistica. Si può trovare nella piccola locanda dietro l’angolo, al mercato, ai bordi di un sentiero di campagna, sul tram, alle manifestazioni, dagli antiquari, vicino ai tavoli di cucina; e lo ritrovo nei gesti e nelle abitudini, nella proteste e nei desideri quotidiani della gente che vive qui. Non è necessario ricordare che queste particolarità non implicano superiorità. Fossi stato un musulmano a ogni atterraggio ad Algeri o a Karachi avrei fatto di sicuro una scoperta analoga.

Col patriottismo che ho in mente non si può fare nessuno Stato, e non serve a sgravarci dall’eredità specifica che ognuno si porta dietro. È da decenni che mi sorprendono certi predicatori erranti che non si stancano mai di lagnarsi del declino della cultura europea. In Occidente, dicono, saremmo minacciati da un’inarrestabile americanizzazione. A fornirne una prova sarebbero le bibite rinfrescanti, i giocattoli e le pietanze di carne tritata. Nell’Europa dell’Est sarebbe addirittura comparsa una nuova razza, l’uomo sovietico. Mi chiedo se questi autori abbiano mai attraversato una strada in Europa, e per me rimane un enigma dove vivano. Propongo a questi pensatori una scommessa semplice semplice: mi si bendino gli occhi e mi si porti in una qualsiasi città europea. Scommetto che non confonderei nessun luogo, tra Lisbona e Cracovia, con Novosibirsk o Indianapolis.

Naturalmente, alle particolarità di cui parlo si può dare questo o quel nome. Non sono un nemico delle teorie, anche se spesso la scelta tra teorie mi risulta difficile. Tutt’al più, vorrei riallacciarmi alla tradizione filosofica inglese e scozzese, e designare il fenomeno di cui ci stiamo occupando col vecchio nome di civil society, di società civile europea. È lei che finora, dilaniata, fiaccata, oppressa, continuamente travolta dalle contraddizioni, è sempre sopravvissuta, ed è lei che l’Europa deve ringraziare per ciò che negli anni Quaranta nessuno avrebbe considerato possibile: una vita dopo la morte – dopo quella catastrofe morale, politica ed economica, apparentemente totale, che i tedeschi avevano inflitto a questo continente.

In ogni caso, tutte le tesi che è possibile costruire sull’Europa vanno a cozzare contro un limite che è nella natura dell’oggetto. Questa resistenza peculiare emerge molto nettamente se confrontiamo il nostro continente con i grandi imperi del presente: gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e la Cina. Al contrario di questi grandi regni, l’Europa non è mai stata una nazione, mai uno Stato, e non è un fatto solo politico, religioso e linguistico, ma anche una circostanza che caratterizza la nostra cultura e la nostra coscienza.

Tentativi di assoggettare il continente a un unico dominio, dai Cesari romani fino a Napoleone e infine a Hitler, non sono certo mancati. Ma non può essere un caso che questi tentativi siano tutti falliti. Ogni centralismo è antieuropeo o, per dirla con le parole del grande storico Jacob Burckhardt: «Una sola cosa è sempre stata letale per l’Europa: lo schiacciante monopolio di potere di uno Stato, proveniente dall’interno come dall’esterno. Ogni tendenza livellatrice, sia essa politica, religiosa o sociale, è mortalmente pericolosa per il nostro continente. Ciò che ci minaccia è l’unità imposta; ciò che ci salva è la nostra molteplicità». Chi non sa o non vuole rispettare questa eterogeneità – e ciò significa anche l’autonomia del singolo rispetto al tutto – è un cattivo europeo. Questo vale anche per la politica interna, ed è valido a tutt’oggi. Come si può riconoscere nell’esempio irlandese, basco, transilvano o kosovaro.

In questo senso, ciò che viene definito il declino dell’Europa nella politica mondiale è un colpo di fortuna che permette al continente di ritrovare finalmente se stesso. Da più di quarant’anni ormai non vengono sollevate pretese territoriali sul suolo d’Europa. La guerra per i confini è diventata impensabile. Nella nostra storia, questo non si verificava dai tempi di Carlo V, e si può spiegare solo con il fatto che i nostri sogni di grande potenza si sono dileguati. Quasi tutti i popoli europei, nel corso dell’ultimo millennio, a un certo punto si sono abbandonati al delirio imperiale, non solo gli inglesi e i francesi, ma anche i portoghesi, i danesi, gli olandesi, gli svedesi, per non parlare proprio degli eterni latecomers, i tedeschi, la cui furia omicida è stata solo l’ultima e più sanguinosa serie di assalti per conquistare il primo posto. Con la sconfitta di simili illusioni viene a e inevitabile che ogni ambizione imperiale porta con sé. Per dare il colpo di grazia a questa stupidità, è forse consigliabile considerare il continente nell’ottica non delle grandi nazioni, ma di quelle piccole; non del centro, ma della periferia. A chi sceglie una prospettiva del genere risulterà più facile capire dove conduce il viaggio.

Naturalmente, non si dovrebbe sopravvalutare la capacità di apprendimento dei potenti. Tra noi sono ancora abbastanza le persone che continuano ad abbandonarsi ai vecchi sogni e a trincerarsi dietro al progetto europeo per attuare le loro ambizioni megalomani. La loro mania è la grande tecnologia, e cioè viaggi nello spazio, armamenti, frenesia nucleare: bigness as usual. Ci vogliono assolutamente saldare insieme perché solo uniti siamo grandi e forti. L’ideale che inseguono consiste nel renderci come i giapponesi, una premura alla quale, credo, non si possano accordare grandi prospettive. Infatti, se proprio dovessi azzardare una tesi sulla condizione dell’Europa, sarebbe questa: la società civile europea è molto più avanti dei suoi governi, dei suoi apparati politici, partiti e istituzioni. Ho capito quali chance possiede, e queste chance sono ovunque, tranne che nel diventare un mammut tra i mammut.

Connessa alla sproporzione tra la società civile europea e la classe politica che la rappresenta è anche una certa delusione, diffusa tra gli abitanti del continente. Questo malumore si rivolge soprattutto alle condizioni della Comunità Europea. Non so se i politici avvertano chiaramente con quanto sdegno oggi la maggioranza degli europei occidentali reagiscano alla parola “Bruxelles”. Le commissioni, i consigli e i comitati si gingillano allegramente nei loro palazzi di vetro, e non sembra disturbarli il fatto che la loro attività sia considerata sempre più un manicomio dispendioso. Nell’ombra della sua miseria, sembrano dileguarsi anche i successi incontestati della Comunità, come lo smantellamento delle barriere commerciali, gli accordi valutari, la pianificazione industriale, le norme di sicurezza per i voli aerei o le dimensioni delle viti. Nessuno ha da ridire su queste prestazioni. Ma le istituzioni europee accampano la pretesa di essere più di semplici organi amministrativi. In effetti, operano scelte politiche di vasta portata ma, in quest’ottica, trent’anni dopo i Patti di Roma, si deve constatare che il progetto della Comunità è fallito.

Le rituali lagnanze sull’egoismo nazionale degli stati membri, che ci tocca ascoltare da allora, non bastano a spiegare la sconfitta: infatti, la composizione degli interessi, il compromesso, il tanto denunciato traffico illecito fanno parte della normalità politica di ogni società aperta. Le condizioni avvilenti delle istituzioni europee hanno una causa molto più semplice, così elementare da restare sempre inosservata: a queste istituzioni manca la legittimazione democratica. Sono rimaste disperatamente indietro rispetto alla consapevolezza politica degli europei, e la loro arretratezza si può facilmente quantificare: risulta di circa centocinquant’anni.

La Comunità si trova in uno stato precostituzionale, come se l’Europa vivesse ancora nell’anno di grazia 1848. In questa Comunità, chi ha qualcosa da dire non è eletto, e chi è eletto non ha niente da dire. La Commissione non è responsabile di fronte al Parlamento europeo, non può essere destituita e la Comunità si sottrae a un diretto controllo democratico. Questo naturalmente risulta molto comodo per la classe politica.

Finalmente ha un’istituzione in cui i popoli non possono mettere becco, e dalla quale non si può essere dimessi! Un sogno semiassolutistico! Questo stato di cose spiega senz’altro gli innumerevoli aspetti mafiosi della cosiddetta integrazione europea, l’incontrollato sperpero di risorse che viene praticato a Bruxelles e la scandalosa politica agraria e ambientale della Comunità.

Un’Europa predemocratica come giocattolo delle lobby: come ce lo siamo meritato? E, viceversa, quanto deve essere solido il nostro sodalizio per non crollare sotto questo antico fardello? Penso che i problemi che il nostro continente ha di fronte – dalla spaccatura Est-Ovest alla disoccupazione, dall’irrisolta questione della difesa alla distruzione delle nostre risorse vitali – siano così difficili che non possiamo permetterci, ancora per molto tempo, il sabotaggio dell’Europa da parte delle istituzioni europee.

 

 

Bibliografia essenziale

CAFFI, Andrea – Critica della violenza – Bompiani, 1966

CAFFI, Andrea – Semplici riflessioni sulla situazione europea ( in Giustizia e Libertà e il socialismo liberale) – M&B Publishing, 1999

CAFFI, Andrea – Scritti politici – La Nuova Italia, 1970

CAFFI, Andrea – Politica e cultura – Rubettino, 2014

DE ROUGEMONT, Dènis – L’amore e l’Occidente – Rizzoli, 1977

DE ROUGEMONT, Dènis – L’uno e il diverso – Il Lavoro, 1995

DE ROUGEMONT, Dènis – L’avvenire è nelle nostre mani – Paoline, 1974

DE ROUGEMONT, Dènis – Vita o morte dell’Europa – Comunità, 1949

ENZENSBERGER, Hans Magnus – Il mostro buono di Bruxelles – Einaudi, 2011

ORTEGA Y GASSET, Josè – La ribellione delle masse – SE, 2001

STEINER, George – Una certa idea di Europa – Garzanti, 2006

 

Lettera aperta a Massimo Cacciari

di Paolo Repetto, 30 ottobre 2018

Caro Professore,

il senso e l’urgenza dell’appello da Lei lanciato su “La Repubblica” sono stati compresi e sono pienamente condivisi anche in Alessandria. Pensiamo anche noi che non si possa assistere passivamente a quanto accade nel nostro paese, al trionfo di una demagogia irresponsabile e all’attacco portato alle istituzioni democratiche, e meno che mai al disegno sfrontatamente conclamato, nel nome di un sovranismo di infausta memoria, di disgregare quel pur minimo abbozzo di unità continentale che ha garantito almeno dalle nostre parti, negli ultimi settant’anni, la pace e la civile convivenza. Riteniamo quindi che oggi più che mai ci sia bisogno di Europa, e di una Europa forte, in grado non solo di contrastare lo strapotere degli “imperi” vecchi e nuovi che mirano a spartirsi il mondo – e per buona parte già l’hanno fatto – ma di proporsi, proprio in forza di quel retaggio culturale dell’occidente oggi troppo sovente rinnegato, quale modello di scelte politiche ed economiche in controtendenza.

Naturalmente non intendiamo limitarci a sottoscrivere l’appello: ci viene esplicitamente chiesto un risveglio, una partecipazione attiva, a partire dall’individuazione di nuovi strumenti, di iniziative che ridiano ai cittadini il coraggio e la voglia di zittire la canea dilagante. E allora vorremmo contribuire proprio in questo senso, cominciando col definire quell’idea-forte senza la quale non solo noi, ma tutta una civiltà, tutta una storia sarebbero spazzate via. Siamo convinti che la proposta da avanzare ai cittadini del nostro paese e dell’Europa debba essere una proposta radicale. Non è più questione ormai di rassemblement puramente tattici, di listoni alla vecchia maniera che risulterebbero comunque perdenti, anche nell’improbabile eventualità di un esito elettorale maggioritario, in quanto incapaci poi di contrastare la deriva sovranista e populista con soluzioni positive e condivise. Occorre dunque prospettare un nuovo inizio, in barba a ogni realpolitik o al neo-machiavellismo strisciante anche nella sinistra. Se tutto ciò con cui andremo ad affrontare le prossime elezioni europee fosse un aggregato del tipo da Saviano a Calenda (passando magari per Cacciari) ciò significherebbe che ancora una volta la sinistra non ha capito nulla di ciò sta accadendo, non solo a casa nostra, ma nel mondo intero!

 

In concreto. Proviamo a mettere a fuoco i nodi principali e a trarne indicazioni per una proposta davvero alternativa. L’ordine nel quale le considerazioni sono esposte non è arbitrario, tiene conto delle urgenze immediate, ma è chiaramente invertibile. Cambiando l’ordine dei fattori il risultato rimane lo stesso.

 

  1. La crisi dell’istituto europeo. Quella per la quale vale la pena impegnarsi è un’Europa tutta da ripensare, nel senso del ritorno alla grande idea-simbolo che ne ha ispirato la nascita, ma che nel corso di mezzo secolo si è persa per strada: l’unità politica federale.

È chiaro che nell’immediato va assicurata la difesa dell’esistente: dobbiamo almeno garantire la sopravvivenza di uno scheletro di unione. Una scadenza elettorale tanto ravvicinata in una situazione così drammatica e confusa non consente troppi voli pindarici, impone di ragionare anche in termini pratici, di alzare barricate con mobilio e materassi. Ma questo non significa fare quadrato attorno ad un establishment europeo ormai indifendibile. Sarebbe un errore irrimediabile. L’utopismo, in un contesto del genere, non sta nel pensare ad una soluzione radicalmente innovativa, ma nel credere di poter continuare a mettere pezze ad un istituto che fa acqua da tutte le parti.

Occorre al contrario osare. Opporre a quell’idea “economicistica” dell’Europa che ha perso ogni credibilità il rinnovato progetto di una Europa politica, di una vera e propria federazione capace di legare ad un patto di solidarietà i suoi cittadini, di perseguire una politica estera autonoma ed autorevole, di darsi delle direttrici sociali, economiche ed ambientali ben precise. È un progetto che non può essere definito in sei mesi, ma le linee fondamentali, i capisaldi imprescindibili, quelli possono essere individuati già da subito, come base per un confronto esteso a tutte le forze filo-europeiste diffuse (purtroppo in ordine sparso) nel resto del continente.

Un po’ di realismo (e non di machiavellismo) e l’esperienza del recente passato inducono a dubitare che si possa perseguire un simile progetto tenendo in piedi l’attuale ammucchiata. Potrebbe aver senso invece pensare ad un’Europa a due velocità, con i paesi fondatori protagonisti della sua rifondazione, nello spirito di Ventotene. Per gli altri, porte aperte e un status assolutamente paritario nel momento in cui fossero disponibili ad una effettiva unione di tipo federale, ovvero alla rinuncia ad una fetta “sostanziale” di sovranità legislativa e decisionale.

 

  1. Le crisi economiche ricorrenti hanno portato allo scoperto lo stato di dipendenza della politica dal gioco della finanza, che è divenuto ingovernabile. Non esistono le cospirazioni pluto-massonico-giudaiche evocate dai populisti di destra e di sinistra, c’è invece una “autonomizzazione” della finanza, che si è sganciata dal suo ruolo originario e subordinato alle esigenze produttive per creare una miriade di bolle prettamente speculative. Una forza di dimensioni continentali potrebbe forse imporre un controllo e una direzione propria agli istituti finanziari, ricondurli al loro ruolo originario, e sottrarre il continente alle fluttuazioni determinate dalle instabilità o dai disegni “imperiali” esterni. Questo è l’unico margine di “governance” della globalizzazione che possiamo realisticamente immaginare. Cerchiamo di preservarlo.

 

  1. Va letto in quest’ottica anche il problema della gestione dei flussi migratori, che non è frutto solo di una “distorta percezione”, ma è legato strettamente a quello precedente. L’emergenza esiste, milioni di persone sono ammassate nei campi profughi di tre continenti o sono in marcia lungo le rotte della disperazione. Che siano in fuga dai conflitti mirati al controllo strategico (medio Oriente, ecc …) o dagli stravolgimenti prodotti dai nuovi imperialismi economici (Africa orientale, America Latina, ecc …) , già stanno bussando alle nostre porte. Per arginare o almeno governare questa spinta sono necessari da un lato l’avvio di quella politica estera “europea” che l’Unione non ha mai attuato, ma in realtà nemmeno considerato, dall’altro l’adozione sul territorio europeo di un protocollo di accoglienza unico, ad evitare i disgustosi rimpalli cui stiamo assistendo. E, una volta filtrato e regolamentato l’ingresso, va attuata una politica seria di integrazione, che offra tutte le opportunità ma comporti anche l’accettazione convinta da parte di tutti di basilari regole di convivenza. Il modello di società “multiculturale” predicato negli ultimi decenni, che nella sostanza era poi un modo elegante ed ipocrita per non affrontare il problema, si è risolto in una deriva che approda a “nessuna cultura”. Questo chiama in gioco direttamente anche una classe intellettuale che si è trastullata per decenni nella delegittimazione della civiltà occidentale, proponendo di volta in volta esotismi alternativi o il nulla secco, senza preoccuparsi delle ricadute integralistiche che certe critiche, anche quelle più fondate, potevano produrre attraverso la loro inevitabile banalizzazione. Il riferimento esplicito è alla cultura della “post-modernità”, del decostruzionismo, che ha inteso liquidare le ideologie mettendole in un fascio con le idealità, e rileggendo in chiave negativa anche le conquiste più indiscutibili del pensiero occidentale (democrazia, stato di diritto, ecc …)

 

  1. Questa critica sta anche all’origine dell’attuale crisi degli istituti di rappresentanza. Si è diffusa una sfiducia generalizzata nei confronti della democrazia rappresentativa, e questa sfiducia va arginata partendo da una duplice e chiara consapevolezza. In primo luogo, del fatto che la crisi è legata non tanto alle effettive carenze del modello rappresentativo quanto al modo in cui è stato interpretato e applicato dai rappresentanti e dai rappresentati. È vero che oggi è garantita ai cittadini solo l’espressione di un voto, mentre ogni concreta possibilità di controllo e di intervento è delegata ad organismi di intermediazione che nel tempo si sono creati feudi autonomi: ma è altrettanto vero che i cittadini non possono continuare a scaricare le loro responsabilità rispetto a questo esautoramento decisionale. La corsa a trasformare ruoli di servizio in ruoli di potere da parte delle istituzioni intermediarie è stata consentita dalla scarsa volontà di partecipazione dei cittadini stessi, dal rifiuto di una responsabilizzazione civica. Le basilari regole di convivenza alle quali si faceva cenno sopra non sono solo quelle imposte e pretese dalla legge, ma quelle che dovrebbero essere fatte proprie e attivamente vissute da ogni singolo soggetto. Va insomma rieducata la coscienza di un diritto inteso non come prerogativa genetica, ereditaria, ma come quotidiana conquista e responsabilità.

Il che significa anche ridiscutere lo status di cittadinanza, al di là dalle “certificazioni” ufficiali e della condizione anagrafica (ius soli, ecc …), e impone di affrontare senza condizionamenti ideologici il tema della legalità. Nella sostanza, un sistema di regole per garantire una civile convivenza deve esistere, e sino a quando non vengano cambiate per comune accordo queste regole vanno rispettate da tutti, e fatte rispettare. A fronte dell’assunto “europeista” di questo appello il tema potrebbe sembrare non strettamente pertinente, un problema di casa nostra: ma non potremo mai pretendere alcuna credibilità di fronte al resto del continente fino a che continueremo a glissare, come ha fatto sinora la sinistra, ufficialmente in nome di un malinteso garantismo, nella realtà assecondando una forma di lassismo generalizzato, su queste problematiche, lasciando che a cavalcarle sia, in luogo del buon senso, la becera demagogia della destra.

La seconda consapevolezza deve riguardare il fatto che la proposta populista di una democrazia “immediata”, “veloce”, “semplice”, è solo una pericolosissima menzogna, fa perno sull’ assillo della velocità, sulla insofferenza per il soffermarsi ad approfondire i problemi e sulla illusione di partecipare attraverso le reti digitali alle decisioni su qualsivoglia tematica. Il problema va quindi affrontato sia al livello più profondo, con la rieducazione ad una coscienza civica (e questo attiene alla scuola, in assenza di altre affidabili agenzie), sia a quello di superficie, con la formazione di una opinione pubblica informata, in grado di operare scelte politiche libere (e questo attiene ad una concreta “responsabilizzazione” dei media, discorso delicato e pericoloso quanto si vuole, ma ineludibile). Senza rievocare l’intellettuale organico, è questione di chiamare gli intellettuali a “sporcarsi le mani” una volta tanto con un concreto impegno politico. In questa particolare contingenza sarebbe ad esempio da attendersi almeno la stesura di un documento programmatico che vada oltre l’analisi della situazione esistente e sintetizzi in pochi punti qualificanti gli aspetti propositivi, e attorno al quale tutto il ceto intellettuale europeo (ambienti universitari, istituti di ricerca, centri dell’informazione, …) abbia occasione e stimolo a confrontarsi e ad esprimersi.

 

  1. Nell’immediato, la crisi del modello rappresentativo si configura soprattutto come assenza di referenti politici credibili. Da un lato c’è una sinistra che sembra aver perso ogni contatto con la realtà, avvitata in stupidi giochi per la conservazione di quei poteri che in realtà ha già perso, dall’altro c’è una “nuova classe politica” che pretende di governare all’insegna del dilettantismo e legittima la propria ignoranza e indifferenza ai valori costituzionali rivendicando una purezza che è solo arrogante incompetenza. È dunque necessario immaginare soggetti “politici” inediti, che non siano una riedizione della vecchia forma “partito” mascherata dall’ennesimo cambio di acronimo, ma neppure un ricalco dei “movimenti” populisti. Non è compito facile, perché la semplice aggregazione spontaneistica su temi di volta in volta rilevanti non approda poi in sostanza a nulla, e non garantisce alcuna continuità di indirizzo o peso decisionale, mentre qualsiasi organismo giuridicamente consacrato rischia la stessa sclerotizzazione che già oggi stiamo pagando. Una soluzione intermedia, tutta da inventare, dovrebbe tenere conto delle potenzialità comunicative, di informazione e di incontro offerte dalla rete, ma prevedere anche una forte componente di interazione personale, fisica, diretta. Occorre premere in questo senso, a partire proprio dall’occasione offerta dall’appello di Cacciari.

 

  1. L’allargamento di questo appello ad un livello europeo è imprescindibile, perché al di là delle sue peculiari fenomenologie italiane la situazione di fondo è simile in tutti i paesi del continente: destre populiste o sovraniste o esplicitamente fasciste che avanzano, sinistre al tracollo e in preda a perenni zuffe interne, antieuropeismo montante. Eppure, ad uno sguardo meno superficiale non sfugge come uno dei temi attorno ai quali potrebbe realizzarsi un primo momento di aggregazione sia quello ambientalista. Dopo il fallimento politico di una proposta “verde” che non sempre a torto era percepita come salottiera, sta nascendo oggi una nuova coscienza, più pratica e disincantata, imposta dalla brutale evidenza del cambiamento climatico e dai danni che esso comporta. Per quanto confusa, disordinata e contraddittoria questa coscienza comincia a scuotere anche gli indifferenti o gli indecisi (non dimentichiamo che in tutto il continente l’astensione rappresenta oltre un terzo dell’elettorato). La proposta di una politica ambientale chiara, decisa, radicale ma non integralista, condivisa a livello europeo, offrirebbe probabilmente ai delusi e agli incerti l’occasione di tornare a sentirsi partecipi del confronto politico. In termini pratici si parla di sviluppo delle energie alternative, di risparmio energetico, di gestione del problema dei rifiuti, di politiche agricole non in conflitto, di argini al dissesto idrogeologico, ecc …

 

  1. Il ruolo dell’istruzione. In realtà è il nodo fondamentale, per il quale passano tutti quelli precedenti. Stiamo pagando a caro prezzo il tracollo di immagine e di sostanza dell’istruzione. Non si tratta qui di rimpiangere il modello gentiliano, ma di affrontare il discorso senza che ne venga immediatamente evocato il fantasma. Le riforme scolastiche che si sono rincorse per decenni nel nostro paese avevano come unico criterio di continuità quello dell’assenza di una visione chiara del “prodotto” finale da conseguirsi. Si è parlato di formazione professionalizzante fino a quando l’economia è rimasta più o meno quella del modello fordista, si parla di preparazione alla flessibilità da quando quel modello è stato spazzato via. Il portato civico, squisitamente conoscitivo, dell’istruzione è stato liquidato come retaggio borghese o addirittura aristocratico. Col risultato che la scuola sforna masse di giovani impreparati a tutto, ma soprattutto ad essere cittadini, e che a dispetto dei programmi “Erasmus” i sistemi scolastici dei diversi paesi permangono impermeabili e spesso incompatibili. L’adozione di un modello unico di istruzione, sia pure con margini ampi per le peculiarità territoriali, potrebbe costituire davvero un forte fattore di integrazione, e consentirebbe soprattutto di trasmettere alle giovani generazioni un senso dei valori, della cittadinanza, della socialità di ben più ampio respiro.

 

  1. Tutte le considerazioni fatte in precedenza vanno proiettate entro uno scenario di trasformazione rapidissima e onnipervasiva degli stili di vita, dei modelli relazionali, delle forme del lavoro. L’automazione galoppante, le nuove tecnologie, stanno producendo una disoccupazione che non è più legata alle crisi periodiche ma si avvia a diventare strutturale, e i cui costi sociali ed economici non potranno continuare a ricadere solo sui soggetti più svantaggiati, pena l’ingresso in una spirale conflittuale e umanitaria insostenibile. Ma non saranno certo i redditi di cittadinanza o altri interventi di tipo assistenziale a fornire la soluzione del problema. La situazione va affrontata in altri termini.

Da un lato abbiamo davanti la prospettiva di una accelerazione tecnologica che, situazione ambientale permettendo, potrebbe creare maggiore produttività, alimentare la ricchezza e generare posti di lavoro a maggior valore aggiunto, di migliore qualità. Da questo processo l’Europa sembra rassegnarsi ad essere progressivamente e velocemente esclusa. Si pensi ad esempio, per parlare solo del nostro paese, al ruolo di avanguardia nel settore informatico e in quello delle nuove tecnologie (energie alternative, ecc…) rivestito dall’Italia mezzo secolo fa, e alla desolante situazione attuale. Solo un progetto europeo congiunto potrebbe ridare alla ricerca continentale e alle sue applicazioni produttive gli strumenti e le risorse per arginare lo strapotere e l’invasione delle tecnologie d’oltreoceano e dell’estremo oriente (e per sottrarsi anche alle forme di condizionamento e di soggezione negli stili di pensiero che veicolano). È un modello che comporta però un velocissimo ricambio, una mobilità incessante, una “flessibilità” assolutamente sconosciuta al modo di produzione fordista. Implica quindi la necessità per i soggetti coinvolti di una formazione continua, a partire però da una solida cultura di base (e questo si riallaccia al discorso dell’istruzione): solo quest’ultima consente infatti di non pagare lo scotto della situazione di costante spiazzamento nella quale ci si trova a vivere (che non è peraltro del tutto inedita per la nostra specie: è stata quella prevalente sino all’avvento dell’agricoltura).

Dall’altro lato, lo stesso progresso, oltre a creare nuovi posti di lavoro nella ricerca scientifica, nelle attività ad alto tasso di tecnologia e nelle infrastrutture, potrebbe liberare forze da destinarsi alla cura delle persone e del territorio. Sempre che queste ultime attività non vengano relegate al rango di “lavori socialmente utili”, ovvero a puri pretesti per accedere in qualche modo ad una redistribuzione “assistenziale” del reddito. Per fare un esempio pratico, una politica agricola unificata a livello europeo darebbe luogo a criteri di produzione più razionali, sottratti al cappio della concorrenza interna, creando posti di lavoro qualificati e conferendo ad essi un alto livello di dignità, consentendo di destinare gli eventuali surplus produttivi non al macero ma alla esportazione, in termini di scambi agevolati, verso le aree di minore sviluppo, e concorrendo quindi in parte anche alla stabilizzazione delle popolazioni locali. Indurrebbe infine quella cura del territorio che è stata per decenni totalmente sacrificata alle priorità espansive e scriteriatamente invasive dell’industrializzazione.

 

In sostanza. Di fronte alle trasformazioni politiche, economiche, culturali, ambientali, che stanno interessando il mondo nel suo complesso, e a quelle che ci coinvolgono come singoli, nella nostra quotidianità relazionale e lavorativa, possiamo, forse o almeno in parte, ancora scegliere: se negoziare, condividere, controllare questi processi, o lasciare che siano gestiti “altrove”, a tutti i livelli, su scala interna come sul piano internazionale, in modi e con finalità che ci escludono. O peggio ancora, accettare che queste trasformazioni si producano per un ormai inarrestabile moto interno, per un effetto volano che sfugge ad un ogni controllo e non persegue più alcun fine.

Nella prima ipotesi, l’unica strada percorribile è quella del consolidamento del senso di appartenenza, non ristretto ad una enclave chiusa e conflittuale, ma allargato ad una comunità continentale che ha radici storiche e culturali profonde, e che può offrire una motivazione identitaria sana, perché dalla consapevolezza della propria forza deriva sicurezza, e quindi maggiore attitudine all’apertura e alla comprensione.

Il che significa un’Europa che vada ben al di là della moneta, delle banche o dei trattati commerciali, ed entri finalmente nei cuori e nelle menti di cittadini consapevoli.

 

 

3. Mi son perso nel labirinto

di Paolo Repetto, 30 settembre 2018,da sguardistorti n. 04 – ottobre 2018

Francamente, cosa (e chi) sono non lo so. Me lo chiedo da settant’anni e ancora non sono riuscito a darmi una risposta soddisfacente: forse i miliardi di cellule che perdo ogni giorno, soprattutto quelle cerebrali, sono più di cento, e questo mi crea una grossa confusione. Ho deciso da un pezzo di adottare come motto la battuta (ma non era una battuta) di Sholem: “Io non ho una biografia, ho una bibliografia”. Ovvero, sono quello che ho esperito (fisicamente, psicologicamente, sentimentalmente), quello che ho letto, quel che ho pensato in questi settant’anni. Vuol dire tutto e niente, e questo si presta perfettamente alla bisogna. A dispetto della senile passione per le scienze il mio retroterra è profondamente umanistico, e tendo a considerare il corpo, con tutte le sue cellule che trafficano e si sbattono e si riproducono e muoiono, e le conseguenti trasformazioni morfologiche e pulsioni ed eccitazioni (ahimè, un ricordo!) e, molto prosaicamente, i mal di schiena e gli affaticamenti (questi, invece, molto attuali) come un veicolo per la mia dotazione “libraria”: uno di quei bibliobus che si vedono nei telefilm scandinavi o australiani.

Fuor di metafora: penso che noi siamo uno e centomila (il nessuno lo escludo), non nell’accezione pirandelliana di come ci vediamo noi e come ci percepiscono gli altri, ma in quella biopsicologica di entità in continua evoluzione (significato neutro, che allude solo al cambiamento, involuzioni incluse), che conservano tuttavia una identità di fondo. Un po’ come la Golf, per capirci. In questo senso, avrei qualche obiezione alla lettura “meccanicistica” che Marco sembra adottare (sia pure con la giusta elasticità). Sarà pur vero che ”l’Io bambino è diverso dall’Io adolescente, così come l’Io adulto è diverso dall’Io vecchio”, e tuttavia tanto morfologicamente che psicologicamente l’adolescente, l’adulto e il vecchio non sono determinati solo da un programma già caricato nei nostri geni ma anche, e in misura rilevante, dagli scarti dal programma e dagli accidenti esterni, cui conseguono scelte interiori, sulle quali incidono, al di là della naturale disposizione di ciascuno, il tipo di opzioni offerte. A me da ragazzino regalavano i libri di Salgari, e si sente, mentre Edoardo deve essersi trovato in casa l’intera collezione di Urania (e si sente anche questo). Il materiale era quello, la scelta riguardava l’uso da farne. Credo si chiami epigenetica, e se non è proprio quella, è una parente.

Voglio dire che c’è un programma iniziale, e poi ci sono le contingenze e le occorrenze esterne che ne condizionano lo svolgimento (come a scuola, insomma), ma c’è anche un fattore incognito che è sì frutto della combinazione dell’uno e delle altre, ma in realtà la trascende: così che il risultato è diverso (in positivo o in negativo) dalla somma degli addendi. Questo vale anche a livello fisico: il mio io bambino, rotondetto e pacifico, non piaceva molto al mio io adolescente, che si è imposto una svolta più tonica e battagliera. Sulla spinta dell’abbrivio l’io adulto ha finito per non avere più terraferma e quello vecchio rompe ora le scatole perché si ostina a voler reggere certe velocità. Nel frattempo chissà quante generazioni di cellule si sono avvicendate, ma credo che sui ritmi dell’avvicendamento e sulle scelte di rottamazione abbia avuto il suo peso quella svolta, cioè un certo tipo di autocoscienza e una certa determinazione ad assumere un parziale controllo del processo. Dovrebbe essere questa la “cosa che non ha nome” di cui parla Saramago: noi siamo il prodotto di un banalissimo (insomma) egoismo “di specie”, siamo poi soggetti all’arbitrio del caso, ma ci ritagliamo entro tutto questo uno spazio di scelta, ovvero di libertà, e quindi di responsabilità. Noi siamo essenzialmente quello spazio: sia come singoli individui che come specie umana, momentaneamente egemone, siamo dunque responsabili (nell’accezione positiva e in quella negativa). E già il Marco di 4 anni si preparava, magari a suo modo (molto a modo suo), magari sperimentando in un laboratorio “tutelato” gli effetti dell’irresponsabilità, ad essere il Marco “responsabile” di 25 anni. Evidentemente la muta delle sinapsi ha funzionato meglio del cambio-gomme alla Ferrari e le informazioni hanno preso la strada giusta. Le sostanze chimiche (il carburante), gli impulsi elettrici e la struttura meccanica ci stanno tutti, ma il fine comune delle cellule, il traguardo, a questo punto non è più solo l’adeguamento al naturalissimo e sacrosanto processo di nascita-riproduzione-morte comune a tutte le creature, bensì l’“individuazione”, attraverso l’autocoscienza e il suo allargamento a “coscienza”, di quella particolare creatura di nome Marco.

Bene, ecco lì che il pippone paventato proprio da Marco è gonfiato a dismisura. Conviene tornare da dove siamo partiti, al futuro prospettato da Edoardo. Confesso che alla prima lettura mi avevano colpito, più che l’assunto generale, alcuni aspetti che trovo di fosca attualità. Darei per scontata ormai l’esistenza (e la pervasività) degli androidi organici, quelli che in Blade Runner sono chiamati replicanti. L’ultimo successo della Lego, la produzione (in crescita esponenziale) di copie in 3D dell’omino Di Maio, con giacca blu d’ordinanza, camicia bianca, capelli scolpiti a bassorilievo e faccette dentali a luce alogena, ha sciolto ogni dubbio. Purtroppo si sono dimenticati di distruggere l’originale. La novità sta piuttosto nella possibilità di sostituire i tessuti cerebrali con omologhi sintetici (a dire il vero, il sospetto che siamo già oltre la fase della possibilità lo coltivo da tempo, e si rafforza ogni volta che accendo il televisore). Se anziché sostituirli, ciò che postula l’esistenza di materiale organico di base, si arrivasse anche a crearli ex novo, la multinazionale dei mattoncini realizzerebbe il Di Maio perfetto. Certo, l’idea di una loro maggiore durata mi turba parecchio.

Il quesito giurisprudenziale se depositario di tutti i diritti debba essere o meno l’originale mi vede pertanto schierato dalla parte di Berlusconi, sintetico solo fisicamente, che rientra in gioco a ottantadue anni (la mia è anche una solidarietà anagrafica), contro le sue varie copie, tra l’altro malriuscite, che tentano di farlo fuori. E sia chiaro: se mio figlio domani mi intentasse una battaglia legale, cosa già oggi tutt’altro che insolita, per dimostrare che ho perso una parte di me e quindi non sono più io, rischierei di avvalorare la sua tesi prendendolo per la prima volta a calci nel sedere. Perderei la causa, ma almeno sarei io a determinare e a difendere i confini di ciò che sono.

Infine: l’eventualità di una mia copia, perfettamente identica, che circola per il mondo, è addirittura raccapricciante. Già fatico a dare una giustificazione della mia presenza, figuriamoci di quella di un doppio. Sarebbe solo un inutile spreco, d’aria, d’acqua, di risorse, persino di tempo. Oltretutto, visto che un po’ mi conosco, non riuscirei assolutamente ad andarci d’accordo, così come mi succede con me stesso. La cosa comunque mi ha turbato. Un tempo il mio incubo ricorrente era quello di perdere tutti i denti. Da qualche mese è diventato quello di essere padre della super-blogger alessandrina “discriminata” dalla scuola perché non ha tempo per frequentare le lezioni, e quindi marito della signora che ha impazzato sui social per tutta l’estate. Ora rischio di sognare tutte le notti una tragedia stevensoniana di gemelli identici, anzi, togliamoci il “gemelli”, in mortale conflitto. Dovrò ricorrere agli psicofarmaci.

E chiudo qui. Mi rimane però aperta una domanda.

A proposito di fattori esterni (epigenetici?) che incidono sulla coscienza: di cosa si nutre Edoardo?

Il gradiente dell’onesta liberazione

di Fabrizio Rinaldi, 24 giugno 2018, da sguardistorti n. 03 – luglio 2018

Quando cammino nei boschi, immancabilmente, l’occhio si sofferma su qualche fenomeno minuto che avviene la sotto, e mi distraggo dai propositi che mi avevano fatto intraprendere il percorso.

Non c’è verso, mi accade anche quando vado a funghi con mio padre: lui torna a casa col cesto pieno, io con uno, un solo esemplare di porcino, poiché magari mi fermo ad osservare le lumache mentre divorano tranquille l’ovulo che avrei dovuto raccogliere.

Non mi distraggo, invece, mentre passeggio in paese, tra le vetrine dei negozi stracolme di prodotti “indispensabili e irrinunciabili”, di cui mi importa meno che di una mosca sulla cacca di un cane.

Visto che non smanio per scarpe, abiti o cibo esposto, la mia attenzione si ferma sulle tipologie umane. Provo a immaginare delle storie cucite sui pochi indizi che gli incontri mi offrono: vecchi (magari non anagraficamente) rancorosi che ciattellano su questo o quell’altro, coppie già scoppiate (lo si vede da come, pur camminando uno accanto all’altro, fan di tutto per non sfiorarsi), amanti che fan di tutto invece per sfiorarsi pur nascondendolo, poveri affamati e ricchi ostentati. La casistica è infinita, ci sarebbe da scrivere fior di trattati sull’antropologia del quotidiano.

La natura umana attrae però meno il mio interesse. L’uomo agisce troppo velocemente, e io per carattere non reggo questa frenesia, ne sono infastidito e se posso la evito.

Al contrario, durante la passeggiata nel bosco, ignorando moglie e figlie che mi richiamano alla loro compagnia, sono costantemente attratto da ciò che lì succede: la foglia di una pianta che non conosco, le modalità di interazione delle formiche per sopravvivere in quel fazzoletto di terra che a loro parrà sterminato; una roccia sedimentaria che, di passeggiata in passeggiata, di anno in anno, si ricopre lentamente e inesorabilmente prima di licheni, poi di muschi, per ospitare infine felci e fiori.

Là in mezzo si può assistere ai passionali accoppiamenti delle libellule, con acrobazie che fanno apparire banali quelle descritte nel kamasutra, o vedere le femmine di insetto stecco che depositano le uova già fecondate senza neppure accoppiarsi, perché i maschi sono talmente rari che è meglio far da sé. Potere delle donne …

Ma anche l’osservazione di semplici accadimenti naturali offre costanti rimandi all’agire umano. Uno di questi sono gli infiniti, spesso impercettibili passaggi che portano un fenomeno a diventare qualcos’altro. Questi passaggi sono determinati da un complesso di spinte e di azioni-reazioni (ad esempio, la pressione, la temperatura, l’umidità, ecc …), che sono indicate come “gradienti”. Il termine, originario della matematica, è entrato poi in uso anche nelle scienze naturali, e ultimamente in quelle sociali. Un gradiente, dunque, è grosso modo un fattore di mutamento (sarebbe più corretto dire che è la “quantità”, la “rilevanza” di quel fattore). All’interno di un gradiente esistono interminabili progressioni che trasformano un elemento o un fatto in qualcos’altro.

Lungo il percorso nel bosco se ne possono osservare parecchi. Provo qui a individuarne qualcuno che aiuterà a prendere coscienza di come agiscono.

Il primo l’ho già descritto poco fa: è l’esempio base. Si va dalla nuda roccia fino alle fioriture, passando attraverso una sequenza di forme vegetative (licheni e muschi) sempre più complesse.

Mentre cammino mi accorgo che la vegetazione si fa più fitta, con foglie sempre più grandi; compaiono carpini e ontani neri, chiazze di ferrobatteri, felci: spunta anche una salamandra. È evidente che mi sto avvicinando ad una zona umida.

Se alzo poi lo sguardo vedo due taccole che, in un crescendo di nervosi gracchi, importunano con voli radenti il bel biancone che vorrebbe starsene fermo lassù, volando a spirito santo, ad osservare la sua preda: un lungo biacco steso su una rupe.

Qui in basso, a sua volta, un ragno è guidato dalle crescenti vibrazioni della sua tela, stesa tra due arbusti, fino ad arrivare alla farfalla intrappolata.

Insomma, identificare i gradienti permette di cogliere le infinite interazioni naturali che congiungono i diversi elementi della biodiversità in un groviglio di legami, e al tempo stesso rafforzano ogni singolarità specifica.

Ora, se imparassimo a valutare correttamente anche i gradienti sociali avremmo una consapevolezza ben maggiore dei fenomeni che ci coinvolgono: soprattutto ne coglieremmo le possibili derive, e le loro disastrose conseguenze. Con una, purtroppo tragica differenza: la conoscenza dei gradienti naturali di norma ci aiuta ad agire (non sempre: si pensi al problema ambientale), quella dei gradienti sociali sembra invece destinata a rimanere sterile. Voglio dire che era immaginabile, ad esempio, che persino un mediocre caporale, eletto democraticamente dal popolo tedesco, avrebbe potuto diventare la personificazione del male assoluto: e qualcuno in effetti lo ha anche fatto. Ma poi il caporale ha avuto via libera.

Nella società globalizzata le interconnessioni tra fenomeni sociali sempre più complessi e sempre più strettamente legati producono una moltiplicazione di gradienti. L’effetto di deriva è già ben visibile, nel controllo capillare dell’informazione, nella creazione di bisogni indotti e in una politica sfacciatamente mirata a soddisfare l’egoismo di pochi, a tacitare le aspirazioni di molti e ad ignorare i bisogni primari di altri, gli ultimi, quelli del mondo occidentale o quelli provenienti da paesi lontani.

Come viene mascherato o negato questo effetto? Semplicemente ignorando i gradienti, trattando le questioni come fenomeni singoli, separati e indipendenti gli uni dagli altri, con confini ben precisi. Questo illude di controllarli meglio: un mondo di confini impedisce le interazioni. I gradienti invece fondono fenomeni che pensiamo distinti, e che diventano impossibili da controllare e gestire nell’ambito miope della politica di “protezione” degli interessi egoistici e immediati.

È questa semplificazione che ha portato ad esempio ad avere in Italia un governo che si regge sul numero di follower in più rispetto all’avversario, piuttosto che sulle idee e le proposte di senso. Mentre gli italiani sono distratti dal respingimento dei barconi carichi di disgraziati, vengono ignorate questioni ben più importanti. E a giudicare dai sondaggi di voto, l’opera di distrazione riesce perfettamente.

Per fortuna sul lavoro ho quotidianamente la dimostrazione che l’integrazione e l’inclusione sono realtà – lente a sedimentarsi, ma sostanziali nell’affermarsi – che vanno al di là di Salvini e dei suoi appelli alla “pancia” degli italiani.

Le classi milanesi che vengono a trascorrere una settimana al mare, tra i borghi liguri e la macchia mediterranea, sono composte per lo più da bambini di origine straniera (a volte gli italiani si contano sulle dita di una mano) che non danno peso al colore della pelle o alle differenze culturali, ma sono interessati alle reciproche relazioni, alla scoperta del nuovo, alle differenze e alle complessità dei fenomeni che li circondano tutti, nessuno escluso.

Non è difficile capire che il futuro degli italiani sta proprio in queste classi multietniche, perché da esse usciranno i futuri dirigenti e politici. Ma non sarà un percorso facile, privo di ostacoli e di retromarce.

Gli Stati Uniti dopo secoli di discriminazione e di oppressione razziale hanno avuto un presidente “negro”: ma dopo di lui è arrivato Trump, segno che la maturità è ancora ben lontana.

Per questo sarebbe fondamentale un lavoro d’integrazione serio, che è cosa ben diversa dal “vogliamoci tanto bene”, e suppone una idea di “cittadinanza” che non appartiene nemmeno agli italiani.

Si dovrebbe ricominciare a parlare di regole, che sono la base di ogni civile interazione, e soprattutto a rispettarle, tutti quanti. Ciò che appare lontanissimo dagli intenti attuali. La “pancia” invoca solo soluzioni facili, non responsabilizzanti, e le attuali scelte politiche non fanno che assecondarla, riducendo il problema agli stranieri da espellere.

Mi sta diventando impossibile digerire il volto di chi ci governa, e tanto più quello di chi ne premia le scelte. Sono persino fisicamente a disagio e ho perso ogni voglia di provare a comunicare con chi non la pensa come me.

Pensavo che con Berlusconi avessimo toccato il fondo, che almeno si fossero prodotti degli anticorpi contro la mediocrità, il ciarlatanismo, le semplificazioni: invece oggi è forse peggio, perché al potere abbiamo degli sprovveduti totali, armati solo di presunzione, che sbandierano la loro ignoranza come una virtù e irridono i principi fondanti la nostra democrazia. E che sono purtroppo lo specchio veritiero del modo di pensare e di sentire della maggioranza.

C’entra qualcosa questo con i gradienti? Certo che c’entra. Chi ha combattuto Berlusconi per vent’anni ha continuato a illudersi che si trattasse di un’anomalia della storia, di un incidente di percorso della democrazia: senza ricordare che lo stesso si diceva cent’anni fa del fascismo, e poi del nazismo, e che quei principi sono stati messi sotto accusa per tutto questo ultimo secolo anche da chi il fascismo e il nazismo li combatteva.

Non possiamo continuare a raccontarci storie: della democrazia come noi la intendiamo, che non è solo uno dei modi di esercizio del potere politico, ma una scelta di vita e un modello di convivenza, non frega niente quasi a nessuno.

La “gente”, cui si è data “finalmente” la parola, bada a quello che ritiene il proprio immediato interesse ed è sorda ad ogni causa che implichi anche lontanamente un sacrificio: gli intellettuali cercano solo una effimera visibilità e per ottenerla si prestano a fare i giullari del potere; e il potere stesso, che una volta era ben identificabile nella distinzione tra oppressori e oppressi, ha assunto contorni talmente indefiniti e ambigui da rendere problematico anche ogni tentativo di resistenza.

Qual è allora il gradiente fondamentale, in questo bel panorama? È in-dubbiamente l’ignoranza. In termini di conoscenza, perché paradossalmente abbiamo avuto un aumento esponenziale delle conoscenze specialistiche, ma si è persa la capacità di interconnetterle: e in termini di desiderio di conoscenza, intesa come curiosità genuina, non finalizzata alla realizzazione economica o sociale, nei confronti degli altri o del mondo. Persino il ceto “intellettuale” ha creduto di poter scherzare con l’ignoranza, l’ha giustificata e coltivata. Mentre sarebbe bastato tenere d’occhio la piega che le cose stavano prendendo per capire dove ci stava portando la deriva. Salvini e Di Maio non nascono dal nulla. Sono solo gli esiti più clamorosi di un fenomeno di sbracamento culturale che ha investito tutta la società, e al quale nessuno ha opposto seriamente resistenza.

Per questo continuo a issare palizzate di principio attorno alle mie convinzioni: ma temo che ad un certo punto mi troverò completamente circondato, chiuso in un recinto di “sani principi”. E credo che questo stia accadendo ad un sacco d’altra gente. Non sappiamo come uscirne, cominciamo a disperare che sia ancora possibile.

L’unico dato positivo della situazione è che non siamo soli. Il male comune in questo caso non è un mezzo gaudio: ma a patto che sia avvertito appunto come comune, può indurre a unirsi per combatterlo.

Sarà bene che anch’io mi sforzi di mettere la testa fuori del recinto: può essere che veda altri volti spuntare da fortini e senta voci non stonate. Non sarà la liberazione universale, ma darà un po’ di senso ad una resistenza che rischia davvero di diventare pura ostinazione.

Sulle rimozioni

di Paolo Repetto, febbraio 2018, da sguardistorti n. 02 – aprile 2018

Tony Judt è morto nell’agosto del 2010 di sclerosi laterale amiotrofica, la famigerata SLA. Era nato nel 1948, quindi era della mia leva, più vecchio di soli dieci mesi. All’epoca non ho trovato la notizia su alcun giornale (probabilmente leggo i giornali sbagliati), non l’ho sentita per televisione (ma questo è già più comprensibile, perché la televisione non la seguo, e magari gli hanno dedicato ampi servizi tra un pettegolezzo e l’altro), non l’ho nemmeno recuperata più tardi, nell’autunno o nell’inverno successivo (e questo invece fa pensare). Forse morire nel pieno dell’estate non giova, perché i collaboratori delle riviste letterarie o storiche sono in vacanza, e al loro rientro hanno altre cose cui pensare.

La storia è una sciocchezza.
Henry Ford

La verità è che nel 2010 di Tony Judt io nemmeno sospettavo l’esistenza. Eppure non sono di primo pelo, seguo le vicende culturali e i protagonisti meno conclamati sono un po’ la mia specialità. Ma Judt proprio mi mancava: e allora, se da un lato ammetto la mia colpevole ignoranza, dall’altro posso portare a parziale giustificazione il fatto che nemmeno per caso mi era capitato fino a poco tempo fa di imbattermi in lui in qualche recensione, neppure nelle note a piè di pagina (sono uno che legge anche le note).

Che Judt, ebreo con ascendenze esteuropee molto ramificate, inglese di seconda generazione e trapiantato poi in America, sia stato uno degli intellettuali più influenti dell’ultimo quarto di secolo l’ho scoperto solo nella quarta di copertina di un libro preso a metà prezzo, attratto dal titolo, “L’età dell’oblio”. Ma le quarte di copertina non sempre sono credibili. È quando ho scorso l’indice che ho capito di aver fatto tombola, di aver trovato la pepita che cercavo da un pezzo.

Naturalmente è seguita una corsa a recuperare tutti gli scritti pubblicati in Italia, a partire da Postwar, il suo capolavoro, una monumentale storia dell’Europa dal secondo dopoguerra agli inizi del nuovo millennio, che con ogni probabilità rimarrà insuperata, per il coraggio del disegno e per la completezza e la chiarezza della trattazione. A seguire sono arrivati Novecento, una lunga conversazione raccolta da un amico e uscita postuma, nella quale le vicende biografiche dell’autore sono occasione per ripercorrere la storia culturale di tutto un secolo, e Guasto è il mondo, un testamento spirituale, il lucido e commovente lascito di Judt alle nuove generazioni.

Qui voglio però soffermarmi sul libro-rivelazione, L’età dell’oblio. Il sottotitolo italiano è Sulle rimozioni del ‘900. Si tratta in effetti di una raccolta di articoli, apparsi per lo più sulla New York Rewiew of Books, dedicati a protagonisti o a momenti della vita politica e culturale del Novecento che sono stati “rimossi” in vari modi e per motivi diversi dalla coscienza collettiva. Judt parla un po’ di tutto, con estrema onestà ed eccezionale competenza: spazia dalla guerra fredda al conflitto israelo-palestinese, dalla disfatta francese del 1940 alle vicende della Romania post-comunista, fino all’azione politica di Giovanni Paolo II o alla crisi del Belgio. Racconta cose che credevo di conoscere, ma che alla luce della sua analisi rivelano aspetti totalmente insospettati. Il meglio lo dà comunque nei ritratti dei protagonisti: i “rimossi”, appunto, i “rinnegati”, i transfughi dallo stalinismo come Koestler, Orwell, Manès Sperber e Laszek Kolakowski; oppure quelli che non sono stati rimossi, ma marmorizzati in icone letterarie, Camus e Primo Levi ad esempio, e filosofiche, come Hanna Arendt; e quelli fatti silenziosamente sparire dalla cultura di sinistra dopo esserne stati per qualche decennio delle star, personaggi per intenderci come Garaudy e Althusser. Ma non risparmia, per altri versi, gli irriducibili nostalgici come Hobsbawm, che icone lo sono ancora oggi.

Le ultime cose, Novecento e Guasto è il mondo, Judt le ha scritte (in realtà le ha dettate) quando la SLA se lo stava ormai mangiando, nella consapevolezza di avere davanti pochissimo tempo: e questo parrebbe spiegare la schiettezza dei suoi giudizi, la capacità di non fare sconti a nessuno. Ma gli articoli raccolti ne L’età dell’oblio sono precedenti, a volte anche di parecchio, e mostrano la stessa totale assenza di sudditanze ideologiche o di spirito di consorteria. A trent’anni Judt diceva pane al pane come io, che pure passo per essere piuttosto ruvido e disallineato, ho cominciato davvero a fare solo dopo i cinquanta. O meglio, sapeva distinguere il pane raffermo, quello che avrebbe fatto immediatamente la muffa, da quello che sarebbe rimasto commestibile per sempre. Il rammarico per non averlo conosciuto prima è quindi doppio.

Cosa ho trovato nei saggi di Judt? Innanzitutto delle conferme. Le conferme di sensazioni che da anni mi porto dietro e cerco malamente di esternare. Come quella relativa all’ignoranza storica che la mia generazione ha volutamente coltivato. Quando Judt scrive che “non solo non siamo riusciti a imparare granché dal passato […] ma ci siamo convinti che il passato non ha nulla di interessante da insegnarci” riassume in due righe tutta la decostruzione “postmoderna” della storia e della cultura occidentali. E quando constata che “musei, santuari, iscrizioni, ‘patrimoni dell’umanità’, persino parchi storici tematici – e, aggiungerei io, ricorrenze, celebrazioni, commemorazioni ufficiali, giornate della memoria – non migliorano la comprensione e la consapevolezza del passato, ma sono solo surrogati”, tocca il nodo centrale: abbiamo abolito la storia, che è scomoda e ingombrante, in quanto ti sbatte in faccia le responsabilità, per rifugiarci nella memoria, che al contrario della prima è selettiva e gratificante, e consente a ciascuno, dal suo punto di vista particolare, di sentirsi vittima. La storia crea una coscienza critica, la memoria si trasforma facilmente in culto, e produce mostri, perché è ovviamente di parte, suggestionabile e manipolabile. La recente vicenda polacca, la negazione e la proibizione “per decreto” di ogni accenno al coinvolgimento diretto dei polacchi nello sterminio degli ebrei, è solo l’ultimo di questi mostri. Oggi stiamo allevando miliardi di irresponsabili idioti, che si trincereranno ciascuno nell’appartenenza a una qualche minoranza, di genere o di trans-genere, etnica, culturale, religiosa, per rivendicare i torti subiti e/o cancellare quelli perpetrati.

Questo sta accadendo. “Invece di insegnare ai bambini la storia recente, li accompagniamo nei musei e a visitare i monumenti”. La cancellazione dell’insegnamento della storia la stiamo già pagando. C’è una classe politica emergente (a livello mondiale, non solo nazionale) che sembra avere come denominatore comune il rifiuto di confrontarsi col passato, persino con quello più prossimo. Ed è perfettamente in linea con l’atteggiamento diffuso nella cosiddetta società civile. Il modello è quello della play station: si schiaccia un tasto, si cancella tutto e riparte un nuovo game, nel quale si possono ripetere gli stessi errori, gli stessi movimenti, senza aver imparato nulla da quello precedente. Vengono riproposti identici gli slogan che un secolo fa hanno portato l’Europa alla rovina, e non per imitazione, perché nemmeno si conosce il modello originale, o per continuità ideologica, ma semplicemente perché si cavalcano le stesse spinte autodistruttive.

Sto riferendomi essenzialmente alla cultura europea, perché in realtà è l’unica impregnata di “senso storico”, da Erodoto in giù. Questo senso storico nasce dalla curiosità di fronte a un mondo precocemente desacralizzato, dallo stupore attivo, disincantato, nei confronti della natura, dalla convinzione che gli uomini sono padroni del proprio destino, lo modellano, fanno “la storia”. E questa attitudine è indiscutibilmente europea. “Ogni anno – scriveva Erodoto – mandiamo le nostre navi, rischiando le nostre vite e spendendo molto denaro, fin sulle coste dell’Africa, per chiedere: chi siete? quali sono le vostre leggi? qual è la vostra lingua? Loro non hanno mai mandato una nave per chiedercelo”.

Europea, ma non indiscriminatamente “occidentale”: perché l’occidente moderno nasce da un incrocio tra modelli di pensiero apparentemente incompatibili, che ancora non hanno trovato una armonica composizione e forse non la troveranno mai, e che in questo perenne confronto di volta in volta prevalgono o soccombono, spesso enfatizzando i loro aspetti peggiori. La cultura americana, all’interno della quale Judt ha lavorato per l’ultima parte della sua vita, ha ad esempio da sempre intrattenuto con la storia un rapporto piuttosto freddo. La brutale liquidazione che ne faceva Henry Ford rispecchia, sia pure in misura parossistica, e tenuto conto che arrivava da un grande ammiratore di Hitler, una attitudine diffusa, direi addirittura generalizzata. In fondo gli americani discendono da quei pellegrini che assieme all’Europa volevano lasciarsi alle spalle anche la sua storia. Quei pellegrini non leggevano Erodoto, ma la Bibbia.

D’altra parte, per tutti coloro che vogliono fondare mondi o imperi nuovi la storia è sempre stata un ingombro. Qin Shi Huang, l’imperatore della muraglia, cancellò alla fine del terzo secolo a.C. in un unico grande rogo di opere e di autori tutta la memoria precedente, proprio nello stesso periodo in cui in Occidente veniva creata la biblioteca di Alessandria. La stessa fu distrutta prima dai cristiani e poi dagli arabi, in entrambi i casi come premessa all’instaurazione di un nuovo ordine. Ogni volta, sino ad arrivare a Hitler e alla rivoluzione culturale cinese, si è ripetuto lo stesso tragico rituale: falò di libri per azzerare il passato e il suo ricordo. Oggi non è più nemmeno necessario ricorrere al fuoco. Il nuovo ordine è già instaurato, e non deve ricorrere alla violenza per imporsi. Dispone di mezzi più raffinati.

La strisciante amnesia collettiva passa per i modi in cui la storia viene trasmessa, a cominciare appunto dall’insegnamento. Arrivato alla quinta elementare, mio nipote è ancora lì a gingillarsi con i Sumeri e gli Hittiti. Gli hanno spalmato la storia antica su tre anni, per dargli il tempo di farsi le ossa: col risultato è che ne ha già sin sopra i capelli, se pronunci la parola Storia gli parte un tic nervoso. Ultimamente l’ho aiutato a fare delle ricerche sull’abbigliamento e sull’alimentazione di tutte le popolazioni dell’antichità preromana, compresi i cinesi, gli indiani e i giapponesi: una roba che lo ha impegnato per un mese. Non fregava niente a me, che pure la storia antica la amo, figuriamoci a lui. È come se tra mille anni per capire la nostra epoca si studiassero Versace o Vizzani.

In compenso sa nulla delle guerre persiane o dei conflitti tra Sparta e Atene, e non ha mai sentito nominare Temistocle, Milziade ed Epaminonda. Conosce Leonida solo perché hanno fatto uno stupidissimo film sui trecento delle Termopili, raccontati come fossero tartarughe Ninjia. Sembra che a parlargli di guerre e massacri ed eroismi e viltà e tradimenti si finisca sempre per offendere qualcuno, per dire cose “politicamente scorrette”. Judt dice: “Si è rivelato un grave errore sostituire una storia carica di dati con l’intuizione che il passato sia un insieme di menzogne e pregiudizi da correggere: pregiudizi a favore dei bianchi e dei maschi, menzogne sul capitalismo o sul colonialismo, o su qualunque altra cosa”. La battaglia di Maratona è diventata il primo simbolo eclatante dell’imperialismo occidentale, le scoperte geografiche sono solo l’antefatto del colonialismo, e così via. A furia di ripetere che non e siste una storia, ma tante storie, e che occorre raccontarle tutte, si finisce per non raccontarne nessuna. “Seminiamo confusione, più che capacità di discernimento, e la confusione è nemica del sapere. Prima di potersi confrontare con il passato chiunque – si tratti di un bambino o di un laureato – deve sapere cosa è accaduto, in quale ordine e con quale esito”. Temo che mio nipote non sarà mai in grado di capire da dove arriva, e meno che mai dove rischia di finire.

Per inciso, non funziona meglio nemmeno con quelli che vengono contrabbandati come tentativi di “attualizzare” lo studio e la divulgazione della storia, sintonizzandoli sulle potenzialità dei nuovi media e sulle mutate modalità di attenzione, oltre che sugli atteggiamenti “corretti”. Gli esempi si sprecano. In un programma televisivo che ambisce a livelli alti, Paolo Mieli chiama ogni giorno uno storico di grido e tre giovani neolaureati o ricercatori a trattare un argomento o un personaggio storico. L’ipocrisia sottesa alla presenza dei ragazzi è addirittura sfacciata. Sono interpellati un paio di volte in tutta la trasmissione, devono esprimere in mezzo minuto un parere di cui palesemente a nessuno, né al conduttore né all’ esperto, interessa un fico secco, e per il resto fanno le belle statuine, ad ascoltare il primo che interroga, facendo però capire che già conosce la risposta, e il secondo che risponde senza mai problematizzare quanto asserisce. Ora, delle due l’una: o i ragazzi sono lì perché sanno, e allora li lasci parlare, e semmai discuti poi le loro opinioni o interpretazioni, o non sanno, e allora approfitti per verificare il grado della loro ignoranza, quali possono essere le lacune diffuse di conoscenza della loro generazione. Metterli lì per abbassare l’età media in studio e dimostrare che gli argomenti e la disciplina coinvolgono anche i giovani è solo un espediente mediatico meschino.

Non varrebbe nemmeno la pena poi di parlare della riduzione della storia a pretesto per i festival e per gli “eventi”. Rientra nell’ambiguo culto della memoria di cui parlavo sopra. Ogni anniversario, ogni ricorrenza è occasione per costruirci sopra un baraccone che soddisfi assieme la vanità e la venalità degli esperti e la cattiva coscienza degli spettatori. Dietro ogni manifestazione di questo genere c’è da una parte un libro da vendere, una mostra da reclamizzare, una carriera da promuovere, dall’altra l’idea che la conoscenza possa essere comprata un tanto a biglietto nel “market(t)ing” del sapere, come in una moderna vendita delle indulgenze. E che a questa mercificazione nulla debba sottrarsi.

Ma la storia non viene cancellata solo per imbecillità o per venalità. L’imbecillità è semmai una conseguenza della cancellazione, la venalità una deriva che partendo dal privato ha investito anche tutto ciò che una volta apparteneva alla “vita pubblica”. La storia viene rimossa per viltà, oltre che per calcolo. Raccontare le vicende storiche contemporanee, come fa Judt, cercando di essere il più possibile obiettivi e indifferenti ai ricatti della “correttezza politica”, al netto delle tare che vanno senz’altro messe in conto, dei margini di opinabilità, di parzialità, di incompletezza che dobbiamo contemplare, è un atto di grande coraggio. Soprattutto se lo fai in America. Significa di norma mettersi contro tutti, vittime o carnefici che siano, e candidarsi all’impopolarità. Ad esempio, l’analisi che Judt fa del conflitto israelo-palestinese senz’altro non piace a nessuna delle parti in causa, e questo forse costituisce la miglior garanzia che si tratti di un’analisi corretta.

La seconda cosa che ho trovato nei suoi libri è dunque il coraggio. Ce ne vuole molto per raccontare un periodo nel quale si è protagonisti e insieme spettatori diretti, e farlo non attraverso la lente deresponsabilizzante del microscopio, spezzettandola in tante vicende particolari, ma proiettandola in cinerama, tentandone una interpretazione, o quanto meno una descrizione globale. Significa andare in controtendenza rispetto all’atteggiamento “decostruzionista” imperante, che ha ridotto la storia ad un’arida somma di cahiers de doléance. Questo coraggio Judt se lo può permettere, oserei dire, per l’incredibile capacità di padroneggiare tutti gli ambiti della storia del Novecento: ma il suo rifiuto della specializzazione in favore di una storia “globale” non nasce solo dalla consapevolezza di essere bravo. Judt persegue una narrazione globale perché questo è il solo modo per conservare alla storia un senso, inteso non come spiegazione ma come assemblaggio critico di esperienze trasmissibili, e per recuperare una qualche dignità a tutte indiscriminatamente le vittime. Una volta “destrutturata”, la storia, così come i cibi, perde invece ogni sapore, ogni valore nutritivo.

Prima ancora che insegnata la storia va quindi correttamente raccontata, ricostruita, difesa. Quando le vicende europee della seconda metà del Novecento saranno riscritte, tra trenta o tra cento anni, alla luce di elementi nuovi, di documenti che al momento sono ancora secretati o di sviluppi attualmente imprevedibili, potrà essere chiarito e dettagliato lo svolgimento dei fatti, addirittura potrà esserne ribaltata l’interpretazione: ma il significato attuale di questi ultimi, la loro verità sostanziale, è nel modo in cui oggi ci condizionano, nelle conseguenze che hanno sulla nostra vita, nell’incidenza che hanno sul nostro modo di pensare, sulle scelte verso le quali ci orientano. Questo indipendentemente dal fatto che li conosciamo con esattezza o meno.

Nel bilancio globale a Judt interessano soprattutto i “costi umani”: sono quelli valutabili in termini di sfiducia in sé e negli altri, perdita della speranza, privilegi, diseguaglianze, ingiustizie, sfruttamento, corruzione, che possono essere testimoniati nella dimensione effettivamente percepita solo da chi questa percezione la vive. Se proviamo ad immaginare a quali fonti potrà attingere lo storico che tra mezzo secolo volesse raccontare il clima diffuso oggi nel nostro paese, a come viene raccontata la quotidianità dai giornali, dalla televisione e dal web, c’è da farsi prendere dallo sconforto. Altro che vita in diretta: avrebbe accesso solo alla morbosità della cronaca nera, all’autoreferenzialità di politici, giornalisti, attori, sportivi che ruotano da una trasmissione all’altra, a un dibattito urlato che funge da pretesto per parlarsi addosso, all’esplosione di una libertà di parola che delle parole nega ogni significato. La vita vera, i milioni di persone che lavorano, che hanno aspettative diverse dall’apparire per un attimo sul teleschermo o paure diverse da quelle fomentate dalla demagogia elettorale, quelle fonti non la considerano nemmeno, o la traducono in statistiche. Ci sono cose che non lasciano tracce documentali e vanno quindi raccontate a caldo, prima che le persone che ne sono protagoniste e vittime diventino soltanto dei numeri, e le loro voci anneghino nel silenzio del tempo. Prima che la “decantazione” prodotta dal trascorrere degli anni operi una selezione disumanizzante.

Perché questo accadrà. Chi riscriverà in futuro la storia europea della seconda metà del Novecento dovrà necessariamente privilegiare fatti, protagonisti e vicende legati alle trasformazioni più gravide appunto di sviluppi futuri, le punte di enormi iceberg che rimarranno comunque sommersi. Tutto il resto andrà alla deriva e finirà nella grande discarica lunare dei sogni, delle speranze, delle sofferenze della quale parla Ariosto. Non ci sarà nemmeno più il soccorso testimoniale dell’arte e della letteratura, piegate come sono ormai completamente alle esigenze e ai dettami del mercato. Ma proprio quelle future scorie oggi sono indispensabili per leggere la mappa dell’ultimo tratto di strada percorso, per capire dove siamo arrivati e dove potremmo andare, per valutare se non sia il caso di tornare indietro per un tratto, e se ancora siamo in tempo a farlo. Per questo motivo credo oggi il primo compito dello storico sia proprio quello di raccontare le aspirazioni, le speranze e le sofferenze di cui è o è stato partecipe. Non lo farà nessun altro.

Judt ci riesce. Faccio un esempio. In Postwar dedica uno spazio notevole agli spostamenti di massa dell’immediato ultimo dopoguerra, ai milioni di profughi tedeschi o ex alleati dei tedeschi che fuggono dai paesi già controllati o assoggettati alle potenze dell’Asse, e che a loro volta incrociano i milioni di reduci da trasferimenti e migrazioni forzate, dai campi di concentramento e di lavoro, alcuni, pochissimi, persino dai campi di sterminio. Una volta stabilito che le responsabilità dei primi sono oggettivamente diverse, per il consenso tributato alle politiche di regimi criminali, o quantomeno per i loro silenzi, rimane il fatto che questa tragica esperienza è trasversale, tocca una molteplicità di popoli e paesi lasciando in ciascuno le stesse cicatrici profonde. E il ricordo di questa esperienza, sedimentato magari per anni in fondo agli animi, può tornare a galla in ogni momento, dove se ne dia la minima occasione, come hanno dimostrato le guerre iugoslave di fine secolo o dimostrano i separatismi attuali. Per questo occorre diffidare della riduzione della storia a “memoria”. Perché nella memoria queste esperienze vengono vissute come singole, eccezionali, e come tali sono fondative di una “diversità” che ha solo crediti da rivendicare.

Ora, non ci piove, la storia è sempre raccontata dai vincitori, i quali naturalmente lo fanno a loro modo, a propria gloria e giustificazione. È quasi naturale che sia così. Ma di una narrazione “globale” agli sconfitti rimane almeno l’ossatura, attorno alla quale le vicende potranno poi essere ricostruite, riviste magari da altri angoli prospettici. Questo accade in continuazione. Parcellizzare, segmentare la storia non consente invece neppure quel minimo di consolazione riparatoria dovuta alle vittime, tardiva e inutile quanto si vuole per esse, ma di monito ai posteri. E naturalmente rende impossibile ogni revisione.

Quando si dimenticano i costi in termini di libertà, ma più ancora nei termini “banali” di vite stroncate, bruciate, rese impossibili, che sono pagati da tutti alla storia, prevale alla fine l’idea hegeliana di una “ragione” nascosta che giustifica ogni orrore, versione laica della salvezza in un ipotetico aldilà. L’idea viene assolta, e quando proprio non se ne può fare a meno viene rimossa: assieme a tutti coloro che a quell’idea sono stati sacrificati.

Il compito di testimoniare in diretta gli orrori della storia e i guasti prodotti dalla sua riduzione a memoria dovrebbe spettare agli intellettuali, e la riflessione su questo ruolo ricorre in tutta l’opera di Judt, a partire da L’età dell’oblio. Judt stigmatizza l’odierno atteggiamento rinunciatario della classe intellettuale, dopo che per quasi tutto il secolo scorso la stessa si era almeno sforzata di tenere sveglia l’opinione pubblica, di sensibilizzarla. Non tutti naturalmente, anche nel Novecento, si sono fatti carico fino in fondo di questa responsabilità: gli unici conseguenti sono stati in realtà gli eterodossi, coloro che hanno rifiutato di allinearsi ai diversi poteri del momento, e che in luogo di essere riconosciuti sono finiti in genere ostracizzati. Judt non viaggia all’ingrosso, non mette tutti sullo stesso piano: distingue tra il coraggio, da riconoscere e onorare comunque indiscriminatamente, e la lucidità e l’onestà delle motivazioni. Sa che si può arrivare a prendere coscienza per diverse strade, e che l’origine e il livello raggiunto da questa coscienza determineranno poi il modo stesso in cui si farà opposizione, la sua efficacia. Non fa ad esempio sconti a Koestler, sottolinea come il suo anticomunismo fosse di matrice ben diversa da quello di un Orwell: ma rimane il fatto che per testimoniare la verità, sia pure la sua particolare versione della verità, anche Koestler ha affrontato prima la galera, e addirittura una condanna a morte, e poi l’ostilità livida dei suoi colleghi “ortodossi”.

Da vero uomo di sinistra, nell’unico senso in cui questa locuzione non si riduce ormai a un’etichetta stinta, quello improntato all’onestà intellettuale, alla rigorosità, all’impegno nel dovere che precede e legittima la rivendicazione del diritto, Judt fa le pulizie prima di tutto in casa propria. Ciò che più lo irrita è la facilità con cui la stragrande maggioranza degli intellettuali più o meno organici alle grandi formazioni storiche, quelli “sdraiati sulla linea”, come avrebbe detto Marcello Venturi, e quelli che dalla linea dissentivano, ma non dal metodo e dalla direzione, ha fatto passare sotto un silenzio complice il sacrificio di migliaia di innocenti alla ragione ideologica (un nome per tutti, Sartre: ma solo perché è il più famoso. In Italia la lista sarebbe lunghissima).

Questa specifica e sofferta indignazione nei confronti della cultura “progressista” è un altro sentimento che, nel debito rapporto di scala, ci accomuna. Judt vede dietro le bocche cucite un ottuso cinismo, io credo che spesso questo atteggiamento sia stato dettato anche dalla viltà, nel caso di Sarte probabilmente da entrambi: ma nell’una o nell’altra ipotesi il silenzio (quando non l’appoggio incondizionato) rimane egualmente inaccettabile per intellettuali che si atteggiavano a difensori della libertà, a profeti della futura vittoria e dell’emancipazione del proletariato (di un proletariato che poi in realtà nemmeno conoscevano, e per quel poco che lo conoscevano lo disprezzavano profondamente). La rozza ricetta staliniana, per cui per fare una frittata era necessario rompere tante uova, ha continuato a caratterizzare per decenni i menù “rivoluzionari”. Le stragi di uova si sono ripetute per tutto il Novecento, in ogni continente, e hanno continuato ad essere più o meno apertamente giustificate come ineluttabilità storica, o minimizzate come incidenti di percorso. E quando alla fine la frittata è bruciata è stata velocemente sostituita con altri piatti, la nouvelle cuisine della storiografia. Fermi restando gli stessi cuochi. “Che cosa succede quando il proletariato smette di funzionare da motore della storia? Per mano dei professionisti degli studi culturali e sociali […] bastava sostituire “lavoratori” con “donne”; o studenti, o contadini, o neri, o – alla fine – gay, o di fatto qualunque gruppo avesse buoni motivi per essere insoddisfatto dell’ orientamento del potere e dell’autorità”.

Non è finita qui. Una volta chiaro che le ricette non funzionavano, perché non incontravano tutti i gusti, anzi, quasi nessuno, la soluzione non è stata provare a cambiare gli ingredienti o i tempi, ma demolire la cucina. Sono così finite sotto accusa le conquiste di trenta secoli di civiltà occidentale, di cui proprio la storia documenta i costi ma testimonia anche l’eccezionalità, e che costituivano malgrado tutto il risultato tangibilmente più alto dell’avventura umana: questo in nome di particolarismi che si danno una ragion d’essere sganciandosi dal comune percorso, anziché impegnarsi a ricostruirne più dettagliatamente le tappe. Insomma, invece di prendere atto di non essere stati capaci di leggere la storia, e assumersi delle responsabilità, i cantori del post-moderno hanno furbescamente preferito negare alla storia ogni credibilità. Gettandola in questo modo in balìa di chiunque voglia appropriarsi del passato per giustificare o legittimare una condizione o un comportamento del presente. È un tema del quale ho già parlato sin troppe volte, per cui eviterò di ripetermi. Lascio parlare invece Judt. “La manipolazione della storia è stata un tratto caratteristico comune delle società chiuse del ventesimo secolo, di destra e di sinistra. La falsificazione del passato è la forma più antica di controllo del sapere: se si detiene il potere sulla interpretazione di ciò che è accaduto (o semplicemente si può mentire al proposito), si ha il controllo del presente e del futuro”. Per cui lo storico ha una responsabilità civica, deve difendere e garantire quella dimensione della conoscenza senza la quale non può esserci comunità civile. “Il lavoro dello storico è spiegare cosa abbia significato un fatto accaduto a determinate persone nel momento in cui si è verificato, dove si è verificato e con quali conseguenze”.

E quindi, i milioni di uova rotte, di vite sprecate? Puzzavano, e sono state sbrigativamente gettate nella pattumiera della storia.

Ma poi arriva qualcuno come Judt, e alza il coperchio.

Reazionario controvoglia

di Paolo Repetto, 2013

“Reazionario”, controvoglia o no, è un epiteto spregiativo. Da almeno due secoli marchia la posizione concettuale di chi oppone un totale rifiuto alla storia. Quello del reazionario infatti nemmeno rientra nella scala dei possibili atteggiamenti “interni” alla storia stessa, che si dispiegano per coppie di opposti, conservatore-rivoluzionario agli estremi, moderato-progressista al centro, spaziando dalla semiimmobilità all’accelerazione veloce, ma sono tutti pur sempre accomunati dalla “necessità” di una progressione verso il futuro. Il reazionario si pone invece fuori. Non solo vuole fermare la storia, ma addirittura vuole tornare indietro.

Che il termine venga utilizzato solo in una valenza negativa lo dimostra il fatto che neppure i movimenti storicamente ascritti alla reazione, quello fascista e quello nazista in particolare, si sono mai proposti e hanno mai accettato di essere interpretati come reazionari. Al contrario, si sono sempre qualificati come rivoluzionari (e a ragione, direi).

Io non voglio tornare indietro nella storia. Non ne avrei motivo. Della storia ho vissuto uno dei periodi più tranquilli, almeno per quanto concerne l’Europa, e il mio paese in particolare. Sulla mia pelle non sono rimaste cicatrici. Ad essere onesto avrei nulla da recriminare nei confronti del passato, ma anche poco da rimpiangere, se non una giovinezza non sempre spesa bene, come tutte le giovinezze. Ciò non significa che non conosca il repertorio infinito di tragedie che ha caratterizzato questi sessantacinque anni; ma sono cosciente del fatto che solo poco prima della mia nascita se ne compiva una quale mai il genere umano aveva vissuta, e che io me la sono scansata.

Ho scelto la titolazione del libretto proprio per questo motivo. Non riesco a rallegrarmi del fatto che se dura così per almeno altri vent’anni (o anche meno) mi sarò risparmiato l’orrore. Lascio dei figli, dei nipoti, e vorrei che l’orrore fosse evitato anche a loro: ma i segnali che scorgo all’orizzonte mi confortano poco. Non è facile spiegare la sensazione che provo; inoltre, so che va sottratta la tara della posizione dell’osservatore, che naturalmente vede sempre più buio il futuro mano a mano che quel futuro lo esclude. Non credo però si tratti solo di un effetto ottico.

Ho in primo luogo l’impressione di una smemoratezza collettiva, percepibile soprattutto nei più giovani, che hanno una vaghissima idea, quando ce l’hanno, di ciò che è accaduto prima della loro nascita. Il moltiplicarsi delle ricorrenze anniversarie, la creazione di una liturgia della memoria, anziché alimentare un interesse ed un raccordo vivo col passato si risolve in una ritualizzazione arida, spesso manipolata, che i giovani mostrano di subire con fastidio e passivamente. Questo perché la smemoratezza è anche, e prima ancora, delle generazioni più mature, per le quali sempre più imperiosa sembra la voglia di fermare il tempo, annullarne il trascorrere in un eterno presente. E non mi riferisco a fenomeni frivoli, anche se significativi, come quello del “giovanilismo”, che se non altro alimenta nuovi settori economici, dalla chirurgia estetica alle palestre, ma all’incosciente miopia di classi dirigenti, a livello mondiale, che non riescono ad alzare lo sguardo oltre i propri piedi. L’eterno presente è il regno dell’oblio, e l’oblio significa rilassarsi, abbassare la guardia, sottovalutare i segnali di un’accelerazione dello scivolamento nella barbarie che ormai si moltiplicano.

In genere, a chi manifesta questo tipo di preoccupazioni si fa notare che i profeti di sventura ci sono sempre stati, la Bibbia e i poemi omerici ne sono già pieni. Infatti. Quel che di norma non si dice, però, è che nella gran parte dei casi le sventure si sono poi avverate. Magari non è finito il mondo, ma milioni di esseri umani ne sono stati travolti, cancellati, umiliati. Io non so se agisca un’astuzia della ragione, qualche dubbio lo avrei, e comunque mi interessa anche poco: mi interessa che a loro, per le loro sofferenze, vada almeno il risarcimento della memoria; che questa memoria costituisca per noi, oggi, un monito e un impegno, e non si riduca a una distratta celebrazione; e che questo impegno consenta domani, a coloro che verranno, di vivere con dignità.

Tutto ciò non farebbe evidentemente di me un reazionario. Ma c’è qualcosa che mi spinge a leggere in un’ottica diversa il ruolo dei reazionari. Per un motivo comprensibilissimo, per il fatto di voler difendere il passato da un futuro che ai loro occhi si presentava fosco, i pensatori reazionari sono stati in genere gli analisti più lucidi della modernità e quelli più spietatamente preveggenti rispetto alle derive politiche, economiche e sociali che avrebbe comportato. A partire da De Maistre il pensiero reazionario ha sottoposto la società uscita dall’ancien regime ad una critica preventiva che andava ad evidenziare i problemi prima ancora che questi cominciassero a porsi o ad essere visibili.

Io non sono certamente mosso dallo stesso spirito di un Burke o di un Lamennais: semmai vale il contrario. Ma neppure mi riconosco in quello che sembra oggi animare i miei contemporanei, che paiono essersi arresi ad una sorta di ineluttabilità storica. Sono ancora convinto che la storia la facciamo noi, quotidianamente, con le nostre scelte, e che la nostra “insignificanza” a fronte di un mondo tanto vasto e complesso non ci solleva dalle nostre responsabilità.

E allora si, allora vorrei che potessimo scendere da quel treno blindato dello “sviluppo” sul quale nessuno ci ha caricato a forza, ma che ci ha attratti con i suoi specchietti e le sue offerte speciali e ci ha portati in un tunnel del quale non intravvediamo la fine. Vorrei che tutte le opportunità che in questi anni ci sono state concesse per migliorare la condizione umana, e che non abbiamo saputo sfruttare, fossero rimesse in gioco. Ciò che non è possibile per una singola vita, è almeno pensabile per un insieme relativamente sottratto al tempo quale l’umanità.

Al di là della professioni di intenti, però, si può fare concretamente qualcosa? Credo di si, penso sia ancora possibile opporre una resistenza alla deriva e all’accelerazione verso il buio. Non è il caso di immaginare grandi rivoluzioni o palingenesi, anzi, visti i risultati delle precedenti direi di lasciar proprio perdere. No, qui si tratta di difendere con i denti quel minimo di buono che, a dispetto proprio dei reazionari classici, la modernità ha anche apportato, e quello che le epoche precedenti ci avevano trasmesso. Se già Socrate, duemilacinquecento anni fa, poteva convenire con i suoi discepoli sui valori fondamentali che rendono la vita degna di essere vissuta, voglio poter continuare a farlo anch’io con mio nipote. I valori sono rimasti quelli, alla faccia del postmoderno, del mercato, della crescita e della globalizzazione. E allora, molto semplicemente, si tratta di rispettarli nel quotidiano rapporto con gli altri e con noi stessi; di chiederne, anzi, di pretenderne il rispetto dai nostri interlocutori, anche a costo di apparire fuori tempo; di affermarli attraverso un’esemplarità non conclamata, vissuta nella consapevolezza dei limiti propri e della propria funzione, ma senza fare di questi limiti un alibi per assolversi dalle responsabilità. Di vedere, in altre parole, se tornando indietro di qualche passo possiamo ritrovare la strada e lo slancio per uscire da questa palude.

In questo senso sono un reazionario, e rivendico questo titolo. Soltanto, sono uno che cerca di reagire non alla storia, ma a una possibile, e non improbabile, fine della storia.

 

Una sinistra possibile

di Luis Sepúlveda (brano tratto dal libro “Raccontare, resistere”), da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Storicamente e simbolicamente, la sinistra è quella che vota contro, che si oppone allo status quo, che propone qualcosa di diverso e possibilmente di migliore rispetto a ciò che esiste, rappresentando una parte della società che non si trova a suo agio nell’assetto politico dato. Fino all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, questa distinzione era abbastanza chiara, poi le differenze si sono sfumate fino a scomparire quasi del tutto, perché in fondo ci si combatte e ci si scontra per amministrare lo stesso sistema. A parte alcune piccole formazioni politiche, non esiste più una differenza radicale fra destra e sinistra, non c’è una sostanziale differenza di idee. Il discorso di Blair o di Schröder è molto simile a quello di Aznar o di Berlusconi, e così via … […]

Finora, per la sinistra, si è trattato di far partecipare gli esclusi al benessere sociale, però adesso sembra che abbia dimenticato le basi etiche su cui si fonda e parli un linguaggio non molto diverso da quello della destra. La destra ha imparato molto dalla sinistra, ma la sinistra dalla destra ha imparato solo ad accontentarsi di governare il sistema dato, a non opporvisi frontalmente. In realtà bisognerebbe essere capaci di immaginare una sinistra di governo, ma bisognerebbe anche ridefinire i suoi compiti critici. Si tratta, credo, di immaginare nuove forme di agire politico. L’alternativa è fra limitarsi alla semplice azione parlamentare oppure trovare spazio e voce nella società, praticando forme alternative in piccoli ambiti che poi si espandano sempre di più, facendo vivere questo atteggiamento etico dentro e fuori le istituzioni, testimoniandone l’importanza, offrendo un’alternativa vivente al sistema. Io credo che oggi questa seconda ipotesi sia lo spazio naturale dell’agire politico di una sinistra che voglia dirsi tale. […]

Quando ho iniziato a documentarmi sulla situazione italiana, sono ben presto giunto a conclusioni molto tristi, perché non pensavo che la dirigenza della sinistra italiana fosse insieme tanto ingenua e tanto irresponsabile. Prima, molti dei dirigenti hanno sperato che i magistrati di Mani pulite risolvessero problemi politici che non erano di loro competenza, causando così un dannosissimo vuoto politico. Poi, quando l’Ulivo è andato al governo, hanno avuto la possibilità di risanare la vita istituzionale, approvando per esempio una legge sul conflitto d’interessi, e non l’hanno fatto. Perché? Credo che il fallimento della sinistra italiana confermi ancora una volta che il problema consiste nella mancanza di immaginazione. I dirigenti dei partiti di sinistra si sono appiattiti su un liberismo più o meno temperato, con il risultato che al momento del voto la gente ha scelto l’interprete più conseguente di quel liberismo, vale a dire Berlusconi. In più, sono stati travolti da una vanità quasi smisurata che ha impedito loro perfino il gesto più logico dopo una sconfitta, cioè quello di cedere il passo alle nuove leve. Adesso alla sinistra, e non parlo dei dirigenti, non resta che resistere, visto che siamo in una fase difensiva. Però sia chiaro che resistere non significa solo asserragliarsi in un fortino. Non bisogna confondere la resistenza con la passività. La resistenza è azione. Le ultime manifestazioni sono forme di resistenza, ma anche di proposta: larvata, embrionale, ma pur sempre una proposta per il futuro che supera il liberismo. Resistere significa pensare con una prospettiva, significa generare un immaginario. Le forme di resistenza finali sono sempre forme di immaginazione molto audaci.

 

Libera volpe in libero pollaio

Il tramonto all’alba del nuovo millennio

di Giuseppe Schepis, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Questo scritto ha la precisa intenzione di ripetere considerazioni ovvie e solcare percorsi già battuti da pensatori ben più preparati ed acuti del proprio redattore. La necessità che il redattore sente come impellente è quella di unire le tessere conosciute e abusate che descrivono la realtà contemporanea, soprattutto economica, sociale e politica, e tentare di abbozzare un mosaico capace di fornire un quadro completo della situazione. Questo serve soprattutto, come spesso accade, a chiarire le idee di chi scrive, nel forse vano tentativo di prevedere, dall’analisi dell’esistente, almeno un abbozzo del futuro che ci attende.

È oramai un dato di fatto che la realtà sociale ed economica, espressione diretta del sistema capitalista, è soggetta a velocità di cambiamento sempre più alte; questo movimento esponenzialmente accelerato lascia immancabilmente indietro colui che, nel tentativo di eseguire un’analisi, è costretto a fermarsi a riflettere. Così il lavoro scientifico, legato a procedure fisse che in genere vedono una raccolta di dati sperimentali significativi, l’analisi di questi con differenti teorie ben collaudate, la eventuale formulazione di un possibile nuovo modello teorico e la sua valutazione mediante riscontro sperimentale, risulta troppo lento per poter studiare un organismo instabile e mutante come il sistema socioeconomico attuale. I dati raccolti diventano obsoleti nello spazio temporale necessariamente occupato dall’analisi, la considerazione sul presente diventa subito storia del passato, la fantascienza attualità.

Il tentativo qui in atto è quello di cogliere una visione globale del sistema prima che questo muti profondamente. Più difficile è prospettare la forma del tutto dopo la prossima, rapida quanto probabile, mutazione.

 

Libera volpe in libero pollaio

Partendo dalla convinzione che il sistema economico alla base dei rapporti sociali sia la variabile principale dalla quale dipendono la quasi totalità delle leggi che regolano le società umane, è necessario porre un primo punto fermo sul quale nessuno potrà obiettare: l’unico sistema economico che regna – oggi – sull’intero pianeta è quello liberale (capitalista), vanno quindi attribuite ad esso tutte le colpe e tutti i meriti intrinseci alle società umane organizzate. Per onestà intellettuale chi scrive dichiara subito di riuscire a vedere ben pochi meriti e moltissime colpe.

Fino a qualche decennio fa, al modello capitalista era contrapposto ideologicamente un modello socialista o comunista; questo faceva intravedere la possibilità di organizzare in maniera completamente diversa i rapporti economici e i conseguenti patti sociali. Il crollo dei paesi socialisti ha trascinato con sé sotto le macerie anche le idee di contrapposizione e cambiamento rispetto alla società liberale, senza preoccuparsi del fatto che queste fossero realmente o no alla base dei fallimenti cui tutti – in verità – abbiamo assistito.

Il dato principale che va sottolineato è che il mercato non ha più alcun confine geografico o filosofico: il libero commercio e le sue regole – o meglio la sua assenza di regole – hanno conquistato l’intero pianeta. Ora il capitale è realmente libero di spostarsi quasi istantaneamente da un capo all’altro del mondo, da una borsa ad un’altra. Gli investimenti e con essi le strutture produttive sono liberi di ricercare il massimo profitto in ogni luogo fisico e metafisico.

La vittoria del capitale sul piano materiale ha fatto tacere anche gli oppositori filosofici, sia che questi fossero sostenitori di una giustizia sociale nata dalla logica che di rivendicazioni aristocratiche antiliberali o di altro genere. Il libero mercato è in grado, anche grazie all’abbattimento del costo dei trasporti, di mettere in diretta competizione il lavoratore europeo con quello indiano, di sfruttare a proprio vantaggio ogni tipo di materia prima o di risorsa presente in qualunque angolo del pianeta; può decidere di utilizzare un paese solo per la produzione mantenendo bassi i costi legati all’impiego di manodopera e di esportare i prodotti in altri paesi dove la stessa merce acquista un valore infinitamente più elevato ottenendo così margini di guadagno prima impensabili. Un esempio abusato ma emblematico è quello del pallone da calcio prodotto da un bambino indiano, che riceve per questo una paga capace di mantenerlo in vita e poco più, venduto ad un prezzo cento volte superiore ad un bambino europeo: il guadagno è palesemente altissimo, al pari dello sfruttamento intrinseco degli esseri umani.

 

Non più frontiere

Quello che una volta era il sogno degli oppositori del mercato è stato realizzato, in maniera completamente distorta, dal mercato stesso! Le frontiere cadute, inoltre, non sono solo di tipo geografico, ma anche di tipo sociale, etico, fisico.

In merito alle frontiere geografiche, il processo di abbattimento risulta già avanzato: il capitale è da lungo tempo internazionale. Le multinazionali statunitensi hanno iniziato a colonizzare l’Europa al termine della seconda guerra mondiale con il New Deal, imponendo regole e merci, così come l’Europa da tempo guarda ai paesi ex socialisti per investimenti molto remunerativi: la Fiat ha fabbriche in Polonia, in Russia o in Sud America da diversi decenni, mentre è recente l’acquisto di una consistente fetta della Fiat stessa da parte di una grossa multinazionale statunitense. I rivoli del potere economico si stanno intrecciando per sfruttare ogni nicchia ancora libera. Così l’Africa è un ottimo mercato per le industrie occidentali produttrici di armamenti, l’India un paese del bengodi per chi vuole produrre a bassissimi costi sfruttando anche la manodopera infantile e senza regole di sorta per ciò che concerne le norme di sicurezza (Bohpal insegna).

Il nuovo ordine mondiale vede le multinazionali statunitensi padrone incontrastate del mondo, capaci di dettare legge con imposizioni di forza sia di tipo economico, attraverso il controllo quasi egemonico di settori chiave quali quello energetico, sia di tipo militare, sfruttando la macchina bellica più potente del mondo. I mercati vengono conquistati con guerre commerciali che sfruttano opportunamente anche opposti quali il protezionismo economico e la competizione spinta oppure con guerre reali, che vedono sempre una lucrosa fase di ricostruzione dopo una pur sofferta fase di distruzione: molte delle guerre-lampo cui abbiamo assistito negli ultimi anni hanno permesso all’economia dei paesi partecipanti –primi tra tutti gli Stati Uniti – di avere consistenti boccate di ossigeno, anche a scapito del benessere di interi popoli e spesso con l’egida dell’Onu, sotto la falsa bandiera della missione umanitaria.

All’abbattimento delle frontiere geografiche è seguito un abbattimento delle frontiere sociali, con la dissoluzione di ogni contrapposizione di classe e l’uniformazione ai “valori deboli” borghesi da parte di tutti i ceti presenti sia nella pur variegata società occidentale sia nelle società del terzo e quarto mondo, versione enormemente più povera ma in gran parte culturalmente assimilata della società dei consumi. Anche le frontiere etiche sono cadute sotto i colpi del mercato: oggi tutto si può comprare o vendere, senza esclusioni di sorta; è possibile acquistare organi umani per trapianti o bambini da utilizzare come figli o schiavi (a seconda che questi ultimi siano più o meno fortunati), si discute della legalizzazione delle droghe leggere, di quella della prostituzione (su proposta di un ministro donna che si dichiara di sinistra, con buona pace alla memoria della senatrice Merlin). Presto si dirà che il traffico di organi o di bambini su cui si compiono abusi sessuali sono mali incurabili, e si tenterà di far riemergere alla legalità anche questi, regolamentandoli con leggi appropriate.

Il mercato ha così trasformato in merce vendibile ogni cosa, che si tratti di eroina, corpi umani, ore di lavoro prestate da minori o quant’altro. Ha pervaso i corpi, le menti, le case e i sogni. È così invasivo da essere presente in ogni angolo del pianeta, che sia la periferia di una megalopoli del terzo mondo oppure il centro ricco di una città europea.

 

Il lavoro e il frutto del lavoro

Il cavallo di Troia che è penetrato all’interno della cultura di sinistra, aprendo le porte ad altri attacchi ed al suo progressivo snaturamento, è l’attribuzione di un valore etico al lavoro; svincolati oramai dal fine ultimo di soddisfare i bisogni fisici e culturali dell’uomo, il lavoro e la produzione diventano essi stessi il fulcro attorno a cui edificare le società umane: mezzi che si mutano in fini senza logica alcuna.

La rotta che porta alla progressiva liberazione dell’uomo dal lavoro è stata definitivamente abbandonata, tramutando il progresso tecnologico in aumento della produzione, dei consumi e del profitto.

Il frutto del lavoro, lungi dall’andare a chi lavora, viene indirizzato verso l’investimento a più alto guadagno, mentre ogni forma di redistribuzione della ricchezza, dai salari reali dei lavoratori dipendenti all’assistenza sociale e sanitaria, dai servizi pubblici alla salvaguardia dei beni ambientali e culturali, viene via via contratta cedendo all’idea liberista.

 

Democrazia

Contrapposizione tra forma democratica esteriore dello stato liberale e organizzazione sociale di tipo feudale all’interno dei luoghi di lavoro.