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Cattedrali di luce

di Paolo Repetto, 14 marzo 2021

Per il dopo Covid, sempre che arrivi, e soprattutto che io arrivi a vederlo con testa e gambe almeno a mezzo servizio, ho fatto voto di un pellegrinaggio. Supponendo che prima della fine dell’estate ci sia una parziale liberalizzazione degli spostamenti dovrei potermi muovere controcorrente, perché senz’altro si scatenerà la corsa a scaldarsi le ossa al mare (lo scorso anno, in Inghilterra, il primo week end di liberi tutti vide mezzo milione di persone riversarsi sulle spiagge della sola città di Bournemouth, dove abita mia figlia. Due giorni da incubo post-apocalittico). Io invece vorrei viaggiare tranquillo, perciò non affronterò il Camino di Compostela, ormai troppo affollato e a forte rischio di assembramenti, ma mi sposterò nelle valli Ossola e Formazza (in auto, naturalmente), per vedere come sono messe le Centrali Idroelettriche progettate un secolo fa da Piero Portaluppi. E magari, se le forze reggeranno e il tasso di inquinamento urbano scenderà, visto che tutti saranno al mare, girerò a piedi e in metrò senza mascherina per una Milano semideserta, a censire gli edifici (più di cinquanta) che Portaluppi vi ha realizzato, e a visitare la sede della Fondazione a lui intitolata.

Se poi l’entusiasmo perdura vorrei battere le valli alpine in generale, in Valle d’Aosta o nell’alto varesotto, per rendere omaggio anche alle opere di altri artisti-architetti, Giovanni Muzio in primis. Insomma, un po’ quel che fece Samuel Butler negli ultimi decenni dell’Ottocento, percorrendo (ma lui viaggiava solo a piedi) le vie dei Sacri Monti alpini (e raccontandole poi magistralmente in Alpi e Santuari, 1881)

Mi rendo conto che è un programma ambizioso, ma sono certo che ne valga la pena. Non ho nemmeno remore a renderlo pubblico perché so che pochissimi leggeranno queste righe, e quei pochi non mi spiacerebbe magari trovarli sulla mia strada, o averli come compagni di pellegrinaggio.

Da dove nasce dunque tutto questo entusiasmo? Dal fatto che nel corso del secondo inverno di clausura le immagini delle opere di Portaluppi e di Muzio, così come anche i fantastici (e fantascientifici) progetti di Sant’Elia, mi hanno aiutato molto a continuare a credere che la bellezza e il buon gusto abitino ancora questo mondo, o meglio, lo abbiano abitato anche nell’età moderna. È vero che attualmente l’una e l’altro sembrano essersi presi una vacanza, ma il fatto stesso che ancora sappiamo riconoscerli e apprezzarli depone per una loro persistenza e consente di auspicare la possibilità di un loro ritorno.

Per preparare la cosa ho pensato di lustrare un po’ gli occhi dedicandomi ad un album sull’architettura di questo particolare settore, ma non solo. I criteri si sono definiti cammin facendo, alla partenza erano solo emotivi. Le immagini che ho scelto potranno essere accusate di una bellezza facile, dolciastra, persino stucchevole, come bene o male tutto quello che ruota attorno all’Art Nouveau; o, nel caso dei disegni di Sant’Elia, di giocare su suggestioni forti, ma del tutto avulse dalla realtà e dalla concretezza. Non lo ignoro, e ammetto anche che in queste obiezioni possa esserci del vero. Ma non toccano il senso del mio discorso: non sono qui a disquisire di architettura, ci mancherebbe solo questo. Neppure però sto parlando di gusti strettamente personali: non credo sia capitato solo a me di inchiodare di colpo l’auto alla improvvisa comparsa, dietro una curva, di uno di questi edifici: o di essermi soffermato ad ammirare in uno stupito silenzio un imponente fabbricato risalente ad oltre un secolo fa e ancora perfettamente intatto, senza aver conosciuto alcuna opera di restauro o alcun intervento conservativo, come costruito ieri (anzi , no, l’avessero costruito ieri mostrerebbe già segni di invecchiamento). Nel caso specifico si trattava della dismessa centrale SEB di Cedegolo, che oggi ospita un museo dell’energia idroelettrica, per la quale non è stato necessario nemmeno un lavoro di ripulitura esterna. Prima che iniziassero i lavori di riconversione, quando l’ho vista per la prima volta, era esattamente come potete vederla nell’immagine d’apertura.

La centrale di Cedegolo non è un’opera di Portaluppi né di Muzio, ma di Egidio Dabbeni, un precursore, uno tra i primi architetti a importare in Italia lo stile razionalistico-funzionale. E impressiona perché, a dispetto della maestosità e della sensazione (assolutamente fondata) di solidità, trasmette anche un’idea di compatta leggerezza, qualcosa di simile a ciò che proviamo al cospetto delle grandi cattedrali romaniche o degli antichi manieri. Sto parlando di una costruzione in cemento armato che non presenta la minima smagliatura, nessun segno di deterioramento. Da rimanere di stucco, pensando ai viadotti del secondo novecento che cadono come birilli, e ai nuovi impianti industriali già fatiscenti dopo un decennio.

Ecco, ciò che volevo chiarire è che il tipo di bellezza cui alludo non è legato ai vezzi dell’Art Nouveau o del tardo Liberty, ma a qualcosa di più solido: qualcosa che concerne il rapporto col tempo. È paragonabile al fascino esercitato dalle illustrazioni dei vecchi libri per ragazzi, che sono lì per durare, per continuare a stupire e ad ammaliare i piccoli lettori attraverso le generazioni, magari al di là delle aspettative e degli intenti degli illustratori. In questo senso Sant’Elia parrebbe del tutto fuori posto in questa breve narrazione. È lui infatti a firmare nel 1914 il Manifesto dell’Architettura Futurista, che esordisce così: “Dopo il ‘700 non è più esistita nessuna architettura. Un balordo miscuglio dei più vari elementi di stile, usato a mascherare lo scheletro della casa moderna, è chiamato architettura moderna. […] L’architettura futurista è l’architettura del calcolo, dell’audacia temeraria e della semplicità; l’architettura del cemento armato, del ferro, del vetro, del cartone, della fibra tessile e di tutti quei surrogati del legno, della pietra e del mattone che permettono di ottenere il massimo della elasticità e della leggerezza […]”. Ma che soprattutto poi prosegue con: “Da un’architettura così concepita non può nascere nessuna abitudine plastica e lineare, perché i caratteri fondamentali dell’ architettura futurista saranno la caducità e la transitorietà. Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città”. Quanto alle durate, all’obsolescenza dei materiali, alla caducità, appare sin troppo lucidamente presago. Ma quanto alla dichiarazione d’intenti, i suoi stessi disegni lo smentiscono: se ogni generazione dovrà costruirsi la sua città, a propria immagine e somiglianza, i disegni di Sant’Elia sembrano appartenere ad una leva che non era senz’altro la sua ma non è nemmeno la nostra, a un mondo che neppure i film come Blade Runner hanno saputo ricreare. La sua immaginazione è fuori del tempo, ovvero ha il requisito distintivo dell’arte vera. È talmente fuori dal tempo, e pure presente nell’immaginario di ogni tempo, da non essere stata mai traducibile in realizzazioni concrete. Per quanto mi concerne, così va letto Sant’Elia. E letto così può accompagnarsi senza fare futuristicamente a pugni con Portaluppi, con Muzio e con Dabbeni. Ma anche con tanti altri.

Piero Portaluppi, La serata futurista

Mentre approfondivo la conoscenza dell’opera di Sant’Elia mi sono imbattuto negli straordinari disegni di due architetti francesi della seconda metà del Settecento, Étienne-Louis Boullée e Jean Jacques Lequeu, dei disegni dei quali ho inserito alcuni esempi in questo album. Ora, se la linea di continuità tra Sant’Elia e i progettisti di centrali idroelettriche sta nel fatto che anche il primo aveva concepito straordinari progetti per impianti di questo tipo, mai realizzati per via della sua precoce scomparsa nel corso della prima guerra mondiale (ma anche, come dicevo sopra, perché sin troppo avveniristici), quella con i due iper-visionari pre-razionalisti d’oltralpe, che l’elettricità nemmeno sapevano cosa fosse, è invece rintracciabile in altro. Nel Manifesto del 1914 Sant’Elia scriveva: “Per architettura si deve intendere lo sforzo di armonizzare con libertà e con grande audacia, l’ambiente con l’uomo, cioè rendere il mondo delle cose una proiezione diretta del mondo dello spirito”. Bene, se lo spirito umano fosse quello che vien fuori da queste immagini, Covid o non Covid davvero rimarrebbe spazio per sperare in un futuro dell’umanità. Al momento non ne sono però così sicuro, e per questo, se i vaccini non ci tradiscono, nel corso dell’estate andrò in pellegrinaggio per templi e tempietti della luce e dello spirito: per trarne conforto.

Per ora mi limito a condividere le immagini con gli amici Viandanti. Erano lì da un pezzo, ho solo colto l’occasione per metterle un po’ in riga. Ma mentre le sceglievo, le accostavo, le confrontavo, sempre più chiaro si evidenziava il filo che tiene unite nella mia mente queste immagini. È il filo dell’utopia. Mi conduce al mondo degli umani come dovrebbe essere. Un mondo governato dalla luce: dalla luce della ragione, in astratto, da quella dell’elettricità, tanto per cominciare, in concreto. Provo però una sensazione strana e inquietante: perché se si escludono i disegni di Portaluppi, negli altri gli umani non compaiono mai. Questo accadeva già prima ancora, nel Rinascimento, nelle rappresentazioni della città ideale.

Vorrà dire qualcosa?

Anonimo di Urbino, La città ideale

 

Etienne-Louis Boullée, Projet d’une Métropole

 

Antonio Sant’Elia, La città futurista

 

Antonio Sant’Elia, La centrale elettrica

 

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Crevola Crevoladossola, 1923-1924

 

Jean-Jacques Lequeu, L’Île d’amour et repos de pêche

 

Giancarlo Maroni, La centrale di Riva del Garda

 

Jean-Jacques Lequeu, Le château de plaisance

 

Antonio Sant’Elia, Progetto di stazione ferroviaria

 

Etienne-Louis Boullée, Projet d’un Musée

 

Antonio Sant’Elia. Prospettiva futurista

 

Etienne-Louis Boullé, Il tempio della Natura

 

Antonio Sant’Elia, La città futurista

 

Piero Portaluppi, Progetto per la sede della Brasital San Paolo (Brasile), 1923

 

Piero Portaluppi, Progetto per l’albergo de la Formazza, 1922-1923

 

Jean-Jacques Lequeu, Hotel de Montholon

 

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Valdo Formazza

 

Antonio Sant’Elia, Disegno per una centrale elettrica, 1914

 

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Molare, 1920-1924

 

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Crego

 

Antonio Sant’Elia, Disegno per una stazione, 1914

 

Jean-Jacques Lequeu, Grottes des Océanides

 

Etienne-Louis Boullée, Progetto per un teatro

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Grosio

 

Giovanni Muzio, palazzo della provincia di Sondrio

 

     

Giovanni Muzio, La ca’ brutta

 

Jean jacques Lequeu, Tempio dell’uguaglianza

 

Etienne-Louis Boullée, Cenotafio di Newton

 

Etienne-Louis Boullée, Progetto per una biblioteca

 

Gaetano Moretti, Centrale elettrica Taccani

 

Giovanni Muzio, Centrale idroelettrica di Maën, 1924-28

 

Giovanni Muzio/SIP Breda, centrale idroelettrica di Covalou, 1926-28

 

Giovanni Muzio, Centrale elettrica di Vizzola

 

Antonio Paoletti, Ricevitrice nord Aem, Milano, 1938

 

Jean Jacques Lequeu, Sotterranei di casa gotica

 

Giovanni Muzio, Centrale di Santa Massenza, Trentino Alto Adige

 

Carlo Mina, La Centrale “Giuseppe Ponzio” a Grosotto, 1910

 

La danza del rinoceronte

di Paolo Repetto, 2017

Leonardo ha portato a scuola una ricerca su Mario Moretti. Quando mi ha chiesto di aiutarlo sono rimasto allibito. Pensavo potesse trattarsi di Nanni Moretti, o del Moretti della birra, ma mi ha fatto vedere sul diario e c’era scritto davvero Mario. A quel punto dubitavo di trovare qualcosa di utile, invece su Wikipedia hanno scritto quasi un romanzo, con tanto di foto e riproduzione di documenti. Mi chiedevo però cosa cavolo potesse farci mio nipote con la biografia di un brigatista coi baffi.

E infatti. La ricerca riguardava in realtà Marino Moretti (si era persa per strada una “n”), del quale avevano letto in classe una poesia, cosa che Leo si è ben guardato dal dirmi. Per fortuna la maestra se n’è accorta (non era così scontato) e lo ha invitato a rifare tutto. Solo allora mi ha confessato che qualche dubbio gli era sorto, perché quel Mario Moretti con la poesia sembrava entrarci davvero poco.

Avrei dovuto arrivarci da solo, perché Leonardo è incredibilmente distratto, fa le cose in fretta e furia ed è già una fortuna che non mi abbia coinvolto in ricerche su Alessandra Moretti, la dirigente pidiessina che ha anche lei la sua brava paginata su Wikipedia, corredata di foto che rendono giustizia alla sua popolarità. Quello che mi ha colpito però è che ad avere meno spazio di tutti è proprio il povero Marino, che pure era un bell’uomo, aveva i baffi anche lui e ha scritto una poesia deliziosa come Piove. È mercoledì. Sono a Cesena (non è quella letta da Leo). Sic transit gloria mundi.

Ad una riflessione un po’ più a freddo, però (lì per lì ho finto di incavolarmi, ma in realtà ho riso per due giorni), il problema mi è parso un altro. Anche trattandosi di Marino, cosa se ne farà di questa ricerca? Subito dopo ne abbiamo fatta una su Ungaretti (anni di nascita e di morte, città abitate, titoli delle raccolte, eventuali premi), anche questa nata da una poesia letta. Quale? Ho chiesto. Mah, dice che parla di soldati, ma poi non ce ne sono. È brevissima – ma non me la ricordo.

Ora, Leo è indubbiamente uno scansafatiche, ma è tutt’altro che ritardato. Se riuscissi a tenere ferma la sua attenzione per trenta secondi consecutivi potrei spiegargli la teoria della relatività (dopo essermela fatta spiegare a mia volta). Non ricorda Soldati di Ungaretti così come non ricorda la poesia di Moretti (Marino) perché non ha alle spalle alcun contesto in cui inserirle. Nessuno gli ha mai spiegato perché nelle poesie il verso si ferma a metà riga, e perché le parole vogliano dire più di quanto dicono normalmente. Non penso che questo sia imputabile alle maestre, anche se forse, invece di assegnargli una ricerca che invariabilmente richiederà l’intervento dei genitori o dei nonni e della quale non rimarrà nulla, varrebbe la pena costringerlo a mandare quelle poesie a memoria, magari dopo avergli fornito quattro rudimenti di versificazione. Purtroppo è il nuovo trend pedagogico, e le maestre si adeguano.

E così Leonardo sa tutto (o quasi) su come si estrae il petrolio, cosa interessantissima ma che non influirà molto sul prezzo che pagherà per il gas o per la benzina, ammesso che tra un mese ancora se ne ricordi. Non conosce invece, dopo cinque anni di scuola, una sola filastrocca. “Il rinoceronte / passa sopra il ponte / salta e balla / e gioca alla palla” mi è rimasto impresso sin dalla prima elementare, complice anche l’illustrazione sul libro di lettura, semplicissima e poetica. Mi ha fatto precocemente capire la bellezza del ritmo, la sua importanza per una facile memorizzazione, cosa che ho poi sfruttato in tutta la mia carriera di insegnante: ma soprattutto mi ha fatto intravvedere un mondo in cui i rinoceronti giocano a palla, e da allora quel mondo non ho fatto che cercarlo. Perdendo il mio tempo, magari, ma divertendomi senz’altro di più che a cercare in rete notizie sulla vita di Moretti (anche se Marino).