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​La morale e le favole

di Nico Parodi, 28 novembre 2020

In attesa di sviluppare in maniera un po’ più approfondita il discorso sui meccanismi che determinano i comportamenti umani, vorrei contribuire nell’immediato con qualche considerazione sui temi che mi sembrano maggiormente caratterizzare, soprattutto in quest’ultimo periodo, la “linea” degli interventi apparsi sul sito: ovvero, il fenomeno del complottismo, la religione laica, l’esistenza o meno di un sentimento morale condiviso. È una prima risposta all’invito lanciato da Paolo in “Acufeni?”: spero di averne bene interpretato il senso.

Siamo tutti complottisti?

Il classico detective dei libri gialli in presenza di un delitto cerca di scoprire l’arma e il movente, basandosi su una serie di indizi per crearsi un identikit mentale del colpevole. E fin qui non agisce in modo molto diverso dai complottisti che cercano dietro ogni accadimento difficilmente spiegabile (ma spesso anche dietro quelli spiegabilissimi) gli autori di una congiura. La differenza, oltre che nelle indubbie superiori qualità intellettive dell’investigatore, sta nel fatto che quest’ultimo deve fornire delle prove, mentre il complottista ne fa tranquillamente a meno, o al più se le inventa.

Quindi, diciamo che in comune c’è una disposizione, un atteggiamento di fondo: a fare la differenza è il modo nel quale viene condotta l’indagine. Sulla disposizione originaria agisce un meccanismo di risposta biologica. In presenza di un qualsiasi oggetto o fatto la mente umana cerca di capire a cosa serve, da chi o da cosa è causato e, se si tratta di esseri viventi, quali siano le intenzioni dell’ideatore. Il tentativo di mettere in connessione dei fatti tramite una relazione di causa-effetto, che è riscontrabile in qualche misura anche in altri animali, è indubbiamente utile dal punto di vista evolutivo: è quello che ci ha permesso di sviluppare le nostre conoscenze, nonché di progettare e realizzare sulla loro scorta gli strumenti che ci hanno portato all’attuale livello di competenze tecnologiche.

Ora, nell’analizzare il mondo la mente umana sembra servirsi di un modulo mentale specializzato in operazioni di “ingegneria inversa” (quella che dallo studio di un oggetto ne ricostruire il progetto). È un percorso che di norma funziona. Spesso però le urgenze legate alla sopravvivenza impongono al nostro cervello di trovare soluzioni rapide: e allora ricorriamo a scorciatoie “euristiche” che in molti casi portano a conclusioni sbagliate.

Se infatti la ricerca delle cause o delle intenzioni non offre spiegazioni logiche soddisfacenti (o ne offre di troppo complesse, magari al di fuori della nostra portata o del nostro livello di conoscenze) finiamo per tagliare corto, sconfinando dall’ambito del razionale e del dimostrabile, e immaginarne di fantasiose che ci fanno presumere di aver trovato una risposta senza eccessivo sforzo. Questo vale naturalmente tanto più per gli accadimenti: di fronte a fatti o situazioni, siano essi reali o presunti, rispetto ai quali non possediamo gli strumenti per individuare connessioni logiche, l’idea che ci sia qualcuno che congiura per fini poco chiari risolve a basso costo il problema e maschera a noi stessi la nostra ignoranza.

Questo è il vero discrimine. Il sospetto è infatti costituzionalmente e direttamente proporzionale all’ignoranza: ma ha una funzione positiva quando opera nella consapevolezza di questa ignoranza, quando cioè ci motiva a superarla facendo uno sforzo conoscitivo: mentre opera negativamente quando ci crea la presunzione di avere già tutte le spiegazioni in mano, magari con l’avallo di una condivisione diffusa (il famigerato: se lo pensano tanti, qualche motivo ci sarà).

Senza altri giri di parole, quando da metodo d’indagine (quindi da motivatore della domanda) il sospetto diventa una componente fissa della risposta, tutta la sua valenza conoscitiva va a farsi benedire: anzi, si traduce in zavorra, e spegne la nostra sete di verità con un surrogato velenoso e paralizzante.

Il complottismo è dunque il prodotto di scarto di una normale funzione della nostra mente: e non sarebbe di per sé eccessivamente preoccupante (in ogni processo produttivo ci sono disfunzioni), non fosse che l’errore sta diventando la norma, sta dilagando, e in una società pressapochista come la nostra comincia ad essere omologato per buono. In realtà, anche in un’ottica grettamente “economicistica” non andrebbe condannato solo perché è una “perversione” di un processo mentale corretto, ma anche perché in termini “evolutivi” non funziona affatto (se non per coloro che ci marciano). Offrendo spiegazioni scorrette dei problemi non consente di affrontarli in maniera efficace, e ne crea anzi di ulteriori.

Ne sanno qualcosa tutti quei poteri, più o meno occulti, che da sempre hanno usato le teorie del complotto per scaricare su gruppi sociali, etnici o religiosi, o su poveracci designati comunque come capri espiatori, le proprie responsabilità e nequizie. La cosa vale ancor più oggi, per quei complotti cosmici di cui è popolato Internet e che rimangono misteriosi e insondabili perché hanno la stessa caratteristica che Simmel attribuiva al segreto, il quale segreto è tanto più potente e seducente quanto più è vuoto. Un segreto vuoto si erge minaccioso e non può essere né svelato né contestato, e proprio per questo diventa strumento di potere.

La differenza sta semmai nel fatto che un tempo la sindrome complottista poteva trovare una parziale giustificazione nella difficoltà per la stragrande maggioranza di accedere a conoscenze e informazioni corrette. E che comunque viaggiava sotterranea, salvi sporadici momenti di esplosione, in genere creati ad arte da chi teneva le fila. Oggi non ha più diritto ad alcuna giustificazione del genere (ma nemmeno la cerca): oggi è solo frutto di una ignoranza presuntuosa e proterva, che ambisce a farsi massa e norma, che rivendica una sempre maggiore visibilità e che trasferisce su misteriose forze occulte la paura e il disprezzo che prova quando si guarda allo specchio.

Il Valium dei popoli

Da tempo vedo con crescente insofferenza ricorrere gli indizi della nascita di una “religione laica”. Mi disturba anche il fatto che siano poche le persone provviste di una certa cultura che manifestano apertamente la loro preoccupazione al riguardo. Eppure i segnali sono molti, e per coglierli è sufficiente sfogliare i giornali o assistere a qualche trasmissione televisiva con un po’ di spirito critico.

La biologia ci insegna che ogni nicchia ecologica libera viene invariabilmente colonizzata da qualche nuova specie. Allo stesso modo, evidentemente, anche nella società a tecnologia avanzata la perdita di consenso e di credito delle religioni tradizionali ha creato un vuoto, e questo vuoto viene occupato o da un edonismo sfrenato oppure, fra quelli che per indole o cultura cercano risposte meno insignificanti, da comportamenti che finiscono per assumere la forma e i contenuti di una “religione laica”.

Certo, può sembrare un ossimoro una religione senza divinità, ma in questo caso il ruolo di divinità è assunto dal concetto di “ciò che è bene/ciò che è giusto”. A ben guardare, nella nuova religione laica è presente, come nelle religioni classiche, il mito dell’evento che dà inizio al nuovo regno del “bene” (declinato poi in innumerevoli versioni), compaiono figure di martiri, santi, profeti, così come dogmi e catechismi: ma, soprattutto, si forma una classe di “amministratori” dell’idea di “bene” che giudicano e pronunciano anatemi contro gli eretici.

Ora, quelli di buono/cattivo, bene/male sono concetti legati allo stato di benessere del singolo vivente. In particolare negli esseri umani il giudizio di valore dipende da emozioni e sentimenti, e non dall’esame razionale e astratto di uno stato o di un avvenimento. Se esaminiamo razionalmente un fenomeno per giudicarlo, avremo come risultato il “funziona” o “non funziona” per un determinato scopo, e non “è bene” o “è male”.

La nuova religione laica invece, come le altre religioni, ha la pretesa di definire ciò che è bene e ciò che è male basando i suoi giudizi non su una fredda analisi razionale, il più scientifica possibile, ma su parametri che sono frutto di emozioni e sentimenti. E per giunta i suoi adepti pretendono che tutti si adeguino ai “sacri valori” cosi identificati.

Per il momento i depositari della “verità laica” non lanciano fatwe contro gli infedeli (o perlomeno, non esplicite. Anche se non mancano gli esempi di fanatici che leggono nella denuncia un invito alla “guerra santa”): intanto però rinnovano la tradizione dei libri “proibiti” e arrivano anche a creare un “indice” dei buoni e dei cattivi. Nel caso riportato da Paolo in Acufeni? si attengono alla lettera della Bibbia, facendo ricadere su nipoti e pronipoti colpe degli avi che sembravano dimenticate. Ma ancora più grave è che si discuta di leggi che stabiliscono quali sono i modi giusti di pensare. Anzi, alcune di queste leggi esistono già, e sono ispirate ad una concezione molto ambigua di ciò che va considerato “politicamente corretto”.

Qui bisogna intenderci. La correttezza è senz’altro una gran bella cosa. Se fosse esercitata da tutti in tutte le funzioni e all’interno di ogni tipo di relazione risolverebbe d’incanto metà dei problemi dell’umanità. Sappiamo però, purtroppo, di non poterci contare, e infatti le cose vanno come vanno. È dunque giusto cercare là dove possibile di salvaguardarla. Ma sappiamo anche che imporla per legge è assurdo, è una attitudine che va educata (e spesso non basta nemmeno questo, prevalgono le disfunzioni caratteriali) e tutto in questo mondo liquido sembra congiurare invece a diseducarla.

Quindi, i problemi in questo caso sono due, e vanno affrontati in maniera diversa. Il primo è quello di chiarire che la correttezza non sta nel modo in cui si pensa, ma nel modo in cui si manifesta e si professa il proprio pensiero. Di stabilire cioè che ciascuno è libero di pensarla come vuole, purché poi, all’atto pratico, questo pensiero non si traduca in una prassi che offende o danneggia gli altri. Ma questo implica a sua volta reciprocità, e cioè che nessuno si senta offeso per il solo fatto che altri la pensino diversamente da lui. Che è invece proprio il caso dei “nuovi credenti”. L’altro problema, questo si necessitante di leggi e normative chiare e severe, è semmai quello di contenere le manifestazioni di scorrettezza davvero eclatanti, offensive e dannose, quelle che sono il pane quotidiano delle trasmissioni televisive, delle quali si nutre la stampa scandalistica, che costituiscono ormai la regola nei comportamenti diffusi, ad ogni livello, e delle quali pare invece non si scandalizzi più nessuno.

A tali comportamenti si aggiungono ora le liste di proscrizione, le statue abbattute, le teorie del complotto, i libri per il momento solo segnalati ma domani eventualmente destinati al rogo, magari assieme ai loro autori. Chissà perché, tutto questo mi suona come un “già visto”, se non da me personalmente senz’altro da chi è venuto appena prima di me, nemmeno troppo tempo fa. E penso che oggi sia più che mai necessario ribadire e difendere i principi dell’illuminismo, ricordando quanto diceva Kant: “L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!”.

Questa si chiama correttezza!

Il buono e il cattivo, l’utile e il dannoso

Sul tema della morale, così come sugli altri cui sopra ho accennato, mi riservo di tornare con calma in un’altra occasione. Voglio però anticipare alcune brevi considerazioni, che utilizzerò come fossero dei postulati per sviluppare il ragionamento successivo. Sono considerazioni che nascono da ricerche ormai consolidate, e possono quindi essere proficuamente adottate per analizzare la realtà complessa delle nostre società. In ottemperanza a quanto scritto sopra, non hanno la pretesa di costituire delle “verità” definitivamente conquistate. Le considero “strumenti affidabili di lavoro” per avvicinarmi ad una maggiore conoscenza (ed autocoscienza).

1. Credo possiamo tutti concordare nel definire l’uomo un animale social-culturale la cui sopravvivenza è legata alla convivenza collaborativa, alla cultura e alla sua trasmissione. Esperienze alla Thoreau (o alla Rambo) presuppongono il possesso di strumenti più o meno sofisticati, conoscenze e addestramento prodotti di una cultura che può essere frutto solo di una società complessa, quindi patrimonio di tutti e non del singolo individuo.

2. Un’altra considerazione da fare è che, in natura, bene/male giusto/ingiusto sono etichette soggettive di valore che applichiamo a qualcosa che funziona o non funziona. Il valore può essere misurato sul tornaconto immediato dell’individuo o su un vantaggio per il gruppo, più indiretto, ma di efficacia maggiore nel tempo. Rubare la cacciagione ad un membro del mio gruppo nell’immediato funziona, ma funziona meglio nel tempo la capacità di collaborare nella caccia per renderla più redditizia dividendo equamente le prede.

3. La morale è il risultato dell’evoluzione. Già i batteri mostrano un comportamento che, se non sapessimo di trovarci di fronte a unicellulari, quindi esseri privi di una mente e di un cervello, potremmo interpretare come regolato da principi morali1. Anche il nematode Caenorhabditis elegans mostra in alcuni casi un comportamento cooperativo, grazie a due neuroni che, eliminati, trasformano il nematode in un individuo non cooperativo (cfr. Steven Rose – Il cervello del XXI secolo).

4. Ovviamente, anche in organismi evoluti in tempi più recenti si manifesta il comportamento collaborativo, in particolare nell’uomo. La valutazione, automatica, di funzionalità per il singolo e per il gruppo che attribuiamo ai comportamenti cooperativi (un giudizio di valore in senso biologico, secondo Michael Tomasello), diventa il fondamento dei nostri giudizi morali2\. Anche Jonathan Haidt afferma che le intuizioni morali avvengono in modo automatico e inconscio: la ragione funziona poi come un “avvocato” che giustifica la scelta fatta. Fortunatamente a certe condizioni la ragione riesce a fare qualche revisione: “la natura umana non solo è intrinsecamente morale: è anche intrinsecamente moralistica”. Insomma, la morale è a un tempo stesso innata (un insieme di intuizioni evolute) e appresa (i bambini imparano ad applicare queste intuizioni all’interno di una particolare cultura).

5. Il processo che ci ha portato ad una morale tipicamente umana si ipotizza sia iniziato circa due milioni di anni fa, procedendo in una sorta di “autodomesticazione”. Sempre secondo Tomasello (in Storia naturale della morale umana), negli ultimi due milioni di anni gli appartenenti al genere Homo hanno sviluppato una “morale della simpatia” (o altruismo di parentela) che condividono con le altre grandi scimmie, mentre partendo da circa 400.000 anni fa hanno sviluppato la “morale della seconda persona” (o altruismo reciproco), che è già un gradino più complessa. Negli ultimi 150.000 poi, con la crescita della popolazione e il passaggio ad un’organizzazione tribale più ampia, fatta di diversi gruppi che dovevano estendere una qualche forma di collaborazione (ad esempio, a scopo di difesa), hanno sviluppato quella che è definita “morale oggettiva” (impersonale), che si applica in un ambito allargato, teoricamente a tutti i propri simili. Le relazioni non sono più limitate al piccolo gruppo di cacciatori (max 150 persone) regolato da rapporti interpersonali diretti: si rende necessario collaborare con altri gruppi con la stessa cultura, con cui si condividono regole di comportamento riconosciute come “il modo giusto di fare le cose”. Su questa strada, in una progressione geometrica a partire dalle società agricole, utilizzando sistemi di comunicazione evoluti, attraverso racconti, miti, religioni, istituzioni varie, l’umanità si è dotata di un insieme di norme che regolano i rapporti non solo tra gli appartenenti al gruppo ma tra tutti gli uomini.

6. La “morale della simpatia” e la “morale della seconda persona”, selezionate evolutivamente, hanno lasciato tracce genetiche che condizionano lo sviluppo del cervello, ciò che probabilmente fanno anche alcuni aspetti della “morale oggettiva”. Altri aspetti della morale dei nostri tempi sono costruzioni puramente culturali3. La nostra “mente della moralità” utilizza strumenti che definiamo “senso di equità, di obbligo, di colpa” “mantenimento della reputazione sociale”. La critica aperta e anche il pettegolezzo sono da sempre usati per censurare comportamenti scorretti: assolvono ad un ruolo educativo nei confronti di chi partecipa o assiste alla discussione.

7. Lo sviluppo del cervello è frutto della genetica e dell’ambiente e, nell’uomo, prosegue fin oltre i 20 anni; ma anche dopo le connessioni tra i vari neuroni continuano a modificarsi (il cervello umano è fatto di 1011 neuroni e 1015 connessioni). I neuroni, collegati da assoni e dendriti, si organizzano in circuiti e sistemi di diversa complessità, che non si modificano solo durante lo sviluppo. Grazie alla plasticità del cervello si verificano creazioni e demolizioni di sinapsi in relazione agli stimoli. Se, per semplificare, vogliamo utilizzare il raffronto con i computer, potremmo assimilare i circuiti formati da neuroni, assoni, dendriti e sinapsi ad una CPU (e a memorie EPROM) che si aggiornano in relazione alle esperienze di vita del “proprietario” del cervello.

8. Nessuna forma di convivenza cooperativa può reggere se all’interno non funziona un meccanismo di premio punizione. Il meccanismo di ricompensa e punizione funziona all’interno di ciascun organismo e funziona anche all’interno di gruppi o società complesse basate sulla cooperazione. I procedimenti della giustizia svolgono all’interno delle società evolute una funzione assimilabile al sistema immunitario di un organismo: cercano di bloccare i comportamenti dannosi (punizione). Le società che funzionano dovrebbero essere in grado di innescare meccanismi premiali per i comportamenti virtuosi, quali la reputazione sociale, l’aumento della “fitness riproduttiva”, ecc… Di valersi cioè, ai fini della coesione sociale, dell’appagamento delle tendenze morali istintive prodottesi nel corso dell’evoluzione.

Per il momento è tutto. Credo però sia già sufficiente ad offrire qualche elemento di riflessione. Per cominciare, a farci capire che dietro il complottismo o l’integralismo dei neo-convertiti non c’è un super-complotto. Ci sono solo cervelli in panne, o sottoalimentati. Purtroppo questa constatazione non ci consola. Le fonti energetiche per i cervelli si vanno prosciugando, e al di sotto un certo limite non sono rinnovabili. E forse quel limite lo abbiamo già superato. 

Note

1 «Nella dinamica sociale complessa, se pure priva di mente, da essi creata i batteri possono cooperare con altri batteri, imparentati o meno dal punto di vista genomico. E nella loro esistenza priva di mente risulta che assumono addirittura quella che si può soltanto definire una sorta di «attitudine morale». I membri più stretti di un gruppo sociale – una famiglia, per così dire – si identificano reciprocamente grazie alle molecole di superficie che producono o alle sostanze che secernono, le quali sono a loro volta specificate dai loro genomi individuali. Ma i gruppi di batteri devono fronteggiare l’avversità dell’ambiente e devono spesso competere con altri gruppi per conquistare territorio e risorse. Affinché un gruppo abbia successo, i suoi membri devono cooperare. E ciò che può succedere durante lo sforzo di gruppo è affascinante. Quando individuano nel loro gruppo dei «disertori», vale a dire particolari membri che si sottraggono al compito della difesa, i batteri li emarginano, persino se sono imparentati dal punto di vista genomico e fanno quindi parte della loro famiglia. I batteri non coopereranno con batteri imparentati che non svolgono la propria parte e che non contribuiscono agli sforzi del gruppo; in parole povere, ignorano i batteri voltagabbana non cooperativi». (Antonio Damasio – Lo strano ordine delle cose – Adelphi ed.)

2 «I complicati meccanismi neurali in cui sono implicate le molecole associate al «valore» rappresentano un tema importante, su cui molti neuroscienziati sono oggi impegnati a far luce. Che cosa induce i nuclei a liberare quelle molecole? Dove sono liberate, precisamente, nel cervello e nel resto del corpo? Che cosa accade con la loro liberazione? In un modo o nell’altro, le discussioni sulle nuove affascinanti scoperte tradiscono le nostre aspettative proprio quando passiamo alla domanda fondamentale: Dove si trova il motore dei sistemi del valore? Qual è il primordio biologico del valore? In altre parole, che cosa mette in moto questo sofisticatissimo macchinario? Perché esso ebbe inizio? E perché è diventato quello che è diventato?
Senz’ombra di dubbio, le note molecole e i loro nuclei di origine sono componenti importanti del meccanismo del valore, ma non sono* la risposta alle nostre domande. Io considero il valore indissolubilmente legato al bisogno, e il bisogno alla vita. Nelle quotidiane attività sociali e culturali noi formuliamo valutazioni che hanno una connessione diretta o indiretta con l’omeostasi.
Quella connessione spiega perché i circuiti del cervello umano siano stati dedicati in modo tanto dispendioso non solo alla previsione e al rilevamento di perdite e guadagni, ma anche al timore delle prime e alla promozione dei secondi. Ciò spiega, in altre parole, perché gli esseri umani siano ossessionati dall’assegnazione di un valore.
Direttamente o indirettamente, il valore ha a che fare con la sopravvivenza; in particolare, nel caso degli esseri umani, ha a che fare anche con la qualità di quella sopravvivenza, nella forma di benessere. Il concetto di sopravvivenza – e, per estensione, il concetto di valore biologico – può essere applicato a diverse entità biologiche, a partire dalle molecole e dai geni fino a interi organismi.» (Antonio Damasio – Il sé viene alla mente – Adelphi ed.)

3 «Innanzi tutto, la selezione opera su migliaia di generazioni. Per il novanta per cento dell’esistenza umana, gli uomini hanno vissuto da cacciatori e raccoglitori in piccole bande nomadi. I nostri cervelli sono adattati a quel modo di vivere morto e sepolto, non alle nuove civiltà agricole e industriali. Non sono programmati per far fronte a folle anonime, alla scuola, alla lingua scritta, al governo, alla polizia, ai tribunali, agli eserciti, alla medicina moderna, alle istituzioni sociali ufficiali, all’alta tecnologia e altri nuovi venuti nell’esperienza umana. E poiché la mente moderna è adattata all’età della pietra, non a quella del computer, non c’è alcun bisogno di sforzarsi di trovare spiegazioni adattive di tutto quanto facciamo. Nel nostro ambiente ancestrale non c’erano le istituzioni che oggi ci spingono a scelte non-adattive, come gli ordini religiosi, le agenzie di adozione e le società farmaceutiche, quindi fino a tempi recentissimi non c’è mai stata una pressione della selezione a resistere a quegli stimoli.» (Steven Pinker – Come funziona la mente – Castelvecchi ed)

Con svista sul campo

di Fabrizio Rinaldi, 12 aprile 2020, Pasqua

Dall’esilio imposto dalla pandemia, raccolgo l’esortazione di Paolo (“Camera con vista sul futuro”) a raccontare aspetti della convivenza col virus, e a soffermarmi su quelli che in un’altra condizione non avrei mai colto.

A differenza della sua situazione, che lo vede costretto in un palazzo in città, io vivo sulle colline ovadesi. Sto in mezzo a una campagna che non vedeva da almeno una generazione tante persone improvvisarsi contadini, sfalciare l’erba, potare alberi, rose e viti in abbandono, arare il campo incolto montando il cingolato del padre o addirittura quello del nonno, che stava a riposo (il cingolato, non il nonno) in garage da decenni. Pure io ho completato – finalmente, a sentir mia moglie – il recinto per il cane, e ora tinteggio la casa e zappo l’orto.

Si stanno riportando alla luce fasce di terreno ormai abbandonate da secoli, per rispondere alla necessità di avere della verdura e non pagarla come oro. Sarà opportuno imparare velocemente a coltivarla con cura, perché è presumibile che la situazione non si risolva a breve e non ho voglia di mangiare la finta – e cara – insalata del Bennet.

Il problema è che non abbiamo l’esperienza e le malizie dei nostri avi, che il mestiere del contadino lo praticavano quotidianamente. Ci ho messo una vita a piantare dei pali, e sono al mio terzo dito martellato. Il mio vicino sta strozzando il decespugliatore e fra poco avrà il problema di trovare qualcuno che gli sostituisca il motore fuso.

Non trovando altre scuse a cui aggrapparci per rimandare ulteriormente i lavori che chi vive in campagna vede crescere attorno e dentro casa, siamo in obbligo a eseguirli per dare un senso a questa stasi forzata e per spuntare – finalmente – ciò che nella normalità ci è comodo evitare di fare.

Confesso che è anche un’ottima scusa per sfuggire per qualche ora al cappio familiare. Sembra essersi stretto un immaginario sodalizio fra il virus e un ministro clericale della famiglia, così da imporre con vincolo governativo che si stia sempre assieme, pena la morte per mano della malattia. Eppure nelle sacre scritture non c’è accenno al fatto che il Giuseppe della “santa” famiglia ciondolasse continuamente in casa con moglie e figlio. Ogni tanto sarà andato anche lui a bere un goccetto con gli amici, o in bottega a fare il suo mestiere (imprecando anche lui all’ennesima martellata sulle dita).

Alle famiglie “comuni” invece tocca questa convivenza forzata, che fa emergere differenze, incomprensioni e insofferenze, capaci, a lungo andare, di minare il rapporto. Per evitare il divorzio al termine della pandemia è necessaria una rigida disciplina di rispetto dei reciproci spazi fisici e mentali. Io, ad esempio, non voglio scocciature quando provo a scrivere due righe; mia moglie, dopo che le bimbe vanno a letto, e quando anch’io mi tolgo dai piedi, si gode il film romantico di turno. Ho comunque la fortuna di vivere in una casa relativamente grande, circondata dal bosco, e questo permette qualche momento di isolamento e distrazione. Non oso pensare a quelli che sono costretti in ambienti angusti con molti familiari, e magari nemmeno li sopportano.

Insomma, se questa situazione andrà avanti per molto, ne usciremo più poveri, ci sarà un mare di divorzi e tanto lavoro per i psicologi.

E veniamo ai figli: sono sempre fra i piedi. Sempre! Spendono molte energie per rivendicare giustamente il loro status, quindi pretendono attenzioni, esempi, e che ci si sostituisca agli insegnanti, o ci si improvvisi esperti digitali per le video-lezioni (di qualunque tipo), ecc …

Trovano soprattutto astuti stratagemmi per far emergere le differenti visioni di mamma e papà sulle modalità educative, in modo da trarne sempre vantaggio. E in genere ottengono ulteriore tempo da dedicare al gioco, anziché dare un minimo contributo a tenere in ordine la casa. La conseguenza ultima è l’uccisione di ogni istinto primigenio fra i genitori.

Le mie figlie sono ancora bambine, quindi vivono apparentemente senza grandi traumi questa forzata prigionia, trascorrendo la gran parte della giornata a giocare, disegnare, arrampicarsi sugli alberi e battibeccare. Sono ancora nell’età in cui desiderano stare con i genitori, e l’occasione è propizia ed abbondante. Lamentano ogni tanto l’impossibilità di incontrare i compagni di scuola, ma poco altro. Le ripercussioni, per loro e per i coetanei, si vedranno fra un po’, quando i rapporti da infantili diverranno adolescenziali. Saranno pianti, temo …

Ho infatti amici con figli adolescenti che vivono in modo traumatico questa convivenza obbligata. In una fase della crescita dove l’esperienza della interazione fra corpi è cruciale, questa lontananza risulta frustrante. Per non parlare dell’annientamento delle coronarie dei genitori …

Chi ha figli in età scolastica sta anche facendo i conti con la didattica via web. È encomiabile la dedizione con cui molte insegnanti si sono adeguate, imparando in pochi giorni a usare strumenti di non immediata comprensione, specie per chi non è nativo digitale ma più vicino al pallottoliere. Stanno facendo il possibile per completare il programma didattico, mettendo in campo tutte le loro capacità affabulatorie per catturare nelle video-lezioni l’attenzione di bambini distratti da contesti domestici sicuramente non propizi alla concentrazione: magari nell’altra stanza mamma passa l’aspirapolvere, e papà tira lo sciacquone.

Sto positivamente constatando quanto impegno ci mettano insegnanti e bambini nell’insegnare e nell’imparare, forse più che a scuola. La mia è una esperienza di paese, quindi per fortuna le classi sono piccole e possiedono una buona preparazione generale: il programma scolastico della primaria è stato interrotto quando erano già a buon punto. Sicuramente si tratta di una situazione privilegiata rispetto a quella in cui si svolgono le lezioni nelle città. E ancora più ostica immagino sia la condizione per i livelli scolastici superiori. Mi chiedo soltanto perché settimanalmente ci siano due appuntamenti con italiano e matematica, uno con religione, occasionalmente con scienze, a discapito della matematica, e nessuno con l’inglese. Capisco la necessità di mantenere i contatti con chi ci guarda di lassù, ma non sarebbe male curare anche gli altri.

Oltre alle video-lezioni con le insegnanti, i genitori sono chiamati a gestire anche quelle con gli istruttori e i responsabili di quei corsi che in tempi normali servivano a scrollarsi di dosso la prole per alcune ore.

Le mie figlie seguivano corsi di arrampicata, di teatro e frequentavano gli scout. L’istruttrice del primo ha scritto in un messaggio: “Vista la situazione, fate gli esercizi di riscaldamento che riuscite e, se lo avete, giocate in giardino”. Pragmatismo e sintesi in istruzioni di buon senso.

Invece i capi-scout e l’insegnante di teatro sommergono i bambini (e di conseguenza i genitori) in un turbine parossistico di compiti e istruzioni per realizzare balletti, disegni, esercizi teatrali e altro, attraverso canali youtube e lezioni via whatsapp e skype.

Qui ci esco di matto: per me sono incompatibili le finalità originali dei corsi (scarpinare, mettere alla prova i corpi, la capacità di esprimersi con essi e favorire le relazioni con i coetanei) e le attività proposte in remoto, che ovviamente non prevedono la partecipazione fisica e collettiva degli iscritti. L’unica giustificazione è dare un senso alla retta già pagata. Ma francamente non mi basta. Ci vorrebbe un po’ di realismo: ammettere che il corso non può proseguire ed esser disponibili a restituire parte della quota. Tra l’altro, vista la difficoltà contingente, credo che pochi la vorrebbero indietro.

Mi irrita soprattutto la perseveranza degli scout nel richiedere l’invio del video sul piatto cucinato dai lupetti, o quello sul canto propiziatorio, e la competizione a presentare i migliori prodotti (in genere filmati), con bambini sempre più svogliati nell’eseguire il balletto o il canto. Temo ci sia gente che obbliga i figli a rifare la stessa scena decine di volte, per ottenere capolavori di ovvietà.

La distanza sociale che ci separa da parenti e amici ci induce ad utilizzare sempre più spesso le videochiamate, per avere l’illusione di sentirci più vicini, utilizzando gli stessi strumenti impiegati per le lezioni dei figli.

A differenza della consueta telefonata, che implica l’esclusività del rapporto a due, le chiamate video consentono l’interazione con l’immagine in presa diretta di molti interlocutori, ciò va a discapito, oltre che della perdita di unicità della comunicazione, anche della qualità audio, specie in zone impervie come la mia.

Per le videochiamate ci si deve preparare: ci si pettina, ci si da un contegno, preamboli non necessari nell’usuale telefonata. E questa è una prima scocciatura. Inoltre nei volti dei partecipanti si legge l’impazienza a concludere la conversazione: una volta che hai commentato l’immagine dell’interlocutore, ironizzato su ciò che si sta facendo, speso qualche parola di preoccupazione sulla diffusione della pandemia, non sai più che cavolo dire. Forse ci vorrà un po’ di tempo per prender dimestichezza col mezzo e andare oltre le formalità di circostanza.

Di fatto avverto una crescente insofferenza, non solo mia ma generalizzata, nello stare a contatto troppo stretto con altri: come se questa condizione di isolamento andasse creando una barriera comunicativa e sociale. Non si ha più voglia di parlare. È venuto meno il piacere della conversazione. Persino lo sparlare degli altri oggi non dà più soddisfazione, perché manca la fisicità del rapporto. O forse la distanza forzata ci rende brutalmente consapevoli di quali sono i rapporti cui teniamo realmente. Prima o poi dovremo chiederci quali sopravvivranno a questa assenza fisica.

Per quel che mi riguarda, non mi mancano le consuetudini sociali: i giri per negozi, l’andare al bar o il vedere gente. Non ho la possibilità di camminare oltre il mio bosco, e di vedere un po’ di amici e parenti stretti, ma con questi basta la telefonata o il messaggio per dirsi l’essenziale.

Trovo così il tempo anche per rimetter mano al sito, cercando di rendere più visibili i pezzi di Sottotiro review e i vecchi Quaderni, e scoprendo ancora una volta quanto materiale e quanti stimoli al pensiero i Viandanti delle Nebbie abbiano prodotto in un quarto di secolo. Una attività impressionante!

Ma sento vocine ridacchiare nell’altra stanza. Il mio momento privato è già finito. Le bimbe si sono alzate e vogliono rompere le uova pasquali. E ci riescono benissimo!

Credenti pensosi e increduli pensanti

di Paolo Repetto, 2013

L’altra sera ho partecipato ad un incontro con Duccio Demetrio. Il tema era intrigante: in cosa credono quelli che non credono. Demetrio portava la testimonianza di un non credente in un contesto, un convegno teologico che si svolgeva in un auditorium parrocchiale, dove tutti (tranne il sottoscritto) erano credenti.

L’intervento di Demetrio mi è piaciuto. Lui è una persona distinta, ha una figura elegante e slanciata, folti capelli candidi che incorniciano un volto tirato ed ieratico. Usa un eloquio raffinato ma semplice, scandisce perfettamente le parole e i periodi, e tuttavia non risulta né freddo né distaccato. Se avete letto la sua “Filosofia del camminare” riconoscerete perfettamente lo stile. Parla come scrive. Non entusiasma, ma convince.

Vi chiederete tutto questo cosa c’entra: per me è fondamentale. Non è importante solo quello che si dice, ma anche il modo in cui lo si dice. Pensate in quanti modi diversi si possono pronunciare le stesse parole d’amore, e che effetti differenti possono provocare. Come i sentimenti, anche le idee necessitano di una esposizione coerente con la figura di chi le esprime. Non ci sono un unico linguaggio e un solo tono col quale esprimerle: l’essenziale è che il linguaggio e il tono “appartengano” davvero alla persona, e siano garanti delle idee stesse. Per questo mi piace conoscere le persone di cui leggo cose che mi intrigano (e preferisco che chi legge le mie mi conosca). Perché non sempre questa coerenza la ritrovo, e in quel caso le idee non mi sembrano affatto convincenti.

Come si valuta la coerenza? Non c’è un criterio. È una cosa che funziona a istinto. La senti nella voce e la leggi nella figura che hai di fronte. Il resto, la conoscenza dei retroscena, di eventuali vizi, delle ambiguità, può solo confermare le tue impressioni, oppure risultare assolutamente irrilevante. In genere è difficile che mi sbagli. Se credessi nella metempsicosi, penserei di aver vissuto la vita precedente come cane da tromboni.

Ma torniamo alla relazione di Demetrio, questa perfettamente in tono con la persona. In maniera chiara e semplice, appoggiandosi a citazioni di Enzo Bianchi, di David Maria Turoldo, di Sergio Quinzio, e soffermandosi sui testi delle più recenti encicliche del duo Ratzinger-Francesco, ha evidenziato come siano percepibili nella Chiesa un’attenzione ed un rispetto particolari (ma non nuovi: in realtà, ha ricordato, erano già presenti nello spirito che animava il Concilio Vaticano secondo) per i non credenti, o almeno per quelli che percorrono da non credenti gli stessi sentieri di ricerca sui quali si può camminare con la fede. Ne è scaturita una testimonianza sincera, senza concessioni eccessive all’uditorio e all’occasione. «Io non credo allo stesso modo e nelle stesse cose in cui credete voi, ha detto in sintesi Demetrio ai suoi ascoltatori, ma credo nella necessità di porsi l’esistenza come un problema e la resistenza come uno scopo. Paradossalmente, credenti e non credenti parrebbero accomunati dalla volontà di evitarsi il problema dell’esistenza, gli uni risolvendolo nella presenza e nella volontà divina, gli altri semplicemente ignorandolo. Ciò che invece accomuna i credenti e i non credenti “pensosi” (credo che il termine sia mutuato dal lessico del cardinal Martini) è il porsi il problema gli uni anche in presenza di Dio, gli altri proprio per la sua assenza».

Ciò che Demetrio intendeva dire è che l’incontro avviene, al di là delle risposte che si danno, sulle domande che si pongono. E quando gli incontri avvengono sulle domande si possono fare pezzi di strada di ricerca assieme. Si possono apprezzare i contributi che arrivano da ogni parte, se non per fare più luce, almeno per avere meno paura del buio.

Mi sono ritrovato appieno nelle parole di Demetrio. Le ho trovate di una “laicità” perfetta (e a questo ha contribuito il fatto che non abbia mai pronunciato la parola “laico”) e mi sono sembrate molto adatte all’uditorio. Perché la parole valgono in ragione della loro contingente opportunità. Anche l’uditorio infatti mi è parso “laico”, non condizionato da chiusure pregiudiziali. Ultimamente questa impressione l’ho provata più volte, in presenza di credenti. Forse sono solo fortunato, forse frequento le persone giuste, forse nella Chiesa sta accadendo qualcosa di veramente importante, e Francesco non è solo un fenomeno mediatico (Questo, sia chiaro, non toglie che io rimanga convinto dell’impossibilità della Chiesa di essere altro da quello che è, e che ciò che di veramente importante potrebbe accadere nella Chiesa porterebbe inevitabilmente alla fine della Chiesa stessa). Non è comunque il risvolto teologico che mi interessa, ma quello umano. Ci sono un sacco di persone intelligenti lì in mezzo, e questa è un’ottima cosa, al di là della sua contraddittorietà. Vorrei trovarne altrettante nella sinistra.

Demetrio era naturalmente solo un pretesto. Mi ha offerto un’ottima occasione per fermarmi a riflettere su un problema che a dire il vero, come i non pensosi, cerco in genere di dribblare. In cosa credo? E prima ancora: è necessario credere in qualcosa?

Comincio dall’ultima domanda, la prima in ordine logico, che in realtà andrebbe riformulata in: è naturale, credere? Se ci atteniamo alla nostra condizione animale la risposta è ovviamente no – a meno di utilizzare il termine all’uso leopardiano, nel significato di affidarsi (La primavera). Gli animali, a quanto risulta sino ad oggi, non credono. Dal momento però che siamo animali un po’ particolari, che hanno impresso una svolta al loro stesso processo di evoluzione, dovremmo rispondere si, perché la svolta fa comunque parte del processo evolutivo, quindi in qualche modo tutto ciò che ha comportato rientra in quel processo. Ci rientrano anche l’astrazione simbolica e la conseguente possibilità di elaborazione fantastica, così come la comparsa di una consapevolezza non puramente istintuale del mondo e di una coscienza non puramente utilitaristica del nostro essere nel mondo. Direi dunque che per l’uomo credere è naturale, e quindi necessario, già sotto un semplice profilo biologico; ma lo è anche in un altro senso, quello che esce dalla determinazione genetica e attiene invece alla specialissima autonomia umana, quella della possibilità di scegliere.

Mi rendo conto però che, a differenza di Demetrio, sto rischiando pericolosamente di avvitarmi. Mettiamola giù più semplice. Con tutto l’amore che posso avere per gli animali, e a dispetto del fatto che conosco cani molto più intelligenti dei loro padroni, non ho problemi ad affermare che noi umani siamo animali non solo particolari, ma speciali (con buona pace di tutti i patetici animalismi che vanno oggi di moda). Siamo speciali perché possiamo scegliere di dare risposte diverse, complesse, non determinate dall’istinto, agli stimoli dell’ambiente, ma soprattutto perché siamo in grado di porre noi stessi delle domande all’ambiente. Porre delle domande significa interloquire, presumere o immaginare un interlocutore, qualcuno o qualcosa che dia delle risposte. Significa, né più né meno, credere. Non porre delle domande significa vanificare il singolarissimo percorso che ci ha condotti all’attuale condizione, rifiutare la qualifica di umani. Quindi, per l’uomo il problema non è credere o non credere, ma piuttosto, in cosa credere. E questo ci porta alla domanda vera, la prima.

Nel suo intervento Demetrio ha intelligentemente evitato ogni accenno all’“oggetto” del credere, nel senso che non ha tirato in ballo creazionismo, disegno intelligente, evoluzionismo ateo duro e puro. Eppure, la titolazione che era stata data sembrava richiederlo. Io non penso sia stato solo un diplomatico escamotage per evitare di entrare in questioni controverse e per non dispiacere gli uditori. Credo di avere inteso bene quel che Demetrio non ha detto, ma ha dato per presupposto, e di poterlo riassumere così. “Ai fini della mia presenza qui, del cammino di conoscenza che credo di poter fare insieme a voi, “quel” particolare problema, il problema che per certi versi pare essere il muro contro il quale si infrange ogni tentativo di incontrarsi, è assolutamente irrilevante. Sinceramente, non mi interessa sapere se c’è o non c’è un Dio, e nella prima ipotesi come è fatto e cosa pensa e vuole: mi importa trovare una linea di comportamento tale, nei confronti vostri, di tutta l’umanità e del mondo intero, per cui l’esistenza o meno di Dio non mi sposti una virgola. Non di ontologia sono venuto a parlare, ma di etica”. Ecco, questo io ho letto tra le righe, anzi, nelle brevi pause tra le sue parole. Forse perché era quello che volevo sentire.

Penso di non aver mai fatto mistero che ciò in cui credo si riassume tutto nell’eticità, intesa in una formulazione molto vicina a quella kantiana. Ma mi rendo anche conto che l’eticità è il risvolto “pratico”, che per Kant stesso può conseguire solo ad un percorso fatto con la ragione “pura”. È l’agire che consegue al pensiero. Quindi dovrebbe darsi un pensiero puro, una conoscenza più o meno critica delle cose, che induce a prendere partito, a comportarsi di conseguenza. Questo pensiero puro, o meglio, le sue risultanze, rimangono in effetti il primo oggetto della domanda.

Qui Kant mi soccorre poco. Rimane un po’ ambiguo, o almeno io l’ho percepito tale. Dice e non dice: dice che arrivati ad un certo punto ci troviamo di fronte al noumeno, e siamo costretti a distogliere lo sguardo. Non dice se questo avviene perché la luce è troppo abbagliante, o perché ciò che vediamo è troppo angosciante. Io propendo per questa seconda interpretazione, che farebbe di Kant l’aprifila di una linea di pensiero che passa per Leopardi e arriva a Camus. E tuttavia, le conseguenze etiche sono comunque le stesse. Prendi atto della realtà, e ti dai da fare per conferirle quel senso che non ha, o almeno, che non ha per noi.

Io credo in questo. Credo che se anche l’universo, il mondo, la nostra stessa storia, naturale e non, hanno un senso, un Logos, non l’hanno certo per noi. E allora è inutile insistere a volerlo trovare. In effetti ciò che facciamo quando mettiamo in fila gli avvenimenti per costruire una storia, o le idee per costruire una filosofia, non è trovare un senso, cosa che suppone che il senso ci sia e stia nascosto dietro, ma darglielo, ciò che suppone che non ci sia. E quindi lo costruiamo noi.

Allo stesso modo, vista la limitatezza del nostro tempo, nostro come individui e nostro come umanità, è importante dare un senso almeno a noi stessi. Questo non significa rinunciare a conoscere per buttarsi nell’agire: significa volgere il nostro desiderio di conoscenza ad un ambito nel quale abbia qualche possibilità di successo, o almeno di non trovarsi il percorso sbarrato. Significa anche assumersi la responsabilità di costruire, che è ben maggiore di quella di trovare. Presunzione? Dipende dai punti di vista.

Eppure, ogni tanto mi capita di soffermarmi un attimo in più, e di ragionare su queste cose: si, va bene, c’è il Big Bang, l’origine dell’universo, lo scatenamento di una forza immane che agisce ancora oggi, dopo quattordici miliardi di anni. Ma prima? Si dice che questa esplosione sia partita da un nucleo con una concentrazione e un peso specifico addirittura impensabili, per i quali non sono nemmeno immaginabili le cifre. Ma prima? Come cavolo ha fatto la materia a concentrarsi in questo nucleo?

Per fortuna dura poco. Il cuor si spaura, direbbe Leopardi, e devo tornare subito indietro. Sto rasentando l’angoscia, perché non riesco più a pensare a nulla, e allora non mi sembra molto diverso rispondere che prima c’era un Dio non creativo (pensoso?) o che prima c’era dell’antimateria. L’una e l’altra risposta mi rispediscono alla domanda: ma prima?

A questo punto mi dichiaro sconfitto, ma senza alcun senso di frustrazione. Mi capita come di fronte a certe pareti in montagna. Capisci che non sono per te, che l’andare oltre sarebbe al di là delle tue forze e delle tue capacità, sarebbe stupido orgoglio. È lì che viene fuori la vera motivazione per la quale vai in montagna. Se non riesci a toglierti dalla testa quella parete, se hai bisogno assoluto di scalarla, sei lì per dominarla, per provarti qualcosa. Se non riesci a guardarti attorno, e a vedere che in mezzo a quella meraviglia non hai che da scegliere, e ringraziare di essere lì, stai sprecando il tuo tempo e le tue occasioni di felicità

È una forma di suicidio, fisico e morale, che non mi piace. E nemmeno mi disturba il fatto che altri possano farcela: non significa che possa anch’io, significa che sono più bravi loro (Ammiro chi sale sull’Everest con una gamba sola, vuol dire che se ne avesse avute due avrebbe potuto farlo di corsa – o magari non gli sarebbe mai venuto in mente di provarci. Ma questo non significa che tutti coloro che hanno una gamba sola potrebbero salire – e nemmeno quelli che ne hanno due.).

Lo stesso vale per la verità ultima. C’è gente che scorge la luce e tiene fisso su di essa lo sguardo. Io la luminosità eccessiva la patisco, e volgo altrove gli occhi. Torno a guardarmi attorno. Ci sono un sacco di cose da vedere, prima di arrivare lassù. Ne vale la pena. E se ogni tanto sfioro la vetta, quando mi fermo a riflettere non dico: “non c’è nulla”, ma “non ho visto nulla”. Così come quando rinuncio ad una cima non penso: “non si può fare”, ma “non la posso fare”. E questo, ripeto, non mi procura frustrazioni.

Il non conoscere né il principio né il fine ultimo non mi sembra un grosso scandalo. Sulla terra ci sono talmente tante formiche che la loro massa è dieci volte maggiore rispetto a quella degli umani. Se le pensiamo come individui, tenendo conto della durata della loro esistenza e del fatto che esistono da un tempo cento volte più lungo di quello degli umani, dobbiamo elevare il dieci ad una potenza a due cifre. Ebbene, che senso ha, che senso ha avuto la loro esistenza? Non sono certo lì per noi, non devono realizzare nessuna utopica società dell’eguaglianza e della giustizia (non perché l’abbiano già realizzata, anzi, secondo i nostri parametri il loro sistema sociale risulta spaventosamente crudele), non sono in attesa di una redenzione o di un giudizio universale. Quindi? È inutile che vantiamo la nostra differenza, il nostro sviluppo tecnologico e morale, ecc… Con tutto il suo sviluppo la nostra specie non durerà certamente quanto la loro; al contrario, se lo sviluppo non si ferma l’umanità ha già gli anni contati. Quindi bando alla presunzione, e prendiamo l’esistenza per quello che è.

Ma arrivati a questo punto, quali sono gli sbocchi pratici?

Un atteggiamento conseguente potrebbe essere quello del nichilismo, che a sua volta potrebbe essere declinato secondo il modello epicureo o secondo quello pessimista. Non c’è nulla, e allora tanto vale prendere tutto il piacere che viene; oppure non c’è nulla, e allora non vale la pena fare qualcosa che vada oltre il necessario per la pura sopravvivenza. L’altro atteggiamento possibile è quello etico, che è riassumibile nel “Non so che cosa ci sia, ma so di dover fare qualcosa”. Anche qui le interpretazioni del ruolo possono essere differenti. C’è infatti un’eticità allargata, che considera comuni alcuni principi e pretende vengano rispettati da tutti, e c’è un’eticità ristretta, individualistica, che pratica i principi indipendentemente dal fatto che siano condivisi e praticati dagli altri. Entrambe le posizioni sono difficilmente applicabili senza cedere qualche bastione: se pretendi che tutti siano etici passi la vita a predicare e ad irritarti perché non ti ascoltano o non ti capiscono; se tenti di essere etico per i cavoli tuoi ti scontri costantemente con un mondo che viaggia in un’altra direzione, vivi una vita marciando contromano.

È qui che si inserisce la mia posizione. Che vorrei definire quella del non credente pensante, piuttosto che pensoso. Il credente o il non credente pensoso mi rimandano ad un dipinto raffigurante San Girolamo nel suo studio, immerso tra libri e carte ma con lo sguardo un po’ trasognato, come a significare che in quelle carte e in quei libri non c’è ancora tutto quel che serve, e occorre distogliersi e meditare. È un pensare meditabondo, quello di san Girolamo. Il pensare di chi, dando per scontata l’esistenza di Dio, ogni tanto si ferma a chiedersi: Si Deus est, unde malum? Poi l’aggiusta, ma il tarlo del dubbio lavora sotto. Il non credente pensoso è invece quello che, dando per scontata la non esistenza di Dio, non può fare a meno di chiedersi il perché di tanta bellezza, o magari di tanta miseria senza riscatto, attorno a lui. L’uno e l’altro sono pensosi perché in attesa di risposte.

Io, non credente pensante, non do per scontato nulla. Ho un paio di foto che mi ritraggono nel mio studio, e in entrambe ho lo sguardo su un libro aperto, anche se si capisce che non sto leggendo, ma riflettendo su ciò che ho appena letto (non so se davvero si capisce, ma l’idea che volevo trasmettere era quella). Bene, lì sta la differenza. Pensare è un atto indipendente dai libri, da quanto si conosce; riflettere significa soffermarsi su quanto si è appena appreso o letto, è legato appunto alla conoscenza. Allo stesso modo, sempre rimanendo nell’atmosfera della montagna, c’è chi davanti ad un panorama, ad uno scorcio particolarmente suggestivo o inquietante, è portato a meditare: si stacca un attimo dalla sua situazione concreta e viaggia con la mente, oltre le vette circostanti, in direzione dell’infinito. In un eventuale ritratto sarebbe meditabondo. Io davanti allo stesso panorama rimango a bocca aperta, anche perché in genere per arrivarci ho dovuto mettere sotto pressione i polmoni, e mi abbevero gli occhi e la mente con quello che c’è, non con ciò cui mi rimanda. Quella vista non è un link sul quale cliccare per aprire un altro file. “Penso” quella, letteralmente “la rifletto”; mi basta ed avanza. Al più sento la struggente malinconia che sempre ti coglie in quei momenti, all’idea che non potrai vivere costantemente in un simile incanto (che poi, se ci vivessi sempre, non sarebbe neppure più un incanto).

Quindi, riassumendo: in cosa credo?

Tutto sommato, credo negli uomini. Devo dire che ce la mettono tutta per insinuarmi dei dubbi, ma tengo duro. Credo negli uomini per quello che sono, e non per quello che dovrebbero essere, anche se non mi spiacerebbe che lo fossero (e anche se faccio da una vita un lavoro che mira a farli diventare tali). Questo mi consente di apprezzare l’esistenza di un sacco di gente che val la pena conoscere, con la quale intrattenere rapporti di amicizia, alla quale rivolgersi e per la quale costituire un qualche riferimento. Forse sono davvero particolarmente fortunato; o forse mi accontento di poco.

Ma non è così, perché credo nell’intelligenza. Anche qui, a volte risulta difficile, ma diradando i rapporti con la televisione e con le folle delle spiagge e dei centri commerciali ci si può fare. L’incontro con l’intelligenza ogni volta mi stupisce e mi fa felice. La mia perplessità infatti va in direzione contraria a quella di san Girolamo. La didascalia sotto la mia foto dovrebbe recitare: se esiste Berlusconi, da dove arriva questo libro?

Credo soprattutto nella realtà naturale che mi circonda, e non ho bisogno di immaginarne altre. Fossi vissuto sei secoli prima di Cristo sarei stato uno ionico, e non un eleatico. Ho avuto la fortuna di trascorrere la gran parte della mia vita in un luogo bellissimo, e di frequentarne altri altrettanto belli. In più, ho vissuto un rapporto non domenicale con la natura. Come contadino l’ho conosciuta in tutte le sue manifestazioni, l’ho sofferta, amata, stramaledetta, rispettata. Pur senza idealizzarla ne ho maturato una concezione panica. Il che significa che la natura non è né buona né cattiva, fa il suo mestiere.

E quando certe sere, finito il lavoro in campagna, siedo qualche minuto a fumare con lo sguardo alle montagne oltre le quali tramonta il sole, non mi chiedo chi ci sia dietro tutto questo: me ne riempio gli occhi e la mente, mi sembra naturale che sia così, così come mi sembra naturale pensare che un giorno non le vedrò più. Non sento la necessità di immaginare qualcosa o qualcuno dietro tanta bellezza. A volte mi sfiora l’idea che la mia sia una regressione verso una condizione animalesca: ma poi, guardando le mucche che pascolano lungo la collina di fronte, mi dico che nessuna di loro si è seduta a guardare il sole e a fumare una sigaretta. Io penso. Loro no.

Ho scritto queste righe seduto in macchina, sul fare della sera, nel parcheggio del Bellavita, che è un enorme complesso comprensivo di albergo, multisala, palestre, piscine tropicali e non, pizzeria, piazzato nel deserto della periferia alessandrina, con vista direttamente su una discarica e su un’ormai fatiscente area industriale. Quando ho terminato sono rimasto a guardare la fauna che entrava e usciva dal complesso: per l’hotel turisti dell’estremo oriente e congressisti, per la palestra giovani e meno giovani omologati dalle borse, dalle tute e dallo sguardo leggermente assente. Per il cinema era ancora presto.

Mi sono chiesto per un attimo se fosse il caso di rivedere qualche punto del mio credo, almeno per la parte riguardante gli uomini. Ma è stata la malignità di un attimo: subito dopo mi sono detto che si trattava di un soprassalto di stupida superbia. Perché quella gente, turisti e congressisti e faticatori della cyclette, pensosa o no, cerca confusamente di dare delle risposte alle stesse domande che altrettanto confusamente mi pongo io. Magari sono risposte condizionate, dalla televisione, dalle mode; ma anche le mie lo sono, dai libri che ho letto, dalle frequentazioni che ho intrattenuto.

A differenza delle mucche, queste persone si sono già soffermate a guardar tramontare il sole. Non lo faranno tutti i giorni, ma qualche volta capita anche a loro. In quei momenti affermano la loro dignità, la loro autonomia, il loro diritto di scegliere, e quindi di credere. In cosa, non importa. Ciò che importa è che in quei momenti sappiano di non essere sole.

 

Voglia di essere ebreo

di Paolo Repetto, 1990

È una suggestione nata molto presto, risale addirittura all’infanzia e alle prime confuse percezioni dell’esistenza di una diversità ebraica. Immagino sia scaturita dall’anomalia del sabato festivo, e più specificamente del fatto che il sabato non fosse consentita alcuna attività: anomalia tanto più avvertita in rapporto ad una famiglia che non conosceva neppure il riposo domenicale. C’entravano però in qualche modo anche le ambiguità del pregiudizio popolare diffuso, l’alone di paura e di repulsione che avvertivo dietro ogni accenno agli ebrei, e che intrigava la mia mente a caccia di inquietudini; così come debbono aver contribuito in pari misura le storie, sussurrate e nebulose, di misteriosi rifugiati, tenuti nascosti per tutta la durata della guerra dal cappellano delle Rocchette. Di lì a poco la curiosità doveva convertirsi in naturale simpatia per le vittime, con la scoperta degli orrori dell’olocausto (ma anche – si era nel periodo della guerra di Suez – con il tifo per quello che mi appariva il piccolo Davide Israele impegnato a dare una lezione al grande Golia arabo).

L’adozione definitiva, il passaggio dalla simpatia istintiva a quella meditata, culturale, sopraggiunse più tardi, ma anche in questo caso attraverso una facile suggestione: un popolo che si autodefiniva “popolo del libro” non poteva che essere il mio. E questo mi stimolava ad approfondirne la conoscenza, a constatarne progressivamente l’eccezionalità culturale, il ruolo determinante nella modernità. Divenne quasi un gioco quello di riscontrare l’eccellenza degli ebrei nelle scienze, nella musica, nella letteratura, nelle arti figurative, nel cinema, ecc. Tutto quel che mi piaceva rivelava immancabilmente una matrice ebraica di qualche tipo, e mi divertivo a compilare elenchi dei “grandi” di ogni disciplina, per il gusto di riconoscerne l’ebraicità. È probabile che spesso abbia anche inconsapevolmente barato, costruendo elenchi già “orientati”: ma la stessa facilità con cui ciò poteva essere fatto era una riprova della bontà dell’assunto. Ho sviluppato anche veri e propri culti, come quello per la figura e l’opera di Furio Jesi, che si nutrivano e si giustificavano ad ogni nuova traccia scoperta, ad ogni indicazione che permettesse di avanzare nel labirinti di vite e pensieri straordinariamente intensi.

Da questo percorso è infine naturalmente scaturita la voglia di tirare un po’ le fila, di capire perché, di indagare le peculiarità che hanno fatto dell’ebraismo qualcosa di speciale. Ho raccolto per anni bibliografie, materiali, spezzoni di idee e fili di raccordo: e ogni nuova acquisizione faceva intravedere un supplemento di cammino, rimandava ad orizzonti più ampi e ancora inesplorati. Oggi, rientrati gli entusiasmi di ogni tipo, quella voglia è rimasta. L’unica spiegazione con cui riesco a giustificarla è che in un mondo che non presenta più punti fermi e valori forti gli ebrei conservano qualcosa di certo: dei nemici manifesti, qualcosa da combattere, da cui difendersi, e quindi la necessità di reagire, di scegliere e di definire, se non altro per opposizione, una identità. E non è poco. Forse questa è la ragione di fondo.

Varrebbe magari la pena sancire anche ufficialmente questa adesione, proprio per essere nel mirino, per doversi difendere davvero e per poter guardare negli occhi i propri nemici. Varrebbe la pena, non fosse per la faccenda della circoncisione.