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L’insopprimibile desiderio di lanciare meet

di Fabrizio Rinaldi, 3 dicembre 2020

I pellerossa pensavano che la macchina fotografica rubasse loro l’anima.
Io credo che la videocamera rubi a noi il cervello.

Un collega dice “mi lanci un meet” e non mi sorprendo più nell’aver afferrato ciò che vuole: l’avvio di una videoconferenza con lui.

GoToMeeting, webinar, Meet, classroom, Zoom, call, Skype … Un anno fa non avrei associato ad alcuno di questi termini il giusto significato, o almeno quello che abbiamo imparato nostro malgrado a masticare (sicuramente non a comprendere fino in fondo) a causa del distanziamento fisico da pandemia.

Il Covid-19 ci ha imposto di entrare alla velocità della luce nell’era digitale e di superare un deficit di conoscenze che relegava gli italiani fra gli analfabeti informatici (oltre che in altri campi). Ha spazzato via anni di stiracchiati corsi di formazione e di aggiornamento che servivano solo ad attribuire inutili crediti agli insegnanti e a far guadagnare qualcosa a chi li organizzava, ma non miglioravano di una virgola la nostra confidenza con gli strumenti digitali. In pochi mesi abbiamo imparato invece ad usarli con una disinvoltura da veterani. Lavorare in remoto da casa e avere i figli connessi agli insegnanti e ai compagni attraverso una webcam ha imposto di acquisire sul campo competenze che in epoca pre-Covid avrebbero impiegato decenni ad affermarsi.

Tutto questo ha però comportato anche dei radicali cambiamenti nella sfera delle relazioni sociali e lavorative, tanto che vediamo messi in forse anche diritti individuali che consideravamo intoccabili. Senza colpo ferire ci stiamo assuefacendo non solo all’uso della mascherina nella nostra quotidianità, ma anche al progressivo superamento di quei confini sociali e culturali che prima delimitavano la nostra sfera privata.

Bisognerebbe capire se stiamo ancora penetrando più in profondità in quest’epoca dominata dai media e, se sì, come e quando ci fermeremo. Siamo in condizione di usare – bene o male – i programmi informatici (termine ormai obsoleto e sostituito da “app”, anche se credo che pure questo abbia fatto il suo tempo), abbiamo appreso come avviare una call, come condividere schermi, come starci davanti (personalmente no, ma questo è un altro discorso): ma le implicazioni relazionali, sociali, esperienziali ed emotive sono ben lontane dall’essere comprese a fondo.

Viaggiare in aereo non significa saperlo guidare. Noi siamo in una condizione simile: usiamo il mezzo, ma non ne sappiamo quasi nulla, poiché non è interesse di chi lo costruisce istruirci su come evitare pericoli, su come evitare un eccessivo coinvolgimento e su come usarlo al meglio. Al produttore interessa solo che se ne faccia un uso massiccio. Soprattutto importa che si diventi dipendenti dal suo specifico prodotto, per evitare la trasmigrazione verso i concorrenti, e quindi offre semplificazioni e comodità a cui difficilmente sappiamo resistere. Siamo impigliati in una rete che sembra promettere libertà, ma che in realtà ingabbia tutto il nostro pensiero.

Un esempio: mia moglie recentemente ha smarrito il cellulare mentre eravamo per castagne. Lascio immaginare quanto fosse essenziale portarselo dietro in bosco dove quasi sicuramente non c’era segnale, e dove le probabilità di scivolare e perderlo erano maggiori che quelle di trovare qualche porcino. Ma la cosa che mi fa infuriare è che sono stato proprio io a insistere affinché lo portasse. Spesso la mia ragione trasgredisce al lockdown e se ne va a spasso per i cavoli suoi.

Ho ordinato un sostituito a basso costo e Amazon ce lo ha recapitato dopo soli due giorni (non fosse mai che ritrovassimo quello perduto o tornassimo a usare il vecchio telefonino, che faceva solo quello per cui era nato: ovvero, telefonare). Purtroppo, abbiamo constatato che essendo il nuovo acquisto prodotto della nota azienda cinese invisa a Trump, non aveva la possibilità di accedere alla piattaforma stellata di Google su cui mia moglie – e io pure – aveva salvato i numeri telefonici di una marea di persone. Il rischio era di perdere quei contatti, a meno di forzare il sistema operativo ed entrarci con qualche trucco: procedura che comunque, al di là della liceità, della quale francamente in questo caso non mi fregava proprio nulla, è tutt’altro che semplice. Alla fine, per comodità e per la mia insufficiente competenza, ho rimandato indietro il cellulare e ne ho preso un altro che costava un po’ di più ma permetteva di accedere a Google, e quindi di recuperare i numeri telefonici di persone che, in realtà, lei non chiama e loro neppure.

Quindi, anziché rassegnarci ad averli persi e ricominciare pazientemente a scriverli su una vetusta agendina, come si faceva fino a quindici anni fa, abbiamo speso di più per salvare dei contatti assolutamente inutili.

La scappatella della ragione s’è protratta stavolta un altro po’, e ha prevalso la coercizione all’acquisto.

Dovrebbe consolarmi il fatto che i più si sarebbero comportati allo stesso modo, ma trovarsi in una affollata compagnia non significa necessariamente aver fatto la scelta giusta (mi si potrebbe obiettare che forse la scelta sbagliata l’avevamo già fatta prima, quando abbiamo raccolto dei recapiti telefonici come si raccolgono i ciotolini bianchi al fiume, per caricare le tasche e dimenticarsene subito: ma anche qui entriamo in un altro discorso). In realtà, tutto questo è la dimostrazione di quanto siamo vittime consenzienti di un meccanismo pervasivo e persuasivo cui è difficile sottrarsi col doveroso e sano senso critico. In fondo la fidelizzazione del cliente-consumatore è un pilastro della moderna economia. L’impero Apple di Steve Jobs ne è un esempio.

Quindi, usiamo la tecnologia, ma non ne siamo padroni. Anzi, ne siamo schiavi. È vero anche che utilizzare il treno non significa saperlo guidare, ma il mezzo informatico è decisamente più invadente di una motrice (salvo l’esser sui binari…): grazie ai dati che io stesso metto in rete, chi mi profila conosce i miei interessi, le mie passioni, i miei punti deboli, più della mia consorte.

Una breve divagazione nel passato di un quasi nerd: il mio primo computer fu un Commodore VIC 20 che collegavo al televisore catodico di casa. Praticamente stiamo parlando del paleolitico paragonato ai più economici computer o cellulari di oggi. Non si poteva fare quasi nulla, se non scrivere una sequenza di comandi in linguaggio BASIC o in DOS con cui illudermi di avere il controllo di ciò che comandavo alla macchina: una piccola soddisfazione da “nerd”, che ho poi difeso negli anni successivi cercando di stare al passo con l’evoluzione informatica e masticando i linguaggi Pascal e C+. In realtà tutto si è velocemente complicato e la presunzione di piegare il software alla mia volontà si è sgonfiata: oggi per riuscire a provare quella stessa sensazione di potere sulla macchina devi essere uno “smanettone” super-esperto.

Forse sono solo invecchiato, e non riesco ad adeguarmi alla velocità del progresso digitale, mentre i millennials padroneggiano le app come facevo io allora col BASIC: ma sono quasi certo che anche loro nell’informatica attuale abbiano margini di manovra limitatissimi. Per molti l’unico modo di assaporare la sensazione di controllo è forzare i software, usarli senza pagare diritti d’autore, inoltrarsi in un mondo dove il rischio di divenire vittima di illeciti è molto elevato. Ma mentre si illudono di forzare il sistema, ne sono anch’essi vittime.

Torniamo però al tema dal quale siamo partiti, le videoconferenze e le lezioni a distanza. Questa possibilità sta rivoluzionando, oltre che le modalità, il concetto stesso dello stare assieme per un confronto costruttivo, avvenga esso attraverso una lezione, una riunione lavorativa o un corso di cucina o di yoga.

Le ripercussioni sociali ed emotive delle interazioni attraverso le call sono già state trattate in innumerevoli siti, programmi televisivi e libri (questi ultimi presto riempiranno intere sezioni nelle librerie), ma a monte c’è una questione sulla quale non ci si sofferma a riflettere mai abbastanza: siamo le prime generazioni alle quali il sapere non è più trasmesso attraverso i libri, ma molto più spesso attraverso i media.

Che seguano i quizzoni serali o i programmi di Paolo Mieli e Piero&Alberto Angela, i filmati su Youtube o i webinar su specifici argomenti, di fatto oggi i ragazzi – e non solo loro – costruiscono il personale zaino di conoscenze su mezzi che – per loro natura – sono strumenti di imbonimento. Questi devono offrire argomentazioni semplificate con soluzioni sommarie e soddisfacenti per il maggior numero possibile di utenti (come dicevo prima, chi li gestisce ci conosce meglio delle nostre mogli ed è contrario al divorzio mediatico).

In apparenza questi mezzi riversano su chi ne fa uso una valanga di nozioni e di idee, ad una velocità nemmeno lontanamente paragonabile a quella di un testo scritto. E alla fine lo “spettatore” o il “navigatore” ha anche l’impressione che quei concetti (e le scelte conseguenti) siano frutto della sua brillante intelligenza. Vedi l’esempio del telefono …

In realtà però quasi nessuno possiede gli strumenti per valutare criticamente quanto gli viene propinato. Anche se si oppone resistenza, cercando di diversificare le fonti e facendo la tara ai messaggi, prima o poi la comodità e la velocità di accesso all’informazione hanno la meglio.

Induce alla pigrizia anche l’impressione di volatilità estrema delle conoscenze affidate ad un supporto digitale dove nulla è fisicamente evidente, ma tutto è nel “cloud”. Una “nuvola di bit” verso cui, con i cambiamenti informatici (più che quelli climatici), si ha lo spiacevole presentimento che, presto o tardi, tutto evapori.

Ciò che si sta verificando oggi, tuttavia, fa emergere i limiti di questo modello comunicativo e informativo. L’uso massiccio imposto dalla pandemia fa sì che i nuovi media comincino a perdere una parte del loro fascino (come avviene di norma per tutto ciò che appare in qualche modo imposto) e mostrino la loro debolezza sul piano empatico. Quasi tutti, a causa di esigenze lavorative o scolastiche, siamo stati coinvolti con ruoli diversi in noiose lezioni o in interminabili riunioni in remoto. E ci siamo resi conto di quanto barbosi e infruttuosi siano questi momenti, anche quando sono gestiti con la massima abilità e destrezza. Sarà questione di farci l’abitudine, ma l’impressione oggi è che tutti i “connessi” non vedano l’ora di scollegarsi per bersi un caffè. È come assistere ad una rappresentazione teatrale in televisione anziché dal vivo.

Niente di peggio, poi, che illudersi che aumentando i contenuti si ottengano risultati pari a quelli di un incontro in classe o in ufficio: in realtà è la strada più diretta per stendere gli interlocutori. La comunicazione via web vuole semplificazioni, velocità, tempi da spot, pena l’indurre alla fuga o a farsi i cavoli propri di chi non è il momentaneo protagonista.

Forse è per questo che sta maturando una sempre maggiore cura del “dettaglio tecnico” della ripresa. Gli spazi nell’angolo visivo inquadrato dalla webcam appaiono organizzati secondo regole standard: una libreria colma di testi (probabilmente intonsi): una pianta e un oggetto che riconduca all’ambito familiare; i quadri, o in alternativa i primi capolavori del figlio di due anni. La ripresa è tassativamente ad altezza occhi, in favore di luce (quest’ultima non deve arrivare dal basso, per non evidenziare le borse sotto il bulbo, che dopo la quarta call di giornata sono diventate valigie). Ci stiamo mentalmente e inconsapevolmente adattando a dei modi e ad un mondo nuovi, guidati in tutto questo dal modello televisivo (i talk condotti attraverso il multischermo), che impone, oltre che le tecniche e le scenografie, anche la sua sostanziale inconsistenza: tante voci, poche o nessuna idea, scarsissima propensione ad ascoltare le argomentazioni altrui.

Ci abitueremo? È probabile. Ma checché se ne voglia dire, avverrà al prezzo di una ulteriore disumanizzazione. Non dobbiamo illuderci che una volta cessata l’emergenza (sempre che cessi) anche sul lavoro le cose torneranno come prima. Là dove è possibile le grandi aziende e le multinazionali stanno già riorganizzandone le modalità. Vuoi mettere, i risparmi che possono essere ottenuti riducendo i costi per gli spazi, le spese per gli spostamenti, gli sprechi per i tempi morti, azzerando gli incerti delle assenze per malattia e attivando una possibilità di controllo immediato e capillare sulle attività, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo esse si svolgano?

Se poi chi lavora in queste condizioni – senza quel valore aggiunto di piccole consuetudini, la pausa caffè, lo scambio di battute o persino di pettegolezzi, i tic dei colleghi o i gesti e le posture rivelatori dello stato d’animo degli interlocutori, tutte quelle cose insomma che scaricano o abbassano la tensione e “umanizzano” il tempo lavorativo – nel giro di pochi anni si ritrova spremuto come un limone, c’è fuori una massa di disoccupati che premono, pronta a subentrargli.

E anche per quei lavori, come il mio ad esempio, per i quali il contatto, la presenza e il rapporto fisico appaiono imprescindibili, questi ultimi verranno ridotti allo strettamente necessario. Le modalità on line che anche noi stiamo sperimentando in questo periodo, così come stanno facendo tutte le scuole, sono un rimedio momentaneo, ma intanto prefigurano possibili scenari per un futuro nemmeno tanto remoto.

Non si tratta di essere tragici o di scorgere dietro tutte queste trasformazioni oscuri complotti, quando poi in realtà i primi complottisti siamo noi, che delle nuove tecnologie non sappiamo fare a meno neppure (e direi soprattutto) quando sono inutili. Si tratta di essere realisti e pragmatici nel vedere questi cambiamenti anche come un’opportunità ,e di non cercare consolazione nelle possibili benefiche ricadute in termini di inquinamento ambientale: che indubbiamente potrebbero esserci, ma a fronte di un prezzo salatissimo sul piano della salute mentale.

Per farla breve, la riflessione su quanto davvero accade nel mondo del lavoro e della scuola (ma anche in tutta la quotidianità), al di là degli entusiasmi progressisti e delle paure conservatrici, dovrebbe avventurarsi un po’ più negli abissi del suo significato. Quel che sappiamo per certo è che i vaccini in arrivo salveranno, si spera, milioni di vite, ma non garantiranno il ritorno ad una accettabile qualità. Quella dovremo cercare di garantircela noi, azzittendo ad esempio ogni tanto la televisione, arrestando il sistema o spegnendo la videocamera, e uscendo per castagne.

Ma senza cellulare, mi raccomando.

Intanto basta scrivere, lancio un meet e continuiamo lì …

Acufeni?

di Paolo Repetto, 25 novembre 2020

L’acufene non è una malattia, è un sintomo, come la febbre:
aspecifico. Può essere generato da diverse situazioni.
http://www.fondazioneveronesi.it

I domiciliari da Covid hanno almeno un lato positivo, che non è quello ottimisticamente pronosticato da molti all’inizio di tutta la faccenda, la favola delle ritrovate gioie del focolare domestico e del rinnovato rapporto tra genitori e figli o tra i coniugi (mai viste tante violenze tra le mura di casa come in questo periodo). No, sta molto più semplicemente nella forzata possibilità di perdere ogni tanto qualche ora in vagabondaggi nelle nebbie del web, e di misurare uno stato febbrile mentale collettivo che solo in parte è indotto dalla paura ossessiva e maligna ingenerata dal Covid; anzi, quest’ultima lo rende solo più immediatamente visibile.

Quando parlo di lato positivo non intendo quindi piacevole o divertente (oggi al “positivo” si associano ben altri significati); al contrario, è una esplorazione angosciante, ma che ci costringe quanto meno a prendere atto di una realtà che a dispetto del suo manifestarsi principalmente sul web è tutt’altro che virtuale. Non c’è alcuna scoperta, non rivelo niente di nuovo: è una realtà che tutti bene o male già conosciamo, e che all’occasione non manchiamo di deprecare. Ma poi la rimuoviamo immediatamente, con un moto di fastidio più che di preoccupazione, come fosse qualcosa che in fondo riguarda solo gli altri, per tanti che questi altri siano. È lo stesso atteggiamento, per intenderci, che manteniamo nei confronti dell’inquinamento ambientale: assistiamo alla crescita esponenziale del degrado, mutazioni climatiche repentine, ghiacciai che si sciolgono, acque che si acidificano o si plastificano, regioni enormi che si desertificano, come fossimo in trance, pensando tra noi e noi “non sono comunque io quello che può fare qualcosa”.

Ora, credo che fare il punto ogni tanto su questi fenomeni, che sono tra l’altro intimamente connessi, possa servire se non altro a scuoterci per un attimo dalla nostra apatia, a liquidare gli alibi che ci costruiamo e a metterci di fronte alle nostre singole responsabilità. Ciascuno potrà poi decidere se mutare qualcosa del suo comportamento, e nel caso, se farlo individualmente o cercare di agire in concerto con altri: ma se anche non deciderà nulla, non potrà almeno trincerarsi, davanti allo sguardo smarrito delle generazioni future, ma prima ancora di fronte a se stesso, dietro la scusante del “non sapevo, non mi rendevo conto”.

Dunque, parlavo di “febbre mentale”. Era un eufemismo, naturalmente. Quello di cui vado a scrivere è né più né meno che idiozia, cretinismo, stupidità, scegliete voi il termine. Ne ho già trattato ampiamente altrove (cfr. ad esempio Il mondo nelle mani degli stolti), direi addirittura che non ho fatto altro, ma sempre in termini molto generali, teorici, oppure stigmatizzando fenomeni singoli, quasi in forma di un divertissement preoccupato ma in fondo distaccato. Vorrei invece scendere un po’ più in profondità, perché anche il cretinismo, malgrado questo sembri un ossimoro, ha una sua ancestrale profondità, ha delle radici non solo sociali ma anche biologiche, e non va preso sottogamba, come un fenomeno di risulta, un effetto collaterale e solo un po’ fastidioso dell’evoluzione.  

Tra i collaboratori a questo sito c’è per fortuna chi ha conoscenze specifiche ben più ampie delle mie, e in futuri interventi proverà a spiegare in termini scientifici le origini e le motivazioni di questo tipo di comportamento.

Io per ora mi limito invece a produrre alcune pezze documentali ben precise, che ho pescato qua e là nel web. Le riporto seguendo un ordine “verticale” di rilevanza apparentemente decrescente, che induce un altro ordine “orizzontale” di collocazione, come si diceva una volta, da destra a sinistra. Posso garantire che sono frutto tutte della stessa escursione. Il percorso lungo il quale le ho attinte non era affatto preordinato, ma non può nemmeno essere considerato del tutto casuale: cercavo altro, ma se mi sono imbattuto in queste perle è appunto perché non c’è ambito al quale il cretinismo non si sia prepotentemente affacciato.

Sono notizie, ahimé, per nulla divertenti, che parlano di un istupidimento dilagante, trionfante, pericolosissimo, che andrà a toccare e già sta toccando le nostre vite in misura ben maggiore di quanto questa umana degenerazione abbia mai storicamente fatto. Sono il primo ad ammettere (e a scrivere) che da sempre, da Adamo in poi, sono state profetizzate da parte di ogni generazione sventure e apocalissi per quelle a venire: ma è pur vero che queste ultime nella maggior parte dei casi, almeno per i gruppi direttamente interessati, si sono poi verificate. E oggi però, di fronte ad un cretinismo che dispone di armi ben più potenti e incontra difese cerebrali disattivate dal bombardamento mediatico, il rischio si è davvero allargato a tutta l’umanità. È peraltro assodato che a fronte di questo tipo di contagio non si crea immunità di gregge: si crea solo il gregge.

Propongo queste cose nude e crude, così come le ho lette (citando anche la provenienza). Penso che ogni commento sia superfluo. Le lascio dunque alla vostra (spero sgomenta) riflessione, anche se già so che non potrò trattenermi dal tornarci sopra. Non sarebbe male se per una volta lo facesse anche qualcun altro.

QAnon, la teoria più amata dai complottisti americani
(Julia Carrie Wong, The Guardian, Regno Unito, 28 agosto 2020)

Per Donald Trump sono “persone che amano il nostro paese”. Per l’Fbi è una potenziale minaccia terroristica interna. E per chiunque altro abbia usato Facebook negli ultimi mesi potrebbe essere semplicemente un amico o un familiare che ha mostrato preoccupanti segnali d’interesse per il traffico di bambini messo in piedi da una “congrega” di devoti a satana o per teorie del complotto su Bill Gates e sul covid-19.

QAnon è una teoria del complotto basata sul nulla, cresciuta su internet e diventata popolare negli Stati Uniti ad agosto. Per anni i suoi adepti sono rimasti ai margini delle comunità di destra online, ma negli ultimi mesi – mentre negli Stati Uniti si diffondevano i disordini sociali e l’insicurezza dovuta alla pandemia – hanno trovato molta visibilità […].

Secondo questa teoria il mondo è governato da una congrega di celebrità di Hollywood, miliardari e democratici satanisti. Queste persone avrebbero messo in piedi un traffico di bambini e stanno cercando di allungarsi la vita usando un composto chimico preso dal sangue dei bambini vittime di abusi. I sostenitori di QAnon credono che Donald Trump stia conducendo una battaglia segreta contro questa congrega e i suoi collaboratori dello “stato profondo”, per rendere noti questi malfattori e mandarli tutti nella prigione della base statunitense di Guantanamo, a Cuba. Il presidente (che ha un ruolo fondamentale nella narrazione falsa di QAnon) si è naturalmente rifiutato di prendere le distanze: anzi, ha elogiato i sostenitori di QAnon, definendoli dei patrioti.

Esistono molte trame nella narrazione di QAnon, tutte improbabili e infondate: quella secondo cui John Kennedy, presidente assassinato nel 1963, sia in realtà ancora vivo; un’altra che accusa la famiglia Rothschild di controllare tutte le banche; oppure quella secondo cui i bambini rapiti sono venduti attraverso il sito web del rivenditore di mobili Wayfair (non è vero, ovviamente). Hillary Clinton, Barack Obama, George Soros, Bill Gates, Tom Hanks, Oprah Winfrey, la modella Chrissy Teigen e papa Francesco sono solo alcune delle persone che i sostenitori di QAnon hanno scelto come i cattivi di questa realtà alternativa.

Se tutto questo suona familiare, è perché ne abbiamo già sentito parlare. QAnon ha le sue radici in teorie del complotto esistenti, in altre relativamente nuove, e altre ancora vecchie di un millennio.

L’antecedente più recente è il cosiddetto Pizzagate, la teoria del complotto che si è diffusa durante la campagna presidenziale del 2016, quando siti d’informazione e influencer di destra hanno promosso l’idea infondata che i riferimenti al cibo e a una famosa pizzeria di Washington apparsi nelle email rubate del direttore della campagna di Clinton, John Podesta, fossero in realtà un codice cifrato che si riferiva a un traffico di bambini. Gli attacchi online hanno scatenato violenza reale contro il ristorante e i suoi dipendenti, culminati nel dicembre 2016 in una sparatoria per mano di un uomo convinto che nel locale ci fossero bambini da salvare.

Ma QAnon affonda le sue radici anche in teorie del complotto antisemite molto più antiche. L’idea di una congrega onnipotente che comanda il mondo viene direttamente dal Protocollo dei savi di Sion, un documento falso in cui viene descritto un piano segreto degli ebrei per controllare il mondo, e che è stato usato per tutto il Novecento per giustificare l’antisemitismo. Un’altra affermazione falsa dei seguaci di QAnon – l’idea che i membri della congrega estraggano dal sangue dei bambini l’adrenocromo, un composto chimico, e lo ingeriscano per allungarsi la vita – è una variante moderna di un’idea antisemitica calunniosa e vecchia di secoli relativa al sangue.

(L’articolo prosegue raccontando come è cominciata tutta questa vicenda, come funzionano le piattaforme di diffusione e a chi arrivano: “I più importanti gruppi Facebook dedicati a QAnon avevano circa duecentomila membri prima che la piattaforma li mettesse al bando, a metà agosto. Quando Twitter ha preso provvedimenti simili contro gli account QAnon a luglio, la misura ha colpito circa 150mila account […] In generale QAnon sembra essere popolare soprattutto tra gli elettori repubblicani più anziani e tra i cristiani evangelici.”,

quali strategie usano: “realizzare ‘documentari’ infarciti di disinformazione, prendere il controllo di hashtag popolari online per trasformarli in strumenti per diffondere le teorie QAnon; partecipare a comizi di Trump esibendo cartelli con su scritto Q; candidarsi alle elezioni. Una dimostrazione dell’efficacia di queste tattiche è arrivata quest’estate con la campagna #SaveTheChildren o #SaveOurChildren. Questo hashtag all’apparenza innocuo, usato in passato da ONG che lottano contro la violenza sui bambini, è stato inondato di argomenti dal forte contenuto emotivo da parte di seguaci di QAnon, con riferimenti alla più ampia narrativa del movimento”,

quanta  influenza stanno esercitando: “Media matters for America, associazione che monitora i mezzi d’informazione, ha compilato una lista di 77 candidati a seggi al congresso degli Stati Uniti che hanno dichiarato di sostenere QAnon. Una di loro, Marjorie Taylor Greene della Georgia, ha vinto le primarie repubblicane e a novembre con ogni probabilità entrerà al Congresso.”

Chi è Attila Hildmann, lo chef vegano dietro gli sfregi al museo di Berlino
(da  http://www.scattidigusto.it, 22 ottobre 2020)

Attila Hildmann, 39 anni, già star vegana dei masterchef tedeschi, è il principale indiziato per l’attacco che ha danneggiato 70 opere in tre musei di Berlino. Lo scorso 3 ottobre, qualcuno ha spruzzato una sostanza oleosa su decine di capolavori conservati nei musei. Sono stati macchiati e rovinati per sempre sarcofagi egizi, sculture, immagini di divinità greche e quadri dell’Ottocento.

Ieri, la Bild e altri mezzi d’informazione tedeschi hanno adombrato sospetti proprio su Hildmann, ricostruendo l’incredibile parabola che ha cambiato la vita del cuoco berlinese di origini turche. L’ex telechef è passato dal ruolo di amato vip dei fornelli mediatici, con una seconda carriera ben avviata da autore di bestseller culinari, a essere una bandiera dell’ultradestra.

Da quando preferisce agli show per la tv (anche americana) le piazze, da dove tenta, a suo dire, di aprire gli occhi a tutti i poveri stolti alle prese con l’epidemia globale, lo chef xenofobo, complottista, nonché negazionista del Covid-19, si è trasformato in un propagandista della spazzatura complottista sul Coronavirus. È stato lui a diffondere ai 100 mila follower del suo canale Telegram, il messaggio secondo cui il Pergamon Musem non sarebbe stato chiuso per la pandemia. Il vero motivo sarebbe la presenza all’interno del museo del “Trono di Satana”, essendo di fatto il Pergamom il “centro dei satanisti e dei criminali del Coronavirus”.

Martedì Attila Hildmann ha condiviso un link sui social che rimandava a un articolo sull’attacco ai musei. Il suo commento? “Fatto! È il trono di Baal (Satana)”.

Avevano fatto scalpore nel settembre scorso i messaggi pubblicati dal cuoco vegano ancora una volta sul suo canale Telegram. Protagonista la Cancelliera tedesca Angela Merkel, che in realtà sarebbe ebrea e a capo di “un regime sionista” che all’interno del Pergamom Museum consuma “sacrifici umani”.

Ted Huges, il poeta nella black list della British Library
(da http://www.leggo.it 22 novembre 2020)

Il celebre poeta Ted Hughes è stato aggiunto a un dossier che lo collega alla schiavitù e al colonialismo dalla British Library. Il poeta, nato in una famiglia di umili origini nello Yorkshire, è risultato essere un discendente di Nicholas Ferrar, che era coinvolto nella tratta degli schiavi circa 300 anni prima della nascita di Hughes.

Ferrar, nato nel 1592, e la sua famiglia erano “profondamente coinvolti” con la London Virginia Company, che cercava di stabilire colonie nel Nord America. La ricerca, ha riferito The Telegraph, è stata condotta per trovare prove di “connessioni con la schiavitù, profitti dalla schiavitù o dal colonialismo”.

Hughes è nato nel 1930 nel villaggio di Mytholmroyd nel West Yorkshire, dove suo padre ha lavorato come falegname prima di gestire un’edicola e una tabaccheria. Ha frequentato l’Università di Cambridge con una borsa di studio, e lì ha incontrato la sua futura moglie Sylvia Plath.

Quello di Hughes, che morì nel 1998, non è l’unico nome illustre della letteratura inglese identificato dalla British Library come beneficiario dei proventi della schiavitù attraverso parenti lontani: nella lista ci sono anche Lord Byron, Oscar Wilde e George Orwell. Tra gli intenti dell’istituzione, diventare “attivamente antirazzisti” fornendo un contesto alla memoria di personaggi storici sulla scia del movimento Black Lives Matter.

Ma il tenue legame tra Hughes e Ferrar, al quale è imparentato per parte di madre, ha suscitato l’ira tra gli esperti del grande scrittore. Il suo biografo, Sir Jonathan Bate, ha dichiarato: «È ridicolo incastrare Hughes con un legame con la tratta degli schiavi. E non è un modo utile per pensare agli scrittori. Perché diavolo giudichi la qualità del lavoro di un artista sulla base di antenati lontani?». Bate ha aggiunto che Ferrar era meglio conosciuto come sacerdote e studioso che ha fondato la comunità religiosa Little Gidding.

Il poeta romantico Lord Byron è stato aggiunto a questa lista perché il suo bisnonno era un commerciante che possedeva una tenuta a Grenada. Suo zio, attraverso il matrimonio, possedeva anche una piantagione a St Kitts.

Oscar Wilde è stato incluso a causa dell’interesse di suo zio per la tratta degli schiavi, anche se la ricerca ha rilevato che non c’erano prove che l’acclamato scrittore irlandese abbia ereditato alcun denaro attraverso la pratica.

George Orwell, che era nato Eric Blair in India, aveva un bisnonno che era un ricco proprietario di schiavi in Giamaica. Ma la Orwell Society ha specificato che il denaro era già scomparso tempo prima che Orwell nascesse.

Cosa ha detto J.K. Rowling sulle persone transgender e le donne
(www.ilpost.it 11 giugno 2020)

Mercoledì sera J.K. Rowling, notissima autrice dei libri su Harry Potter, ha pubblicato un lungo post sul suo sito per rispondere alle critiche e alle accuse di transfobia ricevute dopo alcuni suoi recenti commenti sull’identità di genere e su quello che lei definisce il “nuovo attivismo trans”, e per spiegare perché si è espressa pubblicamente su questi temi.

«Non mi piegherò di fronte a un movimento che ritengo stia facendo danni dimostrabili nel tentativo di erodere il concetto di “donna” come classe politica e biologica, offrendo protezione ai molestatori come pochi nella storia».

Ha inoltre rivelato di aver subito violenze domestiche e abusi sessuali durante il suo primo matrimonio, citando questa esperienza – insieme al suo passato di insegnante e alla sua convinzione dell’importanza della libertà di parola – come una delle ragioni a sostegno delle sue idee rispetto all’identità di genere e ai diritti delle persone trans.

Negli ultimi anni, Rowling ha più volte espresso opinioni controverse sul concetto di sesso e di identità di genere e sui diritti delle persone trans. Nel suo post ha commentato e cercato di spiegare le volte in cui era successo e ha fatto riferimento più approfonditamente all’episodio più recente, avvenuto lo scorso weekend. Sabato scorso Rowling aveva ironizzato sull’utilizzo dell’espressione “persone che hanno le mestruazioni” nel titolo di un articolo del sito Devex, che usava l’espressione per includere esplicitamente persone trans e non binarie: «Sono sicura che esistesse una parola per queste persone» ha scritto Rowling, «Aiutatemi… Danne? Done? Dumne?».

Il commento implicava una corrispondenza automatica tra le persone che hanno le mestruazioni e le donne: negando così la possibilità che esistano persone che le hanno ma non si identificano come donne (alcuni uomini trans, o persone che non si identificano in alcun genere, ad esempio), e ha generato critiche e discussioni.

Domenica Rowling ha risposto con tre nuovi tweet, affermando di «conoscere e sostenere persone transgender», ma opponendosi a «cancellare il concetto di “sesso”».

Anche questi tweet hanno ricevuto molte critiche e risposte, anche da famosi attori e attrici che avevano lavorato a film tratti dalla sua saga. Lunedì, ad esempio, l’attore Daniel Radcliffe – interprete del personaggio di Harry Potter nella serie di film tratti dai libri di Rowling – ha pubblicato una lettera in cui prendeva le distanze dalle parole di Rowling, evitando di attaccarla personalmente, e in cui esprimeva solidarietà verso le persone transgender e la volontà di “diventare un migliore alleato” (come vengono definite le persone che non appartengono alla comunità LGBTQIA+, ma condividono e sostengono le sue ragioni). Commenti simili sono stati fatti anche dagli attori Eddie Redmayne ed Emma Watson.

L’identità sessuale, oggi, viene definita in base a tre parametri: sesso, genere e orientamento sessuale. Il primo corrisponde al corpo sessuato (maschio-femmina), il secondo al senso di sé (al sentimento di appartenenza, all’identificarsi come uomo o donna a seconda di ciò che il mondo intorno riconosce come proprio dell’uomo e della donna), mentre il terzo riguarda la direzione dei propri desideri (eterosessuali-omosessuali-bisessuali, e altre categorie).

Il sistema sesso-genere-orientamento sessuale (usato oggi in tutto il mondo dalla maggior parte degli psichiatri, degli psicologi, dei sessuologi e dei sistemi giuridici) è però solo una griglia interpretativa e imperfetta della realtà, basata su rigide alternative binarie: la realtà stessa è ben più complessa e ricca di esperienze in cui i tre parametri non sono necessariamente “coerenti” tra loro. Un articolo del National Geographic riporta le esperienze di alcune persone che non rientrano perfettamente nella binarità, alcune dal punto di vista biologico, altre psicologico, più spesso un misto dei due.

La posizione di Rowling rifiuta queste posizioni e si può riassumere come segue: secondo lei esistono due sessi (maschio e femmina), che dipendono da fattori anatomici e fisici (come le mestruazioni); secondo lei, però, l’inclusione nella categoria di “donna” richiesta dalle donne trans rischierebbe di danneggiare le persone biologicamente donne.

(A scanso di equivoci, non sono un fan di Harry Potter, ma alla signora Rowling vanno naturalmente in questo caso tutta la mia stima e la mia solidarietà. Non aveva necessità di tirare in ballo gli abusi per giustificare la sua posizione. Decisamente meno, lo confesso, apprezzo l’opportunismo ipocrita di Daniel Radcliffe.

Mi si potrà inoltre obiettare che la rilevanza, in termini di pericolosità, tra i primi due casi e gli altri due che ho riportato sia molto diversa. Non ne sarei così convinto.)

Se in un giorno di ordinaria epidemia Diderot e George Romero si incontrano ​in una villa abbandonata …

di Stefano Gandolfi, 22 novembre 2020

Così ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci diè.

Accidenti, Paolo. Che “sturm und drang” ho scatenato con una innocua passeggiata rigorosamente entro i confini del comune di Alessandria (vedi “Estetica delle macerie ed etica delle rovine“), studiata su carta escursionistica 1:25000 con accurata analisi dei limiti comunali per non rischiare multe da lock-down (guai ad entrare nei comuni di Pietramarazzi o Montecastello!), dopo aver escluso brutalmente tutti i territori a ovest-sud-est della città per tragica piattezza dei suddetti e aver trovato l’unica ancora di salvezza nei primi rilievi a nord, sopra Valle San Bartolomeo, gli arcinoti viottoli e sterrati nei pressi del maneggio e del ripetitore, battutissimi da pedoni, ciclisti e cavalieri, ancor di più in questi mesi nei quali il popolo italiano si è scoperto e inventato una vocazione allo sport outdoor! E dove si può provare l’ebbrezza di arrivare a ben 250 metri di altitudine sul livello del mare e di compiere, con opportune varianti, fino a 200-250 metri di dislivello. Perché come mi hai diagnosticato magistralmente, la mia indole di trekker d’alta quota mi porta in sofferenza dopo poche centinaia di metri piatti e orizzontali e il mio debito di ossigeno trova sollievo solo in quei minimi, insignificanti saliscendi che con molta e fervida fantasia mi trasportano sulle Alpi, sulle Ande, in Himalaya, beh, anche sul Tobbio, certamente!

Dunque, una semplice passeggiata, ma con sorpresa: i ruderi di Villa Garrone, ben nascosti nella fitta boscaglia che la circonda. Tu la hai già descritta con dovizia di particolari, quindi non mi dilungo su questi dettagli. Affascinante, misteriosa, inquietante quel tanto che basta da non desiderare più di tanto di essere lì di notte (ahh, mica per paura di presenze aliene e demoniache lovecraftiane, bensì molto più pragmaticamente per le possibili presenze umane che con ogni probabilità ne fanno sede periodica di raduni e consumo di sostanze terrene). Urbex: certo, anche passione e mania fotografica, da eterno ragazzino mai adulto quale sono mia nipote Fiorenza non ha faticato granché per contagiarmi con questa “insana” bizzarria, lei molto più avanti su questo terreno con incursioni in ville abbandonate, alberghi, terme, manicomi, edifici da archeologia industriale e tutto quanto è stato abbandonato dall’uomo. Quante ore a fantasticare con lei su una folle incursione a Prypiat, l’epicentro dell’esplosione di Chernobil (siamo poco normali? va bene, ce ne faremo una ragione!).

E poi comunque Poe, Lovecraft, Matheson, la cosiddetta letteratura di serie B sull’orrido, l’ultraterreno, sulle sudicie creature striscianti che riemergono dagli inferi, e anche G. Romero col primo mitico “Zombie” nel quale, con genio e intuizione a mio avviso insuperabile individuava in un ipermercato il fulcro dell’inizio della fine del genere umano, l’ultimo avamposto di una (inutile) resistenza con i segni già avanzati della rovina, del degrado, della marcescenza del contenuto consumistico ivi contenuto.

Sono partito col botto? Certo, anche perché nulla potrei aggiungere o discutere su quanto hai saggiamente esposto in merito alle macerie e alle rovine e quasi necessariamente (ma non forzatamente) devo iniziare da un punto di osservazione diverso, da buon fotografo devo fare un’inquadratura non banale e non scontata, e forse la chiave di lettura più utile al dibattito è quella relativa all’unico aspetto che forse non hai preso in considerazione, quello della natura.

La convivenza fra naturale e artificiale, il conflitto fra uomo e ambiente, lo scontro fra tecnologia e primordialità, l’inquinamento e la devastazione del pianeta in nome della scienza, del progresso e delle sorti magnifiche e progressive del genere umano, gli effetti collaterali terribili e forse irreversibili derivanti dai comportamenti dell’attuale dominatore del mondo (intendo l’uomo rispetto agli altri animali, non l’ex-presidente U.S.A.!), il negazionismo di Trump (eccolo) sui cambiamenti climatici, il menefreghismo della Cina e dell’India, l’ipocrisia di noi poveri e ininfluenti europei che taciamo sui 500.000 morti annui per cause da inquinamento e poi ci piangiamo addosso per i morti da COVID, legittimamente e inevitabilmente, beninteso: sono Medico, non eretico né negazionista, ho totale assoluta consapevolezza della attuale tragedia ed empatia umana per le vittime dirette e indirette, non voglio sottrarre nulla a tutto questo, semmai vorrei aggiungere anche altri problemi, altre cifre, altre criticità che spesso e deliberatamente vengono ignorate.

La natura, dunque. Certo. Ma anche l’uomo, perché no, solo declinato in qualche variante minoritaria, sconfitta, sparita dalla faccia della terra ma non per questo perdente. Sconfitta non dalle armi, ma dal raffreddore, dall’influenza, dalla sifilide a loro sconosciute e quindi senza alcuna difesa immunitaria, come successo agli Inca da parte dei civilizzatori cattolici spagnoli.

Cosa c’entra tutto questo con Villa Garrone? Ci arrivo subito.

Perù, tanti anni fa, ma potrebbe essere oggi. Cuzco, l’antica capitale incaica. Una strada, apparentemente secondaria, insignificante, un muro di un vecchio edificio, niente di rilevante, sembrerebbe. Poi te la fanno vedere. Una pietra con 12 angoli. Perfettamente incastrata, con perfetti angoli retti, e incernierata con altre 12 pietre, senza chiodi, viti, calce, cemento o quant’altro. 13 pietre squadrate a mano, con precisione millimetrica a sostenere da secoli il muro di una casa. Sopravvissuta a decine e decine di terremoti, mentre gli edifici costruiti dagli spagnoli e dai loro discendenti, regolarmente, ad ogni terremoto, crollavano.

Machu-Picchu, la capitale imperiale. Resti, certo, ma ancora perfettamente integri, solidi, neppure minimamente scalfiti dai terremoti. Archi e portali costruiti con una certa inclinazione e una certa angolatura che li mettevano al riparo dai sismi più apocalittici. Progettati dai loro ingegneri, apparentemente senza alcuna conoscenza scientifica, perlomeno quelle che intendiamo noi oggi.

Ti sembro forse in contraddizione con l’assioma (ovvio, viste le premesse che ho fatto) che la natura è dannatamente superiore all’uomo in ogni sua manifestazione? No, voglio solo dire che l’uomo ha saputo costruire meraviglie e con sistemi meravigliosi, che resistono nel tempo, non immortali ma sicuramente molto longeve. Ma gli uomini che hanno saputo fare questi prodigi, sono stati sconfitti, annientati, annichiliti da altri uomini che non sanno (quasi mai) costruire case antisismiche e che disprezzano completamente il rapporto con la natura.

E sono gli uomini che attualmente hanno il dominio sociale, economico, politico, militare sul mondo. E che abbandonano i loro manufatti alla rovina. A Machu-Picchu e a Cuzco non ho mai avuto un’estasi della rovina e del declino della civiltà umana, ma sempre e solo grande ammirazione per queste civiltà passate. A Villa Garrone tocco con mano il degrado, il declino, l’incuria della nostra civiltà. Non so che farci, sicuramente non sono oggettivo e parto prevenuto, ma questa civiltà della quale volenti o nolenti facciamo parte non mi sta simpatica; troppo arrogante, troppo presuntuosa, troppo convinta che l’armamentario scientifico, tecnologico che possiede e mette in campo sia superiore ad ogni legge della natura, che possa dominarla, modificarla a proprio piacimento senza preoccuparsi delle conseguenze e dei danni che invece provoca, senza peraltro nemmeno ottenere quei risultati millantati, visto che la durata media di tutte le moderne costruzioni umane è ridicolmente inferiore a quella delle costruzioni dei nostri antenati, a ogni latitudine e longitudine.

La povera Villa Garrone è probabilmente una vittima innocente di questi mie strali, ma come tanti altri edifici analoghi diventa per me simbolo di un modo di essere, di vivere, nel quale non si dà più valore a nulla, tutto diventa superfluo, obsoleto, sostituibile, perde valore con noncuranza e perde anche quel senso di legame emotivo, psicologico con gli affetti, con le persone, con le vite stesse che sono state vissute a contatto con questi manufatti.

Tutto può essere ricostruito con facilità senza minimamente preoccuparsi del significato economico, materiale ma anche e soprattutto psicologico del passato, recente o remoto che sia. Si distrugge tutto con voluttà, con violenza, per speculazione, per guadagno, per ingordigia, per costruire oleodotti, autostrade, ferrovie, aeroporti, centri commerciali (George Romero!!!!), tutte cose che a loro volta potranno tranquillamente essere demolite per qualcos’altro. Incessantemente. Si costruisce qualunque cosa e nulla di ciò che si costruisce ha alcun riferimento, contatto, compatibilità, plausibilità di avere un rapporto con l’ambiente in cui viene edificato: e questa estraneità, non appena viene a mancare uno qualunque dei motivi per cui ha senso che rimanga funzionante, fa sì che con grande velocità vada in rovina. Un impianto sciistico dove non nevica più, una miniera da cui non conviene più estrarre minerali o carbone, un albergo dove il turismo è scomparso, un ipermercato non più frequentato perché ne hanno costruito uno nuovo a mezzo chilometro di distanza, un grattacielo perché pericolante, una piscina, un palazzetto dello sport, un cinema, un teatro, un ospedale senza soldi per assumere e pagare i dipendenti, un ecomostro in riva al mare, e potrei continuare a lungo.

E la natura, o ciò che resta di essa, se lo riprende con altrettanta velocità. Lo ingloba, lo fagocita, lo assorbe completamente in spire di vegetazione, di boscaglia che si trasforma in foresta inestricabile. E si prende la sua rivincita. Una vittoria di Pirro, senza dubbio, ma come gli anglosassoni ci hanno insegnato, ci sono anche delle sconfitte gloriose, che danno senso all’inutilità (Mallory e la “conquista” dell’Everest…).

Provo simpatia per questa natura che, non appena l’uomo manda in malora qualcosa, se lo riprende. Ammiro la velocità e l’efficienza con cui lo fa, così come gli enzimi della digestione degradano il bolo alimentare. Rimango affascinato dalla trasformazione di una entità materiale in qualcosa di completamente diverso rispetto alla sua funzione originaria, al suo scopo, alla sua utilità.

Mentre mi aggiro circospetto e con cautela sui pavimenti e sulle macerie di Villa Garrone la mia fantasia vola a immaginare cosa sarà fra dieci, fra cinquanta, fra mille anni. Non provo malinconia, semmai una sorta di eccitazione all’idea della trasformazione, del divenire, del ritorno all’entropia dell’universo, allo sbriciolamento di ogni pezzo di pietra, di legno, di cemento, dei travi, degli infissi, dei vetri, dei cavi elettrici, e al pensiero di come tutto ciò rientrerà a far parte del ciclo degli elementi primordiali della natura, molecole, particelle organiche e inorganiche, atomi. E cosa, a loro volta, diventeranno e di quale organismo vivente faranno parte fra secoli e millenni.

Sono un rinnegato? Disprezzo il genere umano del quale faccio parte? Parteggio acriticamente per la natura vedendo in essa qualcosa di benigno mentre invece sa essere spietata e crudele come e più dell’uomo? No, certo. Però la durezza della natura non è voluta, non è sadica, non è criminale. È e basta, per motivi che a noi sono e devono essere sconosciuti o che forse non esistono nemmeno, è solo il corso delle cose. Distrugge e ricostruisce, con una logica e un’armonia inconcepibile. I più grandi capolavori della natura, i vulcani, le dorsali oceaniche, le montagne che tanto amiamo, sono espressione della mostruosa forza distruttrice e ricostruttiva, quando ammiriamo le forme aggraziate, poetiche, idilliache delle Dolomiti in realtà vediamo semplicemente l’erosione, la fatale inevitabile loro dissoluzione e scomparsa, ma ne rimaniamo affascinati e non proviamo certo angoscia né struggimento, perlomeno io! Quando ho visto da vicino l’Everest e gli altri ottomila himalayani ero ben consapevole di vedere il risultato di eventi geologici di tale potenza da non poter essere compresi dalla mente umana, seppure conosciuti e spiegati dalla scienza. Il ghiacciaio del Perito Moreno che si sgretolava, cadeva nel mare con blocchi delle dimensioni di grattacieli o di portaerei non mi ha intristito né reso malinconico, se non eventualmente per quanto ci sia di intervento umano nel determinare o accentuare il corso degli eventi, i cambiamenti climatici in primis. Ma questi fenomeni di per sé non mi creano angoscia. Panta rei.

No, non rinnego il genere umano e le sue opere, semmai questo tipo di umanità che ha preso il sopravvento, questo pensiero unico del profitto, del guadagno, il Dio crescita, il “potere distruttivo del capitalismo” (sic!), gli effetti collaterali ritenuti indispensabili per il benessere economico, salvo poi cercare maldestramente di correre ai ripari per i danni sulla salute, a curare il cancro, la leucemia, le patologie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche da benessere, a giocare a guardie e ladri con la natura, a fare dei danni e poi “guardate come siamo bravi” a trovare dei rimedi che a loro volta, con un perfetto circolo vizioso, creano altri danni che richiedono ulteriori invenzioni per contrastarli; ma intanto l’economia gira, si creano i nuovi vaccini, si aspetterà la prossima epidemia per scoprire nuovamente che i comportamenti umani sono deleteri e dannosi (lasciamo stare le teorie complottiste: fin dal primo giorno dell’ epidemia continuo a sostenere che non è necessario pensare che qualcuno deliberatamente abbia creato tutto questo, è più che sufficiente la situazione ambientale, sociale di certe parti del mondo, l’antropizzazione, la promiscuità con altre specie animali in una elevatissima densità di popolazione, leggersi “Spillover” di d. Quammen che dovrebbe diventare libro di testo in tutte le scuole).

Potrei fare anch’io molte citazioni, mi limito a Tiziano Terzani e al suo struggimento per la devastante perdita di tutte le culture asiatiche spazzate via dal capitalismo e dal consumismo occidentale (aveva già capito tutto, la morte prematura perlomeno gli ha evitato l’amara consapevolezza di aver visto giusto). Questa Cina che coniuga il peggio del capitalismo ed il peggio del comunismo!, scartando come immondizia il suo immenso patrimonio culturale e quel poco che ci può essere di positivo nella civiltà occidentale, in termini di democrazia, tolleranza, rispetto dei diritti umani (ma che pena: l’Unione Europea non riesce nemmeno a farli rispettare all’Ungheria e alla Polonia, poi ci si indignava perché un po’ di anni fa il sindaco di Milano di allora aveva rifiutato la cittadinanza onoraria al Dalai Lama perché non faceva piacere al governo cinese!).

Non ne faccio una questione politica, sarebbe riduttivo, tu sai come la penso in merito, che si tratti di una posizione assolutamente trasversale che ha a che fare solo con il buon senso e con la lungimiranza del giocatore di scacchi che riesce a vedere non solo la mossa successiva, ma anche la successione di eventi fino alla sesta, settima, ottava mossa…

Certo, Villa Garrone c’azzecca poco con tutto questo sproloquio, sono sicuro che sia stata costruita con tutta la perizia, la competenza, le conoscenze del caso, con l’aspettativa di poter durare il più a lungo possibile, che potesse essere vissuta e abitata dalle generazioni successive, e mi immagino il dolore degli ultimi abitanti nell’essere costretti ad abbandonarla perché magari ne è rimasto uno solo vecchio, acciaccato e magari senza più la possibilità economica di mantenerla. Forse qualche erede esisteva pure, ma non gli interessava più perché ormai viveva in un edificio moderno e confortevole. Chi lo sa. Ma non è questo il punto.

Certo, sono affascinato da queste visioni, inquietato, stupito, ma non intristito, non provo nessuna malinconia. Vedo il corso degli eventi, il fluire del tempo, provo sollievo, come quando sono in cima a una montagna, per la consapevolezza della relatività di tutto ciò che sta sotto, della piccolezza e della precarietà della condizione umana, ma in un modo positivo, perché mi aiuta a ridimensionare e a dare la giusta dimensione e importanza alla sofferenza, al dolore, all’angoscia che sempre di più permeano l’esistenza nei pochi decenni di vita che ci vengono concessi. Penso con serenità alla transitorietà della vita, non perché la disprezzo, tutt’altro: perché la amo immensamente e voglio viverla il più intensamente possibile, ma sempre con la consapevolezza che in qualsiasi momento, qualsiasi evento può annichilire tutto. Non disprezzo quanto vi è di positivo nella scienza, sono ben contento che qualcuno mi abbia tolto il tumore dandomi un bel po’ di anni di aspettativa di vita, ma sono sempre più convinto che mi ritroverò addosso qualche altra rogna, anche peggiore, come “regalino” ed effetto collaterale di questa tecnologia alla quale siamo indissolubilmente legati e costretti ad accettare per sopravvivere.

Tornare all’età della pietra? a vivere in caverne con candele di cera o con un fuoco da mantenere sempre acceso per tenere lontane le bestie feroci? Ovvio che no. Pensare a una via di mezzo? Semplicistico, ma forse inevitabile. Smettere di chiamare Greta Thunberg “gretina”? potrebbe essere un piccolo, insignificante primo passo per l’uomo… riuscire a conciliare la necessità di sviluppo, di crescita economica, di benessere, di garantire lavoro e reddito a tutti con l’esigenza di garantire anche la salute? Non essere costretti a dare con una mano (il benessere materiale) e togliere con l’altra (il benessere fisico e mentale)? Utopistico. Forse… ma se diventasse inevitabile? Comincio a rompermi le scatole di tutti quelli che di fronte ad un discorso del genere lo troncano subito (anzi lo stroncano) con la famosa domanda retorica: “meglio morire di fame o di cancro?”. Perché il cancro si può sconfiggere, dicono. Non sempre e comunque non a costo zero (ne so qualcosa). E allora anche la fame si potrebbe sconfiggere, forse a costi minori se lo si fa con lungimiranza.

In definitiva vado a vedere e fotografare questi edifici, queste rovine, queste macerie semplicemente perché mi affascinano e le ritengo un buon soggetto fotografico, con una loro dignità artistica ed emotiva. Gli altri mille motivi per cui lo faccio li hai descritti magistralmente tu, mi identifico sicuramente in molte delle tue analisi. Ho ancora la curiosità per lo strano, l’imprevedibile, il disordinato, l’anomalo… e questo mi conforta perché la neurobiologia dice che possederla significa ancora essere giovani da un punto di vista biologico! Guardo avanti, e le rovine e le macerie del passato per qualche strano motivo mi stimolano ad un’immagine ottimistica del futuro.

Amo sempre di più la natura con tutte le sue possenti, maestose manifestazioni. Vorrei fotografare le eruzioni vulcaniche, i tornado, le tempeste, non per il gusto del catastrofico né per sentirmi onnipotente e sfidare la sorte (non ne ho più l’età da tempo!), ma solo per il fascino che provo di fronte ad eventi inconsapevoli, casuali, non voluti né creati, senza nessuna volontà di violenza, di crudeltà, di sopraffazione, di istinto sadico ed omicida. Forse per contrapposizione al fatto che nelle azioni umane tutti questi elementi sono ben presenti se non predominanti.

E allora ben venga la boscaglia che fra alcuni decenni avrà completamente fagocitato Villa Garrone. Se ci saremo ancora ne andremo a cercare qualcun’altra. Ma tu, per favore, non puoi venirci e farti fotografare in tuta da ginnastica, mi togli tutto il pathos alla scenografia ed alle suggestioni del luogo! Impara da tua figlia Elisa, perfetta modella chiaro-scura che emergeva tenuamente nei pochi raggi di sole filtranti fra le rovine, nel suo perfetto out-fit all-black! 

Il decretinatore

di Nico Parodi e Paolo Repetto, 13 novembre 2020

Non ce lo siamo inventato noi (magari così fosse! Faremmo più soldi di Zuckerberg). No, esiste davvero, e non è un elaboratore di piccoli quotidiani decreti ministeriali sulle misure di contenimento della pandemia (anche se, un qualche sospetto che qualcosa del genere esista … ), ma un oggetto molto meno sofisticato, la cui storia è ormai più che millenaria e la cui efficacia parrebbe testimoniata da una miriade di ex-voto: uno strumento che ridona la salute mentale.

Nella chiesa di Saint-Menoux, un villaggio del Bourbonnais, a metà strada tra Lione e Bourges (Francia profonda, tipo “cher pays de mon enfance”), un sarcofago in pietra conserva i resti di un eremita del VII secolo, di nome Menulfo (Menoux in francese) e di probabili origini irlandesi. Di ritorno da un pellegrinaggio a Roma, Menulfo decise di trascorrere in quei luoghi tranquilli e ameni gli ultimi anni della sua esistenza di anacoreta, e di beneficare gli abitanti con i suoi miracoli. È naturale quindi che questi ultimi, riconoscenti, gli abbiano dedicata una postuma devozione. Uno in particolare, lo scemo del villaggio, non rassegnandosi alla sua scomparsa e desiderando condividere ancora la presenza del sant’uomo, arrivò a praticare nella lastra laterale del sarcofago (pare con la complicità del curato locale, e ci azzardiamo a non dubitarne, per motivi che ci paiono ovvii) un foro, largo abbastanza da poterci infilare la testa. Col tempo, a furia di sniffare santità, sembra che il poveretto abbia riacquistato tutte le sue facoltà mentali (il che sarebbe confermato non fosse altro dalla pubblicità che fece alla cosa e dai riscontri, anche in termini economici, oltre che devozionali, conseguiti). Risultato : il villaggio, che prima si chiamava Mailly-sur-Rose, cambia nome, il luogo diventa meta di pellegrinaggi, al punto che vi sorge anche una abbazia di benedettini per onorare il culto e per accogliere le frotte di visitatori, e pare anche che goda di una speciale protezione divina, perché l’attuale chiesa, vecchia di novecento e passa anni, ha attraversato indenne (al contrario del convento benedettino) tutte le guerre di religione e le vicende belliche o rivoluzionarie che hanno insanguinato la Francia nel frattempo. Il sarcofago è ancora là, dietro l’altare (in realtà non è l’originale, ma una copia più tarda, comunque egualmente efficace) e la fama di san Menulfo come rigeneratore di cervelli si è consolidata. I francesi l’hanno battezzato la (o le) débredinoire, da bredin, che nell’idioma bourbonnais locale significa povero scemo (Abbiamo scelto di tradurlo con decretinatore con un po’ di malizia. Una delle ipotesi sull’origine del termine cretino lo fa discendere da chrétien).

Secondo la leggenda, e ancora oggi secondo la vulgata turistica, è sufficiente inserire la testa nel foro per ottenere immediati benefici. Nelle manchette pubblicitarie più recenti si sottolineano gli effetti ad ampio raggio della terapia (la cura ad esempio di emicranie e leggere depressioni), il che ipotizza una utenza molto più vasta. Probabilmente si è preso in considerazione il fatto che i cretini, se non sottoposti a trattamento sanitario obbligatorio, sono piuttosto restii a sapere o ad ammettere di esserlo, e questo spiega perché per accedere alla chiesa non ci sia una fila lunga come il cammino di Santiago, o perlomeno come quelle per il tampone rivela-covid. Nelle istruzioni per l’uso, poi, è inserita una controindicazione: non bisogna toccare con la testa i bordi del foro nel sarcofago, pena ottenere l’effetto inverso e rincretinire totalmente. Qualche dubbio sul fatto che ciò possa avvenire, ovvero di come si possa diventare più cretini di quando si decide di provare la terapia, rimane.

Il che ci porta ad alcune considerazioni:

a) la prima, per una associazione di immagini piuttosto che di idee, rimanda proprio al Covid. Se ricordate, nella primavera scorsa, all’inizio di questa disgraziata vicenda, si è scatenato un training autogeno collettivo a base di “andrà tutto bene” e di “ne usciremo migliori”. Il training parrebbe non avere funzionato, ad occhio e croce la situazione d’emergenza sembra avere piuttosto portato a galla tutti i nostri lati peggiori, e all’epidemia di covid se ne è aggiunta una di stupidità. Colpisce soprattutto il fatto che in molti casi persino le persone toccate direttamente dal contagio nella sua espressione più violenta non ne abbiano poi tratto alcun insegnamento, e nessunissimo miglioramento cerebrale. Trump è rimasto per qualche giorno sotto il casco dell’ossigeno, come avesse la testa infilata nel sarcofago di san Menulfo, ma non ne è uscito per nulla migliorato, al contrario. Forse toccava i bordi dello scafandro, in effetti ha un bel testone, o forse ci sono situazioni cui nemmeno la scienza medica o i santi taumaturghi sono in grado di recare soccorso.

b) Un’altra, meno naive e più cerebrale (quindi ve la risparmiamo, accenniamo soltanto) riguarda la rete immensa, fittissima e onnipervasiva che la Chiesa ha saputo costruire in duemila anni di storia, a base di apparizioni, reliquie, statue o quadri piangenti o sanguinanti, nicchie devozionali esclusive, mete di pellegrinaggio, acque o pratiche di risanamento fisico e/o spirituale, ecc. Abbiamo scritto “ha” ma avremmo dovuto scrivere “aveva”, perché nell’ultimo secolo sono comparsi concorrenti sempre più scafati e meglio attrezzati nella gestione dei nuovi strumenti di convincimento, e la chiesa ha visto restringersi come panni bagnati i propri spazi di controllo (anche se non li ha persi del tutto, e il culto di Padre Pio docet). A Saint-Menoux i pellegrini vanno ancora, ma coi bus turistici, e il foro nel sarcofago lo guardano con la stesso spirito col quale gli studenti (e i loro insegnanti) guardano le punte di pietra del museo preistorico o i gessi delle gipsoteche. Pochissimi però infilano dentro la testa: c’è il rischio di essere filmati e di finire immediatamente sui social, in pasto ai nuovi cretini certificati, quelli contenti e orgogliosi di esserlo, che dai miracoli sono esclusi per statuto.

c) L’ultima considerazione è una bazzecola di carattere letterario; concerne l’assenza di un qualsiasi accenno, nella formidabile “Trilogia del cretino” di Fruttero e Lucentini, a questo millenario spiraglio di speranza per una moltitudine di potenziali utenti. Ci è parso strano che spiriti arguti come i loro non ne avessero notizia. Ma poi abbiamo capito: la trilogia è una sorta di trittico alla Jeronimus Bosch, con visioni infernali in tutte e tre le tavole, e vuole offrire un quadro veridico della situazione italiana. Hanno già dovuto operare delle scelte difficili in un materiale strabordante di imbecillità esemplari. Non c’era spazio per l’importazione dall’estero. Per questo al decretinatore ne abbiamo dedicato uno noi.

Abbiamo infatti pensato che se appena appena un po’ funzionasse, sia pure solo per l’effetto placebo, a fronte del contagio esponenziale che sta moltiplicando negazionisti, complottisti, billionairisti, terrapiattisti, no-vax e compagnia sbraitante, con i soldi del MES si potrebbe cominciare a prenotarne una bella partita, possibilmente in pietra e con salma annessa, da mettere a disposizione di tutti, ma con priorità per le categorie più a rischio, a partire naturalmente dai parlamentari. Se invece il MES non lo vogliamo, si potrebbero organizzare treni come per Lourdes. E diverrebbe allora palese l’urgenza, per smaltire l’enorme traffico, di portare a termine l’alta velocità.

Naturalmente

di Marco Moraschi, 12 novembre 2020

C’è un aspetto importante che questa pandemia ha fatto riaffiorare, ma che tuttavia non mi sembra sia stato ancora analizzato. Il coronavirus è la prima vera emergenza, non causata dall’uomo, a riguardare l’umanità intera da almeno 50 anni a questa parte. Per quanto mi riguarda, è la prima emergenza mondiale della mia vita. Credo che il disorientamento che molti di noi provano di fronte a questa situazione inedita sia dovuto al fatto che per la prima volta nelle nostre vite avvertiamo la Natura come Matrigna. L’immagine della Natura a cui siamo abituati è quella che vediamo nei documentari: paesaggi incredibili che destano invidia e stupore per un paradiso perduto, divelto dalla mano artificiale dell’uomo. Ovunque nelle pubblicità continuiamo a sentire il richiamo del naturale come qualcosa di incredibilmente attraente, che si contrappone a ciò che è invece artificiale, industriale, umano. Vogliamo cibo biologico ritenendolo più sano e sicuro di quell’altro (non saprei neanche come definirlo), ci facciamo i selfie in montagna per mostrare quanto amiamo l’ambiente selvaggio, lanciamo hashtags sui social per difendere l’orso polare che sta perdendo il suo habitat naturale nel pack artico.

Per noi la Natura è madre, è Madre Natura, una divinità buona e antica, la più antica di tutte, ritornata poi sotto altre vesti in Dio Creatore, buono e misericordioso, che ha creato la nostra bella Terra, l’Eden, paradiso naturale andato perduto per colpa dell’uomo. Le nostre remore di fronte a questo virus, e probabilmente il motivo per cui molti ne sono negazionisti, da chi sostiene che non esista a chi ritiene che sia stato creato in laboratorio, derivano credo tutte da quest’unica convinzione: la Natura non può allo stesso tempo essere Madre e aver creato un virus letale, dev’esserci sicuramente lo zampino dell’uomo. Il conflitto risulta ancora più evidente se anziché alla Madre, si pensa al Padre: come può Dio Padre, buono e misericordioso, che si prende cura dei suoi figli, aver creato quest’abominio? La risposta, a mio avviso, è ovviamente che Dio Padre non esiste, ma lascio i conflitti teologici a chi ha più tempo da perdere di me.

Non siamo mai stati così tanto amanti della natura come da quando ci siamo allontanati parecchio da essa, riparandoci al sicuro delle nostre case con riscaldamento, acqua potabile ed elettricità. Se vivessimo la natura da animali tra gli animali, in una savana piena di insidie e pericoli, ne saremmo terrorizzati. Nessun antibiotico a proteggerci dai batteri patogeni, nessuna protezione dalle intemperie, nessun aiuto da macchine artificiali che ci risparmierebbero la fatica. Così al sicuro nella modernità, chiusi nella nostra comoda bolla tecnologica, ci concediamo il lusso di disprezzare tutto ciò che l’uomo ha creato, credendo che un ritorno alle origini possa portare giovamento alle vite di tutti. Attenzione però, qui non si sta sostenendo che la Natura sia matrigna anziché madre. Il punto della riflessione è che l’aver considerato la Natura come Madre ci ha condotto in errore, così come lo farebbe il considerarla Matrigna. Questi appellativi sono infatti totalmente inadatti alla Natura (da qui in avanti lo scriverò con la n minuscola perché non amo gli assoluti): la natura non è né madre né matrigna, non è né logica né sensata, tutti giudizi che rientrano in sistemi di misura totalmente umani e inadatti a descrivere l’universo. La natura, la vita, l’universo non hanno senso perché il senso è una proprietà delle frasi del linguaggio, ed è un concetto che non ha senso (gulp) applicare altrove. La natura non ha naturalmente una propria coscienza e non può quindi essere buona, bella o cattiva: è semplicemente indifferente. Per la prima volta capiamo che la vita dell’uomo, nell’universo, è trattata alla pari delle altre specie viventi: il leone uccide e mangia la gazzella, i virus intaccano l’uomo e lo uccidono. L’uomo non ha nulla di speciale, è un essere vivente come tanti e in mezzo a tanti. La natura non ce l’ha con lui e non lo protegge: gli è semplicemente indifferente, indifferente alle sue vicissitudini quotidiane. Quali insegnamenti o considerazioni si possano trarre da tutto ciò lo lascio a voi, per il momento ci accontentiamo di questa riscoperta: siamo soli e proprio questo dovrebbe essere sufficiente a renderci conto che nella maggior parte dei casi siamo padroni di noi stessi. La scienza, la tecnologia, sono creazioni umane: ciò per cui vorremo usarle determinerà probabilmente il nostro destino. Il Covid verrà sconfitto grazie alle scoperte e alle tecnologie umane: sì, quelle artificiali.

Echi dal passato

di Marco Moraschi, 5 novembre 2020

Eccomi. Manco da molto tempo su queste pagine, ma da quando ho terminato la mia vita da studente non ho ancora imparato a gestire in maniera ordinata il tempo a disposizione. Mi perdonerete se ci siamo lasciati in pieno lockdown con determinati argomenti e riprendo ora a scrivere con gli stessi argomenti di qualche mese fa. Il fatto è che questi mesi di libertà vigilata mi hanno dato la possibilità di riflettere su ciò che leggevo e scrivevo allora e di poter quindi tirare le somme di quanto abbiamo visto. Si sentano in particolar modo chiamati in causa tutti i Viandanti delle Nebbie, in quanto sono andato a rileggere le loro riflessioni dalla Quarantena per vedere un po’ che effetto fa analizzarle a distanza di qualche mese e in prossimità di un nuovo lockdown. Direi che per non perdere le buone abitudini queste riflessioni debbano necessariamente essere strutturate per punti come in precedenza. Non perdiamo quindi tempo.

1. L’impressione che i più avevano a marzo della nostra classe politica era che nonostante nessuno avrebbe dato loro alcun credito prima della pandemia, siano invece apparsi più brillanti di quanto non sembrassero, prendendo provvedimenti unici “a memoria d’uomo”. La verità è che naturalmente la nostra visione era offuscata dalla condensa del respiro sugli occhiali quando si tiene la mascherina: ci siamo auto convinti che data l’eccezionalità e la difficoltà della situazione qualunque decisione fosse adeguata, purché non fossimo noi a prenderla. Nessuno sano di mente vorrebbe infatti ritrovarsi nei panni del Presidente del Consiglio a gestire una pandemia. Dobbiamo molto probabilmente aver pensato che qualunque errore fosse perdonabile, perché la situazione era del tutto inedita e fosse quindi molto più comodo che a decidere come comportarci fosse qualcun altro. Ci rendiamo ora conto di quanto impreparata sia quest’accozzaglia al governo e non: la seconda ondata è infatti caratterizzata proprio dal fatto che non è la prima e quindi ci si aspetterebbe di aver fatto tesoro dell’esperienza dei mesi passati. La politica si mostra invece nelle stesse doti di prima: decisioni raffazzonate prese da un giorno all’altro (la domenica sera per il lunedì mattina) senza alcun piano alle spalle che indichi come procedere se non a tentoni.

2. Dobbiamo però essere sinceri perché come al solito quando ci lamentiamo del governo non ci rendiamo conto che quasi sempre è lo specchio del paese che governa. E infatti non solo il governo è arrivato impreparato alla seconda ondata, ma in ogni ambito, dal pubblico al privato, vediamo una mancanza di organizzazione francamente demoralizzante. Sembra quasi che i mesi primaverili non siano esistiti. Spero che queste nostre lacune siano dovute al fatto che la storia non la conosciamo o ce la dimentichiamo velocemente, piuttosto che alla nostra ferma volontà di ignorarne deliberatamente gli insegnamenti.

3. Sognavamo di uscire dal lockdown e risvegliarci in un mondo migliore di come lo avevamo lasciato. La verità è che, come qualcuno aveva predetto (non io), nulla è cambiato e anzi la situazione sembra quasi peggiore di prima. Il lockdown ci ha insegnato che il mondo è dei furbi: di chi non rispettava le regole e veniva multato e ha poi fatto ricorso vincendolo, di chi non ha fatto il tampone per non rischiare di essere “bloccato” in casa, di chi se n’è fregato della vita di migliaia di persone e non ha quasi visto crollare i propri consensi (leggi alla voce Trump), di chi ha compreso che lo scaricabarile funziona tanto meglio se in corso c’è una pandemia. Viviamo nell’epoca della non responsabilità: tutti parlano, pochi decidono, nessuno ne ha colpa.

4. Su una cosa ci avevamo azzeccato: il mondo non è finito. Non era ovviamente una previsione così difficile da indovinare. Per il momento non siamo sprofondati nell’anarchia e forse è un peccato: a volte dalle ceneri nascono freschi germogli.

5. Questa situazione inedita mi sta facendo però rendere conto che sono cambiato: inizio a comprendere molto di più quanto avevano da insegnarmi le persone con più anni ed esperienza di me. Per la verità le ho sempre ascoltate con grande interesse, spesso perché ne condividevo di più le idee rispetto a tanti altri ragazzi coetanei. Qualcuno si spingerebbe fino al punto di dirmi che sono nato vecchio: arriverà finalmente il giorno in cui la mia età esterna coinciderà con quella interna, vi aspetto lì. A ogni modo mi rendo conto che fino a non molto tempo fa pensavo che non esistesse compromesso per un ideale: ogni cosa in cui crediamo ritenevo dovesse essere difesa senza se e senza ma. Ma mano a mano che vado avanti mi rendo conto che cercare di cambiare il mondo è una battaglia contro i mulini a vento: inutile, estenuante e con poche soddisfazioni. Il problema nasce dal fatto che non mi sono ancora rassegnato a rinunciare a cambiarlo e mi trovo quindi in una sorta di impasse da cui fatico a uscire: mi sento troppo giovane per rinunciare senza lottare a ciò in cui credo, ma non più così tanto da sperare di ottenerne grossi risultati. La mia unica certezza è che non sono disposto a “cambiare me stesso” come i saggi mormorano negli aforismi. Il compromesso a cui posso scendere è di non prendermi impegni a tempo pieno: perfino Dio si è riposato, non vedo perché non possa concedermi anche io altrettanto. Per stasera è tutto, a cambiare il mondo ci penserò domani.

Lode alle relazioni futili

di Fabrizio Rinaldi, 23 agosto 2020

Sul piazzale di casa un’enorme personaggio di Botero è sdraiato a prendere il sole e a guadarmi ogni volta che apro la porta d’ingresso.

In realtà è una catasta di legna, che avendo la forma di un annoiato grassone mi rammenta l’urgenza della sua messa a dimora in legnaia; dovrò farlo certamente prima delle piogge autunnali, ma sino ad ora l’estate afosa ha fiaccato ogni volontà.

L’inerzia dura già dalla primavera scorsa, quando la pandemia imponeva lo stare rinchiusi in casa. Inizialmente ero inebetito dalla situazione, dai dati del contagio e delle allarmanti immagini del coprifuoco, cui si aggiungeva un entusiasmo un po’ cinico per l’inaspettato e obbligatorio riposo. Lo stesso stato d’animo, in misura e in forme diverse, credo si sia diffuso un po’ in tutti.

Le attività lavorative consuete sono riprese dopo le prime settimane, anche se in modalità differenti (come nel mio caso), o si sono definitivamente chiuse per l’impossibilità di reggere situazioni economiche già precarie e rese definitivamente disastrose dalla pandemia. Per certi versi era quindi un esito già pronosticabile: la società odierna si fonda sull’equilibrio tra domanda e offerta, se uno dei due eccede, prima o poi il meccanismo s’inceppa.

Faccio un esempio: Ovada è una cittadina che si regge in piedi sulle pochissime piccole industrie non ancora affossate dalle ripetute crisi e dalla globalizzazione, su una campagna relativamente arretrata e su ben poco altro. Eppure, a fronte di circa 11 mila abitanti, nel 2019 contava ancora una sessantina di bar: un numero esagerato in proporzione agli abitanti. Ovada non è la Venezia del Piemonte.

Dopo tre mesi di chiusura forzata, molti non hanno rialzato la saracinesca, perché sconfitti dagli immutati costi d’esercizio o per l’insostenibilità economica delle nuove norme sanitarie. La stessa cosa è avvenuta per alcuni negozi di abbigliamento, in particolare per quelli più ambiziosi, che offrivano prodotti e praticavano prezzi alla portata delle sole star cinematografiche o dei super-manager. (Credo che l’ultima “celebrità” approdata ad Ovada sia stato Umberto Smaila, al tempo in cui facevano furore le tette delle conigliette di “Colpo grosso”, negli anni Ottanta). Questo mentre nessun imprenditore degno di nota si sognava di vedere questo territorio come una risorsa.

Ma anche molti artigiani hanno subito la stessa sorte. D’altro canto, non serviva essere fini economisti per capire che al primo scossone il castello costruito sull’illusione di un perpetuo benessere sarebbe crollato. Purtroppo la realtà ovadese non è riuscita nei decenni d’oro – e non riuscirà certamente ora, con i chiari di luna che ci attendono – a trovare una nuova identità, o a ritrovare quella antica. I nostri sembrano luoghi destinati al transito, placide colline dove trascorrere al massimo una notte (ma non di più) prima di approdare alla Liguria o alle Langhe.

Sta di fatto che cessato l’iniziale sbigottimento per il rapido diffondersi del virus, e venuta meno anche l’euforia per l’inattesa possibilità di oziare o realizzare ciò che da tempo si rimandava, sembra ora insorgere una generale inerte apatia, indotta dalla consapevolezza che questa situazione andrà avanti per un bel po’. La maggioranza si sta piano piano abituando a seguire gli accorgimenti per rallentare la diffusione del Covid, mascherina e distanziamento in primis, sia pure con diversa convinzione, ma non ha comunque testa per progetti che vadano oltre il giorno dopo. Molti hanno già optato per una fatalistica convivenza col virus, sperando che non li becchi o che lo faccia almeno in forma leggera. Qualcuno poi nega l’esistenza del problema o se ne frega, ma di questi non vale nemmeno la pena parlare, sono lo scotto (pesante) da pagare all’imperfezione e alla specificità umana: solo gli uomini possono essere stupidi.

Per quanto mi riguarda personalmente, constato che l’esigenza del distanziamento ha accentuato in me – ma credo di essere in buona compagnia – una preesistente difficoltà nello stare con gli altri. In effetti, non è che fino a mesi fa fossi un trascinatore di folle, che emergessi per acume o simpatia e che mi trovassi a mio agio nei momenti conviviali: ma sicuramente tolleravo meglio lo stare in mezzo agli altri (a piccole dosi, e in situazioni mediate sapientemente da mia moglie, che catalizzava su di sé le attenzioni). Ora avverto invece quanto sforzo mi costi il riannodare le relazioni con parenti, amici e colleghi: come se l’interesse fosse scemato, lasciando il posto ad una fatica – quasi fisica – a dialogare e manifestare un coinvolgimento.

Prima della clausura una constatazione del genere l’avrei risolta convincendomi che se quelle relazioni si erano concluse un motivo c’era, e che si trattava in fondo di una liberazione. Oggi, alla luce di questo forzato isolamento, devo invece ricredermi sulla loro importanza: in fondo sono esse a creare quell’humus sociale cui attingere nei momenti di solitudine, frustrazione e tedio, quelli appunto che l’attuale stato ci impone. Anche se si tratta perlopiù di legami utilitaristici, di circostanza o di sangue, tutti assieme intessono una sia pur fragile rete di sicurezza, all’interno della quale emergono poi – per dimensioni e resistenza – le poche ma solide funi principali dei rapporti profondi, quelli che davvero rendono la vita sensata.

Le relazioni “futili” riguardano, ad esempio, il fruttivendolo che ti mette una pesca in più nella borsa; il sino a ieri ignorato vicino, che ora mi parla del suo nuovo pavimento in cucina; il sorriso del pizzaiolo che non vedevo da mesi, in quanto anche la pizza mensile familiare era preclusa; la collega che dimostra interesse per le vacanze delle mie figlie, magari mentre sta pensando a come chiedermi le ferie o quale futuro lavorativo avremo (come se fossi un indovino). Bene, tutte queste effimere interazioni plasmano continuamente la personalità, in quanto generano esperienze.

Negli ultimi mesi anche queste relazioni apparentemente inutili si erano rarefatte, così come quelle importanti, in ragione del distanziamento. Purtroppo non hanno trovato in quel periodo adeguate sostitute che garantissero pari appagamento: non c’è social, media o videochiamata che possano rimpiazzare lo sguardo diretto, la postura dei corpi o il contatto fisico, in fin dei conti “la carne” dei nostri simili. Sia chiaro, non sono un caso Weinstein, ma ho aperto necessariamente gli occhi (come molti) su quanto esprimiamo di noi stessi con una stretta di mano, con lo sfiorare una spalla; persino nell’abbracciare e baciare diciamo molto di più di quanto potrebbero fare le parole.

Ci ho riflettuto. Fin da neonati capiamo come gira il mondo attraverso i sensi, in particolare con il tatto, e con quelli cerchiamo di stare al passo. Si sa che la sua privazione ha gravi conseguenza sulla salute, specie per gli infanti. Diventati adulti, escogitiamo altri linguaggi per comunicare le nostre intenzioni, riservando quello fisico solo alle persone più intime. Ebbene: questi mesi di privazione ci hanno dimostrato che siamo sì cresciuti, ma rimaniamo dei lattanti deprivati di un bisogno primario: il contatto fisico con i nostri simili.

Oggi abbiamo imparato che il virus infetta proprio attraverso queste interazioni, fisiche o sociali che siano. E lo si vede dall’incremento dei contagi di questi giorni, causato dalla spensieratezza (leggi “idiozia”) vacanziera. Quindi, senza relazioni il virus morirebbe, ma lo seguiremmo a ruota pure noi, poiché da esse dipendiamo e proprio esse ci caratterizzano. Dobbiamo inventarci una misura di mezzo.

Inoltre, la comparsa della pandemia ha sconvolto non solo i modi dello stare assieme, ma anche la percezione dello scorrere del tempo. Ne impieghiamo molto di più per realizzare ciò che fino a pochi mesi fa sbrigavamo velocemente, fagocitati in una corsa continua: dalla fila per fare la spesa alle interminabili call lavorative, dal cercare di metter giù due idee (come sto facendo ora) al sistemare la legna per l’inverno.

Le restrizioni esterne e lo smarrimento interno ingenerano, come dicevo all’inizio, l’apatia: una non-volontà che ci attanaglia perché le certezze sedimentate nelle nostre vite (e nelle generazioni precedenti) sono state spazzate via. Alla faccia di chi plaude incondizionatamente al rallentamento, però, questa non è una forma di serena tranquillità: nell’apparente stasi fisica e mentale, il nostro cervello cerca in realtà incessantemente una via d’uscita dal pantano, vorrebbe individuare differenti ed originali sicurezze. È vero che non sapendo quando e come ne usciremo viviamo in uno stato di perenne apprensione, e nella speranza di una veloce soluzione (il vaccino?) cui affidarci. Ma sappiamo ormai che una iniezione assolutoria non risolverà i problemi che ci portavamo dietro anche prima, e che hanno condotto a questa attualità.

Forse il grassone spiaggiato sul piazzale non è lì a spronarmi per la sistemazione della legna, ma semplicemente si gode il sole (e i ceppi si seccano), nella consapevolezza quasi mistica dello scorrere placido del tempo: ci attende un inverno lunghissimo, prima del ritorno della primavera. Le rondini non le porterà certamente il vaccino: ma almeno ora abbiamo la consapevolezza (coloro che ce l’hanno, naturalmente) che quello di prima non era il modo ideale di vivere. Forse è ora di assumerci la responsabilità di qualche significativo cambiamento.

Cambiare è sano, inevitabile e funzionale alla vita stessa. Possiamo negare l’evidenza della mutazione, ma avverrà comunque.

Quindi, caro grassone, goditi il sole perché, al primo temporale, ti sistemo io …

Ma che bella giornata!

di Paolo Repetto, 23 giugno 2020

Scendo con la borsa dei rifiuti domenicali. Il cassettone della plastica è, come al solito, strapieno. Ai suoi piedi sono depositati una decina di sacchetti o di scatole di cartone stipati di ogni cosa. Faccio quattordici passi e arrivo all’altro contenitore, al lato opposto dell’esile striscia di “verde pubblico”. È praticamente vuoto. Sono undici metri esatti: lo so perché un tempo mi allenavo a battere i rigori, e la distanza la misuravo appunto in quattordici passi.
Per recuperare l’auto percorro un tratto di marciapiede lungo lo spalto. Lo scorso anno era presidiato da un simpatico e attivissimo ivoriano, armato di raspino e di paletta, col quale ci siamo anche bevuti un paio di caffè e che avrebbe potuto essere l’uomo ideale per la manutenzione del Capanno e del terreno attorno. Il ragazzo non c’è più, qualcuno deve aver segnalato che lavorava e lo avranno immediatamente rimpatriato. Ora le erbacce possono finalmente esplodere nelle crepe del marciapiede, dandoti la gioiosa sensazione di camminare in un sentiero di campagna. Quanto meno, nascondono le cacate dei cani portati a passeggio (avevo già scritto deiezioni, ma è troppo heideggeriano), così che uno le possa agevolmente calpestare ed apprezzare.
In compenso, al primo semaforo è ricomparso il tizio che passa di auto in auto col bicchierino di plastica per l’obolo. Ormai fa parte della segnaletica, ha memorizzato perfettamente i tempi, quando si ritira dalla strada puoi rimettere in moto. Un pulmino lo scarica puntuale ogni mattina assieme ad altri compagni di sventura e passa a recuperarlo la sera. Va avanti così da un paio d’anni. Tutto regolare, comunque: ha la mascherina. E intanto facciamo i flash mob contro lo schiavismo.
Percorro il viale che porta fuori dalla città. È stato appena riasfaltato, dopo essere rimasto chiuso per sei mesi per l’interramento dei cavi della banda larga. Il tempo sufficiente ai cinesi per costruire un’autostrada transafricana da un oceano all’altro. Qualcosa non ha comunque funzionato nella stesura del nuovo manto, perché sembra una pista da cross. A percorrerlo in bicicletta c’è da lasciarci la prostata, ma anche in macchina è una bella prova, sia per gli ammortizzatori che per le reni del conducente.
Alla rotonda finale un idiota inverte le precedenze e per un pelo non si schianta contro un’utilitaria. Non accenna minimamente a scusarsi e fila via sgommando. Vedo nel retrovisore che la ragazza sull’utilitaria, appena superata la rotonda, accosta di lato e scende a respirare. Se la deve essere fatta addosso.
Finalmente sono fuori città. Non accendo nemmeno la radio, non voglio sentir parlare di Conte o di Zanardi (siamo andati avanti per mesi, e ancora non è finita, con centinaia e centinaia di morti anomale e anonime ogni giorno: tutto questo clamore mi sembra un tantino fuori luogo). Voglio godermi il sole di una mattina radiosa, l’aria ancora frizzante e lo spettacolo di una campagna riesplosa ormai da un pezzo. Quest’ultimo però è un po’ disturbato. Nelle cunette ai lati della carreggiata l’erba è alta quasi un metro, e subito al di là c’è una vera e propria striscia di foresta incipiente che copre la vista sui campi. I proprietari decespugliano fino al limite del coltivo, la provincia ripulisce, quando lo fa, solo un metro di margine, rimane la terra di nessuno intermedia, libera di pullulare rigogliosamente e di occultare le schifezze lanciate dai finestrini. Tempo fa avevo proposto di organizzare per i cantonieri provinciali delle gite di istruzione in Austria, perché si vergognassero alla vista delle cunette rasate e pettinate ogni mattina, e per i coltivatori, che là saranno anche pagati per tenere in ordine i terreni, ma almeno lo fanno.
In compenso la strada è rimasta esattamente come lo scorso anno. Durante tutto l’inverno non è sceso un solo fiocco di neve, per cui le buche sono ancora quelle, solo un poco più profonde, perché ulteriormente erose dalla pioggia. Mentre mi esercito in uno slalom che ormai non è nemmeno più eccitante, perché conosco a memoria il tracciato ideale e gli ostacoli, ripenso a ieri sera. Sono andato a prendere mia figlia alla stazione, in tarda serata. Nel piazzale antistante ho assistito ad una lite tra un paio di ragazze di colore e tre loro connazionali che per certo non appartenevano all’esercito della salvezza, con urla e pianti e minacce. Nell’atrio della stazione due poliziotti non si sono lasciati distrarre, hanno continuato a presidiare stancamente lo sbocco del sottopassaggio, dal quale peraltro non sbucava nessuno, perché i treni erano regolarmente tutti in ritardo. Per fare un flash mob eravamo decisamente pochi.
Sotto la pensilina esterna dove ero tornato per fumare, visto che i treni se la prendevano con calma, tre teppistelli di età e di provenienza incerta, di quelli che portano il cavallo dei pantaloni sotto le ginocchia, stavano motteggiando con toni pesanti una ragazza visibilmente impaurita, implorante nervosamente qualcuno che avrebbe dovuto venire a prenderla ed era meno puntuale ancora delle ferrovie dello stato. Le ho fatto cenno di mettersi di fianco a me e ho provato ad incenerire con gli occhi, al di sopra della mascherina, quegli idioti. Qualcosa del disprezzo e della rabbia che mi agitavano deve comunque essere venuto fuori, perché si sono allontanati, sia pure sghignazzando e sputacchiando a destra e a manca, e centrando in pieno il parabrezza dell’auto di un’attempata signora che guidava col finestrino abbassato.
Quando ho recuperato Elisa la mia gamba destra stava ancora ballonzolando, e questo è sempre stato per me il segnale d’allarme del punto di rottura. Prima che ora la gamba riparta nuovamente cerco di cambiare registro, di riandare a cose più piacevoli. In mattinata ero tornato, dopo quattro mesi, al mercatino di Borgo d’Ale. Un sacco di gente, pochi vuoti anche nelle file dei banchi. Bene organizzato, tutti con la mascherina, igienizzanti per le mani dovunque, percorsi a senso unico lungo le file, guidati da enormi frecce bianche dipinte per terra, per evitare i contatti da incrocio. Peccato soltanto che nessuno li rispettasse.
A questo punto devo interrompere bruscamente il filo dei ricordi per inchiodare e lasciar rientrare un demente che mi sta superando in piena curva. È la stessa nella quale lo scorso anno ho scansato per miracolo un altro demente che stava facendo l’analoga bravata in senso opposto. Ormai sono però quasi in vista di Lerma. Ai lati scorre una fila di capannoni industriali uno più brutto e più fatiscente dell’altro. Ne conto trentaquattro, altri sono nascosti nella parte verso il fiume da provvidenziali macchie d’alberi. Di quelli che ho registrato almeno una dozzina sono abbandonati, qualcuno non è mai andato oltre lo scheletro. D’altro canto, qui tutti sanno che per la gran parte la vera destinazione d’uso non era quella sopra la superfice, ma quella sotto. Un paio d’anni fa l’ente che si occupa dei controlli ambientali ha registrato la presenza di strane sostanze nelle acque del Piota, che a monte di questo insediamento industriale non riceve scarichi di alcun tipo. Ma nessuno si è preso la briga di fare due conti e tirare le somme. In compenso noto che stanno invadendo un altro campo nel quale l’ottobre scorso c’era ancora il granoturco, e livellando il terreno. Chissà quanti rifiuti tossici si sono accumulati in questo periodo, a dispetto della quarantena.
Finalmente lascio la piana e salgo verso il paese. La manutenzione dei bordi della strada è sempre la stessa, ma qui non ci si fa più caso, è la natura che si riconquista i suoi spazi e può persino andar bene. Un ultimo sobbalzo all’ingresso in paese. Sul primo muretto, là dove fino a ieri c’era la scritta “W Bartali”, adesso c’è un logo indecifrabile tracciato con le bombolette spray. Ma stanno rimuovendo il vecchio intonaco, sparirà anche quello.
Quando scendo dall’auto, in cortile, e rivedo le mie piante di rose totalmente spoglie, e le peonie rinsecchite e minuscole (le noto perché lungo tutto il percorso ho visto roseti incredibili traboccare dalle recinzioni delle villette, con fiori grandi come piatti da portata e dalle sfumature di colore più stupefacenti), mi accorgo con sorpresa che sono totalmente rilassato. Davvero mi sorprendo, perché oggi lungo il percorso e ieri in Alessandria di rilassante non ho visto granché.
Poi, mentre salgo le scale di casa, finalmente capisco. Ora so il perché di questa sensazione di tranquillità. È che ho constatato come, al di là di tutte le profezie e le previsioni e le analisi socio-psicologiche, in questi quattro mesi nulla e nessuno è davvero cambiato, tranne forse me, che sono invecchiato di colpo di altri dieci anni. Certo, nel futuro prossimo ci saranno crisi economiche, nuove ondate pandemiche, proteste magari violente, ma noi nella sostanza siamo rimasti gli stessi. Non è necessario reggere cinque minuti di un notiziario o di una qualsiasi trasmissione televisiva per capirlo. Tutto è esattamente come prima, magari un po’ peggio.
In effetti la mia non è tranquillità, ma rassegnazione: e tuttavia, egoisticamente, significa che non sarà il caso di caricare le povere ossa di rinnovate speranze e illusioni. Il legno storto di kantiana memoria continuerà a crescere sghembo, fino a che gli sarà consentito crescere, e per me si tratterà invece di resistere solo un altro poco. Per adesso però mi godo questa splendida giornata di sole. Senza mascherina.

L’arte alla prova del coronavirus

di Carlo Prosperi, 8 giugno 2020

Per Sigmund Freud l’artista è un «uomo che si distacca dalla realtà perché non sa adeguarsi al primo scotto che essa esige: la rinuncia a soddisfare le pulsioni; e lascia che i suoi desideri di amore e di gloria si realizzino nella vita della fantasia». Dichiarazione, questa, che sembra agli antipodi di quanto sostiene Tony Godfrey nella sua recente e corposa indagine su L’arte contemporanea edita da Einaudi, in cui tra l’altro scrive: «L’arte contemporanea riecheggia i problemi che affrontiamo nelle nostre vite quotidiane: come dobbiamo comportarci, pensare, a cosa credere». A ben riflettere, però, la contraddizione è più apparente che reale. E basta gettare uno sguardo sugli ultimi olî di Concetto Fusillo, ispirati dalla pandemia del coronavirus, per rendersene conto. Nessuno sfugge al proprio tempo, ai drammi e alle stigmate che lo contraddistinguono, nemmeno quando, per reazione ad essi, l’artista s’involi, sulle ali della fantasia, verso altri mondi. Foss’anche l’Isola che non c’è. O la Luna a cui approda, con l’ippogrifo, l’ariostesco Astolfo, per scoprire, con sua grande sorpresa, che lassù, nel vallone delle cose perdute, «vi son tutte l’occurrenze nostre: / sol la pazzia non v’è poca né assai: / che sta qua giù, né se ne parte mai».

Per anni la critica ha visto nell’Orlando Furioso una fuga dal reale verso il mondo della «pura arte», «dove non è alcuna serietà di vita interiore, non religione, non patria, non famiglia, e non sentimento della natura, e non onore, e non amore» (De Sanctis). Un abbaglio che in epoca a noi più prossima si è riproposto per Tolkien e la sua saga, scambiando per evasione fine a se stessa, per “escapismo”, quella che, nelle intenzioni dell’autore, era un controcanto al tempo presente, alla “nostra miseria fatta da sé” (cfr. Tales from the Perilous Realm), una reazione, se vogliamo, alle miserie dell’età dei robot, alla povertà, alla fame, alla morte. Non è un caso che una parte dell’epistolario tolkieniano sia stato pubblicato con il titolo de La realtà in trasparenza. Le vicende della “Terra di Mezzo” miravano infatti a prospettare «un riscatto dal pensiero di tutta la miseria umana che [esisteva ed] esiste attualmente nel mondo: i milioni di persone divise, angosciate, che sprecano giornate inutilmente – senza contare la tortura, il dolore, la morte, le perdite, l’ingiustizia. Nessun uomo può giudicare quello che sta veramente accadendo al momento sub specie aeternitatis. Tutto quello che sappiamo, ed anche questo in larga parte per diretta esperienza, è che il male agisce sempre con grande potenza e successi continui – inutilmente: preparando sempre e solamente il terreno affinché il bene inaspettatamente germogli. Così accade in generale e così accade anche nelle nostre vite». Per Tolkien, che era credente, la Resurrezione era la più grande “eucatastrofe” possibile. Nei secoli d’acciaio dei totalitarismi, del loro spietato ateismo, della massificazione ideologica, egli contribuì a socializzare valori inattuali – il coraggio, l’amicizia, la comunità, il rifiuto del potere, l’onore, la fede – nella convinzione che l’immersione in un mondo “altro” ci consentisse di rientrare ritemprati nel nostro mondo. Allo stesso modo la vera arte, lungi dall’essere una vana e gratuita fuga dalla realtà, da quelli che Jack Kerouac chiamava il «miserabile qui» e il «pidocchioso adesso», aspira sempre ad essere una intensificazione di essa.

Per tornare a Concetto Fusillo, diremo che egli si sta tuttora misurando con il dramma dei nostri giorni, con la realtà del Covid 19, e lo fa nei modi e nelle forme che gli sono più congeniali: partendo dall’oggi, ma senza assolutizzarlo, senza astrarlo dal suo legame con il passato e con il futuro. Il suo è un atteggiamento che potremmo definire manzoniano, giacché egli rifugge da un’arte meramente emozionale e, per ciò stesso, epidermica, di facile effetto; no, egli ama riflettere e invitare alla riflessione, senza peraltro nascondere il peso emotivo che la situazione esercita su di lui. «Sentire e meditare», insomma. E se, da un lato, questo ne ingigantisce l’angoscia, giacché a quella presente si agglutina quella immane dei secoli e dei millenni trascorsi, quasi a sancire inesorabilmente la miseria della condizione umana, da sempre esposta a mille rischi di morte e di distruzione, dall’altro, però, proprio dall’anamnesi storica ci viene un messaggio di speranza. Sia pure a prezzo di uno scialo terribile di vite e di incredibili sofferenze, l’umanità è sempre riuscita, finora, a scamparla, a superare cioè le prove alle quali la sua fragilità l’ha esposta. Anche a quelle più apocalittiche. C’è in Fusillo, di fronte alla sequela di pandemie che sugli uomini si sono nei secoli riversate e che tante tracce (e ustioni) hanno lasciato nei libri, nelle testimonianze di storici e poeti, ma anche nei documenti d’archivio, lo stesso stupore che faceva dire a Guicciardini: «Quando io considero a quanti accidenti e pericoli di infirmità, di caso, di violenza, e in modi infiniti, è sottoposta la vita dell’uomo, quante cose bisogna concorrino nello anno a volere che la ricolta sia buona, non è cosa di che io mi maravigli più che vedere uno uomo vecchio, uno anno fertile».

Il pittore si affaccia alla finestra, allo specchio. E guarda fuori, traguarda lontano. Dietro alla sinistra sagoma del coronavirus, che incombe minacciosa e ossessiva, si stagliano mille altre epidemie che hanno infestato il nostro pianeta. Una pioggia di fogli vergati a mano si rovescia a cascata davanti all’artista che ne contempla e ne misura la dolorosa portata. Sono testimonianze di vite consunte, di flagelli che, per quanto remoti, si rivelano attuali. Sono piaghe cicatrizzate che si riaprono e buttano ancora sangue. È un passato di cui pensavamo di esserci finalmente liberati, confidando nelle formule magiche della scienza, nei portenti della tecnologia. E invece… Viene da dare ragione a Dickson Carr: c’è «una maledizione insita nelle cose in generale». Così, nei corsi e ricorsi della storia, di quando in quando tornano a irrompere i quattro cavalieri dell’Apocalisse. Tornano i medievali “trionfi della morte”. Il sole stesso si oscura e nella sua spera si disegna il volto grifagno del morbo, lo spettro inquietante del coronavirus. E nella luce crepuscolare, in luogo della hegeliana nottola di Minerva, ecco volitare un nugolo di pipistrelli: gli stessi che volteggiano, malauguranti, intorno all’angelo mantegnesco intento a reggere la scritta dedicatoria ai Gonzaga. L’angelo porta la mascherina e ci fissa con occhi spiritati.

La natura stessa sembra contaminata dal male: non più che qualche albero spoglio su uno sfondo opaco. Di cenere. Memento, homo, quia pulvis es… Nient’altro che un riflesso nello specchio, in un riquadro di finestra. Dentro e fuori si corrispondono, si confondono. Dietro i vetri, sagome indefinite, volti senza nome e senza storia. Destini comuni. Prigionieri costretti alla clausura. Il filo spinato evoca Lager, cavalli di Frisia. Anche questa, in fondo, è una guerra. Ideogrammi cinesi rimandano all’origine della pandemia, adombrano misteriosi messaggi, addensano lo spaesamento. Nemmeno le stelle stanno a guardare. Ed anche l’occhio di Dio, che pure signoreggia dall’alto il creato, sembra assistere impassibile all’opera dissolutrice del morbo. Il mondo, almeno quello che conoscevamo, quello delle relazioni sociali, dell’interconnessione globale, pare andare in frantumi o, meglio, venire obliterato. Di colpo. Qualcuno ha passato una spugna sulla lavagna.

Eppure, ogni morte è (dovrebbe essere) una rinascita. E l’arte non si limita a recitare De profundis, a sigillare epitaffi. L’arte può pure esorcizzare le malattie e la psicosi da coronavirus, può dischiudere nuovi orizzonti, preannunciare – con la Scrittura – «cieli nuovi e terra nuova», prefigurare – chi sa? – un domani diverso, una umanità migliore. Dire insomma una parola di conforto, fare di una tenue sorgente luminosa un’aurora boreale. Come ha detto Jerry Saltz: «La creatività è una strategia di sopravvivenza». E Fusillo non ignora o non dimentica questa lezione. L’angelo del Mantegna – che non a caso proviene dal Rinascimento – ha ali leggiadre di farfalla e già nel mondo greco-romano la farfalla era simbolo dell’anima immortale, di rigenerazione e di resurrezione per i Padri della Chiesa. Dall’albero senza foglie pendono ciocche di ciliegie: azzurre nella loro miracolosa, surrealistica improbabilità. Al globo terracqueo cancellato se ne affianca un altro che, pur segnato dalla calamità sofferta, sembra animato da una nuova volontà di vivere. Pronto a riprendere il suo cammino, sia pure sfrondato da certe deleterie illusioni, da entusiasmi infondati e da folli eccessi di volontà di potenza. Allora, per dirla con le parole rivolte da Enea ai compagni gettati sulle spiagge libiche da una furiosa tempesta, per rincuorarli, forsan et hoc meminisse iuvabit: «forse un giorno proveremo piacere nel ricordarci anche di queste cose». D’altra parte, se è vero che il mondo esisterebbe indipendentemente dall’uomo, non meno vero è che proprio all’uomo, con un atto di coscienza, spetta il compito di dare senso e concretezza alla realtà. Come l’arte da sempre esemplarmente dimostra. Non ultima, anche quella, nutrita di speranza non meno che di consapevolezza storica, di Concetto Fusillo.

 

Alzek Misheff e il compito di Enea

Come se fosse

di Paolo Repetto, 22 maggio 2020

Chi scrive su questo sito (anche chi – come il sottoscritto – scrive decisamente troppo, soprattutto in questi ultimi tempi: tra gli effetti collaterali del Covid-19 va annoverata anche la logorrea) non lo fa per potersi rileggere ogni tanto e congratularsi con se stesso. Il sito non è la vetrina delle nostre vanità o la palestra delle nostre velleità. Se così fosse, avremmo ceffato di gran lunga la ribalta (se preferite, la “location”). È invece, o almeno vorremmo che fosse, l’agorà virtuale nella quale sperimentare e testimoniare la possibilità di incontri e relazioni e scambi spontanei e intelligenti: il luogo insomma di quel famoso “come se” che ciascuno interpreta un po’ a suo modo, ma che in sostanza è la società, o la comunità, nella quale ci piacerebbe vivere. Il divertimento, è innegabile, sta già nel tentativo di immaginarla, questa società: se così non fosse, avremmo chiuso da un pezzo. Ma è più che naturale che a motivarci sia sempre stata anche la speranza di trovare degli interlocutori, qualcuno che leggendoci si senta a sua volta motivato a esprimersi, a concordare con le nostre idee o a discuterle, che è poi la stessa cosa, a proporre uno sguardo diverso sulle stesse cose o lo stesso sguardo su cose diverse: che ci induca comunque a riflettere e a non sederci sulle nostre convinzioni.
A tale speranza, lo ammettiamo, ha sempre fatto da contraltare il timore di una deriva scomposta, come quella paventata qui di seguito da Carlo Prosperi, dello scadimento nella chiacchera, o peggio, nella rissa becera che sembra l’inevitabile esito finale di tutti i blog. Per questo motivo, e anche per le difficoltà tecniche di controllare uno spazio totalmente aperto, non abbiamo fatto del sito un libero pascolo: e in questo modo siamo intenzionati a continuare a gestirlo. Ma, e questo è un altro effetto, in questo caso virtuoso, del virus, abbiamo potuto registrare, proprio nel periodo più nero della crisi e in mezzo alla chiacchera dilagante, voci nuove e intelligenti che ci hanno eletti come interlocutori. Continuiamo quindi a darvene conto, a proporle come esempi di quel dialogo franco e corretto che sta alla base di ogni civile convivenza e, non poniamoci limiti, di ogni vera amicizia. La speranza, a dispetto dei tempi, ha alzato il livello delle sue aspettative: quella attuale è che il dialogo continui e si allarghi a voci sempre nuove. La più recente è quella appunto di Carlo, che non ha bisogno di presentazioni: si presenta egregiamente da solo con questa sua missiva e con le penetranti riflessioni svolte a margine di una mostra orfana, per sua fortuna, di Sgarbi.


Stupirsi di tutto

di Carlo Prosperi, 27 aprile 2020

Carissimo, ho ricevuto quest’oggi il tuo graditissimo messaggio, con il ricco corredo dei tuoi scritti, sempre acuti e liberi (per quanto possano dirsi liberi i nostri punti di vista, sempre ancorati a un retroterra – esistenziale, culturale, sentimentale, ideale, ecc. – che, più o meno consciamente, li ispira – stavo per dire: li nutre – e li condiziona), piacevoli e quasi sempre interessanti. Io non sono un patito del web, anzi, per quel poco, pochissimo di esperienza che ne ho, lo trovo una sentina in cui si annidano i moderni spettri heideggeriani della “chiacchiera”, della “curiositas” e dell’“equivoco”. Preferisco frequentare i miei classici, i miei maestri. O gli amici che – come te – apprezzo per il loro spirito critico, non fazioso, non sentenzioso, non apodittico, bensì problematico, aperto al dubbio: che fanno pensare. Condivido molte, moltissime delle considerazioni che la lunga quarantena ti ha suggerito (in particolare, la risposta a Baricco, del quale non ho la tua stima, a cominciare dallo scrittore, che trovo melenso. Tu stesso, del resto, finisci per… demolirlo. Ciò detto, si può imparare da chiunque ed io, come Gramsci, – si licet -, mi vanto di saper “cavare il sangue anche dalle rape”). Qualcosa del genere ho fatto anch’io nella mia quotidiana corrispondenza con i miei amici (ma non ne serbo copia o memoria) o negli “appunti di lettura” che da un paio di anni – visto la fallacia della memoria – mi sono messo a tenere (cose molto personali: una specie di diario che prende spunto dai libri, dai saggi, dai romanzi e dalle poesie che leggo). So bene che Machiavelli, prima di “entrare nelle antique corti degli antiqui uomini”, si intratteneva e “s’ingaglioffava” all’osteria di San Casciano con quelli che lui definiva “pidocchi”: il web ne potrebbe essere un moderno surrogato, utile per saggiare e conoscere le diverse maniere e le diverse fantasie della fauna umana. Ma la vita è così breve che preferisco, oggi, evitare di perdere tempo con grafomani, mitomani ed esibizionisti di vario genere, con i loro turpiloqui e le loro sgangherate opinioni. Mi basta e, ahimè, mi avanza la mia biblioteca. Credimi: il mio non è elitario disprezzo; tanto più che le mie origini, di cui sono orgoglioso e di cui mai mi dimentico, sono più umili delle loro. Né, per quanto mi sia impegnato, presumo di averne capito – della vita, del mondo, della realtà – più di loro. Anzi, mi riconosco nell’auto-epitaffio di Xavier de Maistre, che ti cito: Ci gît, sous cette terre grise / Xavier, qui de tout s’étonnait; / demandant d’où venait la bise / et pourquoi Jupiter tonnait. / Il étudia maint grimoire, / il lut du matin jusqu’au soir / e but enfin à l’onde noir / tout surpris de ne rien savoir.* Che è poi saggezza socratica. Dai tuoi scritti, di cui spero, quando che sia, di avere da te un esemplare a stampa, mi vengono molti stimoli e mi sono sorpreso di avervi trovato citato Lawrence Durrell, di cui vado in questi giorni rileggendo il celebre “quartetto di Alessandria” (avevo comperato i libri al tempo del Liceo, ma non ne avevo allora apprezzato la genialità, forse non li avevo nemmeno capiti, a giudicare da qualche postilla a margine dell’epoca). È uno scrittore sontuoso e perspicace, di una finezza, psicologica e verbale, che oggi è merce rara. Leggere mi aiuta a vincere il senso di claustrofobia che a volte mi prende. Trovo assurde certe prescrizioni governative: mi dici, fermo restando l’invito a mantenere le distanze e magari a portare la mascherina in pubblico, che senso ha vietare di andare a passeggiare nei boschi, nei prati, a coltivare l’orticello fuori mano (nel nostro caso a Rivalta), a dare il verderame alle viti, a curare il giardino? Che senso ha la quotidiana imbonitura che ci propinano, ossessivamente, dalla tv? E la retorica arcobaleno, stupida e offensiva, di slogan come “Andrà tutto bene”, quando le morti di coronavirus si moltiplicano intorno a noi? “Andrà tutto a bagasce”, mi vien da rispondere. E la giornaliera minestra di menestrelli e di strimpellatori – questa è per loro la cultura – che ci dispensano? Per non parlare delle commissioni, dei comitati, delle “task-force” di tecnici e di esperti di cui si è circondato il governo per non assumersi le sue responsabilità e rimandare “sine die” o comunque prendere e centellinare senza la debita tempestività le proprie decisioni? Quanto agli esperti, mi sai dire donde viene la loro esperienza, se è vero – come è vero – che questa pandemia è un fenomeno inedito, mai prima sperimentato? Lo studiassero, in silenzio e con attenzione, prima di discettare su di esso, di cui tutto, o quasi, ignorano; prima di sparare stupidaggini come hanno fatto, tra i tanti, Stefano Montanari e Maria Rita Gismondo. E Colao? Sarà pur bravo, ma quali competenze ha sull’argomento? Non sarebbe il caso, visto l’andazzo dell’economia, di cominciare a risparmiare, invece di elargire propine a dubbi esperti? Qui poco c’entrano le competenze, molto il buon senso. Sulla tecnologia, da sempre ancipite, la penso come te; sulla scienza, che non ci dà certezze, ma procede per congetture e confutazioni, la penso come Popper. Condivido con te che sia una pia illusione quella di confidare in un miglioramento dell’umanità, in un cambiamento di mentalità e di stile quale esito di questa crisi: temo che, a parte l’impoverimento generale, non vedremo grandi metamorfosi e nemmeno significative resipiscenze. Tra un po’ saremo solo più feroci di prima… Ma non voglio tediarti oltre. Ti mando un articolo, che uscirà sul prossimo numero de “L’Ancora”, in cui potrai, fra le righe, vedere come la penso su vari temi che ti hanno ispirato. Un abbraccio, fraterno ma virtuale (di questi tempi non si sa mai), e a presto.

Qui giace, sotto questa terra grigia, / Xavier, che di tutto si stupiva; / chiedendosi da dove arrivasse la tramontana / e perché Giove tuonava. / Studiò ogni libro sapienziale, / lesse da mattina a sera / e arrivò infine all’onda nera / sorpreso di non sapere ancora nulla.

Alzek Misheff e il compito di Enea

di Carlo Prosperi

Al vedere i 9 interni di Palazzo Thea di recente realizzati da Alzek Misheff in verderame e matita, siamo rimasti ammirati sia della sapienza tonale sia dell’impaginatura che dà respiro agli ambienti e nello stesso tempo ne sa rilevare le strutture architettoniche e la stratificazione storico-culturale. La dimora aristocratica sopravvive alle generazioni che tuttavia le imprimono il loro sigillo e ne preservano l’aura. È lo specchio della Tradizione, che non è un fossile, ma un lascito di valori da declinare in sintonia coi tempi, un patrimonio che dal passato si protende dinamicamente verso il futuro, garantendo una continuità e prospettando un senso, contro la marea montante del nichilismo. In un rifiuto tanto dell’idolatria quanto dell’amnesia del passato, visto e vissuto come sprone di emulazione, come esempio da attualizzare: in vista di egregie cose o, come si suol dire, ad maiora.
Crediamo che non si comprenda appieno l’intenzione dell’artista se non si tiene conto dei tempi che stiamo vivendo. E della sua stessa parabola evolutiva, dall’avanguardismo più spinto alla ragionata riscoperta della tradizione, che ha il carattere di una palinodia. Dovessimo ricorrere a un’immagine esemplare, per farci capire, non sapremmo trovare di meglio che evocare quella di Enea in fuga da Troia, immortalata da pittori come Raffaello e Federico Barocci, da scultori come Bernini e Chia. Enea che regge sulle spalle il padre Anchise e mena per mano il figlioletto Ascanio è simbolo di una pietas sempre più rara. Dietro di sé l’eroe troiano lascia una città devastata, in fiamme, davanti a sé ha un futuro quanto mai aleatorio, ma sa che per dare un futuro al figlio deve farsi carico del passato: del padre e dei Penati che egli reca con sé.
Si dice che il poeta Giorgio Caproni traesse ispirazione per il suo poema Il passaggio di Enea da un gruppo statuario di Francesco Baratta da lui casualmente intraveduto nel 1948 a Genova, tra le macerie della città bombardata. Quella scultura lo colpì, perché rifletteva la drammatica incertezza del tempo, sospeso tra le rovine di un passato che rischiava di andare perduto per sempre e l’angoscia di un futuro estremamente fragile e precario. Enea cerca insomma di salvare il salvabile e, tutto preso dal senso del dovere, si avvia, anche a costo di smarrire la moglie (l’amore), verso un imbarco, nella speranza di trovare «un altro suolo». Ecco, ci sembra che Misheff rappresenti al meglio lo spirito di Enea, che lo incarni anzi, rinnovandolo, alla luce dell’attualità.
Il suo discorso muove da una aperta critica alla modernità e a quella sua (in)versione in negativo, se fosse possibile, che è la post-modernità. Se il moderno aveva negato la Tradizione, il postmoderno – che è la negazione della negazione – inizia quando la modernità ha distrutto tutti gli aspetti premoderni. La postmodernità – a dire di Aleksandr Dugin, “un futuro che è già presente” – è l’apocalisse della civiltà, “una forma di satanismo e di nichilismo in cui proliferano il politicamente corretto, l’ideologia gender, il femminismo e il post-umanesimo”. La modernità è fiorita sull’oblio dei padri, prima rinnegati e poi uccisi. In nome di quelle “magnifiche sorti e progressive” già irrise da Leopardi: in nome cioè di una forsennata volontà di potenza, di un progresso senza limiti e senza misura.
Walter Benjamin ne ha dato una impeccabile illustrazione: «C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera».
Ebbene, nonostante queste e altre sinistre premonizioni, si è fatto finta di niente, si è continuato in una sfida faustiana che ha portato a due guerre mondiali, a immani carneficine. Illusi dalla tecnologia trionfante e convinti di essere finalmente padroni del proprio destino, gli uomini hanno prima brindato alla “morte di Dio” e poi si sono votati al “vitello d’oro”, idolatrando il Mercato, il consumismo, la moda. La moda è lo specchio fedele della modernità che si autodivora, che di continuo deve rinnegarsi per sussistere, un’immagine di quella che Hegel giustamente chiamava “cattiva infinità”. L’assurdità di una economia basata sul circolo vizioso produzione-consumo è la stessa del cane che si morde la coda.
Nel deserto dei valori – ma già siamo nella post-modernità – l’unico valore superstite è quello della merce: il valore di scambio. Il mercato mondiale è stato prospettato come preludio alla pace universale, superamento dei confini, cancellazione delle barriere. Si è così avviato un processo di globalizzazione finanziaria, economica, tecnologica e culturale che ha portato alla disgregazione delle comunità tradizionali, alla rottura dei legami sociali familiarmente consolidati, a quella “confusion de le persone” che per Dante è sempre “principio […] del mal de la cittade”. Dimenticando che, quando la natura dei legami sociali è percepita come estranea, gli uomini si sentono inibiti alla piena realizzazione di sé. Già Isaiah Berlin aveva intuito l’astrattezza e l’artificialità, soprattutto in ambito morale, degli appelli all’universalità. Specialmente quando presuppongono la cancellazione dell’identità. O ad essa preludono.
La modernità ha sradicato gli individui dalle comunità di appartenenza, ammassandoli nei falansteri urbani, riducendoli a numeri, a tessere anonime di un mosaico informe, privandoli dell’anima. Ci si è così dimenticati dell’ammonimento di Bergson, che già agli albori del ’900 auspicava proprio “un supplemento d’anima” quale antidoto alla umana perdita d’identità nell’epoca dominata dal progresso tecnologico. Ci si è illusi che bastasse il benessere a riempire il vuoto esistenziale, ignorando che non di solo pane vive l’uomo. “Dategli, all’uomo, – diceva Dostoevskij – tutte le soddisfazioni economiche in modo tale che non abbia alcuna preoccupazione che dormire, mandar giù brioches e darsi da fare per prolungare la storia universale, riempitelo di tutti i beni della terra, e immergetelo nella felicità fino alla radice dei capelli: alla superficie di questa felicità, come su quella dell’acqua, scoppieranno delle piccole bolle”. È appunto quello che sta avvenendo.
Nella tracotanza con cui l’uomo ha preteso di sostituirsi a Dio c’è alcunché di luciferino. Si pensi alle odierne megalopoli, a quegli avveniristici grattacieli che stanno fiorendo, spesso per volontà di nuovi satrapi, come suadenti fleurs du mal, frammezzo allo squallore che li circonda, da New York a Dubai, da Baku a Shangai, da Astana a Bangkok. Si pensi al Bosco Verticale progettato dallo Studio Boeri nel Centro direzionale di Milano, ai margini del quartiere Isola. Siamo di fronte a nuove torri di Babele, a sfide che suonano oltraggio: al buon senso prima ancora che a Dio. Un certo capitalismo ha sradicato l’uomo dalla Natura, ne ha esaltato il carattere prometeico, ma questa hybris preannuncia e prepara – come ben sapevano i Greci – la catastrofe.
Via via che “la gabbia d’acciaio” della modernità si è imposta, con lo sviluppo della scienza e della tecnica, con il distacco dalla terra, con l’esodo dalla campagna, con l’affermazione delle varie rivoluzioni industriali (e post-industriali) che si sono susseguite, lo sradicamento degli individui si è intensificato. L’urbanesimo ha fatto il resto. Una diaspora di atomi ha fatto seguito al declino delle comunità. Gli individui, così sradicati, sono stati ridotti a numeri, a codici, a esseri anonimi, senza qualità. Dove sono finiti – si chiedeva Garcia Lorca in Poeta en Nueva York – gli oliveti, il mare, le campagne dorate, le conchiglie?
L’aurora di New York possiede / quattro colonne di fango / e un uragano di colombi neri / che sguazzano nell’acqua imputridita. // L’aurora di New York geme / su per le immense scalinate / cercando in mezzo agli spigoli / nardi di angoscia disegnata. / L’aurora arriva e nessuno l’accoglie nella bocca / perché là non c’è domani né speranza possibile. / Talvolta le monete fitte in sciami furiosi / traforano e divorano bambini abbandonati. // I primi ad affacciarsi comprendono nelle ossa / che non avranno l’eden né gli amori sfogliati; / sanno che vanno al fango di numeri e di leggi, / a giochi privi d’arte, a sudori infruttuosi. / La luce è seppellita da catene e frastuoni / in impudica sfida di scienza senza radici. / Nei quartieri c’è gente che barcolla d’insonnia / come appena scampata da un naufragio di sangue”.
È di qui – crediamo – che bisogna partire per comprendere l’ultimo Misheff e i suoi interni domestici. Questi nascono infatti contemporaneamente e in dialettica antitesi ad altre sue opere dedicate a folle oceaniche angosciate sullo sfondo di città-simbolo (New York, Parigi, Milano), in attesa o in procinto di essere travolte da uno tsunami devastante, da un turbine vorticoso. Folle solitarie, senza identità, sullo sfondo di città alveari, di città formicai, delle quali solo Caino poteva essere il fondatore. In queste opere di Misheff si avverte l’eco di un dramma collettivo che trova analogie nell’Ansia e nell’Urlo di Edward Münch, nelle “maschere” di James Ensor, in altre opere d’area simbolistico-espressionistica. L’espressionismo – dal latino exprimere – riflette infatti sull’esterno uno stato d’animo generalmente perturbato e commosso, così che a dominare è sempre un senso di marcata solitudine, anche quando ad essere raffigurata è una moltitudine di persone. Il simbolismo mira invece a imprimere carattere esemplare, di universalità, a quanto vi può essere di (auto)biografico o di aneddotico in un’opera. Ed è a questo, appunto, che mira Misheff, con tecnica peraltro affatto personale, nei suoi ultimi lavori nati all’ombra del flagello biblico del coronavirus.

    

Nell’insieme e mutatis mutandis, gli interni, austeri e maestosi ad un tempo, di Palazzo Thea ci ricordano le Antichità romane di Piranesi, la cui grandiosità dà l’idea dell’imponenza di una civiltà, di fronte alla quale gli uomini d’oggi tendono a scomparire o, se non altro, a passare in secondo piano. Perché è vero che, forti della potenza che si sprigiona dalla tecnica, abbiamo l’impressione di essere superiori ai nostri padri, di spingere il nostro sguardo più lontano e più a fondo di loro, ma non ci accorgiamo che questo non è merito nostro: ciò in realtà avviene – come aveva intuito l’acume di San Bernardo – perché, pur essendo noi dei nani, poggiamo sulle spalle di giganti. Non è un caso che per designare gli antenati i Latini usassero il termine di maiores. «Chi fuor li maggior tui?» chiede Farinata a Dante nel decimo canto dell’Inferno. È una domanda, questa, che anche noi dovremmo porci più spesso, magari solo per verificare se ne siamo degni eredi.
In tempi di clausura e – per alcuni, ahimè – di claustrofobia, la casa, oltre che ricettacolo di affetti e di memorie, può anche riassumere connotazioni sacrali. Non a caso il latino, con il termine aedes – da cui i nostri “edile”, “edilizia”, “edificio”, etc. – designava tanto la casa quanto il tempio. Ambedue spazi “augusti”. E d’altra parte che altro è il duomo, se non la domus dei Latini, nel senso di domus Dei, di “casa di Dio”? La casa è anche un asilo, dal greco asylon, “luogo inviolabile, dove non vige il diritto di cattura”: nido, quindi, e rifugio. Ma, per esser davvero tale, dev’essere ospitale, piena di attrattive, ingentilita dall’arte. Luogo d’intimità e di sublimità, dove le sister arts – la pittura, l’architettura, la musica, la scultura, la poesia e la letteratura (qui evocate dai libri, dalla libreria) – sono pronte ad accogliere, a consolare, a intrattenere, a prefigurare un “mondo nuovo e una terra nuova”, più umana perché meno obliosa del senso della misura, del limite, del giusto mezzo. La funzione, insomma, che nel Decameron del Boccaccio, durante la terribile “peste nera”, è demandata al racconto. La casa come buen retiro, come angulus da cui guardare al formicaio del mondo. Odi profanum volgus et arceo [“Odio il volgo profano e me ne tengo a distanza”], diceva infatti il grande Orazio, che dell’angulus fu sommo cantore.