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Fenomenologie della borraccia

di Fabrizio Rinaldi, 10 aprile 2021

Una delle cose che i nostri progenitori hanno dovuto imparare a loro spese, una volta scesi dagli alberi e inoltratisi nella savana, è che conviene sempre portarsi dietro dell’acqua, perché non è detto che la si trovi ovunque.

Fenomenologie della borraccia 02Si ingegnarono quindi a creare dei recipienti adatti, possibilmente poco ingombranti, leggeri e infrangibili. Questi requisiti si trovano tutti perfettamente sommati negli otri, sacche di pelle conciata, di vacca o di capra, a tenuta stagna, che hanno accompagnato per millenni la crescita di tutte le civiltà e che sono rimasti nell’uso comune fino alla metà dell’Ottocento.

Fenomenologie della borraccia 03È a quell’epoca infatti che un torinese, Pietro Guglielminetti, introdusse la grande novità, perfezionando per le truppe del Regio Esercito un contenitore in legno, in pratica una botticella piatta da un lato, per poggiare comodamente sullo zaino o sul fianco del soldato, e curva dall’altro. La novità venne adottata da tutti gli eserciti europei, raro esempio di una pratica comune alle forze armate: tutti i soldati bevevano dallo stesso tipo di recipiente. Era nata la borraccia.

Che l’oggetto abbia una origine militare lo si desume facilmente dalla capienza. Nella versione classica questa varia dal mezzo litro al litro, ed è pensata per le necessità di un singolo, adulto e addestrato ad una certa resistenza. Quanto sia sottodimensionata per impieghi diversi, ad esempio per uscite familiari, lo si capisce subito, dopo la prima escursione con moglie e marmocchi al seguito. E a poco serve dotare ciascuno dei membri della famiglia di borraccia, alla fine si dovrà cedere la propria riserva d’acqua ai dissetati, compreso al cane.

Tecnicamente, la borraccia ha una chiusura a scatto o con tappo filettato, a volte è provvista di ganci per appenderla allo zaino o alla tracolla; quelle più raffinate possono essere termiche, a doppia parete, altrimenti il contenuto può essere mantenuto fresco con un rivestimento in panno opportunamente bagnato. È insomma un oggetto dalle caratteristiche tecnologiche abbastanza elementari.

Fenomenologie della borraccia 04Agli inizi del Novecento il legno è stato sostituito dall’alluminio, mentre la forma classica è rimasta ancora per qualche tempo quella: ma nella seconda metà del secolo si sono moltiplicati i materiali, le misure, le forme e i colori. E sono cambiate anche la platea degli utenti e le occasioni d’uso. Per non parlare dei contenuti. Per un certo periodo però ha conosciuto un calo di popolarità, sostituita della ormai onnipresente bottiglietta di plastica. Oggi è in netta ripresa, e vedremo dopo il perché.

Accennavo prima al fatto che la borraccia, nelle sue successive svariate tipologie, ha accompagnato (letteralmente), umile e discreta, il cammino delle civiltà. Forse non ci abbiamo mai fatto mente locale, ma il possesso o meno di una borraccia ha significato per moltissimi uomini la vita o la morte. Nei film western è quasi un classico: per una borraccia ci si uccide, l’eroe la condivide con gli altri o col suo cavallo, è l’ultimo oggetto del quale l’appiedato che attraversa il deserto si disfa.

Fenomenologie della borraccia 05 aIn qualche caso è diventata un’icona della solidarietà o della sportività: Bartali che passa la borraccia a Coppi (o viceversa, a seconda delle tifoserie), l’alpinista che soccorre il sopravvissuto della cordata rivale (si presume, con quella della grappa). In altri della malvagità: il cattivo che ne versa il contenuto a pochi centimetri dal volto dell’eroe sepolto sino al mento nella sabbia, o che lo abbandona dopo aver bucato e reso inservibili i contenitori. Insomma, dietro un oggetto tanto semplice e scontato c’è la Storia e ci sono tante singole storie.

Fenomenologie della borraccia 05Sino a ieri. Perché oggi le cose sono un pochino diverse. Oggi la borraccia è una icona pop. Lo è particolarmente da quando Greta Thunberg, nel 2019, ha cominciato ad usarla durante il suo peregrinare per il mondo. È assurta a simbolo, come la lanterna di Diogene: Diogene con quella voleva significare che la civiltà greca si era involuta su se stessa, Greta con la sua borraccia richiama l’uomo ai suoi doveri nei confronti della natura, vuole creare consapevolezza del comportamento suicida che ha adottato, e non solo nella sfera ambientale, ma anche a livello sociale, civico ed etico. Per ora Greta ha trovato sui suoi passi solo personaggi del calibro di Trump, che in un western la borraccia gliela avrebbero sadicamente bucata. Deve stare attenta ai deserti …

Nella sua nuova esistenza simbolica la borraccia viene sfoggiata in infinite colorazioni e forme, ad ogni occasione: le aziende ad esempio la usano per trasmettere un’immagine “green”, limitandone naturalmente l’utilizzo a favore di tele/web/foto-camere.

Nell’epoca pandemica in cui è un atto quasi sovversivo l’andare per sentieri, la primigenia pelle di vacca cucita affinché potesse contenere liquidi per dissetarsi durante le migrazioni, è diventata la borraccia moderna, spesso dalla forma sinuosa e dall’inquietante allusione fallica, la cui “punta” fuoriuscirebbe dalla tasca esterna degli zaini di escursionisti e camminatrici.

Ho notato che in molte case, almeno a giudicare dal moltiplicarsi obbligato dei collegamenti “domestici” via web, quelli di lavoro o di meditazione o quelli con i talk televisivi, per sproloquiare di politica o di cultura, è ormai un vero complemento d’arredo. Troneggia sulle scrivanie, occhieggia dagli scaffali alle spalle, fra i libri.

Fenomenologie della borraccia 06Del resto, già ai tempi d’oro degli show televisivi c’era un altro oggetto da ostentare a favore di camera: la tazza. Negli Stati Uniti il salotto buono di David Letterman l’ha resa un elemento imprescindibile per comunicare informalità, confidenza e, allo stesso tempo, permettere fra un sorso e l’altro la pausa necessaria a trovare la battuta azzeccata o a glissare la domanda inopportuna.

Sostituirla oggi con la borraccia mi pare un po’ eccessivo, ma forse è un problema mio, che sono rimasto attaccato al suo uso millenario. D’altro canto è sconsigliabile bere dalla borraccia avanti ad una webcam, poiché l’atto di portarla alle labbra, oltre ad essere cafone, può apparire anche un malizioso messaggio sessuale, soprattutto nella malaugurata circostanza in cui ci si dovesse sbrodolare sentendo ripetere dall’altra parte dello schermo che sono necessari dei cambiamenti radicali per migliorare l’ambiente. Meglio limitarsi all’uso ornamentale e simbolico.

La borraccia dà comunque le sue brave soddisfazioni. Girando un po’ su internet se ne trovano di magnifiche, presentate in modo che solo a vederle ti viene una gran sete e al tempo stesso ti vergogni per non aver ancora adeguatamente contribuito a “migliorare l’ambiente” comprandone una (o dieci, o cento). Esistono delle vere e proprie collezioni annuali, come fossero capi d’abbigliamento di alta moda, e la scelta va da quella Decathlon, del costo di pochi euro, a quella marchiata Larq, acquistabile a soli 240 euro; da quelle griffate da designer di fama a quelle che mantengono costante la temperatura del liquido per più di un giorno (molto indicata per le maratone televisive). Non manca naturalmente quella di Chiara Ferragni. Per i feticisti dei quadernetti Moleskine, poi, ci sono le Momoblottle, a forma di taccuino.

In questo momento la necessità di ridurre l’uso di plastica monouso col rimpiazzo di posate e bicchieri biodegradabili stride con l’enorme produzione e consumo di ammennicoli anch’essi monouso derivanti dalla pandemia: mascherine, guanti, siringhe, camici, visiere, barattoli, ecc… Però ci si lava la coscienza usando la borraccia firmata.

Viviamo questo incredibile paradosso per il quale, pur essendo tutti segregati in casa da oltre un anno, le vendite delle borracce sono aumentate, in contraddizione evidente con la loro funzione di abbeverare chi è lontano da rubinetti o frigoriferi. Potenza dei simboli.

Chiariamo una cosa: io non ce l’ho con le borracce. Ne possiedo almeno un paio. Sono davvero un’alternativa alle bottigliette di plastica usa e getta (ne vengono gettate millecinquecento al secondo) che inquinano da decenni, e continueranno a farlo per centinaia, se non migliaia, di anni, il nostro habitat, destinando all’estinzione molte specie animali e vegetali. Usarle in loro vece, oltre a farti sentire alla moda e a lenire le tue frustrazioni frustrazione, un piccolo contributo alla pulizia del pianeta lo dà.

Quindi mi va bene anche immergermi nel mare delle bottigliette “green”: ma possibilmente al Decathlon, o giù di lì, e ricordando il senso e l’uso originario degli oggetti. Non mi piace che si faccia leva sul mio senso di colpa di inquinatore per farmi credere che acquistando una borraccia adotterò dei comportamenti più sani e più giusti. Soprattutto mi dà fastidio che un oggetto che mi è sempre stato caro, che ho usato da sempre con tanta naturalezza, dedicandogli anche qualche attenzione per preservarne l’igiene, e che mi ha accompagnato silenzioso in molti momenti belli della mia vita, venga banalizzato a specchietto commerciale e ideologico per i merli.

Detto ciò, mi è rimasta un’irresistibile voglia di calzare gli scarponi, zaino in spalla, ed evadere dalla clausura. Di camminare veloce per allontanarmi il più possibile da webcam, borracce tech e quant’altro di digitale. Di raggiungere un solitario cucuzzolo (magari – restrizioni permettendo – sul Tobbio) e bermi finalmente una sorsata d’acqua dalla mia più vecchia e ammaccata borraccia.

Fenomenologie della borraccia 07

 

Archimede sulla spiaggia di Ortigia

di Maurizio Castellaro, 11 dicembre 2020,

Ho trovato in rete la foto di questa aula scolastica. Al centro della parete troneggia una lavagna digitale, ai lati due piccole lavagne di ardesia. Manca il videoproiettore, quindi il dispositivo è di fatto un grosso pezzo di metallo inutilizzabile. Immagino che la lampada del videoproiettore si sia bruciata e non sia più stata sostituita (costa parecchio). Presumo allora che le attività didattiche in classe trovino sfogo sulle due lavagne ai lati, piccole e poco visibili ancelle del metallico totem silenzioso che è stato posto sull’altare (sopra di lui infatti resiste solo il crocefisso). L’immagine è chiaramente un simbolo del fallimento delle velleitarie politiche di digitalizzazione della scuola, ma ora non ho in mente questo.

Vorrei tentare un confronto tra lavagna digitale e lavagna analogica (quella tradizionale di ardesia, per capirci), basandomi semplicemente sulla mia esperienza di insegnante. Se voglio spiegare ai ragazzi come si calcola ad esempio il minimo comune denominatore tra frazioni devo: mettermi accanto alla lavagna, controllare il tono di voce, cercare gli sguardi dei ragazzi, coinvolgere i più distratti, chiedere ai più fragili se han capito, fare ridere tutti con qualche battuta scema, gratificarli per le risposte giuste, accogliere quelle sbagliate, rispiegare tre volte in modi diversi. Insomma, il solito armamentario che già raccomandava Socrate, maestro dell’ascolto e della domanda, e che oggi chiamiamo causalità circolare, feedback, tranfert, ma che è insomma sempre quella roba lì. In questo processo la lavagna di ardesia è un’alleata discreta. Non fa rumore, è immediatamente pronta all’uso, consuma poco (due o tre gessi all’ora) e non ha memoria.

Proviamo ora ad immaginare la stessa spiegazione con una lavagna digitale. Se sono riuscito ad accendere PC, lavagna e proiettore, e a far partire il programma di gestione, devo verificare che le licenze d’uso siano ancora attive, che la penna digitale non abbia le batterie scariche e che non cada a terra danneggiandosi, che gli studenti, indecifrabili nella penombra, non si distraggano troppo (è noto che la lavagna digitale è nemica del sole, come i vampiri). Tutti gli attori sono rivolti al totem luminoso, mentre la concreta gestione del dispositivo viene a interporsi nella relazione insegnante/classe, rendendola più faticosa. Così descritta la lavagna digitale può essere definita un medium che si mette in mezzo, non un facilitatore, ma un ostacolatore della relazione, che cerca macchinosamente di riprodurre la fluida dimensione analogica dell’apprendimento. Facile e immediata l’obiezione: e l’accesso alle infinite risorse della rete dove lo mettiamo? A parte che ormai i ragazzi hanno accesso illimitato a internet grazie ai cellulari che tengono spenti nello zaino (la scuola, monoteista e monocratica, vede i cellulari individuali come possibili tentazioni ereticali, anche se sono utilizzati per imparare), vogliamo parlare dell’efficienza della rete nelle scuole? Nelle scuole che conosco anche la linea più performante ha, nell’ultimo tratto che porta agli utilizzatori finali, un’efficienza che è paragonabile a quella delle attuali gallerie sull’A26 nel tratto tra Ovada a Masone. Se a questo si aggiunge l’ulteriore dispersione del segnale conseguente alla connessione wi-fi di decine di dispositivi in contemporanea, si hanno come risultato lezioni di DAD che assomigliano spesso a commedie degli equivoci disperanti perché mal scritte, che tutti sperano finiscano prima possibile, dato che alzarsi e andarsene è maleducazione.

Io non sono esperto di neurofisiologia, ma penso che la storia della nostra evoluzione abbia stretto un nodo indissolubile tra il modo in cui funziona il nostro cervello e il modo in cui funzionano le nostre dita. Prima ancora della scrittura penso ai meravigliosi disegni dei primitivi nelle grotte, e prima ancora ai frammenti di pietra e di osso afferrati e lavorati grazie ai nostri pollici opponibili. Stiamo parlando di milioni di anni di esperienze di manipolazione e concettualizzazione racchiuse nel nostro DNA, in cui il sistema del pensiero ha affinato la capacità di interconnettersi con il sistema della motricità fine, in un rapporto di interdipendenza, in cui il pensiero rimanda al gesto e al segno, per poter produrre nuovo pensiero. È quello il nostro linguaggio macchina, fondamento di tutti gli altri linguaggi derivati. Se volete una prova immediata di tutto questo, pensate al valore in termini di interiorizzazione dell’apprendimento garantito dal “copia/incolla” dalla rete che gli studenti propinano da anni a insegnanti inconsapevoli o conniventi, e confrontatelo con il livello di apprendimento che si ottiene sintetizzando lo stesso testo a mano su un foglio di carta, utilizzando frecce, colori, sottolineature, cancellature. E’ evidente, non c’è partita. In fondo se ci facciamo caso lo stesso mondo del digitale è ben consapevole della sua subalternità alla realtà analogica. Imita il libro di carta, la tavoletta dello scriba, la tavolozza del pittore, lo strumento del musicista. Intendiamoci, io questi programmi li uso da anni per lavoro e li trovo indispensabili, e credo che in infiniti settori della nostra vita il digitale e la rete ci stiano migliorando la vita. Però se pensiamo al mondo dell’educazione e dell’apprendimento, e soprattutto alla fase evolutiva degli studenti, dobbiamo ammettere che, dopo l’entusiasmo iniziale, sempre più numerosi ci scopriamo a pensare che forse a questo meraviglioso flusso di silicio fatto di zero e uno, in fondo, manchi qualcosa. Forse è la profondità, forse è il tempo, forse è il peso della materia che viene piegata dal gesto. E allora mi ritrovo a ipotizzare che tra vent’anni quella lavagna digitale da cui siamo partiti, inutilizzato e arrugginito simbolo di una fase della nostra cultura dell’educazione, verrà finalmente smontata e depositata in scantinato, mentre nel frattempo milioni di piccoli gessetti bianchi, grazie alle due piccole e umili lavagne di ardesia, avranno comunque aiutato i cervelli di decine di migliaia di ragazzi a capire il calcolo del minimo comune denominatore tra frazioni, e forse anche altre cose non meno importanti.

Archimede di Siracusa, sulla spiaggia di Ortigia, traccia segni sulla sabbia con uno stecco. Sta lavorando ad un nuovo teorema, ma per ora la soluzione gli sfugge. Corregge e cancella col palmo della mano, riscrive e cancella ancora. Ora si è preso una pausa, sa che le idee arriveranno, prima o poi. Si sofferma a guardare un attimo il tramonto e sorride tra sé e sé. 

L’insopprimibile desiderio di lanciare meet

di Fabrizio Rinaldi, 3 dicembre 2020

I pellerossa pensavano che la macchina fotografica rubasse loro l’anima.
Io credo che la videocamera rubi a noi il cervello.

Un collega dice “mi lanci un meet” e non mi sorprendo più nell’aver afferrato ciò che vuole: l’avvio di una videoconferenza con lui.

GoToMeeting, webinar, Meet, classroom, Zoom, call, Skype … Un anno fa non avrei associato ad alcuno di questi termini il giusto significato, o almeno quello che abbiamo imparato nostro malgrado a masticare (sicuramente non a comprendere fino in fondo) a causa del distanziamento fisico da pandemia.

Il Covid-19 ci ha imposto di entrare alla velocità della luce nell’era digitale e di superare un deficit di conoscenze che relegava gli italiani fra gli analfabeti informatici (oltre che in altri campi). Ha spazzato via anni di stiracchiati corsi di formazione e di aggiornamento che servivano solo ad attribuire inutili crediti agli insegnanti e a far guadagnare qualcosa a chi li organizzava, ma non miglioravano di una virgola la nostra confidenza con gli strumenti digitali. In pochi mesi abbiamo imparato invece ad usarli con una disinvoltura da veterani. Lavorare in remoto da casa e avere i figli connessi agli insegnanti e ai compagni attraverso una webcam ha imposto di acquisire sul campo competenze che in epoca pre-Covid avrebbero impiegato decenni ad affermarsi.

Tutto questo ha però comportato anche dei radicali cambiamenti nella sfera delle relazioni sociali e lavorative, tanto che vediamo messi in forse anche diritti individuali che consideravamo intoccabili. Senza colpo ferire ci stiamo assuefacendo non solo all’uso della mascherina nella nostra quotidianità, ma anche al progressivo superamento di quei confini sociali e culturali che prima delimitavano la nostra sfera privata.

Bisognerebbe capire se stiamo ancora penetrando più in profondità in quest’epoca dominata dai media e, se sì, come e quando ci fermeremo. Siamo in condizione di usare – bene o male – i programmi informatici (termine ormai obsoleto e sostituito da “app”, anche se credo che pure questo abbia fatto il suo tempo), abbiamo appreso come avviare una call, come condividere schermi, come starci davanti (personalmente no, ma questo è un altro discorso): ma le implicazioni relazionali, sociali, esperienziali ed emotive sono ben lontane dall’essere comprese a fondo.

Viaggiare in aereo non significa saperlo guidare. Noi siamo in una condizione simile: usiamo il mezzo, ma non ne sappiamo quasi nulla, poiché non è interesse di chi lo costruisce istruirci su come evitare pericoli, su come evitare un eccessivo coinvolgimento e su come usarlo al meglio. Al produttore interessa solo che se ne faccia un uso massiccio. Soprattutto importa che si diventi dipendenti dal suo specifico prodotto, per evitare la trasmigrazione verso i concorrenti, e quindi offre semplificazioni e comodità a cui difficilmente sappiamo resistere. Siamo impigliati in una rete che sembra promettere libertà, ma che in realtà ingabbia tutto il nostro pensiero.

Un esempio: mia moglie recentemente ha smarrito il cellulare mentre eravamo per castagne. Lascio immaginare quanto fosse essenziale portarselo dietro in bosco dove quasi sicuramente non c’era segnale, e dove le probabilità di scivolare e perderlo erano maggiori che quelle di trovare qualche porcino. Ma la cosa che mi fa infuriare è che sono stato proprio io a insistere affinché lo portasse. Spesso la mia ragione trasgredisce al lockdown e se ne va a spasso per i cavoli suoi.

Ho ordinato un sostituito a basso costo e Amazon ce lo ha recapitato dopo soli due giorni (non fosse mai che ritrovassimo quello perduto o tornassimo a usare il vecchio telefonino, che faceva solo quello per cui era nato: ovvero, telefonare). Purtroppo, abbiamo constatato che essendo il nuovo acquisto prodotto della nota azienda cinese invisa a Trump, non aveva la possibilità di accedere alla piattaforma stellata di Google su cui mia moglie – e io pure – aveva salvato i numeri telefonici di una marea di persone. Il rischio era di perdere quei contatti, a meno di forzare il sistema operativo ed entrarci con qualche trucco: procedura che comunque, al di là della liceità, della quale francamente in questo caso non mi fregava proprio nulla, è tutt’altro che semplice. Alla fine, per comodità e per la mia insufficiente competenza, ho rimandato indietro il cellulare e ne ho preso un altro che costava un po’ di più ma permetteva di accedere a Google, e quindi di recuperare i numeri telefonici di persone che, in realtà, lei non chiama e loro neppure.

Quindi, anziché rassegnarci ad averli persi e ricominciare pazientemente a scriverli su una vetusta agendina, come si faceva fino a quindici anni fa, abbiamo speso di più per salvare dei contatti assolutamente inutili.

La scappatella della ragione s’è protratta stavolta un altro po’, e ha prevalso la coercizione all’acquisto.

Dovrebbe consolarmi il fatto che i più si sarebbero comportati allo stesso modo, ma trovarsi in una affollata compagnia non significa necessariamente aver fatto la scelta giusta (mi si potrebbe obiettare che forse la scelta sbagliata l’avevamo già fatta prima, quando abbiamo raccolto dei recapiti telefonici come si raccolgono i ciotolini bianchi al fiume, per caricare le tasche e dimenticarsene subito: ma anche qui entriamo in un altro discorso). In realtà, tutto questo è la dimostrazione di quanto siamo vittime consenzienti di un meccanismo pervasivo e persuasivo cui è difficile sottrarsi col doveroso e sano senso critico. In fondo la fidelizzazione del cliente-consumatore è un pilastro della moderna economia. L’impero Apple di Steve Jobs ne è un esempio.

Quindi, usiamo la tecnologia, ma non ne siamo padroni. Anzi, ne siamo schiavi. È vero anche che utilizzare il treno non significa saperlo guidare, ma il mezzo informatico è decisamente più invadente di una motrice (salvo l’esser sui binari…): grazie ai dati che io stesso metto in rete, chi mi profila conosce i miei interessi, le mie passioni, i miei punti deboli, più della mia consorte.

Una breve divagazione nel passato di un quasi nerd: il mio primo computer fu un Commodore VIC 20 che collegavo al televisore catodico di casa. Praticamente stiamo parlando del paleolitico paragonato ai più economici computer o cellulari di oggi. Non si poteva fare quasi nulla, se non scrivere una sequenza di comandi in linguaggio BASIC o in DOS con cui illudermi di avere il controllo di ciò che comandavo alla macchina: una piccola soddisfazione da “nerd”, che ho poi difeso negli anni successivi cercando di stare al passo con l’evoluzione informatica e masticando i linguaggi Pascal e C+. In realtà tutto si è velocemente complicato e la presunzione di piegare il software alla mia volontà si è sgonfiata: oggi per riuscire a provare quella stessa sensazione di potere sulla macchina devi essere uno “smanettone” super-esperto.

Forse sono solo invecchiato, e non riesco ad adeguarmi alla velocità del progresso digitale, mentre i millennials padroneggiano le app come facevo io allora col BASIC: ma sono quasi certo che anche loro nell’informatica attuale abbiano margini di manovra limitatissimi. Per molti l’unico modo di assaporare la sensazione di controllo è forzare i software, usarli senza pagare diritti d’autore, inoltrarsi in un mondo dove il rischio di divenire vittima di illeciti è molto elevato. Ma mentre si illudono di forzare il sistema, ne sono anch’essi vittime.

Torniamo però al tema dal quale siamo partiti, le videoconferenze e le lezioni a distanza. Questa possibilità sta rivoluzionando, oltre che le modalità, il concetto stesso dello stare assieme per un confronto costruttivo, avvenga esso attraverso una lezione, una riunione lavorativa o un corso di cucina o di yoga.

Le ripercussioni sociali ed emotive delle interazioni attraverso le call sono già state trattate in innumerevoli siti, programmi televisivi e libri (questi ultimi presto riempiranno intere sezioni nelle librerie), ma a monte c’è una questione sulla quale non ci si sofferma a riflettere mai abbastanza: siamo le prime generazioni alle quali il sapere non è più trasmesso attraverso i libri, ma molto più spesso attraverso i media.

Che seguano i quizzoni serali o i programmi di Paolo Mieli e Piero&Alberto Angela, i filmati su Youtube o i webinar su specifici argomenti, di fatto oggi i ragazzi – e non solo loro – costruiscono il personale zaino di conoscenze su mezzi che – per loro natura – sono strumenti di imbonimento. Questi devono offrire argomentazioni semplificate con soluzioni sommarie e soddisfacenti per il maggior numero possibile di utenti (come dicevo prima, chi li gestisce ci conosce meglio delle nostre mogli ed è contrario al divorzio mediatico).

In apparenza questi mezzi riversano su chi ne fa uso una valanga di nozioni e di idee, ad una velocità nemmeno lontanamente paragonabile a quella di un testo scritto. E alla fine lo “spettatore” o il “navigatore” ha anche l’impressione che quei concetti (e le scelte conseguenti) siano frutto della sua brillante intelligenza. Vedi l’esempio del telefono …

In realtà però quasi nessuno possiede gli strumenti per valutare criticamente quanto gli viene propinato. Anche se si oppone resistenza, cercando di diversificare le fonti e facendo la tara ai messaggi, prima o poi la comodità e la velocità di accesso all’informazione hanno la meglio.

Induce alla pigrizia anche l’impressione di volatilità estrema delle conoscenze affidate ad un supporto digitale dove nulla è fisicamente evidente, ma tutto è nel “cloud”. Una “nuvola di bit” verso cui, con i cambiamenti informatici (più che quelli climatici), si ha lo spiacevole presentimento che, presto o tardi, tutto evapori.

Ciò che si sta verificando oggi, tuttavia, fa emergere i limiti di questo modello comunicativo e informativo. L’uso massiccio imposto dalla pandemia fa sì che i nuovi media comincino a perdere una parte del loro fascino (come avviene di norma per tutto ciò che appare in qualche modo imposto) e mostrino la loro debolezza sul piano empatico. Quasi tutti, a causa di esigenze lavorative o scolastiche, siamo stati coinvolti con ruoli diversi in noiose lezioni o in interminabili riunioni in remoto. E ci siamo resi conto di quanto barbosi e infruttuosi siano questi momenti, anche quando sono gestiti con la massima abilità e destrezza. Sarà questione di farci l’abitudine, ma l’impressione oggi è che tutti i “connessi” non vedano l’ora di scollegarsi per bersi un caffè. È come assistere ad una rappresentazione teatrale in televisione anziché dal vivo.

Niente di peggio, poi, che illudersi che aumentando i contenuti si ottengano risultati pari a quelli di un incontro in classe o in ufficio: in realtà è la strada più diretta per stendere gli interlocutori. La comunicazione via web vuole semplificazioni, velocità, tempi da spot, pena l’indurre alla fuga o a farsi i cavoli propri di chi non è il momentaneo protagonista.

Forse è per questo che sta maturando una sempre maggiore cura del “dettaglio tecnico” della ripresa. Gli spazi nell’angolo visivo inquadrato dalla webcam appaiono organizzati secondo regole standard: una libreria colma di testi (probabilmente intonsi): una pianta e un oggetto che riconduca all’ambito familiare; i quadri, o in alternativa i primi capolavori del figlio di due anni. La ripresa è tassativamente ad altezza occhi, in favore di luce (quest’ultima non deve arrivare dal basso, per non evidenziare le borse sotto il bulbo, che dopo la quarta call di giornata sono diventate valigie). Ci stiamo mentalmente e inconsapevolmente adattando a dei modi e ad un mondo nuovi, guidati in tutto questo dal modello televisivo (i talk condotti attraverso il multischermo), che impone, oltre che le tecniche e le scenografie, anche la sua sostanziale inconsistenza: tante voci, poche o nessuna idea, scarsissima propensione ad ascoltare le argomentazioni altrui.

Ci abitueremo? È probabile. Ma checché se ne voglia dire, avverrà al prezzo di una ulteriore disumanizzazione. Non dobbiamo illuderci che una volta cessata l’emergenza (sempre che cessi) anche sul lavoro le cose torneranno come prima. Là dove è possibile le grandi aziende e le multinazionali stanno già riorganizzandone le modalità. Vuoi mettere, i risparmi che possono essere ottenuti riducendo i costi per gli spazi, le spese per gli spostamenti, gli sprechi per i tempi morti, azzerando gli incerti delle assenze per malattia e attivando una possibilità di controllo immediato e capillare sulle attività, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo esse si svolgano?

Se poi chi lavora in queste condizioni – senza quel valore aggiunto di piccole consuetudini, la pausa caffè, lo scambio di battute o persino di pettegolezzi, i tic dei colleghi o i gesti e le posture rivelatori dello stato d’animo degli interlocutori, tutte quelle cose insomma che scaricano o abbassano la tensione e “umanizzano” il tempo lavorativo – nel giro di pochi anni si ritrova spremuto come un limone, c’è fuori una massa di disoccupati che premono, pronta a subentrargli.

E anche per quei lavori, come il mio ad esempio, per i quali il contatto, la presenza e il rapporto fisico appaiono imprescindibili, questi ultimi verranno ridotti allo strettamente necessario. Le modalità on line che anche noi stiamo sperimentando in questo periodo, così come stanno facendo tutte le scuole, sono un rimedio momentaneo, ma intanto prefigurano possibili scenari per un futuro nemmeno tanto remoto.

Non si tratta di essere tragici o di scorgere dietro tutte queste trasformazioni oscuri complotti, quando poi in realtà i primi complottisti siamo noi, che delle nuove tecnologie non sappiamo fare a meno neppure (e direi soprattutto) quando sono inutili. Si tratta di essere realisti e pragmatici nel vedere questi cambiamenti anche come un’opportunità ,e di non cercare consolazione nelle possibili benefiche ricadute in termini di inquinamento ambientale: che indubbiamente potrebbero esserci, ma a fronte di un prezzo salatissimo sul piano della salute mentale.

Per farla breve, la riflessione su quanto davvero accade nel mondo del lavoro e della scuola (ma anche in tutta la quotidianità), al di là degli entusiasmi progressisti e delle paure conservatrici, dovrebbe avventurarsi un po’ più negli abissi del suo significato. Quel che sappiamo per certo è che i vaccini in arrivo salveranno, si spera, milioni di vite, ma non garantiranno il ritorno ad una accettabile qualità. Quella dovremo cercare di garantircela noi, azzittendo ad esempio ogni tanto la televisione, arrestando il sistema o spegnendo la videocamera, e uscendo per castagne.

Ma senza cellulare, mi raccomando.

Intanto basta scrivere, lancio un meet e continuiamo lì …