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Se questo non è un idiota!

di Paolo Repetto, 17 maggio 2021

Per i pochi credenti ancora in circolazione Maggio è il mese mariano. Per me, da sessantacinque anni, da quando transitarono anche a Lerma, sulla provinciale appena asfaltata, le maglie verdoline della Legnano e quelle azzurro pallido della Bianchi, è il mese del Giro d’Italia. A mio modo sono un credente anch’io. Credo che lo sport, lo si pratichi attivamente o lo si segua dalla poltrona, da una gradinata o dal bordo di una strada, debba sempre suscitare emozioni positive e genuine. E che se c’è uno sport che queste emozioni è ancora in grado di offrirle, quello è il ciclismo.

Non mi importa del giro d’affari che sta dietro o del doping che circola dentro. Quella è la parte sporca e va messa in conto ovunque c’è di mezzo l’uomo: ma chi ha provato ad affrontare una salita di qualche chilometro con pendenza oltre il dieci per cento, o ha tenuto il sedere su una sella per quattro o cinque ore, sia pure ad andatura turistica, non può che commuoversi davanti alla fatica di gente che chilometri ne macina più di duecento tutti i giorni e supera dislivelli spropositati. Per questo non mi sono mai perso un Giro.

Negli ultimi anni però queste emozioni non sono più così positive. L’invadenza della televisione, che consente di seguire la gara metro per metro, dalla partenza allo striscione d’arrivo, come si fosse a fianco dei ciclisti, non ha aumentato il livello della partecipazione emotiva: ha scatenato piuttosto un circolo vizioso che è ormai fuori controllo. Se un tempo lungo le salite più dure trovavi i veri appassionati, quelli che magari erano arrivati sin lì in bicicletta (e non sempre anche loro si comportavano correttamente, ma per un malinteso senso dello spirito sportivo), oggi quelle rampe sono diventate la ribalta di mandrie di idioti cui dello sport, della fatica, della bellezza del gesto atletico non importa un accidente, ma sono lì solo per incrociare l’occhio della telecamera, per un irrefrenabile impulso a comparire, a mostrarsi, ad avere una prova visibile della loro pur inutile esistenza. Per avere un quadro della crescita esponenziale dell’imbecillità non servono indagini ISTAT: è sufficiente seguire una tappa di montagna del Giro, del Tour o della Vuelta. Anche l’imbecillità purtroppo è globale.

Si vedrà gente che corre nuda in mezzo a bufere di neve o sepolta in costumi da puffo o da carota sotto la canicola, solo per strappare un secondo di visibilità. E già questo è uno spettacolo degradante. Ma la cosa veramente grave è che questi mentecatti mettono costantemente a rischio l’incolumità dei corridori e la correttezza delle gare. Un paio d’anni fa un ciclista che non aveva mai vinto in vita sua e stava per aggiudicarsi una tappa durissima, con arrivo in salita, al Giro d’Italia, venne gettato a terra da un esagitato e perse probabilmente l’unica occasione per illuminare finalmente una lunga carriera da gregario. Non mi risulta che il responsabile sia stato arrestato, o multato, o meglio ancora malmenato pesantemente dagli altri tifosi. Ha rovinato il sogno di un ragazzo, ne ha vanificato anni e anni di sforzi e di sacrifici, e l’ha passata liscia. Queste cose mi mandano in bestia. Fossi stato presente alla scena lo avrei accompagnato sino in vetta a calci nel sedere, tenendolo per aria come un hovercraft.

Ad irritarmi ancora di più è però il modo in cui queste vicende vengono trattate dai commentatori televisivi. In quell’occasione il telecronista non andò oltre una patetica deplorazione: “eccesso di entusiasmo”, “gesto poco sportivo”, invito ai tifosi “pur nella comprensione per la loro passione” ad un comportamento più corretto. Non ha mai pronunciato la parola “idiota”.

Ora, è chiaro che la televisione ha nel DNA la consapevolezza di un’utenza di intelletti poveri (Berlusconi in tal senso era stato molto esplicito – almeno questo dobbiamo riconoscerglielo – e già quarant’anni fa di questa consapevolezza aveva fatto il principio fondante delle scelte editoriali di Mediaset), e che quindi i giudizi e le indicazioni etiche vanno parametrati su questo livello. Ma parlare di “eccesso di entusiasmo sportivo” per un deficiente che si piazza in mezzo alla strada per essere inquadrato dalla telecamera o per farsi un selfie con l’atleta che sta arrancando, e lo danneggia, non è più ipocrisia da politically correct, è vera e propria complicità.

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Per questi casi (ma per tantissimi altri analoghi, in occasioni e situazioni diverse) vale solo la tolleranza zero. Personalmente applicherei alle ruote delle auto che precedono la corsa lame rotanti come quelle dei carri da guerra assiri. Ho goduto come un riccio quando, quarant’anni fa, durante una prova a cronometro che vedeva impegnato Hinault, di fronte al tentativo di infastidirlo da parte di alcuni pseudo-tifosi che invadevano la sede stradale l’auto che lo precedeva spalancò la portiera di destra, abbattendo quei mentecatti come birilli. La voce dell’accaduto si diffuse all’istante lungo il percorso e la gara terminò regolarmente.

Mi rendo conto che questa strada è purtroppo impossibile da seguire (non che non si dovrebbe fare, ma non è consentito: la salvaguardia dei persecutori e degli scemi è l’imperativo categorico della società buonista, con tanti saluti alle vittime): ma almeno si dovrebbe pretendere che la televisione, che il fenomeno lo ha creato, collabori in qualche modo ora a tenerlo a freno. Se ad esempio nell’occasione ricordata più sopra fosse stato mandato in onda un fermo immagine, con il cretino perfettamente riconoscibile e con la scritta: questo è un cretino; e se quella immagine la si fosse riproposta per tutti i giorni successivi, in apertura di telecronaca, facendo sì che quella fisionomia e quella scritta si imprimessero nella mente dei telespettatori, e soprattutto dei compaesani e dei parenti del demente; e se la stessa cosa si fosse fatta per altri comportamenti analoghi, fino a comporre una vera e propria galleria degli idioti; ebbene, sono convinto che un qualche effetto lo avrebbe sortito. Invece no: un delitto contro lo sport rubricato come “intemperanza” o “eccesso di entusiasmo”.

Lo stesso linguaggio l’ho sentito usare recentemente nei confronti delle torme di insensati che in pieno lockdown e in barba ad ogni divieto di assembramento hanno festeggiato nelle piazze milanesi lo scudetto (e già una settimana prima il derby). Fioccavano i “deplorevole” e “intollerabile”, ma nessuno ha parlato di dementi o di criminali, che nel caso, aggravato dall’assalto finale ai cordoni di polizia, erano gli unici epiteti appropriati. Nessuno che abbia detto “questo con lo sport non ha nulla a che vedere”, “si tratta di una manifestazione di pura idiozia collettiva, di mentecatti a piede libero”: tanta attenzione per la “comprensibile gioia”, per il diritto a festeggiare la vittoria, e qualche timido rimbrotto: ragazzi, via, non fate così.

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La cosa non vale solo per il ciclismo o per il calcio. Un degrado analogo si manifesta rispetto ad altri sport che amo, ad esempio nel tennis, sia pure per il momento in forma meno violenta. Chiunque abbia calcato un rettangolo di terra rossa sa benissimo che nel corso di una partita il livello di concentrazione deve rimanere costantemente altissimo, più che in qualsiasi altro sport, e che ogni rumore, persino gli applausi, rischia di farlo precipitare. Sentir oggi ripetere al termine di ogni giocata le urla dei burini che assiepano le gradinate del Foro Italico (ma ormai anche del Roland Garros, e di Wimbledon) è snervante persino per lo spettatore. Ma non ho mai visto cacciare fuori qualcuno per manifesta imbecillità, e dubito capiti per il futuro. Tutto finisce per essere prima tollerato e poi accettato come normale.

Con tutto ciò non scopro e non voglio denunciare nulla che non stia quotidianamente sotto gli occhi di tutti, e non solo nello sport, ma in ogni aspetto della vita sociale. Mi chiedo soltanto se non sia io ad aver maturato con la vecchiaia una sensibilità esasperata e distorta, ad essere diventato intollerante a tutto; se la piega onnivora che nostra cultura sta prendendo sia solo una naturale evoluzione, o non sia invece il sintomo dell’ineluttabile degrado cui ogni civiltà è destinata. E comunque, quand’anche così fosse non potrei farci nulla. Ma vorrei almeno aggrapparmi alla ricchezza del poco che rimane, di quel linguaggio che ci fa diversi dagli altri animali, alle forme, alle idee e alle sfumature che sa esprimere. Le parole giuste per bollare questi comportamenti esistono, al momento non le hanno ancora cancellate dal vocabolario in nome della correttezza. Esistono gli stupidi, esistono gli scemi, esistono gli idioti: non limitiamoci ad ammutolire di fronte a loro. Il fatto che siano legione, che siano in odore di maggioranza, non deve dare loro una patente di legittimità, una garanzia di impunità, il lasciapassare per fare danni senza pagare dazio.

Possiamo farci poco, ma almeno chiamiamoli col loro nome.

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Fenomenologie della borraccia

di Fabrizio Rinaldi, 10 aprile 2021

Una delle cose che i nostri progenitori hanno dovuto imparare a loro spese, una volta scesi dagli alberi e inoltratisi nella savana, è che conviene sempre portarsi dietro dell’acqua, perché non è detto che la si trovi ovunque.

Fenomenologie della borraccia 02Si ingegnarono quindi a creare dei recipienti adatti, possibilmente poco ingombranti, leggeri e infrangibili. Questi requisiti si trovano tutti perfettamente sommati negli otri, sacche di pelle conciata, di vacca o di capra, a tenuta stagna, che hanno accompagnato per millenni la crescita di tutte le civiltà e che sono rimasti nell’uso comune fino alla metà dell’Ottocento.

Fenomenologie della borraccia 03È a quell’epoca infatti che un torinese, Pietro Guglielminetti, introdusse la grande novità, perfezionando per le truppe del Regio Esercito un contenitore in legno, in pratica una botticella piatta da un lato, per poggiare comodamente sullo zaino o sul fianco del soldato, e curva dall’altro. La novità venne adottata da tutti gli eserciti europei, raro esempio di una pratica comune alle forze armate: tutti i soldati bevevano dallo stesso tipo di recipiente. Era nata la borraccia.

Che l’oggetto abbia una origine militare lo si desume facilmente dalla capienza. Nella versione classica questa varia dal mezzo litro al litro, ed è pensata per le necessità di un singolo, adulto e addestrato ad una certa resistenza. Quanto sia sottodimensionata per impieghi diversi, ad esempio per uscite familiari, lo si capisce subito, dopo la prima escursione con moglie e marmocchi al seguito. E a poco serve dotare ciascuno dei membri della famiglia di borraccia, alla fine si dovrà cedere la propria riserva d’acqua ai dissetati, compreso al cane.

Tecnicamente, la borraccia ha una chiusura a scatto o con tappo filettato, a volte è provvista di ganci per appenderla allo zaino o alla tracolla; quelle più raffinate possono essere termiche, a doppia parete, altrimenti il contenuto può essere mantenuto fresco con un rivestimento in panno opportunamente bagnato. È insomma un oggetto dalle caratteristiche tecnologiche abbastanza elementari.

Fenomenologie della borraccia 04Agli inizi del Novecento il legno è stato sostituito dall’alluminio, mentre la forma classica è rimasta ancora per qualche tempo quella: ma nella seconda metà del secolo si sono moltiplicati i materiali, le misure, le forme e i colori. E sono cambiate anche la platea degli utenti e le occasioni d’uso. Per non parlare dei contenuti. Per un certo periodo però ha conosciuto un calo di popolarità, sostituita della ormai onnipresente bottiglietta di plastica. Oggi è in netta ripresa, e vedremo dopo il perché.

Accennavo prima al fatto che la borraccia, nelle sue successive svariate tipologie, ha accompagnato (letteralmente), umile e discreta, il cammino delle civiltà. Forse non ci abbiamo mai fatto mente locale, ma il possesso o meno di una borraccia ha significato per moltissimi uomini la vita o la morte. Nei film western è quasi un classico: per una borraccia ci si uccide, l’eroe la condivide con gli altri o col suo cavallo, è l’ultimo oggetto del quale l’appiedato che attraversa il deserto si disfa.

Fenomenologie della borraccia 05 aIn qualche caso è diventata un’icona della solidarietà o della sportività: Bartali che passa la borraccia a Coppi (o viceversa, a seconda delle tifoserie), l’alpinista che soccorre il sopravvissuto della cordata rivale (si presume, con quella della grappa). In altri della malvagità: il cattivo che ne versa il contenuto a pochi centimetri dal volto dell’eroe sepolto sino al mento nella sabbia, o che lo abbandona dopo aver bucato e reso inservibili i contenitori. Insomma, dietro un oggetto tanto semplice e scontato c’è la Storia e ci sono tante singole storie.

Fenomenologie della borraccia 05Sino a ieri. Perché oggi le cose sono un pochino diverse. Oggi la borraccia è una icona pop. Lo è particolarmente da quando Greta Thunberg, nel 2019, ha cominciato ad usarla durante il suo peregrinare per il mondo. È assurta a simbolo, come la lanterna di Diogene: Diogene con quella voleva significare che la civiltà greca si era involuta su se stessa, Greta con la sua borraccia richiama l’uomo ai suoi doveri nei confronti della natura, vuole creare consapevolezza del comportamento suicida che ha adottato, e non solo nella sfera ambientale, ma anche a livello sociale, civico ed etico. Per ora Greta ha trovato sui suoi passi solo personaggi del calibro di Trump, che in un western la borraccia gliela avrebbero sadicamente bucata. Deve stare attenta ai deserti …

Nella sua nuova esistenza simbolica la borraccia viene sfoggiata in infinite colorazioni e forme, ad ogni occasione: le aziende ad esempio la usano per trasmettere un’immagine “green”, limitandone naturalmente l’utilizzo a favore di tele/web/foto-camere.

Nell’epoca pandemica in cui è un atto quasi sovversivo l’andare per sentieri, la primigenia pelle di vacca cucita affinché potesse contenere liquidi per dissetarsi durante le migrazioni, è diventata la borraccia moderna, spesso dalla forma sinuosa e dall’inquietante allusione fallica, la cui “punta” fuoriuscirebbe dalla tasca esterna degli zaini di escursionisti e camminatrici.

Ho notato che in molte case, almeno a giudicare dal moltiplicarsi obbligato dei collegamenti “domestici” via web, quelli di lavoro o di meditazione o quelli con i talk televisivi, per sproloquiare di politica o di cultura, è ormai un vero complemento d’arredo. Troneggia sulle scrivanie, occhieggia dagli scaffali alle spalle, fra i libri.

Fenomenologie della borraccia 06Del resto, già ai tempi d’oro degli show televisivi c’era un altro oggetto da ostentare a favore di camera: la tazza. Negli Stati Uniti il salotto buono di David Letterman l’ha resa un elemento imprescindibile per comunicare informalità, confidenza e, allo stesso tempo, permettere fra un sorso e l’altro la pausa necessaria a trovare la battuta azzeccata o a glissare la domanda inopportuna.

Sostituirla oggi con la borraccia mi pare un po’ eccessivo, ma forse è un problema mio, che sono rimasto attaccato al suo uso millenario. D’altro canto è sconsigliabile bere dalla borraccia avanti ad una webcam, poiché l’atto di portarla alle labbra, oltre ad essere cafone, può apparire anche un malizioso messaggio sessuale, soprattutto nella malaugurata circostanza in cui ci si dovesse sbrodolare sentendo ripetere dall’altra parte dello schermo che sono necessari dei cambiamenti radicali per migliorare l’ambiente. Meglio limitarsi all’uso ornamentale e simbolico.

La borraccia dà comunque le sue brave soddisfazioni. Girando un po’ su internet se ne trovano di magnifiche, presentate in modo che solo a vederle ti viene una gran sete e al tempo stesso ti vergogni per non aver ancora adeguatamente contribuito a “migliorare l’ambiente” comprandone una (o dieci, o cento). Esistono delle vere e proprie collezioni annuali, come fossero capi d’abbigliamento di alta moda, e la scelta va da quella Decathlon, del costo di pochi euro, a quella marchiata Larq, acquistabile a soli 240 euro; da quelle griffate da designer di fama a quelle che mantengono costante la temperatura del liquido per più di un giorno (molto indicata per le maratone televisive). Non manca naturalmente quella di Chiara Ferragni. Per i feticisti dei quadernetti Moleskine, poi, ci sono le Momoblottle, a forma di taccuino.

In questo momento la necessità di ridurre l’uso di plastica monouso col rimpiazzo di posate e bicchieri biodegradabili stride con l’enorme produzione e consumo di ammennicoli anch’essi monouso derivanti dalla pandemia: mascherine, guanti, siringhe, camici, visiere, barattoli, ecc… Però ci si lava la coscienza usando la borraccia firmata.

Viviamo questo incredibile paradosso per il quale, pur essendo tutti segregati in casa da oltre un anno, le vendite delle borracce sono aumentate, in contraddizione evidente con la loro funzione di abbeverare chi è lontano da rubinetti o frigoriferi. Potenza dei simboli.

Chiariamo una cosa: io non ce l’ho con le borracce. Ne possiedo almeno un paio. Sono davvero un’alternativa alle bottigliette di plastica usa e getta (ne vengono gettate millecinquecento al secondo) che inquinano da decenni, e continueranno a farlo per centinaia, se non migliaia, di anni, il nostro habitat, destinando all’estinzione molte specie animali e vegetali. Usarle in loro vece, oltre a farti sentire alla moda e a lenire le tue frustrazioni frustrazione, un piccolo contributo alla pulizia del pianeta lo dà.

Quindi mi va bene anche immergermi nel mare delle bottigliette “green”: ma possibilmente al Decathlon, o giù di lì, e ricordando il senso e l’uso originario degli oggetti. Non mi piace che si faccia leva sul mio senso di colpa di inquinatore per farmi credere che acquistando una borraccia adotterò dei comportamenti più sani e più giusti. Soprattutto mi dà fastidio che un oggetto che mi è sempre stato caro, che ho usato da sempre con tanta naturalezza, dedicandogli anche qualche attenzione per preservarne l’igiene, e che mi ha accompagnato silenzioso in molti momenti belli della mia vita, venga banalizzato a specchietto commerciale e ideologico per i merli.

Detto ciò, mi è rimasta un’irresistibile voglia di calzare gli scarponi, zaino in spalla, ed evadere dalla clausura. Di camminare veloce per allontanarmi il più possibile da webcam, borracce tech e quant’altro di digitale. Di raggiungere un solitario cucuzzolo (magari – restrizioni permettendo – sul Tobbio) e bermi finalmente una sorsata d’acqua dalla mia più vecchia e ammaccata borraccia.

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Collezione di licheni bottone

La più grande olimpiade dell’era moderna

di Paolo Repetto, 2005

I giochi olimpici più importanti dell’era moderna non furono, come molti pensano, quelli faraonici del 1936 a Berlino, o quelli tragici del 1972 a Monaco. Essi ebbero luogo a Lerma, attorno alla metà di Settembre del 1960.

Era un anno magico. Nencini aveva vinto il Tour, Roncalli aveva aperto il secondo concilio vaticano, Kennedy stava per diventare il nuovo presidente degli Stati Uniti e, ciliegina sulla torta, sino a pochi giorni prima Roma aveva ospitato la XVII edizione ufficiale delle Olimpiadi, che doveva celebrare in un colpo solo il primo centenario dell’unità nazionale, la fine di un dopoguerra da paese sconfitto e l’inizio del boom e del centrosinistra. Sia sul piano agonistico che su quello spettacolare era stata in effetti una manifestazione esaltante; per intenderci, furono i giochi di Berruti, di Wilma Rudolph, di Bikila, di Benvenuti e di Cassius Clay. Gli italiani vinsero in quell’occasione un po’ dovunque, a piedi, a cavallo, in bicicletta o in barca, totalizzando un raccolto di ori e di argenti che non si sarebbe mai più ripetuto. Da paese di morti di fame erano diventati la terza potenza sportiva del mondo.

I giochi di Lerma celebrarono però un’altra cosa: l’arrivo anche da noi della televisione e delle immagini in diretta. Persino per uno come me, che leggeva i giornali (avevo un incarico part-time presso il negozio di alimentari che fungeva anche da edicola e da luogo di distribuzione della posta) e seguiva le radiocronache del pugilato, la televisione significava l’ingresso in un altro mondo. Vedere Berruti che esce dalla curva liscio ed elegante come un figurino, che si lascia alle spalle dei marcantoni di colore grandi il doppio di lui, che vince e centra il record mondiale, era ben altra cosa. Per la prima volta dalle adunate oceaniche d’anteguerra l’intera nazione si era stretta attorno a qualcuno, a un torinese con l’aria e il fisico di un intellettuale sedentario, che metteva però in riga anche i velocisti della superpotenza americana. La televisione aveva consacrato in diretta il riscatto degli eterni perdenti, e anche a Lerma lo avevamo vissuto assiepati a decine davanti ad uno dei due apparecchi televisivi esistenti in paese, quello dell’oratorio. Ora si trattava di celebrare degnamente quel trionfo, e il modo migliore era quello di ripeterlo.

Dell’Olimpiade di Lerma non è rimasta purtroppo alcuna testimonianza iconografica, non ci sono né fotografie né tantomeno filmati: ma io posso lo stesso raccontarvi la storia veritiera di quei giorni, essendone stato insieme testimone, agonista e soprattutto il principale organizzatore. All’epoca andavo per i dodici anni e già avevo alle spalle una discreta carriera di organizzatore sportivo (non solo: ero a capo, sia pure per autoinvestitura, di una delle bande più importanti del paese). Sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria di Baldini al mondiale di ciclismo e per l’asfaltatura della via principale avevo promosso due anni prima un giro d’Italia con le grette, suddiviso nelle venti canoniche tappe. Avevo tracciato i percorsi con i gessi presi a prestito dalla scuola elementare e, una volta esauriti questi, con dei pezzi di mattone (le “tappe rosse” dell’ultima settimana). Il giro si snodava dal Poggio alla piazza Roma e ritorno, con puntate nei vicoli non asfaltati per le tappe dolomitiche e due circuiti sullo sterrato per le prove “a cronometro”. Avevo anche stilato un regolamento, che venne più volte modificato, a seconda del peso e del livello di amicizia dei ricorrenti, e nominata una giuria con l’incarico di segnalare le forature (uscita dai limiti del percorso, fermo per un turno) e di tenere il conteggio dei “bilecchi”. Ciascun concorrente doveva inserire nella sua gretta l’immagine di un campione, Anquetil, Gaul, io naturalmente Nencini, utilizzando le figurine che si trovavano nelle primissime confezioni dei fruttini. Per il bilanciamento era consentito solo l’uso dello stucco. Lo svolgimento era stato piuttosto tempestoso, perché i concorrenti erano indisciplinati e contestavano ad ogni piè sospinto le regole, ma arrivammo alla fine, registrando anche il primo caso ufficiale di squalifica per doping (Mario aveva riempito le sue grette di piombo per renderle più stabili nei percorsi veloci).

Mi sono attardato sul mio primo successo organizzativo (ne seguirono altri, ma anche qualche tonfo, come il Tour dell’anno successivo) un po’ perché ci tenevo da un pezzo a raccontarlo, ma soprattutto per dimostrare che non ero arrivato all’Olimpiade impreparato. L’evento fu il frutto di passione ed entusiasmo, ma anche di una certa “professionalità” acquisita con una lunga gavetta, e ancora oggi lo considero il mio capolavoro, perché lo sforzo di realizzazione e di coordinamento fu davvero enorme.

L’idea dei giochi venne a me, ma certo era nell’aria. Dopo i trionfi di Berruti e di Gaiardoni passavamo la giornata a sfidarci sui cento metri e avevamo imparato a resistere per delle mezz’ore in surplace sulla bicicletta. Di lì a decidere di bandire delle gare ufficiali, che raccogliessero tutti i ragazzi del paese e i villeggianti e stabilissero una volta per tutte le gerarchie sportive, il passo era breve. Non mi ci volle molto a convincere gli altri, primo tra tutti Aurelio, complice imprescindibile di qualsivoglia iniziativa. Costituimmo un comitato olimpico, decidemmo le gare da disputarsi, stilammo il calendario delle prove, concordammo le modalità di ammissione e di partecipazione. Onde evitare grane stabilimmo il tetto massimo di età a quattordici anni, per poter includere quei tre o quattro che avevano concluso con noi le elementari pur essendo più anziani, ed escludere quelli che col loro nonnismo avevano sempre cercato, sia a scuola che all’oratorio o nel bosco della Cavalla, di tarpare le ali alla nostra creatività. La ribellione fisica, violenta, sarebbe arrivata solo un paio d’anni dopo, tra l’altro anticipando la contestazione giovanile dei secondi anni sessanta: per il momento era necessario giocare d’astuzia e toglierceli dai piedi, e a tal fine era preziosissima la collaborazione di don Franco, il viceoparroco. Don Franco era un prete giovane, ma aveva una concezione del sacerdozio ispirata più a Guareschi che a Don Milani, e certe dita d’acciaio che mettevano in rispetto qualsiasi bullo. Inoltre possedeva un orologio che segnava anche i secondi, non un vero cronometro, ma insomma, era un prete e ci si poteva fidare. Dopo qualche insistenza e la promessa da parte nostra di presenziare alla prossima novena natalizia accettò anche di fungere da giudice unico di gara, il che era fondamentale, perché metteva fine preventivamente ad ogni possibilità di polemica e a qualsivoglia eventuale turpiloquio. Potevamo aprire i giochi.

Eravamo partiti con grandi ambizioni, ma fu giocoforza ridimensionare di molto il programma. Malgrado la vittoria di D’Inzeo non era possibile contemplare, per ovvi motivi, l’equitazione, anche se Aurelio insisteva che avremmo potuto iscrivere le coppie cavallo-cavaliere che si formavano per le sfide di “lotta in spalletta”. Ci volle del buono a convincerlo che il concorso ippico non si svolgeva nella prateria come la cavalcata di Ombre Rosse, ma su un percorso ad ostacoli. Erano da escludere anche le gare di nuoto e pallanuoto (altro oro per l’Italia), perché alla metà di settembre l’acqua del fiume era già fredda e perché a saper davvero nuotare eravamo si e no in tre. Niente da fare neppure per la scherma, dove in verità l’attrezzatura di fioretti di frassino non mancava, ma sarebbe stato difficile persino per don Franco governare le gare. Idem per la lotta e il pugilato, severamente vietati dai genitori, per il sollevamento pesi e per la ginnastica. Rimaneva insomma solo l’atletica, e quei giorni furono davvero un trionfo della regina degli sport.

Anche limitando così drasticamente il campo, l’organizzazione si rivelò particolarmente complessa. All’epoca gli impegni scolastici iniziavano ad ottobre, ma per molti, me compreso, c’erano quelli lavorativi a casa. Per fortuna quell’anno la vendemmia era in forte ritardo, e concentrando le gare in un programma estremamente fitto potemmo contare su una partecipazione quasi totale. Alcuni problemi tecnici furono risolti brillantemente: le medaglie per la premiazione, ad esempio, le rimediai io, pescando tra quelle portate a casa da mio nonno dal fronte dell’Isonzo, unico bottino di quattro anni di trincea. Non gliene importava granché, e mi aveva già consentito di giocarci, ma ad ogni buon conto preferii prenderle a prestito senza farglielo sapere. Risultarono uno degli elementi essenziali ai fini del rispetto del rituale, e con un cordino di lenza rossa da muratore facevano la loro bella figura. Purtroppo ne avevo solo tre (il nonno non era stato particolarmente valoroso), da usarsi per ogni cerimonia di premiazione e da farsi prontamente restituire, ciò che suscitò qualche rimostranza da parte di concorrenti che non avevano letto il regolamento (anche perché non era mai stato scritto).

L’attrezzatura per il lancio del peso fu procurata da Aurelio, che fornì le bocce di suo zio Giulio, sponsor inconsapevole e tutt’altro che consenziente. Per il disco utilizzammo una selce da calzolaio di mio padre, di quelle che servivano per ribattere le suole, perfettamente circolare e quasi piatta. I ritti per il salto in alto furono ricavati piantando dei chiodi lungo il tronco di due tigli che crescevano paralleli ai bordi dello stradone: l’asticella era uno spago tenuto tirato da due contrappesi di pietra. Ci fu anche un tentativo di praticare l’asta, ma venne abbandonato dopo che Agostino rischiò di finire infilzato dalla canna di bambù che stava usando.

Per le gare di velocità fummo molto agevolati dall’amministrazione provinciale, che durante l’estate aveva asfaltato la circonvallazione. Disponevamo di un rettilineo di quasi quattrocento metri, pianeggiante, con fondo compatto e levigato, perfetto. Il problema era che Berruti aveva vinto i duecento metri uscendo dalla curva, e che all’Olimpico le corsie per quella gara erano disposte in modo da far curvare tutti i concorrenti prima di esplodere sul rettilineo finale: quindi era d’obbligo inserire una curva e far partire i concorrenti distanziati di qualche metro l’uno dall’altro. Si trovò la soluzione fissando l’arrivo nella piazza, allo sbocco della piega che immette nella circonvallazione. Questo significava dover misurare le corsie ad una ad una, e disegnarle con il gesso. La misurazione venne effettuata con la solita lenza da muratore, che fu una delle protagoniste dei giochi (servì, oltre che per misurare le distanze nei lanci, come asticella nell’alto e come segnalatore di fossa nel lungo), anche se poi all’atto dell’attribuzione dell’ordine di partenza ci furono dei problemi, dal momento che tutti volevano quelle più esterne perché consentivano di partire più avanti e di tagliare clamorosamente la curva.

Le cose furono più semplici naturalmente per i cento metri, ma si complicarono poi parecchio per i centodieci-ostacoli. Si dovette ricorrere ad un blitz notturno nel magazzino del negozio di alimentari, dal quale furono prelevate un po’ di cassette da frutta, mentre io fornii dieci ceste da vendemmia. Già così in ciascuna corsia non potemmo mettere più di cinque o sei ostacoli, che si rivelarono in verità più che sufficienti, e dovemmo disputare la gara in notturna, per approfittare di un momento in cui non ci fosse transito (in realtà all’epoca anche durante il giorno si poteva pranzare in mezzo alla strada). Neanche a farlo apposta tutti i perdigiorno motorizzati sembravano essersi dato convegno quella sera nella circonvallazione, e nonostante i posti di blocco disposti in piazza e sul viale per deviare il traffico verso il centro del paese dovremmo sgomberare il terreno di gara più di una volta, per consentire loro di passare. Avevamo appena terminata la gara e rimosso gli ostacoli quando arrivarono i carabinieri, avvertiti da qualche idiota.

Ma arriviamo al dunque, all’aspetto sportivo. Come in ogni olimpiade i momenti magici furono quelli degli sprinter e della maratona. Nei cento metri per arrivare ai cinque finalisti si dovettero disputare quattro batterie e due semifinali. Gareggiò persino mio fratello, che aveva otto anni. Fu un successo organizzativo, ma una delusione nel risultato. Ai primi due posti finirono infatti i due gemelli Parodi, due villeggianti, sia pure oriundi. Il primo indigeno, che era poi Aurelio, dovette accontentarsi del bronzo. Nei duecento ce la cavammo molto meglio. L’oro andò ad Aurelio, al quale la sorte, un po’ aiutata, aveva riservato la corsia più esterna, secondo fu uno dei soliti gemelli e terzo finii addirittura io. Ebbi quindi anche l’onore di premiarmi da solo, dopo aver sedato le contestazioni dell’altro gemello, che sosteneva di aver percorso almeno venti metri in più rispetto agli altri.

La maratona venne disputata nell’ultimo giorno di gare. Il lotto dei partecipanti che avevano aderito si sfoltì di molto quando si seppe che i giri del paese previsti erano cinque anziché due (ogni giro misura circa novecento metri). Nessuno di noi aveva in effetti mai corso, almeno consapevolmente, una distanza del genere. Alla fine partirono in una dozzina. Io li precedevo in bicicletta e Angelo li seguiva con lo stesso mezzo, per controllare che nessuno tagliasse lungo i vicoletti. Al terzo giro i maratoneti erano già ridotti alla metà, e cominciarono a venir fuori i valori effettivi. Lungo la salita che porta al Poggio ci fu l’attacco di Marietto, che fece in testa anche il quarto giro, mettendo sempre più metri tra sé e gli inseguitori. Il dramma, come in tutte le vicende drammatiche che si rispettino, esplose all’ultimo giro. Mario stava scendendo tutto solo lungo via Benedicta, gli mancavano ormai non più di quattrocento metri all’arrivo, tutti discesa e pianura. All’altezza della sua abitazione io, che lo seguivo con una bandierina rossa appesa al manubrio, vidi uscire come una furia dall’ombra del vicolo sua madre: lo arpionò per un braccio, facendogli fare una mezza giravolta e urlandogli in faccia: “Dov’è Brunetta?” Brunetta era la sorellina di Mario, aveva forse tre anni ed era un vero impiastro, perché Mario doveva badarle praticamente tutto il giorno, cosa che gli aveva già impedito di partecipare alle gare di velocità, per le quali era una delle punte di diamante della squadra lermese. Per la maratona, nella quale aveva buone possibilità ed era una garanzia contro l’eventualità di un successo foresto, lo avevo convinto a lasciarla sul viale, affidata ad una ragazzina nostra coetanea che si era offerta, anche se non del tutto spontaneamente, di badarle. Mario ebbe un bel gridare “Vado a prenderla, lasciami andare”. Sentivo lo schiocco delle sberle e non ebbi animo di intervenire, anche perché sapevo che mi sarebbe toccata la mia parte e non avrei risolto nulla; inoltre c’erano i doveri organizzativi che mi aspettavano, l’arrivo e la redazione della classifica. Fu così che la maratona venne vinta da Aurelio, che l’onore lermese venne salvato ma che Mario, novello Dorando Petri, fu privato di una medaglia ampiamente meritata. E non valse nemmeno a consolarlo il fatto che io organizzassi una premiazione speciale ad honorem, anche perché non poté partecipare.

Delle altre gare c’è poco da raccontare, se non che furono guastate da alcuni inconvenienti. La finale del salto in lungo venne interrotta dal proprietario del mucchio di sabbia che usavamo per l’atterraggio, esageratamente alterato perché gliel’avevamo sparsa un po’ in giro, che ci costrinse a ripristinare il mucchio con scopa e badile. Non ci furono vincitori, mentre ci furono strascichi quando andò a lamentarsi da mia madre, che nella specialità scappellotto avrebbe guadagnato senz’altro il podio e si affrettò a ribadirmi quanto ci teneva alla mia reputazione. In quella del peso, invece, l’attrezzo finì direttamente nella scarpata che portava al bosco della Cavalla, e a dispetto persino di una taglia in fumetti messa in palio non ci fu più verso a ritrovarla. Non avevamo calcolato che Bruno, pur più anziano di noi di un solo anno, aveva il fisico di un ventenne e la forza di due, per cui poteva far volare alla boccia un campo da calcio. Naturalmente facemmo subito sparire anche l’altra e lo zio Giulio si arrovellò per tutta la vita sul mistero delle bocce scomparse. Aurelio non ebbe il coraggio di confidarglielo nemmeno da adulto.

Ci fu infine un’appendice comica, quando Claudio P., rientrato in paese a gare concluse, dichiarò non valida tutta l’edizione perché si era svolta in sua assenza. Claudio era un ragazzotto rotondo che portava i piedi a papera, con un’apertura angolare superiore ai centocinquanta gradi. Agganciandogli un paio di pale avrebbe aperto il passo nella neve ad un camion. Era imbattibile soprattutto nell’apnea sottomarina, una specialità alla quale lo allenavamo per tutta l’estate al fiume. Organizzammo seduta stante una ripetizione dei cento metri, che vinse naturalmente con un tempo buono per i cinquemila, e ci deliziò con un ulteriore schetch finale all’atto della premiazione, quando dovetti quasi rompergli un braccio per farmi restituire la medaglia.

Tutto sommato il bilancio sportivo dei giochi fu favorevole ai lermesi, anche al netto di qualche parzialità, che è comunque da mettersi sempre in conto al paese ospitante. Fece uscire i nativi dalla soggezione nei confronti dei cittadini, che in genere millantavano militanze nei pulcini della Sampdoria o del Genoa o frequentazioni di stadi, piscine e palestre. Soprattutto ci rese protagonisti di un evento organizzato e gestito in proprio, insegnandoci che il divertimento vero stava nell’ideare le cose e la vittoria nel condurle a termine. Le medaglie volanti di mio nonno fornivano d’altronde una perfetta metafora della transitorietà del successo. Noi naturalmente tutto questo non lo sapevamo, ma gli sviluppi successivi mi portano a credere che qualcosa di quella lezione sia rimasto, almeno negli animi più sensibili.

La cerimonia ufficiale di chiusura si svolse nell’oratorio, perché nel frattempo erano iniziate le rituali piogge pre-vendemmia. Don Franco ci fece un cazziatone per la scarsa sportività e l’eccessiva litigiosità mostrata dalla gran parte dei partecipanti, ma promise che l’anno successivo l’olimpiade l’avrebbe organizzata lui, e ci sarebbero state anche gare in bicicletta e in acqua. Naturalmente venne trasferito la primavera successiva, e nella storia di Lerma i giochi del ‘60, i miei giochi, sono rimasti unici e indimenticabili.

 

Perché non sono juventino

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Già vi sento. “E chi se ne frega?” Giusto. Dopo Mosca e Mughini parlare di calcio (e tanto più della Juventus) non è soltanto stupido, è un crimine contro l’intelligenza. Ma in effetti non ho alcuna intenzione di parlarne. Il tema è un altro. È quello delle “cause perse”. E se di calcio capisco niente (anche perché non c’è niente da capire), del fascino dei perdenti posso disquisire con assoluta cognizione.

Il fatto è che, così come alcuni nascono con le stigmate di una superiore vocazione, con un corredo genetico che li porta a distinguersi e a primeggiare nei campi più svariati (Mozart per la musica, Giotto per la pittura, Merczx per il ciclismo, e così via), nascono anche individui il cui naturale talento consiste nello schierarsi sempre dalla parte dei perdenti. Un sottile, nemmeno tanto inconscio masochismo li pervade, li guida, veglia sulle loro scelte e fa si che manco per sbaglio si intruppino una volta nelle schiere dei vincitori. Ebbene, io credo d’essere il Mozart delle cause perse, almeno per quanto concerne la precocità della vocazione. Voglio dire che mentre per altri questa matura attraverso un processo di crescita, di differenziazione, di disgusto per la volgarità, l’adulazione, l’ opportunismo che sempre si accodano ai vincitori, nel mio caso non vi sono dubbi: è talento vero, innato, naturale. Solo questo può spiegare perché abbia sfacciatamente parteggiato per le giubbe grige (i sudisti) contro quelle blu (i nordisti), quando in età prescolare giocavo ai soldatini, e tutta la storia americana che conoscevo mi veniva da “L’assedio delle sette frecce”. O perché abbia cominciato a tifare per Gastone Nencini (mai sentito nominare prima) il giorno stesso in cui perse il Giro d’Italia da Magni (e avevo sette anni). O abbia amato, alle medie, tra tutti i personaggi dell’Iliade lo sfigatissimo Ettore. E così via, in un crescendo letterario, politico e sportivo di voluttuosi patimenti, di amari calici delibati con passione, che mi ha consentito un’ampia facoltà di scelta (gli sconfitti sono sempre molti di più dei vincitori), mi ha permesso di avere sempre il meglio. Sotto questo profilo, devo dire, la vita non è stata avara. Se qualche volta ho dovuto abbandonare il campo, quando magari il vento girava e i già perdenti rischiavano di riscattarsi, l’ho fatto in tempo, prima che si profilasse il pericolo della vittoria. In alcuni casi, poi, la soddisfazione è stata piena: chi non ha letto Eliade quando era out per la sinistra, chi non si è ispirato a Cattaneo e a Kropotkin quando lo erano per tutto lo schieramento politico e culturale, chi non ha tifato G.B. Baronchelli (il massimo, solo per intenditori finissimi, ha volutamente perso dieci o quindici Giri d’Italia, più qualche centinaio di altre corse) non sa quali gioie riservino questi amori esclusivi, indivisi, derisi e osteggiati. E non parliamo della partecipazione politica: ho votato per trent’anni, senza vincere una volta le elezioni; le ho vinte (?) l’unica volta in cui ero decisamente del parere che fosse meglio perderle. Dunque una militanza senza macchia, plutarchiana nella sua esemplarità.

Ma questo che c’entra col fatto di essere o meno juventino, e soprattutto, dove va a parare? Ci arrivo. Non sono juventino perché quarant’anni fa, all’epoca della scelta di campo, che allora avveniva tra i sette e i dieci anni, la Juventus era quella di Sivori e Charles, e vinceva tutto e sempre, lo scudetto tutti gli anni, o due in un anno solo, coppeitalie, tornei di Viareggio, proprio tutto. E tutti i miei amici, naturalmente, tifavano Juve, saltavano sul carro del vincitore. Come non cogliere l’occasione per restare a terra? Oltretutto c’era lì, pronta, l’Alessandria, un investimento a perdere di totale affidabilità, più che restare a piedi era come sdraiarsi lunghi sul selciato per farsi maciullare dal corteo trionfale. Ebbene, è stato proprio lì che ho avuto consapevolezza di una diversità, e del piacere e delle sofferenze che le sarebbero stati legati. Lì ho capito che il mio destino era segnato, che avrei vissuto all’insegna della resistenza contro ogni tipo di vincitore, e soprattutto contro coloro che gli si accodano; e che per praticare questa disciplina avrei dovuto allenarmi, prepararmi, indurirmi. La Juventus è stata solo la prima manifestazione simbolica (ma mica poi tanto) del potere, una delle sue molteplici incarnazioni: ha prefigurato la DC, il craxismo, le mode culturali, gli intellettuali da talk-show, Berlusconi, tutti quei sugheri insomma (per non dire quegli stronzi) che galleggiano su qualsiasi mare. E soprattutto mi ha fatto capire come siano sempre la stragrande maggioranza coloro che si accontentano di vincere, e di vivere, per interposta persona o squadra o idea, e non hanno il minimo sentore di cosa significhi accettare dignitosamente e sportivamente (quando si può) la sconfitta. Non è stato sempre facile, ad onta della naturalità della disposizione, vivere da cultore delle cause perse (ma non da perdente, si badi bene). Qualche volta è insorto anche il dubbio: non starò mica scambiando un’ostinazione per una vocazione? Ma è durato solo un attimo. Mi ha soccorso Darwin. Secondo la più recente versione della teoria evolutiva lo sviluppo di una specie non avviene per modificazioni abbondanti, cumulative e graduali, frutto di un processo adattivo minuto che interessa solo il livello degli organismi, quanto piuttosto per alterazioni a livello genetico, ristrette a pochi individui, legate al caso, che innalzano la capacità di risposta della specie alle pressioni dell’ambiente. Ora, delle due l’una: o la mia alterazione è del tipo soccombente, di quelle cioè che non lasciano traccia nel percorso evolutivo della specie, e allora la coerenza del mio cammino sarebbe totale: o è di quelle che migliorano la capacità adattiva, e allora alla lunga trionferà. Va a finire che, nell’un caso o nell’altro, corro il rischio d’essere un vincitore.

Chi insegue un sogno non desidera, in realtà, la sua realizzazione, ma vuole solo poter continuare a sognare. All’orizzonte di quell’oceano ci sarebbe stata sempre un’altra isola, per ripararsi durante un tifone, o per riposarsi e amare. Quell’orizzonte aperto sarebbe stato sempre lì, un invito ad andare.
HUGO PRATT